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Full text of "Il Canzoniere vaticano Barberino latino 3953 (già Barb. XLV. 47)"

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HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FHOM THE FUND OF 

CHARLES MINOT 

CLASS OP 1828 



COIvIvKZIONE 

DI 

OPERE INEDITE O RARE 

DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 

PUBLICATA PBB CURA 

DELU R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 

NELLE PROVINCIE DELL' EMILIA 
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IL CANZONIERE 



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(GIÀ BARE. XLV. 47) 



PUBLIOATO PER CURA 



DI 



GINO LEGA 




BOLOGNA 

ROMAGNOLI -DALL' ACQUA 

1905 



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Proprietà Letteraria 



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Bologna 1905 — Società Tip. Mareggiani 



PREFAZIONE 



Il codice, notissimo agli studiosi di antiche rime, 
che oggi finalmente per le nostre cure vede la luce 
in edizione diplomatica, doveva essere publicato quasi 
una ventina d' anni fa massimamente per V opera di 
Enrico Molteni, giovane cui la morte immatura non 
permise di produrre tutto quello che gli studi lette- 
rari da lui attendevano. Il Molteni, allora scolaro del 
Monaci che da vari anni aveva cominciato a copiare 
il manoscritto, propose al maestro di continuare più 
eh' egli non potesse speditamente la copia per publi- 
carla insieme, come stavano facendo del codice Chi- 
giano L. Vili. 306 ; e in brevissimo tempo la condusse 
a termine: ma la morte del Molteni impedi la pro- 
messa edizione, perché la copia passò allora in pos- 
sesso di persona che preferi di farla restare inedita ^^\ 



(*) Questa notizia fu data primamente dal Monaci stesso nel 1884 pu- 
blicando il suo scritto Da Bologna a Palermo nella Nuova Antologia^ vpl. 
LXXVI, p. 606, n. 2. Cfr. poi G. Navone, Le Rime di Folgore da San Qe- 
mignano ecc., p. XLI, n. 1. — La persona che rimase in possesso della 
copia del Molteni credo fosse la madre, la qnale non molti anni dopo 
tatti i manoscritti del figlio donò alla biblioteca Ambrosiana, ove tnttora 
si trovano. Cfr. V. de Babtholomaeis, Rime antiche senesi trovate da E. 
Molteni; in Boma, presso la Società filologica romana, 1902; néìV Appen- 
dicef pp. 87-8. 



VI 

Ericominciò la fatica un altro scolaro del Monaci, il 
dott. L. Castellani, ma anch' esso mori innanzi di 
aver condotto V impresa a compimento ; e il lavoro, 
lasciato da lui interrotto, fu continuato da un suo 
antico compagno di studi, il dott. N. Angeletti ('), il 
quale poi non si è indotto mai a compierlo, malgrado 
le incitazioni e le minacele anche degli amici ("\ 
Un' altra edizione, non di tutto il codice questa 
volta ('), si deve pur troppo registrare, promessa e 
troncata del pari disgraziatamente dalla morte : 
vogliam dire quella delle poesie dei rimatori veneti 
contenute nel nostro manoscritto, che s' era assunto 



(1) Queste nuove notizie furono aggiunte dal Monaci nella seconda 
edizione dello scrìtto su citato, inserita nella Antologia della nostra critica 
letteraria moderna del Morandi (4.*^ ediz ), e di questa noi citiamo sempre 
e l'estratto: Città di Castello, Lapi, 1889; p. 5, n. 2. 

(^) Le minaocie, minaccie letterarie e quindi da burla, son di Mario 
Menghini, il quale, nella recensione di Rime antiche italiane secondo la 
lezione del cod. Vat. 8214 e del Casanatenae d, V. 5 publicate dal Pelaez, 
cosi diceva: < Sul barberiniano [XLV-iT] pare che sovrasti la maledizione, 

> perchè, copiato due o tre volte in questi ultiiùi anni, è sempre nascosto 

> alla vista degli studiosi, e lo sarà chi sa per quanto altro tempo, dato il 

> caso che io non mi decida una buona volta a seg^iitare la copia che anni 
» fa ne intrapresi per mio uso, e terminatala, a darla alle stampe. Non so 
» come prenderà la cosa il mio carissimo amico prof. N. Angeletti, il quale 
» molti anni fa trasse copia del codice, sottentrando al povero Castellani, 

> e da tempo ha promesso d' intraprenderne la stampa : se questa mia dif- 

> fida varrà a spronarlo, sarò il primo io ad esserne lieto; in caso contra- 
» rio egli comprenderà che un testo cosi importante non deve rimanere 

> inesplorato, nascosto com' è in una biblioteca per sna natura cosi poco 

> accessibile. » (Vedi: Rassegna bibliografica della letteratura italiana, III 
(1895), pp. 173-4). 

(*) 11 Casini nelle Rime dei poeti bolognesi, p. Vllf, n. 1, asseriva che 
« di tutte le rime del barberiniano sta preparando 1' edizione un valente 

> allievo del prof. Monaci, il dott. A. Zenatti. » Quattro anni dopo il 
Lamma nel Propugnatore, XVIII, (1886) parte I, p. 94, riferiva pure la 
notizia, ma, pare, riportandosi all' autorità del Casini. Noi abbiam qui 
ragione di credere a un equivoco del Casini, e che mai il prof. A. Zenatti 
pensasse a publicare il codice barberino, perchè nel citato scritto di Er- 
nesto Monaci, che vide la luce tre anni dopo che il volume del Casini, 
non è notizia dell' edizione di questo suo allievo, e perchè lo Zenatti non 
ebbe mai a confermare la cosa, anche quando gli si sarebbe presentata 
facile occasione di farlo. 



V incarico di publicare Oddone Zenatti ^'>, il quale 
nel 1887 diede un saggio del suo lavoro stampando 
per nozze sei sonetti del veneziano Nicolò Quirini, e 
un anno dopo recensendo alcuni opuscoli che rime di 
veneti contenevano o della loro vita trattavano '"*. 

Come si vede, pare che la maledizione, come 
ebbe a dire il Menghini, abbia perseguitato in modo 
particolare il nostro codice, impedendo che venisse 
alla luce nella forma che più lo renda accessibile e 
giovevole agli studiosi ; e certo per nessun altro testo 
della nostra antica letteratura si potrebbero annove- 
rare altrettante promesse di edizioni '•'> e tanto desi- 
derio che fosse fatto conoscere e puhblicato '*' ; onde 
noi, per soddisfare a questo desiderio e per giovare 
in qualche modo alla conoscenza de' problemi che il 
diffondersi dell' antica lingua e poesia italiana riguar- 
dano, ci siamo assunti il carico della publicazione. 



(1) n Biadena nellii Bnss. bM. ri. MI. il., V (18S7), p. 183, credette 
Oddone Zenatti iutundease di pnblioare tatto il manoscritto, mentre, 
egli non sì fosae proposta obe l' Bdiaione dolle ijoesie di rimatori ye: 
contenate nel codice barberìno, attesta lo stesso Zenatti in VI Sonetl 
Mftttr NicBolò QuiTìni, (1886) p. IB. Cfr. ancbe: H«bcbis«h, L' Univenit 
TrevUo ecc., (IBSS) pp. 115-6. 

(•) Ofr. Bltlsta critica delia letleratura Italiana, V (IB89], coli. 79-86. 

(>] Oltre quella minacciaU del Mengbioi, di toi ai veda alla p 
n. 2, nn' altra più recente dobbiamo reeistrare, quella nhe il prof. 
Bartholomaeis si proponeva di fare sulla copia del Koitcni e c.lie più y 
aUa Società filologica romano. Qnantanqne tale Ediiione sia s 
dalla Società per dìverae ragioni sospesa (cfr. BulleUino della Soc. &1. n 
II, p. 8; III, p. B; V, p. 8), tattaìia noi non ayreionin con la nostra 
■ione impedito il desiderio del De Bartholomaeis, se avessiaio potato v< 
prima dell' antnnno del passato unno 1601 il citato bnllettino dì qu 
società. In qnel tempo uni aTevamo già da parecchi mBai tratto copia 
codice barberioo, e la copia era stata nel maggia presentata al prof, i 
docci per la stampa neUa Collaione di i^ere inedite o rare, e da lui accet 
e retribuita per conto dalla Cammiflone pe' tetti di lingua; non potey; 
quindi più sottrarci all' impegno assanto. Tanto valga a nostra scusi 

[*) Cfr. MnsSAFiA, Una canzone ecc., in Kle. di fll. rom., voi. II, p, 
Haxeain, ap. sit.-, Biade» in Aan. btbl. d. lett. il., V, lee, n. 1 ; Bi 
filili)' di nanotcritti e leali ine^tli. Bologna, Zanichelli, leOO^ p, I, n. 
in eiornalt Horlco d. hit. n.. XXXVI, p. 47. 



vili 

Quali siano state le vicende del manoscritto e 
chi i proprietari di esso durante 1' ultima metà del 
trecento e tutti interi i secoli decimoquinto e decimo- 
sesto, noi non possiamo né dire con certezza né argo- 
mentare per via di supposizioni e d' induzioni, perché 
esso non lasciò alcuna traccia di sé ne' molti codici 
che in questo tempo su altri più antichi si compila- 
rono ^*) e né pure nelle raccolte di antiche rime che 
nel cinquecento s' incominciarono a stampare. Bisogna 
discendere sino alla metà del secolo decimosettimo 
per trovarne fatta menzione, perché solo da questo 
tempo esso incominciò a portare il suo contributo 
alla storia dell' antica poesia volgare. Il conte Fede- 
rigo Ubaldini ("), publicando in Eoma nel 1640 i 



(1) Né pure i codd. che contengono canzoni di Nicolò de' Bossi deri- 
vano dal nostro, perché esse tì sono sempre attribuite a Gino da Pistoia. 
Ma nel Marciano ci. IX. 191, il Mezzabarba, che fu il trascrittore del 
codice stesso, pose alla canzone < La somma virtù d' amore a cui piacque » 
la nota seguente: < Questa canzone ho ritrovato essere di M. Nicolo di 

> rosso.... in uno antiquo libbro,.... come una ne trovai in questo libbro 

> sanza nome di auttore dinanzi quelle di M. Guido Cavalcanti con quatro 

> sonetti >. Questo « antiquo libbro » non può essere il nostro codice, 
perchè' la canzone « sanza nome di auttore dinanzi quelle di M. Guido 
» Cavalcanti con quatro sonetti » è poi trascritta dallo stesso Mezzabarba 
alla e. 102. a, ed è precisamente « Io non dUcriuo in altra guisa amore », 
che nel ms. barberino non è adespota, e non precede, ma segue l' unica 
canzone del Cavalcanti che qui si trova ; e i « quatro sonetti > non solo 
in questo ma in nessun altro codice si incontrano; eccone i capoversi: 
(e. 101. b) « Messer lo chonte guido a mio parere >, « Voler aggiate di servir 
altrui », « Senno chonuien a uoi Signor ualente », < Voi hauete da uoi tanta 
potenza ». 

La stessa canzone poi dì Nic. de' Rossi si trova alla e. 30. a del cod. 
Magi. VII, 8, 1187, preceduta da questa didascalia: « Canzonvj diM. Cino 

di Rosso Doctore di leggie ». Nel luogo ove sono i puntini 

il codice magliabechiano presenta una rottura mal riparata moderna- 
mente, e questa rottura forse ci à portato via le parole « di M. Nicolò ». 
Ma il cod. magliabechiano come io credo, e come mi conferma in tale 
opinione l' amico mio dott. A. F. Massèra, proviene direttamente dal 
marciano. 

(«) Il Monaci, nello scritto citato Da Bologna a Palermo, a p. 4, 
n. 8 dell' estratto, indica Celso Cittadini come il primo che si valesse del 
nostro ms. con U espositione del M.ro Egidio Colonna Romano degli Eremi- 
tani. Sopra la Canzone d' Amore di Qvido Cavalcanti Fiorentino. Siena, Mar^ 



Doatmenti d'Amore di M. Francesco Barhenno, edizione 
oailebre non solo per i bellissimi rami che l'adornano, 
ma anche per 1' apparato di dottrina e di critica no- 
tevole a quel tempo ''*, aggiungeva dopo le poesie e 
i frammenti di poesie trovati per entro il manoscritto 
dei Documenti un < Sonetto di Mis. Francesco da Bar- 
berino, Troualo in vn' altro Ms. ». Esso incomincia : 
« Testo d' vn' erba eh' a nom zentilina », e fu tolto 



, il quale non solo è 
ma presenta la stessa 
3 persino la stessa dispo- 



certamente dal nostro codic 
l' unico che ce lo conservi, 
lezione, anche nei venetismi, 
sizione dei versi che la stampa. Alla voce honetto 
poi, nella Tavola per la quale 1' Ubaldini illustrò la 
sua edizione, si legge : « Questo vnico sonetto habbiamo 
» ritrouato del nostro' M, Francesco, in vn MS. anti- 
> chisaimo, donato alla libreria Barberina dall' Abbate 
» D, Ferdinando Vghelli Fiorentino ; scritto, come si 
» vede dalla maniera, nelle parti di Lombardia, e da 



ohetti, 1FI03. E fucila iierNuadarai che l' iUostro profeesore qui s' ì: 
basta vedere le indicniioni ohe il Olttadioi di del bhq tofl. e del t 
nella dedicatoria ni slg, Belisario Bolgurini, Nobile ed Aroademioi 
(pp. S-4): • Ritrovali liumi pochi uniii aoso m Bama, e andanilo io, 



» che solito ao 


no in ogni luogo fin 


ruociandc 


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XVII (1S?1) p 


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p 335. 











» noi pubblicato come egli proprio si vede ». Ferdi- 
nando Ughelli, nato nel 1696, non appena entrò gio- 
vinetto nel!' ordine dei Cistercensi, fu mandato a 
£oma per istruirsi sotto la guida di dotti gesuiti ^'); 
par dunque da escludere che egli allora giovane e 
oscuro potesse donare il manoscritto. Andò quindi 
emigrando per vari monasteri dell' Italia superiore, 
finché la sua massima fatica, V Italia sacra, lo riso- 
spinse in Eoma. Per poter degnamente condurre a 
termine in quel tempo un' opera che richiedeva tanta 
vastità di ricerca e di indagine storica, egli aveva 
dovuto procacciarsi 1' amicizia e 1' aiuto di molti dotti, 
fra i quali il dottissimo Allacci, che gli acquistò la 
benevola protezione del cardinal Barberini : sarà stato 
dunque poco dopo l' ottobre del 1634, quando l' Ughelli 
per consiglio dell' Allacci fece ritorno in Roma, che 
egli avrà donato per riconoscenza al cardinale il 
manoscritto da lui forse trovato nelle sue peregrina- 
zioni per l' Italia settentrionale ^*) . 



(1) Cfr. le scarse notizie biografiche che il Lucentio prepose alla 
seconda edizione déìV Italia Sacra (1704), ristampate anche in principio 
della terza: Venezia, Coleti, 1717. 

{*) Bimangono fortunatamente le lettere che l'Allacci diresse in 
questo tempo all' Ughelli: esse vanno dal 1^1 al '34, e farono ultima- 
mente illustrate da Giuseppe Manacorda, L'Allacci e l'Italia Sacra del- 
l' Ughelli, negli Stìidi storici del Crivellucci, . voi. XII (1903) fase. IV, 
pp. 458-466. 

Il Navone, in Rime di Folgore ecc. p. XIV, fece notare come nell' av- 
vertenza ai lettori dall' Occulto Academìco della Fucina premessa all' edi- 
zione dei Poeti antichi, si legga essere stato Carlo Strozzi il donatore del 
codice, ma ciò non è che un errore dell'Occulto stesso. Infatti egli dice 
(p. 74) che < in Cecco Angiolieri — le rime del quale qaasi tutte tolse 

> l'Allacci dal manoscritto barberino — osserva, che i primi tre sonetti 
» sono puri toscani, doue tutti gli altri seguenti lombardeggiano à più 

> potere: il che se sia vizio del Codice che fu del Sig. Carlo Strozzi, ed oggi 

> è dell' Em. Barberino aueriamo molto à caro sapere: perche molti fram- 
» menti, che n' adduce Mons. Vbaldino nella Tauola del suo Barberino, 

> tutti sono alla foggia de' tre primi; ond' è bello il sapere, se il miglio- 

> ramento è farina dell' Vbaldino, ò de' suoi Codici >. L' Occulto lesse 
avanti la Tavola dei Documenti la < nota degli autori citati, e de primi 



Dopo l' TJbaMini, che oltre ad averne tratto in 
lace il sonetto n," 191 si servì molto spesso del nostro 
testo per compilare la sua Tavola ai Documenti ''', 
ricorderemo 1' altro grande e benemerito erudito del 
seicento, già nominato, monsignor Leone Allacci, che 



> poiieitori de libri da loro compi 
• parte di MSS, dtati «ella biblioteca 
lacci ai foBBSra valsi per i Bonetti d 
dilli in qnelta sua • □otii degli noi' 
[Chig. L. Vrn. 305), G 



la caufen 



nel fi 






o del Bi 



no, l'Occnlto riferi 

flolla donuzioDD dell' Ughelli e non si sooorga della oontraddiBÌone. - 
AlcQne notiEie per In Btoria dell' edizione dei roeti AntU:»t si poaaono 
vede» in Q. UaaicoBDA, Dalla corriepondeata tra Leone Allacci (d Angelico 
ÀproKto; Spes!». Fmacesco Zappa, 1901 E quanto nll' Occulta, sotto il 
qual nome acndemìco si nascoiide Qiovanni Vantimislia, de' Conti di 
Ventimiglia, eradito messinese, si veda; O. Kioido Diohisi, U Acendemi-t 
della Fucina (im»-ieTb) ne' suoi rapporti con la itoria delta cultura in Sicilia ; 
Catania, Qiaunotta, lAOS. Quivi, alle pagine lOS-U e KO-1 si dice Bnche 
deUa parto che l' Oocnlto ebbe nell' edÌEÌono allacoiana, esagerandone 
però il merito, peroliè di easo si ginttge a dire che < appalesa tanta dotta 
» pratica intorno la pnbblieaBiona dagli antiobi tenti, qnanta possono 



(') 


Ecco 


r elenco dLÌ Tersi ci 


tati dal testo 


barberino (fra par 


entesi, 




itto, è la voce della 


Tavola sotto le 


1 qnole i versi sono 


rlpor- 


ati). 1 


Bnido Novello da PolBnta: 


(DV»ar*) a.' 1 








[iDiSld 


, e DIA] n." 37, vv. 43 


-4 e ao-ia. - 


Me«x£o Tolomei: i 


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.) n." 116, w. B-S, e 




Ìt6 i! 


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IIB alla voce tibì 


, - Nioolft de' Bossi: (ìviloffa) 


n.'35, 


V. 84-5; (PBI 


«A) n." 12, vv. 35^; 


(piAOKai) a.' 1 


, V. 16. - yicoU da 


Siena 




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oia:|Doii)ii.'e7, vv 


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V. 46. 


- Citò ancora l'Ubaldini il nostr. 








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invece nel Chig. L. IV. IBI ; Folgore da S. 

nella suddetta nota, e quindi l'Ubaldini i 

eno; ma il v. 12 del aon. 140 (pkvtfta) noi 

berinoi invece i vv. 9 del 50 (bioordabi) i 

ooms si pnò argomentare dalla lezione, del ms. Chìgiano; alla voce poi 

ArroiRiLLi sono dati a Folgoro dae versi (Or penta dunque in quel che il 

tea^a eptrtdi lì corpo tuo di carne mina fanello) che non si trovano in nes- 



? 4-8 del r 









quel ri 



XII 

di poesie tratte dal codice e publicate senza muta- 
mento alcuno d' ortografia o di lezione, quasi precor- 
rendo le moderne edizioni diplomatiche ^*\ arricchì 
per circa un buon terzo il suo volume dei Poeti 
Antichij apparso in Napoli per i tipi di Sebastiano 
d'Alecci nel 1661 ^*K Ed anche nella raccolta di 
rimatori antichi senesi, messa insieme dallo stesso 
Allacci sempre nel 1661 e rimasta poi manoscritta, 
entrarono parecchie delle poesie contenute nel codice 
barberino: e cioè quelle di Binde Bonichi, Cecco 
Angiolieri, Meuzzo ed il Granfione de' Tolomei, il 
Muscia da Siena ^*K Di questa compilazione, perchè 
manoscritta, non sarebbe stato necessario dar partico- 
lare notizia, se non fosse che di essa, e precisamente 
dell' autografo allacciano (*) , e non dell' archetipo 



(*) Cfr. a p. 70 deU' avvertenza premessa aU' edizione dei Poeti antichi. 

(*) Queste sono le rime che l'Allacci tolse dal nostro barberino (i 
numeri fra parentesi rimandano alle pagine dei Poeti antichi). Abate di 
Napoli 82,83 (1-2). Albertino Girologo 149 (3). Bartolomeo da S. Angelo 
99 (71). Bindo Bonichi 2 (101); 33 (106). Butto Messo 180-2 (190-2). Cecco An- 
giolieri 75-7 (197-9); 79 (200); 119 (201); 121 (202); 127 (203); 129 (204); 128 (206); 
131 (206); 156 (207); 166-6 (208-9); 196-202 (210-216). Cene da la Chitarra 
59-70 (246-257). Gino da Pistoia 5 (262); 6 (264); 8 (268); 84 (274); 106 (275); 
125. (276) ; 124 (277) ; 153 (278) ; 158 (279) ; 185-6 (280-1) ; 194 (282) ; 204 (2'r3) ; 4 (377). 
Zontino Lanfredi 108 (289); 111 (290). Dante Alighieri 78 (291); 157 (292). 
Fabruzzo da Perugia 81 (296). Fino Benincasa 89 (310). Fo'gore da S. Ge- 
mignano 13 (314) ; 41 (316) ; 44-58 (316-330) ; 86 (331) ; 137-144 (332-39) ; 174-5 (340-1) . 
Giovanni di Bonandrea 9 (360). Granfione Tolomei 98 (368). Gualpertino da 
Coderta 146 (369). Guerzo da Monte Santi 160-1 (370-1). Guezzolo avvocato 
da Taranto 189 (372). Guglielmotto d'Otranto 40 (373). Guido Cavalcanti 
92 (374); 1Q& (375); 193 (376). Guido NoveUo da Polenta 100 (382). Guittone 
37 (385); 80 (388); 90 (389); 120 (390). Onesto da Bologna 87 (3^); 91 (394); 
106 (396); 173 (3S6). Iacopo da Lentino 96 (396). Iacopo Mostacci 94 (399). 
Lapo Gianni 123 (401). Pier delle Vigne 95 {h03). Stefano Protonotaro 14 (516). 

(B) Del Bonichi, dell' Angiolieri e di Granfione le stesse rime che nei 
Poeti antichi; di più un sonetto dell' Angiolieri, il 196; il n." 88 di Meuzzo 
e il 97 del Muscia. 

{*) É 1' antico Chigiano n.<* 400, ora M. VI. 127, di cui sono copie il 
C. lY. 16 della Comunale di Siena, il Casanatense 3211 (già x. lY. 42) e 
il 117 (già 7) della biblioteca Boncompagni di Roma (cfr. E. Nardugci, 
Catalogo di mas. ora posseduti da don B. Boncompagni; Boma, 1&92; pp. 73 
e segg.). 



ì 



barberino, si servi G. M, Crescìmbeni per trarre alcuni 
saggi poetici di autori dei aecoli XIII e XIV, da lui 
publicati nei Comentari all'Istoria della volgar poesia ''*. 
Stabilito pertanto il tempo in cui il nostro codice 
■ cominciò ad essere conosciuto a' letterati, non parrà 
qui del tutto inopportuno se noi, a maggiore illustra- 
zione di esso, diamo 1' elenco di tutti gli estratti ohe 
nei vari tempi ne furono tolti; tanto più che ciò 
renderà a noi più semplice durante il seguito di 
queste pagine la citazione delle opere che qui sotto 
8Ì descrivono '*'■ 



I. F. Ubaliuni, Documenti d'Amore di M. Francesco Bar- 
berina-^ Eoma, Mascardi, 1640; in -4. 

n, L. Allacti, Poeti antichi; Napoli, Sebafitiano d'Aieoci, 
1(561 ; in -8. 

m:, [L. Vai^riani e U. Lampkbdi], Poeti del primo secalo 
della lingua italiana in due volumi raccolti; Firenze, 
1816; in -8 ffl. 



(i) Ohe non vedesse il eodioe nostro il Creacimbaui lo iifforinn chi«- 
rameiita alla p. 87 de' anni CometitaTi, voi. II, (Soma, 1710), oro a propo- 
sito di MeQiEo Tolomei dieo i • L' Ugurgieri [Poinpe Sonasi I, 647] dice, che 

• nella Libreria Barberina si truova nn testo a. peonn de' suoi Sonetti, i 

• quali noi non abbia,mo veduti •; l'Ugnigieri poi alla sua volta citava, 
dall' Ubaldìni. 

(■) Le qaali opero saranno citate col natnoro progressivo che {inno in 
questa elenco scgnito da quello della pagina cui si rimanda. 

(>) Nell'avvertenza • A' Lettori > premessa al primo volume, alla 
p. VI, h detto ohe fra i mas. di cui ai vaUero gli editori è anche • un 
Barbetino >, che è certamente 11 noatro, donde trassero alla luce il 
non. 178, (voi. II, p. ^0]. ma leggendo malo i versi qnanto alla loro diapo- 
sÌKione nella quartine; infatti oasi li posero in quest'ordine; 1, B, 5, 7; 4, 
e, 6, S. Inoltre vi aono nel Vnleriani le segaenti poesie: m, 4, 80, U5, lao, 
IBI, 81, 120, 96, 99, 40, 123, 106, S7, tìl, 173, 82, 83, UH, Ut, 41, 44-B8, 86, 137-1*4, 
171, 17B, B9-70, 94; e queste recano aaropre in fronte: . Jmjireiio-o nell'Ai- 
lacci t] per alcune di esae, come ad ea. par i n.i EO e 120, gli editori ai 
valsero di altro testo; per le altre è dilGcile giudioare >e ni rimanesseio 
paghi alla lezione dell' AUaooi o la collaziouaaiero ani ma.; nel fatto si 
osserva che nel aoa, 106, ad ea., l' Allacci al v. 11 stampa « prego *, nja il 
tot. k • per fo >, che il Tal. italianizza in • per quello >; invece noi aon. 
BB, V. 9, il ma, . K dtBO », l'Ali. « Ve de so », il Val. . Vtiligiìt'; son. 45, 
V. 11, Dia. t pTbiao •, Ali. e Val. t pano »; oso. 



XIV 

IV. P. Garofalo duca di Bonito, Letteratura e Filosofia^ 
opuscoli ; Napoli, 1829 ; 2.* ediz. : Napoli, stamp. Ferrante, 
1872; in -8 (*). 
V. S. PiERALisi, Canzone di Dante Allighieri] Boma, tip. 
Salviucci, 1858; in -8, pp. 19 (*). 
-^vi. L. DEL Pbbtb, Bime di Ser Pietro de* Fay tinelli detto 
Mugnone, poeta lucchese del sec. XIV, ora per la prima 
volta publicate con notizie sulla vita dell* autore ed 
altre illustrazioni] (nella Scelta di curiosità letterarie 
disp. 139); Bologna, Eòmagnoli, 1874; in -8 pie, pp. 120. 

vn. GL Baudi di Vbsmb, La lingua italiana e il volgar to- 
scano ; nel Propugnatore, V. S., voi. Vili (1876) parte I, 
p. 23 (»). 
vili. C. Baudi di Vesme, Poesie provenzali ed italiane di 
Paolo Lanfranchi da Pistoia raccolte ed illustrate] 
Cagliari, tip. Timon, 1876; in -8, pp. 16 (estr. dalla 3.* 
dispensa della Bivista Sarda), 

IX. A. Mussafia, Una canzone tratta dal cod, Barberino 
XLV'47] nella Bivista di filologia romanza, voi. II (1876), 
pp. 66-70 (♦) . 



{}) Non abbiamo visto che la seconda edizione; in questo libro sono 
pubblicati € I Capitoli di Bosone da Gubbio e di Iacopo Alighieri su la D. C. 
di Dante Alighieri > preceduti da una lettera (pp. XIII-XLVII) del Can. 
D. Giovanni Bossi, scrittore della B. biblioteca di Napoli, in data 
10 aprile 1829, nella quale si tratta della vita e degli scritti di Mes. Bosone 
da Gubbio e di Emanuele Giudeo; in questa lettera (p. XLIV) sono inse- 
riti i sonn. 43, 203 « trascritti su Codici della Biblioteca Barberina, dal 
» P. Gioacchino Pia, e da lui rimessi nel 1816 al Ch. P. Andres >. Da questa 
edizione si riprodussero i due sonetti in < Rime volgari di Immanuele Bo^ 
filano, poeta del XIV aecolOf nuovamente riscontrate sui codici e fin qui note », 
opuscolo publicato per nozze Segrè-Modona (Parma, tip. Pellegrini, 1898; 
in -8, pp. 42) da Leonello Modena, il quale erra alle pp. 9, 18 e 40 credendo 
che i due sonetti di Immanuele siano contenuti nel Barb. XLV. 130 (ora : 
Vat. barb. lat. 4066). Quest' opuscolo nuziale fu poi ristampato tale e 
quale nell' opera postuma del Modóna, Vita e opere di Immanuele Romano ; 
Firenze, Bemporad, 1904. 

(*) E la canzone 32; dell' ediz. del Pieralisi si valse poi per la rico- 
struzione del testo, poco felice invero per la scarsa conoscenza dell' ita- 
liano nell' autore, K. Borinski, Dantes Canzone zum Lobe Kaiser Heinrichs, 
nella Zeitschrift del Gròber, voi. 21 (1897), pp. 43-57; le varianti, che egli 
cita dal cod. barberino, furono tolte dalle < Lezioni del Codice non volute 
dal senso o dal verso » che il Pieralisi aggiunse a p. 19 del suo opuscolo. 

(*) A quella pagina l'A. publicò dal nostro codice il son. 154. 

{* La copia della canzone n. 11 fu inviata al Mussafia dal Monaci. 



X. Gr. Navone, Le rimo di Folgore da Saji Gemignano e 
di Cene da la Chitarra d'Arezzo nìiovamente pubbli- 
cate; (nella Scella di tur. lett, diap, 172); Bologna, Eo- 
magnoli, 1880; in -8 pie, pp. CXLVn-84. 

XI, T. Casini, Le rime dei poeti bolognesi del secolo Xlll 
raccolte ed ordinate; (nella Scelta di cur, lett., disp. 186); 
Bologna, Eomagnoli, 1881 ; in -8 pie, pp. LXI-4S1 Ci . 

XII. N. Arsone, Le rime di Guido Cavalcanti, testo critico; 
Firenze, Sansoni, 1881 ; in -8, pp. CXLI-90. 

xiii. P. EitcoLE, Guido Cavalcanti e le sue rime, studio sto- 
rico letterario, seguito dal testo critico delle rime, con 
commento; Livorno, Vigo, 1885; in -8, pp. 416. 

XIV. L. BiADBNE, Canzone d'amore di Measer Niccoli) Que- 
rini rimatore peneztauo del see. XIV; per Nozze Medin- 
Brunelli Bonetti; Asolo, tip. Vivìan, 1887; in -8, pp. 9 ('). 
XV. 0. Zenatti, vi Sonetti di Mexser Niccolò Quirini; per 
Nozze Casini -De Simoiie ; Bologna, Regia Tipografia, 
1887; in -8, non num. 

XVI. V. Lakkaiiini, Rimatori veneziani del see. XIV; Padova, 
Stab. tip. Veneto, 1887; in -16, pp. lOi e 8 pagine non 
num. aggiunte poi (') . 
XVII. G. Navone, Sonetti inediti di Messer Niccolò de' Jiossi 
da Treviso; per Nozze Titloni-Antona Traversi; Eonia, 
ttp. Forzani e C, 1888; in -4, pp. XXXVH I'). 
xvni. L Del Lungo, Canzone di Messer Cina da Pistoia a 
Dante per la morte di Beatrice; riproduzione fototipica 



(!) Le rime per le quali il C. ai valse anobe del nostro testo so 
«uenti! a, 80, i, 01, 106, 87, 178, 81, 132. 

{') Di questa, canzone (n. 86) > la stampa — dice il B. — è con 
m ann copia eae^ita dal dott. B. Morpnrgo, e procoratami, alcuni 
sono, dui prof. T. Oasini •. 

(') In qnesta pabliOBsione si trovano fca altre le rime conti 
e' due opasooti che precedono; mn si valse il L. del oodice? egli be 
unente non lo dice, ma non dice nò pure clie la sua edizione no 
Ile nnK ristampa; Oddone Zenatti perù, in Kiv- critica d- t^tt. it., ' 
Merva che il L. da que* due opuscoli • copia i componimenti, ma 



Ugo mento poH- 
^aa, 240, 245-244, 268, 201, 
te il ma., a talvolta ne 
cauto, avendo frn mano 




i. 



/ ■ 
I 



r 



.1 



XVI 

in ce esemplari del dono offerto a S, M, la Begina 
d* Italia dalle gentildonne fiorentine nella primavera 
del MDCCCXC, sesto centenario. Testo riveduto sui 
manoscritti; illiistrazioni e fregi in miniatura di N. 
Leoni] Firenze, fototipia Oiardelli, 1890; 8 tav. elioti- 
piche (*). 

XIX. I. Del Lungo, Beatrice nella vita e nella poesia del 
secolo XIII, Con appendice di documenti ed altre illu- 
strazioni; Milano, Hoepli, 1891; in -16, pp. 174 (*). 

XX. A. Marchesan. L* Università di Treviso nei secoli XIII 
e XIV, e cenni di storia civile e letteraria della città 
in quel tempo ; Treviso, tip. del pio Istituto Turazza, 
1892; in -8, pp. 369 (»). 

XXI. G. Salvadori, La poesia giovanile e la Canzone d'amore 
di Guido Cavalcanti; studi, col testo dei sonetti vati- 
cani e della Canzone e due facsimili; Boma, Soc. ed. 
Dante Alighieri, 1896 ; in -4, pp. 139 (*) . 

XX4I. E. Lamma, Bime di Lapo Gianni rivedute sui codici e 
, su le stampe^ con prefazione e note ; Imola, tip. Galeati, 
1896; in -4 pie, pp. LXn-81. 



{}) La canzone (n. 4) è nelle tavole 3-8; per essa servi anche il testo 
barberino, come si argomenta dalla nota seguente. 

(^) L' appendice VI riproduce la canzone del numero precedente 

< quale — dice il Del Lungo — son venuto modificandola, per nuove cure 

> che ci ha spese attorno, a mia istanza, il giovane e valente cultore di 

> studi danteschi dottor Michele Barbi >. Il D. L. aggiunge anche che < la 
falsa attribuzione al Q-uinicelli fu causata da ciò: che nel codice Barbe- 
riniano, dal quale fu primo a pubblicarla nel secolo XVII l'Allacci, il 
nome di Gino era stato quasi del tutto tagliato nella raffilatura delle 
pagine, cosicché anche quella poesia fu attribuita al Guinicelli, a cui 
appartenevano le precedenti »; ma per questo si veda a p. 22, n. 3. 

(') Il M. ristampò molte rime dalle pubblicazioni precedenti; trasse 
poi dal codice cose, che ebbe la disgrazia di farsi trascrivere da un inno- 
minato ma non meno < illustre professore di Roma » (cfr. p. 132); e queste 
cose sono la 1.* quartina del son. 146 (p. 123), la stanza l.*^, più 10 vv. 
della 2,^ della canzone n. 1 e il congedo; inoltre le prime dieci righe 
del commento latino di essa (pp. 132-133); tutta intera la canzone n. 12 
(p. 133, n.), e i sonetti 209 (p. 145) e 211 (p. 146). Confronti il M. la sua 
stampa con questa edizione, e vedrà quanto debba esser grato a quel suo 

< illustre professore », che non conosce né pure le abbreviazioni che furono 
in uso nella scrittura sino al secolo XVII; non so poi a chi si debba 
imputare se al M. o a quel professore l' italianizzazione di testi che 
furono scritti in veneto. 

(*) Per la canzone d'amore si valse anche del testo barberino, (cfr. 
p. 123). 



■ \i 




M. Barbi, Un sonetto e una ballata d'amore, dai Caìv- 
di Dante \ per Sozze Barbi-Ciompi ; Firenze, 

Laudi, i897 V). 

E. Monaci, Geeslomazia italiana dei primi secoli; taso. 1 ■ 

e II; Città di Castello, Lapi, 1889-1897; in -8 C). 

Fu Pellegrini, Le rime di Fra Guitton^ d'Arezzo; 

volume primo; (nella Collezione di opere inedite o rare); 

Bologna, Eomagnoli-Dair Acqua, 1901 ; in -8, pp-VlIl-BTl l'i. 

E. RivALTA, Le Bime di Guido Cavalcanti ; Bologna, 

Zanichelli, 1902; in -i, pp, 305 (') . 

. C. Cipolla e F. Pellegrini, Poexie minori riguardanti 
gli Scaligeri ; in BuUettino dell' Istituto storico italiano; 
Roma, 1902, n." 2i; pp. 7-20G ('). 

. 8, Dbbenedbtti, / Sonetti Volgari di Immanuele Bo- 
• le nozze dell'Avvocato Vittorio Dehenedetti 
colla Signorina Matilde J^'ufifrei; Torino, Paravia, 1904; 
pp. 16 O. 

:. A. F, Masséra, / sonetti di Cecco Angiolieri editi cri- 
ticamente ed illustrati ; Bologna, Zanichelli, l!K)fi, in -8, 
pp. LX-212. 



{') Il a 




pUlie 


sta 


lU p. 


, i <inM^ bet, n 


oto cbe 


incomincia 


. Oui-dD, i- 




iche 


«e Lapo ed 


•; per riofKtru 


rne il 


testo, it B. B 


Biavo aneli 


a dal 






oe, dai 








(>)Lb 


me 


he i 


Mon 


aoi ina 


eri nella sna ore 


stomazi 


taglieodal 


dal cod. bs 


rbar 




l.» fftS 


o-, pp. 59-00, la ten 


ZDDBjaC 


opo Mostacci 


Pier delle 


Viga 


a il 






(Bonn. W, B6, Sfl) 


nelfas 


.a.-lepoesi 


40 (p. 210) 


14 ( 


. aia) 


S(p 


301); 1 


(p. tó4); inoltre 


pnblicù 


1 sot.. 201, d 


080.^0 Ang 


olle 


1, aai 


Oddio 


e obigi 


no, emendato co 


barbar 


no Ip. B15I, 



d' amore del Cavalcanti. 

(t) Vi sono pablicati sei sonetti politi 
dall' ediiione del Navone e collaiionati an 

sao (p. 47). aee, see (p. 48); ari, m (p. 49). 

poetro oodice e pnblicati diplomaticamen 




io <^be r 


eeiBtriam 


V opera aua in questo elenco: 


rìanti, 




rrou 




un parte al poblico 


1 metoc 




Iftir 


editore 




Nella . 


