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Full text of "Dizionario biografico degli uomini illustri della Dalmazia"

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DIZIONARIO b/06RAFIG0 



DEGLI 



UOMINI ILLUSTRI 



DELLA 



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COMPILATO 

DALL' AB. SIMEONE GLIOBICH DI CITTÀ VECCHIA 

MEMBRO DI PARECCHIE ACCADEMIE. 



flEHM, m%. 



ROD. LECHNER LIBRA JO DELL' 1. R. UNIVERSITÀ. 



SABA. 

BATTARA E ABELICH LIBRaJ. 



XV 



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LIBRARY 

OCT 3 1985 

Toronto OntaiiS- 



"0" 



Ai 






che 



memori della prisca gloria 

tengono desto 

tra essi 

il saero ffa@€© die! sapere e della civiltà 

mediante 

opere egregie di niente e di cuore 

Fautore 

in segno di patria devozione 
D. 



Digitized by the Internet Archive 

in 2011 with funding from 

University of Ottawa 



http://www.archive.org/details/dizionariobjograOOIjub 



PREFAZIONE. 



„Di notizie storiche, più che di critiche disputazioni, 
lo stato nostro abbisogna, è tanto più difficile a' Dalmati 
è questo lavoro, eh' e' debbono investigare le memorie 
proprie nelle storie degli altri popoli, e andar» per lunga 
e dolorosa via raccogliendo i laceri avanzi de' padri, e 
dei fratelli, giacenti senza onor di sepolcro. Chi mettesse 
insieme quei fatti, che attestano come alle anime dei 
Dalmati non sia ignoto il senso della pensata e affettuosa 
bellezza, ne trarrebbe, io spero, argomento non di vanti 
importuni, ma di operose speranze." 

TOMMASEO. 

La grande importanza che ebbe mai sempre la Dalmazia 
nell' ordine politico potrà facilmente rilevarsi da chiunque anco 
leggermente voglia scorrere le fonti storiche degli antichi tempi. 
Quantunque non abbia essa tra gli antichi alcuno storico nazionale, 
pure non uno de' classici scrittori è spoglio di notizie che la riguar- 
dino; alcuni ne scrissero di proposito, altri a di lungo, altri final- 
mente toccarono delle cose sue soltanto, e non sempre con istorica 
coscienza, che o la lontananza era loro d'impedimento a convene- 
volmente conoscere ed apprezzar le cose nostre, o l'orgoglio na- 
zionale di tanto li occupava, da non lasciar loro tributare a stra- 
nieri l'encomio a' loro meriti dovuto. 

Fu la Dalmazia ne' primissimi tempi la sede de' Pelasgi, da' 
quali, a quanto ci danno le storie, e la Grecia e l'Italia ebbero i 
primi semi dell' umano sapere. In essa da poi presero stanza non 
poche colonie greche, le quali trassero seco nella terra adottiva in 
uno alle are de' patri numi il sacro fuoco delle scienze e d'ogni 
umana civiltà. E prova luminosa di ciò abbiamo ne' monumenti 
che oggidì ci restano, testimoni indubbi dell' antica grandezza. 

a* 



IV 

Informi massi di grandiose mura cìclopee esistenti al giorno d'oggi 
in Città Vecchia, Asseria, Lissa, Salona ecc. fanno restar immoto 
il forestiero che meravigliato li affisa. Le iscrizioni greche di Pha- 
ras e di Issa accennano ad una costituzione affatto simile a quella 
della prima tra le greche metropoli. Qui pure, come si ha prova 
dai nummi antichi, ebbe ispecial culto quel sommo: 
Degli occhi cieco, e divin raggio di mente 
Che per la Grecia mendico cantando. 

Qui vasi df stile etrusco, monete di ben nove città autonome, 
gemme '-incise di squisitissimo lavoro, marmi sculti da vigorosi 
ingegni, ecc. E quindi a tutta ragione potè scrivere l'antichissimo 
geografo Scimno Chio di questo suolo »Pars legibus vìvit suis; 
< almo cium plos esse ferunt, justosque et ìiosintalibus bonos, rivi- 
lem amare societatem, maxime studere vitae et moribus cultis- 
siihiè.* Ed è perciò che Augusto dopo aver crudelmente pesta 
co' suoi eserciti la Dalmazia, spogliò la nazionale biblioteca, ricchis- 
sima di codici scritti in greco ed in altro idioma antichissimo, e coi 
rapiti tesori rizzò una biblioteca in Roma (Galeno). 

E l'epoca romana, quantunque segnata fosse tra noi da cru- 
dele servaggio, e quindi da terribili riscosse, va ricca nulladimeno 
anch' essa di fatti gloriosi. E basti accennare soltanto, che per 
opera unicamente del dalmato valore un Augusto ebbe l'impero del 
mondo, e che tali e tanti ne sono i monumenti per ogni dove disse- 
minati per il suolo dalmatico, che di sole iscrizioni latine fin' oggi 
dissotterrate, de' tempi della republica e dell' impero, abbiamo già 
più di mille, in modo da dargli l'aspetto d'un ampio museo. 

Nò l'epoca della decadenza dell' impero, e l'età media man- 
cano di nuove glorie. Lo dicano i grandiosi cdifizi di Spalato, il 
duomo di Sebenico, di Traù, la loggia di Lesina, la porta terra- 
ferma di Zara, e tutti quegli altri monumenti, che per ogni dove 
sparsi in questa contrada, attestano la robustezza del genio di chi 
nasco sotto quel dolcissimo cielo. Si svolgano pur' anco i patri sta- 



tuti, se non più antichi, almeno contemporanei a que' d'Italia, e di 
leggieri vedrassi, con quanta sapienza vi si reggessero tramezzo la 
più folta nebbia de' bassi tempi i nostri municipi. Pongasi alla per- 
fine riflesso alla ben poca popolazione di questa provincia, di cui 
appena alcuni punti delle coste e le isole soltanto esercitarono ne- 
gli andati tempi le arti della rinascente civiltà, e facciasi un lieve 
confronto tra il numero degli scrittori di maggior levatura, che pro- 
dusse il dalmato suolo, per molti secoli pesto pur troppo orribil- 
mente dal fiero artiglio del veneto leone, e quello d'altre contrade 
fornite di mezzi di molto maggiori per sollevarsi a coltura, e si 
otterrà facilmente, com' esso non vada ad altri secondo. Ed è per- 
ciò che a tutta ragione ebbe a scrivere un coscienzioso scrittore : 
»la Dalmazia ebbe sempre coli' Italia comuni i vincoli del 
sapere e clelV ingegno ;* ed un altro ancora: »fra i Dalmati, i 
quali applicaronsi alle belle arti, alcuni meritano distinta cele- 
brità .« Essa fu in altri tempi il legame tra l'Oriente e l'Occidente, 
ed è pur anco in oggi il posto più avanzato della gloriosa Austriaca 
monarchia, ed ha elementi tali da camminare di pari passo col mo- 
derno progresso. 

A fronte però d'un campo si vasto, battuto da' nostri proge- 
nitori sulle vie del sapere, delle arti e della civilizzazione in genere, 
che dà a questa contrada uno slancio tale da metterla in fatto di 
nativa celebrità, a paro d'una qualunque provincia dell' impero 
austriaco, se pure non va a molte di gran lunga innanzi, vi sta la 
mancanza di scritti, che, a chi non la conosce d'avvantaggio, ne 
porgano una franca e pensata conoscenza. La storia nostra ci è 
giuoco forza ripescare nelle memorie degli altri popoli, poche sendo 
lo fonti nazionali. Da qui tanto maggiore si fa il bisogno appunto 
d'una storia poggiata a documenti di questa illustre terra, che ad- 
ditandoci le sue andate glorie e le vicende patite, ci ponga su di 
queste a fondare un avvenire più bello e più glorioso. Ma per riu- 
scire a tal meta, dobbiamo innanzi tutto applicare l'animo a racco- 



VI 

gliere i laceri avanzi delle cose nostre ovunque stieno sepolti o 
dimenticati, e apprestare per tal modo il materiale ad un' opera, 
che racchiudendo in un assieme compatto e dignitoso le andate 
glorie, riponga la nostra patria su d'un seggio imponente, che a 
giusto diritto le appartiene tra le colte nazioni della terra. 

E tali considerazioni soltanto ci mossero a raccogliere le pre- 
senti memorie biografiche, le quali quantunque racchiudano una 
parte ben lieve delle gloriose gesta de' nostri progenitori, recheranno 
nulladimeno non poco splendore alle cose che ci risguardano. Ne 
fin' oggi mancarono illustri ingegni, che intesero a rinfrescare le 
glorie di que' celebri dalmati, i quali si distinsero in ogni ramo 
dell' umano sapere. Francesco Maria Appendini, italo di patria, 
dalmato di cuore, nelle sue: ^Notizie storico-critiche sulle anti- 
chità, storia e letteratura de' Ragusei* scrisse dottamente degli 
uomini illustri di quella celeberrima republica, e toccò pure di que' di 
Cattaro. Una preziosa raccolta di biografie dei più celebri Ragusei 
venne resa di publica ragione in Ragusa per cura di quel distinto 
tipografo Martecchini, e tale lavoro usciva da penne nazionali e 
forestiere tra le più celebri di questi tempi. Padre Donato Fabia-' 
nidi di Zara coi suoi opuscoli: Alcuni cenni sulle scienze e lettere 
de' secoli passati in Dalmazia. — Memorie storico-letterarie 
di alcuni conventi della Dalmazia, portò molto lume alle cose 
nostre in questo proposito. E qui dobbiamo eziandio ricordare Giu- 
seppe Ferrari-Cupilli di Zara, Antonio Fenzi di Sebenico, Fran- 
cesco Carrara di Spalato, Pietro Nisiteo di Città Vecchia, Urbano 
Rafaelli di Cattaro, i quali ebbero a publicare nelle appendici de' 
patri giornali una lunga serie di articoli biografici, scritti con sana 
critica e con sapore italiano. Di tutti questi lavori noi abbiamo ap- 
profittato nel delineare le presenti memorie, rettificando alcuni fatti 
sulle fonti storiche, altri aggiungendo, alcune volte pur' anco ripor- 
tando a parola le fatiche altrui. Troverà però il lettore alcuni nomi 
forniti di poche notizie, ma di tali non ci fu modo di rinvenire 



VII 

altre, e quelle ci giova sperare daranno motivo a rintracciare delle 
nuove. Ne noi riteniamo di aver toccato di tutti gli uomini illustri 
della nostra patria. In questa specie di lavori vi ha sempre di che 
aggiungere ed anche di che emendare. E siccome è nostro intendi- 
mento di voltare in seguito la presente fatica nello slavo idioma, 
così preghiamo tutti coloro che trovassero alcunché d'aggiungere o 
di rettificare, di farcelo sapere o mediante scritto privato, ovvero 
col mezzo di patri giornali, che ci sarà caro oltremodo che la gloria 
de' nostri progenitori scenda pura a coloro che verranno dopo noi. 
Avvertiremo soltanto, che de' viventi abbiamo creduto di fare un 
cenno unicamente, indicando i lavori letterari da loro publicati, 
per far conoscere che anche al giorno d'oggi la Dalmazia va adorna 
di vigorosi intelletti, che tengono desta in essa la scintilla del- 
l'umano sapere, sì potentemente eccitata dagli avi loro. Che se tra 
i nostri troverassi aver qui pure distinto posto un qualche dotto 
straniero, come suol farsi in lavori di siinil natura, ci si vorrà per- 
donare certamente, sia perchè un tale individuo avrà scorsa la più 
parte di sua vita in questo nostro suolo per ragione di publico ser- 
vizio o di privato interesse, sia che se ne sarà dichiarato figlio 
adottivo; e in ambi i casi cooperando potentemente allo sviluppo di 
lu*, e quindi meritando bene della patria novella. 

E qui prima di por fine a queste nostre dichiarazioni ci sia 
permesso di far un voto, che a quanto ci pare, sarebbe il più splen- 
dido monumento che noi potremmo innalzare agi' illustri avi nostri, 
cioè che colla fondazione d'una patria società si desse mano a rac- 
cogliere [tutti i lavori stampati e manoscritti lasciati da quelli, e 
raccolti che fossero, si fondasse una biblioteca nazionale, facendola 
in pari tempo centro raccoglitore di tutte le classiche antichità, che 
ora a dispetto del progresso scientifico o marciscono in schifosi ri- 
postigli, o trascurate, o dimenticate affatto, o pur anco misera 
preda dell' altrui cupidigia. In siffatto modo noi potremmo in breve 
tempo raccogliere insieme i laceri avanzi de padri nostri, giacenti 



Vili 

senza onor di sepolcro, i quali attesterebbero, come alle anime 
de' dalmati non era ignoto mai il senso della pensata ed affettuosa 
bellezza, e sarebbero argomento non di vanti importuni ma di 
operose speranze, giacche a sentenza d'un illustre nostro concittar 
dino, il »r innalzar e i pensieri alle dimenticate glorie de mag- 
giori, gli è come accendere una fiaccola ed accostarla ad un 
viso gentile sepolto nelV ombra; gli è come aggiugnere una corda 
alla *lira delV anima umana , una ghirlanda alla tomba, che 
copre tante ceneri sacre, un illustre concittadino alla patria 
delle intelligenze, un campagno amico e soccorrevole nella mesta 
via della vita. 

Vienna, primavera del 1856. 



A. 



ABDELICH (padre) Giorgio, visse nel decimosettimo secolo. 
Vestito l'abito dei Francescani, condusse vita uniforme, ottenne 
le prime cariche nell' ordine, e divise il tempo fra gli affari mona- 
stici e gli studi. Il suo dizionario illirico, di cui fece uso il Tanz- 
linger, non è che un catalogo di voci disteso con qualche erudi- 
zione e con poca filosofia. 

ABRADO di Cattaro, scultore ed architetto di molto merito. 
Da Orosio re di Rascia, che circa l'anno 1322 recavasi a Bari 
per visitare il celebre santuario di S. Nicolò, ebbe l'incarico di 
disegnare e costruire quel magnifico altare, monumento di sua 
fama imperituro. 

ACCADEMIE ih Dalmazia. — Nel 1694 era in Zara un' acca- 
demia letteraria col nome degl' Incaloriti , di cui ci resta lo sta- 
tuto. Abbiamo degl' Incaloriti due saggi in due raccolte, di versi 
e prose, l'una per la partenza da Zara del veneto conte Giovanni 
Minelli, l'altra per quella del capitano Antonio Donato; quest' ul- 
tima stampata in Venezia nel 1700 col titolo: I trionfi del merito. 
Un' altra accademia letteraria fiorì nella stessa città alla metà del 
secolo scorso, di cui ci rimane un libro di cento pagine in 4°. stam- 
pato a Venezia l'anno 1757 col titolo: Orazione e poesie degli 
Accademici Ravvivati di Zara, per Sua Eccellenza* il Sig. 
Francesco Grìmani Prov editor generale in Dalmazia e Alba- 
nia.^ Le gesta ed i meriti dell' illustre Patrizio formano quindi il 
soggetto d'un' ampia orazione, in cui le moltiplici cose operate nel 
suo triennale governo di queste contrade son parte a parte descritte 
dal Dott. Antonio Danielli-Tommasoni. AH' orazione tengono 
dietro le poesie italiane e latine degli accademici, e tra i queste av- 
vene d' Antonmaria Lorgna, di D. Gianluca Garagnin, del 
Dott. Gregorio Stratico , del Dott. Giuseppe Pasquali Pima, 
e di nobil femina Alba Danieli^ tra i Ravvivati la Fiorita, giacche 
questi accademici ebbero l'uso d'assumere un apposito nome d'or- 

1 



namento. A Zara venne pure nel 1787 fondata un' altra accademia 
economica, che anco di cose letterarie lasciò un qualche saggio. — 
A Spalato era in sul principiar del secolo decimottavo un' accademia 
illirica, di cui fu principe il Sig. Co. Gio. Pietro Marchi, il quale 
stampò un libretto di 'pensieri cristiani da lui voltati in lingua 
illirica. Un' altra accademia economica di Spalato e delle Castella 
di Traù, intese nel secolo scorso a promuovere il benessere pu- 
blico, e diede alla luce nel 1788 co' tipi del Coleti a Venezia un 
libro col titolo: » Memorie della publica Società Economica di 
Spalato.* — A Ragusa fondatori dell' accademia italiana col nome 
di Concordi furono: Savino Bobali (f 1585) e Michiele Monaldi 
(f 1592). In questa città fu eziandio l'altra degli Oziosi, di cui il 
celebre Giorgi (-j- 1737) ebbe il carico per qualche tempo come 
principe o direttore. 

A CTJTEIS (Geremia) Marino di nobilissima famiglia di Spa- 
lato. A questa appartiene quell' anonimo, il quale lasciò un breve 
commentario »De gestis Civium Spalatensium" dell' anno 1348 
al 1373 (Lucio. Ediz.di Amsterdam pag . 385), Gian Antonio, 
che comandò l'esercito di Massimiliano in Italia, e Gian Giacomo 
suo fratello, cameriere e consigliere dello stesso Imperatore, e pre- 
posto alla cassa militare; Geremia legato de' Veneti a Costanti- 
nopoli, cavaliere fregiato di collana d'oro. — Marino, indossati 
gli abiti clericali, indi a poco ebbe seggio nel Capitolo, e talmente 
progredì nella pietà, nella dottrina e nel favore de' concittadini, 
che già nel 1402 otteneva il titolo di neoeletto (Archielecti). Ma 
dinegandogli la Corte Romana la conferma, egli si rimase escluso. 
Correndo il 1402, per opera di Marino venne fatta la pace tra 
gì' Intrinseci e gli Estrinseci, fazioni sorte in Spalato al tempo che 
Sigismondo e Ladislavo si contendevano la corona d'Ungheria. I 
primi parteggiavano per Sigismondo, per Ladislavo gli ultimi; ma 
quelli sendo il più della plebe e quindi numerosissimi, avevano 
discacciato questi dalla città. Rimane di Marino un memoriale 
prezioso degli Arcivescovi Salonitani inscritto: »Series Episcopo- 
rum Salonae.* 

AJEZ (padre), Raguseo, s'occupò a colazionare alcuni co- 
dici di Dante e ad interpretare felicemente alcuni passi controversi 
(V. ediz. della Minerva 1822, V. 1. p. 453 ecc.). 

ALBERTI Giovanni, patrizio Spalatriuo, generale della 



Veneta Signorìa. Tolse ai Turchi il forte di Glissa, a que' tempi 
uno de' più forti propugnacoli in Dalmazia. Quivi cinto d'assedio 
da quelli, si difese con eroica pertinacia; sicché dal Conte Lenco- 
vich, Bano della Croazia, venne decorato in nome dell' Imperatore 
Ferdinando II . d'una collana d'oro. Ma da poi non sapendo il Bano 
fornirlo di vettovaglie, piuttosto che scendere agli accordi, tentò 
co' suoi un' arditissima sortita, e cadde oppresso dall' immenso 
numero de' nemici sul campo dell' onore nel 1596. 

ALBERTI Leone di nobile famiglia di Spalato. L' Ab. Car- 
rara lo dice ghibellino, di Firenze. Per l'ingegno, la politica, l'auto- 
rità fu il padre della patria, nella quale condusse a buon fine le più 
difficili e le più elevate incombenze. Nel chiostro di S. Francesco 
sta la sua lapide funeraria, bellissima, posta nel 1296. 

ALBERTI Dr. Matteo , patrizio Spalatrino, arcidiacono 
della Metropolitana, coltivò con fama gli studi filosofici, nonché 
quelli d'ambi i diritti, e della letteratura ad un tempo. Gli esperi- 
menti chimici, a' quali erasi dato intensamente, lo trassero innanzi 
tempo alla tomba. Abbiamo di lui la versione in versi illirici 
dell' offizio della B. Vergine, stampata a Venezia nel 1616, e dedi- 
cata alla Republica di Ragusa. Di questo suo lavoro si servi il 
Delia-Bella nella compilazione del suo dizionario. Cessò di vivere 
nel 1624, nell' anno 69 di sua età. 

ALBERTI Nicolò di Spalato, distinto cultore della poesia 
latina, lasciò non pochi componimenti, esistenti presso il Dumaneo, 
e che gli procacciarono le lodi del Marulo in un elegante epigramma: 

Quae mihi misisti , juvenum doctissime, scripta 

Haec admiranti saepius ore lego. 
Ingeniique tui mecum nova liba rependens 

Musarum , et Phoebi censeo digna laris; 
Non quia tu nostrani tollis super astra camaenam 

Incultis solitam stridere arundinibus; 
Sed quia vix puber jara proximus ire videris 

Vatibus antiquis , Pierioque choro. 
Ergo iter incoeptum, quaeso, ne desere, donec 

Aonii superes culmina summa jugi. 
quam magna tibi succedet gloria, cum te 

Aetas nostra simul, posteriorque leget. 

ALBERTINI Benigno naque a Ragusa il 1°. dicembre 1789 
da onorati parenti. In età di sedici anni vestì l'abito dell'Ordine Se- 

1 * 



4 

reifico, e date avendo prove dì pronto ingegno e d'indole dolco, 
venne spedito in Ancona, indi a Macerata, e da qui a Ravenna, 
ove compi il corso de' suoi studi filosofici e teologici. Ritornato in 
patria, percorse gradatamente la carriera claustrale; nel qual tempo 
fu banditore della divina parola non solo in Ragusa ed in Dalmazia, 
ma a Napoli ed a Roma; e in Araceli sostenne l'annua conferenza 
scritturale con plauso. Aggregato agli Arcadi col nome di Clarisco 
Partano, assisteva alle adunanze letterarie, e faceva, leggendo 
prosa e poesia, di se bella mostra nell' accademia Tiberina e al 
bosco Parrasio. Gregorio XVI., giusto estimatore delle molte sue 
virtù, creavalo nel 1832 vescovo di Scutari in Albania Ottomana. 
Quivi tra mezzo i furori di guerre civili coraggiosamente intese tutto 
a rialzare il culto sacro fin allora negletto, costruendo cappelle, 
visitando la diocesi e celebrando un concilio. Ebbe da poi in ammi- 
nistrazione la diocesi di Pillati per la morte di Monsignor Pietro 
Ginai. Nel 1836 recatosi a Roma, venne da Gregorio XVI. eletto 
a prelato domestico e assistente al soglio pontificio. Ritornato in 
Scutari, intraprese altra visita pastorale; e quindi si levò a tale la 
fama di sua dottrina, che nel maggio 1838 S. M. I. R. A. lo nominò 
vescovo di Spalato e Macarsca in Dalmazia. Ma immatura morte 
lo colse in Scutari all' improvviso, mentre era occupato nel disim- 
pegno del suo episcopale ministero. 

ALBIS (Zor anicii) Pietro di Nona. Da' primi anni applicossi 
alla poesia ed in ispecieltà s'invaghì dell' Arcadia di Sannazzaro, 
che Io trasse a scrivere in illirico le sue Selve, ove a giocose meta- 
morfosi scritte in elegante prosa intreccia cori pastorali, pieni di 
scherzi e grazie d'originalità campestre. Le stampò nel 1569 a 
Venezia presso Domenico Ferri col titolo: »Planine. << Visse verso 
la meta del sedicesimo secolo. 

ALEXANDROVICH Antonio (Antonias ab Alexandro), dal- 
mata. Recatosi nel 1561 in Germania, a spese di Hunyad insegnò 
ai Germani il modo di fondere caratteri ciriliani, sendo egli esper- 
tissimo tipografo. Stette in Tubinga ed in Urah, ove scrisse, ripulì 
e stampò opere slave. Ma morto Hunyad, nel 1566 si recò in 
compagnia di Stef. Console a Stoccarda e da qui a Ratisbona e 
forse più innanzi, ned altro di lui ci è noto. 

ALETHY Giovanni , naque in Ragusa da padre ungherese. 
Giovanni applicossi allo studio delle antichità greche e romane, 



cui associò quello della natura; e perciò in poco tempo la sua casa 
cangiossi in un museo ampio e vario, ordinato secondo le leggi delle 
singole scienze. Ebbe continove corrispondenze con uomini dotti 
ed intelligenti, che lo fornivano d'ogni tratto di oggetti di erudite 
curiosità. Aveva oltre a ciò nella sua biblioteca 400 volumi di prima 
stampa. Né solo appagavasi egli di ordinarli, ma li meditava a 
lungo, in ispecie se riguardavano l'antico Illirico, per cui potè for- 
nire il suo cognato Anselmo Banduri di preziosi materiali e peregrine 
notizie per la sua storia bisantina. Ad Alessandro Panel dotto 
gesuita francese, offrì materia a una dottissima operetta sulle 
Cisto/ori, e si ebbe in compenso la dedica. Lasciò inedito un grosso 
volume di dotte epistole scritte a Giorgio Mattei allora dimorante 
in Roma. La morte il colse nel 1 743, di 75 anni. Suo figlio Antonio 
ereditò dal padre l'affetto per le antichità, sulle quali scrisse alcune 
dissertazioni inedite. Morì nel 1774. 

ANCICH Giovanni di Bossina, de' Min. Osser. , scrisse in 
idioma vernacolo: »Svitlost Kerstjanska, — Vrata nebeska, — 
Thesaurus indulgentiarum. 

ANDREA di Cattaro, v. Paltassich. 

ANDREIS Giovanni di Traù, nel 1667 da Alessandro VII. 
eletto vescovo di Lesina, fu zelantissimo difensore della disciplina 
ecclesiastica e seguace indefesso della vita contemplativa. Arrichì di 
pie sentenze e di saggi precetti il libro intitolato : »Cibus animae*, 
e lo diede alla luce nel 1676 a Venezia coi tipi Hertziani. Ogni mese 
convocava il suo clero per isciogliere casi teologici e morali. Donò 
a Lesina il corpo di S. Prospero coli' arca rispettiva, e lo espose 
alla venerazione de' fedeli, come attesta la lapida del 1 676, esistente 
dietro l'altare. Nel 1676 venne traslocato a Traù sua patria, ove 
nel 1686 promosse la traslazione del corpo di S. Giovanni Ursino 
fatta con sommo apparato di magnificenza dalla chiesa di S. Gero- 
limo alla cattedrale. Antonio Lauretano, patrizio veneto, descrisse 
in italiano l'istoria di tale traslazione, e la die in luce a Venezia 
nel 1683 preso la tipografia Guerili. Morì nel 1696, e venne 
sepolto innanzi l'altare di S. Giovanni. — Francesco , vescovo di 
Nona, e Girolamo, vescovo di Curzola, erano zii di Giovanni. 

ANDREIS Matteo di Traù, nel 1503 fu professore del diritto 
civile nell' università di Padova. Il Lucio (Memir. di Traù 



p. 530) avverte, che l'Andreis compose un grande numero di 
elegie , e che buona parte di queste andarono smarrite. Nella bi- 
blioteca di Monsig. Miocevich, vescovo di Tran, in sullo scorcio del 
passato secolo si trovava una copiosa raccolta di tali componimenti 
(Fortis Viag. in Dalm.). 

ANDREIS Nicolò di Traù, dottore e cavaliere, e poscia rettore 
della facoltà filosofica e medica nell' università di Padova. Di lui 
cosi scrive il Riccoboni all' anno 1573 (De Gymnasio Patavino 
1598). — Nicolaus Andronicus Tragurinus , rector universi- 
tatis studiosorum philosophiae et medicinae antiquum renovans 
institutum, ex quo rector es universitatis esplicare aliquid 
publice solebant, meteora Aristotelis, maximo studiosorum con- 
cursu, interpretatus est, juvenis altissima mente praeditus et 
doctissimus, qui ad omnem laudis excellentiam progressus 
fuisset, si fortunatior extitisset; usus est enim fortunam adver- 
sam, propter quam prius in exilium abire coactus est quam 
rationem finiverit, de caede cujusdam Romani suspectus. — 
Eresse una casa sull' isola Bua, ove men tristo compiè il corso mor- 
tale. Nel J 655 gli fu posta l'iscrizione sulla lapide. 

ANDREIS Paolo di Traù, letterato e studiosissimo delle cose 
patrie, cui Francesco Loredano diresse varie lettere, e fu amico. 
Scrisse la storia di Tran ancor inedita, ed ebbe per emulo il suo 
celebre patriota Giovanni Lucio. 

ANDREIS Perotto di Traù, a quanto raccontano il Rinaldi, 
Teodorico Niemo, Leonardo Aretino, Sant' Antonino, e varii altri 
scrittori della storia del secolo quindicesimo, consacrò i suoi servigi 
alla casa di Ladislavo re di Napoli, e pei suoi meriti investito da 
prima della Contea di Troia, lo troviamo in appresso tra i consiglieri 
del re, poscia nella cospicua carica di gran siniscalco del regno. Nel 
1403 venne in Dalmazia a disporre il ricevimento del proprio sovrano, 
che invitato da una possente fazione, alienata da Sigismondo, reca- 
vasi a cingere il serto ungarico a Zara, e ricevè il giuramento di 
fedeltà della città di Spalato e di Traù (Lucio, de Reg. Dalm. et 
Croat. L. 5. e. 4. — Meni, di Traù p. 380). Ladislavo per ben 
quattro volte si servì dell' opera sua per prender Roma, anzi la 
quarta volta gliene diede il governo. Ma la morte indi a poco av- 
venuta di Ladislavo troncò il filo ad ogni bellicosa impresa di 
Perotto, che rimase in corte di Giovanna II. per qualche tempo, e 



poscia si ritirò in patria, ove morì. Fu tra i più nominati capitani 
del suo tempo. 

ANDREIS (Partenio) Tranquillo di Traù, insegnò le belle 
lettere in Lipsia circa il 1555, indi fu scelto a suo segretario da 
Giovanni Zapoglia re d'Ungheria, da cui venne mandato in Inghilterra 
e in Francia, affinchè facesse un capitale sempre maggiore di 
utili cognizioni. Fu oratore regio presso Ferdinando Imperatore, ed 
altre ambascierie sostenne con lustro. Scrisse molte opere in prosa 
ed in verso, di cui due sole furono coi tipi fatte di publica ragione 
cioè: »De vita privata* dialogo fra Siila e Cesare, impressa a 
Lipsia in 8°. ne' Supplem. di Du Verdier, e l'allocuzione, con cui 
animava la tedesca nazione a pigliar le armi contro il Turco. Di 
questa non fa menzione il Lucio, ma è noto essere uscita in luce 
in Augusta nel 1518, e a Vienna nel 1541 in 4° col titolo: ^Gratto 
Tranquilli Andronico Dalmatae ad Germanos de bello susci- 
piendo contro, Thurcas.* Scorgesi dalla dedica a Cristoforo Mo~ 
drutz vescovo di Trento, ch'egli un' altra abbia scritto sullo stesso 
argomento all' Imper. Massimiliano. Lasciò eziandio d'inedito i 
dialoghi: Inter Barthenianum et amicum — inter vimini et 
uxorem — inter Diogenem et Midom — de pecuniae utilitate 

— de honiine — inter Pogadam et Godoneum; i discorsi: ad 
Corolum V. imperotorem — de bello contro Thurcas — admoni- 
toria ad Polonos — ad regem Poloniae — ad regem Angliae 

— ad Ferdinandum regem — de morte Stanicii, de laudibus 
eloquentiae; s'aggiunga a ciò: Expositio de contentione Galli 
et Hispani — Philosophandnm ne sit — Consilium de ratione 
belli contro Turcos — De Lazaro ab inferis (V. Simlerus. 
Epit. Bibl. Conr. Gesner. p. 670). Erasmo gli addirizzò una 
lettera che è la decima del libro IV. ecc. In una raccolta di poesie 
di diversi dalmati , esistente presso il eh. G. F. Cupilli di Zara av- 
vene di bellissime dell' Andreis. Paolo Giovio suo amicissimo, nel 
suo libro: ^Elogia doctorum Virorum. Basileoe 1561 p. 299, 
scrive: Hec eadem pari hicursu dalmatas afflixit, apud quos valida 
ad cap essendola ex litterarum studìis loudem, hoc etote ingenìa 
floruerunt; sed ab ossido is Borbarorum incursionibus extur- 
bati , vetere agro, oc io extremas potrii litoris mar g ine s com- 
pulsi y tanquam de retinenda libertote desperantes, armis litteras 
commutasse videri possimi; sic ut nemo dignus elogio compareat f 



8 

ìiisi in luce-m studiose prodwcat eives suos Tranquillus Andro- 
nicus praeclarus Ciceronis aemulator.* Un' altro Andronico 
Tranquillo viene nominato da Bayle nel suo Diz. Ist. Crii. 
p. 274 ma diverso pel tempo in cui visse e pel cognome dal primo. 
Questi scacciato da Costantinopoli nel 1453, recossi in Italia, e 
di là in Basilea, dove insegnò greche lettere, poscia in Parigi sotto 
Luigi XI., dove pure nella regia accademia die precetti della 
greca t'avella. 

ANDREIS Vincenzo di Tran, dell'ordine dei Predicatori, ves- 
covo Ottocense, viene ricordato da P. Bembo nell'epistole scritte 
a nume di papa Leone X. al re Vladislavo d'Ungheria ed a Pietro 
Berislavo. Altri ancora di questa famiglia sono degni d'onorata 
menzione: Pietro, nipote dello stesso Vincenzo, fu del pari vescovo 
Ottocense; poi altro Pietì'o e Cristoforo sopracomiti, ossia ca- 
pitani di galera; Giovanni per due volte sopracomito; Biagio 
cavaliere regio; Giacomo dott. e sopracomito al tempo della guerra 
co' Turchi in Negroponte ecc. 

ANDRIASI Vitale di Ragusa, Francescano, oratore e filo- 
sofo di vaglia, stampò presso il Pezzana a Venezia due opuscoli 
illirici, cioè nel 1686 »Razgovor duhovni*, e nel 1687 »Put od 
raja* ; nonché presso lo Storti in Venezia nel 1661 il suo quare- 
simale italiano, e nel 1679 presso Milocco pure in Venezia il suo 
Avvento, la novena del SS. Natale, panegirici per S. Domenico e 
due trattati, uno de memoria artificiali, seu locali, e l'altro »de 
enihlematuni formandorum ratione. « 

ANDRIASSEVICH Domenico di Ragusa, Francescano, per 
la sua molta valentia in filosofìa, in teologia, nel diritto canonico e 
nelP eloquenza illirica ebbe la sede vescovile di Scatari. Con dotte 
scritture ottenne dalla Propaganda il titolo di vescovo della Chiesa 
Stefanense, ed invano tentò di trarre a se alcune parrocchie della 
diocesi di Trebigne. Morì in Roma nel 1637. 

ANDRICH Cw . Vincenzo di Spalato, i. r. ingegnere in pen- 
sione, Conservatore delle antichità di Zara e di Spalato, scrisse: 
., [Ihixt razioni ai progetti: Carrara 18Ò0, Andrirh 1846, 
(ilocchiatti 1850 sopra la conservazione del palazzo di Diocle- 
ziano in Spalato. Zara 1851. Tra breve vedrà la luce in Vienna 
il suo lavoro sul tempio di Spalato con tavole illustrative. 

ANGELIS (de) Gian-Carlo, nato nel 1690 a Ragusa, in 






9 

fresca età passò a Roma, e compito ivi lo studio teologico, ripatriò e 
sostenne tra suoi tino alla morte il carico di segretario Arcivescovile, 
dando opera nelle ore di ozio alla poesia latina, in cui per sentenza 
di dotti Ragusei tanto avvanzò da farsi più d'ogni altro di que' tempi / ' 
da presso al principe de' lirici latini. Morì nel 1755. Delle molte 
poesie che scrisse, ci restano alcune soltanto, e queste inedite. 

ANICIO Giovanni, Francescano, lasciò: Vrata nebeska i 
mvot uiènji, uJakinug. 1678., — Off ledalo misnièko ti Jakinu 
1681 , di cui si servì il Tanzlingher nella compilazione del suo 
dizionario, ancora inedito. 

ANONIMO Dalmata , monaco, scrisse in sul principiare 
de' secoli di mezzo gli atti di S. Donato in greco. Il codice MS. fu 
ritrovato nella biblioteca Medicea di Firenze, e tradotto in latino 
dal gesuita Daniele Cardono, venne riportato nel volume V dai 
Bolandisti, e nel voi. I dell' Mlyricum Sacrum dal Padre Farlati. 

ANTIQUARIO Giovanni di Lesina, Domenicano, distinto teo- 
logo, tiorì nel XV secolo. Lasciò a sentenza de' patri scrittori alcune 
opere di valore, smarrite; ci resta solo un' epistola in idioma verna- 
colo, publicata dal dotto Safarik, cui l'inviò il valente nostro pa- 
triotta Giovanni Bercich. 

ANTIZZA Luca di Ragusa, laureato in Roma in ambe le 
legyi, segretario dell' Ospodaro di Valacchia, indi della republica, 
scrisse a sentenza de' patri scrittori con buon gusto ed eleganza 
commedie e poesie, sfortunatamente smarrite. Morì nel 1688. 

APPENDINI Francesco-Maria, nasceva ai 6 di novembre 
del 1769 in Poirino. Studiò belle lettere a Carmairnuola ed a 
Torino, e trasportatosi a Roma nel 1787, si ascrisse all' ordine 
delle Scuole Pie. e nel collegio Calasanzio diede opera allo studio 
dell' eloquenza, della filosofia e delle scienze sacre. Chiuse la sua 
carrièra scolastica con una publica disputazione de Ecclesia , che 
fruttogli stima ed onore, in quanto che confutava radicalmente gli 
errori del conciliabolo di Pistoja e di alcuni altri novatori. Venuto 
a Roma per dar cambio al professore di eloquenza nel 1 792, salì 
in fama di dotto. Mandato dal suo superiore in Ragusa usò quivi 
famigliarmente col Cunich, col Resti, col Ferich ed in seguito 
coli' Ab. Zamagna, che l'amavano teneramente. Allora egli si 
die con più di animo a farsi sulla via d'ogni sapere, ed in ispecie 
si consacro allo studio della latina favella, e talmente ci riuscì, che 



10 

il Senato Raguseo lo sceglieva a proprio oratore, per cui incombe- 
vagli il Venerdì Santo d'ogni anno recitare un latino sermone sulla 
Passione dinanzi al medesimo Senato. Fin dalla sua venuta erasi ezian- 
dio dato allo studio della slava lingua e raccoglieva notizie relative 
alla storia della novella sua patria, per il che indi a poco potè dare 
in luce la sua prima opera intitolata: ^Notizie storico -critiche 
sulle antichità, storia e letteratura de' Ragusei, Ragusa 1802, 
presso il Martechini* degna di lode per la materia che tratta, e 
poscia la sua ^Grammatica illirica* e le » Memorie spettanti ad 
alcuni illustri di Catturo, Ragusa 1811*, che gli recarono molta 
riputazione. Scrisse in seguito varie dissertazioni sulle origini 
della lingua slava, e peccato veramente che egli non visse a nostri 
tempi, in cui l'etnografia ha fatti sì rapidi progressi, giacche e' filo- 
logo com' era dottissimo, non solo avrebbe schivati gli errori sommi, 
in cui cadeva in tali lavori, ma avrebbe giovata di molto la scienza 
col suo vasto sapere. Caduta nel 1808 nelle mani francesi la re- 
publica di Ragusa, e discacciati gli Scolopi dal loro convento, 
Francesco seppe colle sue rare virtù cattivarsi talmente l'amor del 
generale Marmont, che non solo venne donata agli Scolopi la casa, 
ove da poi dimoravano, ma furono arricchiti di molti beni. Innovato 
eziandio allora l'antico metodo dello studio, in Ragusa si fondava 
un liceo-convitto, di cui ispettore era destinato 1' Ab. Zamagna, 
direttori i due fratelli Appendini. Ma di poca durata si fu tale isti- 
tuto, giacche entrati in Ragusa nel 1814 gli Austriaci, a Zara si 
volle fondare un tal liceo- convitto, riducendo quel di Ragusa a 
Ginnasio, di cui prefetto venne nominato Francesco. In questo 
frattempo egli scriveva molte biografie d'illustri Ragusei, e tra que- 
ste dell' Ab. Zamagna, del Resti ecc. e quelle degli uomini illustri 
di Cattaro. Recitava eziandio in occasioni di tornate di accademie 
varii discorsi latini e dai sacri pergami elogi funebri, e prediche 
elegantissime e dotte. Erasi messo a delineare un' opera, in cui 
potesse mostrare dall' analogia delle voci, quanta parte della lingua 
illirica si avessero presa e la latina e la greca e le altre. Un tale 
lavoro, quantunque di molta fatica fosse e quasi a compimento 
condotto l'avesse, pure non addandosi allo stato presente della lin- 
guistica, non gli avrebbe arrecato gran merito stante il falso prin- 
cipio, da cui si diparte. Nel 1824 scelto a direttore del liceo-con- 
vitto di Zara, rinunziava un tal carico a vantaggio del suo fratello 



11 

Urbano. Sorta un' acre contesa tra lo Stancovich ed il Capor intorno 
alla patria di S. Girolamo, Francesco dettò un' opera su tale argo- 
mento col titolo: » Esame critico della questione intorno alla 
patria di S. Girolamo, Zara 1833" she è la migliore eh' abbia 
dato in luce. Voltò eziandio il codice civile austriaco in illirico, ancor 
inedito. In un lavoro esposta la vita e fatta l'analisi delle opere 
del Petrarca, si volse a mostrare, quanto esso abbia influito col suo 
canzoniere sulla lirica italiana, quanti e quali ne sieno stati gì' imi- 
tatori, e come in seguito la lirica tanto più era lontana dalla sua 
perfezione, quanto più si dilungava dalle maniere di questo maestro. 
Neil' atto in cui era per compiere questo lavoro, moriva nel 1833 
in Zara suo fratello, per cui gli fu forza di assumere il carico di 
direttore del liceo -convitto in questa capitale. E tra le fatiche 
novelle non cessò dallo scrivere, ed avea tolto ad estendere la storia 
e geografia delle isole liburniche dietro gli eccitamenti del celebre 
Mailer, e a ripolire il suo Petrarca, quando colto di apoplesia, morì 
il giorno 29 gennajo del 1837, compianto da tutti i dalmati. Aveva 
modi schietti ed eloquenti, molta dottrina e precisione, pietà e 
religione somma. 

APPENDIMI Urbano , fratello di Francesco. Appresi in 
patria gli elementi delle lettere, giovinetto recavasi in Torino a 
studiar retorica, quindi in Roma, ad esempio di suo fratello a dar 
il nome alle Scuole Pie, allora più che mai per distinti uomini in 
pietà ed in dottrina fiorenti. Ebbe a maestro nelle latine lettere 
un Gagliuffi, nelle scienze del calcolo un del Ricco ed un Canovai, 
ne' sacri studi un Gandolfi, uomini illustri e ch'egli fortemente am- 
mirava. Insegnò matematiche, filosofia e belle lettere in Romagna 
prima, in Toscana appresso, più tardi in Ragusa. Ed in quest' ultima 
città, consacrandosi tutto allo studio della classica latinità, s'animò 
a que' bei voli d'ingegno, per cui viene a ragione e come valente 
poeta e distinto conoscitore della favella del Lazio riguardato. Per 
cui non ci mette stupore, se e' fosse teneramente amato dallo Stay, 
dal Cunich, dal Boscovich e dal Zamagna. Scrisse molto in isciolta e 
più in legata orazione. Dettò discorsi bellissimi d'occasione, un elogio 
pel ritorno di Pio VII., stampato in Ragusa, elogi di letterati, epi- 
stole, iscrizioni, e negli ultimi momenti di sua vita erasi dato a 
compilare le vite degli uomini illustri della Dalmazia. Publicava 
nel 1812 un volume di versi latini, aggiungendovi in calce una 



12 

raccolta di versi d'alcuni poeti di Ragusa. Die in luce poco prima 
di morire alcuni distici sull' educazione. Usò più di frequente l'ele- 
gia, e si dolse d'aversi anziché ai modi di Tibullo e Properzio, 
appigliato a quelli di Catullo. Facilità e ricchezza di lingua, 
nobiltà e nitidezza d'espressione, imagini se non splendide sempre, 
chiare e convenienti al soggetto, sono le doti che lo tanno immor- 
tale tra noi. Improvvisava felicemente. Conoscitore oltre a ciò pro- 
fondo delle matematiche, di filosofìa e della storia, saliva il pergamo 
con lode distinta di sacro oratore. Le virtù poi cittadine, che fre- 
giavano il suo bell'animo, fecero sì che gli fosse affidata la cura 
del liceo-convitto di Zara e la direzione generale de' Ginnasi della 
provincia. Nel qual arduo carico coni' egli si comportasse, ne fa 
fede la Dalmazia intera, ed in ispecie quelli che più da vicino lo 
conobbero, vò dire la dalmata gioventù che l'amava qual padre. 
Moriva a dì 17. decembre del 1834. 

ARANEO Clemente di Ragusa, Domenicano e provinciale in 
Lombardia, illustre teologo ed oratore del XVI. secolo. Scrisse: 
In IV libros sententiarum commentarli — Sacri sermones prò 
diebus festis. — De verbo incarnato sermones XXIV. — item: 
Sermones XXCVI. de materiis particularibus. Venezia 1541. 
4°. Brescia 1586. 4°. — Expositio . . . super epistolam Paoli 
ad Romanos. Venezia 1547. 4°. — Summa casuum conscientiae; 
— Sermones de laudibus B. M. Virginis (V. Horànyi. Mem. 
Himg. T. 1. p. 66.) 

ARBOSCELLI Diego di Ragusa, fu uno dei più pronti e vi- 
vaci ingegni del suo tempo. A Bologna addottoratosi nel diritto, e 
passato alcun tempo in Roma, ripatriò, ed ebbe il carico di publico 
cancelliere. In tale frattempo coltivò con passione la poesia, e nel- 
l'epigramma satirico riusciva a meraviglia. Morì nel 1788. 

ARCIDIACONO Tommaso. V. Tommaso Arcidiacono. 

ARMOLTJSICH Jacopo, creato di Carlo Veranzio, diSebenico, 
lasciò molti versi mss. Publicò a Padova nel 1643 un libretto: 
» Slava zenska, sprotivni odgovor Jacova Armoliisiva sibenca- 
nina cvitu hestomu* in 4°. 

ARNARICH Marco della Brazza, capitano di nave, nel 1800 
die alla luce un opuscoletto di canzoni sacre illiriche. 



13 



B. 

BABICH Antonio , Provinziale de' Minori Osservanti in 
Bossina a testimonianza dell' Appendini (Not. Stor. Crit. p. 2. 307.) 
stampò a Buda 1' opera col titolo » Vira (Istina) Katolièanska* 
ed un' altra a Venezia nel 172C. Mori in Nassicio nel 1759. 

BABICH Benedetto di Ragusa, Domenicano, morto nel 1591. 
Alla scienza della musica, unì in alto grado quella delle sacre di- 
scipline. Introdusse il canto gregoriano nella sua Congregazione Ra- 
gusina, la quale conserva inedito un codice di alcune sacre orazioni 
latine da lui dettate. 

BABICH P. Tommaso, naque a Velimo in Bossina e menò il 
più di sua vita in Dalmazia, vicario generale da prima del vescovo 
Scardonese Nicolò Tommaseo (f 1721), poscia di Vincenzo Bra- 
gadino. Scrisse poesie e prose popolari ad istruzione della parte 
men colta della nazione, le riunì in un volume e y' aggiunse di quelle 
d'altri scrittori nazionali, come i cenni storici della chiesa occi- 
dentale e orientale, estesi in dieci capitoli dal padre Stefano Badrich ; 
quattro ragionamenti morali del P. Gregorio di Varese vescovo di 
Bossina; la passione di Jesù Cristo ed il pianto di Maria del P. 
Knexevich, ed il casto Giuseppe in quattro canti del sacerdote 
Vuletich. Questo manuale di scelta dottrina, scritto con forbitezza 
di lingua passò di mano in mano come leggenda popolare tra i nostri 
al pari delle canzoni del P. Kacich, e se ne fecero più edizioni, 
l'ultima dai fratelli Battara in Zara nel 1849. 

BADRICH Stefano di Dernis, dell' Ordine de' Min. Osser., 
compose in idioma vernacolo ossia slavo, le seguenti opere: — 
Pravi ìiacin za dovèrkiti duhe na ìivot viènji — Ukazanje 
i-stine medju cerkvom istoènom i zapadnjom, u Mletcih god. 1714, 
a iznova god. 1829 u Dubrovniku. 

BAGLIVI Giacomo di Ragusa, fratello del gran Giorgio, buon 
medico, poeta e canonista. Il Crescimbeni scrisse di lui un breve 
elogio unito a quello degli Arcadi di maggior grido. Morì in Lecce 
nel 1712, lasciando in legato al Clero di Ragusa la sua insigne 
biblioteca. 

BAGLIVI Giorgio di Ragusa, naque nel 16(36 in settembre 



14 

da non ignobile famiglia, oriunda dall' Armenia, e da ciò cognomi- 
nata Armena. Rimasto orfano in età ancor tenera, fu condotto 
dal P. Michiele Monderai Gesuita a Lecce nella terra di Otranto, 
ove un suo parente gli insegnò i primi precetti dell' arte salutare. 
Questi morendo lasciò Giorgio erede di grossa facoltà, per cui egli 
deposto il proprio cognome, Baglivi si disse, così chiamandosi il suo 
benefattore. Quindi fornito lo studio della lingua greca e latina e 
delle belle lettere, prese laurea di filosofia e di medicina nell' uni- 
versità di Salerno. Visitò poscia l'università di Napoli e quella di 
Bologna, ove udì il celebre Malpighi che divenne suo grande amico, 
ed a 25 anni fissò il suo domicilio a Roma, ove Clemente XI, preso 
d'ammirazione pel suo sapere, gli conferì la cattedra di medicina 
teorica, e indi a poco quella di anatomia e di chirurgia. E mentre 
la sua fama saliva maggiormente e diveniva europea, una lunga 
malattia lo toglieva di vita nella fresca età di anni 39 con danno 
gravissimo delle scienze fisiche. 

Allorché il Baglivi cominciò la sua medica carriera le teorie 
de' medici umoristi e poscia dei jatromecanici erano ovunque diffuse 
per 1' Europa, riponendo costoro la sede delle malattie nei vizi dei 
fluidi. Egli però osservati acutamente gli errori di tali teorie, male 
applicate alla pratica, si die ad esaminare le arcane operazioni della 
natura al letto degl' infermi sulla scuola d'Ipocrate, la cui voce, 
diceva egli, era meno quella d'un uomo che quella della natura, 
e fu sì sagace e diligente osservatore, che meritò di essere chiamato 
l'Ipocrate Italiano. Per liberare adunque la medicina delle ipotesi 
che s' andavano introducendo, e per sostituire al metodo sistematico 
delle scuole de' suoi tempi il metodo d'osservazione, al che il medico 
greco gli mostrava nel tempo istesso i precetti e gli esempi, si fece 
egli a richiamare i medici italiani a ricalcare le vie Ipocratiche, nel 
tempo istesso applicando l'animo suo a perfezionare la teorica me- 
dica, per cui appunto distinse da questa la pratica. Gli venne pur 
fatto di porre in luce una verità inconcussa, su cui gettò le prime 
basi della vera fisiologia e patologia, giacché egli fu il primo fon- 
datore del vero solidismo dei vitalisti (Trattato: de fibra motrice. 
Specim. Uh. I. — Dìsert. de fibr. motr. et moro. — Vedi: Tom- 
masini. Fisiolog. — Bufalini. Fondam. di Patolog. — Bruschi. 
Instit. di Mat. ntcd.). Considerò la contrazione ed il rilassamento 
della fibra animale come la maniera primitiva del moto organico, e 



15 

ripose la ragione di questo neìl' organizzazione della fibra medesima. 
In forza di questa verità a dir vero la fisiologia e la patologia in 
Italia cambiarono faccia; giacche colla scorta di essa i medici suc- 
cessivi ed in ispecie Hoffman, rivolsero l'attenzione ai solidi del 
corpo animale, ripetendo le malattie dalle affezioni di questi. Ne 
ciò basta, poiché questa fisiologica verità apri la via al grande 
trovato dell' irritabilità balleriana, che l'immortal Alberto Haller 
ed il dottiss. Zimmermann scopersero ed illustrarono. Per cui si 
può dire ch'ella fosse il motore delle profonde dottrine fisiologiche 
di Fabre, de la Roche, Caldani, Gallini e Bichot. Baglivi quanto 
alla pratica fu in Italia quello, che il gran Sydenham in Inghilterra, 
ma mostrò genio maggiore di lui, ed ebbe maggior influenza di lui 
sui futuri destini dalla scienza medica. Taluni sostengono, che nel 
mentre l'illustre Stahl liberava in Germania la medicina dal giogo 
della chimica, Baglivi in Italia tendesse allo stesso scopo per l'im- 
pulso di quest' alemanno. Egli da quel grande uomo eh' era, non 
avrebbe certamente dissimulato tale pur sempre felice imitazione di 
Stahl, se realmente non fosse stato tutta sua opera questo nuovo 
sistema. Ma egli è anche un fatto che la sua dottrina si scosta di 
molto da quella dello Stahl sotto il rapporto teorico, e sotto il pra- 
tico pur tanto da recarvi altro domma. Gli si rimproverano a torto 
inoltre diversi plagi su' punti fisiologici, riguardo a Valsalva, Pac- 
chioni, Malpighi. Ne perciò si può negare esser egli andato libero 
da ogni macchia; e quella ci è forza toccare ove facendo rivivere 
la setta di Temisone e de' metodisti, si pose a ridurre le malattie in 
tre classi, quella cioè, in cui i solidi hanno troppa forza, quella in 
cui mancano affatto, a quella dove si trova una cosa di mezzo; per 
cui si fé troppo sulle ipotesi, e uscì dalla via sperimentale e dogma- 
tica, i di cui limiti aveva egli da prima cosi bene fissati. E probabile 
che se non fosse stato rapito da prematura morte, queste leggiere 
mende avrebbe egli tolte dagli aurei suoi scritti. La prima edi- 
zione delle sue opere uscì in Lione 1704 in 4° col titolo: » Georgi 
Baglivi Oper. omn. La decimasesta dava M. Pinel con correzioni, 
note e prefazione nel 1782 in 8°. — Eccone il catalogo a parte. — 
1. De pravi medica libri IL, ad Innocentium XII P. M. an. 
1696. — 2. De fibra motrice et morbosa libri IV. ad Clementem 
XI P. M. an. 1701, in quibus de solidorum structura, fi, ela- 
tere f aequilibrio, usu, potestate et morbi s disseritur, nec non de 



16 

durae matricis constructione, elatere, aequilibri o, et in singnla 
quaeque solida oscillatione sy statica, et obiter de experimentis, 
ac morbis salivae, bilis et sanguinis. — 3. Dissertationes va- 
riae: a) De anatomie fibrarum, de motti musculorum , ac de 
morbis solidorum, ubi etiam de durae matricis elateri', oscilla- 
tione perpetua , et de solidorum supra fluida corporis animati 
ma jori vi, majorique impetu, et longe ma Jori r esistenti a ; b) de 
experimenti s circa salir am, ejusdemque natura, usu, et morbis; 
e) de experimentis circa bilem, ejusdemque natura, usu et mor- 
bis; d) de experientiis circa sanguinem , ubi obiter de respi- 
ratane et sonino, de statice aeris et liquiclorum per observa- 
tiones barometricas et hydro statica s ad usum respirationis ex- 
pjicata- Item de circulatione sanguinis in testudine, ejusdemque 
cordis anatome; e) de morborum et naturae analogismo; f) de 
historia , anatome, morsu et effectibus Tarantulae Excellentis- 
simo Principi Hieronimo Casanate Cardinali an. 1696 ; g) 
de usu et abusu vesicantium Excellentissimo Principi Henrico 
Nerisio Cardinali an. 1696 ; — li) De observationibus anato- 
micis et practicis varii argumenti Illustissimis Viris Sacrae 
Consistorialis Aulae Advocatis, et almae Urbis Qymnasii Rec- 
toribus 1696; — 4. Canones de medicina solidorum adrectum 
staticis usum ad Virum amplissimum Joanném Franciscum 
Maurocenum Oratorem Venetorum apud Clementem XI. P. 
M. 1704. — 5. Epilogus legum medicarum. — 6. De vegeta- 
tione lapidum. — 7. De terremotu Romano, ac nrbium adja- 
centium anno 1703 ad Joannem Franciscum Maurocenum Ora- 
torem Venetorum ad Clementem XI. P. M. — 8. Dissertatio 
varii argumenti, lìotissimum vero de progressione Romani terre- 
motus ab anno 1703 ad annum 1705 ; — 9. De sistemate, et 
usu motus fluidorum in corpore animato; — 10. De vegetatone 
lapidum, et analogismo circulationis maris ad circulationem 
sanguinis ad Petrum Hotton medicum doctissimum in Acade- 
mia Leidensi.« La Biog. Univ. Ant. e Mod. attesta, aver egli 
in ispecie contribuito a ricondurre la scienza medica nella sicura e 
facil via delle osservazioni, tracciate dai Greci, e che con ragione a 
tempi suoi godeva d'una brillante riputazione, che conserva pur' anco 
nel secolo nostro. 

BAJAMONTI Girolamo di Spalato, dotto giureconsulto ed 

/. 34* 






0, CiT' ****** 



23 

BASSEGLI Tommaso di Ragusa, Domenicano, lesse teologia 
in Padova nel 146'5, indi a Buda in Ungheria, ove per la sua molta 
dottrina e pietà Mattia Corvino lo volle a suo intimo consigliere , e 
si giovò del suo perspicace ingegno nelle cose di maggior rilevanza. 
Tommaso recatosi nel 1486 al capitolo generale del suo ordine a 
Venezia, ottenne lo smembramento dei Conventi Ragusini da quelli 
della Dalmazia. Morì nel 1511 od a quel torno ed i suoi scritti anda- 
rono smarriti. Conoscitore non ignobile e diligente raccoglitore delle 
antichità, sottopose le sue rare medaglie a perpetuo fìdecommisso. 

BASSICH Dr. Antonio di Cattaro, Canonico e Prelato dome- 
stico di SS., e direttore della Scuola Elementare maggiore di Cat- 
taro, scrisse; »Dell' eccellenza della vera religione, Venezia 
1819. — Della vastità dell" universo, considerato dietro le mo- 
derne scoperte astronomiche, Zara 1825. — Notizie della 
vita e degli scritti di tre illustri Perastini, Ragusa 1825. — 
Orazione panegirica di S. Luigi Gonzaga. Zara 1845. — Vita 
e martirio di San Trifoìie. Vienna coi tipi dei padri Mechita- 
risti 1845. — Discorsi sacri e panegirici stampati coi tipi della 
Propaganda a Roma nel 1848.* 

BASSICH Giorgio di Ragusa, gesuita, scrisse in elegante 
latino e con fedeltà storica le vite di tutti i suoi nazionali ascritti 
alla Compagnia di S. Ignazio, rimaste inedite con un suo Quare- 
simale italiano e alcune Controversie latine contro gli eretici. 
Compose eziandio in illirico eccellenti dicorsi morali e li fece im- 
primere in Venezia. Mori nel 1765. 

BASSICH Pietro, sacerdote di Ragusa, vissuto in sullo scor- 
cio del passato secolo, recò in slavo un' Eroide di Ovidio, e die 
alla luce nello stesso linguaggio la vita di S. Biagio e due altri 
opuscoli sacri. 

BASSICH Ab Stefano di Ragusa, stampò nel 1765 in Roma 
presso il Salomoni senza apporvi il proprio nome, le regole e pre- 
cetti della volgar poesia, ed altrove l'opera: »Sinopsis universae 
philosophiae.* 

BATTARA Anton Luigi di Zara. L' Arcivescovo di Spalato 
Cupilli avea proposto ancor prima del 1713 d'institi! ire una tipo- 
grafia, d'onde uscir dovevano la grammatica e il dizionario illirico 
del Dellabella; ma non ci restano traccie di lavori eseguiti. La 
Republica Veneta costantemente s'avea opposto all'introduzione 



24 

di tal arte in questa provinzia e nella stessa Ragusa (Farlati Illyr. 
Sac. T. 3 p. 548 — Paltrinieri Not. di 4 Arciv. Spai. p. 114 

— Cattalinich St. della Dalmazia T. 4. p. 36). Caduta la re- 
publica, Domenico Fracasso fu il primo eli' esercitasse in Zara 
quest' arte, ma per breve epoca. Anton Luigi Battara sottentrò, 
e con avviso del 21 ottobre 1803 inaugurava il principio de' suoi 
lavori tipogratìci. Col favore del Conte di Goess presidente del 
governo egli annunziava di dare alla luce il Corriere Dalmate*, ma 
non venne incarnato un tale progetto, sibbene sotto il Regno Italico 
pubblicò il Regio Dalmato, che dal 12 luglio 1806 continuò fino 
al primo di aprile dal 1810; indi nel 1832 a' tre aprile la Gaz- 
zetta di Zara. Quest' ultima, cessata nel 1851, in ispezie si rese 
benemerita della provinzia, recando nelle sue Appendici a comune 
notizia il grande tesoro delle cose patrie, da cui noi pure abbiamo 
attinto di molto, e per cui il nome della Dalmazia risuona dolce- 
mente all' orecchio dello straniero. 

BECGADELLI Lodovico, Arcivescovo di Ragusa, compose 
varie opere sacre, cioè un libro: in acta Apostolorum. — Scholia 
in epistolas D. Pauli ad Romanos. — Ejusdem ad G-entes. — 
parrecchie orazioni latine e lettere italiaene. — Prolegomeni ad 
Aristotelis moralia. — Oronaca sulle cose di Ragusa e dispaiato. 

— Vita del Petrarca. Lasciò Ragusa nel 1560. 

BECICH Antonio di Budua trasse i natali da famiglia oriunda 
della Servia, ove siedeva tra le prime. Compiti gli studi nel collegio 
della Propaganda a Roma, insignito della laurea dottorale, e ritor- 
nato in sua patria, venne dall' Arcivescovo di Antivari scelto a 
vicario generale di Budua e quindi in varie parti della Turchia 
spedito a predicare la divina parola. La Sacra Congregazione lo 
elesse poscia a Vicario Apostolico di tutta la Vallachia, e Cle- 
mente XII. lo nominò nel 1743 Vescovo di Nicopoli. In tale carico 
avendo logora la sua salute per le molte fatiche, recossi in Italia, 
ed il celebre Cardinal Rezzonico, allora Vescovo di Padova, lo 
accolse fra i suoi famigliari, mosso giustamente dalla dottrina, dalla 
pietà e dal giocondo carattere di Antonio, e vi rimase appresso di 
lui fino all' anno 1753, in cui venne traslatato al vescovato di 
Scardona. Ma nel 1758 assunto il Rezzonico al Pontificato, Anto- 
nio si portò tosto a Roma, dove il Pontefice Io ricolmò di onori, e 
vacato il ricco vescovato di Lesina, lo conferì a lui, come in ricom- 



21 

l'orazione sulla podagra, ma eziandio il commentario di Luciano 
Samesateno de construenda historia. Lo stesso fecero molti altri 
letterati d'allora. Nato nel 1466 a 15 ottobre in Curzola, morì in 
Trento nel 1532. Alcuni suoi scritti si leggono riportati nelle 
opere di Erasmo, di Pirkeimer, di Du-Mont, di Rousset ecc. altri 
rimasero inediti. 

BANISIO Giacomo il juniore, nipote del precedente, fu cano- 
nico ed arcidiacono di Curzola e vicario di Aquileja. Ebbe quest'ultima 
dignità da Ferdinando di Spagna, qual conte di Gorizia. Venne in 
tanto pregio appo Francesco Maria Sforza di Milano da essere am- 
messo per lungo tempo alla mensa di sua ducal corte. Fece parte 
della corte di Carlo V., chiamatovi con diploma 1533 e la lasciò 
dopo la morte dello zio per ritirarsi in Roma, ove visse per qualche 
tempo; dopo di che ritornò in patria, ove poco dopo cessò di vivere. 

BANOVAZ (padre) Giuseppe de' Minori Osservanti, lasciò: 

»Pripovidanja od svetkovine dosahtja Isukrstova , u Mletcih 

god. 1759 pò Dominiku Lovisi, — Razgovori duhovni pastóra 

s otara u svetkovine dosastja Gsopodina iKorizme, Mietei 1763 

pò Petru Ferri.* 

BANOVAZ Giovanni di Zara, visse nel passato secolo, e si 
distinse pegli studj agronomici, dandovi in luce una raccolta di 
memorie. 

BABACOVICH Giorgio di Zara, nel corso del 17 secolo si 
procacciò fama immortale colla sua valenzia del poetare. Il Fabia- 
nich lo dice canonico di Zara e valente predicatore in illirico. Illu- 
strò la sua patria col suo poema intitolato: »Vila Slovinsha u 
cetare vrsti pietja slovena, cajest upiesni skupne, u osmo redke, 
u zueno pojke i u polu redke; u Mletcih god. 1682, Wod Nix 
kule Pezzana*, dedicato al nobile Sig. Angelo Giustiniani di Se- 
lenico, diviso in tredici canti. Alla fine scorgonsi varie poesie di 
illustri ingegni nazionali consacrate alle sue lodi, come di Francesco 
Difnico, Giuseppe Ivetich, Nicolò Difnico, Vincenzo Zamboni, Gio- 
vanni Torneo vich ecc. Scrisse pure: »J hirula Ulti stari i novi 
Zakon svrhu sest dobah svitali*, stampata presso Bartolomeo 
Occhi a Venezia del 1720. Di non minor levatura e merito poetico 
havvi un altro poemetto inedito del Baracovich, che noi i primi 
abbiamo fatto conoscere alla republica letteraria col titolo: »Draga 
Rabska Pastierica* , d'argomento affatto pastorale, trattato con 



22 

facilità di lingua e con sceltezza di pensieri, da recare molto diletto 
al leggitore. Cessò di vivere in Roma nel 1628, come rilevasi dalla 
seguente iscrizione esistente nella chiesa di S. Girolamo: 

»D. O. M. Georgia Baracoviae gentis a Bela IV. Rege 
Ung. in Regnum restituto intigna parte Aenonen. agri donatae 
sero nepoti, Pio V. Pont, contra Turcas adversis vulneribus 
illustri, musarum Illyricar. ad octuag. aetat. miro cultori, tertia 
Romana peregrinatione vita functo Kal. aug. MJDCJCJCVIII. 
amicitiae veterisque hospitii Iure Jo. Tomatus Marnavitius 
parentavit.* 

BARBETA Giovanni , Domenicano, dalmato come lo vogliono 
alcuni; altri poi lo dicono della Pannonia (V. Horànyi Mera. Hung. 
Viennae 1775, v. 1. p. 116). Fiorì circa il 1480 e scrisse Histo- 
ria Dalmatiae, vel de laudibus Dalmatiae. Pio II. , Fernandez 
e Altamura lo dicono di Sittia in Creta. 

BARLEZIO (o Berlezio) Marino di Scutari nel]' Albania, 
vissuto alla metà del quindicesimo secolo. Caduta in mano dei 
Turchi questa città nel 1477, si recò in Italia, ed a Roma, ove 
aveva fissata la sua dimora, compose le sue opere, che sono: »De 
eocpugnatione Scodrensi a Turcis, libri tres« , Venezia 1504, 
Basilea 1556 in 4°. — »De vita et laudibus Scanderbegii , sive 
Georgii Castriotae JEjnrotarum principis, libri 3lIII.«, Stras- 
burgo 1537, voltato in tedesco, italiano, portoghese e francese 
(Parigi 1597 in 8° per Lavardin, indi dal P. Duponcet, gesuita, 
col titolo: »Histoire de Scanderbeg*, 1709, in 12°). Questi due 
lavori furono eziandio compendiati da Giorgio Bertoldo Pontano, 
Hanau 1609 in 8°. — »Chronicon Turcicum«, Francfort 1578, 
3 voi. in 4°. L'istoria dei Papi fino a Marcello IL non può essere 
di lui, come vogliono taluni, giacché alla morte di Marcello, Bar- 
lezio avrebbe avuto più di 100 anni, cioè al tempo in cui compiva 
tale lavoro. Il Giovio lo confonde con Marino Becichemo, pur esso 
di Scutari, cui appartiene eziandio il panegirico recitato nel senato 
veneto in onore del Doge Leonardo Lauretano. Riccoboni (lib. 1. 
de Gym. Patav.) e Felice Osio parlano di lui con &de. 

BARTULOVICH D r . Pietro, sacerdote di Macarsca, diede 
alle stampe : »Razlu'/ite likarie, u Mletcih god. 1799 — Epitome 
del Privilegio e Ruolo di Macarsca , Primorje e Graina, Ve- 
nezia 1796 — Dalmazia, Antica e Recente, Venezia 1795.« 



19 

in Parigi nel 1718 in due tomi in foglio, e dedicata al Duca d'Or- 
leans, cui va innanzi la Bibliotheea Nummaria ossia un catalogo 
ampio e ragionato di quanto fu scritto in numismatica. Giovanni 
Alb. Fabricio fece ristampare questo lavoro in Amburgo nel 1719 
in 4°. Al suo giugnere in Parigi si era egli dato di tutta lena 
a studiare ne' codici antichi, e quindi indi a poco faceva conoscere 
al mondo letterario opere poco conosciute e utili di molto alla sto- 
ria ecclesiastica in un: Conspectus operum Scmcti Nicephori, 
Paris 1705 in 12, dei quali preparava l'edizione, cioè le opere di 
Niceforo, il commentario di Teodoro di Mopsueste sui dodici profeti 
minori, i commentari di Filone, sul cantico de' cantici di Carpeto, di 
Esichio sui salmi ecc. E già aveva terminato il suo lavoro sulle prime 
due, formante quattro volumi in foglio, quando preso da podagra, 
cessava di vivere a 14 gennajo 1743 in quella città. Si dice che 
l'autore di questi scritti si fosse il de la Barre, ma è falso (Biog' 
Univ. Ant. e Mod. ?/. 3. p. 310 e 412), e falso è pure, quel che 
taluni sostengono , eh' egli si fu figlio naturale del Granduca di 
Toscana. 

BANISIO Giacomo il Seniore di Curzola, canonico in patria, 
indi segretario di lettere dell' imperatore Massimiliano I., diploma- 
tico espertissimo, pregiato per le sue virtù da Giulio IL, Leone X. 
e Clemente VII., onorato da molti principi dell' Europa, e tenuto 
in gran conto dai più dotti letterati e politici del suo tempo. Studiò 
nell' università di Bologna e di Padova. Nel 1498 ebbe da Ales- 
sandro VI. un posto di canonico nel capitolo di Lesina, e nel 1501 fu 
segretario di quel pio e dotto Cardinale che fu Raimondo Perault 
nell' atto che questi recavasi in Germania qual legato di S. Sede. Il 
Bembo narra (Istor. Ven. lib. 6.), che ilBanisio nel 1504 trovavasi a 
Roma in qualità di segretario dell' ambasciata cesarea. Giulio IL 
si valse di lui nella legazione a Cesare, che mirava ad ottenere un 
ajuto contro i Veneti, i quali ricusavano di restituire a Cesare 
Borgia Faenza e Rimini. Massimiliano intanto destinavalo a suc- 
cessore di Mattia Longo vescovo di Gurch, deputato a cose di 
maggior rilievo, indi sceglievalo a intimo consigliere ed a segre- 
tario di lettere, come lo comprovano gli atti della dieta germanica 
in Augusta del 1510. Giulio IL innalzavalo a preposito dei Santi 
Pietro e Michele in Argentina, posto che aveagli conferito il risto- 
ratore delle italiane lettere Leone X. nell' atto della sua assunzione 

2* 



20 

al pontificato. Nel 1515 Massimiliano perchè se l'ebbe caro, e 
perchè aveva bisogno de' suoi consigli, seco il condusse alla dieta 
in Vormazia. Ma a quel torno facendo in Italia rapidi progressi 
l'armi francesi, Leone X. temendo pei suoi stati inviò nel 1516 
legato all' Imperatore il Cardinal Bibiena, e con lettera scritta dal 
Bembo lo raccomandò al Banisio , perchè questi lo ajutasse 
colla sua prudenza e col suo consiglio finché fosse riuscito allo scopo 
della sua legazione. Ed egli vi si prestò in modo, che due anni dopo 
veniva (con bolla del 18 ottobre 1518) destinato alla prima vaca- 
zione di vescovo di Lesina. Ma Giacomo da poi non accettò tal 
•posto, e fin oggi ignorasi la cagione. L'imperatore con diploma del 
28 marzo 1813 fregiava la sua famiglia del grado di nobiltà con 
amplissimi privilegi, ed in tale occasione venne coniato un meda- 
glione in bronzo per eternare la memoria del sovrano aggradimento. 
Morto nel 1519 Massimiliano, Filippo di lui figlio se l'ebbe caro 
d'assai, e Carlo V. a suo intimo consigliere lo volle, quantunque 
egli si fosse ritirato a Trento, per vivere lungi dagli affari gli ultimi 
giorni di vita in pace. Amavalo sì Frederico il Saggio duca di 
Sassonia, che lo stesso Erasmo di Rotterdam scrivevagli: »si in- 
ciderli commodi tas, commendarne bis Hl m0 - Saoconiae duci Fe- 
derico*, e Ferdinando Imperatore il volle testimonio di uno dei più 
solenni atti di sua vita, conciossiacchè avendo deliberato di dar la 
mano di sposo ad Anna figlia ed erede di Vladislavo re di Ungheria 
con mandato 23 marzo 1516 il deputò in commissario unitamente a 
Mattia Langio cardinal Gurcense, a Giovanni Reiner ed a Cipriano 
Sevenstein primo ministro di stato (Gasparis Ursini Velli de 
bello pannonico). Tanto zelo pose nel condurre a buon fine le 
incumbenze affidategli, in ispecie la missione della Zelandia, che 
per tal modo affrettò il suo fine quantunque Erasmo esortasselo più 
fiate a moderarvisi per render più diuturna una vita, ch'era si pre- 
ziosa per tanti stati. La fedeltà, zelo, avvedutezza e costanza del 
Banisio spiccarono maggiormente, quando si studiò di procurare il 
Ducato di Milano a Francesco Maria Sforza figlio di Lodovico il 
Moro; giacché pose ogni opera perchè fossero da Milano cacciati i 
Francesi, e vi riuscì, come l'attesta lo stesso Sforza, il quale lo rime- 
ritò con annuo decoroso assegno. Viveva in istrettissima dimesti- 
chezza coi più celebri uomini di quel tempo, come d'un Bembo, 
d' un Erasmo ecc. Il dottissimo Pirkeimer non solo gli dedico 



< 



17 

t 

agronomo. Ebbe il carico di Presidente del Tribunale di Spalato, 

della Corte d'Appello a Ragusa, e di deputato di Spalato a Napo- 
leone, per presentargli gli omaggi della sua patria. La società 
agraria lo volle suo dirigente. Pei villici nostri die in luce l'opera 
intitolata ^Dottrina agraria (O. It.l790.p. 73. 1792. p. 108.) 
dove intese alla riforma agraria. Lasciò alcuni manoscritti, che 
sono testimoni del molto suo sapere. Universale corruccio accom- 
pagnò la sua morte. 

BAJAMONTI Dr. Giulio di Spalato, dotto medico, composi- 
tore di musica e poeta, legato co' vincoli distrettissima amicizia al- 
l'immortale Rug. Boscovich, cui dedicò un elogio. Fece un non breve 
soggiorno a Lesina qual medico comunale. Scrisse: La trasla- 
zione di S. Doimo, componimento drammatico per musica, can- 
tato in Spalato nel corrente anno 1770; — Proseguimento della 
Storia di S. Doimo, in cui si descrive la traslazione del suo 
corpo ultimamente solennizzato nella città di Spalato. In Ve- 
nezia 1770. — Storia della peste in Dalmazia nel 1733 e 
1734. Venezia 1786. — Lettera sopra alcune particolarità 
dell' isola di Lesina, 25 maggio 1790. Venezia. — Sulla possi- 
bile moltiplicazione degli animali bovini nelV isola di Lesina, 
stampata a Venezia. — Prospetto di studi economici. — Me- 
morie della città di Spalato in Dalmazia mss. — Il Fortis lo 
vuole eziandio dotto e diligente investigatore delle naturali meraviglie. 

BALDASSARRE di Spalato, visse nel 16 secolo. A quanto ci 
attestano il Luccari e l'Orbini lasciò alcune opere illiriche, ignote 
al Levatovich ed al Lucio. Ignorasi ove al presente si trovino. 
Marco Alandi voltò in Italiano la sua opera col titolo: Delle cose 
della nazione illirica. 

BALISTIS Cristoforo. V. Negri. 

BALLACHI Vincenzo di Ragusa, gesuita, stampò nel 1662 
presso Antonio Fosco in Napoli un libro col titolo: » Istruzione per 
conoscere la vera fede e legge di Dio.« 

BALLOVICH C. Vincenzo di Perasto, preposito della Chiesa 
Cattedrale di Cattaro. Die alla luce: ^Notizie intorno alla mira- 
colosa imagine detta dello scarpello e del celebre suo santuario 
posto sullo scoglio dello scarpello presso Perasto. Zara 1844, III, 
edizione. 

BANDULOVICH Giovanni di Scopia, dell'Ordine de' Min. 

2 



18 

Osserv. , recò in illirico le epistole e i vangeli di tutto l'anno, e 
tale versione venne impressa nel 1613, 1639, 1665, 1682, 1699, 
ri 718 a Venezia. 

BANDURI Anselmo naque in Ragusa nel 1671 da patrizia 
schiatta. Indossate le vesti di S. Benedetto, recavasi a Napoli ed 
a Roma a compiere il corso delle gravi discipline. Preso da vivo 
amore all' antiquaria, siconsecrò con ardore allo studio della lingua 
greca e latina, e si die a far grosso capitale di scelta erudizione. 
Trasferitosi in Firenze , trovò e monumenti antichi da studiare 
e ricca biblioteca, e uomini dotti e un principe protettore. Antonio 
Magliabecchi letterato tra primi dell' età sua, lo presentò al gran 
Cosimo III., e giunto a quel tempo Bernardo Montfaucon in quella 
fiorentissima città, e scortovi il genio di Anselmo, volendolo trar 
seco in Francia, Cosimo per alleviare in qualche modo la perdita 
di tant' uomo, lo crea suo ministro segreto, lo provede del neces- 
sario per il suo viaggio e per vivere decorosamente in Parigi, e 
fattolo, benché assente, custode della sua rinomatissima biblioteca, 
lo raccomanda vivamente alla Corte di Francia. A Parigi il Ban- 
duri colla sua maravigliosa dottrina e coi suoi talenti politici attrasse 
l'ammirazione de' dotti non solo, ma del grande Lodovico XIV., del 
Duca Filippo d'Orleans reggente del regno nella minorità di Lodo- 
vico XV. e di sua consorte, che lo volle a suo confessore. Altri 
sostengono, che venisse chiesto dalla Corte Francese a Nunzio della 
S. Sede in Parigi, e che la stessa Corte l'avesse designato a coprire 
il posto del celebre Card. Alberoni in Ispagna. A Parigi, tenne il 
carico di bibliotecario del Duca d'Orleans (^1724), e venne aggre- 
gato all' accademia delle iscrizioni (1715). Lasciò un corpo com- 
pleto delle Antichità Costantinopolitane in due volumi in foglio, 
stampate a Parigi nel 1711 col titolo »Imperiiim Orientale* dedi- 
cate a Cosimo III. de' Medici, con carte topografiche e disegni di 
monumenti. Quivi egli reca voltati in latino molti scrittori greci, 
esistenti fino allora sepolti ne' scaffalidelle biblioteche, corredati di pre- 
fazioni e di note. Quest' opera forma il XXXIII. ed il XXXIV. 
tomo della collezione degli scrittori Bizantini, tra quali il Banduri 
ha onorato posto eziandio per l'eleganza dello stile. Fu censurato 
da Casimiro Oudin, uomo dotto ma parziale, che lo appuntò d'er- 
rori di poco conto. Scrisse pure l'opera: »Numismata Imperato- 
rum R. R. a Trajano JDecio ad Paleologos Augustòs* stampata 



31 

stolìca per sei anni. Qual commissario generale presedette a più 
capitoli, e salì in fama di dotto predicatore. Morì in patria nel 1643. 

BIAGIO di Zara, mediocre pittore del XIV secolo. Abbiamo 
di lui memoria in uno scritto del 1395, ove si assumeva l'incarico 
di ritrarre sulla tela S. Nicolò per 90 lire piccole, somma a 
que' tempi ben rilevante. Ritienisi opera di sua mano la pala della 
B. Vergine del Castello in Zara, su cui si legge: »Die XVI. octo- 
bris Blasius de .ladra pinxit MCCCC XLVII* . Egli pure diede 
in dono alla chiesa di S. Francesco nel 1448 una tela da riporsi 
sopra un altare; ignorasi però ove ella esiste al presente. 

BIAGIO Constantino di Ragusa, domenicano, regente dello 
studio di Bologna, indi vescovo di Mercana (circa il 1476) scrisse: 
Contiones de tempore et de sanctis volumina duo. 

BIANCHI Domenico di Ragusa, buon poeta, diede alla luce 
presso lo Storti nel 1722 la versione dell' opera di Francesco Ne- 
peu »De amore erga Jesum, modoque eumdem aquirendi. 

BIANCHI Pietro di Ragusa, nel corso del passato secolo 
applicossi allo studio della medicina, delle scienze matematiche e 
della filosofia. Recatosi a Vienna venne ascritto al collegio dei me- 
dici, e dall' Imperatrice Amalia, vedova di Giuseppe I scelto a suo 
archiatro. Maria Teresa gli conferì da poi il titolo di Consigliere 
Aulico, ed il Senato Ragusino lo nominò suo ministro presso la 
Corte Cesarea. Morì di quarant' anni, lasciando alcune lettere 
mediche impresse a Bologna, ed altri scritti inediti. 

BIANCO VICH Nicolò naque a Spalato a 15 agosto 1645, 
istudiò a Loreto, ove addottoratosi, ritornò nel 1667 in patria. 
Scelto a paroco di Castel S. Giorgio (Sucuraz), venne tre anni 
dopo eletto canonico della Metropolitana e Vicario Arcivescovile 
del Cosmi, indi Apostolico nelle diocesi di Cattaro e Scardona. 
Instituì a Spalato la Congregazione del S. Oratorio, e deposta per- 
ciò la dignità canonicale, fabricò a sue spese nel 1679 chiesa e con- 
vento ad onore di S. Filippo Neri. D'animo mite ed inclinato ad 
ogni virtù, visse santamente tutta sua vita, in ispezieltà da Ves- 
covo di Macarsca (1695), ove morì nel 1730 a 10 agosto di 85 
anni in odore di santità. Voltò in slavo e die in luce a vantaggio 
de' suoi il Sinodo Diocesano del Cosmi. Il Parlati ed il Paulovich 
ne fanno amplissimo elogio, quest' ultimo anzi scrisse la sua vita 
stampata a Venezia nel 1798 presso Seb. Coleti in illirico, voltata 



32 

in italiano da un accademico di Torino, e publicata nel 1800 
a Venezia. 

BICEGO (Abate) Bernardino di Vicenza. Nel 1807 di Italia 
veniva in Spalato, invitato a dar lezioni di belle lettere in quel se- 
minario, e che aveva da prima insegnate in patria ed a Chioggia. 
Avea conoscenza profonda di classici, perizia molta in ambo gli 
idiomi, fervida fantasia, caldo sentire ed animo mite e pio. Scrisse 
orazioni italiane e latine belle assai, lesse in varie tornate di acca- 
demie con molto plauso poetici componimenti, e publicò due eleganti 
poemetti, didascalico l'uno avente il titolo » Avvertimenti morali 
e letterari a discepoli*, descritivo l'altro »Sui contorni di Spa- 
lato*. Dopo dodici anni dipartitosi da questa città, per breve tempo 
trattenevasi nel ginnasio di Zara, quindi in qualità di prefetto 
governava quel di Legnago, poscia le veci di direttore nei licei 
sostenevaprimad'Udineepoidi Vicenza stessa, dove moriva nel 1836. 

BIONDI Gian Francesco, naque l'anno 1572 nella città di 
Lesina da famiglia comoda ed illustre. Ma vedendo egli che a ren- 
dersi chiaro non bastano le azioni gloriose de' trapassati, si die fin 
dal principio del suo corso mortale con le azioni proprie a procac- 
ciarsi fama e riputazione. Finiti quindi gli studi d'umanità, attese 
a quelli delle leggi nelle università d'Italia sotto i più valenti per- 
sonaggi dell' età sua, e specialmente si rivolse alla scienza di quel 
diritto, che nella natura si fonda, e le leggi romane e le opere dei 
più illustri giureconsulti lesse e meditò lungamente. Addottoratosi, 
fé rintorno alla patria, per unire alla teorica la pratica, ed inco- 
minciò ad avvocare, esercizio non solo allo stato civile utilissimo, 
ma eziandio facile a procacciare stima e fama raguardevole. Datosi 
in questa maniera a conoscere alla sua patria e stimandosi non an- 
cor bene fornito di dottrina legale, volle acquistare d'avvantaggio 
con le pelegrinazioni ed ottenne dal suo genitore la permissione di 
viaggiare. Visitate dunque le più belle contrade d'Italia, fermossi 
a Venezia, ove co' più sapienti giureconsulti conversando, procurò 
fare acquisto di scelta dottrina nella ragione civile. Qui ebbe campo 
di far mostra della sua avvedutezza e dar saggio della sua prudenza 
e del suo sapere coi consigli, che porse ad altri nell' occorrenze 
di que' tempi difficili. Per la qual cosa venuto in grado a coloro che 
governavano la republica, fu chiamato agli onori ed alle dignità. 
Spedito a quell' epoca il cavalier Soianzo, uomo distinto per virtù 



29 

ì pericoli del regimento francese in sull' apparire di questo secolo. 
Era assai dotto nelle sacre discipline e della patria amoroso. Las- 
ciò vari scritti , tra quali una dissertazione, in cui rivendica alla 
sedia Arcivescovile di Spalato i diritti primaziali di Salona. 

BERISLAVO Pietro, dotto teologo e giureconsulto, naque a 
Trau, ove ricevè i primi ordini clericali. Recatosi in Ungheria, 
in breve tempo ottenne il vescovato di Vesprim e venne scelto 
a Bano di Dalmazia, Croazia e Bossina. Morì nel 1540 pugnando 
co' Turchi. 

BERNARDI Girolamo canonico di Spalato, ove ebbe i na- 
tali in sulla metà dello scorso secolo. Raccolse de' cenni sugli uo- 
mini illustri di Spalato, stampati.dal Cicarelli nel 1811 a Ragusa. 

BERNARDINO (Padre) da Spalato, della provinzia di S. 
Girolamo. Vedendo che a suo tempo non esisteva alcuna esatta 
versione slava dell' epistolario, e d'altra banda sendo costume in- 
valso quasi in tutte le chiese di cantare le epistole ed i vangeli nel- 
l'idioma vernacolo , si die a voltare tale epistolario nel patrio lin- 
guaggio, e vi riuscì in modo da renderlo accetto tostamente a tutte 
le chiese dalmate. La versione del padre Bernardino venne stam- 
pata a Venezia nel 1495 coi caratteri gotici col titolo: »Evangelia 
et epistolae cum praefationibus et benedictionibus per anni cir- 
cuizioni. In lingua illyrica feliciter expliciunt. Emendata et di- 
ligenter correda per fratrem Bernardinum Spalatensem. Anno 
D. 1495 die XII martii. Damiano di Milano stampatore ; e 
nuovamente nel 1586 nella stessa città. P. Giovanni Bandulovich 
e P. Pietro Knexevich tentarono posteriormente un simil lavoro, ma 
con infelice riuscita. L'epistolario del P. Bernardino quantunque il 
migliore fosse, nulladimeno restò dimenticato, ed oggi appena un 
esemplare se ne conserva nel museo di Zara. 

BERTUCEVICH Girolamo di Lesina, a sentenza di Annibale 
Luccio e di Pietro Ektorevich, fu a tempi loro valente scrittore, ma 
i suoi lavori perirono. 

BESSAGLI Camillo di Ragusa, segretario della republica, 
scrisse eleganti lettere, alcune riportate da Bartolomeo Gottifredi 
nella sua raccolta di epistole italiane, stampata in Venezianel 1572. 

BESSAGLI Vittore di Ragusa, segretario della republica, 
distinto poeta, come raccogliesi da un suo epigramma premesso 
alla versione illirica dei salmi penitenziali di Giovanni Francesco 



30 

Gondola, e da un' ode assai lunga, inedita. Nel 1596 andò amba- 
sciatore del Senato all' arciduca Ferdinando, affine di por freno alle 
piraterie degli Uscocchi, e nel 1600 a Clemente Vili. 

BETTERRA Bartolomeo di Ragusa, distinto poeta slavo. 
La sua maschia probità fece manifesta in singoiar modo nell' aver 
cura del monte di pietà durante il gran tremuoto. Morì nel 1712. 
Scrisse: — Un poemetto, ove descrive con vivacità di colori quel 
terribile disastro acuì soggiaque Ragusa, stampato in Ancona nel 
1667 — un' altro col titolo »Oronta in Cipra, impresso a Vene- 
zia nel 1695 presso Andrea Poleti — Cutjenja bogoljubna vrhu 
sedam piesnih pokore Davidove s vece druzih tomaèenjah i 
razmihljanjah diihovnih, Venezia nel 1702 presso Andrea Poleti. 
— Una raccolta di lettere italiane. — 

BETTERRA Bart. Prospero di Ragusa, i. r. pretore in pen- 
sione, levò a' giorni nostri molta fama di se colle sue odi latine, 
piene di sapienza morale e politica, alcune publicate co' tipi e vol- 
tate in altri idiomi, molte ancora inedite. Tra queste distinguesi 
quella dettata nel 1834 (Gaz. di Zara n. 14 e 15), l'altra scritta 
nel 1839, ambe in lode di Francesco I. Questa egregiamente fu 
voltata in italiano dal Chiariss. G. Ferrari- Cupilli (V. La Dal- 
mazia n. 21 del 1845). 

BETTERRA Feliciano di Ragusa, stampò nel 1591 in Bres- 
cia presso Policreto Turlino l'opera medica col titolo: — Mali- 
nantium variolarum et obiter etiam petecMarum tractatio nova 
et methodica. Scrisse eziandio: — De cunctis humani coiyoris 
affectibus, magna scilicet et deleteria qualitate etc. Bricciae 
apud Frane. Theobadinum 1591. 1601. 1629 in fol. — Enar- 
rationes in morborum malignitatem in obitu Michaelis Boni 
Brixiae Praetoris celeberrimi. Brixiae apud Sabbios 16 11 infoi. 

BETTONDI Giuseppe e Damiano, fratelli, di Ragusa, eleganti 
poeti slavi. — Giuseppe passò molta parte di sua vita in un suo 
delizioso ritiro presso Stagno, ove cessò di vivere nel 1764. Lasciò 
d'inedito: La, versione ài tredici eroidi di Ovidio. — La versione 
della tragedia latina intitolata: Christus Judex del P. Tucci ge- 
suita — e molti altri componimenti. 

BIAGIO (Paone) di Cherso, dottore in filosofia e teologia, 
provinziale della Dalmazia, dell' Ordine de' PP. Conventuali, e 
poscia Procuratore Generale dell' Ordine intero appo la Sede Apo- 



27 

per lungo tempo la scienza salutare nell' università di Padova, ove 
morì circa il 1600. Scrisse in latino un Commentario sugli afo- 
rismi d'Ipocrate, impresso nel 1571 in 4°, ed altre opere inedite. 
Narra la Biog. Univ. Ant. e Mod. di lui, che sendo per molti anni 
dalla assente patria, corse voce esser egli morto, per cui sua moglie 
andò a marito nuovamente. Belleo ritornando da poi in patria, do- 
mandò alla parte di Ragusa di sua moglie e de' figli, e rilevatone 
l'accaduto, non volle entrarvi, ma ritornato a Padova, di cordoglio 
indi a poco se ne mori. 

BENCOVICH Federico Dalmatino, di cui trovasi fatta da 
molti onorevole menzione. Nel dizionario del De Boni, e in quello 
del Ticozzi viene accennato, che lasciasse in Milano vari lavori ; ma 
il chiariss. Ab. Ag. Grubinich per quantunque di fresco si desse ogni 
premura per ricercarli, non gli venne fatto di ritrovare un solo. 
Francesco Bartoli in Notizia delle pitture , sculture ed architet- 
ture che ornano le chiese d'Italia (T. IL p. ISSO) dice: inS. Ca- 
terina (Orfane) di Milano (trovasi) la Tavola con M. V. ed 
altri Santi di Federico Bencovich Dalmatino. 

BENESSA Damiano di Ragusa, poeta latino e greco di qual- 
che merito morì nel 1540. Due volumi di sue poesie inedite abbrac- 
ciano : — un poema in dieci libri sulla morte di G. Cristo. — 111 
libri di Epigrammi, tra quali alcuni greci ed altri voltati dal greco 
— XII egloghe. — II libri di cose liriche. — Un libro contenente 
satire. — Suo tìglio Matteo, buon poeta, versatissimo nella filosofia 
di Aristotile, di cui voltò dal greco in latino i libri sull' anima e 
li commentò assai dottamente. 

BENESSA Pietro di Ragusa, ove naque nel 1580. Apprese 
in Roma l'eloquenza e le matematiche, ed a Bologna ebbe le in- 
segne dottorali in ambi i diritti. Ridottosi in patria, prima che 
sacerdote divenisse, dall' Arciv. Fabio Tempestivo venne scelto a 
suo vicario nel tempo della di lui assenza, e come tale confermato 
al suo ritorno. Adoperato più volte in sua patria a comporre contro- 
versie di molto rilievo, vi riusciva a meraviglia. Col mezzo del ce- 
lebre Magalotti entrato in grazia di Urbano Vili, ottenne le vesti 
prelatizie ed il carico di segretario di stato. Spedito in Germania il 
Cardinale Marzio Ginetti a trattare affari gravissimi, Pietro dovè 
seguirlo in qualità di suo consigliere e segretario ; ma , sendo indi 
a poco il Cardinale richiamato a Roma, egli vi rimase a Colonia 



28 

incaricato d'una così grave incombenza, e diede saggio della sua 
molta valentia nel maneggio delle publiche facende. Ritornato dopo 
qualche tempo a Roma e rientrato nel suo luminoso posto di segreta- 
rio di stato, da continue fatiche infiacchito infermossi, e cessò di vi- 
vere nel 1642. Oltre le lettere scritte a nome del Pontefice, lasciò 
altre moltissime conservate dagli eredi, e varii scritti inediti. 

BENEVENI Florio di Ragusa, si distinse in Russia sotto 
Pietro il Grande per il suo spirito marziale e per la molta sua va- 
lentia nel trattare i negozi politici. Sostenne una difficile ambasciata 
presso il re di Persia con felice riuscita, e morì nel ritorno. 

BENIGNO (Dobretich) Giorgio, uno tra primi teologi e filo- 
sofi del suo tempo, naque nella Bossina Argentina. Fanciullo si ri- 
covrò in Ragusa, che sempre riconobbe per sua patria. Abbracciato 
l'ordine francescano, si recò in Italia, d'onde passò a Parigi ed in 
Inghilterra, affine di perfezionarsi nella filosofia e nella teologia se- 
condo la mente di Scoto. Insegnò poscia sacre lettere a Firenze, 
sotto la protezione di Lorenzo e di Cosimo de' Medici, e del Sal- 
viate, che gli diedero il loro cognome, aggregandolo alla propria 
famiglia. Ma insorti dei torbidi nella republica, Giorgio ritorna in 
Ragusa, ove dichiarato lettor publico dal Senato in grazia della 
grande sua dottrina ed erudizione, e salito per tal modo in rino- 
manza, venne eletto da Giulio II a vescovo di Cagli nell' Umbria 
(1507), e nel 1513 da Leone X ad Arcivescovo di Nazaret. Morì 
nel 1520. Scrisse: Insigne opus de natura Caelestium Spiri- 
tuum, quos Angelos vocamus in IXlibros digestum, Ragusino 
Senatuì dicatum et impressimi Florentiae curante Ubertino 
Rissalito XIII Kal. Augusti anno 1499. — Liber inscriptus 
vexillum Christianae victoriae. — Dissertatio de Assunijitione 
B. M. Virginis. — Dcfensio prò Joannis Reuclini Dialogo, an 
scilicet libri Judaeorum, quos Tìialmud vocant, sint supprimendi. 
— De dialectiea volumen. — Defensio Francis ci Mariae Feltrii, 
seu Roborei Urbini Ducis. — Tractatus de rebus moralibus, 
atque ad civile regimen pertinentibus. — Contemplationes Chri- 
stianae. — Epistola ad Petri Palatini opus de arcanis Catho- 
licae veritatis. « 

BERGHELICH Orazio di Spalato, dottore in ambe le leggi, 
professore nel patrio seminario, indi canonico e poscia vicario 
generale, Sostenne quest' ultimo carico con ammirata prudenza tra 



25 

pensa dei suoi meriti. Ma dopo un' anno morì, mentre era comune 
e non mal fondata la voce, che Clemente XIII. l'avrebbe decorato 
della porpora. 

BECICHEMO Marino da Scutari, naque nel 1468. Assolti 
gli studi in Brescia, ritornò in patria, donde poco dopo fu chiamato 
a Ragusa a rettore delle scuole (1492) e dopo dieci anni dal Senato 
a Venezia. Quivi per opera del Manini nominato segretario della 
republica, ebbe a sostenere due legazioni, una presso il re di Napoli, 
l'altra presso il re di Frauzia, ambe con esito favorevole. Ma sotto 
il Doge Loredano ritiratosi a Padova, die lezioni private, e tale si 
procacciò fama, che molte città italiane l'invitarono a professore. 
Accettato l'invito di Brescia, si recò in questa città, ove per sedici 
anni insegnò umane lettere e scrisse di molte cose egregiamente. 
Nel 1519 per comando del Senato dovette assumere in Padova la 
cattedra dell' arte oratoria. Trapassò nel 1526. Ebbe ad amici i 
più dotti dell' età sua. Fra le tante eleganti opere di Marino meri- 
tano un speziale ricordo l' Elogio recitato nel Senato Veneto in lode 
di Leonardo Loredano Doge veneto, le sue Castigationes et Obser- 
vationes sopra Virgilio, Ovidio, Cicerone, Servio e Prisciano, de- 
dicate nel 1495 al Senato Ragusino; e nel 1506 date alla luce in 
Venezia indi più volte in Germania (Vossio Anim. p. 574). Scrisse 
molte orazioni e die in luce precetti intorno ad alcuni modi di scri- 
vere. Gli altri suoi lavori furono stampati parte a Venezia e parte 
a Brescia. V. Riccoboni. De Gym. Pat. lib. 1. 

BEGNA (padre) Benedetto di Zara, professore nell' univer- 
sità di Sorbona, dove si meritò il titolo di ^Monarca delle scienze*, 
come si trova notato »Benedictus Bencovich Dalmata dictus 
Scientietrum Monarca Obs. Prov. Jadert. V. Segna in un catalogo 
di quelli che a suo tempo si distinsero in Parigi, e lo Spader. Nel 
1520 venne decorato della dignità di Definitor Generale. 

BEGNA Simeone vescovo di Modrussa, naque a Zara da 
famiglia nobilissima, oriunda di Presburgo. Recatosi nel 1512 al 
V concilio di Laterano, vi pose in grande attenzione i padri colla sua 
dotta orazione, ove con forbitezza di stile fa conoscere e la triste 
situazione de' cristiani gementi sotto il giogo Turchesco ed il bisogno 
d'una riforma nell' Ecclesiastica disciplina. Lo scritto venne stam- 
pato nella raccolta di Labbé, con dedica a Bernardino de' Frangi- 
pani; separato, è rato. I Padri del concilio lo scelsero per due volte 



26 

a cariche d'importanza; la prima a recarsi da Leone X. per chie- 
dergli, di che si dovesse trattare in quelle adunanze, l'altra quando 
si trattò di affidare ad otto vescovi il fissare le leggi prò refor- 
mattone curine et officialiuin. Mori a Zara nel marzo del 1536, 
e fu sepolto nella chiesa di S. Girolamo di "Oliano, da lui stesso 
eretta alla famiglia Francescana, ove leggesi la seguente epigrafe 
postagli dal suo fratello Giovanni Donato canonico di Zara: 

»Simoni JBegnio Episcopo Modrussiensi divinarum hu- 
manarumque litterarum scientia clarissimo fratri benemerito, 
Aloysioque, ac Oreae Parentibus pientissimis , nec non Pctro 
Equiti fratri dolcissimo, Joannes IJonatus Begnius Canonicus 
Jadertinus fieri curavit. A. D. MD XXXVIII. Kal. Junii.* 

Abbiamo di lui: » Monumenta vetera Illirici Dalmatiae 
Urbis et Ecclesiae Salonitanae ac Spalatensis a Simeone 
Eegnio Patritio Jadertino , Episcopo Modrussiensi eoe variis 
codicibus et tabulariis collecta.* Un esemplare, forse l'autografo, 
nel 1805 esisteva nell' archivio della Propaganda, da cui il P. Ri- 
ceputi ebbe solo qualche brani, i quali servirono al P. Farlati, che 
perciò li nominò Collectanea. Nel 1816 il P. Aghich di Ragusa 
tentò di aver copia dell' intero mss., ma rubato, era ito oltre alpe, 
ne si rinvenne più mai. — Vita di S. Clemente Papa, eh' egli 
attesta aver rinvenuta, scritta da Esichio Arcivescovo di Salona. 
— Nel 1531 fece imprimere a Fiume co' tipi di Gregorio da Segna 
il Messale glagolitico, e poscia un' altra opera col titolo: »Simuna 
Kokisiéa Zadranina biskupa modruskoga Knfùice od zitja 
rimskih Archiereov i cesar ov, od Petra i Julija daze do sadanih 
Klimenta sedmoga i Karla petoga, let gospodnih 1531. Stam- 
pono v rici v hizah brebivanja gna. Simuna biskupa modrus- 
koga, vladujuéu vedrenomu gnu. Ferdinandu Kralju rimskomu, 
ugarskomu, ceskomu i pré. na vrime vzveliéenoga gna. Mikule 
Jurisiéa Kapitana rivkoga, dan ló.maja leta od Krstova rojstva 
1531;* in 8°. Gli esemplari di tale lavoro rinvengonsi nella biblio- 
teca cesarea a Vienna e nel Vaticano a Roma. 

BELLEO Carlo di Ragusa, Francescano, gran filosofo e boun 
poeta, morto nel 1580, die alle stampe: — De secundarum in- 
tentionum natura. — Tract. de multipl. sensu S. Script. — Car- 
mina varia. — Dialogo sulla Jerasalemme del Tasso. 

BELLEO Teodoro di Ragusa, medico riputatissimo, insegnò 



33 

e per dottrina, da quella Serenissima Republica, ambasciatore 
alla corte di Francia, a se lo volle e lo tenne qual segretario di 
lettere. Tale occasione, come confacente al suo genio, colse con 
avidità il Biondi, stante la quale ebbe agio di meritarsi la stima di 
quella corte e l'amicizia di tanto senatore. Nel qual carico gli 
venne fatto, benché di sua pertinenza non fosse, di maneggiare 
negozi gravissimi tra la republica e la Francia, e ciò perchè il 
Soranzo, quantunque di sua fama gelosissimo, stimò bene di divi- 
dere le fatiche con esso lui, antiveggendo un felicissimo risulta- 
mento. Reduce dalla Francia, riportò applausi e doni ricchissimi; 
e meritò eziandio, che la Serenissima Republica in affari di gra- 
vissima importanza l'impiegasse; ove imparò a conoscere più ad- 
dentro la natura degli affari ed il cuore dell' uomo. In questo inca- 
rico trovossi allorché incominciarono a pullulare le false credenze, 
e si accesero guerre ch'ebbero barbaramente pesta l'Italia anzi 
l'Europa intera. Allora appunto gli fu forza lottare contro intestine 
discordie eccitate dal celebre interdetto di Paolo V. e dall' oppo- 
sizione indefessa, che vi faceva il terribile Sarpi. In queste difficili 
circostanze ei si tenne sulle vie del retto, e con animo intrepido 
dispregiò i pericoli , de' quali doveva ragionevolmente temere. 
Quantunque stimato e gradito si fosse il governo del Biondi sopra 
d'ogni altro, nondimeno l'Eccelso Senato gli negò i premi dovuti 
alle sue fatiche, onde ne venne, ch'ei cercò di togliersi a tali cure, 
e mutando padrone, aprirsi una via più stabile ai meritati allori. 
Ne fece opera indarno. Imperciocché s'aggiungeva per lui, avere la 
corte d'Inghilterra a quell' epoca inviato a Venezia in qualità d'am- 
basciatore Sir Enrico Wotton a trattare e firmare negoziati impor- 
tantissimi ad ambidue gli stati. Costui innamorato dell' eccellen- 
tissime doti del Biondi , e stimando a se utilissima ed allo stato 
inglese una tale persona, gli fece onorevole offerta, qualora ab- 
bondonata Venezia, lo volesse seguire a Londra. Né fu tardo il 
Biondi , a coglier V occasione d' acconciarsi ai servigi di lui. 
Afferma taluno, avere il Biondi lasciato Venezia per consiglio del- 
l'illustre M. Antonio de Dominis suo amicissimo, ed essersi trapian- 
tato in Inghilterra. È certo però essere egli stato accolto onore- 
volmente appena venuto alla corte di Giacomo I. Questo re suc- 
cessore nel 1603 di Elisabetta, diffondeva a larga mano favori ai 
letterati che alla sua corte riparavano. Onde fu che ammirando nel 

3 



34 

Biondi oltre la profondità del sapere una soprafina politica, a se lo 
volle, l'onorò e mandollo con secrete commissioni al duca di Savoja, 
assegnandogli d'annua pensione 200 lire sterline. Tale esito felice 
riportò co' suoi negoziati, che speditosi dagli affari e tornato alla 
corte, si guadagnò le affezioni del re, il quale lo elesse gentiluomo 
di camera e lo creò cavaliero. Anche il Montugerne, archiatro della 
casa reale, invaghitosi delle sue preziose doti, volle seco lui impa- 
rentarsi, dandogli in sposa la sua figlia, fanciulla fornita di belle 
sembianze, di alto animo e di buone lettere. 

Ma non pago il Biondi d'essere salito in tale fama per avere 
felicemente maneggiate le publiche faccende, volle eziandio lasciar 
di se memoria ai posteri coli' opere dell' ingegno. Aveva egli letto 
di molti libri e veduto di molte cose. Perciò s'accinse a descrivere 
la storia delle guerre civili fra le case di York e di Lancastro in 
italico idioma. Ma mentre andava perfezionando questo lavoro, 
all' improvviso scoppiò la congiura di Percy e di Catesby, la quale 
tendeva ad abbruciare colla polvere la Corte col Parlamento, essendo 
Giacomo I. in procinto d'ottenere una superiorità illimitata nelle 
cose del regno. In queste turbolenze civili datosi il Biondi a cono- 
scere tutto devoto al re ed al regio assoluto governo, gli fu forza 
allontanarsi dall' Inghilterra. In tale bisogno ritiratosi in certi posse- 
dimenti in Svizzera, che sua moglie gli avea recati in dote, s'applicò 
tutto allo studio, coltivando un giardino, e stimando che 6e era 
vissuto fra le tempeste civili, gli fosse necessario morire nella 
quiete dell' uomo privato. Qui diede l'ultima mano alla sua storia, 
e la vide uscire alla luce in Venezia nel 1637 in 3 volumi in 4° 
dedicata al re Carlo I., e nel 1647 venne ristampata a Bologna; 
per cui egli salì in grande rinomanza. Mentre così affaticava l'ingegno, 
per mostrare che gli uomini grandi, anche lontani dal tumulto 
degli affari, sono utili ai posteri, con dolore di tutto il mondo lette- 
rario cessò di vivere nel suo ritiro nel 1645, o come altri vogliono 
nel 1644 in Aubonne nel cantone di Berna. Fu di mezzana statura, 
di faccia severa, di portamento grave, amava molto di esercitare il 
corpo; perciò destro a maneggiare la spada. Il suo carattere era 
capace del più forte risentimento, ma insieme dolce, buono ed eguale. 
Sapeva le lingue dotte e le moderne più colte, ed era fornito di 
glande ingegno, di erudizione profonda, di giudizio penetrante, e 
d'immaginazione pronta e vivacissima. — Lasciò alla posterità non 



35 

pochi lavori letterari, che fama immortale gli procacciarono, fra i 
quali primeggiano le sopra accennate storie d'Inghilterra. E sic- 
come trovossi involto nella fazione del re e costretto, come venne 
esposto più sopra, ad abbandonare il reame inglese, di leggeri si 
può compendere con quale spirito di partito delineasse queste istorie 
e che perciò non è sempre moderato e lontano da ogni privata pas- 
sione. Del resto non mancano in quelle aggiustatezza di giudizio, 
solidità di riflessioni, espressione di caratteri, vivacità di descrizioni, 
ed un' acuta e vasta penetrazione di mente, con cui innoltrasi nei 
più riposti penetrali della politica, sviluppa maestrevolmente i 
principi, su' quali s'appoggia la diffidi arte di governare, ed usando 
di uno stile facile, succoso ed elegante seppe destramente mescolare 
l'utilità col dolce. Ed è prova di quanto si disse il vedere questo 
lavoro tosto ristampato a Bologna nel 1647, e voltato poscia in 
inglese da Enrico Carey conte di Montmuth (Londra 1724). Pre- 
parava le Storie Veneziane, l'Arcadia del cavalier Sidneo, e due 
altri volumi delle storie d'Inghilterra, quando fu colto dalla morte. 
Scrisse ancora i seguenti romanzi: a) L * Eromena, tradotto in fran- 
cese dall' Audiguier 1633, 3 voi. in 8° dedicata al Duca di Rich- 
mont;-^ b) La Donzella Desterrada, che è un proseguimento del- 
l'Eromena, dedicata al principe di Savoja colla data di Londra del 
1 636 ; — c)HCorralbo, collegato alla Donzella Desterrada, dedicato 
alla duchessa di Savoja colla data di Londra 1632. I detti tre ro- 
manzi, che formano un corpo solo, furono stampati a Venezia dal 
Pinelli nel 1637 in 4°. Il Boer aggiunse al Corralbo del Biondi 
del suo, e lo die in luce nel 1635, dal che ricavasi, che que' romanzi 
saranno stati stampati anco prima del 1637. Altre edizioni se ne 
fecero nel 1641 a Venezia e nel 1647 a Roma. Che ei fosse anco 
poeta dimostra il libro intitolato: »Le glorie degV incogniti*, 
ove leggonsi alcuni suoi bellissimi versi. Nel libro medesimo sotto 
il ritratto del Biondi si legge il distico seguente allusivo alle sue opere: 
»Historiam fictam et veram edis , utrumque venuste, 
Et juvat haec multum, sed placet illa magis.« 

BISANTI Antonio di Cattaro visse nello scorso secolo. Ci 
rimane di lui la: Cronologia di Cattaro* in manoscritto esistente 
in casa Rafaelli tra le principali di questa città. 

BISANTI Gregorio di Cattaro in sullo scorcio del passato 
secolo s' acquisto nella letteratura una ben fondata riputazione. 

3 * 



36 

Fece i suoi studi in Padova, dove apprese a scrìvere con molta ele- 
ganza e fecondità in verso ed in prosa. Lasciò alla sua morte molte 
stimate composizioni latine, che ritrovansi presso gli eredi. Ridusse 
a lezione più castigata l'offizio di S. Trifone, di cui la vita già aveva 
publicata presso Girolamo Calepino nel 1561 uno de' suoi mag- 
giori il vescovo Luca Bisanti a Venezia, nel tempo in cui recavasi 
al Sinodo Tridentino, rifusa da poi da Girolamo Buccina assunto 
pure il 1581 al vescovato di Cattaro e compendiata in tre lezioni 
approvate da Clemente Vili, il 1594. Il lavoro di Gregorio appro- 
vato dalla Congregazione de' riti, venne in appresso dato alla luce 
a Venezia (1783). Dovendo a nome della Republica Veneta il 
famoso consultore Vurachien dare una risposta di grande importanza 
a Benedetto XIV., impegnò Gregorio a farla, il quale quantunque 
avesse da poco tempo assolti gli studi, se ne disimpegnò con tanto 
onore e soddisfazione della Republica, che il Pontefice, informato 
dell' autore della scrittura, gli offrì il vescovato di Cattaro, ch'egli 
per rara sua modestia ricusò. 

BISANTI Luca di Cattaro, ove fu vescovo dopo suo zio Trifone 
per più di 40 anni. Die alle stampe a Venezia la vita di S. Trifone, 
aggiungendovi alcune poesie ad onore dello stesso Santo. Fu dotato 
di una quasi incredibile fermezza e costanza d'animo, e tale si di- 
mostrò in ispecie nel 1538, allorquando Cariadeno Enobardo, am- 
miraglio della flotta Turca, vinti gli Spagnuoli e ripreso Castel- 
nuovo, posto avea l'assedio a Cattaro. Egli rianimò gli animi de'sol- 
dati e de' cittadini a tal vista abbattuti e destò un tale entusiasmo 
ed attività, che il barbaro, vedendosi opporre da ogni parte una resis- 
tenza eroica, e che prevedeva insuperabile, fu costretto tostamente 
ad abbandonare l'incominciata intrapresa. Nel 1562 Luca inter- 
venne al concilio di Trento, dove fece spiccare una giudiziosa seve- 
rità per la difesa dell' Ecclesiastica disciplina. Nel 1565 rinunziò 
il suo vescovato. Assisti ali' esequie della Beata Osanna di Cattaro, 
di cui a que' giorni un anonimo Cattarino scrisse e publicò la vita. 

BISANTI Marino di Cattaro celebratissimo capitano di mare. 
Alla testa de' suoi sconfisse una grossa banda di Genovesi, che nel 
14 secolo scorrevano l'Adriatico; ed un' altra volta bloccata la flotta 
veneta nella Bojana, egli colla sola sua galera Cattarina assale 
l'inimico e postolo in fuga, fa libera l'uscita. Per lui Budua venne 
liberata da terribile ribellione. Girolamo Bisanti pur esso sopra- 



37 

comito della galera Cattarina nella micidiale battaglia navale presso 
le isole Curzolari (1371) dispiegò tale bravura da procacciarsi fama 
immortale. Nicolo e Giorgio furono altresì espertissimi capitani di 
mare in sullo scorcio del 1500. 

BISANTI Nicolò di Cattaro lasciò un ^repertorio di tutti 
gli atti del foro di Cattaro* ms. 

BISANTI Paolo di Cattaro, fratello di Luca e suo successore nel 
vescovato, fu aluieziandioegaaleedallozioTrifonenellacoltura,nella 
dottrina e nella probità. Dopo aver egli governato per undici anni 
la Chiesa di Cattaro, cioè dal 1565 al 1576, passò in Udine, dove 
ebbe l'incarico di fare da vescovo suffraganeo e Vicario Generale 
del Patriarca d'Aquileja, e v'introdusse le sacre ordinazioni del Con- 
cilio Tridentino. In ispezieltà si distinse col suo zelo per la faccenda 
pubblica nell' occasione della guerra di Cipro, quando il Turco con 
300 vele avea stretta d'assedio la città ove naque. Die tal animo 
a suoi che la baldanza nemica depressa due volta. Ne fanno elogio 
amplissimo il P. Girolamo Bigarella, Domenicano ed il P. Bernardo 
de Rubeis. Morì nel 1587 in età di 55 anni. Esistono in Udine 
presso i suoi eredi vari di lui scritti in materia di diritto, nel che 
egli valeva moltissimo, avendo studiato a Padova, dove si addottorò 
in ambe le leggi. 