Genlalog 


^de. 


manose 


iUi . (pp. 34-IS5), obB 






n«ia d 


1 metodo segnlto >, 


e barbe 


ino a p 


opoa 


del 


eeto dBUa canzone 



di Kioolù de' 



;i dì Immanuele cantenntl noi 



XVIII 

Grande, come si vede da questo elenco, fu il 
lavorio de' moderni filologi intomo al nostro codice; 
massimamente dopo che il Del Prete e il Navone lo 
additarono e lo fecero meglio conoscere, e dopo che 
il Monaci ebbe proclamata la sua grande importanza 
nello studio delle antiche rime. E noto a tutti come 
il valente professore dell' Università romana unica- 
mente su una tenzone in tre sonetti, conservataci solo 
da questo manoscritto, abbia fondata la sua teorica 
che spostava dal mezzogiorno della penisola nel centro, 
da Palermo a Bologna, il sorgere dell' antica nostra 
lirica d' arte ; la quale teorica più per la grande 
autorità del Monaci che per altro ebbe da principio 
la forza di lasciare incerti e titubanti gli studiosi. 
Ma, ritornando al nostro testo, con tanto lavoro e 
studio di editori, rimasero tuttavia dubbie e insolute 
alcune questioni, che qualora si possano accertare, 
sono di somma importanza nello stabilire il giusto 
valore di un' antica raccolta di rime : cioè, da chi 
fosse compilato e scritto il codice e in qual tempo. 
Non si tenne distinta sin da principio la persona che 
raccolse e riunì le diverse rime, il compilatore, da 
quelle degli amanuensi, e questa confusione, insieme 
con altri errori e malintesi, generò discordanti e op- 
poste sentenze. Il Del Prete (VI, 46), il primo che si 
diede all' esame del codice, asseriva che era « stato 
» scritto da un Nicolò del Rosso da Treviso, dottore 
» di leggi, che essendo pur esso poeta, ma poeta da 
» un bajocco, v' inseri alcune sue canzoni e numerosi 
» sonetti di nessun valore poetico » ^^\ Ma il Monaci 



(*) Occorre qui manifestare un dubbio : vide il Del Prete il codice 
barberino? parrebbe di no, perché in una lettera premessa alla sua edi- 
zione egli ringrazia il conte Carlo Baudi di Vesme, che gli cedette 
< cortesemente le copie di quei componimenti del Faytinelli, che di sua 
» mano aveva accuratamente cavate in Homa dai mfinoscritti dello. Bf^r-* 




subito dopo opponeva che « sebbene per manco di 
» prove non si possa col aig. Del Prete affermare 
» eh' esso fu opera di quel Nicolò del Bosso Trevi- 
» giano cui 1' attribuisce, tuttavia non è da dubitare 
» in genere che un veneto non sia stato 1' autore di 
» quella trascrizione » '''. Più tardi il Navone (X, 
p. xii), nella sua minuta ma poco esatta descrizione 
del codice, cominciò a distinguere non, come aveva 
fatto il Del Prete, una sola, ma più mani: una, del 
secolo Xm, avrebbe scritto le prime ventisei pagine 
latine avanti la raccolta poetica ; 1' altra, posteriore 
di un secolo, tutte le poesie volgari da pagina venti- 
sette alla fine (''. Aggiungeva quindi (p. xin) ohe 
« l' avv. Leone Del Prete mostra di ritenere che tutto 
> il codice sia stato compilato da questo Ms, Nicolò 



» divarai i 
. dft me i 



alteri 



che il Del Preti 



XVIII [1835), parte I, p. 1 
, per quel che ritarda la ani 
luìoni del Bandi di Yesme. 



nelle 



1 Del PrBt.e. gli i 



valse 



peri 



testimoniare della letteraria disinniltnra, per non dir altro, del signor 
Gernniii, Infatti, avendo £1 Del Prete rconto il verso < Gtovannt papn 
D/gealma teconio > e prova dolio scarso valore poetico del De' Rossi, il 6. 
lù smentiva dicendo ; < ìin io che ho oooanltato il verao nell' originale 
• trovo invece che deve leBgerflii Otovan Papn Trigeaimo secondo > (cfc. Pro- 
pngnalore, XVII, parte II, p. ^8, n. 1). Ognnno pnó ora vedere q.nol verso 
(p. SOS) neUa sua vera leziona e pnò pera " 



a tale : 



a |HÌ cfr. E 



1'/ 



a del I 



w delle a 



•eAif 



il 



ili» p. 51S). 




(■) Cfr. la r. 


ioenaione deUa 


iella Biv. di fil. 


Tom., II, llB-9. 


O In realtà 




!hB Bcriaaero la 


raeeolta delle 



XX 

» [de' Rossi] ». Ma egli non credeva che « il solo 
» fatto di essere il ms. cominciato e chiuso con poesie 
» di queir autore basti a far ritenere che tutto sia 
» stato scritto da lui ; e il dialetto nel quale appaiono 
» egualmente travestite tutte le poesie che contiene, 
> mostra chiaramente che lo scrittore fu veneto, ma 
» non prova eh' ei fosse proprio Nicolò de' Rossi » (*) . 
Il Navone adopera dunque 1' una per 1' altra le due 
parole compilato e scritto^ e in altro equivoco pare 
cadesse poi il Monaci, il quale, sin dalla prima edi- 
zione (1884) dello scritto Da Bologna a Palermo, 
mentre da una parte vedeva giusto nella questione 
del compilatore e degli amanuensi, dall' altra ascri- 
veva questa giustezza di vedute anche al Del Prete, 
dicendo che egli a Nicolò de' Rossi « attribuiva la 
» compilazione ed in parte anche la scrittura di questa 
» specie d' antologia » ; e aumentava la confusione 
soggiungendo poco dopo « che il Del Prete aveva 
» avuto pienamente ragione, attribuendo a messer 
» Niccolò De Rossi il codice in discorso ». Tant' è 
vero che un anno dopo il Del Prete credeva di poter 
affermare che se già il Monaci « aveva mostrato di 
» non esser persuaso che il codice barberino fosse 
» scritto di propria mano da Nicolò del Rosso di 
» Treviso, come io aveva asserito, dopo migliore disa- 
» mina ha trovato modo di darmi pienamente ra- 
» gione » (*). Nello stesso tempo, in questa dibattuta 
questione, s' accostava al parere del Monaci, e in parte 
anche al vero, il Morpurgo, il quale giudicava « alcune 
» carte di mano di Niccolò de' Rossi, ma parecchie 



(>) Seguirono il Navone in questi giudizi il Casini (XI, p. viii) e il 
Làmma in Lapo Gianni, contributo alla storia letteraria del secolo XIII; nel 
Propugnatore^ XVIII (1885), parte I, p. 94. 

(■-») L. Del Prbtk, Osservazioni sopra uno scritto di Egisto Gerunzi, nel 
Propugnatore^ XVIII, parte I, p. 139. 



I altre trascritte da un suo copista » '''. E pare che 
giudizio accontentasse C, quantunque vi sia chi 
tornò ad insistere sull'antica opinione del Del Prete O. 
Noi speriamo di troncare definitivamente questa 
jontroversia descrivendo con ogni cura il codice. Il 
buale, finche appartenne alla libreria barberina, con 
aae diverse segnature fu noto agli studiosi: antìca- 
Biente ebbe il numero di catalogo 164S, e in tempi 
i recenti passò a far parte della classe XLV col 
1.° 47; entrato da poco nella biblioteca Vaticana, vi 
è noto sotto il n." 3963 del fondo barberino. E mem- 
branaceo e misura centimetri 24 di altezza per 17 di 
•'larghezza ; le membrane conservano verso la fine un 
lottile strato di calce, secondo l' uso che prevalse nel 
secolo XIV. Fu fatto rilegare in tutta pergamena nel 
(26 da Luigi Maria Eezzi ^'>, come attesta una nota 
fcritta sul lato interno del primo cartone I'' di mano 
■lello stesso Itezzi, che premise anche al codice diciotto 
jli cartacei non numerati, scrivendo a cominciare 
nal quarto di essi, su nove pagine, la « Tavola se- 
iottda I De' capiversi delle Bime italiane \ contenute in 
Mss. ». Rimangono bianchi oltre i primi tre 
Sogli, sui quali probabilmente il Rezzi si riserbava 
scrivere la tavola prima, quella cioè dei rimatori, 
diche gli ultimi dieci; e in fine del codice sono pure 



(') Rlv. crlt. d. 


'.lett. 


rt-, II (1S85), a. 










(•) Cfr. Cifoli. 




'rtLsamiii al n." XSVII del 




tre olBoco 


, p. tó. 


(•) IiIlKDBO Bl 




K, Varif-tà lelUrarie 




, Padova, 


Gallina, 


BW; p. 28. E pacf 




he il De BartUolam 


aei», il 


qnale, in ona 


pablioa. 


(Due ohe dovrem, 


' 'd*' 


tre più avanti, dice 


ohe Nit 


1. de- 
Bdrfc 


Rosai fu 
cho fa i 


. U copi- 


U . del Krventes 


Montanhagol, mom 


tre si V 


nvacB nn 


^^('1 II Belili Bri 


A 9ta 


to nominato bibllot 


eoario d 


alla 


barberina quattro 






ED 1821, cfr. Q. Coo 


som, nt 




L. X. S. 


1 Imola, 


GBleati, 187»! P- TZ. 












(•) Ivi anche i 






«: . N,' 






. N." M." 












idi catalogo, ce, 


coUn qnale peri i 


1 ma. 


. non fo mni noto a 


gli stnd 


io si. 







^B colia qnale pere iL ma. r 



I 

f 



r 



XXII 

altre due carte uguali e bianche anch' esse. Sul dorso 
è applicato un cartello, che reca impresse le parole 
« Poeti antichi », sopra il quale, in alto, è scritto a 
penna il numero della classe « XLV », e sotto, quello 
progressivo « 47 ». Il manoscritto si compone di 
14 fascicoli, tutti quaderni, meno il terzo e il quarto, 
che son duerni; cosi le pagine dovrebbero ascendere 
a 208, ma una mano moderna non ne numerò che 
206, perché saltò due pagine comprese fra la 119 e 
la 120, cioè il verso della carta 61 e il recto della 
seguente, che noi indichiamo coi numeri 119 iis e 
119 ter. Vi è anche traccia di un' antica numerazione 
a carte, coeva al testo, la quale però, non va oltre 
alla carta trentacinquesima ; le cifre di questa nume- 
razione sono in qualche carta scomparse per la refi- 
latura a cui il codice fu sottoposto in età da noi lon- 
tana, ma alcune invece che son rimaste, furono rico- 
perte da quelle della numerazione moderna, tuttavia 
ancora leggibili (*^; altre, e son le più, rimangono 
intatte e liberamente visibili ^^K La prima carta è 
pure membranacea, non è numerata e non fa parte 
del codice, ma dovette essere aggiunta anticamente 
come guardia ; in essa, nell' alto del recto^ sono scritte 
su quattro righe parole di mano trecentesca, di nes- 
suna importanza; segue una ruota per trovare la 
pasqua, sormontata da una croce greca. Questa ruota, 
o cerchio che dir si voglia, è diviso in ventiquattro 
settori, in ciascuno dei quali è scritto il nome di un 
mese e 1' anno : i mesi sono quelli di marzo o aprile, 
ne' quali solamente la pasqua può cadere, e gli anni 
dal 1336 arrivano sino al 1358; il centro è occupato 



{}) Sono i numeri che segnano le carte 13, 14, 15, 20, 30. 

(«) E cioè i nn. : 2, 3, 6, 7, 9, 10, 11, 16, 17, 18, 19, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 
31, 32, 83, 34, 35; dopo quest'ultima carta non vi è più traccia di questa 
numerazione antica, si che si deve credere ch'essa qui si fermasse. 



XXIIl 

■ da un piccolo cerchietto in cui, di mano del se- 
colo XIV, è scritto : « questa e la ruota da trottarsi 
' la pasqua di risuresione ». Sotto questa ruota, in basso, 
sono sei righe di scrittura abrase, ma, per quel che 
si può ancora vedere, della stessa mano delle quattro 
I superiori. Nel verso e un altro circolo concentrico con 
I quello del recto, e dello stesso raggio ; è del pari di- 
) in ventiquattro settori, ne' quali sono inscritti gli 
si anni dal 1335 al 1358, con la differenza che 
qui si succedono nel loro ordine naturale, mentre di 
là sono frammisti e disordinati; ancora, in questa 
ruota, manca in mezzo il cerchietto e non vi è quindi 
alcuna leggenda. 

Venendo ora alla descrizione interna del mano- 
scritto, diremo anzi tutto che esso si presenta a 
prima vista diviso, e per la materia e per la scrittura, 
in due parti distinte : la prima contiene unicamente 
canzoni ''' e si chiude con la pagina 126, nella quale 
ipresentazione allegorica, secondo la nota in- 
venzione di Trancesco da Barberino, del Trionfo 
la seconda si apre alla pag. 127, e, 



[■) Fa eaixzioue il aon. 
lìvl da mcoli de' Rossi; s 

(■) ColBsta rappreaentaz 
guata a. pensa. Vi si osBert 
codice Vat. barb. lat. lOTQ 

Bfl')- In questo il cavaU 

Utra; cosi pnre è icTerti 

Test', negli atteggi amenti e 
nair autografo tatti anllo a 
piani nal nostro disegno, ft 



■; di Folgor 



S. 6en 



art. XIiVI-lHl, autografo ■ 
B, fronte rivolta a destra, 
poBizione di Amore. Inolti 



anti si notano anolie nslle 
e dei personaggi; essi sono 



le 


appresenta^ioni pe 


6 è la 


r.opp 


KQ 


i. in più un conto 


modi 


ogli 




ceppo posto in me 


BO del 


lato 


ramiflea aneLe fra i p 


ersonuggl. 










al 


a p. 125, nel nostro 


codice 


sta 



XXIV 

giungendo sino alla fine, non si compone altro che 
di sonetti: comincia con quello attribuito a Gugliel- 
motto d' Otranto e termina con la serie di Nicolò 
de' Rossi. In questa fondamentale distribuzione delle 
poesie secondo la forma metrica il nostro codice as- 
somiglia in tutto a quelli più antichi che sono noti 
agli studiosi di antiche rime volgari, il Vaticano 3793, 
il Laurenziano rediano 9, e il Palatino 418, che alle 
due sezioni comuni agli altri testi ne frappone una 
terza, quella delle ballate ^^\ Nella prima parte, cioè 
delle canzoni, due sono le mani che si alternano, 
quella di Nicolò de' Rossi e 1' altra di un suo ama- 
nuense; la sezione invece dei sonetti, fu scritta uni- 
camente da un secondo amanuense, con frequenti cor- 
rezioni del de' Rossi. Ma dovendo essere minuti e co- 
scienziosi nelle nostre osservazioni, per poi trarre 
quelle conseguenze che per noi meglio si potrà, no- 
teremo, cominciando dalla prima sezione, che essa si 
inizia al recto della prima carta con una storia tro- 
iana in latino, scritta su due colonne per ogni fac- 
ciata, in un bel gotico minuscolo calligrafico; essa 
occupa tutto il primo quaderno e parte del secondo, 
arrivando sino a metà della seconda colonna alla 



r antografo, racchiusi in tanti rettangoli contigui, meno queUi detti da 
Amore, che sono in alto al suo lato destro in un cartello bianco. — Ac- 
cennò anche a queste differenze fra il disegno del nostro codice e la mi- 
niatura dell* autografo A. Zbnatti in Trionfo d'Amore ed altre allegorie di 
Francesco da Barberino nella Rivista d'Italia IV (1901), ii, p. 641. 

{}) Còtesta divisione è comune ai manoscritti della fine del dugento 
e di quasi tutto il trecento; dopo, nel secolo XV specialmente, prevalse 
il sistema di raggruppare le rime per autori, e un beli' esempio di questa 
maniera ci è dato dalla raccolta aragonese ; il passaggio dall' una divi- 
sione all' altra potrebbe essere rappresentato dal cod. Ghig. L. Vili. 806 
e dal suo gemello perduto, il còdice del Bembo: essi, mentre derivano 
certamente da uno o più testi che avevano le rime distinte secondo la 
loro forma metrica, tendono invece a disporle per autori, non riuscendo 
però a raggiungere pienamente la nuova maniera, tanto che troppo spesso 
la vecchia vi traspare. 



•t.'.V- 






pagina 24 '''. Nella pagina 25 e in parte della 26 la 
stessa mano, che è quella del primo amanuense, scrisse, 
sempre su due colonne, la lettera in antico francese 
di Isotta a Tristano e la canzone adespota, ma attri- 
buita al trovatore Montanhagol dal codice provenzale 
A e da altri manoscritti '"'. Quindi cominciano le 
canzoni italiane, scritte tutte di seguito a mo' di prosa ; 
e la prima è quella di Nicolò de' Eossi « Color di 
perla » a pagina 27, scritta dallo stesso Nicolò in- 
sieme con il lungo commento latino e la canzone di 
Bindo Bonichi fino a tutta la pagina 36; riprende 
dopo il primo amanuense fino a pag. 45, mentre le 
pp. 46-48 furono riempite da Nicolò de' Rossi ; tutte 
le diciotto canzoni dantesche, da pag. 49 a un terzo 
della 74, furono esemplate dall' amanuense, e il ri- 
manente della 74 sino alla 80 dal de' Rossi, I qua- 
derni settimo, ottavo e nono, da pag. 81 a 126, sono 
tutti dell' amanuense, che vi copiò la lettera del 
pseudo Aristotile ad Alessandro insieme con il Secre- 
tum secretorum <'', la canzone d' amore del Caval- 



a Medea de eo i/uod habehal 



<>) Incomincia : < Paatqaam JaioH docim 
> facere | ad eundum ad toniandum lanam a, 

• ei^eceruBt mognam ctuitaiem et populoaam uatde\ et rexerunt et guberiiO' 
» u«nin( longa lempare potlea feliciier lotum regnum. lAiudetUT Virgo Maria. 

• Oman ». Snllii leggondn troiana in Italia e auUe diversa tradiiioni 
manoBcritte si veda: E. Qobha, Teatl inediti di Storia Trojana; Tarino, 
Triverio, Itti?, 

(') Si vada l'appendice, la canaono o servantaaedi Montanbagol non 
i registrata dal BAarsca ne' saoi OruTidri»». ecì Ò par questo forse che la 
IFedaEione dal nostro testi, rimase ignota al Coulit noli' adizione critica 
che delle rime di quel trovatore apprestò (Tolosa, Friyat, 1S3S). Noi ci 

reoente adÌEÌone del prof. Y. De BiaTHOLouAEis, Une noupelle rednctioii 
d'mne poétte dt BulBiern Montanhagol; negli Annate) du midi di Tolosa, 
XVII (ItWS), n.° 8B; pp. Tl-TB, La canzone poi era registrata nel Ctaìogue 

lettera dì Isotta. 



ffl Come 


6 no 


a la 


et 


era fa pa 


.■ prima 


mata 


del 




lo XII d 


raa a Ter 


esa r 


gin 


d 


Spagna, 



XXVI 

canti, cui segue V esposizione attribuita volgarmente 
al maestro Egidio Colonna, terminando con l' altra 
di messer Francesco da Barberino e con la trascri- 
zione dei versi posti in bocca a ciascuno dei perso- 
naggi nel Trionfo d' Amore rappresentati, il disegno 
del quale è, come si disse, alla pag. 126, e chiude, 
insieme col nono quaderno, anche questa prima se- 
zione del codice. La seconda sezione si sa che è tutta 
scritta da un altro amanuense con molte correzioni 
fatte da Nicolò de' Rossi. I versi dei sonetti vi sono 
disposti in un modo abbastanza frequente negli anti- 
chi codici, cioè le quartine su quattro righe, due versi 
per ciascuna, e le terzine pure su quattro, avendo 
ognuna di esse i primi due versi su una riga e il 
terzo sotto; se non che, mentre altrove ogni coppia 
di versi disposti sopra una stessa riga è divisa da 
una semplice lineetta trasversale, qui la divisione è 
più distinta, perché è la pagina stessa che è separata 
in due colonne (*). Si notano in questa seconda parte 
frequenti traccie di rasure, le quali, appunto per la 
loro troppo frequenza, sembrano più spesso da impu- 
tare alla qualità della pergamena, che all' opera del 



Secretum si può vedere : Fokbstkr, De Ariatotèlia Secretis Secretorum com- 
mentatio ; Kiel, 1888 ; Stkinschnkideb, Die arabischen Ueberèetzungen au8 dem 
griechischen^ §64 {Centralblatt fUr Bibliotekweèen^ Beiheft XII, 1893); e dello 
stesso: Die hebrdìschen Ueberaetzungen des Mittelaltera ; Berlin, 1893; § 368. 
Ultimamente s' occupò di qnest' opuscolo pseudo aristotelico, pablican- 
done anche un testo in antico francese secondo il cod. Hamilton 46, 
N. ZiNGARBLL.!, Per la storia del « Secretum Secretorum », nella raccolta 
nuziale Percopo-Luciani, Napoli, Pierro, 19(0; pp. 185-204. Neil' elenco dei 
mss. contenenti redazioni latine di questo scritto, dato da G. Cboioni, 
Il Secretum Secretorum attribuito ad Aristotile e le sue redazioni volgairì, in 
Propugnatore^ N . S, li (1889), parte II, pp. 72-102, non compare il codice 
barberino, la redazione del quale fu anche sconosciuta al moderno editore 
del Secretum, W. Toischbr, Aristotelis Heìmlichkeit, nei lahresberichte d. k. k. 
Staats-Obergymnasiums in Viener Neustadt, 18S2. 

(^) Questa distribuzione dei versi trasse in errore il Valeriani (si cfr. 
p. XIII, n. 8) e anche qualche moderno editore (si cfr. E. Lamma, Le rime 
di Matteo Correggiari ; Bologna, Bromagnoli, 1891 ; p. 84. 



XXVII 

copista ('', e inoltro sulla fine le membrane furono 
gravemente danneggiate dai tarli. 

Come abbiamo già notato, noi non facciamo 
menzione di una mano che secondo il Navone sarebbe 
del sycolo XIII ; gli è che noi identifichiamo questa 
clie scrisse le prime ventisei pagine, e che chiame- 
remo per comodità di confronto A, con quella del 
primo amanuense, A,, che scrisse molte canzoni, la 
prosa latina e l' esposizione del maestro Egidio. In- 
fatti nessun carattere è in A di scrittura dugentistica, 
e se a prima vista si può credere che le due mani 
siano differenti, !' uguaglianza però di certe lettere 
colpisce subito chi si pone alla lettura del codice. Le 
cagioni dell' apparente diversità stanno in questo che 
A, distendendo il testo su due colonne, ci volle dare 
un gotico minuscolo calligrafico, librario ; mentre A , 
scrisse più correttamente e scioltamente, in una forma 
che si avvicina alla scrittura corsiva. Di qui la dif- 
ferenza: che mentre A contiene la lettera in giusta 
misura, con aste nette e recise, senza espansioni su- 
perflue, A , invece si lascia andare a svolazzi e rabe- 
schi che arricchiscono le lettere alla loro estremità, 
specialmente quelle a forma lunga (s, f, d, A, l, p, 
ecc.), l' asta delle quali, che sorpassa i limiti della 
riga, finisce recisamente in A. Uno degli argomenti, 
estrinseco questo alla scrittura, ma non meno impor- 
tante per la identificazione delle due mani, è che le 
parti scritte da A e da A , anno sempre le iniziali 
dei capoversi miniate, il che non avviene nelle parti 
scritte da Nicolò de' Bossi e dal secondo amanuense, 
ohe anno sempre questa prima lettera solamente maiu- 



xxvni 

scola, nera, con un semplice tratto trasversale di 
rosso (*); le miniature poi sono, tanto in A quanto 
in A,, non solo uguali per i colori, ma anche nel 
disegno ; inoltre il medesimo ordine è tenuto nelle due 
parti circa il succedersi dei colori, che il verde e 
V azzurro si avvicendano e si alternano regolarmente 
nella successione delle miniature e dei segni di pa- 
ragrafo (^), i quali ultimi sono invece sempre e sola- 
mente rossi quando scrissero messer Nicolò o il se- 
condo amanuense. Chi confrontasse poi il carattere di 
A con quello del testo della canzone d' amore del 
Cavalcanti, vedrebbe che anche quest' ultimo, il quale 
però è molto più grande del primo, essendo pur esso 
calligrafico, à le aste delle lettere ben definite, senza 
rabeschi e svolazzi; ma un oppositore poco arrende- 
vole potrebbe dubitare che il testo della canzone 
fosse scritto da un calligrafo e non dal solito ama- 
nuense che vergò il commento alla canzone stessa. 
E allora, a persuadere anche i più ostinati, osser- 
viamo la scrittura di questo commento : essa è indub- 
biamente, nessuno lo può negare, del primo ama- 
nuense ; se non che, quando siamo al cominciare della 
pagina 111, questo amanuense, o fosse distrazione o 
capriccio, smise il gotico corsivo e si diede a scri- 
vere, per tutta questa e 1' altra pagina, calligrafica- 
mente, seguitando poi nella scrittura solita: ma in- 
tanto in quelle due pagine noi ci troviamo di fronte 
lo stesso gotico, uguale identico, che vedemmo nelle 
prime ventisei pagine. che il copista del secolo 
XIII può essere risorto a scrivere nel XIV? 



(1) Inoltre, quando scrisse 1' amanuense, alla iniziale miniata segue 
sempre la seconda lettera maiuscola ; noi abbiamo riprodotto questo 
distintivo nella stampa, sostituendo alla miniatura una lettera molto più 
grande del testo, in modo ohe il lettore può subito sapere se una poesia 
fu trascritta dall' amanuense o da Nic. de' Bossi. 



XXIX 

Esaminato iu tal modo in ogni sua parte il codice 
6 accertato il fatto che esao fu scritto da tre mani 
diverse, ne rimane a stabilire il tempo della trascri- 
zione. Ora è evidente che, avendo detto essere una 
delle mani di Nicolò de' Rossi, la questione dell' età 
del manoscritto si ricongiunge a quelle sulla vita 
dello stesso de' Eosai e sulla parte che egli ebbe nella 
formazione del codice, perchè sarebbe facile anche 
supporre, come fece del resto anche il Navone, che 
una delie altre due mani fosse, se non di un secolo, 
di alquanti anni più antica che quella dei rimatore 
trivigiano. Ma innanzi tutto: è vero, come abbiamo 
senza discussione ammesso fin ora, che una delle mani 
è di Nicolò de' Rossi ? Un forte argomento in favore, 
ma per se stesso insufficiente, potrebbe esser questo 
che quantunque volte prese a scrivere la mano, di 
cui teniamo discorso, incominciò sempre con canzoni 
del de' Rossi (cfr. pp. 27, 46 e 76 del codice). Ma a 
noi pare ohe ogni dubbio debba dileguarsi in propo- 
sito, leggendo la fine dei commento latino alla canzone 
« Color di perla » di Nicolò: « Explicit comentum 
» factum per me nicolaum de Rubeo legum doctorem | 
» aecundum jntellectum quem Jiahui \ quando predi- 
» ctam cantionem rittìmis conpilaui ». Un copista, 
che esemplasse anche per conto di Nicolò, avrebbe 
lasciato da principio il « per me » e avrebbe cam- 
biato nelle terze le prime persone dei verbi. Però, 
1' opera del de' Rossi si limita solamente alla trascri- 
zione di alcune carte, o ebbe egli, il rimatore trivi- 
giano, una parte ben più importante nella formazione 
del codice? Dicemmo già che nella seconda sezione 
del manoscritto il de' Rossi corresse i frequenti errori 
lasciati dall' amanuense ; aggiungiamo ora che corre- 
zioni fatte dallo atesso compaiono anche in quelle 
pagine della prima sezione che furono esemplate 



^H pagine delia | 



XXX 

dall' altro copista ^*). Queste correzioiii, per se stesse, 
basterebbero a mostrare la parte grande avuta nel 
codice da Nicolò, o almeno a stabilire che presso 
di lui esso rimase non appena fu compiuto di scri- 
vere e a lui appartenne. Ma vi a di più. Un fatto 
degno di attenzione è questo, che, se noi guardiamo 
il posto che occupano le rime da messer Nicolò 
esemplate, appare subito aver egli sempre scritto per 
riempire i fascicoli del codice lasciati incompiuti dal 
primo amanuense. In fatti costui, fermandosi con la 
canzone di Montanhagol alla p. 26, lasciava vuote 
cinque pagine del quaderno secondo : e quivi cominciò 
a scrivere il de' Rossi; cosi pure nel quarto fascicolo 
(duerno) le ultime tre pagine, rimaste bianche, furono 
riempite dallo stesso Nicolò, che nel sesto quaderno 
prese a scrivere a un terzo della p. 74, là dove 
l' amanuense aveva terminato con l' ultima canzone 
di Dante, e continuò per le rimanenti sei pagine del 
quaderno ^*\ Tenendo ancora presente la distribuzione 
del manoscritto in fascicoli, noi vediamo che mentre 
il quinto e il settimo sono, fin dall' inizio della prima 
pagina, scritti per intero dall' amanuense, il richiamo 



(») Cfr. p. 69. 

(>) Tutto ciò risalterà meglio dallo specchietto seguente, nel quale è 
registrato il vario succedersi delle mani per tutto il codice : 



fase. 


. I. 


pp. 


1-16 


> 


II. 


> 


17-32 


> 


III. 


> 


88-40 


» 


IV. 


> 


41-48 


» 


V. 


> 


49-64 


> 


VI. 


> 


65-80 


> 


VII-IX 


> 


81-12( 


» 


x-xiy 


> 


l27-2( 



-« «- ' 1'° aman. 

17-26 

^'^l ì Nic. de' R. 

83-36 ^ 

37-40 ) , „ 

., _ 1.® aman. 

41-45 ) 

46-48 Nic. de' R. 

i 1.° aman. 
65-74 Va ' »"i ". 

74V8-80 Nic. de' R. 

1.° aman. 

127-206 2.0 amsvn. 



invece in fondo all' ultima pagina dei fascicoli pre- 
cedenti, quarto e sesto, è di mano di Nicolò de' Rossi ; 
in fondo poi alla p. 126, con la quale insieme con 
la prima sezione del codice termina anche il nono 
quaderno, tutto scritto, come i due che precedono, dal 
primo amanuense, vi è pure il richiamo fatto anche 
questa volta da Nicolò, mentre la pagina seguente, e 
tutto il resto sino alla fine, sono scritti dall' amanuense 
secondo '''. Tutto questo che abbiamo osservato, come 
persuade che contemporanea nelle varie sue parti fu 
la trascrizione del codice, cosi ne mostra esser stato 
il de' Eossi colui che diresse la compilazione di questa 
raccolta poetica, messa insieme per tutto suo conto e 
uso. E allora possiamo vedere in qual tempo raccolse, 
trascrisse in parte e fece trascrivere le rime in questo 
suo codice il de' Rossi, la gioventù del quale crebbe 
certamente nel principio del secolo XIV, mentre gli 
ultimi anni dovettero trascorrere verso la metà di 
quel secolo stesso. 

Tutti coloro, che prima di noi ebbero a vedere 
il codice, giudicarono con maggiore o minore deter- 
minatezza sul tempo in cui sarebbe stato trascritto *''. 
Già r Allacci (II, 69) lo diceva esemplato « nel- 
» r istesso tempo delli rimatori, o poco dopo » ; ma il 
Mussafia (IX, 65). l' Arnone (XII, xxsiv), l' Ercole 
(Xin, 173) e il Cipolla e il Pellegrini (XXVII, i6) 



(-) Cfr. 


aUfl pp. Sfi, : 


o.l;83,n. 


,. 


130, n. 












O Non 


teniamo qui 




N, 


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(XI, ™.), ■ 


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1 BBCOIO XIV, 


cioè alla B 


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!tà del s 


ecoio 


XVI . 1 ( 


Gfc. 



XXXII 

si limitavano a dichiararlo del secolo XIV, mentrQ 
il Pieralisi (V, 6), che asseriva essere egli « scritto 
innanzi alla metà del secolo XIV », veniva di nuovo 
restringendo i confini al tempo della trascrizione, 
confini che furono ancora più definiti dal Bandi (VII, 
23), che li fissava « a un di presso nel terzo decennio 
» del secolo XIV ». Il Del Prete poi (VI, 46), sti- 
mando anch' egli il codice molto antico, « mostrando 
di essere stato scritto mentre « il Faytinelli era tut- 
» tavia vivente, cioè fra la morte di Dante e quella 
» di Giovanni XXII » mentre per una parte asse- 
gnava due limiti fissi entro i quali la trascrizione 
sarebbe avvenuta, aggiungeva anche le ragioni, non 
semplicemente paleografiche, del suo giudizio. Le quali 
ragioni però, quantunque di grande importanza e per 
una parte vere, se sono desunte dal tempo in cui 
furono composti i sonetti politici di Nicolò de' Eossi, 
il pontificato del ventiduesimo Giovanni, non possono 
di per sé sole bastare a stabilire il termine ad quem, 
perchè quei sonetti potrebbero essere stati nel codice 
ricopiati anche dopo la morte di quel papa. Noi in- 
vece abbiamo fede, se mal non ci apponiamo, di fissare 
con precisione e sicurezza, se non 1' anno, almeno il 
decennio entro cui il codice fu scritto. Il periodo del- 
l' attività poetica di Nicolò de' Rossi, come si sa e 
come fu giustamente stabilito dal Navone (XVII, v- 
xiii), coincide col pontificato di Giovanni XXII 
(1316-1334) ; ma per trovarsi negli ultimi sonetti 
(nn. 268, 269, 271) accenni a politici avvenimenti 
svoltisi in Treviso negli anni 1324 e '25, si può con- 
chiudere con tutta certezza che la scrittura del nostro 
codice non può essere anteriore a quest'ultimo anno: 
ecco dunque fissato il termine a quo. Abbiamo poi 
notato come una mano antica numerasse il codice fino 
f(,Ua carta 35 ; ora se si confrontano le cifre di (questa 



mano con quelle che sono scritte nella prima carta, 
recto e verno, entro la ruota del computo pasquale, 
esse si palesano, non solo per il colore dell' inchiostro, 
ma per tutte le più minute particolarità di forma 
che sogliono distinguere una scrittura dall'altra, uguali 
e identiche fra loro, tanto da escludere qualunque 
dubbio che chi numerò le pagine del codice non sia 
stato quello stesso che nella carta di guardia disegnò 
la ruota della pasqua. La quale ruota, come quella 
che comprende gli anni dal 1336 al 1368, non può 
essere certamente stata scritta che nel detto anno 1336 
o poco prima, perché sarebbe difiScile supporre che 
si fosse voluto offrire nella tavola il modo di trovare 
il giorno pasquale di anni già trascorsi; e se il codice 
fu cominciato a numerare in quel tempo, vuol dir 
che esso era allora già compiuto. Adunque a noi 
pare di aver con tutta certezza potuto circoscrivere 
la data del nostro manoscritto tra il 1326 e il 1336; 
L^fatto questo importantissimo, trattandosi di un codice 
Tdi rime volgari, e data l' incertezza che regna sulla 
L della maggior parte delle antiche nostre raccolte 
«tiohe. 

E ora, ricercata la storia del nostro codice fin 

lai punto che agli studiosi fu noto, datane la descri- 

[lóone e trovato il primo proprietario, che insieme fu 

M' autore e in parte anche il trascrittore di questa 

singolare raccolta, stabilita da ultimo 1' età a cui la 

compilazione risale, potrebbe giudicarsi finito il nostro 

compito, se a noi non paresse di dover aggiungere 

L*lcune osservazioni intorno al valore che il testo può 

Laverò negli studi sulle antiche rime volgari, special- 

l.inente perché siamo venuti a mano a mano disco- 

f standoci dall' opinione che oggi presso tutti gli studiosi 

i prevale. Dicemmo già che primo il Monaci fu tratto 

Lft proclamare la grande importanza e autorità del 



XXXIV 

codice, come quello che conteneva la famosa tenzone 
dei tre rimatori siciliani, cioè il principal fondamento 
alla nota e nuova teorica sull' origine della nostra 
lirica aulica; dopo il Monaci non vi è stato alcuno 
che, avendo avuto, poco o molto, il codice fra mano, 
non abbia a quell' autorevole giudizio sottoscritto ; 
onde esitanti ci avventuriamo in quest' ultima parte 
della prefazione, fiduciosi però che le osservazioni che 
saremo per esporre, derivando da una più lunga e 
pensata ricerca sulla genesi di questa antica raccolta 
poetica, abbiano ad essere ritenute giuste, e l' opinione 
nostra per la massima parte accettata. 

Tutti gli argomenti più importanti a giudicare 
del valore di questo manoscritto il Monaci li derivava 
dalla persona stessa del compilatore, « perocché il 
» De Rossi non fu uno dei soliti copisti di mestiere, 
» ma fu uomo assai colto, il quale, vissuto dalla fine 
» del secolo XIII insino alla metà circa del secolo XIV, 
» aveva anch' egli composto rime non delle infime ; 
» e, sia per il luogo dove passò alcuni anni agli 
» studi, cioè in Bologna ; sia per le persone che ebbero 
» relazione letteraria con lui, fra le quali va special- 
» mente ricordato Cino da Pistoia, egli dava a questa 
» sua raccolta tale un' autorità quale non si potè 
» finora riconoscere in nessun altro canzoniere cotanto 
» antico ». E non solo dall' insieme di questi fatti 
traeva origine la molta importanza del manoscritto, 
ma anche la grande « dovizia di unici, onde questo 
» codice potrebbe essere assomigliato al Vat. 3793, 
» [la quale dovizia] si spiega abbastanza per le con- 
» dizioni singolarmente favorevoli in cui dovette 
» essersi trovato il raccoglitore, all' Università di 
» Bologna nella seconda decade del secolo XIV, in 
» mezzo a maestri e a numerosi compagni cultori 
» come lui dell' arte di rimare, e in una scuola ov^ 



xsxv 

» da oltre un secolo Io studio delle belle lettere vigo- 
» reggiava non meno della giurisprudenza » (''. 

Non si può negare che il de' Eossi non sia stata 
persona colta, perché a tale affermazione basterebbero 
gli studi da esso compiti, che gli procacciarono il 
dottorato in legge e l' insegnamento nella università 
trevisana ("> : inoltre, 1' essersi egli cimentato a com- 
porre una canzone filosofica a simiglianza della famo- 
sissima del Cavalcanti sulla natura d' amore, 1' avervi 
di per sé aggiunto un abbastanza vasto commento 
latino, cosi come per quella da altri era stato fatto, 
ci danno prova che il dottore trivigiano non solo nelle 
giuridiche discipline era versato, ma aveva anche 
rivolto lo studio suo ad abbracciare quella che fu la 
più alta parte del sapere e della dottrina del tempo, 
cioè tutto l' insieme di cognizioni speculative che 
nella filosofia scolastica trovarono ordine e sistema. 
Ma per ciò appunto, per il carattere tutto medioevaie 
e latino di questa coltura, noi dubitiamo molto che 
la persona del de' Eossi abbia per questo lato alcuna 
importanza uello stabilire 1' autorità di una raccolta 
di rime volgari da lui fatta. Invece argomento di 
molto maggior valore starebbe nell' aver anche il 
de' Eossi composto in volgare sonetti e canzoni, per- 
ché la perizia che da ciò si deve supporre egli avesse 
nell' arte del rimare ne può offrire serio affidamento 
sulla intrinseca bontà de' testi che nella sua antologia 
volle inseriti. Ma se vari sono i giudizi che intorno 
al de' Rossi ai dettero come poeta, tutti però, qual 
più qual meno, sono concordi nel riconoscere lo scarso 



(■) Musici, Da Boi. a Pai. pìt. 

(■) Ci sembra inntile recare ì 
del da' Rossi, che, oennn. su,, si ritroTBoo n 
{XVTI, v-vt) e del Marcliosiin (XX, 125-29). 



XXXVI 

valore delle sue rime (*\ Infatti il canzoniere del tri- 
vigiano come può molto interessare chi studia la 
storia dell' antica nostra poesia, cosi altrettanto è privo 
di ogni qualunque pregio d' arte, e dovrebbe essere 
quasi interamente trascurato, se volessimo giudicare 
con soli criteri d' estetica. Una diflferènza grande però 
fra il trivigiano e gli altri rimatori suoi contempo- 
ranei, e in generale tutti gli antichi, deriva dal fatto 
che non monotona è la sua poesia, poiché non ama- 
toria essa fu unicamente ; ma vario è il suo canzo- 
niere, come potrebbe esser quello di un poeta più 
recente, e come varie sono le rime che egli nel suo 
codice raccolse. Poiché questo codice, queste rime per 
diverse vie, lo vedremo in seguito, raccolte, sono 
la fonte da cui tutta deriva la poesia del de' Rossi; 
e se di essa noi vorremo fare la conoscenza, sarà 
sufl&cente leggere queste duecento rime di diversi 
autori, perché in esse solamente ritroveremo tutti gli 
elementi formali e sostanziali della lirica di Nicolò. 
Già il Biadene à osservato che per la canzone Color 
di perla^ canzone « scolasticamente filosofica suU' a- 
» more, seguita nel codice da un lungo e minuzioso 
» commento in latino, vien fatto subito di ripensare 
» alla celebre del Cavalcanti « Donna mi prega », 
» anch'essa, come si sa, di filosofia amorosa, e anch'essa 
» commentata in latino, poco dopo il suo apparire, 
» da Egidio Colonna e da Dino del Garbo. E la pro- 
» babilità che il De Eossi la abbia tenuta presente 
» nel comporre la propria, si sia anzi proposto di 
» imitarla, diventerà certezza quando si osservi, che 
» le due canzoni non solo sono di uguale estensione 
« (che vorrebbe dir poco), ma nella configurazione 



(1) Cfr. Del Pbbtk (VI, 46); Monaci, nelle parole poco fa recate su 
nel testo, e Marchesa» (XX, 137), che si rimette al giudizio del Monaci* 



XXSVII 

» della strofa, tutta di endecasillabi e tetta risonante 
» di frequenti rime interne, presentano tale conformità 
» da potersi quasi dire identità » i''. E la certezza, 
cui il Biadane accenna, sarà assoluta quando si pelisi 
che la canzone del Cavalcanti e il lungo commento 
furono fatti trascrivere dal de' Rossi nel suo codice. 
Ancora : il Morpurgo aveva notato come l' accenno 
ohe a G-iovanni Botadeo fece in uno dei suoi sonetti 
(n." 245} il nostro rimatore, il quale si richiama a 
uno solo dei due caratteri ond' è composta la leggenda 
dell' Ebreo errante, cioè l' eternità, sia stato molto 
probabilmente suggerito da identica allusione di Cecco 
Angiolieri, in un sonetto che fu ben noto al nostro, 
perché in questa sua raccolta trascritto (n.° 201). E 
se ad alcuno poi per via di raffronti verrà voglia di 
illustrare nella sua origine e derivazione la poesia 
del de' Hossi, si vedrà che per la lirica amorosa, 
rappresentata da tre canzoni e né pur trenta sonetti, 
tutto si trova nelle rime massimamente di Dante, e 
anche del Cavalcanti e di Cino, che son nel codice 
esemplate ; tutto, cioè forma e sostanza : l' abitudine 
metrica dei componimenti ^"^ e la dottrina del dolce 



(') Vq 


ietà citt. 


(') Si noti, ad 


con una o 


ppia di 






iDoltre B tra 
si leBBOi mii 



li di Nicolò 
-si a. rima baciata, Bevanda li 
cai Sante acoenna nel De Valg. El.. II, xiii, la qna 
panKoni si osserva che sono nel nostra codice conti 
celebri canioal dantesche, qaelle della pietra, oÌ lichiBmaoo e 
del de' Bossi (□.! £1U e Hi); e nan solo per qael che io essi si 
BpecialmBntB par la t'oim» esteriore, cioè per 1' artificio daUe pi 
che Dante Introdnsee eoa noa deUe poesie di quel gruppo, la sestina Al 
poco giorno (n. 21), segniti poi nel distico finale di ogni etanEa dell'altea: 
Io ton veituio al punto della rota (n. ES), e fa ampliato e raddoppiato nella 
tersa: Amor, tu vedi ben che quitta dunna (n. 20), dalla quale Dante stesso 

nel odBBado dice die < la »ovll3, clie per sua forma luce non/u già mai 

/atta in alcun tempo i, e obe nel De Vulg. El. (loc. cìt.) chiamerai * nocNitt 
aliguid atfiae tnlenlatitm artia >. E si badi che Xicol6 non si contenta solo 
di copiar 1' artificio, ma prende a prestito anche le stesse parole-rima, le 
quali sono : donna, ohe s' iocontriv in tutte tre le poesie dì Dante ; Ince e 
freddo, neU' uUima cansone qQÌ nominata; marmo e eempre, nella seconda; 
reni;, nella neatiua; ieinpo, in ambedae te caneocì. 



XXXVIII 

• 

stil nuovo sul sentimento amoroso (*); le personifica- 
zioni dell' anima e dell' amore, del cuore e degli spi- 
riti; i rapporti clie fra essi intercedono e gli atteg- 
giamenti che assumono secondo la crudeltà o la lon- 
tananza, 1' umiltà o la presenza di madonna ; infine, 
mezzi versi ancora, o versi interi e principalmente 
dalle canzoni dantesche ^'). Se, continuando, gran parte 
nel canzoniere del de' Eossi à la poesia politica, ninno 
sarà che non riconosca essere di tal fatto buona 
cagione 1' esempio oflFerto dalle rime del Faytinelli e 
di Folgore e di Parlantine da Fiorenza (">. Sonvi poi 
alcuni sonetti (216-218, 224) ispirati dal sentimento 
cristiano, ne' quali il rimatore si pente de' suoi peccati, 
di quello della carne specialmente, e domanda grazia 
e perdono alla Vergine : a questi, che solitari parreb- 
bero nella poesia del dugento e del primo trecento, 



(1) Gfr. specialmente la stanza seconda della canz. 36. 

(>) Non è nostro compito questo studio comparativo sulla poesia del 
rimatore trivigiano, perché ci porterebbe troppo fuori del campo asse- 
gnatoci; ecco tuttavia alcuni raffronti: Nicolò (1, v. 1): Color di perla 
dolqe mia salute] Dante (15, v. 47): Color de perle à quase in forma. — 
Nicolò (12, V. 9): per l'accidente piano en parte e fero ; Cavalcanti (38, v. 2): 
d'un accidente eh' è sovente fero. — Nicolò (12, vv. 11-2): da quel signor che 
aparve nel clar viso \ quando mi prese per meo mirar fiso; Dante (15, vv. 65-6): 
vui li vedriti amor pinto nel viso \ per che non potè alcun mirarla flxo. — 
Nicolò (12, vv. 22-3) Unde quine [nel cuore] sentilla \ V aspra saetta che per- 
cosso m' ave ; Dante (18, vv. 74-5 e 82) : Ancor di gli ochi ond* escon le faville \ 

che m* incendon lo cor ; e davi per lo cor d'una sagletta. — Nicolò (34, 

vv. 65-8; e 12, v. 29): Cusi udendo lor turhayme molto \ e per troppo anxiare \ 

lo sangue perso e verso di la vena \ ch'atomo il cor balia; eo remagno 

bianco \ Dante (18, xv. vv. 44-7): Alor me surgon ne la mente strida \ e 'l 
sangue che per le vene è disperso \ fugendo con riverso | al cor che 'l clama ^ 
und' io rimagno bianco. 

{}) Sono d' argomento politico una ventina di sonetti del de' Rossi ; 
inoltre, malgrado lo spunto amoroso, anche la canzone La somma verfU 
d' amorj la quale è pure importante alla storia della fortuna di Dante, 
per le molte reminiscenze della Vita nuova e della Commedia; e interessa 
gli studi danteschi anche il son. Se* tu, Dante, oy anima beata, nel quale 
è sicura allusione (v. 4) al Paradiso, ma fu composto almeno tre anni 
dopo la morte del poeta, e cioè dopo i sonetti 254-6, che piangono la fine 
di Bambaldo di Collalto, conte di Treviso. 



XXXIX 

dettero eertamente origine due rime di questo codice, 
r una dell' Abate di Napoli (83), di Oaeato da Bologna 
r altra (87). Cosi pure indubbiamente a parecclii 
sonetti di Nicolò, che anno intonazione morale, pre- 
starono argomento molti altri, eh' egli conobbe e 
trascrisse. Da ultimo, se strano poteva sembrare che 
il de' Rossi, cui sin qui vedemmo imitatore di poesie 
auliche, si fosse piegato a trattare temi comuni all'an- 
tica poesia popolare realistica e burlesea, non farà 
certo più meraviglia ora, dopo d' esserci persuasi che 
la poesia di Nicolò nacque e crebbe, poco felicemente 
invero, quale la volle quel doppio centinaio di rime 
eh' egli conobbe e ci conservò. Ninna meraviglia in- 
somma eh' egli abbia due sonetti sul denaro (209, 264), 
perchè tal argomento vide largamente svolto nelle 
poesie dell' Angiolieri ; ninna ancora ch'egli tratti i 
temi della femina (233), della morte (242,2B0), del 
gioco (266) e altri ancora, che gli erano presentati 
da simili poesie del Faytinelli (42,187), di Giuntino 
Lanfredi (111) e di Cecco (195) ; ninna infine ohe 
introduca il dialogo nel sonetto (250), che fu si caro 
a questi rimatori popolareschi, de' quali fu anche 
messer Fino di messer Benincasa d' Arezzo (89) e, 
come s' è veduto, pure il Lanfredi (111). 

Riehiariiando dunque quel che siamo venuti dicendo 
intorno all' origine della poesia di Nicolò de' Eossi, a 
noi pare che anche la seconda prova sull' autorità del 
testo barberino sia nulla, perché presuppone nel trivi- 
giano una benché minima perizia del rimare, che egli 
non poteva ad ogni modo acquistare se non dopo 
d' essersi abbattuto nelle poesie di questa sua raccolta ; 
e ciò esclude eh' egli potesse esercitare una qualunque 
critica nella scelta e sul testo delle medesime. Nel 
fatto poi questa voluta autorità si chiarisce inesistente, 
perché alcune di queste rime, a parte i guasti della 



XL 

fonetica settentrionale, ci sono conservate in una le- 
zione tutt' altro che corretta. 

Sarebbe poi la volta di parlare della dimora che 
il de' Bossi fece a Bologna e delle amiciriQ che vi 
contrasse con rimatori contemporanei ; ma qua^ito alla 
prima vedremo fra breve che nulla o poco giovò al 
de' Bossi per la sua raccolta poetica, e quanto alle 
seconde si deve avvertire che quella di cui il Monaci 
fa parola, cioè l' amicizia con Cino da Pistoia, si fon- 
dava sopra 1' errata interpretazione di un documento ; 
ma, dimostrato che il pistoiese non potè insegnare 
insieme col trivigiano nella patria di quest' ultimo ^*\ 
non pare vi siano altre testimonianze di quell' ami- 
cizia ('). La quale anzi sarebbe dallo stesso nostro 
codice contraddetta, perché in esso ritroviamo ascritto 
a Cino un sonetto (161) che probabilmente è del 
Maestro Binucìno, e perché un altro con la stessa 
attribuzione (194) è invece dato a un Maestro Fran- 
cesco da Firenze dal cod. vat. 3793, il quale fu cer- 
tamente scritto quando il pistoiese non pensava in 
vero a far versi ^*\ E questa dunque la grande auto- 



(*) Cfr. T. Gasisi, Nuovi documenti su Cino da Piséoia^ nel Propugna^ 
tare I 0888), i, pp. 168-9; e Marohbsan (XX, 278-87>. 

(>) Veramente il Monaci parla solo di e relazione letteraria » con 
Gino da Pistoia, e non di amicizia ; questa invece fu asserita dal Casini, 
che dÌHse « Nicolò de' Bossi amico di G. d. P. e di altri poeti > (cfr. Biv. 
crit. d. lett. it.f I (1884), p. 80). Per la « relazione letteraria > il Monaci 
forse pensava alla didascalia che la canz. Là somma veritH d' amor à nel 
codice magliabechiano (cfr. p. viii n. 1), della quale il Biadene dice che 
< sarà da spiegare nel solito modo : che uno dei due rimatori abbia indi- 
> rizzato il proprio componimento all' altro, e in questo caso il de' Bossi 
» a Gino > {Varietà citt., p. 27). Ma, oltre che la teorica del Monaci sulle 
divergenze dei canzonieri non à valore assoluto, ma ipotetico, e non 
è bene inoltre portarla fuor del campo per il quale fu enunciata, cioè 
per le rime e i testi di rime degli autori che furon detti, da Dante in 
poi, siciliani, a noi sembra di aver già implicitamente spiegato come 
la didascalia del magliabechiano derivi soltanto dalla annotukzione che 
a quella rima pose il Mezzabarba nel suo manoscritto marciano. 

(■) Gfr. U. Nottola, Studi sul Canzoniere di C. d. P., Milano, Bam- 
perti, 18^ ; pp. 24 e 27. Per il primo sonetto si potrà credere che l' ugua- 
glianza delle due sillabe finali del nome dell' uno a quello dell' altro 
desse origine all' errore. 



rità del nostro codico in fatto di attribuzioni?''' Ciò 
non di meno, non si creda che il testo barberino offra 
sempre lezioni errate e attribuzioni malsicure : no, ma 
l' antorità sua, invece che essere, come fin qnì si è 
fatto, assolutamente accettata per tutto il codice, 
occorrerà invece che sia presa in esame ad ogni volta 
e discussa rimatore per rimatore; e ciò deriva dal- 
l'origine tutta singolare di questa raccolta: vediamo. 
Nella prima parte del codice, quella che contiene 
sole canzoni, è indubitato che, specialmente per le 
rime fatte esemplare dall' amanuense, la trascrizione 
risale ad altre raccolte manoscritte, e qui la bontà 
del testo dipende dalla bontà delle raccolte adope- 
rate ^'\ Non così si può dire della seconda sezione, 
perchè i sonetti furono certamente conosciuti e avuti 
dal de' Kosai in modi e in tempi diversi. Sasta, a 

(■) E nn alleo aonotto è nel cod. vaticano dato a Maestro Hioapino 
(n.° E06), che il nostro ma. porta sotto il nome di Meuiio Tolomei (n.° 88), 
e al troTa adespoto noi olii^ L. Vlil. !10B, n,° 359, nel quals perù, in mar- 
gine, il conte Fed. Ubaldini scrisse: . Menzzo Tulomej >, togliendo certo 
l'indipiuiane dal testo barbeciniano. 

del Biriniielli, di Gino e di Lapo Gianni (n.i a-S), sia parchi non sacebbo 

tutte, esemplate dall' nmaaaense eoo somma cnra, conservanu traccia 
syidenti dell' apografo (oaoano, a probabilmente fiorentino, dn. cui deri- 
vano, anche contro 1' ortografla, e il dialetto del trascrittore trerigiano, 

della cauz.; O morie della vita privairice di Lapo Qianni; il qual ordine, 
malgrado 1' aatotevole testimonianza dei molti altri manoscritti in con- 
trario, è 1' unico iìb corrisponda allo svolgimento logico. — Da nn' altra 
raccolta ripetere origine certamente la serie delle e ausoni dantesche 
(n.i 15-3^, raccolta che fn secondo ogni probabilitFi messa insieme nel 
veneto dorante gli nltimi anni dell' esilio di Dante, e oi6 spiegherebbe 
perchè troviamo il secondo congedo nella canzone delle tre donne (11.° IT], 
che secondo noi, ò on'aggianta posteriore al resto, e perchè si abbia nel 
nostro codice la canzone trentaduesima, che fa composta non molto prima 
della morte di Arrigo imperatore. In q.u6sta parte 1' apografo esemplato 

barberino. — Da ultimo nn altro testo, toscano e molto corretto, dovette 



XLII 

convincersene, dare uno sguardo all' indice dei rima- 
tori, i quali, per la maggior parte, si possono distri- 
buire in una di queste categorie : o furono trivigiani, 
o veneti, o nel veneto dimorarono. Trevisani furono, 
oltre il de' Bossi, maestro Albertino cirologo e Gual- 
pertino di messer Monflorito da Coderta ^^\ anche 
altri de' quali non s' accorse il Marchesan, e cioè : 
Bartolomeo di Sant'Angelo (">, Guerzo da Monte 
Santi (*\ Guezolo Avvocato ^*\ Meneghello ^^\ e quel- 



(1) Di questi vedi le notizie biografiche al oap. V. della monografia 
del Marchesan (XX, pp. 118-148). 

(*) Quantunque il nome di costui non si sia incontrato in alcuno 
antico documento di storia trevigiana, tuttavia di tutte le ville che in 
Italia ebbero e anno per nome Sant' Angelo, egli dovette essere oriundo 
di quella eh' è situata nel territorio di Treviso (cfr. Vbrci, Storia della 
Mi rea Trivlgiana e Veronese^ t. XI, doc. 1230, p. 22), la quale prestò certo 
il cognome a un' antica famiglia veneta (cfr. Vkbci, t. XVI, doc. 1894, 
p. 148: « Tisone da Sant'Angelo >) ; cosi si spiega perchè il sonetto di 
questo Bartolomeo, che per certo è suo e non del Pucci (cfr. Indice delle 
carte del Bilancioni. p. 511), ci sia conservato nel codice di Nicolò 
de' Bossi. 

(>) Anche questi, sebben nulla pur di esso sappiamo (ed è sperabile che 
chi più di noi può ricercare nella storia di Treviso abbia presto a dar 
vita e panni a queste figure ignote di rimatori), fu certamente trevigiano ; 
nel Vbboi, t. VII, doc. 788, troviamo un Guido de Monte SancOy e un conte 
Ugo da Monte Santo troviamo nel t. XIX, doc. 2116, p. 74. 

{*) Obi pensi che il nostro codice fa scritto a Treviso da un trevisano, 
chi pensi ancora che 1' abbreviazione comune notarile del nome di Tre- 
viso era Ter. o Tar.y non troverà molto difficile ammettere che Miaer 
guezolo auocato da Tar., come si legge in fronte al sonetto n.<* 189, fosse 
trivigiano e non da Taranto, come erroneamente credette 1' Allacci. Ora 
è questi un personaggio troppo noto alla storia di Treviso, ove spesso 
s' incontra ricordato col solo nome personale, ma più spesso anche con 
quello di famiglia: non altri insomma è questo Miser Guezolo che Gue- 
celione Tempesta, avvocato della chiesa trevigiana, signore di parecchi 
castelli e padrone incontrastato per qualche tempo della città sua natale. 
É dunque un nuovo nome che viene ad aggiungersi alla non piccola 
schiera de' signori feudali antichi, che pur in mez7o alle asperità delle 
ire comunali, si dilettarono della gaia scienza ; peccato che il Tempesta 
abbia volato apparirci sotto il nuovo e impensato aspetto di rimatore 
con una abbastanza sciocca poesia amorosa: qualche cosa di meglio e di 
più forte ci attendevamo dal fiero partigiano di Treviso. 

C^) Il Meneghello, che tien dietro col suo sonetto al Tempesta, sarà 
di Treviso anch' esso, e sarà per avventura Menegellus Ingoldel de L'gna- 
miney molto noto a' documenti trevigiani, ove si trova spesso citato, cosi 
come nel nostro codice, anche col nome soltanto, ed è il solo Meneghello 



XLIII 

l' Olivieri che si nomina nei penultimo verso della 
canzone En rima greuf ''\ Veneziano fa invece il 
pievano Nicolò Quirini, ma trascorse alquanti anni 
dell' esilio in Treviso ('*. Orbene di questi è giusto 
pensare che, come conobbero certamente il de' Rossi, 
così al de' Eossi medesimo le rime loro mostrassero; 
anzi non sembrerebbe molto avventato il credere a 
una amicizia fra tutti costoro, i quali di frequente 
dovettero ritrovarsi insieme leggendo rime proprie e 
comunicandosi rime di più illustri poeti di Toscana, 
a mano a mano che a qualcuno di essi eran cono- 
scinte. La qual cosa non riusciva certo difficile, spe- 
cialmente per le poesie di quelli che nel veneto poco 
o molto dimorarono; i quali, se non dovettero tener 
nascoste le poesie loro, avranno fatto ancor note 
quelle di amici che, spesso più fortunati, erano in patria 



che s' iacontri in tatt& la. atorU del Varai, fa notaio a fa oegEetaria o 
canceilaHuf, come aUora ai diceva, flcl buo ooronna, ed eliba come sslario 
per questo sqd uffloin li. 61 di ptcoolt, ridotte pgi a L. «B durante la si- 
gnoria yeneziana su Treviso. Noi lo abbiamo incontrato par la prim» 
volta in UQ documento del 35 gineno 1324, a pecche 11 nome auo non figura 
uell' Indioe deli^ opera del Veroi, così diamo qui 1' alanco dei molti docu- 
meati in cai lo vedemmo ricordato: t. IX, doo. 674; X, 1<H1, 1091, 113^, 
IITO; XI, 13T9; XII, ISHS [qnivi i r Isdiuaiioac aul aalarioi, ^91, IS^, 
1412, UIB, ltS2, 1^6, 1451, 14g8 (?); qni ai orraatarono le nostre ricercbc, 
ma oertnmaato il nome del cancelliere trevigiano, di quaito coUiig» veneto 
del Monaclii e dal Baiatati, a' iiioontter& ancora nel toma aucueaaivo. 
(1) Il Unasaila |IX, p. 70) riapose alla domanda sulla patria e l'etJidi 

> ci sembrano indicate con anfaciente probabilità ta VencEia Indlneg- 

> ginnte. L'età è dlffleile precisarla; ma deva risalire a tempi in cui la 
«poesia provenaale coEMrvava anvor» alcuna efficacia ■. Accettando 
qneste conclasioni a tenauda preaante ube la rima ci è conservata solo 

alle Olivieri fossa dell' alta marca trevigiana a vivesse al principio del 
aacolo XIV ; il nome poi di Olivieri ai iDooutra spessissimo ne' documenti 
trevigiani del tempo. 

(') Cfr. L. BixDHHE CXIV, nota); 0. Zksxtti {XV, 13); V. LiMiniai 
(SVI, ei); Cahi.o Mag»o, D' mcolò Qiterint rliaalore del *<c. XIV; nall'ArCh. 
Veneto, voi. XXXIV (IfeT), pp. 91&.5a| cui rispose ancora lo Zbbatti nella 



XLIV 

rimasti. Furono adunque nel veneto oltre Dante ^*\ 
il Barberino ^*\ Lapo Gianni ^^\ Pietro de' Faytinelli ^*\ 



(1) X)el lungo soggiorno fatto dall'Alighieri nel Veneto ricorderemo 
soltanto come si ritenga probabile oh' egli fosse amico di Gherardo da 
Camino (m. 1306) e da Ini ospitato in Treviso. — Su dodici' sonetti che a 
Dante il nostro codice assegna, otto appartengono alla Vita NtMvay e di 
qaesti gli ultimi quattro (16B-172), scritti 1' un dietro all' altro, formano 
un gruppo a sé ; ora, tenuto presente che nella canz. 34 di Nicolò de' Bossi 
è palese in parte l' imitazione dalla seconda della V. N. : Donna pietosa 
e di navétta etate^ la quale non è fra quelle che il trevigiano fece esem- 
plare, si eh' egli dovette conoscerla all' infuori di questo suo codice, par- 
rebbe da credere ohe il libretto dantesco non sia rimasto ignoto al 
de' Rossi. — Quanto alla lezione di tutti i sonetti essa, a parte s' intende 
quel po' di scoria veneta, è ottima per ogni riguardo e corregge molti 
luoghi errati anche in testi autorevoli. E si dovrà prestar fede alla attri- 
buzione dei son.**^, 157, 160, malgrado che il Fraticelli non voglia rice- 
verli nel canzoniere dantesco, e malgrado per gli ultimi due la testimo- 
nianza in contrario di qualche ms., contraddetta però da altri. 

(') L' Ubaldini, nella vita premessa ai Documenti, dette per primo la 
notizia che il Barberino era stato in Treviso, ove nella sala del vescovado, 
in cui si rendeva ragione, aveva fatto dipingere la Giustizia con a' lati 
la Misericordia e la Coscienza. Il Thomas {Francesco da Barberino ecc., 
p. 18, n. 4) non seppe ritrovare il testo onde 1' Ubaldini aveva tratto la 
notizia, che però fu scoperto dallo Zenatti {Trionfo d'amore cit., p. 496) in 
un passo del commento latino ai Documenti. Il Barberino stesso poi ci 
avvisa che egli aveva già publicato la canzone d' amore, le cobbole dei 
personaggi e la rappresentazione figurata ( « ego illa dieta et figuras in 
publicum adduxi > : cfr. 1' ediz. dei Documenti a cura della Soc. fil. romana, 
fase. I, p. 14), per la qual cosa si comprende come esse si incontrino nel 
codice del de' Bossi. 

(>) Fra gli atti del protocoUo di Ser Lapo, ora conservato neU' Archi- 
vio di Firenze, ve ne sono anche alcuni rogati a Venezia; cfr. Dbl Luhgo, 
Dante ne* tempi di Dante, Bologna, Zanichelli, 1888; pp. 125-6. 

{*) Il Faytinelli stette lontano dalla patria in esilio dal 1314 al *31, 
e in questo tempo egli fece soggiorno anche nel Veneto (cfr. Dbl Prstb, 
VI, pp. 31 e 36). H Morpurgo, nella citata recensione della Rivieta critica 
(cfr. p. XXI, n. 1) suppone molto verisimilmente che il Faytinelli fosse 
conosciuto dal de' Bossi ; il quale, in ogni modo, se non direttamente dal- 
l' autore ebbe le rime del notaio lucchese, di certo da persona che quello 
conosceva. Inoltre crediamo che il Faytinelli abbia portato nel Veneto 
molte altre poesie a- lui ben note, perché di rimatori che coltivarono lo 
stesso genere di poesia realistica, famigliare, politica e burlesca: tali 
sono l'Angiolieri, Folgore e Cene, Fino Benincasa, i due Tolomei, Meo 
di Bugno da Pistoia, il Muscia, Parlantino da Fiorenza e il lucchese Giun- 
tino Lanfredi. Una difficolta certo s' incontra per il sonetto del Muscia, 
che si vuole sia deU' Angiolieri, e per quello di Meuzzo contenuto nel 
cod. vaticano. Quanto alla trascrizione di alquante rime di costoro nel 
nostro testo, vien fatto di credere che talora non derivasse da una 
fonte manoscritta, ma orale, e perciò non sempre riflettente la reda- 
zione originale; ciò pare avvenga in ispecial modo per il sangemignanese 
e l'Angiolieri (per quest'ultimo si cfr. Massbba, XXIX, xxiii). 



XLV 

Immanuele giudeo *'' e possiamo aggiungere anche 
il Polentano Guido Novello; sulle rime di questi, 
come ci sono date in una lezione quasi sempre 



pwe tattavia ; 
a Verona; a ol 
del quale il m 
tomo al aieiiii 
Uadoua (op. ci 



io ImmanaelB fossa Del Veneto i provato dalla gau bsn 
ModoDa, olle crede all' amicìzia sua con Dante, Tnole 
traasaco in Verona uel !B11, oppuc l'anno seeneate 
pii. 18 a ^3) ; ma egli Bnppone poi composti i dnn bo- 
.e (n.' 18, 206) tra il IB30 a il 'SS (op. eit , pp. 21, SO, 232). 
oolto difficilmente iu tal caso sarebbero potate le duo 
aof.enlg. del do' Bossi, a meno olia il giudeo non le 
sposta, inviate a qaakhe amico Insalata nel Veneto; 
verisimile cb' olle fossero gijt scritte prima dell'andata 
>el varamente fosse, al deduce dal primo de' due Bonetti, 
v^rso eoal suonai «n Romagna >a <^ ch'i (oyeHTW. In- 
3 deU' ultima parola si affocendnrono inutilmente il 
I. 282) e il De Benedetti {XXVnr, p. 10), il quale perù, 



Uro, ohi fa zoccoli; per estensioni 
minore], ebbe la buona idea di pan 
è tuttavia Passerino (Bonaoolsi), i 






un personaggio, che non 
le. Zapetino, Cìappettina 
to ghibellina della grande 
famiglia degli Dbertini di Valdamo^ lo inoeutrammo la prima volta nel 
ISSO, chiuso nel castello di MontevegUo sopra Porli, ove resistette valoro- 
samente durante parecchi mesi a Bertoldo Orsini, il primo conte di Bo- 
magna creato dal papa nepotista (K«. //, SS.', CaTìUneltl, p. 42); nel 12!« 
fu podestà di Areszo {RB. II. SS., Ann. urbli Arretlnae. t. XXIV, p, 88S|, 
qoantnnane 11 Farulli (Ann. di Are:zo: Foligno, Oampltelli, 171T: p. SSS) 
riferisca tale podesteria at 1205. Uà l'apparente contraddiiLoue si potrà 
apiegare «apponendo che 1' ufficio cominciasae nsl 1365 e finisse ne' primi 
mesi dal '96; tsnto più che nella seconda metà di quest'anno troviamo 
nnovamente Clappottino la Booisgna: il U luglio soccorra Uaghinardo 
Pagano da Susinans, cacciato di Forlì da Ualateatino per il tradimento 
degli Ordelaffl {Cron. ftorenliva d. ter.. XIII, nel voi. II de I primi due le- 
eoli' ecc., del ViUarl, p. 2fll); il 16 agosto, a capo di milisie aretino, eepn- 
gna il castello di Valbona dopo an Baaedlo di più settimane <&R. II. SS., 
Amt. CaesenaUl, t, XIV, p. 1114). Nel 12!!e vlen chiamato capitano del popolo 
a l'orli, e per la sua fama guerresca È poco dopo creato Generale della 
Lega delle eltth ghibellina di Homagna {Bokoli, Istorie d. cilitt di Forlì: 
nella lega, diretta in gran parte contro Boloena, di 



cai fac 



o Oiappettlno partecipare 



lope- 



rMioni di guerra e a 


le 


uughe 


tratt 


tive che 


portar 


ono alla pao 


a con- 


chiusa presso CKstel 




Pietro 


Mn 


aggio ]299, la q 


naie È anche 




data da Dante nel e 


XXVII, V. 


m d 


11' Infern 


o {of r 


OunueniDoi 


Bist. 


di Bologna, parte I. 


pp. 


sewoo; 


Bo« 


LI, op. r 


t., pp 


ira-B). L'an. 


DO se- 


gnente, a' 2 dicembre 


fu 


eletto podeat 


di Cesen 




1 la maggio dal 301, 


col prevalere di part 


go 


alfa, ne 


èoai 


ciato ins 


eme o 


on Ugucoion 


della 


Pagiola e Federigo d 


M 


utefelt 


■o (Jj 


n. Canea 


. pag- 


llai), il qual 


Fede. 


rigo egli aogul ad A 




, quand 


o vi 


awlù nel 


1303 <. 


orna podestà 


{Cron. 



XLVI 

corretta, cosi pure non sarà lecito quanto alle attri- 
buzioni dubitare. Ma dopo ciò, supposto che a Bo- 
logna abbia avuto il de' Rossi durante la sua di- 
mora le rime di Onesto, di Pilizaro ^^\ di Giovanni 



di Bino Compagni^ ed. Del Lungo, lib. II, cap. xxxiii). In Romagna lo ritro- 
viamo ancora nell'anno segnante, a capo delle milizie forlivesi in gnerra 
contro gli Orgogliosi, pacificatisi coi Calboli e soccorsi da Malatestino 
Ann. Caeaen.f p. 1125); guerra ch'egli continuò nel 1305 (BokoijI, op. cit., 
pp. 126-6) e nel 1S07, nel qnal anno, a' 6 di agosto, vediamo Giappettino 
con Scarpetta Ordelaffi soccorrere Bertinoro, minacciata da Cesenati e 
Biminesi, e menar grande strage dell'esercito nemico {Ann, Caesen., 
p. 112B; CoBSLLi, Cron. forlivesi^ ed. Bologna, 1874; p. 82; Bonoli, op. cit., 
p. 127) ; e ancora ne' primi giorni del 1306 Ciappettino e Scarpetta, co' 
quali sono anche i Bianchi di Toscana, prendono ai Cesenati la villa di 
Pi^erno. E questa l'ultima volta che trovammo in antichi documenti 
f^tto U Dpine di Ciappettino, onde si deve credere che egli, avendo co- 
minciato la sua carriera militare circa trent' anni prima, di li a poco 
venisse a morte (negli Ann. Caesen , p. 1136, troviamo un figlio, 4 Giccus 
olim Zapitini », ali. a. 1816). SI che il sonetto di Immanuele non può es- 
sere posteriore a questo tempo ; anzi parrebbe da riferire agli anni in cui 
la fama del ghibellinismo di Ciappettino dovette essere più universal- 
mente nota, quand' egli cioè era generale della lega di Bomagna. A questa 
data non contrasta, anzi apporta nuova conferma, il v. 8 del sonetto : en 
Boma 80 Colones et Ursino^ nel quale non è certo allusione agli anni 1320- 
1322, come crede il Modena, ma agli ultimi del dugento, perché mai come 
|n quel tempo la potente famiglia dei Colonna, ghibellina fin sotto Fede- 
rico II, onde fu poi travolta nella rovina di casa sveva, e quella guelfa 
degli Orsini si erano combattute. È nota la storia del lungo conclave alla 
morte di Nicolò IV, nel quale i cardinali divisi in due parti, Oolonnese 
e Orsina, non riuscendo a mettersi d' accordo su nessuno dei loro nomi, 
finiroi^o dopo due anni con eleggere 1' eremita che fece per viltate il gran 
rifiuto; e in questi due anni di sede vacante le due potenti famiglie 
si disputarono anche la signoria di Roma per 1' elezione a senatore, e 
cosi intensamente e fieramente che, dice il Qregorovius, < nelle fazioni 
dei Colonna e degli Orsini incominciavano a trasformarsi i partiti 
guelfo e ghibellino » (trad. di Venezia, V, 586). Infine, insieme coi guelfi 
Savelli, stettero gli Orsini con Bonifacio nella terribile crociata contro 
i Colonnesi; crociata che si ripercosse anche in Bomagna, ove essendosi 
alcuni della perseguitata famiglia rinchiusi nel castello di Monteveglio, 
Maghinardo da Susinana e Galasso di Montefeltro, stati de' principali 
capi della disciolta lega di Bomagna, e allora amici, per la pace di 
quello stesso anno 1299, del pontefice, per fargli cosa grata espugnarono 
il castello e lo posero a sua disposizione {Cantinellij p. 92): ma non era 
però con essi l'ex-generale della lega Zapetino, più fiero forse nel suo 
ghibellinismo. 

(*) E difficile poter dire chi fosse questo Pilizaro di Bologna. Forse 
il notaio « Pelizario de IHlizariis >, figlio di Alberto, che troviamo testi- 
monio all' istrumento di alleanza fra le città di Bologna, Parma, Mo- 
dena, Reggio, Verona, Brescia e Mantova, stipulato in Bologna a di 11 feb- 



di BonaiKÌrea, e aggiungiamo anche il sonetto di Fa- 
bruzzo ('', rimane tuttavia a chiarire la provenienza 
delle rime di circa un quarto di rimatori. Però 
lasciando di parlare della diecina a pena di poesie 
siciliane, lontani echi in mezzo a canti più recenti, 
trascurando pure i tre sonetti assegnati a Guitfcone, 
de' quali due sicuramente non gli appartengono, e 
inoltre ancora le rime del Bonichi ('>, che non danno 
motivo a discussione, donde, per esempio, giunsero a 
questo codice e al de' Rossi le poesie del Caval- 
canti '■' 6 di Cino ? '*' Noi non sappiamo rispondere a 
questa domanda; possiamo solamente dire in generale 
che per tutte le rime, di cui non si vede la fonte 



hraio 1308 (cfr. HnmaET, Sapplenent im corp» univ. diiil. ri» droil dei 
del Domont, t. II, p. 46), s fa analauo della Baa cittii nel febbraio i 
tembEB laOO, di cqoto ne! febbraio '801, B neU' aprile 'BCeP (ofr. : 
ixRT P„ Li Coniali. Anziani Conmtt e OonM«''ltrÌ f" Giaatltla di B.; 
Bolosna, ITSS). O pure il < Pitir,aTtuì benueauti pll(<;arij > die fn o 
notalo nel 1291? |cfr. la matricola dei notAi nell'Arch. di Stato di 



o lett. ed a 



(.'ì n» 



e del 






cittJi natal 


e del Lami 


jertaizi, ove o 


erto non e. 


™ stato 


dimentico 


,to, se i 


notai bolog 


;nB8Ì lo tra 


scrivevano nei 


. loro men 


loriali (< 


ifr. CiBou 


COI, In. 




negli Atti » 






11. II, p. 


135). 




IH Si ec 


>noBCB i! Bonichi come m 








se egli. 


per tal sua 


ccndiEÌone 


1, fosae nel venet.o e potes. 


90 quindi 


dare dae 




al de' Boss 




aerisae proprio 


di ano pi 


igno nel 










BoHichi ecc., ni 




ilare l (1888) e poi 


in Stadi 


di nrvdinlo» 




I, Sash,i, Bii 






Oiomale 




XVIII (19B1), 












1<Ì Al Cavalcanti il 


nostro codice i 


ittribuiace ■ 




lodiOino. 


in," 198). 


[•) Quindici Bono i 


Bonetti ohe il 


de' Robbì c 


i 6. tram 


andati co 






ttCino, tr 


ovsndoHi solameiite per 


sette in 


accordo 


con eli 


altri msK.; 


dogUotto, 


rimanenti, che, 


, meno due. 


compaio 


no solo ne 


1 nostro 


eodioe, se , 


*i pnò dire 


glie 11 a.' &i è 


oertamentd di Cino 


, non aoh 








1' alluBiono fattasi a Salvi. 