BISANTI Trifone di Cattaro, ove pur tenne la sedia vesco- 
vile, affidatagli da Leone X. nel 1513 mentre appunto trovavasi in 
Roma, dottore in ambe le leggi e nella filosofia, insegnò letteratura 
greca e latina nella università di Bologna e di Perugia, e fu biblio- 
tecario dell' Arciduca di Modena. Trovossi alla nona (1513) ed alla 
ventesima (1517) sessione del terzo Lateranese concilio. Fu illustre 
teologo e coltivatore delle scienze. Di lui ci resta una raccolta di 
lettere latine, spedite al celebre Cardinale Domenico Grimani suo 
amico e mecenate, ove gli narra le vicende della guerra che a 
qae' tempi ferveva in Dalmazia contro i Turchi. Nel 1 532 depose la 
dignità vescovile per compiere la sua carriera mortale in privato. 
Morì nel 1540. Il Coleti descrive esattamente il saggio governo di 
questo vescovo fornito di molte lettere e di esquisita coltura, da 
potersi dire allevato alla scuola di que' illustri cinquecentisti, i 
quali colla voce e cogli scritti fecero prosperare i buoni studi in 
quell' istesso paese, dove parea impossibile che potessero allignare. 
Girolamo Bigarella gli fece l'elogio seguente »etenim </">'/>// s interim 



38 

laudibus efferam doctissimlim illuni Tryphortetó, Bysantium 
tamlegum quam philosophiae ac theologiae excellentissimum doc- 
torem, qui et Honoviensi et in Perusina accademia grecas 
latinasque litteras tam copiose taiìifelicitcrpubliceprofessus est. 

BIZZA Marino inique in Arbe da nobile e ricca famiglia, ori- 
ginaria dall' Albania. A molta sapienza e dottrina unì un grandi: 
zelo religioso. Da prima fu Arciprete in Arbe, donde salì al grado 
di Metropolita di Antivari (an. 1608), eletto da Paolo V. mentre 
attrovavasi in Roma. Oltre il Primato della Servia ebbe pure l'am- 
ministrazione della diocesi di Budua. Passò a Venezia, dove otte- 
nuto dal Senato il diploma per tener sede in Budua, si pose in 
viaggio e giunto appena in questa città, si die tosto a l'istaurare 
quanto abbisognava dell' opera sua. Invano spese molte fatiche per 
convertire que' di Pastrovichio. Avendo stabilito di eseguire la 
visita pastorale ed ottenuto un firmano della Porta col mezzo d'un 
Bassa Turco di patria Arbesano, recossi in Antivari e visitatane la 
diocesi, penetrò nelF Epiro e nella Servia, ove tra pericoli e fatiche 
immense riuscì a comporre molti dissidi, e riordinare le diocesi a 
lui soggette, e a togliere eziandio errori di fede. Ritornato a Budua 
e superate alcune inquietudini mossegli da un tale Francesco Sco- 
ro veo, andò in Antivari, ove dovette soffrire una forte persecuzione 
da parte di un tale Vefa Turco. Dipartitosi, venne in Budua, donde 
poco dopo si diresse verso Arbe sua patria (1611), e da qui a 
Roma, ove espose con uno scritto il tenore della sua visita Albanese, 
Epirotica e Serviana alla S. Congregazione, e n'ebbe plauso. Passò 
alcuni anni in Roma presso il Cardinal Sabelli, e nel 1624 da 
Paolo V. ebbe facoltà di rinunziare alla Chiesa Antivarese. Un 
anno dopo se ne morì, ed il corpo portato in Arbe, ebbe onorata 
sepoltura nella chiesa di S. Antonio Abate. 

BIZZA Marino di Arbe, prefetto dell' arbesana trireme, più 
volte pose in fuga l'inimico mentre questi tentava di sbarcare 
sull'isole dalmatiche; liberò Sebenico con grave suo pericolo dall'as- 
sedio postole da Turchi; nell' oppugnazione di Glissa ebbe gran 
parte; fugò le biremi uscite da Castel Nuovo per predare i Veneti 
navigli, e purgò il canale di Cattaro da nemici e da pirati; e quindi 
ebbe non solo grandi emolumenti e cariche, ma il Senato Veneto 
lo regalò d'una collana d'oro in ricambio alle fatiche messe a van- 
taggio della Republica, 



39 

BIZZA Pacifico naque in Arbe nel 1696. Istudiò umane 
lettere, filosofia e teologia nel seminario di Padova, ed ivi pure si 
cinse la fronte del lauro dottorale. Ritornato in patria sacerdote 
per rivedere i suoi, per non restarsi nell' ozio indi a poco in Italia 
ritornò, ove consecratosi alle scienze, in ispecie prestò l'opera sua 
al P. Riceputi nella compilazione della storia sacra illirica. Seco 
lui visitò le provincie Illiriche per ordine di Clemente XI. nel 1720, 
e nuovamente nel 1725 intraprese egli solo un' escursione nella 
Dalmazia, rovistando in tutti i privati archivi e publici, confrontando 
cogli originali i descritti documenti, e gli ignoti accuratamente rico- 
piando. Tornato a Padova, vi recò seco una copiosa collezione di 
essi. Sendo egli conoscitore perfetto della gotica scrittura e della 
lingua slava, nonché fornito di dottrina scelta e molta e di somma 
diligenza e perspicacia, non solo rianimò gli studi del P. Riceputi, 
ma gli fu di tale ajuto, che se non fosse stata l'opera sua, al certo 
tutte le fatiche di quel dottissimo uomo sarebbero andate a nulla. 
Perciò a ragione devesi addimandar egli l'autore deli' Illirico Sacro. 

Nel corso di queste sue letterarie fatiche non cessò punto dal 
prestarsi nelle opere di pietà, ch'anzi attrovandosi a Venezia si die 
a tutto uomo a giovare al prossimo e coli' elemosina e coli' istru- 
zione. Faceva di spesso escursioni nel Padovano e nel Trevigiano, 
ove spargeva la divina parola con plauso di tutti. Così a breve giro 
di tempo tale di se diede concetto, che venne scelto a moderatore 
della casa de' Catechumeni a Venezia. Per tal modo menando vita 
privata s'attirò l'attenzione di Clemente XII. , che lo sceglieva nel 
1739 a Vescovo di Arbe. In tale carico emanò di molte leggi eccle- 
siastiche e risguardanti la morale. Nel 1745 trovandosi a Roma, 
si procacciò la benevolenza di Benedetto XIV., il quale lo consul- 
tava in tutte le cose spettanti alla Dalmazia, e ne approvava i dotti 
consigli. Ed affinchè la Chiesa Dalmata n'avesse un sapiente mode- 
ratore a capo, sendo a que' tempi morto Antonio Kadcich Arci- 
vescovo di Spalato, il Pontefice stimò Pacifico come il più atto a 
quel carico, e quindi nel 1746 lo innalzava a tale dignità. Avuto il 
pallio, se ne partì da Roma, ed ottenute a Venezia dal Doge e dal 
Senato le lettere ducali per assumere il possesso de' beni Eccle- 
siastici, venne in Dalmazia e fece solenne ingresso a Spalato in 
luglio del 1746 con universale esultanza. Seguendo le vestigia 
de' predecessori, richiamò in vita le vecchie leggi disciplinari già 






40 

messe in dimenticanza, altre riformò, ne fece di nuove, ed in ogni 
cosa si governò in modo da procurarsi la benevolenza e la fiducia 
del Clero. Visitò per ben tre volte la diocesi, e ne trasse vantaggio 
incredibile per le anime. Celebrò un concilio diocesano, ove die 
leggi per la riforma de' costumi salutarissimi. Queste furono poscia 
da lui publicate nelF idioma italiano e slavo. In città rianimò la 
predicazione e l'istruzione catechetica, deputando a ciò dotti sacer- 
doti in ambe le lingue, ed in tutti gli altri luoghi della diocesi le 
prescrisse ai Pastori. A quest' uopo si giovò eziandio dell' opera 
de' Padri Gesuiti trovantisi nell' ospizio di Spalato. Tre volte si 
recò a Roma, ne mai si dipartì, senza ottenere da Benedetto XIV. 
onori e concessioni pei fedeli della sua diocesi. Ebbe eziandio rela- 
zioni di stretta famigliarità coi più illustri della Republica Veneta. 
Una delle sue principali cure si fu l'istruzione dei chierici. A tal 
oggetto si die a ristaurare il fabbricato, ad accrescere i proventi, a 
modelarne il regime intero a norma de' precetti del concilio Triden- 
tino, ed a procacciarsi istruttori pii e dotti. Ottenne della sede Ro- 
mana, che i benefici, su' quali aveva essa il diritto di conferimento, 
fossero devoluti a benefizio degli alunni del seminario, il che venne 
pure approvato dal Senato Veneto. Visitando la regione detta Po- 
glizza, conobbe esservi colà il clero, educato nell' idioma vernacolo, 
ignorante affatto e quindi decretò un nuovo seminario illirico in 
Almissa (1750), ove dovessero istruirsi i sacerdoti nell' idioma 
slavo. A principio scelse 12 alunni, e n'ebbe indi a poco 50. Pose 
a rettori e professori uomini per pietà e dottrina chiari, e fece che 
in ispezieltà fosse svolta la Teologia Morale scritta in slavo e data 
in luce dall' illustre suo antecessore Antonio Kadcich. Di grande 
desiderio ardeva eziandio d'illustrare la patria, e quindi raccolse 
immensi materiali per la Storia dell'Illirico Sacro, e li comunicò 
al P. Farlati, nonché lo fornì di un' amanuense a tutte sue spese. 
Era di robusta costituzione fisica, la faccia ardentemente rubiconda, 
di media statura, ma snervato dalle incessanti fatiche, compì la 
sua illustre carriera mortale in maggio del 1756. Ebbe gli ultimi 
religiosi conforti da Didaco Manola Vescovo di Tran, il quale cele- 
brò i suoi funerali, che furono solenni. Matteo Mazzucato lesse 
l'orazione funebre. 

BIZZARO Baldovino naque a Ragusa nel 1823. Educato 
nel seminario patriarcale di Venezia nelle lettere e nella filosofia, 



41 

coltivò, ritornato in patria, con amori gli studi. Raccolse con assi- 
duità e criterio le opere, documenti e manoscritti più interessanti 
peli' istoria patria, e particolarmente la letteraria e s'accinse a 
rifondere quanto incompletamente prima di lui avea trattato l' Appen- 
dine Altri lavori pure avea intrapreso, quando immatura morte 
il colse (1848). 

BIZZARO (de) Giovanni ebbe i suoi natali in Sabioncello, 
terra del Raguseo, ai 24 giugno dell' anno 1782, di nobile e ricco 
casato. Giovinetto venne in Ragusa affidato alle cure dei fratelli 
Appendini, ma mortogli il padre nel 1793, passò a Venezia, dove 
l'invitava uno zio materno console della Republica Ragusea, le 
cui amorose cure valsero a farlo approfondare negli studi di belle 
lettere e specialmente di poesia, alla quale per natura inclinava. 
In Milano ospite nel palazzo del Marchese Trivulzio, puossi ben 
dire che queir eruditissimo ingegno gli avesse ispirato l'amor ad 
ogni bello studio. Invaghitosi di Maria Talma, donzella che alle 
grazie della persona univa egregie doti dell' animo, dopo una lotta 
lunga e crudele, impalmavala. Ma in sull' assaggiare i primi con- 
forti del nodo conjugale la sua diletta gli moriva, facendolo cadere 
in un abbattimento ipocondrico, per cui la salute ebbe a soffrire. 
Fu consigliato a far un viaggio, e s'accopiò a tal uopo coli' amico 
suo Michele Gargurevìch, celebre medico Raguseo. Fermossi a 
Bologna, tratto dalla lieta accoglienza di Maria Giorgi, ammirata 
a que' tempi per rara valentia nella musica, e nella cui casa si 
radunava nobilissima schiera de' più eletti ingegni italiani, ed ove 
conobbe lo Schiassi, la Tambroni, Filippo Re, il Giusti ed il 
Rossini. Con si splendide raccomandazioni venne a Pisa per espe- 
rimentare la virtù di quelle aque, e ivi giovatosi del consiglio del 
suo dotto precettore Paolo Bernardi, ordinò e corresse le molte 
poesie sue dettate nell' accesso del dolore per la perduta consorte, 
che dovevano uscire in luce per cura di Giovanni Rossini dalla tipo- 
grafia Molini. Di qui passato a Firenze indi a Modena, dopo sei 
mesi rivide Venezia. L'ab. Angelo Dalmistro gli offeriva allora una 
versione inedita del ragionamento di Atenagora intorno alla risu- 
lzione de' morti, tradotto del conte Gasparo Gozzi, impresso in 
Venezia nel 1806. La sua libreria racchiudeva quanto di prezioso po- 
teva investigare la cura di un generoso bibliofilo, per cui vi cor- 
resse gli annali Volpi-Cominiani dell' ab. F.Federici (Padova 1809). 



42 

Dotato di finissimo gusto per le arti e di mezzi per sodisfare a 
tal genio, formò della sua casa un museo ricco di pregevoli rarità, 
da meritare gli elogi del Dalmistro. Il giornale letterario Padovano 
ebbe fra i collaboratori il Bizzaro, e dal tomo 32 al 40 molti arti- 
coli di antiquaria, critica ecc. benché non lo dicono, sono lavoro 
suo. Al suo ritornare in patria del 1817, menò moglie, e con- 
sacrossi tutto all' economia agricola. Del Bizzaro abbiamo di edito : 
a) Inno a S. Biagio, Venezia 1797; — b) Ode libera in memoria 
di Benedetto Stay. Venezia 1802; — e) Ode saffica per le nozze 
Rizzoni — d) Bembo, e la traduzione di vari opuscoli latini sopra 
la storia Ragusea, raccolti ed illustrati per il senatore Michele de 
Sorgo — e) Traduzione del IV dell' Eneide, e di Erifile tragedia 
di Voltaire — f) Poesia in morte della consorte, stampata a Pisa 

— 9) Versione del poemetto del Rogacci sul terremoto di Ragusa. 
Venezia 1808 ■ — h) Discorso sulF influenza delle belle arti sullo 
spirito umano, pronunziato nel 1812 al Veneto Ateneo — i) Ser- 
mone sull' architettura — l) Elogio del Boscovich. Venezia 1817 

— m) Due canti sullagrandezzadiDio. Venezia 1818. — n) L'ami- 
cizia. Ragusa 1824. — 0) In morte di Tommaso Chersa 1825. — 
p) Rime sacre. 1831. 

Compose molte altre odi, canzoni, terzine ecc. oltre un 
centinajo di sonetti, ne' quali serbò un nerbo ed una novità rara 
in quei difficilissimo componimento. Ebbe vanto eguale nelle ana- 
creontiche, cosichè meritò un posto nell' edizione del Parnaso 
Anacreontico (Venezia 1818). Tenne commercio epistolare coi 
primi dotti del secolo, tra quali: Byron, Monti, Foscolo, Cesa- 
rotti, Lanzi, Cesari, Pindemonte, Bettinelli ecc.; e le più illustri 
accademie lo vollero a socio. Del 1833 in età di cinquant' anni per 
una caduta di cavallo, colto da pleuritide, morì in patria. 

BLASCOVICH Fabiano di Macarsca, istudiò a Loreto, ove 
ebbe la laurea in filosofia ed in teologia. Tornato in patria, ottenne 
un seggio tra canonici, e poscia venne scelto ad arcidiacono e vi- 
cario generale e nel 1777 a vescovo di Macarsca. Di lui ci resta 
il volume, in gran parte scritto in illirico, col titolo »Edicta, sanc- 
tiones, decreta, epistolare, etc. Illustr. ac Rev. D. Fabiani Blas- 
covich Macarensis Episcopi, quas ad Cleri et populi Macaren- 
sis iitilitatem in unum colle flit, typisque vulgavit Joannes Jo- 
seph Paulovìch-Lucich. Venetiis 1 799 ex typoyraphia Colettano,* . 



43 

BOBALI Domagna di Volzo dì Ragusa, ebbe 1 natali circa il 
1300. Dà canonico si recò in Bossina dal Bano Stefano Cotromanno 
di cui diventò primo ministro. In tale carico attese a depurare la 
Bossina dal patarenismo, e ricondurre in seno della Chiesa lo stesso 
Bano. Sventata un' orribile congiura per opera sua, ordita da Ste- 
fano Nemagna Imperatore della Rascia contro il Cotromanno, un 
grosso esercito imperiale invade la Bossina, e stringe di duro as- 
sedio la fortezza di Robovaz (1347), ove il Bano stava rinchiuso 
colla sua famiglia. In tale frangente il nostro Domagna con inde- 
fessa operosità fa opera tale da constringere l'inimico a levare l'as- 
sedio e a ridursi ne' propri stati. 

BOBALI Francesco , detto Cuco, di Ragusa , vissuto in sullo 
scorcio del 1500, scrisse molte canzoni, raccolte poscia dall' Ab. 
Giorgi col titolo: Poesie di Cuco il seniore, ove leggesi un' ele- 
gante poemetto inscritto: L'Incendio di Troja. 

BOBALI Marino di Ragusa, die in luce all' Aquila presso 
Gregorio de Gobbis nel 1654 un' opera col titolo »JDel senso pre- 
dominato dalla ragione.* Giambattista della Porta gli dedicò la 
sua ^Phytognomica* , e l'Orbini la sua storia degli Slavi. 

BOBALI Matteo di Ragusa, valente poeta a testimonianza 
di Martino Rosa, al cui tempo non esisteva ancora verun poetico 
monumento. L'Orbini lo dice uno dei primi grecisti dell' età sua, 
e ci assicura, che la versione latina da lui fatta delle opere di S. 
Basilio, lasciata ai Monaci Melitensi, eia sommamente apprez- 
zata dai dotti. 

BOBALI Savino (Misetich- Sordo) di Ragusa, coltivò con fama 
le muse slave e toscane fra i suoi nazionali. Ebbe epistolare 
corrispondenza con Annibale Caro e con Benedetto Varchi, illustri 
estimatori della sua valentia. I Bona, i Ragnina ed i Slatarich 
ne' loro scrittigli tessono distinto elogio. Morì nel 1585. Nel 1589 
uscirono in luce co' tipi di Aldo le sue poesie toscane col titolo: 
»Rime amorose, pastorali e satiriche del magni fico Savino de Bo~ 
bali Sordo Gentiluomo Raguseo* ristampate in Ragusa nel 1783 
presso Carlo Occhi. Maggiore è però il suo merito come poeta 
slavo. Abbiamo di lui la — Jegjupka — o Zingara, alcune can- 
zoni slave e due epistole. 

BOCCAREO Andrea di Spalato, conoscitore profondo del 
diritto civile ed ecclesiastico , tenne impieghi comunali in Bene- 



44 

vento, ove mori nel 1595. Giorgio de Carisio elegante epigramma 
espose le sue peregrine virtù. 

BOCTULI di Spalato, letterato e filosofo, come l'appella il 
rettore di Spalato nella relazione spedita nell574 alSenato veneto. 
Tale lavoro trovasi tra i documenti pubblicati dal Chiariss. Sig. 
V. Solitro risguardanti la storia della Dalmazia, ove leggesi un fiore 
poetico del Boctuli. 

BOGASCINI Lucrezia in Budmani di Ragusa, coltivò con 
trasporto le Muse illiriche, e ci lasciò in versi inediti: — La sto- 
ria di Tobia. — Un poemetto sul sacrifizio di Abramo. — Un' egloga 
sul Natale — ed altre canzoni. 

BOGDAN Pietro, nato da famiglia nobilissima della Servia, 
fu vescovo diScutari, indi Arcivescovo di Scopia nel 1677. Insorta 
a que' tempi una fiera persecuzione mossa da Turchi contro i Cri- 
stiani, riparò in Italia, e soffermossi a Padova fino il 1685. Ma 
fatto ritorno a Scopia tre anni dopo, morissi nel 1685. Attesta 
il Coletti (Farlati Illyr. Sac. T. Vili. p. 21) aver egli composto un 
»egregium librum latina et slavica lingua, cui titulus: cuneus 
Prophetarum de Christo Salvatore mundi etc. Quest' opera 
venne stampata a Padova nel 1685 colla dedica al Cardinale Bar- 
badico vescovo di quella città. 

BOGDANOVICH (Diodati) Antonio di Lagosta, Arciprete 
della chiesa di S. Girolamo in Roma, teologo e canonista. Prestò 
l'opera sua più fiate in quella città a vantaggio del Senato Raguseo 
e de' suoi nazionali. Morì circa il 1660. I suoi scritti si conservano 
in Lagosta. 

BOGHETICH Pier Alessandro di Spalato, morto durante 
la peste del 1784 in sua patria. Si rese benemerito oltremodo 
coi suoi studi intorno alle cose patrie, avendosi applicato a rac- 
cogliere le memorie riguardanti Spalato ed i suoi antichi mo- 
numenti. Lasciò due scritti di molta importanza, cioè: 1°) Cata- 
logus virorum illustrium Spalatensium conscriptus manu pro- 
pria et charactere alarissimi viri Petri Alessandri Boghetich.« 
2°) Inscriptiones antiquae ex marmoribus sidonitanis a Petro 
Alexandro Boghetich cive Spalatemi jìdeliter descriptae. Il 
Cicarelli lo dice celebre e benemerito nelle conoscenze delle anti- 
cipila nazionali, il Lanza lo chiama dotto, ed onorata menzione 
fecero di lui l'Ab. Fortis (Viag. in D<dm. voi. 2. p. 58) ed il 



45 

Casas (Lavallée. Voyage pittorique et histor. del'Istr. et Daini. 
Paris 1802. p. 126). ' 

BOLIZZA Francesco di Cattare-, uomo di gran merito e con- 
siglio, adoperossi presso Francesco Delfino, Rettore e Proveditore 
di Cattaro, che si stampasse nel 1616 lo statuto di quella città. 

BOLIZZA Mariano di Cattaro, fu uno degl' istitutori del col- 
legio de' nobili in Modena. Abbiamo di lui un codice cartaceo in 
4° esistente nella Marciana, diviso in sei parti, contenente una rela- 
zione del Sangiacato di Scuttari, e la descrizione di Castel Nuovo 
e Risano, coi loro villaggi. Enrico Stieglitz se ne servì per la pu- 
blicazione dell' opera: »Ein Besuch auf Montenegro*, Stoccarda 
e Tubinga 1841 in 8°. Mariano dedicava nel 1614 un tale suo 
lavoro a Maffìo Michieli. Avvi di lui eziandio un discorso accade- 
mico sopra le Imprese, impresso in Bologna nel 1636 per Giacomo 
Monti e Carlo Zenero, dedicato all' Altezza Serenissima del Duca 
di Modena, Forse Francesco L, che resse dal 1629 al 1658. Quivi 
erudizione molta ed uno stile bastantemente immune dalle turgidezze 
dei secentisti. Pare che l'autore scrivesse fra le altre cose eziando un 
trattato sulla nobiltà, poiché accenna al medesimo nel più sopra citato 
discorso (pag. 57). Il Ch. Urbano Rafaelli di Cattaro ebbe nelle sue 
mani alcune poche poesie latine del Bolizza, raccolte fin dal 1722 
da altro suo concittadino il Co. Antonio Bisanti, il quale dice d'averle 
tratte da un frammento a stampa, impresso in Modena, esistente in 
que' dì presso il Co. Trifone Vurachien. 

BOLIZZA Giovanni di Cattaro, scrisse circa il 1660 un poe- 
ma in 8 rima il S. Trifone. 

BOLIZZA Nicolò di Cattaro, nel 1594 rettore dell'univer- 
sità Patavina, come ce l'attesta l'iscrizione postagli dagli alunni 
della facoltà legale. Ci resta una sua orazione nella raccolta stam- 
pata nell' an. 1596 col titolo: »Le glorie immortali del Serenis- 
simo Principe di Venezia Marino Orimani*. 

BOLIZZA Pietro naque circa il 1150 da illustre famiglia di 
Cattaro, uomo d'armi dei più insigni in que' tempi, cui la patria 
dovette più volte la sua libertà e salvezza (Orbini pag. 308. Lu- 
cari pag. 20). 

BOMAN (padre) Gian -Antonio, scrisse la ^Storia civile ed 
Ecclesiastica della Dalmazia, Croazia e Bossina, Venezia 17 95*. 



46 

BONA Giovanni di Ragusa, morto nel 1584, a sentenza di 
Lodovico Pasquali di Cattalo, gran poeta. 

BOXA (Vucicevich) Giovanni il seniore di Ragusa, secondo 
l'Ab. Gradi vir multarum, artium et consumati judicii, elegante 
poeta slavo e valente magistrato, morì nel 1658. Scrisse un poe- 
metto intitolato: »Mandalina pokornica* uscito alla luce nel 1630 
e nel 1638 in Ancona, e nel 1705 in Venezia — alcune egloghe, 
varie canzoni sacre, e diversi altri componimenti intitolati: »Plan- 
dovanja« cioè ozi, il tutto inedito. 

BONA Giovanni il juniore di Ragusa, discepolo del Cardinal 
Tolomei nelle belle lettere. Coltivò la poesia, la musica, il canto ? 
il ballo ed in ispezieltà la giurisprudenza, in cui sentiva molto in- 
nanzi. Morì nel 1712. Rannosi di lui: Varie commedie voltate in 
slavo dal francese, parecchie composizioni italiane ed illiriche 
tra quali di pregio singolare la versione del Miserere e del 30 epi- 
gramma del libro V. di Marziale. 

BONA Girolamo Francesco di Ragusa, uomo di gran mente 
ed ingegno e destro politico. Resse per più anni la Chiesa Vesco- 
vile di Trebigne e la Patriarcale di Costantinopoli, e morì circa 
il 1750. Scrisse: Oratio in funere Eugenii Principis de Sabau- 
dia, impressa a Venezia nel 1749. — Synodus Diocesana Tri- 
bun. — (Jiceronis vita Mideltonii latine versa. — Quaresimale 
recitato alla Signoria di Ragusa. 

BONA Luca di Ragusa, morto nel 1778, giurisperito di gran 
fama, coltivò l'amena letteratura scrivendo in illirico ed in latino. 
D'illirico si ha la versione di quattro satire di Orazio. — Il monte 
Sergio da lui detto Aretusa, cangiato in Fiume, e il fiume Ombla ossia 
Ariace cangiato in monte — la traduzione del IV libro dell' Eneide, 
ed altri componimenti Italiani e Spagnuoli. In latino lasciò alcune 
odi, vari carmi ed epigrammi; annotò felicemente l'opera del 
Grozio »de jure pacis et belli*; ed altri dotti manoscritti. 

BONA Serafino di Ragusa, ebbe catedra di teologia in Padova 
nel 1468, poscia a Buda, ove fu scelto dal re Mattia Corvino a 
consigliere intimo e adoperato nelle più gravi faccende dello stato. 
Morì nel 1488 in patria. Scrisse dotti » commentari sulla teologia 
scolastica* , i quali e per gli oltraggi del tempo e per l'incuria dei 
nazionali andarono smarriti. 



47 

BONA Matteo di Ragusa, Domenicano, insegnò teologia in 
Roma; e sendo reggente nel convento della Minerva, scrisse vari 
egregi commentari teologici. 

BONA Nicolò di Ragusa, in età ancor verde funse le princi- 
pali cariche in patria con applauso. Caduta Ragusa per tremuoto, 
tale sì fu la sua operosità tra mezzo i più certi pericoli nel recar 
sollievo alle vittime colpite da quell' infortunio, nel rapire alle 
fiamme ogni cosa di publico e di privato interesse, nel riparare i 
danni d'ogni specie e nel tener lontani dalla città gli artiglii rapaci 
dei ladroni, scesi a torme dalle vicine contrade per farne bottino, 
che a ragione gli si deve il titolo di padre della patria e di princi- 
pale autore della risorta Ragusa. Delineò oltre a ciò a quell' epoca 
la sua »Praxis judiciaria juxta Sti/lum Curiae Ragusinae etc.« 
1671, più tardi stampata dall' Occhi, e che servì allora e poi 
sempre di norma nel disbrigo delle publiche faccende. Cara Mustafà 
gran Visire di Maometto IV., esigendo per ingiusta ragione una 
grossa somma di denaro, Nicolò e Marino Gozze recansi in Bossina, 
ambasciatori della Republica, Giunti colà senza il richiesto denaro, 
e posti in ferri, vengon tratti nelle carceri di Silistria, ove il Bona 
compiè gloriosamente il suo corso mortale nel 1678. Il Senato gli 
decretò publiche esequie, e nella sala del maggior consiglio venne 
posta in marmo onorata iscrizione a testimonio della sua costanza 
nel difendere la patria. Scrisse in illirico: »L , ^Erodiade << , poemetto 
inedito in tre canti — due componimenti, uno sul terremuoto di Ra- 
gusa impresso in Ancona nel 1667, e l'altro sul di lei risorgimento 
— alcune canzoni, la vita della SS. Vergine, la genealogia della 
famiglia Sona, la descrizione geografica dello stato Raguseo in 
latino, stampata per cura di Michiele Sorgo insieme col commen- 
tario del Tuberone. 

BONA Giacomo di Ragusa, distinto poeta e conoscitore della 
greca e latina letteratura. Andato a Leone X. ambasciatore della 
Republica, si cattivò la stima di quel Pontefice, cui egli dedicava 
i suoi libri allegorici delle tre Grazie. Morì nel 1534. Le sue opere 
furono impresse a Roma nel 1526 co' tipi della stamperia della 
Camera Apostolica col seguente titolo: »Jacobi Soni Ragusaei 
de vita et gestis Christi, ejusque misteriis et documentis opus 
egregium et quatuor evangeliis, aliisque divinis eloquiis ad omni- 
modam et perfectam Christianorum ervditiomtA Carmine heroico 



48 

eleganter ac mirifice congestioni, atqite in XVI lìbros divìsimi. 
JBjusdem Jacobi praeludiwn in tres distinctum libros, trium 
Gratiarum nominibus appellatos , atque Herculis labores, et 
gesta in Christi Jiguram mystice ac pulcherrime eodem Carmine 
continente s« . 

BONA Marino, vissuto sul principio del 1500 e BONA Mi- 
chiele ambi di Ragusa, furono eccellenti poeti. Elio Cervino ed il 
Tuberone fanno distinto elogio a Marino, Flavio Eborense a Mi- 
chiele. I loro scritti andarono smarriti. 

BONA Francesco di Ragusa, guerriero espertissimo sotto 
l'immortale Principe Eugenio, il quale lo volle sempre a parte 
de' suoi progetti militari in Italia, nel Belgio ed in Ungheria, e gli 
die il governo del suo regimento. Ebbe parte principale nella presa 
di Belgrado nel 1717, ma vi perde la vita. 

BONA (Babulino ) Michiele di Ragusa, fiorì circa il 1550 
A sentenza di Flavio Eborenze fu elegante poeta illirico, latino ed 
italiano e nella lingua greca versatissimo. Si ha di lui: l'illirica 
versione inedita della Giocastra tragedia greca — trenta canzoni 
erotiche o amorose — un' opera intitolata: »Pro$astja od salu- 
djenja vr emena Miha Babulinovica* . 

BONA Michiele di Matteo di Ragusa, contemporaneo del 
precedente, buon poeta italiano ed illirico. Un suo sonetto toscano 
leggesi in fronte de' salmi penitenziali di Nicolò Gozze. Ignorasi 
ove esistano al presente le sue canzoni illiriche. 

BONA de Boliris Giovanni di Cattaro ci lasciò un' elegante 
descrizione in versi latini di Cattaro, publicata in Lucca da Serafino 
Razzi in fine della sua storia di Ragusa nel 1595 col titolo: »De- 
scriptio Ascriviensis urbis per D. Joannem Bonam de' Boliris 
Nob. Cath. ad Heliam Zagurium (anch' esso poeta di merito) 
concivem suum*. 

BONACIGH Francesco , arciprete della Brazza, cessò di vi- 
vere nel 1788. Lasciò varie produzioni mss. tra le quali un trattato 
circa le Decime. 

BONACICH Girolamo, diMilnà, arciprete dellaBrazza, creato 
da Clemente XIII. nel 1760 vescovo di Sebenico, compose e die 
alla luce nel 1743 in illirico una Dottrina Cristiana, ristampata 
nel 1761 presso Antonio Basaneso a Venezia. Morì nel 1762. 



49 

BONAVENTURA ( padre ) di Spalato. Di lui conservarsi nel 
convento della Madonna delle Paludi due libri corali, lavorati nel 
1675, degni d'un attenta disamina. I disegni delle figure sono ori- 
ginali; le tinte, ne' volatili specialmente quadrupedi, assai vive. 
P. Bonaventura dedicò questo suo lavoro con buona elegia al pro- 
vinciale d'allora, Bernardino Tisicich. Vien esso ammirato da' più 
intelligenti viaggiatori. 

BONDENALIO Martano di Ragusa, Francescano, insegnò 
teologia nell' università di Parigi, e ne riscosse applauso. Sisto IV 
lo scelse a suo cappellano domestico e a suo consigliere segreto. 

BONICELLI Nicolò nasceva a Zara da civile casato. Trasse 
il più de' suoi giorni col vescovo Gian-Domenico Stratico , da cui 
apprese le amene lettere e le scienze sacre in guisa da poter far 
bella mostra di sé nelle accademie e dai pergami. Pruova ce n'of- 
frono alcune produzioni, che abbiamo col suo nome alla stampa, 
quali sono: un' orazione panegirica per S. Pelagio (Venezia, 
tipografia Bettinelli 1780), un altra per S. Servolo (Padova, 
tip. Conzalti 1783), un' altra per le vittorie delle armi alleate 
in Italia (Zara tip. Fracasso 1790) e forse qualche altra cosa. 
Morto lo Stratico a Lesina, continuò il Bonicelli al servizio di 
questa chiesa, ed al sopraggiugnere del governo italico ebbe cattedra 
ginnasiale di belle lettere, indi la carica d'ispettore del culto 
sull' isola medesima. Ma ridonatosi da poi alla terra nativa, occu- 
porsi a vantaggio dell' istituto di beneficenza in qualità di segretario 
e nel 1839 ebbe un canonicato ad onore in quel Capitolo. Moriva 
addì 2 aprile del 1845. 

BONINIS (de) Bonino di Ragusa, tipografo tra primi. Co' 
suoi tipi divulgò molte opere latine ed italiane a Verona, a Brescia, 
a Venezia ed a Lione. Impresse a Venezia nel 1478 in società 
d'un Andrea Paltasich di Cattaro l'opera: »Lactantii Firmiani de 
divinis institutionibus adversus gentes«; a Brescia nel 1480: 
»Albii Tibulli Equestri Romani Elegiae cum commentariis 
Bernardini (Valerli) Veronensis , Briociae* ; in Verona nel 
1481 la storia di Flavio Biondo de origine et gestis Venetorum, 
nel 1482 l'Italia Illustrata del medesimo Biondo, e nel 1483 l'opera 
de re militari di Valturio Riminese; in Lione una splendidissima 
edizione dell' uffizio della SS. Vergine. Il più recente suo lavoro 

4 



50 

a noi conosciuto si è: Dante Alighieri , la divina Commedia 
col comento di Cristoforo Landino. Brescia 1487 in fol. 

BORESICH Marino di Ragusa, buon poeta illirico, lasciò in 
un volume alcune pie canzoni e le sentenze di Catone recate in versi; 
che vide la luce per opera di suo nipote Gabriele Tampariza nel 1562. 

BOSCO VICH Ruggiero Giuseppe naque in Ragusa a' 18 
maggio 1711 da Nicolò Boscovich nato in Turchia, e da Paola 
Bettera, ambidue d'onestissime famiglie. Ebbe Nicolò sei figli e 
tre figlie tutti d'un meraviglioso talento e d'una singolare propen- 
sione per la poesia. Ruggiero vestì l'abito de' gesuiti, indi passò 
a Roma nel settembre del 1725. Quivi rinnovò gli studi delle belle 
lettere sotto l'infelice scorta del P. Scapecchi, attese da poi alla 
filosofia sotto il P. Carlo Noceti, noto pei suoi poemetti sull' Iride 
e sull' Aurora boreale, e fu allora che si manifestò in lui un' incli- 
nazione naturale verso gli studi fisici e matematici, e che lo fece 
torto correr dietro a ciò che avrebbe potuto spaventare ogni altro 
fuor che lui alla prima vista. Già prima d'entrare nella scuola di 
matematica s'era egli formata una geometria tutta sua propria fino 
a trovar da se la dimostrazione della 47 a proporzione del libro 1° 
d'Euclide. Appena entrato nello studio delle matematiche , in 
un' sol giorno apprese dal suo precettore P. Borgondio l'aritmetica, 
in un' altro i principi dell' algebra Cartesiana, e così con una rapi- 
dità più che sorprendente scorreva il vasto campo delle matema- 
tiche. Entrò da se nell' ampio mare del calcolo differenziale, e 
potè con questo potente soccorso intender torto il gran libro de' prin- 
cipi del Newtono , che furono come un fuoco celeste per animarlo 
alli grandi scoperte. Animò il Noceti a ristampare il poemetto 
sull' Iride, gli die materia per arricchirlo, lo corredò egli stesso 
di note, e fece altrettanto per l'altro poemetto sull' Aurora boreale 
il che fece correre il suo nome oltre le Alpi. Quivi adoperando la 
geometria degl' infinitamente piccoli, dimostrò con meravigliosa 
semplicità le forinole enunziate e non dimostrate dal Newtono 
suir iride , e particolarmente intorno all' angolo massimo e mi- 
nimo; cercò di provare contro il parere di lui, che Marc' Antonio 
De Dominis non potè somministrare al Cartesio la fisica spiegazione 
di questo fenomeno, e che ne tampoco l'apprendesse dal Keplero. 
In cinque dialoghi espose agli Arcadi suoi colleghi le cose apparte- 
nenti all' Aurora boreale, confermando le idee del Sig. Mairan, 



51 

il quale nella ristampa della sua opera sull' Aurora boreale lo 
citò con lode più volte, e lo annunziò al mondo letterario come 
un genio, che merita il glorioso titolo di filosofo e di matematico, 
facendolo ascrivere all' accademia delle scienze nel numero de' suoi 
corrispondenti. 

Aveva egli, quantunque occupato secondo le leggi del suo in- 
stituto nell' insegnamento di grammatica e di umanità, da prima 
in Roma, indi a Termo e di nuovo in Roma, publicato alcune 
dissertazioni, tra le quali una nel 1736 intorno alle macchie del 
sole, in cui dà a questo astro una doppia atmosfera e nuvole, donde 
dedusse le macchie, e la ragione dell' anello più largo che circonda 
il pianeta nell' ecclisse totale, e della luce che tanto più s'indebo- 
lisce, quanto più s'allontana dal lembo. L'osservazione del pas- 
saggio di Mercurio sotto il sole, e quella d'un' aurora boreale, feno- 
meni accaduti nel 1737 furono argomento di due altre dissertazioni. 
Per penetrare più addentro ne' misteri dell' astronomia dopo d'aver 
ragionato del nuovo uso del telescopio diottrico per determinare 
gli oggetti celesti (stamp. in Roma 1739 e negli Annali di 
Lipsia 1740), prese a trattare la più celebre delle questioni d'al- 
lora, della figura della terra. Quivi dopo aver esaminati gli argo- 
menti degli antichi e de' moderni, ricavò non essere abbastanza 
provato l'allargamento e lo schiacciamento di essa ai poli. 

Già prima, mente era nel seminario romano, era egli riuscito 
a ridurre a quattordici sole proposizioni tutti gli elementi geome- 
trici, di che si servi da poi nella pubblica scuola; e nel modo istesso 
da poi fu da esso distesa l'una e l'altra trigonometria. Ma il capo 
d'opera de' suoi elementi matematici sono le sezioni coniche, uscite 
in luce appena nel 1755. Sopra una semplice definizione o piuttosto 
teorema quivi deduce egli le proprietà coniche in modo veramente 
meraviglioso; considerando le sezioni coniche non solo in piano, ma 
eziandio nel cono, ed aggiungendovi un' aurea dissertazione sulla 
trasformazione de' luoghi geometrici, in cui parla ancora della con- 
tinuità e di alcuni altri misteri dell' infinito. Dettò da poi altre 
dissertazioni, come quella dei cerchi osculatori, della natura ed 
uso degli infiniti e infinitamente piccoli, del moto de' progetti in 
uno spazio non resistente;, della legge delle forze che esistono in 
natura, del flusso e riflusso del mare, dell' elettricità atmosferica 
ecc. Molti problemi sciolse a richiesta de' suoi amici, come p. e. 



52 

quello del solido propostogli dal Sig. di Montigny, che da prima 
sciolse colla sola geometria lineare, indi col calcolo integrale ma 
con più difficoltà; il perchè e' sostenne, doversi sempre preferire 
all' analisi la sintesi, di cui da poi fece gran uso nelle sue scoperte 
di fisica, di ottica, di astronomia e di altre scienze. L'invenzione 
del calcolo differenziale, diceva egli, per quanto mirabile essa sia, 
ha però i suoi errori non per colpa della scienza, ma per l'abuso 
che ne fanno quelli che la professano. 

Diede egli alcune dissertazioni sopra il lume e sulla legge di 
continuità, nella quale sparse i primi semi della sua teoria dei 
punti inestesi, spiegata da poi più diffusamente dal suo amico e 
collega Carlo Benvenuti , indi da lui stesso più ampiamente ancora 
in un libro stampato a Vienna nel 1755 »Theoria philosophiae 
naturalis redacta ad unicam legem virium in natura existen- 
tium« , ma non senza oscurità perchè mancante d'un andamento 
naturale ed armonioso. Per tal ragione credette l'inglese Priestley 
di poter poggiare sui principi del nostro geometra la sua teoria per 
insinuare il materialismo, a cui questi rispose, facendogli cono- 
scere l'abuso che egli aveva fatto delle sue dottrine, tutt' altro 
che tendenti a rafforzare tale principio. 

I lavori da esso fatti gli bastarono per conciliargli una fama 
estesissima, e vivere in Roma, onorato e accarezzato da tutti i 
veri dotti. Ne cessava intanto di far versi latini buoni, mediocri 
e cattivi, fornito come era d'una singolare facilità in comporli. Oltre 
a parecchie poesie d'occasione, compose un' intero poema sull'ecclis- 
si in sei libri, ove non solo discorre delle ragioni e degli effetti 
delle ecclissi lunari e solari, ma compendia una gran parte della 
fisica celeste, ornata di que' colori e di quegli episodi, che la ren- 
dono accetta e gradita anche a quelli, che non sono filosofi. La 
prima edizione è dedicata all' Accademia di Londra, la seconda a 
Luigi XVI. di Francia, alla terza sta di fronte la versione francese 
in prosa di Barruel (1779). 

In due dissertazioni parlò di un' antico orologio a sole e di 
un obelisco trasportato in Roma dall' Egitto da Cesare Augusto; 
ed altre scrisse, facendosi conoscere eziandio non volgare archeologo. 

Benedetto XIV. ed il Card. Silvio Valenti lo consultarono 
più fiate sopra vari oggetti di publica economia, e ne rimasero 
soddisfatti. Neil' occasione in cui trattavasi di esaminare, se la 



53 

gran cupola di S. Pietro minacciasse rovina, propose egli fosse 
circondata di un cerchio di ferro. E tale progetto a fronte di dotti 
oppositori, fu messo in effetto; e perchè il Marchese Poleni negli 
scritti da esso publicati, osò usurpargli la lode a lui unicamente 
dovuta in tal fatto, s' irritò in modo da rinunziare alla sua amicizia. 
Questo si fu eziandio il motivo, che fece sorgere nel Boscovich il 
desiderio di trasportarsi nel Brasile. Aveva di que' giorni Giovanni V. 
re di Portogallo richiesto al Generale de' Gesuiti 'alcuni de' suoi 
matematici che navigassero in quelle contrade remotissime per fare 
una mappa geografica all' oggetto di fissar i confini tra lui e il re 
di Spagna. A tal uopo Ruggero si offrì, collo scopo eziandio di 
misurare un grado del meridiano da paragonarsi con quello stabilito 
poch' anzi dagli Accademici di Parigi aQuito. E mentre egli dispone- 
vasi alla partenza, il Card. Valenti venuto a conoscenza di tal fatto, 
a nome del Pontefice lo persvase a rinunziare a tal carico, e di eseguire 
nei domini della Chiesa Romana quel che aveva disegnato di fare nel 
Brasile. Il Boscovich condiscese a tale proposta, e tosto s' accinse 
all' opera in compagnia del dotto gesuita Mayer Inglese (1750). 
Appena dopo due anni di penosissime fatiche potè dare alla luce il 
suo prezioso libro »De expeditione litteraria per Pontificiam 
ditionem ad dimetiendos duos meridiani gradus et mappam 
geographicam corrigendam.« Dietro sua proposta e colla scorta 
de' suoi insegnamenti un simile lavoro eseguivasi tosto in Sardegna 
dal P. Beccheria, in Austria dal P. Liesganig, da altri in Ger- 
mania, dagli Inglesi nella Pensilvania. Il d'Alembert avendo pro- 
posto alcuni dubbi sulle teorie del Boscovich, questi si pose a trat- 
tare più diffusamente la questione in una nota aggiunta alla tradu- 
zione francese, col titolo : » Voyage Astronomique et Géograjique.* 
La ricompensa che trasse da tali lavori consistette in vari doni 
fattigli dal Pontefice, e nel favore del suo ministro. Un elegante 
iscrizione latina dettata dal Morcelli eternò tal fatto. 

Annotò da poi felicemente il celebre poema dello Stai/, e 
sorta una controversia tra il Governo della Toscana e la Republica 
di Lucca a motivo dello scolo delle aque del lago di Bientina, sos- 
tenne lacausa de' Lucchesi con quell' impegno, e con quell'ardore, che 
doveva al suo carattere estremamente vivo, e all' amore della giustizia. 
Distese più memorie, disputò coi matematici di Toscana, allora soggetta 
a Cesare, ma indarno, finalmente recatosi a Vienna, riusciva 



54 

neir impresa in modo da meritarsi d'essere aggregato tra i nobili 
cittadini di quella republica. Ardeva a quel tempo la guerra tra 
l'Austria e la Prussia, e le prime vittorie degli Imperiali fecero 
nascere nel Boscovich il desiderio di cantarle in versi latini. Compì 
il primo libro del sua poema e lo presentò all' Imperatrice, ma in 
seguito l'avversa fortuna che successe alla prospera lo distolse 
dall' incominciato lavoro. Allora distese egli per eccitamento del 
celebre P. ScherfFer una dissertazione in cui mostrò, come colla 
sua teoria delle forze si scioglieva il problema dell' oscillazione 
de' pendoli composti. Tornato a Roma, passò nella Francia, ove 
visse famigliarmente coi Sigg. Clairaut, d'Alembert, Fontaine, 
de la Caille, Monnier, de la Lande ecc., indi in Inghiltera, dove 
la società regia di Londra lo volle suo membro, e cui egli in ricam- 
bio dedicava il suo poema »de solis ac lunae defectìbus.* 

Correva il 1760 precedente a quello, in cui doveva accadere 
il raro ed importante fenomeno del passaggio di Venere sotto il 
sole. Il Boscovich discorreva di spesso coi suoi colleghi su tale 
fenomeno, eccitandoli a farlo osservare in vari punti del globo. 
Distese eziandio unabreve dissertazione per render conto alla società 
d'un piccolo errore dell' Halleio, scopritore del fenomeno stesso, 
marcato dal Sig. de Lille. Egli pure si era proposto di passare a 
Costantinopoli per farvi le sue osservazioni , ma il suo lungo 
viaggio per l'Olanda e la Fiandra, e il ritardo della partenza da 
Venezia del Bailo Correr, cui si era esibito a compagno furono le 
cagioni, per cui non potè compiere il divisato progetto. Non molto 
dopo fece vela per Tenedo, e mentre ivi aspettava le galere turche 
per fare il tragitto a Costantinopoli, visitò le rovine di Troja, 
distendendone una minuta relazione, ove riporta varie iscrizioni 
illustrate. A Costantinopoli ebbe a patire lunghe infermità, per cui 
dopo sei mesi partì coli' ambasciatore inglese Jacopo Porter, e scorsa 
la Bulgaria, la Moldavia e una porzione della Polonia, per la 
Slesia e per l'Austria si ridusse a Roma. In tale viaggio scrisse un 
libro stampato in francese e in italiano, di poca rilevanza. Tratta- 
vasi a quel tempo di prosciugare le paludi Pontine, e all' esame di 
lui fu sottoposto quanto era stato fatto e scritto, principalmente 
dai celebri Bertaglia e Manfredi, a tale proposito. Conobbe allora 
che nella scienza delle aque a poco serve il lusso della geometria, 
e che soltanto una circospetta e lenta osservazione può servirle di 



55 

guida. E quindi isuoi scritti dettati a questo scopo ed altri di simile na- 
tura, fanno bella mostra di precetti utilissimi pel regolamento delle aque. 

A questo tempo ascende la sua assunzione alla catedra di 
matematiche nelF Università di Pavia (1764) dietro invito del Se- 
nato di Milano e del Co. di Firmian Plenipotenziario di Maria 
Teresa nel governo di questa città. L'orazione ch'e' vi recitò al 
suo ingresso, in cui dava a conoscere la copia delle cose ottiche da 
lui o trovate o migliorate, gli procacciò l'invidia de' suoi emuli, il 
che lo mosse a publicare le sue cose diottriche, in gran parte ripor- 
tate dall' accademia di Bologna ne' suoi atti, e comprese tutte 
insieme nel libro stampato a Vienna l'an. 1767 dal suo amico P. 
Scherffer col titolo »Dissertationes quinque ad JDiojrtricamperti- 
nentes.* Qui a parere di molti più che altrove si fa conoscere sagace e 
profondo geometra. Descrive egli in quest' opera un'istromento a prisma 
variabile d'aqua, da lui inventato, cui chiama istroinetro; poscia 
in base di belle esperienze passa a dimostrare che con due lenti si 
uniscono soltanto due colori, e che con tre si possono unire i due 
colori estremi con quel di mezzo; segue la ricerca della distribu- 
zione della luce nel piccolo circolo, che nasce dall' errore della 
figura sferica, problema nuovo, di somma importanza, sciolto sin- 
teticamente, e riguardato dall' autore come uno dei parti più glo- 
riosi del suo genio geometrico. Espose le formole che riguardano 
la refrazione delle lenti con metodo più semplice e più facile di 
Clairaut che ne fu l'inventore. Belle poi sono le dissertazioni quarta 
e quinta che trattano del fuoco del lume riflesso dalla superficie 
posteriore d'una lente, e che soffre due refrazioni, l'una entrando^ 
l'altra uscendo. Nel 1771 publicò in italiano in un libretto tutta 
la dottrina teorica e pratica dei telescopi diottrici. Due anni prima 
veniva scelto dalla società reale di Londra per essere mandato in 
California ad osservare il secondo passaggio di Venere, ma l'es- 
pulsione dei Gesuiti dagli stati Spagnuoli tolse al Boscovich questa 
bella occasione di gloria. 

Intanto le arti vili dell' invidia raddoppiatesi, lo molestavano 
sempre più in Pavia, per cui stimò bene d'intraprendere un secondo 
viaggio in Francia e nelle Fiandre. Tornato in Italia, fu trasferito 
dall' Università di Pavia alle scuole Palatine, che formavano in 
Milano come un' altro Liceo; e abitando fra suoi nel collegio di 
Brera , perfezionò in gran parte a spese proprie l'Osservatorio 
non molto prima cominciato, che divenne ben presto illustre per 



56 

la celebrità e per le fatiche del Direttore, e per la copia degl' istru- 
menti. Ma anche qui l'invidia usò dell' arti sue contro il Bosco- 
vich, per cui indi a poco gli si levò la sopraintendenza alla spe- 
cola, e solo ebbe facoltà di farvi osservazioni. Ricevè questa nuova 
trovandosi ai bagni di Albano col Duca di Modena, e ne fu dolen- 
tissimo. Se ne lamentò col Principe di Kaunitz, col Co. di Fir- 
mian, e protestò che non sarebbe tornato a Milano, se non si re- 
stituivano le cose nel primiero stato; ma non fu inteso. Intanto 
fermatosi a Venezia per dieci mesi, accarezzato dai più illuminati 
patrizi ed ambasciatori stranieri, gli venne la nuova dell' abolizione 
della Compagnia di Gesù, e quindi ritiratosi in Toscana, Angelo 
Fabroni , suo amicissimo , cercollo di persvadere a soffermarsi in 
quello stato. Costui facendo conoscere alla corte i meriti del Bo~ 
scovich, otteneva che una cattedra di ottica fosse istituita nell' uni- 
versità di Pisa ed affidata a Ruggero. E mentre tal fatto partici- 
pava a costui, che poch' anzi erasi col Sig. la Bord, favorito di 
Luigi XV., recato in Francia, ebbe dal Boscovich in risposta, non 
potersi egli assumere tal carico, avendo poco prima accettato da 
quel re la generosa offerta di due annue pensioni di 8000 lire tor- 
nesi col titolo di direttore d'ottica per la marina. Ma il suo carat- 
tere franco, il suo rispetto sincero per la religione, il parlar quasi 
sempre di se, e la sua molta inclinazione alla lingua del Lazio, e 
il suo frequente lodare un Istituto eh' egli idolatrava, non erano 
cose ben vise in quel regno, e quindi furono tante ragioni dell' alie- 
nazione di molti del Boscovich, ed in ispezieltà d'alcuni membri 
dell' accademia delle scienze, i quali impedirono, eh' egli fosse 
ascritto qual membro effettivo. Ma ciò pure non gli tolse l'animo a 
proseguire ne' suoi studi, ch'anzi si diede con maggior lena a ri- 
fondere le sue vecchie opere e a formare delle nuove. Aveva egli 
poco prima dall' Italia mandato all' accademia stessa un suo metodo, 
fondato sopra la riduzione d'un moto curvilineo e ineguale nell' arco 
e un moto uniforme e rettilineo nella corda, per determinare l'or- 
bita di una cometa, supposta parabolica, con tre osservazioni fatte 
ad intervalli non molto distanti, lavoro tostamente publicato nel VI. 
voi. delle memorie dei dotti stranieri. Riprese fra mano quest' argo- 
mento, lo ritoccò, lo accrebbe di molto, corredandolo eziandio del le osser- 
vazioni del celebre Sig. di Messi er il più felice indagatore delle comete 
Nel tempo stesso che serviva così bene all' astronomia, sua 
prima cura si era il perfezionamento dei cannocchiali acromatici, e 



57 

quindi in un' opera latina dettava la descrizione d'uno stromento, 
sul quale posta una specie di prisma di vetro a angolo variabile 
composto di due parti, l'una piano-convessa, piano-concava l'altra, 
scorrendo l'una sull' altra, fa variare l'angolo. L'idea della varia- 
zione dell' angolo era del P. Lahbat, ma ristrumento, la maniera 
di tagliare i due vetri e di servirsene fu tutta propria del Bosco- 
vich. A costui, secondo alcuni, devesi ascrivere eziandio l'inven- 
zione del micrometro prismatico col moto rettilineo dentro il tubo. 
Affranto Ruggero dalle fatiche, e disgustato dall' insistenza 
de' suoi invidiosi, chiese ed ottenne la licenza di tornare in Italia, 
a fine di publicare le sue opere; il che seguì nel 1785, dopo una di- 
mora di due anni in Bassano presso il Remendini che fu l'editore. 
Le divise in cinque tomi. Nel primo e secondo tratta dell' ottica; 
nel terzo del metodo di determinare l'orbita delle comete, e la 
teoria del nuovo pianeta scoperto poco prima in Inghilterra; nel 
quarto di tutto ciò che serve alla verificazione degli istromenti 
astronomici; nell' quinto dell' anello di Saturno in certe sue par- 
ticolari posizioni per rapporto al sole ed alla luna; d'un metodo per 
determinare il monimento del sole intorno al suo asse per mezzo 
delle osservazioni delle sue macchie ecc. L'opera porta in fronte il 
nome di Luigi XVI. Da Bassano passò in Toscana presso i Padri 
Vallombrosani , indi a Milano, ove annunziò al publico eh' egli 
stampava l'opera dello Stay sulla filosofia moderna, arricchita di 
sue note e accresciuta sino a dieci libri. Ma il poco numero degli 
associati, il nessun cento che fece di lui il Ministro Milanese in 
certe operazioni di matematica, l'andar scemando sempre più l'en- 
tusiasmo de' suoi nazionali, alterarono la sua fantasia in modo, 
che dopo d'esser stato per molti giorni melenso e stupido, divenne 
pazzo e pazzo furioso. I suoi amici ebber cura di lui, e il Governo 
stesso provide alla sua custodia. S'aggiunsero indi a poco a questi 
mali di spirito altri tìsici, per cui cessò di vivere a 13 febbrajo 
1787 e le sue mortali spoglie furono riportate nella chiesa par. di 
S. Maria Pedone, senza onor di repolcro. Tale fu l'esito, dice 
Ang. Fabroni nel suo elogio di Ruggero (El. d'IL Ita. Pisa 1786), 
da cui abbiamo tolto questi cenni, di questo genio sublime, che 
Roma onorò come suo maestro , e che V Italia tutta riguarda 
come un suo ornamento, e a cui la Grecia avrebbe innalzata una 
statua, quando ancora fosse stata costretta per darle luogo, di 
abbatterne qualcuna de' suoi conquistatori. Francesco Appendini 



58 

ci dà un elenco dettagliato delle opere del Boscovich , affermando, 
non esservi alcuna parte dello scibile umano ch'egli non trat- 
tasse in modo da fornirla di nuovi prodigiosi ritrovati. E quindi 
non fa meraviglia se dai più illustri suoi contemporanei fosse accla- 
mato fra i primi luminari del secolo, e se il più forte pensatore ita- 
liano de' tempi nostri di lui sentenziasse come di robusto e pelle- 
grino ingegno che accoppiò il calcolo alla speculazione , e senza 
copiar nessuno y fu leibniziano e pitagorico (Gioberti. Bruxel- 
les, 1843, voi XI. pag. 440). 

Ecce l'epitafio che di lui si legge a Milano, riportato dal 
Morcelli (Voi. 5. p. 93)) 

MEMORIAE. ET. QUIETI 

JOS. ROGERI. 

BOSCOVICHI. 

DOMO. RAGUSA 

GEOMETR1AE. AETATIS. SUAE. PRIMI 

OB. MATHESIN. UNIVERSAM. SCRIPTIS. ILLUSTRATAM 

INVENTIS. AUCTAM 

CIBARISSIMI 

QUEM. COLLEGIA. MAXIMA. SOPHORUM 

LONDINENSIUM. PARISIENSIUM. BEROLINENSIUM 

PETROPOLITANORUM. 

SODALEM. COOPTARUNT. 

REX. LUDOVICUS. REGIS. LUDOVICI. ADAMATI. NEPOS 

MUNIFICE. IN. GALLIAM. INVITATUM. 

OPTICE. AD. REM. MARITIMAM. PERFICIUNDAE. PRAEFECIT 

PLERAQUE. EUROPA. 

ADVENAM. MIRATA. SUMMO. DOCTORUM. CONSENSU 

FAMA. MAJO REM. AGNOVIT. 

PIUS. VIXIT. ANNOS. LXXV. M. Vili. M. XXVII. 
VETERIS. INSTITUTI. 
QUOD. IN. SOC. IES. CEPERAT 
NUNQUAM. IMMEMOR. 
CARUS. PRINCIPIBUS. UTILIS. REI . PUBLIC AE 
DEC. IDIB. FEBR. AN. M. DCC. LXXXVII. 
GIBERTUS. RENATI. F. BORROMEUS 
VIRTUTIS. HONORANDAE. CAUSSA 
MONUMENTUM. IN. AEDE. MOIORUM. SUORUM 
VIRO. MAGNO. PEREGRE. DEFUNCTO. F. C. 
FLETÈ. AIT. URANIE. VESTROSNE. MAXIMA. FLETUS 
MORTALES. TANTO. IN. FUNERE. DAMNA. CIENT 
COELESTES. MERITO. LAETAMUR. CI VE. RECEPTO 
NAM. CERTA. HIC. DATUS. IN. TEMPORA. NOSTER. ERAT 



59 

BOSCO VICH Anna di Ragusa, sorella di Ruggero, distinta 
poetessa, die nel 1758 in luce presso lo Storti una lunga ed elegante 
egloga pastorale sulla natività di Gesù Cristo col titolo: »Razgovor 
pastirski vrhu porodjenja Jsukrstova* e lasciò inedite alcune 
altre canzoni sacre e morali. 

BOSCO VICH Bartolomeo di Ragusa, fratello del gran Rug- 
gero, nato nel 1700, gesuita, fornito di buon gusto nella poesia 
latina e di molta erudizione nell' antica e moderna istoria di tutte 
le nazioni. Insegnò umane lettere a Perugia, matematiche nel col- 
legio Romano; tenne per alquanto tempo il carico di Penitenziere 
in S. Pietro, e morì a Recanati nel 1770. Due sue egloghe pastorali 
trovansi inserite nella raccolta delle poesie latine degli Arcadi Ro- 
mani, e due elegie leggonsi con quelle del Roti impresse in Padova 
presso il Cornino. Parlando di queste ultime, Angelo Fabroni afferma, 
ch'esse eguagliano in eleganza di stile e in sublimità di pensieri 
l'elegie di Properzio. Ma egli era sì modesto, che diede alle fiamme 
diverse elegantissime egloghe pescatorie ed altri componimenti per 
tema che non fossero un giorno recati in luce. 

BOSCOVICH Pietro di Ragusa, fratello di Ruggero, morì in 
età di 22 anni (1727). Versato nelle lingue e nelle matematiche, 
aveva un genio deciso per la poesia slava, come rilevasi dalla sua 
versione di due Eroidi di Ovidio , ed del Cid di Corneille , e da 
varie altre poesie pure inedite. Scrisse canzoni per le Sacre Mis- 
sioni Illiriche impresse nel 1729 a Venezia presso Antonio Bortoli. 

BOSDARI Michelangelo di Ragusa naque nel 1654. In Ca- 
merino indossò le vesti di Cappucino, e nel 1712 venne eletto Gene- 
rale di tutto l'Ordine. Morì nel 1729 a Monte Santo nella Marca, 
ove conservasi il suo Quaresimale ed alcuni panegirici sidla 
Vergine. Si ha di lui un libro impresso prima a Milano e poscia 
in Bologna nel 1705 presso Benacio col titolo: » Breve metodo per 
far bene gli esercizi spirituali. « 

BOSIDABJ Nicolò di Ragusa, gesuita, morto in Arezzo nel 
1699. Scrisse un quaresimale, varie orazioni e poesie latine; il 
tutto conservasi in unione agli scritti di Pietro e Giorgio Bosdari 
presso i loro eredi. 

BOSIDARI Pietro di Ragusa naque nel 1647. Addottoratosi 
in ambe le leggi con plauso, ebbe seggio tra i canonici nella Chiesa 
di S. Girolamo a Roma, ed il celebre Cardinal Deluca lo scelse a 



60 

suo bibliotecario, uditore e compagno di studio. Procacciò alla patria 
un grosso imprestito di denaro dalla republica di Genova per saziare 
la cupidigia del Turco, e quindi il Senato per ricambiare tanto fa- 
vore nella prima vacanza aveva stabilito di eleggerlo ad Arcives- 
covo. Intanto Innocenzo XI. nel 1684 nominavalo vescovo di Ma- 
cerata, quando grave morbo ad un tratto lo trasse alla tomba in 
età di soli 34 anni. Ebbe amici i più celebri porporati dell' epoca 
sua, ammiratori e delle sue belle virtù e della molta dottrina. 
Lasciò molti scritti inediti, cioè: Alcune orazioni e componimenti 
poetici latini — un gran numero di soluzioni legali e morali — 
un commentario sugli antichi monumenti e sul governo della città 
e republica di Genova — una raccolta di erudite ed eleganti lettere 
famigliari, parte latine e parte italiane. La sua iscrizione leggesi 
nella Chiesa di S. Girolamo a Roma: 

»Petro Bosdario Prot. Aplco. J. U. D. Patricio et Canco. 
Ragusino variarum linguarum nec non conciliorum et sacrae 
eruditionis peritissimo , morum suavitate et integritate vitale 
conspicuo. Principibus viris aeque ac popularibus charo. Post 
praeclare gesta Epidauri in munere genlis. vicarii Archieppi 
Ragusini Genuae in Legatione ob angustiis temporum diffi- 
cillima, Romae in promovendis publicis negotiis Ragusinis apud 
summ. Pontif. de Patria optime merito, anno aetatis XXXIX. 
in ipso dignitatum limine morbi vi terris erepto desiderili) n 
chari capitis non sine dolore ferentes FF. Amantiss. Fratri 
posuere. Anno Dni. MDCLXXXV.* 

B0SGI0VICH Michiele di Giov. naque ai 14 dicembre del 
1751 in Ragusa. Fornito d'animo dolce e di pronto ingegno fu man- 
dato in età di anni 17 a Costantinopoli a studiare le lingue orien- 
tali. E vi riusciva a meraviglia in modo che ritornato in patria, 
questa si giovò dell' opera sua più fiate con grande vantaggio. Nel 
1788 accompagnando a Costantinopoli come dragomano e segretario 
i due ambasciatori recanti il tributo alla Porta, si fermò ed ebbe 
impiego presso la legazione Prussiana. Il gabinetto di Prussia no- 
minavalo da poi consigliere di legazione, e come tale per molti anni 
disimpegnò il carico d'ambasciatore con piena satisfazione di quella 
corte, che gli conferi oltre aumenti di soldo, la decorazione del Me- 
rito Civile di prima classe. Anche le altre Corti pregiavano di 
molto il merito di Michiele, fregiandolo d'onori e valendosi del suo 



61 

consiglio, e la stessa Porta si servì di lui in cose di gran rilievo. 
Amante della patria oltremodo, cercò ogni mezzo di giovarle mai 
sempre, ed essa in ricambio gli fu larga di onorificenze. Benché 
occupato in gravi faccende, trovò non pertanto de' momenti per ri- 
storarsi alla lettura de' classici, come ci attestano alcune elegie 
latine scritte con buon gusto ed eleganza. Morì il 1. aprile del 1832. 

BATTURA Pietro di Verona. Ebbe cattedra nel Seminario 
di Spalato, indi nel liceo-convitto di Zara, e poscia il carico di diret- 
tore dei ginnasi della Dalmazia. Colle sue svariate cognizioni di 
filosofia e di matematica, di giurisprudenza e di agricoltura rese bene- 
fizi molti a questa sua nuova patria ch'egli ama teneramente. Scrisse 
di molte cose, cioè: »Della coltura del gelso in Dalmazia (1845). 
— Logica. Parte I. Psicologia empirica 1845. Tipog. Merlo in 
Venezia. — Mezzi da impiegarsi per accrescere i prodotti della 
Dalmazia. Dissertazione. Zslyzl 1827. — Trattato delle Passioni. 
Venezia Tipog. G. B. Merlo 1846. 

BOXICH Costantino de' Minori Osservanti, ancora vivente nel 
convento di Zara, scrisse: ^Biografia del P. Ottavio Janlcovich 
detto Spader di Zara vescovo d'Arbe e poi d'Assisi. Zara 1846. 

BOXICH E VICH Francesco di Lesina, fu a sentenza di Anni- 
bale Lucio, distinto poeta. Visse in sul principio del 1500. 

BBATJTTI Nicolò nato nel 1564 nell' isola di Mezzo, compiè 
gli studi nel Collegio Romano, ove fece grandi progressi nelle 
scienze e nella bella letteratura. Scelto da Clemente Vili, a pre- 
cettore del suo nipote Francesco Aldobrandino ebbe in premio il 
ricco vescovato di Sarsina nell' Emilia , cui era unita la contea di 
Bobbio. Oppostosi agli Aldobrandino che gli contrastavano le ren- 
dite della sua chiesa, venne dopo la morte di Clemente per calunnie 
mossegli da costoro posto in arresto, prima in Sarsina, poscia ne] 
Castel S. Angelo e nella fortezza di Perugia. Ma salito al trono 
Urbano Vili., Nicolò, per opera di Pietro Benessa, dichiarato inno- 
cente riacquista la libertà. Ritornato in patria, vi muore nel 1632. 
Le sue poesie hanno per titolo: »Martirologium Poeticum sanc- 
torum totius Italiae, et eorum qui in martirologio Romano con- 
tinentur , cum Christi genealogia et 15 mysteriis SS. Rosarii. 
Venetiis typis Marci Oinani 1630. 

BRATTUTI Vincenzo di Ragusa, versatissimo nelle lingue 
orientali, interprete della lingua Turca in Vienna presso Ferdi- 



62 

nando II. e poscia di Filippo IV. in Madrid, ove morì nel 1680. 
Recò in italiano la storia turca di Saidinio sulV origine e progressi 
dei Principi Ottomani, impressa parte a Vienna nel 1649 presso 
il Riccio a spese di Ferdinando III., e parte a Madrid nel 1652 
presso Garzias Morras. Voltò pure dal turco nello spagnuolo lo 
specchio politico e morale, stampandone la prima parte nel 1654 
presso il Garzias, e la seconda nel 1658 presso il Fernandes colla 
dedica al re Filippo. 

BRESSANI (padre) Carlo d'Acqui, insegnò per più anni il 
diritto nell' università di Torino, fu segretario nel concilio d'Algavi 
nella Sardegna, e mosse da Roma mandato provinciale nell'Albania, 
ove affaticato per il primo triennio, venne a Zara a vivere il resto 
degli anni. Qui strinse amicizia con reputati personaggi, Dandolo, 
Giaxich, Vurachien. Lasciò de' suoi scritti un quaresimale quoti- 
diano, la traduzione dei commenti delle ore canoniche, scritti con 
più erudizione che eleganza. Morì nel 1825. 

BROMBILLA Agostino naque del 1800 in Caponago, piccola 
terra del Milanese. Neil' età di 22 anni ebbe cattedra di umane 
lettere nel Ginnasio Imperiale R. di Zara, ove rimase pel corso di 
13 anni, fregiando nel tempo stesso le appendici della Gazzetta 
Zaratina, di cui era compilatore, di dotti articoli delle cose nostre 
illustratori. Nel 1835 ebbe la cattedra di filologia latina e storia 
universale presso l'I. R. liceo-convitto di Verona, e qui davasi a 
severi studi, in ispezie a quello della lingua tedesca, da cui voltava 
V Universo del Mayer, ed in generale applicavasi non solo allo 
studio de' linguaggi che appartengono alle due famiglie latina e 
teutonica, ma eziandio di alcune lingue orientali per giovarsene a 
dar opera il meglio che potesse ad un grande lavoro storico-filoso- 
fico-filologico, tendente a creare una filologia filosofica universale 
come parte integrante della istorosofia. Quindi portosi dietro ai 
movimenti scientifici del secolo nostro, eccitati da Bianchini, Her- 
der, Cousin, Michelet e da altri, fondatori di una scienza storica 
delle cose umane, scosso al lume dell' etnografia che venne in gran 
fama per opera di Remusat, di Riapro th, di Balbi ecc. e ponendo 
mente alla storia ideale eterna del Vico e a quanto fecero Stellini, 
Filangeri, Montesquieu e Romagnosi in ciò che si attiene alla genesi 
e derivazione dei diritti, Goguet riguardo agli esordi e primi avvali- 
zamenti delle arti, delle leggi e delle scienze, e Balbi e Humbold 



63 



per quello spetta alla diramazione delle stirpi a seconda della pro- 
pagazione e trasformazione de' linguaggi, conobbe che tuttavia re- 
stava un campo non tocco ancora, ove i filologi potessero far degna 
raccolta. Quella sentenza di Vico, che la poesia in ordine ai tempi 
precedette e doveva precedere naturalmente la prosa, fermò l'atten- 
zione del Professore Brombilla, e gli fé' concepire un vasto lavoro. 
Vero è che Marco Pagano e Schlegel avevano scritto in tale mate- 
ria, ma non un corpo per anco si aveva di dottrina ben definita e 
compiuta della storia della letteratura. E quindi il vasto concetto 
del Professore pienamente adempiva il voto della filologia. Com- 
provò egli dunque ed illustrò il fatto perenne ed universale della 
precedenza della poesia alla prosa in tutti i tempi ed appo tutti i 
popoli inciviliti, comprendendo un tale lavoro in due lunghe memo- 
rie. E questo saggio di scienza empirica fu dai dotti ammirato, i 
quali più ancora aspettavano dalla parte razionale; imperciocché 
aveva egli fermo d'investigare le cause del fatto nella natura delle 
cose umane, e non solo chiarire le diverse fasi e trasformazioni pre- 
cipue della poesia presso tutte le genti più conosciute a seconda di 
lor civiltà, ma di più far vedere come da quelle a mano a mano la 
prosa si svolga, e infine qual sia il destino e l'uffizio che meglio a 
poeti convenga ne' diversi studi della civiltà, statuendo così una filo- 
logia universale, quando immatura morte il colse nel vigore degli 
anni (20 giugno 1839). 

BRUGNOLI Secondo di Ragusa, al dir del P. Cerva, compo- 
neva nel 16 secolo in musica con gusto e ci lasciò vari pezzi, oggidi 
ammirati. 

BRUTIS (de) Pietro di Vicenza, vescovo di Cattaro, uno 
de' più illustri personaggi del suo tempo. Abbiamo di lui: »Petri 
Bruti Episcopi Catharensis ad viros nobiles vicentinos de omni 
genere virtutis benemeritos Victoria contra Judeos. Vicenza 
1489. «' 

BTJCCHIA Girolamo di Cattaro, ove nel 1581 tenne il seggio 
vescovile, ridusse a miglior lezione la vita di S. Trifone, e le ag- 
giunse quattro inni. 

BTJCCHIA Domenico e Vincenzo di Cattaro, ambi dell'Ordine 
Domenicano e valenti teologi. Di Domenico, che fu provinciale 
de' dalmati monisteri, si leggono le seguenti due opere: » Esposi- 
zione dei Salmi Penitenziali — Eccpositio perutilis omnium epi- 



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stolarum domenicalium, quae per totius anni curriculum legun- 
tur, nuper edita per R. S. Theol. Professorem- integerrimum, 
Patrem Fratrem Dominicum Buchia Catharensem Ordinis 
Praedicatorum Provincialem Provinciae Dalmatiae. Venetiis 
per Nicolaum Boscarianum Brixiensem an. 1545. « Quest' ul- 
tima venne dedicata all' illustre Cardinale Giovanni di Toledo, che 
amava Domenico teneramente. Lodovico Pasquali scrisse un'elegia 
in commendazione delle sue dotte esposizioni. Sisto Sanese ad ambi 
fratelli fa singolare elogio, e così pure il Vescovo di Cattaro Anto- 
nio Gregorina uell' opera »pro dogm. Calli, adversus Oraecorum 
errores sive Panaplia.* Vincenzo fu confessore della Beata Osanna 
di Cattaro e Vicario Generale della sua provincia di Dalmazia, 
come si raccoglie da una sua lettera che leggesi in fronte al quoli- 
beto declaratorio di Clemente Ragnina. 

BUCCHIA Marino d'accordo con Bucchia Francesco, uomo 
pur' esso di gran mente e consiglio, ambi da Cattaro , adoperarons 
presso Francesco Delfino, Rettore e Provveditore di Cattaro, chei 
forse stampato nel 1616 lo statuto di quella città. 

BUCCHIA Nicolò e Pietro suo figlio, di Cattaro, per la molta 
valentia loro nel condurre le faccende militari divennero condottieri 
di eserciti e protovestiarì dei re ed imperatori Stefano ed Urosc 
Nemagna. 

BTJDINEO Simeone di Zara voltò nel XVII secolo per ordine 
della Sacra Congregazione de propaganda fide con amena sempli- 
cità dall' italiano in illirico l'opera col titolo: »Kratko upravljenje 
za misnike i za izpovidnike* e scrisse »Nauk Krstjanski* , di 
cui si giovò lo Stulli. 

BUJOVICH Co. Giovanni e Vincenzo di Cattaro, giurispru- 
denti di molta fama in Venezia. Giovanni era eziandio versatissimo 
nelle matematiche e in ispezie nell' idraulica, e stampò un' opera 
sul corso dei fiumi. Abbiamo di lui eziandio un volumetto in 8°, 
stampato il 1797, senza che vi appaja il luogo dell'impressione, col 
titolo: »Del Conte Giovanni Bujovich scritti publici concernenti 
lo stato interno di Venezia nei passati mesi d'interregno, aggiun- 
tevi due memorie sopra le finanze e sopirà V agricoltura del vec- 
chio governo.* Queste fatiche ci fanno conoscere nel Bujovich 
reconomista publico, l'uomo di stato, il filosofo cristiano, ed infine 
il tipo della moderazione fatto segno alle codarde irrisioni di pazzi 



65 

demagoghi. In sul cadere della veneta republica annoverato a quella 
municipalità provvisoria da prima qual membro e indi a poco scelto 
a presidente, lunga ed ostinata lotta sostenne indarno per salvare gli 
avanzi della veneta esistenza. Morì in sul principiare di questo 
secolo. 

BUNE Vincenzo dell' isola di Mezzo, sotto Filippo IL e III. 
di Spagna ebbe parte importantissima nella guerra del Belgio, nella 
diffusione della fede cristiana nelle Indie; intraprese la navigazione 
dell' America, e nel Messico tenne il carico di Viceré per più anni. 
Ritornato prodigiosamente in Europa per forza del suo valore, e 
riscossi gli encomi della nazione ispagna, andò a Napoli consigliere 
del Viceré, ove la morte il colse nel 1612 di 53 anni. 



C 

CABOGA Co. Bernardo naque a Ragusa addì 6 febbrajo 1785 
da una delle più antiche famiglie patrizie, che nel 1814, quando 
Ragusa fu incorporata all' Austria, ottenne la dignità di Conti 
dell' impero austriaco. Educato nell' accademia del Genio a Vienna, 
nel 1803 ebbe il grado di primo tenente in quel corpo, poscia fece la 
campagna dell' Italia del 1805, che gli procacciò nel 1806 il grado 
di direttore del Genio a Lemberg. Tenente capitano nel 1807 con- 
dusse a termine opere di somma importanza strategica a Lublino e 
Salisburgo. Nel 1808 ebbe il titolo d' i. r. Ciambellano. Dopo la 
ritirata della Baviera nella campagna del 1809 al passo di Luegh 
con tre compagnie di Croati sostenne l'urto di un grosso corpo di truppe 
Bavaro-Francesi per tre settimane, e grandi servigi rese eziandio 
alla battaglia di S. Michele e di Raab. Neil' Holstein prese da poi 
parte alla battaglia di Seestadt e nella circonvallazione della for- 
tezza di Rendsburg talmente si segnalò, che fu rimeritato dell' Or- 
dine Svedese della Spada. Dopo la pace di Parigi visitò l'Olanda, 
l'Inghilterra, la Francia, indi in Raglisi fé sosta per qualche tempo 
qual direttore del Genio, donde allo scorcio del 1818 fu promosso 
al grado di Direttore distrettuale del Genio a Zara. Passato nel 
1810 a Venezia, marciò verso Napoli coli' annata d'occupazione, 
diresse l'attacco di Pescara, indi fu scelto a direttore del Genio per 
la Sicilia nel corpo di Walmoden. Nel 1824 nominato Maggiore, 

5 



66 

accompagnò quattro anni dopo il F. M. Principe d' Assia- Omburg, 
qual aiutante d'ala nel campo russo durante la campagna tra Russi 
e Turchi, ed in tale circostanza ebbe agio di visitare le fortezze 
russe meridionali e rilevare la loro importanza. Da Pietroburgo nel 
1829 tornò a Vienna e quindi a Venezia, e nel 1830 nominato 
Tenente Colonnello e Comandante del corpo dei minatori fu spedito 
in Galizia, donde nel 1831 e 1832 prese molta parte nell' ispegnere 
l'insurrezione polacca. Colonnello nel 1832, passò nel 1833 alla 
direzione generale del Genio, e nel 1835 fu nominato Direttore 
delle fortificazioni della Boemia. Nel 1836 scelto qual aio de' figli 
dell' Arcid. Francesco d'Este, recossi in Modena, ove fu insignito 
dell' alta onorificenza di Maggiordomo dei giovani Arciduchi e di 
Consigliere di Stato. Nel tempo istesso l'Imp. Francesco nomina- 
vaio suo Consigliere intimo, e nel 1838 General Maggiore. Tornato 
a Vienna nel 1839, fu fatto nel 1846 Tenente Maresciallo, Diret- 
tore generale del Genio nel 1849, e nel 1854 Generale d'artiglieria. 
Morì a' 19 novembre 1855 in Vienna. Durante il corso de' suoi 
anni condusse a buon termine importanti legazioni. Fu freggiato dei 
più elevati Ordini e decorazioni, cui possa aspirare un'uomo su questa 
terra. Ebbe animo dolce, ed una mente fornita altamente in ogni 
ramo dell' umano sapere. Ragusa ebbe le sue spoglie mortali. 

CABOGA Eusebio naque da patrizia famiglia originaria di 
Fermo, in Ragusa. Fu egli , a quanto vi attesta il Razzi, monaco 
di S. Benedetto, padre di santa vita e d'ottime lettere. Era disce- 
polo del celebre Grisostomo Calvino monaco Italiano, il quale dopo 
d'essersi distinto colla sua dottrina nel concilio di Trento, e aver 
quindi sistemata la Congregazione Melitense, fu promosso all' Arci- 
vescovato di Ragusa. Francesco Sardonato nella dedica che fece al 
Senato dell' opera del Tuberone sull' origine de' Turchi (Padova 
1590) tale ne fa elogio di Eusebio: Maxime laudandus est in 
hoc genere Eusebius Caboga, vir nobilitate et religione insignis. 
Le lodi, che questi letterati fanno a Eusebio, morto aStagno nel 1590, 
ci fanno maggiormente compiangere la perdita delle sue opere, cioè 
gli Annali di Ragusa e le vite de' suoi Pontefici, rimaste mss. alla 
sua morte in mano di Grisostomo Ragnina vescovo di Stagno. I 
P. Orsini si era proposto di farle di publica ragione, ma anche il 
codice di tali lavori che questi avevasi all' uopo procacciato, andò 
smarrita. Ci restano soltanto tre squarci, ( J d un' operetta di lui col 



67 

tìtolo: »De eo&emplis illustrium vìrorum Ragusanae civitatis 
et exterorum, qui in eam aliquo beneficio noti habentur* , la 
quale dal Caboga non fu compita ne corretta. Scrisse eziandio la 
prefazione al commentario del Tuberone, per opera sua in ispecie 
conservato e recato in luce dal Sardonato. 

CABOGA Lodovico di Ragusa, francescano, lasciò eccellenti 
opuscoli sacri, scritti in latino. Visse nel cinquecento. 

CABOGA (Cordiza) Mario di Ragusa, ove naque nel 1505 e 
fu arciprete. Insignito in Padova del lauro dottorale, venne da quella 
università mandato al Senato Veneto per dirimere non so qual lite, 
e non solo colla potenza della sua dottrina ebbe vinta la sua causa, 
ma ottenne, che fosse in Padova eretta la cattedra del diritto cri- 
minale, che vi mancava. Nel 1574 levatosi contro l'audacia irreli- 
giosa di un predicatore, infetto degli errori di Lutero, ebbe travagli, 
per cui nel 1575 difendendo la sua causa dinanzi ad una Congre- 
gazione di Cardinali in Roma con dotta ed eloquente orazione la- 
tina, non solo uscì trionfante, ma da Gregorio XIII. venne creato 
protonotario apostolico e suo cappellano domestico, indi conte pa- 
latino. Morì in Roma nel 1582. Abbiamo di lui le seguenti opere: 
»De praecedentia Episcopali» Vicarii et aliarum dignitatum 
in Cathedrcdibus Ecclesiasticis; — Opusculum, de Ecclesiastica 
liberiate et Sacrati Ordinis immnnitate ; — Liber secretorum 
Alexii Pedemontani nomine inscriptum; — Volumen alterum 
secretorum sub nomine Isabellae Cortesiae; — Allegazione legale 
inedita. «■ Compose alcune eleganti poesie, tra quali due sonetti che 
vanno innanzi alla sfera del Naie. 

CACICH-MIOSICH Andrea, nato a Brisl, villaggio di presso a 
Macarsca nel 1690 da schiatta nobilissima. Giovane entrò nel rao- 
nistero di Zaostrog, ove indossate le lane di S. Francesco, passò a 
Buda in Ungheria e quivi compì con plauso il corso delle filosofiche 
e teologiche discipline. Reduce in patria, ebbe catedra di filosofia 
nel convento di Macarsca, ove compose l'opera: >->Elementa Peri- 
patetica,'juxta mententi subtilissimi Doctoris Joannis Duns Scoti" 
stampata a Venezia nel 1752. Passato a Sibenico come professore 
di teologia, e dopo tre anni assolto dottore dell' ordine, cui apparte- 
neva, venne nominato dalla S. Sede aLegato Apostolico in Dalmazia, 
Bosnia ed Ercegovina, e tale carico egli sostenne per molti anni 
con sommo vantagio de' fedeli di tali provincie. Costruì in vecchiaja 

5* 



68 

un convento a S. Martino della Brazza a foggia degl' italiani, e morì 
a Zaostrog nel 1 760. Scorrendo la Dalmazia e le finitime regioni 
slave, die opera a rinvenire tradizioni, documenti antichi e memorie 
intorno alla sua nazione, e depuratine i fatti, li ridusse in poesie che 
poscia raccolse insieme e die alla luce col titolo: »Razgovor ugodni 
naroda slovinskoga* libro meglio conosciuto col titolo: »Pimiaria 
Fra Andrie Kaèiéa*. Molte opinioni uscirono a riguardo di questo 
lavoro; e noi diremo, che il nostro Andrea non fu raccoglitore 
de' canti popolari, ma de' fatti storici soltanto, che poscia egli stesso 
a foggia de' canti popolari modellò in quelle sue canzoni, che sempre 
pella loro facilità e castigatezza di lingua e per la naturalezza 
neir esprimere i concetti poetici propri della nazione vivranno nella 
bocca del popolo slavo; ponendo a canto di ciascuna i fatti stessi 
descritti elegantemente in prosa. Ciò ci attesta egli stesso come 
p. e. nel canto che riguarda la presa di Costantinopoli (p. 127), la 
casa Frangipani (p. 131). Padre Emerico di Budua voltò le poesie 
di Andrea in latino, e die in luce tale versione nel 1764 col titolo: 
»Descriptio soluta et rytmica Regum, Banorum, coeterorumque 
heroum Slavinorum seu Hlyricorum etc.«. L'originale fu stam- 
pato a Buda, a Vienna presso il Wenedikt, a Zagabria presso Dr. 
Lod. Gaj, a Ragusa co' tipi del Martechini ed a Zara con quelli dei 
Bottara. Un' altra opera di merito eziandio impareggiabile in fatto 
di lingua del nostro P. Andrea porta il titolo: »Korabljica pisma 
svetoga i svih vikovali svita dogadjajih poglavitih, u dva po- 
glavja razdiljena, u Dubrovniku god. 1836*. 

CADCICH Antonio di Macarsca, uscì da antica e nobile pro- 
sapia. I primi studi assolse in patria, poscia passato a Roma, fu 
ricevuto nel collegio della Propaganda, ove istudiò filosofia, nonché 
teologia, diritto Pontificio e la lingua greca. Tornato a Macarsca 
ed eletto canonico di quella Cattedrale, indi arcidiacono di Zara, 
venne finalmente da Innocenzo XIII. nominato Vescovo di Traù 
nel 1722. Tre volte visitò la diocesi Traguriense con vantaggio di 
que' fedeli. Per volontà del Senato Veneto mandò a Benedetto XIII. 
il femore del corpo di S. Giovanni Ursino, con cui quell' esimio Pon- 
tefice ritenea aver avuto comune origine. Nel 1730 eletto Arcive- 
scovo di Spalato, ne assunse il carico con universale contentamento, 
e vi fece solenne ingresso. Fu uomo di molta dottrina e virtù, labo- 
rioso, forte nel suo diritto, della disciplina ecclesiastica propugna- 



69 

tore zelantissimo. Sorta nel 1731 ne' dintorni di Spalato grave 
pestilenza, si prestò alacremente e col consiglio e colle sostanze 
per giovare all' afflitta umanità. Nel corso della sua visita in Po- 
glizza avendo rilevata la somma ignoranza di que' parrochi, si prestò 
affinchè si procurassero una copia del suo trattato di Teologia mo- 
rale, che già sendo vescovo di Traù, avea scritto e publicato a 
Bologna nel 1729 in idioma slavo col titolo: »Manuductor illyri- 
cus« dedicandolo a Benedetto XIII. Quivi trovansi enunziati i di- 
ritti della Chiesa, le istituzioni morali e le fasi del dogma nel più 
naturai modo con assai ordine e chiarezza, e con forbitezza di lingua 
tale, che a ragione lo si vuol padre della patria favella. — Pose 
ogni cura affine di ridurre alla vera fede i Foziani. Volendo ogni 
cosa ordinare giusta i canoni antichi, di ragione dovette opporsi agli 
abusi de' nobili e del clero. Co' primi ebbe controversia intorno al 
monastero di S. Rainerio, in cui pretendevasi non poter entrare che 
nobili fanciulle; co' secondi intorno l'elezione de' canonici. Mori nel 
1745 a 5 d'ottobre. 

GAJO Sommo Pontefice, nativo di Salona, della nobilissima 
schiatta Aurelia Valeria, di cui era oriundo anche l'imperatore Dio- 
cleziano, papa insigne per pietà e per sapienza. Della vita di lui 
siamo affatto all' oscuro fino al 16 dicembre del 283, nel quale 
successe a S. Eutichiano sull' apostolica sede. Stabilì che gli Eccle- 
siastici avessero a passare per tutti e sette gli ordini inferiori prima 
di poter essere consacrati vescovi. Divise la città sacra in regioni, 
assegnando a ciascuna dei diaconi. Institui un magistrato cospicuo, 
di cui fosse uffizio difendere la Chiesa nelle sue angustie, e dispose 
eziandio che nessun cristiano citar si potesse in giudizio da chi tale 
non fosse. Scriss' egli queir epistola lodatissima a Felice vescovo 
»De accusatoribus , de divinitate ac vera humanitate dir isti, 
de ordinatione Episcoporum, de divisione magnarum urbium 
in regiones, de quaestionibus dìfficilioribus ad Sedem Apostoli- 
Cam referendis* . Destatasi la procella della persecuzione, si rico- 
vrò nelle cripte, ove stette sette anni, occupato sempre nell' istru- 
zione de' fedeli. E dubbio se alla fine scoperto , i suoi giorni tron- 
casse una morte violenta, o se affranto dai patimenti e dalle fatiche 
durate per trasporto di carità, ne giugnesse alla meta senza spar- 
gimento di sangue. Certo è che la Chiesa l'onora del titolo di Santo 
e di Martire, e ne fa memoria il dì 22 aprile in cui morì, correndo 



70 

il 296, dopo anni dodici, mesi quattro e giorni sette di pontificato. 
Il suo corpo tumulato nel cimitero di Calisto, si rinvenne il dì 
2 aprile 1622 in un urna segnata del suo nome, come ci narra Giov. 
Tomeo Marnavich (Unica Gentis Aurei. Valer. Salon. Dalm. 
nobilita*). L'abitazione di Cajo fu convertita in tempio, decorato 
di titolo cardinalizio, e dove venne stabilita una delle stazioni di 
Roma. Urbano Vili, nel 1631 redintegrò il tempio ed il culto, che 
andavan già decadendo. In Dalmazia si celebra l'uffizio di questo 
santo con rito doppio fin dal 1723, e ciò dietro ricerca di F. Bian- 
covich vescovo di Macarsca a Innocenzo XIII. 

CALANO Giuvenco Cecilio, dalmata, visse nel XII. secolo. 
Da un diploma segnato nel 1197 sotto il regime di Emerico, rilevasi, 
esser egli stato allora vescovo di Cinquechiese in Ungheria. Scrisse 
un' operetta col titolo: Attila rex Hunnorum, Venezia 1502 in 
foglio presso Doni. Pinci; Ingolstad 1608. Girolamo Squarciando 
e poi Pietro Canisio, ne diedero altre edizioni, da quali uscì una 
nuova in Presburgo 1736 in foglio con note di J. Tomka, riportata 
nel »Adparatus ad historiam Hungariae* . 

CALICHIO Arcangelo di Ragusa, domenicano, die in luce tre di- 
scorsi recitati inpatriain occasione dellapeste, ed il suo quaresimale. 

CALLINI Muzio di Brescia, cavaliere gerosolimitano, per dot- 
trina e per bontà di cuore insigne. Il Cardinale Cornelio, Arcive- 
scovo di Zara, volendo recarsi in Italia (1554), a se lo volle, e lo 
pose suo vicario. Ma avend' egli nel 1555 deposta la dignità Arci- 
vescovile di Zara, a Muzio venne conferita con soddisfazione d'o- 
gnuno. Intervenne al concilio di Trento, e fecesi ammirare per la 
vasta sua mente da que' padri. In adunanza generale venne scelto 
a perorare alla deputazione di Francia, rispettabilissima e per i 
personaggi che la componevano e per le questioni che recava a disa- 
mina, e vi tenne in tale occasione un robusto ed elegante sermone. 
Le sue lettere giovarono di molto il Pallavicino nella compilazione 
della storia del Tridentino concilio, e tengono posto distintu tra 
quelle di Camillo Oliva, di Astolfo Servando, del padre Egidio e 
di Pietro Consalvi Mendoza. Le raccolse Rodolfo Rinalducci e le 
diede in luce. Ebbe gran parte nella compilazione del Catechismo 
Romano, anzi a lui debbiamo l'aurea latinità che adorna quel vo- 
lume. Ritornato da Trento in Zara, ebbe tosto da Pio V. la sede 
Arcivescovile di Terni, e Zara ne pianse la perdita. 



71 

CAMILLO Giulio detto Delminio (Dumno), terriciuola della 
Dalmazia, donde ebbe origine la sua famiglia. Egli però naque in 
Friuli verso il 1479. Insegnò logica a Bologna per diversi anni, indi 
passato in Francia, presentò a Francesco I. una macchina da lui 
inventata, e che mediante un semplice congegno di tratto in tratto 
offriva alla vista una regola d'eloquenza tratta dalle opere di Cice- 
rone, di Quintiliano e d'altri retori. Francesco I. lodò la sua pa- 
zienza e gli offri in dono 500 ducati. Si dice che Camillo fosse 
stato versato più nelle lingue orientali, che nella greca, e avesse 
studiato le scienze cabalistiche più di quello che convenga ad uomo 
di senno. Ghilini afferma, che le sue produzioni in verso ed in prosa 
possono stare a paro con quelle dei più illustri scrittori. Il Crescin- 
beni invece pretende che Camillo era più atto a dar precetti del- 
l' arte di scrivere che di metterli in pratica. Le sue opere, raccolte 
da Tomaso Porcacchi, furono stampate a Venezia 1552, 1579, 
1581 e 1584 in 12°. Altre vi scrisse ancora: Due trattati, uno 
sullo stile eloquente, l'altro sull' imitazione, Venezia 1544, in 4°. 

— Le idee ovvero forme dell' orazione secondo Ermogene, vol- 
tate in italiano, Udine 1594 in 4°. — Artifizio dello scrivere e 
giudicare le ben scritte orazioni, Venezia 1602, in 4°. — Modo 
di ben comporre le orazioni, Venezia 1606 in 4°. — Idea del 
teatro, Firenze 1550 in 4°. he poesie latine di Camillo si trovano 
nelle Deliziae poetaram italorum. Mori nel 1550 nell' età di 
71 anno. 

CANAVELLI Pietro naque a Curzola al principiare del 
XVII. secolo. Trascorsi i primi anni in patria, recossi a Ragusa per 
applicarsi a studi maggiori, e quivi accasatosi e stretta amicizia coi 
più distinti personaggi de' suoi tempi, consacrossi alla poesia a 
tutt' uomo, e vi riuscì da non essere a nessuno secondo. Ebbe modi 
schietti e più volte a satira composti, per cui procacciossi non pochi 
nemici. Morì nel 1690, compianto dalle persone di merito. Scrisse 
molto e bene. Ecco il catalogo delle sue opere: JJ Ùrsiniade, ossia 
vita di S. Giovanni Orsino Vescovo di Traù, poema epico in versi 
illirici, diviso in 24 canti, che noi daremo alla luce co' tipi della 
Mattea di Zagabria; a differenza del Gondola, egli scelse a tema 
della sua epopea un fatto nazionale, descrivendo la calata di Colo- 
mano in Dalmazia, e la conquista da lui fatta della città di Zara. 

— Il Pastor Fido del Guarini voltato in versi illirici, ancor in- 



72 

edito ; — Poemetto sopra il tremuoto di Ragusa, in illirico, stam- 
pato nel 1843 dal giornale letterario »Daniza Zagrebacka; — 
Tragedia sulla passione di Cristo, in illirico, rappresentata in 
Ragusa nel 1663, ed una raccolta di drammi e comedie di vario 
argomento; — Raccolta ài poesie profane e di inni sacri in illi- 
rico, in parte voltati dal nostro valente poeta Ferd. de Pellegrini 
in italiano; ■ — Versione d'ode di Fulvio Testi, dal latino in 
illirico; — Raccolta di epigrammi ed altri componimenti sati- 
rici di vario genere; — Un' ode italiana in lode del pittore Ragu- 
seo Bened. Stay, stampata nel 1844 nell' appendice della gazzetta 
di Zara; — Poemetto sulla liberazione di Vienna da' Turchi per 
opera di Giovanni Sobieschi re di Polonia, in illirico. Questa il 
Canavelli fece tenere allo stesso re mediante il Cardinale Barberini, 
ed ebbe la compiacenza d'ottenere in ricambio uno scritto del So- 
bieschi stesso, datato in Savorova a' 16 maggio 1687. 

CANISIO Pietro, fece stampare nel 1545 a Roma la sua 
opera intitolata »Bogoslovje << utile non solo per la materia che 
dottamente tratta, ma in ispezieltà perchè ci fa testimonianza dello 
stato della lingua illirica in que' tempi. 

CAPOGROSSO Marco di Spalato, distinto pittore del secolo 
17°, come ne fanno fede oggidì i ritratti e i molti quadri da lui di- 
pinti. Fu in questa beli' arte scolare di Matteo Ponzoni dalmata. 
Il Dumaneo (Sinop.) lo appella pittore eccellentissimo , ed assi- 
cura, che se non avesse innanzi tempo pagato il tributo alla natura, 
non solo avrebbe pareggiato, ma eziandio superato il suo maestro. 
Più modestamente dice il Carrara, eh' ei pinse di molti quadri, i 
quali mostrano il suo talento nell' arte. 

CAPOK Giovanni di Curzola, arciprete della chiesa di S. 
Girolimo a Roma, ove visse il più dell' età sua. Coltivò la scienza 
numismatica, e della patria storia ne sapeva abbastanza. Morì in 
patria il dì 13 gen. 1844, nell' età di 72 anni. Abbiamo di lui 
alle stampe: — Della patria, di S. Girolimo, risposta all' opu- 
scolo del Can. D. P. Stancovich Istriano. Roma 1828. — Delhi 
patria di S. Girolimo. Roma 1831. — Dimostrazione dell' an- 
tichità e continuazione della lingua illirica poscia detta slavo- 
nica in Dalmazia. Spalato 1844. 

CAPOK Mattko, fratello di Giovanni, di Curzola, di fresco 



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esso pure rapito alla patria, cui giovò di molto colle sue produ- 
zioni istorico-archeologiche recate in luce dai patri giornali. 

CARAMAN Matteo nasceva nel borgo Santacroce di Spalato 
sul principiare del 18 secolo. Vestite le divise clericali, studiò nel 
seminario di sua patria, donde venne chiamato in quello di Zara 
detto Florio ad insegnare le filosofiche e le teologiche discipline. 
Le qualità commendevoli, di cui andava fornito, gli meritarono 
l'estimazione di tutti, ed in ispezieltà dell' Arcivescovo Vincenzo 
Zmajevich, il quale intento a dirozzare lo spirito del clero nazio- 
nale, stimò Matteo il più atto a giovar la sua impresa; e perchè 
meglio si potesse fornire delle necessarie cognizioni di lingua, in- 
viollo a tutte sue spese a Roma, e gli ottenne dalla Propaganda di 
passare colla dignità di missionario apostolico nelle regioni slave e 
nella Russia, dov' egli trovò un ricco appoggio nel fratello di Vin- 
cenzo , che militava con gloria in quella imperiale marina. Reduce 
il Caraman dalla Russia, arricchito di molte cognizioni acquistate 
per l'oggetto desiderato, dalla Propaganda veniva tosto occupato 
nella riforma dei libri slavi ecclesiastici, ed egli fatto da prima 
stampare un alfabetario a Roma nel 1739, die due anni dopo in 
luce que' libri ecclesiastici da lui emendati. Quantunque il dottiss. 
Assemani ed altri ancora innalzarono a cielo tale di lui fatica, pure 
di recente ebbe a dimostrare il chiariss. Kopitar nel suo Glag olita 
Clozianus , aver egli imbastardita con russismi la lingua liturgica. 
Certo è che per tale fatica salito in rinomanza, Benedetto XIV. 
creavalo a dì 9 luglio 1740 vescovo di Ossero e visitatore Aposto- 
lico dei collegi illirici, e dopo tre anni Arcivescovo di Zara (11 gen- 
najo 1746). Una delle prime sue cure dopo assunte le redini di 
questa chiesa si fu di completare la fabrica del Seminario illirico, 
e di celebrarne l'apertura. Visitò molte fiate la diocesi, provve- 
dendo ai bisogni del suo greggie per ogni dove con zelo, e tale si 
fu propugnatore acerrimo della disciplina ecclesiastica e de' propri 
diritti, che involto in certa controversia, dovette recarsi a Vene- 
zia a giustificarsene. In tale incontro scrisse un' erudita » Informa- 
zione per rapporto a Serviani di rito greco esistenti nella Dal- 
ìiiazia, loro derivazione , dogmi, costumi ecc. 1750. Difese la 
sua riforma de' libri liturgici dagli attacchi mossile dall' Arcives- 
covo di Ragusa con un dotto lavoro intitolato ^Identità della 
lingua letterale slava, e necessità di conservarla ne'' libri sacri 



74 

esistente nell' archivio della Propaganda (Roma 1741). Altri 
scritti dicono aver egli lasciati siili' argomento stesso. Scrisse due 
dissertazioni, l'una sui vampiri e le streghe (1747), l'altra senza 
data, sopra argomento teologico. Degna è pur di menzione un' ine- 
dita ed accurata di lui »jRelatio status archidiocesis Jaderiinae 
post suam canonicam visitationcm sacrae Congregationi (1754). 
Venticinque anni governò egli la chiesa di Zara con pietà e vigi- 
lanza lodevole. Colpito d'apoplessia dopo lunga infermità cessò 
di vivere ai 7 di maggio del 1771, lasciando i suoi manoscritti al 
suo degno nipote Antonio Caraman Abate di Rogovo. 

CARAMANEO (Mattiassevich) Ab. Dr. Antonio di Lissa, 
dotto investigatore delle patrie cose, e nelle letterature italiana, 
latina, greca e slava abbastanza versato. Ebbe dispiaceri, come 
ci narra il Fortis, per aver voluto provare in una dissertazione, 
che le reliquie di S. Doimo, venerate a Spalato, non erano le- 
gittime. Scrisse di molte cose risguardan ti Lesina e Lissa, raccolte dal 
Can°. Bartolo Radassio suo patriota in un lavoro troppo indigesto. 
Il suo poema »la descrizione del giardino Morosini in Padova* 
el' altro »la fierezza de Turchi repressa* abbastanza eleganti. Altre 
poesie latine stampò pure nel 1686 e 1687 a Venezia. Spiegò 
iscrizioni antiche e medaglie, come rilevasi da un suo manoscritto 
esistente presso il Capor col titolo: »JEpistolae philologicae in 
quosdam nummos et quaedam marmora litterata Dalmatiae*. 
Annotò Ovidio, stampato nel 1733 a Venezia. Fu appassionati s- 
simo cultore della lingua slava, in cui dettò molte cose, tra quali 
eziandio la versione dei due primi canti della Gerusalemme li- 
berata del Tasso, inedita, e varie poesie. Usava nel suggellare 
le lettere d'un' impressore, su' cui eranvi incisi versi slavi. 

CARIS (de) Giorgio di Spalato, ove fu nel 1600 canonico, 
arciprete e vicario Arcivescovile, versato nelle sacre e profane 
lettere. Narra il Dumaneo, aver egli scritto molto in verso e in 
prosa latina e slava, e che nel 90 anno di sua età cessasse di 
vivere. 

CARLI Andrea di Spalato, esercitò con plauso l'arte di 
fabricatore di stromenti fisici, e in tali oggetti prestò l'opera sua 
con piena soddisfazione pel museo di tisica e storia naturale di Fi- 
renze, Roma, Pistoja, Ancona, Verona, Padova ecc. ed a Zara 
iipI 1834 tentò di produrre alcuni esperimenti a microscopio solare 



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acromatico e di presentare in eosmorama ottico-pittorico alcune 
vedute, e vi riusciva a meraviglia. 

CARNARTJTICH Bernardo di Zara, vissuto nel 16 secolo, 

ci è noto pel suo elegante poemetto slavo, diviso in quattro canti, 

ritorno l'assedio di Seghetto, impresso a Venezia nel 1584, e 

poscia più volte ristampato; di cui il Tanzlingher se ne giovò nel 

suo dizionario italiano-illirico. 

CARRARA ab. Francesco nasceva a Spalato a 16 novembre 
1812 da onesti cittadini. Nel patrio seminario studiò grammatica, 
retorica e filosofia, in quello di Zara compì il corso teologico, il 
tutto con plauso. Ritornato in patria, a questa volse ogni pensiero, 
applicandosi a tutt' uomo agli studi archeologici, in ispezie a quelli 
che gli porgevano gli avanzi dell' antica Salona. Intanto resosi va- 
cante un posto di alunno nell' istituto di Santo Agostino in Vienna, 
il Miossich scorgendo in lui un fervido amore de' studi, lo desti- 
nava a coprirlo. In Vienna il Carrara seppe approfittare alla scuola 
germanica degli studi severi che lo collocarono in un seggio distinto 
appresso i più celebri scienziati di quella dotta città. Richiamato 
in patria, gli veniva affidata la cattedra riunita di religione e sto- 
ria universale nell' istituto filosofico del seminario vescovile, e non 
molto dopo veniva scelto a conservatore provisorio dell' i. r. museo 
d'antichità. Appena avuto quest' ultimo incarico volse egli tosta- 
mente lo sguardo a Salona, a questo punto il più interessante del 
sovverso orbe romano in Austria, e quindi si pose a chiedere 
un' annuo assegno , per riprendere in queli' agro gli scavi da 
qualch' anni interrotti. Lo ebbe nel 1844, e da poi altri ancora, 
ma questi gli suscitarono di contro una lotta, alle volte pacata e 
dignitosa, più fiate invellenita da passioni private. Ne furono però 
frutto per la scienza la scoperta di preziosi oggetti in tutti i rami 
dell' antichità, per cui la nomina di direttore effettivo onorario del 
museo di Spalato "( 1847). Ritornato in ottobre del 1849 da una 
escursione lungo il Cettina in fatto di ricerche archeologiche, gli 
veniva intimato un decreto della Direzione dello studio filosofico, 
con cui lo si sollevava dalla mansione di professore. Egli vi oppose 
una imperturbata rassegnazione, ma Spalato si scosse, innalzò 
prieghi da prima per lui, indi proteste. Ciò nulla valse, che la 
calunnia aveva tese le sue tele solidamente a suo danno. 

Faceva in questo frattempo alcune proposte sulla conserva- 



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zione degli avanzi del palazzo di Diocleziano, tra quali: il denu- 
damento del tempio di Giove, d'Esculapio ecc., ma le sue buone 
intenzioni vennero frantese. Nel settembre del 1847 raccoltosi il 
IX congresso de' dotti Italiani a Venezia, il Carrara, caldo del- 
l'amore della scienza, corse a quella volta, e depose il frutto 
de' suoi sudori. Ivi e' lesse una memoria sulle antichità saloni- 
tane, accolta con plauso, e tenne vive discussione con C. Cantù 
sull' origine del bastione. 

Il 16 settembre 1850 abbandonava la sua patria di nuovo, e 
attraversata la Baviera, ove riscuoteva amplissimi encomi in una 
seduta straordinaria dell' i. r. accademia delle scienze, raccolta dal 
celebre Thiersch, in Vienna riducevasi. Ivi lesse all' i. r. accade- 
mia alcune memorie sugli scavi di Salona, lodate, ma non riuscì 
d'ottenere che vi si continuasse l'assegno. Però l'ecc. ministero indi 
a poco decretava a quell' uopo fiorini mille ducento, ed invitava il 
Carrara alla compilazione di un' antologia italiana ad uso de' gin- 
nasi liceali austro-italici. Intanto i lunghi studi e le patite sventure 
l'avevano affievolito si che, in sullo scorcio del 52 isviluppatisi più 
palesamente in lui i sintomi di una bronchite, accennava a pros- 
sima fine. Ripatriato dopo un lieve miglioramento per far la con- 
segna del patrio museo, di cui erasi spontaneamente spogliato, an- 
nunziava la Gazzetta di Vienna del 20 settembre 1853 la di lui 
nomina a Professore nel Ginnasio Superiore di S. Catterina a Vene- 
zia. Ridottosi quivi in novembre, rincrudeliva il malore, e quindi 
il di 29 gennajo 1854 compiva la sua carriera mortale. Il Carrara 
fu ascritto alle più illustri accademie de' nostri tempi, venne lodato 
dai più riputati dotti e giornali. 

Le sue opere principali sono : 1) Teodora Ducaina, Paleo- 
loghina. Piombo unico inedito. Vienna 1840. Dalla tipogra- 
fia de PP. Mechitaristi ; — 2) Archivio Capitolare di Spalato. 
Spalato Tip. Olivetti e Comp. 1844; — 3) Chiesa di Spalato 
un tempo Salonitana 1844. Trieste. I. Papsch e C; — 4) La 
Dalmazia descritta con 48 tavole, miniate rappresentanti i prin- 
cipali costumi nazionali. Zara, fratelli Battara tipografi edi- 
tori 1846 ; — 5) Canti del popolo dalmato. Zara 1849 co' tipi 
dei fratelli Battara; — 6) Topografia e Scavi di Salona. 1850. 
Trieste. Tip. del Lloyd Austriaco; — 7) Antologia italiana. 
Vienna 1853; — 8) Memorie diverse sugli scavi di Salona, 



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lette in varie accademie, articoli in molti giornali sopra argomenti 
storici, archeologici, fisici, ecclesiastici, linguistici ecc. 11 Sigr. 
Bajamenti di fresco publicò la biografia dell' Ab. Carrara, lavoro 
superiore ad ogni encomio. 

CARRARA Spirinone di Traù, canonico di Spalato, die in 
verso sciolto tradotta la vita di S. Giovanni Tir sino, scritta da 
Bernardo Prodi prete brazzano, e tale lavoro uscì alla luce in Spa- 
lato nel 1814 per opera del Cicarelli co' tipi Demarchi. 

CASOTTI B° Agostino, inique a Traù circa il 1260 da Ni- 
colò e Dragoslava Dragameli famiglia nobilissima a que' tempi. 
Ancor giovane s'aggregò all' ordine de' Domenicani (1277). Com- 
pito il corso teologico a Parigi (1286), passò ad insegnare filosofia 
e teologia nelle scuole del suo ordine con plauso, indi visitate le 
Provincie italiane recavasi in Dalmazia e in Bossina, infetta a 
que' tempi quest' ultima d'eresi manichea, e ne trasse vantaggio 
alla catolica fede colle sue fatiche ed esortazioni pastorali. Bene- 
detto XI preso dalla sua pietà e dottrina nel 1303 lo nominava 
vescovo di Zagabria, indi lo spediva in Ungheria, affinchè recas- 
sevi il pallio ai due Metropoliti di Strigonia e di Coloza, e li esor- 
tasse a seguire il partito di Carlo Roberto dichiarato dalla S. Sede 
re d'Ungheria. La sua vita episcopale tenne composta ad ogni spe- 
cie di santità. Fondò a Zagabria un convento pei PP. Domenicani, 
e lo forni di campi. Riformò il capitolo, compì la fabbrica della 
chiesa Cattedrale, esercitò le opere di misericordia coi poveri lar- 
gamente, e coi violatori de' beni ecclesiastici la severità delle pene 
nel modo più potente; e visitata più volte la diocesi, convocò un 
sinodo diocesano, emanandovi sotto ogni riguardo le più salutari 
leggi. Recossi in Ungheria come coadjutore di gentile Cardinale 
e Legato Apostolico per pacificare quel regno, e ne' comizi di Rakos 
tenne un discorso in favore di Carlo (aia'. 131 J). Fu presente ai 
due concili nazionali di Buda e di Presburgo, e al concilio gene- 
rale Viennense del 1308. Carlo l'amò di cuore, attribuendogli la 
sua elevazione al trono, e gli concedette molti benefizi nonché molti 
privilegi alla sua Chiesa. Agostino frattanto menava una vita illi- 
batissima, per cui fu donato da Dio della potenza di far miracoli. 
Roberto re delle due Sicilie lo chiese al Papa Giovanni XXII. per- 
chè riformasse la Chiesa di Luceria già in totale disordine ridotta, 
e l'ottenne. Ed in Luceria, cinque anni appresso, compieva il santo 



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Prelato la sua carriera mortale. Carlo duca delle Calabrie preso dai 
miracoli che operava Agostino dopo la sua morte, chiese a Gio- 
vanni XXII lo ponesse nel numero de' Santi e ne sortì l'effetto. 
Avvi nel P. Farlati riportato l'intero uffizio di S. Agostino Tragu- 
riense, approvato dalla S. Congregazione de' Riti. Fra i codici della 
Vaticana al N. 3740, 425 un suo esiste col titolo » Augustine 
Zagabriensis Episcopi de paupertate Christi et Apostolorum« 
e nell' archivio del Castel S°. Angelo un' altro: »Beati Augustini 
ordinis praedicatorum Episcopi Zagabriensis et deinde Luce- 
rmi monumenta prò canonizatione. — Oratio Zagabriae ha- 
bita ad clerum suum cum inivit Ecclesiam. — In comitiis Regni 
in campo Racos ad Danubii ripas de agnoscendo rege Carlo 
Roberto. « Il Marnavich ne scrisse la vita a lungo. 

CASOTTI Agostino, sacerdote di Traù, teste decesso, scrisse 
le biografie di due vescovi di Traù. 

CASOTTI Marco di Traù, tolto a' vivi di fresco con danno 
gravissimo de' patri studi, scrisse: Le coste e isole dell' Istria e 
della, Dalmazia nel 1840. — I Morlacclii, romanzo della con- 
tessa di Rosemberg. — Milienco e Dobrilla. — Il Sano Horvat. 

— Il Ber etto Rosso, ossia: Scene della vita morlacca, Venezia 
coi tipi di Giovanni Cecchini e Comp. 1843. Freggiò di molti 
articoli, risguardanti le patrie cose, le appendici della Gazzetta di 
Zara, di cui fu per molti anni redattore. 

CASSIO Bartolomeo di Pago si acquistò alta riputazione scri- 
vendo in illirico, e si rese assai benemerito della lingua. Entrato 
ventenne nella compagnia di Gesù (1595), andò missionario in 
Torchia, la quale scorse per tre volte tutta, e quindi si fece amico 
a' Ragusei che recavansi nell' ottomano per esercitare traffichi 
d'ogni specie. Essi fecero stampare il più delle sue opere scritte con 
eleganza in slavo e perciò citate dal Dollabella. Queste sono: 

— Versione del Kempis stampata a Roma nel 1 642 e ristampata 
nel 1854 dai Batta ra in Zara. — Versione dell' epistole e de' van- 
geli per tutte le feste dell' anno, in Roma presso il Tani nel 1641 
in fog. — Vita di Gesù Cristo e della Beata Vergine , in Roma 
nel 1638 coi tipi della Propaganda. — Rituale Romano, nel 1640 
a Roma coi tipi della Propaganda. — Vite di 25 vergini, in Roma 
nel 1625 in 8° presso il Zanetti. — Specchio della Confessione e 
della Comniunione , in Roma nel 1631 presso lo stesso. — Coni- 



79 

pendio della Dottrina Cristiana del Bellarmino, in Roma 1633, 
— Traduzione in eleganti e robustissimi versi dei primi 50 
salmi, in Roma 1634. — Grammatica illirica, in Roma 1604 
in 8° presso il Zanetti. — Vita di S. Ignazio in Roma 1623. — 
Vita di S. Francesco Saverio, in Roma 1638. — Calendario al 
Penitenziere Apostolico. — Storia di Loreto, presso il Zanetti 
nel 1617. — Vane/rida, tragedia inedita. — Mersio, canzoni 
illiriche. — Inni sacri — Versione della Bibia, inedita. — Ratio 
meditationis et orationis mentalis. — In età d'anni 70 scrisse la 
propria vita in latino, tuttora inedita. Morì nel 1650, dopo es- 
servi stato rettore de' Gesuiti in Ragusa e poscia penitenziere in 
Loreto e a S. Pietro di Roma. 

CATTALINICH Giovanni naque a Castel nuovo presso Tran. 
il 25 marzo 1779. Nel seminario di Spalato studiò umane lettere e 
filosofia, e nel 1796 recavasi a Roma allo studio teologico, che poi 
compieva a Zagabria. La caduta della Republica Veneta lo distolse 
dalla carriera Ecclesiastica, e quindi diessi allo studio del diritto. 
Neil' 1800 era segretario della superiorità d'Imoschi, nel 1805 di 
quella di Sign, un' anno dopo Dandolo creavalo giudice di pace. 
Ma organizzate pel decreto napoleonico nel 1809 le guardie nazio- 
nali, fu nominato comandante di quella di Sign. Poco stante rotta 
la guerra tra l'Austria e la Francia, venne a Clissa per combattere 
gì' insorti in favore dell' armi tedesche. Prigioniero di guerra fu 
tradotto in Ungheria e per la pace di Presburgo restò milite di 
Napoleone. Capo squadrone del reggimento illirico seguitò il Duca 
di Ragusa nella guerra di Spagna sino a' Pirenei. Nel 1813 i Tur- 
chi assalito il forte Czetin, ed impadronitisene, il Cattalinich con 
pochi de' suoi con impeto irruppe nella fortezza, nell' atto che i 
Turchi spartivansi la preda, e ne fece orrendo massacro. Caduto 
l'impero, da capo squadrone degli ussari, coi quali s'era condotto 
a Lione, dopo aver assistito alla resa di quella piazza, passò a 
maggiore del reggimento austriaco Francesco Carlo. Nel 1815 svi- 
luppatasi la poste a Macarsca, ebbe la direzione del cordone e 
degli oggetti sanitari del triplice confine sino Camensco e di quello 
del Cettina. Nel 1818 riebbe l'importantissimo incarico di stabilire 
un cordone militare contro l'Ercegovina, l'Albania turca ed il Mon- 
teneio affine di arrestare la peste scoperta presso Cattaro; e per le 
molte fatiche patite in quell' incontro venne colto da malattia, che 



80 

io trasse a clemenza. Riavutosi in pochi anni , si stabilì a Spalato, 
ove intese agli studi e vi riuscì per modo che nel 1835 publicò la 
» Storia della Dalmazia*. Raccolse egli il meglio di quanto era 
scritto fino a' suoi giorni e trasfuselo ne' suoi quattro volumi, i quali 
discorrono i maggiori avvenimenti dall' evo più antico sino alla ca- 
duta della republica veneta. Tale suo lavoro da poi ristrinse in un 
volume in lingua slavo-dalmata; che ancora non uscì alla luce per 
mancanza d'associati. Quest' opera quanto giovamento abbia recato 
alle lettere tra noi e lustro alla Dalmazia, è chiaro, giacche ci 
mancava fino ad ora un corpo di storia patria dettata in lingua in- 
tesa da più, che le opere dell' Arcidiacono e del Lucio, né tratta- 
vano la storia intera, occupandosi il primo solo nelle cose eccle- 
siastiche, solo nelle cose civili il secondo, ne perchè scritti in la- 
tino, lingua da dotti, eran atte a spargere fra il popolo le nozioni 
intorno alle gloriose gesta de' loro progenitori, e rinfocolare con 
ciò l'amore alla patria e a generosa emulazione incitarli. Versato 
nelle cose agrarie, scrisse di molto su tale materia, e dava mano al 
giornale economico-agrario adoppio testo, illirico e italiano, ma in 
Dalmazia, scrivendo pe' suoi, non rinvenne editore ! Dettò, improvi- 
sando, di molti versi latini, e in altre circostanze poesie illiriche 
d'ispirazione originale. Morì nel 1 847 dopo breve malattia a'27febbrajo 
CATTICH Anselmo di Ragusa, francescano, vescovo di Mer- 
cana, profondo teologo e poeta latino, come attestano le molte sue 
elegie inedite. 

CATTJSCICH Pietro di Ragusa, giovane passò a Roma alla 
scuola di pittura del Cavaliere Marron, e se non si rese celebre in tal 
arte, ne son colpa più i non ben diretti studi che la disposizione na- 
turale. Abbiamo di lui i ritratti dello Stay, del Cunich e del Zamagna. 
CAV AGNINI Simeone di Spalato, venne scelto da prima ca- 
nonico in sua patria, indi vicario generale dell' Arcivescovo Cosmi, 
e nel 1695 da Innocenzo XII vescovo di Traù, dove elargì tutto il 
suo ai poveri. E tuttora inedito un suo poema slavo in cui e' parla 
di tutte le città dalmate, e dei letterati che la illustrarono, esi- 
stente ora in mano del nobile Sig. Co. di Capo-Grosso di Spalato, 
dal quale, come da uomo delle cose patrie tenerissimo, giova spe- 
rar tra breve un' edizione che renda noto un poema, che e per il 
inerito intrinseco e per la materia che tratta doppiamente illustra 
la patria nostra. K questo desiderio è in noi e in tutti i buoni 



81 

Dalmati tanto più vivo, in quanto che il eh. Pr. Ivcevich ci fé di 
recente gustar un saggio in un' opuscoletto da lui publicato co' tipi. 

CEMINI Giacinto di Ragusa, domenicano, vissuto nel 17 se- 
colo, voltò in illirico il libro di Tobia e quello di Giobbe. 

CERNATIS (de) Leonello d'antica ed illustre schiatta di Vi- 
cenza, da vicario della basilica Vaticana venne nominato da Sisto IV. 
a vescovo di Arbe nel 1472, e resse quella chiesa per dodici anni. 
Fu impiegato in varie legazioni d'importanza in Francia, in Germa- 
nia ed appo i Veneti. Dotto nella lingua greca, voltò in latino V ora- 
zione di Nilo Arcivescovo di Tessalonica ed il ms. resta a Padova 
nella biblioteca de' Canonici regolari di S. Giovanni. Angelo Poli- 
ziano gli diresse una lettera, in cui esalta la sua prudenza, dottrina 
e pietà. Nel 1484 ebbe la Chiesa di Traù e nel 1488 quella di 
Concordia. 

CERVA Lodovico (detto Cervario Tuberone) di Ragusa, ove 
naque nel 1455 da patrizia famiglia originaria di Cattaro. Studiò 
a Parigi le lettere e le scienze, e tornato in patria, s'accasò con 
nobile donzella della famiglia Gozze, cui indi a poco persvase a riti- 
rarsi in un monistero, ed egli indossate le vesti di S. Benedetto, si 
ritrasse sullo scoglio di S. Andrea, dodici miglia lontano dalla sua 
patria, ove per ventidue anni visse tra esercizi di pietà e nello 
studio delle umane lettere. Creato indi abate di S. Giorgio, venne 
dal Senato scelto a Vicario della Chiesa Ragusina in assenza 
dell' Arcivescovo Rainoldo Graziani. Mori nel giugno del 1527. 
Scrisse l'istoria dei suoi tempi (1490 — 1522) in XI. libri col titolo: 
»Commentaria de temporibus suis*, in istile dignitoso e con isto- 
rica coscienza, per cui a ragione lo si dice il Sallustio Raguseo. 
Per tale lavoro si servì di molto de' materiali che gli somministrò 
Gregorio Frangipani vescovo di Colocza in Ungheria. Distinto elo- 
gio ne fanno il Boxornio (Comm. sup. Tac. Annoi, lib. VI.), Cri- 
stoforo Besoldo (Polit. lib. I. cap. 11.), Giusep. Scaligero (Confut. 
Fab. Bord.), Czvittinger, Horànyi, la Biog. Univ. Ant. e Mod. ecc. 
Da tale suo lavoro e'stesso trasse due altri, uno sxAY origine dei Tur- 
chi, suir origine di Ragusa l'altro. Questo con note e supplementi di 
Michiele Sorgo uscì in luce a Ragusa nel 1790 coi tipi del Trevi- 
sani, quello a Firenze nel 1590 presso Antonio Patavino a spese 
di Matteo Bona. Neil' opera maggior fa egli uso delle aringhe, le 
addatta ai personaggi, e con esse sviluppa in naturai modo la loro 

6 



82 

politica, per cui il racconto addiviene vario ed animato. Venne essa 
stampata la prima volta in Francoforte sul Meno nel 1603 in 4° e 
poscia nel 1 627 nella stessa città, in Lipsia di nuovo unitamente agli 
autori delle cose Ungariche da Clemente Scheleichio nel 1746 in 
fog. , e nel 1784 da Carlo Antonio Occhi in Ragusa. Fu proibita 
però dalla Congregazione dell'Indice a' 11 maggio 1734 (Foscarini). 
Coltivò eziandio con frutto le scienze matematiche. 

CERVA Serafino di Ragusa, domenicano, compito il corso 
degli studi a Venezia, ritornò in patria, e consacratosi alla soda 
pietà e alla letteratura tolse a razzolare per ogni dove i documenti 
riguardanti le cose patrie e raccoltine dodici grossi volumi che inti- 
tolò Adversaria, si applicò a delineare in latino tre opere tuttora 
inedite, cioè — La Sacra Metropoli Ragusina — Vite degli 
uomini illustri Ragusei col titolo : Bibliotheca Ragusina, in qua 
Ragusini scriptores, eorum gesta, et scripta recensentur , ve ne 
sono 500 — Monumenti della Congregazione di S. Domenico di 
Ragusa; ciascuna in quattro tomi in foglio. Quivi le date cronolo- 
giche vanno esattissime, perchè appoggiate a documenti irrefragabili. 
Gli ordini monastici, le chiese, le confraternite hanno in quest'ope- 
ra quanto spetta al loro stabilimento e al loro progresso in Ragusa, 
e per tal ragione si allarga di molto, e quindi i fatti storici, quan- 
tunque con fina critica esposti, pure, perchè non di stretto legame 
uniti, non si presentano chiari alla mente de' leggitori, distratta da 
tante notizie di rilevanza minore. I Prolegomeni che vanno innanzi 
alla sua Metropoli, ne' quali con molta critica ed erudizione esa- 
mina vari punti controversi di storia sacra, sono interessantissimi, 
abbenchè più volte alquanto si allontanino dal vero. Mori nel 1 759. 
Voltò dall' italiano in latino un commentario d'uno scrittore ano- 
nimo sulla vita della B. Osanna di Cattaro Monaca Domenicana. 

CERVA Tommaso di Ragusa, domenicano, dottore in ambe le 
leggi, vescovo di Trebigne e di Mercana, amministratore della 
chiesa di Stagno (1541 — 1559) e vicario generale dell' Arcivescovo 
di Ragusa Angelo Medici, poi Pio IV. Il Cardinale de Vio gli de- 
dicò l'opera »De emptione rerum raptarum in bello* il che ci fa 
fede della sua valentia in ambi i diritti. 

CERVINO (Cerva) Elio Lampridio naque nel 1460 aRagusa, 
e passato a Roma agli studi, coltivò l'oratoria e la poesia in modo, 
da farsi molto da presso agli antichi. Diciottenne ebbe cinta la 



83 

fronte d'alloro, riservato ai poeti, avendo in un arduo cimento coi 
più illustri dell' accademia Quirinale riportata la palma. Ritornato 
in patria pieno di gloria, si pose ai servigi della republica in qua- 
lità di senatore e di magistrato; ma mortagli indi a poco la moglie, 
ed abbracciato lo stato ecclesiastico, eletto canonico tra suoi, passò 
il restante di sua vita tra le dolcezze della poesia, ritirandosi di 
sovente nella sua villeggiatura di Ombla. Morì nel 1520. Lasciò . 
molte orazioni latine e 1 suoi componimenti poetici , ! di cui gran 
parte conservasi in un codice della biblioteca Vaticana al n. 2939, 
il resto in vari manoscritti esistenti in Ragusa. Palladio Fosco (De 
situ orae Hlyrici) tesse distinto elogio a Cervino. Cum, haec prode- 
rem, die' egli, ibi erat Aelius Cervinus poeta eminentissimus, 
cui si priscis temporibus nasci contigisset^ quando more homi- <* 
num comparatum est, ut veteres scriptores novis semper ante- 
ponantur, ipse profecto cum antiquis vatibus passim, legeretur: 
tanta est ejus in rebus, quas decantai, eruditio , et ea carmini s 
sublimitas, 

CHER&A Antonio di Ragusa, naque nel 1779. Studiò reto- 
rica e filosofia sotto gli Appendini, e giurisprudenza sotto Cosinti. 
Nel 1801 recossi a Genova, indi nelle Spagne, e ritornato da poi 
in patria, nel 1808 ebbe il carico di giudice in 1. istanza, nel 1813 
di procuratore imperiale e nel 1816 d'inquirente criminale. Indi a 
poco soppresso un tal carico, si consacrò ai beati ozi delle muse. 
La perdita de' suoi congiunti l'accuorò tanto che, dopo non lunghi 
giorni passati nel dolore, venne a morte (1838). Conosceva a 
perfezione la latina, italiana e francese letteratura, e molto lasciò 
scritto in originale o tradotto in verso latino ne' modi catulliani, 
per cui bella suonava di lui la fama in Italia, e gli valse il commer- 
cio letterario con Monti, Pindemonte, Cesari ecc. e gli applausi 
dell' Antologia, Biblioteca Italiana ecc. 

CHIERLO Nicolò di Cattaro, a sentenza della sua iscrizione 
sepolcrale, elegante poeta e letterato. Visse a Venezia, ove mori 
nel 1522. 

CHIOLICH de Levensperg Giorgio Volfgango dalmata, nel 

1 746 vescovo di Segna e di Modrussa. Scrisse: »Catalogus Segnien- 

sium et Corbaviensium, seu Modrussiensium Pracsulum* , 

riportato nel Tom. III. Scriptorum Rer. Hung. Edit. Schwandt. 

pag. 466. 

6* 



84 

CHIUDI Michiele, nato a Traù in sul cadere del secolo 15, 
sostenne a Roma il carico d'auditore di Rota. Siccome per la sua ma- 
turità di consiglio e per la giustizia avea levato di se alta fama, il 
Pontefice per premiare tali di lui qualità, nel 1503 gli conferiva il 
grado eccelso di governatore di Roma. Poscia da Giulio IL a 2 marzo 
del 1506 veniva promosso prima alla cattedra vescovile di Po- 
lignano, indi a 7 febbrajo 1508 trasferito al vescovato di Monopoli. 
Sembra però ch'egli alla sua residenza mai si recasse, occupato di 
continuo dalla corte in gravi oggetti di publico interesse. Durante 
la lega di Cambray stretta contro Venezia, Giulio II. raccostatosi 
però a' Veneziani, d'un esperto negoziatore avea d'uopo, che presso 
loro gl'interessi della Sede Apostolica maneggiasse, ed il Chiudi fu 
quello che meritò d'essere a ciò destinato (1510). Incarico simile 
conseguito in circostanze così difficili chiaramente comprova, com'egli 
fosse negli oggetti politici e diplomatici versatissimo. Due anni dopo 
venne scelto a rettore della città di Pesaro caduta sotto la domina- 
zione dei Pontefici, sendosi spenta la linea mascolina degli Sforza. 
Però nell' anno stesso a 2 ottobre venne a morte (1512). Al corpo 
di lui venne data sepoltura degna in quella cattedrale. 

CICCARELLI Andrea di Pucischie sull' isola Brazza, prete 
abbastanza erudito, visse in sullo scorcio del passato secolo. Scrisse 
alcuni opuscoli riguardanti la storia degli uomini illustri di Spa- 
lato e di parecchi altri Dalmati (Ragusa 1811). Publicò a Spa- 
lato nel 1814 ed illustrò con note la vita di S. Giovanni Ursino, 
scritta in versi latini dal Prodi (V.). Stampò un volume di cose 
patrie col titolo: »Osservazioni sull' isola della Brazza e sopra 
quella nobiltà. Venezia 1802*. 

CINDRO Nicolò di Spalato, a quanto ci narra il Carrara, a 
Fiume, a Segna e a Lubiana trattò affari gravissimi di stato coi 
ministri della Maestà Cesarea, poi condivise coli' Alberti il merito 
della conquista di Clissa. Combattendo coi Turchi sul Mossor perde 
la vita, e il Commissario Imperiale cavaliere Bertucci, dal convento 
delle Paludi nel 1596, scrisse l'attestazione del fatto. 

CINDRO Pietro patrizio Spalatino, dottissimo paleografo e 
filologo del secolo XVI., che fu per Spalato ciò che i Maurini e i 
Benedettini alla republica delle lettere. Senza le veglie di costui, 
come afferma l'Ab. Carrara, non sapremmo, forse della cronaca di 
Tommaso Arcidiacono, ne della storia del Madio, ne della tavola 



85 

dell' A Cutheis. Giovò di molto il Lucio nella compilazione della 
sua storia. 

CIOBARNICH Giuseppe di Macarsca, educato nel seminario 
di Padova, indi canonico di Spalato e finalmente preposito in sua 
patria, ove morì nel 1852. Profondo conoscitore delle greche, latine 
ed italiane eleganze e poeta valentissimo, lasciò non pochi compo- 
nimenti, alcuni stampati, altri inediti. Scrisse pure orazioni ed 
elogi e tra questi uno di Paolo Miossich-Cacich in latino, uscito 
alla luce nel 1838 a Vienna. 

CIPPICO Coriolano sopracomito di Traù, si distinse per bel- 
lica virtù nella guerra ch'erasi accesa tra i Veneti condotti da Pietro 
Mocenigo e Maometto, e fu in Scuttari nel 1478, quando quest'ul- 
timo invano l'avea stretta d'assedio. Ripatriato descrisse con latina 
eleganza e con istorica verità le gesta di Pietro nell' opera: »Corio~ 
lani Cepionis Dalmatae de Petri Miocenici Venetae classis Im- 
peratorie contra Ottomanum Turcorum Principe?n libri tres. 
Venetiis 1477 in 4° per Bernardum Pictorem et Gerhardum 
Ratdolt de Augusta*. Comprende quattro anni di storia, quanti 
appunto il Mocenigo gloriosamente passò nel supremo comando 
delle armi contro il Turco, dal 1470 al 1474. Il lavoro è dedicato 
al Cav. Marcantonio Morosini allora ambasciatore al Duca di Bor- 
gogna. Fu ristampato in Basilea nel 1544, indi tradotto da un' ano- 
nimo, e tale versione uscì a Venezia nel 1570 per li fratelli Guerra 
in 8° e poscia nel 1595 per opera di Giovanni Cippico col titolo: 
»De bello Asiatico*, e col titolo antico finalmente va unito all'isto- 
ria di Pietro Giustiniano, in Argentina 1611. Il Sabellico, suo 
amico, si servì del lavoro di lui per la sua storia. Marco Foscarini 
(Della let. Ven. p. 234) afferma, esser dettata l'opera del Cippico 
con molta fedeltà e rara eleganza di stile. Ne tessono pure di- 
stinto elogio: Palladio Fosco (De situ orae Illyricae), Sabellico 
{De ant. ling. reparat.), Vossio (De Hist. lat.), Cuspiniano (De 
Imp. Aust.), ecc. Morì nel 1475. Coriolano ebbe a fratello Gio- 
vanni Cippico Arcivescovo di Zara, nominato da Giulio IL per la 
sua singolare virtù e dottrina; ed a figlio Luigi vescovo di Fa- 
magosta. 

CIVALELLI Gregorio di Zara ove fu Primicerio, indi vescovo 
di Scardona (1698). Morì nel 1713. Di lui esiste un manoscritto 
col titolo: ^Distinta relazione esistente dell antico Regno Dal- 






86 

malico, nomato Provincia, e ciò dallo scoglietto di Veruda fino 
il fiume di Scuttari detto Bojana ecc. annata 1708*. Ebbe a vi- 
cario generale Carlo de Rubeis, il quale lasciò una lunga epistola 
sul territorio Scardonese diretta alla S. Congregazione. 

CIULICH Dr. Tommaso, Canonico Decano di Spalato sua 
patria, uomo di molto sapere e d'animo mite. Abbiamo di lui una 
memoria sopra alcune osservazioni ed esperienze agronomiche, 
stampata a Venezia nel 1788, e letta da lui a 6 marzo del 1785 
nella generale riduzione della Società Economica di Spalato, di cui 
era Presidente. Gli altri manoscritti di vario argomento che lasciò, 
meriterebbero di vedere la luce colle stampe. 

CJUBRANOVICH Andrea di Ragusa, nato sul principio del 
1500, argentiere, divenne poeta per un semplice accidente. Sendo 
un giorno appuntato col nome di Zingaro da una tal signora, cui 
amava teneramente, come invaso da fuoco poetico s'accinse tosta- 
mente a comporre un poemetto in 158 quartine, intitolandolo: 
Jegjupka cioè l'Egiziana o Zingara, stampato a Venezia nel 
1559 e poscia più volte. In esso ad un grazioso intreccio s'accoppia 
una meravigliosa armonia e sostenutezza di verso, un' eleganza di 
stile inimitabile, una decenza somma, per cui i Gondola ed i Pal- 
metta non isdegnarono di recare interi versi di questa poesia 
ne' loro componimenti. Il Della Bella lo disse classico. Si hanno di 
Andrea varie altre eleganti produzioni come: Djevojke, Sibile* 
Kaludjeri ecc. 

CJUCOVICH Giorgio, greco di religione, troppo giovane ra- 
pito dalla morte in Ragusa sua patria, mentre saliva a rinomanza. 
Il famoso Ruggiero Bosco vich stimava di molto le sue vaste cogni- 
zioni matematiche. Ebbe mano nella traduzione di Luciano, che però 
uscì alla luce sotto altro nome. 

CLASCI Matteo di Ragusa, canonico in sua patria, dotto ca- 
nonista sullo scadere del passato secolo, recò in illirico il Cristiano 
Istruito del P. Segneri. 

CLAUDIO Marco Aurelio Flavio, detto il Gotico, secondo alcuni 
naque in Dalmazia. Fu di grande statura e di forze atletiche. Sotto 
Decio servì nell' esercito in qualità di tribuno de' soldati. Quest'im- 
peratore, cui era noto il merito di Claudio, gli affidava la guardia 
del passaggio delle Termopili, e l'incarico di difendere il Peloponeso 
contro i barbari. Valeriano lo prepose al governo di tutto l'Illirio. 



87 

Galieno, che non l'amava, incaricavalo in unione a Marciano a con- 
durre la guerra contro i Goti. Ma caduto indi a poco Galieno in 
odio de' suoi a cagione della sua tirannia e dissolutezza, i capi su- 
scitarongli di contro una congiura, ed egli venne assassinato. In 
mezzo a questi torbidi salì al trono imperiale il nostro Claudio per 
acclamazione della milizia, come il più degno di sostenere il nome 
e la dignità suprema, e tale scelta ebbe la conferma del Senato a 
24 marzo 268 d. C. Continuò egli l'assedio di Milano, ove stavasi 
chiuso il ribelle Aureolo, pretendente al trono, e presala non molto 
dopo, alla domanda dell' esercito lasciò che Aureolo fosse tratto a 
morte. Passato a Roma, rimase fino alla fine di queli' anno. Al 
cominciare del seguente fece egli grandi preparativi per la guerra. 
L'impero trovavasi a quel tempo in una crisi violenta. Tetrico, gè- 
nerale romano, ribellatosi, teneva la Gallia e la Spagna; Zenobia, 
famosa imperatrice di Palmira, spinte aveva le sue conquiste fino 
l'Egitto; le provincie del mezzo erano minacciate dai popoli setten- 
trionali. Claudio si volse da prima contro i Goti, e a Nissa in Servia 
diede loro campale battaglia, in cui rimasero sul campo 50,000 ne- 
mici, venne fatto gran numero di prigionieri e distrutta la loro flotta 
di 2000 vele. Anche il contagio sopragiuntovi tra i nemici, ne portò 
via gran parte. E faceva mestieri di vittorie cosi segnalate per pun- 
tellare la vacillante fortuna del colosso Romano. Però il morbo, tanto 
fatale ai Goti, penetrò pure nel campo de' Romani, e poco dopo fu 
vittima di esso lo stesso Claudio, il quale morì in Sirmio in maggio 
del 270 nel terzo anno del suo regime. Nel breve tempo del suo 
governo die molte leggi, le quali attestano la bontà della sua am- 
ministrazione. Egli fu caro al Senato, al popolo, ai militi, e quindi 
la sua morte venne da tutti compianta. Il Senato gli decretò divini 
onori, e sospese nelle sale delle adunanze uno scudo d'oro coli' effige 
di esso. Il popolo gli alzò due statue, una d'oro alta sei piedi nel 
Campidoglio, una d'argento pesante 1500 libre nel Rostro. Trebellio 
Pollione lesse il suo elogio, in cui dice, aver esso emulato il valore di 
Trajano, la pietà di Antonino e la moderazione di Augusto. Ebbe 
due fratelli, Quintilio, che gli succedette, e Crispo padre di Claudia, 
madre di Costanzo Cloro. 

CLESCOVICH Grisostomo di Ragusa, francescano, in sua 
patria stampò vari libretti di pietà in illirico. 

COCOGLIA Trifone di Perasto, ove naque a 26 febbrajo 



88 

1661. Dopo aver atteso per qualche tempo ad istruirsi nella pittura 
in Venezia, ritornò alla patria, per non più abbandonarla. Educata 
la mente alla scuola delle classiche opere, attese nella solitudine 
a più lavori che gli diedero rinomanza. Il dotto Arciv. Zmajevich 
lo ebbe caro. Morì nel 1713 in patria. Nel colorito seguì la scuola 
veneta, e nel disegno fu esattissimo. I principali suoi lavori si veg- 
gono nella chiesa di Maria Vergine dello Scalpello, altri 'in quella 
del SS. Rosario e de' MM. Osservanti in Perasto, e nella chiesa 
di S. Nicolò in Cattaro. »Se la fama dell' autore, dice il Ballovich, 
non è sì celebre, come sei merita, la cagione si è, ch'egli dopo aver 
appresa l'arte nelle migliori scuole de' suoi tempi, si trattenne nel 
patrio suolo; in conseguenza le sue opere si circoscrivono al santua- 
rio dello Scalpello, e le altre sono rarissime, e quasi impossibile 
d'essere altrove ritrovate. « Il eh. U. Raffaeli esalta di molto il suo 
merito. 

COLETI Giacomo di Ragusa, dotto gesuita, scrisse Marty- 
rologium lllyricum. Venetiis 1818. Continuò l'opera del P. Far- 
lati lllyricum Sacrum, e suoi sono gli ultimi tre tome cioè Eccle- 
sia Ragusina cum Suffraganeis — Ecclesia Rhiziniensis et Ca- 
iharensis. Venetiis 1800. Scrisse eziandio: Dissertazione sugli 
antichi pedagoghi, Venezia 1780, inserita pure negli Opuscoli 
Ferraresi — De situ Stridonis urbis natalis S. Hieronymi, Ve- 
nezia 1784 in 4° di 46 pag. 

C0MNEN0 Alberto di Ragusa, domenicano, diede alla luce 
prediche, orazioni ed alcune opere astronomiche, e morì nel 1634. 

C0MNEN0 Vincenzo , nato in Siano da Pietro Comneno. 
erede dell' impero di Trebisonda, domenicano, visse in Napoli e nelle 
Spagne, trattando ogni genere di letteratura con plauso. Compose 
le seguenti opere: ^Grammatica quinque linguarum, scilicet 
Illyricae, Graecae, Latina e, Italicae et Hispanicae — Interpre- 
tationes in Rhetoricam Ciceronis — Discorsi Accademici — 
Dialoghi curiosi delle scienze più occulte — La forma copiosa 
delle lettere — // cielo stellato, orazioni panegiriche in lode d{ 
diversi santi della sua religione — La trasformazione dell'ani- 
ma , quaresimale — // Rosario con quindici prediche che 
contengono i 15 misteri — La Bilancia del tempo e dell' eter- 
nità — Commentaria super poeticam Horatii — L'Armonia 
lirica, canzoniere — L'instabilità della fortuna, commedia — 



89 

David Comneno scannato con sette figli, tragedia — Il pescator 
vedovo, tragicommedia marittima — S. Vincenzo Ferrerio, poema 
sacro — Un piccolo volume di poesie illiriche — Affetti osse- 
quiosi divisi in Prelati, Cavalieri e Dame — Oracolo, ovvero 
Partenope felicitata, epitalamio — Appendix in universum lo- 
gicavi — Observationes cum suis difficultatibus super totam 
philosophiam naturalem — Dilucidationes in 12 libros Metha- 
physicorum — Fxplicutiones in Aphorismata Hippocratis — 
Commentaria super universum philosophiam moralem — Adno- 
tationes inGeometriam, Aritmeticam, Musicami et Astrologami — 
Theologiu Thomisticu Moralis — Theologia Thomistica specula- 
tiva — Clavis aurea juris civilis, atque canonici — Encyclo- 
pedia Pytagorica — Il viaggio del mondo — Ricordi politici per 
saper vivere nelle Corti dei Principi grandi cavedi dai più ce- 
lebri autori Greci, Latini ed Itatiani — Risvegliamene ai 
Principi Cristiani contro il Turco — Apparato del cielo e della, 
terra — Lumi del cielo. Devozioni.* 

COMULEO Alessanro patrìzio e canonico di Spalato, della 
Compagnia di Gesù, Abate Nonense, primo Arciprete illirico di 
S. Girolamo a Roma, legato di Clemente Vili, nella Russia e presso 
altre corti Europee nella lega difensiva contro il Turco, nelle lettere 
e nelle arti liberali versato, ed in ispezieltà nelle ecclesiastiche di- 
scipline. Recò in illirico e nel 1580 die alla luce in Roma co' tipi 
del Zanetti la Dottrina Cristiana di Roberto Bellarmino, elegante- 
mente scritta in prosa col titolo: »Nauk KrstjansJci za narod 
IjudsJci slozen pò Lisandru Komidiéu Vlust. Splitskomu Arki- 
popu Sv. Jerolimu u Rìmu*. Compose eziandio l'opera: »Zarculo 
od ispovjedi* , a Roma presso il Zanetti, 1606 in 12°. Filippo 
Allegambe fa di lui onorata menzione nel catalogo degli uomini 
illustri della Compagnia di Gesù. Morì a' 11 luglio del 1608 
in Ragusa. 

CORTESIO T. Alessandro, dalmata, scrisse: »Orutionemin 
Ephiphania Domini et panxit Carmine epico luudes bellicus 
Mathiae Corvini Hung. Regis unno 1531;* il che viene ripor- 
tato nella Storia Ungherese di Ant. Bonfinio dalla pag. 892 — 914. 
Di lui scrive Jano Duza nella seconda prefazione de' suoi Annali 
Batavi: »Post quos aliquot saeculis interiectis nutus Alexander 
Cortesius, vel hoc ipso commendandus , quod intermissam res 



90 

gestas versibus scribendi consuetudinem nova laude reparavit, 
in illius Regis virtutibus célebrandìs, cujus magnitudo maxi- 
moram poetarum vires facile exhaurire potuerit«. 

COSMI Stefano naque a Venezia nel 1629. D'anni diecisette 
ascrìtto alla Congregazione Somasca, recossi a Roma per compiere 
gli studi, e ritornato a Venezia, ebbe tosto l'incarico d'istruire i 
giovani da prima nelle belle lettere indi nella filosofia. Quivi si 
mostrò fornito di molta eleganza e dottrina, e ne diede indubbie 
prove a voce non solo, ma co' scritti, giacche e' fu il primo, che fé 
conoscere all' Italia nell' ateo Democrito un filosofo pio , e lo con- 
ciliò non solo colla peripatetica, ma eziandio colla filosofia cristiana. 
Di 26 anni venne scelto a publico Rettore indi maestro della Can- 
cellarla Ducale e Censore de' libri. Ne solo ebbe dignità, lodi ed 
emolumenti dal Senato, ma le Corti estere, ammiratrici delle molte 
sue virtù, lo chiedevano di continuo, e lo cumulavano di amplissimi 
doni, ed onori. Eletto nel 1674 Generale della Congregazione, non 
cessò di giovare alla sua patria in ispecie applicandosi a provve- 
derla d'ottimi istruttori. A quel tempo egli descrisse elegantemente 
l'istoria, in cui celebrò le gesta di Gian Francesco Mauroceno Car- 
dinale. Le sue virtù tanto rifulsero, che Innocenzo XI. dopo la 
morte d'Albano lo nominò Arcivescovo di Spalato (1678), ma egli 
appena cinque anni dopo prese il possesso della Chiesa affidatagli. 
Venuto a Spalato, convocò tostamente un concilio diocesano, come 
fece da poi annualmente, e die leggi salutevolissime sotto ogni 
rapporto alla sua diocesi. Non vi fu opera di pietà o di publico van- 
taggio, a cui non desse mano. S'applicò spezialmente ad istituire 
un seminario a senso de' canoni Tridentini, di cui sentivasi il bisogno 
in tutta la Dalmazia. Perciò recatosi a Venezia (1699), poscia a 
Roma, e dal Senato e dal Pontefice e dal Cardinale Ottoboni ottenne 
concessioni amplissime e doni vistosi a tal oggetto. Ritornato ap- 
pena, si die a ristaurare la casa già ceduta in perpetuo dal Can. 
Dojmo Cupareo a quel fine, e fatto venire P. Gian Francesco Ales- 
sandrino suo congiunto della Compagnia Somasca, uomo di molta 
erudizione e dottrina, lo pose a Rettore dui seminario, che apriva 
nel 1700. Egli stesso ne dettò lo statuto ed ogni giorno vi si recava 
e per vegliare all' osservanza delle leggi e per rilevare il metodo 
degli studi ed il profitto. Incaricava il P. Ardellio Della Bella a 
formare una grammatica ed un dizionario illirico. Egli poi applica- 



91 

vasi a provare in un' opera, essere la religione necessaria al bene 
della republica, ne potervi essere alcun governo felice, se non ha 
per base la cattolica lede. Abbenchè occupato di continuo nel 
rispondere agli scritti d'uomini celebri nelle lettere dell' età sua, 
de' Senatori Veneti , de' Cardinali e de' Principi, che gli chiedevano 
di frequente consiglio, nulladimeno non tralasciò alcuno de' doveri 
d'un dotto e vigilante pastore. Morì nel 1707. Ebbe molta parte 
nel condurre a felice esito la guerra Peloponesiaca tra Veneti e 
Turchi. Non solo innalzò preghiere caldissime e publiche al supremo 
Datore d'ogni bene, ma più fiate eccitò i soldati a sopportare vigo- 
rosamente i travagli, che reca seco la guerra con animati discorsi, col - 
l'udire le loro confessioni e col porger loro il pane celeste colle proprie 
mani; ed impiegò buona parte delle sue rendite arcivescovili a soppe- 
rire a' bisogni dell' impresa. Ottenne da Michiele Tamburini Gene- 
rale de' Gesuiti quel dotto e pio sacerdote Ardellio Della Bella, di 
cui si giovò nella predicazione ed in ogni altro genere di pastorale 
esercizio. Vecchio per età ed affranto da continui acciacchi, non 
potendo ottenere dalla Sede Romana la facoltà di deporre la 
dignità arcivescovile, si servi dell' opera di Stefano Cupilli Vescovo 
di Traù, suo famigliarissimo , in varie cose appartenenti all' eser- 
cizio del suo potere, in ispecie per visitare la diocesi, il che fece 
conoscere con publico scritto. Compose più di venti opere tra stam- 
pate ed inedite, che attestano la valentia del suo ingegno; tra quali 
una dottissima scrittura sopra la bolla Clementina, che dovrebbe 
trovarsi frai manoscritti di Apostolo Zeno nella bibliotecade'PP. delle 
Zattare in Venezia. Eterna rimane di Stefano la memoria a Spalato. 
COTRUGLI Benedetto di Ragusa, uomo di rara virtù e di 
grande abilità nel maneggio degli affari politici; arte, in cui ave- 
vano aquistata molta fama il suo avo Michiele ed il suo padre Gia- 
como. Recatosi a Napoli, divenne uditore della Ruota, e giudice 
delle cause, indi commissario e primo ministro di stato sotto Alfonso 
e poscia sotto Ferdinando suo figlio , come rilevasi dai Pregati del 
1462. 8 febbrajo. In tale carico ebbe più volte a sostenere amba- 
scierie di rilevanza. Composte per opera sua le controversie esistenti 
tra la sua patria ed il re Ferdinando, per cui quella n'ebbe privilegi 
e franchigie rilevanti, ottenne in ricambio l'esilio. Scrisse: »Della 
mercatura e del mercante perfetto, Venezia 1573 all'Elefante 
— De uxore ducenda — Della natura dei fiori,* 



92 

CHNEXEVICH Pietro di Knin, de' Minori Osservanti, lasciò 
alcune opere ascetiche, tra quali — Milka Gospodina N. Isu- 
krsta i matere njegove tiskana u Dubrovniku 1829 , ed a Spa- 
lato nel 1845. In età avanzata voltò in illirico le epistole ed i 
vangeli stampati a Venezia nel 1773, indi a Ragusa nel 1784. 
iMorì nel 1 768. 11 eh. P. Ant. Jukich de' Min. Osservanti nel 1838 
die una nuova edizione a Venezia presso Gian Battista Merlo. 

CRAGLICH Giovanni stampò a Venezia nel 1738 »Ure- 
djenje S. Skupstine svrha svetoga posluha od god. 1568 do 
god. 1729. 

CRAJUCEVICH Domenico di Ragusa, domenicano, morto nel 
1495, lasciò inediti i suoi commenti sul jus canonico. 

CRANCHIS Dojmo, arciprete della Brazza, e nel 1421 eletto 
vescovo di Lesina. Nel 1505 descrisse latinamente l'isola Brazza, 
e tale manoscritto rinvenne nel 1783 il Ciccarelli, e lo diede alla 
luce nelle sue Osservazioni sali' isola Brazza. 

CRANCO Tommaso di Spalato, vissuto in sullo scorcio del 
1400. Il celebre Marulo dice di lui che ventenne dettava versi, cui 
i posteri avrebber letto. Ma ai posteri non ne fu concesso, che per 
mala ventura andaron smarriti. 

CRASSO Francesco di Ragusa, filosofo e medico riputatis- 
simo, per due volte Sindaco nell' università di Padova, ove in una 
parete sta scolpito il suo elogio (1610). 

CREGLIANOVICH (Albioni) Co. Giovanni di Zara, morto in 
sul principiare del corrente secolo, scrisse: Memorie per la storia 
della Dalmazia Tomi due. Zara 1806 , una tragedia col titolo: 
L'Orazio, una commedia, una dissertazione per l'Ateneo Veneto: 
della sativa greca e romana, nonché alcuni drammi per musica. 

CRISALIO Jadertino fu rettore nel 1492 di filosofia e me- 
dicina nell' università di Padova. 

CRUSSEVICH Andrea di Spalato , valente avvocato sotto i 
Veneti. Neil' anarchia del 1797 l'eloquenza estemporanea gli fruttò 
la vita. Sotto il governo di Francia era Procuratore del re. Lasciò 
monumenti non pochi del suo sapere, inediti. 

CUNICH Raimondo nato nel 1719 a 24 gen. in Ragusa, ge- 
suita, sommo poeta e grecista nell' età che visse. Educato alla 
scuola di Ruggiero Bosco vich, che con vero amore patriotico gli 



93 

svelava i penetrali delle matematiche sublimi e lo piegava a stu- 
diare i metafisici e fisici moderni, venne spedito ad insegnar la gram- 
matica a Fermo per un' anno, e quindi le umane lettere a città di 
Castello, e finalmente a Firenze, ove fra i capi d'opera di pittura e 
di scultura potentemente educò il suo gusto a tutte le gradazioni 
del bello. E tale vantaggio ne ricavò, che datosi a poetare in la- 
tino, in età ancor giovanile potè ritrarre al vivo la grazia, la mor- 
bidezza e l'affetto dalle opere di Catullo, sulle cui traccie si po- 
neva. Perciò tosto si fece gran nome con alcune elegie, che mal 
grado suo furono date alle stampe. Richiamato intanto a Roma a 
compiere il corso teologico, fu destinato dopo due anni ad insegnare 
la retorica.E siccome l'affetto per la poesia cresceva in lui e l'ingegno mo- 
dellavasi su quanto v'ha di più perfetto in natura e di bello nelle opere 
degli antichi, cosi l'immortal Canova ed i più celebri pittori di Roma 
ambivano la sua amicizia e consultandolo, si persvasero, che quel 
gusto per cui si distinguono i poeti originali, è quel medesimo, che 
guidò la mano di Fidia e di Apelle. Le prime sue fatiche consacrò 
alla traduzione di alcuni squarci dal greco in verso latino, e riscosse 
avendo le lodi divari distinti personaggi, si die a completare una rac- 
colta dei greci epigrammi e la versione dell' Iliade , e quindi ad 
istanza di S. E. il Sigr. Baldassare Odescalchi duca di Bracciano e 
della nobile Sigra. Maria Pizzelli si risolse di consegnarlo alle 
stampe. Affranto dalle fatiche e dagli anni, morì nel 1794, la- 
sciando grande desiderio di se in Roma. Dettò molte elegie stam- 
pate in varie raccolte a Roma, in Verona ed altrove, in cui addat - 
tandosi maravigliosamente a tutti i diversi andamenti e vicende di 
tal genere di poesia, introdusse nel Lazio il carattere e lo stile so- 
pratutto del greco Callimaco, e un certo disordine delle passioni, 
che genera grazie e perfezione. E quindi in lui unità, gradazione 
di pensieri, sceltezza d'espressione, e intimo legame fra il tutto e 
le sue parti; dal che fluisce grandezza ed originalità. Le molte mi- 
gliaja di epigrammi, che dettò, e le altre sue produzioni formereb- 
bero dodici volumi. Uscirono alla luce dalle celebri stampe Bodo- 
niane di Parma: la traduzione degli idilli di Teocrito, un volume 
di epigrammi, un' altro di elegie ecc. Scrisse pure: alcune ora- 
zioni latine, inedite; una stampata, per l'assunzione al Pontifi- 
cato di Clemente Vili — la traduzione d'alcuni capitoli del P. 
Cordara sulla parrucca di Ruggiero Boscovich, e di altre bernesche 



94 

poesie del celebre Frane. Zanotti. — Angiologia sive epigrammata 
anthologiae Graecorum selecta latinis versibus reddita et ani- 
madversionibus illustrata . . . Roniae et Venetiis. Ma l'opera che 
maggiormente, a sentenza del Cardella, recò al Cunich l'immorta- 
lità è stata l'elegantissima traduzione dell' Iliade d'Omero in esa- 
metri latini, uscita in luce a Roma ed a Venezia. Quest' è l'unica 
latina di quel signor dell' altissimo canto che degna sia del suo ori- 
ginale, mentre si conserva in essa la maestà e lo splendore del greco 
poeta, e vi si sente tutta l'armonia e nobiltà Virgiliana. I senti- 
menti Omerici , le figure e le forme del dire, ed anco non di rado le 
parole medesime sono espresse con somma felicità e fedeltà, senza 
cader però nel vizio della servile pedanteria, quasi sempre familiare 
a coloro che vogliono farsi interpreti troppo fedeli; e nel tempo 
istesso la locuzione, il giro ed il colorito del verso è talmente la- 
tino, che sembra di leggere piuttosto un poema originale, che una 
versione. In somma essa è in tutte le sue parti così compiuta, e 
contiene sì vari pregi , che servir può di norma a coloro che in si- 
mili esercizi bramano di occuparsi. Il Maffei (T. 4. p. 46) lo dice 
celebre, e laBiog. Univ. Ant. e Mod. (Paris 1816. voi. 17. p. 413): 
un des meilleurs poètes latins de ce temps. 

A Roma leggesi di lui la seguente iscrizione, riportata dal 

Morcelli Tom. v. p. 112. 

MEMORIAE 

RAIMUNDI. CUNICHI 

DOMO. RAGUSIO 

QUEM. SOCIETAS. JESU. ROMAE. ALUMNUM 

A. PUERITIA. SUSCEPIT 

PIETATIS. ET. INNOCENTIAE. LAUDE. FLORENTEM 

ARTIBUSQUE. OPTIMIS. IMBUTUM 

EDUXIT. AD. GLORIAM 

VIXIT. ANN. P. M. LXXVI. 



RHETOR. IN. URBE. FUIT. ANN. XXXXV. 

QUO. MAGISTRO. CLARI. VIRI. GLORIANTUR. 

IDEM. NULLI. POETARUM. LATINORUM. SUI. TEMPORIS 

_SECUNDUS. HABITUS. EST. 

DECESS. X. KAL. DEC. AN. M. DCC. LXXXXIIII 

BONORUM. OMNIUM. LACRIMIS. HONESTATUS 

SODALES. VETERES 

COLLEGAE. MITISSIMO. IMTEGERRIMO 

FAC. CUR. 



95 

CTJPILLI Stefano naque a Venezia nel 1659 da antica ed 
illustre famiglia. Infermatosi gravemente in giovinezza, determinò 
d'abbracciare un' ord ne religioso se fosse guarito; ne andò guari 
che s'ascrisse alla Congregazione Somasca. Lo stesso P. Stefano 
Cosmi Generale dell' Ordine indi Arcivescovo di Spalato, gPipdossò 
le vesti, ed egli per grato animo prese il suo nome, avendo da 
prima quello di Gasparo. E qui davasi egli a tutt' uomo a formare 
il cuore ed arricchire la mente di sana dottrina. Dagli studi di filo- 
sofia, teologia e diritto canonico traeva sommo profitto coli' inde- 
fessa applicazione, e da ciò crebbe la sua fama di molto, che nel 
ventesimo primo anno dell' età sua ridottosi a Ferrara (1680), 
venne aggregato al collegio de' Professori, ove si die ad insegnare 
con plauso le umane lettere, per cui si procacciò in breve l'ami- 
cizia del Cardinale Cerri vescovo di quella città. Nominato 
poscia lettore publico di sacra teologia ed inquisitore nell' univer- 
sità Ferrarese sulle opere da publicarsi, si consacrava all' istruzione 
degli orfani ed a sopperire ai bisogni de' poverelli raccolti in un 
luogo , ove avevano vitto ed istruzione religiosa. Ottenne poscia, 
che fosse alla sua Congregazione affidato il collegio e la chiesa 
parrocchiale di S. Nicolò. Andato a Roma per ottenere la conferma, 
narrasi, il Pontefice essersi espresso col Cardinale Colloredo in 
questi termini alla sua presenza: »Eccovi uri altro Francesco 
Saleéio.* Nel corso di quaresima predicò a Genova, a Bologna ecc. 
con frutto e plauso. Mandato dal Generale a Belluno, vi stette 
per sette anni Rettore dell' seminario, ivi promovendo indefessa- 
mente ogni opera di pietà e di dottrina; poscia venutogli l'or- 
dine di recarsi a Spalato (1698) per occuparsi nella riforma del 
seminario e de' costumi , addivenne, che indi a poco da In- 
nocenzo XII fosse promosso alla sede vescovile di Arbe. Ma morto 
intanto Simeone Cavagnino vescovo di Traù , venne scelto a 
vescovo di questa città dietro ricerca dell' Arcivescovo Cosmi, 
già vecchio, che desiderava averlo dappresso per giovarsi dell' opera 
sua. Prima di partirsi da Roma il Cardinale Colloredo gli donò 
la croce e la mitra vescovile, ed Innocenzo XII l'anello, oggetti 
di molto valore. Venne egli a Traù nel 1699 a dì 31 settembre, e 
tenne solenne ingresso. Quanto operasse è facile immaginare. Non 
solo attese a ristabilire la disciplina ecclesiastica di troppo negletta, 
ed a moderare i costumi con ogni opera di pietà e colla forza del suo 



96 

ingegno nella propria diocesi, ma eziandio in quella di Spalato a 
richiesta dell' Arcivescovo Cosmi, ormai dalla vecchiaja consunto. 
Per la qual cosa passato a morte quest' insigne prelato, venne, 
sendo a Roma, da Clemente XI eletto a suo successore nel 1708. 
Da qui recatosi a Venezia per ottenere la conferma del diploma dal 
Senato, si pose in via verso Spalato, dove entrò a 13 di luglio tra 
gli applausi e la gioja comune. Fu sì dotto imitatore delle virtù del 
Cosmi, che lo dissero Cosmi redivivo. In lui la prudenza nel giu- 
dicare e nell' operare, invitta fortezza d'animo nell' intraprendere 
le più ardue cose riguardanti l'onore di Dio ed il bene de' fedeli; 
in lui l'integrità e purezza de' costumi, la modestia nel vestito e 
nel vitto, una dottrina somma, una pietà singolare ed una libera- 
lità inverso i poveri incredibile. Ne' sinodi diocesani , eh' ogni anno 
celebrava, die precetti salutarissimi pel clero e per il popolo. Con- 
vertì alla fede molti Turchi, Ebrei e Protestanti, e tra questi Fi- 
lippo Beza, uomo di molta dottrina. Accesasi nel 1715 più aspra- 
mente la guerra tra i Veneziani ed il Turco che assediava Sign. 
non solo prestò ogni sua cura per fiaccare l'orgoglio nemico, ma 
pure diresse uno scritto al sommo Pontefice Clemente XI, in cui 
chiedeva un pronto soccorso pe' suoi contro l'iniquo conculcatore 
della Fede Romana. Sendosi diffusa la nuova che il Gran Principe 
della Moscovia pensava abbracciare la cattolica fede e che stava 
per chiedere legati dal Pontefice, Stefano veniva designato come 
capo di tale legazione. Fiaccato intanto da tali fatiche, infermò e 
se ne moriva nel 1719. Ci resta di lui uri orazione recitatane' fu- 
nerali di Michelangelo Farolfo vescovo di Traù. 

CUPILLI- FERRARI Giuseppe di Zara, distinto raccogli- 
tore delle patrie cose ed elegante poeta dell' età nostra, scrisse 
molti articoli d'interesse patrio con isquisitezza di lingua e di stile, 
altri lavori e' medita di maggior lena. 

CUZMICH Luca, prete Lagostano, stampò nel 1631 in 
Roma un' operetta illirica col titolo »Del modo di ben con- 
fessarsi. « 



97 



D. 

DALLA Costa Angelo, prete Spalatino, indi Canonico. Nel 
1758 presso Giovanni Casali in Venezia die in luce in due volumi 
l'opera: »Zakon Crkovni* di rilevante vantaggio pei sacerdoti 
illirici. Stampò eziandio due dotti panegirici , applauditi dal Car- 
dinal Borgia Prefetto della Propaganda. 

DALLA Croce Dionigi di Spalato, domenicano, insigne teo- 
logo e predicatore a' suoi tempi, cioè verso la metà del XVI. secolo. 
Publicò egli in Venezia due buone operette, l'una sulla verità ed 
eccellenza della Fede Cristiana, e l'altra: sulV immortalità 
dell' anima, questa stampata il 1646 presso Viano Zuliani. 

DAMIANI Giovanni di Tuhelj in Bossina, ove naque nel 1710. 
Passato a Roma in età fresca, venne da Benedetto XIII spedito nel 
collegio di Fermo, ove compì il corso degli studi. Ritornato in 
patria, ebbe da prima un canonicato a Presburgo , indi fu scelto da 
Mieli. Carlo de' Conti d'Althann, vescovo Vasiense, a suo vicario 
e rettore del seminario. Scrisse : Maria Dei genitrice Virgo in 
primo suae animationis instanti speculum sine macula. Poso- 
nii 1759. 8°. — Doctrina verae Christi Ecclesiae . . vindicata. 
ih. 1762. 8°. — Justa religionis coactio, Budae 1765. 8. — 
Maria triumphans de omnibus veteribus et recentioribus Antidico- 
marianitis mss. — Examen libri synbolici Russorum mss. — 
Damiano Gu. Federico suo fratello (nato nel 1714), lasciò pure 
stampati a Buda nel 1761 in 8°, due scritti: Synopsis vitae, mis- 
sionis, miraculorum et evangeliorum Martini Lutheri et Joan- 
nis Calvini — Synop>sis doctrinae Martini Lutheri et Joannis 
Calvini. Morì nel 1760. 

DAMIANO, 37° arcivescovo di Ravenna. Scrive Agnello 
(Lib. Ponti/. P. IL Murat. Scrip. Eer. Ital. Voi. ILp. 154): 
Hic vero Praesul ex Dalmatarum fuit partibus, sed obtulerunt 
eum huic sui parentes Ecclesiae, et iste sacris litteris eruditus, 
ad hunc Ecclesiae apicem pervenit. Obiit hic beatissimus vir 
III. idus Maji. Epitaphium invenietis super sepulcrum ejus 
continentem ita: 

»Sanctificis seraper meritis memorande sacerdos 
Hoc positus tumulo Tu Damiane jaces 

7 



98 

»Corpore defunctus, tamen est tua fama superstes, 

Artus obiit terris, lux tua facta tenet. 
»Dalmatiae veniens Antistes beatus e rure, 

Tutata est precibus sancta Ravenna tuis. 
»Cuncta salutifero deponens tempore .... 

Te pius in populo Christo rogante dedit. 
»Quod tamen bis Templis meruisti sumere busta, 

Te placuisse Deo tanta sepulcra probant; 
»Utque vices cujus gessisti recte Sacerdos, 

Ipsius inque locis sit tibi sancta quies. 

Haec infra EcclesiamB. Apollinaris scripta super sepul- 
crum ipsius invenimus. Sedit annos XVI. mens. IL dies XVI. 

DANIELLI (Tommasoni) dott. Antonio di Zara, lasciò una 
dotta orazione intorno alle provvide cure dell' illustre Grimani 
in Dalmazia, stampata tra gli atti accademici dei Ravviati di Zara, 
in Venezia 1757. 

DARKOLIZA (de Stephanis) Bonifacio, dell' isola di Mezzo, 
francescano, valente teologo e canonista, vicario di Terra Santa, 
nel 1564 vescovo di Stagno e nunzio di S. Pio V. a Filippo II re di 
Spagna per eccitarlo alla difesa de' luoghi santi contro il furore 
de' Turchi. In quest' occasione egli presentò a quel Sovrano un'opera 
relativa alla sua missione — De eulta Terrae Sanctae, ejusque 
peregrinatane, uscita poscia a Venezia nel 1573. Scrisse eziandio 
l'opera »De ortu Clericorum in Ecclesia,* stampata a Venezia. 
Il concilio di Trento lo pose tra' teologi deputati a dirimere le con- 
troversie relative alla sacra scrittura ed alla tradizione, e lo fregiò 
del titolo di predicatore. Per evitare molti travagli che gli s'erano 
frapposti nel governo della sua diocesi, si ridusse in Ungheria, ove 
ebbe da Gregorio XIII il carico di suo legato. Mori in Temesvar 
nel 1581. 

DARSA (Darrsich-Drusciano) Biagio di Ragusa, nel XVI. 
secolo a sentenza di Nicolò Naie uomo rarissimo per non dir singo- 
lare nel maneggiare il penello, in ispezieltà delineando ritratti e 
prospettive; e così pure nei sottilissimi intagli alla foggia damascena. 
Ebbe un figlio muto, di nome Nicolò , il quale secondo la memo- 
ria di que' tempi divenne alla scuola del padre non solo pittore e 
scultore valentissimo ; ma col mezzo di atti e di gestificazioni riuscì 
a farsi intendere coi publici notai, disponendo d'ogni cosa come se 
di favella fornito fosse al paro d'un altro. 



99 

DARSCIA Giovanni di Ragusa, gesuita, recò dallo spagnuolo 
in illirico e die in luce a Loreto nel 1637 l'opera del P. Giovanni 
Gondini intitolata: Dottrina Spirituale. 

DARSICH giorgio naque in Ragusa circa il 1470, ecclesia- 
stico, il più antico poeta nazionale, e si può dirlo il Dante Ragu- 
seo , giacché sull' orme sue si posero gli altri scrittori, che vennero 
da poi. Il Ragnina si protesta suo scolaro, e lo dice elegantissimo 
poeta. Lo stesso dicasi di Nicolò Gozze, di Giorgio Benigno, di 
Ardelio Della Bella ecc. Le sue opere ricavate da un codice del 
1507 creduto autografo, rinvenuto nella biblioteca de' Monaci 
Benedettino-Melitensi, sono: — Un dramma nazionale. — Un 
poema sulla castità. — Canzoni e sonetti amorosi e morali — il tutto 
inedito e di gran pregio, specialmente per l'aureo stile, pella ma- 
niera robusta di esperimersi e per la bellezza del verso dodecasil- 
labo, di cui servironsi tutti i primi poeti nazionali, e che s' addice 
in modo meraviglioso alla vigorosità del nostro nazionale idioma. 

DARSICH Marino di Ragusa, morì nel 1580; ecclesiastico 
di grande probità e dottrina, degno degli elogi, che di lui fanno nelle 
loro opere Nicolò Vito Gozze, Savino Bobali e Michiele Monaldi. 
Scorsa l'Italia, si ridusse in patria, ove si die a scrivere drammi 
e commedie. Lasciò d'inedito: — Due drammi, cioè il sacrifizio 
d'Isacco e la natività del Signore ed otto commedie in prosa illi- 
rica. Ignorasi ove oggi giacciano sepolte tali produzioni degne di 
stampa. Di edito si ha: — Le poesie eroiche — due drammi: 
la novella di Stanzio e V Adone — la Tirrena, favola bosche- 
reccia, stampata in Venezia nel 1551 e nuovamente nel 1607 da 
Francesco Bariletto, e nel 1630 da Mano Ginami ; erroneamente 
attribuita al Vetrani. 

DE ALBIS Pietro (v. Albis). 

DELLA BELLA Ardelio di Foggia nella Puglia, della Com- 
pagnia di Gesù. Scrive di lui il celebre Cosmi Arcivescovo di Spa- 
lato: per il corso di molti anni santificò questa diocesi, e fu il 
primo, che nei paesi di nuova conquista portasse ai Morlacchi 
Cattolici la consolazione della divina parola, ed ai Greci scis- 
matici i primi raggi della fede ortodossa^. Nel 1709 abbandonò 
la cattedra di teologia, che sosteneva a Firenze con plauso, e 
dal suo Generale Tamburini venne dato in ajuto all' Arcivescovo 

Cosmi, il quale lo tenne presso di se a consiliis, e se ne servi di 

7 * 



100 

vantaggio nelle sue visite pastorali. Tale lo ebbero anco i succes- 
sori del Cosmi, cioè Stefano Cupilli e Gian Battista Laghi. Mentre 
insegnava da poi a Ragusa le lettere latine e la retorica, si die a 
tutt' uomo ad apprendere la lingua slava, ed in breve giro di tempo 
non solo riuscì a parlarla correttamente, ma a scriverla in modo ele- 
gante, come fanno fede le opere da lui composte. Circa trent' anni 
faticò in Dalmazia, ed alla sua morte, che avenne a Spalato nel 
1737 in età di 83 anni, lasciò alto desiderio di se negli animi di 
tutti i Dalmati. Il suoi lavori letterari sono i seguenti: — Diziona- 
rio italiano-latino-illirico stampato a Venezia nel 1728 presso 
Cristoforo Ferri e ristampato a Ragusa nel 1 785 presso Carlo Occhi 
per cura di Dr. Pietro Bassich. Nella compilazione di questo gio- 
vossi delle fatiche di Giorgio Mattei; — Rargovori i pripovidanja, 
data na svitlost od pripostovanog Matia JJiuliéa Kanonika 
Splitske Crkve . . . u Mletcih pò Adolfu Cesare; — Gramma- 
tica illirica, premessa al dizionario, e stampata a parte. 

DELLA VALLE Fantino, o De Valle, così nominato dal 
Lucio nelle memorie di Traù ed in altre schede dello stesso, lo si 
vuole della nobile famiglia de' Cipriani. Visse nel secolo decimo- 
quinto, e versatissimo nello studio delle leggi si die a conoscere a 
Roma, ove si meritò il posto di auditore della sacra Rota. Ad onta 
della sua molta equità e dottrina, ebbe una serie continova di tra- 
vagli nel corso di sua vita, che lo trassero alla tomba. Nota è la 
controversia tra la Corte Romana e Giorgio Podjebracchio re di 
Boemia, il quale onde soddisfare gli Ussiti, difendeva la Comu- 
nione sotto ambe le specie. Pio IL opponendovisi , spediva in tal 
incontro a Praga Fantino col carattere di Nunzio Apostolico. 
Espose questi nella Dieta del regno in Praga la mente del Ponte- 
fice, ma non riuscì nel proposito, mostrandosi il re in apparenza 
cattolico, e di nascosto protettore degli Ussiti; e Fantino non po- 
tendo soffrire una tanta doppiezza di carattere in tal circostanza 
esortò con molta fermezza e con vigoroso sermone ad astenersi 
dall' uso del calice. 11 che non potendo il re sopportare, inveì 
contro Fantino, lo minacciò di morte, e indi carico di catene lo 
pose in carcere. Fantino sostenne tranquillamente l'aspra prigionia, 
e solo dopo tre mesi fu liberato per le istanze di Federico Impera- 
tore e d'altri principi della Germania. Ne qui cessarono le sue ca- 
lamità. Il Dubravio, Arcivescovo di Olmiitz, nella sua storia di 



101 

Boemia (lib. 30) è d'avviso che attrovandosi in Ratisbona, gli forse 
apprestato il veleno; certo è che mal fermo di salute, ritornò a 
Roma, ove soggiaque indi a poco al comune destino. Morì come vuole 
il Cantalmajo in novembre del 1474 o poco dopo. Lasciò i suoi 
preziosissimi codici e buona parte de' libri al convento di S. Croce 
dell' isola Bua. Di Fantino fanno onorata menzio ne Giacomo Car- 
dinal di Pavia (Comment. lib. XX), Gio. Gobellino (lib. X), il 
Rinaldi (Ann. JEccles. 1462 e 1463) ed altri. Nella basilica di 
Santa Maria Maggiore si legge la seguente iscrizione sul monumento 
sepolcrale erettogli dal Cardinale Caraffa: 

FANTINO TRAGURINO EX DALMATIA 

JURECONSULTO PALATINARUM CAUSARUM 

DISCEPTATORI GRAVISS. EQUISS. 

EX COLLEGIO ROTAE DE R. APOSTOLICA OP. MERITO 
AERUMNIS PERPETUIS 
QUIS VITAM EXPLEVIT SENIO EXORTEM 
OLIVER. CARAPHA CARD. NEAPOLITANUS 
P. C. 
EX PIETATE AMICITIAQVE 
ANNO JUBILEI VII. K. NOVEMBRIS MCCCCL. 
DEMETRIO di Faro (ora Città Vecchia), ove naque in sulla 
metà del terzo secolo innanzi Cristo, si fu uno tra i più celebri per- 
sonaggi dell' età sua, tanto se lo si riguardi come politico che come 
condottiere d'eserciti. Caduta la sua patria, fino a que' tempi tenu- 
tasi a libero reggimento, sotto il governo di Agrone re Illirico, indi 
di Teuta, egli prese servizio negli eserciti di questa, impegnata 
allora nella guerra coi popoli greci, e vi salì in breve tempo alle 
più cospicue cariche. Narra Polibio, che nel tempo della famosa 
ossidione di Lissa, Teuta spediva una flotta verso la Grezia, di cui 
una parte si diresse a Durazzo, l'altra a Corfù col proposito d'im- 
padronirsi di queste fortezze. In quest' impresa ci si presenta la 
prima volta Demetrio alla testa degli Illirici, che cingevano d'asse- 
dio quest' ultima terra. Apprestati egli dunque tutti i mezzi neces- 
sari per costringere gli assediati alla resa, indi assaggiata la città, in 
breve la ridusse in propria soggezione, ed entro postovi un forte 
presidio illirico, vi prese stanza egli stesso. Appressatosi intanto il 
console romano C. Fulvio con grosso esercito per infrenare l'oltranza 
degli Illirici sul mare, Demetrio, reso sospetto presso la regina per 
le macinazioni d'alcuni suoi emuli, spedì da prima ambasciatori a 



102 

Roma per far conoscere un tale stato di cose, indi air arrivo del 
console gli si arrese, consegnandogli pure il presidio illirico. Fattosi 
per tal modo accetto a Romani, questi giovaronsi dell'opera sua 
nel condurre a termine l'incominciata impresa. In fatti collegatesi 
in Apollonia le forze d'ambi i consoli, cioè di Fulvio e di Postu- 
mio, costoro liberarono Durazzo e Lissa dagli Illirici che le tene- 
vano strettamente assediate, facendone aspro macello e dove rima- 
sero salvi in grazia di Demetrio que' soli eh' erano di Faro sua 
patria. Teuta per susseguenti sconfitte avvilita, con pochi de' suoi 
si chiuse in Risano, terra tra le altre fortissima e da qui implorò la 
pace (228). E Roma dettò condizioni tristissime; cioè Teuta rinun- 
ziasse la corona a favore di Pinne, figlio di Agrone; Corfù, Lesina, 
Lissa e i popoli Abintani restassero sotto la protezione di Roma, 
cui eransi dedicati; agli Illirici fosse vietato di oltrepassare Alessio, 
se non con sole due navi. Oltre a ciò furono consegnate in assoluto 
potere di Demetrio alcune città in terra ferma e Faro sull' isole, ed 
egli pure dopo la morte di Teuta indi a poco seguita, fu fatto tutore 
di Pinne, sposandovi eziandio Triteuta, moglie ripudiata di Agrone 
e madre del giovane re, assoggettando per tal modo di nuovo la sua 
patria al regno illirico. 

Insorta in questo frattempo la guerra tra Cleomene di Sparta 
e Antigono Dosone, Demetrio recasi in Grecia con 1600 uomini in 
ajuto de' Macedoni, e nella battaglia di Sellasia (222) dà prove d'un 
eroica fermezza. Ritornato da poi nell' Illirio, seguitò a mantenersi 
in devozione di Roma, governando il regno a guisa d'un re assoluto. 
Ed è perciò che Polibio ed altri scrittori susseguenti lo dissero nelle 
loro istorie Re dell' Illirio. Ma non durò molto a tenersi su tal via. 
La sua unione coi Macedoni e la triste situazione de* Romani, i 
quali dopo una terribil lotta sostenuta coi Galli, venivano minac- 
ciati da Annibale, gl'inspirarono il progetto di scuotere il romano 
giogo. Maturata la cosa, si pose con tutte le sue forze in campo, e 
diessi a soggiogare il paese soggetto a Roma, espugnando i luoghi 
fortificati, e per ogni dove recando desolazione. Ne pago di ciò, 
mosse contro Lissa e strinsela d'assedio. Per altro non vi riuscì, 
che, come narra Dione, i Romani accorsero prontamente colle loro 
truppe, irritati più ancora, perchè aveva ricusato di comparire dietro 
la lor chiamata a Roma, e lo cacciarono, sventando per tal modo 
ogni suo divisamento. Non perciò egli ristette nell' impresa, ch'anzi 



103 

sormontando i limiti fissati nel patto conchiuso con Teuta, con no- 
vanta navi in unione a Scherdilaida oltrepassando Alessio , navigò 
alle Cicladi e strinse d'assedio la città di Pilo (534 di Roma). I Ro- 
mani irritati sempre più per tale mancamento di fede, misero tosto 
in pronto un forte esercito sotto il comando del console L. Emilio 
Paolo, dirigendolo verso FlUirio (535 di Roma). Demetrio pene- 
trata l'intenzione di Roma, confidando nelle vittorie di Annibale, il 
quale espugnata Sagunto apparecchiavasi a scendere in Italia, si 
diede prontamente a fortificare ed a vettovagliare Dimalo e le altre 
piazze forti in terraferma, e cacciati da queste tutti quelli della 
contraria fazione, scelse tra suoi 6000 soldati veterani e con essi si 
chiuse in Faro. Sceso intanto L. Emilio nell' Illirio coli' esercito, 
si diresse tosto a Dimalo, città oltre ogni altra fortissima, e dove 
risiedeva il nerbo principale delle truppe nemiche; sapendo, che 
se gli avenisse di prenderla, in breve avrebbe ogni altra in suo po- 
tere ridotta. Giustovi di presso alle sue mura, esorta in suoi all' im- 
presa, e avvicinate le machine alle mura, la cinge di duro assedio. 
Dimalo dopo sette giorni di fiero conflitto cede all' impeto romano, 
e il console, ricevuta tosto la dedizione d'ogni altra terra illirica, e 
rinnovati i patti anteriori, si dirige alla volta di Faro, ove Deme- 
trio se ne stava afFortificato. E siccome Emilio conosceva bene, 
essere questa fortezza forte di sito e di soldati e di vettovaglie ba- 
stantemente fornita, temendo non gli riuscisse troppo lunga l'ossi- 
dione, sbarca di notte un forte drapello de' suoi siili' isola, e lo na- 
sconde in una selva foltissima, indi col resto del suo esercito in 
sull' apparire del giorno s'affaccia alla città e in un porto ad essa 
vicino sbarca le truppe. Gli Illiri, scorte le navi nemiche, scendono 
al porto per impedire la discesa; ed intanto que' che stavano na- 
scosti nella selva, udito il romere, per luoghi nascosti s'innoltrano 
ed occupato all' improvviso un colle da per se fortissimo, sito tra la 
città ed il porto, tagliano agli Illirici la via al ritorno nella città. Il 
che scorgendo costoro, ne vedendo altro mezzo di salute che quello 
di farsi strada colle armi, si stringono in falange e fanno impeto 
contro i Romani del colle. Impegnatasi la zuffa, que' delle navi 
scendono a terra e feriscono a tergo gli Illirici, i quali dopo lunga 
ed eroica resistenza, si danno alla fuga. I superstiti alla strage in 
parte si dispersero per l'isola, altri si chiusero a quella. Demetrio 
nella seguente notte imbarcatosi in un naviglio che teneva pronto a 



104 

tal uopo, fuggì, e la città dopo una lotta disperata tu presa e dalle 
fondamenta distrutta (219 av. C). Ridotto per tal modo tutto 
rillirio in soggezione, L. Emilio potè far ritorno a Roma ed otte- 
nere il ben meritato trionfo. 

Demetrio raggiunto l'Epiro, scontrò Filippo re di Macedonia 
che dall' Acarnania ritornava nel regno. Costui lo accolse benigna- 
mente, e ricevutolo alla corte, non solo gli conferì onorevoli ca- 
richi, ma gli fu largo di tutta la sua confidenza, per cui Polibio non 
esita punto d'attestare che all' opera sua e a quella d'Arato hannosi 
a riportare non poche egregie opere di quel re. Demetrio seguitò 
Filippo in tutte le sue imprese nella Grecia, ed a lui solo partecipò 
durante i giuochi nemei la notizia ricevuta in quel tempo della scon- 
fitta de' Romani a Canne. In tale circostanza Demetrio esortò questo 
re, che ponendo tantosto termine alla guerra cogli Etoli e avendo 
già tutta la Grecia in sua devozione ridotta, per rillirio scendesse 
in Italia e colla presa di Roma a se recasse l'impero del mondo. E 
chiaro segno della benevolenza di Filippo verso Demetrio non solo 
ci porge il patto d'alleanza stretto da poi tra quel re e Annibale, 
in cui stabilivasi, che nel caso d'una pace con Roma, a Demetrio 
si dovessero restituire i suoi possessi nell' Illirio ; ma agli amba- 
sciatori romani giunti in Macedonia per chiedere consegnasse nelle 
loro mani Demetrio, diede acre ripulsa. Narra Plutarco che sendosi 
recato Filippo a Itomata per sacrificare a Giove, l'indovino gli pre- 
sentasse le viscere del bue, e che avendole prese il re con ambe le 
mani e mostrate ad Arato e a Demetrio che lo avevano accompa- 
gnato, piegandole or verso questo or verso quello, e interrogandoli 
che cosa intendessero, se dovess' egli ritenere la rocca o restituirla 
ai Messeni, Demetrio tutto ridente dicesse: se tu animo hai d'in- 
dovino, la rinunzierai, ma se poi hai animo di re, terrai il bue 
per l'uno e l'altro eorno, significar volendo in tal modo il Pelopon- 
neso, come se tenendosi da Filippo oltre Acrocorinto anche Itomata, 
fosse quindi per essergli intieramente soggetta quella regione. Publio 
Scipione ci fa fede della molta valentia di Demetrio nell' arte 
bellica, allorché, volendo insinuare ai capitani il vero modo d'agire 
ne' conflitti per provvedere ai bisogni, recò in mezzo la seguente 
comparazione di lui, che idi uno tecto et uno vincalo comprehen- 
duntur aedes, id quod consutum est magis durai, sic et in exer- 
citu, uti viritim et secundum manipulos cuncta diligenter pro- 
curantur, u n i versy >s exercitus firmus constituitur. 



105 

L'amore e la gratitudine che legavano questo grande capitano 
a Filippo , e la somma sua audacia nel condurre la guerra , furono 
la cagione ch'egli innanzi tempo morisse. Imperciocché per ordine 
di Filippo avendo stretta d'assedio Messene, tratto da soverchio 
ardire di notte penetrò con pochi fin' entro le mura, ma in siili' alba 
riconosciuto e respinto, cadde pugnando (214 av. C). Narra però 
Appiano ch'egli fu spento da' Romani, mentre ritornando dalla Ma- 
cedonia verso l'Illirio, corseggiava nel mare adriatico (Illyr. e. 8). 

DEMITRI Maria, nata Boscovich, di Ragusa, donna di gran 
senno ed erudita poetessa slava. Morì nel 1764, e ci lasciò non 
poche eleganti canzoni sacre. 

DEMITRI Antonio e Francesco, tìgli di Maria di Ragusa. Antonio 
fu dotto ecclesiastico, versatissimo nello stile epistolare latino; Fran- 
cesco, chierico regolare Somasco, filosofo di vaglia, recò dall' inglese 
in italiano alcune epistole filosofiche morali, impresse a Venezia, 
e lasciò inedite molte prediche assai lodate. Mori nel 1774 a 
Venezia. 

DEMITRI Giacinto di Cattaro, dell' ordine di S. Domenico, 
si rese celebre non meno per lo splendore delle sue virtù, che per 
la profondità della sua dottrina. L'eloquenza del pergamo gli aprì 
un vasto campo. Dando egli le missioni in varie città e luoghi 
dell' Ungheria, fecesi un nome tale, che la Corte di Austria in bene- 
merenza nominollo vescovo di Modrutz nella Croazia. Innocenzo XI. 
lo confermò nel 1681. Cessò di vivere nel 1689, ne si sa in mano 
di chi siano passati gli eloquenti suoi scritti. 

DEMITRI Nicolò di Ragusa, naque nel 1493, e secondo altri 
nel 1510. In fresca età si diede alla mercatura, esercitandola da 
poi in Turchia, in Candia ed in Egitto. In mezzo a tali faccende 
seppe egli pure applicarsi a' buoni studi e riuscì talmente nella 
poesia nazionale, da porsi a paro cogli altri poeti illirici dell' età 
sua, e da meritarsi gli elogi di Mauro Vetrani e di Nicolò Naie. 
Scrisse: Varie canzoni sacre ed amorose — una raccolta di mas- 
sime e sentenze ricavata dalla sacra Scrittura e dai libri dei filosofi 
— alcune lettere in versi, scritte agli amici del Levante — la ver- 
sione dei sette salmi penitenziali , impressa in Venezia nel 1549 
presso Nicolò Bascarino. 

DEROSSI Carlo di Spalato. Disse un elegante discorso pane- 



106 

girico in lode di Andrea Cornelio Prefetto Generale della Dalma- 
zia ed Epiro, stampato a Venezia nel 1659. 

DE VITA Giuseppe distinto pittore di Spalato. Nella villa 
del Catajo, al dir del Tommaseo, trovasi un affresco di lui por- 
tante questa iscrizione: Joseph de Vita fecit 1782; dipinto da 
non pochi avuto in pregio, e che certamente per il tempo infelice 
dell' arte, nella qual fu condotto, merita d'essere riguardato. Gli è 
un'adorazione de' Magi, tema diletto agli artisti del tempo migliore, 
perchè rappresenta la potestà della materia che s'inchinano d'in- 
nanzi allo spirito. 

DE VITA Sebastiano pittore di Spalato, godette anch' egli non 
ordinaria stima in Italia nel trattare il pennello. Abbiamo un so- 
netto stampato verisimilmente in Venezia in lode d'un suo dipinto, 
rappresentante la sagra famiglia, esporto nella piazza di San Marco. 
DIFNICO dott. Francesco di Sebenico, scrisse la Storia della 
guerra di Dalmazia al tempo di quella, di Candia mss. esistente 
nella libreria del fu Monsig. Giovanni Antonio Miocevich di Se- 
benico. 

DIFNICO Pietro di Sebenico, contemporaneo di Antonio 
Veranzio, scrisse alcune poesie nell' idioma illirico, tra quali un' elo- 
gio a Sebenico, ove si addimostra poeta naturalista valente; questo 
col titolo: »U pohvalu grada Sibenika«, da cui reca il Fortis un 
brano nel suo viaggio in Dalmazia. 

DINARICH Nicolò naque sull' isola Lesina correndo l'anno 
1700. Passò la prima età nel seminario di Spalato, e die tale con- 
cetto di se nell' arricchire la mente nelle arti liberali, da farne stu- 
pire. Approfonditosi nelle gravi discipline in ambe le leggi, recavasi 
a Padova, ove cingea la fronte di laura dottorale. Arruolato all'Ec- 
clesiastica milizia, rimase nella curia del legato Pontificio in Venezia 
coli' ufficio di avvocato ecclesiastico, e qui si tenne per molti anni 
con plauso. Benedetto XIV. nel decembre del 1745 creavalo vescovo 
di Ossero. Assente delegò chi v'assumesse il possesso della chiesa 
commessagli nel febbrajo del 1746 ed alcuni mesi dopo egli stesso 
se ne venne ad Ossero con gaudio di tutti i cittadini accorsi per ri- 
ceverlo. Vi stette per undici anni e tali documenti illustri di sua 
sapienza e di zelo ecclesiastico vi diede, che nel 1757 a 3 gennajo 
fu eletto Metropolita di Spalato in successione di Pacifico Bizza 
dallo stesso Benedetto XIV., cui era ben nota e la forza del suo 



107 

ingegno e ìa capacità nel governare la chiesa. Prima di recarsi a 
Spalato, spediva largo ajuto ai poveri di quella città, indi partitosi 
da Ossero, se ne venne al castello Sucuraz, da Spalato poco discosto, 
donde tre giorni dopo fece solenne ingresso nella città tra gli ap- 
plausi e la gioja di tutta la popolazione accorsa ad incontrarlo. Nel 
dì del Corpus Domini ricevè il pallio da Cesare Bonajuti Vescovo 
di Lesina e da Didaco Manola Vescovo di Traù, a ciò eletti dalla 
Sede Apostolica. Colla dignità crebbe in lui anche il zelo pastorale 
ed apostolico. Tenne omelie non solo ne' giorni solenni alla catte- 
drale, ma nel corso delle sue visite nelle altre chiese in città e nelle 
ville tanto nell' idioma italiano che slavo. Nessuna delle Episcopali 
qualità mancò in lui, tra le altre poi adornavanlo esimia pietà e 
religione, sommo zelo nel difendere la disciplina ecclesiastica, pro- 
digalità co' poveri, conoscenza perfetta del diritto civile e pontificio* 
Clemente XIII. giunto a conoscere tale suo merito, gli diresse 
un' epistola, in cui gli fa ampio elogio. Morì nel 1764. 

DIOCLEATE gli è un nome dato ad un prete anonimo della 
chiesa di Antivari, che, vissuto nel XII. secolo, voltò in latino la 
storia de' re di Dalmazia, ch'egli aveva da prima scritta in lingua 
slavonica. Mauro Orbini la fece italiana a suo modo e la riportò 
per esteso nel suo »Regno degli Slavi (Pesaro 1601), e il cele- 
bre Lucio vi pose la versione latina in calce della sua opera de Regno 
Dalmatiae et Croatiae (Amsterdam 1668). Trovasi pure nel 
Tomo III. p. 476 della collezione Rer. Ung. Script.; e nell' Arkiv 
che publica l'Accademia di Zagabria, in islavo. 

DIOCLEZIANO Cajo Valerio Aurelio naque a Dioclea (Do- 
clea secondo Tolomeo di presso Salona) l'anno 245 di Cristo. L'età di 
questo principe è una delle più brillanti nell' istoria. Il potere viene 
d'un colpo tolto agli usurpatori che vi erano molti, spariscono i ti- 
ranni che si disputavano il possesso di qualche brano dell' impero, 
i barbari danno dietro, gli eserciti riprendono la loro attitudine 
trionfante, le leggi rivivono, e Diocleziano fu risplendere il trono 
di tutta la sua potenza. La sua nascita fa oscura, benché egli pre- 
tendesse trarre i natali da Claudio il Gotico (V.). Ignorasi il nome 
di suo padre; la madre sua addimandavasi Dioclea, donde altri 
traggono il suo nome. Giovinetto entrò nell' esercito in qualità di 
soldato semplice. A Tongres una druidessa gli predisse diverrebbe 
imperatore quando avrebbe ucciso un apro. Prestò utile servizio 



108 

sotto Aureliano e Probo, anzi quest' ultimo affidavagli il comando 
delle sue legioni in Mesia. Ebbe da poi il consolato, accompagnò 
Caro nella sua spedizione in Persia, e alla morte di questo prin- 
cipe già teneva il carico di comandante delle guardie domestiche 
nel palazzo imperiale. Alla morte di Numeriano, assassinato da 
Arrio Apro, l'esercito a 29 agosto 284 si raccolse in Calcedonia 
per dargli un successore. Diocleziano assiso sul tribunale, colla 
spada nuda in mano e cogli occhi rivolti al sole giurò di non aver 
avuto alcuna parte nella morte di quel principe, e fatto venire Apro 
suocero dell'estinto, affermò, questi essere stato l'assassino dell'im- 
peratore , e gli immerse la spada nel petto, esclamando : l'ho pur 
ucciso l'Apro fatale. Scelto perciò al trono, poco dopo entrò in Ni- 
comedia trionfalmente, vestito delle insegne imperiali. 

Carino che a quel tempo era in Italia, ebbe notizia nell' atto 
stesso della morte di Numeriano suo fratello e della scelta di Dio- 
cleziano, e quindi si mosse contro quest'ultimo per combatterlo. 
Lo scontro ebbe luogo nella Mesia presso il Margo, ma quantunque 
Diocleziano restasse perdente, pure poco dopo avendo un tribuno 
per vendetta d'un adulterio ucciso Carino, quegli si trovò tranquillo 
padrone dell' impero. Diocleziano perdonò ai partigiani di Carino e 
li conservò nelle loro dignità. Aristobolo, prefetto del pretorio, uomo 
di grande merito, rimase prefetto del pretorio e console. 

Nelle Gallie una fazione detta dei Bagaudi, erasi ribellata, 
vestendo di porpora Elieno ed Amando. Diocleziano die il titolo di 
Augusto a Massimiliano Erculeo, suo antico amico, incaricandolo 
di racquettare la Gallia. Questi giunse in breve tempo a spegnere 
la sedizione in quelle parti. Ma Carasio, proclamato imperatore 
nella Gran Bretagna, così bene si difese, che venne da Massimiano 
riconosciuto qual collega nell'impero, e l'ebbe per sette anni, quando 
cadde assassinato (294). In questo frattempo Diocleziano stesso 
andò contro Achileo in Egitto eh' erasi ribellato, lo vinse in Ales- 
sandria, riacquistò la Mesopotania contro Narsete re di Persia e ri- 
tornò in occidente per sottomettere quanto v'era tra la Rezia e il 
Danubio. Dopo tante vittorie ebbe l'onore del trionfo, l'ultimo 
tenuto in Roma, decretatogli dal Senato ancora dopo le vittorie 
ottenute contro i competitori, e che sfolgorò di tutta la sua magni- 
ficenza. In questa circostanza tolse dall' apparato esterno de' re 
persiani il vestito per dar splendore alla dignità del trono romano. 



109 

Il sopranome di Britanico, Germanico, Gotico, Sarmatico, che gli 
viene dato, ci fa fede ch'egli soggiogò questi popoli o da per se o 
mediante i suoi generali. 

Intanto il re di Persia e l'Africa settentrionale s'erano ribel- 
lati. Diocleziano onde far fronte a' suoi nemici con quattro eserciti 
ed agli interni rivolgimenti con buone leggi, creò due Cesari, Con- 
stanzo Cloro e Galerio. Così l'impero venne governato da quattro 
principi tutti d'origine illirica. Diocleziano però ebbe il primato, e 
tale essi lo riconobbero fino alla sua abdicazione. Costanzo ebbe la 
Gallia, la Spagna e la Gran Bretagna, colla sede a Trèves; Galerio 
la Pannonia inferiore, l'Illirio, la Tracia fino al Ponto con sede in 
Sirmio; Massimiano con sede in Milano ebbe quanto vi sta al di là 
delle Alpi, colla Rezia, la Pannonia superiore, la Sicilia e le Pro- 
vincie africane; Diocleziano tutto il resto con sede in Nicomedia. 
Lattanzio trova in queste istituzioni, pur tanto necessarie alla 
conservazione dell' esistenza di quell' impero in quello stato di lotte 
esterne ed interne, i principali germi del suo decadimento, appuntando 
fin' anco Diocleziano, d'aver in questo modo esauste le finanze del 
trono. Ma frenò egli così le intestine rivolte, oppose argini soli- 
dissime alle incursioni dei barbari, conservando gloriosa la dignità 
del nome romano. Roma è vero, cessò di essere il centro dell' im- 
pero, e il regime divenne assoluto. 

La storia incolpa Diocleziano specialmente per le sue persecu- 
zioni mosse contro i Cristiani, il che scema in gran parte il merito 
della sua gloria. Egli però non fu per sua naturai inclinazione portato 
a tal fatto, sibbene indotto da Galerio, il quale trovò modo per 
piegarlo a ciò coli' apporre ai Cristiani pretesi delitti, come: d'aver 
causato l'incendio del suo palazzo in Nicomedia, usandovi l'astuzia 
degli auguri a prova di tali cose. E ciò unicamente mosse Diocle- 
ziano ad acconsentirvi. Fu impetuoso, ma seppe frenare i suoi mo- 
vimenti. Una grande saggiezza, una prudenza addatta alle circo- 
stanze, furono per lo più la regola della sua condotta. Le sue leggi, 
inserite nel codice Giustinianeo danno chiara prova dell' eccellenza 
della sua amministrazione. Dall' Egitto ai domini persiani estese 
egli una linea di campi fortificati e di fortezze, indi dalle foci del 
Reno a quelle del Danubio contro li barbari che non azzardarono 
di farsi avanti. Protesse le lettere e le scienze, e ne fanno prova 
i dotti vissuti a' suoi tempi; ed i monumenti che fece erigere a 



110 

Roma, a Spalato e a Nicomedia attestano il suo buon gusto per le 
arti» Ed è perciò che ingiustamente alcuni storici lo fanno conoscere 
d'un carattere crudele a tanto, da essere pari a Domiziano e a Ca- 
ligola, sostenendo eziandio, d'essersi egli voluto nominare Dominus 
et Deus. Questo titolo potevagli essere dato da taluno de' suoi adu- 
latori, ma ch'egli se n'abbia servito, non abbiamo prove. Nelle sue 
monete non v'è, e solo dopo la sua abdicazione si legge il Dominus 
Noster, ascrittogli da Costanzo Cloro e da Galerio sopra medaglie 
coniate in suo onore. 

Dopo il suo trionfo non essendosi mostrato troppo prodigo 
coi Romani, questi gli lanciarono motti, per cui si ritirò a Ravenna 
affine di celebrare il suo nuovo consolato, ove infermatosi, a mala 
pena potè ridursi in Nicomedia. Crescendo la sua infermità e l'in- 
debolimento della mente, si tenne gran tempo in casa e solo si mo- 
strò una volta all' esercito che desiderava vedere il suo capo. Pres- 
sato da Galerio, affaticato dalle cure dell' impero, vide di non aver 
più forza per sostenerlo sul punto di gloria, a cui l'aveva innalzato, 
e quindi per sentimento di publico bene preferì un' abdicazione, che 
effettuò nel 305 in Nicomedia, inducendovi pure il suo collega Mas- 
similiano, nominando Cesari Massimino Erculeo e Severo, indi si 
ritirò a Salona, ove mostrossi così grande da privato come era in 
publico mente regnava. Abbellì il suo ritiro di monumenti che ra- 
mentano la sua grandezza, e tale ebbero riguardo di lui i gover- 
nanti, che più fiate lo richiesero del suo consiglio. Solo gli ultimi 
momenti di sua vita furongli amareggiati per l'ingratitudine di coloro 
ch'egli aveva sollevati al potere, per le loro discordie, per le sven- 
ture di sua moglie e della figlia sposata a Galerio. Morì nel 313 di 
68 anni. Sua moglie Prisca e sua figlia Galeria Valeria consorte di 
Galerio, furono poste a morte in Tessalonica due anni dopo per or- 
dine dell' imperatore Licinio. 

La vita di Diocleziano non fu scritta da alcun suo contempo- 
raneo, le sue gesta però leggonsi nelle storie posteriori. Rivaz pu- 
blico a Parigi nel 1779 un'opera interessante su quest'epoca in 
ispezie dal lato cronologico. 

DIOMEDE Illirico. La storia antica ci dà tre eroi di questo 
nome: Diomede figlio di Maste e di Cirene re dei Bistoni della 
Tracia; Diomede ossia Giasone Argonauta (Mitol. di Nat. de Conti 
Frankf. 1580); e Diomede figlio di Tideo e di Deipite nipote di 



Ili 

Oeneo re di Caledonia. Coli' ultimo tra questi va confuso il nostro 
Diomede illirico, il che risulterà chiaramente provato da un' attento 
esame di ciò che a quello attribuisce la storia mitologica. 

Omero presenta Diomede greco all' epoca della caduta di 
Troja. Gli storici susseguenti accennano alle sventure ch'esso ebbe 
a soffrire a sola cagione della dea di Gnido, che avea ferito sotto 
Troja; narrano pure come al ritorno per sottrarsi alle insidie 
dell' infida sua moglie, si rifugiasse in Corinto, poscia nell' Etolia, 
quindi in Italia ove regnava Dauno d'illirica derivazione, e che da 
costui per le belliche imprese egregiamente condotte contro i suoi 
nemici, ricevesse una parte del suo regno e la figlia Evippe in isposa 
Raccontano eziandio che per successive vittorie Diomede abbia 
esteso i confini del suo regno, fondando parecchie città. Virgilio 
(lib. XI.) narra, che all' arrivo di Enea in Italia, Turno domandato 
avesse a Diomede soccorsi, ma che non li ebbe. Ovidio (lib. XIV. 
10.) accenna al mutamento de' suoi compagni d'armi in uccelli. 
Nel libro de mirabilibus auscultationibus tal metamorfosi si vuole 
esser avvenuta dopo l'ambasciata di Turno, altri però sostengono 
che succeduta fosse dopo la morte di Diomede nell' atto in cui cele- 
bravasi un sacrifizio in onor suo sull' isola Diomedea (sita nell'adria- 
tico, ora detta Tremiti. V. Strabone e Plinio). 

La mitologia (Nat. Com. 7. 5.) ci presenta eziandio Diomede 
vincitore nella Feacia (Corfù) del dragone colchico; e così pure riporta 
ch'esso si spingesse fin nel paese de' Veneti, ove per i prodigi del 
suo valore ottenne onori divini, e la consecrazione di un tempio e di 
due boschi. I lidi dalmati ci fanno sovvenire quest' eroe, giacche 
l'odierna Planca, appo i geografi antichi viene indicata col nome 
promontorium Diomedis. Secondo Catone Spinedum . . . a Dio- 
mede instauratum , mentre Plinio (III. 16.) fa Diomede fondatore 
di Spina. 

Dicono alcuni che Diomede sia stato ucciso da Dauno nelle 
contrade italiche, altri. da Eneo siili' isole Diomedee, altri ch'abbia 
vissuto longevaetà, ed altri ancoraché uscito d'Italia,morissesenzache 
sia noto il luogo dove abbia succeduto tal fatto. Scimno Chio narra 
però che quest' eroe alla fine de' suoi giorni giunse sulle terre illi- 
riche, e che ivi compio la sua carriera mortale. 

Ora tutte queste avventure del greco eroe, meno quella di 
Corinto e dell' Etolia, troviamo contradette o almeno taciute dall' an- 



112 

tichissimo storico Diti Cretese, l'opera del quale è stata valida- 
mente difesa autenticata, e provata vera dall' illustre fatica del 
Cav. Compagnoni (Milano 1809). Diti racconta (cap. 11) come 
Egiale, al ritorno del suo marito Diomede da Troja, posegli incon- 
tro i cittadini e gli impedì di sbarcare; come Diomede riparò in 
Corinto, donde in Etolia, per liberare suo avo Oeneo dai nemici 
che gli infestavano il regno, e che sendovi riuscito nell' impresa, 
ebbe libero ritorno in patria e regno tranquillo. La narrazione di Diti 
presenta tutti i caratteri di storica verità, e quindi non altri fatti 
oltre i riportati da Diti , si devono ascrivere al greco eroe, tanto 
più che non combinano coi tempi e luoghi, ove si vuole avenissero. 
Abbiamo da Festo che ne' tempi remotissimi un Dauno illi- 
rico andò ad occupare una parte dell' Italia, ed è verisimile che un 
Diomede in quella epoca sia stato da lui accettato, e che in bene- 
merenza de' vantaggi ottenuti col di lui operare gli avesse data 
signoria in quella regione. Ma se vogliamo tali fatti riportare al 
tempo in cui cadeva Troja, in cui le coste d'Italia erano popola- 
tissime, non avremo alcun punto d'appoggio per sostenere il nostro 
assunto. Ne vale che Virgilio abbia nel suo poema accennato alla 
signoria di Diomede in Italia; egli immaginò l'inverisimile per esal- 
tare il trojano eroe, onde dar pascolo all'ambizione di Augusto: 
namque erit ille mihi semper Deus. 

La fondazione d'un possedimento coloniale fatto da Diomede 
greco sulle isole Diomedee, non può essere accettata dalla più indul- 
gente critica. Sappiamo che nei remoti tempi le emigrazioni succede- 
vano dalla costa illirica all'italica, e quindi quelle isole, site tramezzo 
queste due coste, dovevano essere come una sicura stazione per i 
navigli che traversavano il golfo. Gli è probabile che tra i primi 
conduttori di tali emigrazioni per mare si fosse stato un Diomede e 
che in sua memoria si fosse detta Diomedea l'isola maggiore, ed egli 
stesso adorato sugli altari. Ne la favola del dragone colchico s'affa 
al greco Diomede. Se questi assunta si fosse l'impresa a favore dei 
Feaci illirici contro i Colchi con riuscita favorevole, non avrebbe 
avuto di mestieri cercare altri popoli, ove trovar rifuggio, istanziarsi 
e fondare una signoria. Nò è da credersi che il Greco Diomede 
sarebbe stato pei suoi felici successi nelle armi celebrato per tutto 
l'Illirio con statue e monumenti, come ci narra la storia d'un Dio- 
mede antico in queste terre. 



113 

Supposta l'esistenza in lontano tempo d'un segnalato naviga- 
tore di nome Diomede, il quale abbia primeggiato nel mare illirico, 
si concilia ogni fatto suesposto. L'annuo sacrificio che facevano i 
Veneti d'un cavallo bianco, sacro a Netunno, avvalora la nostra 
supposizione, e tanto più avendo noi da Aristotile , che Diomede 
abbia naufragato all' isole Diomedee. Abbiamo oltre a ciò sulla 
costa illirica una penisola detta in remotissimi tempi Diomedea (ora 
LaPlanca); cui sarà toccato tal nome in conseguenza di qualche 
fatto segnalato di quest' illustre navigatore. Le notizie di Catone e 
di Plinio in quanto allo stabilimento di Spina alle foci del Pò non 
possono apporsi al greco eroe, ma ad uno di data molto anteriore. 
L'uno dice che Diomede abbia l'istaurata la città di Spina, fondata 
da' Pelasgi, l'altro invece che l'abbia fondata coi tesori derubati a 
Delfo. Se di tale delitto si fosse macchiato il greco eroe di questo 
nome, la storia avrebbe di certo parlato. Anche la fondazione di 
Spina o la ristaurazione di lei conviensi meglio a un antico naviga- 
tore di quel nome; ed egualmente piana e scevra d'ostacoli per la 
critica rimarrebbe con questo supposto la venuta di Diomede alla 
corte dell' illirico Dauno in Italia e l'amico accoglimento ch'egli vi 
ottenne. 

La notizia di Scimno Chio, il quale dice morto Diomede nelle 
contrade illiriche presso il lago Licnite, donde esce il Drino nero 
che sopra Lisso col Drino bianco forma un' isola; e quella della 
felice riuscita di questo eroe a favore de' Feaci illirici contro il dra- 
gone colchico ossia contro i Colchi o contro i Frigi loro vicini, prese 
in accurato esame, scambievolmente si ajutano e concordano piena- 
mente colla supposizione di un eroe di nome Diomede anteriore di 
età al greco. 

Da quanto abbiamo esposto, e sulla scorta degli scrittori ale- 
manni (Nitsch. Encyclop. Handb. ec. llerm. Myth..Handb. ec. Funck 
Lex. real.), si può adunque inferire, che due fossero gli eroi di nome 
Diomede, uno illirico ed uno greco, il primo più antico del secondo; 
che gli storici e i mitologi appropriarono le tradizioni di ambidue 
ad un solo; che al greco Diomede appartengono unicamente i fatti 
di Corinto e di Etolia, tutti gli altri all' illirico; e che quest' ultimo 
percorse una parte della sua illustre carriera nel nostro mare prima 
di prender stanza in Italia, e che abbia voluto compiere il corso 
nella sua gloriosa vita sulle terre illiriche. 

8 



114 

DIONISIO di Ragusa, francescano, distinto teologo, recò da 
Parigi in patria le Risoluzioni di Scoto illustrate dal P. Melchiore 
Flavio predicatore di Enrico II. di Francia e le die in luce a Vene- 
zia nel 1580 con tutte le altre opere dello Scoto. Alle sentenze va 
innanzi una lettera su' tale proposito, che ci fa fede della sua va- 
lentia nel maneggiare la lingua del Lazio. Mori in Cattaro nel 1587. 

DIRCOVICH Padre Matteo di Bossina de' Minori Osservanti, 
stampò a Venezia nel 1740: »Razlicna duhovna sastuéenja ci- 
rilskim slovima pritisnuta* . 

DISCOVICH Pietro naque a Pago da famiglia primaria in 
quell' isola. Ancor giovanetto vesti l'abito de' PP. Domenicani. 
Tanto crebbe nella pietà e dottrina, che Gregorio XII. lo stimò degno 
della dignità vescovile di Favenza (1406). Fu presente al concilio 
Pisano (1409). Nel 1412 Giovanni XXIII. destinavalo Arcivescovo 
di Spalato in luogo di Dojmo eletto dai Spalatini, ma abbenchè 
avesse rinunziato alla sua sede di Favenza, non ebbe il possesso 
dell' arcivescovato di Spalato che nel 1420 appena (V. Luccari 
Dojmo), sendo stato in questo frattempo confermato Dojmo dallo 
stesso Pontefice su' quella sede. Pietro menò vita privata nel corso 
di questi otto anni. Nel 1420 Dojmo deposto avendo il carico Ar- 
civescovile, Martino V. gli die a successore Pietro già da prima 
eletto. Ne' sei anni di suo pontificato fé fabbricare l'altare di S. 
Dojmo, e fornì la chiesa di molta supellettile. Gli Spalatini, caduti 
alcuni anni addietro in scomunica stante i maltrattamenti e le vio- 
lenze usate adue Arcivescovi, ottennero dalla Sede Romana mediante 
legati il perdono, e fu data la podestà a Pietro di sciogliere la città 
dall'interdetto. Pietro morì nel 1426. 

DOBRETICH Marco de' Minori Osservanti vescovo Bosnese, 
nel 1 782 in Ancona co' tipi di Paolo Ferri die in luce V opera teo- 
logica sopra i SS. Sacramenti. 

DOLCI Sebastiano di Ragusa, francescano, fu ad un tempo 
filosofo, teologo, oratore, scrittore di storia e poeta. Abbiamo di lui : 
»De Ragusini Archiepiscopatus antiquitate epistola anticritica. 
Accedit ejusdem Ecclesiae Antistitum series chronologica per- 
j>etuis confirmata monumentis. Opus Immillime oblatum D. Bia- 
sio ecc. a P. F. Sebastiano Dolci a Ragusio. Anconae 1761 apud 
Nicolaum Bellelli; — un' orazione politica, Luca 1731; — un 
panegirico in lode di S. Vincenzo Ferrarlo, Venezia 1763 ed altri 
ancora; — dìw quaresimali, uno illirico, l'altro italiano; — quattro 



115 

orazioni funebri latine; — diverse composizioni poetiche; — alcuni 
consulti di legge e di morale; — una dissertazione istorico-cro- 
nologico-critica col titolo: »De lllyricae linguae vetustate et am- 
plitudine* Venezia presso Francesco Storti 1754, ove difende la 
lingna slava, con altri lavori contro il celebre Zanetti ed altri critici 
che l'avevano aspramente giudicata; — monumenti storici della 
provincia francescana di Ragusa , Napoli 1744 presso Giovanni de 
Simone — due dissertazioni inedite, una sull'origine della città di Ra- 
gusa, l'altrasulladileinon interrotta libertà — una lunga lettera ita- 
liana contro Stefano Rosa sulla patria di S. Biagio — Fasti lette- 
rario-ragusini , stampati a Venezia nel 1767 presso lo Storti, 
con ducento biografie — Commentario sui costumi, dottrina ed 
imprese di S. Girolamo, dedicato al Card. Girol. Colonna, stam- 
pato in Ancona nel 1750 presso il Bellelli — . Morì nel 1777. Ebbe 
ad amici Apostolo Zeno, il Cardinal Quirini, il dottor Lami ecc. 
ammiratori delle sue molte e svariate cognizioni. 

DOMINIS (de) Marc' Antonio naque nel 1566 in Arbe da 
illustre casato. Scorsa l'età prima nella casa paterna, fu mandato 
a Loreto, ove nel collegio illirico eretto da Gregorio XIII ad istru- 
zione del clero dalmata, venne iniziato dai Padri Gesuiti nelle 
discipline ecclesiastiche, indi si recò a Padova per compiere il corso 
degli studi presso quella celebre università. Sendo di grande in- 
gegno e ad ogni genere di studi inclinato, coi suoi rapidi progressi 
sbalordì gli stessi suoi precettori, e quindi fu accolto nella Com- 
pagnia di Gesù, ed ebbe tosto nel collegio Romano la cattedra di 
belle lettere e di matematiche, a Padova quella pure di matemati- 
che, ed a Brescia prima quella di rettorica, indi della logica e 
della filosofìa avendo a uditori i più colti d'allora. Gli elogi sorve- 
nutigli furono origine della sua ambizione e quindi del suo infortunio. 
Fu egli oltre a ciò per natura turbolento, bramoso di cose nuove, 
tenace negli asserti, e così scaltro da sapere tutte le vie per affa- 
scinare i cuori e trarli a sé, in ispezieltà quelli de' personaggi ra- 
guardevoli. Pel che addivenne , eh' egli non potè piegarsi alla 
disciplina de' PP. Gesuiti, nò questi lo potevano più a lungo soffe- 
rire. E quindi il Generale dell' Ordine o per propria volontà, o 
dietro sua inchiesta lo licenziava. Dicesi che dopo ciò egli fosse 
ascritto tra i preposti alla Romana Curia. Ucciso in questo frat- 
tempo Antonio de Dominis vescovo di Segna, suo parente stret- 
tì * 



116 

tissimo, da Turchi sotto Clissa, ove erasì portato in soccorso degli 
assediati (1596), sorse in lui la speranza d'acquistarsi il vescovato 
di Segna, e quindi recatosi a corte di Rodolfo Imperatore, e con- 
ciliatasi la benevolenza de' grandi, ottenne d' essere nominato a 
successore del suo congiunto nel vescovato di Segna, e tale nomina 
venne confermata da Clemente VII. Venuto a Segna, si diportò nel 
suo carico come a dotto e pio prelato s' addiceva, per cui ebbe ben 
meritato elogio da Minuccio Minucci Arcivescovo di Zara nelle sue 
storie intorno agli Uscocchi, avendo posto ogni cura nell' infrenare 
l'audacia di que' pirati. Altri vogliono eh' egli fosse occultamente 
in relazioni con que' ladroni, e eh' avesse avuto parte de' loro furti. 
Certo è che le sue mediazioni da prima aventi aspetto di vero in- 
teresse pel ben comune, riuscirono a nulla, e l'arroganza in essi 
anzi indi a poco s'accrebbe di molto. Intanto moriva Domenico Fo- 
coni Arcivescovo di Spalato. M. Antonio desideroso d'essergli 
successore, tosto si recava a Roma e coli' appoggio dell' ambascia- 
tore Veneto, del Cardinale Cinzio e de' legati Spalatrini venuti a 
chiederlo ebbe tale carico in confronto di Marzio Andreuzzi decano 
d'Udine, protetto dal Cardinale Aldobrandino Nominato Arcives- 
covo da Clemente Vili, in pieno concistoro a 15 novembre del 1612, 
ebbe cinque giorni dopo il pallio. Venne indi a Spalato, ove tenuto 
festosissimo ingresso, si pose alacremente a disimpegnare da se tutti 
i doveri Arcivescovili in ispecie tenendo di spesso sermoni al po- 
polo ed istruendo nel suo palazzo quotidianamente i chierici nelle 
scienze profane e religiose. Giunto a Spalato il visitatore Aposto- 
lico Michiele Priolo Vescovo Vicentino, lo accolse con tutti gli 
onori dovutigli, e si prestò in tutto quanto gli fu d'uopo per egre- 
piamente fungere il suo ministero. Die la legge che in soli quattro 
mesi dell' anno il Capitolo avesse diritto d'eleggere i canonici, negli 
altri otto la sede Apostolica, mentre un tale diritto per tutto l'anno 
era appo il Capitolo da tempo inveterato. Ma tal legge da poi 
sostenuta con calore da M. Antonio, non ebbe mai vigore, e d'altra 
banda fu il fomite delle discordie insorte tra il Capitolo e l'Arci- 
vescovo stesso. Competitore di Marc' Antonio all' ottenimento del- 
l'Arcivescovato di Spalato si fu, come dicemmo, Marzio Andreucci, 
decano di Udine. La sede Romana avendo preterito il primo, gl'im- 
pose l'obbligo di passare al secondo un' annua pensione dai pro- 
venti della mensa arcivescovi!» 1 . Ma M. Antonio si rifiutò di darla, 



117 

e Marcio, creato in questo frattempo vescovo di Traù, approfittò 
dell' assenza dell' Arcivescovo ito a Roma per maneggiare intorno 
a ciò, e porre dietro rescritto del Legato Pontificio sotto sequestro 
il denaro spettantegli esistente presso i conduttori dei beni Arcives- 
covili. Ritornato M. Antonio piegossi a dargli la pensione col patto, 
che se la Rota Romana l'avesse sciolto da tal peso , gli fosse resti- 
tuita. Ma sorta cinque anni dopo la peste e rimasi incolti vari 
terreni Arcivescovili, M. Antonio per tal motivo negò di sborsare 
a Marcio la pensione , e quindi nuova lite insorse e fu portata 
a Roma, per cui Paolo V. proibiva a M. Antonio nel 1609 l'in- 
gresso alla chiesa. Ma rimessa la controversia indi a poco ne' due 
patriarchi di Venezia e di Aquileja, costoro composero ogni cosa. 
e raquetarono gli animi de' contendenti. Durante questi fatti M 
Antonio visitò la sua diocesi con grande frutto pastorale, e ritor- 
nato in città, emanò ventidue costituzioni tendenti a diminuire i 
diritti del Capitolo. Ma questi si rifiutò d'accettarle e quindi recata 
la cosa a Roma, altre vennero ammesse, altre abrogate. Correndo 
il 1607 insorta la peste in Spalato, M. Antonio si die ogni cura e 
coli' opera sua e col denaro ad alleviare le pene degli aggravati. 
Ma non bene eli' era assopita la prima controversia tra Marcio e 
M. Antonio, altra vi sorse e più terribile intorno alla giurisdizione 
Ecclesiastica. Marcio colpiva d'anatema un canonico del suo capi- 
tolo ed alcuni ecclesiastici quali eccitatori di discordie. Costoro ri- 
corsero a M. Antonio qual Metropolita, e questi li assolse. Ma 
Marcio non badò punto alla decisione di M. Antonio, e quindi tra 
questi due sorsero aspri alterchi per iscritto. L'Arcivescovo accu- 
sava il vescovo di violazione del diritto metropolico, questi il primo 
di abuso della sua autorità. Ma il vescovo di Traù non dando 
LSeolfco alle minaccie di M. Antonio, persistette nel suo assunto 
per cui quest' ultimo nel 1614 gl'inflisse l'anatema, proibendogli 
ogni atto di vescovile ministero, e segregandolo dalla comunione 
de' suoi. Ito poscia a Venezia, scrisse alla Congregazione de' Car- 
dinali, dandole a conoscere la questione; però egli è ignoto quale 
risultato n'abbia ottenuto. Desideroso di nuove cose, richiama a 
vita consuetudini inveterate. Fece costruire, è vero, l'odeo al di 
dietro del tempio, come sede del trono Arcivescovile, del Capitolo 
e de' sacerdoti, sgombrando la chiesa di molto a comodo della po- 
polazione, ma con altri e molti atti impudenti s'alienò l'affetto di 



118 

tutti. In ispecie incominciò a disseminare alcuni dommi risultanti 
a dileggio della Sede Apostolica e contrari alle tradizioni eccle- 
siastiche e ai riti. E da prima n'avea dati indizi sicuri, per cui 
alcuni del Capitolo e tra i nobili avevano già rapportato a Paolo V. 
il tenore. Vedendosi adunque per tali motivi caduto in odio del 
popolo, .stabilì di deporre il carico Arcivescovile, e all' insaputa 
se ne parti per Venezia in sullo scorcio del 1615, per trattare col 
Senato Veneto della sua salute; ed appena venuto, scrisse una 
lettera al Clero ed al Popolo di Spalato protestando di non essere 
conscio d'alcuna colpa inverso di loro e che, snudo essi di lui scon- 
tenti, e* rinunziava al carico e chiedeva unicamente che gli fosse 
permesso d'eleggere il suo successore in luogo del Capitolo che ne 
aveva il diritto. Ed ottenutolo, scelse a suo successore Sforsa Pon- 
zoni suo parente. E quantunque già M. Antonio, vivendo a Venezia, 
dati avesse indizi di pravi principi contro la fede ortodossa, pure 
la Sede Romana per non irritarlo maggiormente, ma anzi se fosse 
possibile richiamarlo sul retto sentiere, gli assegnò grossa pensione 
sulla mensa Arcivescovile di Spalato. Invano, giacche correndo il 
1616 mentre agita vasi la contesa tra Paolo V. ed i Veneti, prese a 
difendere gli ultimi a parole e scritti, unendosi in amicizia stret- 
tissima a Fra Paolo Sarpi. Indi strinse dimestichezza coli' amba- 
sciatore inglese residente in Venezia, il quale promettevagli in 
Inghilterra onori e ricchezze. Rinunziata la pensione assegnatagli 
dalla Corte Romana per non aver con essa legami d'obbligazione, 
all' improviso lasciò Venezia, e visitate alcune città d'Italia, passò 
in Germania allora sede dell' eresia, donde scrisse al Duce Veneto 
esservi fuggito per iscansare i veleni che apprestavagli la Corte di 
Roma, la quale non solo era aliena da tali cose, m' anzi con mag- 
gior indulgenza lo trattava lino alla sua andata a Londra, ove die 
chiari segni di defezione dalla fede ortodossa. A Heidelberga 
prima di passare in Inghilterra publicò co' tipi la causa della sua 
partenza, e nella chiesa di S. Paolo tenne un discorso ingiurioso 
alla Sede Romana. Questo lavoro fu poscia dall' inglese tipografo 
nel 1617 premesso alla sua opera in 10 libri intorno alla Republica 
Ecclesiastica sotto il titolo: Universo divinorum S. Caiholicae 
Ecclesiae Episcoporum Ordini Veritatem, Charitatem, Liber- 
tatem, Felicitatem. Indi a poco publicava l'operetta italiana: 
Seoyli del naufragio Cristiano, quali va scoprendo la Santa 



119 

Chiesa, 1618 in 12. trad . in francese da un anonimo ed impresso 
in La Rochelle 1618 in 8°. In Inghilterra ebbe accoglienza molto 
onorevole da Giacomo I, il (male l'onorò di ricchi benefizi e del 
carico di doyen di Windsor. Qui fu ch'egli compose il suo lavoro 
»Ue republica Ecclesiastica libri X> in cui non solo negò il 
Primato del Pontefice e della chiesa Romana, ma si die pure ad 
abbattere vari donimi della Cattolica Fede. E diviso in tre parti, 
e dedicato a Giacomo I. Uscì alla luce in Londra 1617 e 1620 in 
2 voi. in fogl. Francoforte 1658, 3 voi. in fogl. La prima parte fu 
tratta a severo giudizio dalla facoltà teologica di Parigi e di Cologna; 
da altri fu confutata l'intera opera. Ma o eh' egli non fosse pago 
degli onori ricercati e della stima che riscuoteva a quella corte, o 
che questa gli fosse caduta in disgrado, manifestò poco dopo ad 
un tratto avversione al suo modo d'agire e il desiderio di ripararvi 
col rientrare nel seno della chiesa. Gregorio XV. istruito di tali 
suoi pensamenti, lo rassicurò mediante l'ambasciatore della Spagna 
del suo perdono. Doininis prima di partire dall' Italia aveva indi- 
rizzato uno scritto ai vescovi per far loro conoscere i motivi di tale 
suo atto; ed ora ritornatovi a Roma, tosto die un' altro scritto 
egli stessi, in cui detestando i suoi errori, assoggettavasi alle de- 
cisioni della chiesa. Ma quest' uomo sì incostante nella fede, parve 
dopo la morte di Gregorio XV. ad un tratto di nuovo cangiato 
ne' sentimenti, come si ebbe prova da sue lettere, intercettate dai 
suoi nemici e presentate a Urbano Vili, per cui fu arrestato e 
chiuso nel castel Sant' Angelo, ove infermatosi, munito de' sacra- 
menti dopo pochi mesi cessò di vivere in settembre del 1624. Il 
suo processo fu continuato dopo la sua morte dall' inquisizione, fu 
dichiarato convinto di eresia, ed il suo corpo dissotterrato, venne 
dato alle fiamme sul campo di Flora e le ceneri gettate nel Tevere. 
Tale processo trovasi nell' Histoire de Vinquisition di Limborch. 
Neil' opera di retrattazione stampata a Roma al suo ritorno d'In- 
ghilterra (1623) espone tutti gli errori professati da prima, li con- 
futa e li detesta, promettendo di publicare un volume apposito di 
contro all' opera intorno alla Republica Kcclesiastica. Ci resta di 
lui pure un mss. col titolo: Relatio Status Ecclesiae Spalatensis 
de anno 1609. Fu egli però il ritrovatore della decomposizione 
del raggio della luce nell' iride , per cui tanto si rese benemerito 
dell' Ottica, e fu precursore di Newton, come costui confessa aper- 



120 

tamente nelle sue opere scrivendo: intellewerunt hoc etiam anti- 
quorum nonnulli: inter recentiores autem plenius id invenit 
uberiusque eocplicavit celeberrimus Antonius de Dominis Ar- 
chiepiscopus Spalatensis in libro suo de Radicis Visus ac.Lucis, 
quem ante annos amplius viginti scriptum, in lucem tantum 
edidit amicus suus Bartohis Venetiis anno 1611. In eo quidem 
libro ostendit vir celeberrimus , quemadmodum arcus interior 
binis refractionibus , singulisque reflexionibus inter istas re- 
fractiones Inter venientibus in rotundis pluviae guttis effingatur: 
eocterior autem arcus binis refractionibus , binisque itidem re- 
flexionibus inter jectis in similibus aquae guttis efficiatur .... 
Porro eamdem explicandi rationem persecutus est Cartesius in 
Meteoris suis (Newton. Opt. lib. I. Part. IL Prof. LX). Car- 
tesio dunque non lece che continuare la scoperta del filosofo dalma- 
tino, e dict» scoperta a disinganno di coloro che non la vogliono 
tale. Vero è che gli antichi l'avevano adombrata e congetturata, 
ma ciò non significa che di già l'avessero fatta. Cartesio, dice 
Cantò, dissimulando il merito del Dedominis , porto innanzi la 
teorica dell' iride (Torri. 16. p. 574. Torino 1845). Il titolo di 
questo lavoro si è : De radiis visus et lucis in vitris perspec- 
tivis et iride. Venezia 1611 in 4°. E raro e curioso; egli l'aveva 
composto mentre teneva cattedra di filosofia a Padova, e Giovanni 
Bartoli, uno dei suoi allievi, lo diede in luce molto dopo con suo 
permesso. Boscovich e Tiraboschi sono d'avviso, non esser egli il 
vero scopritore di questo fenomeno, ma senza recare in mezzo 
alcuna prova vitale in proposito. — Si ha di lui eziandio una Pre- 
dica/atta nella cappella delli mercieri in Londra, 1617 in 16, 
rarissima. Dominis è l'editore della storia del concilio di Trento di 
Fra Paolo Sarpi, e ne tradusse 4 libri in latino. 