Q è cosi de 


i n.' Ifil 


e IM, chB vedemmo et 


laere di Maustr 


■oHinoocin 


o e d'i Mi 


leatro Fra 


LnceacD ; 


paro inoltt 


■e tihe né pi 


ira il 125, a m. 


ano non aia ano de' 






po»Ba diLr»i 


i al pistoies 


,e, perché, com 


e i due pre 


cedenti, 




ra ante- 


fioro aUa 


lirica dello 


Btil nnovo. DJ 


L eia «i ved 




alano deboli gli 


argomenti 


in favore 


dsir autentici 


tu, dei qua 


ttro alio 




no (124, 


185^, OH), 


i qaali toti 


,avia, gli Hit; 


t»i tre ape, 






irebbero 


malo da vi 


irò nel cani 


coniere di Cini 











XLVIII 

probabile, dovremo andar cauti nell' accettare la testi- 
monianza del nostro codice quando ad essa non soc- 
corra quella di altri manoscritti; e accettando quelle 
rime senza discussione, non potremo ripararci dietro 
la grande autorità del testo barberino, che davvero 
per quelle non sussiste. Invece sussiste una impor- 
tanza, grande veramente, di tutto il codice, e sta in 
questo che esso presentandoci poesie toscane trascritte 
da un contemporaneo veneto, ci offre un fatto paral- 
lelo a quello avvenuto circa mezzo secolo prima, cioè 
la trascrizione delle rime di meridionali per opera 
di toscani, e ci porge un buon elemento di giudizio 
nella vecchia e dibattuta questione della lingua usata 
nelle più antiche rime volgari auliche. 

Cosi, ed era tempo oramai, abbiamo finito. Abbiamo 
finito forse questa troppo lunga prefazione: ma se 
saremo giunti a risolvere la maggior parte delle que- 
stioni che intomo al codice barberiniano s' avvolgevano, 
e delle dubbiezze che potevano ostacolare il buono e 
giusto uso del medesimo, speriamo ci sia perdonata 
anche la prolissità. Non ci rimane altro che render 
conto del metodo tenuto nella trascrizione : esem- 
plammo il codice fedelmente, e così dicendo abbiamo 
fiducia di averne riprodotto il testo delle rime tal 
quale in esso si legge; ma chi à pratica di queste 
fatiche e sa quanto costi una edizione diplomatica 
perfetta, può perdonarci se a nostra insaputa, e mal- 
grado le più diligenti cure, qualche piccola menda ci 
sia sfuggita : per queste, se pur vi saranno, invochiamo 
a nostra difesa il detto evangelico, chi è senza pec- 
cato, con quel che segue. Avendo dovuto, per neces- 
sità tipografiche, sciogliere le abbreviazioni, rappre- 
sentammo sempre con et il noto segno tironiano della 
copula; osservato poi che consuetudine del primo 
amanuense e del de' Rossi era di scrivere sempre 



XLIX 

la n fuori d' abbreviazione innanzi a labbiale, così 
facemmo anche noi quando quella consonante era 
segnata dal tratto sopra la riga: conforme a questa 
norma, risolvemmo sempre per con il segno abbrevia- 
tivo di questa particella, anche quando in composi- 
zione 1' ultima consonante veniva a trovarsi innanzi 
a labbiale. Ma nella seconda parte del codice invece, 
quella dei sonetti, ove la congiunzione di compagnia 
è rappresentata quasi sempre da cum, e ove 1' ama- 
nuense scrisse sempre la m innanzi alle labbiali, 
abbiamo dovuto rappresentare con m il tratto abbre- 
viativo sopra riga, e trascrivere a quel modo la sud- 
detta congiunzione anche quando ci si offriva sotto 
la forma accorciata cu col tratto longitudinale sopra. 
In corsivo ponemmo le lettere o parole espunte, anno- 
tando quando 1' espunzione, per il colore dell' inchio- 
stro, si poteva argomentare fosse stata fatta dal 
de' Rossi; ma nel commento alla canzone del Caval- 
canti, per una necessità facile a comprendersi, le 
parole espunte sono in carattere allargato; ogni altra 
osservazione particolare si leggerà a pie' di pagina 
nelle note al testo, 

Bologna, ottobre 1905. 



SOTE A. 



GiOmaU itorico XLV, 865, dioi.__„ , 

Bn La rime. volgaTi di ImmanueU Romano t 
la e opere di I. B,; nel libro post 
:re qasttro pagine (226-31) alla r 



aggiunte alt 
di pìh i due 
esagnita dal 



iBannati da uni. — 

r opn^unlD nneialo del Modona 
rista mpBto tale e 



t. Qiatia 



, ullor 



il padce Mie 



camoiie del CavaicaTiTi, la^ta aopra ii 
nel ano Studio critico lopra Egidio BomaT: 
voi- I AtiiV Antologia Agostiniana. 

CBTrentemenle ; per altee piccolo s 



bibliotecario dell' AleiìBandrina. 
:be dal codice barberino traanc 
l'ediEione del camuLsnto alla 
39to dol Cittadini e pnblìcata 
Colonna; Boma, 1896, pp. ^1-TT, 



supplirà ie. si chi 



■■< 



IL CANZONIERE 



VATICANO BARBERINO LATINO 3953 



(GIÀ BAKB. XLV. 47) 



>•■ 



. M 



1 



(p. 27) I. — Messer Nicolo di rossi da treuisi. 

([ Color di perla dolge mia salute | lo tuo 
conforto acorto mi rende | quanto si stende lo 
mio jntelletto. Cheo dicha gli gradi e la uer- 
tute I del uero amore che nel core scende | per 
che risplende di nobel effetto. Da che non ponge 
quasi pasione | ma cum rasone cade fuor dil senso | 
conprenso dymaginaria fede | e di la spene che 
fermo li crede. Lanema sego lieta lo conpone | 
e da casone chel canserua accuso | jntenso poi la 
naturale morte | de luy e speciale questa sorte. 

([ Qunto primo lo spirto liquefage | da marte 
mone cum joue parato | che tenperato habilitate 
troua. Per exentia lo simele piage | per accidente 
noi sente ordinato | coagulato ad onne nera prona. 
E tremente mostra anxietate | di prender quali- 
tate cum ueduta | unde menuta si cerne la jn- 
tenga | quando contende di pari p'otenga. Ancor 
desidera la uolontate | le più fiate sendo conci- 
puta I ysconossuta parlando largire | di sano senno 
non crede falire. 



([ En tale modo uene ch^ omo langue | per 
lo temere del piacere tratto | se en abstratto 
lobiecto ribalga. Poy soprabolle lo feruido sangue | 
el uil i)ensero dal nero distratto | e strutto ratto 
la mente renalga. Si che per transparente uede 
adesso | longi e presso non habituata | la cosa 
amata oltra quel opaco | corpo, che lagremando 
spande laco. E fa dimora ne lo loco enstesso | che 
conpresso la tene animata | glorificata uiaplu si 
posa I doue dimanda page pietosa. 

([ Monta la beatitudine en gelo | a salto a 
salto nel alto profondo | mero e tondo per Jinea 
assendente. Radiando come stelato celo | justa 
sua forga scorga gascun pondo | secondo ch^ al 
diletto e decente. Solicitto si rende tutor troppo | 
e da oppo che la pura amicicia | per malitia de 
luy non si stenpre | unito et jndiuiso gola senpre. 
Sol {p. 28) de disiri si anoda groppo | che fa 
entoppo a chiunca uicia | la leticia chel atende 
per merto | et en parte ne posede experto. 

([ Cusi atinge la soma gerarcya | le sue lode 
gode sopra natura | che dura nel seraphyco ar- 
dore. En extasy (') onaltra uita oblia | contenpla 
rapto e capto la figura | senga rancura palpando 
amore. Perfetto sta en apice di bene | quieto tene 
fuor di pena guardo | ni teme dardo per cuy 
altri trema | sii fa segur la clara dyadema. Suaue 
gosto relieta la spene | gladeuene poi cha passato 
il cardo | non a reguardo che la beata alma | luge 
fronduta de uictoria palma. 

([ Cangone mia regratiane madonna | che ma 
donato lornato parlare | si che andare poy a chi 
ti spogna I fra laltre non te fie fatta uergogna. 



(1) Dopo la y seguiva un' altra lettera, forse una ti, che fu poi 
abrasa in parte, x>erchè la prima metà resta ancora accosto alla y. 



ExPOSlTIO IflTllTS aUPRA PROXIME CaNTIONIS 

Color di perla. 



H Ad enidentiam dicendorum preraitte. quìa 
charitas dilectio et amor idem est. Dicitur enim 
charitas quasi cara unitas. dilectio duorum liga- 
tio. amor suauis dulcedo. Et ietius ueri amoria 
quatuor gradus tìgurari possunt. Primus est lique- 
factio. CUÌU8 duo sunt efFectus .s. anxietas uidendi. 
et eiua signum propter quod quis potest cogno- 
scere in quo statu alt amoris | eat jnpacientia 
consorcij in amato, aliue effectus est desiderium 
loquendi. et eius signum audatia proferendo Se- 
cundus graduB est langor. cuius est effectus | uisio 
amati per tratisparenciam. et ejus signum | effusio 
lacrimarum propter cogitationem. aline etfectus 
habitatio in dnobne locis. et eins signnm [ delecta- 
bilior qnies in amato quam in semet ipso, Tercius 
gradus est gelus. cuius est effectus timor diepli- 
cendi. et eius signum | delectatio uniuscuiusque 
operationis amati, alins effectus est constantia 
seruiendi. et eius signnm | letitia ipsius uìrtutis. 
Qnartus gradua est extasys. cuius eat efFectus 
I quieta poseesio rei amate, et eius signum | est 
securitas ipsins. alius effectus est suauis degustatio. 
cuius signnm est uictoria contrariorum. Et hoc 
dicit tota Cantio. 

<[ Color di perla. Sciendum est quod decem 
sunt genera gemamm siue lapidum preciosorum 
.s. diamantus. topacins. saphyle. amatista. turche- 
sca. granata, pierdotua. smeraldus. robinus. et 
rubinorum tres sunt species .s, rnbinus | balaaus | 
et carbonuB. est et decimum genus margareta siue 
perla, cuius tres sunt nirtutes. prodost enim circa 



Hangiiiiiis efiisioiicm | ot animi jiassioneni | et leti- 
ficat cor. et habet coloi'eiii medium inter claros 
colores naturaliter carnali perfecioni magis pro- 
ximum. et ideo uirtus et pulcritudo persone per 
eam belissime denotatui'. dol^e mia salute, quia 
dulcis saluB in omni perfecto conaistit | ideo hoc 
subiungitur. lo tuo conforto acorto mi (p. 29) rende \ 
quanto si stende lo mio jntelhUo. quia disputando 
et inquirendo ueritaa reperitur | et ad conforta- 
tionem scientis et requiaitionem | magis animus 
sibi conscia tradere delectatur | ideo secundum 
sui discrecionem interogationì ipsius respondere 
intendit. ckeo dicha (j/li gradi e la uertute \ del 
nero amore che nel core sende. policetur enim 
describere gradue amoris superiua nominatos | et 
uirtiiteni ipsius | in quantum amor non est pasio 
set uirtus. tres enim sunt potentie anime .s. ra- 
tionalis I concupiacibilie | et irascibilis. et hec due 
ultime dicuntur sensibiles. dicit ergo quod amor 
oi'dinatus procedit a uirtute .8. rationali | et de- 
sceudit ad cor ut jnfra dicetur. per che risplende 
di nobel effetto. effectuB enim amoris multiplex 
est ut statim apparebit. et secundum teologoa 
principium cuiuslibet operis est caritas siue amor. 
da ckel non pon^e si cum passione. Sciendum est 
quod- homo diuiditur in duas partes. dicitur enim 
liomo interior .i. anima racionalis cum suis po- 
teneijs. et homo exterior .i. corpus cum suis 
sensibus. quorum uuumquodque habet proprium 
obiectum. Et in ista parte sensitiua .e. coi-poris j 
sunt decem et octo pasiones | quedam bone | que- 
dam non .8. amor hereos. odium. desiderium. 
abominatio. delectatio. tristicia. epes. disperatio. 
timor, audatia. mansuetudo. ira. gehis. gratia. 
inuidia. misericordia, et erubescentia. 



In Ijouis propter contagi onem cnrporis anima 
delectatur | in malis patitur et conuerso. dicit 
enim quod amor de quo loquitur | non ut pasio 
pungit partem sensitiuam | eed ut uirtus tractatur 
in parte intellectiua. ma cum rosone cade fuor 
(lil senso, et quia non est pasio | ideo rationabi- 
liter cadit extra seneus coporeoa [sic] .s. auditum. 
uisura. gustum. tactum. et odoratum. conprenso 
dymaQÌnaria fede \ e- di la spene, che fermo li crede. 
lanema sego lieta lo conpone \ e da casone chel 
consenta aeenso \ intenso pò la naturale morte \ de 
luy e speciale questa sorte. Ad noticiam acire de- 
bemus I quia para intelectiua .i. anima, tribus 
perfectionibus tam naturalibas quam supematu- 
ralibus decoratur .s. spe | fide | et caritato siue 
amore, que perfectiones conrespondent tribus 
partibus anime ,8. spea intelectui | fidea memorie | 
caritas siue amor uolumptati. et secundum apo- 
stolum omnium uirtutum maior est caritaa. quia 
nunqu&m excidit. permanet enim cum anima 
numero in presenti et in futuro, et hoc 
est specialiasimum, unde dicit conprenso et cetera 
uaque ad finem. denotando quod quando amor ex 
fide et spe comprenditur | et in ymaginatiua 
forraatur | causatur ab intelectu in anima con- 
seruato. seeum intensua residens in eternum. quasi 
ex istis tribus uirtutibus teologie | tamqiiam de 
nobiliori de amore tractare jntendit. 

([ (Jiinto primo lo spirito liquefale. Hic incipit 
primus gradua .s. liquefactio | que opponitur cou- 
gelationi. ea enim que suut congelata non aunt 
habilia ad recipiendnm aliquid in se ipais. unde ad 
amorem primo pertinet quod appetitus coaptetur 
ad intencionem amati | prout amatum eat in 
amante, quod tit per quandam liquefactionem cor- 



dÌH. et hoc (licit cantica, iinitua mea liquefacta est 
ut dilectus nieus loquutuB est. da marte mone cum 
Jone parato | che tenperato hahilitaie trona. ponit 
complexionem aptam nero amori | quam denotai 
per martem et jouem. Nam secundum ptholo- 
menm | planetarum quidam eat {p. 30) calidus 
tenperatiis inter huniiduin et eiccuni ut sol. qui- 
dam est frigidus tenperatus inter humidum et 
siccum ut mercurius. quidam est frigidus et hu- 
midus nt luna, quidam frigidus et siccus ut sa- 
turnus. quidam caliclua et humidus et benignus 
ut jupiter. quidam calidus et siccus et seuerus 
nt mars, et ideo per istoa duos calidos ad inuicem 
contrarios | denotatur tenperata complexio amo- 
ris. non per caliduni et fiiccum tantum | quia 
HcicitaH nimis incitat ad motum. non per calidum 
et humidum tamen quia humiditaa obtundit ca- 
lorem. non etiam per uenerem qui est pianeta 
calidus et humidus | quai'e per eum magis amor 
hereos poetyce denotatur quam caritas siue di- 
lectio, quare talis conplexio sic parata inuenit 
babilitatem ubi amor subintrat, per exentia lo 
simile pia^e \ per accidente noi sente ordinato, hìc 
traditur quedam radix a qua procedit quasi omnis 
amor .s. similitudo que est caiisa amicicie exen- 
tialiter in hoc ut omnis amana ametur. quam- 
uis per accidens accidat contrarium et inordinate, 
quia uere loquendo omne simile in suo simili con- 
seruatur. et influentia stelarum ad hoc operatur 
ex conuenientia aspectuum et aliarum proprietà- 
tum secundum quod tradit Talbitta bencorath. 
coagulato ad anni nera prona, debemus scire quia 
quandoque aliquid alicui adiungitur per positio- 
nem ut pictura parieti. quandoque per plonba- 
turam ut corona statue, quandoque per ferumi- 



iiationein ut qiisimlo ex diiobnw fit iiniiiii tantum 
per saldaturam ipsorum. et in hiis omnibus potest 
fieri separatio secundum minus uel plus comode 
uel incomode, quandoque adiungitur per inmix- 
tionem et coagulationem | et hoc nec disceruitur 
nec separatur. dicìt ergo quando amor non exen- 
tialiter set per aceidens iuprimitur | non sic coa- 
gnlatur ut substineat omnem uerain exaninatio- 
nem. Bet quasi inordinatuB leuiter separatur. e 
tremente mostra anxietafe ] - di prender qualitate 
cum ueduta. notatur hic anxietas uidendi, amane 
enira treniescìt et inpacieua est si non potest 
quem diligit uidere. unde phylosophus. preaentia 
delectabilis | abscentia inducit tristiciam. unde 
menvta si cerne la enten^a \ quando di pari con- 
tende potenza, dicit quod araans spetialiter quando 
abest ab amato | non bene compatitnr consorcium 
in eo I Buapicane se minus amari, e propterea iste 
graduB nundura perfectue est. ancor desidera la 
uolumptate \ le più fiate sendo conciputa | yscono- 
suta parlando largire, ponit desiderium loquendi. 
mos enim amantium est. ut in principio amorem 
eciam oculte conceptum silentio tegere nequeant. 
nam senper de dilecto loqni conantur, de nano 
senno non crede falire. ostendit audatiam profe- 
rendi. audax namque est amans ad profitendum 
quod sibi iudicandum uidetur. bonum reputans 
assequi quod intendit. 

4[ En tale modo uene che omo langue. De 
primo gradu ad secundum amans transuehitur .s. 
ad langorem | qui est quedam obstupefactio de 
absencia amati | per uieum uel mentis excesaum 
in animo iam formata, unde cantica, adiuro U08 
fìlie yeruealem ut si inueni- {p. 31) etis dilectum 
anuneietis ei quia amore langueo. jier lo temere 



10 

del picKjere tratto \ se en ahstratto lobietto ribalda, 
sicuti primo dixi pars sensitiua cum suis sensibus | 
et pars intelectiua cum suis potencijs habet 
propria obiecta. nam obiectum uisus est color | 
et sic de ceteris | et ita obiectum amoris est res 
amata, dicit enim quando amans delectatur in 
uisione amati | si amatum quod est obiectum 
abstrahatur | quod de illa delectatione quam per 
conspectum habuit | timens propter absentiam 
contristatur. quinimmo eo existente coram | dis- 
sesum nimium expauescit. poi soprabolle lo fer- 
tiido sangue \ el uil penserò dal nero distracto \ e 
strutto ratto la mente rinalga. quando propter 
innanem timorem absentie mens turbatur lan- 
gore detenta neri amoris | tunc sanguis iam 
rectificatus superferuens omnia uilia cogitamina 
deicit et destruit | subito ipsam mentem siue amo- 
rem rectificando | et ad uerum primum propo- 
situm reducendo, nani inter ceteras proprietates 
ad amorem pertinentes | sunt calidum acutum et 
superferuens | ut dicit dyonisius. unde cantica, 
lanpades eius lanpades ignis atque flamarum 
aque multe non potuerunt extinguere caritatem. 
si che per transparente iiede adesso \ longi e presso 
non habituata \ la cosa amata oltra quel opaco \ 
corpo, qualiter amans uideat rem amatam per 
transparentiam dicit. quia sicuti per corpus tran- 
sparens non impeditur uisus quando uideat pro- 
prium obiectum | ita nichil potest impedire amo- 
rem quando intentine uideat rem amatam | non 
in habitu set intellectualitar. non obstante cor- 
pore in quo consistit | quod est opacum. nam 
quedam corpora sunt naturaliter luminosa ut sol. 
quedani resplendentia artificialiter ut speculum. 
quedam dyafana siue transparentia ut uitrum. 



» 



quedain opacii sino obsciira ut terra lignum caro 
humana et alia multa, che lagrenmndo spand'e 
laco. uidetur dicere qtiod jjreuimia dulcedine talis 
eonsiderationis effunduntur lacrime que quoda- 
modo uidentur emanare lacuin, sic dictnm | quia 
sicuti uentus lacum inflat | sic dnlcia euspiria 
ìpsas lacrimas aiigent et retiiient delectando. e fa 
dimora ne lo loco enstesso | che conpresso la tene 
animata, junuit quod amor habitet in duobua 
locis. nam mens siue amor sic rectifìcata moratur 
iji ea parte corporis amantis | ubi et anima, set 
anima totum uegetat ] ergo et amor, uerum ta- 
men per hunc modum. quia in celebro sunt tres 
cecule I in prima parte anteriori | uiget fantasia 
et ymaginatio | que rem amandam representat. 
jn medio uirtua ratìonalis | que discernit uerum 
a falso et iUud diiudicat. jn posteriori parte 
uiget memoria j que iam indicata reponit. deinde 
eie repositum descendit ad cor tamquam ad 
couceptorem, et cor postea operatur circa di- 
.ueraa officia membrorum quod conceptura est. ui 
in loquella plus circa pulmonem | in ira circa fel | 
in amore circa iecur | et hoc comotiue. in officio 
iftutem lingua loquitur ] iu ira totum corpus co- 
inouetur I aie et in amore, et ideo amor ut anima 

omnibus exercet officium suum. Moratur eciam 
amor penes amatum. nude Àugustinue anima 
ueriuB est ubi amat quam ubi animat. glorificata 
uia pili si posa \ doiie dimanda pace pietosa, traòitur 
hic quod amor delectabìlius quiescit in amato 
quam in amante, et hoc naturaliter probatur, nam 
ubi quia indiget auxilio alterius [ se])aratu8 minus 
eo (p. 32) uti quam in preseutia | set 

.ans indiget ausilio amati | ergo et cetera. 




|[ Monta la hfatiiitdlnc e» i;elii \ a .salto a salto 
ìtel alto profondo \ mero e tondo per linea assen- 
dente. Ecce qnomodo pei'ueiiitm- ad tercium gra- 
duili .8. 9elu8. non proiit gelus est paeio | set pront 
est pars uirtutis | quia ex intensione amoris pro- 
cedit. Amane enini quanto inagis ignitur amore 
tanto forcior beatitudini appropinquat | saltando 
non prò eatiram set gradatim in ipsius profun- 
ditatem puram et rotunriam per quod denotatur 
adminicullum perfectionis. perfectioni nainque 
proximus est j qui uirtutem augendo potitur. Et 
nere est profunditas in facto consistens | insta 
Ulud. est in amore modus non habuisse modum. 
et tante altitudinis | ut materie sue nix natura 
huinana discernat cacumeu. ad quam ascenditur 
per lineam ascendentem. dicunt enim gemnetrici 
quod in qualibet mensura | per lineam directam 
et transuersalem puncto medio apposito | ueritas 
reperitur. et eciam legiste uolentes consanguinì- 
tatem discernere | retento stipite | faciunt lineam 
ascendentem ut pater et auus | et descendentem 
ut filius et nepos | et colaterale ut frater et soror. 
uult ergi) dicere quod per talem lineam | sic pau- 
latini ascendendo | atingitur iste gradus. radiado 
[sic] coMP. stelato celo \ insta sua forga scorda Rasenti 
pondo I secondo che al diletto e decente, ponit mo- 
dum beatitudinis. quia sicuti celum stellis coru- 
scans I sole aliquantulum Tubescente | claritatis 
ipsarum apparentiam perdit | sic amans gaudiis 
radiaus leuiter adhuc contrarietate sucumbit. et 
ideo aduersa amato prò posse repellit. nnde da- 
uid. ^elus domns tue comedit me. solicito si rende 
tutor troppo \ e da oppo che la pura amicicia | per 
malicia de lui non si stenpre. inter cetera que 
redunt amantem solicitum | est timor displicendi 



Bnt hic et ouidius. res est Moiiciti pleiia tiinoris 

■amor, nani qui diiigit timet | et operatur in totani 

ne propter sui defectum amicicia sauciatur. unito 

tet inditfiso gola senpre. nota hic delectationem 

f amantis | uniuscuiusque rei facte per amatnm | 

I nam adeo iinitur amans cum amato | ut indiso- 

llubiliter et indiuise prò posse circa eius uultura 

Inersetur. in eo scitit et in suis actibus inebriatur. 

j xmde ouidiuB. denique quidquid agis lumina no- 

l Btra uiuaut. sol de destri si anodà groppo \ che fa 

y^itoppo a chimica nicia \ la leticia eìiel atende per 

fmerto. traditur hic quedam constantia semiendi. 

amans autem nnnc constans factus | totum suum 

desidei-ium in amato recludit non solum aborens 

eum offendere | set eciam propter factum tercii 

suspicans se posse ledi | senper x'esiatit cuicumque 

rei nociture suo gaudio quod meruisse contendit. 

et en parte ne posede experto. hic ostenditur leticia 

uìrtutis constantie, nam reiectis dissonis ipsius 

amati uirtute amantis | ex p ''* paulisper 

gaudet amans | quod fide sperauit. 

4[ Cusi atin^e la soma, gerarcia \ le sue lode 

de sopra natura \ che dura nel seraphyco ardore. 

iQuarti gradua .s. extasym describìtur perfectio | 

[per quem peruenitur ad amorem perfectisime 

^ possidendum. Ad cuius inteligentiani est notan- 

dum [ quod gerarcia dicitur sacer principatus. et 

sunt tres. Prima enim gerarcia ascendendo | con- 

tinet tres ordines .b. angelos qui presunt uni per- 

changelos | qui asistunt ciuitati. princi- 

itu8 I prouincie dominantes. Secunda gerarcia 

(ciam numero tiium ordinum decoi'atui-, sunt 

liSnim potestates | quorum est impedientia re- 



iiiouere. et uirtutes | (|iii ilifiicilia exeqtii et ope- 
rari possunt. eunt et (ìominaciones | quoi'uni est 
jmperare. Tercie gerarcie seruiunt ordinee exce- 
leii-''* {p. 33) tes .». seraphyn | quod ìnterpretatur 
amans sine ardens. kerubym | quoil Ìnterpretatur 
sciens. troni | qui tronus sedens deus describitur. 
dicit quando amans est in gradu extasym I tunc 
ardet seraphyco ardore siue amore, et atingens 
sumam gerarciam | nere ponsidet quod laudato 
opere meruit. eii extasym on altra tiita oblia | con- 
tenpla rapto e capto la figura \ senga rancura pal- 
pando amore, nunc est tractandum de isto gradu 
extasym. quare scire oportet quod extasye | dicitur 
excesBUB mentis, et potest contingere quatuor 
modis. Primo modo et comuniter quamuis non 
multum proprie | dicitnr extasys | quando quis 
abstrahitur non quantum ad actum nel usnm sen- 
suum I set solum quantum ad intenciouem quam 
totam confert in usnm euperiorum nel amato- 
rum, et hoc est comune omnibus contemplatiuis. 
Secundo modo dicitur proprie j quando quis abstra- 
bitur ab exterioribus | et introducitur in uisio- 
nem ymaginariam ] ut habetur in actibus appo- 
stolornm de petro. et factus est in extasym mentis, 
et cetera. Tercio modo dicitur magia proprie | 
quando quis abstrahitur ab istis et ab illis | et 
introdiicitur in uìsionem intellectualem ubi uidet 
res intellectuales non per rerum presentiam set 
per reuelationem | sicut dicitur de adam quando 
doniinus misit eoporem in eo. Quarto modo sumi- 
tnr pi'opriissime | et sic hic per conparationem 
dicimuB .s. quando mens ab omnibus actibue 



6 di Nicolò ile' Rossi 



ì 



uiiium iufuriuruin t't nulli nature inter se et 
deum interposite intenta \ set uisione jntellectuali 
diuinani exentiam intiietur. slciit fuit raptus 
paulus. et hoc fit tam per intellectu renani per 
uolamptatem [ qiiorum prìncipalis auctor est amor, 
unde dicitur hic quando amane est in tali gradu 
raptus I non eolum extemonim ut dicit bernardus 
sed Bui ipsius obliuiscitur. est enim amor extasym 
faciens | ut non sinat sui esse amatores set ama- 
torum. Et ideo conteuplando et intuendo amatum | 
securus non tantum illum tangit [ set eciam pal- 
pai amorem et ipsum. jìlus enim est palpare quam 
tangei-e | nam omne corpus eciam non resistibile 
tangenti ut aer tangitur set non palpatur | solum 
autem resistibile ut lignum tangitur et palpatur. 
Unde xps. ipse ego sum. palpate et nidete | quia 
gpiritus camem et ossa non babet sicut me uidetis 
habere. per/ecto sta en apice di bene \ quieto tene 
jfor di pena guardo, atende hic quietam possesio- 
' leni rei amate, cum autem amans realiter illam 
[■^alpet I perfecti boni appicibus gloriatur. tam 
quiete amorem inspiciens | qnod uUìuh sentille 
jnolestiam nusquam seutit. 7ii teme dardo per citi 
Mri trema \ sii /a segiir la clara diadema, notatur 
ìic status eecunis amantia. describitur enim in 
egeria ouidij. amorem hereos .i. amorem uene- 
reum ab heresy qnod est dinisio quasi diuisus a 
nero amoi'e ] habere duas sagitas | auream a cuius 
uulnere nullus euadit | et plunbeam | que non 
recte ferit. modo amane in nostro gradu existena 
aliquam illarnm non timet | ut potè clara diade- 
mate perfectionis secunis. suane gusto relieta la 
gpene \ gladeiiene. suauis deguetatio ex hoc gradu 
elicitur. nam qui in tanta perfectione consistit | 
Cum nicbil suauius amore | suauiter ex eo nu- 



IH 

tritur. amor enim spes decidit | et in uero animus 
exaltatur. pò cha passato il cardo \ non a riguardo 
che la beata alma \ liige fronduta de iiictoria palma, 
postremo hic ostenditur uictoria contrariorum. 
anima enim siue intellectus postquam intrauit et 
excessit cardinem istius gradus | secura nil timens 
uictoriosa lucet | et piena deliciis exultat in nu- 
mero beatorum. 

{p. 34) ([ Cangone mia regraciane madonna \ che 
ma donato tornato parlare \ si che andare poy a chi 
te spogna \ fra laltre non te fie fatta nergogna, VI- 
timo concludens captando beniuolentiam comendat 
opus, credens illud propter sui materiam inter 
cetera dieta ad amorem pertinentia | posse sine 
uerecundia permanere | dum modo seriose ab 
intelligentibus exponatur. de ydiotis nichil cu- 
rans | qui uili ratione repellunt que nescire pos- 
sunt. Et ne incurat ingratitudinem | ortatur illam 
regraciari | a cuius uultu procedit honeste | ut 
tanti ponderis lingua balbuciens ualeat exprimere 
ueritatem. 

([ Explicit comentum factum per me nico- 
laum de Rubeo legum doctorem | secundum jntel- 
lectum quem habui | quando predictam cantio- 
nem rittimis conpilaui. 

(p. 34) 2. — BlNDO BONICHI DA SIENA. ^'^ 

([ Tanto prudentia porta | che fa lom nera- 
mente I se a la sua neramente | esser da tutti 
uicij extracto e mondo. Chi per altra entra porta ; 
a dirla neramente | con altra neramente | se noi 



(*) Nel ms. al testo volgare è interlineata la versione in prosa 
latina, che noi poniamo dopo la canzone. 



' cuiu discrecion uiiier nel mondo. Memorar del 
passato e dessa parte | e laltra e intelligentia del 
condanno | la ter(;a e eecondanno | proueder nel 
futuro, e poi fai soma. Non o per sago clii da 
essa se parte | che rineder se tronera condanno | 
ma per folle il condanno | che sen^a. anere non 
pò Ioni Ulta Homa. 

{p. 35) C Justicia fa a la (;ente | gascnn pasaer 
suo canpo | e nullo può dir canpo | quando di quel 
chessa comanda menda. Bel noi terey ne. gente | 
salcun ponesse canpo I soura le terre canpo | te- 
nendo danno e non fagese menda. Sei signore 
dige gusto esser amo | lopei'a mostra eessere gusto 
amare | dige om talor damare | e nel contraro 
mostra sua falenga. Chi uuol de pessi non basta 
auer amo | che escar se uole e non di cose amare | 
e poi se uà amare | ben chaga uerga se ne uol 
falenga. 

H Fortegga pone eufermo | e mostrai nero 
passo I und om pò a pian passo | lanersita passar 
senga guarire. Salcun al cor enfernio | quasi dicha 
oltra passo | non sia seccho ma jiasso | auendo in 
se fortegga pò guarire. Esser constante lem e 
cosa altera se noi passar onni fortuna a ponte | 
donanti a pace ponte | e scanpi doue mor sago 
mendicho. Vidi signor che soura tutti altera | 
trouar ne la bonaga en mar tal ponte | che sue 
for gente ponte | e lui peiir di go stando mendicho. 

(p. 36] fli La tenperanga e forma | unde nasce 
contratto | che qual om fa contratto | a la i-ason 
si de tener perito. Di lei gascuno e forma | suo 
non oppon contratto | qnal sia san o contratto | 
chi lama e saluo et onni altro e perito, ^ascun 
de sago a tal uerta seruire | chen si mesura ale- 
gregga e trauaio | ma clii ])ensa trauaio ] gudicol 



18 

folle e render si de en colpa. Serue gascuno a 
cui placel seruire | non a chi serue constret en 
trauaio | o che j)er suo trauaio | mostra lissar e 
cum la spada colpa. 

Se dio non fosse pungo | si mi par bel par- 
tito I da uicij esser partito | per operar come 
uertu ni mostra. Chi ben mentende pungo | sei 
tenpo no e partito | al men pur ne partito | e 
resegnar te couen a la mostra. Doue fie fatta de 
ti nera prona | e come fatto aray serai trattato | 
di cuuqì altro trattato | non aspetar chalcun di 
go non cappa. Chi fatto a ben honor gloria li 
prona | e chi fé mal altro legge trattato | or ti o 
del uer trattato | chi sago e pensi e sua ben 
guardi cappa. 



Tantum prudentia ualet quod facit hominem 
nere si habet suam ueram mentem esse ab omni- 
bus uiciis extractum et mundum. ([ Qui per aliam 
intrat portam dicendo ipsam ueram | mentitur 
quare oranis alia .s. porta 1 nera minus est tibi 
si uis cum discretione uiuere in mundo. ([ Re- 
cordari tenporis preteriti est ipius [sic] .8. pru- 
dentie pars, et alia pars est inteligentia eius 
quod condam non est .q. d. eius quod est presens. 
tercia pars est secundum quod annus inportat 
prouidere in futuro, et postea fac sumam .s. ipsa- 
rum partium. ([ Non habeo prò sapiente qui ab 
ipsa .8. prudentia discedit. quare quando examinat 
se. inueniet cum damno | set tamquam stultum 
ipsum condempno. | quare sine ipsa .s. prudentia 
habere non potest homo uitam sumam. 

Justicia facit h* [sic] genti quod homo quilibet 
pascit in suo canpo. et nullus potest dicere ego 



19 

euado | quandn de eo quod ipsa .8. justicia pre- 
cipit miuiis dat. ^ pulcrum non i-eputarem neque 
conueniens | siquis poneret exercitura supra illas 
terras que habont flumen .8. padi | faciendo dam- 
pnum et non faceret emenilationem. 4[ Si dominus 
dicit justum esse diligo | opus demonstrat si ne 
esse justum amat rex. dicit homo quandoque 
quod diligit et in contrarium exercet snam frau- 
dem. C Qui uult de pissibus non ei suficit habere 
amouem quare escai'i debet .s, dictus amo | et non 
de rebus amaris. et postea si uadit ad mare | po- 
sito quod habeat uirgani | si de pissibus unlt ; 
facit lengam .i. cordulam. 

Fortitudo hominem pouit in locum stabilem | 
et ei ostendit uerum transitum | per quem homo 
iwtest plano pasau aduersitates tolerare sine multo 
itinere. ([ Si aliquis habet cor infirmuni ita qnod 
quasi dicat de hac aita transeo | non sit siccus 
.i. disperatus [ set passus .i. sperane | habendo in 
se fortitudinem poteat liberari. ([ esse constantem 
hominem est res suprema, si uis transire omnia 
aduersa perfecte | ante .s. aduersitatis euentum 
ad pacem pone te. euades nnde ''' moritnr sa- 
piens minns dico. ([ Vidi dominum qui ultra 
omnes habet terram | inuenire in bonatia in mari 
tales montium punctas | quod ibi superius sue 
fuerunt gentes uulnerate | et ip^e periit de dieta 
fortitudine stando mendicus. 

Tenperantia est forma ex qua procedit con- 
tractus, talis .s. quod quis homo facit contra 
terminatum [ secunduni justiciam se debet repu- 
tare prò derelicto. Kt de ipsa justitia quilibet 



talis est fori», set taiiien suuni non oponit .s. 
tenperantia. factum in coutrarium. considerane 
qnie Bit saniis .b, mente, an contractus. qui eam 
(Uligit est saluus | et omnie alìus .s. eam non 
diligens est mortuus. ([ Quilibet debet sapiens tali 
ueritati seruire | que in se mensurat prospera et 
aduersa. set qui cogitat se aliis preualere | judico 
eiim stultum | et redere se debet culpabilem. ([ Ser- 
uit tjuilibet cui placet aliis seruire | non illi qiii 
seriiit constrictus in anxietate | uel qui propter 
suas baratarias ostendit polire aliqueni et cum 
tìnse eum percutit. 

Quod deus non esset peno | tamen mihi ^lide- 
tur pulcrum partitum a uiciis case separatum ! 
operando ut uirtus nobis demonstrat. <£ Qui bene 
me intelligit pungo, si tenpus nundum preteriit | 
ad niiuus saltem etiam pars l'ecesit. et resignare 
te oportet ad inonstram | ^T ^^ ^^^ -S- monstra 
fiet de te nera examinatio | et secundum quod 
feceris eris tractatus. de conpositione aliud pac- 
tum non expectes quìa aliquis de hoc non euadit. 
([ Qui fecit bnnnm honorem gloriam ibi experi- 
tur I et qui fecit malum | alium legit tractatum. 
modo tibi de nero tractaui, qui sapiens est cogitet 
et tìiiani bene custiodat capam. 

{p. 37) 3. — MlSEll (.ÌUIUO DK GUINICELLO. l'I 

/\L cor gientil rejiadria sempre amore | come 
loxello in selua a la uerdura. Ne fo amore anti 
che gientil core | ne gientil cor anti damor na- 
tura, Chadesso con fol sole | si tosto lo splendore 



i la parte kuperiore .ieUe 



fo lucente | ne fo lUiViìntil wole | o [H'ende iimore 
in gientile^ga luocho | cossi propria mente | come 
calore in chiarita de foco. 

fl" Fuoco damor in gientil cor eapi-ende | come 
iiertude in pietra pretiosa. Che dala stella ualor 
no i descende | nanti chel sol la fag^a gientil cosa. 
Poi che uà tratto fuore | per soa uertu lo sol ciò 
che glie uile | stella li da ualore | Cossi lo cor 
che fatto da natura | schietto jini-o e gientile i 
donna a guisa de stella linamora. 

4[ Amor per tal ragion sia in cor giuntile | per 
qual lo foco in cima del dopiero, Spiendile al so 
delletto chiar sotile | noi starla in altra guisa 
tanto e fiero. Cossi praua natura | rincontra amor 
come fa laqua 1 foco | amor in gientil cor prende 
rinera ] per suo consimel loco | come daniiis ilei 
ferro in la minerà. 