DOMINIS Pietro, sacerdote della Brazza, scrisse nel 1697 
la storia della famiglia Statileo, e nel 1705 Videa della Brazza, 
con stile inornato. 

DONATO (Santo), nato in Dalmazia; se però di nobil fa- 
miglia in Zara, come altri vogliono, è dubbio. Al principiare del 
secolo IX. resse la chiesa Zaratina, a vantaggio di cui tenne due 
legazioni, una a Carlo Magno, a Niceforo Imperatore d'Oriente 
l'altra. Nella prima in compagnia di Paolo duca di Zara nel 806 
andò ad Aquisgrana, ed assoggettò a Carlo la Dalmazia marittima 



121 

con annuo tributo. Per tale motivo adiratosi Nicetbro , inviò una 
flotta in Dalmazia sotto il governo del suo duce Niceta. Spaventati 
i Dalmati a tale venuta, si sottomettono al giogo bisantino e spe- 
discono- a Costantinopoli S. Donato per impetrar grazia. Ed egli 
l'ottiene e ritorna in patria recando seco l'ossa di S. Anastasia. 
Trasportò eziandio da Aquileja a Zara le ossa di S. Grisogono e di 
S. Zoilo. Ridusse a tempio di S. Trinità quello di Giunone Augu- 
sta (cioè di Livia moglie di Ottaviano Augusto), e qui pure ebbe 
tomba. Per molti miracoli operati da poi fu messo sugli altari. 

DONDINI Golielmo di Ragusa, gesuita, fece di publica ra- 
gione in Roma nel 1673 presso il Tani una storia in foglio: De 
rebus in Gallici gestis ab Alexandro Farnesio, e nel 1638 presso 
lo stesso tipografo un carme col titolo: Venetus de classe pira- 
tica triumphus. 

DRAGAZZO Giacomo di Traù naque circa il 1451, fu profes- 
sore di diritto in Arles, vicario vescovile nella stessa città, con- 
sigliere di Carlo Vili, in Francia (1493), auditore di Sacra Rota 
in Roma scelto da Alessandro VI. e nel 1499 vescovo di Modrussa. 
Però prima d'esservi consacrato cessò di vivere a Roma. Ebbe 
tomba ed onorata iscrizione nella chiesa di S. Agostino. Antonio 
de' Monti così innalza le sue virtù: doctrina et integritate conspi- 
cuus. Anco il P. Farlati (Illyr. Sac. T. IV p. 110) ne reca l'iscri- 
zione sepolcrale, e ne fa distinto elogio. Di lui si fa onorata men- 
zione tra le decisioni della Rota Romana e nella »Sinaxis Sacrae 
Rotae Auditorwm* del Cantalmajo. 

DRAGHICHIEVICH (Padre) Michiele di Vergoraz, de' Mi- 
nori Osservanti, scrisse: Officio B. M. V., nonché: izpisanje 
svrhu svrtih vedovali i sakramenatah u obéinu izvadjena iz 
fise hijigah, u Zadru god. 1800 Kod Ant. Battara. 

DRAGHICHIEVICH Nicolò di Zara, nato nel 1763 e morto 
nel 1847. Compito lo studio legale in Padova, ebbe impiego pu- 
blico, prima a Venezia, poscia a Padova, indi impiego privato in 
Bassano. Ritornato in patria, entrò nel 1817 qual praticante nel- 
l'uffizio dell' i. r. Ragioneria, dove colla sua abilità ed onoratezza 
in breve saliva a posto distinto. Ne in tali occupazioni trascurò di 
coltivare gli studi. Fanno di ciò ben chiaro testimonio e la molta 
erudizione di cui faceva mostra ne' suoi ragionari, e i dieci volumi 
che lasciò scritti di propria mano, una parte de' quali ci dà una 



122 

raccolta de' brani migliori delle opere dei più distinti ingegni 
italiani, latini e francesi, l'altra una collana di sue traduzioni dal 
francese, come ad esempio: delle lettere d'una Peruviana di 
mad. d'Issemburg, delle lettere persiane del Sigr. di Montesquieu, 
de/ pensieri di Pope (stampati), dell' ottimismo, del sogno filosofico dì 
Meroier ecc. 

DRAGO Marino di Cattalo, addottorato in ambe le leggi, 
probo e saggio, nel 1688 fu da Innocenzo XI. promosso al vesco- 
vato della chiesa di Cattaro, indi traslatato nel 1708 da Cle- 
mente XI. a quella di Curzola, ove diede luminose prove della sua 
prudenza e del suo zelo. Ristaurò a proprie spese il palazzo vesco- 
vile in sua patria, e ne arricchì la cattedrale di molti ornamenti. 
Morì a 9 di ottobre 1733. Tra gli altri scritti che lasciò, esiste 
inedita una dotta memoria, con cui egli provò, che sotto i voca- 
boli d'Italia e d'isole adiacenti era inclusa, giusta lo stile della 
Romana Curia anche la Dalmazia e la provinzia di Cattaro. 

DRAGO Nicolò di Cattaro, sotto il regno di Tvarco I. re di 
Bossina assai si distinse alla corte di costui, e molto fu riputato 
nelle arti e nei maneggi difficili del governo. 

DRAGO (Conte) Vincenzo di Cattaro, ove naque circa il 
1770. Compiti gli studi a Padova ove legavasi in istretta amicizia 
col principe delle umane lettere a que' tempi l'Ab. Melchiore Ce- 
sarotti, ritornava in patria fornito di molto sapere, e quivi datosi 
tutto alle scienze filosofiche e pasciuto l'animo delle gravi teologi- 
che discipline, saliva in fama di dottissimo. Oltre a ciò in quel 
torno di tempo concepiva il divisamento di dare all' Italia quanto 
alle sue glorie mancava, una completa Storia della Grecia; la- 
voro con ingenti cure intrapreso e quasi a compimento condotto. 
Uscirono alla luce sei grossi volumi, il primo nel 1820; però l'o- 
pera rimase imperfetta. Che se non raggiunse gl'immortali lavori 
in quest' argomento divulgati da Rollili, Barthelémy, Gilliers, 
pure il Drago seppe farsi loro molto d'appreso, e noi siamo di pa- 
rere andar alquanto errati coloro che lo disprezzano, perchè alle 
volte di troppo si fece sulle orme dei predecessori, e perchè più 
fiate in quanto allo stile si perde in soverchia ricercatezza, impro- 
pria del grave argomento che tratta. Scrisse eziandio un libro 
sopra, Alessandro il Macedone. Sotto la Reggenza italica rifug- 
giva dagl' impieghi offertigli, ladove al primo lucicar delle armi 



123 

alemanne offriva nel campo di Cerno i suoi servigi all' Austria. 
Coperse per più anni il posto di Pretore giudiziario e politico. Mo- 
riva a Spalato a dì 3 novembre 1836. 

DRASCOVICH Giorgio, uomo grande e per molte sue virtù, 
per gli onori, per la gloria che s'era procacciata mentre visse, in- 
signe, naque a Biline, castello nel circondario di Zara l'anno 1555 
a' 5 febbrajo da antica, potente e nobilissima famiglia, celebre per 
le ricchezze e per le nobili imprese. Ebbe egli a padre Bartolomeo, 
il quale perduto avendo per le sempre maggiori conquiste de' Tur- 
chi quanto in Dalmazia vi possedeva, passò in Croazia, e presevi 
stanza a Svarsa. Giorgio ancor giovanetto si ridusse dal suo zio 
materno Giorgio Martinusio Arcivescovo di Strigonia e Cardinale, 
il quale lo fece passare a Cracovia, a Bologna, ed a Roma, af- 
finchè vi apprendesse le scienze e le lingue. Reduce dall' Italia, 
indossò l'abito clericale, e dopo l'iniqua uccisione di Giorgio suo 
zio, si recò presso Nicolò Olah di lui successore, il quale stimando 
di molto l'esimia dottrina e la feconda erudizione del novello mi- 
nistro, a se lo volle e nelle cose difficili l'occupò. Fu da poi cano- 
nico di Varasdino, indi preposito di Presburgo e nel 1559 vescovo 
di Cinquechiese. Ferdinando Imperatore non solo fregiollo del ti- 
tolo e della carica di regio cancelliere e di moderatore della sua 
coscienza, ma eziandio lo spedì suo legato e rappresentante del 
regno al Tridentino concilio, ove die indubbie prove della sapienza, 
religione e prudenza sua da meritarsi l'ammirazione di que' padri. 
Ivi lesse l'orazione »De moribus improbis ab Ecclesia removen- 
dìs,« degna di quel nobilissimo consesso. Messo fine al concilio e 
ridottosi in patria, Ferdinando per ricambiare a' servigi da lui 
con tanto zelo prestati alla religione ed allo stato, lo nominò 
vescovo di Zagabria, ove datosi a modellare il clero a seconda 
de' precetti del SS. Tridentino concilio, ristorò l'ecclesiastica di- 
sciplina ovunque fosse negletta, e svogliendo egli stesso l'incorrotta dot- 
trina vangelica in frequenti visite della sua diocesi, e promulgando sa- 
pienti ordinamenti, ridusse la sua a modello delle altre diocesi 
d'allora. In ispecieltà poi rifulse per la grande sua liberalità in- 
verso i poveri in modo nel 1570 manifestatasi nelle più terribili 
forme la fame e la peste, non solo schiuse le porte a granai, alle 
cantine ed al tesoro, ma li esaurì affatto, onde gli venne quel 
dolce ed illustre titolo; Padre della patria e de poveri. Eresse 



124 

un seminario di chierici, conservò intatta la sua chiesa da ogni 
eretica labe, celebrò tre concilii nel 70. 73. 74., e tale si fu pro- 
pugnatore della cattolica chiesa che meritò, che Pio V. a' 9 aprile 
del 1569 gli dirigesse una lettera piena di affetto e di stima, eterno 
monumento alle grandi sue virtù. Nel 1564 Massimiliano, succe- 
duto a Ferdinando, investi Giorgio della Prefettura dei tre regni 
e lo nominò Bario della Dalmazia, Croazia e Slavonia, dandogli a 
collega nel magistrato Francesco Szlunio. In tale carico spense in 
sul nascere una rivolta eccitata da un tale Matteo Gubeccio, ra~ 
quetò gli abitatori della regione tra la Sava e la Culpa tumultuanti, 
li forni dell' occorrente alle difese, e rese sicuro il confine. Sventò 
pure la terribile sedizione mossa da Giovanni governatore di Tran- 
silvania unitamente ad alcuni più cospicui personaggi di Ungheria, 
col proposito di balzare dal trono Massimiliano. Stanco finalmente 
dai pesi che gli recava la banale dignità, chiese a Massimiliano 
d'esserne sollevato e l'ottenne appena nel 1588 da Rodolfo, il quale 
lo nominò alla sede episcopale Taurinense, lo insignì dell' onorevo- 
lissimo e gravissimo carico di cancelliere del regno, e indi a poco 
lo costituì luogotenente regio. Ne pago di ciò scrisse a Sisto V. si 
degnasse aggregarlo al collegio de' cardinali, e vi riuscì, giacche 
nei 1585 Giorgio era già fregiato di tale dignità col titolo sacerdo- 
tale di S. Stefano del Montecchi. Carico d'anni ed affranto dalle 
fatiche a' 31 gen. 1587 pose fine alle fatiche mortali a Vienna. 
Recata la spoglia a Taurino, ebbe onorata .sepoltura ed iscrizione 
della chiesa cattedrale. Lasciò non pochi monumenti del forte suo 
ingegno, annotati dal P. Ker^elich, e sono: — Philosophus verus 
— Orationes complures sacrae in conciliis, synodis, ad popu- 
lum habitué — Romani Pontificis ac sedis apostolica^ auctori- 
tas jussu Ferdinandi ad piissimum Ferdinandum contra Ger- 
maniae sensum demonstrata — Ada conciliì Tridentini et hi- 
storia annos illos complectens de calice laicis concedendo (pubi, 
da Offenbach) — De moribus etc. — Fra i personaggi più illustri 
di questa famiglia giova eziandio ricordare: Giovanni Drasco- 
uich, comandante supremo di cavalleria, nel 1595 bano, indi pre- 
posto alla difesa de' confini ungarici al di là del Danubio, morto 
nel 1614 a Presburgo — un' altro Giovanili Drascovich si di- 
stinse sommamente pel sapere nelle scienze e nell' arte militare, 
tenne per più anni la dignità banale, e conferitogli pei molti 



125 

meriti aquìstati debellando ripetutamente i Turchi, e in ispezieltà 
liberando la Valacchia dal barbarico giogo nel 1646. Morì nel 
1648. Suo figlio Giovanni in età ancor tenera, mentre fungeva il 
carico di propretore dell' Illirico , tale menò replicata strage 
de' Turchi, che salito in fama di celebre capitano d'armate, Carlo VI. 
nel 1732 conferivagli la dignità banale, ma un' anno dopo oppresso 
da catarro, passò tra' morti. — Paolino Drascovich, nel I318vescovo 
di Scardona, ebbe forte controversia con Mladino Bano della Dal- 
mazia e Croazia in difesa della chiesa scardonese, e fu ucciso da 
Marco figlio di Mladino. Carlo re d'Ungheria ne vendicò la morte 
colla dimissione di Mladino. 

DRAXEOVICH Matteo (V. Gelich). 

DRAXEOVICH Xarco di Spalato, cavaliere e generale agli 
stipendi de' Veneziani, pugnò gloriosamente contro i Turchi, finché 
caduto con un drapello di suoi in un' inboscata tesagli dal nemico, 
morì da eroe coperto di piaghe, dopo fatto aspro e miserando go- 
verno de' suoi nemici. Il Marulo ne pianse la morte con elegante 
epitafio. Ebbe per tre volte le aurate insegne della milizia e la 
massima dignità del Comune. Primo d'ogni altro, pel voto publico, 
ottenne sepoltura nel duomo e la lapide sepolcrale. 

DRAXICH Giovanni, cittadino e canonico di Spalato, com- 
pose un poema diviso in dieci canti sulla bellezza dell' anima, e 
nel 1713 lo dedicava alla Signoria di Ragusa. Se venisse stampato, 
gli recherebbe fama di valente poeta. Nel 1715 publicavasi a 
Praga, voltata in illirico dal Draxich, una divota preghiera del 
principe Eugenio. 

DUDAN P. F. Vincenzo di Spalato, dell' ordine de' predica- 
tori, di cui fu moderatore, di grand' ingegno, nelle profane e teo- 
logiche discipline istrutto, e chiaro poeta. Morì ancor giovane a 
Venezia nel 1703. Abbiamo di lui una raccolta d'inni sacri per 
tutto l'anno, nonché la Passione di G. C. e la vita della Beata 
Osanna di Cattaro in idioma slavo. 

DUIMIO o Dulmio (de Gliricls) Giovanni Alberto sortì i 
natali a Cattaro col nascere del secolo XVI., abbracciò in fresca 
età l'ordine di S. Domenico, e diede opera così solerte allo studio 
della sacra teologia, che compito appena il corso ebbe una cattedra 
-li essa iiell' archiginnasio di Koma. Paolo 111. nel 1545 lo unì a 
quattro altri teologi tra i più dotti di quel tempo coli' incarico di 



126 

prendere in attenta disamina l'ordinanze del concilio Tridentino 
sopra la giustificazione, prima che ne vedesse la luce. Per eccita- 
mento dello stesso Pontefice publicò co' torchi Romani nel 1547 
in 4° il lavoro del celebre domenicano de Turrecremata sopra la 
Concezione della B. Vergine, cui fé andar innanzi una dotta pre- 
fazione, e v'aggiunse acute ed utili osservazioni. E Paolo III. per 
dargli una prova della sua benevolenza a' 26 luglio del 1548 l'in- 
nalzò alla sede vescovile di Modrussa, e caduta questa indi a poco 
sotto il barbaro ferro, a' 19 marzo del 1549 lo traslocò sul seggio 
vescovile di Veglia. Nel 1551 e nel 1562 intervenne alle sessioni 
del Tridentino Concilio, e nel giorno di S. Domenico tenne un 
discorso, da poi stampato col titolo: »Oratio in solemnitate S. 
Dominici, Tridenti, die 5° augusti dieta*. L'Ecardo ed il Pallavi- 
cino scrissero, aver i Padri del concilio dietro sue dimostrazioni 
determinato, che non si debba communicare sott' ambe le spezie. 
L'Orbini attesta che Pio IV. tale si fosse ammiratore delle sue virtù, 
ch'ebbe una volta a dire, non esservi nella Chiesa seggio, a cui non 
fosse degno d'essere innalzato. C. Gregorina riferisce, aver egli 
scritto: »Opusculum de grafia, quod dodi viri illius temporis 
magnopere probarunt^ Levò di se fama eziandio come sacro 
oratore. 

DUMANEQ Giacomo di Spalato, domenicano, esimio teologo 
e predicatore del sedicesimo secolo. Dopo aver riscossa l'ammira- 
zione per la sacra sua facondia a Roma, a Napoli ed a Palermo, 
morì a Cosenza, e lasciò un grosso volume di buone prediche. Gior- 
gio de' Cari gli fa elogio. 

DUMANEO Marco , canonico e primicerio di Spalato sua pa- 
tria, poi vicario generale dell' Arcivescovo Albani, moriva nel 1701 
nel 73 di sua età. Fu uomo dottissimo, in ogni maniera di lettere 
divine ed umane versato; raccolse, trascrisse di propria mano ed 
illustrò iscrizioni di Salona, moltissimi documenti non che di Spa- 
lato, di tutta la Dalmazia. Fra questi primeggia il compendio 
degP illustri Spalatrini, ch'egli scrisse in idioma latino col titolo: 
»Sinopsis virorum illustrimi! Spalatensium* . Il Bernardi era 
possessore d'un altro suo compendio di uomini illustri dalmati. 
Scrisse pure: »Chronicon Pontificale, vetns et nomini, Ecclesiae 
Salonitanae et Spalatensis, correctum, auctum, illustratimi , et 
ad nostra tempora perductnrn" . Il mss. è raro. 



»27 



E. 

EGIDIO di Viterbo, della famiglia Canini, rettore generale 
dell' ordine degli Agostiniani, da Leone X. creato cardinale col 
titolo di Patriarca Costantinopolitano, e da Adriano VI. vescovo di 
Viterbo. Nel 1530 ebbe l'arcivescovato di Zara, e lo resse lontano 
mediante il suo vicario Pietro Grilli. Morì nel 1532. Giulio II. si 
servì dell' opera sua e della molta dottrina nel disbrigo d'alcuni 
affari gravissimi appo i principi cristiani; e Leone X. lo adoperò 
in molte legazioni, e lo spedì oratore a Carlo V. Imperatore per 
eccitarlo alla guerra santa contro Selim re de' Turchi. Non vi fu 
ramo dell' umano sapere, in cui egli non fosse esercitatissimo. Am- 
brogio Calepino gli dedicò il suo Lexicon latinum, lo dice nella 
lettera a lui diretta poeta, oratore, teologo. Fu al concilio La- 
teranense, e vi tenne la prima orazione a que' Padri, tanto lodata 
dal Sadoleto. 

EKTOREVICH Pietro di Città Vecchia, ove naque nel 1487. 
Ito in Italia per apprendere le umane lettere, fu costretto di Spa- 
triare innanzi tempo a cagione de' rivolgimenti politici di que' tempi. 
A Spalato, ove trasferivasi, strinse amicizia col Marulo e con Vin- 
cenzo Vanetti, e tale relazione lo trasse alla poesia. Varie volte 
recossi pure a Ragusa, e quivi conobbe i primi fondatori della lette- 
ratura nazionale, cioè Nicolò Dimitri, Mauro Vetrani ecc. co' quali 
tenne da poi continova letteraria corrispondenza. In patria menò 
vita tranquilla, consecrandosi alle muse in un' abitazione, ch'egli a 
tal uopo avea fatto, ornandola di torri a difesa contro le incursioni 
de' Turchi allora frequenti, e d'un giardino vagamente ordinato con 
ampia peschiera in mezzo, fregiata di succose iscrizioni, e d'una 
preziosa e ricca raccolta di libri, cose tutte in oggi possedute dal 
dotto suo discendente Pietro Nisiteo. In questi ozi scrisse di molte 
cose. Ci restano di lui: Due lunghe lettere in idioma illirico, nel 
1541 l'una diretta al Vetrani, e l'altra al Naie. — Raccolta di 
poesie varie illiriche e latine, di epigrammi e di lettere in prosa 
italiana ed illirica. — Traduzione in lingua vernacola del libro di 
Ovidio: De remedio amoris, lodata oltremodo dal Pribeovo nel- 
l'opera De Orig. Successib. Slav. — una lunga epistola italiana, 
scritta con gusto Bocàcciano — il po<'ina peschereccio: Ribanje i 



128 

ribarsko prigovaranje , due volte stampato a Venezia, la prima 
nel 1556, nel 1638 l'altra, presso Bartolo Ginani. Siccome gli 
esemplari di quest' ultimo lavoro erano andati smarriti, così il com- 
pilatore di queste memorie ne diede una nuova edizione nel 1846 
co' tipi de' fratelli Battara in Zara corredandola di note e di pre- 
fazione. A tutta ragione viene l'Ekt. ritenuto qual padre della slava 
letteratura in -Dalmazia, giacche si fu egli il primo tra i nostri na- 
zionali scrittori, che applicasse l'animo a raccorre le più leggiadre 
forme del dire dalla bocca del popolo, rivestendo di esse quel suo 
poema, ove tramezzo le scene di vita semplice e popolare tocca 
e le origini delle cose, descrive cielo e terra, il materiale e l'infinito 
co' modi sì facili e naturali da recare diletto insieme e meraviglia 
a chi legge. Morì nel 1572 in patria. Ci resta ancora il suo testa- 
mento, pieno di sapienza morale e domestica. 

EMERICO Padre de' Minori Osservanti, fu uomo di molta 
pietà e dottrina. Il P. Appendali lo dice di Budva. Morì nel 1780, 
e lasciò molti scritti, chiari testimoni del suo sapere, tra quali: 
y>Descriptio soluta et rythmica Regum, Banorum coeterorum- 
que heroum Slavinorum seu lllyricorum, JBudae 1764, cioè ver- 
sione del Razgovor Ugodni del P. Andrea Kac,ich. — Chrono- 
logia Provinciale Bosnensis postime Capistranae. Budae. — - 
Ogledalo temei ja vive i zakona katoliéanskoga, u Budimu 1759. 
Nediljna i svetacna govorenja. — Epistole i Evanjelja priko 
sviu godisnjih nediljah i svetkovinah, u Budimu 1764, più 
volte ristampato — Flos medicinae, auctore Joanne de Medio- 
lano, recenter interpretatione illyrica seu dalmatica rythmice 
ìllustratus. P estini 1768, ristampato nella Zora Dalmatinska 
del 1846 per cura di J. L. Berlich di Brod. — Manuale Pa- 
storum ititi ruèna knjizica za duhovne pastire. — Nadodanje 
glavnih dogadjajah k razgovoru ugodnomu Naroda Slovins- 
koga, u Pesti 1768. — Novi i glavni u dvannaest stazicah 
razdiljeni put nebeski, u Budimu 1772. — Kratki nauci 
i tomaèenja sviu nediljnih i glavnih svecanih Evangjeljah, u 
Budimu 1778. — Dosakje, u Budimu god. 1762. Fu il primo 
che desse in luce calendari illirici (1754). 

ESICHIO, vescovo Salonitano, vissuto ai tempi di S. Ago- 
stino, con cui ebbe frequente commercio epistolare. Molte sue lettere 
trovansi inserite tra quelle Ai questo dottissimo Padre della Chiesa. 



129 



F. 

FABIANIGH P. Donato , de' Minori Osservanti, di Zara, 
indefesso raccoglitore delle patrie cose a' tempi nostri, scrisse: 
»Alle ceneri ed alla memoria di Nicolò Giaooich, elogio, Zara 
1841. — Alcuni cenni sulle scienze e lettere de' secoli passati 
in Dalmazia, Venezia 1843. — Memorie storico-letterarie di 
alcuni conventi della Dalmazia, Venezia 1845. — Patriota 
illustri, Venezia 1846. — Dipinti di Lesina, Zara 1849 <( . 

FANFOGNA Simeone di Zara, ove nasceva nel 1662 da Fran- 
cesco, che in guiderdone di meriti prestati alla Republica Veneta, 
era stato decorato delle insegne di cavalier di S. Marco e del titolo 
di Conte. In fresca età dedicavasi alla milizia. Combattè alla testa 
de' Dalmati in Dalmazia, in Albania e in Levante al tempo della 
guerra della Morea condotta da Francesco Morosini, dando in ardui 
scontri di terra e di mare luminose prove di coraggio e di saper 
militare. Dopo la pace di Carlo vitz (1698) rivide la patria. Ebbe 
principal parte nel fissar i limiti della Dalmazia, e che costituirono 
il così detto nuovo aquisto, per cui fu elevato al grado di sergente 
generale di battaglia, uno dei più sublimi, a cui un suddito giugner 
potesse nella veneta milizia (1705). Ma accesasi la guerra per la 
successione al trono di Spagna, la republica quantunque neutrale 
si fosse, dispose un corpo di 8000 uomini sulle frontiere del Pole- 
sine, e a capitanare il medesimo veniva destinato il Fanfogna. Ma 
breve tempo godette dell' onorevole incarico, giacché ivi colto da 
malattia, finì di vivere in Lendenara il giorno 6 marzo 1707 nel- 
l'età fresca di 45 anni. P. Taddeo Cataneo ne disse l'elogio funebre 
stampato in Lendenara nel 1707. Dei tre figli ch'ebbe, Francesco 
godette non vulgar nominanza come cultore delle muse latine. 

FARLATI Daniele naque nel 1690 a Cividale. Studiò le 
umane lettere nel liceo di Gorizia, e nel L 707 si ascrisse alla so- 
cietà di Gesù a Bologna, indi recossi a Padova a dar lezioni d'uma- 
nità, dopo cinque anni si trasferì a Roma, ove aquisto L'amicizia 
dei più illustri uomini, e nel 1722 dovette ritornare a Padova, per 
essere socio e coadiutore al P. Filippo Uiceputi gesuita nel deli- 
neare li storia (Iella chiesa illirica. Quivi spese vent' anni nell' or- 

9 



130 

dinare i materiali a tal uopo raccolti dal Riceputi; ma morto costui 
nel 1742, Daniele prese un altro piano di questo lavoro, e raccolti 
altri materiali offertigli da uomini dottissimi, e fatti diversi viaggi 
e incontrati molti dispendi, pose tutta la cura nel fare il suo lavoro 
completo. Intorno ai due primi volumi della sua opera si legge un 
adequato giudizio negli atti d'erudizione del 1759 dei censori di 
Lipsia, e basti ciò per rispondere ai suoi detrattori. Egli è per noi, 
ciò che l'Ughelli per l'Italia. A nostro parere spose nell' IHyricum 
Sacrum la storia delle chiese illiriche con occhio, mente, cuore, 
parola superiori a tutta sorte di lode. E quantunque occupasse 
tutta la vita in questo lavoro, pure nel frattempo tenne nelle adu- 
nanze di dotti alcune disputazioni filosofiche, e recitò panegirici, 
prediche ecc. nelle chiese di Padova con plauso. Morì nel 1773 di 
33 anni. 

FARCOVICH Cipriano Francesco scrisse: »Nauk za tezake 
od Dalmacie, u Mletcih god. 1795 pò Ivana Perlini. 

FEDELE (Padre) di Zara, dell' ordine de' Capucini e teologo 
dell Arcivescovo di Spalato, scrisse: ^Notizie {storiche concer- 
nenti l'illustre servo di Dio Padre Marco d'Aviano, Venezia 
, .>.,- 1798* due volumi in 8°. : 

FELICE (Padre) di Ragusa, venne adoperato da Mattia Cor- 
vino all' erezione della celebre sua biblioteca, caduta dopo la bat- 
taglia di Mohacz nel 1526 preda delle fiamme. Conoscea il greco, 
il latino, il caldaico e l'arabo, ed era versatissimo nell' arte d'in- 
terpretare i codici antichi. 

FERICH Ab. Giorgio di Ragusa, ove naque a' 5 luglio 1739 
da povera ma onesta famiglia. Ebbe i primi insegnamenti dai Padri 
Gesuiti in patria, indi si diresse a Loreto, ove compiva i suoi studi, 
riportando la laurea dottorale in ambi i diritti. Ritornato in patria, 
si dava tutto alla lettura delle opere latine e greche, e all' adempi- 
mento di quanto gli prescriveva il suo stato ecclesiastico, ne 1 tempo 
istesso mantenendo istrette letterarie relazioni coi principali lette- 
rati d'allora in Ragusa. Ebbe a discepoli Andrea Attesty, Pietro 
Alethy e Marco Bruère, uomini celeberrimi; l'ultimo Francese d'ori- 
gine, educato in Ragusa, e nella latina e slava favella valentissimo. 
Giorgio fu direttore del monastero di S. Chiara, ove impartivasi 
l'educazione alle nobili donzelle. Nel 1773 caduto l'ordine gesuitico, 
ebbe dal Senato la cattedra di belle lettere. Nel 1808 nominato 









131 

qual preside capitolare e nel 1815 qual vicario generale alla morte 
dell' Arciv. Nicolò Bani, consecravasi tutto al bene della Chiesa. 
Moriva nel 81 anni di sua età (1820). Suo fratello Nicolò, valente 
oratore, fu vescovo di Trebigne e di Mercana, e morì nel 1819. 
Scrisse: »Parap7irasis in psalmos et cantica utriusque testamenti 
cum adnotationibus. Ragusii 1791. — Fabulae ab lllyricis ada- 
giis desumptae. Ragusii 1794. — Epistola ad Julium Baja- 
montium Spalatensem. Ragusii. — Epistola ad Michaelem De- 
nisium Vindelicum. Viennae 1798. — Epistola cum XX XV H 
poematibus Illyricae linguae latino Carmine redditis. Ragusii. 
Trevisan, 1798. Questo lavoro consacrò a Giov. Miiller, e n'ebbe 
grandi elogi dall' Ab. Cesarotti. — Periegesis , sive descriptio 
locorum orae Ragusanae duobus libris comprehensa , Ragusii. 
Martechini 1803. — De Slavicae gentis antiquitatibus (1798). 
— Raccolta di canzoni illiriche voltate in vario metro latino. — 
Fedra, Agustova Obsuznika, Prièice Esopove u piesni slovinske 
prenesene. U Dubrovniku g . 1813« versione così ben condotta che ci 
fa dimenticare l'originale. — Alcune centinaja di altre favole tratte 
da nuovi proverbi illirici sullo stile delle prime. - — Usò nelle sue 
poesie d'ogni metro, e d'una lingua così tersa e vigorosa, che a 
ragione tiene egli posto distinto tra i latinisti de' suoi tempi. Rac- 
colse pure materiali per la storia ragusea, dalmata, e slava, ma i 
mss. andarono smarriti. 

FERRO Pietro Barnaba, gesuita, gran latinista, e giurecon- 
sulto, ebbe i suoi natali a Curzola, come rilevasi dalla sua: Disser- 
tazione sulla lapide di Nonio Arusio, ove facendo cenno di Cur- 
zola, afferma: quia is locus mihi patria est, e dalla fede batte- 
simale prodotta dall' Arcip. Capor nel IL opuscolo sulla patria di 
S. Girolamo. Per molti anni si trattenne presso Monsignor Gasparo 
Negri in Parenzo, ed ivi ordinò e descrisse le di lui medaglie ed 
antichità. Spiegò eziandio una nobile iscrizione dissotterrata a 
Scardona in un lavoro col titolo: Petri Barnabae Ferro J. C. 
commentarius in monumen. Arusianum. Questi suoi lavori si 
rinvengono nella collezione Calogerana (Ediz. ven. 1753. T. 4,9. 
pag. 439), ed il P. Zaccaria nelle sue memorie per la storia lette- 
raria d'Italia (Venezia 1754) ne trasse l'encomio al Ferro, e lo dice 
da Curzola. Occupato il Ferro ne' molteplici affari forensi ch'ebbe 
alla Sacra Rota di cui era membro, non die l'ultima mano ai suoi 

9 * 



132 

lavori archeologici. Morì d'anni 47 nel 1777 in Roma, ove nella 
chiesa di S. Girolamo leggesi la sua epigrafe sepolcrale, che erronea- 
mente lo dice di Parenzo. 

> 

FILIPPO (Padre) di Ochievja, de' Minori Osservanti, com- 
pose: »Testimonium bilabicum, seu sermones panegirico-dogma- 
tico-morales prò solemnitatibus Domini Sabatot, latine et illyrice 
elaborati. Venezia 1755 presso Domenico Lovisi. — Nediljnik 
dvostruk, Venezia 1766 presso Dom. Lovisi. — Svetnjak t. j. 
govorenja od Svetih, Venezia 1766 presso Dom. Lovisi. — Epi- 
tome vetustatum provinciae Bosnensis*. 

FILIPOVICH (Padre) Girolamo, nato a Rama di Bossina, 
crebbe ne' chiostri francescani, ove apprese dalle dottrine d'Ari- 
stotile le maniere della critica, dalla teologia la pietà e la dottrina. 
Le quali doti egli spiegò ne' discorsi sacri, che poscia diresse a 
popolo semplice d'assai ma di svegliato ingegno, atto a sentire le 
più alte dottrine del cristianesimo. Quivi come prosegue il P. Fa- 
bianich, vasta conoscenza della scrittura, de' Padri, della teologia 
tutta; le citazioni voltate con maestria ed a facilità condotte con 
brevi commenti. In tre volumi abbraccia tutto il sistema dell' istru- 
zione religiosa cattolica; sviluppa le più difficili dottrine con sem- 
plicità che a pochi è concessa. Un tale lavoro trovasi col titolo: 
»Beside III casti, u Mletcih god. 1765 Kod Simuna Occhi, 
Pripovidanja navica Krstjanskoga* . 

FLORI Marco di Ragusa, medico di fama riputatissima, scrisse 
sulle Acque acide della Bossina e delle vicine contrade, sul potente 
veleno delle vipere dell' Illirico, e sull' erba detta in slavo Kopit- 
nica o Jesenak mali, chiamata da lui assenzio col fiore di camo- 
milla, che ha la virtù di guarirne il morso. Questa sua dissertazione 
va unita alle opere di Francesco Roncelli Parolino, medico di Bre- 
scia. Morì nel 1756. 

FONDRA Lorenzo nobile di Zara, lasciò manoscritta la »Sto- 
ria dell' insigne reliquia di S. Simeone.* Visse circa il 1632. 
Abbiamo di lui eziandio: »Cittluch conquistato nel 1694 dai 
Veneti. Augustae Vindelicorum, apud Adrianum Vestenant , 
1695 in 12°. 

FORTTJNIO Gian Francesco, secondo Apostolo Zeno nelle 
sue giunte alla biblioteca dell' eloquenza italiana di mons. Fonta- 
nini, schiavone di nascita, discepolo di Marcantonio Sabellico. La 



133 

sua professione è stata la giurisprudenza. Trattò cause per qualche 
tempo nel foro Veneziano. Ne' momenti d'ozio occupavasi nella let- 
tura di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, e da queste fonti trasse le 
regole di quella grammatica volgare, eh' egli pensava di stendere a cinque 
libri, ma per timore di essere prevenuto dal Bembo e da altri, e di 
perdere con ciò la gloria di esser il primo, si affrettò a darne fuori 
due soli, che poscia dai rimanenti non furono mai seguitati. In quei 
due insegnò il modo di direttamente parlare e correttamente scri- 
vere in italiano; però tale sua fatica, quantunque a que' tempi sti- 
mata oltremodo, oggi sta sepolta nell' oblio, stante i lavori in tale 
argomento usciti da poi. Sendo podestà di Ancona, per demenza si 
precipitò dalla finestra del palazzo pretorio e cessò di vivere (Giov, 
Pierio Valeriano. De infelicit. litterat. lib. I. pag. 43). La prima 
edizione dell' operetta succitata del Fortunio intitolata: Regole 
grammaticali sulla volgare lingua uscì in Ancona per Bernardino 
Vercellese nel 1516. Nicolò Liburnio nella sua opera grammaticale 
così discorre di Fortunio: Leggesi al presente una briev e gram- 
matica di G. Francesco Fortunio, il quale veramente in picciol 
campo emmi paruto diligente assai (Le vulg. eleg. Ven. 1521. 
lib. 1. pag. 23). Dal 1516 al 1552 ne furono fatta altre quattor- 
dici edizioni, tre di queste da Aldo. Il Card. Bembo pure recava 
in luce la sua opera grammaticale, e quindi da alcuni si pretese 
che Fortunio avesse di sue fatiche approfittato. Ma noi siamo di 
parere che essendo entrambi e per onestà e per dottrina illustri, 
da se avranno scritto ciò che di publica ragione fecero; con ciò 
solo, che Fortunio fu il primo che non senza merito fissò le 
leggi grammaticali dell' italica favella , e che Bembo a perfezione 
la trasse. 

FOSCOLO Ugo nome caro alle italiche lettere. A noi basti il 
dire, che nel 1787 studiò umane lettere sotto valente maestro nel 
seminario di Spalato, e che di lui vivono ancora in Dalmazia e 
discepoli e stretti parenti. 

FRANCOVICH Mattia detto Fiacco Illirico o Raguseo. Lo 
Stancovich (Biog. degli Uom. dist. dell' Ist. Tom. IL) lo fa na- 
scere in Albona nel 1520, sulla testimonianza di Boissardo suo 
coetaneo, che lo dice di quella città. IIP. Cerva, TAppendini, e 
Stulli (Antol. di Firenze, 1826. n. 67. p. 138) affermano, esser 
egli nato in Gionchetto, villa di presso Ragusa. Questi tre si fon- 



134 

dano principalmente sulla tradizione, sulle lettere inviate da Mat- 
tia al Senato Raguseo, tuttora esistenti, in cui si sforzava d'indurlo 
ad abbracciare la Riforma, nonché sulle risposte di quel Senato, 
in cui persvadevalo a deporre il sopranome di Raguseo stante il 
suo modo di vivere indecoroso. 

I prim ; insegnamenti ebbe da Francesco Ascanio di Milano, 
uomo a que' tempi dottissimo. Passato a Venezia , apprese le belle 
lettere sotto il celebre Gian. Bat. Egnazio. Nel 1537 divisando di 
abbracciare lo stato monacale, stimò di esporre tale suo divisa- 
mento a Baldo Lupatino, Provinciale de' Francescani, da cui fu 
persvaso non solo di abbandonare tale progetto, ma di recarsi 
ben' anco in Germania, ove la riforma incominciava a prendere 
stabil piede. Nel 1539 si diresse egli dunque a Basilea, e pochi 
mesi dopo a Tubinga, donde nel 1541 passò a Wittemberga. In 
questa città datosi allo studio dell' ebraico e del greco linguaggio, 
tantosto entrò in istrettissima dimestichezza con Lutero e con Me- 
lantone, e non andò molto ch'egli mediante la protezione di costoro 
ottennesse una cattedra d'insegnamento presso quella università 
(1544). Nel 1546 scoppiata la guerra in Germania, Mattia dietro 
invito di Medlero andò a Tubinga, ove seguitò ad istruire. Ma ri- 
tornato di nuovo nel 1547 a Wittemberga, e datosi a riprovare e 
la moderazione di Melantone e l' Interim, gli fu forza ritirarsi a 
Magdeburgo per avere più libertà nel declamare contro la chiesa 
romana. Quivi appunto si diede a comporre la storia ecclesiastica 
conosciuta sotto il titolo: Centurie di Magdeburgo. Chiamato a 
Jena nel 1557, dopo cinque anni dovette abbondanare questacittàa 
causa d'una disputasul libero arbitrio e sulla natura del peccato, ch'egli 
sosteneva avesse corrotto la natura stessa dell' anima, errore che 
lo fece accusare di Manicheismo a Strasburgo (Andr$ Jacq. T. IL 
p. 126). Morì a Francoforte ai 11 marzo 1575. Egli era fornito di 
gran talento, sopratutto per la critica, d'uno spirito vasto, d'un 
sapere profondo, ma d'un carattere impetuoso e turbolento. Le opere 
principali, ch'egli scrisse, sono: Oatalogus testium veritatis, Ba- 
silea 1556 in4°. Strasburgo 1562 infog.Francfurt 1664 in 4°, 1672. 
— Missa latina quae olimante Romanam in usufuit, Strasburgo 
1557 in 8°. — Centuriae Magdeburgenses s Magdeburgo, 1559, 
1562, 1574; Basilea 1634. 3 voi. in fol. — De manducatane 
Corporis Christi, 1554 in 8°, — De essentia imaginis Dei et 



135 

diaboli , justitiae ac injustitiae originalis, Basilea 1569 in 8°. — 
De occasionibus vitandi errorem in essentia justitiae originalis, 
Basilea 1569 in 8°. — De peccato originali, 1568 in 8°. — De- 
fensio doctrinae de originali justitia et injustitia, 1570, in 8°. — 
De non scrutando generationis filii Dei modo , 1560 in 8°. — 
Apologia contra Theod. Bezae cavillationes, 1566 in 8°. — - Re- 
petitiones apologiae, Jena 1561 in 8°. — Scripta quaedam Pa- 
pae et monacharum de concilio Tridentino, Basilea in 8°. — 
De sectis doctrinae, religionis pontificorum , Basilea 1565 in 
4°. — Contra Papatum Romanum, 1545 in 8° (in francese, 
Lione 1564 in 8°). — Antilogia Papae, Basilea 1555 in 8°. — 
Praefatio ad Erasmum Mincovium de virgine veneta G. Po- 
stelli, Jena 1556. — Historia certaminum de principati*, Papae, 
Basilea 1554 in 8°. — De corrupto Ecclesiae statu, Basilea 1557 
in 8°. — Sylvula carminum de religione, 1553 in 8°. — Sylva 
carminimi in nostri aevi corruptelas , 1553 in 8°. — Carmina 
vetusta quae deplorant inscitiam Evangelii cum praefatione 
Flacci t Illyrici, Wittemberg 1548 in 8°. — De translatione im- 
perii romani, Basilea 1566 in 8°. Francofurti 1612 in 4°. — 
Clavis Scripturae Sacrae, Jena 1674, Leipzig 1695 in fog. — 
Glossa compendiaria in N. T., Basilea 1570, Francfurt 1659. 
Diede in luce eziandio l'istoria di Sulpizio Severo, Giulio Firmico 
Materno (de errore profanarum religionum) e Gregorio di 
Tours, cui premette una lunga lettera sul merito di questo autore 
di storia de' tempi di mezzo. Il Boissardo accenna ancora ad altri 
suoi lavori. (V. pure oltre lo Stancovich,Czwittinger ,Spec. Hung. 
Ut. Frane/. 1711; Hordnyi, Memor. Hung. voi. 3 p. 317) ecc. 

FRANCOVICH P. Sebastiano, provinciale de' Minori Osser- 
vanti di Ragusa, voltò di recente in lingua illirica il panegirico di 
S. Luigi, scritto da Monsignor Antonio Bassich di Cattaro. 

FRANGIPANI, famiglia delle primarie di Roma, che detta 
prima Onicia assunse nell* 8° secolo il nome di Frangipani. 
Neil' 837 quattro fratelli abbandonarono Roma; di essi Michele 
scelse Venezia a suo domicilio, Nicolò la Dalmazia e la Slavonia. 
In sul principiare del XIII secolo i successori di Michele ottenero 
dai Veneti l'isola Veglia. Giovanni Guidone ed Emerico fratelli, 
furono i primi che si recassero su' quest' isola, i quali animando 
l'industria e l'agricoltura, diedero sommo impulso alla di lei be- 



136 

nestanza. Edificarono un grandioso palazzo, ove diedero stanza 
ad ogni progresso ed ottima disciplina. Di tali grandezze oggi 
ci rimangono appena poche vestigia in un' angolo del Castel 
Muschio. Nel 1227 il principe Mongolo Dschingis-Khan avanzan- 
dosi dalla Polonia sull' Ungheria, Bela IV. gli oppose forte eser- 
cito, ma rotto, cercò salvezza in Dalmazia, dove il seguirono i 
Frangipani e sostenendolo con armi e somme esorbitanti d'oro, lo 
trassero da poi sicuro a Veglia, e da qui sul proprio seggio d'Ungheria. 
Bela die loro in premio la contea di Segna col suo territorio e colle 
castella di Modrussa. Nel 1246 accesa la guerra tra Federico 
d'Austria e Bela, questi, pel valore del conte Frangipani, ebbe la 
vittoria. Bela quindi con un regio decreto fé' signori dei beni donati 
anche i posteri del conte. I Frangipani si fecero poscia forti soste- 
nitori del culto cattolico. In ispecieltà Nicolò nel 1294 ricostruì il 
tempio della B. V. in Tersato, dopo che la santa casa, qui mira- 
colosamente portatanel 1291, n'eraita aLoreto.Nel secolo XV. Mar- 
tino vi fabbricò una ricca chiesa ed un convento pei Padri Fran- 
cescani, luogo conosciuto sotto il nome di Santuario di Tersato. 
Però Matia Corvino, presa Vienna a Federico Imperatore, segnò in 
questa capitale il decreto d'espulsione pei Frangipani, restituiti 
poscia dal suo successore Uladislao nell' antico retaggio, e vi rima- 
sero fino al regno di Ferdinando sotto cui cessò del tutto la reg- 
genza di questa valente dinastia. 

FRANGIPANI Francesco di Tersato, d'illustre prosapia, 
francescano di grande dottrina e di somma pietà. Giovanni Zapolia 
re d'Ungheria, preso dalle esimie doti che fileggiavano Francesco, 
sceglievalo a suo ministro. Recatosi egli dunque alla sua destina- 
zione, il re spedivalo tosto in Polonia a chiedere ajuto da Sigis- 
mondo. Ma riuscita la legazione a vuoto, Francesco al suo ritorno 
pose ogni opera sua per indurre Giovanni a scendere alla pace con 
Ferdinando d'Austria che gli contendeva la corona ungarica. E tal 
pace egli sommamente desiderava , sia per condiscendere alle 
istanze del Pontefice che di frequente eccitavok), affinchè cercasse 
modo di piegare ad essa il suo re, sia per poter sotto gli auspizì 
di essa più facilmente porre il freno all' eresia che andavasi dila- 
tando in quel regno. In fatti dopo la rotta di Tokai , Zapolia stimò 
di chiederla, por salvare almeno una parte de' suoi stati. E la 
pace fu segnata in Varadino nel 1537, coli' opera in ispecie di 



137 

i' 

Francesco. Morto indi a poco Giovanni (1540), Francesco, si pose 
coi più dalla parte di Ferdinando, e ne' comizi di Ratisbona die 
opera, affinchè l'Ungheria s'armasse contro Solimano, che già l'in- 
vadeva con un' esercito sotto il pretesto di volerla conservare al 
figlio di Giovanni nato pochi giorni prima che quegli morisse. In 
compenso di ciò ebbe Francesco la sede vescovile Agriense, indi la 
metropolitana di Coloza. Mori nel 1541. — Ci restano di lui: — 
Epistole — Oratio habita Ratisbonae in comitiis 1541. Ampio 
elogio di Francesco diedero il Sadoleto, il Bembo ecc. 

FRANGIPANI Volfango di Tersato, forse fratello di Fran- 
cesco, uomo distinto pel le belliche imprese e per dottrina. Scrisse 1 
Oratio ad Carolimi V. Imi). f ac ^ a nomine Regnicolarum Croa- 
tiae. Augustae 1530, indi nell' anno stesso impressa nella mede- 
sima città presso Alessandro Weissenhorn in 4°. 

FRANGIPANI Pio Michiele di Ragusa. Vestitosi in Napoli 
domenicano della provincia Lombarda, e compiti i suoi studi in 
Cagli, addivenne maestro dell' ordine, orator sacro, e poeta latino 
e italiano di grido. Sendo in Corfù nel 1718, un fulmine colpi il 
deposito delle polveri della fortezza vecchia, ed egli col Capitan 
Generale Andrea Pisano, di cui era teologo, ne restò vittima. I suoi 
scritti perirono in tale incontro. 

FRARI A. Angelo di Sibenico, i. r. consigliere, scrisse: 
Della Peste e della Publica Amministrazione sanitaria. Tipo- 
grafia Andreola 1840 Venezia. Quivi con un' ordine tutto nuovo 
tesse una storia universale delle pesti, indi dinota le varie diagnosi 
vi discute i metodi vari di cura tentati, reca le varie risultanze 
delle necroscopae, il modo degli espurghi, delle disinfettazioni ecc. 
e v'aggiunge un particolare discorso della botte per le fumiga- 
zioni. E l'abbondanza delle notizie e l'evidenza delle descrizioni 
sono sempre accompagnate dal ragionamento in modo chequest' opera 
si può dire essere un manuale indispensabile a quanti vorranno stu- 
diare la materia della peste scientificamente. 

G. 

GAGLIAZOVICH Marino di Ragusa, francescano, vissuto 
circa il 1540, fu il più antico prosatore illirico in sua patria. Scrisse 
l'opera: De recta hominis ad pietatem institutione. 



138 

GALATEO Antonio Claudio di Spalato, colonello del genio 
sotto i Veneti, costruì a Padova il primo ponte a fil di ferro in 
Italia, e lasciò altre sue opere non poche e lavori letterari inediti. 
Visse nel secolo scorso. 

GALEOTTI Rollandio Domenico di Ragusa, nel 1394 aggre- 
gato al collegio de' medici e dei filosofi di Bologna, professò pubi- 
camente in queir università l'astrologia e la medicina sino al 1422. 

GALZIGNA Givoanni Piero di Arbe, nasceva nel 1740, 
Ebbe in patria i primi semi del sapere, e passato a Venezia, vi 
studiava filosofia, teologia, diritto civile e canonico, ottenendo 
da poi in tutte cotali scienze la laurea dottorale in Padova. Ritor- 
nato in patria, nel 1775 veniva da Monsign. Giovanni Maria dal- 
l'Ostia fatto canonico teologale, poi primicerio, e salito per la molta 
sua virtù in maggior fama, Monsign. Chersana arcivescovo di Zara 
inviavalo a Pio VI. onde presiedesse alla ristampa del breviario illi- 
rico, conoscitore com' era perfetto di tale idioma. Il Galzigna per 
cinque anni attese a tale lavoro, e addì 20 nov. 1770 Pio VI., per 
rimeritarlo delle fatiche mossevi, preconizzavalo vescovo di Traù. 
Fu poscia trasferito alla sedia vescovile in sua patria, ove campì 
la sua mortai carriera a dì 26 dicembre 1823. 

GARAGNIN Gian Luca di Traù. Addottorato a Padova, 
tornò in patria, ove venne eletto canonico, indi procuratore del ca- 
pitolo, uditore e vicario generale. Era vescovo d'Arbe (eletto da 
Benedetto XIV. nel 1756) lorquando Clemente XIV. lo trovò il più 
degno dell' arcivescovato di Spalato (1765). Nel 1770 a sue spese 
effettuò la solenne traslazione di S. Doimo. Giulio Bajamonti de- 
scrisse egregiamente tale festività. Convocò un sinodo diocesano 
nel 1771, si distinse nella fame di Spalato e durante la peste di 
Clissa, e morì nel 1783. Il Brunick inglese, il Fortis ed il Farlati 
dedicarongli alcuni dei loro lavori. Stampò tre pastorali in ita- 
liano ed illirico presso il Coletti nel 1771 e 1779. Il seminario 
in ispecieltà gli stava a cuore, ed il progresso della gioventù. Ac- 
colse i gesuiti a Spalato. Lasciò una raccolta di dotte omelie, 
inedite. 

GARAGNIN Gian Luca di Traù , nipote del precedente, dotto 
naturalista ed agronomo tra primi dell' età sua, sacrò i suoi giorni 
a ricondurre la prosperità nella sua patria. Amava egli tanto tene- 
ramente le scienze agronomiche, che, annodate le proprie osserva- 



139 

zioni ai principi appresi dai libri di tale argomento, eh' erano suo 
pasto continuo, si diede a scrivere su tale materia a privati o per 
accademie in provincia e fuori con plauso. Compose anche un' ope- 
retta istesa a tal fine che per le vicissitudini de' tempi non ebbe 
compimento. L'unico volume che coi tipi vide la luce, fu onorato 
di laude ed in altra eultissima lingua trasportato. Si pose adunque 
a migliorare il nostro sistema agrario co' mezzi della pratica in 
ispecie; da prima scambiò la razza di pecore tra noi ancor rude 
con l'ispana; costrusse un giardino ove vidersi con tenera compia- 
cenza da lui ospitate mille produzioni diverse, le indigene ingenti- 
lite, e delle straniere le più rari; adoperossi per la introduzione 
de' prati artificiali, e perciò fondò egli uno stabilimento poco lungi 
dalla sua terra natale, ove die luogo ad ogni parte di rurale indu- 
stria; e pose ogni cura per migliorare i vini e gli oli nostri in- 
traprendendo viaggi ne' paesi ove i vigneti e gli ulivi ricevono par- 
ticolare coltura. E qual vantaggio non recò egli alla provincianel tempo, 
in cui vennegli commesso l'onorevole incarico di vegliare sui boschi? 
Conobbe egli dunque i bisogni della sua patria, l'istruì con precetti, 
la convinse con la pratica, l'animò con l'esempio. Scrisse una me- 
moria sulla necessità di applicarsi all' incremento dell' agricol- 
tura nella provincia della Dalmazia, recitata nell' adunanza 
della Società Economica di Spalato li 25 maggio 1788, stampata 
dalla stessa società nelle sue Memorie a Venezia nel 1788 presso 
il Coletti. 

GARGHIGH Innocenzo di Ragusa, francescano, impresse 
presso l'Occhi in Venezia due catechismi, uno pei parrochi e l'altro 
pei fanciulli. 

GAUDENZIO Luca, arcidiacono di Spalato, compendiò a 
maggior comodità del breviario la vita di S. Doimo, che Adamo 
di Parigi aveva nell' undicesimo secolo per ordine dell' Arcivescovo 
Lorenzo scritta per lo ecclesiastico ufficio. 

GAUDENZIO Nicolò di Ragusa , domenicano , morto nel 
1600, conoscitore di musica, valente predicatore e filosofo, 
come lo comprovano un suo quaresimale ed alcuni scritti di fisica, 
inediti. 

GAUDENZIO (santo) Pietro, vescovo di Ossero, uscito dalla 
famiglia Gaudia o Gaudenzia, tra le illustri di Spalato, di cui un 
ramo sembra fossesi trapiantato in Cherso. Abbiamo la vita di lui 



140 

descritta da un tal monaco di S. Maria del Porto Nuovo presso 
Ancona, suo contemporaneo e famigliare. Ebbe vincoli stretti d'a- 
micizia con S. Pietro Damiano. Da Cherso passò in Ancona, indi a 
Roma, ove soffermatosi per due anni, si ridusse in Ancona di nuovo 
e dimesso il vescovato di Cherso, circa il 1040 si ritirò nella soli- 
tudine del Porto Nuovo, e quivi indossati gli abiti monacali, dopo 
due anni trapassò in odore di santità. Lasciò monumenti insigni 
della sua pietà. Il suo corpo nel corso del secolo XIII. fu traspor- 
tato da Porto Nuovo in Cherso, ove illustre per miracoli, trovasi 
in somma venerazione. 

GAUDENZIO Pietro di Spalato, ebbe in patria seggio cano- 
nicale, indi ad Arbe la sedia vescovile (1636), che governò in 
modo da lasciar vivo desiderio di se dopo il corso di sua vita che 
fu lunghissima. Morì nel 1664. Benemerito delle illiriche cose, 
voltò nel patrio idioma: EtXpositionem Symboli Apostolici Roberti 
Cardinalis Bellarmini 3 nonché dello stesso Bellarmino : De 
ascensione 'mentis in Deum, tractatum de contritione Marci 
Antonii Olivae e Societate Jesu — Societas et Communio Spi- 
ritualis R. P. Dominici de Jesu Maria. Questi lavori uscirono 
in luce coi tipi della Propaganda in Roma nel 1662. 

GAVINA Andrea di Spalato, intagliò le imposte della porta 
maggiore del duomo in sua patria, prezioso monumento artistico 
del secolo XIII.; appalesando per tal modo quant' oltre si fosse 
avanzata l'arte dell' intaglio fra noi. 

GAZZARI Alessandro di Lesina, lasciò inediti i suoi Avve- 
nimenti istorici compendiati in tre libri, e scritti in Lissa a dì 25 
ottobre del 1660. 

GAZZARI Marino di Lesina dettò nel XVII. secolo alcuni 
drammi sacri in illirico ad uso del patrio teatro; di cui una parte 
rimane fin' oggi inedita. 

GELICH (Draxeovich) Matteo di Almissa, dell' ordine de' Ge- 
suiti, educato nel collegio illirico di Loreto, parroco di S. Giustina 
a Venezia, illustre per dottrina ed integrità di costumi. Compose 
molto in prosa ed in verso, cioè: un' elegia, in cui espone i 
lamenti del regno di Creta, stampata in Venezia nel 1666 coi tipi 
di Zaccaria Conzatti — Carme: De bello Baiavo et pace Novio- 
masi 3 Venezia 1680 coi tipi di Francesco Tramontini — Idilio 
per la nascita di Leopoldo Giacobbe figlio dell' imperatore Leopoldo 



141 

nel 1683 presso lo stesso stampatore. — Carme intorno alla vit- 
toria riportata sui Turchi sotto Vienna, nel 1687 a Venezia presso 
il medesimo. 

GEORGICEO Atanasio di Spalato. Fu egli alunno del colle- 
gio Ferdinandeo di Graz, e per tempissimo si cattivò la benevo- 
lenza di Ferdinando IL, che adoperollo in più ambascierie, segna- 
tamente presso il re di Polonia e il Gran Duca della Moscovia, e 
vi riusciva cosi bene da meritarsi amplissimi onori dalla munifi- 
cenza di Cesare. Cessò di vivere a Zagabria nella seconda metà del 
secolo XVII. , lasciando alcuni opuscoletti in lingua illirica, in cui 
per valentissimo egli era tenuto; fra i quali sono lodati in ispe- 
cieltà la sua versione dei quattro libri: »DeW imitazione di Consto 
di Tommaso da Kempis impressa a Vienna coi tipi di Gregorio '^wJlfoM 
Gethaar nel 1629. — Exercitium Spirituale, in Vienna nel Mj^ 
1633 presso Matteo Formica, e presso lo stesso eziandio: Hymni 
in praecipuis anni festivitatibus nel 1635, — e lasciò parecchi 
altri scritti italiani, tra quali alcuni: Pensieri del cuor umano, 
Vienna 1 633 ; il restante, inedito. 

GEORGICEO Francesco di Spalato, arciprete di S. Gerolimo 
in Roma, uomo per dottrina, prudenza e pietà distinto. Caro a 
Innocenzo XI. e ad Alessandro VI., da Clemente XI. venne ado- 
perato alla pacificazione de' greci orientali. Alla dignità vescovile, 
più volte offertagli, rinunziò. Meritò bene della propria nazione, e 
pieno di meriti cessò di vivere a Roma nel 1729. Sulla lapide gli 
venne incisa la seguente epigrafe: 

^Francisco Georgicaeo Spalatemi per annos amplius L. 
Templi huius Archipresb. a Oeorgio Georgicaeo Epo. Veglen. 
Patruo suo hortatu Benedicti Card. O descalchi Romam misso, 
Doctrina, Prudentia, Religione, eidem Card. Innocentio inde XI. 
et Aleooandro Vili, summe accepto a Clemente XI. ad conci- 
liandum Romanae Eccliae. Ruthenorum Imp. totamq. gentem 
Ablegato designato. Episcopali dignitate vel quod ultimo et sae- 
pius oblatum recusaverit, dignissimo, de Illyrica natione prae- 
clare inerito, Georgius Georgicaeus ex Fratre nepos Archiep. 
succes. Patruo optimo, viro magnanimo integerrimo M. P. 
obiit fere Nonagenaria Prid. Id. Jan. a. D. MDCCXX1X. 

GEORGIRIO Luigi di Ragusa, a testimonianza di Bonifacio 
de' Stefani, vescovo di Stagno, fiorì in Bologna, ove mori nel 1565, 



142 

era versatissimo non solo nella medicina, ma in tutte le altre più 
astruse e gravi discipline. 

GERALDO Bernardo di Ragusa, domenicano, fiorì circa il 
1510. Scrisse: »Historiam virorum illustrium Congregationis 
Ragusanae*. Pio all'anno 1510 e l'Altamura all'anno 1503 gli 
fanno distinto elogio. 

GERCOVICH Matteo di Città Vecchia visse nel sedicesimo 
secolo, e ci lasciò un libro consacrato a suo fratello Vincenzo col 
titolo: »Bogoslovna Razmisljanja od slavnoga i sv eioga ruzaria 
Jsitkrsta i Divice Marie,* reso di ragion comune a Venezia 
presso gli eredi di Francesco Rampaceta nel 1582. 

GHETALDI Bernardo di Ragusa, domenicano, nel 1500 
scrisse per l'esteso la storia del suo ordine in Ragusa, ma tale 
lavoro andò smarrito. 

GHETALDI Francesco di Ragusa fioriva nel 1600. Scrisse 
un dialogo in versi illirici fra il riparatore del mondo e l'anima. 

GHETALDI Marino naque a Ragusa nel 1566. In età assai 
fresca recossi a Roma, indi a Parigi, ove attese allo studio delle 
matematiche in modo da lasciar dietro di se gli stessi suoi maestri. 
Scorse le più dotte regioni dell' Europa, ed a Lovanio sorpresi 
colla robustezza del suo forte ingegno i dotti in maniera da esserne 
pregato affinchè accettasse la catedra delle matematiche sublimi in 
quella celebre università, si ridusse in patria, ove si distinse nella 
pratica di tutte le cristiane virtù e nel maneggio de' publici affari 
della republica, di cui sostenne tutte le cariche principali. Tenne 
un casino a pie del monte Bergato, cui stava da presso una grotta, 
ov'egli d'estate scendeva a meditare e con grande apparato di mac- 
chine a verificare le sue esperienze in ispecieltà quella co' specchi 
ustori, abbruciandovi in mare alcune barchette. Per tal ragione il 
volgo lo disse mago, e questo speco chiamò Betina spila, da Bete 
sopranome di Marino. Ebbe ad amici i più celebri uomini dell' età 
sua, tra quali Cristoforo Clavio, Teodosio Rubeo, Vincenzo Pinelli, 
Paolo Sarpi ecc. Quanto egli era grande per sapere e per le altre 
ammirabili qualità del suo animo, altrettanto si addimostrò amante 
della religione ed umile avanti Dio e gli uomini, come si raccoglie 
dalla prefazione del suo Archimede. Morì nel 1627. Le molteplici 
sue dotte fatiche che immortale fama gli procacciarono nella repu- 



143 

blica letteraria, sono le seguenti; »Promotus Archimedes, seu de 
variis corporum generibus gravitate et magnitudine compara- 
tis, Roma presso Luigi Zanetti 1603. — Nonnullae proposi- 
tiones de Parabola nunc primum inventae et in lucem editae, 
Ttomae apud Aloysium Zanettum 1603. — Apollonius redivi- 
vus, seu restituta Apollonii Per gei inclinationum geometria. 
Venetiis apud Bernardum Junctam 1607. — Sup>lementum 
Apollonii Galli, seu eocsuscitata Apollonii Per gei Tactionum 
geometricarum pars reliqua. Venetiis apud Vincentium Fiora- 
num 1607. — Variorum, problematum collectio, Venetiis apud 
Vincentium Fioranum 1607. — De resolutione et compositione 
mathematica lib. Vopusposthumum.Romae ex typographia Rev. 
Cam. Apost. 1630. In quest' opera sette anni prima che uscisse 
in luce la geometria o piuttosto algebra di Cartesio, Marino appli- 
cava l'algebra alla geometria, e quindi si meritò di aver distinto 
posto tra quegli uomini grandi, a cui le scienze sono debitrici dei 
loro maravigliosi avanzamenti. Con tal veste spinse egli la risolu- 
zione delle equazioni determinate fino al quarto grado. Un anno 
dopo praticò le medesime risoluzioni Oughtredo nella sua Chiave 
Matematica, data alla luce in Londra. Il Monti ed il Volfio per- 
ciò sono larghi di lodi al Ghetaldi. Dicesi che poc' innanzi la morte 
desse l'ultima mano a due altre opere insigni andate smarrite, cioè: 
» De speculo ustorio. — De radiis visus et lucis in vitris per- 
spectivis et de iride*. 

GIACOGNA Nicolò Maria di Cattaro, naque sul cominciare 
del secolo decorso. Entrato in età ancor tenera nell' istituto delle 
Scuole Pie, si distinse poscia nell' insegnare specialmente l'oratoria 
e la filosofia. Fatto Rettore nel collegio-convitto di Capo d'Istria, 
si aquistò fama in tale carico, e per soavità di modi e per le sva- 
riate cognizioni, di cui fu adorno, e per la prudenza con cui ammi- 
nistrava la publica faccenda. Morì in sullo scorcio del 1800. Si 
hanno di lui alle stampe alcune orazioni funebri ed inaugurali 
degli studi scritte in latino con molta purezza ed eleganza. Lasciò 
pure inedita un'opera in confutazione de V Esprit di Elvezio, scritta 
con profondità di raziocinio e sceltezza di erudizione; — alcuni 
panegirici italiani; — due elogi, uno in lode di monsignor Gio- 
vanelli per la sua elezione in Patriarca di Venezia, l'altro fatto in 
occasione, che Domenico Michiel fu fatto Procuratore di S. Marco. 



144 

GIACOMO di Ragusa, domenicano, vescovo di Trebigne e di 
Mercana, lasciò inedita la sua esposizione di salmi di Davide. 

GIACOMO (Padre) di Spalato, domenicano, nel 1445 ebbe 
in Roma catedra di teologia, in cui era versatissimo (Lopez Hist. 
3. p. I. 3. et 2. pag. 360. Piccinard. de approb. doct. D. Th. 
tom. 2. t. e). 

GIADROV Dr. Vincenzo , oggi valente medico in Sibenico, 
sua patria, scrisse: » Virtù antifebbrile della gomma rasina di 
olivo , risultante dalle sperienze. Milano 1831. 

GIANUIZZI Domenico canonico della Metropolitana di Spa- 
lato, die alla luce: »Na,ulc poljskoga tezanja, u Mletcih g. 1792 
Kod Perlina*. 

GIANUIZZI Francesco di Spalato, ove ebbe catedra nel se- 
minario, e fama di dotco, fu nelle scienze e nelle lettere versatis- 
simo. Il Foscolo fu suo scolare. 

GIAXICH Dr. Nicolò nasceva a Spalato di condizione civile. 
Laureato in Padova con plauso in ragione civile e canouica, e 
guadagnata ivi l'intimità de' più distinti letterati, ripatriò, lasciando 
un chiaro nome ed un vivissimo desiderio di se. Giunto in Zara, si 
donò alla malagevol' arte dell' avvocatura e tale si fu in lui l'amor 
pel vero e pel giusto che salito in alta fama, prima da S. E. il 
Conte Goes veniva prescelto ad ammistratore camerale e preside 
della beneficenza, e poscia sotto il regno italico a Presidente del 
Tribunale, e dopo un' anno a Procuratore generale della Corte 
d'Apello della Dalmazia; e finalmente sotto l'Austriaco dominio 
eletto a capo della Procura fiscale, indi a consigliere di Governo. 
Ebbe una mente chiarissima, e lo dimostrò a chiare note nel disim- 
pegno de' gravi carichi che sostenne, ove brillò in ispezie l'eloquenza 
sua inarrivabile. La notte rubava le ove al sonno per polire la 
mente, ornare lo spirito ed abbellirlo della più fiorente letteratura. 
In questi momenti estese egli alcune di quelle produzioni, che fu- 
rono a cielo encomiate. Neil' inno sulla croce comprese tutto il 
sistema umanitario. Le idee religiose anteponeva a tutte le altre, 
e quindi riputava nullo quel sapere che non fosse abbellito dalla 
virtù, santificato dalla religione. Morì nel 1841 a 15 gennajo. La 
Dalmazia ebbe in lui un valente letterato, un dotto giureconsulto» 
un'esimio benefattore dell' umanità. Nel 1829 die voltata in italiano 
la prima raccolta di canti popolari slavi. Volgarizzò pure l'Osma- 



145 

nide del Gundulich, e scrisse una memoria sulla necessità di sce- 
mare il numero delle feste in Dalmazia ed Albania. 

GIORGI Bernardo di Ragusa, gesuita, canonico, in patria morì 
nel 1687. Lasciò d'inedito: » Monumenta varia Cathedralis Ra- 
gusinae. — La vita di Francesco Perotto Arciv. Ragusino. — 
Molte erudite lettere, scritte a Stefano Gradi. — Collectio pro- 
verbiorum Illyricorum. — Parecchie poesie. 

GIORGI Donato di Ragusa, domenicano, insegnò con sommo 
plauso la teologia dal 1458 fino al 1462 a Padova, indi ebbe la 
carica di Vicario generale della Provincia Domenicana in Dalmazia, 
e nel 1481 venne scelto a Vescovo di Trebigne e di Mercana. Morì 
nel 1492 lasciando indubbie prove della molta sua pietà e dottrina. 
GIORGI Gian Battista di Ragusa. Racconta il P. Dolci, 
ch'egli, ito a consacrarsi vescovo di Stagno, declamasse alla pre- 
senza del Papa e di altri dottissimi uomini una lunga orazione greca 
da lui composta. 

GIORGI Ignazio ebbe il natale a Ragusa l'anno 1675 da 
Bernardo Giorgio e da Teresa Zlatarich, figlio unico. Nominavanlo 
al battesimo Nicolò. Famiglia di ordine civile era sulle prime la 
sua, e soltanto appresso il memorabile tremuoto nel 1667 la fu 
levata a nobiltà, distinta dalla vetusta e patrizia dei Giorgi col 
doppio cognome di Giorgi di Bernardo. Arricchito da natura 
di grande e vivo ingegno, studiò grammatica e rettorica nel pa- 
trio collegio di que' di Gesù con assai felici risultamenti. Ivi pur 
vennegli fatto di ascoltare l'illustre Gesuita suo connazionale Luca 
Cordich di Mostar nell' Ercegovina che vi leggeva filosofia, e tal ne 
trasse profitto da crescer, egli discepolo, fama al precettore. E 
intanto che colle filosofiche speculazioni affinava Nicolò la mente 
ed assodavala insieme, avvivavala ben anco ed abbelliva colla soave 
amenità e coli' ingenue grazie delle greche lettere, e fin d'allora 
dava alla luce parecchi e latini ed illirici bei componimenti, ma i più 
tra essi erotici e satirici, che alla satira specialmente sentivasi forte 
inclinato. E questo mal vezzo di pungere e di motteggiare chi che 
fosse, che in lui era soverchio e acuto di troppo, gli fruttò la ma- 
levolenza e l'odio di molti, onde in seguito gli fu forza in gran 
parte smetterlo. A 22 anni recatosi a Roma, indossò l'abito de' Ge- 
suiti che erano allora in cima di potenza e di dottrina. L'esempio 
loro gli fu nuovo e più potente stimolo al sapere, epperò diedesi a 

10 



148 

tutt' uomo a vie meglio polire l'ingegno, ed a render più squisito e 
più fino il gusto e in un medesimo dava opera alla Teologia, alle 
Matematiche, all' Istoria massime sacra. Ne pago a ciò si pose ad 
apparare l'idioma ebraico; ma sia che il prepotente amore al bello 
ne lo sviasse, e gliene togliesse l'agio, sia che per la fervida e vi- 
vacemente a durarla in quella penosa materialità non acconcia 
gliene fallisse la pazienza, gli è certo ch'ei molto innanzi non ne 
seppe. Conosciutone il merito, i superiori dell' Ordine il mandarono 
in Ascoli precettore di Rettorica. Una raccolta di sonetti (accen- 
nanti i più a parecchi suoi panegirici detti in più luoghi) stampata 
in lode di lui quando recitò e fé quindi di publico diritto un'orazione 
latina nell' annuo riaprimento degli studi in quella città, ne dice 
abbastanza in che alto pregio avesserlo gli Ascolani. Stato fra Ge- 
suiti otto anni, d'un posto che vagheggiava da superiori negatogli, 
glien' increbbe siffattamente, che protestando salute mal ferma, 
svesti le loro divise, e fece ritorno alla patria, ove visse qualch'an- 
ni in abito laicale vita da religioso. Ai 30 od in quel torno passò, 
preso il nome d'Ignazio, ai Benedettini di Meleda, Congregazione 
fiorente a que' tempi in uomini e per virtù e per sapere esimi. Non 
guari appresso se l'ebber essi creato presidente, poi Abate della 
loro congregazione, che valse a procacciargli di nuovi e più luminosi 
titoli anche fuori del chiostro. Il saggio e dotto senato Raguseo tra- 
sceselo a Consultore e Teologo della Republica; l'accademia degli 
Oziosi, ricca allora d'ingegni eultissimi, a Reggitore e Principe. 
Poco dopo rifiutò il vescovato di Trebigne più volte profertogli. Ne 
soltanto in patria, si anco in Italia fin d'allora che agi' Ignaziani 
alunni apprendeva rettorica in Ascoli, e quindi in S. Severino di 
Napoli, e sopratutto quando in luce comparvero alquanti suoi 
componimenti, in tanta rinomanza era venuto appo i dotti di 
quella dotta e classica terra, da entrare in intima amicizia e corri- 
spondenza di lettere con assai di loro. Col Facciolati, col Valis- 
nieri, coli' Abate Orsato e più altri uomini chiarissimi, intanto che 
dimorò in Padova, usava famigliarmente ed era avuto in gran conto 
da essi. Ne in tanta disparità e moltitudine di carichi, cui nel mi- 
glior modo satisfare mai sempre, il Giorgi allentò l'intensa applica- 
zione agli studi, si l'accrebbe più presto e della maggior lena che 
mai, proseguì a coltivare l'italiane e le latine lettere. Più ancora 
careggiò l'illiriche, di cui fu sempre tenerissimo. Fu allora in fatti 
che comparir si videro in maggior copia e della miglior nota le 



147 

opere di lui. Ecclesiastico e di cuore, sostenne coni* era, non so se 
diritto più o dover suo, e propugnò con franca energia i sacri ca- 
noni suir ecclesiastica immunità venuti in collisione colle civili leggi 
della sua patria. Perchè gli piombò addosso lo sdegno terribile 
de' potenti e de' reggitori di queir Aristocrazia fino ad essere ban- 
deggiato da Ragusa. La Puglia esule lo accolse come si ha dall'esor- 
dimento di una sua elegia all' amico suo Petrovich, ove tocca del 
proprio destino a quello pareggiandolo del poeta esiliato nel Ponto. 
Ma anche dei tristi giorni dell' esilio giovossi egli a crescere la co- 
gnizione che vasta aveva delle antiche cose, visitando le allor sco- 
perte città dell' antica Magna Grecia, frequentando biblioteche, 
frugando ne' vetusti codici ; e l'amarezza così disacerbava dell' im- 
meritata sventura. Corto però fu l'esilio, che il Pontefice di que' tempi 
il fece richiamare in patria, ed ei vi rientrò com' in trionfo. E qui 
ogni giorno nuovi ed applauditi lavori apprestava quando nelF una 
quando nell' altra delle tre lingue. Quella che ne chiuse il novero 
troncando i preziosi giorni di lui la fu Yapologia della sua Con- 
gregazione, cui avera in animo d'inviare a Roma. Il soverchio di 
studio e di fatica incontrato in comporla l'oppresse e l'affranse per 
guisa che la notte del 12 gennajo 1737 in casa di Raimondo Tudi- 
sio molto valent' uomo ed amico suo, colpito da apoplessia, fu tro- 
vato la mattina sul ietto freddo ed esanime cadavere. I Monaci ne 
piansero la morte come di confratello e di padre amatissimo, come 
d'illustre figlio Ragusi tutta. La casa spoglia adorna dell' Abba 
ziali insegne nella chiesa di S. Jacopo fu con solenne pompa ese- 
quiata e sepelìta. — Che potente e ad ogni maniera di studi acconcio 
ingegno avesse, e di che fatta dotto e' fosse il Giorgi, ce lo attesta 
la moltiplicità e la varietà delle opere sue, scientifiche e letterarie, 
in prosa ed in verso, latine, italiane ed illiriche. — Di quanto ei 
scrivesse in italiano quasi nulla ci venne veduto finora fuor solo un 
sonetto intero e poche chiuse. Dove ciò bastar potesse, noi diremmo 
che il Giorgi non vi sarebbe mal riuscito, se vissuto non fosse nel 
secento, di cui quelle poche cose portano l'impronta. E l'hanno 
come altri giudica, il quaresimale ed i panegirici del resto reputati 
per di gran merito. Poco più abbiamo sott' occhio del molto ch'ei 
scrisse in latino; non tanto certo da poterne trar saggio e portar 
giudizio da noi. Un' Ode fatta per nozze ha di molti pregi e ritrae 
dell' orazione. Oltre a ciò un volume inedito che contiene carmi, 

10* 



148 

legie, odi, epigrammi (ossìa Umbra Martialis), un poemetto 
sulle vittorie del principe Eugenio ed un' altro sulle glorie della 
Casa d'Austria. Nondimeno gran poeta latino non esser il Giorgi, 
afferma un chiaro scrittore delle cose Ragusine. Imitatore più di 
Stazio che di Marone, d'Ovidio più che degli altri due sommi ele- 
giaci, e' fa campeggiare forza d'immaginazione, fecondità, calore 
ma non sempre squisitezza di gusto, grazia ed esattezza d'espressione. 
— Delle opere scientifiche ed erudite le principali stimansi : il giu- 
dizio portato dal Giorgi d'ordine del re delle due Sicilie sull' opera 
teologico-filosofiea dell' avvocato Sorge di Napoli, trattante sul- 
l'Eucaristia; giudizio che in lui mostra profondo sapere di teolo- 
gia e di filosofia, e stessissima conoscenza del greco idioma. Quella 
di S. Paolo apologetica della Dalmata Meleda, presso cui ei sostiene 
aver naufragato l'Apostolo, avente per titolo: Ricerche Anticri- 
tiche {a Venezia presso Cristoforo Zane), in istile poco fluido. 
Facciolati scrivendo all' illustre autore, la chiama non ch'altro una 
dimostrazione. Dettò un' altra pure unita alla refutatoria del Fon- 
tanini sullo stesso argomento, ambe stampate a Venezia nel 1760 
presso lo Storti col titolo: Appocrisi alle operazioni di certi 
Anonimi. Parecchi dotti stranieri favoreggiarono l'opinione del 
Giorgi, altri e più assai impugnaronla, tenendo la Malta nel Me- 
diterraneo. Quella inedita sull' illiriche antichità, divisa in due 
tomi, il primo completo, al secondo, rapito egli da morte, non 
potè dar fine. Questa grand' opera è giudicata lavoro di fatica 
enorme e di erudizione vastissima, ma non sempre di sana critica, 
che il troppo amore alla patria il fa talvolta travedere. Scrisse: 
Vita et carmina nonnullorum civium Rachusinorum, mss. , e 
parlò degl' illustri Ragusei in una lettera italiana scritta a Raffaele 
Millich, ed in un' altra indirizzata al suo parente Marino Slatarich 
publicata in Venezia in fronte del suo salterio illirico. — Quello 
però in che il Giorgi primeggia e siede, ardirei affermare, a tutti gli 
altri in cima almen quant' è grazia, delicatezza, originalità, eli' è 
l'illirica poesia. Caldo del bello amore di patria, vago del crescerne 
le glorie, innamorato alle rare prerogative, alle singolari bellezze 
della nativa lingua, e' agli slavi componimenti prese maggior di- 
letto, la maggior opera vi pose ed il più forte studio. E gli effetti 
appieno risposero. Le produzioni illiriche sue vantaggiano a pezza 
tutte le altre. Nella vita di S. Benedetto, scritta in prosa, piace 



149 

la semplicità, la ricchezza di lingua sorprende, e non so qual più. 
Bella è la versione, comechè non intera, e data solo a saggio del 
primo dell' Eneide: quella de' salmi di Davidde per dottrina, 
pel metro, per la tersa ed elegante dicitura, compiuta e classica; 
benché la si direbbe più propriamente parafasi e questa sua ed 
ogni altra; che di poesia dettata di lassù, di poesia inspirata da 
Dio gli è impossibile darne versione vera, se non per inspirazione 
novella di lui. Col poemetto sacro intitolato: I sospiri di Madda- 
lena nella grotta di Marsiglia, recato da lui stesso dall' originale 
in versi eroici latini, salì il Giorgi, a somiglianza di Milton, in sul 
Pindo per nuovo sentiero. Lavoro assai pregievole, non solo per le 
bellezze che coli' altre poesie di lui ha comuni, sì anche perchè in 
esso tu vedi trattati de' punti teologici i più scabrosi e profondi, e 
trovi vero col fatto che nell' illirica favella da chi ben addentro la 
conosce, si può di qualsivoglia argomento discorrere. Dell' affetto 
poi qui più ne senti che nelle altre cose sue. Il suo Marunko, ope- 
retta bernesca, che descrive in verso gli amori di Marunko con 
Pavizza, giovani Melitensi ambedue e le ansie, le smanie, i la- 
menti di quello non si vedendo da questa corrisposto in amore, a 
sentenza de' più, va innanzi a qualsiasi altro illirico di siffatto ge- 
nere. I caratteri infatti dei due espressi proprio al naturale, ritrat- 
tine al vivo i costumi ed i pregiudizi, l'idee e le similitudini che 
appuntino s'attagliano alla grossa natura di que' rozzi isolani, 
messe in quel corrottissimo loro dialetto, anco a me il fanno tenere 
per molto bello e giocondo e scherzevole componimento. Con tutto 
ciò quel dar ch'ei fa troppo sovente in ignobilità e bassezza tei 
rende talvolta alcun poco stucchevole. Del resto il Giorgi (malgrado 
i diffetti del secolo in che visse, de' quali non son nette le cose sue) 
e per la conoscenza della lingua, per l'eleganza dello stile, per 
l'armonia del verso, e per una certa sua naturalezza e fluidità non 
però fredda, è quant' altri mai degl' illirici letterati da stimarsi e 
da studiare. E forse più; ch'ei vanta uno stile tutto suo e veramente 
slavo, un' impareggiabile grazia; egli, pregio in vero di pochi di 
loro non imita, ma è spessissimo ne' concetti suoi originale. A 
prova di questo vero basta la meritamente cotanto applaudita can- 
zoncina sulla lucciola, cosa proprio rara, e che di pari ha poche 
assai. (P. Druseich). 

GIORGI Sigismondo di Ragusa, distinto letterato, gran teo- 



«* 



150 

logo e buon poeta, fiorì nel 1500. Nel 1611 uscìcoi tipi del Zanetti in 
Roma un'operetta illirico- italiana: Orazioni d'unpenitente contrito, 

GIORGI (Ghiman) Stefano di Ragusa, morì sullo scadere del 
1600. Le molte sue poetiche produzioni andarono smarrite. Sol- 
tanto ci resta la versione dei sette Salmi penitenziali impressa 
in Padova nel 1686 presso Giuseppe Sardi. Antonio Kaznacich 
gli ascrive il poemetto Drvìkiata , e non senza ragione. 

GIORGIO Dalmatino, cacciato dalla patria a causa di torte 
opinioni religiose, passò a Lubiana, ove ebbe la parrocchia di 
Kraimburg. Siccome era versatissimo nelle lingue orientali, così si 
pose egli a tradurre la Bibbia dall' originale in lingua venda, usata 
nella Stiri a, Carinzia e Carniola. Gli Stati del paese ne decretarono 
tosto la stampa, e venne a ciò incaricato Giovanni Manlius, il 
quale vent' anni innanzi aveva recata tal arte in quelle contrade. 
Ma mentre costui già posto aveva la mano a tale lavoro , ne venne 
proibita la publicazione dall' Arciduca Carlo. Invano tale fatica di 
Dalmatino venne posta sotto l'esame di dotti personaggi preseduti 
da Bayle; e quindi gli Stati mandarono Dalmatino a Wittemberg, 
dove quella versione fu stampata nel 1584 in 4°. Dalmatino reca- 
tosi a Dresda, ringraziò l'Elettore di Sassonia per il permesso ac- 
cordatogli di stampare la sua opera nel suo dominio, indi ritornò 
in Carniola. Esiliato nel 1598, trovò rifugio presso il barone 
d'Auersperg. S'ignora l'epoca della sua morte. Il Tanzlingher si 
servì di questo lavoro di lui. pel suo dizionario slavo. 

GIORGIO di Matteo da Spalato, insigne architetto del cin- 
quecento. Opera di lui si è uno tra i più magnifici monumenti ch'ab- 
bia la Dalmazia, cioè il duomo di Sebenico, la cui cupola a quella 
* famosa di S. Maria del Fiore in Firenze si è inferior d'ampiezza, non 
già d'ardimento. Abbiamo di ciò una prova nell' iscrizione ch'esiste 
al di fuori del tempio stesso, riportata da Farlati imperfettamente 
ne\YlllyricumSacrum(t. IV. pag. 468), del 1 443, del seguente tenore : 
Hoc opus cuvarum fecit magister GeorgiusMatthaei Dalmaticus. 

L'epoca del compimento di tale lavoro ci viene indicata dalla 
seguente iscrizione esistente nell' interno del tempio di Sebenico: 

PR AESULE SUB LUCIO, GRITTO PRAETORE, 
PERACTUM, TERCENTUM ET SEPTEM LUSTRIS 
ADDENTIBUS ANNUM. 
cioè 1536, tempi appunto del Brunellesco. 



151 

Fu esso Giorgio ch'eseguì eziandio nella cattedrale di Spalato 
l'anno 1448 una nuova decorosa cappella ed altare a Sant' Ana- 
stasio; e memoria si trova che avess' egli altresì qualche parte nella 
costruzione di quel magnifico campanile. Eresse pure nel 1466 un 
palagio a Pago pel vescovo d'allora, e tale da pareggiare con quello 
del Conte veneto; nonché costruì una cappella ad onore di S. Ni- 
colò nella chiesa delle Monache di S. Margarita, e compì il fron- 
tispizio sopra la cappella maggiore di quella chiesa collegiata. In 
Ancona si distinse co' lavori eseguiti a quella chiesa di S. Francesco 
ed alla loggia dei mercanti. A proposito di quest' ultima, in una 
illustrazione d'essa città nelle Letture di famiglia del 1853 (pag. 
72), ci venne letto quanto segue: »La loggia de' mercanti, ovvero 
la Borsa, ornata di pitture e di stucchi dal Tibaldi, per sentenza 
del Malvasia è uno dei più compiti lavori che sia al mondo. Le 
statue, e gli altri ornati tutti di marmo nella facciata ad alto ri- 
lievo, lavorato, dice il Vasari, da Moccio, e altri dicono Giorgio 
da Sebenico.* E siccome Moccio scultore sanese visse un secolo 
prima di Giorgio che qui dicesi da Sebenico per la ragione che aveva 
avuto in questa città lungo domicilio, così gli è da credere che 
Moccio fu bensì quelli che fece la detta Loggia, ma ch'essa dopo 
ha ricevuto miglioramento per le fatiche dell' illustre nostro pa- 
triota. (G. F. C.) 

GIORDANI Pace di Vicenza di nobile prosapia, per la molta 
sua valentia nella scienza dei diritti e per la pietà che adornavalo, 
venne scelto da Ippolito Cardinale Aldobrandino in età freschissima 
a compagno negli studi e ad uditore delle questioni, che a costui 
appartenevano come camerario di Clemente Vili, suo zio. Gregorio 
XV. lo nominò nel 1623 vescovo di Traù. Quivi e' promosse a 
tutt' uomo l'istruzione cristiana, visitò più fiate la diocesi, convocò 
concili, ed emanò decreti sapientissimi. Nel corso del suo governo 
episcopale compose l'opera col titolo: Elucubrationes diversae, 
quibus pleraque ad Episcopi munus quocumque modo spectan- 
tia, nova, facili, brevique methodo, ex utroque jure deprompta 
diligenter explicatur. Opus tum sacrae tum profanae doctrinae 
varietale piane jucundum, ac omnibus praelatis, judicibus, 
advocatis , ceterisque jurisprudentiae professoribus opprime 
utile et necessarium. Tomus primus. De re sacra. — Tomus 
secundus. De re beneficiaria. — Tomus tertius. De Re judi- 



152 

ciali. Dopo la sua morte quest' opera fu ristampata a Venezia nel 
1693 dalla tipografia Bolleoniana. Morì nel 1649 a Traù. 

GIORNALI e Stampa in Dalmazia. Circa il 1713 l'Arcives- 
covo di Spalato Cupilli aveva progettata l'erezione d'una tipografia, 
per far imprimere i lavori illirici del Della Bella; ma siccome i 
Veneti, per impedire il progresso scientifico in Dalmazia, s'oppo- 
sero fortemente all' introduzione della stampa tra noi, così un tal 
piano non venne posto in opera. Al cessare della Republica Veneta, 
Domenico Fracasso fu il primo ch'esercitasse in Zara quest' arte. 
Ma Domenico indi a poco se ne partì , e Anton Luigi Battara pro- 
seguì dal 21 ottobre 1803 coraggiosamente l'opera sua PegF im- 
pulsi del Co. di Gòess apriva egli tosto l'associazione al Corriere 
dalmata, ma idea tale non venne incarnata. Sotto il regno italico 
per opera del celebre georgofilo italiano Dandolo venne in luce a 12 
luglio 1806 il Regio dalmata a doppio testo e continuò fino al 
primo d'aprile 1810, uscendo ogni settimana una volta. In aprile 
del 1832 esciva pure alla luce la Gazzetta di Za,ra, di carattere 
semi-ufficiale, e si sostenne in vita fino il 1850. Ne' tempi più da 
presso a noi uscirono alla luce in Dalmazia diversi giornali lette- 
rari e politici. Nel 1844 A. Dr. Cuzmanich, distinto filologo slavo, 
poneva le fondamenta in Zara ad un foglio letterario in slavo 
»Zora dalmatinska* chp per le cure dei suoi valenti redattori Kas- 
nacich di Ragusa e Valentich di Zara e di molti collaboratori na- 
zionali e stranieri si mantenne in vita pel corso di sei anni. L'Ab. 
Franceschi nel 1845 incominciò a publicare in Zara un giornale 
letterario-economico in italiano col titolo: »La Dalmazia* a so- 
stenere il quale concorsero i più distinti letterati in provincia, tra 
quali P. Nisiteo e Nic. Dr. Ostoich di Cittavecchia , A. Fenzi 
di Sebenico, G. Ferrari-Cupilli di Zara', U. Dr. Rafaelli di Cat- 
taro, St. Ivichievich di Macarsca, Leo. Dudan di Spalato, Ferd. 
de Pelegrini di Sebenico, Giac. Chiudina di Traù, Gir. Prof. 
Sutina di Zlarin ecc. Il Kasnacich dava pure a Ragusa nel 1848 
un altro giornale letterario in italiano intitolato \J Avvenire,* e 
Teod.Petranovich un anno dopo in Zara in slavo il -»Pravdonosa* pei 
legali. Tra i fogli politici ebbero breve vita: »La Dalmazia Co- 
stituzionale* e >da Staffetta* in Zara, ambi scritti in italiano. Al 
giorno d'oggi abbiamo solamente il Magazino (V. Petranovich) 
giornale letterario ch'esce alla luce in Ragusa in slavo per cura del 



153 

Ch. Nicolajevich, e VOsservatore dalmato in italiano col suo 
Glasnik, fogli politici, che però ne' loro appendici più fiate ci danno 
eccellenti produzioni d'interesse letterario ed economico. Questi 
due ultimi vengono ora redati del valentissimo Ab. Ant. Casali 
di Ragusa. 

GIOVANNI (Santo) nato da stirpe regia di Lindemulo re di 
Dalmazia nel nono secolo, recossi in Boemia ancor pagana, ove 
menando vita santissima ed anacoretica, potè convertire il re 
Borivoj e sua moglie Ludmilla. Morì nel 904. Dopo la sua morte 
il re fé erigere nel luogo ov' egli ebbe la sua spelonca, un monistero 
con chiesa intitolata a S. Ivan. 

GIOVANNI IV. , cui il Papebrok dà il titolo di Santo. Zara- 
tino lo dicono il Ciaconio, il Panvini ed altri accreditati scrittori 
delle vite dei Romani Gerarchi; tale i nostri cronisti e le patrie 
tradizioni il confermano. Suo padre fu Venanzio Scolastico, nome 
a que' tempi applicato ad ogni uomo erudito nelle lettere o rag- 
guardevole per autorità. Come e quando e' si recasse a Roma, 
ignorasi (Pagi ad ann. 641. Zanetti l. 3); gli è certo però che 
da Cardinale Diacono, ai 24 dicembre 640 venne eletto Pontefice. 
Illustrò il suo Pontificato d'un' anno, nove mesi e dieciotto giorni 
(Platina) con tratti nobilissimi di pietà, di fermezza, di zelo. 
Ancor prima d'essere consacrato, energicamente rispose in un cogli 
altri del romano clero ad un' epistola indiretta dai vescovi della 
Scozia al suo predecessore intorno alla celebrazione della Pasqua, 
nella quale risposta ei s'intitola: Joannes diaconus et in nomine 
Dei electus. Con altra lettera, ove accorda a' monaci il diritto di 
poter esercitare le funzioni sacerdotali nelle chiese a loro spettanti, 
sopì una grave dissensione tra il chiericato secolare ed il claustralee 
Eraclio aveva poch' anzi publicato il suo tremendo editto, chiamato 
Eethesi, colpito tosto di anatema dal suo predecessore Severino. 
Trovavasi adunque al suo ascendere sul seggio papale,il potere imperiai, 
in grave scissura colla chiesa, e Roma stessa stretta di duro asse- 
dio dall' Esarca di Ravenna. Giovanni, appena salitovi, fa venire 
a se Isazio Esarca che teneva Roma stretta d'assedio e colla forza 
della sua dottrina l'induce a togliersi colle armate da Roma. Com- 
batte coragiosamente il Monotelismo , e arriva a tanto da far sì 
che Eraclio stesso danni il proprio più sopra accennato editto; con- 
voca il concilio di Roma, ove non solo scaglia il suo fulmine contro 



154 

quell' iniqua eresi, ma fa sì che mondo n'esca da ogni sospetto di 
questa il suo predecessore Onorio. Dopo la morte di Eraclio, scrive 
a suo figlio Costantino, in cui, oltre che l'etita a proscrivere una 
carta che difondevasi per l'Oriente a vantaggio dell' eresia, l'esorta 
a stringersi fòrte alla chiesa romana. Ma intanto tolto a' vivi Co- 
stantino da Martina sua matrigna, desiderosa di sollevare al trono 
il suo figlio Eracleone, ottiene il seggio imperiale Eraclio figlio di 
Costantino, il quale appena avuto lo scritto del Pontefice, gli ri- 
sponde voler uniformarsi pienamente a' suoi precetti. Ottenuto tale 
trionfo per la Chiesa Universale, Giovanni voglie le sue cure alla 
sua propria nazione. Udiva egli, come una forte orda di barbari 
(Slavi) avea crudelmente messa a ferro e a fuoco l'Istria e la Dal- 
mazia, e tratti molti di quelle terre in ischiavitù. Manda egli 
dunque l'abate Martino in quelle contrade fornito di grandi somme 
di danaro; cui riesce di riscattare molti dalle mani de' barbari, altri 
sollevare dalla miseria, cui l'aveva ridotti l'invasore. Martino 
trasse seco a Roma in tale congiuntura le reliquie de' santi, che 
potè rinvenire in Istria e nella Dalmazia, per sottrarle alla profa- 
nazione de' barbari; ed il Pontefice le fece splendidamente deporre 
in una cappella presso la basilica del Laterano , detta: Oratorio 
di S. Giovanni Evangelista. Morì glorioso e trionfante a 11 ot- 
tobre 642. 

GIOVANNI Dalmatino, illustre scultore del quindicesimo 
secolo a sentenza del Tuberone. Sappiamo da costui eziandio , che il 
re ungherese Mattia Corvino per alcuni lavori dal nostro Giovanni 
egreggiamente eseguiti, gli regalò un castello sulla Sava, e che però 
gli venne indi a poco ritolto da Bortolo conte di Vrana. Forse egli 
è quel desso Giovanni di Tran architetto e scultore ch'ebbe nel 
1509 a rizzare in Ancona il monumento al beato Girolamo Gianelli, 
opera detta dagli intendenti meravigliosa. 

GIOVANNI di Ragusa è il primo Raguseo, di cui si fa 
menzione nelle storie dell' Ordine domenicano. Per la molta sua 
dottrina venne da Martino V. scelto alla dignità Patriarcale. Nel 
1415 leggeva publicamente teologia nell' università di Padova. 

GIOVANNI (Padre) di Zara, visse nel 17 secolo. Dettò 
in poesia illirica il racconto di Filomena figlia del re Pandione 
(uscita a Venezia in luce nel 1670) ed il poemetto sull' assedio 



155 

dell' isola Malta col titolo: Kazovanje èudnovate rati, koja 
Mia je pod Maltom.* 

GIROLAMO (Santo) > il Massimo tra i dottori della chiesa, 
figlio di Eusebio, nasceva a Stridone in Dalmazia, secondo taluni 
circa l'anno 331 , secondo il Muratori nel 341, da ricco casato. Da 
Orbilio apprese i primi elementi della lingua latina in patria, passò 
ancor giovinetto, come vogliono alcuni, in Aquileja a studio mag- 
giore, indi a Roma (360), ove frequentò la scuola di Vittorino 
rettore e di Donato grammatico, ambidue insigni letterati a que' tem- 
pi. Nel mentre però applicavasi con animo indefesso alle scienze 
filosofiche, le delizie di quella città si fortemente impressionarono 
il suo animo , da trarlo in breve, com' egli stesso lo confessa, a vita 
licenziosa. Infermatosi però, tocco dal divin lume, chiede il batte- 
simo; e ricevutolo tantosto, si dà intieramente agli esercizi di pietà 
ed allo studio delle sacre scritture, trascrivendo od aquistando i 
libri più distinti, de' quali a breve giro di tempo ebbe una ricca raccolta. 
Dopo dieci anni di soggiorno in Roma postosi in viaggio con 
Bonoso, suo amico, tocca Aquileja, indi recatosi nelle Gallie (368), 
in Treviri ascolta S. Ilario vescovo di quella città, e vi trascrive il 
suo libro de Sinodo, salito in rinomanza. Ritornato nel 369 in 
Aquileja, stringe amicizia con Nepoziano, Ruffino, Grisogono ed 
altri celebri monaci, indi toccata di volo la patria, passa nell' Orien- 
te, visitando la Tracia, il Ponto, la Bitinia, la Galazia, la Cappa- 
docia, la Cilicia, e giunge nella Siria e nell' Egitto. In tale pere- 
grinazione visita egli ogni eremo, che gli si offre per via, ascolta i 
monaci e rimane colpito dalla loro austerità e penitenza; per cui egli 
stesso si sceglie un luogo per suo eremo presso Mironia nel deserto 
della Calcide, sito tra la Siria e l'Arabia (392). A fronte però 
delle meditazioni, delle penitenze, dello studio indefesso e dei la- 
vori corporali , in cui occupava il suo tempo in quella solitudine, 
abbellita com' egli dice dai fiori di Cristo, viene assalito dalle ten- 
tazioni; e Roma, secondo l'espressione di un autore antico, gli si 
affaccia alla mente non già vittoriosa e trionfante, ma con tutte le 
delizie della corte, e coi più bei volti delle dame, che vi aveva ve- 
dute. E quindi per trarsi da uno stato così violento e pericoloso, 
raddoppia egli il digiuno e le corporali mortificazioni, e si dà a 
tutt' animo allo studio della lingua ebraica, riuscendo per tal modo 
a porre un freno potente ad ogni altra inclinazione. 



156 

Era a quel tempo la chiesa Antiochena travagliata da fioris- 
simo scisma a motivo che taluni di essa vi sostenevano tre ipostasi 
in una sola natura, altri poi un' ipostasi in tre persone. Girolamo 
scrive al Papa Damaso per rilevare da lui il sentimento della chiesa 
in tale proposito , e tale suo atto dà motivo agli autori dello scisma 
ed agli ariani a levarglisi contro con fiera persecuzione. Si toglie 
egli dunque da quel ritiro, e ridottosi in Gerusalemme (377), abban- 
dona lo studio de' profani scrittori, e si dà tutto allo studio delle 
divine scritture. Da Betlemme recatosi in Antiochia, nel 378 contro 
voglia è ordinato prete da S. Paolino vescovo di quella città, e 
quivi traduce la cronaca di Eusebio. Passato a Costantinopoli ap- 
profitta delle istruzioni di S. Gregorio Nazianzeno, volta in latino 
le Omelie di Origine, indi dopo tre anni ritorna in Antiochia, passa 
a Betlemme, da dove nel 382 è chiamato a Roma dal Pontefice Da- 
maso per assistere in qualità di suo segretario al concilio ivi rac- 
colto contro gli arriani d'Oriente. La bravura ch'egli mostrò nel 
fungere un tale ufficio, e la molta sua valentia nello spiegare publi- 
camente le sacre pagine, gli procacciavano tale riputazione, che lo 
stesso Pontefice stimò di potergli affidare la correzione della versione 
latina del Nuovo Testamento; il che egli eseguì sulla scorta del 
testo greco dei LXX. Quivi die l'ultima mano al suo Trattato dei 
Serafini, scrivendo pure contro Elvidio eretico ariano, impugnatore 
della virginità di Maria, e contro i discepoli di Lucifero vescovo di 
Cagliari ed il monaco Gioviniano. Qui pure le principali dame 
romane divengono sue discepole, e le lettere, ch'egli da poi scrisse 
loro in vari incontri addimostrano in chiaro modo, come la rettitu- 
dine de' suoi insegnamenti, così anche la pietà di esse e il vantag- 
gio spirituale che ne ritrassero. 

Morto nel 385 il Pontefice Damaso, gli succede Siricio, il 
quale dietro instigazione del clero romano, di cui Girolamo più 
fiate aveva da prima ripreso i costumi sregolati, l'ignoranza e l'avi- 
dità, rimuove il nostro Dottore dall' ufficio di suo segretario di let- 
tere. Disgustato di Roma, parte in agosto, e postosi in mare, tocca 
Reggio, Cipro, passa in Antiochia e poscia a Gerusalemme, in Ales- 
sandria ove ascolta Didimo, visita gli eremi della Nitria, indi si 
ritira a Betlemme. Quivi datosi tutto allo studio della lingua ebraica, 
si serve a tal uopo di Barabano di notte tempo per timore dei giu- 
dei, indi dai codici, che da costoro erano riguardati come canonici, 



15Y 

traduce dair ebraico in latino il Vecchio Testamento, e tale ver- 
sione quantunque combattuta da molti allora, sotto il nome di Vol- 
gata fu dal Concilio di Trento dichiarata come la sola autentica 
nella chiesa. In tale fatica si valse pure della versione siriaca ed 
arabica, delle latine di Aquila, Teodoto e Simmaco e principal- 
mente rispettando quella dei LXX., citata dagli Apostoli. 

Scrisse egli a questo tempo eziandio il libro degli uomini 
illustri, ove nell' ultimo articolo parla di se medesimo, recando 
l'elenco delle opere fin' allora da lui scritte. Nel 393 sendo suo 
fratello Pauliniano ordinato prete da S. Epifanio vescovo di Cipro, 
Giovanni vescovo di Gerusalemme trova in ciò motivo a levarsi con- 
tro S. Epifanio e S. Girolamo, proibendo nel tempo istesso a Pauli- 
niano ogni esercizio degli ordini sacri nella sua diocesi. S. Epifanio 
declama contro gli Origenisti in Gerusalemme alla presenza del 
vescovo Giovanni, cui dirigge pure una lettera in greco, con cui 
giustifica l'atto di quella ordinazione; e S. Girolamo non solo tra- 
duce quello scritto in latino, ma ne dà un suo, con cui fa conoscere 
Giovanni come infetto di arrianismo. In questo frattempo scrive la 
vita di S. Illarione, si scaglia acremente contro gli eretici Giovi- 
niano, Vigilanzio, Montano e Ruffino aquilejese suo vecchio amico 
e che avendo tradotto il libro de' Principi recanti i vaneggiamenti 
di Origene, aveva voluto rinfiancare tale versione colla supposta 
approvazione di Girolamo. 

Era il nostro Dottore legato a S. Agostino co' vincoli dis- 
tretta dimestichezza. Però avendogli costui diretta a questo tempo 
una lettera anonima, in cui mostravasi in parte contrario ai suoi 
sentimenti, Girolamo se ne dolse, e quindi il vescovo dTpona con 
più scritti seco lui se ne scusò non solo, ma ne chiese perdono, 
confessando »quamvis episcopus major praesbitero sit, tamen in 
multis rebus Augustinus Hieronymo minor est. (Ep. 19). Ciò 
valse per raffermarli maggiormente nell' antica amicizia. 

Intanto scrive i conienti sopra Jona (396) e sopra l'evangelo 
di S. Marco (397), l'epitafio sopra Nepoziano, un' altra apologia 
contro Ruffino (402), una lettera contro Giovanni vescovo di Geru- 
salemme (403). Nel 405 publica i conienti sopra Abdia, e nel 
406 quelli di Zaccaria, di Malachia, e degli altri dodici profeti 
minori in 18 volumi, commentando pure nel 408 il capo sesto di 
Isaia, ed in seguito ad intervalli fino a formarne altri 20 libri. In- 



158 

tanto nel 409 i Goti prendono Roma, e molti romani d'illustre 
schiatta, ridotti a povertà, corrono in folla da Roma a Betlemme, 
a chiedere alimento e soccorso dal Santo anacoreta. Questi fa 
ogni possibile per rendere meno triste la loro situazione, e nel mezzo 
di tali cure dà pure l'ultima mano ad Ezechiele e lo publica (412). 
Nel 413 scrive una lettera contro Pelagio, e nel 415 lo atterra col 
suo libro de' dialoghi tra Attico e Critobulo, ed in modo che tanto 
dal concilio di Cartagine, come dal Pontefice Innocenzo I. viene 
condannato nel 416. I pelagiani per trarne vendetta, gli atten- 
tano alla vita. Egli sen' fugge, ma i travagli patiti, le frequenti 
malattie, l'età molta, e le sovrastanti disgrazie per parte degli 
eretici, troncano il filo della sua vita a 30 settembre del 420 in 
Betlemme, donde nel 642 il suo corpo fu trasportato a Roma e 
riposto nella basilica di Santa Maria Maggiore al Presepio. 

Viva guerra fu mossa al nostro Dottore dagli eretici in ogni 
tempo, perchè ne' suoi scritti egli reca le armi più potenti per la 
loro condanna. Ne fa quindi meraviglia se un Lutero lo dicesse ere- 
tico e gli negasse il diritto di dottore della chiesa, mentre la Bio- 
grafia Univ. Ani. e Mod. lo dice il più sapiente. Tutta l'anti- 
chità ebbe in lui l'oracolo della cattolica dottrina. 

Delle sue lodi toccarono S. Prospero lib. de Ingrat., Joann. 
Cassian. contra Nestor. de verb. incarn. I. 7 , Sulpic. Sever. in 
Dialog. 1. de Virt. Monac. Orien. — Joh. Gottefrid. Olear in 
Abaco Patrum, Sidonio de Caud. Ep. 3. lib. IV., Erasmo lib. V. 
ep. 19. lib. IX. ep. 15 e 19 in Adagiis p. 333 , Gius. Scaligero, 
Riccard Sim. ecc., ma meglio d'ogni altro S. Agostino lib. I. contra 
Julianum cap. 7., e nell' appendice delle sue lettere a Cirillo Gi- 
rosolimitano scrive »Nullus honiinum scivit, quod Hieronymus 
ignoravit. Perciò reca stupore come potè scrivere l'illustre Cesare 
Cantù (Tomo VII. p. 559 — 562), trovarsi negli scritti di quest'in- 
signe Dottore della Chiesa errori e bizzarie, ed esserne essi spesso 
disabbelliti da polemica virulenta , indegna non che della cri- 
stiana carità, fin d'ogni persona civile. 

Le migliori edizioni delle opere di S. Girolamo sono quelle 
di Parigi 1704, 5 voi. in fog., di Verona nel 1738 in 10 voi. in 
fog. e di Venezia 1770. 

Intorno alla patria di questo sommo dottore della Chiesa di 
fresco s'agitò la questione tra il can. Stancovich Istriano e il can. 



159 

Capor di Curzola. Il primo pone la nascita di S. Girolamo a Sdrigna 
sul Quieto presso Capodistria, il secondo nella presente Dalmazia. 
Frane. Appendini poi col suo » Esame critico della questione in- 
torno alla patria di S. Girolamo lib. 4. Zara 1833 « poggian- 
dosi alla testimonianza di Palladio Galata vescovo Elenopolitano. 
(In hist. Lausiaca Joan. Meursi oper. voi. 18. ex recensione 
Joan. Lami Edit. Florent. CICDCCXLVI. cap. GXXVI. De 
Paul. Rom. pag. 603) contemporaneo e nemico del Santo che lo 
dice Dalmata, a quella di Genadio e della Chiesa Romana Uni- 
versale, e di gravissimi più recenti scrittori, provò che S. Giro- 
lamo fu Dalmata. Identificò egli la Stridone Gerolimiana colla 
Sidrona Tolemaica, collocandola presso le sorgenti del Tizio nel 
luogo detto Strigovo. Il Capor da poi aggiungeva l'autorità di Fla- 
vio Lucio Destro coetaneo esso pure del nostro Dottore, il quale 
eziandio lo dice Dalmata (In omnimode Hist. quae extant 
fragmentis cum Chronico etc. in Siviglia del 1627 pel Clario) 
Lo Stancovich però ad onta di tutto ciò non cessava d'objettare, 
che il Santo, accennando il sito della sua patria colle parole: 
Dalmatiae quondam Pannoniaeque confinium fuit, intendesse 
Indicare un terzo luogo che di que' due non fosse, ma loro confi- 
nante, e che tal luogo perciò appunto esser dovesse l'Istria. Ma 
noi in una lettera diretta al Prof. Vinc. Belloni in Colorno (La 
Dalmazia. Anno III. n. 5), il quale teste publicava un Com- 
pendio storico della vita e degli scritti di S. Girolamo, ab- 
biamo dimostrato chiaramente, che al tempo, cui accenna il S # 
Dottore , la Liburnia era sita in confine della Pannonia e della 
Dalmazia non l'Istria, e che in quella si deve porre la patria 
del Santo, e propriamente là, dove la pone l' Appendini e il ce- 
lebre alemanno Funk (Lex. real.). 

GITJRINI (Padre) Giuseppe scrisse: Slovkinja diaèkim, 
ilirickim, italianskim izgovorom napravljena , u Mletcih god. 
1793. Kod Andrie Santina. 

GLEGH Timoteo di Ragusa, francescano, vissuto nel 1700, 
voltò i drammi del Metastasio e le lezioni scritturali di Cesare 
Calino in prosa illirica. 

GLEGHIEVICH Antonio di Ragusa, poeta illirico. Le sue 
satire, ch'egli stesso die alle fiamme poch' innanzi la morte, pro- 
cacciarongli inimicizie e carcere. Abbiamo di lui di qualche pregio: 



160 

»La strage degV innocenti. — La nascita di Gesù Cristo, 
dramma pastorale. — La vittoria di Giuditta sopra Oloferne, 
dramma.* Altre opere teatrali, come: V Olimpia, la Damira, 
la Zorislava ecc., alcune satire e un dialogo burlesco diretto alle 
signore di Ragusa. 

GLIUBAVAZ Simeone di Zara lasciò molte preziose carte 
tendenti ad illustrare la sua patria e l'ampio territorio ch'ella in 
allora possedeva. Restaci di lui un manoscritto inedito, che illu- 
stra tutte le iscrizioni Zaratine, ch'erano state dissotterrate sino 
alla metà del secolo XVII., un' altro citato dal Fortis: de situ 
Hlyrici. 

GLIUBICH Francesco naque in Sebenico in sul principiare del 
16. secolo da antica e nobile famiglia d'Ungheria, illustre per va- 
lore e per i servigi prestati nel maneggio delle publiche cose sotto 
i primi re Ungheresi e in ispecieltà sotto il Santo re Lodovico il 
Grande, da cui otteneva amplissime onorificenze. All' invasione 
de' Turchi in quel regno, estinta in gran parte la nobiltà, per sot- 
trarsi alla ferocia di que' barbari, cercò essa un rifugio in Croa- 
zia, indi in Dalmazia, e Giovanni padre di Francesco, unico super- 
stite, l'ebbe in Sebenico, ove prese stabile dimora. — Francesco 
in fresca età si pose a servigi del re Giovanni e funse a quella 
corte l'uffizio di segretario, sostenendo nel tempo istesso parecchie 
legazioni importantissime appo le primarie Corti d'Europa con grande 
satisfazione di quel re. Ferdinando I. l'ebbe caro, si giovò dell' opera 
sua in oggetti gravissimi di stato, nominandolo suo intimo consi- 
gliere; e Massimiliano suo figlio non solo lo tenne in tale carico a 
se da presso, occupandolo nel maneggio delle più difficili facende, 
ma lo fregiò nel 1568 del titolo di nobiltà per se e suoi posteri. 

GLIUBTJSCHI Lorenzo de Minori Osservanti. Uscì nel 
1781 coi tipi di Pietro Marcuzio a Venezia la III. edizione della 
sua grammatica latino-illirica, stampata la prima volta a Venezia 
nel 1713. Abbiamo ancora alle stampe di lui in slavo un poemetto 
sulV inferno in cinque canti dedicato a Vincenzo Zmajevich Arci- 
vescovo di Zara, e impresso a Venezia nel 1727 presso Bartolo 
Occhi. 

GONDOLA Francesco di Ragusa circa il 1564 raccolse dal 
publico archivio molte notizie, che egli intitolò: Apparato per la 
storia di Ragusa. 



161 

GONDOLA Francesco e Matt e o dì Ragusa nel decimosettimo 
secolo si distinsero come valorosi condottieri di militi. Matteo si 
illustrò sotto Villa Viziosa, e quindi venne fatto cavaliere di Cala- 
trava e capitano di un reggimento di sua proprietà nel regno di 
Napoli. Francesco per le sue prodezze nell' accennata guerra fu 
creato cavaliere della chiave d'oro, cameriere segreto di S. M. I. e 
dopo le campagne di Lorena, di Fiandra e di Olanda arrivò al grado 
di Feld-Maresciallo, e morì nel 1 700. 

GONDOLA Giovanni di Ragusa, francescano, visitò i luoghi 
santi e fatto guardiano del convento di Betlemme, scrisse la storia 
del suo pellegrinaggio in lingua italiana, inedita. 

GONDOLA Giovanni Francesco, nato da patrizia famiglia 
l'otto gennajo 1588, ebbe educazione nelle lettere e nella filosofia 
dai gesuiti. A vent' anni si diede agli studi giuridici e fece sì rapidi 
progressi, che giovinetto ancora venne incaricato dei primi uffizi e 
magistrature di quella republica. Atrent' anni cercò vita meno agitata 
e gloria più sicura. Menò in moglie Nicoletta Sorgo di patrizio 
sangue pur essa, e fu padre di tre figli. Gli ozi involati alle dome- 
stiche e alle publiche cure raddolciva collo studio della lingua e 
letteratura illirica, cui sentivasi tratto da irresistibile forza. Suoi 
primi tentativi in poesia furono traduzioni dall' italiano; la Gerusa- 
lemme, che sappiamo da lui tradotta, andò perduta nel tremuoto 
del 1667; ma esistono ancora le traduzioni del poemetto del Preti 
— V Amante timido, e del dramma del Bonarelli : Filli in Sciro. 
Il suo genio creatore lasciò ben presto ad altri la via delle tradu- 
zioni, e tentò imprimere più durevoli orme di se nella letteratura 
illirica, dandosi alla drammatica. Alcuni saggi di rara originalità 
in questo genere erano apparsi a Ragusa sul finire del mille quat- 
trocento, quando ancora in Italia non era sorto il gusto delle 
greche imitazioni, che raffreddò il genio, e soffocò i germi di un 
teatro italiano. Tali i drammi del Vetrani se non scevri dei vizi 
propri all' infanzia dell' arte, pieni certo di tal vigore di stile da 
rimanere eterno monumento di lingua agli illirici scrittori, e le 
commedie del Darsich di grazia non volgare, merito assai raro negli 
autori comici de' primi tempi, e quelle di Nicolò Naie vive e gra- 
ziose pitture dei patri costumi e i più perfetti saggi del Primi, del 
Sassio, dell' Antizza e del Gozze. Tutti questi ben augurati esordi 
avrebbero forse condotto il dramma slavo a queir altezza cui toccò 

11 



162 

lo spagnuolo, se l'italiana influenza del genere pastorale, se l' Aminta 
e il Pastor Fido, gemme preziose dell' italiana letteratura, ma non 
imitabili modelli, e di molto inferiori nell'utilità morale al vero dramma 
non avessero traviato anche gl'ingegni ragusei. Il Gondola si risentì 
di quell' influsso nelle sue produzioni drammatiche, ma non tanto da 
non sentire potenti in cuore più nobili inspirazioni dettate da patrio- 
tico sentimento. Egli trasse profitto dai già fatti lavori e migliorò e il 
verso e la condotta e lo stile, diede forma più regolare alla scena e 
vi recitò in compagnia dei suoi amici. Non saprei con quanta felicità 
bandisse dalla maggior parte dei suoi drammi il decasillabo e il do- 
decasillabo per sostituire l'ottonario, ma le straniere letterature lo 
avevano reso così studioso di armonia e di mellifluità da sacrificar 
loro talvolta la robustezza e l'energia della lingua. La greggia 
de' suoi imitatori rese insoffribile un difetto che nel grande poeta 
era appena osservabile, e segnò l'epoca della decadenza del buon 
gusto presso gli scrittori illirici ragusei. Ma la mente del Gondola 
concepiva un più vasto pensiere che dovesse assicurare al suo nome 
una delle prime corone tra i poeti della sua nazione. La letteratura 
illirica non aveva un' epopea, e Gondola volle esser l'Omero degli 
Slavi del mezzogiorno. Vide nella sua storia contemporanea un 
fatto degno di poema, e si accinse a cantare la fine sciagurata di 
Osmano primo. Se oggidì questo non sembra argomento addatto 
all' epico poema, deve scusare la scelta quella viva impressione che 
gli avvenimenti contemporanei producono nelP universale. Valenti 
poeti a giorni nostri cantarono meno felicemente del Gondola un 
eroe che vinceva e Osmano, e i più famosi dell'antiche epopee: 
che per opinione di tutti i critici, il poema epico, se non è la pri- 
mitiva leggenda dei tempi eroici, in cui tutto è grande, e l'inge- 
nuità del maraviglioso è sublimità, ma invece è storia verseggiata; 
riesce uno sforzo d'arte, e coartata amplificazione di fatti noti ad 
ognuno per il loro giusto valore. Per giudicare quali circostanze 
influissero sul genio del Gondola, com' egli superasse tutti i vizi del 
suo argomento, e con quanto fuoco di poesia abbellisse la realtà 
dei fatti, gioverà uno sguardo a que' tempi. Osmano primo, il ven- 
tesimo della stirpe degli Otmani, primogenito di Atmeto naque 
nel 1601. La cabala di una donna ambiziosa, e gl'intrichi dei mi- 
nistri lo esclusero dalla successione alla morte del padre (1617). 
Si prese pretesto dalla sua troppa giovinezza, e in sua vece fu in- 



163 

nalzato Mustafà fratello a Osmano per parte di padre. La sua dap- 
pocaggine cui nemmeno giunsero a celare le astute arti della madre, 
fece sì che breve tempo conservasse il trono. Venne deposto nel 
febbrajo del 1618, e Osmano, giovine di diecisette anni ascese al 
trono. Ardendo di bramosìa d'ottenere gloria nelle armi, esaltato 
dalla memoria delle gloriose gesta de' suoi predecessori, desiò se- 
guire la gloriosa strada ch'essi avevangli segnata. Falliva a tali 
arditi concepimenti e la maturità del senno, e il primo fervore dei 
credenti nel destino. Ma Osmano ansava alle armi, e l'occasione 
non tardava a secondarlo. Mihoila, Ospodaro della Moldavia, de- 
posto dalla Porta nel 1614, erasi rifuggiato in Polonia implorando 
soccorso che valesse a restituirlo nel perduto principato. Potocky, 
suo cognato, gli aveva prestato il proprio ajuto, ne era riuscito 
nell' impresa. Korecky e Visnovecky tentarono con sorte del pari 
infelice, e il primo restò prigioniero de' Turchi. L'anno seguente fu 
stabilita la pace tra la Polonia e la Porta, quando nel 1618 la fuga 
del principe Korecky dalle prigioni di Costantinopoli venne a vio- 
lare i patti. Osmano a quel tempo ascendeva il trono, e il suo genio 
belligero abbracciò ben volentieri la nuova guerra. Le armi Turche 
furono vincitrici a Cehora, e il principe cadde nuovamente prigio- 
niero. Imbaldanzito Osmano, disegnò la conquista della Polonia. 
La giornata di Koczim rivendicò il valore degli eroi polacchi guidati 
da Vladislavo figlio di Sigismondo III. allor regnante. Il visir Dila- 
ver Pascià fu costretto a segnare la pace il 7 ottobre 1621. Fre- 
mette Osmano, e giurò resterminio dei Giannizzeri, che avevano 
fiaccamente sostenuta la gloria Ottomana. Meditò conquiste nel- 
l'Asia, sotto pretesto di un pellegrinaggio alla tomba del profeta. 
Ma i Giannizzari eransi avveduti dei disegni del giovine Sultano, e 
le scintille d'una sommossa non tardarono a palesarsi. L'imprudenza 
di Osmano attizzò il fuoco della rivolta, che scoppiata furente, gli 
postò la deposizione, la prigionia e la morte. — I venti canti del 
poema del Gondola abbracciano l'epoca che comincia da dopo la 
battaglia di Koczim, sino alla morte di Osmano. Numerosi episodi 
riempirono il vano che verrebbe a lasciare la nuda esposizione della 
storia, mancante in quel periodo di un' azione che occupi bastante- 
mente l'immaginazione del poeta. Dobbiamo a questi il viaggio di 
Krunoslava moglie a Korecky che muove in sua traccia; lo scontro 
di quest* eroina con Socolizza figlia del principe del Gran Mogol, e 

11 * 



164 

il loro duello, memoria di quello di Bradamante e di Marfìsa nel- 
l'Orlando. Episodio di pari bellezza è la storia di Daniza figlia di 
Ljubidrago rapita dal fianco del vecchio genitore per accrescere la 
voluttà del seraglio, e da Osmano generosamente restituita all'affetto 
paterno. Sono canti scritti con poetico fervore e il decimoterzo della 
congrega de' demoni, e l'undecimo, dove Ali introdotto nella reggia 
di Varsavia, vede tessuta in arazzi la battaglia di Koczim, e il ven- 
tesimo in cui Osmano ridotto alla fine di sua catastrofe, si concen- 
tra nel proprio dolore e lo esacerba colla memoria di sua passata 
grandezza. E mirabile l'arte, con cui il Gondola avvicina tutti gli 
accessori al punto principale, quasi altrettanti fuochi che concen- 
trano la loro luce in un punto comune, e ne accrescono lo splendore. 
Questi voli arditi ed immaginosi fecero pronunciare all' Appendini, 
che in tutto il poema gli sembra di ravvisare un' ode lirica, nella 
quale i voli dell' immaginazione del poeta in apparenza disparati e 
di remoto interesse coincidono mediante un' arte finissima e nascosta 
a magnificare e completare il soggetto di tutta la grand'Odeo poema. 
L'Osmanide, come il Paradiso perduto del Milton, fu soggetto di 
letterarie controversie. Si richiese se dovesse annoverarsi fra gli 
epici poemi, che quella lirica protasi: 

Oh! folle umano orgoglio, a che ti estolli 
Ove ogni opra dell' uom passa e non dura? 
era per molti un delitto di leso classicismo, e l'azione così spezzata, 
e la moltiplicità degli episodi, e l'interesse così diviso fra Osmano 
e Vladislavo da render incerto il lettore sul protagonista, tutte 
queste apparenti mancanze nell' unità dell' azione, e la varietà e la 
novità dei mezzi lo rendono un poema originale, ne soggetto ad 
aristotelica analisi. Ai sofismi sul titolo del poema fu risposto fin 
d'allora che s'agitava la causa del Milton con un detto sublime di 
Addison; a quell'altra sulla persona del protagonista, si può ri- 
spondere che se Vladislavo primeggiava fra gli eroi del suo tempo, 
il Gondola cristiano non doveva scemarne la faina; ma che giammai 
intendesse di farne il suo protagonista lo dimostra l'indiretto modo, 
con cui ne accenna le principali gesta della battaglia di Koczim, 
mentre descrive gli arazzi della reggia di Varsavia. Nel poema del 
Gondola, Vladislavo è oggetto d'ammirazione e cristiana simpatia, 
Osmano desta poi tutto l'interesse di un genio sventurato, e non 
compreso da' suoi connazionali. Credo di maggior importanza le 



165 

accuse mossegli sulla sconvenevolezza del metro, e sul risentirsi 
continuamente il poema del contagio di straniere letterature, e del 
gusto degli scrittori italiani del seicento. — Non si sa come avve- 
nisse che i canti XIII. e XIV. andassero perduti dopo la morte 
dell' autore 1 ), ma Pietro Sorgo fu in grado di supplirvi coi due 
canti che ora stanno degnamente collocati fra i dieciotto del Gon- 
dola. Il poema andò per due secoli manoscritto fra le mani degl'Illi- 
rici, e dobbiamo alle cure del Volanti, del Marcovich, e del tipo- 
grafo Martecchini la sua publicazione colle stampe nel 1826. Com- 
parvero finora due traduzioni in lingua italiana, che lasciano arden- 
temente desiderarne una terza. Frutto della cristiana pietà del 
Gondola ci rimangono le traduzioni dei salmi del re penitente (Ve- 
nezia 1620 presso Marco Ginami), un poemetto in due canti 
tratto dalla parabola del Jìgliuol prodigo (presso lo stesso Oinami 
in Venezia e poscia più volte ristampato), e un' altro in cui sviluppa 
i dogmi della cattolica fede, e lo intitola: Sulla divina grandezza 
(Roma 1621 presso gli eredi del Zanetti). In tutti e tre questi 
componimenti è così sovrabbondante la piena del sentimento reli- 
gioso, ed è così affettuosamente espresso l'amore evangelico da ren- 
derli egualmente preziosi e come libri di morale e come parti di 
fantasia. — Restano altre sue minori produzioni come X elegia in 
morte di Maria Kalaudrica y YEndimioue e Diana, il Rinaldo 
e Armida, e un poemetto in lode di Ferdinando II. Gran-Duca 
di Toscana. Ne faccia meraviglia se il poeta cantasse nella pro- 
pria lingua quell' umanissimo principe, mentre sappiamo che, Ma- 
rino Gondola, gesuita, e parente di Giovanni, insegnava per tre 
anni alla corte de' Medici la lingua e la letteratura illirica. — Una 
vita così preziosa alla patria e a tutta la slava nazione fu recisa 
nel 1638, all' età di cinquant' anni. Le sue opere sono: Drammi: 
Ariadna, stampata in Ancona dallo Salvioni nel 1633; a Ragusa 
dal Martecchini nel 1829. — Il ratto di Proserpina dal Martecchini 
nel 1843. — Dubravka dallo stesso nel 1837. Sono inediti: Ga- 
latw, Diana, Armida, il sacrifizio d'Amore, Cerere, Cleopatra, 
Adone, Koraljka, e la traduzione del dramme* italiano Filli in 



l ) Si dice che il 13 e 14 cauto contenessero allusioni poco onorevoli pei 
Turchi, e che il Senato Raguseo per non inimicarsi una potenza così 
forte, n'abbia procurato la perdita >,Biog. Univ. Ani, e Mod.« 



166 

Sciro — YOsmanide; da prima furono stampati a Ragusa tre 
canti nel 1803, e quindi tutto il poema dal Martecchini nel 1826; 
fu ristampato poi a Buda nel 1827 con caratteri emiliani, e poscia 
più volte in Croazia. — Le lagrime del figliuol prodigo, stampate 
a Venezia da Marco Ginami nel 1622, indi da Simeone Occhi nel 
1703, a Ragusa dal Martecchini nel 1828 e 1838. — Poemetto in 
lode di Ferdinando IL, a Ragusa dal Martecchini nel 1828 e 1838. 
— Poemetto sulla grandezza di Dio, a Roma dallo Zanetti nel 
1621, a Venezia da Marco Ginami nel 1622, a Ragusa dal Mar- 
tecchini nel 1828 e 1838. — In morte di Maria Kalandrica, a 
Ragusa dal Martecchini nel 1837. — La traduzione della Gerusa- 
lemme liberata del Tasso. — Traduzione dei salmi penitenziali a 
Venezia da Marco Ginami nel 1620, a Ragusa dal Martecchini nel 
1828 e 1838. — Vamante timido, traduzione dall'italiano del Preti, 
a Ragusa del Martecchini nel 1827 e 1838. (G. Kasnacich). Il 
figlio di lui 

GONDOLA Sigismondo, rettore della republica, morto nel 
1682, a sentenza dell' Ab. Giorgi e di altri, fu elegantissimo poeta 
illirico, e ci resta solo di lui al presente la versione dell' epitalamio 
di Catullo su Manlio. Giovanni figlio di Sigismondo calcò le orme 
gloriose del grand' avo. Dopo il celebre tremuoto egli rianimò l'ar- 
dore per la poesia tra suoi. Tenne con plauso le più luminose ca- 
riche in patria, e morì nel 1721, lasciando tre drammi: Radmio, 
Raklica ed Ottone — un idilio intitolato: Suze Radmilove , — 
varie canzoni. 

GONDOLA Matteo di Ragusa, uomo di molta prudenza e 
dottrina, scrisse il commentario sullo stato della cristianità nel- 
l'impero turco. 

GOZZE Ambrogio di Ragusa, domenicano, di famiglia patri- 
zia, ai 15 giugno 1609 eletto da Paolo V. alla sede vescovile di 
Trebigne e di Mercana, morto nel 1632 vescovo di Stagno. Scrisse: 
Catalogus virorum ex familia praedicatorum in litteris insig- 
nium, Venezia 1605. in 8°. — Reformatio Calendarii perpetui, 
Bologna; — Opus de similitudinibus et exemplis. — Albetum 
familiae Gozzeae gentis e vari altri scritti inediti, esistenti nella 
biblioteca del suo ordine. 

GOZZE Arcangelo di Ragusa, domenicano, di molta probità 
e dottrina, stampò in Roma presso il Bonfadio nel 1597 in 4° due 



167 

operette, una sul rosario della B. Vergine e l'altra sul nome di 
Gesù. Eletto vescovo di Stagno, vi rinunziò e morì nel 1609. 

GOZZE Biagio di Ragusa, domenicano, morto nel 1596, la- 
sciò inediti tre volumi di sermoni latini. 

GOZZE (Paprizza) Francesco di Ragusa, francescano, coltivò 
la musica, e egregiamente scrisse un libro corale con note miniate. 
Morì nel 1658. 

GOZZE Giovanni, uno dei primi oratori e poeti che abbia 
prodotto Ragusa. Sostenne con splendore due legazioni, una in Un- 
gheria, in Sicilia l'altra, e in tale incontro si rese famigliari le corti 
dotte del suo secolo. Angelo Poliziano paragona il suo merito poe- 
tico a quello degli antichi classici. Nel 1526 egli viveva ancora. Gli 
scritti di lui andarono smarriti, tranne un' epigramma, che trovasi 
impresso coli' opera: De vita et gestis Christi di Giacomo Bona. 

GOZZE Giovanni di Ragusa, ex-gesuita, non solo nelle belle 
lettere, ma anche nelle sacre e profane discipline versato. Coltivò 
con plauso la poesia latina, italiana ed illirica. Scrisse un dramma 
italiano intitolato: Io, dedicandolo nel 1652 all' Ab. Stef. Gradi, 
e recandolo poi in illirico, in cui egli voltò pure una tragedia latina 
del P. Giattino Gesuita. Morì durante il gran tremuoto del 1667. 

GOZZE Girolamo di Ragusa, morì nel 1639. In Napoli a testi- 
monianza del P. Dolci publicò due volumi di poesie sacre illiriche. 

GOZZE Ladislavo di Ragusa, scrisse un' erudita prefazio ne 
all' opera storica di Giunio Resti, una dissertazione intitolata: De 
recta senatorum electione 3 ed un componimento poetico: de casi- 
bus familiae et domus suae. Morì nel 1746. 

GOZZE Nicolò di Vito, detto volgarmente Vitkovich, naque 
a Ragusa nel 1549, mostrò fino dai più teneri anni per la virtù e 
per il sapere una propensione tale, che in breve salì in fama d'illu- 
stre scrittore in ogni ramo dello scibile. Dietro amichevole eccita- 
mento del celebre Paolo Manuzio si rivolse a scrivere quando in 
latino e quando in italiano sopra argomenti filosofici, politici, mo- 
rali, polemici, legali e rettorici nella deliziosa villa di Canosa, e in 
tutto riusciva a meraviglia, nel tempo stesso sobbarcandosi a' cari- 
chi publici, salendo in freschissima età alla prima dignità; esempio 
allora rarissimo in quella celebratissima republica. Accetto a Gre- 
gorio XIV. e al cardinale Bellarmino, dedicò al primo la sua opera 



168 

sulle Republiche, stampata e lodata a cielo da Aldo Manuzio, e 
al secondo due commentari su' alcuni salmi di Davidde stampati 
nel 1600. Attesa la molta sua dottrina sacra e morale, ricavata 
dalla continua lettura de' padri, fu per opera del Bellarmino stesso 
insignito da Clemente Vili, del titolo di dottore e maestro in filo- 
sofia e teologia, grado che accordavasi ben di rado a persone non 
ecclesiastiche. Negli ultimi suoi anni si tolse da ogni incombenza 
ne' publici affari, e si consacrò tutto alle scienze ecclesiastiche. 
Morì nel 1610. Le opere filosofiche che ci ha lasciate, sono le se- 
guenti: Commentarla in sermonem Averrois de substantia or- 
bis apud Bernardum Junctam 1580 — Commentarius in prò- 
position.es de causis incerti auctoris — Opuscidum de immor- 
talitate intellectus possibilis centra Alexandrum Aphrodisiacum 
Venetiis apud Bern. Junctam 1580. — Quattro giornate sopra 
le meteore di Aristotele, in Venezia 1585 presso Francesco Zi- 
letti — Trattato sopra i due primi capi del 4. libro dell* anima 
di Aristotele — Dialogo dell' amore secondo la mente di Platone 
Venezia presso Francesco Ziletti 1581 — Dialogo della bellezza 
1581 presso il Ziletti. — Ne abbiamo di politiche: Lo stato delle 
republiche secondo la mente di Aristotile con esempì moderni: 
giornate otto dedicate a Gregorio XIV. e stampate nel 1591 
presso Aldo in Venezia — Avvertimenti utili per coloro che go- 
vernano stati — Apologia dell' onor civile — Governo della, 
famiglia; opera impressa e lodata da Aldo — . Le opere sacre 
sono: Commentarius in 1. psalmorum Davidis, Venetiis apud 
Franciscum Barilettum 1600 — Commentarius in 15. 25. et 
124 psalmos ad Robert. Card. Bellarminum, Venetiis 1601 — 
Discorsi della penitenza sopra i 7 salmi di Davidde con figure, 
stampati da Aldo. — D'inedito si ha: Commentarius in lib. 1. 
Rhetoricorum Aristotelis — Defensio sacerdotis Andreae Mi- 
chaelis, — ed un' opera legale giudicata da un consesso di valenti 
avvocati Napolitani come dottissima. 

GOZZE Paolo buon pittore di Ragusa, fiorì circa la metà 
dello scorso secolo. Fra i ritratti che ci lasciò, il migliore si è 
quello di Benedetto Stay. 

GOZZE Paolo di Ragusa, conoscitore di molte lingue, ver- 
satissimo negli ameni studi, educato in Roma, senatore in patria, 
inviato della Republica a Costantinopoli, indi ecclesiastico. Viag- 



169 

giò molta parte dell' Europa, e fu caro ad Urbano Vili, ed a molti 
principi e distinti personaggi de' suoi tempi. Morì nel 1660. 

GOZZE Pietro di Ragusa, domenicano. A Parigi apprese ed 
insegnò teologia, e avendo ricusato di addottorarsi alla Sorbona, 
perchè avendo Gersone gran cancelliere di Parigi dopo il sinodo di 
Costanza ottenuto, che nessuno vi potesse prendere le insegne 
dottorali, se da prima non prestasse il giuramento di difendere 
l'immacolata Concezione della Vergine, egli, che non voleva andar di 
fronte alla sentenza di S. Tommaso, si ridusse a Lovanio, ove 
tenne cattedra ed ebbe il dottorato. Tale levò di se fama, che nel 
Brabante e nelle Gallie lo si disse Portento d'ingegno, Dottor 
Raguseo, Dottor illirico. In Francia ricusò un ricco vescovato. 
Ritornato in patria, qui pure die lezioni di teologia per lungo, 
tratto, e nel 1551 venne creato vescovo di Stagno. Mori nel 1564. 
Ignorasi, ove sieno dimenticati i preciosi scritti di lui. 

GOZZE Rafaele di Ragusa, domenicano, poeta latino di 
qualche merito, voltò in illirico V uffizio dello Spirito Santo e 
della S. Croce e die in luce nel 1638. 

GOZZE Savino, detto Sauko Bendeviscevich, di Ragusa, 
morto in Croazia nel 1603, scrisse molto e non senza gusto ed ele- 
ganza. Abbiamo di lui la versione illirica di due tragedie italiane, 
di cui parlano Apostolo Zeno e Giusto Fontanini, cioè dell' Ariad- 
ne di Vincenzo Giusti, e della Dalila di Lodovico Grotto detta il 
cieco d'Adria. 

GOZZE Stefano di Ragusa fiorì sul principio del XVI. se- 
colo. A sentenza del Cerva e del Dolci scrisse un poemetto col ti- 
tolo: Dervisiata, traendo vi l'argomento dal nome dervis ossia re- 
ligioso turco, apportogli dalla figlia del rettore della republica al 
vederlo un giorno nella carcere con lunga barba, scarno, pallido in 
volto, racchiuso in una pelliccia. Di lui ci restano pure otto buoni 
epigrammi. V. Giorgi Stefano. 

GOZZE Vincenzo di Ragusa, domenicano, scrisse un volume 
di prediche, impresso a Venezia, ed un altro di panegirici in 
Napoli. 

GRADI Basilio di Ragusa, monaco Melitense, indi nel 1530 
Cassinense, ammirato in Italia ed in patria come profondo teologo, 
e nella lingua greca versatissimo. Scrisse in slavo idioma un trat- 
tato sulla Verginità e sullo stato verginale, impresso in Venezia 



170 

nel 1577 presso Giov. Battista Guerra, voltato da lui stesso in ita- 
liano e dato in luce a Roma nel 1584 co' tipi di Bartolomeo Bon- 
fadino e di Tito Diano; ed in polacco dal Padre Simone Vusochi 
gesuita. Maggior fama gli recarono le sue castigazioni sulla pa- 
rafrasi dei salmi di Giovanni Folengio, sconciamente deturpata 
dagli eretici. Egli con altri insigni Benedettini intraprese quest' opera 
per ordine di Gregorio XIII., e la condusse ad ottimo fine. Voltò 
dal latino in illirico il libro sull' Orazione di Tullio Grispoldi e lo 
rese di publico diritto nel 1561 in Venezia co' tipi di Giovanni Bat. 
Giunta. Morì vescovo di Stagno nel 1585. 

GRADI Giovanni, professore di diritto civile e canonico, fiorì 
alla fine del XV . secolo e al principiare del XVI . Egli non è co- 
nosciuto che per le opere che lasciò dopo di se di grandi importanza. 
Argelati lo vuole nato, od almeno lo fa professare la sua arte a 
Milano; e Prospero Marchand pretende fosse francese, cui si con- 
forma Tiraboschi. In Ragusa la famiglia Gradi si è tra le più ve- 
tuste d'ordine patrizio. Le principali sue opere sono: Opus chro- 
nicarum D. Antonini, laboriosa limatione emendatum, neces- 
sariisque annotationibus ac aliorum historiographis concordan- 
te illustratum, Basilea 1491, 3 voi. in folio — Illustrationes 
in I. Fabri dicti Fabri Gallici super libros institutionum com- 
mentala , Lione 1501 , 1543 infoi. — La somme rurale di S. 
Boutiller, aumentata delle più notabili autorità degli antichi giu- 
risperiti, ibid. infoi. 1503 — Biblia latina cum concordantiis 
veteris et novi Testamenti atque juris canonici, ibid. 1515 in 
fogl. e in 8, e più volte dopo — I commentari di Balde sul di- 
gesto, rivisti e corretti, 1517 e 1518, 2 voi. in fogl. — Consilia 
di Ales. Tartagni con note marginali ed aggiunte 1517. 1518. 6 
voi. in fogl. — Un' edizione corretta dei Commentari di Guy de 
Bay 8 sulle Decretali — Addizioni alle note di Giovanni di Pla- 
tea sui tre ultimi libri di Code, ibid. 1528 in fog. — Aggiunte ai 
commentari di Giovanni d'Imola, del Cardinale di Zabarella, 
ecc. sulle Decretali e Clementine. 

GRADI Stefano di Ragusa, uomo grande, che ne' suoi scritti 
seppe al gusto e all' eleganza accoppiare la profondità con una faci- 
lità superiore al secolo in cui visse. Nato nel marzo del 1613 ed 
apprese le umane lettere e la filosofia in patria, recossi negli isti- 
tuti di Roma, ove in breve tempo s'approfondò in ogni ramo del- 



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Tumano sapere. In tal epoca die in luce un buon lavoro col titolo: 
Peripateticae phìlosophìae pronuntiata disputationibus propo- 
sito, a Stephano Gradio Patritio et Canonico Ragusiho, ove 
abbraccia quanto alla logica, metafisica e fisica appartenevasi se- 
condo il metodo dei Peripatetici. Ebbe da poi l'Arcipretura della 
Chiesa Ragusina, di S. Girolamo in Roma, l'abazia de' SS. Cosma 
e Damiano nell' isola di Pasman presso Zara, e quindi la dignità 
eminente di Consultore della Sacra Congregazione dell' Indice, e di 
Revisore de' libri in Roma. In questa città sempre più salito a ri- 
nomanza per la vastità delle sue cognizioni, viene accolto da Ales- 
sandro VII. co' tratti della più sentita urbanità, e nelle conversa- 
zioni tenute da questo dottissimo Pontefice e da Cristina regina di 
Svezia seppe egli trattando argomenti disparatissimi in prosa ed in 
verso, in italiano ed in latino sollevarsi tanto da essere l'oggetto di 
ammirazione e d'invidia de' letterati che vi accedevano. Nominato 
poscia sotto custode della biblioteca Vaticana, attese a porre in 
assetto la libreria dei Duchi d'Urbino ivi trasportata, indi qual se- 
gretario del card. Flavio nipote del Pontefice recasi in Francia, ove 
composte alla meglio le controversie insorte tra Alessandro e Lo- 
dovico XIV. per la potenza della sua valentia diplomatica, ritorna 
in Roma, e non ottenendovi un guiderdone degno delle sue fatiche, 
rivoglie ogni sua cura a far risorgere la sua patria nel 1667 a ro- 
vina ridotta da forte tremuoto, e tanto fece da meritarsi a diritto 
il titolo di padre della risorta città. Le procacciò soccorsi d'ogni 
specie dal Pontefice e dalle Corti d'Europa, le inviò artieri, denaro 
ecc. Nel 1679 va inviato di Ragusa a Luigi XIV. per cercarle 
ajuto contro le minacce di Cara Mustafà, ma i Gesuiti a causa delle 
sue dispute con Onorio Fabri, persvadono il re che il fine secreto 
del suo viaggio fosse di concertarsi coi capi del giansenismo, e per- 
ciò riceve l'ordine di uscire da Parigi nel giorno in cui doveva 
avere l'udienza. Riconduce da poi la pace tra i suoi ed i Veneti, 
rotta pel commercio di sale; e finalmente per eternare il suo zelo 
verso la patria, compone e trasmette ai suoi concittadini due opere 
dottissime , nelle quali propone loro i mezzi per far rifiorire 
l'infiacchita republica. Il Senato per rimeritare un tant' uomo 
gli propone la sedia Arcivescovile in patria, cui egli rinunzia a 
causa della sua età avanzata e per non distaccarsi da Roma, 
ove da Innocenzo XI. a 14 gen. 1682 viene nominato a prefetto 



172 

della biblioteca Vaticana. Ma indi a poco colto da grave ma- 
lattia cessò di vivere in età avanzata (a 7 maggio 1683). Sic- 
come d'ogni dottrina ebbe piena la mente, così ebbe un cuore in- 
formato ad ogni virtù, e quindi lasciò dopo di se fama imperitura 
e a Roma, ove visse il più di sua vita, e a Ragusa ov' ebbe i na- 
tali, e nell' Europa tutta meravigliata dalla potenza inarrivabile del 
suo vastissimo ingegno. Scrisse in argomenti disparatissimi, in lin- 
gue diverse, sempre però con copia di scelta erudizione, con for- 
bitezza di stile e con profondità di pensamento. Ond' ebbe a dire 
il Cinelli, che la sua 'poesia ha dell' antica, e ch'egli non fu meno 
buon oratore che poeta. Ecco il titolo delle principali sue opere: 
Dissertationes quatuor Mathematicae , 1680 in 12. 9 Amstelo- 
clami apud Danielem Elzevirium. — Dissertalo de directione 
navis ope gubernaculi , de stellis etc. ibid. 1680 in 12. — De 
vita, ingenio et studiis Junii Palmottae , Romae typis Jacobi 
Mascardi 1670. — Vita resque gestae Leonis Allatii , opus 
ineditum. — Vita Petri Benissae. — Disputatio de opinione 
probabili cuna P. Onorato Fabri Tìxeologo, Romae typis Frane. 
Tizzoni 1678 in 4°. — Relatio Ragusinae Ecclesiae S. Congreg. 
Concila oblata, inedita — Notizie della Congregazione Melitense, 
fatte per la republica di Ragusa, inedite. — Massime politiche 
del buon governo della republica di Ragusa. — Ars sive Insti- 
tuta de Republica administranda adJuniumfratrem. — Duemilla 
lettere d'argomento politico e letterario. — Apologia prò Marino 
Tatilio Traguriensi Petroniani fragmenti inventore typis im- 
pressa. — Appiani Alex. Historia Romana debellis Illyricis Ora,- 
dio interprete, Amstelodami typis Joannis Bleu 1668, ristampata 
tra gli scrittori delle cose Ungariche Tom. III. p. 770. — Orationes 
latinae, quarum altera prò eligendo Pontefice habita ad S. R. 
E. Cardinales anno 1667 , et impressa Romae apud Typogr. 
Tinassi, et anno 1672 apud Danielem Elzevirium, altera vero 
in funere Cardinalis Caesarìs Rasponi, edita Romae apud Frane. 
Tizzoni 1670 in 4°. — De laudibus Sereniss. Reipub. Venetae 
et cladibus patriae suae carmen. Venet. 1675 in 4° typis Joau. 
Frane. Valvaseusis. — Festinatio B. Virginia Elisabetham in- 
visentis, lat. gr. , oratorie ac poetice pertractata , 1631. — 
Varia poemata inter septem illustres poetas edita primum Ro- 
mae, deinde Amstelodami 1672 apud Danielem Elzevirium (Iscriz. 



173 

Append. p. 144). Alcuni vogliono esservì stati due scrittori di 
questo nome , attribuendo al secondo le prime due opere più sopra 
indicate. Adelung non li distingue. V. Dolci Fasti Ragusii p. 59. 

GREGO P. Marino di Curzola de' Minori Osservanti. Levò 
di se molta fama in Italia mentre sosteneva la cattedra di filosofia 
in Brescia e quella di teologia in Modena e Giustinopoli. Fu ezian- 
dio distinto predicatore a' suoi tempi. Tra gli scritti di lui havvi 
un' elegante descrizione del patrio convento in buon verso illirico, 
un quaresimale con orazioni panegiriche. Pio VI. gli offri un 
vescovato, ed egli a tale onore antepose la solitudine del suo mo- 
nistero, ove morì nel 1791. 

GREGORIANO Placido patrizio Spalatrino, laureato a Padova 
in ambe le leggi, esercitò in patria l'avvocatura con grido, colti- 
vando nel tempo istesso le italiane e le illiriche musee da levar fama 
di se. II Dumaneo ebbe a leggere alcuni de' suoi carmi, tutti ri- 
masi inediti, ora smarriti. 

GREGORIO di Segna fu il primo stampatore in glagolito. 
Nel 1507 die in luce il suo primo lavoro col titolo: Naruènik 
plebanukev. 

GREGORIO (Beato) di Spalato, dottore in ambe le leggi, 
introdusse l'ordine domenicano in Dalmazia, ricevendone l'abito 
nel 1217 in Venezia dalle mani di S. Domenico. Eresse in quest'anno 
il convento di S. Catarina V. e M., detto di S. Domenico in sua 
patria, accrebbe il novero de' novelli religiosi, indi recatosi a 
Roma, cessò di vivere, il primo del suo ordine nel 1218, ed ebbe 
sepoltura nel cimitero di S. Sisto. Moltissimi autori lo dicono Beato 
(Leandro Uh. e. p. 15. — Male. an. 1218 p. 193. — Ferr. 2. 
1. I. fai 67. — Plod. P. 1. I 1. f. 274.) 

GRISICH Giorgio di Ragusa morì nel 1752 in Stagno vi- 
cario generale , distinto canonista. Lasciò inedita la versione 
illirica del penitente istruito del P. Segneri, e varie orazioni latine. 

GRIS0G0N0 Federico di /ara, visse alla metà del secolo 
XVI. Publicò un discorso sopra le cause del flusso e riflusso del 
mare, attribuendolo alla pressione del Sole e del la Luna. Gian Paolo 
Callucci Saloense inserì per intero questo trattateli»» nella sua 
opera: Theatrum Mundi et Temporis, traendolo dal libro medico 
in cui l'aveva porto l'autore. 

GRIS0G0N0 Lorenzo patrizio Spalatrino, gesuita. Tale prò- 



174 

gresso egli fece ancor giovane nelle lettere, che in età ancor gio- 
vanile ne tenne cattedra. Fu altresì amministratore del collegio di 
Loreto, e fra le varie parti dello scibile umano coltivò egli parti- 
colarmente l'astronomia, e se ne mostrò, per quanto il comportasse 
l'avvanzamento di quella scienza in tal epoca molto addottrinato, 
come ne fanno fede le opere sue ed in ispecieltà quella che ha per 
titolo: »Mundus Marianus« in 2 tomi, divisa in tre parti, ove 
dipinge l'archetipo celeste e sublunare. Morì a Trieste a 24 marzo 
del 1650 di 60 anni. 

GRIS0G0N0 Nicolò di Spalato visse in sullo scorcio del 
passato secolo. Il Carrara lo dice uomo franco, amoroso, pio, dotto 
di moltissima erudizione. Fu Presidente del Governo ed Unito Con- 
siglio d'Appello a Zara, supplì il Bradi nella Magistratura Civile 
e Governativa della Dalmazia, e corse assai liete venture. Nel 1802 
Spalato rimeritò quest' illustre suo figlio con una medaglia. 

GRUBISSICH Ab. Agostino di Macarsca, die alla luce in 
Padova nel 1846 alcuni salmi di Davide voltati egregiamente in 
verso italiano. Scrisse eziandio molti articoli ne' giornali patri e 
stranieri. 

GRUBISSICH Clemente di Macarsca. Studiò filosofia a Ra- 
gusa, teologia ed ambi i diritti a Padova, ove anche ottenne le in- 
segne del dottorato. Reduce in patria, fu uditore della Curia Arci- 
vescovile, e rettore di quel seminario. Ma l'Italia di sovente lo 
richiamava, ed in Venezia fece de' lunghi soggiorni. Conoscitore 
dell' antiquaria, frequentava il museo Nani, ove parecchi depose 
non ignobili avanzi disepolti in Dalmazia, sopra alcuno de' quali 
fece egli stesso delle erudite osservazioni, ed altri ne fecero 
a lui intitolate. Conosceva le lingue dotte e le moderne, come: la 
latina, greca, ebraica, l'italiana, francese ed in ispecie la slava 
co' vari suoi dialetti, sendo appunto le antichità slave quelle per 
cui a preferenza manifestato aveva il suo genio. Scrisse un'operetta 
eruditissima in latino, stampata a Venezia nel 1766 presso Gian 
Battista Pasqualis la quale porta per titolo: In Originem et Hi- 
storiam Alphabeti Slavonici Glagolitici, vulgo Hieronymiani, 
Disquisitio, Antiquitatis Populorum Septentrionalium, Reique 
litterariae Sclavonicae et Russicae studiosis. Quivi mette al 
vaglio le diverse opinioni sull' origine dell' alfabeto glagolitico e lo 
vuole d'origine gotica ossia runica, indi discorre sulla pronunzia 



175 

delle lettere, il tutto isvogìiendo con abbondanza di dottrina e 
d'erudizione ingegnosa. E quindi questo suo lavoro venne lodato 
dalle accademie germaniche d'allora, e gli procacciò l'amicizia di 
valenti personaggi. L'Ab. Fortis (Osserv. sopra Oher. ed Osser. 
1771. p. 48) lo dice pieno di buona critica e d'erudizione pere- 
grina. Intese eziandio tra' suoi ad introdurre una meglio ordinata 
coltivazione, il che appalesa il suo beli' animo, ritirandosi in una 
casa di campagna in Tucepi e attendendo ivi da filosofo tranquillo 
agli studi, gustando così delle vere delizie d'una solitudine da lui 
resa piacevole ed amena. Lasciò altri scritti ancora, tra quali una 
storia Narentana condotta a buon termine ed un : Trattato delle 
origini ed analogia della lingua slavonica, pieno di laboriosa 
erudizione. Moriva a dì 19 aprile 1773 in età di quarant' anni, 

GRUBAS nativo di Perasto, fu il primo a descrivere con pre- 
cisione l'Adriatico a comodo de' naviganti, in carte di piana navi- 
gazione. Visse a Venezia. 

GTJLIELMO (Padre) di Cherso, mandato a Roma dai Padri 
Francescani a compiere il corso filosofico e teologico, venne eletto 
da poi a tenere publiche lezioni sulle prime cattedre del suo ordine, 
e Nicolò IV. postolo a parte del grave ministero curiale, a suo pe- 
nitenziere lo scelse, e poscia si servì dell' opera sua con rilevante 
costrutto in favore della Cristianità in Oriente presso il Soldano 
d'Egitto Melec-Seraf, e presso Argone re de' Tartari. Ripatriò 
con soddisfazione di tutti, ma dopo tre anni tornò di nuovo in quelle 
terre, ove intento era negli oggetti statistici di quel regno. Ma di 
tale lavoro oggidì nulla ci resta. 

GUERRA Tommaso di Castel Nuovo, religioso francescano, 
salì in grande rinomanza nel corso del passato secolo calcando i 
primi pulpiti dell' Italia. Fra le sue Prediche quelle che hanno per 
tema i sette peccati mortali sono le migliori e le più accreditate. 

H. 

HERMANNO Dalmata, ossia nativo della Dalmazia. Accom- 
pagnò Roberto di Retine nei suoi viaggi in Europa e nell' Asia sul 
principio del duodecimo secolo. Essi fissaronsi nelle Spagne, ove 
presero esatta conoscenza dei Mori, riguardati allora come deposi- 
tari delle scienze. S'erano già arabidue applicati allo studio del- 



176 

l'astronomia e dell' astrologia in un luogo che i manoscritti indicano 
col nome di Hiberum, allorché Pietro il Venerabile li conobbe e li 
eccitò a tradurre l'Alcorano; il che fecero coli' ajuto d'un arabo e 
d'un ebreo convestito alla fede denominato Mastro Pietro. Questo 
volgarizzamento fu publicato a Basilea nel 1543, e viene ora attri- 
buito a Hermanno ed ora a Roberto. Egli è vero che la lettera de- 
dicatoria porta il nome di quest' ultimo, ma è da credersi eziandio 
che il nostro Hermanno vi abbia contribuito di molto. Sembra pure 
esser egli l'autore d'un piccolo trattato de statu Saracenorum, 
che per l'ordinario sta unito a questa traduzione dell' Alcorano. La 
biblioteca di Parigi fra i suoi manoscritti latini tiene una versione 
del Planisfero di Tolomeo, fatta sul testo arabo, in cui l'autore si 
nomina Hermanus secundus. Dalla prefazione iscorgesi esser egli 
l'autore; parla infatti di Roberto di Retine, cui appella illustris 
socius. Discorre eziandio del suo maestro Teodorico in questo modo 
Tlieodorice diligentissime praeceptor. Questa versione fu compiuta 
a Tolosa nel 1143. Alcuni attribuiscono tale lavoro, publicato da 
Walder, a Rodolfo di Burges, ma erroneamente (Jourdain). 

HIGGIA Giorgio Antonio insigne medico e letterato, nasceva 
in Ragusa nel ] 752 ai 7 di febbrajo, e moriva a 27 ottobre 1833. 
Compiti gli studi in patria, recossi nel 1771 a Bologna, ove studiò 
filosofia e medicina. Passò da qui a Firenze, indi a Roma ed a Na- 
poli, visitando i celebri ospitali di quelle metropoli, e conferendo 
coi più famosi professori di allora. Ritornato in patria, fornito delle 
più belle doti di animo e di cuore, saliva tosto coli' opere sue in 
fama di riputatissimo medico. In Italia apprese a coltivare l'amena 
letteratura, e quindi in patria restituitosi, potè a suo beli' agio se- 
condare il suo bel genio colla più scelta lettura degli scrittori latini 
e greci, confortato in siffatti studi dai nobili esempì di molti de' suoi 
concittadini, per cui si formò quel gusto fino e delicato, di cui ci 
lasciò tanti preziosi monumenti singolarmente in versi illirici. Rin- 
venne al suo ritorno la lingua e la poesia slava ancora in molta 
stima tra i suoi, e quindi da ciò trasse l'ardimentoso progetto di 
voltare in versi illirici tutta la lirica del cigno di Venosa; il che 
eseguì sì felicemente, che dai dotti suoi amici ammirato venne in- 
dotto eziandio a voltare in slavo tutte le opere di Virgilio. E tale 
lavoro a capo di pochi anni condusse a compimento nell* ameno suo 
podere di Mal fi malgrado le molte difficoltà che gli si frapposero in 



177 

sì faticosa via. Trovossi però in necessità di creare talora alcuni 
vocaboli, per rendere fedelmente i concetti, ma ciò soltanto dopo 
d'essersi accertato che non ne aveva la lingua slava parlata e 
scritta in Dalmazia ed altrove. Fu felice imitatore della robusta ed 
elegante naturalezza dei cinquecentisti, padri della lingua e poesia 
nazionale. Assoggettò la sua traduzione delle odi d'Orazio (testò 
uscita alla luce a Ragusa presso il Martecchini), dell'egloghe e della 
georgica di Virgilio al giudizio del dotto sacerdote Giovanni Sala- 
tich. Lasciò molti altri componimenti illirici originali, alcuni 
d'argomento giocoso e satirico, epigrammi ed elegie latine, sonetti 
italiani che addirizzava al chiariss. Ab. Ur. Lampredi, suo amico 
ed ammiratore. 

HOGLIAR P. Bonaventura di Curzola, fu dotto e pio, ed 
istrutto in ispecieltà nella musica. Abbiamo di lui alle stampe varie 
melodie ecclesiastiche prodotte in varie circostanze. Morì nel 1705. 

I. 

ISPANO Giorgio di Ragusa, in fresca età si meritò di essere 
spedito a spese del Senato in Parigi allo studio della medicina, e 
vi fece tale progresso, che ritornato in patria, scoprì le malattie 
dominanti nel suo paese, e compose un' egregia opera per curarle, 
di cui non esiste più che il titolo: De rottone medendi eos, qui 
sub climate Ragusae nati sunt. Giorgio fioriva nel secolo XV. 
Pietro, suo nipote, istudiò in Italia la medesima scienza con fama, 
ma anco i suoi scritti andarono smarriti. 

IVACICH Stefano di Spalato, uno dei più begli ingegni dal- 
mati a' dì nostri, scrisse: ^Religione e prosperità sociale, ser- 
mone uscito in luce a Spalato nel 1849. — Dell' educazione 
letteraria curata dalla publica autorità. Orazione. Zara 1836, 
— Delle lodi di S. M. I. R. A. Francesco I. Imp. d'Austria ecc. 
Orazione recitata nelle solenni esequie celebratesi nella Catte- 
drale di Spalato in suffragio dell' anima dell' Augusto Defunto, 
Vienna 1835. — Le Vite del Mossor — ed altri scritti ancora inediti. 

IV ANELLI Fra Giorgio di Ragusa, fiorì sul principio dello 
scorso secolo, e fu buon miniatore. Vedesi in casa Stay una fla- 
gellazione alla colonna in miniatura, ed una Maddalena fatta colla 
punta della perma in modo singolare. 

12 



178 

IVANISSEVICH (Giovannizio) Giovanni naque in Dol, pic- 
cola terra dell' isola Brazza nel 1608. Ancor giovanetto fu mandato 
da Pietro Cedulino vescovo di Lesina a Loreto, dove attese a far 
prezioso capitale di scelta dottrina. Compiuti con molta lode gli 
studi e meritatasi la laurea dottorale in ambe le leggi, ritornò alla 
patria, ove die principio alla sua faticosa ed onorata carriera nella 
direzione delle anime. Venne da poi eletto canonico teologo del ca- 
pitolo di Lesina, e indi a poco vicario generale. Ma stimando una 
vita ritirata essere molto confacente col suo naturale, e desiderando 
applicarsi alle scienze più liberamente, rinunziò alla dignità, e riti- 
rossi in sua patria. Però nel 1660 venne eletto Abbate di Povglie, 
e in quella carica si tenne fino all' ultimo istante di vita. Ebbe 
modi schietti e franchi, ed un' animo ad ogni ben fare informato. 
Nutrito da frequenti e meditate letture de' prosatori e poeti slavi, 
italiani e latini, si raffinò il gusto ed acquistò un vivo sentimento 
pel bello, ch'egli indi seppe con tanta maestria diffondere a larga 
mano nelle sue produzioni. E di ciò ne faccia fede il volume di sue 
poesie stampate in Venezia presso Marco Ginani nel 1642 in illirico 
idioma col titolo: Kita cvitja razlikova Gosp. Ivana Ivaniseviéa 
Braskoga Vlastelina, cioè mazzetto di fiori, ossia canzoni e prose 
morali, ascetiche e profane. Tra queste primeggia il poemetto in- 
titolato: Kaho se piesnik nauéio peti (H Parnaso illirico), e 
per l'unità di pensiero e per una certa originalità d'immagini e dol- 
cezza d'espressione, che a chiare note manifestano, quanto e' lascia 
addietro gli altri scrittori. Si perdettero di lui molte altre sue poe- 
sie slave, italiane e latine, accennate nel mazzetto di fiori, per 
l'incuria degli eredi. La medesima sorta soffersero molt' altri pre- 
ziosi suoi manoscritti. Morì nel 1655. 

IVANISSEVICH Antonio di Macarsca, compose: »Bogo- 
Ijubna zadrzanja duse virne u razlièitim molitvam i pismam 
duhovnim, u Mletcih god. 1781 pò Viecceri«. 

IVANOVICH Cristoforo di Budua, fu un' ecclesiastico di 
grande probità e dottrina. Alla cognizione delle sacre discipline 
aggiunse la coltura delle umane lettere, e sopra tutto della poesia 
nazionale. Egli poetava con molta finezza e buon gusto sul prin- 
cipio del 1600. Abbiamo alle stampe un volume di poesie in vari 
metri. In esse egli canta le vicende e l'esito della guerra di Candia 
e di Cipro. Nella chiesa di S. Moisè in Venezia sopra la porta la- 



179 

terale fu eretto a questo insigne uomo il busto in marmo con una 
dei suoi iscrizioni toccante i suoi meriti. 

IVCEVICH Matteo Traguriense, professore Gin. in Zara, 
scrisse: » Delle lodi di Sant' Anastasia Martire. Orazione. Spa- 
lato 1851. — Di Dante Alighieri il canto V. dell'inferno esporto 
con note istoriche, estetiche e filologiche, Spalato 1847. — 
Breve Geografia della Palestina, Zara 1851. — Peviest Vari- 
jelska, rukopis Dra. Jeronima Kavanjinia, u Zadru 1853 '«. 

IVELIO Nicolò di Spalato, colse, a detto del Carrara, molti 
allori nell' avvocatura e de' plausi in Italia pei studi poetici. Cantò 
Napoleone eFrancesco. Aveva molto spirito egajo, stentatala parola, 
ma potente la penna. Mancò, passeggiando, d'apoplesia fulminante. 
Spalato nel J802 battè unamedagliainonoredi cittadino sì valaroso. 
IVICHIEVICH Stefano di Macarsca, valentissimo scrittore 
nazionale, die a' giorni nostri alla luce moltissime produzioni stac- 
cate di svariata erudizione. Scrisse: »Poèetci iobrazciprijateljskih 
pisamah Ivana Vicentini, privedeni na ilirski. U Zadru 185 4«. 

L. 

LALLICH Francesco di Ragusa, Conte del S. R. Impero, 
morto nel 1722, die in luce in Ancona nel 1704 un carme latino: 
Vitae monasticae electio , parecchi epigrammi, ed un poemetto 
illirico intitolato: Beztiizanstvo o indolenza. 

LANZA Carlo di Roccasecca in Italia. Compì gli studi in 
Napoli sotto la direzione del celebre Cotugno, il quale vedendo in 
lui un' ingegno singolare, e di domestico insegnamento gli fu cortese 
e di sue private moltiplici incombenze lo volle compagno ed ajuto 
Onde avenne ch'egli salisse tosto a molta rinomanza. Il Moscatti lo 
conobbe in Milano, e quell' uomo insigne, senatore del Regno Ita- 
lico e consultore di Stato a se lo trasse in qualità di segretario 
privato. Indi si diede ai viaggi e percorsa l'Italia intera e buona 
parte della Francia, dovunque ne' più celebri istituti e ne' grandi 
ospitali fermandosi, in Milano ritornò, ove non solo la benevolenza 
del Moscatti il trattenne, ma parecchi altri cultori delle amene e 
severe lettere, come una Stael, un Pindemonte, un Monti. Intanto 
oltre alcune memorie ne' giornali dava alla luce la traduzione d'un 
opera dall'inglese, ne vi apponeva il nome; un trattato: Dell azione 

12* 



180 

dei rimedi nel corpo umano, ossia saggio di un nuovo sistema 
di medicina in Mantova, per cui ebbe lettere di lode da più valenti 
in quell' arte, e dallo stesso severo ingegno d'Antonio Scarpa. Ve- 
nivagli in seguito offerta una cattedra di facoltà medica nello studio 
di Padova o di Pavia, ma il desiderio suo di veder nuove genti, 
fece sì ch'egli s'appigliasse al partito di seguire in qualità di medico 
primario le truppe francesi che in Dalmazia recavansi. Così lasciò 
Milano e venne a Spalato, e vi rimase, anteponendo ai rischi della 
guerra le amenità della pace coniugale. Ebbe cittadineschi impieghi, 
edotto com'era ed integerrimo, ad ogni uffizio con singoiar lode soddis- 
fece. Conoscitor delle mediche scienze profondo; nelle storie antiche 
e recenti, nella politica, nelle lettere classiche, in quelle delle moderne 
nazioni copiosamente versava. Il suolo di Salona e Spalato n ispecie 
l'allettarono ad applicarvi con ogni ardere l'ingegno alle archeologiche 
discipline. Nel qual studio quanto avanti ito fosse, fede ne fanno e 
l'opere di questo genere acquistate e la sceltissima collezione di me- 
daglie ch'ei possedeva, ed i monumenti di cui in breve tempo arric- 
chì il museo di Spalato, e le dotte dilucidazioni di questi che gli 
procacciarono il sovrano aggradimento, e il decreto di corrispon- 
dente dell' Istituto Archeologico di Roma. Erasi dato a rivendicare 
dalle tenebre gli avanzi di romana grandezza ch'ancor s'ammirano 
in questa provincia, quando la morte il colse nella fresca età 
d'anni 53. Lasciò molti scritti di vario genere, il più incompleti. 

LASANEO Nicolò visse nel secento, fu discreto pittore e va- 
lente scultore. Molte delle sue opere si veggono non solo sulF isola 
Brazza, sua patria, ma eziandio in Ragusa, in Venezia ed a Roma nel Va- 
ticano. In quest'ultima città compiva eziandio la sua mortai carriera. 

LECUSSICH Padre Mariano da Mostar della Bossina, publicò 
a Venezia nel 1730 presso Antonio Mori: Bogoljubna, razmis- 
Ijanja otajstva éovièanskoga. 

LEONARDIS (de) Francesco di Traù ove fu arcidiacono, indi 
missionario nella Servia. Composti i dissidi sorti tra il vescovo di 
Alessio, di Durazzo ed Albanese, e venuto in cognizione de' domini 
e de' costumi de' Greci, ne descrisse un commentario in italiano. 
Convestì in quest' incontro alla fede Marderio vescovo greco della 
Macedonia e del Monte Nero. Innocenzo X. facendo calcolo della 
sua dottrina e prudenza nel governare affari Ecclesiastici nel 1644 
lo nominò Arcivescovo di Antivari; ma due anni dopo se ne morì. 



181 

LEONARDO di Ragusa, domenicano, fiorì secondo il Sig. Fer- 
rari (Hist. Prov. Hung. p. 449) circa il 1480. Il Quecisio e l'Alta- 
mura affermano, esser egli stato professore di teologia all' univer- 
sità di Padova alla metà del 16. secolo, ma siccome di lui non fa 
cenno il Tomassini, così lo si dove riportare ad un' tempo anteriore 
al 500 come esercente un tale carico. Scrisse: »Scholia, seu com- 
mentario, in S. Thomae summam Theologiam universam et alia 
ejus generis opuscida, apud suos Ragusinos (inquit Lusitanus) 
in Biblioth. etiam S. Dominici Venet. (ait Rovetta) mss. ser- 
vata* (Horànyi T. III. p. 128). 

LEVACOVICH Rafaele nato a Jatroberstcha in Croazia, fu 
dell' ordine de' Francescani. Quest' uomo di sommo ingegno, di 
grand' animo e di molta dottrina fornito, per ordine di Urbano Vili, 
recavasi a Roma, per presiedere alla tipografia illirica nell'istituto 
della Propaganda, ed ivi in unione a Metodio Terleki vescovo di 
Cheim nella Polonia, ridurre a miglior lezioni i libri liturgici gla- 
golitici, che la Sacra Congregazione di Propaganda affidava alle 
stampe (1631 — 1648). Ma tale correzione non riuscì perfetta. Ri- 
tornato a Zagabria nel 1638, rimase sotto la protezione di Bene- 
detto Vinkovich vescovo in quella città, il quale cercò modo per 
ottenergli un vescovato, ma indarno. Finalmente Innocenzo X. lo 
nominò a dì 27 maggio arcivescovo di Ocrida ed ebbe il pallio a 
Roma. Dicesi però, non aver egli veduta la sua sede primaziale, 
sendo state quelle parti a que' tempi in potere de' Turchi aventi 
aspra guerra co' Veneziani. Restano di lui monumenti di sapere : 
Direttorio Ecclesiastico 1635. — Raphael Levakovich et Igua- 
tius Giorgi Adversaria et schedile ineditae ad res Illyrici. — 
Ispravnik za Jerci ispovidnici i za pokornieh. Prenesen nigda 
s latinshoga jezika na slovinski pò popu Simunu Budineu, a 
sada pismeni glagolskimi ispisan i napeèatini O. Rafaelom Le- 
vakovicem. Rim.g. 1635. u 8. — Dialogus de antiquorum III tir i- 
corum lingua, dedicato a Francesco Barberino Cardinale, uscito alla 
luce. — Commentari E cclesiaeJagatriensis mss. — Annales regni 
Hungariae mss. — Historia universalis gentis Hlyricae mss. 

LEVACOVICH Giovanni die alla luce in Roma la versione 
della dottrina cristiana del Bellarmino. 

LORGNA Anton Maria (cav.) naque a Knin. Giovanetto 
venne condotto a Venezia dal Provveditore Gradenigo, ed a Verona 



182 

e Padova compì il corso degli studi. Dal senato veneto ebbe ca- 
riche elevate nel genio militare e poscia venne scelto dallo stesso a 
professore e direttore del collegio militare in Verona. Quivi egli 
pose i fondamenti all'accademia dei quaranta, la principale in Italia, 
Della sua opera si servì il re del Portogallo e Federico di Prussia 
gli fu largo d'encomi. Ebbe ad amici lo Spallanzani, Lavoisier, 
Lagrange, Laplace, d'Alembert ed altri. Morì nel 1796. Scrisse 
molti lavori, de' quali alcuni stampati nella raccolta delle più cele- 
bri accademie di quel tempo. Tra essi si distinguono: Relazione- 
delio stato presente del taglio del Po sopra Piacenza, al Duca 
di Parma, Parma 1782. — Ricerche intorno alla distruzione 
della velocità delle sezioni de' fiumi, 1771. - — Opuscida tria ad 
res mathcmaticas pertinentia, 1761. — Problema di Geodesia, 
1765. — De quibusdam mawimis et minimis, 1766. — Opu- 
scula mathematica et physica, 1770. — Specimen de seriebus 
convergentibus , 1775. — Eosercitatio analytica de casu irre- 
ductibili tertii gradus, et seriebus infinitis, 1776. — Memoria 
delle aque correnti 17*19. — Circa, montium altitudines explo- 
r aridi methodus, disquisitio 1762; ed altri. 

LOVRICH Giovanni di Sign, diede alla luce nel 1776 a 
Venezia ^Osservazioni sopra diversi pezzi del viaggio in Dal- 
mazia del Sign. Alberto Fortis, coir aggiunta di Socivizza« 
dove corregge alcune inesattezze del Fortis, riportate nel suo Viag- 
gio in Dalmazia.* 

LUCARI Domo (detto pur de Judicibus), arcidiacono della 
chiesa dispaiato dopo la morte dell'Arcivescovo Peregrino di Aragona 
fu eletto dal Capitolo prima vicario generale, indi a suo successore 
(1409). Portò il titolo Archielecti per sette anni, sia a cagione dello 
scima Pontificio a quell' epoca insorto, sia perchè Giovanni XXIII. 
denegandogli l'approvazione, da se eleggeva a tale dignità Pietro 
da Pago vescovo di Faenza. Sigismondo poi, arrogando a se il di- 
ritto d'eleggere i vescovi dalmati, sceglieva un terzo, cioè Andrea 
Gualdo, dirigendo uno scritto a que' vescovi in cui comandava loro, 
] riconoscessero a loro Metropolita ed Arcivescovo di Spalato. Ma 
Sigismondo indi a poco ricevè in sua grazia Doimo, sia che Andrea 
se ne morisse, sia che volesse soddisfare i Spalatrini. E Doimo in 
quel torno fu mandato a Sigismondo in qualità di legato per otte- 
onere la conferma de' privilegi e l'annullamento delle leggi gravose 



183 

a Spalato emesse da Hervoja. E ne riportò faverovole risultato 
(1413). Giovanni XXIil. durante il concilio di Costanza annui 
alla preghiera di Sigismondo, e confermò Dojmo nella dignità Ar- 
civescovile di Spalato. Sotto di lui si fabricò il campanile della 
Metropolitana; ed egli stesso si prestò e con denaro e coli' ingegno 
affinchè l'opera riescisse qual è, insigne, sotto la direzione del 
valentissimo architetto Spai atrino Nicolò Tverdoi (1416). A 
quest' epoca eziandio, avendo Sigismondo prestato soccorsi di truppe 
a Lodovico Techio Patriarca d'Aquileja allora in guerra co' Veneti, 
e fortificata Traù, infestando il mare colle sue triremi, venne in 
Dalmazia Pietro Loredano. Gli Spalatrini, disperando d'ogni soc- 
corso ungarico, trovandosi Sigismondo involto in guerra cogli Us- 
siti in Boemia, per consiglio di tutto il popolo raccolto ne' comizi 
si diedero a' Veneti. 11 che mal soffrendo Dojmo, che a Sigismondo 
era legato co' vincoli strettissimi d'affetto , di sua voglia depose la 
dignità arcivescovile (1420) e si recò alla Corte, ove fu accolto 
benignamente ed ebbe onorata pensione. Nel 1435 fu presente ai 
comizi di Presburgo e soscrisse gli atti col titolo di Arcivescovo di 
Spalato. Quando e dove cessasse di vivere, s'ignora. 

LTJCARI Domenico uscì da nobilissima famiglia di Spalato. 
Pietro Lucari genealogista afferma da questa essere usciti tre di- 
stinti fratelli nel 15. secolo per egregi fatti saliti in fama, cioè 
Matteo Bano della Dalmazia e Croazia; Pietro, morto nel 1453 a 
Costantinopoli mentre era legato appo il Sultano; e Giovanni Priore 
di Vrana, che difese con eroismo singolare Belgrado contro i Tur- 
chi. Domenico di santa pietà e dottrina era fornito che, chierico, 
fu eletto canonico indi arcidiacono. Morto Baliano arcivescovo di 
Spalato nel 1428, il Capitolo lo scelse a suo successore. Ma sendo 
insorte alcune dissensioni per opera di que' pochi tra i Canonici, 
che gli negavano il voto, recavasi ad Avignone presso Giovanni 
XXII., il quale conosciuta la sua integrità e dottrina, non solo lo 
confermò e consacrò , ma eziandio si giovò dell' opera sua nel 
disbrigo d'alcuni affari importantissimi. Venuto a Spalato tra la 
gioja universale, si die al disimpegno del suo Arcivescovile carico. 
Fu spedito legato a Carlo re d'Ungheria onde ottenere la conferma 
de' privilegi concessi agli Spalatrini dai suoi antecessori; ma indarno. 
Procurò che tra Spalato e Traù si stipulasse un patto, per cui fos- 
sero discacciati da que' territori gli eretici Patareni, o vivi conse- 



184 

gnati alle fiamme. Nel 1344 celebrò il concilio provinciale a Spa- 
lato contro Valentino vescovo di Macarsca, il quale vivendo in 
Almissa, perchè impedito di entrare in Macarsca stante le minacce 
de' scismatici e de' Patareni ivi in gran copia scesi dalla Bossina, 
erasi rifiutato di leggere tra i pontificali la sentenza di scomunica 
fulminata da Domenico contro Giorgio rettore di Almissa perchè 
retentore de' beni arcivescovili, e quindi aveva attirata pure sopra 
di se la scomunica. Valentino indi si pose a dinegare a Domenico 
il possesso di Almissa, dichiarandola appartenere a Macarsca, ma 
indi a poco depose tale pretesa dietro sentenza di Bertrando Pa- 
triarca d'Aquileja deputato a ciò dalla Corte Romana. Domenico 
gli ridonò poscia la sua benevolenza, rivocò tutto quanto fu da 
lui e dal sinodo emesso a suo danno, dandogli l'abbazia di S. An- 
drea nel golfo fuori di Lissa, e promettendogli ch'avrebbe fatto il 
possibile affine di riporlo sulla sedia vescovile di Macarsca. Nel 
1348 dall' Italia fu recata in Dalmazia la peste. L'anonimo A-Cu- 
teis che in tre capitoli, stampati dal Lucio in Amsterdam nel 
1668, lasciò scritti i fatti di Spalato dal 1348 al 1373, ce ne 
lasciò memoria vivissima. Domenico ne fu vittima. 

LUCARI Francesco di Ragusa, fiorì nel 1500. A Firenze 
apprese le umane lettere, ove fecesi pur qualche riome come poeta 
italiano. In patria levò fama di poeta illirico di vaglia, come rica- 
vasi da cinque sue composizioni stampate in Firenze fra quelle di 
Domenico Ragnina. Versatissimo nel greco idioma, voltò in illi- 
rico YAttalanta tragedia greca, e il Pastor Fido del Guarini 
dall' italiano. Savino Bobali nelle sue rime toscane accenna a Fran- 
cesco con encomio. 

LUCARI Giacomo di Ragusa, scrisse la storia di sua patria. 
La prima edizione vide la luce in Venezia presso Antonio Leonardi 
nel 1605, l'altra in Ragusa dal Trevisan nel 1790. Quivi un' am- 
masso inordinato di notizie antiche, moderne storiche, geografiche 
e politiche, appartenenti a molti luoghi ed oggetti, per cui a ra- 
gione disse di lui il Dolci: aliena potius quam nostra scripsit. 
Morì nel 1615 di 64 anni. 

LUCARI Giovanni di Ragusa, nato nel 1621, dotto gesuita, 
insegnò umane lettere e morali in varie città d'Italia con plauso. 
Ebbe a discepoli Clemente XI. ed il P. Tolomei. Scrisse un libro sul- 
l'oratoria, inedito. Die alle stampe — due buone orazioni latine, 



185 

una in funere Cardinalis de Lugo, l'altra in funere Cardinalis 
Franciotti — un dramma sacro col titolo: Stanislaus Kostka — 
Carmen in ortu Principis Hispaniarum ad Philippum IV. 
vers. 376. — Carmen de Regina Maria Stuarda caelesti se 
pabulo reficiente. — Vaticinium Simeonis, vers. 205. — ■ B. 
Margaritae Cortonensis admirabilis ad poenitentiam atque 
pietatem conversio vers. 441. — S. Genovefae Palatinae infor- 
tunia felici exitu terminata vers. 264. — B. Aloysii Gonzagae 
de aquis et igne Victoria vers. 139. — B. Aloysii Gonzagae 
apotheosis B. Mariae Magdalenae de Pazzis divinitus demon- 
strata vers. 143. — S. Apollinaris nobilissimae Virginis mul- 
tiplex de Tartarea fraude Victoria vers. 407. — Leopoldi 
Austriaci Hungariae et Bohemiae Regis in Romanorum Im- 
perat.electiovers.455. — Seren. Principi Ferdinando Austriaco 
Leopoldi I. Tmp. primogenito filio Genetliacon vers. 332. — 
Mariae Stuartae Schotorum reginae career et mors, vers. 786 
stampato a Roma. — Amphitheatri Flavii Hieroconisis , seu 
sacra instauratio vers. 462. — De cultu Virginitatis partes 
duae, vers. 701. — Beatissima^ Virginis Mariae ad Jesum 
filium amissum Hierosolimis epistola, distici 83. — Anti- 
phonae, Salve Regina Paraphrasis elegiaca dist. 63. — Tria 
epigrammata in laudem Card, de Lugo, quod Scholasticis vil- 
lam emisset. 

LUCARI Giacomo di Ragusa, francescano, eletto da Pio IV. 
a vescovo di Stagno, lasciò inediti i suoi commentì sulle decretali, 

LUCARI Marino e Giovanni, di Ragusa, non vulgari poeti, 
fiorirono sullo scader del 1500. Marino scrisse un poema sulla 
creazione del mondo. Di Giovanni ci restano alcune odi latine 
eleganti. 

LUCARI Matteo di Ragusa, trovossi in Bossina al tempo 
della rotta di Sigismondo re d'Ungheria e di Stefano Despot di Ser- 
via a Semendria, e non solo alloggiò questi principi, ma offrì loro 
15,000 ducati d'oro. Per questi ed altri suoi meriti ascese fino al 
posto di Bano della Slavonia, Signore di Toglievaz e tesoriere del 
Regno. Morto Alberto nel 1439, venne scelto a capo d'una lega- 
zione che spedivasi in Polonia ad offrire la corona a Vladislao Ja- 
gellone. Ma sgravatasi la regina in questo torno d'un figlio, che 
inscia recava in seno, Vladislao stimò di rinunziare all' offerta, es- 



186 

sendovi un tal erede pel trono; ma Matteo lo indusse a scendere in 
Ungheria, conoscendo quanto e' fosse desiderato dalla nazione. Ri- 
tornato Matteo coi suoi compagni a Coniorn, ove risiedeva la re- 
gina, venne posto cogli altri in carcere per essersi anche dopo la 
nascita dell' erede legittimo dimostrato fautore caldissimo di Vla- 
dislao. Fuggito indi a poco dal carcere, si presentò a Vladislao di 
già sceso a Buda, cui per lunga epoca prestò utili servigi, e da cui 
ebbe onori in ricambio. Morì affranto dalle fatiche patite per la 
cosa publica nel 1444. Il suo figlio Vladislao ed i suoi fratelli 
Pietro e Francesco furono Baili della Croazia e Dalmazia, e Gio- 
vanni, il quarto fratello, valentissimo guerriero, sostenne un lungo 
assedio contro Amuratte in Belgrado e morì a Varna. 

LTJGHEI Biagio di Ragusa, a sentenza di Domenico Ragni- 
na, elegante poeta, morì nel 1596. 

LUCIANO di Martino da Zara, naque nella prima metà del 
quindicesimo secolo a Vrana piccola terra nel tenere di Zara, ma 
abbastanza illustre nella patria storia. Preso nelF età ancor fresca 
dallo studio di pittura e di architettura, recavasi indi a poco a Na- 
poli, allora in istretta colleganza colla Dalmazia per le ragioni 
ereditarie di quella corte colla corona ungarica, e vi progredì in 
que' rami di scienza talmente, che n'ebbe plauso alla corte stessa. 
Di quell' epoca si è la sua costruzione del magnifico fabricato col 
titolo: Poggio reale di Napoli, come ci attesta l'ab. Bernardino 
Baldi (f 1617; Versi e Prose. Venezia 1590), ed il Bianchini 
(Memorie concernenti la città di Urbino. Roma 1724), oggi 
più non esistente. E quantunque altri scrittori recano, che di tale 
egregia fabrica fosse autore Giuliano di Maggiano, pure la si deve 
piuttosto attribuire a Luciano, e perchè alla corte di Napoli era 
già salito in rinomanza, e perchè per tal ragione appunto quel re 
l'aveva offerto al Duca d'Urbino, il quale gli aveva fatta inchiesta 
d'un valente architetto per la costruzione del suo palazzo. L'opera più 
insigne di Luciano si è infatti il palazzo ducale d'Urbino, parto del suo 
ingegno interamente, come sappiamo da un' ordine del Duca segnato 
a' 1 giugno 1 468 (Giov. Gay e. Carteggio inedito. Firenze 1839 T. 1. 
p. 214), dal suo contemporaneo Giovanni Santi padre dell' immortale 
Rafaello (Bibl. Vaticana ottob. No. 1305), dai più sopra nominati 
Baldi, e Bianchini, da Pietro Zani (Enciclop. delle belle arti), e 
in ispecieltà dal P. Pungileoni (Cav. Cesare Saluzzo. Trai, di 



187 

architettura civ. e milit. Torino 1841) , il quale ritrovò la pa- 
tente con cui il Duca Federico creava architetto del suo palazzo 
d'Urbino il nostro Luciano. Il Vasari l'attribuisce a Francesco Mar- 
tini Senese, altri a Baccio Pintelli; ma del primo fu opera solo una 
stalla per 300 cavalli, del secondo alcuni ornamenti esterni aggiun- 
tivi dopo. Morì a Pesaro circa il 1482. 

LUCIO Anibale di Città Vecchia, a quanto ci narra il Pri- 
boevo, fu uno tra i più illustri personaggi dell' epoca sua. I lavori 
che ci lasciò, furono di recente dati in luce per cura del valente 
Sigr. Ant. Mazuranich in Zagabria (1847), qual primo volume 
della biblioteca degli antichi poeti illirici ed a spese del Dr. Lod. 
Gaj. Il Lucio scrisse tra il 1500 — 1525. Suo tìglio Antonio aveva 
già publicati i suoi scritti a Venezia nel 1556 col titolo: Skla- 
danja, ma tale stampa era ornai rarissima. Il Mazuranich divise 
l'opera in tre parti, ponendo nella prima le poesie amorose, nella 
seconda il dramma intitolata: Robinja (la schiava), e nella terza 
le composizioni di vario argomento, e ne dedicò l'edizione al Sigr. 
Ambrogio de Vranyzany, oriundo di Città Vecchia, nome ora il- 
lustre in Croazia ed altrove. Il dramma teste accennato venne più 
volte posto sulle scene nazionali, e tuttora vi si rappresenta in 
Pago durante i bagordi carnescialeschi. 

LUCIO Giovanni celebre istoriografo dalmata, naque in Traù 
di stirpe non meno illustre che antica. Pietro suo padre e Catte- 
rina Difnico sua madre ne' verd' anni l'educavano con cura ne' primi 
studi, indi lo mandarono a Padova, donde passò a Roma, ove nel- 
l'età di vent' anni videsi coronato del serto dottorale in ambe le 
leggi. Le miti sue forme e le belle doti del suo animo e del vigo- 
roso ingegno gli procacciavano la famigliarità de' più distinti 
della città eterna, come d'un Ostennio prefetto del Vaticano, del 
celebre Ughellio ecc. A tanta sua fama la sua patria riscossa, senti 
amor di lui, e quindi lo pregò, ritornasse a' suoi; ned ei fu schivo 
di soddisfarla tostamente. Quivi ne' patri ozi meditò il disegno di 
queir opera sua, che gli innalzò un monumento tra noi imperituro. 
E quindi si die tutto a frugare nelle patrie cose, a raccogliere do- 
cumenti, mettere in luce i fatti obliati, unire notizie disparate, e 
quindi tutto depurare con sano ed acutissimo criterio in un corpo 
di storia patria. Però il suo concittadino Paolo Andreis vedendolo 
di giorno in giorno salire in maggior fama appo i suoi, gli si levò 



188 

contro, movendogli un' aspra persecuzione. Arrivato in quel tempo 
in Traù il Provveditor generale Veneto Antonio Bernardo, Paolo 
trova modo di farglisi da presso, e quindi con artificiosi conati l'in- 
duce a credere che gli studi giuridici del Lucio lasciavano luogo a 
temer danno alla veneta republica. Il veneziano a prima giunta 
fidando nella mera calunnia ordina, che il Lucio sia posto fra ceppi 
nell' atto in cui recavasi a bordo della galera a testificargli divo- 
zione a nome della città; ma indi a poco chiarita la cosa, venne 
posto in libertà e tratto quasi in trionfo per le publiche vie. Però 
scorgendo che se egli a lungo dopo di ciò rimanesse in patria la 
sorta discordia tra le due famiglie Lucio ed Andreis, allora poten- 
tissime , andrebbe addoppiandosi con danno d'entrambe, mite 
com' era ed a pace inclinatissimo, risolse d'abbandonarla, e perciò 
indi a poco, raccolti i suoi scritti, se ne partiva. In Roma lo ac- 
colse l'affetto del celebre Cardinal Basadonna e d'altri dotti perso- 
naggi, i quali l'animarono a dimenticarsi delle ingiurie ed a proce- 
dere animoso nell' opera, per cui tanta mercè gli dobbiamo. Ordita 
la tela, la storia de Regno Dalmaeiae et Croatiae venne in brevi 
anni portata al suo fine. Fermo nella sentenza non darsi veracità 
storica, ove non si attinga alle tre fonti, monumenti dell' arte, atti 
publici, testimoni sincroni; amava meglio alcune volte tacersi, di 
quello che trarre in inganno; e ciò che su tali basi poggiava, con 
tale un rigore volea castigato fosse ch'erasi deliberato di cessare 
piuttosto dallo scrivere, che offrir modo a' nemici d'appuntarlo. 
Da tutto ciò evince quale e quanta indubitata fede prestar debbasi 
ai fatti esposti dal nostro storico. La sua narrazione scorre come 
un placido ruscello che deriva le sue acque da fonti limpidissime, lo 
stile suffuso di quelF ingenua, semplice e spontanea tinta, che delle 
verità forma il prestigio principale e della naturalezza. — Nel 1666 
uscì la prima edizione della storia del Lucio coi torchi ed a spese 
dei fratelli Blaeu in Amsterdam. Il pronto suo spaccio die motivo 
che tosto la si ristampasse in Francoforte con altro titolo, tanta era 
la fama appo i letterati, e si fìnse una seconda sua opera. Amster- 
dam usò allora del diritto di rappresaglia, diede mano ad una se- 
conda edizione, e falsando del pari il titolo e l'anno tentò d'ingan- 
nare colla stessa loro frode gli stampatori del Reno. Nel 1748 
Giovanni Giorgio Schwandtner ristampando la storia del Lucio, 
formò il terzo volume della collezione: Scriptores Rerum Hun- 



189 

garicarum, Dalmaticarum etc. Uscì pure a Vienna nel 1758 in 
foglio. Ebbe i suoi aristarchi, ma tosto caddero affranti, e più 
illustre ne restò il nome del dalmata istoriografo nella republica 
letteraria, classica ognora l'opera sua. Racconta egli dottamente 
ne' tre libri di questa le vicende del regno illirico avanti e dopo 
la dominazione romana, l'origine e la formazione de' reggimenti 
successivi; la serie de' duchi e de' re, e gli usi e i diritti e i costu- 
mi di quell' età; i movimenti guerreschi e politici tra dalmati, 
croati, veneziani, ungaresi; i fatti di Lodovico e di Sigismondo, e 
l'ultima soggezione de' nostri a Venezia. Di questa, a sentenza 
dell' Ab. Carrara, ch'egli dice monografìa di storia slava, somma 
è l'erudizione , spesso troppa , comecché non sempre discussa, 
ne gran fatto incarnata, la critica, ragionato il sistema della spò- 
sizione, franca e propria la dicitura. — Il Lucio stampò eziandio 
le Memorie della città di Traù (1574 in Venezia presso Ste- 
fano Curti) , che dedicò al cardinal Basadonna, non meno che la 
vita di S. Giovanni Ursino scritta da Giovanni Statileo, corre- 
dandola di dotte osservazioni (Roma 1657 coi tipi di Tommaso 
Colini). Oltre a ciò: Inscriptiones Dalmaticae, notae ad me- 
moriale Pauli de Paulo; notae ad Palladium Fuscum; addenda 
vel corrigenda in opere de Regno Dalmatiae et Oroatiae. Ve- 
netiis apud Stephanum Curtium 1673 in 4°. — Ludi Joannis 
excerpta Ragusae eoe codice Vaticano. C. 6923. p. 56 et segg. — 
Idem prò Petronii Fragmen. excerpta. Dissertatio de IUyrico, 
etjarbores familiarum. C. 1619., p, 103 et 110 — Idem sup- 
plementum in cronica Himgarorum. C. 6970. Fra suoi scritti 
inediti, che andaron da poi smarriti nelle mani del padre Riceputi, 
si annoverano: — Le origini della Chiesa di Croazia e Dal- 
mazia — Gl'indici e cataloghi degli Arcivescovi e Vescovi — 
La serie dei concilii e dei sinodi patri — Le vicende delle 
patrie Chiese. Lucio visse celibe e morì settuagenario in Roma. 
Le sue ceneri stanno sepolte nella chiesa di S. Girolamo. I ma- 
noscritti suoi sul regno di Dalmazia e Croazia si conservano in 
quell' antichissima biblioteca. La sepolcrale iscrizione: 

D. O. M. 

ILLYR1CAE NATION1S IN URBE PRAESIDIBUS 

JO. LUCIO NOB. TRAGURIENSI 



190 

QUI 

DALMATI AE, CROATIAE, PATRI AMQUE HISTORIAM 

ILLUSTRA VIT ET CONSCRIPSIT. 

OBIIT III. JAN. MDLXXIX. 

LTJNELLI (Coen) Aronne di Ragusa, israelita, rabbino e 

dottore della legge, per la sua dottrina fu, in grande stima non solo 

presso gli Ebrei di Ragusa, ma anco presso quelli delle principali 

città d'Italia. Nel 1657 egli stampò in Venezia un' opera in ebraico, 

che ha il seguente titolo: Semen Atou Zeclian Aharon, cioè 

Oleum bonum senioris Aaronis, ossia un commentario sui diversi 

libri del vecchio testamento. 

LUSITANO Amato, Portoghese, venne in Ragusa nel 1551 
ad esercitarvi l'arte salutare, e nel 1558 si ridusse in Salonichio, 
ove si fece ebreo e morì. Nella sua opera medica: Centuriae VII. 
curationum medicinalium dedica la sesta centuria all' analisi 
de' morbi endemici di Ragusa e suo territorio. 

M. 

MACARIO di Montenegro, calogiero, piantò nel 1493 una 
tipografia a Cetigne; e la prima opera che uscì de' suoi torchi, si 
fu: Okoih ititi osmoglasnik in foglio, di 270 pagine, e la compì 
nel 1494. Stampò eziandio nel 1495 il Psaltir in 4° ed il Molit- 
venik ili Enchologion, e nel 1512 YEvangjelie. 

MACHINENSE Nicolò da Cattaro. Quale sia stato l'anno di 
sua nascita e dove assolti avesse gli studi, ignorasi tuttora. È da 
ritenersi però, che nascesse dopo il 1400, e che percorsa abbia la 
carriera letteraria in qualche dotta università; conciossiacchè fosse 
stato oratore di molta fama e teologo, e come questo laureato; non- 
ché destro diplomatico e uomo di stato. Pio IT. creavalo vescovo di 
Modrussa, e nel 1462 lo spediva legato a Stefano ultimo re della 
Bossina, ed ai finitimi principi per oggetto di religione e per distac- 
carlo da certa ignominiosa soggezione di Maometto lì. Nicolò rag- 
igiunse lo scopo della sua missione ; ma il Turco al niego del tributo 
nvase la Bossina, e in breve tempo la ridusse in suo potere. Dopoe 
la catastrofe di quest' infelice regno il Machinense rimase in Unghe- 
ria come legato pontificio, e qui non istette molto a conoscere, che 
parecchi di que' magnati nutrivano poco affetto verso il loro re 



191 

Mattia. Stimò dunque d'avvertimelo onde ischivare le tristi conse- 
guenze, che potevano emergere da poi, ed il re diede a divedere, 
che gradiva le fattegli confidenze, ma egli nel fatto mirava a due 
fini, di vendicarsi cioè del nostro prelato che col suo innocente con- 
siglio aveva forse accelerata la perdita della Bossina, e d'imporre 
dell' altra parte a que' magnati, che gli erano poco affetti. Assem- 
bratosi in quel torno a Buda la dieta del regno, il re con innaspet- 
tato consiglio rivoltosi a lui alla presenza di tutti que' principi, lo 
interrogò, gli additasse quali tra questi conoscesse a lui nemici. A 
tale domanda il Machinense oppose un dignitoso silenzio, e tosto 
uscì dalla dieta e dal regno. — Compose egli un trattato della Con- 
solazione, che il Profess. Evasio Leone ritrovò a Corfù sepolto nella 
dimenticanza. Il Leone pensava pubblicarlo co' tipi della regia stam- 
peria di Modena nel 1817, e n'aveva dato alla luce il programma, 
in cui dice tale lavoro pieno di sapienza e di erudizione, e adorno 
delle più ingenue grazie dell' immaginazione e dello stile; quando in 
un secondo viaggio che fece nella Grecia, cessò di vivere. Il mano- 
scritto del Machinense passò nella Vaticana di Roma, e trovasi al 
Nro. 5139 ben legato in 4° grande, contiene 113 pagine, ed è diretto 
ad Dominimi Marchimi Vicentinum Praesulem, che secondo 
l'Ughellio è Marco Barbo veneziano, nipote di Paolo II. Un' altra 
sua opera super Psahnos in 8° gr. trovasi nella Vaticana, ed 
un' opuscolo nella biblioteca Corsini in 8° stampato sine loco, anno 
et typorafo, citato dallo Spondano all' anno 1471, contenente V ora- 
zione funebre del card, di San Sisto, cioè Pietro Riario Arciv. di 
Firenze morto nel 1474 in Roma. Il Machinense morì in Roma, e fu 
sepolto a S. Maria del popolo, ove sulla tomba leggonsi i seguenti 
tre distici postigli da sua cugina Francesca di Ragusa: 

Deo. Opt. Max. 

Quem nullum latuit studium, vis nulla loquendi 
Urna tegit celebrem quantula Nicoleum. 

Hic meruit post te certas, Hieronyme, laudes, 
Alter honos et spes, Illyris ora, tibi. 

Occidit, an vivit praesul, Parca, improba? vivit, 

Non timet ut rapiat, parva Modrusa, decus. 

MACRONEO Pietro di Sebenico, canonico di Scardona. Visse 

nel 16. secolo. Tra i manoscritti posseduti nel 1634 da Lorenzo 

Ferenczfi a Vienna, si trovavano varie cose del Macroneo. Un solo 

opuscolo di lui è stampato ed ha per titolo: » Controversi a Lyaei 



192 

atque Tethidis, Vìennae 1634« y ed è un pasticcio di passi scrittu- 
rali parodiati per servire a questa lite, trattata nulla meno che 
dinanzi il tribunale di Dio. 

MAFFEO Nicolò canonico di Spalato, insigne per pietà e 
per dottrina, morì di podagra nel 1654. Lasciò non pochi monu- 
menti del suo sapere, tra quali: Oratio de divo Hieronymo. Si 
leggono alcuni suoi earmi tra gli opuscoli stampati da Dionigio 
della Croce. 

MALASPALLI Belisario di Spalato, capitano di nave, visse 
sullo scadere del secolo XVI. od in quel torno, uomo assai erudito 
nelle lettere latine, italiane ed illiriche. Negli intervalli di tempo 
che l'arte marineresca gli lasciava, prendea diletto nel coltivare i 
buoni studi. Si ha di lui un' ottima versione dell' erudito discorso 
di Vincenzo Priboevo Lesignano: Sulle origini e vicissitudini 
degli Sciavi, la quale meritò di essere publicata coi tipi del celebre 
Aldo Manuzio in Venezia nel 1595 in 4°. Il Farlati (T. I. p. 361) 
accenna ad un' altra traduzione dello stesso lavoro fatta da un 
tale: Nauclerus Parestinus. 

MALCOTTI Gian Domenico (detto pure Foconio o de' Sera- 
finis) di Venezia, ancor giovinetto vestì l'abito di S. Domenico, e 
ne* studi tanto entrò innanzi, da essere proclamato Dottore di Teo- 
logia e delle Sacre Pagine. Lettore, Gregorio XIII. gli conferì il ti- 
tolo e la dignità arcivescovile di Corinto, e Luigi Michieli Arci- 
vescovo di Spalato lo scelse a suo coadjutore nel maneggio de' do- 
veri arcivescovili , ed a suo successore. Visitò più fiate la diocesi, 
correggendovi i costumi e le prave consuetudini temperando. Sotto 
di lui venne in Dalmazia qual Visitatore Apostolico, Agostino Va- 
lerio Vescovo di Verona (1579), e visitate le diocesi tutte, convocò 
il concilio nazionale a Zara, a cui intervenne Gian Domenico. Fu 
cura speciale di Agostino di prescrivere che fossero eretti due semi- 
nari, uno a Zara, a Spalato l'altro; e Gian Domenico a fronte della 
viva opposizione del capitolo lo istituiva nel 1581; ma tosto nel 
1594 cessò stante la mancanza di mezzi e di istruttori. Chiese i 
Gesuiti, ma non li ottenne. Nel 1582, morto Luigi Michieli, restò 
Arcivescovo. Ebbe controversie coi capitolari e coi cittadini, ma 
ne uscì vincitore. Nel 1585 convocò un concilio diocesano, e nel 
1587 un altro nazionale. Morì nel 1602 a Venezia, ove l'anno 
innanzi erasi recato per sostenere alcune nuove controversie contro 



193 

il capitolo e la comune. Lasciò un'opera col titolo: ^Discorso 
pio e cattolico sopra V urgente negozio di Franzia. « 

MARCELLA P. Bonaventura di Cattaro, uomo molto eser- 
citato nella pratica di cristiane virtù e di vaste cognizioni in teolo- 
gia morale e diritto canonico. Vesti di forme illiriche i discorsi di 
Turlot, stampati per cura de' suoi amici in Venezia nel 1770 
presso Ant. Basanezo. Voltò pure nello stesso idioma i casi mo- 
rali di Benedetto XIV. , ancora inediti. Morì nel 1806. 

MARCELLINO, uomo chiarissimo, naque in Dalmazia, e fu 
cancelliere di Giustino Imperatore. Nel 534 compì il suo Chroni- 
con rerum orientalium in Ecclesia gestarum Historiam com- 
plectens, principiando dall'anno 379, dove cessava S. Girolamo, e lo 
produsse fino all' anno quarto del consolato di Giustiniano. Tutto 
ciò che in questo lavoro havvi di più fino alla morte di Giustiniano 
è d'altro autore, come ben nota Sirmondo. Antonio Schonhovio 
ne die la prima edizione, poi altre uscirono a Parigi 1546. 8., e 
1575. Heidelberga 1588, Lione 1606, Amsterdam 1658. Il Sir- 
mondo die da poi a Parigi (1619 in 8°) sul codice Tiliano un'emen- 
data edizione, indi fu riportato nella Bibliotheca Patrum Tom. IX. 
p. 517. Scrisse Marcellino a sentenza di Cassiodoro {Divin. Lect. 
e. 17. 25): Libros IV. de temporum qualitatibus et positioni- 
bus locorum, ac totidem alios de urbibus Constantinopoli et 
HierosolymiSy smarriti. 

MARCHI GianPaolo, patrizio Spalatrino, e nel 1705 pre- 
sidente dell' accademia illirica in sua patria, voltò in illirico l'ope- 
retta col titolo: »Hvala Svetih, ali govorenja zabilizena priko 
godista.« 

MARCOVICH canonico, nativo di Budva, lasciò inedita una 
storia o piuttosto cronaca intorno alla sua patria ed alle imprese 
de' suoi antichi abitanti. 

MARINELLI Vincenzo, prete di Boi, scrisse: »Sventure e 
conforti del 1834 al 1846. Venezia 1847. — Della santità 
dell' origine e del fine delle scienze e del XI. congresso scienti- 
fico in Venezia. Discorso accademico. Venezia 184? '.« 

MARINO (Santo), dell' isola d'Arbe, nel 4. secolo si recò a 
Rimini come tagliapietre, chiamatovi per la ricostruzione del ponte, 
ove rimase tre anni e si procurò la benevolenza di Gaudenzio ve- 
scovo di Brescia, il quale lo persvase ad abbracciare lo stato eccle- 

13 



194 

siasticoe l'ordinò diacono presso d'Urbino. Da poi e* salì romito in vetta 
al Titano, ove raccolti intorno a se altri compagni, pose le fonda- 
menta di una republica di gente industriosa, pacifica, morale, tuttora 
rispettata dai potentati dell' Europa. Altri sostiene, che in forza de' mi- 
racoli che molti si operavano sulla sua tomba, concorse a quella vetta 
gran massa di pellegrini, i quali a poc o a poco andarono a formare, 
una città, detta da poi di S. Marino (Biog. Un. A. e. M.). Siccome 
sortiva da natura membra robuste, così era fornito d'animo forte e 
di mente vasta e colta abbastanza. Visse eziandio santamente a 
tale, che già nel 8 secolo a lui una chiesa fu eretta in Pavia. 
Avendo fondato con la morale e con la religione una ristretta so- 
cietà, morendo lasciò ricordi di pace, di costume e di libertà, con- 
servati in perpetuo retaggio. La chiesa celebra la sua festa ai 
4 settembre. Una storia ragionata di questa republica diede Mel- 
chiore Delfico nel suo lavoro »Memorie storiche della Republica 
di S. Marino. Milano 1804, in 4° 344 pag. 

MARINOVICH Giuseppe naque a Perasto nel 1741. Man- 
dato nel collegio illirico di Loreto, si ascrisse alla compagnia del 
Lojola. Compiti gli studi, insegnò rettorica nel collegio del suo 
ordine in Fermo. Poscia recossi a Roma, ove die opera agli studi 
teologici. Fatto sacerdote, indi a poco nel 1773, venne da Cle- 
mente XVI. l'abolizione de' Gesuiti, ed egli si ritirò a Perasto, 
donde passò a Venezia, e quivi si fece amico il nobile Marchese 
Giov. de Serpos. Nel 1 785 fatto precettore dei dogmi della Cat- 
tolica Religione nel convento di S. Stefano, coltivò la poesia latina, 
e ne compose di ottime produzioni, fra quali si distinguono: Y elegia 
in morte dell' illustre Cattarino Trifone Urachien, di Pio VI., di 
Luigi XIV. e del Patriarca Federico Giovanelli; i suoi epigrammi 
per le Psiche del Canova ecc. dottati della più forbita latinità. 
L'eloquenza, ch'egli dimostrò nelle sue prediche e ne' panegirici 
è superiore ad ogni encomio. Scrisse una dissertazione polemico- 
critica sopra due dubbi di coscienza concernenti gli Armeni Catto- 
lici nella Turchia, e n'ebbe lode. Tre anni dopo stampò in tre 
volumi un compendio storico di memorie cronologiche risguar- 
danti la religione e In morale del/a nazione Armena (1786), 
ove fece uso d'una critica impareggiabile. Sendo stata quest' opera 
impugnata da alcuni teologi dell' università di Siena, comparvero 
diversi libri in sua difesa, tra quali quello di Gian Domenico Stra- 



195 

tico Vescovo di Lesina, di maggior levatura. Rimase inedito il suo 
Corso di Teologia Dogmatica presso gì' Ivano vich di Dobrota. Fu 
ascritto a molte accademie, e tenne istrettissima amicizia coi più 
dotti del suo secolo. Nel 1784 venne eletto a Parroco di Perasto ed 
Abate di S. Giorgio, e verso il 1800 ottenne che non gli fosse con- 
ferita la sedia vescovile di Cattaro, Pio VII. nel 1800 lo volle a 
Roma, ove scelselo a Teologo della Sacra Penitenzieria. Morì in 
Roma nel 1801. Scrisse eziandio Tre trattati Teologici somma- 
mente ammirati; un' Elogio funebre per le solenni esequie del 
Patriarca Federico Giovanelli, Venezia 1800 presso Giustino Pa- 
squali, ed altre elegie latine parte edite parte inedite. Ma se fu 
dottissimo nelle scienze, non ebbe però vanto di gran poeta. 

MABINOVICH Pietro di Sebenico, legato al Tommaseo coi 
vincoli del sapere e di strettissima amicizia, cessò di vivere nel 
1834. Lasciò preziosi manoscrittij ed alcune cose uscite alla luce 
ne' giornali d'Italia; il tutto dettato con sapore veramente italiano. 
MARNAVICH Tomco Giovanni naque nel 1579 in Sebenico, 
dove da molto tempo erasi domiciliato Marco suo padre, trapian- 
tatovisi da Nissa, città della Bossina, in cui primeggiava per no- 
biltà e possanza la sua famiglia. Aggregato in verd' età alla milizia 
Ecclesiastica, venne a Roma spedito sotto la disciplina dei padri 
della Compagnia di Gesù, ove fu coronato con l'alloro dottorale nelle 
teologiche facoltà. E che felici fossero i suoi progressi ci dimostra 
la famigliarità ch'ebbe tosto co' uomini a quel tempo per sapere e per 
dignità cospicui, quali erano Baronio, Barberini, Sacchetti, e sovra 
ogni altro Pietro Pazmany arcivescovo di Strigonia. Fatto cano- 
nico di Sebenico, fu poi trovandosi nuovamente in Roma, decorato 
del titolo di protonotario Apostolico e revisore delle opere in lingua 
illirica; nel qual uffizio giovò la ristampa, che allora facevasi dei 
libri di Chiesa nella lingua medesima. Eletto arcidiacono di Zaga- 
bria per opera dell' arcivescovo di Strigonia, ne faceva rinunzia, e 
nel 1631 aggregato alla cittadinanza di Roma con diploma amplis- 
simo, indi a poco venne nominato dal re d'Ungheria alla sede ve- 
scovile di Bossina e confermato tosto da Urbano Vili. Rimaso però in 
Roma, e governando la sua diocesi col mezzo di vicari, destinavalo 
il Pontefice visitatore Apostolico dei conventi di S. Paolo Eremita 
in Ungheria ed in Polonia. Adempì il carico affidatogli egregia- 
mente in Ungheria, però vedendosi opporre ostacoli al proseguimento 

13* 



196 

in Polonia, si trasferì in Zagabria, ove consagrò la cattedrale, ed 
ebbe oltre a ciò da quel vescovo onorevolissima accoglienza e la 
dignità di canonico e lettore. Reduce in Roma, consagrò nel 1634 
il tempio nazionale di San Girolamo. Fece nel 1639 il testamento, 
e vi morì nell' anno stesso, ma il luogo ne è ignoto. Scrisse di molte 
cose, di alcune dottamente. Le sue opere sono: »De lllyrico Cae- 
saribusque illyricis. Mss. — Or atto in laudem Fausti Ver ardii 
Sibenicensis , episcopi Chanadiensis in Hungheria, Venetiis 
16 Vi. — Oratio in adventu Francisci Molini Rep. Ven. sum- 
mi legati. Venetiis, 1623 in 4°. — Vita Petri B erisiavi Ves- 
primiensis Episcopi Slav. Dalm. et Croat. bani, Venetiis 
1620 in 8°. Il Fortis e lo Stratico vogliono che sia autore di 
quest' opera l'arciv. Antonio Veranzio. — Spiegazione più ampia 
della dottrina Cristiana composta da Roberto Bellarmino, tra- 
dotta in lingua illirica per ordine di Urbano papa Vili, e della 
S. Congregazione di Propaganda. IJoma 1627 e Venezia 1699. 

— Unica gentis Aureliae Valeriae Salonitanae dalmatica e 
nobilitas. Romae 1628 in 4° con incis. — Sacra columba vene- 
rabilis Capituli Canonicorum S. Petri romaricensis ab impo- 
stura vindicata, suaeque origini restituta. Romae 1629 in 4°. 

— Regiae sanctitatis illyricae fecunditas. Roma 1640 in 4°. In 
questa cita le altre: — Vinea Domini in lllyrico; Ada Mar- 
celli Ponti ficis, qui Cajo successit post Marcellinum; e Dialo gi 
Rlyrici, di cui se e quali edizioni esistano non è noto. La Bio- 
grafia Universale menziona: Dialogi de lllyrico et rebus Dal- 
maticis, Romae 1634. Il Farlati ed il Paulovich ne fanno due opere 
separate; —Inditia vetustatis et nobilitatis familiae Marciae, vulgo 
Marnavitiae. Romae 1632. — S. Felix episcopus et martir, Spa- 
latensi urbi dalmaticae croaticae metropoli, primatialique et 
veritati vindicatus. Romae 1634. — Pro sacris Ecclesiarum 
ornamentis et donariis contra eorum detractores dissertatio. 
Romae 1635 in 8°. — Vita della santa donna Maddalena da 
Modrussa. Roma 1635. — Vita di S. Margherita vergine, 
scritta in illirico e stampata in Venezia. — Vita B. Augustini 
Casotti, patritii Traguriensis, ex ordine Domenicano, episcopi 
Zagabriensis, ac deinde Lucermi, riportata dal Ferrari, da Gu- 
glielmo Cuper e dal Farlati in gran parte nel Tomo V. dell' Ely- 
ricum Sacrum. — Vita S. Sabae abatis, Stephani Nemaniae 



197 

Rasciae regie filli. Venetiis 1789. Monsignor Stratico ne' suoi 
manoscritti asserisce, non aver curato il Marnavich nelle sue opere 
la buona critica e la eleganza dello stile. 

MAROVICH Anna, unica figlia di Giuseppe Marovich, che 
da Dobrota di fresco tramutossi a Venezia, ebbe a precettore l'egre- 
gio Ab. Daniele Canal. Fin' da primi anni sacrò al cielo l'ingegno, 
sacrò il pennello: i suoi libri son tutti ascetici, i suoi quadri son 
religiosi. Dei primi ne scrisse assai, e ne basti a lode l'elogio che 
di essi ne fece l'illustre Jacopo Monico Patriarca di Venezia nella 
sua viva corrispondenza con Anna: sbramerei io stesso d'espri- 
mere i miei sentimenti con quella unzione e con quella cristiana 
filosofia, che spirano dai vostri scritti*. E se da questa parte è 
tanto innanzi la Marovich, ciò a lei non tolse di rapidamente avan- 
zare nelle arti della musica e del disegno; conciossia che la meta 
da lei raggiunta, parebbe degna d'artista ben consumato; tanto sono 
finiti i suoi lavori a matita ed all' aquerello. Le sacr e imagini, 
unico soggetto che ella dipinse ad olio, alla perfezione del lavoro 
accoppiano un' aura mirabile di dolcezza e di compunzione, per cui 
tale si levò un grido della di lei valentia, che S. M. l'Augusta 
Imperatrice madre la incaricava d'un quadro della Vergine del Car- 
melo. A Venezia nella chiesetta di Santa Maria del Pianto havvi 
un eccellente dipinto di lei, cioè: Madonna adolorata. 

MARSICH Giovanni di Pago, visse nel 17. secolo e stampò 
una raccolta di poesie varie e di satire non senza qualche merito 
in idioma vernacolo. 

MARTELLICI Ignazio di Ragusa, domenicano, valente ora- 
tore, poeta latino e pittore. In Ragusa conservasi di lui il quadro 
di S. Pio V., e parecchi libri corali egregiamente miniati in 
S. Maria della Sanità in Napoli, ove mori nel 1656, di 32 anni. 

MARTINGIGH Gerolimo di Spalato, visse in sul cadere del 
15. secolo, fu distinto poeta latino e slavo. Marulo scrisse in sua 
lode e di suo fratello Francesco varie poesie, e Annibale Lucio gli 
dedicava le sue canzoni amorose, e gli diresse non poche lettere in 
versi. Di Gerolimo non ci restano gli scritti, quantunque nel 17. se- 
colo esistessero in mano di M. Dumaneo. Mori da percossa, lan- 
ciatagli a tradimento. In una raccolta di poesie conservataci da 
Pietro Lucidi di Traù, intitolata: Variai, havvi una sua poesia 



198 

alla Vergine, che il eh. Kukuljevich stampò nei suoi »Piesnici 
Hevatski XV. vieka (Zagabria 1856 fase. 1.). 

MARTINI (de) Angelo , di Ragusa, domenicano, buon potae 
latino vissuto sullo scorcio del 1400; scrisse: Methodus Oram- 
maticae — Carmina varia. 

MARTINIACO Francesco e suo fratello Gerolimo, di Spa- 
lato, ambidue ingegni distinti per erudizione e per eloquenza; in 
ispecieltà si distinsero come valenti poeti, ed il Dumaneo aveva 
molte delle loro produzioni. Il Marulo celebrò entrambi con elegan- 
tissimi epigrammi. 

MARTINO B. da Cattaro, religioso francescano, spedito al 
Signor di Persia (Ussum Assan) l'anno 1472 da Papa Sisto IV. 
(1471 — 1484), per trar quel principe nell' alleanza contro Mao- 
metto II. , che recava timore a tutti gli stati dell' Europa. Mar- 
tino massacrato dai barbari, suggellò col martirio la sua missione. 

MARTINO D. di Sebenico, canonico di Scardona e distinto 
teologo nel 1500; compose l'opera col titolo: »Cronicon Dalma- 
tiae ed Salodiae scripta per D. Martinum de Sebenico 1489 « 
( V. BibL Patav. J. Ph. Tomasino. Utini 1639 p. 70. in 4.). 

MARTINO di Ragusa, stampatore, di cui esiste a testimo- 
nianza di Apostolo Zeno l'edizione del seguente libro: Quaestiones 
Focianae Philalethis Polytopiensis. Neap. 1536. 

MARTINOVICH Marco di Perasto, ove naque correndo il 
1663. Salito in fama di celeberrimo nelle matematiche e nella 
scienza della navigazione, trovossi in Venezia all' arrivo di sedici 
giovani, che lo zar Pietro il Grande raccomandava alla Veneta 
Republica, perchè nelle scienze esatte e in tutto ciò che alla navi- 
gazione si appartiene, li facesse istruire, e fu per decreto di quel 
Senato a direttore e maestro dei medesimi trascelto. Ebbe poscia 
un naviglio, col quale solcando i mari dell' Adriatico e del Mediter- 
raneo, ottenne, che i suoi allievi in poco tempo divenissero abilis- 
simi ufficiali di marina. Morì nel 1716 addì 28 ottobre. 

MARULO Marco, di nobil prosapia Spalatina, ebbe a padre 
Nicolò, personaggio non meno nelle politiche discipline e ne' libe- 
rali studi erudito, che d'ogni saputo ingegno favoreggiatore eccel- 
lente, e del governo di sua patria sostenitore acerrimo. Pietro, 
Giovanni e Valerio, fratelli di Marco, capitani di galere, e Si- 
meone milite di terra, col loro valore ben meritarono di Venezia; 



199 

Alessandro, il sesto, a tutti sopravisse ed attese a propagare la fa- 
miglia. Vicenza unica di lui sorella trasse vita solitaria nel mo- 
nastero di S. Benedetto. Da lei vennero dati molti saggi letterari, 
e furono particolarmente scritte molte lettere confortanti a vivere 
vita onesta e santa, le quali appaiono trascritte da mano di suo 
fratello Marco. Questi naque ai 18 agosto del 1450; e da primi 
suoi anni fino alla più avanzata età nulla operò che non fosse 
degno di laude; nulla disse che non fosse ammirabile; nulla scrisse 
che non fosse meritevole di ricordanza perenne. A tutti caro, a 
tutti gradito ed amabile, egli si ammaestrò alle discipline del Pi- 
sentino, uomo a que' tempi saputissimo, da cui fu istruito ne' ru- 
dimenti della greca favella. Marco pertanto avanzò nelle lettere sì, 
che ancor tenerissimo proferì, ammirato da tutti, un forbito discorso 
in lode di sua eccellenza serenissimo Nicolò Marcello. Sortito dà 
così avventurata adolescenza, e giovane, isfuggiva ogni vanità pro- 
pria a' suoi coetanei, e fra gli uguali risplendea in quella guisa, 
come il giacinto in mezzo a verdeggianti prati, e come amaranto 
tinto in porpora tra biancheggianti rose. Gli fu statura mediocre, 
larghe le spalle, corporatura men goffa che gracile, fronte serena 
ed ampia, occhi neri, naso aquilino, faccia avvenente, capegli ca- 
stani ed arruffati, barba autorevole e veneranda, e tutto il resto 
proporzionato alla statura. Uomo di poche parole, lento ne* passi, 
affabile e lepido grandemente in compagnia, manifestava più in pri- 
vato che in publico non ostentasse la scienza, onde andava fre- 
giato; parlava quanto sentiva, ed era sì modesto, cortese e soc- 
correvole, che meritamente modello del vivere, specchio di virtù, 
e regola d'ogni santità veniva da tutti addimandato. Fino alla 
morte del suo dilettissimo fratello Simeone fu ligio ad un vestire 
cavaleresco; se non che ritengo, considerando egli la caducità delle 
cose terrene, drizzò ben tosto la sua mente alla contemplazione di 
Dio. Teneva pinguissimo retaggio rispetto al luogo dove naque. 
Abbandonato aveva a Valerio, il più giovane fratello, la direzione 
delle facende domestiche; a quel Valerio, la cui morte pianse indi 
amaramente, come ne fa fede V Elegia statami da lui dedicata. 
Morto Valerio, a malincuore, coni' egli stesso se ne doleva, as- 
sunse il pesante governo delle cose familiari. Preferì a sua stanza 
un casinetto isolato, fornito di libri, ove visse con tenui spese, 
quasi quarant' anni poetando, e donandosi allo studio dolio sacre 



200 

scritture. Ivi meditava e scriveva, e si mortificava ben anco dì e 
notte colla più austera penitenza, esacerbata da digiuni, cilici, 
preghiere ed aspre flagellazioni. Dalla parte posteriore della sua 
cella aveva accesso alla chiesa dedicata alla Beata Vergine e a S. 
Doimo, discepolo di S. Pietro, principe degli Apostoli, ove as- 
sisteva a divini uffizi, ai quali era quantomai assiduo, anzi era il 
primo ad entrarvi , e l'ultimo ad uscir fuori dalla chiesa. Non 
mangiava mai carne; tutto quel tempo che gli sopravanzava, for- 
niti cotesti atti di religione , tutto quanto lo profondeva allo studio 
ed all' erudizione. Caritatevole, pio, d'ogni virtù era specchia- 
tissimo modello. Partiva segretamente ai poverelli e tapini quanto 
avea; sempre però retto da quell' evangelica carità, che dice: non 
sappia la destra ciò che largisce la sinistra. Per condurre vita 
più tranquilla nell' età pressoché di sessant' anni, si trasferì in 
suU' isola di Solta, dodici miglia distante da Spalato. Colà egli 
dalle moderne seducenti lusinghe e da nojosi raggiri si era messo 
in sicuro, come in posto dì salvezza e di tranquillità. Nel mona- 
stero dedicato a S. Pietro, esistente nella così detta Valle Sorda, 
egli passò due anni; di poi pel timore dei corsari, che infestavano 
quelle spiagge, ritornossene in patria, che Spalato addimandasi, 
antichissima fra le città dalmate, dai ruderi di Salona distante tre 
miglia, un dì fu palazzo dell' imperatore Diocleziano, luogo di 
amenità e di delizia, lodatissimo emporio, al dir di Plinio, de' po- 
poli, delle isole e delle città dalmate . . . Compose moltissimi vo- 
lumi destinati alle stampe; buona parte de' quali gira e viene 
smerciata di qua in là dai librai, ed è lodata dai dotti, e sarà 
dai posteri tenuta in somma estimazione. Quelli poi che di volo si 
accennano sono i seguenti : Sei libri de ratione bene pieque vi- 
vendi per eccempla sanctorum. Aversae 1601. Sette libri d'evan- 
geli (Venezia 1516 in 4°). Un libro De imitatione Christi. Un 
libro: Quaestiones utriusque testamenti. Un libro: Quiiiqua- 
ginta parabolae (Venezia 1517. in 8°). Un libro: Vita D. Hie- 
ronymi (Scrip. Ber. Hung. Tom. III. e in fine della storia del 
Lucio, Amsterdam 1666). Un libro: Commentarla in inscriptio- 
nes veterum in marmore incisas. Un libro: Dalmatiae regnm *). 



') Marci Maruli: Regum Dalmatiae et Croatiae gesta latinitate donata, 
sta fra Rerum dalmaticarum scriptores del Lucio (Amsterdam 1666. 
n. IL), il quale vi appose molte note in fine, e che Schwandtner colocò 
a pie di pagine. 



201 

Un libro: Psy citologia de ratione animae humanae. Quat- 
tordici libri: Davidiados Carmen. Sette libri: Poematum. Un 
libro: De humilìtate et gloria Christi. Un libro: De vitio ava- 
ritiae, divitiisque contemnendis , liberalitatisque virtute. Un 
libro: De viris illustribus veteris testamenti; De Hercule a 
Christianis superato, dialogus. Un libro: De ultimo judicio; 
De pace Italiae carmen heroicum. Scrisse pure sei libri di Sto- 
ria di Giuditta, in lingua illirica siffattamente adorna nel dire, 
che nulla di più bello, nulla di più gradito possano desiderarsi i 
dotti di cotesta favella (Venezia, 1522, e 1627.). Finché visse ebbe 
tre specie di amici. La prima si fu di loro, che per essere lontani 
e non conosciuti personalmente, pure pel grido della fama di lui ten- 
nero in sommo pregio i suoi scritti; ne andarono errati nel favorevole 
giudizio, che se ne formarono. Costoro furono appunto i cospicui per- 
sonaggi, non meno di lui elevati a sommo nome, il reverendissimo mon- 
signor Domenico Grimani, per divina grazia vescovo di Oporto e Car- 
dinale, di S. Marco, il reverendissimo Pietro Precislao vescovo di 
Vesprim, ed insigne Bano della Croazia; Cristoforo Marcello, arci- 
vescovo di Corfù ; Agostino Mula, patrizio veneto generosissimo ; 
Bernardo Zane dottore in lettere e sacra teologia, arcivescovo 
metropolita di Spalato ; e molti altri, i cui nomi per amor di bre- 
vità crediamo di tacere. In secondo luogo poniamo gli uomini probi 
ed onorati ma di minor dottrina, nel cui novero furono dott. Giro- 
lamo Papali, solito a cantare i versi del Marulo di gentilissima 
melodia, sposandoli alla lira; Nicolò Petrarca, Marino Cutteo, 
Pietro Gregoriano , e Luigi Papali , i quali ultimi due nominò 
commissari del suo testamento in segno di peculiare amicizia. Se- 
guono infine personaggi di non mediocre dottrina, ed eccellenti in 
poesia, i quali a vicenda componendo eloquentissime allocuzioni e 
versi dolcissimi, si spronavano nell' arringo della gloria. Costoro 
furono Cristoforo Papali, esimio dottore in ambe le leggi, due 
fratelli Martinacci , Girolamo e Francesco, uomini eruditissimi. 
Ne taccio me Francesco Natali, benché ultimo per ingegno e dot- 
trina; tuttavia a nessuno secondo nell' amore verso un uomo si 
degno: Nicolò ed Antonio Alberti, nobili fratelli e versatissimi 
nelle lettere. Tutti questi dopo la morte del Marulo diedero in te- 
stimonianza della loro amicizia per lui versi elegantissimi e copiosi. 
Morì ai 5 di gennajo del 1524, con animo non affranto, come si 



202 

suole per lunga malattia, ma con lodar Dio Creatore, al quale pre- 
sentò lo spirito, ed una vita integerrima, incolpata e cristiana- 
mente fornita. Ebbe onoratissima sepoltura nella chiesa si S. Fran- 
cesco, fuori della città, dove riposavano anche i suoi maggiori, 
come egli stesso volle per testamentarie disposizioni, in cui legò 
a' poveri tutto il suo. Il suo volo alla patria celeste, scopo, a cui 
erano ognora indiritti i suoi voti, fu accennato da onorevoli epitafi 
che vi si leggono scolpiti.* 

Quest' è la vita di Marco Marulo, scritta dal suo contempo- 
raneo ed amico Francesco Natali, patrizio Spalatino, volgariz- 
zata dal nostro valente amico L. Svillovich. Giuseppe Antonio 
Costadoni sotto il nome del Conte Agostino Santi Pupieni in una 
delle sue lettere critiche publicate a Venezia nel 1 768 tessè la vita 
del Marulo, innestandovi una novella calunniosa e falsa cui però 
valorosamente confutò il sullodato Prof. Svillovich. Un' opera del 
Marulo, dimenticata dal Natali e di grande pregio si ò: Inscrip- 
tiones Dalmatiae qiiae in manuscripto codice Vaticanae Biblio- 
tecae num. 5249 reperiuntur , a Marco Marulo, Patritio Spa- 
latemi collectae etc. Venetiis 1673. x ). L'Ariosto lo disse il di- 
vino; l'Ektorevich ed il Barakovich cantarono le sue lodi ne' loro 
immortali poemi. Un' altro Marco Marulo, francescano, vissuto 
un secolo dopo, scrisse sulla Passione di Gesù Cristo (Venezia 1636). 