([ Fiere lo sole lo fangho tuttol giorno | uìlo 
roman nel sol perde colore. Dice homo altiero 
gientil per schiatta torno | lui sembio al fango al 
sol gientil ualore. Che non de dar hom fé | che 
gientile^ga sia for de coraggio | in dignità de Re 
sello [a| uertute non |a gientil core | come aigua 
porta il raggio | ma el ciel riten le stelle elo 
spiendore. 

|[ Spiende in lintelligentia del cielo | deo 
criatore pin chi nostrochij il sole. Ella intendel 
so fattor oltra 1 cielo | el ciel a luj nogliando 
vbedir tele. C' Econsiegue al primero | da dio 
beato egiusto compimento | cossi uìria *'' al nero \ 
la bella donna in cui gliochij splende | del suo 
gientil talento a chi amar da lei mai non disprende. 



22 

([ Donna me dirra dio che presomisti | stando 
lanema mia aluj dauanti. Lo ciel passasti in fino 
a mi uinisti | e desti in nano amor mi per sem- 
bianti |. Ch^ ami conuien le laode | e a laraina 
del reame dengno | peroni cessa onne fraode | dir 
li porro tenne dangiel sembianza | che fosse del 
tuo regno | non me f b fallo sin lei possi amanza. ^'^ 

(p, 38) 4. — [MiSER Gino dapistora ] ^*) 

r\Uegna che del maggia più per tempo | per 
uuj richesto pietate et amore | per confortar la 
nostra grane ulta. None anchor si trapassiato il 
tempo I chel mio sermon non troni il nostro core | 
piangiendo star con lanima smarita. Fra se dicendo 



(1) Immediatamente alla canzone seguono queste righe in latino, 
scritte dalla stessa mano : 

< Nota supra notas. Item nota super notas. 

C. O quam peruersa est condictio mendicantis I que si petat rubore 
confunditur | et si non petat egestate consumitur. et quod petat neccessi- 
tate compellitur. » 

Nel margine sinistro una mano con l' indice proteso indica queste 
parole. 

(*) Qui la rubrica, a differenza di quella della canzone che precede, 
è stata asportata quasi totalmente dalla refìlatura. L' Allacci, credendo 
che la canzone si dovesse attribuire allo stesso autore di quella che le 
sta avanti, scrisse : Del medesimo. Tuttavia ecco il risultato del nostro 
esame su quel che ancora della rubrica rimane. Sono visibìli traccie 
delle Ibttere che passavano al di sotto della riga: cosi è facile capire 
che la didascalia cominciava con una M; dopo breve spazio le seguiva 
una «, e attaccata a questa forse una e: 3f[/]86[r]. Viene quindi una curva 
abbastanza ampia: la parte inferiore di una C o di una G; poi, a qualche 
distanza, l' asta inferiore di due lettere lunghe. A questo punto noi acco- 
stammo a questi avanzi la rubrica che sta in cima alla pg. 40: Miser 
Cino da piatola, ecc., la quale pure è per metà dalla refilatura tagliata, 
e osservammo come la distanza che intercede fra gli avanzi su riferiti 
e certe lettere della seconda rubrica sia identica ; cosi la Jf e la « corri- 
spondono alla medesime due lettere della parola Miaer; la curva, che 
notammo venire appresso, alla C della parola Cino, e i resti delle seguenti 
due lettere lunghe alla p e alla a della parola pistora. Tutto ciò dimostra 
che anche alla pg. 33 la prima parte della didascalia era :' « Miser Cino 
dapistora », a cui seguivano altre parole, che non si possono assoluta- 
mente più indovinare. 



I già serri in eiel gita | beatii (foglia chom chisi- 
maua il nome | lasso quando e come | ueder uè 
podro io uisibel mente | si chanchora a presente | 
uè posso fare de conforto aita | douque modite 
poi chlo parlo a posta | damor a lì sospir ponendo 

I sosta. 

H Nui prouamo chinquesto ciecho mondo | 
ciascliun si uiue in angososa doglia | chiù enne 
auersita uenturaltira. Beata lalma che lassa tal 
pondo I eua nel ciel doue e compita zoglia | zn- 
gliosol cor for de coretto e de ira. Or donqua de 
chel nostro cor sospira | clie ralegrai' se de del 
suo migliore | che dio nostro signore j uolse de 
lei come auea lan^ol ditto ] fare il ciel perfetto | 
per nona cosa onne santo lamira | et ella sta 
dauante ala salute | et inuer lei parla onne uertute. 
4[ De che uè strengel cor pianto et angossia | 
che douresti damor soura zoire | chauite in ciel 
la mente elintelletto. Li nostri spirti trapassar 
dapossia | per soa nertu nel eiel tal el dixire | 
cbamor lassù li pinge per delletto. homo saggio 
dio perche destretto | uè tien cossi lafFauoso pen- 
siero I per suo honor uè chiero I che alegi-a mente 
prendale conforto | ne aggiate più cor morto [ ne 
figura de morte in nostro aspetto | per che dio 
laggia allocata frai soi | ella tuttora demora con 
uoj. 

^ Conforto già conforto laraor chiama | epieta 
priega per dio fati resto I or uin chinate a si 

' dolce pregherà. Spogliatene de questa uesta grama 
da che ituj sieti per ragion richesto | chel omo 
per dolor more e despera. Con uoi uedrosti poi 
la bella ciera | se uacoglissie morte in despe- 
ran^a | de si grane pesan^'a | trahete il nostro 
core oimnì per dio j che non sia cossi rìo,| uer 



24 

lalma uostra che anchora spiera | uederla in ciel 
e star ne le soe braccia | donque spene de con- 
fortar uè piaccia. 

([ Mirati nel piacer doue demora | la uostra 
donna che in ciel coronata | unde {p. 39) e la 
uostra spene in paradiso. E tutta santa oimai 
uostra inamora | contempiando nel ciel mente 
loccatà I lo core nostro per cui sta diuiso. Che 
pinto ten^ in si beato uiso | secondo chera quagiu 
merauiglia | cossi lassù somiglia | e tanto più 
quanto e meglio conosiuta | come fo receuuta | 
da gliangioli con dolce canto e rixo | li spirti 
nostri raportato lanno | che spesse uolte quel 
viagio fanno. 

([ Ella parla de uoj con li beati | e dice loro 
mentre chedio fui | nel mondo receuj honor da 
lui I laudando me nei suo ditti laodati | e priega 
dio lo signor uerace | che uè conforte sicome uè 
piace. 



5. — MisER Gino. 



Q 



Vando porro io dir dolce mio dio | per toa 
grande uertute | or mai tu posto donne guerra 
in pace. Ferro che gli ochi miei com^ io dixio | 
ueggion quella salute | che doppo affanno riposar 
meface. Quando porro io dir signor uerace or 
mai tu tratto donne oscuritate | or liberato son 
donne martiro | pero chio ueggio e miro | quella 
che dea donne gran beltate | che mempie tutto 
de soauitate. 

([ Increscate de mi signor possente | chel alto 
ciel destringi | dela ba taglia de sospir chio porto. 
Increscate la guerra dela mente | la doue tu 
depingi I quel che remira lintelletto a corto. In- 



CTescatt; del cor t'iiti giace morto | dei colpo ik^hi 
toa dolce saietta | che fabricata fo deqiiel pia- 
cere I nel qual eerto nedere | tu me fecisti quella 
iiita elletta | per cui agli angioli dubedir delletta. 
([ Muoiiite cimai signor cui sempre adoro | 
signor cui tanto chiamo ] signor mio solo a cui 
me ricomando. Muouite a pietà uedi cbeo moro j 
nedi per te quanto amo | uedi jier te quante la- 
crime spando. Ai signor mio non sofferir cha- 
mando | da mi separta lanima mia trista che fo 
si lieta de la toa sentita | uedi che pocha ulta | 
rimasa me se no me se raquista per gratia de la 
beata uista. 



(/(. 40) t>. — MisEB (.'ino uapistora 

DET.A MORIT DET.O IMPEIÌAPORE. 

Li Alta iiertu che se ritrasse al ciclo | poi che 
perde Saturno | il può bel regno euenne sotto 
Jone. Era tornata nel aureo uelo | qua giuso in 
terra et in quel atto dengno. che suo effetto 
muoue. Ma per chele sue insiegne foron noue | 
per lungo abuso | e per contrario usaggio | il 
mondo rio non sofferri la uista | vnde la terra 
trista I rimasa se nel usurpato oltraggio | el ciel 
ne rintegrato col so raggio. 

|[ Ben de la trista acresser lo so duolo | come 
e cressiuto il desdegno e lardire | de la spietata 
morte. Che per ciò tardi se uindica il suolo | del 
rio chel eagna se schiua uenire | dentro da le soe 
porte. Ma contra i buoni esi ardita e forte | che 
non ridotta de boutate ischera 1 ne ualor uale 
contra soa dura forga | si come noie isforga | eme- 
nai mondo sotto soa bandera | ne da lei campa 
senon laode altiera. 



([ Ciò ebe HOuede pinto de ualore | ciò che 
se leggie deuertute scritto | ciò che de laode 
sona. Tatto ee ritroiiaua in quel signore | henrico 
genga pare cesar dritto | sol dengno de corona. 
El fo forma del ben che se ragiona | il qual ca- 
stiga glialimenti eregge | nel mondo ingrato do- 
ngne prouedenza j ora se uolta Qenga | uigor chel 
rendeal temor a la legge | centra la fiamma del 
ardente inuegge. 

(£ Lardita morte non conobbe nino | non 
temeo daltsandro ne de Jullio | ne del bon karlo 
antico. Emostrando nel Cesar il domino | de quel 
più tosto acressie il suo pecculio | che de uertute 
amico. Si come a fatto del nouello Henrico | per 
cui tremaua onne isfrenata cosa | nude lexule ben 
foria redito | che da uertn smarito ] se morte 
stata non fosse sioxa j masuxo in ciel labracga la 
8oa spoxa. 

([ Veggian che morte ucide onne uinente | 
che tiengna da quel organo la ulta | che porta 
ogne animale. Ma prexio che da uertu solamente 1 
non pera ''> morte receuer ferita \ per che cosa 
eternale. La qual per mente amica ''' uola esale [ 
sempre nel loco del maggio intelletto | che sente 
laere oue sonando applaode | lo spirito de laode | 
che pione amor dordinato letto i per cui el gientil 
animo distretto. ''^ 



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parto dell» mi oi atte- 


Diamo ftll» iMione 


da 




all' Allaeci ( 


Poeti 


antich 


, pag. 266). 


«In 








irta, delift »t 






dol t^sto. il riohiBiuo. 


DonqMC o Jl 

















{p. 41) ([ Douf£u<^ atin iiresii) che iiei'tnte 
spande j e che diuenta spirito ne lare | che sempre 
pioue amore. Solo intender de lanimo grande | 
tanto con più magniffico operare | quanto a stato 
magiore. None hom gientil non Ke no Jmpera- 
dore I se non responde a soa grandecga lopra | 
come facea nel magnanimo prence | la cui iiei'tute 
uence ] nel cor gientil siche ne sta di sopra [ con 
tutto che per parte non ee scopra. 

H) Miser Guido nouello io son ben certo | chel 
nostro idolo amor de guelfo stato | non uè rimone 
dal amor experto | del infinito inerto | eper o 
mando auoj ciò elio tronato de Cesaro clial cielo 
e ritornato. 

7. — Miser Cino da pistora. 

\_l Yme lasso quelle trecce bionde | da le quai 
reluceano | daureo color lì raggi dongne intorno, 
Oyme la bella ciera eie dulce onde ] che nel cor 
me sediano | dequel piacer al bon eengnato giorno. 
Oymel fresco et adorno | erelucente uiso | oyme 
lo dolce riso | per lo qual He uedea la biancha 
neue I fra le roxe uermiglie dongne tempo | oyme 
cenga meue | morte per che tolisti si pertempo. 

![ Oyme caro deporto ebel contengno | oyme 
dolce acoglienga | et acorto intelletto ecor pen- 
sato. Oyme bello et humil bel desdegno | che 
macresea liuten^a | dudiar lo uil et amar lalto 
stato. Oyme lo dixio nato | desi bella aboudan^a | 
oyme la speranga | con altra me facea uedere a 
dietro [ elieue merendea damor lo pexo | spegato 
ai come uetro | morte che uiuo mai morto et 
impexo. 



^ Oyme donna donne uertii donna | dea pei* 
cu dogne dea | sicome nelle amor feci rifiuto, 
Oyme de che pietra e qual colonna | in tuttol 
mondo auea | che fosse dengna de mai farte aiuto. 
Etn uasel compiuto ] de ben sopra natura | per 
uolta de uentura | condutta fusti suxo lìaspri 
munti I doue tachinsa oyme fra duri sassi | la 
morte che dui funti | fatto | a | de lacrimar gli- 
ochij mei lassi. 

tì) C Oyme morte fin che non te scolpa ' darai ''' 
almen per litristi ochij mei | la man toa si me 
colpa I finir non deggio de chiamar oymei. 



O 



ip. 42) 8. — [M. CiNo.] n 

Morte dela uita priuatiice | e de ben gua- 
statrìce | dauanti a cui de ti porro lamento | altri 
non sento chel diuin fattore. Per che tu donne 
età denoratrice sei fatta imperatrice | che non 
temi fuocho aigua ne uento | non ce uale argu- 
mento al tuo ualore | . Tutte ore te piace elleger 
il migliore | lo più dengno donore Morte sempre 
dai miseri chiamata | edai llichi schiuata come 
uile I troppo sei in toa potenga aignorile | non 
prouedenga humile | quando ce togli uno hom 
fresche e zoliuo | a ultimo accidente destructiuo. 
([ Oi morte oscura de laida sembianza | oi 
uaue depesanga ] che 50 cheuita congiungc enu- 
trica I nulla te par faticho a seuerare. Per che 
radice donne sconsolanga | prindi tanta baldanga | 



li direbbe più di bue 



ducbc qni In 



donom sei fatta petìsima nimica [ doglia nou« et 
antica fai cridare. Pianto e dolor tuttor fai inge- 
nerare I vndio te uo biasniare j che quando Ioni 
prende dilletto eposa | de soa nonella sposa in 
questo mondo | brieue tempo lo fai uiuer gio- 
chondo I che tu lo tiri a fondo | poi no ne 
mostri ragion ma usaggio | vnde riman duglioso 
uedoaggio. 

4£ Oi Morte partimento damistate | oi zen^a 
pietate | di ben matregna et albergo de male | già 
non te cale | acui spegni lauita. Per che tu fonte 
donne crudeltate | matre de uanitate | sei fatta 
arciera e de nui fai segnale | de colpo homìcidial 
sei si fornita. Oi come toa possanza fie finita | 
trouando podio uita | quando fie data la crude! 
eeutenga 1 de toa fallen^'a del signor soperno | 
pofie to luco in fuoco sempiterno | li farrai state 
e uerno | la doue ai niissi papp e imperaduri Ki 
eprelati et altri gran signori. 

([ Oi morte fiumme delacrime epianto I Jni- 
mica de canto | desidro che uiaibile ce uengni jier 
che sostegni si crudel mai-tire. Per che de tanto 
arbitro ai preso manto | e contra tutti il guanto | 
ben par nel tuo pensier che sempre rigni | poi 
qe desdigni in lo mortai partire. Tu nou to poi 
maligna qui coprire [ ne da cagion desdire 1 che 
non trouassi più de ti possente ciò fo Cristo pos- 
sente a la soa morte | che prese adammo e despe^o 
le porte | incalciando te forte | alora tespoglio 
dela uertute | e da linfemo tolse onne salute. 

(p. 43) |[ Oi Morte nata de m'erce contrara | 
apassione amara | sotil te credo poner mia que- 
stione I contra falsa ragion dela toa opra. Per 
che tu nel mondo fatta uicara | ce uien genga 
ripara | nel di zuditio aurai quel guiderdone [ cha 



30 

la staxoDe conuirra chio scopra. Oi come aurai 
in ti la leggie popra | ben sai chi morte adopra | 
simel de receuer per zustitia | poi toa malitia 
! serra reffrenata | e da teribel morte ziudicata | 
come sei costumata | in farla sostenir ai corpi 
humani | per mia uendetta uè porro le mani. 

([ Oi Morte sio tauesse facta offexa | o nel 
mio dir riprexa | no me tin chino ai pei merce 
chiamando | che desdegnando io non chero per- 
dono. Jo so chio non auro uer ti diffexa | per o 
non fo contexa | Ma la lengua non tace malpar- 
lando I de ti in reproando cotal dono. Morte tu 
uedi quale e quanto sono | checon tego ragiono | 
ma tu me fai più mutta parladura | che non fa 
la pintura alaparete | eicome de destrugger ti o 
gran sete | che già ueggio larete | che tu aconci 
per uoler coprire | cui trouarrai .o uegliar o dor- 
mire. 

i^ ([ Cancion andrane aquei che sono in ulta | 
de gientil core e de gran nobeltate | di che man- 
tiengan lor prosperitate | esempre se remembrin 
dela morte | in contrastar li forte |. e di che se 
uisibel la uedranno | chij facgan la uendetta chij 
douranno. 



9. — Maestro Zoanne de bonandrea. 



s. 



•Gender damonte mirabel altecga | in chi bian- 
cliecga con obiecto i)ugna | e con tutte le belle 
uince pugna | mirro con reuerenga mia paruega. 
E del mirare tal fo la fermecga | qual daquilino 
de uerace piugna | cui guardo del sol raggio non 
expugna | da uista enaturale sitigliecga. 

(p. 44) ([ Jn sol ben guarda et in spiecho 
remira | chi guardando considra gran uantaggio j 



cliii tauta deitate iiassallaggio | rende fuor para 
da domane a sira, E chi tuttol zodiaco uolgie e 
gira I già non tt-ouando si nobel paraggio | se non 
sogiace a si gran signoraggio contra ai stesso se 
reuolge in ira. 

(ì Non chio me uanti uisto per natura | che- 
gliochi mei soffereen tal «piendore | ma si me 
uinse quel diuin ualore | che mafermo in delitosa 
cura. De che già non me ueggio for rancura | se 
uoi celeste dea lalto core | non inchinate ad esser 
dengnatore | demi anchor che minima figura, 

C Ne già per tale inchino se fa basso | ciò 
che più tìomo cliin donna cheo sacga | nel mar 
per fuora trar par callo facga 1 nelume compartito 
uiegna casso | Humil ^lero richesta e prieghi 
amasso | chel iiostramore che tanto malacga | el 
cor celeste eia zugluosa faga | chel ciel serena no 
me uerta in lasso. 



10, ■ 



/\i fau8 ris por coi trahì mauez | occule mi 
et quid tibi feci | che fatta mai si despietata 
fraode, Jam exaudissent mea nerba greci | e se- 
lonch lautres damee uos sauez | inganador none 
dengno de laode. Saa ben con gaode | miserum 
cor eiuB quid prestolatur ] elexpetez pas de lui 
non cure | ai deu com in maleure | atque fortuna 
minosa datur | a coluj che spettandol tempo 
perde | e mai non tocha del fiorito il uerde. 

([ Conqueror cor snaue de te primo | che per 
un matto guardamento dochij | non douesez auoir 
perdu la loi. Ma el me piaxe cheli dardi ei sto- 



32 

chi I semper insurgant contra te de limo | donch 
ben morai sens fai con gie stoi. Ce me desplait 
por moi I che son punito et aggio colpa nulla \ 
nec dixit hera malum est de isto | vnde querelam 
Sisto I che la sa ben che se mio cor se crulla | 
apensier autre che de lei amor soit | le faus clier 
grant pene ne portroit. 

([ ZauQon or poez aler por tote limonde | nan- 
que locutus sum in lingua trina | ut grauis mea 
spina I se sacga per lo mondo e ciaschun la senta | 
forse naura pietà chi me tormenta. 



(p. 45) 11. — 



E 



'N rima greuf a far dir estrauolger | tut che 
deli sauij eu sia il men sauij. volgr^ il mio sen 
un poch meter e desvolger | che dego far ai trop 
long temp stad grauio. Chel me conuen sul lad 
deli jjlangenti uolger | a cui amor se mostra fello 
esdrauio. Che sempre mai li soi destrusse e pu- 
gna I vndeo tengno mat quel chin tal oura frugna | 
che quand el def bon guiderdon receuer se non 
de mal auer se pò perceuer. 

i[ Tutel seruir pert el son fait desconga | chi 
serf amor con quel chin pred gapega. Più sotil 
ment che quel cheuend adonga | inganna 1 math 
in fin tanto chelo trapega |. El son calur chard 
più che uiua bronga | con lom plul sent et ades 
in su rapega. Tut altrui fait eplaisir li par nuglia 
! conuen de dred fais aisi con quel che truglia j 
chin leu del pes prend serp chel pò percoder | 
ami par uan chi cred damor goi scoder. 

([ Eu las zaitif fais aisi con quel che struga 
al geuch et altri nal plaxir e lasio. Equand eu 
cred meilg brancar goi el me muga | et eu rimang 



' col cor smarid esfrasìo. Amor souent tutel corp 
, me speluga | fa me semblant de darmel eou ])a- 
I laxio. Maspoi me aton con quel chamort sengloga | 
ne me daraf daigua pur una glo9a | no me ual 
\ sen dir far acriuer ne leger | chal meu plaxir uer 
mi se uoglia reger. 

([ Amor me fes al prim go cliel uols crere | 
si con fai mat quelui clie trad bretoneghe. Fes 
me Guidar com coglis de marg lepere | e chel 
mautel chel me des fos doe toneghe. Fes me 
pensar più de nonant sere | chel mameraf | pln 
che dea sant moneghe. Quella per cui el me ter- 
ment e frusta | cnidaf ben che fos caosa insta 1 
eplu de bon cuer amaf servirla bramaola più 
chaor argent ne pii'la. 

<[ Orme faglid tut quel chauer uoliua | si 
chom me pò scriner sula matrucola. Deli gnud 
scrignid damor percheu erediua | lo diamant spe- 
1 jar com una CLicola | . Eben euer quel chom me 
la I anient uen quel chiù amor sincrucola. 
Noi ual agur de corf | ne de cornigla quelui al 
mal che trop senin cauigla | al bel guadangn chen 
nai men pos percorger | che cent sen part da lui 
, gennai son scorger. 

H; ([ Auliuer dis chesser pò tart lacorger | uer 
che lom def for lengua et oura sporger, 

(p. 46) 12. — MisER Nicolo de rossi da tkel'ixj. 

([ ^ouene donna dentro al cor mi sede | e 
! mostra sua beltà tanto perfetta | che seo non o 
1 aita. .) non sapro diclarar qo che uede ] gli spiriti 
1 juamorati cuy delletta | questa lor uaoua uita. Per 
I chonne mia uertu uer lev e ita | di che mi trono 
[ (ja di lena asiso | per laccidente piano en parte e 



34 
fero. Dannile secoi-so chero | da quel signor che 
aparue nel dar uiso | quando mi prese per meo 
mirar fiso. 

([ Dimorasi nel centro la gentile \ ligadra 
adorna quasi uergognosa | e pero uiaplu splende. 
Apresso dag soi jiiedi lalma liumile | eoi la con- 
tenpla si forte amorosa | che anulaltro atende. E 
possa che nel piacere si accende j li beg ogli se 
leuano suaue | per confortare la sua chara anelila. 
Vnde quine seutilla | laspra saetta che percosso 
mane | tosto che sopra me strinse la ciane. 

([ Alora eresse il sfrenato desiro [ e tutto si 
enple ne se clama stanche | fin che apunto ma 
acorto. Chel si conuerte en ammaro sospiro | e pria 
chel spiri eo remagno biancho | asimile dom morto. 
E sei auien cheo colga alcun conforto | yma^i- 
nando langelicha uista ] ancor di certo go no me 
asegura. An^i sto en paura | per che raro nel uin- 
cere se aquista | quanto che di la perda se con- 
trista. 

4[ Luce la nobel nel cordato se^o | e signo- 
rega cum un atto degno 1 quale ad essa conuene, 
Poy su la mente dritto li pennego | amor se glo- 
ria nel beato regno | che lei honora e tene. Si che 
gli pensier channo uaga spene | conside- {p. 47) 
rando si alta conserba | fra lor medesmi se cauigla 
e strigne. Et inde se depigne | la fantasia che mi 
spolpa e snerba | fingendo cosa honesta esser 
acerba. 

([ Cuai mi encontra ensieme bene e male | che 
la rasoi! chel netto nero noie | di tal fine contenta. 
Et econuei'so il senso naturale | per gascun affanno 
chel proua dole [ e senpre non abenta. E di qua- 
lunque primo mi l'amen ta | mi fragne lo judicio 
mio molto I ne di uenmo mi crego constante. Ma 



piU" si come amante j mapello soletto dil dolge 
uolto I ne may lieto serro sei me sie tolto. 

i[ Vanne mia canyon chi te ne prego [ tra 
peraoue che uolontier ti entenda | e li ti aresta a 
rasonarti sego. E dilli y no mi nego | ni temo 
che lo palegar mi offenda | eo poi'to nera uesta e 
eetil benda. 

13. — Folgore da sakt ^eminiano. 

([ CorteBia cortesia cortesia clamo | e da ne- 
suna parte mi reaponde. e chi la dee mostrar si 
la nasconde | e pergo a cui besogna uiue gramo. 
auaricia le ^ente a prese al amo | et ogne gratia 
destru^e e confonde, pero seo me doio eo so ben 
onde I de noi possente a deo me ne reclamo. 

1f Che la mia madre cortesia auete | messa si 
Botol pe che non si lena | lauer 5Ì sta | uoy non 
gi remanete. tutti siem nati di adam e di eua [ 
potendo | non donate e non spendete | mal ana 
dura chi tay figli aleua. 

(p. 48) 14. — Stefano protosotaro da mesina. 

([ Asay me piacerla | se go fosse chamore ! 
auesse in se sentore | di entendere e daudire. Cheo 
li remembreria | cum om fa seruitore | perfetto a 
suo signore | per luntano seruire. E fariali sauire |. 
lo mal de che non oso lamentare | a quella chel 
meo cor non pò obliare | amor non ue^jo e de ley 
so temente | per che meo male adesso e più pen- 
dente. 

H Amor senpre mi uede | et ame en suo po- 
dire I meo no posso uedire | sua propria figura- E 
so ben di tal fede | che samor pò ferire | che ben 



puote guarire [ secondo sua natura. E qo e che 
niasegura | per cheo mi dono a la sua uolontade | 
come cerno cacato pln fiade | che quanto lomo li 
crida più forte | torna en uer liiy non dubitando 
morte. 

|[ Non deueria dotare | damor uera^emente | 
poi lial hubidiente | y li fuy da quel corno [sic]. 
Chel me Beppe mostrare | la (;oi che sempre o 
mente | che ma distrettamente | tutto ligato in- 
torno. Come fa lunicorno | duna poncela vergene 
ditata I che da li cavatori amaistrata | de la qual 
dolcemente se ynamora | ai che lo liga e non se 
ne da cora. 

4[ Da poi mebbe ligato | li sci egli e rise | si 
cha morte me mise | come lo basalisco. Chancide 
che gle dato | cum soi ogli mancise j la mia mente 
cortise I moro e poi reuiuisco. Oy deo en che forte 
uisco I me par che sian prese le mie ale | che uiuer 
ne morire no mi uale | cum omo chen mar se uede 
perire | poi canperia potesse in terra gire. 

([ Terra mi fora porto | de uita e seguranga \ 
ma mercede e dotanga | me restrigne e fa muto. 
Da poi mi sono acorio ] damor chi no mauanga | 
e per lunga speranza | lo gudeo e perduto. Ma seo 
non ago aiuto | damor che mebbe meso en sua 
presone 1 non so que corte mi faga rasone | che sei 
mancha cului unde omo «pera | gascuna peste 
sopragonge entera. ''' 



ginn Heg:Q0i]te xcriane I 



. 49) 15. — DaKTE Ì.DHIOHERIJ 

UOnne cliauiti intellecto damore | io uo con 
iiuj de la mia donua dire | non per chio credo soa 
laode finire | ma ragionar per iefocar la mente. 
Jo dico che pensando il suo ualore | amor si dolce 
me se fa sentire | che sio alora non perdesse 
ardire | farei parlando inamorar la gente. Ma io 
non TO parlar si alta mente | chio deuenisse per 
temenza uile | ma trattarro del suo stato gien- 
tile I a rispetto de lei ligiera mente | donne e 
donzelle amorose con unj | cosa che nonne da 
parlar altrui. 

([ Augello chiama il diuino intellecto | e dice 
Sirre nel mondo se uede | merauiglia nel *'' acto 
che procede [ dun anima | chin fiu qua giù ri- 
spiende. Lo cielo che non ane [sic] altro deffecto | 
che daner lei al suo signor la chiede | e ciaechun 
santo ne crida mercede [ sola pietà nostra parte 
defende. Che parla a dio | chi de mia donna in- 
tende I dillecti mei or soffenti in pace | che nostra 
spene sia quanto me piace | che la une [sic] che 
per lei | perder satende | che dirra nelinfemo a li 
mal nati | io uiddi la speranga di beati. 

C Madonna e dixiata in sommo cielo | or no 
di soa uertu farue sapere | dico qual noi gientil 
dona '"^ parere | nada con lei quando ella uà per 
uia. Gitta ni cuor uilani amor un gielo | per conne 
lor pensier | agliacea [sic] e piere ^"^ | equal sofrisse 
destar la auedere | deuiria nobil cosa ose moria. 



(•) La pai 
inali iostro piii 

(') La leti 
lo e dallo stPBs 



oadn, l. 



■a Saaìe di qaosta parola prima i 



E quando trouo alcliuu che dengiiu sia ] de ueder 
lei che proua soa uertute | el li auieu ciò che dona 
salute I esi Inaliumilia | conne ofexa oblia \ Anchor 
li a dio per magior gratia dato | che non pò mal 
iìnir chi glia parlato. 

4t Dice de lei amor cosa mortale | come esser 
pò si adorna esi pura I poi la riguai*da infra si 
stesso egiura 1 che dio nintende de far cosa noua. 
Color deperle a quase in forma quali | eonuiene 
a donna auer non fuor misura in lei e quanto di 
ben Po far natura | per exenipio de lei beltà se 
troua. Degliochi suo come chella limona | escono 
spiriti damor infiammati | che fieron gUochi achi 
con lor glia guaiti | epassan si ciaschun chel cor 
ritroua | vuj li uedriti amor pinto nel uiso [ per 
che non potè alchun mii"ar lafixo. 

i^ C Cancione io so che tu girai parlando | con 
donne asai poi chio to auan^ata | or tamonisco | 
per chio to alenata | per figluola cortexe epiana. 
Che doue giungi | tu dichi parlando | insegnati me 
gir chio son mandata | a quella per cui laode io 
so adornata ] ese non ''' uoi andar sicorae uana. 
Non ristar doue (p. 50} sia giente uilana 1 eafor- 
^ate se poi desser palexe | solo con donne | e con 
gienti cortexe | chigli te meteran per nia piana | 
tu trouarai amor con esso lei | ricoraandame a lei 
come tu dei. 



16. ■ 



■ ([ Dante. 



lo sento si damor la gran possanza | chio non 
posso durare | lungia mente a sofrir | undio mi 
doglio. Pero chel suo ualore se pur auan^a el mio 
sento manchare | si chio me sento onor men chio 



non soglio. Non <li(;o chanior fa^'a yo cliio uoglio | 
che sei facesse quanto il uoler chiede | quella uertu 
che natura me diede | noi sofriria per o chel e 
finita I equesto equello imdio prendo cordoglio | 
cha la uoglil poder non tirra fede 1 ese de bon 
uoler nasse mercede | io la dimando per auer più 
ulta I dagliochi che nel suo bello splendore | por- 
tan conforto oue onque io sento amore. 

([ Entranno i raggi de quisti ochij belli | ni 
mei inamorati | eportan dolce oue onque io sento 
amore. E sanno lo camin si come quelli | che già 
uè eon passati | esanno loco doue amor lassaro. 
Quando per gliochij mei entrol menaro | si che 
merce uolgendose ami fanno | ede colei cui son 
percacian danno | Celandose da me poi tanto 
lammo ] che sol per lei seruir me tengno caro. Ei 
mei pensier che pur damor se fanno I come alor 
sengno | al suo seruisio uanno | per che ladoperàr 
si forte braramo | che seol potesse far fugendo lei 
lieue seriame | eso chio nemorei. 

<[ Bene eueraxe amor quel che ma prexo 1 
eben me strenge forte | quando farei quel chio 
dico per lui. Che nullo amore e di cotanto pexo | 
quanto quel che la morte | face piacer per ben 
seruir altrui. Et io in tal pensier fermato fui | si 
tosto comel gran dixio chio sento | fo nato per 
uertu de piacimento | che nel bel uiso doue en 
bel sacoglie | io son seruente equandio penso acni | 
quel chella sia de tutto son contento | che lom pò 
ben seruir contra talento | ese merce conuenenga 
mi toglie I aspetto tempo che più ragion prenda | 
pur che la ulta tanto se defenda. 

([ Quando io penso un gientil disio che nato | 
del gran dixio chio porto | cha ben far tira tutto 
il mio podere. Parmesser demercede | oltre pagato 



et anchor più ohatorto | panne deseriiitor uoine 
tenere. Cossi denanti (p. 51) agliochi del parere [ 
se fai eeniir merce daltru bontate. Ma poi chio 
me ristringo a uiritate ] conuien che tal dixio 
seruisio cuncti . per o che sic percacio di ualere ' 
non penso tanto ad una propietate ] quanto a colei 
che mrt in soa podestate 1 chiol fo per che soa 
cosa in prexio munti | et io son cossi tutto ecossi 
tengno | chamor de tanto honor me facga dengno. 

4[ Altri eh amor no me poria far tale | chio 
fosse dengna niente ] enea de quella che non si 
namora . Ma sta si come donna a cui non cale ] 
delamorosa mente | che genga lei non pò possare 
una ora, Jo no la uiddi tante uolte anchora j chio 
non trouasse in lei nona belicela. Vnde amor 
cressie in me la soa grandega | quanto nouo piacere 
in lei segiunge | per che mauien che tanto fo 
dimora 1 in uno stato etanto amor maue^^a | con 
un martiro econ una dolce^a | quante quel tempo | 
che speseo me punge I che dura da chio perdo la 
soa uista | in fin al punto chella se raquista. 

i§ d Cancion ai tri men rei de nostra teira | 
te nandarai para che uadi altroue | gli dui saluta 
el ter^o fa che proue | de trarlo fuor de mala setta 
in prima | Dilli che folle chi non ae rimane | per 
tema de uergogna da folia | che quel hom teme 
eha del mal paura i per che fugendo lun 1' altro 
aaigura. 



17. — C Dante. 

1 Re donne intorno al cuor me son uenute | 
esiegon se defuori | che dentro siede amore | lo 
quale e in signoria dela mia uita. Tanto son belle 
e di tanta uertute | chel possente signore | dico 



quel che nel core ii pena tlel parlar di loi- se aita. 
Ciascuna par dolente esbigotita | come persona 
discatiata estancha ] cui tutta furiente manclia | ecui 
uertute ne beltà non uale | tempo fo già nel quale 
secondo il lor parlar foron dillecte | or sono in ira 
a tutte e lor non cale | queste cossi solette | uenute 
son come a casa damico | che sanno ben che dentro 
quel chio dico. 

([ Duolese luna con- parole molto | in su la 
man se poxa | come socixa roxa | el nudo braccio 
de dolor colonna. Sente lo raggio chi cade dal 
uolto laltra man ten nascoxa | la trecga lacrimosa 
scinta e dischalga | e sol da ee par donna. Come 
amor prima per la rotta gonna | lauide in parte 
chel tacere e bello ] pietoso efello | delei e del dolor 
feci dimanda j {p. 52) odi poi che uiuanda | rispoxe 
noce con sospiri mixta. nostra natura qui a ti ce 
manda | io che son la più trista ] son sore a la toa 
madre io son drittura | pouera nidi afama et a 
cintura. 

|[ Poi che fatta se fo palexe e conta | doglia 
euergogna prexe | lo mio signore echiexe chi fosser 
laltre doe cheran con lei, E questa che cossi del 
pianger pronta | tosto che lui intexe | più nel dolor 
ì I dicendo a te non cai digluochi mei. Poi 
comincio come tu saper dei | de fonte naesie il 
nUo picol fiumme. quiue dona el gran lume | tolglie 
a la terra del uinco la fronda | scura la uergen 
onda I genera io costei che me da lato j e che 
sasiuga con la trecga bionda | questo mio bel por- 
tato I mii'andose ne la chiara fontana | genero que- 
sta che me più luntana, 

i£ Penno i sospiri amore un poco tardo | possia 
che gliochi molli | che pria foron folli | ealutor 
le germane sconsolate. Da chebbe prexo luno elal- 



tro dardo | disse dri^'ati i colli | ecco Wme che 
iiolli 1 per desusar iiedete soii torl)ate. Largega 
etemperaiiga elaltre nate | del sangue nostro men- 
dicando uanno | per o se questo e danno | pian- 
gano gliochi e doglia se la bocha | de gliomini 
acni tocca | che sono ai raggi di cotal giel giunti | 
non nni che siemo delaeterna rocha | che senoi 
semmo or punti | noi pur staremmo | epur tornara 
giente !'' | che questo dardo farra star lucente. 

<[ E dio chascolto nel parlar dinino | conso- 
larsi edolersi | cossi alti dispersi | lexilio che me- 
dato honor me tengno |. Che se giuditio o forza 
de destino | uol pur chel mondo uersi | gli bianchi 
fiori in perei | cader co i boni | epur de lode dengno. 
E senon che dagliochi mei bel seiigno | per lunta- 
nanga me tolto dal uiso | che mane in fuoco miso | 
lieue me contaria ciò che me grane | ma questo 
foco mane | si consummato già losso eia polpa i che 
morte al petto ma posta la chiaue. Vnde sio ebbe 
colpa I più lune auolte il sol poi che fo spenta | 
se colpa more per chom ben se ripenta *''. 

{[ Cangone ai panni toi non ponga hom mano | 
per ueder quel che bella donna chiude | basti le 
parti nude-| Le dolce pome a tutta giente niega | 
peroni alchun man piega | esello auen che tu 
alchun mai troni | amico de pietate et el te priega | 
fate de color noni | poi li mostra bel fior che bel 
de fuori | fa dixiar ni glia morusi cuori. 

K) Signor uceUa con lebianche penne | can- 
Qoue caccia | con li neri ueltri | che fugger me 
conuiene | ma far me poterìan depace dono | per 



o iiul fan che non siiu qual io mno \ (iimiem de 
perdon Paulo hom non semi | che i)ei' donare ebel 
uincer de guerra. 

{]). 53) 18. — <[ Dante. 

V-jOssì nel mio parlar uoglio esser aspro | come 
ueglìatti questa bella pietra | la qual tuttora im- 
pietra I magior durerà | e più natura cruda. E 
ueste 8oa natura dun diaspro 1 tal che per lui | eper 
cheUa sarietra | non esse de faretra | saitta che già 
mai ella coglia ignuda. Ella ucide enon ual che 
se chiuda | ne se delunglii dai colpi mortali | che 
come auesser ali | giungon altrui | e speQan cia- 
Bchune arme | tal che da lei | ne so neposso 
aitarme. 