MASCIBRADICH (Scjugljaga) Marino di Ragusa. Menò vita 
tranquilla fra gli ozi campestri, e formava sua delizia di coltivare 
un suo giardino alla foggia italiana e in questi agi died' opera so- 
lerte alla poesia slava, in cui riuscì a meraviglia. Domenico Ragnina 
gli addirizzò varie sue poesie, e tra le proprie stampò in Firenze 
un elegante canzone di Marino. Domenico Slatarich pianse in versi 
illirici la sua morte avvenuta circa il 1598. Ci restano di lui al- 
cune altre poesie illiriche inedite. Orazio, suo tìglio naturale, 
cancelliere del Conte di Meleda, morto nel 1620, scrisse pure in 
illirico molte canzoni e varie epistole. 

MATAFARIS (de) Nicolò III., Arcivescovo di Zara (18), 
cittadino e patrizio Zaratino, di famiglia illustre per nobilissimi in- 

') Il valentiss. Sig. Gio. Kukuljevich-Sakcinski nel suo fascicolo 1. de' poeti 
antichi nazionali ricorda varie altre produzioni slave del Marulo esi 
stenti mss. in un volume ch'egli si procacciò in Dalmazia, in cui con- 
tengonsi vari atti lavori scritti in slavo nel XV. e XVI. secolo. 



203 

gegni. Alcuni vogliono, ch'egli si fosse dell' ordine de' Predicatori 
altri di S. Francesco; ma gli è noto che a nessuno di questi appar- 
tenesse egli mai. Giovanni XXII. lo nominò Arcivescovo di Zara 
(1333), conoscendolo uomo dotto, e del diritto Pontificio conosci- 
tore profondo. Celebrò un concilio in Zara per togliere la contro- 
versia insorta tra i canonici di Arbe e di Zara in oggetto di tributi 
straordinari. A questo torno di tempo i Zaratini cadevano in so- 
spetto de' Veneti, ritenendoli costoro propensi all' unione coli' Un- 
gheria. E perciò correndo il 1345 il Doge Andrea Dandolo spediva 
una flotta in Dalmazia, che assediò Zara. I Zaratini presi da ti- 
more inviano a Venezia Nicolò con altri due a chieder perdono, ma 
invano. E quindi si volsero al re Lodovico d'Ungheria, il quale 
prometteva loro di fornirli del necessario soccorso. Nicolò stesso 
durante la Messa solenne dispiegava il vessillo ungarico, eccitando 
con bellico sermone i cittadini alla difesa. Ma Lodovico calò in 
Dalmazia nell' anno seguente appena, ed accintosi a superare una 
posizione difesa da Veneti, tale una sconfitta toccò, che fu co- 
stretto a ridursi in Ungheria. Zara si sostenne da poi per qualche 
mese, ma per mancanza di vettovaglie dovette cedere dopo aver 
ottenuto il perdono dal Senato. Però nell* anno 1356 Lodovico 
strettosi in alleanza con Francesco Carrara Regolo di Padova e con 
Nicolò Patriarca d'Aquileja dichiarò guerra a' Veneti, e in poco 
tempo tolse loro la Dalmazia parte colla forza e parte per volonta- 
ria soggezione. Zara cadde per tradimento dell' Abate di S. Mi- 
chiele, e gli Ungheri ebbero pure il castello dopo la stipulazione 
della pace, cioè al principio del 1357. Nicolò morì nel 1367 e fu 
sepolto nella Metropolitana di S. Anastasia presso il battistero. 

MATAFARIS (de) Pietro IL, Arcivescovo di Zara (20), 
nipote di Nicolò, colla protezione di Carlo di Durazzo, duca della 
Dalmazia e della Croazia, ebbe la dignità Arcivescovile in età 
ancor tenera. Assunse e' dunque circa il 1376 il possesso della 
Chiesa, non però l'ordine, e tale si tenne per sette anni. — Ac- 
cadde in quel tempo che Carlo volendo recarsi in Italia con sua 
moglie Margarita figlia di Lodovico re d'Ungheria per visitare Gio- 
vanna regina di Napoli, zia di sua moglie, e cui sperava di succe- 
dere sul trono Napoletano, Margherita come donna pia e a S. Si- 
meone devota ottenne dai custodi dell' arca di questo Santo una 
particola del suo corpo. Ma appena raggiunto l'alto mare, tale 



204 

sorse orribile tempesta da disperare della salute. Margherita inda- 
gando la ragione, rilevolla nel rapimento della reliquia, e fatto 
voto di riporla al suo posto , ottenne la calma e felice ritorno. Eli- 
sabetta regina d'Ungheria appena ebbe sentore di tanto prodigio, 
die a costruire un' arca d'argento e fece riporre in essa il Santo. I 
Zaratini per emulare la pietà e la magnificenza della regina, a spese 
comuni fecero aquisto di quattro angioli d'argento, che l'arca so- 
stennessero. — Nel 1381 Pietro accompagnò Carlo mentre scen- 
deva in Italia con forte esercito, per rapire il trono a Giovanna re- 
gina di Napoli; e lo seguì fino a questa città nell' atto in cui se ne 
impadroniva, chiudendo Giovanna nel castello di S. Felice. Ritor- 
nato però nel 1382 in patria, se ne partiva tosto per l'Ungheria 
in compagnia di due patrizi Zaratini per prestare omaggio di sud- 
ditanza a nome de' propri concittadini alle regine Elisabetta madre 
e Maria figlia, rimaste sul trono dopo la morte di Lodovico poc' anzi 
avvenuta. Nel 1383 ambe le regine recaronsi a Zara, forse, 
come ne corse fama, per rapire l'arca ed il corpo di S. Simeone, 
ma i Zaratini, accortisi di ciò, fecero sì che lor non riuscisse l'in- 
tento. — Nel 1384 Pietro andò a Roma, ove fu ordinato sacer- 
dote ed Arcivescovo, e nel seguente anno a dì 9 aprile celebrò di 
ritorno la prima messa nella chiesa di S. Anastasia. A questo 
torno di tempo stanchi alcuni Ungheresi e Dalmati del regime don- 
nesco, congiurarono. Tra questi eranvi a capo Paolo vescovo di 
Zagabria, Giovanni Palisca priore di Vrana, Giovanni Horvat 
Bano della Slavonia e Stefano Latechovich, cui poc' anzi Elisa- 
betta avea spogliato della dignità di Bano della Dalmazia e Croa- 
zia. Paolo recatosi a Napoli per offrire la corona Ungarica a re 
Carlo a nome de' congiurati, questi l'accetta e tostamente messosi 
in mare, giunge a Segna, ove adunatosi un' forte esercito, a gran 
giornate si spinge verso Buda. Spaventate le regine a tal colpo , lo 
accolgono da amico; ed egli vi assume il reale diadema nel 1385, 
ma dopo pochi mesi viene trucidato da Biasio Forgach. Composte 
le cose in Ungheria, le regine scendono in Dalmazia con grosso 
esercito, ma assalite improvvisamente dal Bano Giovanni de Heri- 
cart e da Giovanni Palisca, cadono prigioniere e l'esercito viene 
distrutto. Chiuse da poi nel castello di Novegradi, Elisabetta mi- 
seramente qui lascia la vita. Sigismondo di Brandemburgo , come 
sposo di Maria, le corre in ajuto, assume le redini del governo un- 



205 

garico, e coli' opera de' Veneti ottiene la libertà di Maria, ponen- 
dola al suo fianco sul trono paterno. Pietro Arcivescovo caduto in 
sospetto di Sigismondo d'aver parteggiato coi ribelli, e temendo 
d'esserne punito, se ne fugge in Italia. Il re portogli a confisca 
ogni avere, lo fa cancellare dalle tavole publiche; ma egli recatosi 
a Roma, fu da Andrea Tomacello Marchese del Piceno posto a 
Rettore generale di tutta questa provincia, ch'egli resse con enco- 
mio d'ognuno. Morì in Ascoli l'anno 1400, e fu sepolto nella chiesa 
di S. Veneranda, ove si legge un' epigrafe sepolcrale per lui onore- 
volissima. Una tra le migliori sue opere elaborate nel corso del suo 
Arcivescovato, si fu la riforma del Capitolo di Zara. Disperso 
com' era da prima, lo unì nella Cattedrale; vi nominò tre dignità 
e dodici canonici ordinari, altri cinquantauno di titolo; a quelli 
assegnò i proventi; e ciò dietro i risultati d'un concilio dioce- 
sano da esso lui raccolto. Elevò eziandio la chiesa di Pago a col- 
leggiata. 

MASTROVICH Nicolò naque nel 1791 in Macarsca. Compiti 
i primi studi a Venezia, passò nel reale convitto di Zara, ove ap- 
plicossi in ispecieltà alle scienze matematiche e al disegno, a' quali 
sentivasi da natura inclinato. Nel 1809, entrato nel corpo degli 
ingegneri d'aque e strade , e riaccesasi la lotta tra Francesco e Na- 
poleone, si addoppiò in lui il desiderio di darsi al mestiere delle 
armi, a cui fino dalla fanciullezza inclinava, e quindi presentatosi 
a Marmont , fu accolto onorevolmente ed ascritto al corpo del genio 
in Lubiana (1810), e indi a poco nominato alfiere nel 4° reggi- 
mento Croato. Destinato nel 1813 qual ufficiale di ordinanza ed 
interprete al Quartiere Generale dell' armata italica, rimase in 
Trieste presso il Gen. Junot Governatore delle Provincie illiriche, 
che l'amava teneramente, poscia passato a Verona, prese parte 
alle operazioni guerresche, e con tale valore, che non solo ebbe 
doni ed encomi da S. A. il Principe Vice-Re, ma l'ordine eziandio 
della Corona Ferrea e il grado di capitano aggiunto allo Stato 
Maggiore (1814). Intanto caduto Napoleone, Nicolò si pose al 
servizio dell' Austria, e passato in Italia qual capitano effettivo, 
prese parte alle operazioni guerresche contro Murat, re di Napoli, 
e sotto Ancona in ispecie si distinse talmente che n'ebbe da poi in 
ricambio dal Pontefice Gregorio XVI. l'ordine di S. Gregorio 
Magno. Mandato poco dopo in 'Francia, in Marsiglia si tenne per 



206 

qualche tempo qual Commissario austriaco, indi ritornato in Italia, 
passò nel 1820 in Dalmazia, poscia in Alba Reale d'Ungheria e da 
qui a Vienna, ove dietro inchiesta del Principe Filippo d'Assia- Am- 
burgo fu promosso al grado di Maggiore, di Tenente Colonnello 
(1842) e di Colonnello (1544) del 4° Reggim. de' Croati in Ottocaz. 
Scoppiata nel 1848 la rivoluzione in Italia, ebbe egli l'ordine di 
passare col suo reggimento in quel regno, ma giunto a Trieste, trovò 
qui la sua nomina di Generale d'armata. Messo adunque sotto gli 
ordini di S. E il Maresciallo Radetzky, fu destinato pel 3° corpo 
d'armata, cui esso raggiunse sotto Peschiera. Tenne poscia il co- 
mando di Peschiera, degli avvamposti sulle lagune venete, di Pa- 
dova, occupando braccio e mente per la causa di Cesare in modo 
da ottenere i più lusinghieri encomi. E nel mentre sì bene atten- 
deva a cingere la sua fronte di nuovi allori, a 25 maggio del 1849 
gli venne intimato un dispaccio uffizioso, con ciii lo si poneva nello stato 
di riposo. Innocente coni' era, a prima giunta non si smarì a tanta 
sventura, ma poscia talmente soffrì nell' animo suo, che passato a 
Vienna, cadde inalato e a 16 gennajo del 1851 cessò di vivere. 

MATOVICH o MATULOVICH Giuseppe di Dobrota, sacer- 
dote. Nel 1775 publicò in Venezia la versione illirica del Cate- 
chismo Romano. 

MATTEI Gian -Maria di Ragusa, valente gesuita, addot- 
torato in ambe le leggi, nella lingua illirica versatissimo , stampò 
alcuni libretti di divozione e scrisse un dizionario ed una gram- 
matica illirica colle regole di prosodia. Il Dolci accenna ad un 
opera di lui col titolo: De aeris populorum, ad alcune note fatte 
ad una orazione inedita: De patria ingenii doctrinae laude tuenda 
recitata in Ragusa da Antonio Menghini Gesuita. Gli altri suoi 
scritti legò ai Padri Francescani di sua patria. Fornì il Coletti di 
molte notizie sulla storia sacra di Ragusa. Morì nel 1788. 

MATTEI Giorgio di Ragusa, sacerdote secolare, canonico di 
S. Girolamo a Roma, elegante poeta italiano, latino et illirico. 
Tenne dotto carteggio con Giovanni Alethy, e pose le fila ad un 
dizionario illirico. Ebbe una copiosa raccolta di produzioni illi- 
riche edite ed inedite, che alla sua morte, avvenuta nel 1728 
a Roma, legò alla libreria de' Gesuiti. Presso i suoi eredi si 
conservano varie orazioni, epigrammi ed elegie latine, ed altri 
scritti illirici. 



207 

MATTEI Pietro di Ragusa, vìssuto nello scorso secolo, fu 
discepolo a Napoli del celebre pittore Luca Giordano. Quantunque 
avesse potuto seguir costui a Madrid, e cooperando colla sua mano 
nel dipingere l'Escuriale, perfezionarsi nell' arte e salire a rino- 
manza, tuttavia preferì di ritornare in patria. Giuntovi, si die a 
menar vita spensierata, per cui ridottosi a povertà, usò dell' arte 
sua unicamente per campare i giorni. E perciò l'opere sue, di che 
molte lasciò in Ragusa, oltre che offrono un colorito fioco, senza 
alcuno studio o riguardo di chiaroscuro, presentano figure spro- 
porzionate all' occhio eziandio de' meno intelligenti. Morì nel 1726. 
Scrisse poesie italiane e slave piacevolissime, atte a farci conoscere 
io spirito dell' età sua e quindi degne d'uscire alla luce. 

MATULICH Nicolò di Spalato visse in sul cadere del 15. se- 
colo. Tenne stretta amicizia con Annibale Lucio, come rilevasi da 
una canzone che quest' ultimo compose in sua lode, ed in cui se 
accenna ad un lavoro poetico di Nicolò col titolo: »Boj Boga 
Jova u Flegri. Il eh. G. Kukuljevich rinvenne in un mss. di Pietro 
Lucidi di Traù alcune poesie di lui, e le diede in luce nel suo libro 
intorno agli scrittori nazionali del 15. secolo. 

MAZZUCATTO Pietro, popolano di Spalato, scrisse: »Zivot 
Sv. Josafata u Mecih god. J708 u Doni. Lovisi.* 

MEDEOVICH Giovanni di Ragusa, vissuto nel 1300, scrisse 
un' opuscolo : De ratione seribendarum epistolarwn, de chria, 
e vari commenti su Cicerone e Marziale. 

MEDO Antonio di Ragusa, nato da civica famiglia oriunda 
dalla Grecia. A verd' anni s'abbandonò allo studio della matema- 
tica e della metafisica, ed in ispecie al ristabilimento della vera filo- 
sofìa Aristotelica, a que ! tempi orribilmente guasta, e combattè a 
tutt'uomo gli Scolastici. Stimava in ispecieltà S. Tommaso d'Aquino, 
la cui dottrina seguì coi fatti e colle parole, il che lo mette in qual- 
che modo tra i primi ristauratori della buona filosofia. Mori suLT in- 
cominciare dei 1600. Le sue opere di maggior levatura sono: Co- 
gitazioni Matematiche inedite. — Antonii Medi Rag asini in 
lib. 7 . Metaphysicae Aristotelis expositìo y Venezia 1599 presso 
Francesco Bariletto; — Expositio in lib. 12. Metaphì/sicae Ari- 
stotelis, presso lo stesso stampatore; — ■ Quaedam animadver- 
siones in Praedicakilia Porphyrii, idem; — Questi lavori il 



208 

Medo dedicava al più celebre scienziato di que' tempi e Mecenate 
di tutti i letterati, Gio. Vincenzo Pinelli in Padova. 

MELEZIO di Ragusa, fiorì nel 12. secolo, il più antico sto- 
rico e letterato Raguseo, lasciò notizie su' Epidauro e su' Ragusa 
in versi latini ignobili, dati in luce prima da Michiele Sorgo; indi 
dall' Ab. Coleti con note. 

MELICIACCA (Milaziate, Melilacca o Melliciate) il più an- 
tico letterato, che vanti Cattaro. Alcuni pretendono, ch'ei fosse 
dalla Rascia, ma ad ogni modo egli appartiene a Cattaro, sia per- 
chè nel 1326 reggeva quella Chiesa Vescovile (Coleti in Hist. 
Eccl. Rag. pag. 444), sia perchè in Cattaro compose il catalogo 
delle chiese e de' Vescovi, il quale conservasi nella biblioteca Va- 
ticana in due codici segnati con questi numeri 2326 e 2988 col ti- 
tolo: Notitia Ecclesiarum et Episcoporum Urbis et Orbis ab 
Episcopo Catharensi Eocposita. Emanuele Schelstrate inserì 
questo catologo nel Tomo IL delle sue antichità ecclesiastiche, e 
prova essere stato scritto da Milaziate a' tempi di Giovanni XXII. 
(Coleti l. e). 

MENIS dott. Guilielmo di Brescia, da molt' anni protomedico 
in Zara, morto nel 1853 in Trieste. Scrisse: ^Omaggio poetico 
alla memoria della Siga. Catterina Ameri. Ragusa 1824 in 8°. 
— Saggio di Topografia statistico -medica della provincia di 
Brescia, aggiuntevi le notizie istorico-mediche sul colera epi- 
demico che la desolò nel 1836, 2 voi. Brescia 1837. — Sygea 
de arte bene diuque vivendi liber primus. 1847. — // mare 
Adriatico. Zara, fratelli Battara 1848 in 8°. In questo lavoro ci si 
offre una completa Monografia del mare adriatico. 

MENZE Pietro di Ragusa, poeta laureato, visse nel 
15. secolo. 

MENZE Placido di Ragusa, benedettino, compose un ristretto 
del decreto di Graziano colle decretali, a comodo de' confessori e 
de' predicatori, e circa il 1496 l'indirizzò a Giovanni Cornaro pre- 
sidente della congregazione di S. Giustina di Padova. Il mss. origi- 
nale esiste nella libreria di S. Giorgio Maggiore. 

MENZE Sigismondo (Mincetich-Vlahorich) naque nel 1457 
e fu il più antico poeta nazionale. A sentenza di Domenico Ra- 
gnina ne' verd' anni amò la filosofia Platonica, traendone ammae- 
stramenti per divenire uomo onesto e buon letterato. Meditò i 



209 

poeti latini, e sulla scorta di essi si pose a poetare illiricamente, e 
vi riusciva sì bene, che Ignazio Giorgi potè attestare, che Sigis- 
mondo e Giorgio Darsich sono a noi ciò che il Petrarca ed il Boc- 
caccio agli Italiani. Mori nel 1501 in età di 44 anni. Scrisse: Sei 
libri di composizioni amorose, cioè canzoni e sonetti — tre libri 
di elegie — un libretto in versi su Cristo pendente dalla croce; 
il tutto inedito, tranne alcune poesie stampate in alcune raccolte 
di nazionali scrittori. 

MENZE Vladislavo di Ragusa, morì nel 1666. Nel suo poe- 
metto, impresso in Ancona nel 1665 e di recente in Zagabria (1844 
in 16°) per cura del eh. G. Kukuljevicli: »Trublja Slovinska* 
quantunque si distingue per brio ed immaginazione, pure di troppo 
segue il gusto corrotto de' suoi tempi. I poemetti buccolici Ferka 
e Radogna uscirono però dalla sua penna affatto liberi da tale 
contagio, e quindi sono saliti in pregio appo i dotti nazionali. La- 
sciò incompleto un dramma: »S. Gustina Martire* e qualche 
altra composizione. 

MENZE Vladislavo di Ragusa, cessò di vivere nel 1748. 
Ebbe modi dolci e faceti, e con plauso coltivò le muse illiriche. 
Ma oltre un grazioso epitalamio nulla ci resta di lui. 

MICA Madio di nobile famiglia di Spalato detta de' Barba- 

zanis. Nel 1313 s'accasò con gentile donzella della famiglia Cipico 

di Traù, come leggesi in una memoria scritta da Girolamo Cipico 

erudito gentiluomo di Traù. Scrisse: De gestis Romanorum Im- 

peratorum et Sum. Pontificum; pars secundae partis de An. 

Dni. M.CCXC. Amstelodami 1786 in fine della Storia del Lucio. 

Questo racconto fu pure riportato dal Belio tra gli scrittori delle 

cose Ungariche (Tom. III. 1748 infog.). Il Lucio propose un 

hvsxQ Errata corrige all'edizione di Amsterdam nelle suelnscript. 

lat. p. 70, rettificazioni trascurate dallo Schwandtner nella seconda 

edizione. L'ab. Carrara lo dice prepotente fazioso, che scrisse con 

barbare forme XXIX articoli, mal digesti, di storia: non ispenta 

scintilla tra le tenebre del secolo XIV. 

MICALIA P. Giacomo, francescano, conosciuto per l'opera: 
Thesaurus lingua e illyricae, Romae 1651 ed una grammatica 
illirica, premessa al suo dizionario illirico-italiano-latino. Tali 
lavori vennero impressi in Loreto nel 1649 per la prima volta, a 
spese della Propaganda. 

14 



210 

MICHAELIS P. Innocenzo di Curzola, indossate le vesti di 
S. Francesco alla Badia, passò a Roma, ove apprese le scienze 
ecclesiastiche. Di ritorno s'unì alla Provincia di Ragusa, e morì a 
Stagno nel 1682. Uomo pio e dotto. 

MICHEL' ANGELO, dalmata, fiorito circa il 1540. Il Bal- 
dinucci lo dice soltanto nato nelle parti della Schiavonia, dove di- 
morò gran tempo e molto operò. Venutosene a Roma, prosegue 
egli, vi fece alcune cose. Avendo poi Baldassare Peruzzi, ad istanza 
del cardinale Hincforth, fatto il disegno per la sepoltura di Ur- 
bano VI. nella chiesa di S. Maria dell'Anima, della nazione tedesca, 
fecelo eseguire ad esso Michel' Angelo, che assai lodevolmente lo 
condusse a termine (Not. dei prof, del dis.). 

MICHEL' ANGELO di Ragusa, capucino, facondo e dotto 
oratore, e per santità di costumi illustre. Fu generale del suo Or- 
dine. Scrisse : Breve metodo per fare con profitto gli Esercizi 
spirituali stampato a Milano ed a Bologna (1705), ed altre ope- 
rette ascetiche mss. 

MICHIELI Girolamo naque nel 1600 da nobile famiglia nel 
castello di Postire. Compiti gli studi a Padova, laureatosi in ambe 
le leggi, dedicavasi ad impieghi di cancellarla presso parecchi ve- 
neti capitani, generali e rettori in Dalmazia, in Italia ed in Candia, 
dando da per tutto distinte prove dell' abilità sua e prudenza nelle 
più difficili circostanze politiche e militari. Ad onta però della 
mite sua indole, l'invidia gli concitò de' nemici, ed un' acerba per- 
secuzione sostenne dal Provveditore generale Antonio Bernardo. 
Compose circa il 1650 una Pratica Criminale inedita ma molto 
stimata, e de' Frammenti istorici sulla Dalmazia pure inediti. 
A torto gli ascrive il Cicarelli altre due opere istoriche, una sulla 
guerra in Dalmazia, e su' quella in Candia l'altra, che publicate 
sotto il nome di Sertonaco Anticano, uscirono dalla penna del dotto 
Padovano Antonio Santacroce, come rilevasi dalle lettere di Gian 
Francesco Loredano, più volte ristampate o come altri vuole di 
Giovanni Prepiani. Scrisse eleganti lettere latine, che si conser- 
vano dai suoi eredi. Ebbe stretta amicizia col Lucio, a cui fornì mate- 
riali e notizie per la grand' opera »De regno Dalmatiae*. La patria 
gli dedicava i suoi Statuti, stampati nel 1656 in Udine. Dieci anni 
dopo (1666) venne a morte nella città di Traù, dov' ebbe onorata 



211 

sepoltura. I suoi preziosi manoscritti furono incendiati nel tempo 
che venne posta a sacco la sua casa in Postire per ordine del Prov- 
veditore Generale Antonio Bernardo ad instigazione del suo can- 
celliere Gio. Antiquario di Lesina. 

MICHIELI-VITTURI Nicolò, figlio di Girolamo, uscì alla 
luce in Postire a 28 luglio 1654. In Brescia nel collegio gesuitico 
ebbe completa educazione. Era versatissimo nella storia e nella 
lapidaria, come attesta il dott. Caramaneo nelle sue Note ai Fasti 
d'Ovidio stampate a Venezia nel 1704. Scrisse una dissertazione 
sopra alcune monete de' primi Imperatori Romani in lingua italiana, 
dissotterrate nell'agro Brazzano. Nel 168() militò co' suoi sotto 
Sign, e venne scelto dall' illustre Cav. Gir. Corner Governatore di 
quella piazza. Annotò nel margine un' edizione di Tacito e la Sto- 
ria degli Slavi di Mauro Orbini, e mise in ordine lo Statuto di 
Trau, stampato poscia dal suo nipote Girolamo Cipico. Morì nel 
suo castello Vitturi il dì 25 maggio 1721. 

MICHIELI- VITTORI CONTE RADOS Antonio naque in 
Spalato ai 24 agosto dell' anno 1752. Assolti in patria, e poscia 
nel collegio di Capo d'Istria gli studi, si ridusse in seno ai suoi, e 
datosi al frugare codici antichi, a razzolare in questi peregrine eru- 
dizieni, all' archeologo care, gloriose alla patria, si pose ad illustrare 
in un suo lavoro l'epoca storia romana nell'IUirio; e tale di lui 
fatica ebbe applauso. Ma l'avviare l'industria campestre quindi fu 
sua prima cura. Inculcando anzi tutto, qual fondamento d'ogni agra- 
ria riproduzione, il migliorare e l'accrescere la specie bovina, ne 
indicava sapientemente i mezzi; e volle che innanzi ogni altra 
pianta si coltivasse l'ulivo, insegnando il modo per renderlo costan- 
temente fruttifero. E questi miglioramenti a forma d'istruzione egli 
ridusse in un volume, che vide la luce nel 1788, e che riscosse le 
lodi de' più celebri agronomi dell' età sua, d'un Filippo Rè, d'un 
Monchini ecc , e gli fruttò il titolo di membro corrispondente del- 
l'immortale accademia del Cimento in Firenze e di Ispettore sul- 
l'agricoltura in Dalmazia. Scrisse altre operette di vario genere 
nonché in poesia, per cui l'Ab. Zamagna di lui potè a ragione la- 
sciar scritto: Vitturi, Illjriae jubes decorum. — Multa et co- 
gnite laude litterarum. Morì nel 70. anno dell' età sua. La patria 
pianse il suo Varrone. Stampò nel 1778 in Venezia in 8°: Saggio 
Epistolare sopra la Republica della Dalmazia, e nel 1779. 

14 * 



212 

Saggio sopra V antica città di Salona in Venezia, 1 779 in 8° presso 
il Coleti con alcuni altri opuscoli. Abbiamo di lui pure alle stampe : 
Memoria sopra la coltura degli olivi, Venezia per Giov. Bas- 
saglia 1787 in 12°. — Riflessioni sopra gli ulivi, e i diversi 
effetti che si ravvisarono nei medesimi in Dalmazia pel freddo 
degli anni 1782, 1788, Venezia Perlini, in 4°. — Memoria sul- 
l'introduzione degli ulivi nei territori mediterranei della Dal- 
mazia e sulla loro coltivazione , letta il di 17 aprile 1788 nella 
grande adunanza della società economica di Spalato , e stampata 
nell' anno stesso a Venezia presso il Coleti, indi presso il Perlini 
1792 in 8°, e nella Raccolta di Memorie dell' Accademia di agri- 
coltura, Venezia 1792, Tom. IV., considerata degna di premio 
dai cinque deputati dell' accademia dei Georgofili di Firenze , e fu 
pure voltata e stampata in francese. (V. G. It. 1791. p. 180., 
1790. p. 193); — Saggio sopra Francesco Patrizio Dalmatino 
e Saggio sopra Marcantonio de Dominis, stampati dal Cicarelli 
nel 1811 a Ragusa; — Relazione sopra la Città e territorio di 
Spalalo. — Notizie sull' agricoltura in Dalmazia, Ragusa 1811. 

— De' danni cagionati agli ulivi dal gelo (G. It. 1790. p. 357). 
— Lettera di Diocleziano a Massimiano Erculeo, Venezia 1817. 

— Sopra ai mali che apporta alla nazione dalmatica l'avvili- 
mento in cui si tengono gli agricoltori (Giorn. d'Italia, 1791. 
Tom. II.). — Lettere due a Vincenzo Dandolo Provv. gen. della 
Dalmazia. — Esperienze varie in Dalmazia sul frumento 
(Giorn. d'Italia 1792. Tom. III.). — Memoria sopra la manna di 
frassino, in Dalmazia (Giorn. d'Italia 1792. Tom. III. e separata- 
mente). — Sidla moltiplicazione della specie bovina nella Dal- 
mazia, Venezia. G. A. Perlini 1790 in 4°. — Sopra alcune ma- 
lattie prevalenti nella Dalmazia (Giorn. d'Italia, 1790. Tom. I.). 

— Neil' ingresso di M. Fenzi alla Chiesa Arciv. di Corfu, 
Sciolti. Napoli, 1780 in 8°. — A. M. Luca Oaragnin Arciv. di 
Spalato. Sciolti. Venezia 1777 in 8°. — Pel solenne ingresso 
nella Chiesa Vesc. di Traìi di Mons. Antonio Belglava, Ora- 
zione. Venezia presso S. Occhi 1788 in 8°. — Lettere due di 
Socrate a Melito e di Battone Dissidiato a Tiberio Cesare, sulla 
Dalmazia a tempo de' Romani. Venezia 1817. — - Sermone sopra 

da felicità; — e scrisse un' Orazione sopra il ritorno di Pio VII. a 
Roma, il quale tanto piacque al Pontefice, che addimostrò la sua piena 



213 

soddisfazione all' autore, dirigendogli un' apposita lettera in data 
15 febbrajo 1815. 

MILLIS1CH Michiele Maria di Ragusa. A Macerata addotto- 
ratosi in ambe le leggi, ebbe in patria il carico di Console Cesareo. 
Occupossi nello studio della sacra liturgia greca e latina e della 
storia Ecclesiastica, coltivando nel tempo stesso le muse illiriche e 
la lapidaria, di cui in patria diede saggio più volte. Egli ci ha la- 
sciata inedita un' operetta elegante col titolo: Regum Slav orimi 
et Bosnensium Ducum brevis Historia, cui Slavonica Eccle- 
siae accedit Chorographia. Mancandoci i fatti delle opportune 
citazioni, essa perde moltissimo del suo merito. Scrisse eziandio: 
Syllaburti Ecclesiarum, quae Archi-Episcopatu Ipekiensì pa- 
rerli, seu Patriarcatus Ipekiensis Historiam. Qui havvi la storia 
delle chiese serviane, sulle quali non vi fu chi scrivesse fino all' età 
sua. Windisch la voltò in tedesco e l'arricchì di note. 

MINUCCI DE MINTJCIO, naque nel 1551 a Serravalle nel 
Trevigiano. Assolti i primi studi in patria, li continuò a Padova. 
Ne' comizi Augustani si die a conoscere dottissimo, e spedito a Roma 
dal Cardinale Madruccio Vescovo Tridentino, di cui era segretario, 
per far conoscere alla sede Romana l'operato, tale si mostrò a 
que' padri per erudizione e sapere, che si rese degno, gli si affidas- 
sero negozi gravissimi. Gregorio XIII. lo spedì in Germania, affin- 
chè destramente riconducesse nel seno cattolico Eberardo Arcive- 
scovo Coloniense. Il che non avendo potuto ottenere colle parole, 
lo fece colla forza. Giacche col denaro avuto da Gregorio e da 
Filippo re di Spagna raccolse un forte esercito de' Belgi, discacciò 
Eberardo dalla sede, ponendovi Ernesto fratello di Guglielmo duca 
della Baviera. Guglielmo a se lo tenne qual intimo consigliere, lo 
adoperò in affari gravissimi, e poco dopo gli affidò doppia legazione, 
una a Filippo di Spagna invitandolo a far sgombrare Colonia dalle 
sue truppe, al Pontefice l'altra per impetrare soccorsi ad Ernesto. 
Mentre era in Roma, indossò nel 35. anno dell' età sua le vesti sa- 
cerdotali (1588), e Sisto V. lo fregiò del titolo di Protonotario 
Apostolico; e Guglielmo gli affidava da poi la prefettura di Oettinga. 
Ritornalo in Baviera, e sbrigati molti affari gravissimi, il re di nuovo 
rimandavalo a Roma (1590), perchè presentasse a Urbano VII. 
a nome di lui le felicitazioni pel suo elevamento al Pontificato; il 
che non avendo potuto eseguire con Urbano morto indi a poco, 



214 

effettuò con Gregorio XIV., per volontà di cui espose in uno scritto 
lo stato tristissimo, in cui attrovavasi allora la Germania quanto a 
religione. Innocenzo IX., succeduto a Gregorio nel 1590, ritenne 
a Roma Minuccio quale suo segretario pei negozi della Germania, 
e così pure Clemente Vili., che gli die l'abazia di S. Grisogono in 
Zara, e nel 1596 destinavalo ad Arcivescovo di questa città. Con- 
sacrato a Roma, in Zara si ridusse tostamente, e qui fu sua prima 
cura visitare la diocesi, a raccogliere un concilio a giovamento 
della disciplina ecclesiastica e de' costumi. In questo frattempo in- 
caricato dal Pontefice e dal Duca Bavaro ad infrenare le piraterie 
degli Uscocchi, tanto allora funeste alla navigazione veneta nel- 
l'Adriatico, e quindi a comporre la pace tra Veneti ed Austriaci, sì 
sobbarcò a tal peso con animo pronto, ma riuscì soltanto a far po- 
sare le armi, non l'odio. Gravato dagl' anni e da malattie, per con- 
siglio de' medici ritornava in patria a godere dell' aura nativa; ove 
rimessosi alquanto nelle forze, dietro chiamata di Guglielmo inca- 
vasi a Monaco (1603), lo ajutava in molti affari, indi visitata la 
chiesa di Oettinga ed operate molte cose a prò di essa, riducevasi 
di nuovo a Monaco, e nel mentre Guglielmo chiedeva per lui dal 
Pontefice la porpora, se ne mori (1604). Fu onorato d'illustri fune- 
rali e deposto nella chiesa de' PP. della Compagnia di Gesù, ove 
leggesi il suo elogio sull' arca sepolcrale marmorea. Lasciò non 
pochi monumenti del suo sapere, tra quali: I. Storia degli Uscoc- 
chi in italiano stampata nel 1602 a Venezia in 4°, e di nuovo nel 
1831 a Milano, continuata da Fra Paolo Sarpi fino il 1615 (Vene- 
zia in 4° — 1617 in 8° Venezia con Supplem.). Questo lavoro fu 
tradotto in francese da Amelot de la Houssaye. Parigi 1682 in 
12° (nel III. tomo dell' Histoire du gouvernèment de Venise. 
Amsterdam 1605). — 2. Vita S. Augustae, stampata, e da Lo- 
renzo Surio inserta tra le vite de' Santi; e dai Bollandisti a 27 marzo 
con prefazione e note. — 3. De Tartaris. Storia delle guerre tra 
Tartari e Turchi dall' anno 1595 fino all' anno 1599. — 4. De 
Aethiopia, sive de Abyssinorum imperio. — 5. De novo orbe 
— 6. Storia del martirio della legione Tebana e delle 11000 ver- 
gini. — 7. Trattato sopra l'Umiltà. — 8. Trattato contro la 
Dettrazione. — ■ 9. Dialogo primo sopra la Prudenza. Dialogo 
secondo sopra la Prudenza. — 10. Synodus Dioecesana. — 
11. Molte istruzioni, prediche e scritture. Due grossi volumi 
di lettere. 



215 

MIOCEVICH Gian Antonio naque a Sebenico di nobile stirpe 
il 4 ottobre 1738. Pietro suo padre, capitano di cavallerìa agli 
stipendi della republica, intese con ogni cura alla migliore sua edu- 
cazione, e giunto agli armi opportuni, erudire lo fece da buoni maestri, 
conducendolo seco in Italia. Inclinato alla vita Ecclesiastica, vestì 
l'abito sacerdotale, al servigio dedicandosi della propria chiesa, cui 
presiedeva allora monsignor Donadoni, uomo benemerito, e di chiaro 
nome letterario eziandio. Non sì tosto conobbe questi Giovannan- 
tonio al suo ritorno in patria, che preso (per usar le parole del 
Farlati) dall' indole, dall' ingegno, dal candor de' costumi del- 
l'ottimo giovinetto, volle farglisi e' stesso precettore nelle umane 
lettere, nella filosofia, e nelle scienze sacre (T. IV. p. 448). Con- 
temporaneamente venne in quella città il padre Benetti domenicano, 
maestro nell' ordine suo, ed uomo di grande perizia nelle civili 
e canoniche leggi. Sotto la direzione di questi fece il corso di giu- 
risprudenza, che fornì di poi nel 1756 cingendosi della laura dottorale 
in Padova. Restituitosi alla patria, fu ascritto al novero dei canonici, 
e dopo la morte di mons. CaleboJ:ta per la chiara e sperimentata 
dottrina e saggezza sua fu a pieni voti prescelto vicario capitolare 
(1. e). Come tale, governò rettamente per qualche tempo la natia 
diocesi, nuovi titoli acquistandosi alla stima di tutti. Ma questa 
breve reggenza non fu che una preparazione ad altra, ben più deco- 
rosa e lunga, a cui doveva poco stante salire. Vedovata infatti la 
chiesa di Traù del suo pastore mons. Didaco Manòla, nel 22 marzo 
1766 venn' esso da Clemente XIII. chiamato a succedergli, non 
senza onorifica testimonianza delle virtù sue e dei suoi meriti 
(1. e). Partì allora da Sebenico per trasferirsi appiè del Pontefice, 
ed in Venezia trattennesi ad iscontare la riserva contumaciale; ma 
come ne giunse a capo, da mons. Carata, nunzio colà residente, 
s'udì sospendere la prosecuzione del cammino. L'invidia maligna lo 
avea calunniato presso la corte romana, ed il nunzio mal prevenuto, 
faceva ogni sforzo per indurlo a deporre la dignità conseguita. Egli 
però intrepido sotto l'usbergo del sentirsi puro, non volle mai ar- 
rendersi ad un passo, che decideva della sua riputazione, e ad onta 
di tutti gli inciampi, gli riuscì di passare a Roma, di presentarsi 
al gerarca supremo, e di far emergere la propria innocenza in guisa 
da meritarsi di poi sempre dall' apostolica sede aperte dimostrazioni 
del pregio in che il teneva. Prese le redini della sua diocesi, tutte 



216 

rivolse le cure al bene spirituale di quella, più volte visitandola in 
ogni sua parte. Restaurò a proprie spese il palazzo vescovile, e lo 
rese l'ospizio dei più qualificati forestieri. Le sue stanze erano 
sempre aperte per chi a lui ricorreva, come non erano mai chiuse 
le orecchie sue al gemito dell' infortunio e della miseria. Porgere il 
pane dell' esistenza alla bocca dell' orfanello, versare il balsamo 
della carità nel cuore dell' infelice , sovvenire gl'infermi lottanti con 
la necessità e con la morte, somministrare i mezzi di collocamento 
alle zitelle pericolanti, precorrere le ricerche dell' inopia vergognosa, 
che si copre di tenebre, e a quella dispensar elemosine che stende 
palesamente la mano, erano le prime sue occupazioni, alle quali si 
rendevano insufficienti le rendite della sua mensa non meno che le 
sue particolari. Riputava egli con S. Bernardo una infamia per un 
vescovo il far cumulo di dovizie, ed un sacrilegio il non divider coi 
poveri tutto ciò che gli sorvanzasse al necessario sostentamento. 
La doppiezza e l'orgoglio, figli dell' ignoranza, erano odiosi a lui, 
che al suo benefico genio accoppiava tale un carattere pacifico, in- 
genuo, soave, da inspirare l'affetto e la confidenza. Della qual 
confidenza era pruova il suo venir di continuo eletto a decidere le 
questioni e comporre amichevolmente i dissidi e le ruggini fra i suoi 
diocesani non solo, ma infra altri benanco della provincia. Una tanta 
estimazione aquistatasi in Dalmazia e fuori, fece sì, che, mancato 
a vivo nel 1783 l'esimio arcivescovo di Spalato, Garagnin, nullo- 
stante i più forti impegni dei concorrenti, foss' egli trovato a pre- 
ferenza degno di surrogarlo. Contento però del proprio stato, sce- 
vro di ambizione, e sordo alla voce di qualunque interesse, ringra- 
ziò con la gratitudine che si conveniva, la sede in cui sedette il 
maggior Piero, ma le rassegnò nel tempo medesimo la rinunzia; 
monumento perenne della sua moderazione. Rimase quindi al go- 
verno dell' antico regno, continuando nell' esercizio assiduo d'ogn 'in- 
combenza del suo ministero, con lo zelo proprio d'un pastore, in 
cui non disuguali ai pregi dell' animo quelli spiccavano della mente. 
Era esso, in effetto, guarnito di molta coltura sacra e profana, va- 
lente polemico, buon canonista, ed amante dell' amena letteratura. 
La sua conversazione, frequentata dal fiore dei cittadini, era una 
scuola continua di varia erudizione, e la corrispondenza sua, non 
pure ai soggetti più distinti che avesse allora questa provincia, ma 
a parecchi eziandio dell' Italia era estesa. Lasciò dopo di se un 



217 

grosso volume d'omelie da lui recitate in vari anni, come pure una 
collezione di documenti riferentesi alla città di Traù, e di molte no- 
tizie particolari sul beato degli Orsini, preceditore suo in quella 
sedia vescovile. Tenerissimo delle cose patrie, s'era procurati a 
prezzo tutti i possibili scritti degli antichi dalmati, ed aveva estese 
alcune osservazioni sopra quelli del Lucio. La sua biblioteca, dovi- 
ziosa e per numero e per la qualità delle opere sì stampate che 
inedite, era sempre aperta a benefizio comune; e già era intenzio- 
nato disporne a favore di quella città, se il fatale malore, che gli troncò 
prematuramente la vita, non lo avesse in pochi istanti privato dell'uso 
dellaparola. Quale posciail destino di collezione siffatta, èame ignoto ; 
avvi però tutta la probabilità che a quello sia stato eguale di tante 
altre miserabilmente disperse ; per cui si può dire, in ispecieltà da noi 
dalmati, come dice uno storico rammentando il fine sortito dalla bib- 
lioteca manuziana, che sarebbe una follìa, se non fosse un diletto, e 
sovente una necessità, il raccoglierne (Girigliene Stor. della leti, 
ital.). Di lui fa ripetuta menzione l'Ab. Fortis, il quale promettendo 
di dare dettagliate notizie di alcuni traurini e d'altri dalmati illustri, 
dice che ciò avrebbe fatto profittando delle erudite fatiche, di quel 
dottissimo vescovo, che si occupava nel raccoglierle, qualora egli 
che potea farlo con maggior sapienza, non le avesse date al publico 
per onore della sua nazione (Viag. in Dalm. T. 2. p. 6. e. 7.). 
Ma nulla fece ne l'uno ne l'altro, ed anco in questa occasione trionfò 
quell' avverso destino, che finora impedì alla Dalmazia di vedere 
insieme raccolte le tante sperperate memorie degli uomini suoi più 
distinti. Il conte Rados Antonio Michieli Vitturi indirizzò a lui con 
parole onorifiche il proprio Saggio epistolare sopra la republica 
della Dalmazia, Venezia 1777; ed altri pure negli scritti loro a 
lui resero quel tributo di lode, che bene si miritava. Colpito d'apo- 
plesia, esci di vita nell' ottobre 1786, compianto dai poveri, sti- 
mato dai dotti, amato dai buoni, ed onorato da tutta la Dalmazia. 
(G. F. C.) 

MIOSSICH Paolo Clemente (Kacic) naque a Macarsca addì 
25 novembre 1784. Assolti gli studi nel seminario di Padova, ap- 
plicavasi alla publica istruzione, e quindi veniva destinato ancor 
giovinetto alla cattedra di dogmatica in quell' istituto celebratis- 
simo, poscia a professore nel ginnasio di Spalato, e finalmente in 
Zara a dettar lezioni di materia religiosa e di pedagogia nell' Isti- 



218 

tuto filosofico e di pastorale nel teologico. In questo frattempo 
levò gran fama di se colla sua potente eloquenza del pulpito, per 
cui nel 1829 venne eletto vescovo di Spalato. Com' egli vi si di- 
portasse in questo pesantissimo carico abbiamo prove luminosissime 
nella memoria ch'egli vi lasciò di se imperitura ne' cuori dei Spala- 
trini. Ne solo si addimostrò modello perfetto de' prelati descritti 
dall' apostolo delle genti in ogni atto dell' episcopale ministero, ma 
in pari modo si pose nella schiera dei più nobili ingegni nostri, 
avendo durante il corso della sua vita dato forte opera a fornire la 
mente d'ogni umano sapere. E ne fanno fede non solo i molti suoi 
dotti ed eloquenti sermoni, ma parecchi altri suoi scritti eruditis- 
simi. Al seminario aggiunse lo studio filosofico approvato pei gio- 
vani dalmati, fornì un gabinetto di fisica sperimentale e cooperò 
allo stabilimento della biblioteca. Aveva divisato di ergere un' os- 
servatorio astronomico ed un museo politecnico. Mancò a 10 ot- 
tobre nel 1837 colpito d'apoplesia. Arricchì di note l'istoria di 
Lucio. Voltò in slavo il rituale romano (Venezia 1827), e le 
epistole di S. Paolo con altri libri del Nuovo Testamento , illu- 
strando ogni cosa con profonde osservazioni. Dettò pure in idioma 
vernacolo la scienza pastorale , la catechetica, una raccolta com- 
pendiata di leggi civili e di precetti a ben conservare la salute 
ed altri lavori di minor levatura. 

MISSULO Benedetto, francescano, di Pago, visse nel decimo- 
quinto secolo, e menò gran rumore tra i canonisti di Roma. 

MLADINEO Trifone della Brazza, imprese a descrivere la 
storia di sua patria, ma esci di vita immaturamente nel 1708, e 
la sua fatica rimase imperfetta. 

MONDEGAI Michiele, nato in Siano nel 1657, gesuita, elo- 
quente predicatore, studiò a Napoli, ove pure si fece onore in- 
segnando la rettorica, ed in Lecce la filosofia. Compì la sua carriera 
mortale nel 1716. Scrisse: Libri IV. dolorum sive animae, in 
espiatorio lamenta. Neap. typis Felicis Moschii; — Carmen» 
cui titulus: Marianna Hispaniorum Regina ex Typographia 
Jacobi Raillard 1697 ; — Varia poemata in laudem S. Aloysii 
Gonzagaè. 

MONALDI Michiele di Ragusa, a sentenza di Nicolò Gozze 
suo famìgliarissimo, uomo di molta dottrina e di gentilissimi 
costumi adorno, si distinse non solo in filosofia e nelle matemati- 



219 

che, ma anche nelle discipline teologiche. Delle sue opere filosofi- 
che ci resta soltanto V Irene, ossia dieci dialoghi sulla bellezza scritti 
con sapore italiano e publicati in Venezia nel 1599 presso Fran- 
cesco Bariletto. Morì nel 1592. 

MONALDO (Beato) secondo il P. Bedecovich (Nat. Sol. S. 
Hieronymi P. II. p. 211), poggiato all' autorità di vari scrittori, 
dalmata, teologo e giureconsulto dottissimo, cessò di vivere a 9 
novembre del 1332 in Capodistria (da ciò detto justinopolitano) in 
odore di santità. Scrisse : Libri quatuor sententiarum — Summa 
Monaldina (Lugduni 1516 in 8°) — Sermones. 

MONOTILLO (Padre) di Spalato. Dicono sia stato questo 
francescano il primo missionario delle coste del Malabar. 

MOKI ab. Andrea naque in sul finire del secolo passato allo 
Stretto dell' isola Morter, e passato giovanetto in Italia, menò i 
suoi giorni a Padova. Preparava l'opera col titolo: \J Archeolo- 
grafo Dalmata* ed ima dissertazione , con cui intendeva dimo- 
strare 1° che la lingua illirica si parlò nell' antico Illirio; 2° 
ch'essa si fosse iu tutto simile alla slava presente; 3° e che questa 
non sia mai venuta meno; argomento ormai anco tra noi uscito 
di moda (Vedi 1' introduzione alla nostra » Storia letteraria 
dalmata). 

MTJSSAFIA (Giacomo Amadio) naque a Spalato del 1810, 
figlio al Rabbino maggiore di quella comunità israelitica. E sotto 
la fida scorta di questo diedesi sin dalla più tenera età ad arricchire 
la mente d'estese cognizioni nella bibbia e nella teologia della sua 
religione, ad educare il cuore a' sensi di carità e d'amore. E in 
questa doppia scuola diede opera tanto solerte e di esito così felice 
coronata che, mortogli il padre quand' egli ancor non aveva varcato 
lo stadio d'adolescenza, la comunità israelitica lo reputava degno 
per le doti della mente , e — che più è — del cuore a succedere ai 
genitore nel difficile ed augusto ufficio di vegliare al bene religioso, 
morale ed intellettuale di una congregazione d'uomini d'età e di 
ceto e di educazione disparatissimi. E alla confidenza in lui riposta 
pienamente rispose, che la sua vita fu tutta consecrata a' suoi am- 
ministrati, cui amava come figli; ed egli assisterli in tutte le oc- 
correnze della vita così nelle prospere come nelle avverse; ed 
a' ricchi raccomandare misericordia, a' poveri rassegnazione e spe- 
ranza, a tutti amore a Dio, alla patria, alla famiglia, al prossimo; 



220 

e gli istituti di beneficenza migliorare, fondarne di nuovi e l'amore 
per gli studi, per le arti meccaniche infiammare. Zeloso sostenitore 
de' riti religiosi ma senz' impronto fanatismo, non pativa ch'ai buon 
costume la più leggera offesa si recasse. E delle virtù che ad altri 
inculcavasi faceva egli stesso esempio; padre di numerosa famiglia 
coli' emolumento non pingue la sostentava con decoro, colla mag- 
gior cura l'educava. A' poveri, oltreché col consiglio, sovveniva 
coli' opera; impartiva a' giovanetti istruzione nelle sacre pagine, 
ne' doveri di religione. Predicatore facondo e, perchè sincero, e 
caldo d'affetto, convincente lasciò buon dato di sermoni che la pietà 
de' posteri dovrebbe torre all' oblio: e se non tutti, alcuni, scelti 
con sapienza ed amore. Frutto degli studi fra' quali e gli esercizi 
di carità egli spese la vita furono due opere: di grande mole e ri- 
lievo l'una, pur troppo incompiuta: che è un dizionario talmudico 
cui in ordine alfabetico si dice degli uomini illustri , de' riti, 
delle discipline legali, mediche, morali e filosofiche che sono conte- 
nute nel Talmud; la dettava in ebraico, e, se la vita gli fosse ba- 
stata, pensava publicarla con traduzione o italiana o francese o 
latina; di minor lena ma d'importanza non minore l'altra: Dispu- 
tazioni de Gheonim, condotta a ternìine, e che il eh. Pr. Luzzato 
di Padova divisa dare alla luce. Publicò pure un' opera del suo 
defunto genitore, arricchendola di note e schiarimenti e viaggiò a 
tal uopo l'Italia e la Germania; e quivi si congiugneva con legami 
di stima e d'amore a' più illustri nelle scienze bibliche co' quali 
poi continuò sempre dotto commercio di lettere. Invitato dalle 
Comunità di Corfù, Firenze, Roma, Gorizia a loro Rabbino si scusò: 
che troppo gli doleva abbandonare il gregge cui fin dalla giovinezza 
era stato tenero pastore, staccarsi dal caro paese che l'aveva veduto 
nascere. Nel quale egli era amato e stimato da tutti, d'ogni ceto 
e d'ogni confessione, e nel quale prematuramente cessò di vivere nel 
febrajo 1854 lasciando vivo in ogni cuore il desiderio di se (D. 
Jesurun). 

MTJTIIS (a) Donato di Ragusa, medico celeberrimo, vissuto 
nel XVI. secolo. Scrisse: Dialogus in interpretationum Galeni 
super XIV. aphorismos Hippocratis , Lugduni 1547 in 4°. — 
Epistola de terebinthinae resinae facultatibus. 



221 



N. 

NACHICH-VUINOVICH Gian Nicolò di Matteo, naque a 
Knin nel 1763, e fu educato nel celebre collegio del genio militare 
di Verona, diretto dal celeberrimo nostro Lorgna, pel cui desiderio 
dopo compiti gli studi continuò sotto i suoi insegnamenti a perfe- 
zionarsi nell' algebra sublime, nell' idraulica e nell* idrostatica, e 
venne poi destinato a professore di matematica nel collegio mili- 
tare medesimo. Nel 1788 fu per ordine del Senato inviato a ri- 
parare a danni cagionati dal memorabile straripamento del Brenta; 
missione compita con pieno successo, e che elevò il suo merito e la 
sua fama. Venuto in patria nel 1790, occupossi in vari lavori e 
commissioni con felice riuscita e lode molta; in ispecieltà ristaurò 
il campanile del Duomo di Spalato che colpito da fulmine e quindi 
tutto sconnesso, in breve, con ottimo effetto, ridusse a sicurezza; 
e pose in azione con rara bravura i molini presso Tran della fa- 
miglia Califfi, cosa tentata inutilmente da acclamati personaggi; 
come da Pietro Nutrizio, dal celebre ab. Rocchi, e su cui lasciò 
appositamemoria, in più capitoli, co' tipi relativi. Sotto il con. Thurn 
ch'era stato destinato al governo della Dalmazia dopo la sua dedi- 
zione all' Austria nel 1798, il Nachich occupossi a Zara nel tenere 
lezioni di matematiche, e nel tempo istesso ideò e presiedette alla 
costruzione della strada rotabile da Zara a Bencovaz, la cui dire- 
zione affidò poscia al suo collega ed amico Frane. Zavoreo colto e 
benemerito Dalmata, già direttore delle fabriche in provincia, per 
assumere quella della strada da Knin a Sebenico, che da lui trac- 
ciata e diretta per tre anni (1799 — 1802), venne dal Zavoreo a 
compimento condotta. Nel 1802 dovette recarsi nell' Istria ad og- 
getto di regolare il corso del torrente Dragogna, che portava gravi 
danni nella valle di Sezziche di Pirano a quel ricco stabilimento 
salifero; ove pure il veneto governo aveva incaricato (ma indarno) 
di osservazioni e lavori celebri idraulici, fra quali Zendrini, e Fer- 
racina. In tale incontro presentò il suo progetto, che gli fu piena- 
mente approvato, però l'opera incominciata da lui felicemente non 
venne condotta a fine per varie cagioni, in ispecieltà perchè distratto 
da molte altre commissioni e per il seguente arrivo de' Francesi, 
sotto i quali evitò di prender servizio, e s'era rivolto a viver pri- 



222 

vato e a scrivere sulla nautica, dettando un' opera che aveva di- 
visa in due parti, e sull' idraulica, scienza sua prediletta di cui 
aveva raccolte le opere più illustri, come avea ricca raccolta ar- 
cheologica, di medaglie, di altri libri ecc. Morì a Padova nel!' età 
di soli 42 anni, colto da malattia, lasciando alto desiderio di se. 

NACHICH Pietro di Knin, da umile mandriano, fattosi no- 
tare pel suo ingegno nella costruzione di rusticali stromenti, vi fu 
chi lo raccolse, e vestito dell' abito francescano, lo mandò a Ve- 
nezia nel convento della Vigna, ove nel mentre che agli altri studi 
attendeva, si dedicò alla meccanica, e sotto la direzione di un certo 
Piaggia vi approfittò di molto e in ispecieltà come valentissimo 
costruttore di organi. Fu maestro di Francesco Dazi e di Gaetano 
Callido, rinomatissimi in tal arte. L'organo di S. Giustina a Pa- 
dova, a detta del maestro Bertoni il migliore d'Italia, è frutto del 
suo ingegno, e cosi pure quello di S. Filippo Neri a Spalato (1756), 
di S. Maria (1 753), di S. Simeone (1756) e di S. Anastasia (1759) 
a Zara. Lichtenthal nel suo dizionario di musica, innalza a cielo la 
sua molta valentia artistica. — E diffatti più di cinquecento organi 
furono da lui costruiti, che portarono anche fuori d'Italia la fama 
della veneta scuola, fondata dal nostro Dalmata. Arricchitosi, si 
ritirò a Conegliano, dove s'era aquistato un pingue possedimento e 
dove finì i suoi giorni. 

NALE Agostino di Ragusa, domenicano, profondo conosci- 
tore delle materie sacre, che apprese in Lombardia ed insegnò in 
varie città d'Italia con somma riputazione. Die alla luce: Prima 
Pars Swnmae Theologicae S. Thomae de Aquino. Venetiis 
Philippi Pincii Mantovani et Giunti de Giunta 1709 fol. Me- 
diante l'opera sua venne disciolto il conciliabolo raccoltosi a Pisa 
contro Giulio IL Leone X. gli conferì la sede vescovile di Trebigne e 
di Mercana, e consacratosi appena, si distinse nel concilio Latera- 
nense. Morì nel 1527. L'Echard gli attribuisce le due seguenti 
opere, che a sentenza del Dolci trovatisi nella libreria dei domeni- 
cani di Ragusa: Apologia adversus Synodum Pisanam II — 
Tractatus de auctoritate Summi Pontijìcis. Hannosi inoltre le 
Annotazioni sulla somma di S. Tommaso, e le Concordanze 
Marginali della prima parte della Somma, stampate in Venezia 
nel 1509 in fog. 

NALE Nicolò uaque a Ragusa circa il 1500. Unitosi a Lu- 



223 

crezia Zuzzeri, senza sua colpa soggiaque a grosso fallimento, per 
cui Lucrezia da lui si tolse e si chiuse nel monistero di S. Bene- 
detto. Nicolò mercè la sua industria seppe in breve tempo risto- 
rare le sue faccende domestiche, e quindi passò a secondi voti con 
Nicoletta Naie , opponendo alla tristezza della vita passata le dol- 
cezze della nuova compagna, l'austerità delle matematiche disci- 
pline e le amenità della poesia. Morì nel 1585. Le sue opere sono: 
Dialogo sulla sfera del mondo, diviso in cinque giornate, scritto 
in italiano sul gusto dei buoni cinquecentisti, impresso a Venezia 
nel 1579 presso Francesco Bariletto. Invitato per ordine di Gre- 
gorio XIII. a dare il suo parere sul metodo, che Luigi Lilio aveva 
proposto per la riforma del calendario, egli mandò a Roma su tale 
oggetto un suo Commentario , che riscosse le lodi del celebre Cla- 
vio e degli altri matematici deputati a rivederlo. — Sette com- 
medie in verso illirico, tre d'argomento boschereccio e quattro d'in- 
teresse patrio; e quantunque non reggano alle regole dell' arte, pure 
dipingono al vivo il modo di vivere di que' tempi, e in bella ma- 
niera appuntano i vizi dominanti; — tredici canzoni illiriche fatte 
in occasione di mascherata, piene di grazia e di venustà; — un libro 
di poesie varie; — un libro di cose amorose; — meditazioni sulla 
passione di Cristo con otto pie canzoni; — venti otto lettere colle 
loro risposte. Ebbe un fratello di nome Giovanni e un congiunto 
chiamato Bartolomeo, essi pure chiari d'assai in letteratura. 

NARDINO Giovanm di Sebenico del 16 secolo, canonico 
Zagabriese, scrisse in versi elegiaci latini »Delle lodi di Sebenico.* 
Di questi si servì Pietro Difnico nel tessere l'elogio a Sebenico in 
versi illirici; altri vi riporta il Marnavich in un opera sua mss. 

NATALI Francesco, patrizio Spalatino, profondo conosci- 
tore della letteratura latina e poeta a nessuno secondo nell' età sua. 
Scrisse con molta eleganza la biografia di Marco Marulo suo in- 
timo amico, (V. questo nome) risportata dal P. Farlati nel terzo 
volume, e n'ebbe da Nicolò Alberti a ricambio un affettuoso epi- 
gramma. Ci rimane di lui una polita poesia slava, di cui si giovò 
lo Stulli nella formazione del suo dizionario. I suoi manoscritti ebbe 
il Dumaneo. 

NATALI Giacomo di Ragusa, elegante scrittore illirico, fiorì 
circa il 1700. Due composizioni di lui vanno innanzi alla versione 
dei salmi del suo amico Bartolomeo Betterra; altre rimasero inedite. 



224 

NATALI Gregorio di Ragusa, domenicano, buon teologo e 
matematico, visse in Roma, e compose: Commentarla in Epi- 
stolas Pauli omnes — In Exodum , Parabolas Salomonis, 
Isaiam, Hieremiam, Matthaeum, Marcum, Joannis Evange- 
lium et Apocalypsim — Super decretum et decretales — Ti*ac- 
tatus de Deo et Angelis, de homine , de creaturis et de peniten- 
ti a — Adversus Haereticos — Sermones de tempore et de sanc- 
tis — Tract. de stigmatibus S. Catharinae Senensis — JDe ima- 
gine pueri Jesu — Super predicabilia et libros de anima que- 
stiones — De Astrologia et quaedam de Medicina osservationes. 
Flavio Eborense fa distinto elogio alla vastità delle sue cognizioni 
in un elegante epigramma. Mori circa il 1550, e le sue opere ri- 
masero inedite nella libreria del suo Ordine. 

NEGRI Cristoforo (Ballistis) di Spalato, canonico in sua 
patria, indi vescovo di Traù (1525), teologo, letterato e filosofo 
di vaglia. Morì nel 1559. Marco Marulo dettò la sua epigrafe se 
polcrale. Il Levacovich lo scrisse tra i più begli insegni dalmati. 

NEGRI Tommaso di patrizia famiglia Spalatina, fu canonico 
ed arciprete in patria e vicario di Bartolomeo Averoldo e di Ber- 
nardo Zanio, ambi arcivescovi di quella chiesa primaziale. Fu pure 
uomo dottissimo, gran parlatore e diplomatico illustre. Chiamato 
in Ungheria da Pietro Berislavo, vescovo di Vesprim, prefetto del 
regio erario e Bano della Dalmazia e Croazia, questi lo scelse a suo 
vicario generale, e tre volte inviollo per bisogne di gran rilievo a 
Papa LeoneX., a Carlo V. imperatore allora nel Belgio, e ad altri 
potentati. Nelle sue ambascerie tenne parecchie elegantissime 
orazioni latine, e lasciò non pochi versi pieni d'ispirazione e di 
dottrina, i quali videro in parte la luce, e furono commendatissimi 
appo tutta la republica letteraria. Due vescovati gli furono uno 
dopo l'altro conferiti, di Scardona (1519) cioè, e di Traù (1524). 
Amico del celebre Marulo, seco lui di frequente carteggiava lungo 
il corso di tutta sua vita. Morì nel 1527. Abbiamo ancora di lui: 
Pontijicum Salonitanorum et Spalatensliim series ex scriniis 
romanis et variis antiquis monumentis collecta a viro Dalmata 
Patriae et Nationis suae amatissimo. Mss-^ inedito di sei fogli 
con la nota: Hanc seriem ex antiquis approbatis auctoribus et 
monumentis Thomas Niger Chris Spalatensis , Episcopus Scar- 
donensis inde Traguriensis et ordinavit, et in archivio Romano 



225 

8. Sedis servetur.« Alle Paludi, ov' è sepolto, mostrasi il suo 
ritratto di classico pennello e la seguente iscrizione sepolcrale: 

Dalmata Thomas Niger Spalatensis, et ordine Presul 

Ex Scardonensi Traguriensis hic est. 
Cui Leo tunc decimus, mox Clemens septimus istud 

Contulit abnuenti pontificale decus. 
Ut sua quae fuerint merito premia, binus 

Testatur honos gratis et ultra datus. 
Unum Turca ferox, alium pia cura nepotis 

Abstulit, amborum sit pia cura Deo. 
Anno salutis MDXXVII. 

NEMIRA Antonio d' Arbe, visse nel quindicesimo secolo, 
e viene lodato da Palladio Fosco come dottissimo nelle mate- 
matiche. 

NENADICH Gian Antonio di Perasto, ove fu parroco, nel 
1757 stampò a Venezia presso Domenico Lo visi un' poemetto illi- 
rico in occasione che i due fratelli Ivanovich combatterono contro 
un sciambecco Tripolino e lo affondarono nel porto di Atene ora 
detto Zmaj. Impresse pure nel 1768 presso lo stesso stampatore il 
suo Nauh Krstjanski , indi il Put Kriza. 

NICOLAI Biagio di Ragusa, celebre domenicano e predica- 
tore, venne nel 1461 innalzato da Pio IL ad istanza del Conte 
Sigismondo Frangipani al vescovato di Otok nella Croazia. 

NICOLINI F. I. G. di Lesina, visse nel secolo scorso, e 
lasciò mss. alcune sue memorie storiche. Die nel 1765 in luce 
a Venezia un' opuscolo col titolo: Spalato sostenuto contro i Tur- 
chi nel 1757. 

NICONIZIO (Nigretich-Nigoevich) Francesco, nasceva in 
Curzola nel 1501. La rinomanza, a cui saliva quest' insigne publi- 
cista, spetta in gran parte a Nicolò Niconizio vescovo di Curzola e 
Stagno, uomo di grande riputazione e zio di lui, cui nella sua Gi- 
berta si confessa debitore d'immensi benefizi, tra quali l'educazione 
in ispecie, ed il compatimento di molti cardinali. Frequentò Fran- 
cesco vari ginnasi italiani; a Padova ebbe laurea dottorale; e a 
sentenza del Papadopulo indi a poco vi sostenne l'importante cat- 
tedra del publico diritto (1526). Poscia abbracciò lo stato Eccle- 
siastico, fu canonico di Curzola sua patria, e verso la fine de' suoi 
giorni trovasi nell' albo degli arcidiaconi. Nel 1531 coprendo il 
Tevere delle sue acque una parte de' classici monumenti di Roma, 

15 



226 

ove allora soggiornava Francesco, distrussegli pure la casa, e in un 
gli scritti suoi legali, come si raccoglie da una dedicatoria diretta 
al cardinal del Monte Vescovo Portuense. Perciò uscito da Roma 
recossi in Polonia, e fu segretario di Sigismondo L, indi vi ritornò, 
e nel 1549 di notte fu dai servi proditoriamente ucciso, con danno 
grave delle lettere e nella verd' età d'anni 48. Il celebre Mantua, 
suo maestro, attestando la sua morte nell' epitome degl' illustri 
giurisconsulti, fa di lui onorata menzione; ed il Priboevo nella sua 
orazione: de origine Slavorum lo colloca tra i più illustri dalmati. 
Francesco compose varie opere legali, stampate a Venezia, Padova, 
Roma, Lione e Cracovia, citate e commentate anche lui vivente 
dai più valenti publicisti, e che formano testo, come si può vedere 
presso il Pereyra, il Benadio, ecc. Giacomo Panicio polacco, in- 
sciente il Niconizio, nel 1541 stampò la sua opera legale, intitolata: 
bis centuno viginti quatuor rationes dubitandi, e afferma, che 
questa sola basterebbe per assicurargli stabile fama letteraria; la 
quale venne pure tramandata ai posteri nel monumento di un me- 
daglione in bronzo di forma stragrande, stampato nel II. tomo del 
Museum Mazzuchellianum (V. pure Calogerà tomo XXXV.). Il 
ritto ha per tipo il busto di lui colla leggenda: Franciscus Nico- 
nitius Nigrocorcyreus ecc. Jurisconcultus. Nel rovescio vi è poi 
un' alto albero di palma co' suoi frutti pendenti, che da Mercurio 
stante col caduceo nella destra, colla sinistra è accennato, leggen- 
dovisi all' intorno i seguenti due versi: 

Solo per lei il tuo intelletti' alzai 
Ove alzato per se non fora mai. 

Ecco il catalogo delle principali sue opere: Giberto,, alias: 
Repetitio in codice quoniam contra de probationibus — Biscen- 
tum viginti quatuor rationes dubitandi; o con altro titolo: Defilio 
nato ex uxore absente marito — Repetitio in rubrica digesti 
soluto matrimonio — Repetitio ad rubricam digesti de nova 
operis nuntiatione — Repetitio in rubricam codicis de edendo 
— Repetitio in librum jìlium cum dejinimus digesti de iis qui 
sunt sui vel alieni juris — Repetitio in librum: Qui Romae 
parag. duo fratres — Repetitio in rubrica de testamentis — 
Consilia — Allegationes. 

NICONIZIO lh\n QiORdlo, zio di Francesco, di Curzola, fin 



227 

dalla verde età guerreggiò per ben tre lustri nella Grecia, poco dopo 
ne' Paesi Bassi, indi in Italia, e finalmente sotto le insegne di Fer- 
dinando ed Isabella nell' ostinata e sanguinosa espugnazione di Gra- 
nata, con cui ebbe fine in Ispagna il regno de' Mori. Caro a Carlo VII., 
per lo valore con cui giovollo nella spedizione di Napoli, si cattivò 
per la sua fedeltà, l'amore di Giulio IL Pontefice, che lo fece suo 
contestabile o prefetto della guardia; ne in minor conto lo ebbero Giu- 
liano Medici, che lo fece gentiluomo, e Massimiliano Imperatore, 
che di ben meritati titoli fregiollo. 

NISETICH P. Matteo, dell' ordine de' Predicatori, chiamato 
dal P. Farlati: homo doctus et gravis, scrisse del 1480 alcune 
elegie a onore di Catterina Regina della Bossina, morta in Roma . 
nel 1474. 

NISITEO Pietro di Città Vecchia, studiò a Spalato umane 
lettere, a Padova le scienze legali ove da poi, passò molt' anni. 
Ebbe sotto la reggenza italica la direzione dell' istituto di Gorizia, 
ove fu professore di matematiche. Quivi lesse una dotta orazione, 
stampata. Il Cesarotti, il Pieri ecc. e l'Ab. Furlanetto in ispe- 
cieltà gli furono famigliarissimi. Scrisse un' opera sulla storia na- 
turale, inedita, con prefazione scritta dal celebre senatore Stratico. 
Illustrò di molto la storia patria, giovandosi della ricca biblioteca 
e delle vaste raccolte di storia naturale e di archeologia che possiede, 
publicandovi articoli archeologici nel Bulletino dell' Istituto Ar- 
cheologico di Roma, di cui è membro, e ne' patri giornali di sva- 
riato argomento. Altri molti conserva tra le sue schede, e tra questi 
una copiosa raccolta delle iscrizioni dalmate edite ed inedite; non- 
ché moltissimi d'interesse agronomico. Anche l'accademia storica 
di Zagabria sceglievalo testé a suo membro corrispondente. 

NUTMZIO Giuseppe, naque nel 1797aTraù. Ebbe a precettori 
il Casotti, lo Scacoz e più tardi il Bicego, da quali apprese ad amare 
le amene lettere, che coltivò da poi sempre. Studiò legge a Padova, 
seguì da prima la carriera degl' impieghi, donde si trasse a cagione 
di domestiche emergenze. Fu nel 1835 eletto a podestà in sua pa- 
tria, ove animato da ottimi sentimenti si rese utile nell' anno fatale 
del colera; poscia abbellì la città e il cimitero, tentò di formare un 
bosco comunale nell' isola Bua, promosse la fondazione di una casa 
di ricovero e beneficò; e nel corso di tredici anni godè, cosa difficile, 
e la fiducia del governo e la stima de' suoi. Morì nel 1849. 

15* 



228 

NTTTRIZIO Grisogono Pietro di Traù visse sul principiar 
del decimottavo secolo. De' suoi manoscritti sopra Traù e suoi con- 
torni si servì il Fortis nel suo viaggio in Dalmazia, e lo dice colto 
gentiluomo. Il Creglianovich narra, ch'egli avea stabilito di dare 
in luce le biografie degli uomini illustri della Dalmazia (Memor. 
per la Stor. della Dalm. v. 2. p. 233). Scrisse: Riflessioni 
sopra lo stato presente della Dalmazia, Firenze 1775 in 4°. - — 
Notizie per servire alla storia naturale della Dalmazia con l'ag- 
giunta di un compendio della storia civile del Sig. Giovanni 
Rossignoli, Treviso 1780. — Del custodimento de bachi da seta, 
in Trevigi 1780 presso G. Trento in 4°, poscia in Venezia 1790. 

— De Republica Dalmatiae, Venetiis 1777. — Lettera al Co. 
Rados Ant. Micheli Vitturi, Venezia presso il Coleti, 1779 in 8°. 

— Sopra il morbo pestilenziale insorto nella Dalmazia veneta 
Vanno 1783, Venezia, Mantova 1789 presso G. Biaglin. 

0. 

0BRAD0VICH Dositeo, naque nella piccola terra di Ca- 
hovo in Bossina. Cresciuto alquanto, gli venne il desiderio della 
vita solitaria, e recatosi nel monistero di Opovo, vi si soffermò per 
alquanto; ma vedendo troppo angusti i limiti di quell' eremo, con 
quindici zecchini, regalo del suo igumano, si pose in viaggio verso 
l'università di Kiovo. A tal fine sceso in Croazia, ad Agram si diede 
allo studio della lingua latina. Mancatogli il denaro e veggendosi 
precluso il passo a Kiovo per le guerre, che si combattevano allora, 
recasi in Dalmazia a maestro in un villaggio presso Knin e rimastovi 
per lungo tempo, raccolti 100 zecchini, l'abbandona, e quindi spende 
tutta la sua vita ne viaggi, prima per l'Italia, indi per la Germania, 
Francia ed Inghilterra, dandosi da per tutto indefessamente agli studi 
più gravi ed all' apprendimento della lingua del paese. Finalmente 
chiamato ad essere l'institutore del figlio primogenito di Cara- 
Giorgio, venne a Belgrado, ove dalla vista del rinascimento della 
patria consolata la sua veneranda canizie, morì di 71 anni nel 1720. 
Nel corso de' suoi viaggi egli scrisse le molte sue opere, che videro 
la luce in Germania. Voltò in islavo molte opere a giovamento della 
sua nazione, alle favole de' più celebri autori aggiunse di proprio 
l'insegnamento morale, dando così loro una vita nuova e tutta na- 



229 

zionale. Ma l'opera, con cui il Dositeo giovò maggiormente ai Ser- 
biani è il racconto delle vicende di sua vita fino a quasi il 50° anno. 
Ammirabile ne è la semplicità dell' esposizione congiunta a somma 
profondità d'intelligenza. Fino al suo tempo (1773) lingua lettera- 
ria della Servia era lo staro-slavenski, conosciuta dai dotti soltanto 
e poco intelligibile al popolo. Dositeo la abbandonò ai libri litur- 
gici, e sollevò di propria mano a lingua letteraria la volgare, ad 
esempio de' Dalmati e de' Ragusei che di già avevano compita tal 
opera tra essi, e che Dositeo aveva conosciuto nel tempo, in cui in- 
segnava presso Knin. Le sue opere nel 1850 stampate a Semlino 
portano il seguente titolo : a) Zivot i prikljuèenia s obrazom Do- 
siteovim; — b) Pisma Dositeova kao nastavak zivota ipriklju- 
éeniah njegovih; — e) Basne Dositeove sa prostranim nara- 
vouèeniama; — d) Sovjet zdravoga razuma; — e) Etika ili 
moralna filosofia; — f) Sbirka raznih poleznih stvarih; — g) 
Mezimac; — h) Hristoitia ili Blagi obicaj, oboje zajedno; — 
i) Pisma kasnie skupljena. 

ODIERNA Giov. Battista di Ragusa, ove naque secondo il 
Moreri nel 1597. Abbracciato lo stato Ecclesiastico, coltivò la 
teologia non solo, ma eziandio la filosofia, le matematiche, l'astro- 
nomia, la fisica e l'architettura in modo da salire a grande rino- 
manza. Persvaso che le umane cognizioni si fondano in ispecieltà 
sulle osservazioni, applicò tutto il suo talento alla costruzione di 
stromenti più perfetti di que' ch'egli aveva potuto procurarsi a' suoi 
tempi. Per tal modo verificò la posizione delle stelle fisse, e deter- 
minò quella di altre ancora non conosciute. Dietro ricerca del gran- 
duca di Toscana intraprese la redazione di effemeridi astronomiche 
secondo un nuovo piano, e dove espose la sua scoperta della via 
che percorrono i satelliti di Giove. La nobiltà del suo carattere gli 
procacciò amici e la protezione del duca di Palermo, che lo scelse a 
suo matematico. In questa città, ove morì a' 6 aprile 1660, ebbe 
pure il seggio arcipretale. Frutto degli studi di lui furono immense 
osservazioni interessanti e curiose. Egli si fu il primo che analiz- 
zasse l'occhio delle mosche, che facesse conoscere la forma singo- 
lare di tale organo negl' insetti, il dente ritrattile della vipera, con 
cui questa si serve per insinuare un liquore corrosivo nelle sue mor- 
scicature. E s'egli non precedette Newton nell' analisi della luce, 
certamente fu il primo che conobbe l'uso del prisma. Numerosissime 



230 

sono le opere dell' Odierna; basterà a noi citare le principali: Uni- 
versae facultatis directorium physico-theoricum, opus astrono- 
micum, in quo de promissorum ad significatores progressioni- 
bus phy sic e agitur. Palermo 1629 in 4°. — Thaumantiae mira- 
culum, seu de causis quibus objecta singula per trigoni vitrei 
transpicuam substantiam visa . . . cernuntur , Palermo 1652 
in 4°. — Medicaeorum ephemerides, Palermo 1656, 4 part. in 4° 

— De systemate orbis cosmetici, Palermo 1656 in 4°. — 
Protei coelestis vertigines, seu Saturni sy sterna, Palermo 1657 
in 4°. — Dentis in vipera virulenti anatomia, Palermo 1646 
in 4°. — L'occhio della mosca, Palermo 1644 in 4° ristamp. nel 
Museo di Boccone nelF anno stesso. — Archimede redivivo con la 
staterà del momento etc. Palermo 1644 in 4°. — De admirandis 
phasibus in sole et luna visis, ponderatione opticae, physicae 
et astronomiae, ecc. La Biog. Univ. ant. e mod. lo dice nato a Ra- 
gusa in Sicilia; altri poi lo confusero con Gian Batt. Odierna giure- 
consulto di Napoli, suo contemporaneo. 

ORBINI Marino di Ragusa, a sentenza del P. Dolci elegante 
scrittore in più lingue. Morì nel 1687 segretario della republica- 
Scrisse parecchie poesie latine e illiriche — delle orazioni latine 

— un volume di lettere e varie allegazioni. 

ORBINI Mauro di Ragusa, abate di Meleda, scrisse la Storia 
sul Regno degli Slavi con stile inornato, senz' ordine istorico e 
cronologico, stampata in Pesaro nel 1601 con dedica a Marino Bo- 
bali. Per parecchi anni quest' opera fu posta all' indice a causa delle 
lodi, di cui è largo in essa ad uomini accatolici. Sta in fine, voltata 
dallo stesso Orbini in italiano, la storia Regum Slavoì*um dell'ano- 
nimo d' Antivari. I Duchi d'Urbino furono i suoi Mecenati, e gli 
aprirono la loro copiosa biblioteca, dond' egli trasse i materiali. 
Fu tradotta in russo e stampata da Teofane Prokopjevich Arcive- 
scovo di Novgorod, e venne pure compendiata in versi eroici da 
Martino Rosa di Stagno. Die alla luce in Roma presso il Zanetti 
la versione illirica delle opere di Angelo Nelli sid principio e sulla 
fine della vita umana. Morì nel 161 4 in patria. 

ORSINICH Benedetto di Ragusa, francescano, oriundo dalla 
famiglia Orsini di Roma, teologo di vaglia, scrisse un' operetta ita- 
liana col titolo: La verità esaminata intorno al ramo più prin- 
cipale del grande Albero Comneno istorico e genealogico; stampata 



231 

a Venezia insieme ad un' altra opera relativa alla famiglia Comnena 
e dedicata a Filippo IV. re di Spagna. In quella Benedetto con 
critica e con molta erudizione tratta storicamente dei Coinneni 
ch'eransi segnalati nel trattare l'armi e la penna, e delle loro disav- 
venture dopo la perdita dell' impero di Trebisonda. Morì nel 1653 
vescovo di Alessio in Albania. 

ORSINICH Tommaso, di Ragusa, francescano, prese le inse- 
gne dottorali alla Serbona, e si distinse come esimio predicatore, 
antiquario e storico. Mori Arcivescovo di Antivari nel 1606. 

OSTOICH Dr. Nicolò di Città Vecchia teste rapito immatu- 
ramente alla patria (1848), cui arricchì di molti lavori archeologici 
ed economici recati dai patri giornali. Confutò l'opera del Paulo- 
vich sui marmi antichi di Macarsca; scrisse una molto succosa 
dissertazione sulle cause dello struttamene degli ulivi sull' isole 
nostre, ed in ispecieltà coltivò la lingua italiana, che scriveva 
con isquisitezza di gusto. 

P. 

PADOVA (Università di). Non pochi dalmatini ebbero cari- 
chi e posti onorevoli presso l'università di Padova negli andati 
tempi. Noi accenneremo a quelli, di cui fa menzione il Faciolati 
ne' fasti di quel celeberrimo istituto. 

Rettori dei giuristi: Matteo Ragnina di Ragusa (1397). — 
Simeone Rosa, dalmata (1492). — Giovanni Cassio di Lesina 
(1496). — Marino de Hungaris, dalmata (1508—1517). — Ni- 
colò Paladino di Lesina (1533). — Giovanni Giovino di Zara 
1535). — Jacopo Cicuta di Veglia (1541). — Nicolò Fumati dal- 
mata, pro-rettore (1541). — Nicolò Bolizza di Cattaro (1593 — 
1594). — Matteo Tetta di Sebenico sindico e pro-rettore (1666 — 
1667). — Gian Battista Lantana di Zara sindico e pro-rettore(l 711). 
— Giuseppe Campanari di Zara sindico e pro-rettore (1723). — 
Gio. Julio Smacchia di Curzola, sindico e pro-rettore (1728 — 1730). 

Rettori degli artisti: Matteo di Sebenico (1485). — Giro- 
lamo Civalello di Zara (1489). — Donato Civalello cavaliere, di 
Zara (1490). — Girolamo Crisario di Zara (1492). — Domenico 
Zlatarich di Ragusa (1579). — Giov. Nic. Andronico di Traù 
(1583). — Francesco Crasso di Ragusa, sindico in luogo di rettore 



232 

(1609 — 1610). — Teodoro Mistachieli dalmata, sindico e pro- 
rettore (1643). — Innocenzo de Terzis, dalmata, sindico e pro- 
rettore (1692). 

Professori di lettere latine: Marino Becicchio o Becicheno 
di Scuttari (1517). 

Professori di filosofia: Matteo Ferchio di Veglia (1639). — 
Adriano Valentico, dalmata (1546). — Giorgio Raguseo (1601). 

— Vicenzo Silvio (1533). — Albanio albanense (1656 — 1681), 

— Nicolò Andronico di Trau (1583). 

Professori di diritto canonico: Natale Salernitano, dal- 
mata (1533). — Antonio de Baculis di Cattaro (1535). — Vicenzo 
Peregrino, dalmata (1536). 

Professori di teologia: Matteo Ferchio di Veglia (1631), 
morì nel 1569. — Adriano Valentico, dalmata (1543). 

Professori del diritto civile: Antonio de Baculis (1537). 

— Nicolò de Hungaris (1528 — 1529). — Francesco Fumati di 
Zara (1541). — Paolo Petreo dalmata (1545). — Francesco Fu- 
mati di Zara (iterum 1538). — Giov. Giovino di Zara (1534). — 
Giovanni Petreo dalmata (1543). — Alessandro Niconizio dal- 
mata (1547). — Giacomo Amerino dalmata (1549). — Ipolito 
Craina dalmata (1552). — Marino Solono dalmata (1531). — 
Pascalizio de' Pascalizi (1539). — Paolo Petreo dalmata e Antonio 
Rosaneo (.546). — Girolamo Ermolao dalmata (1549). — Nicolò 
Patrizio dalmata (1546). 

Professori di medicina: Giorgio Amelio Liburnese (1532). 

Nel 1681 sotto il sindico Mimicausa fu sancito a favore 
de' dalmati: »Senatus III. non. sextil. Dalmatis induisti, ne 
quinquennalis curriculi lege tener entur, sed cum primum essent 
idonei, statini ad gradus accademicos evecti, transmarinorum 
beneficio uter entur.* Anche al giorno d'oggi l'università di Padova 
va ricca di valenti ingegni dalmati: Visiani Dr. Roberto di Sebe- 
nico Prof, di botanica (V. Visiani). — Minich Dr. Serafino Raffaele 
delle Bocche di Cattaro, prof di calcolo sublime, socio di più acca- 
demie, deputato per le ammissioni alla IV. riunione de' scienziati 
italiani, autore di vari scritti letterari e scientifici, tra quali: Ap- 
pendice alle considerazioni sidla sintesi della divina Comedia 
ed introduzione ad uno studio analitico delle tre cantiche; sulla 
tintesi della divina Comedia e sulla interpretazione del primo 



233 

canto secondo la ragione dell' intero Poema (Padova 1854); — 
nonché i prof. Vlahovich, Molin e Leva, nomi abbastanza chiari in 
Italia ed altrove. 

PALADINI Nicolò di Lesina, fa distinto guerriero, e per un 
fatto d'armi egregiamente condotto contro i Turchi fu onorato dal 
Senato Veneziano del grado di cavaliere e della toga d'oro, nonché 
accresciuto di ricchezze e di privilegi. Visse in sullo scorcio del 
15. secolo. Secondo ci narra Agostino Fortunio, egli omnis gestae 
rei commentariolum composuit, rimasto inedito. Di ciò abbiamo 
notizia eziandio presso il Costadoni (Osserv. sopra un' antica tavola 
greca ecc. nella raccolta Calog. t. 39. p. 187 e 189). 

PALADINI Paolo, figlio del precedente, di Lesina. Il Pri- 
boevo lo dice: uomo veramente, se tu guardi l'ingegno, la dot- 
trina e la bellezza del corpo, degno d'impero; il quale dopo aver 
scritto dottissimamente dell' uffizio del vero sacerdote, preso il 
governo della galera mentre che il padre era aggravato di febbre, 
tri quella giornata che si fece a Livorno presso a Pisa co' Geno- 
vesi (1499), mise in tale speranza gli amici, che, se non ci fosse 
stato levato da immatura morte, egli col suo valore (come tutti 
tenevano per fermo) s'avrebbe in breve tempo guadagnato un 
nome eterno (Malaspali). 

PALICUCCHIA Pietro, nato sullo scadere del 1500 nel- 
l'isola di Mezzo, compì gli studi in Roma nel collegio Romano, e 
ritornato in patria, attese allo studio della filosofia Aristotelica, 
delle fisica ed in ispecie della poesia latina. Tenne per più anni il 
carico di Arciprete dell' isola di Mezzo, indi depostolo, visse giorni 
più tranquilli in seno ai suoi studi prediletti. Ci restano di lui alcuni 
epigrammi inediti in latino. Nel 1614 fece imprimere a Roma coi 
tipi del Zanetti la vita di S. Carlo Borromeo in elegante prosa 
illirica, dedicandola a Fabio Tempestivo Arcivescovo di Ragusa. 

PALMOTTA (Dionorich) Giacomo di Ragusa, consacrò alla 
poesia illirica tutto il tempo che restavagli durante le ambascierie 
sostenute a prò della Republica, e nelle publiche magistrature, che 
tenne per tutto il corso di sua vita. Fu tra que' pochi, che nelle 
disgrazie del tremuoto salvarono la patria dal totale eccidio. Morì 
nel 1670. Scrisse un poema inedito di 20 canti, intitolato: Du- 
brovnik ponovljen, cioè Ragusa rinnovata — e la Didone, trage- 
dia inedita. 



234 

PALMOTTA Giorgio di Ragusa, fratello di Giunio, scriveva 
anch' egli in illirico con facilità ed eleganza. Abbiamo di lui sol- 
tanto un poemetto col titolo: Agì e Galateo,, ed una canzone, in 
cui introduce la ninfa Ero a piangere sul corpo dell' estinto Lean- 
dro. Scrisse l'elegante ed erudita dedica fatta al Cardinale Fran- 
cesco Barberini della Cristiade di suo fratello. 

PALMOTTA Giunio di Ragusa, nato nel 1606, ebbe da na- 
tura un' ingegno tutto proprio per la poesia. Scorsi in patria gli 
studi ameni, filosofici e legali, consacravasi alle muse illiriche, e 
addimostrò tostamente una grande facilità nel verseggiare e un tal 
genio per la drammatica da recare meraviglia. I suoi drammi reg- 
gono alla buona critica, presentano caratteri acconciamente espressi, 
e di tratto in tratto massime e sentenze politiche, che di molto rin- 
vigoriscono il contesto. Scrisse e' tanto e con isquisitezza di stile e 
di lingua, che se esistessero ancora tutte le sue produzioni, appena 
si potrebbe credere, che fossero lavoro di un sol poeta. Abbiamo 
di lui in lingua slava: Dieci drammi inediti, cioè: la discesa di 
Enea nell' Eliso, l'Atalanta, l'Achille, l'Edippo, il ratto di Elena 
(Ragusa 1839 in 8°), la Daniza, la Zaptislava, il Paulimiro, l'Isip- 
pile, e la contesa di Ajace e di Ulisse per le armi di Achille; — 
la versione della tragedia latina del P. Alessandro Donato, inti- 
tolata Svevia; — due poemetti inediti, uno sullo sposalizio di Gesù 
Cristo con S. Catarina di Siena, e l'altro sulle glorie dei re Slav i 
della Dalmazia; — la Cristiade, ossia la vita di Gesù Cristo, 
poema in 24 canti, impresso in Roma nel 1670 in 4° presso il 
Mascardi, e nel 1852 in 8° in Zagabria per cura di quell' illustre 
società slava. — Oltre a ciò un poemetto latino intitolato Pane- 
gyris, e un' ode pur latina in lode di Giovanni Bargiocchi Gesuita, 
stampata in Ancona nel 1635 presso Marco Salvioni. Mori nel 1657. 

PALTASSICH Andrea di Cattaro, una tra primi tipografi. 
Nel 1470 passò a Venezia, ove si die all' arte tipografica e publicò: 
» Marci Tallii Ciceronis de Oratore, Venetiis Andrea Cattar en- 
sis impressit Millesimo CCCCLXXII1; poscia: Cornelii Taciti 
Liber de Moribus Germanorum, fol. Venetiis Andr. Catharen- 
sis 1476 (Biblioteca di Arnood pag. 217. parte III); indi 
molte altre opere. Nel 1478 si unì in società con Bonino de Boni- 
nis di Ragusa, come rilevasi dalla seguente impressione: Lactantii 
Firmiani de divinis institutionibus adversus gentee. Venetiis 



235 

per Andream de Paltasicliiis Catharensem, et Boninum de Bo- 
ninis 1478 fol. , e quattro anni dopo cioè nel 1482 collegossi con 
Ottaviano Schoti di Germania, a spese di cui die in luce la Sacra 
Scrittura. Il suo più recente lavoro da noi conosciuto si è: Leg- 
gendario de' Santi da Jacopo de Voragine, in Venezia per Pal- 
tasichi e Bonino 1484 in fol. 

PAOLO de' Paoli, patrizio zaratino, scrisse un Memoriale 
(dal 1371, al 1408) delle cose patrie, publicato dal Lucio in Am- 
sterdam 1666, poscia inserito nel tomo III. degli scrittori delle cose 
ungheresi. Il Belio fa gran calcolo delle notizie ch'egli dà in quel 
suo scritto indigesto. 

PAOLO di Ragusa visse nel quindicesimo secolo, uomo eccel- 
lentissimo nelle belle arti, fin' oggi ignoto a tutti i biografi di Ra- 
gusa; di cui presso Matteo Capor di Curzola, teste decesso, esisteva 
un buon medaglione. Esso l'ebbe dal celebre Alessandro Visconti, 
fratello di Ennio Quirino illustre antiquario. A sentenza di Ales- 
sandro un tal medaglione niente era inferiore a que' fatti dal Pisano 
pittore, e fors' anco li superava. Ha da una parte il busto di Alfon- 
so V. di Aragona e I. di Napoli, proteggitore delle lettere colla 
leggenda — Alfonsus Aragonum Rex — dall' altra una figura 
muliebre stante con asta, a cui è avviticchiato un serpente, simbolo 
della Prudenza, con una borsa in mano, che rappresenta la libertà. 
Qui poi si scorge la seguente leggenda: Opus Pauli e Ragusio. 
Altro di lui ignorasi. Abbiamo e Giorgio, e Martino, e Ambrogio 
e Giacomo da Ragusa, nonché Biagio, a cui il Cardinal Bembo 
diresse una lettera, nell' arte del cesello tutti uomini eccellenti. 

PAPALI Alberto, patrizio Spalatrino, recò in Italiano dal 
latino nel 1714 l'opera: Storia Dalmatina di Domenico Zavo- 
reo, nobile di Sebenico 1603. 

PAPALI Domenico, conte di Poglizza, rinvenne una cronaca 
del duodecimo secolo scritta con caratteri glagolitici, e la die al 
Marulo, il quale la voltò in latino, e tale versione il Lucio publicò 
a Francoforte nel 1666, sendogli da Girolamo Caletich offerto anco 
l'originale slavo, che rimase alla vaticana al n. 7019 dopo la morte 
del Lucio (Arkiv. v. 1. p. 2). 

PAPALI Gerolimo , patrizio Spalatrino, dettò a sentenza del 
Dumaneo una buona raccolta di poesie slave, italiane e latine. Il 



236 

Marulo, per compiacere il Papali, voltò in latino Yinno di Petrarca 
sopra la B. Vergine, e di lui scrisse l'elogio in un elegante epi- 
gramma. 

PARAVIA Pier' Alessandro ora in Torino, Professore in 
quella r. università e nell' accademia albertina di belle arti, membro 
della III. e IV. riunione de' scienziati italiani. Naque in Zara ai 
15 luglio del 1797. Venuto fanciullo a Venezia e perduto poco poi 
il padre (ch'era antico colonnello della republica veneta) ebbe la 
fortuna d'essere collocato nel liceo-convitto di Venezia, pur allora 
fondato da Napoleone. Vi rimase otto anni, compilando ne' tre 
ultimi il catalogo di quella numerosa biblioteca, della quale gli si 
era fidata la custodia. Passato a Padova agli studi del diritto, li 
compì nel 1818, e suggellò con la laurea in ambo le leggi. Entrato 
negli uffizi della regia delegazione, poi del governo di Venezia, vi 
stette di mal animo per ben quattordici anni. Chiamato (1830) alla 
cattedra di eloquenza italiana nella r. università di Torino, vi fa 
poi nominato dal re Carlo Alberto (1832). Due anni appresso egli 
ebbe la croce di SS. Maurizio e Lazzaro. 

■ Cominciò da giovinetto a far versi, ed una raccolta di essi 
publicò in Venezia del 1824 per l'Orlandelli. Appartengono ai suoi 
primi anni una lettera sulla lingua diretta all' ab. Rosmini (che ri- 
spose con un' altra stampata tra le opere di quell' illustre filosofo), 
una sul San Pietro martire di Tiziano, le Notizie intorno alla vita 
di Antonio Canova, stampate a Venezia ed a Roma, due epistole 
in versi (Padova 1826); e più tardi tre Carmi del Quintana, tra- 
dotti dallo spagnuolo; quattro altre epistole in versi ecc. Publicò 
per nozze la traduzione del poemetto di Fracastoro Alcon, la quale 
riveduta e corretta, fu riprodotta nella raccolta milanese de' poeti 
didascalici. Stampò in Venezia per il Lampato la traduzione delle 
lettere di Plinio il giovane, in tre volumi, e in due la ristampò 
dal Marietti a Torino, e in uno dall' Antonelli a Venezia. Dal Ma- 
rietti publicò (1837) una raccolta dei suoi opuscoli, contenenti le 
vite di Varano, Tiraboschi e Bianchini, l'elogio dell' abate Farsetti, 
il discorso pel monumento di Goldoni inaugurato a Venezia, una 
dissertazione sulla patria de' Plini, la biografia del Conte Napione, 
la necrologia del Conte Serégo (ristampata nell' antologia femmi- 
nile), vari articoli necrologici ecc. Dappoiché venne a Torino recitò 
annualmente dell' orazioni in lode del re Carlo Alberto, stampate 






237 

dal Chirio e Mina, del pari che varie prolusioni, l'una sulle rela- 
zioni del cristianesimo con la letteratura, e l'altra del sentimento 
patrio parimenti nelle sue relazioni con la letteratura. La prima 
orazione in lode del re fu ristampata a Verona nel Poligrafo e fra 
gli Opuscoli a Torino, e messa in ottave dal Marchese di Negro; e 
quella sul cristianesimo fu ristampata a Bologna ed a Venezia. Delle 
sue lezioni manoscritte (che passano le cento) non so che altre 
stampasse fin qui, che quella sui romanzi chinesi (nell' album di 
Padova); e quella sul Torrismondo del Tasso (nel Poligrafo di 
Verona), un pezzo di quella sul Padre Bartoli (tra gli Opuscoli), 
4e' frammenti di quella sul Tasso e l'Ariosto (nelle strenne de) 
Valhirdi), un pezzo sulla poesia provenzale (in una raccolta tori- 
nese p»3r gli asili), e finalmente il Proemio alle lezioni d'eloquenza 
«aera (Torino, Stamperia reale, 1840); Discorso per la distribu- 
zione de' poemi fatta il 13 aprile 1842 agli alievi della r. accade- 
mia Albertina delle belle arti (Torino 1842); Orazione per le 
auguste nozze di S. A. R. il Duca di Savoia Vittorio Emanuele con 
S. A. R. l'arciduchezza d'Austria Maria Adelaide (Torino), della 
vita e degli studi di Giuseppe Bartoli (Torino, Fontana 1842), 
che trovasi nella raccolta di opere scelte di scrittori italiani del 
secolo XIX., nella quale furono pure raccolti i suoi Discorsi acca- 
demici ed altre poesie « Così ebbe a scrivere di questo nostro 
nobilissimo ingegno Ignazio Cantù nella sua Italia contemporanea, 
Milano 1844. Pier' Alessandro ebbe eziandio ispecial cura di met- 
tere in luce lettere famigliari d'uomini dati agli studi, e n'abbiamo 
due di tali raccoltine da lui donateci; lettere di Giuseppe Bartoli 
e d'Angelo Dalmistro; la seconda intitolata a Emanuele Cicogna, 
l'altra al Moschini. Però i suoi talenti si conobbero maggiormente 
nelle sue lezioni d'eloquenza italiana più sopra accennate, per il 
gusto col quale analizza le bellezze dei grandi scrittori, e sa pru- 
dentemente far tenere il giusto mezzo ai suoi discepoli tra la seve- 
rità della scuola antica e le licenze audaci del romanticismo. Ri- 
porteremo per ultimo un brano di lettera, che di fresco ci dirigeva 
il chi'ariss. Sig. G. Ferrari- Cupi Ili. 

>Dopo la stampa del libro d'Ignazio Cantù, molte altre 
produzioni uscirono dalla penna del valente nostro concittadino, e 
parecchi altri volumi di cose sue furono publicati, come sono, per 
quanto è a me noto: Canzoniere nazionale (Torino, Stamperia 



238 

reale 1849), Della epigrafia volgare, Lezioni accademiche 
(ivi, 1850), Memorie veneziane di letteratura e di storia (ivi, 
1850), Lezioni di storia subalpina (ivi, 1851), Lezioni acca- 
demiche ed altre prose (Zara, tip. Battara, 1851), Lezioni di 
varia letteratura (Torino, St. reale, 1852), Lezioni di storia 
subalpina, (voi. 2. Ivi, 1854), Orazioni, discorsi accademici 
ecc. E cavaliere di vari Ordini, consigliere del re, socio di molte 
accademie; ma il titolo di cui sembra far egli più pregio quello 
è (e a tutta ragione) d'accademico della Crusca. In questo fram- 
mezzo fu egli due volte a rivedere la patria, da cui venne accolto 
con quelle dimostrazioni d'onore, che al merito di lui si convengono. 
Ma un benefizio, di cui Zara gli dovrà saper grado eternamente, 
si èia fondazione dalui progettata d'unapublica biblioteca comunale, 
mediante il dono della sua biblioteca privata, ricca di diecimila 
volumi, una parte dei quali venne da lui già spedita, ed altri 
spedirne promette, riservandosi poi di lasciarvi il tutto alla sua 
morte. A tal uso fu destinato, in mancanza d'altri, il locale della 
Loggia, sulla piazza dei Signori, che venne già ridotto all' uopo, 
sperandosi per la prossima Pasqua di poter fare l'apertura so- 
lenne della Biblioteca. Una lapide tramanderà ai posteri la memo- 
ria dell' opera generosa, che deve veramente formar epoca per la 
Dalmazia, essendo la prima biblioteca publica che vede sorgere 
nel suo grembo. « 

PARZAGO Evangelista di Crema, dell' ordine di S. Fran- 
cesco, valente teologo e letterato, e del Cardinal Pietro Ottoboni 
famigliarissimo. Ebbe la sedia Arcivescovile di Zara nel 1669. 
Più volte visitò la sua diocesi, e celebrò concili, ponendovi gli 
atti in iscritto. Raccolti avea con molta fatica i materiali, per 
descrivere i commentari delle cose riguardanti la diocesi di Zara 
ed altre ancora , e n'avea incominciato il lavoro alacremente 
quando ad un tratto lo tolse la morte dopo una reggenza di 
vent' anni. Fu sepolto nella chiesa de' Francescani, ove leggesi 
un' umile iscrizione. 

PASCALIZIO Donato Arcidiacono e cittadino di Spalato 
versato nelle umane e nelle sacre lettere. A quanto narra il Dum- 
maneo scrisse non poco in verso e in prosa, di che buona parte 
era in sue mani. 

PASQUALI Benedetto di Cattaro, ove naque nel 1704. Se- 



239 

guendo l'onorato esempio de' suoi antenati, e segnatamente di Ni- 
colò e di Vincenzo, il primo segnalatosi coli' introdurre soccorsi 
nella piazza d' Antivari in Albania, assediata dai Turchi l'anno 
1486, e il secondo nella difesa della città di Monopoli nella Puglia, 
assediata dal Marchese del Guasto nel 1529, intraprese in età ap- 
pena adulta l'esercizio delle armi col grado di alfiere. Incontrò ar- 
dui cimenti nel sanguinoso conflitto di Pagania, negli aquisti di 
Prevesa e di Vonizza, nell' atto in cui veniva a Cattaro nel 1730 
colpito da fulmine un gran deposito di polvere, e nell' emergenza 
della peste pel chiudimento della frontiera ottomana d'Imoschi. Nel 
1738 eletto sergente maggiore e sopra intendente del nuovo reggi- 
mento di marina, fu il primo ad insegnare il maneggio del cannone 
alla navarola e l'esercizio delle granate. Sedata avendo una insur- 
rezione di Turchi ne' lazzaretti di Venezia, ebbe dal magistrato sa- 
nitario in dono una medaglia d'oro. Al tempo della peste di Spa- 
lato, attese alla custodia di que' lazzaretti, e nel 1772 in qualità 
di sergente maggiore di battaglia spedito a Zante, sostenne la sopra- 
intendenza di quelle milizie di terra e di mare, nelle gravi emer- 
genze, in cui il Russo era in guerra col Turco, e quindi il posto 
pericoloso per la frequente comparsa de' Russi in quel porto. Nel 
1778 eletto a sergente generale di battaglia e nel 1783 a tenente 
generale, dopo 65 anni di laboriosa vita, e giunto al colmo della 
militare grandezza, chiese un riposo e l'ottenne. L'ab. Gregorio 
Pagani nell' occasione de' suoi solenni funerali celebrati nel ducal 
Duomo di Parma il dì 25 marzo 1790, disse di lui l'elogio funebre. 
PASQUALI Lodovico di Cattaro compì gli studi a Padova. 
Caduto schiavo in Creta e tratto in Africa dai pirati, trovo modo 
di uscire dalla schiavitù, e di ridursi in patria, ove stette fino a 
morte. Già innanzi questa e' spediva a Lodovico Dolci una raccolta 
di poesie latine, pregandolo, volesse publicarle se degne le trovasse 
di stampa. Esse uscirono alla luce nel 1551 col titolo: Ludovici 
Pascalis Carmina ad Illustrissimum et Doctissimum Mar- 
chionem Austriae Bernardinum Bonifacium per Lodovicum 
Dulcium nunc primum in luce-m edita. Venetiis apud Gabrie- 
lem Jolitum et fratres de Ferrariis 1551. Quest' opera contiene 
26 elegie, divise in tre parti, a quali vanno dietro selve ed altri 
componimenti minori. Studiò d'imitare in tali componimenti la bella 
facilità di Tibullo nella condotta e nell' andamento, e Properzio nel 



240 

fare un saggio e moderato uso della storia e della mitologia, e vi 
riusciva a meraviglia. Ebbe amico il celebre Pontano. Amò anco la 
poesia italiana, e due suoi sonetti rinvengonsi nella raccolta di Ge- 
rolimo Parizzolo, ove sono raccolte le poesie dei più illustri poeti 
d'Italia. Ed il Chiariss. Urbano Rafaelli di Cattaro, di fresco rapito 
alla patria con grave danno de' patri studi, non a guari ci dava a 
conoscere una ricca raccolta dì fiori poetici di Lodovico, stampata 
a Venezia nel 1549 appresso Stefano e Battista Cugnati. Sono in 
tutto 178 sonetti, 13 madrigali, 15 canzoni, 2 capitoli, altret- 
tante composizioni in stanze. La prima parte di queste poesie, tutte 
di genere erotico, colloca meritamente il nostro Pasquali fra quei 
pochi che si sono proposti a modello il cantor di Sorga, senza però 
riuscirne soltanto freddi imitatori. Il subbietto di questi carmi non 
è un ente di ragione, come non era per l'amico di Laura: essi invece 
ci offrono la storia fedele d'una gagliarda passione. L'andamento 
n'è tutto affatto petrarchesco, e talmente piega le rime a vestire 
spontaneamente le idee, che il verso sembra essere il suo linguag- 
gio; e quindi gli s'addice il serto di poeta anche nella lingua del- 
l'Arno. La seconda parte di questo volume comprende una serie di 
componimenti, per la maggior parte sonetti, indirizzati a letterati 
amici suqJ, conterranei od italiani. E se questa seconda parte è su- 
periore alla prima per qualche maggiore originalità di pensiero e per 
l'epigrammatico sapore di qualche chiusa, forse la cede alla prima 
in delicatezza ed in venustà. 

PASQUALI Luigi de' Minori Osservanti, scrisse: Principi 
d'estetica — Del progresso del secolo XIX. 

PASQUALI Simeone di Zara. Rudifredi Giovanni Battista nel 
suo: Specimen historico-criticum editionum saeculi XV. Romae 
1704, accenna alla seguente opera emendata diligentemente dal 
Pasquali: Caii Svetonii Tranquilli, de vita XII Caesarum liber 
primus incipit. Bononiae 1488. 

PASTRIZIO Giovanni, nato in Spalato verso il 1635, inco- 
minciò la carriera degli studi nella sua patria, e la terminò in Roma. 
Ricevute le insegne dottorali, fu destinato in quel collegio di Pro- 
paganda ad insegnare la teologia polemica, ove fece brillare le molte 
cognizioni , di cui era fornito. Ebbe a discepolo l'immortale Pro- 
spero Lambruschini, poi Benedetto XIV. Fu scelto poscia a segre- 
tario e direttore della collezione di storia ecclesiastica, nonché di 



241 

revisore e censore delle opere, che uscir dovevano dai torchi di 
quel collegio. In tal punto egli essendo, avvenne che nel 1688 far- 
si dovesse un' altra edizione dei libri di chiesa in lingua illirica, 
ne trovandosi chi volesse o potesse accollarsi l'incarico della corre- 
zione della stampa e quello ancor meno della versione dei nuovi 
uffizi, dovett' egli tutte vogliere le sue applicazioni allo studio di 
detta lingua, e quantunque non si assumesse di trasportare dal la- 
tino in illirico i nuovi uffizi, potè nullameno accudire all' esecuzione 
di tale ristampa. Donò al seminario di Spalato tutta la sua biblio- 
teca. — Insorta la controversia sulla patria di san Pier Grisologo, 
il Pastrizio vi si applicò di proposito dietro eccitamento , e venne 
in luce nel 1706 in Roma presso Antonio de' Rossi l'opera sua a 
spese della Comunità d'Imola col titolo : Patenae argenteae mysti- 
cae, quae utpote Divi Petri Ohrysologi Foro-corneliensis civis 
atque Ravenatis archiepiscopi munus, Foro-Cornelii in cate- 
drali ecclesia Sancti Cassiani martyris colitur , descriptio et 
eccplicatio, ubi etiam alia ad eundem antistitem spectantia prò- 
penduntur.« Ab. Antonio Ferri Imolese ne fece la dedica al Se- 
nato della sua patria, commendando il Pastrizio con le onorevoli 
espressioni di: eruditissimus . . . graecae orientaliumque lingua- 
rum supra fidem peritus . . . a pueritia omnigenae doctrinae 
operam navans , et circa scibile omne animum advertere con- 
suetus, magnum virorum familiaritatem semper projiciens. 
Alle quali parole fa eco Mattia Bell, che lui nominando , lo dice 
linguarum orientalium, ea aetate, peritia, Romae nemini se- 
cundum. Morì a 20 di marzo del 1708, e fu sepolto nella chiesa 
nazionale di S. Gerolimo ove si legge la sua iscrizione , da cui scor- 
gesi, aver egli in Roma sostenuto anco la carica di presidente della 
congregazione illirica, ed essere stato l'istitutore dell' accademia 
dei concilii, unita al sopradetto collegio di Propaganda. Lasciò 
pregevoli manoscritti sopra diverse materie, conservati nella biblio- 
teca di Propaganda (Sovich Rifless. sull' ignor. della ling. Slav. 
lett. p. 12). 

PATRIZIO Francesco sortì i natali nell' isola di Cherso nel 
1529 dal nobile casato de Petris, detto poi Petrizio o Patrizio '). 



*) Alcuni scrittori lo dicono Sanese, Ferrarese, Veneziano o che so io. 
Dagli scritti suoi medesimi si hanno prove ch'egli appartenesse alla no- 

16 



242 

Percorsa in Padova la carriera degli studi, sotto gli insegnamenti 
di Fran. Robortello e di Marcantonio Genova (Dial. di St.p>. 6 — 
Dis. Per. v. 1. p. 113) ove ascritto alla società de' Dalmati, 
ne fu per due volte consigliere, recavasi a Venezia allora celebrata 
sopra ogni città italica pei nobilissimi ingegni, indi in patria ridu- 
cevasi (1554. V. Dialog. di Stor. p. 54). Riavutosi appena da 
una malattia, da cui veniva colto in questo frattempo, passò in 
Ancona, indi a Roma e da qui a Padova, ove ristabilitosi perfetta- 
mente in salute compose e poco dopo publicò a Ferrara (1557) un 
poema intitolato: L' Eridano a nuovo verso eroico in lode della 
famiglia d'Este, applaudito da tutti i dotti suoi contemporanei. Il 
verso è di tredici sillabe, e tronco nel mezzo, usato però da altri 
fin dal secolo XIV. (Fontan. Bibliot.T. 1. p. 235). L'anno 1560. 
egli era in Venezia, come raccogliesi dal principio de' suoi Dia- 
loghi sulla storia ivi in quell' anno stampati. Da qui passava in 
Cipro, donde ritornato in agosto del 1561 (Contil. Let. T. 2. p. 
331), vi ritornò di nuovo in quell' isola nel 1562 (Pancosm. L. 24) 
con Filippo Mocenigo ivi Arcivescovo, il quale sei prendeva seco 
per giovarsi dell' opera sua. Vi ritornava appena nel 1568, ed 
è perciò ch'egli stesso si duole di aver passati senza alcun frutto 
in quell' isola oltre a sette anni, attendendo solo agli altrui van- 
taggi (Praef. ad voi. TV. Discuss. Peripat.). Datosi in questo a 
conoscere maggiormente per le sue egregie doti dell' animo e per 
la molta valentia nel maneggio delle cose publiche, s'attirò l'atten- 
zione della Veneta Signoria, la quale incarica vaio indi a poco d 
due importanti missioni, l'una a Genova, a Madrid l'altra, nelle 
quali occupossi per lo spazio di sei mesi (Praef. ad voi. I. Dis. 
Perip. 1571). Ma non molto dopo (1574) il troviam di nuovo in 
viaggio da Genova in Ispagna (Pancosm. I. 24), donde ritorna- 
tovi tre anni dopo, dal Duca Alfonso IL fu chiamato in Ferrara a 
spiegare la filosofia in quell' università (1578. V. Borsetti. Hist. 
Gymn. Fer. Voi. IL p. 202.), ove si trattenne fino al 1592. Gre- 
gorio XIV. suo amicissimo e condiscepolo, e Clemente VIIL suc- 



bile famiglia Petris tra lo più raguardevoli dell' isola di Cherso. V. 
Jo. Tom. Marnavich Dial. de Illyr. Caes. q. Illyr. — Annibale Romei 
(Discor. st. 1585) — Ziletti (Qior. 1. p. 4) — Ciro Spontone (Bottig. 
Dialog. 4. Verona 1589. p. 11) — Fontanini (Bibliot. T. 1. p. 100) — 
Fortis (Sag. d'Oss. sopra Ch. ed Os. p. 157). 



243 

cessore di quello sul seggio pontificio, colmarono Patrizio di bene- 
ficenze ed onori; auzi quest' ultimo appena fu eletto Pontefice 
chiamollo a Roma a coprire la cattedra di filosofia in quella celebre 
università, ove incominciò l'epoca della maggior di lui gloria, che 
lo pareggia ai Baconi ed ai Leibniz!. Datosi qui tosto a combattere 
gl'inveterati pregiudizi e gli errori della scuola Aristotelica, difesa 
a quel tempo alacremente da alcuni dotti peripatetici, di cui alla 
testa eravi il cardinale Bellarmino, imprese a dimostrare sempre 
più , la filosofia di Platone essere del tutto conforme al cristiane- 
simo a senso di quanto aveva poc' anzi esposto nella sua opera: 
Nova de universis philosophia , publicata mentre era a Ferrara. 
Per tal modo si attirò addosso uno sciame d'importuni detrattori, i 
quali adoperaronsi , affinchè quest' opera non uscisse alla luce, ma 
che poi dovettero appagarsi che aggiunte vi fossero alcune postille 
e censure di certo Fra Giacomo da Lago, degne dell' aut dormi- 
talo aut ridebo Oraziano. Anche un Teodoro Angeluccio medico 
scribacchiò sostenendo i Peripatetici, un grosso volume contro 
Patrizio ') , da cui egli si difese egregiamente 8 ) con una bella 
Apologia diretta al celebre Cesare Cremonino (1584). Ma ben 
presto egli trionfò de' malevoli , e si vide ricolmo di onori dai Pon- 
tefici ed onorato dall' amicizia dei più illustri scienziati del tempo, 
in ispecie di Girolamo della Rovere, il quale fece a lui dono di un 
bel esemplare greco dei discorsi di Ermete Trismegisto che in 
età avanzata publicò tradotto ed illustrato. Fu adoperato da Al- 
fonso d'Este per comporre le dispute insorte fra Bologna e Ferrara 
per le foci del Reno in Pò. In età provetta rivide la patria, e quivi 
occupossi di un altra sua opera di molta lena, che intitolò: Nuova 
Filosofia delle cose universali 3 ove in ispecieltà primeggiano le 
dotte sue osservazioni intorno alla storia fossile, all' astronomia, 
alla meteorologia , e vi pose in ridicolo l' astrologia ancora a 
que' tempi in credito, per cui Gio. Gonzio Olsato nella sua Storia 
Filosofica lo chiama: homo audacis ingenii. Ma una tale audacia 
non è appunto una prova luminosa dello slancio e della vigoria del 



*) »Sententia quod Metaphysica sit eadera quae Physica, Venezia 1584 
in 4°. — Exercitationum cum Patrizio liber. Venezia 1585 in 4°«. 

8 ) Più fortemente ancora fu difeso il Patrizio da Francesco Muti Cosen- 
tino, che l'anno 1588 diede alle stampe in Ferrara cinque libri di 
dispute, o a dir meglio d'invettive contro l'Angeluzzi. 

16* 



244 

suo ingegno creatore. Il sistema sessuale delle piante, adombrato 
confusamente da Teofrasto, Patrizio sviluppò, e così fece strada al 
gran Linneo (Monti Prelus.) , insegnò il sistema copernicano 
vent' otto anni prima dell' abiura di Galileo nell' opera più sopra 
indicata, e che il Vogt appella: opus eximiae et maocimae veri- 
tatis, stampata due volte, una delle quali a Venezia nel 1595, ma 
rara. Il Brutter (Stor. Filosofico-Critica T. IV.) qualifica per dot- 
tissime ed eccellenti le sue Discussioni Peripatetiche. Il Salma- 
sio e lo Scaligero commendarono molto le seguenti opere del nostro 
Patrizio: Trattato della milizia romana — Paralelli Militari 

— Dialogo della teoria della terra sotto il nome di Lamberto 

— Arte Oratoria — Deca sulla Poetica — Apologia del- 
l' Ariosto sotto il nome di Francesco Muto. Lasciò inedito il com- 
mentario sopra Omero ed altri scritti. Ma quantunque egli vi met- 
tesse più volte in dileggio le imposture de' Scolastici e degli Astro- 
logi, si lasciò affascinare da quelle dei Zoroastrici, Ermetici ed 
Orfici, e mescolò le fole Alessandrine, Egiziache e Caldaiche colle 
Platoniche e colle sue particolari, aggiungendovi alcune cose di 
Bernardino Telesio. Ma gli onori de' geni straordinari hanno un 
non so che di grande e di sublime, e in processo di tempo influis- 
cono pure alla scoperta della verità. Traviarono i più grandi filosofi 
antichi; errò lo stesso Cartesio risalendo nella conoscenza della 
natura dalle cause agli effetti, ma non però rimase scema la loro 
gloria. Ad ogni modo il nostro Patrizio deve annoverarsi fra i primi 
ristauratori delle scienze e come tale ritenuto dai più dotti. L'Eri- 
treo così in quanto a lui s'esprime: Non hujus modo, sed longe 
superioris aevi Italorum omnium multo doctissimus. — Pietro 
Bayle lo chiama Gran filosofo (Die. Ist. Crit. Tom. III.) e la Bio- 
grafia Universale Antica e Moderna ne dice altrettanto. Venne egli 
a morte in Roma addì 7 febbrajo del 1597. 

Le sue principali opere sono: 

1. Della storia, dieci dialoghi, Venezia, 1560 in 4°, vol- 
tati in latino da Nic. Stupano, Basilea 1576 in 8°. 

2. Della Rcttorica, Venezia 1562. Fra altre cose in questo 
lavoro ofìre sulla formazione della superfizie del globo terrestre 
il medesimo sistema, che Burnet da poi sviluppò nella sua Tellu- 
ris theoria sacra. 

3. La Milizia romana di Polibio, di Livio e di Dionisio 



245 

Alicarnasseo , Ferrara, 1583 in 4° fig. , tradotta in latino dal 
Kuster ed inserita nel Thesaur. Antiq. Rom. del Grevio, tom. 
X. p. 82 . 

4. Paralelli militari, Roma 1594 — 95. 2 voi. in fogl. di 
254 e 466 pagine; ove pone a confronto l'arte militare antica colla 
moderna. Lo Scaligero approfittò di questo lavoro nell' opera che 
scrisse sullo stesso argomento. 

5. Prodi elemento, theologica et physica latine reddita, 
Ferrara 1583 in 4°. 

6. Della poètica, Ferrara 1586, 2 voi. in 4°. Nella l a 
parte discorre dei principali scrittori latini e greci, nella seconda 
si scaglia contro i seguaci della scuola Aristotelica. 

7. Della nuova geometria libri XV., Ferrara 1587 in 4°. 

8. Diseussionum peripateticorum tomi IV., Basilea 1581 
in fog. col ritratto dell' autore. Il primo tomo, publicato pure a 
Venezia nel 1571, reca la vita d'Aristotile; nel secondo si fa a 
dimostrare, aver Aristotile tolto dagli altri filosofi ciò che ha di 
buono e di retto nelle sue opere; negli altri due confuta con molta 
erudizione e sagacia i Peripatetici, proponendo a cardine d'ogni in- 
segnamento filosofico le dottrine platoniche. 

9. Nova de universis philosophia, Ferrara in fogl. Qui si 
trovano voltati in latino col testo a fronte i lavori di Zoroastro, 
Ermete Trismegisto, Asclepio ecc. Tale opera venne publicata, 
però senza il testo greco in Amburgo nel 1593 in 16° col titolo: 
» Magia philosophica:« La prima edizione è rarissima. 

Alberto Fortis nel suo Saggio d'Osservazioni sopra l'isola 
di Cherso ed Oserò (Venezia 1771) afferma, che quest' uomo fu 
un prodigio di sapere ne' suoi tempi , e che sarebbe stato un lumi- 
nare inestinguibile della risorta filosofia, se fosse nato un po' più 
tardi, o avesse potuto svilupparsi con più libertà, professando le 
scienze in luoghi meno soggetti alle postqje che Ferrara, e Roma 
non erano. Aggiunge, ch'egli ebbe de' pensieri intorno al primiero 
stato del nostro Globo, che si cavavano dall' ordinario; e che in un 
suo dialogo intitolato il Lmberto propose quella precisamente me- 
desima Teoria, cui s'appropriò un secolo dopo Burnet, ricopiandola 
poco esemplarmente qua i parola per parola (Burnet, Telluris 
Theoria Sacra. Londra 1631). 

Reca dopo ciò non poca meraviglia, come il celebre Ces. 



246 

Cantò, sorvolando i meriti incontestabili del nostro Patrizio e 
fondandosi unicamente sui suoi difetti, alla pag. 509 del XVI. tomo 
della sua Storia Universale (Torino 1845) abbia inteso a detur- 
parne la fama con modi inconvenienti, e per la gravità del soggetto, 
che tratta, indecorosi. In modo più originale, die' egli, Fran- 
cesco Patrizi, da Clissa (?) in Dalmazia, dopo aver tentato 
ridurre Aristotele d'accordo con Platone e cogli altri filosofi, 
s'avventurò a negarne autentiche le opere, dichiarandole plagi 
e compilazioni senza gusto ne giudizio. Assunto eccessivo e de- 
turpato da villanie, ma dove sfoggia una critica fin là inusata 
e che meno s'aspetterebbe da chi accettava gli scritti ermetici e i 
dogmi cabalistici. Infine sostenne che le dottrine dello Stagirita 
repugnavano alle cristiane, mentre in quarantatre punti vi si 
accorda Platone, onde esertava Gregorio XIV. a sbandire 
quello dalle scuole. — Ma che cosa voleva egli sostituirvi? Er- 
mete, Zoroastro, Orfeo, rimessi in credito dai neoplatonici 
mistici.* Vi aggiunge da poi: » Nella poetica tratta fondare la 
poesia sopra il vero e la storia. Romanticismo anticipato.* Ep- 
pure era noto ad esso Cantù il giudizio che sul nostro Patrizio pro- 
nunziava il sommo tra i biografi italiani, e che qui ci giova ripor- 
tare: Fornito di vivissimo ingegno e avido di tentar vie non 
più battute, tutto quasi sconvolse il sistema della filosofia , pro- 
pose nuove opinioni, e troppo angusto riuscendogli il campo di 
una scienza sola, fu a un tempo medesimo filosofo, geometra, sto- 
rico, militare, oratore, poeta; e appena vi sarà capo di questa 
storia, in cui non si debba raggionare con lode* (Tiraboschi 
Stor. della Let. Bai. Napoli 1781. voi. 7. p. 359). 

Lavori dell' età giovanile del nostro Patrizio sono: La città 
felice: dialogo dell' onore: discorso della diversità de' furori 
poetici: lettura sopra un sonetto del Petrarca (Venezia 1553 — 
V Eridano in nuovo verso eroico (^Ferrara 1557). 

PETRIZIO(de Petris) Anton Francesco Marcello di Cherso, 
ove naque in sul cadere del decimoquinto secolo. Fu generale 
de' Minori, poi Arcivescovo di Patrasso (1520), e finalmente ves- 
covo di Cittanova in Istria. Andò oratore della sua patria al Se- 
nato Veneto, ed ottenne che fosse la città di Cherso circondata di 
mura. Onorata menzione di lui viene fatta nello Statuto della sua 
patria, e il suo pronipote Francesco gli fa grandissimi elogi nel 



247 

dialago intitolato il Contarino, come a uomo di profonda scienza 
e d'ammirabile eloquenza, come gliene avea fatti Palladio Fosco, 
Luca Waddingo negli Ann. Ord. Min. T. Vili. A. D. 1517. 
n. 19. rUghelli Ital. Sac. Tom. V. Morì a Cherso, ove ebbe ono- 
rata sepoltura nella chiesa de' Minori Conventuali. 

PATRIZIO Girolamo di Spalato. Roberto Popafava nella 
Storia della Carniola e della Carintia lo dice benemerito collettore 
di cose nostre letterarie. 

PAULINI Antonio di Curzola, uomo di molta erudizione e 
dottrina, filosofo e medico esimio, ebbe da prima onorificenze e 
condotta a Sibenico, indi a Spalato, ove nel 1731 venne incaricato 
di esaminare la grave pestilenza, che in que' distorni incominciava 
a serpeggiare, e ne trasse da ciò essere contagiosa, e quindi da 
uscirne salvi coli' unico mezzo della segregazione da luoghi infetti. 
Frattanto nominato protomedico di Spalato da Sebastiano Vendra- 
mino Provveditore generale della Dalmazia ed Albania, fu impie- 
gato anco appo il Bassa di Bossina dietro incarico del Senato Ve- 
neto, ed ebbe onori amplissimi per la sua molta valentìa nell' arte 
salutare. Raccolse dottamente non poca materia per la storia 
di Curzola e della Dalmazia, cui intitolò: Istoria di Corzola 
Ecclesiastico- Profana del Dottor Antonio Paulini, che con- 
tiene anco le cose principali della Dalmazia con varie disser- 
tazioni sopra. Mss. inedito. 

PAULOVICH-LUCICH Gian Giuseppe sortiva i natali in Ma- 
carsca addì 15 marzo 1775. Studiò umane lettere in patria; filo- 
sofia, diritto e teologia nell' università di Padova, ove venne pro- 
clamato dottore in ambe le leggi. Tornato in patria fu nominato 
indi a poco canonico e poscia Vicario generale. Datosi alle scienze 
con animo indefesso, venne ascritto alle più illustri accademie del suo 
tempo dietro impulso dei più celebri letterati d'allora, co'quali teneva 
istrettissima dimestichezza. Le sue opere archeologiche gli pro- 
cacciarono encomi della reale Accademia d'Iscrizioni e Lettere in 
Parigi e del grande Archeologo Italiano Morcelli. Morì nel 1818. 
Scrisse 17 opere in latino, 7 in italiano e 13 in illirico. Le prin- 
cipali sono: Dissertatio exeg etico-teologica I. I. Presb. Petulo- 
vich Lucidi J. U. D. Patricii et Pro- Vicarii Gen. Macar . 
De dignioribus ad Cunonicatum aliaque ejusmodi JEccle- 



248 

desiasti e a beneficia eligendis Venet. 1786 apud Pompeatum; 

— Ad Primatem, Metropolitas, totiusque Dalmatiae Archiep % 
et Episcopos: Epistola Paraenetica , typis Piotto; Venetiis 
1788. — Marmora Macarensia , editio secunda aucta et illu- 
strata, Rhacusae 1810 typis Marte chinianis — Marmora Tra- 
guriensia. Rhacusae 1811 , typis Marte chinianis — Romana- 
rum antiquitatum analecta quaedam, Jadera 1813. — De su- 
plicio aedificiorum sub Diocletiano imperatore excursus histo- 
riog.-crit. Venetiis esc typ. Coleti. 1796 in 4°. — L'albero del 
buono e del cattivo critico. — In italicam Andreae Ciccar etti 
Brachiensis Apologiam Jo. Josephi Paulovich-Lucich, Venetiis 
1817 ex typographia Aloysiopolitana — Vita di Mons. Nicolo 
Biancovich, in latino, Venezia 1798, in italiano 1800. — Let- 
tere sopra i modi di risentire i tormenti in occasione del mar- 
tirio de' cristiani. — Kratko izkazanje zivota G-. Nikole Bianko- 
vica Biskupa Makarskoga, u Mletcich pò Seb. Coleti 1798 u 8. 

— Deset pókornih razgovorah, u Jakinu Kod Petra Ferri god m 
1785 — Opomenuca éudoredna svrhu dogadjajah sahranjenih, 
u Mletich god. 1793 — Razgovori za uzbuditi duse Krstanske 
na cesto i spasonosno primanje prisvetoga priceséenja , u Mlet- 
cich god. 1792. — Prisvetoga i obèenoga Tridentinskog sabora 
ed ciana vire i crkovne isprave naredbe, i u cetiri dila raz- 
diljene u Mletich g. 1793 pò Sebastianu Coletu — Blago du- 
hovno u Mletcih 1794 — Nacin za odrisiti od proklestva, u 
Rimu god. 1796 — Malahni skup pasti rski, u Mletich god. 
1700 — Dvi bogoljabne pohvale, prva na cast naviktenja B, 
D. Marie, druga na slavu Sv. Patriarke Josipa, u Budimu 
god. 1808. Uscì alla luce in Ragusa coi tipi del Martechini nel 

1808 un catalogo delle opere publicate dal Paulovich. 

PAVIQICH Domenico di Varbagno sull' isola Lesina, sacer- 
dote della Congregazione di S. Filippo Neri in Spalato, voltò in 
illirico: »Pripovidanja nediljna slozena u talianski jezik pò 
Ivanu Kampadelu* Venezia 1749, e scrisse: Govorenja sveta 
cndoredna u slovinski jesik uradjena. 

PAVISSICHAb. Dr. LtWGi di Macarsca, già Profess. di lette- 
ratura italiana nell' I. R. Accademia delle lingue orientali in Vien- 
na, oggi Can° Ispettore delle scuole popolari e reali in Dalmazia e 
consigliere scolastico. Scrisse: La morte di Socrate di Alfonso 



249 

de Lamartine, versione, Padova 18k9 — La morte di Mons. 
Dionigi d'Affre Arciv. di Parigi , dal francese di A. René. 
Vienna 1850 — Cenni storici sulla peste di Macarsca del 
1815 in ital. ed illir. , Vienna 1851 — Biografia del generale 
Mastrovich. 1852. Vienna — Una notte in Vaticano, carme in 
sciolti, Vienna 1852 — Gli ultimi giorni della rivoluzione 
Ungherese di F. Sczyglagy dal tedesco , Modena 1852. — 
F. Bozzi' s Conversations-Taschenbuch, VII. undVIIL Auflage. 
Wien. — Carmen. Ili , ac Rev°. D°. Aristarci Azaria Arch. 
Caes. Vindobonae 1852. 

PAVISSICH Marco cittadino di Spalato, stampò: Izpis od 
najzadnje naredbe S. Bernardina od Siene iztumaèen iz talian- 
skoga jezika, u Mletich god. 1760 pri Antunu Bazanezu. 

PELEGRINOVICH Mtchiele dell' isola Lesina, cancelliere 
del consiglio di Zara , compose un poemetto slavo col titolo : 
Ljubka, lodato dai Ragusei di quell' età, come rilevasi dall' Ekto- 
revich. Visse in sul principio del 1500. 

PELLEGRINA (de) Nicolò di Cattaro. Il P. Appendini nelle 
sue notizie sugli uomini illustri di Cattaro narra, come Nicolò 
prendesse l'abito dei Monaci Celestini e si aquistasse grande ripu- 
tazione per la sua inconcussa probità e pel suo profondo sapere; 
e come viaggiando l'Italia addivenisse caro al celebre cardinale 
Grimani e a Trifone Bisanti. 

PELLEGRINI (de) Dott. Ferdinando di Sebenico, valentis- 
simo poeta a' dì nostri. Scrisse poesie di svariato argomento publi- 
cate nei patri giornali, e recò dallo slavo in italiano una copiosa 
raccolta di canzoni nazionali , la quale vidde la luce in Firenze. 
Stassi di lui oltre a ciò : Il ritorno di Giasone in Liburnia. Can- 
tata con cui la Comune di Zara festeggia nel patrio teatro la 
sera dei 12 febbrajo 1824 il natalizio di Sua M. I. R. Fran- 
cesco I. Zara in 8. Musica del Sigr. Antonio Dr. Stermich. 

PETANZIO Felice di Sebenico, cancelliere della comunità di 
Segna, indi prefetto della biblioteca di Buda sotto Vladislao IL, 
re d'Ungheria e di Boemia (1490—1516), il quaie si servì del- 
l'opera sua in varie ambasciate a Bajazzette e a Selimo IL Scrisse 
un' operetta: De itineribus aggrediendi Turcum (V. Isthvanfius 
in suis notis. Mss. Kercelich) , impressa a Basilea e ristampata 
fra gli scrittori delle cose ungheresi. Dettò pure »Genealogias Tur- 



250 

cicas: quo in libro retulit Imperatorum liberos, dignitates et 
matrimonia y ms. (Hordnyi). 

PETRANOVICH Dr. Teodoro di Sebenico, oggi I. R. Con- 
sigliere presso il Tribunale d'Appello di Zara, nel 1835 die in luce 
il patrio giornale: Serbsko-Dalmatinski Magazin, e di recente 
il foglio giuridico: Pravdonosa. Recò pure in illirico il Codice 
Civile Austriaco, e n'ebbe la medaglia del merito. 

PETREO Giovanni di Curzola, fu segretario a Milano diFe- 
rante Gonzaga, capitano generale di Carlo V., e da poi Viceré di 
Sicilia. Una sua lettera si trova stampata fra le lettere volgari di 
diversi nobilissimi uomini ed eccellentissimi ingegni presso Aldo 
in Venezia del 1567. Sei dei suoi sonetti furono dati alla luce nel 
1549 a Venezia fra le Rime di diversi nobili uomini ed eccellenti 
Poeti in lingua toscana presso il Giolito, il quale secondo il ge- 
suita Zuadrio le stampò nel seguente anno. Si trovano pure nella 
raccolta di Lodovico Domenichi del 1549, e tre vi si leggono 
nelle Rime scelte di Lodovico Dolce del 1565, e cosile sue pro- 
duzioni stanvi accanto di quelle dei più illustri poeti italiani. 

PETREO Nicolò naque in Curzola nell' anno 1500 od in quel 
torno , fin dai primi anni si diede allo studio, in modo che in molti 
rami dotto, e nella greca letteratura dottissimo divenne. Persvaso 
che le metropoli danno sprone, agio e mezzi al letterato di poter 
meglio corrispondere all' alta sua vocazione, fermò e riprese il suo 
soggiorno in Bologna, in Roma ed in Venezia, ove nel 1540 ot- 
tenne da quel Doge Pietro Landò ampi privileggi per la sua fami- 
glia, e nel 1552 vi fece stampare per la prima volta presso il Grifo 
la versione da lui fatta delle seguenti opere greche: Meletii Philo- 
sophi de natura structuraque hominis opus — Polemonis Athe- 
niensis insignis Philosophi naturae signoruminterpretationes — 
Hippocratis de hominis structura — Dioclis ad Antigonem re- 
gem de tuenda valetudine , epistola — Melampi de novis corpo- 
ris tractatus — . Di queste traduzioni venne fatto un sol opuscolo 
in 4°, ch'egli dedicò a Girolamo Sauli Arcivescovo di Genova e 
legato a Bologna. Erroneamente il Paulini gli attribuisce un' opera 
storica sui Cimbri e Goti, scritta da un protestante di tal nome 
pastore in Aas. La carità in lui fu somma, e lo addimostra il suo 
testamento, con cui lasciava il vistoso suo patrimonio per l'istitu- 
zione a favore dell' isola Curzola di un Fondaco, avente di mira 



251 

l'aquisto di cereali e di altri oggetti di prima necessità e la loro 
vendita a modico prezzo a beneficio della classe bisognosa e spesso 
tiranneggiata dall' ingodigia del monopolio e dalle carestie allor 
frequenti. Legò pure alla patria la copiosa sua biblioteca di greci, 
latini e volgari autori, lasciandola in custodia ai monaci dello Sco- 
glio della Badia, dove oggi si trovano di molti codici vetustissimi. 
Passò il più della sua vita in Roma, ove fu per molti anni presi- 
dente della Congregazione illirica, e vi morì nel 1568. Le sue ossa 
stanno sepolte nella chiesa di S. Girolimo. 

PETREO Paolo di Curzola fu, al dire del Facciolati, professore 
di giurisprudenza nell' università di Padova nell' anno 1545, e di- 
stinto letterato. 

PETRIS Dr. Anton Maria di Zara, distinto avvocato, scrisse 
un: Commentario sul regolamento di procedura penale austriaca. 
Venezia 1851. 

PETROVICH Marino di Ragusa, sacerdote, scrisse in illirico 
alcune prediche e panegirici e qualch' altra operetta sacra, il 
tutto inedito. 

PETROVICH Pietro II. naque nel 1812 a Njegus. Di dieciotto 
anni successe nel principato del Montenero a suo zio, alla cui morte 
egli non era per anco diacono. Da prima chiamavasi Radoje. Fan- 
ciullo recossi a Pietroburgo per fornire la mente d'ogni umano sa- 
pere, e die colà prove indubie d'una mente vigorosa. Ottenuto il 
potere, restò in patria tre anni, indi di nuovo portossi a Pietroburgo 
per consacrarsi vescovo, avendo riportata vittoria completa contro 
il nizam, che mostravaglisi avverso. Eravi fino al suo tempo nel 
Montenero una specie di governatore o piuttosto capo secolare che 
amministrava la faccenda publica. Egli pensò di por giù questa 
carica e concentrare tutto il potere in se. Ordita la tela a tal uopo, 
venne per forti accuse in breve tempo il governatore d'allora Rado- 
nich espulso, e quindi il Vladika rimase solo al potere ad onta 
d'un tentativo della famiglia Vukotich e degli aderenti del Radonich 
(1833), mentre il Vladika trovavasi a Pietroburgo, i quali si sfor- 
zarono indarno di rimettere in piedi la dignità di governatore. As- 
sunti egli tutti i poteri, riorganizzò l'amministrazione interna. Nel 
1831 instituì il senato, che nel Montenero forma la parte legisla- 
tiva e la suprema Corte di giustizia. Fondò scuole popolari, tra 
quali una di maggior levatura a Cettigne, borgata principale in 



252 

quello stato, ove eresse pure una tipografia. Die sagge leggi a gio- 
vamento del suo popolo, ed in ispecie fulminò pene gravissime ed 
anco capitali contro le vendette di sangue e contro le invasioni nelle 
Provincie limitrofe Turche ed Austriache. Conosceva il russo e l'ita- 
liano, e negli ultimi tempi apprese il francese e il tedesco. Fra le 
cure publiche coltivò eziandio con amor singolare gli studi ameni, 
ne' quali riusciva a meraviglia tale, che a ragione viene chiamato 
uno dei ristauratori del nazionale idioma. I suoi lavori letterari 
hanno un' impronta d'originalità, e sono scritti con un' eleganza 
invidiabile. Publicò nel 184*7 a Vienna una tragedia intitolata: 
Gorski Vienac, che ha per oggetto l'emancipazione del Montenero 
dal dominio Ottomano avvenuta sullo scorcio del 1700, opera lette- 
raria e politica ad un tempo. Il Tommaseo accerta che laddove 
egli dipinge le cose meglio a lui note e s'astiene dalla retorica dei 
libri e s'accerta al linguaggio de' suoi montanari, è poeta, e che i 
suoi versi saranno testo di lingua. Il sentimento religioso, osserva 
il chiariss. ab. Franceschi, campeggia in quest' opera a meraviglia, 
misto ad un feroce eroismo, temperato però dalla fredda saviezza 
d'alcuni vecchi, che sono i capi della nazione, e che divisano le fila 
di tutta la congiura. Anima di tutto il dramma si è il Vladica Da- 
niele Cernoevich, il quale si avanza nel suo proposito in modo da 
compiere il suo ufficio di capo ecclesiastico e civile senza discendere 
mai ad alcuna azione che al suo stato non si avvenga. Quivi tale 
una pittura di costami d'una società slava da lasciar dietro di molto 
ogni altra fin' oggi uscita dalla penna dei nazionali scrittori, e da 
stare a paro coi più bei tratti dei canti popolari. Qui vedi dipinti 
fedelmente gli usi, le abitudini, le virtù, i vizi le superstizioni, la 
religione, il fanatismo; non falsato un carattere, non messa fuor di 
luogo una circostanza; qui gli spauracchi, le predizioni, le fattu- 
chierie; qui perfino l'ironia, il sarcasmo, lo scherzo. L'azione si 
compie tutta a Lovcena e nel breve periodo di giorni quattro. Le 
quali cose mostrano che potente fu l'inspirazione di chi dettò quelle 
pagine, nelle quali tante sono le bellezze, tale la cognizione della 
propria nazione e delle intime pieghe del cuore umano, che appa- 
lesano un genio straordinario nel loro autore. Questi non divise il 
suo dramma per atti, ma a modo degli antichi greci in tanti riposi 
occupati dai cori. Ad ogni tratto interrompe l'azione e fa uscirne 
un Kolo (danza nazionale), in cui si cantano le gesta gloriose della 



253 

patria. L'artifizio principale che pose in uso fu di agglomerare una 
moltitudine d'incidenze, nelle quali si narrano delle crudeltà e delle 
vessazioni de' Turchi, per animare i suoi al loro esterminio. Però 
l'azione fin'oltre la metà ha poco motopeiTintroduzione di nuovi fatti 
spessevolte lunghi e nojosi che ritardando l'azione, nuocono all' effetto 
del tutto. In quanto allo stile, l'autore sa così bene mantenervi quel- 
l'ingenua semplicità, quel candore, quella proprietà ed originalità 
che cotanto risplendono nei canti popolari slavi, e che di meglio 
non lasciano a desiderare, e che disvelano la potenza del suo genio. 
Gli è dunque che a tutta ragione si può dire che la nazione slava 
occidentale ebbe in questo il primo dramma di vero sapore nazio- 
nale. Gli altri suoi scritti più rimarchevoli sono: Pustinjak ossiai 
la solitudine in Montenero, publicata a Cettigne, recante una rac- 
colta di eleganti poesie liriche — Ogledalo, cioè raccolta di canti 
slavi — Stjepan inali, istoricesko zbitje osamnajestoga vijeka. 
U Zagrebu 1851 u 8. str. 205 — Slobodijanka, poema sulla 
libertà. Semlino 1854 in 8°. — Scrisse pure la storia tragica di 
uri avventuriere austriaco, che in Montenero si spacciava per 
Pietro III. , onde impadronirsi del potere. Stampò quest' ultime 
opere a Zagabria ed a Belgrado. Viaggiava spesso, ed era riguar- 
dato come valente politico e guerriero. Morì a Cettigne a 19 ottobre 
1851, di 38 anni. 

PETROVICH Basilio, anch' esso Metropolita del Montenegro 
ed Esarca dell' Albania marittima e del trono di Servia, scrisse la 
Storia del Montenegro, stampata a Mosca nel 1754 con dedica a 
Woronzov cancelliere della Regina di Moscovia. 

PETROVICH Vincenzo;, nato in Ragusa nel 1677, cancelliere 
della republica. Fra le domestiche e publiche cure trovò tempo di 
consacrarsi alla poesia latina, italiana ed illirica, ed i suoi versi 
abbastanza eleganti leggeva in un' accademia detta degli Oziosi. 
Morì nel 1754, lasciandovi inedito un volume di poesie latine, e 
la versione del Tasso in illirico. 

PIETRO IX. Arcivescovo (48) di Spalato, eletto da Boni- 
faccio Vili, nel 1297. Fu dell'ordine de' Francescani, di chiara 
virtù e dottrina, per cui Maria sorella di Ladislavo re d'Ungheria 
e sposa di Carlo II. di Sicilia lo aveva preposto al suo reale sacello 
e scelto a confessore. Bonifaccio inalzavalo a tale carico, per otte- 
nere col suo mezzo che gli Spalatrini e i Dalmati tutti riconosce s- 



254 

sero Carlo Roberto, figlio di Carlo Martello e nipote di Carlo II. e 
di Maria per loro legittimo re. Ebbe la consacrazione ed il pallio in 
sullo scorcio del 1298. Sotto di lui la terra di Sibenico per autorità 
di Bonifazio Vili, fu elevata a città, e la sua chiesa a vescovato, 
soggetto al Metropolita di Spalato (1298). Pietro richiamò in vita 
i Vescovati di Macarsca e di Dumno. Sendosi nel 1300 sbarcato 
in Dalmazia Carlo Roberto con esercito per andare al possesso del 
trono ungarico, Pietro lo accolse in Spalato tra il giubilo univer- 
sale, ma non ottenne che gli Spalatrini riconoscessero Carlo a loro 
re stante la fede data ad Andrea, se non che dopo la morte di An- 
drea. Eletto a vescovo nel 1304 dai Lesignani Lamprìdio Primi- 
cerio di Traù, Pietro gli negò l'approvazione e la consacrazione, 
per cui questi appellò a Roma. Ito poscia in Avignone, non potè 
ottenere dal Pontefice Clemente V., distratto da molti affari, la 
soluzione della sua causa. Però a' Lesignani, fermi nella loro elezione, 
Pietro in forza del suo diritto Metropolico prepose a vescovo in 
febbrajo del 1307 Lorenzo canonico Strigoniense e Spalatrino. Ve- 
nuto in questo frattempo in Dalmazia Gentile legato pontifizio, i 
due pretendenti si posero nelle sue mani pella definizione, e questi 
dichiarando nulla l'una e l'altra decisione, traeva a se il diritto 
della scelta del vescovo di Lesina. Nel 1311 esso Gentile sospen- 
deva dai Pontificali e da ogni giurisdizione Arcivescovile Pietro, 
raccomandando l'amministrazione della chiesa di Spalato al Capitolo. 
Ma Pietro dopo quattro anni vi compose la sua apologia, ove si die a 
dimostrare, le pene inflittegli dal legato Apostolico essere vane e di 
nessun valore. Però rimase in questo stato fino al 1321, in cui re- 
catosi ad Avignone, chiese perdono ed ottenne d'essere rimesso 
nella sua dignità. Scelse poi a suo vicario nell' arcivescovile mini- 
stero Gregorio V. di Lesina. Morì in Avignone nel 1324. 

PIMA Bernardo di Cattaro, distinto poeta, e come tale lau- 
reato. Nella collegiata di Cattaro si legge il suo epitafio. Fioriva in 
sullo scorcio del decimoquinto secolo, e da un sonetto estratto dalle 
rime di Lodovico Pasquale di Cattaro, esistenti in una libreria ro- 
mana, nominate dal Crescimbeni nel torno IV. e stampate a Ve- 
nezia nel 1549, sembra esser egli morto nel 1508 ed in età ancor 

giovane. 

Epitaphium Bernardi Pimae Poetae laureati. 

Has ego supremas tabulas in morte relinquo, 

Nudam animam Christo, putrida membra solo. 



255 

PIMA Lodovico di Cattaro. Leggevansi nel liceo di Padova 
sub fornice atrii parte dextera le due seguenti iscrizioni, riportate 
da Jacopo Salomonio — Ludovico Pimae Patricio Ascriviensi 
J. U. D. Pro-Rectori optime merito Univers. Juristar. P. C. 
Anno Domini 1635. — Singularem generositatem animique 
dotes Ludovici Pimae Cathareni J. U. D. Syndici et Pro-Rec- 
toris dignissimi Jurist. Universit. referebat anno salutis 1635. 
Da qui rilevasi, ch'egli si fosse uomo dotto e distinto. 

PIRRO Flavio Giacomo (Didaco) ebreo, naqueaEvora nel Porto- 
gallo nel 1517. Espulso dalla patria, scorse l'Inghilterra, la Francia, 
il Belgio, la Svizzera, l'Italia, la Grecia, l'Egitto e buona parte del- 
l'Asia, indi si ridusse in Ragusa, ove visse fino alla morte. Fu poeta 
latino tra primi del suo secolo. Una parte de' suoi carmi uscì alla luce 
nel 1582 presso Tommaso Natali in Cracovia, ristampati nel 1592 
in Venezia sub signo leonis, e nel 1596 presso Felice Valgrisio. 
Le poesie inedite hanno un tal titolo: Didaci Pirrhi Lusitani 
elegiarum libri III. ad D. Slatarichium Patav. Scholae Recto- 
rem et equiiem splendidissimum; accessit Lyricorum libellus 
eodem auctore. 

PLANCICH ab. Dr. Giorgio, di Città Vecchia, canonico ono- 
rario della Chiesa Patriarcale di Venezia, I. R. Consigliere ed Ispet- 
tore generale delle scuole popolari del Veneto, morto nel 1851. 
Scrisse : Saggio d'idee tendenti a migliorare e promuovere V istru- 
zione elementare in Dalmazia , Zara 1820 in 8°. (V. Gaz. Uf. 
di Venezia 1852, n. 2, 7; e Istitutore Elementare, ivi 1852, n. 1 1 . 

POLIPO VICH Gerolimo , stampò a Venezia nel 1759: Skup 
pisnih bògoljubnih. 

P0LITE0 Giorgio naque a Città Vecchia in sulla metà del 
passato secolo. In età matura recossi a Spalato, ove esercitò le 
arti meccaniche in modo da lasciarvi fama immortale. Lavorò di 
molti variatissimi orologi, ogni stromento di musica, un forte piano 
a coda e corde erette, de' canocchiali e molte machine. Nel nuovo 
giornale enciclopedico d'Italia (1704, gen. p. Ili) havvvi un lungo 
articolo sul' ventilatore a mantice di sua invenzione. Simeone Stra- 
tico nel 1792 invitavalo ad ispettore delle arti di Padova, ma egli 
vi ricusò. 

POLO Marco di Curzola, dove aveva preso stanza molto 



256 

prima la sua famiglia. Alcuni lo vogliono veneziano, \a,Biog. Univ. 
An. e Mod., lo dice però d'origine dalmata. 

Suo avo addimandavasi Andrea, il quale alla morte lasciò 
tre figli, Marco, Maffio e Nicolò. L'ultimo si è il padre del no- 
stro Marco, Maffio e Nicolò eransi già fin' dal 1250 recati a Co 
stantinopoli per affari di commercio. In questo tempo per mezzo 
delle crociate sendosi resa più libera la strada all' oriente, questi 
due fratelli si decisero a tentare un nuovo modo di risorsa commer- 
ciale. Dirizzaronsi essi dunque al Caspio e varcato il Volga, presero 
stanza a Sarai (1256) indi a Bolghar, luogo di residenza di Bar- 
kah, figlio o fratello di Batou, figlio minore di Genghiz-Kan. Ma 
dopo un' anno di soggiorno in quelle terre divisando essi rivedere 
la patria, scopiò terribil guerra tra Barlcah e Houlagou suo cugino 
imperatore de' Mongoli colla peggio del primo, la quale pose osta- 
colo al loro ritorno. Non disperando essi tuttavia di riuscire nel loro 
divisamente, si recano a Bokhara per tentare a tal fine un modo in- 
diretto. Quivi fatta conoscenza con un nobile tartaro, ammiratore 
della nobiltà de* loro portamenti e della molta dottrina, si decidono 
dietro i suoi eccitamenti a portarsi alla corte di Koublaì imperatore 
de' Tartari. Questi dopo che li ebbe accolti con somma cortesia, 
addirizzò loro diverse questioni sugli stati cristiani d'Occidente ed 
in ispecieltà sul Papa, e restato pienamente soddisfatto, l'inviò 
quali ambasciatori alla Corte di Roma per impetrare alquanti ban- 
ditori del Vangelo, ed anche collo scopo d'eccitare i principi cri- 
stani ad attaccare i Saraceni, suoi irreconciliabili nemici. Scesi i 
nostri due viaggiatori a Giazza o Ayas nella piccola Armenia, 
ivi s'imbarcarono alla volta di S. Giovanni d'Acri, allora in mano 
de'cristiani, ove giunsero nel 1269, e da qui per Venezia. Nicolò 
alla sua partenza aveva lasciato sua moglie incinta ; ora ritornato, 
non la trovò più viva; ella però gli aveva partorito un figlio, cui 
imposto avea il nome di Marco. Intanto era morto Clemente IV. 
(1268) ed alcune fazioni insorte nel sacro collegio ritardavano l'ele- 
zione del suo successore. Perciò i nostri due viaggiatori non volendo 
fosse loro apposto a colpa il ritardo nel ritorno da Houblaì, dopo 
due anni lasciarono di nuovo la loro patria, e menendo' seco il gio- 
vane Marco si diressero a S. Giovanni d'Acri. E mentre ch'erano 
in via per Ayas, ricevettero la notizia dell' elezione di Gregorio X., 
il quali li fece ritornare a Roma, die loro per Kuobla'i lettere e 



257 

regali, indi li eccitò al ritorno. Recatisi in Siria, si volsero a Balkah, 
donde dopo una grave malattia di Marco, per il deserto diLop eKobi 
penetrarono nella China. Ammessi alla corte imperiale, Koublaì li 
accolse cortesemente, udì le vicende da essi corse ed i risultati della 
loro missione, e ne rimase pienamente satisfatto. Avendo da poi 
chiesto loro, chi fosse il giovane ch'essi seco avevano tratto, e rile- 
vato ch'egli era figlio di Nicolo, lo prese a se, lo fece istruire ne' lin- 
guaggi di quelle regioni; stupefatto pei suoi grandi progressi, lo 
elesse a suo consigliere e gli affidò il governo d'un importante pro- 
vincia. In tal carico egli visitò tutta la Tartaria, il Tibet, la China 
ed il Giappone, studiando i costumi di que'popoli. Dopo alquanto tempo 
tutti e tre ottengono a mala pena la facoltà di rivedere la patria, 
e nel ritorno incaricati di condurre la tìglia del Kan al re di Persia 
Argone, scorrono l'India, l'Asia occidentale, buona parte dell'Africa 
e l'Europa orientale. Giunti in patria appena dopo un' assenza di 
26 anni (1295), d'immense ricchezze forniti, s'accese la guerra tra 
Veneti e tra Genovesi, e Marco vi prese parte. Nella battaglia 
navale presso Curzola rimasto prigioniero, venne condotto a Genova 
o tratto nella carcere. Trovossi in compagnia d'un tal Rustighello 
nobile di Genova, il quale, avendo inteso quanto Marco racconta- 
tagli intorno ai suoi viaggi, pregollo, volessegli permettere di de- 
scriverli. Vi condiscese Marco, e Rustighello scrisse tali cose: 
.-.secondo citelli vide cogli occhi suoi; molte altre che non vide 
ma intese da savii uomini e degni di jede« e però ^estende le 
cedute per vedute e le udite per udite, acciocché il suo libro sia 
diritto e leale e senza riprensione. E certo credi, dapoi che il 
nostro signor Gesù Cristo creò Adamo primo nostro padre, non 
fu uomo al mondo che tanto vedesse o cercasse, quanto il detto 
messer Marco Polo*. Molti negarono la realtà de' fatti esposti da 
Marco, ma, uno studio più avanzato sull' Asia fece sparire ogni 
'bibbio, e diede a Marco tutto il merito che gli si conviene per le 
<ue grandi scoperte storico -geografiche in Oriente. Da un' altro 
manoscritto raccogliesi, aver descritti i viaggi stessi un Pisano, cui 
Marco li dettò mentre era seco lui nelle prigioni di Genova. Nel 
1299 fatta la pace, il nostro Polo ritornò in Venezia, ove s'accasò 
eoa nobil donna, da cui ebbe due figlie. Ignorasi l'anno di sua 
morte. Grynaeus nel suo Novus òPÒis, imprese per la prima 
volta a quanto sembra, nel 1532 una traduzione latina di Marco 

17 



258 

Polo, indi un' altra il Ramusio. Vari sono i giudizi intorno alla 
lingua di cui si servì Marco nel distendere le sue relazioni. Secondo i 
più, si fu la veneziana 1 ). Pipino di Bologna nel 1320 si fu il primo 
che recasse in latino i viaggi di Marco, e dice aver condotta tale 
fatica sul testo volgare. Una grande quantità di codici recanti i 
viaggi di Marco descritti in latino, italiano e francese, si rinven 
gono nelle biblioteche d'Italia, di Francia e della Germania, molto 
varianti tra essi. L'edizione & Andrea Muller 1671, Berlino in 4° 
è la migliore tra le latine. In veneziano uscì la prima volta nel 1496 
a Venezia in 8°, e da poi più volte, ma l'edizione Ramusiana del 
1553 e del 1583 va ad ogni altra innanzi. Infinite edizioni furono 
tratte in tutti i colti linguaggi, accennate dalla Blog. Univ. Ani. 
e Mod. Il Lazzari volgarizzò i viaggi di Marco, aggiunse pregievoli 
note, e publicò eziandio il suo testamento, e Ludovico Pasini nei 
1842 die in luce tale lavoro. Se ne trasse pure un compendio col 
titolo di Milione, indigesto. Il miglior commentatore di Marco si 
fu Marsden, il quale die nel 1818 in 4° eziandio l'edizione più 
esatta. »iZ ne faut pas sétonner, dice la Biog. U. A. e M., si la 
courte relation de Marco Polo a tant occupé les savants. Lorsque 
dans la longue sèrie des siècles, on eherche les trois hommes 
qui par la grandeur et Vinfluence de leurs découvertes, ont le 
plus contribué au progrès de la géographie ou de la connaissance 
du globe, le modeste nom du voyageur vénitien vient se piacer 
sur la méme l'igne que ceux d' Aleaiandre-le-Grand e de Cri- 
stophe Colomba. Klaproth preparava l'edizione di Marco Polo, con 
commenti e colla carta analizzata de' paesi da lui visitati, e dovevasi 
stampare a spese della società geografica di Parigi (Canta T. XII.). 
PONTE (de) Valer o di Zara, arcidiacono, vicario dell' Ar- 
civescovo Teodoro Balbi (1656—1669) e visitatore Apostolico per 
ordine Pontificio della Jadernita provincia, uomo di somma dot- 
trina e prudenza. Lasciò il suo commentario intorno l'istoria sacra 



*) Apostolo Zeno (Annot. alia Bibl. del Fontan. Tom. II.) decise che i 
viaggi di Marco Polo furono scritti in dialetto veneziano (Tiraboschi 
v. 4. p. 70). Un testo antichissimo a penna venne citato dagli accade- 
mici della Crusca. Nel codice vetustissimo citato dal Zeno si dice, che 
M. Polo scrivesse le storie nel 1299. Sulla veracità de' fatti quivi ripor 
tati trattò diffusamente il Tiraboschi nella sua Storia della letteratura 
italiana (1. e). 



259 

dell' Illirio, che servì di molto ajuto al Patre Daniele Farlati nella 
descrizione del suo Illirico Sacro. Scrisse pure una dotta ed erudita 
dissertazione sopra il culto di S. Anastasia, nonché il Catalogum 
mss. Antistitum Jadrensium. Lo Spon nel suo Voyage (Amster- 
dam 1679) alla pag. 66 lo dice »homme sqavant, e qui posède 
bien Vhistoire de son pays«. 

PONZONI Sforza, dalmata, consanguineo di M. Antonio 
de Dominis, dottore in sacra teologia e canonico della collegiata di 
Civita nel Friuli, fornito com'era di molta dottrina e prudenza e 
d'ogni altra virtù nel 36 anno dell' età sua fu da Paolo V. nel 1616 
innalzato alla dignità Arcivescovile di Spalato qual successore di 
Marc' Antonio e da questi proposto nella lettera diretta ai Spala- 
trini. Con molta fatica esaminò tutti i diritti della Chiesa di Spalato, 
li estrasse di sua mano da antiche membrane, e raccolseli in sette 
libri, disposti secondo la diversità della materia, cioè I. Diritto 
ordinario e metropolico ; IL Diritti decimali; III. Donazioni di 
Principi; IV. Ducali del Senato Veneto', V. Atti de' Conti di 
Spalato; VI. DegV istr omenti; VII. DegV istr omenti. Tale fatica 
compì nel 1622, con grande vantaggio de' suoi successori, che in 
un corpo vi trovano tutto quanto loro appartiene. Diresse i costumi 
del clero e del popolo a norma de' sacri canoni, e volle si eseguis- 
sero i decreti degli anteriori concili diocesani e provinciali. Visitò 
la diocesi, e ne corresse gli abusi. Ottenne dalla Corte Romana di 
poter appoggiare la visita di quella parte della sua diocesi, che 
gemeva sotto il giogo Turchesco, ad un sacerdote, e ne scelse a tal 
uopo Giorgio suo vicario. Consacrò la Chiesa della B. V. di Poisan, 
e ne fece dal suo il tabernacolo di marmo; migliorò il coro, erigen- 
dovi il trono episcopale; dilatò ed ornò la sacristia di mobili, compì 
la torre Domniana mancante da prima dell' ultimo ordine, e dalle 
fondamenta innalzò la casa Episcopale sull' area dell'antico palazzo, 
Urbano VIII. avendo incaricato Ottaviano Garzadori Arcivescovo 
di Zara di visitare tutte le diocesi dalmate soggette ai Veneti, Sforza 
lo accolse in Spalato (1624) con tutti gli onori dovutigli, e gli per- 
mise di portar la croce all' innanzi. Ottenne dall' Imperatore Turco 
un firmano, con cui gli si garantiva la proprietà d'alcuni beni appar- 
tenenti alla mensa Arcivescovile, e posti nel territorio turchesco 
(1636). Ebbe controversia col Patriarca Veneto intorno al diritto 
ed al titolo di Primate della Dalmazia, e ne uscì la decisione del 

17 * 



260 

Tribunale della Sacra Rota, per cui la provincia di Zara doveva 
appartenere a Venezia, a Spalato la ragusina e la croata. Per le 
incessanti fatiche pastorali affranto, recossi a Venezia nel 1640 per 
sollevare alquanto le forze, e mentre quivi pure era intento a difen- 
dere i diritti della sua chiesa, lo colse la morte in ottobre. Fu 
adorno di tutte le doti proprie d'un grande prelato. Il suo corpo fu 
trasportato a Spalato ov' ebbe onorata sepoltura. Lasciò un cata- 
logo degli Arcivescovi Salonitani, esistente nella Vecchia Curia 
Arcivescovile di Spalato. 

PONZONI Matteo, cavaliere, fratello di Sforza, allievo 
di Santo Peranda, cui ajutò nelle pitture eseguite alla Miran- 
dola. »Il suo stile, al dire del De Boni (Biogr. degli artisti), 
qualunque ei fosse, andò scostandosi a poco a poco da quello 
del maestro, e pervenne all' originalità. Ebbe carattere più gran- 
dioso, una certa ^morbidezza, naturalezza e facilità, non iscom- 
pagnata da dottrina. Solo gli mancava la nobiltà e la grazio a 
renderlo uno dei più distinti fra i contemporanei* . Dimorò col 
fratello nella città di Spalato fino che quegli visse, e dopo la sua 
morte (1640) si tramutò, per causa delle guerre ottomane, in Ve- 
nezia, dove lasciò diverse opere, che mentovate sono, ed anche 
taluna come veramente rara, dal suo coetaneo Boschini nella Mi- 
nere della pittura, e da altri. 

POSSILOVICH Paolo di Glamotz in Bossina de' Minori Os- 
servanti, eletto nel 1642 vescovo di Scardona. Scrisse: Nasla- 
gjenje duhovno. — Cvit kripostih duhovnih (Flos virtutum, 
volgar.) Venezia 1756 in 8°, in caratteri cirilliani a vantaggio 
de' fanciulli e con dedica a Ferdinando IV. Imperatore. Di questi 
lavori si servi lo Stulli nella compilazione del suo dizionario. 

POZZA Carlo di Ragusa, che morì nel 1522, si aquistò fama 
dì gran poeta. I suoi scritti, che pur esistevano nello scorso secolo, 
andarono smarriti. 

POZZA Francesco di Ragusa, domenicano, per la sua grande 
valentia nelle gravi discipline e per la molta erudizione sacra da 
Clemente VII. venne inalzato alla sede Vescovile di Trebigne. Morì 
nel 1532. Scrisse eccellenti sermoni latini, inediti. 

POZZA Miciiiele di Ragusa, prima domenicano, indi prete e 
canonico in patria, scrisse in illirico le vite di S. Domenico, di S. 



261 

Filippo Neri, di S. Catterina da Siena, di S. Francesco Saverio, 
di S. Antonio di Padova, di S. Rosa di Lima; e voltò pure le Me- 
ditazioni del P. Francesco Salazar. Mori nel 1685. 

POZZA (de) Orrato di Ragusa, valente scrittore dell' età 
nostra, a Vienna nel 1845 stampò un' Antologia slava, e a Zaga- 
bria (1849) die alla luce un volumetto deleganti poesie sotto il 
nome di Talianke, e vari altri scritti d'interesse patrio. 

POZZA Co. Nicolò di Ragusa die alla luce in Zara 1851 
in 8° due ragionate memorie sulla questione doganale della 
Dalmazia. 

POZZA Vincenzo (detto Soltan) di Ragusa, naque da fami- 
glia patrizia originaria di Cattaro, ed ebbe fama in patria di di 
stinto matematico ed astronomo, ma i suoi lavori in tali materie 
andarono smarriti. Si fu egli eziandio buon poeta, di che ci fanno 
fede una sua elegia latina, un sonetto ed una canzone italiana in 
morte di Giunio Palmo tta, ed un dramma illirico intitolato Olinto 
e Sofronia. Da tali componimenti ancor superstiti rilevasi, aver 
egli saputo maneggiare destramente i tre idiomi, in cui scrisse. I 
caratteri del dramma ritraggono della realtà, e quantunque l'argo- 
mento sia ricavato dalla Gerusalemme liberata, pure pel modo con 
cui l'ha trattato, lo rese di suo privato diritto. 

PRERADOVICH Pietro naque nella Croazia Militare nel 
1818, compi gli studi nel collegio di Neustadt, ed ora presiede il 
comitato militare presso la tavola banale in Zagabria. Venne in Zara 
nel 1843, e siccome in quella città prese amore alla slava poesia e 
menò moglie, così merita un posto distinto in questo lavoro. Pu- 
blicò da prima -varie poesie nella Zora Dalmatìnska, giornale a 
quel tempo redato in Zara dal valente Dr. Antonio Kuzmanich, che 
gli procacciarono fama distinta, e che poscia raccolse in un volume 
uscito in luce nel 1847 presso i Battara col titolo: Pervenci, raz- 
liène piesme, poscia in Zagabria nel 1851 presso Frane. Zupan. 

PRIBOEVO Vincenzo di Lesina, dell' ordine di S. Domenico, 
dottore in teologia, scrisse: Oratio. De origine successibusque 
Slavorum. Venetiis 1552 in 4°. 

PRIDOEVICH Padre Giovanni di Scardona, visse nel 16. se- 
colo e ci lasciò un' elegante poesia : De Tragurii laudibus. 

PRIMI Nicolò di Ragusa, uomo coltissimo e gran favoreg- 



262 

giatore dei letterati, morì in Padova nel 1580. Il celebre Fran- 
cesco Sansovino a lui dedicò il suo volgarizzamento di Tito Livio, 

PRIMI (Latinich) Pasouale di Ragusa, buon poeta illirico, 
morì nel 1640. Diede alla luce in Venezia nel 1617 una tragico- 
media intitolata Y Euridice; e ci lasciò d'inedito: un poema sul- 
l'incarnazione del Verbo, - — molte poesie morali e satirico- 
burlesche; — e la versione di vari salmi e di quasi tutti gì' inni 
Ecclesiastici. 

PROCIILIANO Antonio d'origine Albanese, cancelliere della 
comunità di Spalato. Abbiamo di lui alla stampa due buone orazioni, 
dette nel Consilio di Spalato, impresse nel 1567 in Venezia presso 
Domenico Ferri, in 4°. 

PROBI Bernardino di Pucischie, vicario foraneo della Brazza, 
scrisse: Vita S. Joannis Ursini Episcopi et Patroni Civitatis 
Tragurii in Dalmatia . . . versibus latinis conscripta (nel 1579) 
atque ex ejus schedis temporis vetustate corrosis, exarata et 
edita a Brachiensi Presbytero Andrea Cicarelli. Spalato 1814. 
Vi sta a fronte la versione in verso sciolto italiano di Dr. Spiridione 
Carrara di Traù. 

PRODI Vincenzo di Pucischie, ove naque nel 1528 e morì 
nel 1663. Scrisse la Gomana, lavoro di genere romanzesco, e la- 
sciò manoscritti risguardanti l'isola della Brazza. 

PULICH Dr. Giorgio di Ragusa, direttore dell'i, r. Ginnasio 
superiore di Zara. Scrisse: Propedeutica filosofica ad uso de Gin- 
nasi Italiani, Trieste 1855. — Intorno al supremo principio 
del prammatismo storico, nel programma dell' i. r. ginnasio di 
Zara per l'anno scolastico 1851 — 1852. Zara, tip. Battara, in 4° 
e vari lavori in altri programmi, dallo stesso publicati negli anni 
successivi. 



Q. 

QUINZIO AGOSTINO dì Pòglizza, dell'ordine de" Predicatori, 
grande teologo. Fu lettore di divinità negli studi diRomaedi Bolo- 
gna. Siccome in grande estimazione del generale dell'ordine Vincenzo 
Giustiniani; fti croato priore di Scio, dove apprese la lingua greca. 
Nella presa di quell' isola cadde in Italia de' Turchi, i quali lo ine- 



263 

narono a Costantinopoli, ove in servaggio apprese il turco e l'ar- 
meno. Riscattato per interposizione del Giustiniani, fu fatto Pro- 
vinciale di Terra Santa. Costui divenuto cardinale, lo chiamò a se, 
e suo segretario lo fece, ne lo volle cedere a Jacopo Foscarini che 
sceglievalo interprete nella sua impresa contro il Turco. Tenne il 
seggio vescovile di Curzola conferitogli da Gregorio XIII. ; fu da 
Sisto V. eletto nunzio nelle Spagne, ma ricusò l'offerta, e da Paolo V. 
trasferito al vescovato di Massa nel reame di Napoli, ove morì nel 
1611 in età di 67 anni. 



R. 



RADAGLIA Francesco di Ragusa, francescano. Sisto V. l'a- 
vrebbe fregiato della porpora cardinalizia, se vissuto fosse un mese 
ancora. Il Dolci attesta di lui: Corculum etHlyricae gentis gloria. 
Benedetto Orsini lo dice egregio scultore. Un' altro 

RADAGLIA Francesco scrisse alcuni drammi illirici, di cui 
ci resta un solo. 

RADICH Lodovico di Ragusa, francescano, nel 1776 a Li- 
vorno rese di publica ragione il suo Manuale Spirituale in illirico, 
ed un' Orazione latina in morte di Mr. Pugliesi Arcivescovo di 
Ragusa. 

RADNICH P. Michiele, nato a Bacchi na sul territorio di Ma- 
carsca, ovvero a Bachia o Baca in Bossina, come vuole l'Occhjievja, 
fu dell' ordine di S. Francesco, istudiò nel collegio della Propaganda 
in Roma, e reduce in patria, voltò in lingua illirica i tre libri di 
Diego Stella (Roma 1683). Le sue cento meditazioni e rifles- 
sioni suW amor divino, elegantemente espresse e dedicate a In- 
nocenzo XI. svolgono l'idee più ardue d'un teologo e filosofo. 

RADULOVICH Michiele, oriundo da stipite dalmato del cir- 
condario di Zara. La famiglia Radulovich nel 17. secolo ebbe in sua 
potestà la città di Polignano nel reame di Napoli, di cui fu Mar- 
cinone, il nostro Michiele uomo nelle amene lettere, versatissimo, ed 
autore della vita di S. Vito Martire uscita in luce co' torchi (Ughelli 
Ital. Sac. ediz. 2. Ven. t. 1. p. 975. e t. 7. p. 756)). 

RADULOVICH Nicolò naque in Ragusa nel 1626, da famiglia 
oriunda dall' Ercegovina. Sostenne da prelato in Roma importali- 



264 

tissimi carichi, come: di referendario dell' una e dell' altra segna- 
tura, di segretario della Sacra Congregazione dei Vescovi e Rego- 
lari; ed ebbe lama di profondo avvocato nella stessa sede della 
giurisprudenza. Innocenzo XII. a* 14 novembre del 1699 lo fre 
giava della porpora. 

RAFFAELI D R Urbano di Cattaro, ove naque nel 1807 
e morì nel 1848, esercitando con plauso l'avvocatura. Illustrò la 
sua patria con molti scritti eruditi, usciti alla luce ne' patri 
giornali. 

KAGNINA àmbrojo di Ragusa, domenicano, morto nel 1550, 
indirizzò a Bernardo Ghetaldi una lettera latina stampata nel 
1585, e premessa al libro X. Quodlibeto Concionatolo del P. 
Clemente Ragnina, in cui discorre dei più distinti personaggi del 
suo ordine. 

RAGNINA Clemente di Ragusa, domenicano, naque nel 1482, 
e morì nel 1559 in patria. In Italia, ove apprese le sacre scienze 
e le insegnò con plauso per lungo tratto, ebbe fama di oratore elo- 
quentissimo , di profondo teologo e di abile negoziatore in affari po- 
litici. Il Senato Raguseo si servì dell' opera sua in circostanze 
gravissime e n'ebbe vantaggi rilevanti. Scrisse : Quodlibetum con- 
cionatorium, Venezia 1541 e Brescia 1586 — Expositio Episto- 
lae D. Pauli ad Pomanos , Venetiis 1547 per Nicoloum de 
Bascharinis — Commentario, in IV. lib. Sententiarum — Li- 
ber consiliorum, in quo cum alphabeto tractatur de Cambiis et 
Usuris — Opus contro errores Rascianorum — Flores super 
decretalia — Quaedam dubia in epistolas D. Pauli — Sermo- 
nes de tempore et de Sanctis — Opus de potestate Petriet succes- 
sorum — Liber casuum conscientiae. Il Cerva accenna ed altre 
otto sue opere. L'Echard e Lodovico Pasquali ne fanno elogio. 
RAGNINA Domenico naque nel 1536 a Ragusa, ed impiegò 
i suoi primi anni nel coltivare le umane lettere. Visitata ancor ado- 
lescente la Sicilia ed in Messina appresa la lingua greca, venne in 
Firenze d'anni 27, ove nel 1563 coi tipi del Torrentino diede alla 
luce le sue Poesie varie (Piesni razlike). Per la molta sua col- 
tura lo prese ad amare il Granduca, il quale indi a poco sceglie- 
valo a suo intimo consigliere e cavaliere del nuovo ordine di S. 
Stefano. Allora il Ragnina invaghitosi di Ima tal Rosa Fiorentina, 



265 

che molti dubitano t'osse del casato stesso del regnante, e di cui al 
pari che di una Livia da Messina fa menzione più volte nelle sue 
poesie, fu costretto, come sembra, ad abbandonare Firenze, ove 
si era a lungo trattenuto. Scorrendo da poi l'Italia fé ritorno a 
Ragusa, ove fu preso così dalla bellezza e dal sapere di Fiora 
Zuzzeri com' egli stesso attesta nelle odi, che le si affezionò. Ma 
lealmente amolla, come questo buon poeta scusa e difende il suo 
amore. Ebbe moglie e figli, ne le cure messevi per dare a questi 
una buona educazione lo distolsero dai buoni studi; e nella stessa 
vecchiaja si pose a scrivere su' argomenti morali e a celebrare le 
lodi de' suoi amici. Morì nel 1607 in età di anni 71, dopoché per 
ben sette volte si fu rettore della republica. I dotti ragusei e fo- 
restieri di molta levatura de' suoi tempi parlano nelle opere loro 
con gran lode di Domenico. I suoi lavori letterari sono: Versione 
illirica d'alcune cose di Tibullo, Properzio e Marziale fra i Latini, 
e di Filemone , di Mosco e di altri fra i Greci — Piesni razlike, 
stampate a Firenze nel 1563 unitamente alle cose precedenti. Nel 
1634 le poesie di Domenico furono ristampate in Venezia da Marco 
Ginami in due tomi, uno dei quali contiene le cose erotiche, e 
l'altro le sacre, le morali e le burlesche. Il benemerito Dr. L. Gaj 
le ristampava in Zagabria nel 1850 in 8. 

RAGNINA Lorenzo di Ragusa, dottissimo giurisconsulto, 
segretario e uditore del Cardinale della Rovere (indi Giulio IL), 
governatore di Tolentino, e avvocato della republica Fiorentina. 

RAGNINA Marco di Ragusa, arcidiacono del Capitolo patrio, 
in Roma ebbe fama di dotto canonista. 11 celebre Cardinale Sirlato 
trasse vantaggio dalla sua vasta erudizione nell' esame de' libri 
sacri. Morì nel 1595. 

RAGNINA Matteo di Ragusa, vissuto circa il 1450, era 
eccellente oratore e peritissimo del diritto canonico. 

RAGNINA Nicolò di Ragusa, scrisse nel 16 secolo una 
cronaca con stile inornato, e senza ordine, pure non senza merito. 
Arriva fino il 1545, e dal 1400 in poi la cronologia è esatta. 
Rimase inedita. Ci resta pure di lui inedito an carme »De inven- 
tione corporis S. Simeonis Projtàetae.* 

RAGNINA Simeone di Ragusa, a sentenza di Domenico 
Ragnina, valente poeta, oratore e filosofo. 

RAGUSEO Giorgio di Ragusa, ove naque da illegittimo connu- 



266 

bio, filosofo, teologo ed oratore di vaglia. Condotto a Venezia in 
verd' età da un gentiluomo veneziano, attese allo studio delle 
scienze, e laureatosi in filosofia ed in teologia a Padova, applicatosi 
a tutt' uomo alle matematiche ed alla medicina, venne chiamato 
nell' università di Padova alla seconda cattedra di filosofia qua) 
emolo di Cesare Cremonino, principe de' filosofi a que' tempi. Ebbe 
da poi acre contesa con questo filosofo, cui a sentenza del Papa- 
dopoli se eguagliò nella dottrina, certamente lo superò nell' ele- 
ganza del dire e nel numero delle opere publicate. Morì nel 1622 
in età di 43 anni. Le sue opere citate di sovente dai più illustri 
filosofi in conferma delle loro opinioni, sono le seguenti: Disputa- 
tionum Peripateticarum volumen 1., cum responsionibus ad 
tractatum Caesaris Cremonini deformis elementorum; — Geor- 
gii Ragusaei Veneti theologi, medici, et Patavinae scholae 
Philosophi ordinarvi episiolarum mathematicarum, seu de divi- 
natane lib. 2. Parisiis 1623 apud Nicolaum Buon, quibus ad- 
juncta est disputatio de puero et puella , qui Patavii ad aram 
D. Antonii revixerunt; — Mss. lib. epistolarum de Logica, de 
Rhetorica, de Scientiis; — Comment. in libros sententiarum. 
Ebbe Gio. Bat. Milano, vescovo di Bergamo a zio per adozione ed 
a Mecenate. 

RAICEVIGH Stefano di Ragusa, vissuto in sullo scorcio del 
secolo passato, giureconsulto, consigliere di S. M. Cesarea, scrisse 
l'interessante opera stampata in Napoli col titolo: Osservazioni 
storiche, naturali e politiche intorno alla Valacchia e Moldavia^ 
e trattò delle antichità Slave in sette lettere italiane, tradotte in 
tedesco e publicate. 

RASMILOVICH Bonaventura de' Min. Osserv. di Spalato, 
trasse dai succhi dell' erbe, e scrisse e dipinse i due famosi corali 
delle Paludi. 

RAZZI Serafino celebre domenicano e teologo fiorentino nel 
XVI. secolo, Vicario Capitolare della Chiesa Ragusina, delineò la 
storia di Ragusa stampata a Lucca nel 1595 in 8. da Vincenzo 
Bosdraghi. Tolse il più dal Ragnina, e quindi il suo inerito si li- 
mita a ciò soltanto , che con maggior particolarità degli altri scrit- 
tori descrisse le operazioni guerresche corse tra Turchi e Cristiani 
a' suoi tempi. Stampò nel 1667 in Venezia, tip. Pinelli, in 4° una 
relazione del tremuoto di Ragusa seguito a' 6 aprile del 1667. 



267 

Lasciò inedite le vite degli Arcivescovi di Ragusa. Usò d'uno stile 
inornato. 

REMEDELLI Dionisio di Ragusa, domenicano, buon teologo, 
versatissimo nel greco, visse nel 1728 in Firenze, ed ebbe cattedra in 
Bologna e a Pisa. Arricchì in età fresca di erudite osservazioni le 
opere di S. Antonino , uscite in luce a Roma per opera sua e del 
celebre P. Mamacchi. Recatosi a Vienna con rilevanti incombenze, 
ebbe da Maria Teresa grazie e distinzioni. 

RESTI (Co.) Giunio Antonio, naque nel 1755 in Ragusa, 
ove terminò il corso degli studi presso i Gesuiti con gran plauso. 
Datosi agli impieghi politici, in età di trentasette anni ebbe seggio 
tra i senatori di quella republica, e nel 1797 fu scelto a Doge. 
Dopoché le truppe francesi s'impadronirono di Ragusa, Resti si ri- 
tirò alla campagna, consacrandosi tutto alle muse latine e greche. 
Appena nel 1814 fece ritorno nella città, ove morì a 31 marzo 
dell' anno stesso. Il P. Frane. Mar. Appendini diede in luce co' tipi 
del seminario di Padova in un volume in 8vo le poesie di Giunio, 
col titolo: Junii Antonii comitis de Restiis, putridi Ragusini, 
carmina, le quali dividonsi in quattro libri, di satire cioè, di ele- 
gie, di epistole e di poesie varie; ma alle sue satire il Resti deve la 
sua fama, siccome a questo genere di poesia portato per irresisti- 
bile forza da natura. E se non trovi in esse quelle foggie di dire, 
que' motti, arguzie, lepidezze, che v^nno per la bocca degli ora 
viventi, e che perciò piacciono, perchè più addatti a disvelare la 
parte loro ridicola, lo si deve ascrivere alla lingua latina che ado- 
però, e che quantunque non spoglia di tale materia, ne ha pei 
tempi d'allora non per i nostri di molto da quelli cambiati e per lo 
modo d'operare e di sentire. (V. Journ. de Savantes; jul. et 
nov. 1817). 

RESTI Giunio di Ragusa lasciò inedito un' incompleto la- 
voro storico sulla sua patria in lingua italiana, diviso in 13 libri 
e che arriva al 1451. Distinguesi però tra gli altri Ragusei istorici 
per l'autenticità de' fatti che narra, poggiati a' fatti irrefragabili. 
Ladislao Gozze aggiunse a questo eccellente scritto un' eruditissima 
prefazione. Ci restano di lui pure sette buone composizioni illiri- 
che. Giunio morì nel 1735. 

RICCIARDI Bernardino nasceva a Ragusa nel 1680. Com- 
piti gli studi, si diede a comporre non meno nella latina che nell' ita- 



268 

liana ed illirica poesia, scegliendo ordinariamente argomenti sacri. 
Ma nel 1716 rapito immaturamente dalla morte, non potè limare 
i suoi versi, per cui hanno l'impronta dell' età fresca in cui furono 
composti. Il Cerva li raccolse ne' suoi Miscellanei, distribuendo lo 
cose compite in carmi, egloghe, elegie, elogi ed epitafi. 

RIBOLI Gio. Pietro naque nel borgo di Clissa, apprese le 
scienze nel seminario di Spalato. Indossato l'abito clericale in età 
giovanissima, die tosto colla sua probità e valentia chiaro segno di 
quanto doveva addivenire tra breve. Laureato a Macerata, ebbe 
cattedra di filosofia e poscia di teologia nel seminario spalatense, e 
quivi illustratosi di molto per le opere egregie del suo intelletto, si 
vide scelto nel 1756 canonico indi arcidiacono di quella Primaziale 
Chiesa, poscia Vicario Generale dell' Arcivescovo Nicolò Dinarich 
e di Gio. Luca Garaguin, i quali conobbero il gran pregio delle 
sue virtù e ne trassero rilevanti vantaggi. La fama de' suoi meriti 
giunse eziandio a Clemente XIII., il quale a di 10 luglio 1767 lo 
sceglieva a vescovo di Lesina e Brazza. Moriva a 30 decembre 
1783, lasciando vivo desiderio di se in ogni classe di persone 
Ci restano i di lui manoscritti di vario argomento e di valore ri- 
levante. 

BITTER (Vitezovich) Paolo di Segna, scrisse: Natale so- 
lum Sancti Ladislai Regis Hungariae; — Prodromum Croa- 
tiae redivivae; — Stemmatographia sive armorum illyricorum 
delineatio, descriptio et restitutio. Viennae, 1701, in 4° con in- 
cisioni; — Stemmato graphiae illyricanae liber I. Editio nova 
auctior. Zagabriae, 1702. fogl. 16, in 4° con incisioni — Queste 
due opere furono voltate in illirico e stampate con caratteri emi- 
liani in Vienna, accompagnate da incisioni di Zefarovich. Lasciò 
altri scritti, in cui illustra la storia dalmata e croata, de' quali si 
servì il Kercelich. 

ROGACCI Benedetto di Ragusa, gesuita, naque nel 1646. 
Prima in Ancona, indi a Roma si applicò alle sacre e profane di- 
scipline, e fornito com' era d'una memoria sorprendente e d'acuto 
ingegno, salì in rinomanza in ispecieltà allorché da ripetitore al 
collegio Germanico in Roma recitò l'orazione per l'anniversario di 
Gregorio XIII. e compose ad istanza dell' Ab. Gradi il suo poe- 
metto sul tremuoto di Ragusa, e per tal modo addimostrò di aver 
fra i suoi contemporanei pochi pari nell' eloquenza e nella poesia 



269 

latina. Scelto poscia dal P. Oliva allora generale dell' Ordine a 
suo segretario per tutti i collegi d'Italia, venne incaricato di 
scrivere gli annali della Compagnia; ma egli a tali onori rinunziò 
indi a poco , contento d'insegnar retorica e poscia di educare i 
giovani del suo ordine alla pietà ed al pergamo nella casa di S. 
Andrea. In tale carico egli compose in italiano e voltò in latino 
la voluminosa e profonda opera » Introduzione all' Uno neces- 
sario, Praga 1721. e — Appendice all' Uno necessario in 
5 tomi, in cui abbraccia il fiore di tutta la teologia dogmatica 
e morale elegantemente e con acutezza spiegata. Quantunque 
gli fossero offerte le più alte dignità nel suo ordine, costante- 
mente ricusò di sobbarcarvi si, contento d'una vita tranquilla, più 
propria d'una soda pietà e dottrina. Morì nel 17 19. Le altre sue 
opere sono: H Cristiano raggiustato nei costumi e ne' concetti. 
Roma 1708 presso il de Rossi e Venezia 1719 presso il Baglioni 

— L'ottimo stato, Venezia 1725 presso Gin. Battista Recurti, cui 
va innanzi la sua vita scritta da G. Rocco Volpi. — Vita del ca- 
nonico Berti stampata senza suo nome, e del Padre Suarez inedita. 

- Pratica istruzione , ossia l'uso emendato della lingua italiana, 
presso Antonio de Rossi in Roma nel 1 Ti 1 e poscia in Venezia nel 
1720, che lo addimostra elegantissimo scrittore italiano quantunque 
vissuto nel seicento. — Vigintiquinque orationes latinae in ufium 
•ollectae et editae, Romae 1694 typis Antonii Herculis, di 
vario argomento ricolme di molta e scelta erudizione. — Pro- 
seucticon de terraemotn, quo Epidaurus in Dahnatia anno 1667 
prostrata est ad Cosmum ITI. Hetruriae ducem. Romcie, 1690. 

— JEuthimia , sire de tranquillitate animi Carmen Didascali- 
cum. Eocplanatio sententiae: porro unum est necessarium. Ro- 
mae 1690 per Joan. Jacob. Komareh, tema filosofico, svolto 
però con ammirabile sapienza e maestria da allettarne i più schivi. — 
Tre inni per l'uffizio di S. Biagio giustamente ammirati. — Del 
tremuoto onde fu distrutta la città di Ragusa, l'anno 1667 
Carme. Venezia presso O. Palese 1808. Va unita la traduzione 
italiana di Giovanni Bizzaro. 

ROSA Martino di Stagno, francescano, professore di teolo- 
gia .nel Convento di Madrid, compendiò in versi eroiei ineleganti 
l'istoria di Mauro Orbini sul regno degli Slavi »Breve compendium 
nationis gloriosae totius linguae illyricae, in quo breviter origo 



270 

ipsius nationis ostenditur, extensio ejus copiosa, Reges Fideì 
Catholicae totius Dalmatiche , Bosnae , Serviae atque Ras- 
ciae quos habuit; — in fine vero sub umbra aquilae magnarum 
alarum Respublica Ragusina quodammodo moratur, ex quo 
delectationem, voluptatem atque utilitatem maximam de antiqui- 
tate hujus nationis catholicus percipiet lector. Matriti, ex ty- 
pographia Francisco Martine z, anno 1638, p. 69, in 4. 

ROSA Stefano di Ragusa, sacerdote di molta dottrina e pro- 
bità, morto nel 1770. Die alla luce presso l'Occhi la vita di Gesù 
Cristo e della B. Vergine in illirico. In latino impugnò la cor- 
rezione del breviario e del messale illirico operata a que' giorni da 
Giuseppe Assemanni, ed egli ne trasse una nuova correzione del 
messale spedita a Benedetto XIV. ed esistente nelF archivio della 
Propaganda. Lasciò delle altre opere inedite: Un poemetto illirico 
su' Pietro il Grande Czar delle Russie — Manuale teologicum 
latino -illyricum , explicationes , definitiones, et descriptiones 
exhibens ordine alphaòetico — Dissertazione italiana in forma 
di varie lettere scritte a Giovanni Alethy sulla patria di S. Biagio 
— Sulla logica di Aristotele. 

R0SANE0 Antonio di Curzola, nel 1546 fu professore di 
giurisprudenza nelF università di Padova. Scrisse in latino la 
storia dell' assedio di Curzola fatto da Ulùz - Ali viceré d' Algeri 
nel 1571. 

ROSIGNOLI Giovanni di Traù, visse nel 17 secolo e ci 
lasciò: Compendio dell' istoria civile della Dalmazia, Trevi gì 
1780 presso Giulio Trento, pag. 64, in 4°. Va pure unita 
all' opera di Nutrizio Grisogono: Notizie per servire alla storia 
naturale della Dalmazia. 

ROSSI (de) Carlo di Spalato, recitò un' elegante panegirico 
in onore di Andrea Cornelio Provveditore Generale della Dalmazia 
e dell' Epiro, stampato a Venezia nel 1659; nonché due epigrammi 
e due elegie in onore dello stesso. 

ROTA Martino, celeberrimo incisore a bulino del secolo XVI. 
naque a Sebenico nel 1520, od in quel torno. Chi ebbe a maestro 
nell' arte del cesello è ignoto; si sa però, aver egli il suo ingegno 
addestrato e la sua mano in Roma e Venezia, e tanto andò avanti, 
che tale incremento ebbe da lui queir arte, quanto nessuno mai 
per lo innanzi avvantaggiato si era. Dal 1558 ben ottanta e più 



271 

sono le incisioni del Rota, su* quali e* v'appose le iniziali del suo 
nome, ed una ruota significativa del suo cognome istesso. Viene 
encomiato pella delicatezza e morbidezza delle sue figure, e quindi 
per la facilità di ritrarre la natura come la è, e lo si appunta 
d'alcun difetto. (Neu-Mayr. Stampe class.) Espresse a meraviglia 
le imagini de' romani imperatori da Giulio Cesare fino a Alessandro 
Severo, e le publicò in Venezia nel 1570. Più cose lasciò egli an- 
cora dopo se, e tra queste il Giudizio Universale del Buonarotti, 
il suo capo d'opera, che publicò nel 1569 con dedica ad Emmanuele 
Filiberto duca di Savoja. Ne di pregio minore è un' altro, di cui 
si attribuisce l'invenzione a Tiziano, e che fu da Martino dedicato 
nel 1576 all' imperatore Rodolfo IL, di cui fece anche il ritratto 
Sotto un bellissimo ritratto del celebre suo patriota Antonio Veran- 
zio Arcivescovo di Gran si legge: Martinus Rota Sibenicensis, 
Effigiò maestrevolmente Enrico IV. re di Francia, di che è chiaro 
ch'egli ancor vivesse a quel tempo; ignorasi però e l'anno ed il 
luogo ove morisse. Restano di lui eziandio varie Carte corografiche 
della Dalmazia incise nel 1571, e riportate da Gian Frane. Canio 
zio nella sua opera risole famose della Republica di Venezia, 
Venezia 1572 e 1656 , che quantunque poco esatte, sono però di 
qualche uso. 

RUINI Ab Vincenzo di Ragusa, decano di S. Girolamo degli 
Illirici in Roma, diede alla luce coi tipi del Salomoni nel 1766 la 
seguente opera dedicata a Pio VI.: Index conelusionum, quaein 
decisionibus S. Rotae anni 1761 continentur ordine alpha- 
betico digestus, opus tum advocatis tum eausarum patroni s 
utilissimum. 



S. 

SALATICH Giovanni, dottissimo raoerdote di Ragusa, mo- 
riva nel 1826 in età di 68 anni. Fu grande conoscitore della 
lingua slava, e nel tempo stesso delicato prosatore e poeta illirico, 
come si ha da un suo quaresimale, dalla vita di S. Antonio di 
Padova, e da parecchie poesie illiriche. Recò pure in illirico gli 
Idillj del Gessner con somma eleganza. 

SAGRI Nicolò di Ragusa, coltivò insieme colle belle lettere 



272 

le scienze matematiche. Datosi alla navigazione, meditò a lungo 
l'arte nautica, e quindi scrisse i suoi: Ragionamenti sulla varietà 
dei flussi del mare Oceano Occidentale , stampati dal suo fratello 
Gio. Maria in Venezia nel 1574 presso Domenico Guerra. Morì nel 
1573 in Manfredonia. 

SALLECICH Giacomo dottissimo canonico di Curzola, sua 
patria, fu alunno del collegio illirico di Loreto; nel 1699 scrisse 
una breve dissertazione sul naufragio di S. Paolo. Illustrò vari 
documenti antichi e lapidi. Morì nel 1747. 

SALGHETTI-DRIOLI Francesco di Zara, valente pittore a' dì 
nostri. Nel 1837 espose a Roma un quadro, ch'ora trovasi nella 
chiesa di S. Maria a Zara, e che riscossegli applausi del Tiberino 
Giornale di belle arti (12 gen. n. 50. 1837), ove viene lodato pel 
colorito varamente di ottima scuola veneziana antica, per la giusta 
espressione della verità, pel chiaroscuro, e pel disegno vero e 
corretto, ma non elegante in ogni parte. Neil' adorazione dei Magi, 
altra sua fatica, trovi pure e la varietà e la ricca foggia del colo- 
rire che rammenta i migliori maestri; in ispecie vi spicca il gruppo 
dei Magi, i quali rapiti dalla celeste dolcezza, con bellissime mo- 
venze danno risalto alla composizione. In altro quadro rappresenta 
una famiglia ed altri nazionali nostri radunati intorno ad un bardo 
cieco che canta alcune patrie tradizioni accompagnandosi sulla 
gusla. E una scena tutta patria. Il Tommaseo ebbe a scrivere es- 
sere stato egli uno dei primi in Italia a sentire le verginali bellezze 
della scuola Toscana. Dall' Italia gli furono mandati dipinti di 
Francesco Francia, siccome a pittore degno di ristaurarli con mano 
sicura ed onesta coscienza. Meritò eziandio le lodi del più arguto 
giudice di cose d'arte, ch'or abbia l'Italia, Pietro Selvatico. Ab- 
biamo di lui eziandio un bellissimo ritratto di Urbano Appendini 
(Venezia, litog. D'eyè,f.). 

SÀLONITANO Mtcmiklk, a quanto narra Mauro Orbini nel 
suo Regno degli Slavi (Pesaro 1001 presso Girolamo Concordia 
}>ag. 28) scrisse un Trattato della Dalmazia. Esso è citato 
eziandio da Giacomo Luca ri (Annali di Ragusa L 1. p. 4. Vene- 
zia 1605). 

SANTACROCE Girolamo di Spalato, pittore egregio, del cui 
merito artistico fa fede la bellissima pala, col locata dietro l'aitar 
maggiore delle Paludi, dipinta nel 1549. 



273 

SARACCA Elio (Elia) di Ragusa, in età giovanile recossi a 
Roma, indi in Avignone, ed ebbe posto onorevole nella Curia Pon- 
tificia. Passato da poi nella Corte di Giovanni Colonna allor celebre 
per gli uomini dotti, tra quali il gran Petrarca, salì in grande ri- 
nomanza, per cui Benedetto XII. stimò bene d'innalzarlo alla sede 
Arcivescovile in Ragusa (1342), ove più luminose rifulsero le 
molte sue doti di mente e di cuore. Clemente VI. insieme con An- 
tonio Arcivescovo di Durazzo e con Bartolomeo vescovo di Traìi 
inviollo nell' Albania e nella Rascia per ricondurre nel seno della 
chiesa que' popoli dissidenti, e tale legazione riuscì a meraviglia 
mercè la grande prudenza di Elio. Questi pose eziandio i fonda- 
' menti di quelle trattative, consolidate da lui stesso da poi in Buda, 
per cui i Ragusei scossero il giogo veneto, e si posero in amiche- 
vole corrispondenza degli Ungheri. Depose nel 1360 il carico Arci- 
vescovile, ritenendovi il titolo, e morì di peste nel 1373. 

SASSIO Antonio di Ragusa sul principio del 1600 scrisse 
in illirico molte non spregievoli commedie, ma parecchie andarono 
smarrite, e le superstiti abbondano di brevi lacune. 

SCACOZ Giovanni di Tran, ove naque a dì 17 novembre del 
1 752. A Loreto compì il corso degli studi. Pria canonico che sa- 
cerdote per accelerato senno e sapere, ebbe gli onorevoli posti nel 
Capitolo in sua patria, e fu socio sempre al Vescovo nel reggimento 
della Traguriense diocesi. Nel 1823 salì in fine al pontificato della 
chiesa di Lesina, ove per la sua pietosa carità, con cui soccorreva 
all' indigente si meritò l'insegne di Commendatore dell' Ordine 
Austriaco di Leopoldo. E del pari meritò bene dell' istruzione, che 
died' opera solerte in patria a promuovere gli studi; e chiamato 
nel 1810 a rettore del liceo di Zara adempì a queir ufficio con zelo e 
sapienza tale da lasciare gran desiderio di se. Di facile accesso, di 
urbani modi, soave era la di lui società, e per le gravi ed amene 
discipline in cui era dottissimo, di molta utilità. Moriva a' 3 aprilo 
del 1837. Scrisse alcune poesie e lettere, dettate con forbitezza 
italiana, e diede alla luce una geografia dalmata, nonché un sa<i- 
;fio letterario di alcuni giovani suoi scolari (Zara 1803). 

SCACOZ Luigi naque a Traù il giorno 30 luglio 1758. Edu- 
cato ne' verd' anni da suo fratello Giovanni, poscia vescovo di Le 
sina, nelle amene lettere, a ventidue anni vestì l'abito dell' ordino 
dei Minori Osservanti del Serafico e pose l'animo alle scienze. 

18 



274 

Più tardi ordinato sacerdote, andava a più vasti studi a Ferrara, 
poi a Roma nell' Araceli, ove veniva licenziato in filosofia e teo- 
logia. Ritornato in patria, insegnò queste scienze con plauso, le- 
vando nel tempo stesso di se fama di valente oratore in illirico ed 
in italiano. Pio VII. reduce dalla Francia nominavalo un' anno 
dopo a vescovo delle riunite chiese di Zante e Cefalonia ed isole 
adjacenti, e Luigi a 3 di agosto 1815 veniva consacrato, indi ridu- 
ce vasi nella diocesi a sua cura affidata, scelto pure ad ammini- 
stratore a quelli di Morea, nonché infine di Corfù. Attese con ca- 
lore a conservar puro il deposito della fede cattolica, e quindi pro- 
curò aftinché fossero tolti gli articoli a questa poco favorevoli della 
costituzione di Corfù del 1817, per cui si rese, come ce l'attesta 
Bouqueville, sospetto agli agenti britannici. Conciliò i dissidi reli- 
giosi, per cui il conte Rivarola ebbe a scrivere a Roma che le 
grandi virtù di M. Luigi Scacoz avevano conciliato gli spiriti 
dell' una chiesa, coir altra. Di continuo creava ministri, seminari; 
predicava, visitava le diocesi, erigeva chiese ed informava la Pro- 
paganda de' bisogni per averne soccorsi. Grave per l'età, chiese 
riposo e l'ebbe, ma nel tempo stesso a merito delle esimie sue 
virtù veniva fregiato della dignità di arcivescovo di Stauropoli 
in partibus infidelium. Fu in Dalmazia nel giugno del 1832, 
ove morì. 

SCALICHIO Paolo di Lica fiorì circa il 1560, filosofo di 
vaglia e distinto teologo, visse alla corte di Ferdinando, indi a 
quella di Alberto re di Prussia. Finse titoli che non ebbe mai. 
Scrisse molto. Le sue opere principali sono: Encyclopaediae, seu 
orbis disciplinar uni tam sacrarum quam profanarum, Episte- 
mon etc. Basileae 1559 in 4°. De rerum causis et successibus 
etc. Coloniae 1570 in 4°. De praecipuis sectis nostrae aetatis 
etc. Coloniae 1569. Explanatio super statum summorum Pon- 
tìficum etc. Coloniae 1621. Loci communes Theologici, ibid. 
1571. Miscellan commi T. IL ibid. 1571 in 4°. Satyrae Philo- 
soph. et Oeneal. praecipuorum Pegum et Principimi Europac. 
Regiomonti 1563 in 8°. — Die alla luce alcuni scritti contro Pico 
della Mirandola; ad altri poi accenna il Czwittinger alla pag. 332 
del suo Specimen Hung. Lit. Frankfurt 1711. Lo Scaligero, il 
Vierio ed il Turio parlano di lui con svantaggio. Finì i suoi giorni 
in patria tristamente. 



275 

SCHIAVONE Andrea, nasceva a Sebenico nel 1522, e fu 
valentissimo pittore al tempo dei Buonarotti, dei Correggi e dei 
Tiziani. Ebbe da prima il sopranome di Medula, come ce lo atte- 
stano il Ridolfi, il Lanzi ed il P. Guglielmo della Valle, e fu de- 
nominato Schiavone dalla terra sua natale. Il primo suo assaggio 
neir arte, che da poi sì nobilmente professò, lo fece nella loggia 
rimpetto al duomo in sua patria in un dipinto a fresco, rappre- 
sentante un festoso arrivo di personaggi reali in Zara; il secondo, 
dipingendo a fresco il concavo del coro nella cattedrale, ma queste 
opere andarono col tempo in rovina. In esse però dava egli a dive- 
dere, qual dovesse addivenire tra breve. Siccome per allora e' non 
era mai uscito di Sebenico, così giova ricavare da ciò, che i 
primi rudimenti in tal arte egli avesse appresi in patria, e che quindi 
tra noi pur ricevesse tal arte a queir età un crescente fulgore. 
Cresciuto, si ridusse in Venezia allora sede del sapere e deposito 
primario delle ricchezze, e si pose a lavorare sopra facciate o casse' 
allora adoperate per custodire gli arredi nuziali. Dipingevasi a quel 
tempo la libreria di S. Marco. L'immortale Tiziano, preso principal- 
mente dal colorito di Andrea, volle che vi fosse occupato, commetten- 
dogli perciò dei lavori a fresco in vari spartimenti. E davano opera in 
tale lavoro il Franco, il Tintoretto, il Caliari ed il Padovano. An- 
drea vi dipinse il decoro del sacerdozio, del principato e della mi- 
lizia; opere d'immaginazione vivace e non volgare, con consiglio e 
garbo condotte da indurre meraviglia. E quantunque il Vasari al 
lib. 9. p. 18 vi rechi un giudizio troppo severo ed umiliante sul conto 
del nostro Schiavone, impugnato fortemente dal dotto Agostino 
Caracci e contradetto indi a poco dallo stesso Vasari, quando fece 
egli ad Andrea allogazione di un quadro, entro al quale dovea rap- 
presentarsi la battaglia di Carlo V. con Barbarossa, destinato ad 
ornare la galleria di Ottaviano de' Medici e che esaltò egli stesso 
da poi come veramente bellissimo', pure il nostro Schiavone venne 
con meraviglia lodato dai migliori pittori del secolo in cui visse e 
co' quali tenne pure istrettissima dimestichezza, cioè dal Guerienti, 
dal Rosa, dallo stesso Aretino e dal Lanzi, per le pronte e belle 
ligure, pel chiaroscuro, per la forza, la vivezza delle tinte, pel 
degrado sfumante delle stesse e per quelle forme giudicate dall' au- 
tore della pittura veneta affini a quelle del Parmigiano. Tintoretto 
voleva ch'ogni pittore avesse presso di se un quadro dello Schiavone 

18 * 



276 

pel colorito principale, l'ombrante, aggiungendo d'altra banda, che 
avrebbe fatto male, chi non avesse disegnato meglio di lui, che nel 
disegno di molto mancava per diletto d'insegnamenti, cui egli 
non potè darsi per la necessità che aveva di buscarsi il pane co' suoi 
lavori. Lo stesso Tintoretto lo volle imitare, e dipinse la Circonci- 
sione sì bene sullo stile di Schiavone, che Vasari la diede come 
lavoro di quest' ultimo. I dotti e le corti gareggiavano nell'aquisto 
de' suoi lavori. Sebenico ne ha due, uno in casa Draganich, rap- 
presentante la S. Vergine col bambino in braccio, l'altro l'adora- 
zione de' Magi nella cattedrale. Tre de' suoi lavori adornano la 
galleria di Dresda, quattro quella di Vienna; molti ne ha Parigi, 
Venezia, Rimini ecc. I Procuratori di S. Marco lo sceglievano a 
giudicare, co' più valenti, i musaici di quella basilica. La Biog. 
Univ. Ant. e Mod. ne tesse il seguente elogio: »En effet le Schia- 
vone a possedè, a un degré éminent, toutes les autres parties de 
la peinture. Ses compositions sont belles; le mouvement de ses 
figures est plein d'esprit, et heureusement imité des estampes 
du Parmesan; son coloris est agréable, et rappelle la suavité 
André del Sarto. Enfin la touche de son pnnceau est celle 
d'un grand maitre. Après sa mort, sa. réputation ne fit que 
s accroitre* . 

Moriva a sessant' anni (1582) a Vicenza, povero, e fu sepolto 
nella chiesa di S. Luca. Alla mancanza d'un sepolcral monumento 
sopperì, anche troppo ampollosamente, il veneziano poeta Pietro 
Michele con l'epitafio che segue: 

Dentro la stanza angusta 
Di quest' oscuro avello 
Andrea sen giace, quello 
Per cui del mondo l'ampia mole augusta 
Scarsa alla gloria fu d'un sol pennello ; 
Già creò, non dipinse, 
E ognor con l'arte la natura vinse, 
Che per dolor profondo 
Delle perdite sue lo tolse al mondo. 

SCHIAVONE Fra Sebastiano, dalmata. Il Moschini nella sua 
yuida di Venezia lo dice istriano senza recarvi però alcuna prova a 
conforto della sua opinione. Fu distinto intarsiatore, e vari suoi 
lavori lasciò nella chiesa di S. Elena in Venezia. Travagliò pure 
nei sei comparti dell' aimadio di mezzo della sagrestia di S. Marco. 



277 

Il Corner (Eccl. Venet. dee. XII. p. 191) ed il Sansovino parlano 
di lui con lode. 

SCHIAVONE Gregorio (e non Girolamo) pittore vissuto nel 
cinquecento, naque in Dalmatia, e fu allievo del celebre Squar- 
cione, condiscepolo di Mantegne. Usò ne' suoi lavori d'uno stile, 
che va molto dappresso a quello di quest' ultimo pittore e di Bellini. 
Le sue tele, quasi tutte di piccola dimensione, si distinguono par 
des compositions pleines de gràce, ornées d'architecture, de 
fruits, de fleurs, et surtout d'anges d'une physionomie vraiment 
celeste (Blog. Univ. Ant. e Mod.). A sentenza del Zanetti (Pinac. 
dell' Accad. ven.) non ci restano però di lui che tre sole tele d'og- 
getto sacro e di merito distinto. La più perfetta si è quella che 
conservasi a Fossombrone, che reca la seguente iscrizione: Opus 
Sclavonii Dalmatici Squarzioni S. (scolaris). 

SCJUGLJAGA Stefano di Ragusa, diresse la stamperia Ba- 
glioni in Venezia, ed ebbe poscia il carico onorevole di segretario 
reale ed imperiale a Milano, ove morì nel 1791. Il Goldoni lo dice 
uomo dottissimo e filosofo rispettabile. Scrisse vari opuscoli che 
fanno fede del suo grande ingegno, e della sua vasta erudizione, 
cioè: Del Cambio marittimo, Venezia 1755 presso Francesco 
Pitteri. — Il Parosismo dell' Ipocondria, Venezia 1754 presso 
Simeone Occhi. — Opuscoli latini ed italiani sopra il naufragio 
di S. Paolo, tra quali: Confutazioni anticritiche sullo stesso ar- 
gomento, Venezia presso Fr. Pitteri, 1758 in 4°. — Il naufragio 
di S. Paolo ristabilito nella Melita illirica, Venezia, ivi 1 757 
in 4°. — Exercitationes geographicae, hydrographicae, et ane- 
/nographicae de naufragio Divi Pauli Apostoli, Venetiis, ivi 
1757 in 4°. — Lettera sopra il libro del P. Carlo Giuseppe di 
S. Floriano M. O. R. dell' origine della fede cristiana in Malta. 
Venezia, ivi 1759 in 4°. — Addizioni ed Illustrazioni al Jero- 
lessico di Domenico Macri, presso il Baglione. — La vita istorico- 
critica del canonico Van-Espen, unita alla nuova edizione del suo 
diritto Canonico. — Note alla ristampa della morale dell' Antoine. 
— Oratio in inauguratane Serenissimi Aloysii Venet. Princi- 
pis 1763 ex typograph. Albritiana. — Varii scritti senza il 
di lui nome. 

SCRIVANELLI (Pessarich) Matteo dell' isola Lesina, passò 
il più della sua vita in Germania, fungendo con lode incarichi gra- 



278 

vissimi Ecclesiastici. Ritornato a Roma, colla sua molta dottrina 
e prudenza dell' operare si procacciò la estimazione di tutti. Cle- 
mente IX. lo innalzò alla sedia episcopale di Ossero nel 1667, ove 
si distinse pel zelo Ecclesiastico, nei soccorrere gì' indigenti, e nel 
comporre le discordie insorte da molto tra i PP. Francescani ed i 
sacerdoti di secondo ordine della chiesa di Cherso. Morì nel 1672 
in quest' ultima città, in cui aveva fisso il suo domicilio, ed ebbe 
tomba onorata nella chiesa di S. Maria. 

SELIMBRIO Simeone di Spalato, dalla prima età si die con 
calore allo studio delle umane lettere, e ne riuscì a meraviglia. La 
poesia latina in ispecieltà coltivò a preferenza, e ne compose un 
poema epico. Morì nel 1496 in età giovane, lasciando molti carmi 
elegantissimi. In uno dietro ispirazioni tolte fatidicamente alla si- 
billa Eritrea vaticinava i Veneziani padroni del mondo. Venne ono- 
rato di versi dal Marulo e dal Martiniaco. 

SERAFINO (Padre) di Nona, de' Minori Osservanti, visse in 
sul principio del seicento, e fu non ignobile poeta nazionale. 

SIMEONE di Traù fu buon grammatico latino, e nel 1520 
publicò un'operetta col titolo: Regulae grammatices Simonis 
Aretophyli Tragurini Dalmatae, ad utilitatem puerorum per- 
qaam commodae. E dedicata a Pietro Venanzio vescovo di Jesi, e 
Giano Vitale palermitano fece in lode della medesima alcuni versi 
riportati dal Lucio (Meni, di Traù pag. 531). 

SIMONICH (Conte) Giovanni Stefano naque li 5 settembre 
1792 a Sebenico. Nel 1807 entrato come cadetto nel corpo dei 
panduri, fece nel corpo dell' armata Dalmata, stante sotto gli or- 
dini del Marmont, la campagna del 1809 contro l'Austria, e prese 
parte in tutti i combattimenti ch'ebbero luogo in Croazia, nonché 
nelle battaglia di Wagram. Nel 1800 fu promosso capitano ajutante 
maggiore del terzo reggimento dei cacciatori dell' Illirio, e nel 1811 
entrò come capitano in un reggimento d'infanteria leggiera forma- 
tosi a Gorizia, col quale fece nel 1812 la campagna contro la Rus- 
sia. Durante la fatale ritirata il Simonich cadde prigioniero nelle 
mani dei Russi, e fu tradotto prima a Orel e poscia a Kasan. 
Balzato Bonaparte dal trono, cambiò il servizio francese col russo. 
Spedito nella Giorgia contro i Circassi, trovossi in vari combatti- 
menti, e si diportò in modo da meritarsi e onori e dignità. A' 16 ot- 
tobre 1822 s'uni in matrimonio colla principessa Anna Amilakwa- 



279 

roff, vedova dfcl colonnello principe Orbelianoff. Nel 1826 presso 
Schamkor comandò l'avanguardia contro i Persiani, e contribuì in 
gran parte alla rotta di questi. Nel 1828 accesasi la guerra tra la 
Russia e la Porta, si segnalò eziandio in molti incontri e nel 1830 
comandò parecchie spedizioni contro i Lesgier sollevatisi sotto il 
dominio di Djari Belakari, e colle vittorie riportate compì la pro- 
pria carriera militare. Recatosi indi a Pietroburgo, venne accolto 
con grande distinzione dall'Imperatore il dì 14 dicembre 1831, e 
poscia ai 17 gennajo 1832 nominato in ministro plenipotenziario 
alla corte di Teheran. Trattavasi di dare un successore allo Scbach 
regnante ormai agli estremi di vita. Il Simonich seppe sì destramente 
maneggiare tale faccenda ad onta degli sforzi dell' ambascieria in- 
glese che allettava con vuote speranze ciascuno dei molti principi 
pretendenti, che la scelta cadde sopra il figlio primogenito del de- 
cesso erede del trono Abba Mirza, cioè Mohamed-Mirza; e andando 
più oltre, trovò modo di rendersi popolare e di assicurare la pre- 
ponderanza russa nel gabinetto persiano, riportando per tal modo 
una completa vittoria diplomatica. Quantunque per tali fatiche ri- 
colmo di onori dalla Russia egualmente che dalla Persia, pure gli 
attacchi, a cui viddesi esposto, l'indussero a pregare pel suo richia- 
mo. Nel 1838 fu rimpiazzato dal colonnello Duhamel, e l'anno ap- 
presso ritornò in Russia, ove, nominato da prima comandante della 
fortezza d'Ivangorod, venne nel 1843 promosso a tenente generale. 

SINOVCICH Marco, nobile di Poglizza e patrizio Spala- 
trino, fu generale ai soldi della Veneta Republica. Si aquistò gran- 
dissima celebrità, nonché nei domini della Signoria, in tutta l'Eu- 
ropa, pei fatti d'arme, da lui egregiamente combattuti nelle guerre 
di Creta. Fu pure governatore di Candia. Il Senato da prima, indi 
Maria Teresa cui servì, lo rimeritarono di degno guiderdone. 

SINTICH Gio Antonio di Veglia, da primo vescovo di 
Cattaro, poscia Arcivescovo di Famagosta in Cipro, e finalmente 
professore d'eloquenza nell' archiginnasio della Sapienza a Roma, 
e cavalliere dell' Ordine Austriaco di S. Leopoldo. Lasciò alcuni 
robusti discorsi recitati a Vienna nella chiesa cattolica degl' italiani 
e consacrati nel 1815 al Imperatore Francesco. 

SISGOREO Giorgio di Sebenico, in tenera età abbracciò l'or- 
dine domenicano, come rilevasi da manoscritto di Giorgio Caristio 
Canonico di Sebenico. Le sue egregie doti fecero che fosse circa il 



280 

1440 eletto dal capitolo a Vescovo. Asceso appena* a tale dignità, 
intese a tutt' uomo alla costruzione del duomo nel sito ove esisteva 
da prima la chiesa di S. Giacomo presso l'Episcopio, e vi pose la 
prima pietra nel 1443, come ce l'attesta un marmo sito sulla parete 
del tempio stesso al di fuori in lettere gotiche, e che dichiara esserne 
stato l'architetto Magister Matthaeus Dalmaticus. Sostenne in 
ispecie la disciplina Ecclesiastica. Morì nel 1453, e venne sepolto 
nella catedrale. Questa venne poscia al suo termine condotta un 
secolo dopo dal vescovo di Sebenico Giovanni Lucio Stafìleo (1528 
— 1557), nativo di Traù, e dallo stesso con gran pompa consecrata 
nel 1555, come rilevasi da un marmo tuttora esistente. 

SIS60RE0 Giorgio di Sebenico, ove fu canonico e vicario 
nel 1469 del vescovo Luca de Tollentis. Esisteva un buon opuscolo 
di lui stampato in versi latini presso il dotto P. Innocenzo Ciulich 
Spalatrino, col titolo: Delle più nobili prerogative di Sebenico. 
11 Fortis esalta a cielo il suo lavoro : Georgii Sisgorei Sibenicen- 
sis Dalmatae carmina. Venetiis per Adamum de Rodueil 1477 
in 4° Gotique (Pietro Ant. Crevenna. Troisième volume. — 
Belles lettres, première partie 1776 pag. 319). Scrisse pure: 
De Situ lllyrici et civitate Sibenici. 11 manoscritto attrovavasi 
in mano di Emanuele Cicogna. 

SIVCOVICH Giorgio Dalmata, vescovo di Segna, fu presente 
al concilio Tridentino, ove espose Usuo voto intorno l'autorità di quel- 
l'illustre consesso, riportato nella storia Ecclesiastica del Fleury 
Tom. XXXII. Resta di lui nell' archivio un' ordine (1575) ai 
parrochi della diocesi di Modrussa, da cui rilevasi, essere stata 
data la prima volta sotto di lui quella Chiesa in amministrazione 
al Vescovo di Segna. 

SLATARICH Domenico naque a Ragusa nel 1556 da nobilis- 
sima prosapia. Infiammato più che mai nel desiderio di emulare le 
lodate opere de' molti illustri contemporanei suoi patrioti, pensò 
d'uscire per alcuni anni dalla sua patria, affine di meglio educare 
l'intelletto nelle umane discipline. Padova tra le italiane università 
era allora celebratissima; ne il magistero vi si affidava che ad 
uomini meritamente famosi. Alle scuole di questi veniva Domenico 
apprendendo, con l'amore più alto della scienza, le utili cognizioni: 
la filosofia e il gius civile gli nutriano la mente di nobili e vigorosi 
pensieri; ma della eloquenza e della poesia pigliava maggior diletto. 



281 

E già fornito con lode pienissima il corso prescritto, pensava al ri- 
torno; quando nel 1579 giovane di appena venti tre anni tu accla- 
mato Ginnasiarca o rettore degli artisti; dignità che risponde al 
Rettore Magnifico de' nostri tempi. Durante l'esercizio di questo 
ministero in una rivolta degli scolari, talmente si adoperò a prò 
dell' ordine publico, che in breve si deposero le armi, e fu acchetato 
ogni moto. Il Doge Nicolò da Ponte a compensarlo di tanto civil 
servigio lo creò cavaliere della stola d'oro; ed il collegio de' pro- 
fessori gli pose la seguente iscrizione entro le pareti dell' università : 
Illustrissimo Domenico Slatarichio Simonis F. Ragusino equitì 
aurato, Rectori splendidissimo, qui suo splendore ac vigilantia 
f/radum Rectoratus pene dirutum pristino candori restituii. 
Univers. Philosophor. et Medie, in memoriam benejìcii pos. V. 
Kal. Augusti anno Domini MDLXXX. Uscito di carica, l'amore 
di patria lo chiamò tosto tra suoi. Pellegrinò lungo la Dalmazia, 
visitò la Croazia, e scorrendo pressoché tutte le terre illiriche, 
così bene s'approfondò nella nativa favella, che in essa potè recare 
la gran tragedia di Sofocle YElettra, nonché la classica favola di 
Torquato Tasso Aminta, prima versione in straniera lingua. Ritor- 
nato in patria, accasossi con Marianna di Pietro Gioni, si ebbe due 
femine e quattro maschi, fra i quali Simone emulo delle arti pa- 
terne. Ne le cure domestiche per quanto grandi, gli scemarono 
affetto allo studio; e perchè nella solitudine l'anima sente intera e 
non impedita la sua potenza, beati a lui erano gli ozi del suo Ca- 
nali. Qui egli condusse a fine le sue versioni; che gl'ingegni pie 
gavano allora più a ritrarre dagli altri, che a creare del proprio 
Morì in patria nel 1607. Colle stampe di Aldo uscirono nel 1598: 
J .Gli amori di Piramo e Tisbe tradotti dal greco e dedicati a Flora 
Zuzzeri, e assai lodati dal dotto Stanislao Marnilo Epiroto — 
2. Versione dell' Elettra di Sofocle. — 3. Traduzione dell' Aminta 
del Tasso, nota perfino all' erudito Menaggio. — 4. Vari epitafi 
su 'alcuni uomini illustri. A celebrare degnamente la stessa Flora 
Zuzzeri compose un' intero libro in forma di canzoniere. Ma questo 
ed altri suoi poetici componimenti, raccolti dopo la di lui morte da 
Michiele Slatarich, con danno grave dell' illirico Parnasso, rimasero 
inediti. Ebbe amici insigni uomini del suo tempo, tra quali Francesco 
India filosofo Veronese e Paolo Mejeto. Questi dedica vagli l'opera: 
De medica composizione, e quello il trattato: De mediis virtutibus 



282 

quae ad summas conducunt. Flavio Eborense consacravagìi pure 
tre libri dei suoi versi, ed in tre composizioni parla di lui come 
d'un insigne letterato, e poeta illirico e toscano. Il dott. Giov. Ku- 
kuljevich publicò il più delle opere di Domenico in Zagabria nel 
1853 in tre volumi in 8° coi tipi di Fr. Zupan. 

SLATARICH Pietro Marino di Ragusa, morì in sullo scorcio 
del passato secolo. Coltivò i buoni studi, e voltò in illirico con 
eleganza rimarchevole gV idilli di Gessner inediti. Si ha di lui: 
Epistola p 'salterio illyrico praemissa. Venetiis, apud Cr. Zane, 
1729 in 4°. 

SLATARICH Simeonp: figlio di Domenico, di Ragusa, elegante 
poeta nazionale. Delle molte di lui composizioni ci restano soltanto: 
un idillio intitolato : Vila ustarena, alcuni epigrammi, la versione 
del salmo Miserere, e quella del primo libro delle Metamorfosi di 
Ovidio, ritoccata dal suo nipote Ignazio Giorgi, morto nel 1620. 
SOLITRO Vincenzo di Spalato, publicò a nostri giorni alcuni 
Documenti storici sulV Istria e la, Dalmazia, raccolti e anno- 
tati, Venezia 1841. Fase. V. in 8°, e la versione della Vita di 
Alfonso Devivais. — Solitro Giulio di Spalato : / Conti di Spa- 
lato, dramma; Venezia, tip. Perini, 1854 in 16°. 

SORGO Bernardo di Ragusa, benedettino, uomo di gran pru- 
denza, morto nel 1719, diede alla luce nel 1693 in Colonia Y uffi- 
zio della B. Vergine con altre divote preghiere. 

SORGO Cherubino di Ragusa, domenicano, trapassò nel 
1450, lasciandoci due volumi di sermoni latini inediti. 

SORGO Gian Francesco naque nel 1706 a Ragusa. Dotato 
d'ingegno e di memoria fece tali progressi nella pietà e nelle belle 
lettere, ed in ispecie nelle scienze legali, da poter in fresca età e 
poscia sostenere con decoro le varie magistrature che gli offriva la 
patria. Svolse tutto ciò che di scritto gli presentava la legislazione, 
la Curia Ragusina e le memorie dei publici e privati archivi, e ne 
trasse dieci volumi. Recò dal francese in italiano lo spirito delle 
leggi di Montesquieu, e in tal modo acquistatavi una doviziosa 
suppellettile di cognizioni, ricercata ne addivenne l'opera sua di 
molto, come ce l'attestano gli scritti, che di lui ci restano in pro- 
posito. Fra cotali incombenze gravissime non risto di consecrarsi 
alle muse illiriche, come ci fanno fede le molte sue produzioni 
meritamente apprezzate per la isquisitezza di stile e per l'ele^pza 



283 

somma con cai sono dettate. Abbiamo di lui : La novella di S. Luigi 
e di S. Maria Maddalena de' Pazzi, e i quattro tomi delle medi- 
tazioni del P. Spinola voltate in illirico; la versione di alcuni 
salmi, di vari inni e responsori di Santi, di due elegie del P. Roti, 
della vocazione di S. Luigi (dramma latino del P. Tolomei), del 
Demetrio, dell' Artaserse, del re pastore, della Didone (drammi 
del Metastasio), della Psiche del Molière e della Merope del 
Maftei, di qualche canto della Gerusalemme liberata, e di parec- 
chie eroidi di Ovidio; — alcune comedie del Molière e del Goldoni 
voltate in prosa; — vari epitalami, molte canzoni, un poemetto 
in lode del principe Eugenio, e due altri eroicomici, cioè Vieée e 
Poklad Lastovski. Cessò di vivere nel 1771. 

SORGO Michiele Antonio di Ragusa in sullo scorcio del se- 
colo passato in patria die alla luce in italiano gli elogi di Francesco 
Stay (Ragusa 1793 presso A. Trevisan in 8°) e di Raimonda Cu- 
nich (Ragusa 1795, in 8°); ristampò una bella ode latina di Marulo 
Turcognata in lode di Ragusa; raccolse molte lapidi Epidauritane ; 
scrisse parecchi componimenti poetici italiani e latini in parte 
publicati, e molti scritti d'erudizione patria. Tra questi: De ori- 
gine et incremento urbis Rhacusinae. Rhagusii 1790 typis An~ 
dreae Trevisan. Morì in Parigi dopo il 1796. 

SORGO Pietro Ignazio di Ragusa, figlio di Gian Francesco, 
versatissimo nella patria istoria e nelle sacre discipline. Essendo 
andati smarriti i due canti XIII. e XIV. dell' Osmanide , il Sorgo 
si pose a supplire ad una tale mancanza, e ne riuscì a meraviglia, 
levando fama di poeta valentissimo. 

SORGO Co. Antonio di Ragusa ex-senatore e ministro di Ra- 
gusa in Parigi, scrisse: Fragments sur Vhistoire et la littéra- 
ture de la Rep. de Raguse et sur la langue slave. Paris 1839, 
imprimerne de Madame Porthmann, p. 26 in 8°. — Sur la ville 
e V ancienne Republique de Raguse. Paris l. e. in 8°. — Lettre 
à M. Eusèbe Salverte. Nel giorn. Le temps, 1836. — Osman, 
poème illyrien en90 chants. (Revue du Nord, 1838 n. 8) Pa- 
rigi 1838 Baudouin in 8°. 

SOVICH Matteo sortì i natali a Pietroburgo in sul principio 
del 18. secolo da padre Chersino colà passato al servizio di Pietro 
il Grande. Rimasto orfano in tenera età ebbe buona educazione in 
casa dell' ammiraglio Zmajevich. Il Caraman lo trasse in Dalmazia 



284 

dopo la morte di questi, e da qui passò nel collegio della Propa- 
ganda in Roma dietro raccomandazione dell' Arcivescovo di Zara 
Zinajevich. Applicatosi agli studi sacri e particolarmente a quello 
degli antichi codici glagolitici, giovò di molto il Caraman nella 
correzione de' libri liturgici e nella redazione d'una voluminosa 
apologia, che restò inedita. Ottenne in premio delle sue fatiche 
l'arcidiaconato della cattedrale di Oserò, dove visse contento in 
filosofica pace. Più fiate fu richiamato a Roma peli' emendamento 
del breviario, v'andò una sola, e se ne tornò malcontento. Coltivò 
gli studi fino gli ultimi giorni di sua vita. Lasciò la grammatica 
Slavonica di Melezio Smotriski, recata in italiano col testo a 
fronte, purgata dalle superfluità, ed arricchita di nuove osserva- 
zioni per uso dei giovani Ecclesiastici illirici. Oggi un tale mano- 
scritto ed altri ancora del Sovich trovansi nella biblioteca di Lu- 
biana. Il Conte Rados Antonio Michieli Vitturi nel 1787 publicò 
con note in Venezia presso Giammaria Bassaglia le sue Riflessioni 
suffi ignoranza della lingua slava letterale in Dalmazia, dedi- 
candole al Monsig. Gian Domenico Stratico. 