4[ Non trono schermo chella non mi specgi | 
ne loco chel dal suo uiso mascouda I ma come fiore 
in fronda | cussi dela mia mente ten lacima. E 
tanto del mio mn.l p.ir che saprecgi | quanto lengno 
di mar che no Ueua onda | lo peso che mafonda | 
tanto e chi noi potrei adiguar a rima. Si angoaosa 
espietata lima | che sor da mente la mia ulta 
simmi I per che non te i-itimi ''' | de roder me sii 
cuore a scorda a scorga | comi o dir altrui che te 
da forga. 

<[ Che più mi trema il cuor qualor io penso | 
de lei in parte od altri gliochi induca | per tema 
non traluca j il mio jiensier defuor si che se sco- 
pra. Che non fa de la morte congne senso | con 
gli denti damor già me manduca ] cioè chel pen- 
sier bruca I lalor uertu si che malenta lopra. El 
ma percosso in terra estammi sopra 1 con quella 



i^pada onde lo aiicise dido j amore acui io crido 
merce chiamando et humei meutel prego | egli e 
donne merce pennesso alniego \. 

C T^gli alsa ador ador la mano esfida | la debel 
mia uita esto peruerao | che dei stesso ariuerso 
me tien in terra donne giuoco ''> stanche. Alor 
me aurgon nela niente strida | el sangue che per 
leuene e disperso | fugando con riuerso | al cor 
ehel chiama | undio rimagno bianche. Egli me 
fiere sottol lado manche | si forte chel dolor nelcor 
rimbalza | alor dico segli alga | un altra uolta 
morte maura chiuso | nauti chel colpo sia diseso 
giuso. 

C Cussi uedesae iolei fender permeggio | il 
core a quella crudel chel mio equatra | poi non 
mi serebbe atra | la morte ouio per soa bellecga 
corro. Che tanto da nel sol quanton doreggio | 
questa scarana micidiale e latra | oime che non 
latra | per me coniio per lei nel caldo borro L Che 
tosto cridarei io ne socorro | efarei 1 uolontier 
sicome quelli | che ni biondi capilli | amor per 
consomanni increspa et ora | meterei mano epia- 
cereli anchora. 

|[ Sio auesse le belle trecce prese | chefatte 
son per mio striditio ferga | prendendole anti 
terga ] con esse passare! euespro esquille. E non 
serei pietoso ne cortexe | anti farei come orso 
quando scherma | eseamor menesferga | io me uin- 
dicarei depiu demille. Aanchor [aie] digliochi onde- 
Bchon le fauille | che mincendon Iccor [sic] chio 
porto acixo i guatarci presso efixo | per uindicar 
lo fuggei' che me sface | possa le renderei con 
amor pace. 



i^ Cangon mia uatteu dritto aquolla donna | 
che ma rubato | etolto echeminuola | quello ondìo 
o più gola, e daui per lo cor duna eagletta | che 
bellonor saquiata | in far uendetta. 

{p. 54) 19. — d Dante. 

/\Mor da che conuen pur chio me doglia | 
per che la gente me oda | emuetrimi donne uertute 
isjiento. Damme sauer a pianger comio o uoglia | 
6i chel duol che se snoda | porti le mi parole com- 
]niol sento. Tu uoi chio mora et io ne son contento | 
ma chi me scuserà sio non so dire | ciò che me 
fai sentire | chi crederà chio eia ornai si colto i 
eseme dai parlar come tormento \ fa signor mio 
chinancil mio morire | questa ria per me noi possa 
udire che sintendesse ciò chio dentro ascolto | pietà 
faria men bello il suo bel uolto. 

<[ Jo non posso fugir chella non uiegna I nel 
ymagine mia | senon comel pensier che la ui mena. 
Lanima folle chal suo mal sengegua | com^ ella e 
bella e rea | cossi depinge efoi-ma la soa pena. 
Poi la riguarda | e quando ella e ben piena | del 
gran disio | che digliochi latira | incontro | a se 
eadira | cha fattoi foco | undella trista incende. 
qual argumento de raxon refrena ] unde tanta tem- 
pesta in mi se gira, langossia che non cape | den- 
tro spira I for per la bocca si chella sintende, et 
ancho agliochi lor merito rende. 

d Lanimica figura che rimane | uittoriosa 
efiera ] e segnoreggia la uertu che uole. Vaga de 
si medesema andar me fané | colla doue ellae 
nera | come simel asimel correr sole. Ben conosco 
che uà la neue al sole | ma più non posso fo come 
cului t che nel podere altrui | uà co i suoi piedi ' 



alloco CUP egli emorto | quando son presso parme 
udir parole | (licer uia uia uedrai murir custui | 
alor mi uolgo per uedere acui me raccomandi in 
tanto sono scorto | dagliochi che mancidono a gran 
toiiio. 

|[ Qual io diuegno si ferito amore | Bai lo tu 
non io I eherimani auederme ^enga uita. E ee 
lanima toma possia alcore | ignoranza et oblio state 
con lei mentre chelle partita. Comio resurgo emiro 
la ferita che clie me desfeci | quaadio fui percosso | 
confortarmi non posso | si chio non tremmi tutto 
di i>aura | e mostri poi la facga scolorita [ qual fo 
quel trono che me giunse adosso | che seco il dolce 
rixo estato mosso | lungo di goglia poi rimane 
oscura | per che lo spirito | non serasigura. 

<f Cossi mai cnncio amore in meggio lalpi | 
nela ualle del fiume | lungol qual sempre sopra 
me sei forte. Qui uiuo emorto come uoi me palpi 
merce del fiero lume | che forgorando fa uia a la 
morte. Lassio non donna qui non gienti acorte | 
ueggio cui me lamenti del mio male | sa costei 
nonencale | non spero qui daltrui auer socorso | 
equesta bande5ata | de toa corte | signor non cura 
colpe del tuo strale | fatto a dorgogoglio [sic] al 
pecto schermo tale | conne saietta [ li spunta suo 
corso per {p. 55) chel armato cor da nuUo 
emorso. 

i§ Montanina mia cancion tu uai | fuor se 
uedrai fierenga la mia terra | che fuor de se me 
serra | nuota damore enda [sic] de pietate | Seli ual 
dentro uà dicendo ornai | non ui pò far lo mio 
fattor più guerra | che laondio uegno una catenal 
serra | tal che se spieglii | nostra cnuleltate | nona 
di ritornar più liberiate. 



20. — C Dastb. 

jr\Mor tu nidi ben che questa donna | la toa 
uertu non cura in alchun tempo | clie de le altre 
belle fassi donna | epoi sacorse ben chelle mìa 
donna. Per lo tuo raggio chal uolto me luce donne 
crudellita se feci donna | si chel non par chella 
abbia cuor di donna | Ma de qual fiera la e damor 
più freddo \. Che per lo caldo tempo e per lo 
freddo me fa sembiante pur come una donna ! 
che fosse fatta duna bella pietra | per man di 
quel me?o tagliase in pietica. 

([ Ed io che son constante più che pietra | in 
obedir ti per beltà | di donna | porto nascoxo il 
corpo dela pietra | Con la qual tu me desti come 
pietra. Che tauesse inugliato lungo tempo | 
(siche mi cors.... cuor doue io a.... pietra) ''i e mai 
non se acoperse alchuna pietra | ne da spiendor 
de sol ne da soa luce | che tanta auesse ne uertu 
ne luce, che me potesse aitar da quella pietra | 
8Ì chella no me mini con suo freddo | collae doue 
io serro de morte freddo. 

([ Signor tu sai che per algente freddo | laqna 
diuenta cristallina pietra | la sotto tramontana 
ouel gran freddo | elaire tutto in elleraento freddo. 
Vi se conuerte si chel aqua e donna | in qiiella 
parte | per caxon del freddo, cussi denanti dal 
sembiante freddo | magliaca '[sic] sopra il sangue 
a dogne tempo | equel pensier che ma scurrato 
il tempo I ui se connerte tutto in corpo freddo | 
che nessie poi per maggio la luce ] laonde intro 
la spietata luce. 



4[ Jii lei sacoglie donne beltà luce | cussi de 
tutta crudeltate il freddo | li corre al core oue 
non e toa luce | perche nigliochi si bella me luce. 
Quandio la miro chio la ueggio in pietra | e poi 
in altro oue io uolga la luce | digli ochi suoi mi 
uien la dolce luce | che mi fa non calere onnaltra 
donna | cussi fossella più pietosa donna 1 uermi 
che chiamo e di notte e di luce | solo per ben 
seruire luoco e tempo ] ne per altro dixio inuer 
gran tempo. 

([ Per o uertu che sei piiraa che tempo | 
prima che morte o che sensibel luce | {p. 56} in- 
crescate deme cossi mal tempo | entra glie omai 
in cor chel e ben tempo |. Si che per ti se nesca 
fuora il freddo | che no me lassa auer con altri 
tempo I che sei ma coglie lo tuo forte tempo \ in 
tale stato questa gientil pietra | mi uedera colcare 
in poca pietra | per no leuanni se non doppo il 
tempo ! quandio uedro se mai fo bella donna | nel 
mondo come equesta acerba donna. 

!§ i[ Cannone io porto nela mente donna | 
tal che con tutto chella mesia pietra | me da 
baldanza | vnde onom me par freddo | si che 
mardisco afar per questo freddo | la nouita che 
per toa forma luce ] che non fo già nuii fatta 
inalchun tempo. 



-21. — ([ Dante. 

LdK despietata mente che pur mira ; de rietro 
altempo che se ne andato | dalnn di lati me con- 
batte il core, El dixio amoroso che me tira | uer 
lo <'* dolce paexe cha lassato | daltra parte con 



lo, ohe fu {Idi BbraHu. 



49 

forga daniore. Ne dentro sento tanto de ualore | 
che lungia mente poesia far defexa | gientil ma- 
donna ee da uuj non uiene | per o sa uuj co- 
niiiene j ad iscampo de Ini mai far iniprexa | 
piacciane lui mandar uostra salute | che sie con- 
forto dela soa uertute. 

|[ Piacciaue donna mia non uenir meno | in 
questo punto alcor che tanto uama | che sol da 
uuj lo socorso attende. Cliel bon signor già non 
ristrenge freno | uer lo so seruo se merce lichiama | 
che non pur lui mal so honor defende. E certo la 
soa doglia più mincende | quandio me penso ben 
donna che uuj | per mau damor la entro pinta 
siti j cossi e uuj doniti | uia magior mente auer 
cura delui | che quei da cui conuien chel ben 
sapari | per limagine soa ne tien più cari. 

d Se dir uolesti dolce mia speranga | de dar 
indixia a quel cheo uè dimando | ge7ttU madonna 
come auiti inteso sa^^ati chel attender io non 
posso. Chio sono al fine dela mia possanza | e ciò 
conossier uuj douiti quando | lultima spene a cer- 
char me son mosso. Che tutti i charchi sostenire 
a dosso I dee lomo in fin alpexo che mortale | 
prima chel suo magior amico proni | che non sa 
qual lo troni | e sei auen chelgli risponda male , 
cosa nonne che tanto custi cara ] chemorte na 
più tosto epiu amara. 

d E uuj pur siti quella chio più amo ] e che 
dar me possiti magior dono ] iu {p. 57) cui la 
speranza mia jiiu '"' riposa. Che sol per uuj seruir 
lauitta bramo | e quelle cose chauuj honor sono | 
uoglio I edimando [ onaltra menugliosa. Carme 
possiti ciò chaltri non osa j chel si el no demi in 



(') 11 vi» 6 awi"^ 



50 

uostra mano | a posto amore undio grande men 
tegno I la fede chio uà segno | mone dal porta- 
mento nostro humano | che ciaschun cheue mira 
in uiritate | de fuor conosse che dentro e pietate. 

([ Donqua uostra salute omai se mona | euen- 
gna dentro alcor che si laspetta \ gientil madonna 
come auiti intexo. Ma fagga cha lintrar dentro 
se truoua | serrato forte de quella saitta | chamor 
lancio lo giorno chio fui prexo | . Per chà lintrar 
da tuttaltri e conteso | fuor chai missi damor 
chaprir lo sanno | per uolonta dela uertu chel 
serra | vnde nela mia guerra | la soa uinuta me 
serebbe danno | sedella fosse genga conpagnia | di 
missi del signor che ma in baylia. 

r$ ([ Cangon lo tuo camin uol esser curto | 
che tu sai ben che pocho tempo omai | potè auer 
luogo quel per che tu uai. 



22. — ([ Dante. 



I 



.0 son uenuto al punto dela rota | che lori- 
Qonte quando il sol se colca | eparturisse el gemi- 
nato cielo. Ella stella damor ui sta rimota | per 
lo raggio lucente che lanforca | si de trauerso che 
ui sefa uelo. E quel pianetto che conforta il gielo [ 
semostra tutto anoi per lo grande archo | nel qual 
ciaschun di sette fa pocchombra | eper o no mi 
sgombra | un sol pensier damor undio son carcho | 
la mente mia che più dura che pietra | in tener 
forte ymagine depietra. 

([ Lieuase dela rena dethiopia | iluento pere- 
grin che laere sturba | per la spiera del sol chora ^'^ 
la scalda. E passa il mare unde conduce copia ] de 



(1) La /^ è aggiunta sopra dallo stesso amanuense. 



nebbia tal che siiltn no la sturba | questo emispe- 
rio chiude tutto esalda. Poi se conuerte ecade 
ili biaucha falda | de fredda neue | ade nuiosa 
pioggia I unde laere satrista tutto epiangne | amor 
chele eoe rangne | ritira in eiel per lo raggio che 
pioggia I no mabandona sie bella donna | questa 
crudele che me data per donna. 

^ Versan le uene le fummiffere aque | per lo 
uapor cha la terra nel uentre | che dabisso la tira 
suso in alto. Vnde camino al bel giorno ^e piaque ■ 
che [p. 58] ora fatto riuo eserra mentre | che 
durara del uemol grande asalto. La terra fa un 
sol che par de smalto ] elaqua morta ae conuerte 
in uetro | per la fredura che de fuor la serra | ed 
io ne la mia guerra | non sono uno passo sol tor- 
nato ailetro | ne uo tornar che sei martiro e dolce | 
la morte de passar onaltro dolce. 

H Fugito e ogne ucel chel caldo siegue | il 
paexo deuropia chenon perde | le sette stelle gelide 
unque mai, Eglìaltri an poste ale lor boce trie- 
gue I per non sonarle in fino al tempo uerde | aeeio 
non fosse percaxon deguai. Eglianimali tutti che 
Bon gai I da lor natura son damor dispersi | pero 
chel freddo | lo spirto già morta | el mio più damor 
porta I cheli dulci pensier no mi son tolti | ne me 
Bon dati per uolta di tempo | madonna me li da 
de picol tempo. 

C Passato anno lor termene le fronde [ che 
trasser la uertu fuor del ariete | per adornar Io- 
mondo e morte lerba. Ramo in fronda uerde no 
saaconde | senon in lauro | in pino odin abete | od 
in alchun | che soa uerdura serba |. Etanto eia 
staxon cruda et acerba | chamorta li fioritti per 
le piage | li quaì non potten tollerar la brina | eia 
crudele ispinu | amor per o del cor no me la trag- 



gip. Vmlio 8on certo deportarla sempre [ chio serro 
in uita I sio uiuisse sempre. 

li) H Cannone or che serra demi nelaltro | 
tempo dolce nouello quando pione | amor da tutti 
i celi I quando per quisti gieli | eo moro | esolo in 
me «non altroue 1 serra di me quel che dun hom 
di marmo | ae pargoletta aura per core un marmo. 



23. — C 1>ANTE. 

iilj mincressie demi si dura mente | chaltre- 
tanto I di doglia me recba la jiieta quantol mar- 
tiro. Lasso per o che dolorosa mente | sento contra 
mia uoglia | racoglier laer del seccai sospiro. Entro 
quel cuor chi begli ochij ferirò | quando gli aperse 
amor con lesoe mani per eonducer me altempo 
che me sface oime con dolci epiani | esoaui uer 
demi se leuaro | quando igli incominciaro | La 
morte mia che tanto me spiace | dicendo nostro 
lume porta pace. 

ip. 59) H Nui daren pace alcore | auuj dil- 
letto I diceano agliochi mei ] qui da la bella donna 
alchuna uolta. Ma poi che sepper delor intelletto | 
che per forga delei | me era la mente già ben tutta 
tolta. Con insegne damor dieder la uolta | si che 
lalor uictorioea uieta | poi no me apparue pur una 
fiata. Vnde e rimasa trista | lanima mia che naten- 
dea conforto | et ora quase morto | uede lo core 
acui era sposata | partire li conuiene inamorata. 

4[ Jnamorata se ne uà piangendo ] fuora de 
questa uita ] la sconsolata | che la scaga amore. 
Ella se mone quinge si dnglendo | elianti lasoa 
pai'tita I Jjascolta con pietate il suo fattore. Ri- 
stretta se intro megio del core | con quella uita 
che rimane ispenta | sol in quel punto chella sen 



Uà uia I et iue se lamenta | damor clic fuor desto 
mondo la scba^a | estretta mente abrac^a | li spi- 
riti che piangon tutta uia | perro chi perden la 
ior compagnia. 

4[ Limagine de questa donna siede | su nela 
mente anchora | doue la pose quel che fo eoa guida. 
E no lincressie del mal chella uede | augi glie più 
bello ora | che mai euia più lieta par che rida. Et 
apre gli ochij micidiale ecrida | sopra colei che 
piange il suo partire nanne misera nanne fuora 
oimai I questa crida el disire che me conbatte 
cossi come sole ] auegua cbel me dolo | per o chel 
mio sentire emeno aeai | euia più presso alterminar 
di guai. 

([ Quando ma parue alor la gran beltate j che 
si me fa dolere | donne gientile acuì io parlato. 
Per la uertu cha più nobilitate mirando nel pia- 
cere I aacorse ben chel suo mal era nato. Con un 
disio bel chera criato | per lo ermirare intendo 
chella fece | si che piangendo disse al altre poi | 
qui ginngira in uece | duna che uiue la gientil 
figura I che già me fa paura | esserra donna tutta 
sopra noi | tosto che fiel piacer di gli ochi suoi. 

i§ C J o parlato aunj donne gientij | chauiti 
gli occhij de bellecga ornati eia mente damor 
uinta I per che recommandati | ne siano | i ditti 
mei laoue onque io sono | denanti auuj perdono | 
la morte mia a questa bella cosa che me na colpa 
li non fo pietosa. 

{p. 60) 24. — C Dante. 

x\L poco giorno | et al gran cierchio dom- 
bra ! son giunto lasso | et al bianchir di colli | 
quando se pei-de lo color nel erba. El mio disio 



per o non cangia il uerde | si barbato nela, dura 
pietra | che parla esente pur come una donna. 
Simile mente questa nona donna | se sta iellata 
come neiie alombra | enon la moue senon come 
pietra | il dolce tempo che rischalda 1 colli | eche 
li fa cangiar debianchi in uerde | quando li copre 
defioritti e derba, 

4[ Quando ella a in testa una ghirlanda derba | 
tra dela mente nostra onaltra donna | per che se 
meschia il crespo el giallo al uerde. Si bel chamor 
gli nene a stare alombi-a | che ma serrato tra 
picoUi colli I assai più forte chin calcina pietra. 
Le soe bellecge an più uertu che pietra | el colpo 
suo non ]io sanar per erba | chio eon fugito per 
piani eper coUi | sol per poter campar da questa 
donna | edal suo lume | non mi pò far ombra | pog- 
gio ne muro già mai ne fronda uerde. 

([ lo lo ueduta già uestita a uerde | si bella 
chella aurebbe messo in pietra | lamor chio porto 
pur ala soa ombra. Vndio lo chesta in un bel prato 
derba I inamorata come fo mai donna | conchiuso 
in torno daltissimi colli |. Ma ben ritornarra gli 
fiummi ai colli | prima che questo lengno molle 
euerde | sinfìammi come sol far bella donna | per 
me che me toria dormir in pietra | tuttol mio 
tempo egir passendo lerba | sol per ueder lao 
i panni soi fanno ombra. 

1$ ([ La o dunque i colli fanno più negra om- 
bra I sotto un bel uerde la giouene donna | sparer 
me fa come hom pietra sotto erba. 



([ Dantf. 

JUE dolce rime clamor chi solea | trouar ni 
mei pensieri | eoniiien chio lassi non per cliio nno 
speri I ad esse ritornare. Ma perche gliatti deedl- 
gnosi efieri | che nel la donna mia | sono apparuti 
manochiusa la uia | delonesto parlare. Poi che 
tempo mepar daspettare | deporro io il mio soaue 
stile ''' I chio tenuto nel parlar damore | e dirro 
del ualore | per lo qual uera mente homo e gien- 
tile \ con rime aspre e sotile | riprouando giuditio 
falso euile i de qui che uoglion che de gientil- 
lec^a I sia principio richecga | ecominciando [ chia- 
mo quel signore | cha la mia donna negli ochi 
dimora per chella de si stessa sinamora. 

ip. 61) Ì[ Tal imperro che gientilec^a uolse | 
secondo il suo parere '"* | che fosse antica possession 
dauere con regementi belli. Et altri fo de più lieue 
sapere | chetai ditto riuolse | elultima particola 
ne tolse | che no lauean forse elli. De rietro da 
costor uan tutti quilli | che fan gientili per 
ischiatta altrui | cui lungia mente gran riche^a 
eetata | et e tanto durata | la cossi fatta oppinion 
fra nui | comò appella cului | homo gientile lo qual 
pò dir io fui I nepote o figlio de cotal ualente | ben 
chel sia da niente | ma uilissimo sembri cui 1 uer 
guaita I cui e scorto il camin epossa lerra | eltocha 
tal che morto eua per terra. 

|[ Chi diffinise homo in lengno animato | pri- 
ma dice non uero | e doppol falso parla no intero 



a mnBO di poco ponte- 



ma forse più non uerte. Simile mente fo chi 
tenne impero | in diffiiiir errato | che prima ponel 
falso *'* edaltro lato j con deffetto procede. Che le 
diuitie secondo se crede | non posso gientilega dar 
ne torre | per o che uili son da lor natura | poi 
che pinge figura [ senon pò esser lei non la pò 
porre | ne la diritta ''' torre [ far piegar rigo che 
da lungi corre | esian uile appare et imperfette | 
che quantunque collette | non posson quietar ma 
da più cura ] vnde lauimo che drittto '"' euerace [ 
per lor discorrimento non se eface, 

([ Ne uoglion che uil hom gienti] diuegna [ ne 
de uil patre asscenda | naseion che per gientil mai 
sintenda | questo eda lor confesso. Vnde la lor 
raxon par chee ofl'enda | in tanto quanto assegna | 
che tempo egientilega s>e conuiegna ; diffinendo con 
esso. Ancor siegue de ciò cho nauti messo | che 
sian tutti gienti ouer uillani | o che non fosse ad 
hom cominciamento | roa ciò io non consento | ne 
anchor igli sesono cristiani | chaglintelletti sani | 
emanifesto lor dir esser nani | et io cossi per falso 
lo riprouo j edalor me rimouo | edicer uoi ornai 
sicomio sento | che cosa e gientilei;a eda cui 
uene | e dirro singni chel gientil hon tene. 

4t Dico conne uertu principal mente | uien da 
una radice | uertu dico che fa lomo felice | in soa 
operatione. Questi secondo che letica dice | euno 
habito elligente ; lo qual fa soa dimora nela mente | 
e tai parole pone. Dico che nobeltate in soa ra- 
xone I importa sempre ben desuo suggetto ] come 



(>) L' amaiiinenBe aveva prima scritto : uero, die poi f apuns;?, e 
gelido aoprB riga, in carattere piocoliasima i falso. 

(') La prima ( fo aggiunto sopra daU' «manoense. 

(>) L'amanuense avendo prima scritto dri'teu, e volendo poi e 
gere diritto, come foBS poco sopra, errò nella corresionei lull' o final 
una t, e a destra di questa aggiunse 1' o. 



uiltate importa semiive male | euertute cotale | da 
sempre altrui de si bone intelletto i per clmn me- 
desmo detto j conuiengon ambeduì chen duno 
effetto I donque couuien cheluna | uenga da laltra 
o dun ter^o ciascuna | mase hma ual più che laltra 
uale ] et anchor~da costei iiirra più tosto | ciò chio 
ditto I qui sia per opposto. 

([ E gientilega laoduque [sic] e uertute | ma 
non uertute ouella ] Bicorne elcielo laod- (p. 62) 
unque la stella | ma ciò non econuerso. Enui in 
donne et in età nouella | ueggiau questa salute ! 
in quanto uergognose son tenute | che da uertu 
diuerso. Donque uirra come dal nigro al perso | 
ciascheduna uertute da costei | ouer generro lor 
cho messo auanti | per o nesun se uanti | dicendo 
per ischiatta io son colei | chilli son quase dei | qui 
chan tal gratia fuor detutti irei che solo xpo 
alanima la dona che uede in soa persona | perfetta 
mente star si chin alquanti | cui sieme de felHcita 
sacosta messo da dio nel anima ben posta. 

4£ Lanima cui adorna sta bontate ( non la ai 
tien nascosa | ma dal principio chelcorpo so spo- 
xa I la mostra fin la morte. Vbidente soaue euer- 
gognoxa I e nela prima etate | soa persona adorna 
debontate | con lesoe parti acorte. En giouenega 
etemperata eforte ] piena damore e de cortexe 
lode I esolo in lialta far se deletta | poi ne la soa 
senetta | prudente giusta e large(;a sen ode | eusi 
medesema gode | odir deraxonar del altrui prode | 
poi ne la quarta parte dela uita | a dio se rema- 
rlta I contempiando ilfine chella spetta | ebenedice 
i tempora passati | uedeti ornai quanti son glin- 



IV C Contra glerranti mei tu tenandrai | equan- 
do tu serrai | in parte doue sia la donna nostra | 



58 

noli tenir lo tuo mister cuuerto | cheli poi dir per 
certo I io uo parlando a lamica nostra. 



26. — C Dante. 



G 



^Li ochi dolenti per pietà delcore | anno de 

lacrimar soferto pena si che per uinti son rimasi 
omai. Or mo chio uoglio sfocar lo dolore | chapoco 
a poco a la morte memena | conuien me raxonar 
trahendo guai. Ma per chio me ricordo chio par- 
lai I dela mia donna mentre chera uiuiua ^'^ | donne 
e dongelle amorose con uuj | non uo parlar altrui | 
senon a cor gientil chin donna sia | e dicerro de 
lei piangendo poi | chàta se ne nel ciel subita- 
mente I et a lassato amor meco dolente. 

i[ Jta sene Beatrice in lalto cielo | nelo rea- 
me I o gliangioli anno pace | està con loro | e uuj 
donne a lassiate. Non ce la tolse | qualità degielo 
ne de calor come lealtre face | ma sol fo soa gran 
benignitate | che luce dela soa humilitate | passo 
nel cielo con tanta uertute | che fé merauigliar 
leterno sire | esi dolce dixire | lo indusse achiamar 
tanta sa- (p. 63) Iute che la fé da qua giuso a si 
uinire | che uedea ben che sta ulta nugliosa j non 
era dengna de si nobel cosa. 

i[ Partisse da la soa bella persona | piena de 
gratia lanima gientile | et ese coronata in loco 
dengno. Chi none piange quando neraxona | cor 
a dipietra si maluaxio euile | che non gli pò intrar 
spirto benegno. Non e di uilan cor si alto ingie- 
gno I che potesse ymaginar de lei alquanto | eperro 
non li uien de pianger uoglia | ma de tristega 



(*) Questa parola si spiega in tal modo : la prima sillaba ui è scritta 
in fine di riga, il resto in principio della seguente. 



doglia I eraxonar e coiisuiilar de pianto | e donno 
consolar lalma mia spoglia | che uede nel penserò 
alchuna uolta j quel chella fo ecome ella ce tolta. 

f Dona me angOBsia li sospiri foi'te | quandol 
pensiero nela mente egraiie | recha me quella che 
mal cor diuieo. Espesse uolte pensando ala morte | 
uien me uno dixir tanto soaue ] che me tramuta 
lo color nel uiso. Equando ymaginar me uen ben 
fixo I giungeme tanta pena donne parte ] eh io me 
rescoto per pena chio sento | esi fatto diuento | che 
da la gente uergogna me parte | possia piangendo 
sol nel mio lamento | chiamo Beatrice edico or se 
tn morta ] ementro [sic] chio la chiamo el me 
conforta. 

([ Struger di doglia esospirar dangossia | strug- 
gel mio cor laodiinqiie sol mi trono | siche nin- 
creeserebbe a chi lo odisse. E qual sia stata la mia 
Ulta possa | chela mia donna andò nel secol nouo j 
lengua non e clie dicer lo potesse. E per o donne 
mi [sic] sio pur uolesse | non uè potrei dicer quel 
chio sone | sì me fa gire la acerba ulta | la qual 
ma si inuilita | che ciaschun giorno par che ma 
bandoni | uegendo le mi labbia tramortita | equal 
chio sia la mia donnal uede | ondio ne spero anclior 
trouar mercede. 



27. - C I>-«iE. 

V Ui chintendendo il tergo ciel monete | vdete 
ragionar chenel mio core ''' | chio noi so dir altrui 
si me par nouo. El ciel che siegue lo nostro ua- 
lore I gientile creature che unj siete | me traggie 
ne lo stato ouio me trono. E del parlar dela ulta 



(50 
di prono I par die se (p. 64} dact^i dengiia mente 
a noi I pero ui prego chelo mintendiate | Jo uè 
dirro del cor la noiiitate | come lanima trista 
piange in lui | ecome un spirto contra lei fauella | 
che uien per raggi dcla nostra stella. 

([ Suole esser uitta delocor dolente | vn snaue 
pensier che se uegea | spesso fiate auante il nostro 
sire. vuj madonna ghioriar uedea | de cui par- 
lauame si dolce mente | che lanima diceua io men 
noi gire. Or apparisse chelo fa fugire | esegnoreg- 
giame de tal nertute | cliel cor ne trema che 
dtìfuor nappare | questi me face una donna guar- 
dare I edicer chi ueder uuol la salute | faccia chen 
gliochij de sta donna miri | sedei non teme angos- 
sia desospiri, 

4[ Truoua contrario tal chelo deetrugge lumil 
pensiero che parlar mi suole | dunaugiola che nel 
ciel coronata. Lanima piange si anchor linduole [ 
edice oi lassa me come sen fugge | questo pietoso 
che ma consolata. Di gliochi de coatei | questa 
affanata | qual ora fo che tal ora li uide | eperche 
no credeano arai delei | che dicea ben ni gliochi 
de costei de star colui | che li mei pari ucide | 
enon mi ualse chio nefosse acorta | che non mir- 
rasser tal chio ne son morta. 

H Tu non sei morta anti sei sbigotita | anima 
nostra che se te lamenti | dics uno spirtel damor 
gientile. Che questa bella donna che tu senti | a 
transmutato in tato [sir] la toa nita | che nai paura 
si sei fatta uile | Mira quante pietosa et humile | 
cortexe e saggia enella sograndecga | epensa de 
chiamai'Ia donna ornai | che se tu non tinganni tu 
uedrai | de ai nuoui miraculi adornerà 1 chetu dir- 
rai amor signor uerace | ecco lancella toa fa con 
tepiace. 



i^ 4[ Cancione io so diedi serraiino radi | color 
che toa ragion intendali bene | tanto la parli fati- 
gosa eforte. Vnde se per uiiitura egli adiiiene | 
chetu de nanti da persone nadi | che non ti para 
desser ben acorte. Alor te priego che te recon- 
forte 1 dicendo alor pietosa mia nouella | ponete 
mente almen commio son bella '"). 

(p. 65) 28. — ([ Baste. 

r\Mor che nella niente me ragiona | dela mia 
donna dixiosa mente 1 muoue cosa de lei meco 
dolente | che lintelletto sopresse desnia. Lo suo 
parlar si dolce niente sona 1 che lanima cliascolta 
e che ciò sente | dice oime lassa che non son pos- 
sente I de dir quel che odo dela donna mia. E certo 
me conuien lassar in pria | sio uo contar dequel 
chodo de lei | ciò che lo mio intelletto non com- 
prende I e de quel che sintende gran parte per 
che dicer no! potrei | perro ne le mie rime atiran 
defFetto | chintrarron nela ''' lode de costei | de ciò 
se biasmi del bon no intelletto | el poder nostro 
che no na ualore | de ritrar tutto ciò che parie 
amore. 

([ Non uedel sol che tuttol mondo gira | cosa 
tanto gientil quantin quella ora i che luce nela 
parte oue dimora | la donna de cui dire amor mi 
face. Ogne intelletto de la su la mira | equella 
giente che qui si namora | la trouarranno an- 
chora j quanto amor fa sentir de la soa pace. Suo 
esser tanto a quei che glil da piace che fonde 
sempre in lei la soa nertute | oltrel dimando de 

(■) Il riohiaiin., che doveva mnero oertinnonte .Ulla stenHii mano 



nostra natura | la 8oa anima pura che rìceue da 
lui questa salute | il manifesta qual che la con- 
duce I chin eoe bellece [_sic] son cose uedute | chi 
gliochij di color douf^ ella luce | ne manmesso 
alcor pien de dixiri | che prenden aere ediuentan 
sospiri. 

^ Cose appariscou ne lo suo aspetto | che 
mostran del piacer del paradiso | dico nigliochi 
enei suo dolce riso ] che le uè rech» amor come 
suo luocho. Elle souerchian lo nostro intelletto | 
come raggio de sole in fra e le uiso | eper chio 
non leposso mirar fiso ] conuien me contentar 
dedir ne pocho. Soa beltà pioue fiamelle di fuo- 
cho I inanimate dun spirto gientile | che creatore 
donne pensier bone i erompe come trono | li matti 
uitij che fanno altrui uile | per o qual donna sente 
eoa beltate | biasmar per non ''* parer queta et 
humile | miri costei che exempio dumiltate | queste 
colei chumilia onne penierso | costei penso che 
mosse luniuerso. 

4[ In lei deecende la uertu diuina | si come 
face in angel chelìa, uede ] e qual donna gintil 
questo non crede | parli con lei e miri gliatti sUoi. 
Quiue douella parla se declina [ vn spirito da ciel 
che recha fede | come lalto ualor chella possedè | 
che e oltre quel che se conuiene a noi. Gliatti 
soaui chella mostra altrui | uanno chiamando amor 
ciaschuna prona ] in quella noce che lo fa sentire | 
de costei se pò dire | cheaia gientile ciò che in lei 
setroua | ebello tanto quanto in lei somiglia | eposso 
dir chel suo aspetto gloua | a consentir ciò che 
par merauiglia | vnde la nostra fede o aiutata | per 
o fo tal dal etemo ordinata. 



Ì[ El par caiigon che tu parli contrario | al 
dir duna sorella che tu ai | che questa donna che 
tanto huniil fai | ella la chiama fiera edesdegnosa. 
Dico chel ciel Bempre e lucente e chiaro | equanto 
in si non se turba giamai | ma li noatn' ochij per 
cagion assai | chìaman la stella talor tenebrosa. 
Cossi quando ella la chiama orgoiosa | non consi- 
dero lei secondo il nero | ma pur <'' (p. 66) secondo 
quel cheli parea | che laniina temea | eteme an- 
chora si cheme par fiero ] quantunque io ueggia 
laoueUa mesenta | cussi tescusa aeltefa mistero | 
edi madonna sed el uè agrato | io parlaro di uoi 
in onne lato. 



29. - 



■ d Dante. 



i\Mor che moui toa uertu dal cielo [ cornei 
raggici splendore | che più sa prende la lo suo 
ualore | quanto più nobiltà suo raggio troua. E 
come il fugge | oscuritate e gelo | cussi alto si- 
gnore l tu chacci la uiltate altrui dal core i ne ira 
contra ti fa lunga prona. Dati conuien che eia- 
scbun ben se mona | per lo qual se trauaglia il 
mondo tutto | genga ti e destrutto \ quanto auemmo 
in potenza de ben fare ] come pintura in tene- 
broxa parte | chenon se pò mostrare | nedar dU- 
lecto decolor nedarte. 

([ Feriome nel cor sempre toa luce | come 
raggio in la stella | poi che lanima mia fo fatto 
ancella | de la toa podestà pi-imera mente. Vnde 
auita un dixio che mi conduce | con soa dolce 
fauella j in remirar ciaschuna cosa bella 1 con più 



delletto quanto e ])iii piacente. Per questo mio 
guardarme nela mente i vna giouene e intrata che 
ma prexo et alli un fuoclio acexo | come aqua per 
chiarec^a fuocho acende | per che nel suo uenir li 

raggi tuoi ( i qua me ende) *'> ealiron 

tutti su nigliochi suoi. 

([ Quanto e nel esser suo belle gientile I ni- 
gliatti et amorosa | tanto liraagiuar che non se- 
poxa ] tadorna nela mente oue io la porto. Non 
che da se medesmo sia sotile 1 a cossi alta cosa | 
manda li toa uertu de quel chel osa oltrel poder 
che natura eia porto. E soa beltà deltuo ualor 
conforto j in quanto giudicar sepote affetto | sopra 
deugnosogietto | in guisa che del sol segno de 
fuocho I lo qual a lui non da netta uertute | ma 
fallo in alto luocho | nel effetto parer depiu 
salute. 

4[ Donqua signor de si gientil natura | che 
questa nobiltate | che uien quagiuso etuttaltra 
bontate lieuan principio da la toa altec^a. Cfuania 
la uita mia quanto ella edura ] eprindine pie- 
tate I chel tuo ardor per la costei beltate | me fa 
nel cor auer troppo grauegga. Falli sentir miser 
per toa dolcega | il gran dixìo chio o de ueder 
lei I non eofrir che costei per gioueueg^a | me 
conductt a morte | clienon sacorge anchor quanto 
mepiace | ne come lamo forte . ne cheni gliochi 
porta la mia pace. 

(p. 67) ([ Honor te aerra grande semaiuti | et 
ami richo dono | tanto quanto io conosco ben chic 
sono I la ouio non posso defeuder mia uita. Cheli 



(■ì Lp parole fn 
amo HggiQute il 
e per In refllatur 



, dimentìcikte noi ( 



spiriti mei son combatuti | dìi t;il chic non ra- 
giono I sepei' toa uolonta non an perdono | che 
poasan quari star gen^a finita. Et anchor toa 
potenza fa sentita | a questa bella donna chene 
dengaa | che par che se sconuegna | non dar li 
donne ben gran conpagnia [ eicome quella che fo 
almondo nata . per auer signoria [ soura lamente 
dognon chela guaita. 

30. — C DiSTE. 

URa che amor del tutto ma lassato 1 non 
per mio grato ] che stato non auea tanto giu- 
glioso [ ma per che pietoso fo tanto del mio core [ 
che non soferse daacoltar suo pianto, lo cantirro 
cossi desamorato 1 contrai peccato | che nato in 
uuj de chiamar aritroso tal che uil enuioso | con 
nome de ualore | cioè de legiadria che bella tanto. 
Che fa degno demanto | imperiai colui doue ella 
regnffl | ella e uerace insegna | la qual dimostra 
oue uertu dimora | per chio son certo se ben la 
defeudo | nel dir comio lantendo | chamor desi me 
farra gratia anchora. 