SPADER P. Ottavio di Zara, ove naque nel 1646, minore 
osservante, istruì in patria la gioventù del suo ordine, indi passato 
in Italia, trovò pascolo all' ingegno nelle prime cattedre di filosofia 
e di teologia. Da Bologna venne chiamato alla sede vescovile di 
Arbe (1695), e quattro anni dopo a quella di Assisi. Là morì nel 
1715 ricolmo d'elogi de' più distinti uomini dell'età sua. Scrisse: 
la Filosofia Antispinosistica, inedita; — Cathalogus de Minori bus 
suae provinciae S. Hieronymi nuncupatae,qui sanctitate, digni- 
tate et publicis muneribus fioruerunt. Bononiae 1686 in fol. — ivi 
1737 in fol. — Lumi Serafici di Por ziuncola, Venezia 1701. — 
Dissertazioni due sulla storia dell' indulgenza di Porziuncola, 
publicata la prima nel 1701 e la seconda nel 1705. — Relazione 
sul cuore di S. Francesco sepolto nella basilica degli angioli, 
Venezia 1707. — Prolegomena Sacrae Scripturae, più volte 
stampati. — Lasciò al convento di Assisi sei volumi di manoscritti 
contenenti fatti storici, otto di cose teologiche e uno contro i con- 
ventuali. Mandò al P. Bonaventura di Zara detto Bocca Bianca 
per il convento patrio un corpo di filosofia manoscritto che tuttora 
in quella biblioteca si conserva, col titolo: Bibliotlieca Scotista- 
rum, ben ragionata però secondo il metodo del cinquecento. Pose 



285 

le basi all' opera: Biblioteca canonica , giuridica, morette, teolo- 
gica, la quale fu poscia condotta a termine e publicata da Lucio 
Ferraris, professore nell' università di Bologna. 

SPALATINO Giorgio. I nostri biografi: Boghetich, Ber- 
nardi, Carrara ecc. lo vogliono di Spalato; egli però è alemanno ? 
nato a Spelt nel 1482 (Vedi Jocher: Compendioses Gelehrten- 
Lexicon). 

SQUADRI Biagio, sacerdote Calamotese, si distinse nella 
Curia Arcivescovile di Ragusa in sullo scorcio del secento. Scrisse 
un grazioso poemetto : Makjuk i Javalica. 

STAFILEO Giovanni di Traù, dottore in ambe le leggi, ar- 
cidiacono in sua patria, nel 1502 vicario di Averoldo Arcivescovo 
di Spalato, poscia professore del diritto canonico nel collegio della 
Sapienza in Roma , indi auditore di Sacra Rota e finalmente 
vescovo di Sebenico (1512), fu valente diplomatico e non ordinario 
oratore. 11 P. Farlati racconta ch'egli sostenesse importanti lega- 
zioni per la S. Sede, cioè in Polonia, a Venezia (V. Guicciardini 
1512. Bembo 1513), ed in Francia (V. Raccolta di lettere di Gi- 
rolamo Rucellai e quella del Monsignor di Bajusa). Jodoco 
Lodovico Decio, che scrisse de' tempi del re Sigismondo, lo chia- 
ma: vir excellentis ingenii atque doctrinae , ed altrove: vir 
insignis, e narra ch'egli era in Polonia nella qualità di legato 
Apostolico allorché si celebrò il matrimonio di quel monarca, e che 
in quel!' incontro recitò una buona orazione. Giulio II. si servì del- 
l'opera sua durante l'intralciata lega di Cambray. Le opere che ci 
restano di lui sono: il trattato de gratiis e.rpectativis , de litteris 
qratiae et justitiae, de vacatura beneficii et de brevibus ac de 
officio Legati Apostolici, il tutto secondo il Fontana stampato a 
Venezia del 1540. Si rileva da Simlero e da Corrado Gesnero, che 
di lui esistono ancora alcuni manoscritti de bello et pace, ad Vla- 
dislavum Pannoniae et Bohemiae regem. II Cantalmajo lo nomina 
vantaggiosamente, ed Hoffmann nella sua collezione fa parola d'una, 
sua orazione recitata a dì 15 maggio 1528 poco innanzi la morte 
agli auditori di Rota. Morì a 22 agosto del 1528, d'anni 56, a 
Roma. Eccone l'epigrafe sepolcrale che leggesi nella cattedrale di 
Sebenico: 

Jo. Staphileo Traguriens. Dalmatae V. J. Doct. Episcopo Sibenicen. 
unum ex Hotae Auditoribus locuin tenenti, doctrina et integriate Viro eia- 



286 

rissimo, jtstitiaeque cultori optimo. Qui in assiduis Sedis Apostolicae lega- 
tiouibus totum fere orbem peragravit, vita, moribus, bonisque artibus exem- 
plare; cujus gravissima mors totam Curiam ad deplorandum adduxit. Jo. 
Lucius Episcopus Sibenicen. Nepos obsequentissimus avunculo maximis cum 
lacrimis et cordis dolore posuit. Vixit annis LVI. obiit anno salutis MDXXVIII. 
XI. K. Augusti. 

STALIO P. Bonagrazia di Città Vecchia, d'antica ed illustre 
prosapia decorata de' titoli di nobiltà cittadina di Torcello e di 
Pola. A Capo d'Istria insegnò per sedici anni amene lettere, di- 
ritto canonico e teologia polemica. Pasquale da Varese, generale 
de' Min. Osservanti a Roma, mandavalo visitatore della provincia 
di Brescia. Nel capitolo generale di Valenza venne scelto a giudi- 
care delle controversie e scritture dell' ordine. Il Gavagnini Arci- 
vescovo di Spalato lo dice: eocimium virum, qui litterariae et 
christianae Reipublicae hactenus valde profuit. De' suoi scritti 
ci resta solo un' orazione latina recitata per la celebrazione de' Co 
mizi della provincia, stampata a Venezia del 1765 in 8° presso 
1' Occhi. 

STATILEO Giovanni di Traù, preposito Ursiense, segretario 
del re Lodovico d'Ungheria, dal quale fu mandato ambasciatore a 
Venezia per ricercare ajuto contro i Turchi nel 1521, e Andrea 
Morosini nel 1° libro della sua storia riporta V orazione, che recitò 
in collegio. Fece ristampare la vita di S. Giovanni Ursino a sue 
spese. Venne da poi innalzato alla sede vescovile di Transilvania. 
Secondo Paolo Giovio (lib. 39) di nuovo fu mandato dal re Gio- 
vanni Sepusio di Polonia a Paolo III., Veneziani e Francesco re 
di Francia. 

STATILEO Marino di Traù. Reduce in patria dallo studio 
di Padova (1644), rinvenne tra li manoscritti di Nicolò Cippico un 
frammento di Petronio Arbitro in foglio, legato insieme con Ca- 
tullo, Tibullo e Propercio, ed osservò che la cena di Trimalchione 
(della quale non erano stampati che alcuni pochi frammenti ed in- 
terrotti) era intiera, la portò al celebre Lucio, ed egli insieme con 
Francesco Dragazzo lo raffrontò con lo stampato in Amsterdam e 
ritrovò la cena intiera ed il resto come nella stampa ma con diverso 
ordine. Il Lucio pose ogni cura affinchè fosse stampato, ed uscì nel 
1666 a Parigi con note di Gio. Cajo Tilebomeuo, e prima a Padova 
nel 1664 con scorrezioni ortografiche. Ma Adriano Valesio e Giov, 
Cristoforo Vuagenseilio nel 1666 diedero in luce le loro disserta- 



287 

zioni contro l'autenticità di tale frammento. Ad essi rispose dotta- 
mente Gio. Scheffaro d'Argentina lettor in Upsala in Svezia, il cui 
lavoro fu tosto ristampato in Lipsia con le aggiunte di Toma Rei- 
nesio; e lilialmente usci a Parigi l'opera del medico Petit col titolo: 
Marini Statilei, Traguriensis. 1. C. responsio ad Joh. divisto - 
l>hor. Vvagcnseilii et Adriani Valesti dissertationes de Tragu- 
riensi Petronii fragmento. Il codice fu da poi recato per cura del 
Lucio a Roma, ove fu esaminato accuratamente dai dotti, e quindi 
l'Ab. Stef. Gradi Raguseo custode della biblioteca Vaticana formò 
la sua apologia per nome del Statileo, la quale fu dal Lucio spe- 
dita in Amsterdam nel 1668 con sua dedica al principe di Condè, 
e con copia del frammento e varianti, e venne publicato nel 1670 
dai fratelli Blaew, i quali fecero stampare in un volume tutto ciò. 
che da prima ne fu stampato prò e contro. Il titolo del codice, 
.interiore almeno di 200 anni, si è » Petronii Arbitri Salyrifrag- 
raenta ex libro quintodecimo et seoctodecimo. In Traù conservasi 
tuttodì il ritratto di Marino, di buon pennello. 

STATUTI della Dalmazia. — Statuto di Zara stampato a 
Venezia nel 1564 in 4°. Bibl. S. Marci Venet., — di Spalato. 
Mss. presso il Dr. Frane. Lanza; — di Cattaro. Mss. presso Mat- 
teo Capor; stampato con aggiunte in Venezia 1616 in 4° presso il 
Mejetto ed ex typogr. Ducali Pinelliana, 1693 in 4°; — di 
Lesina. Venetiis, typis Marci Ginammi, 1693. pag. 248 in 4°; 
— di Sebenico. Mss. in bibl. S. Marci Venet. num. 218; Vo- 
lume dei statuti, leggi e reformazioni di Sebenico, Venetiis 1608 
in 4°; — di Traù, compilato da Giovami Lucio e publicato da 
Girolamo Cipico, Venezia presso G. Albricio, 1708 in 4° — della 
Brazza. Utini 1656 apud Nicólcium Schirattum in 4° — di 
Curzola, Venetiis, 1614 e 1643 ex typ. due. Pinci, in 4° — 
di Meleda (in Arcìiiv fiir Kunst und osterreich. Geschicht*- 
quellen. Wien, 1849. voi. IL), — di Pago, Venezia, 1637. 

STAY Benedetto di Ragusa, nato nel 1714, insigne filosofo, 
retore, oratore, poeta e politico, educato alla scuola de' P. Gesuiti 
in patria, spiegò in verd' età un meraviglioso vigor d'ingegno ed 
un' indole capace delle tempre più felici e virtuose, per cui fu 
caro ai più colti Ragusei d'allora. Accolto perciò alle scientifiche 
adunanze che costoro tenevano in casa di Marino Sorgo che a modo 
de' greci, faceva rivivere l'esempio delle antiche accademie, ebbe 



288 

agio di far mostra delle belle qualità, che sì riccamente il cupre e 
l'animo suo adornavano. La lettura delle istorie di Fiandra gli 
aveva inspirato il desiderio di comporre un poema sulla spedizione 
di Alessandro Farnese. Tracciato il piano, distese tosto alcune 
parti e bramoso di avere un giudizio da' suoi comilitoni, lesse una 
sera ad essi un' episodio siili' assedio di Anversa. La robustezza di 
stile, la nobiltà delle imagini e una certa gravità d'espressione, tale 
fece colpo sugli uditori, che già nel trasporto della loro ammirazione 
tosto rilevarono l'altezza a cui dovevalo trasportare il suo genio. 
Incorraggiato a tali suffragi, e recati in moda allora i poemi -filo- 
sofici colla publicazione del Saggio sulV uomo, Stay, che da natura 
sentivasi inclinato a tal genere di componimenti, s'applicò a tutto 
nomo a delineare un poema basato sul sistema di Decartes, allora 
accettato nelle scuole, e vi riusciva con grande meraviglia de' suoi 
conoscenti. Intanto compito il corso teologico, davasi ad uno studio 
profondo della storia ecclesiastica. Quattro anni dopo, di 28 anni 
passò a Roma, ove, sendo per recarsi a Torino in qualità di pro- 
fessore della regia università, venne trattenuto dal Cardinal Silvio 
Valenti Gonzaga, il quale gii procurò la cattedra di eloquenza nella 
Sapienza di Roma. Salito in maggior fama, e procacciatasi l'ami- 
cizia del Passionei e del Giacomelli allora in fama d'insigni letterati, 
Clemente XIII. confermagli il carico di segretario delle lettere la- 
tine, e Clemente XIV. successore di quel pontefice, lo innalzava a 
rapo della Segretaria dei brevi ai Principi (1769), fregiandolo nel 
tempo stesso de' titoli, di Canonico di S. Maria Maggiore , di Pre- 
lato Domestico, di Consultore dell' Indice, e di Datano della Peni- 
tenzieria. E quest' ultimo avrebbegli di certo affidata la segretaria 
del Concilio, se la morte non l'avesse colto immaturamente. Pio VI. 
lo ritenne al suo posto ad onta che lo si cercasse porre in mala vista. 
Ma salito sul soglio pontificio l'immortale Pio VII., e sendosi por- 
tato lo Stay al bacio de' piedi, pregò S. S. a ricevere la sua dimis- 
sione in riguardo della molta sua età. Il Pontefice l'accolse con 
paterna bontà, lo incaricò d'un opera da restar monumento pressi» 
i posteri, cioè di stendere la bolla della riordinazione del reggi- 
mento Pontificio, indi accettò la sua dimissione, conservandogli 
però tutti gli onori e proventi. Benedetto mori a 25 feb. del 1801. 
Scrisse elegantissime lettere a nome del pontefice ai vescovi e po- 
tentati deli' Europa in modo da far rivivere l'aurea latinità Ter- 



289 

tulliana caduta in oblio appo la Corte Romana dai tempi del Bembo 
e del Sadoleto. Fu eziandio valoroso nei versi e ce ne fanno fede 
i due suoi poemi latini, l'uno soprala filosofia Cartesiana in sei 
libri, composto nell' età di 24 anni: Philosophiae (De Descartes) 
versibus traditele libri VI., Venezia 1744 in 8° indi a Roma ed 
a Venezia; l'altro sopra quella di Newton in dieci: Philosophiae 
recentioris versibus traditae libri X. cum adnotationibus et 
svpplementis Rog. Boscovich, Roma in 8°. 1° tomo 1755 — II 
1760 — III 1792, e di nuovo per intero a Roma nel 1792; poemi 
ornati di tutti i lumi dell' ingegno e dell' arte, e sparsi di tutti i 
fiori di Painasso e di Pindo. Il Chiariss. Ab. Cesarotti discorrendo 
di Benedetto, ebbe ad esprimersi, che con questi lavori egli ci fa 
ricordare e dimenticare il meraviglioso poema di Lucrezio. E la 
Biog. Univ. Ant. e. Mod. afferma che se pur egli non superò Lu- 
crezio come poeta, il lui est supérieur corame philosophe , il pos- 
sédait, ce qui s'allie rarement ensemble, un esprit dirige vers 
es pensées sérieuses, et une dme ouverte à, touies les inspira- 
lions de la poesie. Il Fabroni (Elog. d!Uom. illusi, v. 2. p. 37) 
lo dice un »raro ingegno , che obbligò le muse a lasciar le armi 
per ridire in elegantissimi versi latini quel che il gran Newtono 
od altri filosofi moderni prima e dopo di lui avevano insegnato 
intorno (dia natura delle cose celesti e terrestri.* Infatti reca 
meraviglia, come egli abbia potuto racchiudere in versi armoniosi 
ed eleganti, cose bensì magnifiche ma difficili ed astruse, e dilet- 
tare il lettore sì che invogliato ne resti di progredire nella lettura. 
V'inserì di tratto in tratto a tal uopo amenissiine digressioni, mercè 
le quali non è facile a definirsi, s'egli sia più da ammirarsi come gen- 
tile e leggiadro poeta, o come utile maestro di sapienza e di retti 
costumi. Scrisse oltre a ciò tre orazioni uscite in luce, una in morte 
di Clemente XIII. , l'altra per l'elezione del nuovo Pontefice, e la 
terza in morte di Augusto 111. re di Polonia. Avvene una inedita, 
che recitò nell' Archiginnasio di Roma, cioè V elogio di Leone X. 
STAY Benedetto di Ragusa, vissuto nel 17. secolo, pit- 
tore distinto, come l'appella il celebre Canavelli in un* elegante sua 
ode italiana. Appresa l'arte a Parigi, viaggiò l'Italia, e ne trasse 
vantaggio e riputazione a se ed alla patria. Esistono in Ragusa 
vari bellissimi ritratti dipinti dallo Stay, ed una sua tela vedesi 
all' aitar maggiore di S. Maria di Castello, imperfetta. Secondo 

lì) 



290 

r Appendimi in taluno dei suoi lavori spiegò tale maestria d'inven- 
zione, correzion di disegno, forza e grazia di lumi che l'opera dei 
Caracci venne creduta. Mori in fresca età, quando saliva in rino- 
manza con celeri passi. 

STAY Cristoforo di Ragusa, visse nel 17. secolo, e lasciò ine- 
dito un elegante elogio funebre di Giovanni Alethy. Fu eziandio 
diligente e dotto raccoglitore delle antichità e de' prodotti natu- 
rali in Ragusa. 

STAY Cristoforo di Ragusa, fratello del celebre Benedetto, in 
fresca età andò a Roma, e datosi a conoscere per le sue belle qua- 
lità di mente e di cuore, si procacciò la stima del Ganganelli, il 
quale l'indusse a rimanere in quella città, ove morì nel 1777. 
Stampò una lunga lettera indirizzata a Benedetto sul di lui New- 
tonianismo, gli argomenti ad ogni libro del medesimo, e un dialogo 
sulla poesia didattica; lavori, che per la profondità dei sentimenti 
e per l'eleganza dell' espressione non la cedono alle opere degli an- 
tichi di tal genere. Scrisse: un orazione in morte di Giovanni 
Alethy, due epistole Oraziane, un carme sull' Annunciazione 
della B. Vergine ed altre cose. Costruccio Bonamici lo dice mèri- 
tamente filosofo e poeta elegantissimo. 

STAY Francesco altro fratello del celebre Benedetto, coltivò 
esso pure le scienze e la poesia latina da levar bella fama di se in 
patria e fuori. In età di vent' anni recossi a Venezia in casa del 
Conte Trajano Lallich suo zio, ove tra le fatiche commerciali ebbe 
aggio di arricchire la mente e fornirsi d'una scelta biblioteca. Dopo 
30 anni di soggiorno in quella scorse le più belle città d'Italia, indi 
ritornato in patria, si die tutto alla lettura de' classici, che furono 
il suo pascolo prediletto fino alla morte che segui nel 1793. La- 
sciò d'inedito parecchi carmi latini e varie elegie. 

STOICO (Stojkovich-Stay) Giovanni naque in Ragusa sullo 
scadere del 1400. indossatosi l'abito di S. Domenico, fu spedito a 
studiare la teologia a Parigi a spese della republica, ove appresa 
ogni liberale disciplina e addottoratosi in filosofia ed in teologia, in- 
segnò publicamente queste due scienze con somma riputazione. Re- 
catosi a Roma, venne scelto, quantunque troppo giovane si fosse, a 
procuratore generale del suo Ordine, e Martino V. ammiratore della 
molta sua dottrina inviavalo per uno dei suoi teologi al concilio di 
Basilea, aperto nel 1-131 da Giovanni Polniar auditore del sacro 



291 

palazzo e dallo Stoico stesso con ciottissima orazione. Ma il sinodo 
ridotto indi a poco a scandaloso conciliabolo per i pretesi suoi di- 
ritti accampati inverso la Corte Romana, si scosta da questa, e lo 
Stoico ne fa parte, quantunque vi si adopera a tutt' uomo per la pace 
della Chiesa, e perchè sia salva in ogni giudizio l'autorità e illeso 
il decoro della S. Sede. Invano egli tenta col mezzo del Senato 
Ragusino di ridurre i Rasciani e gli Slavi della Dalmazia in seno 
della Chiesa; invano colla potenza della sua trionfatrice dottrina 
confuta radicalmente gli errori degli Ussiti, e riduce a tacere Gio- 
vanni Rokisana loro rettore di Praga. Spedito nel 1435 dal con- 
cilio in qualità di legato a Bisanzio, invano s'adopera a riunire le 
due chiese ad onta che ottennesse la soscrizione d'alcuni articoli a 
tale unione favorevoli. Trasferito intanto il concilio a Ferrara, 
Giovanni nella 3, 8 e 9 sessione con dottissimi sermoni pone in 
chiaro lume la verità cattolica sulla processione dello Spirito Santo 
dal Padre e da Figliuolo. Ma indi ridottisi i Padri a Firenze per 
ordine idi Eugenio, lo Stoico si dichiara del partito del Sinodo di 
Basilea, dal quale viene creato vescovo di Argo, e poscia dall' an- 
tipapa Felice V. cardinale del titolo di S. Sisto (1440). Ne' trei 
viaggi che lo Stoico fece a Costantinopoli si arricchì d'immensi codici 
greci che furono di sommo vantaggio per convincere i medesimi 
Greci nel concilio rapporto alle opere dei SS. Padri. Tali codici la- 
sciò in legato al convento dei domenicani di Basilea, ove morì nel 
1442. Egli si fu uno dei primi uomini del suo secolo, o si voglia 
riguardarlo come letterato o teologo ovvero come abilissimo nego- 
ziatore negli affari politici. Ecco il catalogo de' suoi scritti: Oratio 
adversus Bohemos de communione sub utraque specie fidelibus 
minime necessaria; — stampata da Enrico Canisio ed in calce del 
Sinodo Basileense. — Libellus contra Hussitarum errores. — 
Oratio de communione puerorum. — Volumen sermonum de 
tempore et de Sanctis. — ■ Aliud volumen opusculorum. — Non- 
nulla quodlibeta. — Concordantiae vocum indeclinabilium sa- 
crorum bibliorum ì nel 1496 presso il Frobenio, ristampate dallo 
stesso nel 1525. — L'Ecard vi reca eziandio: Promissiones factae 
Imperatori Gracco et Patriarchae C. P. per ambasciatores 
Concil. Basiliecns. quorum primus Joannes de Ragusio, die 
25. novembris a 1436. — Copia promissionis eorundem amba- 
sciatorum. — Propositio ambasciatorum Concil. Basilieens* 

19 * 



292 

facla Constanti napoli corani serenissimo Imperatori, cujus pri- 
ma pars est Joannis. — Articuli Anibasciatorum Condì. Basi- 
leens. Tutti questi scritti leggonsi negli atti del concilio di Basilea 
Tom. 17. Labbeanae Collect. — Litterae quatuor magistri Joan- 
nis de Ragusio et Simeonis Fretz Ambasciatorum sacri Si/nodi. 
Mss. in Bibl. Medie. Florent. — Ad Patres Concil. Basii, de 
iis, quae Costantinopoli in sua legatione peregerat relatio. Mss. 
eoe catalogo libror. Leonis Alatii Romae 1668 in 4°. — Senno 
in festo S. Benedicti habitus apud Apostolos Romae in praesen- 
tia Cardinalium 1430. Mss. in bibliot. Cassinensi. Il celebre 
boemo Palacky rinvenne nel 1849 a Basilea due scritti di questo 
raguseo: Descrizione del concilio di Siena (an. 1423 — 28) e: 
Tractatus quomodo Boemi reducti sunt ad unitatem Ecclesiae, 
in 94 fogli di formato grande e va dal 1431 fino al 1433. Horànyi 
tale ne tesse di lui elogio: Virum insignem, atque tam midta 
praeclare gessit, quaeque tam erudite scripsit, omnino probant, 
posterisque commendatum, una pertinacia Balileensibus adhae- 
sionis reum. 

STRATICO Gian Domenico naque a Zara da genitori usciti 
dal Peloponeso, e da Bari quivi trapiantatisi. Consacratosi ne' verdi 
anni alla predicazione, con fama vi attese fino che fu chiesto a 
socio del P. Jacquier nell f istruzione dei principi Lante. Fatto nello 
stesso tempo collaboratore alla storia del P. Orsi, venne dallo stesso 
destinato a successore del P. Monilia nell' università di Pisa; indi 
l'accomandato a Francesco I. di Toscana ebbe di 27 anni la cattedra 
di Sacra Scrittura e letteratura greca, e questa eziandio da poi in 
Siena. La Corte di Firenze si servì dell' opera sua in varie com- 
missioni per gli oggetti scientifici, e quindi non andò guari che dato 
gli fosse un posto nel collegio dei teologi di Firenze. Da qui ebbe 
il vescovato di Città Nova in Istria, indi quello di Lesina, ove morì 
del 1799. Fu eziandio prelato domestico assistente al Soglio Pon- 
tificio di S. S. Pio VI., socio di molte illustri accademie e presidente 
onorario estraordinario perpetuo della società Georgica de' Castelli 
di Traìi. Scrisse: molti articoli inseriti negli Annali Ecclesiastici 
di Firenze — una confutazione a parte contro le innovazioni delia 
chiesa di Pistoja — un elogio pei funerali di Lorenzo Rizzi ultimo 
generale della compagnia di Gesù — un ragionamento in favore 
della stessa compagnia - la morte di Abele siili' originale di 



29 



o 



Gesnero, stimata superiore al testo — Yarte di amar Dio, in testa 
rima, e ne riscosse gli applausi di tutta l'Italia — Yorazione per 
la resa di Manina — i pensieri di un solitario sulle calamità che 
toccarono il regno di Francia — Yesame teologico a prò degli Ar- 
meni di Costantinopoli, Venezia 1786 — Yorazione per il ritorno 
di Pio VI. da Vienna — opuscoli economico-agrari, Venezia 1790 
in 8° presso Got. Pedini. — Due memorie sull' agricoltura della 
Dalmazia, presentate alla società geologica dei castelli di Tran 
(1789. stanno nel Nuovo Giornale d'Italia di Scienza naturale, Ve- 
nezia 1790. T. I). — Memoria sulla moltiplicazione della specie 
bovina nella Dalmazia (Gior. d'Italia 1792. Tom. III.), — I Mor~ 
lachi, versione con illustrazioni originali, Zara tip. Demarchi-Rou- 
gier 1845, — collezione di opuscoli sagri e pastorali, Venezia 
1790 — istruzione sulla santificazione delle feste comandate e sulla 
tuga dell' ozio palliato dalle feste di devozione, Venezia 1790. Fu 
uno dei traduttori della storia di Raynald, in cui avvi la sua apo- 
logia agli Spagnuoli. Ebbe strettissima famigliarità e corrispondenza 
epistolare col dotto ed illustre Barone di Carnea-Steffaneo ajo del- 
l'Imp. Ferdinando e commissario imperiale in Dalmazia sotto la 
prima dominazione Austriaca, e ci restano molte lettere di costui 
dirette a Gian Domenico, ove innalza a cielo le peregrine sue doti 
d'animo e d'ingegno. Il Bonicelli nipote dello Stratico intitolava 
allo Steffaneo la traduzione composta dall' illustre suo zio della 
famosa operetta dello Stellini sulV origine e sul progresso dei co- 
stumi, per testimoniargli con la propria la nazionale riconoscenza. 
Scrisse oltre a ciò lo Stratico eleganti epistole, e tra queste alcune 
allo Steffaneo sui quadri di Verbosca sull' isola Lesina di classico 
penello, e cosi pure intorno al mastice ed alla sandracca, prodotti 
di quest' isola. 

STRATICO Co Simeone di Zara, fratello di Gian Domenico, 
naque nel 1733. Ottenuta la laurea di medicina e filosofia con 
plauso di tutti i professori di Padova, di 24 anni ebbe la cat- 
tedra di medicina nella stessa città. Nel 1761 destinato ad accom- 
pagnare l'ambasciata, che il Senato Veneto mandava a Giorgio III. 
per congratularsi del suo avvenimento al trono, Stratico si fermò 
qualche tempo in Inghilterra ad istudiare gli usi e le costumanze 
di quella nazione, ed in ispecieltà potè considerare tutta la forza 
e la grandezza navale dell' Inghilterra. In tale circostanza datosi a 



294 

conoscere ai dotti di quel regno, ebbe l'onore d'essere ascritto a 
varie accademie, ed in ispecie alla società reale di Londra qual 
membro effettivo. Ritornato a Padova, venne sostituito al Marchese 
Poleni nella cattedra di matematiche e di navigazione. Nel 1801 
chiamato dal governo di Milano all' università di Pavia, di sovente 
supplì al Prof. Volta nel corso di fisica, quantunque insegnasse 
nautica soltanto. Fatto in seguito membro della Giunta d'istruzione 
publica, quindi presidente della giunta pei lavori idraulici del Du- 
cato di Modena ed ispettore generale delle acque e strade del già 
regno d'Italia, veniva nel 1809 nominato Senatore ed ottenne i 
gradi di cavaliere della Leggion d'onore e della Corona di Ferro. 
L'Imperatore Francesco I. pure gli conferiva la croce di S. Leo- 
poldo, la pensione di Senatore ed il titolo di professore emerito 
dell' università di Padova e Pavia. Stratico ch'era il decano 
de letterati italiani, morì a Milano il 16 luglio 1829 di 91 anni. 
Scrisse 25 tra opuscoli ed opere di disparata materia. Il Maffei 
discorrendo di lui così si esprime: Un altro celebre italiano 'pub- 
blico un vocabolario non meri necessario ed importante di quello 
della Crusca, ed è il Vocabolario di Marina nelle tre lingue ita- 
liana, inglese e francese, stampato in Milano nel 1813 e segg. 
(tre voi. in 4. fig.) dal Conte Simeone Stratico.* Le altre sue 
opere di maggior levatura sono: Raccolta di proposizioni d'idro- 
statica e d'idraidica. Padova 1773 in 8°. — Elementi d'idro- 
statica e d'idraulica. Ivi 1791 in 8°. — Teoria compita della 
costruzione e del maneggio dei bastimenti, traduz. dal francese 
d'Eulero con note. Ivi 1776 in 8°. — Dell' antico teatro di Pa- 
dova. Ivi 1795 in 8° fig. — Esame marittimo, teorico e pratico, 
traduz. dal francese di D. Giorgio Juan e di Leveque con osser- 
vazioni. Ivi 1819. 2 voi. in 4° fig. — Bibliografia di marina 
nelle varie lingue dell' Europa. Ivi 1823 in 4°. — Molte disser- 
tazioni inedite ovvero edite nelle Memorie della Società Italiana, 
e dell' accademia di Padova o negli atti dell' Istituto Ita- 
liano — M. Vitruvii Pollionis Architectura cum exercitatio- 
nibus I Poleni et commentariis variorum. Udine 1825 e seg. 
4 voi. in 4° con 320 fig., e quest' opera è il suo capolavoro. — 
I lavori di minor importanza sono: Oratio habita in Gymna- 
sio Patavino, Padova, Cornino 1764, in 8°. — Series proposi- 
to num, continens elementa mechanìcac et statìcae, earumque 



295 

varias applicationes, ac praesertim ad theoriam architecturae 
civilis et nauticae y ibid. 1772 in 8°. — De duabus formis arche- 
typis aeneis ad antiquum numisma majoris moduli pertinenti- 
bus- disquisitici. Veronae, ex typ. Giuliari 1799, in 8° con fig. 

STATICO Gregorio di Zara, visse in sullo scorcio del passato 
secolo e raccolse con molta critica documenti e memorie storiche 
sulla Dalmazia, di cui si servì il Creglianovich. Scrisse pure una 
Relazione ragionata della peste di Spalato, dell'anno 1786. Di 
Stratico Gianbattista si leggono alcune poesie unitamente ad altre 
di Parma Giulio e San/ermo Francesco in un libretto publicato a 
Zara nel 1804, in occasione della prossima partenza da questa 
città di S. Eccell. il Sigr. Conte di Goes. 

STJKNICH Timoteo di Ragusa, domenicano, morto'nel 1604, 
scrisse i suoi commenti, inediti, sui Profeti minori e su qualche 
capo d'Isaia. 

STUXLI Dr. Luca, di Ragusa, publicò: Le tre descrizioni 
del terremoto di Ragusa del 1677, di Gradi, Rogacci e Stay. 
Versione in versi dal latino, Venezia, Antonelli 1828 in 8°. — 
De peste quae in eocitu anni 1825 in circulum Ragusinum ir- 
repserat. De febbre scarlatina quae Ragusii visa fuit anno 
1823. Bononiae 1829. Nobili in 8°. — Lettera ad Urbano Zam- 
predi relativa alla vita di Mattia Fiacco illirico (Antologia di 
Firenze 1826 luglio p. 138). — Delle detonazioni dell' isola di 
Meleda. Lettere. Ragusa, Martechini 1823 in 8°. — Lettera V. 
sulle detonazioni di Meleda, ivi 1824 in 8°. — Al eh. Sig. Prof. 
Urb. Lampredi. Lettera sulle detonazioni di Meleda (Antologia 
di Firenze 1826, voi. 22). — Intorno alle cose di Meleda (ivi 1827 
voi. 25). — Sulle detonazioni dell'isola di Meleda. Bologna presso 
Rie. Masi 1828 in 8°. — Stulli Biagio scrisse: Biografia di 
Sorgo Mieli. Antonio (Biog. degli illust. ital. del sec. 18. 19.) in 8°. 

SUTINA Gerolimo di Zlarin, oggi professore in Zara, die alla 
luce: Zabavno stivenje u hervatskom jeziku za mladez dalma- 
tinsku u Zadru 1851 u 8 str. 191. — Vocaboli di prima ne- 
cessità. Zara 1852. 

SVILLOVICH Luca di Ragusa, oggi professore a Spalato, 
scrisse: Picsnièlca Ilora, u Splitu 1852. — Upravljenje dètei 
za izreói u pismu svoje misli. Dio pervi. U Splitu 1849. 



296 



T. 

TAMTARIZZA Gabriele di Ragusa, francescano, buon poeta 
illirico, ed era così bene versato nella musica, che fu a lungo mae- 
stro della Cappella Imperiale in Vienna, dove mori nel 1595. 

TANZLINGHER (V. Zanetti). 

TARTAGLIA Giacomo di Spalato nel 17. secolo sì rese molto 
illustre per la sua valentia nell' arte militare impiegata a prò della 
Republica Veneta. A Vicenza nel 1680 gli fu eretta una statua. 

TARTAGLIA Pietro fu flagello de' Turchi nel secolo XVIII. 
Alla testa degli Spalatrini liberò Clissa dall' assedio e tolse Konjsko 
agli Ottomani. Il Senato lo rimeritò largamente, accordandogli nel 
1730 il perpetuo godimento di quella terra, e il titolo ereditario 
di suo governatore perpetuo. 

TERZICH Luca di Lissa, sacerdote della Congregazione di 
S. Filippo Neri in Spalato die in luce a Venezia nel 1800 coi tipi 
di Simeone Occhi il libro: Pokripljenje umiruéih. 

TIBTJRTINI Giovanni Evangelista di Ragusa, raccolse ed 
ampliò le genealogie delle famiglie civiche della sua patria scritte 
da suoi predecessori in un grosso volume, da cui si ricavano le ori- 
gini di que' casati, l'estesa del commercio raguseo in vari tempi, 
le epoche di floridezza e di decadenza, e si giungono a conoscere le 
gesta di vari personaggi distinti per sapere. Eccone il titolo: Ori- 
gine e genealogie di tutte le famiglie dei Cittadini della città di 
Ragusa, quali successivamente sono uscite di tempo in tempo, 
cominciando da circa Vanno 1300 fino ali" anno 1500, comin- 
ciate a descriver 'sidaBjeloslav di Grado je Tiburtinifino all'anno 
1400, e seguite da Evangelista di Brailo Triburtini, nipote del 
detto Bjeloslavo fino all' anno 1450, e poi da Evangelista di 
Gabriele Tiburtini nipote di detto Evangelista fino all' anno 
1500, ed ampliate per me Giovanni Evangelista.* Si distinsero 
in tale materia eziandio Matteo Danich, Ambrogio Gozze dome- 
nicano, e Luigi Bicicli. 

TIHICH (Tranquillo) Partenio di Ragusa, buon oratore e 
poeta latino, vissuto sul principio del 1500. Ebbe il favore di 
Carlo V. e di Massimiliano, e fu famigiiarissimo di Erasmo, il quale 
nel 151 9 gli diresse daLovanio una lettera che leggesi nel toin. III. 



297 

delle opere di quel celeberrimo filosofo dell' edizione di Lione 1703. 
Tranquillo diede alle stampe: Oratio de laudibus eloquentiae ex 
officina Melch. Lotteri 1541 — Oratio contra Turcas ad Germ. 
Principes habita Augustae Vindelic. 1518 — Oratio contra 
Turcas, Viennae 1541 — Oratio adDeum contra Turcas Car- 
mine heroico. Augustae Vindel. 1518. 

TOCHICH Antonio di Spalato, allievo di Loreto, canonico, 
professore nel seminario di Spalato e rettore. Fu ammirato dagli 
stranieri nelle sue lezioni di filosofia e di chimica. Coltivò eziandio 
la poesia e la storia in modo da ritrarne elogi. 

T0LIMER0 Elio di Sebenico, precettore nelle lettere greche 
e latine di Antonio Veranzio, lasciò alcune poesie non prive di ve- 
nustà catulliana; una in lode di Domenico Buchia. 

TOLLENTIS (de) Luca cittadino di Curzola naque nel 1428. 
Nel 1453 aggregato al collegio de' canonici, e nel 1458 innalzato 
alla dignità di arcidiacono, Pio li. nel 1462 per difficili e gravi 
negozi spedivalo nunzio presso Stefano ultimo re di Bossina e con- 
temporaneamente presso il duca di S. Sabba ossia d'Ercegovina, 
nel rescritto commendandolo per la sua grande circospezione, ma- 
turità di alto consiglio e grande previdenza nel maneggio de' pu- 
blici affari. Intanto nell' anno medesimo trapassato Luca Leone 
vescovo di Curzola, i cauonici lo eleggevano a 2 luglio a di lui suc- 
cessore, ma Pio II. non volle confermarlo. Morto Pio indi a poco, 
Paolo II. salito al soglio pontificio inviollo a Filippo duca di Bor- 
gogna per urgenti affari, e vi riuscì in modo da meritarsi l'amore 
del Pontefice e del Duca, il quale fregiavalo del titolo di suo con- 
sigliere. Paolo nel 1469 innalzavalo alla sede Vescovile di Sebe- 
nico; che però egli breve tempo amministrò, come quelli che occu- 
pato nelle più difficili ambascierie dovea governare a mezzo d'altri 
la sua chiesa; ed in ciò degnamente lo sopperì il dotto canonico 
Giorgio Sisgoreo suo vicario. Anche Sisto IV. lo spedì nunzio colla 
rara facoltà di legato a latere a Carlo duca di Borgogna ed agi' In- 
foiati di quel territorio, perchè colla trionfatrice eloquenza sua ani- 
masse tutti quanti ad una poderosa spedizione contro il Sultano 
Maometto II. E Carlo approfittando dell' attività e destrezza di- 
plomatica in tale occasione inviavalo alla Republica Veneta, la 
quale comendando la sua dottrina, gravità, prudenza, e le sue 
esimie virtù, lo chiama suo carissimo e dilettissimo. Nel 1480 



298 

Federigo III. Imperatore de' Romani con apposito diploma, forse 
in contemplazione degli alti servigi di Luca, ch'era suo intimo 
consigliere, creava Nicolò suo fratello, i suoi figli e i figli delle sue* 
sorelle Conti Palatini e i loro discendenti per- nobili militari, il che 
venne loro confermato tre anni dopo dalla Republica Veneta. Nel 
I486 Luca veniva spedito da Federigo Imperatore con tre altri il- 
lustri personaggi Giovanni Principe di Trento, Tomasot de Collo- 
redo Coppiere e Giorgio Elleboro a parecchi re, principi e republ i 
che della cristianità per gravissimi negoziati concernenti il vantag- 
gio comune e la pace universale. Massimiliano I. Imperatore con- 
ripetute commendatizie dirette ad Innocenzo Vili. Pontefice solle- 
citava la sua nomina a cardinale. Ma abbenchè tale dignità egli 
avesse meritata, pur non l'ebbe, e cessò di vita nel 63 anno di 
sua età. Contribuì grandemente all' erezione del duomo di Sebe- 
nico, come ce n'accerta il distico scolpito sul gradino superiore del- 
l'altare principale: 

Praesulis Lucae Tollentich ossa quiescunt 
Muneris est cujus celsi pars maxima templi. 

TOMMASEO Antonio (Padre) di Sebenico, compì gli studi 
nel seminario di Spalato, e fu penitenziere illirico a S. Pietro di 
Roma. Compose un robusto quaresimale, nonché un' opera di pre- 
gio: Della religione considerata ne' suoi fondamenti e nelle sue 
relazioni colla felicità delV uomo. Morì nel 1837. 

TOMMASO Gian Andrea , patrizio Spalatrino. A Padova 
ebbe la laurea di dottore nel diritto. Tornato in patria, esercitò 
l'avvocatura, poscia venne eletto canonico della cattedrale e vicario 
del Metropolita, indi Abate della Brazza. Scrisse di molte orazioni 
in italiano, di cui abbiamo una alle stampe. Morì a Spalato nel 
1669. Ebbe ingegno lepido ed elegante, della satira passiona- 
tissimo. 

TOMMASEO Luigi di Spalato era nell' una e nell' altra legge 
abbondevolmente versato, nelle storie greca e romana quanto altri 
mai; ma la vena del suo ingegno che ricca e facile scorreva, diver- 
gea più volentieri ai campi dell' amena letteratura: nell' italica e 
latina favella dettò cose bellissime, e il gusto suo usato ai classici 
fera squisitissimo, il giudizio retto e sicuro. L'indole dell' ingegno 
in ispecie era in lui oltremodo piacevole e spontanea, e lo facea 
felice imitatore dell' inarrivabil Gasparo Gozzi. Quindi negli epi- 



299 

grammi, di cui diede alcuni di somma bellezza, quindi nelle let- 
tere famigliari, quindi ne' versi faceti riesciva a meraviglia. Visse 
settanta sei anni e morì nel i 832. 

TOMMASEO Dr Matteo della Brazza, canonico di Macarsca, 
scrisse in sul principio del 18 secolo il trattato »De causis in- 
justis non patrocinandis.* 

TOMMASEO Nicolò della Brazza morto nel 1731 vescovo di 
Scardona, lasciò inedita un' erudita dissertazione sopra i Greci 
della sua Diocesi. 

TOMMASEO Dr. Nicolò naque in Sebenico a' 9 ottobre 1802. 
Ebbe i primi insegnamenti da suo zio Antonio nel convento di S. 
Francesco in patria. Compiuto da poi nel seminario di Spalato il 
corso ginnasiale e filosofico, recavasi a Padova, dove, assolto lo stu- 
dio di legge, otteneva la laurea dottorale. Trovando però la car- 
riera degli impieghi non troppo confacente alle sue naturali incli- 
nazioni, si volse tantosto a battere un' altra più difficile certamente, 
ina che, a chi da natura sortì un raro ingegno, offre un modo più 
pronto per sollevarsi a gloria imperitura. Diessi egli dunque a 
spacciare ne' vasti campi della letteratura, e in breve tempo vi riu- 
sciva talmente, da rendersi famigliari i più grandi uomini dell' età 
nostra. Tra le molte cose ch'egli diede alle stampe si annoverano: 
Canti popolari toscani, corsi, illirici, raccolti ed illustrati, con 
opuscolo originale, in 4 tomi (Venezia presso G. Tasso 1842 
in 8°), con un volumetto intitolato Scintille, ove discorre della 
fratellanza delle letterature e dell' imitazione non serva, 1841 — 
Traduzioni di Dionigi d'Alicarnasso 1828 — Scritti vari in- 
torno all' educazione, Lugano 1834 — / due bacci 1831 — Bel- 
lezza educatrice 1831 — // Perticari confutato da Dante, Mi- 
lano coi tipi dei fratelli Senzogno 1825 — Dizionario estetico 
1840. — Studi critici voi. 2. Parigi 1836 e Venezia 1843. — 
Memorie poetiche e poesie. — Fede e bellezza 1840. — Del- 
l'animo e dell' ingegno di A. Marinovich 1840. 1843. — Scritti 
intorno a cose dalmatiche e triestine, Triestine 1847 in 8°. — 
Discorso de' sussidi dotali o dell' utilità loro paragonata 
ad altre opere di publica carità, Firenze. — Vita di Giu- 
seppe Calasanzio fondatore delle scuole pie, stampata a Chia- 
vari, coi tipi di Angelo Argiroffo 1845. — Omelia di S. Gio. 
Griso stomo , voltata in italiano, Venezia 1845, — Volume 



300 

di pensieri morali , stampato a Modena 1845 coi tipi di 
Antonio e Angelo Cappelli. — Nuovi scritti. — Dizionario 
de' Sinonimi, ristampato con aggiunte. — 27 duca d'Atene. — 
Preghiere cristiane. Venezia 1841. — Studi filosofici. — Tra- 
duzioni d'Arriano. — Di Sebastiano Melan, Trieste 1847. — 
Discorso, dei cardi del popolo dalmata (nel Euganeo, 1844.) 
— ■ Raccolse i canti popolari dalmati, tuttora inediti, e scrisse in 
illirico: Iskrice, cioè scintille, date alla luce in Zagabria dal Cliia- 
riss. Giov. Kukuljevich nel 1844 in 8° e poscia ristampate in Zaga- 
bria dalDr. Gaj, 1848 in 12° ed a Zara nel 1849 in 8° dai 
tip. Battara. . 

TOMMASEO Pier Antonio della Brazza, medico di riputata 
lama, stampò nel 1778, la descrizione storico- fisico-medica, 
del morbo epidemico della Brazza; e scrisse: TractaÀus iheo- 
retico-practicus de febribus , inedito. Ebbe condotta a Lesina. 

TOMASO Arcidiacono di Spalato, uno de' più antichi ed 
accreditati storici dalmati. Nato nel 1200 da famiglia ignota, 
frequentò l'università di Bologna, ove compiuti i suoi studi, vestì 
le insegne clericali; uè guari andò ch'egli addivenisse canonico e 
poscia arcidiacono in patria (1230). Fu acerrimo castigatore del- 
l'ecclesiastica disciplina, il che gli levò addosso un verpajo così 
molesto di detrattori, ch'egli dovette purgarsi delle ingiuste impu- 
tazioni a piedi di Gregorio IX., il quale non solamente se ne 
chiamò soddisfatto, ma rimproverò acerbamente l'arcivescovo di 
Spalato Guncello, che a danni di Tomaso erasi lasciato subornare 
dall' altrui invidia e mal talento. Vacata quindi essendo per la 
morte di Guncello quella sedia arcivescovile, fu ad essa innalzato 
Tomaso da Innocenzo IV. (1243). Ma i signori della città, 
rotti in quel tempo d'anarchia ad ogni vizio e quindi audacissimi, 
e temendo il soverchio zelo di Tomaso, minacciarono il clero se 
non vedesse modo di render cassa la elezione del severo Tomaso; 
sicché questi mosso dall' amore della propria quiete e di quella di 
sua patria stimò ben fatto di abdicare a tanto onore. Fu quindi 
adoperato da Pontefici e regnanti in gravi ministeri ed ambascierie ; 
ne però la sua vita attiva gli contese il diletto che prendea nel col- 
tivare le lettere. E per lo vero molto vanno a lui debitori gli Spa- 
latrini dell' aver egli tolte all' oblivione le cose della città e chiesa 
loro. Scrisse Tomaso quel!' opera interessantissima per gli annali 



301 

non pure di Spalato, ma in parte di tutta la Dalmazia »IIistoria 
Major et Minor Salonìtanoram, Pontificum et Spalateti slum. 
Non v'ha chi non lodi l'imparzialità, il criterio, la chiarezza ed 
eleganza, onde sono tenuti i suoi racconti, i quali recano assai 
lume nella storia Ecclesiastica e politica. Peccato che la sua storia 
maggiore sia stata guasta dagli amanuensi! Il celebre Gio. Lucio 
diede alla luce la seconda nel 1668 in Amsterdam coi tipi di Gio- 
vanni Blaeu, e la uni ai suoi Commentari sul regno di Dalmazia e 
Croazia. Il Belio la reca tra gli scrittori ungheresi (Tom. III. p. 
532—635. 1748 in fog.) Morì addì 8 maggio 1268 ed ebbe ono- 
rata sepoltura nella chiesa de' Conventuali in borgo, ove leggesi 
l'epigrafe sepolcrale: 

Doctrinam Christe docet Archidiaconus iste 
i Thomas liane tenuit moribus, et docuit. 

Mundum speme, fuge vitium , carnem preme, luge, 

Pro vitae fruge, lubrica bona fuge. 
Spalatrum dedit ortum, quo vita recedit ; 

Dum mors succedit, vitae mea gloria cedit. 
Hic me vermis edit, sic juri mortis obedit, 

Corpus quod laedit, animamve, qui sibi credit. 
An. Dom. MCCLXVI1I. Mense Maii Vili, die intrante. 

TOMASO detto Illirico naque ad Ossero al cadere del XV. 
secolo. Ebbe la sua prima educazione nel Convento de' Padri Fran- 
cescani diCassione, poscia mandato in Italia, con plauso compiva gli 
studi non solo ma vi saliva in breve i più riputati pergami d'allora. 
Qual banditore delle verità evangeliche trascorse l'Europa quasi 
tutta, ed in ispecieltà passò il più de' suoi giorni in Francia, ove 
veniva chiamato le saint homme per l'entusiasmo, che lo accom- 
pagnava da per tutto. Bordeaux era il centro delle sue missioni. 
Quivi con ispirito profetico prenunzio le funeste innovazioni nel 
dogma cattolico, che indi a poco sorvennero per opera di Lutero e 
le tristi conseguenze da quelle nell' ordine sociale e politico. Fu il 
modello d'ogni pietà e sapere. Fu amato teneramente da Cle- 
mente VII., e in mezzo agli onori di che questo Pontefice lo colmava e 
che gli allietavano la tranquilla vecchiaja, passò a vita migliore. 
Ij2 spoglie di lui veneransi nella chiesa della B. V. di Carnotessa. 
Czvittingero accenna a tre sue opere: »Sermones de charitate, 
apitd Nicolaum de Portit, a. 1525 impressit Ilieronymus Jaco- 
bns — Tractatus de laudibus Nominis Jesu. Tolosae 1519. 



302 

— Traci, de potestate Papae. Vid. Jos. Simleri Epitom. Biblioth. 
Gesneri f. 662. — Leggo nel Tiraboschi (Stor. della Lett. Iteti. 
Lib. II. p. 229 voi. VII) che di lui uscì alle stampe in Torino 
nel 1524 un opera intitolata Clypeus Ecclesiae Catholicae contro 
gli errori di Lutero, della quale il Dupin ci ha dato l'estratto (Bibl. 
des Auteurs Eccl. T. XIV.). 

TRALASSO Leonardo di Ragusa, domenicano, verso il 1480 
fu publico professore di teologia ovvero primo rettore de' sacri 
studi nell' università di Padova, e scrisse de' commenti e scogli 
su' tutta la teologia di S. Tomaso. 

TBIALI Michiele di Zara, ove fu canonico, indi arcidiacono, 
poscia vescovo di Curzola e finalmente Arcivescovo (1771), 
uomo per sapere e per le pastorali prerogative a que' tempi comen- 
datissimo. 

TRIPCOVICH Antonio, naque a Dobrota, bello ed ameno 
paese del canale di Cattaro da illustre famiglia. Compiuto il corso 
delle umane lettere, si recava a Roma per apprendervi la filosofia 
e la teologia sotto gl'insegnamenti de' PP. Domenicani della Mi- 
nerva. Approfonditosi di molto in tali scienze, ritornò e nel semi- 
nario di Spalato lesse teologia e fu rettore. Dalla S. Sede venne 
poscia spedito all' isola di Veglia in qualità di Vicario Apostolico, 
dove si trattenne per cinque anni. Nel 1754 Benedetto XIV. con- 
fermagli il vescovato di Nona, ove si distinse per la sua pietà e 
per lo zelo nel disimpegno de' suoi doveri vescovili, coltivando nel 
tempo stesso gli studi sacri con calore. Lasciò alla sua morte: un 
corso di Teologia, inedito; tre dissertazioni in favore di Mon- 
signor Bonacich, due altre, una sui principali misteri della fede, 
e l'altra contro l'opinione di Monsignor Drago sull' immunità di 
peccato nelle giovani del territorio che non ascoltano la Messa nei 
di festivi, stante i ratti, che per parte dei Greci a que' tempi 
succedevano. 

TROJANIS (Padre) Francesco di Curzola, tenne per più 
anni la cattedra di filosofia a Verona, indi quella di teologia a Capo 
d'Istria. Creato nel 1750 provinciale, presedette poscia ad un ca- 
pitolo tenuto dai Padri del SSmo Redentore, e finalmente si ritirò 
alla Badia di Curzola, ove die fine alla incominciata fabbrica della 
cappella, e quivi pure restò fino alla morte. 

TTJDISI Marino di Ragusa, senatore, uomo arguto, e piace- 



303 

vole, rimise in piedi dopo il tremuoto il patrio teatro, ed a tal 
uopo recò in illirico in modo elegante varie commedie di Molière. 

TUDISI Sigismondo di Ragusa, vescovo di Trebigne, morì 
nel 1760. Dimostrò con un erudito lavoro alla Sacra Congrega- 
zione de Propaganda Fide, che la sede del suo vescovato non era 
posta nella Tribunia, ma nella Zaclunia, e che perciò gli si doveva 
conferire il titolo di Vescovo Zacluniense. Ned avendo potuto otte- 
nere quanto a ragione spettavagli, scrisse un' altra nel 1756 in 
risposta all' oppositore deputato da Roma per esaminare la sua 
prima scrittura. Raccolse eziandio una grande quantità di monu- 
menti interessantissimi, e compose molte vite de' vescovi di Mer- 
cana e di Trebigne. 

TWERDOI Nicolò di Spalato, nel 1416 imprese l'erezione 
del campanile di S. Doimo in sua patria, opera gigantesca e tra 
le migliori d'Europa in questo genere. 



U. 



UREMANO Giovanni di Spalato, gesuita, versatissimo nelle 
teologiche, filosofiche e matematiche discipline. Fu egli da Nicolò 
Trigout nel suo ritorno alla China, condotto a Macao, dove in- 
segnò matematica agli alunni della compagnia di Gesù, mentre 
ch'egli stesso apparava l'astronomia chinese ed intendeva indefes- 
samente a spargere tra que' popoli i semi della cattolica fede. Si 
hanno di lui alcune lettere importanti sul Giappone, scritte negli 
anni 1615 e 1616, riferite da Filippo Allegambe nel suo catologo 
degli scrittori gesuiti. Morì a 22 aprile 1620 in Nanchino. 

URSINO San Giovanni. Correndo il 1064 sotto il re Cresi- 
miro IV. della Dalmazia e Croazia, venne in Dalmazia un legato 
pontificio probabilmente Giovanni Cardinale mandato da Alessandro IL 
per togliere lo scisma insorto a cagione de' libri liturgici (e in com- 
pagnia di lui Giovanni Ursino). Venuto a Zara gli andarono in- 
contro alcuni di Traù, i quali ottennero, che venisse nella loro città 
a comporre le interne discordie. Accade in ciò che vi morì il 
vescovo, e quindi essi implorarono dal Cardinale per vescovo uno 
del suo seguito che fu Giovanni Ursino di Roma, consacrato da 
Lorenzo Arcivescovo di Spalato. Tosto egli si dava all' esercìzio 



304 

di tutte le virtù che a sant' uomo appartengonsi, in modo da dare 
segno di sua futura santità. E si fu che rese abbondanti di vino i 
racemi seccati da tempesta, e nel sito detto la Planca, navigando 
egli alla volta di Sebenico, trasse a riva il naviglio carico di vino 
sommerso da aspra procella. Sceso nel 1105 in Dalmazia Colomano 
re d'Ungheria e posto un duro assedio a Zara, Giovanni si reca in 
questa città e colla potenza della sua preghiera atterra una ma- 
china infernale eretta a distruzione della città stessa. Indi vi tratta 
col re la resa, e aggiustate le cose, si porta a Sebenico, ove una 
colomba scende dal cielo sopra di lui nell' atto in cui compiè il sa- 
crosanto sacrifizio a vista del re ivi inginnochiato. S'aggiunga a 
ciò in lui una somma vigilanza nel disimpegno de' suoi doveri pasto- 
rali, ed una continua macerazione di corpo. Finalmente presso a 
morte predisse la distruzione di Traù per mano dei Saraceni, e 
quindi la sua riedificazione. Mori nel 1111 ovvero nel seguente. I 
Saraceni distruggono la città nel 1123. Si rinviene il corpo di 
S. Giovanni e lo si espone alla venerazione de' fedeli sugli altari. 

I miracoli si moltiplicano, e quindi Eugenio IV. nel 1438 con ap- 
posita bolla prefigge il giorno festivo di S. Giovanni con molte in- 
dulgenze. La vita di S. Giovanni fu scritta da un suo contempo- 
raneo Anonimo, e questa venne proseguita cent' anni dopo da un 
certo Treguano Fiorentino vescovo di Traù. Giovanni Statileo la 
mise in ordine e diede in luce nel 16. secolo, e venne di nuovo 
stampata dal celebre Lucio nel 1659 con illustrazioni ed aggiunte. 

II Canavelli celebrò le sue gesta in un poema, tuttora manoscritto 
e che noi siamo in atto di dare alla luce. 

TJVBACHIEN Trifone celebre giureconsulto, nasceva a Cat- 
taro nel 1696. Dotato d'un ingegno penetrantissimo, fece egli in ogni 
ramo dello scibile umano ed in ispecieltà nella giurisprudenza pro- 
gressi meravigliosi. Ritornato da Padova, si die ad esercitare l'avvo- 
catura in Zara, ove sedeva il governo supremo della provincia, e con 
tale fama che indi a poco chiamato a Venezia dai principali di quella 
città, ebbe il carico di segretario della Republica, e consultore in 
jure odi stato; per cui era suo dovere difenderei diritti del la Republica 
d'ogni fatta a voce od in iscritto ovunque occorresse. Ad onta delle 
molte fatiche che risultavangli da tale impiego, pure non vi fu 
scienza che Trifone non coltivasse, dotto com' era nelle lingue an- 
tiche e moderne. Ebbe eziandio copiosa e ricca biblioteca, per cui 



305 

la sua casa era un convegno dei più insegni letterati di que' tempi, 
ov' egli fece professione di contribuire alla perfezione delle opere 
altrui coli' opera sua e colle sue cognizioni. Morì a Venezia 
nel 1786. Lasciò nell'archivio della Republica molti volumi di 
aurei Consulti, di Scritture, di Allegazioni ecc. con note margi- 
nali. Giuseppe Marinovich suo nazionale ne pianse la morte con 
elegante elegia latina; il Foscarini (Della lett. ven. p. 265) ne 
tesse distinto elogio. 11 Fortis (Osserv. sopra Cher. edOss. 1771, 
Venezia) si giovò delle sue annotazioni storiche. — Uvracltien 
Co. Marino, scrisse: Coltivazione delle viti nel territorio detto 
delle Bocche di Cattavo (sta nel Giorn. d'hai, spet. alle sfcién. 
natur. Venezia 1772. Voi. Vili). 



V. 

VALARESSO Maffeo patrizio veneto, fu da Nicolò V. Papa 
nel 1450 eletto Arcivescovo di Zara. Celebrò un concilio diocesano, 
dandovi leggi utilissime per il clero e popolo. Incaricato dal Pon- 
tefice sciolse varie liti insorte e nella sua diocesi e fuori, protesse 
ed aumentò i conventi religiosi ed accrebbe il culto di S. Simeone. 
Andò legato della sede Apostolica a Colonia, e sbrigati gli affari 
con plauso, si ridusse in Zara, consecrandosi al bene de' suoi dio- 
cesani e della chiesa in ispecie. Morì nel 1496. Lasciò non pochi 
monumenti del suo sapere, inediti, tra quali un volume d'ovazioni 
e di lettere, esistente nella celebre biblioteca Barberiana in Roma. 

VALLOVICH Valentino di Ragusa, fiorì nel 1500, poeta 
illirico di qualche merito. In ispecie si dilettava del genere sati- 
rico. Appuntando il protomedico di quel tempo in sua patria con 
un epigramma, ebbe la carcere, e se ne vendicò dando in luce 
da poi una lettera latina contro lo stesso di molto più satirica 
del primo. 

VANETTI Vincenzo di Spalato, valente poeta e dotto me- 
dico, come ce l'attesta l'Ektorevich, visse nel secolo XV. Abbiamo 
di lui alle stampe una lettera ed un sonetto tra le composizioni 
dell' Ektorevich. 

VERANZIO Antonio nasceva a Sebenico a 20 maggio del 
1504 da avi illustri, che cacciati pel ferro ottomano dalla Bossina, 

20 



306 

riparavano in questa città. Elio Tolimero fu il primo suo precettore 
delle lettere latine e greche. Chiamato a Weisbrun o Vesprimio 
dall' illustre suo zio materno Pietro Berislavio colà vescovo e bano, 
se ne andò; ma morto Pietro nel 1540 in un sanguinoso conflitto 
co' Turchi, si ridusse da un' altro suo zio vescovo di Transilvania 
Giovanni Statileo; indi passato a Padova per darsi a' studi mag- 
giori, per le turbolenze sorte in Ungheria fu costretto a portarsi in 
Vienna o come alcuno vuole a Cracovia per compiere lo stadio di 
sua educazione. In ciò si fece conoscitore di lingue straniere e degli 
avvenimenti che agitavano quel secolo, indagatore perspicace degli 
avvoglimenti delle corti, degli ordini dei governi, e pieno final- 
mente di scienza politica e letteraria. Con tal corredo di dot- 
trina e prudenza si presenta a Giovanni detto Zapolio creato re 
d'Ungheria, il quale presolo a se qual segretario, inviavalo da 
prima a Sigismondo re di Polonia, indi ai confini del regno per se- 
dare le discordie civili insorteci. In guiderdone intanto di tali fati- 
che otteneva la Prepositura di Buda. Due volte eziandio sotto 
Giovanni si presentò quale ambasciatore alla Veneta Republica, e 
così da poi una volta ai Pontefici Clemente VII., Paolo III., due a 
Francesco I. e ad Enrico Vili. (1535). Morto Giovanni (1540), mal 
ferma la regina vedova sul trono, inviò più fiate il Veranzio a Si- 
gismondo implorando ajuto contro i perturbatori del regno, ed una 
volta pronunziò sì eloquente discorso (stampato poscia a Cracovia) 
sui disastri del regno, che trasse le lagrime agli astanti. Ma 
la regina sendosi da poi piegata alquanto ai malevoli e fatta 
fredda verso Veranzio, costui zelante del suo onore, lasciò la corte 
e preceduto da chiarissima fama, s'acconciò ai servigi del re Ferdi- 
nando. Questi lo creò vescovo delle Cinque Chiese e consigliere del 
regno (1549), indi lo spedì con Antonio Zaj a Solimano quale 
ambasciatore (1553). L'eruditissimo Hammer accennando a ciò, dà 
a Veranzio il titolo di letterato e dotto. Riuscita a nulla la prima 
legazione, errò egli per alquanto tempo coli' esercito turchesco di 
paese in paese, intento sempre a diplomatiche occupazioni pel suo 
signore, e nel tempo stesso addottrinandosi in tutto ciò che riguar- 
dava la guerra, la politica e i costumi di quel popolo. Composte le 
cose tra Ferdinando ed il Turco mediante una tregua (1558), Ve- 
ranzio tu dalle Cinque Chiese trasferito al vescovato d'Agria. Anche 
Massimiliano II egualmente si servì di lui inviandolo ambasciatore 



307 

a Selim II. (1567), e v'ottenne la pace; per cui gli conferì l'arci- 
vescovato di Strigonia (Gran) col tìtolo di viceré del regno d'Un- 
gheria (10 settembre 1569). Cinse di sua mano nel 1572 a Rodolfo 
la fronte dell' imperiale diadema. Oppresso però dagli anni, mentre 
attendeva ai comizi del regno in Eperies, trapassò a 15 di giugno 
1573. Michiele Duborosky ne disse V elogio funebre, e Vi scrizione 
sepolcrale in Tyrnau, che qui sotto riportiamo, è uno splendido 
testimonio della sua vita, fama e meriti. Alla dignità della persona 
congiungeva gran facondia, dolcezza e seducenti maniere. Quan- 
tunque grande egli fosse, visse moderatamente; che di tutto il suo 
era largo co' poveri in modo che furono venduti i suoi arredi vesco- 
vili alla sua morte per supplire ai debiti. Tra gli affari gravissimi, 
ne' quali fu involto, coltivò con amore le lettere, e fu in continua 
corrispondenza con Erasmo di Rotterdam e Melantone. Grego- 
rio XIII. l'onorò egualmente con scritti e l'avrebbe fregiato della 
porpora cardinalizia, se morte non troncava i suoi giorni. Tra gli 
scritti che di lui esistevano in sua famiglia, trovasi una raccolta 
d'iscrizioni che scoperse in Transilvania, mentre veniva mandalo 
colà quale commissario in luogo del suo zio Statileo; un poemetto 
greco indirizzato a Melantone, e gli aiutali turchi da lui scoperti 
ad Angora. La sua famiglia conservava uno scritto recante la ver- 
sione di quest' ultima opera; da questo Lenclavio trasse la storia, 
gli annali e le pandette sulla storia dei Turchi, opere che i dotti 
indicano col titolo di Cadevo Verantianus. Ecco il catalogo delle 
altre sue opere: Orazione che indirizzò a Rodolfo re d'Ungheria 
in nome degli stati, stampata a Venezia. - Vita Pelri Berislaci, 
.stampata a Venezia un secolo dopo. — Iter Bada Ha dr lampo- 
Um, stampata in calce del II. voi. del Fortis: Viag. in Dalmazia 

— De situ Moldaviae et Transilvaniae. De rebus gestis 
Johannis regis Hungariae , Uòvi duo. — De abita Johanms 
règie Hùngàriae, Epistolae àdJohannem Statileum, Episcópum 
Transilvanuni, datae dum idem Statileas in Gallia oràtorem 
ageret, 1540. - - Ànimadvérsionès in Pauli Jovii historiam, 
aà mttrgìnefn ipsias Jovii. — De obsidìòne et intevcepiione 
Badae ad Pètvum Petrovich. Vita h\ Geovgii Uiisseny 
(Cardinale Martinuzio). — ■ Collectio antiquwum epigrammatum. 

— Multa ab história ti ungarica sai tempori^. - Olia seu car- 
mina con alcune lettere di Paolo Manuzio e Ratearlo un coin- 

20* 



308 

ponimento in versi latini, publicato poi da Seccezwitz a Vienna 
col titolo di Veranzino per celebrare la sua seconda ambasciata a 
Costantinopoli. Nel 1797 essendo la Dalmazia minacciata dalle 
armi francesi, si fecero trasportare a Vienna i manoscritti di Ve- 
ranzio, con gli archivi della sua famiglia. Il dotto Kovachich in- 
caricato di mettere in ordine tali preziose carte, ne publicò il cata- 
logo col titolo: Elenchus chronologicus actorum partirti origi- 
nalinm art th enti corum, parimi auto gr api lorum 3 partim apo- 
graphornm; ex archivio Veranziano Drag ani chi ano. Eccone 
l'epitafio: 

^Reverendissimo in Chris to Patri ac Domino D. Antonio Verantio 
Archiepiscopo Metropolitano Ecclesiae Strigoniensis , locique ejusdem perpe- 
tro, et Comitatus Hontensis Corniti, Primati Himgarlae, Sanctae Sedis 
Apostolicae Legato nato, summo, et secretarlo, et cancellano, et consiliario, 
ac per Hungariam locum tenenti Sa cratissimae Regiueque Majestatis. Ini e 
grifate et munificentia singulari, rerumque experientia insigni, variisque 
legationibus statini ab ineunte aetate , in primis quidem nomine Joannis 
Regis Hungariae apud oranes fere principes Christianos: tum vero ultimi? 
duabus nomine Sacratissimi Imp. Rom. Ferdinandi I. et Mauimiliani IL 
apud Solimanum et Selimum Turcarum principes stimma dexteritate, fide et 
solertia , atque adeo omnibus Reipublicae curis honorificentissime perfuncto, 
deque tota christianitate optime merito, moesti nepotes Faustns, Casimirus' 
Franciscus et Anton ius hoc monumentum posuere. — Natus Sibènici in 
Dalma tia, obiit Fperiis in Pannonia annos natus LXLX. dies XVI. Jacet 
Ternaviae in D. Nicolai anno D. MDLXXIII. XVIL Kql. Sextii.* 

VERANZIO Fausto, nipote di Antonio e figlio di Michiele, 
nasceva in Sebenico nel 1551. Chiamato in Ungheria dallo zio, reca- 
vasi non col pensiero di addossarsi carichi publici, ma colla brama di 
sapere, volgendosi ai gravi studi ed alle investigazioni più sublimi. 
In fatti a quell' epoca la filosofia avvolta nelle tenebre cominciava 
a divincolarsi dai lacci, in cui teneala avvinta lo Stagirita, e l'in- 
telletto si facea più sciolto per le scoperte di molti insigni filosofi, 
de' quali tra primi va il nostro Patrizio. Fausto accesosi a questo 
sacro fuoco, indi a poco ritornava dall' Ungheria a Venezia, ove si 
fermò per qualche tempo in utili studi, dandovi in luce la logica 
e qualche altra operetta riguardante concetti metafisici, che furono 
encomiate da molti, da altri poi, come da un Marc' Antonio de 
Dominis, sparse di fiele. Dava intanto e' bando alle materie psi- 
cologiche, raffermandosi negli studi di maggior lena, di fama più 
sicura e di utilità più generale. Alle matematiche scienze in ispe- 



309 

cieltà Fausto abbandonavasi, studiando di applicarle a idraulici e 
meccanici lavori, mirabili ed utili creazioni dell' elevata sua mente. 
Di queste egli fé ricche anche le città più lontane, che al grido 
di una fama non bugiarda lo ricercarono e l'onorarono. Roma lo 
trascelse per frenare del Tebro le frequenti impetuose inondazioni, 
ma i mezzi da lui prescritti non accettati da prima, vennero da poi 
a gloria altrui. Propose di erigervi a Venezia tre grandi fontane, 
ma la Republica allor caduta in basso per le infauste vicende in 
Candia, non recò ad effetto la proposta, e tale lavoro restò deli- 
neato in un libro, conservato dagli eredi, raccoglitore di tutte le 
invenzioni di Fausto descritte poscia nelle tre lingue italiana, fran- 
cese e latina. A Vienna costruì un ponte di legno sull' Istro da re- 
sistere all' impeto dei diacci impetuosi; in altre regioni de' ponti 
di marmi, di corda ecc. molini a vento e ad acqua, macchine d'oriuoli 
ecc. Creato vescovo in partibus di Canadium, cadde in disgrazia 
della corte d'Ungheria, perchè nella collazione de' benefizi eccle- 
siastici l'avea messa in compromesso con la corte di Roma. Pub- 
blicò: un Dizionario in cinque lingue. Venezia 1595. — Logica 
nova suis instrumentis formata et recognita, Venezia 1616 in 4°. 
— Machinae novae, addita declaratione latina, italica, gallica, 
hispanica et germanica. Venezia in foglio. Le tavole qui sono 
copiose. Lasciò manoscritte: Regulae Cancellariae Regni Hun- 
gariae. Aveva scritta una storia della Dalmazia, ma per sua 
disposizione testamentaria fu messa con lui nella tomba. Stampò 
nel 1606 in 8° a Roma: Livot nikoliko izabranih divic. — De 
Slavinis seu Sarmatis ad ChrestopJiorum Varsovinum Canoni- 
cum Cracoviensem mss. dal Nisiteo, in cui leggesi alla pagina se- 
conda Romae apud Aloisium Zanettum 1606 in 8°. — Vita An- 
tonii Ver antii Archiepiscopi Strigoniensis et Cardinalis . . tra 
i Script. Rer. Hung. Min. del Kovacich. Buda 1798.. 

VERANZIO Giovanni figlio di Michiele e fratello di Fausto, 
di Sebenico, ebbe anch' esso educazione in casa di suo zio Antonio. 
Di lui rimangonci alcuni epigrammi da scuola. Morì giovanetto in 
battaglia. 

VERANZIO Michielk di Sebenico, fratello di Antonio e 
padre dei due testò nominati Fausto e Giovanni, mal potendo più 
sopportare lo Statileo vescovo in Transilvania e suo zio, presso cui 
viveva, per qualche tempo restò in Ungheria, e poscia tornossene 



310 

a Sebenico. Il Marnavich cita un' opera di Michiele sopra la storia 
Ungarica de' suoi tempi, ma di questa non ci re^ta che un frammento 
attinente all' anno J536. Non so se di lui v'abbia altra cosa stam- 
pata che un' elegia fra i versi latini di Girolamo Arconati. Lasciò 
manoscritti alcuni pezzi di poesia eleganti, ed un' orazione ai 
Transilvani, colla quale vuol persvaderli a mettersi piuttosto sotto 
la protezione del Turco che divenir sudditi del re Ferdinando. 

VICICH (Padre) Vincenzo di Bossina compose una raccolta 
d'inni sacri nel 1785, dati in luce a Spalato nel 1844 a spese del 
P. Jukich di Foinica. 

VIDOVICH Marc' Antonio di Sebenico, voltò in italiano il 
poema illirico di P. Ignazio Giorgi (Zara 1829), nonché YOsmanide 
del Gundulich, ed una raccolta di canzoni amorose (Venezia 1827). 
La sua consorte Anna scrisse in idioma slavo: Anka i Stanho ili 
Dubrava Mojanka blizu Splita, piesanac, u Zadru 1841 tiskom 
Demxtrki. — Piesme Ane Videviéeve u Zadru kod Bratjc 
Batara. god. 1844. Die pure in italiano: Mestizie e distrazioni. 
Versi. Zara, tipografia Battara 1846. 

VINCENZO (Padre) di Bossina, domenicano, detto di Ra- 
glisi, ove indossò le lane monacali, fiorì circa il 1590. Il Gozze, 
suo coetano, afferma aver egli scritto: Opuscidum de Rosario 
B. Virginis — aliquot alios tractatus — carmina etiam quae- 
dam latina. 

VINCO VICH (Padre) Benedetto naque 1581 a Jazka nella 
Bossina, in filosofia e teologia oltremodo versato, dottore in ambe 
le leggi, di costumi specchiatissimi, e per probità e governo delle 
anime illustre. Fu professore di filosofia a Vienna, rettore del semi- 
nario a Zagabria, indi a Bologna del collegio ungarico (1606) e final- 
mente Preposito (1624) e Vicario Generale a Zagabria. Ne' comizi di 
Presburgo nel 1626 propugnò a tutt' uomo i principi della cattolica 
fede con dotta orazione, meritandosi il diritto d'intervenire ai co- 
mizi e di portare la mitra anco pei successori. L'Imperatore Fer- 
dinando gli affidava più fiate difficili legazioni, lo nominò suo intimo 
consigliere, e lo proponeva a Vescovo di Cinque Chiese, e Urbano Vili, 
nel 1630 confermavalo. Promosso nel 1637 a vescovo di Zagabria 
per volontà di Ferdinando III., ebbe appena la conferma Ponteficia 
nel 1642. Contese co' privati e col capitolo, convocò un sinodo 
diocesano, in cui promulgò i decreti del concilio nazionale di Tur- 



a n 

navia, e lasciò tra le sue schede i commentari intorno alla chiesa 
di Zagabria imperfetti. Morì in decembre del 1642. Rafaele Le- 
vacovich nel suo dialogo »dc antiqua HlyricOrum lingua* gli 
tesse distinto elogio. 

VITA (V. De Vita). 

VISIANI(de ) Roberto di Sebenico, professore di botanica nel- 
l'università di Padova, membro effettivo dell' i. r. Istituto Veneto, 
socio di parecchie accademie nazionali e straniere, segretario nella 
sezione di botanica e fisiologia v egetale alla II. riunione degli scien- 
ziati italiani, membro della I. e segretario generale alla IV. scrisse: 
Stirpium dalmaticarum specimen, Patavii, typis Crescinianis, 
1826 in 4°. — Plantae rariores in Dalmatia recens detectac 
(Botanisch. Zeitung von Regensburg, 1828. Tom. IL) — Plantae 
dalmaticae nunc primum editae, ivi 1830. — Dell' utilità delle 
piante. — Flora dalmatica sive enumeratio stirpium vascula- 
rium quashactenus in Dalmatia lectas etsibi observatas descrip- 
sit, digessit, rariorumque iconibus illustrava Robertus de' Vi- 
stani, dalmata Sibenicensis. Lipsiae 1847 '*). 

VITTORI (V. Michieli). 

VITALICH Andrea, uno tra primi poeti nazionali, naque in 
Comisa nel 1642. Apprese le scienze ecclesiastiche nel seminario 
di Spalato, indi ridottosi in patria, dedicossi alle cure pastorali a 
tale che può dirsi esservi riuscito un modello di evangelica perfe- 
zione. Uni alla pietà un continuo studio de' libri sacri, educando 
il suo animo ai sentimenti divini, ch'indi trasfuse dottamente nello 
sue poetiche produzioni. Stampò nel 1703 a Venezia la sua ver- 
sione in versi illirici dei salmi di Davidde, aggiungendovi le anno- 
tazioni del P. Francesco Tilemon; lavoro ammirabile per la casti- 
gatezza di stile e per la facilità d'espressione nel rendere fedel- 
mente i profondi pensieri del coronato poeta. Ma il suo capo- 
lavoro si è lo stimolo del divino amore Ostan Bovje Ijubavi ili 
uzbudjenje i Ijubeznivo poticanje k Ijubavi bozjoj, a slovinske 
pisni sastavljeno; u Mlecih god. 1712 pò Dominiku Lovisi, di- 
viso in dieci canti, recante la vita di Cristo, di tratto in tratto 
seguita da profonde osservazioni morali e con tale disposizione da 
riuscire un poema epico completissimo. Morì nel 1725. 



') Di quest' illustre nazionale noi abbiamo discorso nella Zora Dalma- 
tvmka (an. 1845. n. 36) o nella Dalmazia (an. 1846 n. 49). 



312 

VLADIMIBOVICH Padre Luca della Narenta, de' Minori 
Osservanti, lettore generale a Sebenieo e legato Apostolico, scrisse: 
Cviet mirisa razlicnoga Krstjanskoga, u Jakinu pò Nikuli 
Baluffi. — JRazmisljanja Krstjanska za svaki dan od mìseca, 
ti Mletcih god. 1766 pò Petru Valvasensu. — Svrhu likarstva, 
ìi Mletcih god. 1776 (Append. p. 2. p. 307.) — Livot svetoga 
Sime zadranina , Venezia 1765 presso Pietro Valvasense. — 
Un certo Vladomirovich Antonio stampò nel 1607 a Venezia un 
Compendio storico della Dalmazia. 

VLADISLAVICH (Conte) Save di Ragusa, prese servizio a 
principio del 13. secolo alla Corte di Russia. Nel 1727 fu spe- 
dito a Pekino per comporre le discordie tra le due corti relative alle 
tribù de' Mongoli, stabilire le meridionali frontiere dell' impero 
Russo in quelle parti, ed ottenere il permesso di rinnovellare il 
traffico della China. A tale proposito presentò un piano per un 
trattato di limiti e di commercio a Yundsehin, figlio e successore 
di Camhi, in forza del quale le frontiere dei due imperi furono sta- 
bilite ed il commercio si fissò sopra base permanente. Ciò abbiamo 
dal celebre Coxe, ed il Sig. Gemelin narra, aver egli circondato di 
palizzate la città d'Irkutzk, una delle primarie della Siberia ed 
altre. Dall' opuscolo di Cristoforo Mazarovich di Perasto, in cui 
sta descritta la presa d'una tartana barbaresca presso Durazzo nel 
1716, dedicato al conte Save, risulta, che questi era fornito delle 
più belle qualità di mente e di cuore, ch'era consigliere aulico dello 
Czar, il quale lo regalava del suo giojellato ritratto. Clemente XI. 
decorollo pure dell' ordine Costantiniano in vista della protezione 
da lui accordata ai Cattolici. 

VLATHOVICH Rafaele di Ragusa, domenicano, fiorì nel 
] 500. Scrisse : Contiones per totam quadrag esimam. 

VETRANI (Cjavcich) Mauro di Ragusa, nato nel 1482, 
abate benedettino di Meleda. Uniti nel 1527 i monasteri di S. Gia- 
como in Visnjica, di S. Andrea in Pelago con quello di Meleda 
sotto il titolo di Congregazione Melitense, Mauro non accettando 
una tale riforma di buona voglia, si ritirò sullo scoglio di S. An- 
drea, ove coltivando un campicello da se, e menando vita da per- 
fetto anacoreta, applicossi allo studio della slava poesia in modo 
da riuscire uno de' fondatori della letteratura nazionale, come ce 
l'attesta Flavio Eborense in un' elegante epigramma, e molti altri 



313 

suoi patriotti, che fanno di lui ampio elogio. Mori nel 1576, Ab- 
biamo di lui in idioma vernacolo : Sei libri di poesie varie. — 
Un poemetto intitolato: Putnik o Pellegrino. — Due lunghi 
componimenti col titolo di Remeta, ossia Romito. — Tre drammi: 
il sacrifizio di Àbramo, la casta Susanna e la resurrezione di Cristo. 
— La versione dell' Ecuba di Euripide. — Un carine in difesa di 
Marino Darsich, un'acro in lode dell' Italia. L'Ecuba e il sacrifizio 
d* Àbramo furono stampati a Zagabria daFr. Zupan nel 1853 in 8°. 
Dettò in età avanzata versi siili' origine di Ragusa, smarriti, 
(V. Kukuljevich St. Pjes. hrv. sv. 1.) 

VODOPICH Matteo di Ragusa, milito nelle armate di Elisa- 
betta Imperatrice delle Russie, indi passato in Italia, ebbe parte 
nella guerra di Velletri e nella conquista di Napoli. Condotto dal 
Marchese di Squillace in Ispagna, siccome area grande genio per 
l'architettura civile e militare, prese servigio nel corpo degl' in- 
gegneri, tra quali ottenne il grado di Comandante e di Brigadiere. 
Sotto la sua direzione venne costruito in Cartagena il regio arse- 
nale e i due vasti bacili al di dentro di esso, opera invano tentata 
da dottissimi ingegneri Francesi e Spagnuoli, le cinque fortezze e 
le mura di quella città, e la magnifica e sorprendente fabbrica del- 
l'ospedale. Morì nel carico di Direttore Generale delle regie fab- 
briche dei Regni di Murcia e Valenza e dei Presidi di Barbaria. 

VUCOVICH P. Bernardino di Spalato, visse il più di sua 
vita in patria nel convento della Madonna delle Paludi. L'ultima 
peste di Spalato portò ruina al convento, e quindi gli scritti di lui 
restarono preda delle fiamme. Uomo grande in filosofia e teologia, 
di peregrina erudizione, di pronta memoria. Si parla molto d'un 
suo lavoro, dei dieci discorsi fatti per la conversione degl' Israe- 
liti. Provinciale, recossi a Madrid per il Capitolo generale, ove si 
die a conoscere pel suo sapere e forte ingegno. Fu scelto eziandio 
a Definitore generale, dignità delle più eminenti dell' ordine. Cosi 
l'Ab. Carrara di lui. Morì alla metà del passato secolo in patria 
colto da violenta apoplessia. 

VUINOVICH Gio. Nicolò (V. Nachich). 

VUSIO Giovanni della Brazza, canonico teologale di Lesina e 
poi vescovo di Nona, ove morì nel J 688. Lasciò mss. un opuscolo 
di divote e fervide orazioni. 



314 



z. 

ZAGURI Elia di Cattavo, eccellente poeta nel corso del se- 
dicesimo secolo, come ce l'attesta la descrizione di Cattaro di Giov. 
Bona de Boliris: et Ubi musae — applaudimi, sacraque inte- 
re erunt tempora lauro. 

ZÀGURI (Zagurovich) Gerolimo patrizio di Cattaro, nel 
1569 coli' ajuto di Giacomo Krajkov di Soffia stampò a Venezia il 
Psaltir in 4° di 274 pag. Neil' anno seguente asci alla luce 
da' suoi torchi il Molitvenik in 4° con 282 pag. Queste impres- 
sioni recano il ritratto del Zaguri di fronte. 

ZAMAGNA Bernardo naque in Ragusa a' 9 novembre del 
1735 da patrizia schiatta. Da fanciullo abbracciò lo stato Eccle- 
siastico ed apprese le umane lettere in patria sotto l'istruzione dei 
Gesuiti, passò a Roma nel 1753, ove pochi mesi dopo s'ascrisse 
alla compagnia di Gesù. Compiti i primi studi, consacravasi alle 
latine e greche lettere dietro eccitamento ed ajuto dell' illustre 
Cunich, e cupido di far prova del suo sapere, scrisse in età di 
vent' anni un poema: de aucupio accipitris in lingua latina, il 
qual lavoro fu dal Cunich e da altri dotti creduto degno di stampa. 
Assolto il corso filosofico sotto il celebre R. Boscovich suo concit- 
tadino, da' Superiori fu mandato prima nell' Umbria indi nella 
Tuscia. Quivi distintosi come maestro in ogni ramo dello scibile, 
occupossi nel distendere il poema de JEeho in due libri, stampato 
a Roma dal Cunich, lodato dallo Stay, dal Morejo e da altri 
gravissimi uomini e parchi di lodi. Espone le scoperte recenti, non- 
ché l'utilità della filosofia ed in ispecieltà dell' astronomia. In Ger- 
mania tostamente ne fu rinnovata l'edizione. Quattri anno dopo pu- 
blicò le opere: Navim scilicet Aeriam e Elegiarum Monobiblon 
de Magna Dei maire, dedicate a suo fratello Marino, versato 
nella poesia, e lodate dallo Stay e dal Bonainico. L'orazione 
è fluida ovunque e poetica per copia di cose e stile. Neil' elegie 
imitò Catullo a meraviglia. Richiamato cinque anni depo a Roma 
ove studiò teologia, e nel 1770 ordinato, ottenne il dottorato ed 
anco la laurea di poeta. Spedito a Siena (1772) nel collegio Pio- 
lomaeum a dar scuola di lettere latine e greche , diede mano a 



315 

finire la traduzione dell' Odissea d'Omero, e publicavala nel 1777, 
dedicandola a P. Leopoldo Granduca di Toscana, riscuotendo di- 
stinta lode dall' Andres, Tiraboschi, Carli, Spergesio, il qual 
ultimo la confrontò coli' Iliade del Cunich. Estinta poi la società 
di Gesù, il collegio Ptolomaeum venne dato agli Scolopi, e Ber- 
nardo ricovrossi in casa di Alfonso Marsilio suo amico, ove si pose 
a tradurre Teocrito, Mosco e Bione in latino. Maria Teresa nel 
1779 lo sceglieva a professore di greca lingua in Milano, ove ot- 
tenne i favori del vice-re dell' Insubria Ferdinando Austriaco, e di 
sua moglie Beatrice Estense, e strinse amicizia con tutti i dotti che 
fecero celebre l'epoca di Maria Teresa. Per lo che non reca mera- 
viglia, se tutte l'opere di Esiodo e dei greci buccolici poeti, tradotti 
in latino da lui, correggesse e a Parma li publicasse corredati d'ec- 
cellentissime note e prefazioni succose. Ma mortogli nel 1783 il 
fratello Marco, il quale attendeva agli affari di famiglia, e trovan- 
dosi l'altro suo fratello ancor fanciullo ed ammalato, ebbe facoltà 
di ritornare in patria, ove allettato dall' amore di restarvi, scrisse 
al governo Milanese rinunziando alla catedra. Morto nel 1786 R. 
Boscovich a Milano, venne scelto dal senato Raguseo per celebrare 
le esequie di queir dotto nell' orazione funebre , ove addimostrò 
come e per la grandezza d'ingegno e per la celebrità sua foss' egli 
il massimo ornamento di sua patria. Sorta indi a poco una contro- 
versia tra la S. Sede ed il Senato, fu da questo mandato oratore a 
Pio VI. a Roma, e colla forza della sua eloquenza ottenne quanto 
potevasi desiderare. Morto l'arcivescovo Gregorio Lazzari di Ra- 
gusa, fu fatto dal collegio dei canonici, quantunque del loro numero 
non fosse, Vicario Capitolare, indi dal Senato eletto vescovo di 
Trebigne, ma a quest' ultimo carico rinunziò. Intanto scriveva in 
versi epistole, dipingendovi in esse i costumi ragusei del suo tempo ; 
nonché in endecasillabi toccò'altri argomenti, e bene spesso improvi- 
sando eleganti epigrammi. Si pose a voltare in versi latini YOs- 
manide, ma per la durezza de' nomi Turchi e Slavi, che v'occor- 
rono, ristette dal lavoro. Tradusse il carme illirico Radogna in 
lepidissimi versi. Mise in ordine le opere del Cunich raccolte da 
Volanzio e dettò iscrizioni latine molto belle. A' 20 aprile del 
1820 morì d'apoplessia. Ecco il catalogo delle sue opere: Ilomeri 
Odyssea, Senis et Venet. 1777 in fol. (tradusse anche l'Iliade). — 
Jlesiodi opera omnia cum adnotationibus etc. Parmae, Bodoni, 



316 

1785 in 4° et alibi. — Theocriti, Moschi et Bionis Ichjllia om- v 
nia. Parmae, Bodoni, 1785 in 8°, Siena 1788 in 8°. — Echo 
lib. duo. Romae, 1764 in 8°. — Navis aerea libri duo et elegia- 
rum monobiblos. Romae 1768. — Idyllium in funame Liviae 
Auriae Caraffae. Neapoli. — Idyllium in nuptiis Abundii 
Rezzonici Senat. Rom. Romae. — Idyllium de Beata Rosa 
Viterb. Viterbii. — Idyllium in nuptiis Balthassaris Odescal- 
chii. Romae. — Volumen epistolarum ad amicos. Venet. senza 
datain4°. — Elegiae duae in uno voi. — Recent. Poetarum. Cre- 
monae. — Elegia in funere Catellae ad Com. Carolum Firmia- 
num. Mediol. — Elegia altera de eddem ad Astron. Brayden- 
ses. Mediol. — Elegia de congressu Josephi IL et Catharinae 
Mosc. Imper. Mehiloviae habito. Mediol. — Elegia ad Joseph. 
Spergesium Baron. Palent. Mediol. — Elegia in funere Com. 
Caroli de Firmian. Mediol. — Elegia in funere Mariae Ther. 
Aug. Rom. Imper. Mediol. — Elegiae duae adRay. Cunichiwn. 
— Eleg. ad Cardin. Durinium. — Nonnulla epigrammata et 
carmina breviora partim edita , partim adhuc inedita. — Ora- 
tiones duae, altera Tyberio Burghesio Senens. Archiep. reuun- 
tiato. Senis, altera vero in publico funere Rog. Boscovichii. 
Ragusii et Venet. La Biog. Univ. Ant. e Mod. lo dice : un des 
principaux omements de cette célèbre école de poesie latine. « 

ZAMAGNA Bernardo di Ragusa, domenicano, si distinse nel 
1600 per le sue cognizioni filosofiche e teologiche e per la sua elo- 
quenza in illirico, come l'attesta un suo quaresimale inedito. Morì 
nel 1644. Publicò in Venezia nel 1639 presso il Ginami le sue 
regole dell' ortografia illirica. 

ZAMAGNA Pietro di Ragusa, profondo teologo dell' ordine 
di S. Francesco, tenne per più anni la direzione della celeberrima 
biblioteca del re Mattia Corvino, ed intese ad arricchirla dei più 
preziosi monumenti, che potè raccogliere in sua patria ed altrove. 
In compenso ebbe un vescovato in Ungheria. A testimonianza del 
P. Cerva mori nel 1480. 

ZAMAGNA Savino Maria di Ragusa, valente poeta latino 
e greco, come ce l'attestano le sue composizioni nella raccolta in 
funere del March. Nicolò Fraggianni stampata in Napoli dal Si- 
moni. Sapeva tutto Omero a memoria, ed era ascritto a molte il- 
lustri accademie. Per la sua somma dottrina legale salì in gran 



stima presso il Tanucci e tutto il ministero di Napoli. Le molte 
poesie che scrisse, rimangono inedite. Compì la sua carriera mor- 
tale circa il 1750. 

ZANOTTI (Tanzlingheb) Giovanni ebbe i natali a Zara nel 
1651 da padre alemanno e da madre dalmatina. Ottenne posto tra 
i canonici in patria indi la dignità di Vicario Generale, e si di- 
stinse per pietà, per mitezza di costumi e per la sua valentìa nel 
trattare anco sul pulpito i più astrusi argomenti teologici con faci- 
lità e con frutto. Le opere più rimarchevoli che di lui ci restano, 
ancor inedite ma bene conservate, sono: Vocabolario di tre no- 
bilissimi linguaggi italiano-illirico-latino, con l'aggiunta di 
moli' erbe semplici e termini militari. L'autografo contiene 1 250 
pagine in foglio grande, e trovasi presso gli eredi del Dr. Filippi di 
Zara, teste decesso, uomo nelle scienze legali versatissimo. L'ab- 
biamo preso in esame, e ci parve che fosse il meglio che vi sia 
fin' oggi in questo genere. Il Zanotti voltò eziandio in illirico i 
primi due canti dell" Eneide, stampati a Venezia nel 1688 presso 
Giov. ed Ant. fratelli Zuliani. Lasciò mss. una cronaca ecclesia- 
stica della diocesi di Zara col titolo: Dama cronologica, ed 
oltre a ciò una buona versione del Catechismo Romano fatta nei 
1704, di cui conservasi l'autografo nella biblioteca del Seminario 
Centrale di Zara. 

ZANNO WICH Stefano naque a Pastrocchio a 18 febrajo 
1751. Compiti gli studi a Padova, sortita da natura una fervida 
immaginazione ed uno spirito penetrante, s'applicò alla lettura 
de' poeti antichi e moderni, da cui gli venne un gusto vivissimo 
per le lettere, ed una certa eloquenza facile e spiccante, che gli 
giovò da poi moltissimo nelle sue arrischiate imprese. Fermatosi 
alquanto a Venezia, indi ritornato in patria, si recò tosto nel Mon- 
tenero e qui si die a conoscere per l'imperatore Pietro 111. Però 
non trovando partigiani, passò tosto in Polonia, ove si annunziò 
sotto il nome Warta. Aquistatasi la benevolenza di molti, fece loro 
conoscere esser egli il principe Castriotto, descendente di Scander- 
beg, ed avere per se nell' Albania un forte partito, pronto a dar 
di piglio alle armi, purché di denaro fornito fosse. Per tal modo 
ottenute somme considerevoli a quell' uopo, recossi in Germania, 
ove visitate le principali città, ebbe modo colla sua affabilità, colla 
grazia del suo spirito, colla varietà delle sue cognizioni d'aquistarsi 



318 

l'amicizia de' più illustri letterati e personaggi d'allora. Teneva 
egli corrispondenza con Gluck, Metastasio, Voltaire, Rousseau ecc., 
coli' imperatore della Russia, col principe reale di Prussia, col- 
Telettore di Sassonia ecc. Ma le somme recate dalla Polonia, non 
gli potevano durar sempre, e quindi partitosi da Berlino, venne a 
Vienna, ove fa arrestato dalla polizia nel 1778. Ma posto in li- 
bertà per ordine dell' imperatore Giuseppe, usci dalla Germania, 
e indossato l'abito ecclesiastico, sotto il nome Warta, recossi a 
Roma, sotto il pretesto di soddisfare a una sua divozione. In questa 
città conobbe egli la duchessa di Kingston, invaghita di lui per la 
forza seducente delle sue lettere ad essa dirette. Riconosciuto indi 
a poco, venne cacciato dall' Italia, ed egli scorsa la Germania sotto 
il nome di P. Zeratubladas, si ridusse in Amsterdam, ove visse per 
alquanto tempo vita oscura. Passato a Bruselles dandosi a cono- 
scere qual principe d'Albania, si cattivò la benevolenza del principe 
di Ligne e d'altri. Informato da poi d'una prossima rottura tra 
l'Olanda e l'imperatore Giuseppe, offrì agli Stati Generali un corpo 
da dieci a venti milla Montenegrini. Gli Stati non accettarono tale 
sua offerta (28 dee. 1784), pure gli addirizzarono uno scritto, con 
cui apprezzavano di molto la sua influenza su quel popolo. In base 
di tale documento levò egli dai banchieri di Augusta 80,000 fio- 
rini. Ma poco dopo per la sua impudenza nel porre in atto alcune 
delle sue furberie, fu conosciuto qual impostore, e gli Stati lo fe- 
cero arrestare. Stefano onde prevenire un giudizio che dovevalo 
trarne a morte ignominiosa, si uccise a 25 maggio del 1786. Le 
sue opere principali sono: Opere diverse, Milano e Parigi 1773, 
3 tomi in 8°. — Opere postume, Dresda 1775 in 8°. — Lettres 
turques. Lipsia 1777. 2 voi. in 8°. — Epìtres et chansonnettes 
d'un Orientai , né dans V année 17 5 1 , le 18 février , écrites a 
Frédéric Guillaume de Prusse, et a Gertrude de Pologne; aree 
les ouvrages posiliumes du packa de Caramanie et d'uu ano- 
m/me. 1779 in 8°, col suo ritratto, col colloquio avuto con Gluck 
(p. 74), con una lettera di Metastasio, e coli' oroscopo dell' Euro- 
pa; — L' Horoscope politique de la Pologne, de la Prusse etc. 
Posto-Vecchio (Haye) 1779 in 12\ dedicato all' imp. Giuseppi- 
II,; — La poesie et la philosophie d'un Ture à huit queues , a 
tròie plumes de héron,à deiuv aigretles et a mi collier d'émeran- 
deè, Àlhanopblh 1775 in 8°. — iPragnient d'un nouveaù che 



319 

pitre du Diable boiteux, envoyé de l'autre monde par Le Sage, 
1782. — VAlcorcm des princes destinés au tròne, Pietroburgo. 
1782, in 12°. — Le fameux Pierre III,, empereur de Russie 
ou Stiepan-Mali, qui par ut dans le ducile de Montenegro, etc. 
1784; — Pensée de Stiepan Annibale, vieux berger d'Albanie 
etc. Epilogue à Frédéric-Guillaume , prence de Prusse, la sage, 
la magnifique etc. 

ZARGLIENOVICH Ilario di Ragusa, francescano , scrisse 
con molta dottrina contro le opere di Enrico Noris prima che questi 
fosse cardinale. Morì nel 1699. 

ZAVOREO Domenico nativo di Sebenico. Send' egli in intrin- 
seche relazioni colla corte imperiale, come rilevasi da un diploma 
di Rodolfo II. (13 lug. 1585) con cui gli viene conferita la nobiltà 
ungarica, e siccome era già stato attaccato al servizio della corona 
d'Ungheria per lungo tratto, così ei cadeva in sospetto della Re - 
publica Veneta, la quale lo mandava in esilio. Quivi onde trarre i 
giorni meno accerbi, alla lettura s'addiede di molte istorie e docu- 
menti d'ogni specie attenenti alla provincia nostra, e con occhio 
acuto sceverando il vero dal falso, si pose a delineare la sua storia 
dalmata, conducendola a dieci libri. Ma nel 1598 giunto a Sebe- 
nico un certo Roberto Bonaventura erudito inglese, Domenico con- 
trasse seco lui amicizia. Ma l'inglese, avendolo da prima indarno 
eccitato a dare alle stampe il suo lavoro, mentre viddelo apparec- 
chiarsi a far ciò, gli tolse il manoscritto e lo trasse seco a Venezia, 
Berteggiato in cotal guisa e temendo lo Zavoreo che altri si recasse 
a merito le sue fatiche si applicò di nuovo allo studio e ad una 
nuova riforma dell' opera con la risoluzione di darla in luce, il che 
poi non effettuò. Fu originariamente scritta in latino, e d'un 
esemplare della medesima, esistente nella biblioteca publica di Ve- 
nezia il Ch. ab. Valentinelli ci porge la descrizione seguente: Do- 
minici Zavorei de rebus dalmaticis libri octo, admodam illustri 
ac reverendissimo 2). D. Fausto Verantio .Episcopo diaria- 
densi (leggi: Chanadiensi) sacrae Cesareae Regiaeque Majesta- 
tiè consiliario , cognato et domino meo observandissimo. Sta nel 
codice cartaceo in foglio del secolo X.VII. (Mss. lat. ci. X. num. 40) 
car. 1 — 135. 11 commentario del Zavoreo inedito e sconosciuto dalla 
più parte degl' istorici dalmati comincia dall' origine deila storia 
dalmata e; fermipa coli' auna L413. Nel 1714 Alberto Papali no- 



320 

bile Spalatrino voltò in italiano l'opera del Zavoreo colla sottra- 
zione di molti brani riducendola a cinque libri col titolo: Istoria 
dalmatina di Domenico Zavoreo nobile di Sebenico, 1603. Ha 
stile buono, facile, dignitoso, ma in quanto alla materia, ivi è più 
diligente ove descrive le cose più recenti. 

ZAVOREO Francesco di Sebenico, publicò nel 1821 in Ve- 
nezia coi tipi del Montanari una memoria statistica della Dal- 
mazia in 8vo. Esiste pure una Carta topografica della Dalmazia 
di Melchiori e Zavoreo , Venezia, 1787. 

ZELICH Gerasimo, Archimandrita del Convento del transito 
(di Maria) di Krupa in Dalmazia, già generale e gran vicario delle 
chiese ortodosse della confessione orientale in Dalmazia (1775 — 
1811), scrisse la propria vita in illirico e la publicò in Buda, 
1823 in 8°. 

ZEN Dojmo di Lesina, ove fu canonico, indi rettore nel se- 
minario Zaratino, dotto nel diritto ecclesiastico e civile. Per rac- 
comandazione di Vincenzo Zmajevich Arcivescovo di Zara ebbe da 
Clemente XI. il vescovato di Arbe nel 1720. Die ottime leggi 
disciplinari per la riforma de' costumi, e morì nel 1728 in Arbe, 
ov' ebbe sepoltura onorata. 

ZMAJEVICH Andrea ebbe i natali a Perasto. Studiò filoso- 
fia e teologia a Roma nel collegio Albano , ed ottenuta la doppia 
laurea, ritornò alla patria. Nel 1656 fu dal Senato Veneto nomi- 
nato abate di S. Giorgio a Perasto, e poscia da Alessandro VII. 
Vicario Apostolico in Budva e commissario della S. Sede, ove di- 
portatosi egregiamente si meritò che Clemente X. lo elevasse alla 
sede Metropolitana di Antivari (1671). Consecrato a Perasto da 
Gerardo Galata Arcivescovo di Durazzo, pose la sua sede in Pa- 
strovichio, donde reggeva la sua diocesi. Dopo la prima visita con- 
vocò un concilio (1674) presso Spizza, ed i suoi atti pieni di sa- 
pienza ecclesiastica veggonsi nel P. Farlati (T. VII. p. 139). 
Scrisse gli annali ecclesiastici dell' Illirio in lingua illirica in 
due tomi, colla versione latina, dal principio dell' era cristiana fino 
all' anno 1644. Uno di essi tomi trovasi a Roma presso la Con- 
gregazione de Propaganda Fide, l'altro a Perasto, ed hanno per 
titolo: Lietopis Zarkovni. Abbiamo di lui un poemetto illirico 
sopra il fatto d'armi avvenuto il 15 maggio 1654 tra i Perastini 
ed i Turchi di Ercegovina, col totale esterminio di questi ultimi. 



321 

ZMAJEVICH Vincenzo naqne nel 1670 a 25 decembre da 
distinta famiglia di Perasto. Ancor giovanetto fu mandato dal suo 
zio Andrea Arcivescovo di Antivari a Roma, e negli studi pro- 
gredì tanto che indi a poco nel collegio della Propaganda ebbe la 
catedra di filosofia e di teologia. Consecratosi nel tempo istesso 
alle muse, come ce l'attesta il suo lavoro intitolato: Corona poe- 
tica, stampato a Roma nel 1694 e dedicato al nobile Antonio 
Zeno, e salito in fama, venne scelto a Abate di S. Giorgio e paroco 
di S. Nicolò in patria, e nel 1701 da Clemente XI. ad Arcivescovo 
di Antivari (di 31 anno), amministratore della Chiesa di Budva, 
Primate della Servia, e visitatore apostolico alle chiese della Ser- 
via, Albania, Macedonia e Bulgaria. Prima sua cura si fu di visi- 
tare tali provincie, e col suo comportamento tanto ne trasse co- 
strutto per la cattolica fede, che le Turchesche autorità si reca- 
vano ad onore il poterlo servire in quanto abbisognasse per il di- 
sbrigo delle sue faccende. Dopo tre mesi di veglie e di fatiche ri- 
tornato, convocò un concilio nazionale a Marchigne (1703), ove 
presa in esame rigoroso la disciplina Ecclesiastica ed i mezzi ne- 
cessari al sempre maggior incremento della fede in quelle parti, 
fissaronsi i canoni opportuni, ch'egli descrisse in latino e in alba- 
nese, e poscia mandò alla Propaganda, la quale nel 1766 li die in 
luce, dedicati da Vincenzo al papa Clemente XI, divisi in quattro 
capi. Cessate tali fatiche, lasciò un suo vicario generale in Anti- 
vari ed egli riducevasi in patria, ove giovò co' suoi beni le famiglie 
Albanesi che fuggivano alla persecuzione di Mahmud - Begovich 
Basca di Antivari. Dietro proposta del Doge Veneto gli venne nel 
1713 da Clemente XI. conferita la sedia Arcivescovile di Zara, la 
quale resse per 32 anni, e sarebbe ben lunga cosa il descrivere 
tutte le opere sue recate in atto nel corso di tale epoca a prò della 
religione e delle scienze. A lui deve la sua esistenza il seminario 
di Zara, per la cui erezione egli impiegò il ricco suo patrimonio e 
la prebenda arcivescovile; a lui la salvezza molte famiglie Alba- 
nesi sbandate dalle continue persecuzioni de' Turchi ch'egli rac- 
colse in Zara e fornì di beni, e ch'oggi moltiplicatesi di molto occu- 
pano il borgo Erizzo. Die forte impulso al progresso della lingua 
nazionale, proteggendo chi ne fosse stato cultore, come un Tanz- 
lingher canonico di Zara e suo vicario generale, un Matteo Caraman 
di Spalato , suo degno successore , e procurando che fossero dati in 

21 



322 

luce i più classici lavori antichi, come ad esempio: il poemetto 
del celebre Giorgi Uzdasi Mandatine. Le poche cose sue stam- 
pate e molte inedite ci fanno crederlo uomo di lunghe e serie letture. 
Oltre il più sopra indicato Sinodo Albanese meritano particolare 
menzione: il dialogo tra un serviano ed un cattolico, il quale, 
toltogli lo stile alquanto svizzato, ha in se di tratto in tratto ele- 
vati pensieri, studio d'ingegno. — Specchio della verità, diviso in 
dodici capitoli con prefazione. — Lettera diretta a Mattia suo 
fratello ammiraglio in Pietroburgo. — Voto spedito al concilio 
Provinciale di Francia sulla Bolla Unigenitus. — Lodi di An- 
tonio Zeno, ove spicca in ispecieltà l'eleganza del dire. Oltre a ciò 
varie operette teologiche, ossia questioni polemico-dogmatiche, varie 
lettere pastorali, preziosi documenti alla conoscenza della vita dei 
paesi, ove visse, di tre svariate società d'uomini, cattolica, turca e 
greca. Tra i suoi ammiratori basti nominare Benedetto XIV., il 
quale non voleva promuovere ai vescovati della Dalmazia alt ri 
soggetti se non quelli che gli erano dallo Zmajevich proposti. Dal- 
l'esposto risulta essersi Vincenzo innalzato un monumento non peri- 
turo e colla sua impareggiabile pietà e colla molta dottrina nelle 
scienze divine e nel maneggio degli affari d'ogni genere, per cui 
hassi da riguardare e come politico di vaglia e come letterato e come 
benefattore dell' umanità e come tipo a vescovi. Morì nel 1745 gli 
undici settembre, e venne collocato in un sepolcro da lui eretto 
alla Madonna del Castello in Zara con modesta iscrizione scritta 
da lui stesso mentr' era ancora in vita : 

D. 0. M. — Vincentius Zmajevich — Archiepiscopus Jadrensis — 
ut apud virginem — viventium parentem — mortuus viveret — et extinc- 
tus quoque — obsequìum cwternaret — ante aram matris — tumulum — 
mortalitatis suae custodenti — novissima cogitans — in spem resurrectionis 
— vivens posuit — MDCCXXIIJ aetatis LXJJ obiit die XI. septembris — 
anno MDCCXLV. P. D. F. 

ZORANICH Pietro (V. Albis). 

ZORQICH A. di Sebenico scrisse: Vila Dalmatinska iliti 
pisme razlicne, 1852, u Zadru tiskom brace Battara. 

ZORIQICH (Padre) Matteo del contado di Sebenico, de'Mi- 
nori Osservanti, scrisse: Brojnica u slavni jezilc ilirski sastav- 
Ijena, u Jalcinu god, 1766 pò Petru Ferri. — Zarcalo razlic- 
nih dogadjajah, olili prilikah za duse pravovirnih uputiti pu- 



323 

tem od spasenja , Mietei II casti. — TJprava mnogo Koristna 
izpovidniku. Mietei god. 1781 pò Ivanu Konstantinu. — Os- 
mina dilovanja duhovnoga. Jalcin god. 1765 pò Petru Ferri. 

ZUZZERI Fiora naque circa l'anno 1555 in Ragusa da fa- 
miglia di origine bossinese, scesa in Ragusa sul finire del 1300, 
ove ebbe in pertinenza il villaggio di Samandria ed il titolo ducale, 
e nel 1430 la cittadinanza ragusea. Legata in nodo d'amicizia con 
Nicoletta Resti, Giulia e Speranza Bona e Maria Gondola, 
gentildonne di gran fama a que' tempi, fin dalla prima età si senti 
inclinata al bello, il che la traeva al poetare e all' apprendere. Tra- 
piantatosi suo padre Francesco in Ancona per oggetti di trafico, 
seco condusse Fiora, ove essa conobbe Bartolomeo Pescioni, ricco 
gentiluomo fiorentino, per cui maritossi ai 14 marzo dell' a. 1577. 
A Firenze, Corte di quel tempo la più ricca e la più civilizzata, 
conobbe Fiora vari degl' immortali poeti italiani, e tanto le piaque 
il loro idioma, che non solo cominciò a poetare nella lingua illirica, 
ma eziandio nell' italiana, dettando specialmente sonetti, che la 
levavano in fama per tutta l'Italia. La casa di lei divenne in breve 
tempo convegno dei cultori d'ogni scienza, ne solo italiani ma ra- 
gusei pure, come Domenico Ragnina, Domenico Zlatarich e l'im- 
mortale Giovanni Gondola, oltre a molti altri, i quali tutti le tes- 
sono nelle loro opere elogi non perituri. Però a suoi tempi succe- 
devano a Firenze meravigliosi e terribili fatti non solo nella città, 
ma nella corte stessa granducale , per cui Flora si sentì commossa 
vivamente. In qualità di ricca gentildonna e scrittrice frequentava 
la corte del Duca, e s'era affezionata particolarmente alle infelici 
persone; perciò più fiate sentiva le catastrofi infelici che di tratto 
in tratto succedevansi in quella corte. E quando perde in Firenze 
l'amato consorte, maggiormente s'annodava a questa città; ma tra 
breve morte colse lei pure nella verd' età d'anni 45 verso il 1600. 
Domenico Slatarich rimastole tra gli amici il più attaccato, cercò 
conforto al dolore con una poesia, che trovasi tra le altre sue ma- 
noscritte, e che è vivo testimonio delle molte e svariate virtù che 
adornavano l'animo di Fiora. I componimenti di lei tanto lodati, 
non videro la luce fino ad ora, forse come molti altri manoscritti 
illirici giacciono polverosi in qualche angolo di Ragusa, Firenze od 
Ancona. Gioverebbe dissotterrarli! — Francesco fratello di Fiora, 
capucino, fu chiaro scrittore ed oratore, 

31* 



324 

ZUZZERI Michiele di Ragusa, dell'ordine de' predicatori, 
chiaro nelle lettere ed in oratoria. 

ZUZZERI Paolo oriundo da famiglia di Cattaro, dell' ordine 
de' predicatori, assolto il corso de' studi di filosofia e di teologia in 
Italia, ritornava in Ragusa, ove si distinse per facondia nei discorsi 
che tenne e per santità di costumi. Il Gozzi e l'Altamura gli fanno 
elogi. Compose molte opere ascetiche illiriche e morì circa il 1591. 
Tra quelle vi sono: Sermones quadragesimales. — Orationes 
pqnegiricae. — De sodalitale SS. Rosarii. — De nominis Dei 
sodalitate. 

ZUZZERI Bernardo di Ragusa, ove naque nel 1683 da pa- 
trizia schiatta. Indossate le vesti del Lojola a Roma nel 1697, si 
distinse per i suoi rapidi progressi nelle scienze ed in ispecieltà 
nella teologia, e in sul compiere gli studi sostenne le tesi in publico 
con sì brillante successo, che venne tosto destinato a professore di 
teologia nel collegio Romano. A sua pressante inchiesta gli fu per- 
messo dai suoi superiori di recarsi in Croazia per consacrarsi alla 
predicazione del vangelo. Durante l'esercizio di tale suo ministero 
publicò egli diversi opuscoli in slavo, senza apporvi però il suo 
nome. Richiamato a Roma, sostenne per qualche tempo il carico 
di maestro de' novizi, indi ritirossi nel collegio Romano, ove com- 
piè la sua carriera mortale nel 1762. Egli è pure l'autore d'un 
esercizio devoto ad onore di S. Biagio, stampato dal P. Nicolai 
nelle Memorie di S. Biagio, Roma 1752. Lasciò mss. in latino la 
sua Storia delle missioni in Croazia, e quasi cinquecento sermoni 
in slavo. Le sue buone morti illiriche furono stampate in sullo 
scorcio del passato secolo a Ragusa in 4°. 

ZUZZERI Gian -Luca di Ragusa, ove naque nel 1716, valente 
numismatico ed archeologo. Ancor giovinetto aggregatosi all' Ordine 
de' P. Gesuiti, recossi a Roma, ove nel romano collegio compito il 
corso degli studi, s'applicò a tutt' uomo allo studio della lingua greca 
delle matematiche ed in ispecie de' diversi rami dell' archeologia, 
e con tale successo da salire in breve a distinta rinomanza. Insegnò 
umane lettere a Siena, in Loreto ed in Macerata; poscia mandato 
dai suoi superiori a Parigi, ebbe aggio di visitare il gabinetto nu- 
mismatico dell' abate Rothelin, da cui ebbe generosa accoglienza. 
Al suo ritorno in Italia la scoperta di qualche avanzo prezioso 
d'antichità tra. le rovine di Tusculo, offersero a lui il soggetto d'una 



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dotta dissertazione. Era egli occupato in un lavoro più importante e 
che attendevasi con giusta impazienza, quando venne a morte a 
Roma a' 18 novembre 1746, in età di trentanni. Si ha di lui: 
D'un antica villa scoperta sul dosso del Tusculo, e d'un antico 
orologio a sole ritrovato tra le rovine della medesima. Disser- 
tazioni due. Venezia 1746 in 4°. Nella prima dissertazione si fa 
a provare che la casa o villa scoperta a Tusculo era quella di Cice- 
rone; nella seconda accenna all' uso de' vari orologi presso gli an- 
tichi. — Sopra una medaglia di Aitalo Filadelfo, e sopra una 
parimente d'Annia Faustina, due Dissertazioni, Venezia 1747 
in 4°. La seconda di queste fu publicata in francese nelle Mémoires 
de Trévoux nel 1745. Il P. Lugomarsini lo dice versatissimo nello 
studio di tutta l'antichità. 

ZUZZEEJ Benedetto , fratello di Gian-Luca, gesuita, indi 
prete, e finalmente Arcivescono di Sardica, fu gran latinista. Lasciò 
alcuni drammi latini e molte lettere famigliari. 




FINE. 1 




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Ljubic, Sirne, 

Dizionario biografico degli 

uomini illustri della Dalmaz 



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