([ Sono che per giettar uial lor auere | credon 
potere | capere la odoue i buoni stanno | che doppo 
morte fanno | riparo ne la mente | aqui cotanti 
chauno conoscenza. Ma lor mession ai bon non 
pò piacere | per che tenere | sauere fuora e fug- 
giranno il danno | che sagiunge alonganno [ di loro 
e dela gente | channo falso giuditio in lor sen- 
tenza. Qual dicendo fallenga | deuorar cibo et a 
luxuria intendre | omanse come a uendre | se 
douesse al merchato di non eaggi | mal saggio non 
fpreccia hom per uestimenta | chaltrui aon oraa- 
Oieuta I ma preccia il senno elli gienti corraggi. 




([ Kt altri Mon che per esser ridenti | dinten- 
demeiiti | correnti iioglion esser giudicati | da qui 
che son ganati | uedendo rider cosa | che lintel- 
letto ciecho non la uede. Eparlan con uocabuli 
excelenti I uanno spiacenti ' contenti che dal iiulgo 
sian mirati j non sono inamorati mai de donna 
amorosa | ni parlamenti lor tengon sede. Non mo- 
ueriano'il piede j per domare a guisa de li^ado | 
ma (p. 68) come al furto il ladro [ Cossi uanno 
a pigliar uilan dilletto j Enon per o chiù donne 
e si dispento j ligiadro portamento | che paiono 
anima zenqa intelletto, 

([_ Ancor che eie! con cielo in punto eia | che 
legiadria | deeuia cotanto epiii che quanto io con- 
to I Io che li eon conto | merce duna gientile | che 
la mostraua in tutti gliatti suoi. Non tacierro de 
lei che uilania | far me paria | seria | chai suoi 
nimici serrei zunto | perche da questo punto 1 trat- 
tarro il uer de lei ma non so a cui. Jo giuro per 
cholui I chamor se chiama et e pien de salute | che 
zenga oprar uertute | nesun potè aquistar uerace 
loda I donque sequesta mia materia e bona | come 
ciaschun ragiona | serra uertute ochon uertu se 
anoda. 

([ Nonne pura uertu ladesuiata ] poi che bia- 
smata | negata doue e più uertu richesta | cioè in 
giente honesta | de uita spiritale | od in habito 
che de scientia tene. Donque selle in chaualier 
laodata \ serra meschiata | chansata de più cose 
per che questa | eonuien che de si uesta | lun bene 
elaltro male [ ma uertu jiura a ciaschun sta bene. 
SoUacge che eonuiene | conesso amore elopera 
perfetta | da questo terga e retta | e pura legiadria 
in esser sola | si come el cielo acni esser saduce I 
lo calor eia luce | con la perfetta eoa bella figura, 



([ Al gran pianetto e tutta soinigliantt? | che 
daleuante I auante in fino atauto cliel saeconde ! con 
iì bei raggi infonde | nittn euertu qua ginso | ne 
ìa materia sicome e desposta. E questa desdegnosa 
decotante | persone quante | sembiante portou dho- 
mo '■' I enon responde il lor frutto ale fronde | per 
lomal channo inuso | simile bene alcor gientil 
Bacosta ! , Chin donar nita etosta | con bei sem- 
bianti e con begli atti noni ] conne ora par che 
troui I euertu per exempio a chi ben piglia | oi 
falsi cbaualier maluagij erei j nimici de costei 1 
chal prence dele stelle se somiglia. 

([ Dona e receue Ihom *'' cui questa uole | mai 
non se dole I nel sole per donar luce a le stelle | ne 
receuer da elle | nel suo affetto aiuto | ma Inno 
elaltro in ciò delletto traggie. Già non einduce 
ad ira per parole I ma quelle sole | recole che son 
bone eson nouelle | sono lìgiadre e belle | per se 
ecar tenuto 1 e disiato da persone saggie. Che 
delaltre seluaggie I cotanto biasmo quanto laode 
precgia | per nesuna grandecgia | munta in orgo- 
glio I ma quando elio incontra | che soa franchigia 
li conuien mostrare | quiue sefa laodare | color che 
uiuono I fauno tutti incontra. 

(p. 69) 31. — C Uante. 

UOlglia "me recha nelo core anlire i al uoler 
che de ueritate amico | per o donne sio dico 
parole quase centra atutta giente | non uemera- 
uegliate. Ma conosieti il uil nostro dixire | chela 
beltà chamore in uuj consente | a uertu sola 



É 



mente ] fonuiita. fo dal so deei'eto antico | contrai 
qual uuj fallate. Jo dico a noi che siete ina- 
morate ] che se uertute a noi | fo data e beltà uoi | 
et a costor de duo poter un fare ] uuj non douresti 
amare | ma coprir quanto de beltà uè data | poi 
che non eie uertu chera so segno \ lasso a che 
dicer uengno | dico che bel dedsdegno [ eerrebbe 
in donna e da ragion laodato | partir beltà da si 
I>er suo combiato. 

4[ Homo da si uertu fatto a luntana | homo 
non ma la bestia chom somiglia i dio qual mera- 
uiglia I noler cader in senio de signore | ouer 
deuita in morte. Vertute al suo fattor sempre e 
sotana | lui obedisse lui aquista honore | donne 
tanto chamore | lasengna dexcelente soa famìglia i 
nela beata corte. Lieta mente essie dele belle 
porte I lieta uà esogiorna | lieta mente oura suo 
gran uassallaggio | per lo corto uiaggio [ conseruw 
adorna acressie ciò chetroua | morte repugna 
siche lei non cura | oi cara ancella epura | colta 
nel ciel misura | tu sola fai signore equesto proua | 
che tu sei possession che sempre gioua. 

^ Senio non de signor ma de uil seruo | sefa 
chi da cotal sema se scosta | uolete odir se costa ''' | 
seragionate luno e laltro danno | a chi dalei de- 
suia. Questo seruo | signor tanto eproteriio | che 
gliochi chalamente lume fanno | chiusi per lui 
sestanno siche gir ne connene a colui posta | chdo- 
chia {sic] pur follia. Ma per chelo mio dir utel 
uesia I descenderro del tutto | in parte et in con- 
strutto I più lieue per che men grane sintenda j 
che rado sotto benda | parola scura giunge ad 
intelletto | per che parlar con uuj se noie aperto | 



iste potrebbe sembrare anche n 



I 



ma questo uo per mei'to (per iiiij mi certi) *'' 
chabbiate auU ciascuno et a sospetto | che somi- 
glianga fa nascer delletto. 

C Ghie soruo come quel che sequace | ratto 
a signore enon sa doue uada | per dolorosa strada | 
come lauar siguitando lauere | cha tutti signo- 
reggia. Corre lauaro ma più fugge pace | oi mente 
ciecha che non pò uedere | lo suo folle uolere | 
chel numero con oro a passar bada [ chinfinito 
naneggìa. Ecco giunte colei che ne pareggia | 
dime che ai tu fatto | ciechw auaro (p. 70) desfa.tto | 
respondime se poi altro che nulla | maledetta toa 
culla che loxingo cotanti sumpni in nane | ema- 
ledetto il tuo perduto pane | che non se perde 
al cane | che de siva ede mane ] ai radunatfl 
estretto ad ambo mano | ciò chesi tosto tese fa 
lontano. 

([ Come con desmisura se raduna | cossi con 
desmesura serestringe | e questo e quel che pinge | 
multi in seruaggio ese alchun se defende [ iione 
tenga gran briga. Morte che fai che fai bona 
fortuna | che non soluete quel che non sespende | 
sei fate a cui serende | non so possia che tal cerchio 
ne cinge \ che de la su neriga. Colpe dela ragion 
chenol castiga. Se noi dir son prexa | ai con 
poca defexa | mostra signore a cui seruo sormunta i 
qui se radoppia lonta | se ben se guarda la doue 
io o detto I falsi animali auuj et altrui erudi | 
che uedeti ire nudi | per colli eper palladi | homini 
nauti cui uitio efugito | euuj teniti il uil fango 
uestito. 

4[ Fasse denanti a lauaro uolto | uertu chi 
soi nimici apace inuita ] con materia polita | per . 



(') Lo parola fra pitrectosl faro 
■■ rioLiBmo, da Nicoli de' Bossi 



ancgfne, r 



aletarlo a ai ma pocho uale | clie sempre fugge 
lesca. Poi che girato la chiamandol molto | gittal 
pasto uer lui tanto lineale | ma quei non apre 
laile I ese pur uene e quando elle partita [ tanto 
par che lincresca. Come se possia dar si che no 
esca I del benefitio loda | intendo ciaschun me 
oda I Chi con tai-dare echi con nana uista | chi 
con sembianza trista | uolgel donar in uender 
tanto caro | quanto sa sol chi tal conpara paga ] 
uoleti odir eepiaga | tanto chi prende smaga ] chel 
negar possia non li pare amaro | cussi altruj esi 
concia lauaro. 

4[ Desuelato uo donne in alchun membro [ la 
uilta dela gente che uemira | per che li agiati in 
ira I ma troppo epiu anchor quel che sasconde | per 
cha dicer uelado. Jn ciaschun ede ciaschun uitio 
asembro I per chamista nel mondo se confonde j 
che lamorose fronde | deradice deben altruj ben 
tira I poi sol simile in grado. Vedete come con- 
chiudendo io uado I che non de créder quella | cui 
par ben esser bella | esser amata da questi cotali | 
ma se beltà tra mali | uolemo anumerar creder 
eepone | chiamando amor appetito defera | (p, 71) 
oi cotal donna piera | chesoa beltà deschera | da 
naturai bontà per tal casone ] o crede amor fuor 
dorto deragione. 

32. — Dante. 

UErtu chel del monisti a si bel punto | che 
pianetto ne stelle non aueese I adar defetto ma 
conpito bene. Tu creasti desimile edesgiunto | chi 
sommo principato mantenesse Ì oltre lumanita chel 
pregio tene . Enatura da cui procede euiene | def- 
fetto e conpimento al suo uolere | fa demostrando 



tutto il suo podere | in esser pronta edetanto ca- 
lere I chel primo grado el secondo salisse | epoi nel 
terQo il mondo seuestisse. 

C Tu formasti natura esto signore | donne 
beltate adorno in soa persona i a parte | a parte 
etutta lui responde. En Ini e lo piacere el suo 
ualore | con aspetto pietoso che li dona | vn habito 
apparente in cui aasconde . Sensibile uertute quan- 
do et onde 1 atto ellegibile mona la soa nista | in 
cui perfetion so pregio aquista 1 cosa none in lui 
che si falista | ma conpinaento gioglia etutto bene | 
de coporale [sic] eesen^'a il sommo bene. 

Nomina uirtutiim. 

^[ Questi eprudente forte etemperato | zusto 
magniiìcente uer iocondo I magnanimo affabile 
egientile. Jn costui e consiglio honore e stato | 
questi con libertate honoral mondo | e continente 
altiero et humile. Chiaro intelletto angellico eso- 
tile I respiendele dal cielo oltre uertute | per che 
se conpie in lui oune salute Etanto a più uertu 
sopra uertute | quanto fede speranza e cbaritate | 
che aon de più excellente nobiltate. 

Prudentia. 

|[ Come uirtu delui sol seuagheggia | ecome 
lei et ella lui bonora | prudentia dico che delaltre 
eprima. Questa oune uia diitta li palleggia | et 
indica et elleggie ìlpunto elora I quando secolga 
al sommo da la cima. Et ei chel suo ualor sempre 
asoblima | vsa memoria ragion prouedenga | soUi- 
citudo experta intelligenga | docile e cauto uiene 
a eoa sentenza | con parola soaue dolce e piana I 
honorando costei per che sourana. 



Justitìa. 

4£ Viue nel mio signor uiiia zustìtia | conio 
iiertute in pretiosa jnetra 1 e come chiarita nel foco 
ardente. Jn lui nasse tuttor uiua iustitìa ! (p. 72) 
come candor de biancha luce in pietra [ la soa 
bianche^a che soprauincente. Questi aliale [ iguale 
et vbidente | ala soa legge et a la diuina fede ' 
come nel uer chi se remira il uede ] distribuisse 
comunica epoesiede j richeccia honore pregio et 
houoran^a f Bicorne ciaschedun in bene auan^a. 



Fortitudo. 



([ Fuor donne uistn espetie de fortecgia | esto 
signore eforte e uirtuoso | quanto ragion per so 
diritto il chiede. Et elli honora pregio e gienti- 
lega | uago inamorato e dixioso | dardire ede te- 
mere quanto sa fiede. Nel animo constante suo 
richede | questa che darme fa lui prima bello | epoi 
dese ualore a dir con elio | ad arme sofferente 
quale e quello | che sostenisee meglio eluoco etem- 
po I egli e sommo epossente ad onne tempo, 

Temperantia. 

|[ Poi chadorna donne habito elligente | que- 
sta gientil che tien lultimo grado | nostro signor 
de lui ealiegra eposa. Remira si che superemi- 
nente | donne sensato nome spesso erado | informa 
lui epalexe enascoxa . Dico che questa pietra pre- 
tiosa I per quatro singni in lui se manifesta | in 
sobria uita | abstineute emodesta | de casta pudi- 
citia par che uesta | temperan^ja costui jier soa 
bontate | per cui laltre uertu sono honorate. 



Liberali tas, 

([ Poi die eefa gientil con più desdegna | eche 
rie pochi amica esser delletta | ma per diuiua gra- 
tia in cui descende. Per o con più dixio uer lei 
" se adegna ] guardar il suo ualore quante perfetta [ 
per chella dentro alcore più respiende. Solo in 
lui questa uertu sintende | deliberalitate auer com- 
pita I chordine pone atutta la soa ulta j questi 
consiegue il uero ala finita | in se come niente one 
ora allesse | etutto il mondo a torno possedesse. 

Maguifficentia. 

d Dona bontate ardire oltre natura j vnde 
maguifficentia prende il nome 1 et alta imprexa 
manifesta il uero. Anchor che lancontrarij la uin- 
tura I cauien molte fiate ^en^a come I sauer per 
cte scientia non da intero. Conoasiemento per che 
sempre e altiero | enobile coraggio et alto iugie- 
gno I non traggie adoperarsi apiciol eengno | egien- 
te nescia ede basso contengno | guardi a la magnif- 
ficentia decostui | se uincer tuttol mundo epoche 
aluj. 

(p. 73) Magnanimìtaa. 

^ Simile mente come a sofferire i laquila ar- 
disse mirando la spera | de riguardar nela rota 
del sole. Cossi pensando de uoler siguire | a ma- 
gnanimità che si altiera | che raro per suo sengno 
andar se suole . Reraira ciò che dixia e desuole | 
quanto il suo adoperare importa | cotanto in se 
la mente ne fa acorta | per chalamorte uia li facga 
ecorta | non più reggia lui delalta imprexa | dispo- 
ner la soa ulta atal defexa. 




Amatiiia amoris. 

H None dengno aquistar ma possedere 1 honor 
in quanto honor esoa parnenga ma operar contì- 
noando quella. Felice operatione il cui ualere | 

dengne donore etutta reuerenga 1 etale il regno 
che regnai" sapeUa, In ciò possedè aquista eri- 
noueUa j nostro signor sempre la fonte uiua ! 
dongne uertu donore e amatiua | la mente de 
costui epura epriua | de uitio ede passione etanto 
adorna | cha pocho etroppo in meggio se sogiorna. 

Humilitas. 
{[ A cui uertu nelcor prima disese | credo 
chumilita benegna epura | con dolce aspetto e con 
hoce soaue. Chiamando lei daquel signor cortexe | 
che non se ciela a dengna criatura | mosse auenire 
enoli fosse grane . Cossi per gouernar la nostra 
nane | humile mansueto dolce epiano e sto se- 
gnore oltre leeser humano [ Jn far uendetta non 
istende mano | misericordin; a ciò che non inpe- 
disca '"> I si la zustitia che tutto perischa. 

Affabilitas. 

|[ Oi principi beati euuj baroni | heredi epos- 
sessor de tanta ghioria | quanto per tempo coreo 
il tempo uè fa dengni. Epiu uertu de uuj fedeli 
e boni | cui tema ne uilta ne pigra noia | refrenai 
cor ne possession de rengni. Considerando ben 
alalti sengni | nostra ualen^^a matura epronta | 
degiomo in giorno più salle e sormunta | per uuj 
se manifesta efasse conta | lafFabile excelentia el 
piacimento | de sto signor che ciaschun a con- 
tento. 



(') La aillabii iniaiale m è ngg 



Veritas. 

([ Alto eposaente cor die no iiilleggia 1 in che 
suo stato altier esser li piace | adequa il suo parer 
ad intelletto. Necosa alchuna più decio chareggia | 
chesser altruj esenipre in si uerace | morte de tal 
uertute a quel dilletto. quanto in ciò e humile 
eperfetto [ enela uirita potente eforte | nostro 
ip. 74) signore cha leuertute acorte | per lor la 
uita soa pone a la morte | sepur bisongna e già 
non li perdona | eper lor ten lo septro eia corona. 

Jocunditas. 

([ Giocondo in maestà cossi possedè | lalta. 
corona dengna imperiale | debito fine esommo 
dixiando. Vera speranza karitate efede | eciaschu- 
na altra uertu cardinale | sempre suo stato adio 
feUicitando. Se dengna mente il cielo adoperando | 
mostra per sengno la soa signoria | per diuina 
potentia par che sia I viua ragione il proua tutta 
uia 1 vertn natura edio che sommo bene | dacui 
principio emeggio efine uene. 

33. — BlNDO BONICHI DA 81F.SA, 

^ Guay a chi nel tormento | sua non può span- 
der uo^e I e quando foco il co^e | li couien dale- 
gregga far senblanti . Guay a chi nel suo lamento | 
dir non può che li noge | e qual più gle feroce ] con- 
stretto e di gradir se gle denanti. Guay chi ben 
dise et en altruy cornette 1 che non certo di se 
uiue languendo ] e eouente temendo | dalto en ba- 
segga ritoma suo stato. Guay a chi seruir alcun 
mette | che comengi amista fructo cheren- 



rendo *'> | per che lo utel falendo j dimostra il fine 
el coniencar [sic] uiciato, 

|[ Graue e poter en page [ enguria eoferire | da 
chi doiiria uenire | per mento seriiir et honorare. 
Graue e al buon nera^je | reprension. sei falire | 
daltruy. fa in se perire | la nertu. e com uicij adi- 
morare. Graue e Btar inocente entra corutti | fa 
lunga usanza debel el conetante | non auray uertu 
tante | che sol non sie se tu lor abandoni. Graue 
e alom poter pia- (p. 75) cer a tutti | per che a 
casgnn auo plage eemeglante | cusi lene e pesante | 
son differenti , plage dunque ag boni. 

H Folle e chi si deletta | et a deseruir prende t 
om che non bì defende j perche fortuna tole e da 
potere. Folle e chi non aspetta ] presio dì quel che 
uende I casi chi laltro offende ] di quel che fa dee 
guederdone auere. Folle e chi si conpreeo e di 
aroganga | o chi di se presume ualor tanto | che 
fa del pianger canto | per chomo encappa talor 
e non cade. Folle e chi '*' cher di ofesa perdo- 
nanga | e mentre offende, cum celato manto | per- 
che lofeso alquanto] demostri non ueder . de drieto 
il trade. 

d" Saggo e chi ben meenra | la sua operacione | 
e senpre a se prepone | se mentre fa com e rice- 
uitore. Saggo e lem che procura ] uiuer ogni sta- 
Bone I en modo che rasone | uincal uoler . e quel 
ne uà col flore. Saggo e chi lom non gudicha per 
ueeta | ma per lo far chen luy si sente e uede | 
sauer talor si crede ] per apparenga en tal che 
dentro e nano. Saggo e lem circunidato da tenpe- 



1'} La parola, al aolìl' 
(■) La parola chi k ag 



I quel che scannar non può ne en don concede [ 
Hbuendo senpre fede | che dijipo monte può trouarel 
piauo. 

([ Gruayo poi che mio danno | dir non me 
conceduto | perche ogi e uil tenuto | sciuando uicij 
lanemo gentile . Grane me per enganno | trouando 
mi traduto | conuerdrme star muto | rechere il uer 
talor secreto stile. Folle fuy quand en falsora me 
cornisi I chi uuol fuger maluayi niua solo | padre 
figlolo I chi men se fida uia miglor elegge. 
non so ma quel chaltruy promisi | senpre 
seruay e di 50 nullo o dolo | uorey posare e nolo | 
dio tratti altruy per qual mi tratta legge, amen. 

{/». 76) 34 — MisER Nicolo de rossi da treuixi, 

(f La somma uertu damor a cuy piaque | rein- 
tegrare il celo I dandoli copia del jnoi>ia grande | 
che aula de esser perfetto. Kemosse la beltà chal 
mondo naque | cum naturale gelo | si che per lei 
glogli mei pianto spande [ fuor di gascun diletto. 
-Ma perche bene e male en un subietto | per la con- 
trarietà non si consente | per excesso di mente il 
mio signore | cani nona fantasia lentomi il core. 
Che nel punto cheo era più dolente | uoge mi scese 
dicendo che fay uienni ormay en questa nubel- 
letta [ ueder madonna en gloria preeletta. 

H Paruemi che eo fusse rapto en loco | cum 
tanta di dolgegga | istar felice che non lice altruy i 
parlare il che el come. E pi'osemando uia a poco 
a poco I cognobbi la belegga | che mauia uso qua- 
guso da nny | clamare lo suo nome. En coni)agna 
de dui uergene some | nel braggo de culuy che 
tutto tolse I e ley acolse meio che el seppe | cum 
le mani facendoli preseppe. Subito la consciencia 



mi reuolse | che eo tacesse . ma pur feci ardire | e 
presi a dire o anima bella | se el me conceduto or 
mi fauella, 

|[ Alora la purificata gema | mi respose suaue | 
tu cerni il regno clieo tegno tutora | e ile in sempi- 
terno. Doleme che tua uita quella prema | chs a de 
la rota claue ! o per destino il camino ti scora I ouer 
segno Buperao, De pensati chel Btato non e etorno | 
an^i sale e scende quanto pia^e | al uera^e sudicio 
che regge | onne creato cum sua foi-ma e le^fe. 
Vnde uedray custuy padre di page | ancor drigar 
cum queste sue sorelle | elio et elle la lor terra 
anticha | dispersa . la cason esse tei dicha. 

([ Oomengo luna ne Io tenpo meo | picolla e 
grane of'esa | manday torre e porre ^u di fede | tal 
gli dedi ministro. E laltra susjDirando disse et eo | 
poy chor non sia enteaa di largegga che gentilesca 
chede I nel ordenay maistro. E fratelmo di lode 
il fé resistro | simele (p. 77) fege del suo primo 
nato I a gran pecato malamente spinto | si forte 
il senno dal uoler fu uinto. Dunque lo gusto charo 
la acatato | che la bontà di lacitate trista ] la uista 
non sostenne di salute | quando che nuy partimo 
ysconoecute. 

C Cu8i udendo loro turbayme molto I e per 
troppo anxiare | lo sangue perso e uerso di la 
uena | che atorno il cor bulla. Per le menbre mi 
se redusse al uolto ] si che di contenjilare | me 
restitti e uitti che apena | de mi ebbi baylia . Possa 
criday o dolge patria mia | più daltra dogla me 
la tua caduta 1 conpluta corte de letitia . che eri ! 
spleccho di donne e norma a chaualeri. Fosse la 
puita jnuidia disperduta | e la uil errogantia del 
tuo seme | che tutti enseme tene a chi toccha ' 
spero che auresti parte en lalta roccha. 



treuieo fondato per amore ] col fi'onte de 
])ieta e cortesia | per tua folia se quigli exuie- 
aranno | la fine ti farra uergogna e danao. 



35. 



DEM DOMINI 



VS NlCOLAUS 



([ Da chel ti pia^e amor cheo retunii | nel 
usurpato oltrago | di lor golosa e bella quanto say. 
Aluma gli lo core che si adurni | cani lamoroso 
rago I a non gradir cheo eenpre traga guay. E se 
prima entendray | la nuoua page, e la mia flama 
forte I el sdegno che mi cruciaua a torto | e la 
cason perche cheria morte. Serayui en tutto acorto | 
sa se tu mi ucidi et ay ne uogla | morrò sfo- 
chato e fiemi men dogla. 

([ Tu conosBÌ meser aeay di certo | che me 
creasti apto | a seruir ti . ma non era anche moreo. 
Quando sotto al uelo nidi scoperto | lo uolto chi 
fuy capto I di che gli spiritelli fenno corso. Ver 
madonna a di- {p. 78) scorso | equella ligadra sopra 
nertute | e uaga de la beltà de si stessa | mostro 
ponergli subito a salute . Alor fydou si ad essa e 
poy che furon stretti nel tuo manto | la dol(;e 
page gli conuerse en pianto. 

([ Io che pur sentia costor dolersi | come lo 
affetto mena | molte uolte discursi ananti ley. 
Lanema che per iier douia temersi | mi poi-se 
alquanto lena | cheo miray fiso glogli de custey. 
Gli qual parsenno dey | che mi clamasser col riso 
Buaue I und eo aperay abento al macor carcho | e 
tosto chebbeno de mi la ciane. Cum benigno ri- 
marcho | mi conplangea en atto si pietoso | chal 
tormento mi enfiammo phx goìoso. 

<[ Per lalegra uista clara e nevosa ' uenni fedel 
Bonetto ! et agradiame gascun suo contegno. Glo- 



niintiomi neniir si gentil cosa | oguuu souio di- 
letto I poetposi per guardar nel karo segno. Fina 
chel crudel sdegno | per consumarmi go che ui fu 
mancho | coperse lumelta dil nobel uiso | jnde scese 
la saetta nei flancho. Che uiuo ma uciso | et ella 
godea uedermi en pene | sol per prouar se da ti 
ualor tene. 

(J Cusi lasso jnamorato e stracche | desideraua 
morte | quasi per canpo al dinerso martiro. Chel 
pianto mauia ga ei rotto e fyaccho | oltra lumana 
sorte 1 cheo mi credea nHimo onni suspiro. Poy 
lardente desiro | tanto mi constrinse asoferire | che 
per langossa tramortitti en terra | e ne la fantasia 
odiami dire. Che di cotesta guerra j conuirane che 
ui peiisse ancora j si cheo dotaua amar per gran 
paora. 

([ Signor tu aj enteea | la uita cheo sostenni 
tego stando ] non cheo ti (p. 79) conti questo per 
difesa | an^i ti ubediro nel tuo comando. Ma se 
di tale enpresa | rimarrò morto che tu mi aban- 
doni I per deo ti prego almen che a ley perdoni, 



36. 



■ Mi 



ISKR 1,0 l'LECASO »A CHAQUIRINO. 



([ Amor se eo falisse rasonando | nel piano 
mio parlare | piagati perdonare | al tuo sugetto per 
lo gran dolere. Cheo non dirro perche lo mio 
uolere | si muoua punto ad ira | ma perche il cor 
sospira I del torto chel i-eceue quella amando. A 
cuy per tuo comando | mi desti ad hubedir si 
come donna | or mostra che si ponna | en desde- 
gnanga la mia fede pura. Pero chella non cura \ 
che laltruy torto uincha la rasone | che senpre 
degli di morte casone. 



([ Se tua puMMiiiiya e di tanta ucrtiitti | elio 
l BÌgnore^a altruy | esser tu dey coluy | a cuy spia- 
Icer onni torto deuria. Adunque fa che la tua 
[. BBgnoria | distrin^a ormay culey | che gli sospiri 
[' iney | pensa a mia ulta esser do^a salute. Fa che 
di tue ferute i approui la sua mente deedegnosa | 
I forsi che pietosa | uiri-a sentendo Jamorosa fede. 
j" 'Di che poria mei\'ede | trouar la uita del cor che 
I gli desti I come ig bei ogli mostrar mi uolestì. 

|[ E se a tal modo amor non la te pigli | que- 
[ sta uciditri^e | de mi . et enganatri^e [ de la tua 
i perche non la sente. De ti clamar porromi 
[ pienamente | adimostrando come | e falso lo tuo 
I nome | e che ad enganno eenpre si assotigli. E 
(.non ti merauigli | se troppo ardir ti senbla quel 
I cheo dicho ] che certo eo non fatìcho | en dimo- 
I strare palese et apeito. Che amando eo so diserto | 
L che proua non si afa di cosa certa | poi che me- 
I desraa ei dimostra aperta. 

|[ Tu vey ne glogli mey pianger pietate | e 

ga il color e stinto ! perche troua il cor uinto | nel 

uolto tristo plen di discouforto . Se questo segno 

palese e chio porto | come esser può defesa | a si 

crudele ofesa | oue rason si offende et humeltate . 

r Scusa cum ueritate 1 tu non poi far altra che per 

f tua forga | dretura non si sforma [ ma en loco di 

J rason merge si troua . si che sua (p. 80) dura 

L proua I non ducha a morte el tuo bon seruitore ! 

[ che 50 saria contra del tuo honore. 

([ Parte de la mia uita perilosa | te o misa 
■tamor dauanti | piagati non si auanti | crudeltate 
I e fere^ga | che per la tua uilegga abia strutto | quel 
I che in le bra^^'e de pietà rendutto. 



82 

37. — Fra Guitone da REggo. 

([ Tutor seo ueglo o dormo | de ley pensar 
non canpo | chamor en cor matacha. E quel uoler 
odormo | che di sapar en canpo | o di credere 
atacha. E bon seppeme corno | eo naquistasse corno | 
ma che derito no | per cheo non dicho no | deley 
seruir may di | dicha chi uuol mal di. 

([ Bono derito soma | sen amar ley maducho | 
del cor tutto e dilalma . Per che di ualor soma | e 
che plagere aducho | dato amore di lalma. Che 
più mama che se | 50 sauer dia che se | torno suo 
presio magno | per mia onta non magno | che si 
ben mami al dobio ^*) | me al cert e cha dobio ^^\ 

([ Hom che presio ama e pò | più che legor 
in scola I amar uali li prò . E più liniero e pò | a 
passar senga scola | che lo mondo ad om prò . Senga 
amare che da | core e besQgni da [ spronar ualor e 
forgo I per chalcun omo forgo | che briga e trauaio 
aga | se uale non uaraga. 

([ Amor ga per la gola | chende uegna non 
laudo I quanto per lo trauaio. Che per auer la 
gola I che tal parte non laudo | uer che uaria 
trauaio. Seo lo tenisse ad asio | ben e senpre mio 
asio ^"^ I poi tutte gogle loma | uerra non uei lo 
ma I teral grand asio uile | perche tal gole mal uile. 

([ Poso trauaio mesto | dato e tolto a bon 
modo I senpre piagere eme. E di gascuno mesto | 
si bonamente modo | che gran pagamento eme. E 
uale senbrame meglo | quand o riso uermeglo | 



(1) In ambedue i casi la prima o della parola dobio è rifatta su una 
lettera preesistente; quindi, per indicar meglio la correzione, fu scritta 
una in alto sopra la riga : tutto dalla stessa mano del testo. 

(2) Per la o finale della parola asio vedi la n. precedente. 



sperar chauer damicha | che poi na non danii- 
cha I uer che speraua auerno | e di gran state 
auerne. 

4[ Scuro sago cheo parlo | mio detto ma che 
parlo I a chi sente e dame | che lengegno mio 
dame | chen me pur proni onne | maynera e talent 
- onne. 

■ ([ Moni cannone ad essa | e uanne areg^o ad 
Kesea da cuy eo tegno e do | sen alcun ben mi 
V'do I e di che presto so | se unol di tornar so <'*. 

I {p. 105) 38 ("1. 

H oTando io in una eelua oscura | et andando 
"per duro et aspro camino per la faticha me ripo- 
sai I e dormi | nel (jual sonno ebbi questa uisione | 
parue me salire suxo in uno altissimo monte | vnde 

Iee uedea quasi tutto il mondo | esopra questo 
jnonte si iera un aitilo monte anche più alto ] del 
:C[nal se uedeano cose più rimote . nel primo monte 
stana una bellissima donna \ e denanti ad essa | iera 
'Un foco si grande [ il quale tucto il mondo riscal- 
■daua I nel altro monte | il qual iera più alto | sta- 
nano due donne et in meggio di loro | iera una 
bellissima fonte | ala quale io soleua andare spesse 
fiate a bere | vnde uolendo andare a bere come 




iera usato | conuenneme passare denanti ala donna 
prima i in sul jiassare uidi un donzello | denanti 
daes8a star in^enochiato | al quale la donna dicea 
queste parole. Tu me cognussi per faccia eper 
costuinmi | esai bene chio sono amore | Equelli 
rispoxe alei | Madonna bene euero. Eia donna li 
disse j ora intendi et ascolta bene quel chio ti 
uoglio dire. Jo o mandati al mondo | dui mei 
messaggi . cioè Baiamone et ouidio nasone | luuo 
me menoe nel mondo | con soaui canti | laltro 
fé learti come io douea esser condutta | dalora in 
qua I io non mandai messaggio | ma quelli | che 
di me anno dittato j ciò anno fatto | oper loro 
curiosità | operche da questo foco sono isclialdati . 
Jo to elietto per mio tei-^o messaggio | ecio o fatto 
raxioneuole mente \ clie come il primo fo sauio 
diuiuo I e laltro fo poeta perfettissimo [ cussi tu 
sei philosopho de sapieutia pieno . et in ])er o che 
non sei de lamor senio | ma sei amico | non ti 
comando | ma io ti prego che tu rinouelli | al 
mondo mia memoria | edirai dele mi proprietadi | 
econditioni secrete | le quali non sono toccate I da 
glialtri dicitori. Vdito questo | quello nobele don- 
zello I rispoxe a la donna e disse. Madonna di 
quello che me pregati | serra fatto | ma per o chel 
mondo epieno | de diuersi modi | diti me il modo 
il qual uolete chio tegna nel mio dire. E la donna 
rispoxe e disse io te dirro mia conditione. Jo posso 
ben dar uoglia de dire ) ma il senno el modo io 
nou posso dare | ma uanne aquelle donne su in 
quel monte \ le quali sono doe philosophe | cioè 
morale e naturale | equelle te daranno il modo da 
dire . Auendo udito tutte queste cose [ andai tosto 
inanti | per udire el conpiemento de tutto questo 
fatto . estando apressa de le donne | uennelo ditto 



,'don^'ello | e fo deuaiiti ad esse ut in questo modo 
propose soa ambassiata ] Ladoiina clie ata qua 
■■giuso di eotto a uoi 1 mi prega | chio de lei rino- 
uelli efaccia noua memoria nel mondo | mandame 
a uoi che conueneuole [ per lo quale io dica quello 
chio debbo dire. E quelle risposero edissero. 
Salilo donzello . ascolta da uoi questa uirltate ] noi 
non semo contrarie delamore | ma temperamolo ] a 
cdo che non faccia nocimento | come fa larte dele 
cose uenenose | vnde quegli che non ricorono a 
noi I perischono in esso ] come naue in tepesta [sic] 
genga nochiero. Jl modo il quale tirai serra que- 
sto. Jn prima mente farrai breue dittato . in perro 
che quanto emeno soa memoria | tanto al mondo 
in più salute torna, anche le tee sententie che 
dirai I le uistirai de nostri uestimenti . si che non 
possano uinire a saputa de niuno | il qual nona 
conosìmento | de noi doe philosophe. Equesto 
dicemo perche laltra gente | no se sanno reggere 
nel amore | vdite queste cose ' il dongello dìmandoe 
le donne chi exponiral mio ditto | equelle rispo- 
xero edissero 1 exponirallo quello che spesse uolte 
sole uinire a bere in questa fonte | da poi chefo 
disparita questa uisione . e da poi che fui fuori 
dela selua oscura | fui sollicito di trouare | questo 
dittato ed auutolo isporolo per la uertnte delaqua 
dela ditta fonte. 

JL/Onna mi priega per chio uoglio dire | 
dun accidente che {p. 106) ^'' souente fiero | 



. da a, He." Egidio Colai 



(') In fo 


ndo alla pagi 


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questa 


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et e ai altievo che chiamato amore. Si chi 
lo nief?a poesia Ìl ner sentire | undio alpre- 
sente canoseente chiero | per chio non spero 
chom di basso core. A tal raxone porti ca- 
noscenca ] che ^enga naturai dimostramento [ 
non talento de uole mostrare | laoue nassce 
e chi lo fa creare | e quale e soa uertute e 
soa potenza | lessenca per eiaschun so moui- 
mento | el piacimento chel fa dire amare | e 
ne homo per ueder lo pò mostrare. 



LJOnna mi priega. Vanesio dittato sediuide 
in doe parti ] ciò e in prologo et in tractato il 
tractato comincia quiue. In quella parte doue sta 
memoria. Anche il prologo se diuide in quatro 
parti nela prima parte dimostra lautore de se 
essere idoneo e suifitiente dicitore di questa mate- 
ria I nela seconda parte pone la materia el bu- 
bietto I del quale de dire. Nela terga parte pone 
il modo il quale in dicendo de tenere | nela quarta 
pone I che cose sono quelle le quali delamore in 
questo dittato se debbono dire. La seconda parte 
commincia quiue . dim accidente . La terga quiue . 
per chio non spero . la quarta quiue . la oue nassie . 
Quanto ala prima parte propone e dice donna . 
udendo lautore dire de lamore | propose in prima 
mente e disse donna considerato raxoneuole prin- 
cipio I che chome il sole | per alegrai'e e rinouare 
il mondo | da oriente e per occidente tende in 
oriente a perpetoale so mouimento e come i fiumi 
nascono dal mare | et al mare tendono per anchora 
più uassere cossi lamore comincia dale donne e 



87 

nele donne tende e pero poxe lautore raxoneiiole 
principio dicendo donna . cominciando da quella 
cosa dala quale amore ae so naRscimento . poi dice . 
me priet/a. E qui comincia a mostrar lautore di 
fie come e suffitiente et idoneo a dire | oue da 
sapere | che acio cbel dicitore abbia suffitientia a 
dire . le secrete proprietadi e conditioni delamore . 
conuiene chabbia in se dee conditioni . la prima e 
che sia libero | cioè che non eia tanto prexo dela- 
more che sia quase ebro e suo serno | per ciò che 
conuene chabbia il gaditio de la ragione . libero 
e chiaro | a uedere e considerare le proprietadi 
delamore | le quali enno liberalitate e chiarec^a . 
non ae quello che ebro e seruo desso | ma alle 
quello che libero. La seconda conditione e che sia 
delamore alchuna cosa experto | e non sia a tutto 
insensibile et alieno desso | inpero che le proprie- 
tadi di ciaschuna cosa non se possono cognoscere 
se non per uertu dalchun pi-imo generale cono- 
sìmento della . Queste doe conditioni pone lautore 
la prima pone nele ditte parole . la seconda 
pone quando dice . Fnde al presente canoscente 
ckiero . Quanto ala prima dice . donna mi priega . 
B, mostrare nelamore che dice seruo | anci (p. 107) 
libero | vnde amostrar soa libertate agiunge e dice . 
perckio uoglio dire . Quasi dica per mia uoglia mi 
raouo a dire delamore e non per neccessitate di 
comandamento poi dice dunaccidente . Equine e la 
seconda parte | principale nela quale pone | la 
materia el subiecto del quale de dire. Diuidise 
questa parte | in doe parti | ne la prima pone la 
conditione de la materia del subiecto. ne la se- 
conda rimoue una contraditione | la quale se potea 
mouere centra quel che ditto . la seconda parte 
comincia quiue. A chilo niega . Quanto a la prima 




parte dice . diin accidejite . Quatro conditioni pone 
di questo sogetto. in prima dice che accidente | poi 
dice che fiero . anche dice che altiero | epoi dice 
che chiamato amore, dice in prima che accidente 
lamore e ditto accidente in per o che nuoua mente 
uiene nel anima \ euien nel anima euien de fuori 
come se dirra. Anche se pò dire accidente | in per 
o che non ae uia determinata | ne modo certo nel 
ninire | che uien de subito ] euien per modo eper 
uia inconsiderata. Tnde considerando il suo uini- 
mento e uera mente accidente , poi dice che fiero 
in per o che poi che uinuto nel animo | prende 
signoria dura cenga temperamento | a modo de 
tiranno. Anche dice che altiero | pero chel pin 
nobile ci più uirtuoso accidente che sia nel anima . 
e pero li si conuiene tal nome. Vnde dice che 
chiamato amore . pero che questo nome amore | se 
conuiene al più nobile accidente et al più uirtuoso 
del anima, poi dice A chi io niega possa il iier 
sentire. E qui e la seconda parte j ne la quale 
rinioue una contradicione | la quale se poria rimo- 
uere centra quello che ditto . ditto e che lamore 
e fiero . questo non par uero | anci pare tutto il 
contrario 1 pero che lamore pare una cosa man- 
sueta con ciò sia cosa | che se io considero | la 
iiìtta de gliamanti | io la ueggio bella | pero chic 
la uegio ornata de fuori de diuereì ornamenti . 
Anche la ueggio dileteuole de molti soni | e de 
diuersi canti . Anche ueggio esser lamore cosa 
benegna | per o che per lamore se fanno di cose 
preciose | egrandi doni. Vnde non par uero quello 
che detto che lamor sia fiero . questa contradi- 
tione rimoue lautore quando dice, a chilo niega 
possa il Iter sentire . Et intendo de dire in questo 
modo. Molte cose mostran de fuori quel che non 



siiiio dentro entra le i;[nali cose e lamnre e la 
ypocrisia | le quali doe cose sono contrarie . Vnde 
non giudicare do lamore | che sia mansueto e non 
fiero I per che ueggi de fuori la dita uìsta pero 
che qual eia lamore dentro per uiritate saper non 
se potè I se non per experientia | per la quale se 
prona e sente come e fiero, E pero che per altra 
uia I no li se pò dare ad intendere | a quello che 
questo niega | Io prego che chilo niega I che 
lamore non sia fiero | per experientia possa il 
uer sentire . poi dice . Vndi al presente cano- 
srenfe chiero . E qui pone la seconda condi- 
tione di se | per la quale | se mostra suffitiente a 
dire I equesta conditione | e I chello | e | experto ,' e 
canoscente dele condition de lamore e ciò e che 
dice . Vndi alyresente ckanoseenfe chiero. Quasi dica 
uolendo io al presente dir de lamore | potrò dire 
suffitiente mente | per o chio experto e canoscente 
desso . poi dice . Per chio non spero chom di basso 
core. E qui e la terga parte principale | ne la quale 
pone il modo secondo il quale egli deo [sic] dire 
el modo da dire conuiene che sia alto auoler dire 
propria mente | e suffitiente mente pero che con- 
uiene che si parli de ciò | per natiirale e morale 
philoaophya | e la ragie- (p. 108) ne e questa . che 
de ninno accidente . se pò dare perfecto conossi- 
mento | se non per Io suo soggetto | e per la soa 
cagione | e per lo suo effetto. Vnde pero chel sog- 
getto I eia cagione eleffetto de questo accidente 
cioè delamore son cose naturali | le quali pertien- 
gono ala naturai phylosophia | senga la naturai 
phUosophia non" se pò ben determinare desso. 
Anche conuien che se determini de ciò per philo- 
Hophia morale | per o che lamore quanto a quello 
chapertiene ala moral jiliylosophia e come che 



liiltre passioni delaiiimo . Vnde lautore per queste 
doe pliilosopliie parla delamore | lo suo modo e 
molto alto I vnde non ee per ognintelletto | e ciò e 
che dice . per chio non spero chom di basso core . 
cioè di basso intendimento | non spero chaliutel- 
letto di questo dittato | possia peruenire | e ciò e 
che dice . A tal raxone porti canoscenca . e rende 
ragione di questo ditto | e dice . che QeiiQa naturai 
dimostramunto non o talento de uoler mostrare . 
Quase dica questa e la ragione chomo di basso 
intelletto | a questo conoscemento non pò perue- 
nire . lo non o talento de uoler mostrare ninna 
cosa de quello chio debbo dire. E uolendo 
lautore suffitiente mente dire Qeni^a 
naturai dimostramento | cioè genga naturai philo- 
sophia . poi dice . laoue nassie. E qui se comincia la 
quarta parte principale | nela quale pone che cose 
sono quelle | le quale in questo dittato delamore 
se debbono dire. E uolendo lautore suffitienteraente 
dire delaraore et anche brieue mente ristringere lo 
suo dittato 1 jìrincipalmente a quatro cose | e dice 
che dirra del suo suggetto doue elli e e ciò e che 
dice . La oue nassie . Et anche dela caxone chel 
fa nascere e ciò e che dice. E chi lo fa creare . et 
anche de la soa uertu | e soa operatione e ciò e 
che dice . E qual e soa uertute e soa potenza Et 
anche delsuo essere | e del suo nome | e ciò e che 
dice . Lessen^a per ciaschun suo mouimento \ el pia- 
cimento chel fa dire amare \ ese homo per veder lo 
pò mostrare. De queste quatro cose che sono ditte | 
parla lautore nel seguente tractato | e de cia- 
schuno fa una principal stantia . e questa e la 
sentencia del prologo. 



In quella parte doue sta memoria | prende 
suo stato I si formato come | diafFan dallume 
duna oscuritate. La qual da marte uiene e 
fa dimora j egli e creato da sensato nome | 
dalma costume e di cuor uoluntate. Vien da 
ìieduta forma che sintende | che prende nel 
possibele intelletto [ come in soggetto loco e 
dimoran^a | en quella parte mai non a pos- 
sanca [sic] \ per che da qualitate non de- 
scende I respiende inse perpetoale affetto ! non 
a dilletto ma consideranga | per che non pota 
la ire simiglianga. 

v^Ueata e la prLina stantia del tractato [ nel 
quale dimostra il soggetto | e la cagione del 
amore del qual propose | quando disse. Laoue 
_nasse. Diuidese questa stantia in tre parti princi- 
pal mente. Ne la prima parte dimostra | in qual 
parte de lanima ee lamore come soggetto. Nela 
segouda parte dimostra | da qual cosa la- {p. 109) 
mor singenera | ne la ter^a dimostra | quale efl'etto 
fa lamore nel anima da poi che generato | la 
seconda parte comincia quiue. Vien da ueduta 
forma . la terga parte quiue. /w quella parte mai 
non a posatila, la prima parte se diuide ancho 
in doe parti | ne la prima parte dimostra | lo 
BOgetto de la proxima caxione del amore | ne la 
seconda parte | mostra lo sogetto del amore | la 
seconda parte comincia quiue. et/li e creato da 
sensato nome | Quanto a la prima parte | e da 
papere che lamore ae doe cagione de le quali 



BÌngentìra. La prima cagione e la cosa de fuori | 
la qual e sentita | ouer conoeiuta | per li sìnti- 
menti 1 La seconda cagione | e la ymagine ouer 
la Homiglian^,a | di questa cosa la qiial e sentita | 
la qual siniiglianga a mandata | la cosa quale sen- 
tita dentro alanima | equesta somiglianza | onero 
jnnagine | delacosa | e proxima cagione de la^ 
more | et e cagione da presso j e da entro | la cosa 
e cagione rimota | et e fuori ] de questa ymagine 
one simigKanQa che sta dentro parla lautore e 
dice. Jn quella parte doue sta memoria prende suo 
stato, quasi dica | la ymagine de la cosa | la qual 
ymagine genera lamore | prende suo stato come 
in suo soggetto | Jn quella parte del anima I oue 
sta memoria | cioè oue se conseruano | le ymagini 
eie somigliancie | dele cose che se conoscono | per 
li sintimenti. oue da sapere | che come nel anima | 
e uertute ] per la qual conosse le cose corporali | 
equesta uertute | elo sintimento de fuori | come 
e nixo I audito | e si di glialtri | cossi per un altra 
potenza 1 cha 1 in si j dentro conserua li ymagine 
e le somigliance de le cose | che sono conossiute 
per li sintimenti \. E questa uertute | oue se 
conseruano | queste ymagine ] e ditta memoria | e 
diffinisse se in questo modo da li sauij. Memoria 
e thesauro dele ymagini ] e dele similitudini | dele 
cose corporali | lequali sono receuute per li sin- 
timenti . et in questa parte | onero in questa po- 
tenza del anima | la cosa che defuori | quando e 
ueduta | manda la soa ymagine | la qual ymagine 
rimane | ne la ditta potentia del anima | efa 
dimora in essa 1 da poi che la cosa se departita 
dal sintimento | e di questa ymagine dice lautore | 
che prende so stato | in quella parte doue sta 
memoria | del qual stato agiunge lautore e dice. 



Si /ormato come \ diaff'aii dui lume duna osciiritate. 
A uolere intendere | quello che laiitor dice | et a 
sapere che diaffanno importa | corpo con attitu- 
dine I di eoa natura | alume come laire elaqua [ li 
quali di soa natura non anno lume da eee | anci 
da see anno oscuritate [ ma anno di lor natura 
attitudine | ad esser luminose | ereceuer lume de- 
fuori I la qual lume e diffetione del diaffanno 
per le quale parole appare | chel perfetto stato 
del ditto diaffanno e esser luminoso et a questo 
stato del diaifanno | a somiglia lautoi-e lo stato 
del amore | nella qual simiglianga | enna grande | 
et una propria conuenientia | per o che chome 1 
per e li e eh al perfetto stato luminoso del 
diaffanno | se dimanda tre cose | ciò e il sole | il 
qual principal mente illumina | el raggio | il 
qual ! e 1 ymagine e simiglian^a del sole | per lo 
quale il sole illumina . e lattitudìne nel corpo | a 
receuer lume | et ad esser illuminato | cossi acio 
che lamore prenda so stato se dimanda tre cose | 
ciò e la cosa de fuori [ la quale tene loco de 
sole I e la soa ymagine | la quale e come suo 
raggio I a lattitudine nel anima | a riceuere amore | 
e ciò e che dice lautore parlando del stato del 
amore nuoua mente generato nel animo. Prende 
suo stato si formato come diajfan dal lume duna 
oscuritate. Quasi dica come il diaffanno 1 essendo 
prima sotta una oscuritate | isguardato dal sole \ 
et illuminato dal suo raggio | prende suo stato 
perfetto e luminoso | cossi lanimo essendo prima | 
quasi sotto una oscuritate I isguartlato da la 
cosa I ip. 110) de fuori | per la uertu de la ditta 
ymagine | prende suo stato perfetto | ciò e stato 
damore | nela qual simiglian^a | asomiglia lau- 
tore [ la cosa de fuori al sole | la ymagine dela 



cosa I al raggio del sole \. lamore al lume . la 
priuation del amore ala oscuritate | E qui e da 
sapere | che chome alo stato del amore I va in 
augi una oscuritate | laquale non ee altro che 
priuation damore | cossi doppo il ditto stato | 
uieue uno altra oscuritate nel animo j e questa 
oscuritate non ee altro 1 se non una conturbatione 
la quale nasse nel animo da poi chel amore e 
generato. Questa oscuritate e quasi una simi- 
glianya de melanconia | la qual nasse per che 
lamore | nona mente generato | fa lanimo pen- 
soso I e fallo ristare sopra cose nuoue | ale quali 
comincia a dare intentione | e questa oscuritate i 
la qual uiene doppo lamore agiunge lautore e 
dice. La qual dn marte uiene e fa dimora. E pone 
in queste parole una simigUanga | la quale aper- 
tiene a philosophia morale . cha somiglia la cosa 
de fuori ad un pianeto cha nome marte | lo qual 
pianeto di soa natura j a | a contorbare e questa 
ssimiglianga e conueneuole | mente posta per doe 
ragioni . la prima | e i che chome quel pianeto 
cha nome Marte | per lo suo ragiolo | e riscalda- 
tiuo et incensiuo del corpo | cossi la cosa de 
fuori I dala quale lamor procede | per la soa yma- 
gine e incensìua | degli spirti e del anima. La 
seconda ragione e per che Marte | moue et ab- 
batte I e la ditta cosa | bataglia e combatte con 
lanimo | per uincerlo [ e per trarlo iu conuertirlo 
a aie | et anche a ritrarlo e rimouerlo da ogne 
altra cosa | vnde conuiene che nel principio del 
amore | sia nel animo una conturbatione | e quasi 
ima tristitia | per o chel animo per uertute dela 
ditta cosa | e isforgato de lassar le cose | ne le 
quali in prima se jìiacea et ale quali se era già 
acostato e inposato | questa conturbatione e tri- 



I 



I 



Btitia se pò dire una oscuritate [ e de questa osca- 
rìtate dice lautore. La, qual da marte uiene. anche 
dice . e fa dimora . quasi dica non solamente uiene 
nel animo nouellamente | con lamor la ditta oscu- 
ritate ! ma anclie tutto lo stato del amore e con 
alchuna oscuritate | e per o dice e fa dimora | ciò 
e de lo etato del amore la oscuritate non se 
parte | e che questo sia nero appare manifesta 
mente in per o che tutto lo stato el mouimento 
del amore e per passi contrarij | come e speranza 
e desperatione ] ripoxo et anxietate . securta e 
paura . piacimento e dispiacimento . dillecto et 
amaritudine. E pero ben dice lautore ] che la 
oscuritate fa dimora | per o chel animo nel lo 
stato del amore | più a melanconia che letitia . 
più dubio che securta . più fatica che riposo . più 
angossia che dilletto . più amaritudine che dol- 
cega | più dispendio che frutto | e ciò e che dice 
Gnidio. Più e quel che noce ] che quel che gioua 
slamante . poi dice. Egli e creato da sensato nome. 
In questa parte dimostra lautore lo sogetto del 
amore | et in questa parte fa doe cose , nela prima 
dimostra lo sogetto | oue lamore se genera. Ne 
la seconda pone il modo ] come se genera . la se- 
conda parte ee quiue , dalma costiimme. Quanto ala 
prima parte | egli e creato da sensato nome | oue 
da sapere che qui j da . stat per | in . quasi dica j 
ee uole sapere lo sogetto proprio del amore | dico 
che e quella potenza del anima ! la quale e deno- 
minata dal sintimento . e ciò e che dice . egli e 
creato da . ciò e in sensato nome | questa potentia 
e quella | che ditta seneualitate | la quale potentia 
non ee altro | so non appetito {p. Ili) concupi- 
aibile del anima | nel quale e lamore | come in 
Buo proprio soggetto . poi dice . dalma costvmme e 




di cor iiolunffitt'. E qui jioue il modo come aiiige- 
nera. Oue da sapere che come dice il eauio | dee 
generationi de homini sono | le quali ìu diuerso 
modo sono disposti a riceuere amore. Alchuni 
sono I li (juali sono molto diloro complexione | ad 
amore disposti \ et in tanto che mantinente | channo 
alchuna cagione | sen^a dimora nel loro animo | 
lamore egenerato | e quanto a quisti dice lautore . 
dalma costtimme. Quasi dica in questi cossi fatti et 
esposti I lamore singenera tosto e ciò interuiene | 
da costumuii di loro animo | ciò e da lor naturai 
dispositione. Costummi eono attitudini naturali. 
Alchuni altri sono tanto insensibili e duri i nel 
loro animo | e si rimossi da ogni attitudine da- 
more ] che ninna cosa nel loro animo | amore pò 
generare | et a quieti si interuiene | che alchun 
tempo I aniuno non interuiene | per naturale atti- 
tidine [sic] | chabbiano ad amore . ma interuiene 
da loro proponimento | eper deliberamento di loro 
uolontadi . li quali tratti e stimolati | e lunga- 
mente conbatuti da diuerse parti | e da molte 
eforte cagioni damore | alultimo iloro animo | che 
fosse forse bona cosa amare et alultimo delibe- 
rano e propongono damare | et alegono che cosa 
debbiamo amare | e di questi ne li quali se ge- 
nera lamore | per delibei'amento e per uolon- 
tade I dice lautore. E di cor uoluntatc, . e prendel 
core per lintelletto | lo quale e in sieme | con la 
uolonta deliberada . poi dice. Vien da iieduta 
forma che sintende. Et in questa parte dimostra 
lautore . la cagione proxima del amore . e questa 
cagione e dentro | oue da sapere | chela genera- 
cione del amore . ha multi exempij ne le cose 
naturali | ma spitial mente e molto simile a la 
generatione del fuoco quando se genera dal sole 



e dalo tìpiecliio | ne la (]iial geiierationt; sono 
quatro cose . la prima e lo sole . la seconda e lo 
ragie . Io quale dal sole procede e fiere ne Io 
spiecho . la ter(;a e lo splendore | lo quale nasse 
da lo spiecho | illuminato La quarta e la cosa la 
quale riceue lo spiendore | ene la quale se genera 
il fuoco . equesta quarta cosa | di soa conplexione 
conuiene che sia molto atta ] edisposta ad incen- 
dio 1 come e lino oner panno | od altro simile. 
Equeete quatro cose ditte sono simile a quatro 
altre cose le quali sono | quando se genera lamore. 
In prima mente la cosa che conosiuta e sentita | 
per lo sintimento | e epitialmente per lo uedere | 
la qual cosa fo ditta de sopra 1 che sta in luogo 
del sole . pò glie laymagine de la ditta cosa | la 
qual yraagine entra a lanima per la potentia 
uisiua ! e prende diuioranga in quella parte del 
anima oue sta memoria . la qual parte e ditta 
fantasia | o uero ymaginatiua | per ciò che riceue 
e conserna | la ymagine de le cose de fuori | doppo 
questa ymagine che ditta la qual e come raggio ] 
del ditto sole | anche e una forma spirituale | la 
quale nassie de la ditta ymagine. R questa forma 
e come spiendore . la quale se lieua da la ditta 
potentia del anima la quale e ditta appetito con- 
cupisibile. Et in questo appetito | per uertu de 
questo spiendore | se genera lamore | Vnde ben 
dice lautore. Vieti da nednta forma che sintcnde . 
cioè da isguardata e contemplata | ereconsiderata 
ymagine de la cosa prima | la quale la sguarda 
lanimo | e considera | che ^^8ala come fosse la 
uerace cosa | la cui ymagine e questo contem- 
plare. In questa ymagine pò far lanimo . jier ciò 
che prende dimoranga {p. 112) in quella potentia 
che ditta di sopra | la qual potentia dice il sauio 




che se pò dire sensibile intellecto | e perciò dice 
lautore ;. che. prende nel possibile intellecto come 
in sogetto loco e dimoranQti. De la ditta ymagine 
per uertute dela ditta contemiiiatione | nassie 
nel appetito il piacimento ! doppo loqual singe- 
nera lamore 1 e ciò e che lautor dice. Vien da 
uediita forma che sintende . poi dice Jn quella 
parte mai noìi a possrtìuja. Questa e la ter^a parte 
principale de Cfuesta stantia et in questa parte 
parla del effetto del amore | e dimostra lautore 
tri effetti I li quali lamoi-e fa nel animo | il primo 
effecto e inquietudine . lo secondo e representa- 
tione . il tergo e contempiatioue. E secondo questi 
tri effecti | che dimostra se diuide questa parte 
in tre parti . la seconda parte e ine. Bespiende in 
se. La terga e ine. Non a dilletto ma consìderan^n. 
Quanto ala prima parte dice j che lanimo non a 
mai posanga | ne ripoxo ] dapoi che lamore e in 
lui I per o chel appetito mai non posa le la ra- 
gione di questa inquietudine e questa che niuna 
cosa I pò auere ripoxo | la qual ae in se raoui- 
mento | per lo quale se muoue fuor da see 1 come 
appare manifesta mente j nel mare . cotal Cosa e 
lanimo nel quale sta lamore ] per ciò che l&more 
non e altro | se non una impressione | mottiua | 
de la cosa amata nel animo | per la quale impres- 
sione I conuiene che se mnoua ala cosa che de 
fuori desso. Vnde il primo efFecto | che fa lamore 
nel animo e inquietudine 1 ecio e che lautor dice. 
Jn quella parte . come lappetito nel quale sta 
lamore | lanimo mai non a possanza . egiunge 
lautore e dice . per che da qiialitate non descende. 
Quasi dica questa e la ragione per che lanimo 
nel appetito | doue lamore mai non a posanga | 
per ciò chel amore e una -qualitate mobile et 



attratiua | in uei'so dela cosa amata | et a questa 
soa naturai qualitate | lamore mai non se muta | 
poi dice. Eispiende. in se perpetoale affetto. Oue 
da sapere che quella cosa e detta perpetoale con 
alchuna | quando sono igual mente | quanto ala 
duratione | eluna non e in prima del altra. Jn 
questo modo | lospiendore ] e perpetoale amore | 
il quale e sempre con esso eia solicitudine elo 
studio I li quali lamor genera nel animo e de 
quisti effetti | dice lautore Rispiende in se . cioè 
da se lamore perpetoale effetto. Questo effetto 
erepresentatione per ciò che jier esso [ de fuori | 
se ripresenta e dimostrase lamore che dentro | 
come la presentia del sole ] auef^na che anche sia 
disposto i nel aurora se dimostra | per lo lume | e 
per ciò lautore spitial mente | disse rispiende . poi 
dice. Non a dilletto ma considei-an^a. E qui pone 
il tergo effetto del amore | lo quale e contempia- 
tione ] oue da sapere | che lamore e uno tradi- 
mento I de desiderio in uerso de la cosa amata. 
Vnde quando questo mouimento del desiderio 
non pò peruenire | a la cosa a la qual tende j 
alora non potendo lamore | auer dilletto | muoue 
a contempiatione | che interuiene spesse uolte i 
chel desiderio tende con grande honore | nela 
cosa la quale | non se pò auere | eper ciò non 
potendo auere la cosa amata | per uertute del 
ditto desiderio | conuiene che lanìmo ricoiTa | ala 
ymagine la qual ae | appo se de la cosa amata. 
Vnde in satisfaciniento | a temperamento alchuno 
del ditto desiderio | conuiene che lanirao per una 
uertute | la quale e ditta extimatiua | lanirao 
risguardi la ditta ymagine | e contempi] e riparli 
e ragioni diuerse cose | in essa in luoco de la 
a amata | la cui ymagine { e come fa colui | che 



sognia I Viide per cotal iieccessitate | che ditta | 
non potendo lamore auer dilletto | dela cosa 
amata | mone lanimo ala ditta conte mpiatione i 
ecio e che dice lautore. Non a dilletto ma consi- 
deran^a . erende la ragione di questo detto . e 
dice. Per che non potè In ire somiglianza. '*' (p. 113) 
One da sapere ] che non solamente la ditta yma- 
gine I ma anche lamore che nel animo e una 
somiglianga . quasi dica , la cagione per che la- 
more muoue a contempiatione | ee perche quando 
lamore | muoue dilletto dela cosa | non potendo 
ad essa peruenire | muoue a contemplare la sua 
ymagine come e ditto di sopra. 

IN One uertute ma da quella uiene | per- 
fectione che se pone tale | non rationale | ma 
che sente dico. Fuor di salute giudidicar ^'* 
mantiene ] elantentione per raxone uale | 
discerne male in cui e uitio amico. Di soa 
uertute siegue spesso morte i se forte la uertu 
fosse impedita j la qual e ita a la contraria 
uia I non che opposito naturale sia 1 ma quanto 
che da ben perfetto torto e [ per sorte non 
pò dir hom cliabbia ulta j ohe stabilita non 
a signoria ] a sinici pò ualer quanto hom 
loblia. 



Om« da aapcre. 

(') gladi è iu ùae di riga, lirrar in princiiiio della seunoute. 



I 



101 

i^Uesta e la seconda stantia del tractato | 
nela qual dimostra quale e soa uertiite e soa 
potentia | Oue e da sapere che doe potentie | ouer 
nertute | sono nela parte di sotto de lanima ) le 
quale regono e dispongono | lesaere corporale del 
homo , vna e la quale reggie et ordina loppera- 
tione I e questa e ditta extimatiua | dela quale 
già e fatta mentione | loffitio de questa uertute | 
e a conoscere le cose particolari | e ragionare 
desse | e discernere e giudicare | che lo homo 
debbia fare. Laltra uertnte e ditta vegettatiua | 
eloffitio di questa e a mantinire la uita corpo- 
rale I per loperatione che fa nel nutrimento. Vo- 
lendo lautore mostrare la uertn del amore | dimo- 
stralo in comparatione aqueste doe ueitute. Viide 
tutta la stantia se diuide principal mente in tre 
parti. Nela prima dimostra quanto e la uertu 
delamore | in conparatione ala uertute estimar 
tiua I nela seconda in conparatione | a la uertu 
ueggettatiua | Nela ter^a nspoude ad una qui- 
stione la qual se porla muouere | sopra quel che 
ditto . la seconda parte e iue . di soa uertute 
siegue spesso morte . la terga iue . ma quanto che 
da ben -perfetto torto e. La prima parte se diuide 
in doe parti | ne la prima dice chel amore non 
è uertu | nela seconda dimostra quanta sia la soa 
uertute. Quanto a la prima parte dice | none 
uertute. Oue da sapere i che nel anima sono tre 
cose jjrincipali | Luna cosa sono le uertute | e le 
potentie naturali del anima [ come e intelletto | 
uolontate | appetito sensitiuo ] extimatiua | yma- 
ginatiua | ouer fantasia, e sensitiua. E queste uertu 
nascono da la essensitiua del anima come da loro 
naturai radice. Laltra cosa che nel anima | sono 




le iiertute morali . come e . prudontia | giustitia 
forte^a | e temperanza | E questo Bono qualitate 
ferme | nele potentie naturali | e nascono da molte 
operationi | fatte spesse fiate | secondo rectitudìne 
de ragione. La ter^a cosa chee nel anima . sono 
passioni e queste nono mutamenti fatti j nel appe- 
tito sensitiiio | dele cose de fuori I come e , ira . 
paura . (p. 114) alegrega et altre simile | de 
queste tre cose 1 dice lautore ( chel amore non e 
uirtu naturale ne uertu morale | ecio e che dice . 
None uertute. Vude rimane che lamore e passione 
del appetito | ecio e che lautor dice | non e 
uertute I eproua spitial mente | che non e uertu 
morale | pero che non se genera dala ragione i 
ecio e che dice | ma ciò e ! per che da quella 
perfectione | ciò e potentia naturale ] uene | la 
qual potentia non se pone ragioneuole mente | ma 
ponse che sente | la qual uertu esenaualita come 
fo detto di sopra poi dice . fuor de salute giudicar 
mantiene. E questa parte dimostra | la uertu del 
amore in conparatione ala uertu extimatiua | ouer 
giudicatiua ! per uno effecto che fa lamor in essa. 
Questo effecto | none altro se non uno errore et 
lino diffetto I il quale interuiene | nel iuditio \ 
quando la extimatiua uoUe giudicare | de la cosa 
amata 1 et a dimostrare questo 1 pone tre cose | in 
prima pone il ditto deffecto | poi pone la occasione 
de quel defecto | poi nel ter90 loco ricapitola 
ericonferma quello che detto ] la seconda parte e 
quiue. E lantentione per raxone uale. Laterga 
quiue . discerné male in cui e uitio amico. Quanto 
ala prima parte dice . fuor di salute giudicar 
mantiene . quasi dica la uertute extimatiua | e 
giudicatiua | la quale e ordinata | da la natura 
a giudicare | di ciaschuna cosa | secondo come 



108 
apertiene | a la salute del homo | soperchiata e 
distorta | da la rectitudine \ da limpeto del amore | 
et offuscata | la soa luco [ da lombra del feruore 
del amore | tratta in uerso la parte del mouimento 
del desiderio | comiiene che storta mente | e fuor 
di quello clia pertiene a la salute giudichi de la 
cosa amata. Vnde de la ditta cosa | da giaditio 
non nero | e su in questo giuditio | se forma e 
mantiene | la ragione di questo detto | e questa 
che la potentia del appetito | entra le altre po- 
tentie del anima ] e come Rege | ecome signore | 
e laltre sono come anelile. Vnde ciaschuna se- 
condo il suo modo I obedisse mantenente \ e sta 
a quello che comanda lappetito . e ciaschuna 
aerue a lappetito | in quello che desidera. Vnde 
se lappetito desidera uedere alchuna cosa | man- 
tenente la potentia che onlinata | ad isgnardare | 
driga li instrumenti ] cioè gliochij et isguarda 
quella cosa se desidera dandare o de esaere in 
altro luoco | mantinente la potentia | che ordi- 
nata a muouere lo corpo comincia a mouere e 
come appare in queste doe potentie | cosai tutte 
le altre seruono et obediscono a lappetito ] epercio 
che tutte le potentie del anima [ sieguitano | la 
qualità del appetito | tale e ciaschuno homo | 
quale e nel appetito en neuno modo effetto ne 
per odio ne per amore | in uerso dessa. La po- 
tentia cha a discernere | egiudicare darra iuditio 
uerace e libero | ma sei appetito | e affetto dessa 
darra lo iudito torto e seruo | dechinando in 
quella parte doue tende lappetito. Vnde de la 
cosa amata | se da largo iuditio et oltra quello 
che uero | quato [sic] a le conditioni che pia- 
ciano I estretto | quanto ale contrarie | per queste 
ragione | appare che lamore fa discernere | e giù- 



KM 
tlicare male | e questo e per ciò I cIih nel suo 
niouimento | quaudo se muoue in uerso ile la cosa 
amata | non aspetta la ragione | come dice il 
sauio I Vnde per ciò chella more da se non a lume 
in altru lume | non isguarda | e pinto e ditto 
ciecho I e ciò e che dice il sauio male discerne 
lamore 1 uede ogne in uno ciecho lume. Queste 
parole e le simile se debbono intendere in lo 
homo intemperato poi dice . elantentione per ra- 
ffioue ip. 115) naie \ E qui dimostra la occasione | 
del ditto etfecto in questo modo ( porriensiene 
demandare | con ciò sia cosa | che la potentia 
giudicatiua I dase sempre uada al uero | che e ciò 
che da falso iuditio | e prende de la cosa falsa 
extimatione | e per ciò lautore pone occasione 
una dela quale procede lo iuditio falso [ E dice 
elantentione per ragione itale ciò e uerace e buona 
in se I ma none buona al fatto | al quale se pone | 
e perciò chelantentione e buona | la extimatiua 
se muoue a giudicare per essa | ma per che none 
buona al fatto | per ciò e falso lo giuditio | vnde 
lantentione che buona in se e occasione j de tal 
giuditio. E questo che ditto | se pò manifestare | 
in uno cotale exempio se alchuno homo [ e disposto 
per appetito | a far uendetta. Viengono al suo 
animo a memoria doe propositioni generali | onero 
doe i-egole | le quali anno a drigare | lanimo in 
tal caxo. Luna e questa \ Ninno de ingiuriare | ne 
offendere altri. La seconda e questa. Ognomo de 
rìmouer da se uergogna . alora se nel animo non 
fosse appetito de uendetta | ragionari» lanimo per 
la prima regola . e formariase e con chiuderia ! 
che non fosse da offendere et a lora non faria 
ingiuria | ma se nel appetito | e amore a iiendetta | 
per uertute del appetito | la extiiliatiua che dee 



105 
gimlicare | serra ritratta da la prima regola j e 
non ragionara | e non giudicara per ella ] ma per 
ciò che uuole ] nel suo inditio [ alchuna luce de 
ragione | confermando il suo ragionamento | al 
appetito I prenderanue la seconda regola [ la qual 
e I chomo de rimouer da si uergogna . tratta a 
quel ('> la seconda regola | la quale e chomo de 
rimoner da se uergogna | tratta a quello che nel 
appetito I ragionara e conchiudera j che da offen- 
dere I et in questo modo procede a la uendetta ' 
del qual inditio glie occaxione I la propositione 
che ditta I la quale e buona in se 1 ma none 
buona a particular inditio che dato | simile 
mente [ a questo exempio | interuiene in ogne 
mouimento damore che la estimatiua | se muoue 
con alchuna intentione [ la quale e buona era- 
gioneuole e generale | Ma al fatto particolare | 
nel quale ella usa none buona per queste parole 1 
e dimostrato lefl'etto del amore j il quale fa nela 
potentia giudicatina | poi ricapitola e recon- 
ferma I quel ditto e dice . discerne male in cui 
e iiitio amico. Quasi dica parlo del amore quando 
e uitio I come in Ionio intemperato | e dico che 
in cotale | lamore discerné male | ciò e fa dare 
falso giuditio dela cosa amata | nela quale le cose 
che piacciano fa parer raagiori | e quelle che 
despiaciono fa parer menori. Anche quello che 
ne fa parere essere | e quel che fa parere non 
essere , quel che dice amico e parlar toscano | e 
posto per sernar la rima . poi dice de soa ueriuie 
siegue spesso morte. Questa e la seconda parte 
principale di questa stantia nela quale dimostra 




106 
leffetto del amore | in coDi)eratioue uegettatiua i 
la quale conserua la aita coi-porale | e lessere 
del homo | leffetto che fa tamore | nela ditta 
Ijoteutia I e che per la soa uertute j e per lo 
suo gran feruore | spesse uolte {p. 116) la im- 
pedisse da la soa propria operatione | per la quale 
uiuifica il corpo | per lo quale intendimento | sie- 
gue spesso morte | e ciò e che dice | de soa uer- 
tute siegue spesso morte . se/orte \ ciò e ueget- 
tatiua I La nertu fosse impedita . la guai e ita 
a la contraria uia . ciò e la quale e priuata | 
per uertu del amore | dela soa propria opera- 
tione I per la quale daua uita | Sopra queste pa- 
role I e da sapere | che una medesema cosa ) pò 
essere cagione de doe contrarie | ma non igual 
mente | che del uno e cagione per se | del altro 
e cagione per accidente | per altro e non dirita 
mente | et in questo modo auegna chel amore 
per se sia cagione de la uita | per accidente e 
per altro pò esser cagione de morte | .In quanto 
per lo suo feruore 1 aimpediscono le uertute per 
le quali se mantiene la uita | One da sapere che 
questa elegge naturale nel anima | che quando 
adopera una potentia | non adopera laltra | e 
spitial mente questa legge | e più ristretta nel 
appetito et anche una potentia medesema | quante 
più feruente in una operatione | tanto e più te- 
pida e più remessa a laltre | e per queste doe 
cagioni I pò interuenire che per lo gran feruore 
del amore | homo perde il principale atto | in 
uerso lo nutrimento | per lo quale se conserua la 
uita che perde lo desiderio desso . e laltre dispo- 
sitioni I per le quali se conduce a conseruar la 
uita chel gran feruore del amore ] reduce a se 
ogne uertute | la quale pò alchuna cosa deside- 



I 



10? 

rare | ereaitiorta ogiialtro dusitlerio | di qualun- 
que altra cosa eia | per ciò che lanima non pò 
auere diuerse mentioni | e tutta la intentione '"' 
del anima e intenta a la cosa amata per queste 
parole ae dimostra | chel amore non e cagione | de 
morte per ee | e dirita mente per ciò che non se 
muoiie 1 per desiderio amorte ne per odio de 
nita I ma per accidente e distortamente ) e ciò e 
che lautore agiunge. Non che apposito naturale 
sia. Quasi dica none cagione de morte lamore 
per che sia de soa natura I opoato e contrario | 
ala Ulta I ma e cagione de morte estortamente . 
poi dice. Ma quanto cy da ben perfetto torto e \ 
ne per sorte pò dir hom chahbia ulta. Questa e la 
ter^a parte principale ] nela quale risponde a doe 
quistioni | che potrebbouo nascere sopra quello 
che detto. E questa parte a tre parti nela prima 
risponde ala ditta questione ! eia seconda proua 
la risponsione per raxone . nela ter^-a pone una 
conclusione. La seconda parte e quiue | che stabi- 
lita nona signoria. La ter^a equine . a simel pò 
ualer guanto hom loblia. La quistione pò nascere 
in quello che ditto in questo modo. Jl sommo el 
perfetto bene del homo | in questa uita i elo bene 
dela ragione | eia uita coi-porale | ditto e che 
lamore | quando etorto e fuor del meggio dela 
ragione | in ciascheduno de quisti beni fa noci- 
mento [ potrebbe a donque niuno homo giudi- 
care I se lamore il quale sente in se od in altri 
debbia nuocere ] e se pò nuocere potrebbe se 
discemere in quanto debbia nuocere. A questa 
quistione risponde | e dice che niuno homo e in 
questa uita | lo qual per sorte | cioè per se me- 




108 
desino I o quanto a lui pò iuteruenii"e | lo uoci- 
mento possa dire | quanto lamore possa nuocere i 
e ciò e che dice. Ma quanto che da ben perfetto 
forfè e. I IIP per sorte pò dir hom chabbia uitti. 
Quasi dica lamore partendose da la ragione | nuo- 
cere dee j ma quanto abbia nuocere | non se pò 
sapere | per ciò tanto nuoce | quanto e torto dal 
ben perfetto | il qual bene e il meggio e la regola 
de la ragione 1 e rende la ragione | per che non 
se pò conoscere e dice {p. 117) che stabilita nona 
signoria. Oue da sapere | che lamore elaltre pas- 
sioni I delanimo se possono jiartire e più e meno | 
dela regola dela ragione | come appare nel ira | e 
la paura ] le quali possono essere | più e meno 
fuor de ragione. Vude per ciò chel amore nuoce ; 
departendosi dala ditta regola | in tanto grado 
serra lo nocciniento ] in quanto grado se depai-te 
da essa. Anche eda sapere che lamore | secondo 
magiore e minore departimento dala ditta re- 
gola I a I magiore e minor signoria nel animo. 
Questo departimento nona certo stabilito grado i 
per ciò che pò cressere in infinito grado | lo fer- 
uore del amore | e perciò che secondo la misura 
del femore e la quantità del nocimento | non 
sepo sapere suo grado i e ciò e che dice ] che sta- 
bilita non a signoria . la qual signoria non sepo 
determinare aniuno certo grado 1 soprai quale 
non jjosaa anche i)iu salire . poi dice . « simel pò 
valer quanto hom loblia. Quasi dica lamore non 
a certo e fermo grado | che e asimele del fuoco 
pò ualere ciò e pò cressere | quanto hom loblia j 
cioè quanto hqmo ci da cagione e studio | vnde 
Ionio per se medesemo | lo pò cressere quanto 
noie ] ma noi pò menomare | quanto noie | e ciò 
e che dice ouidio. Non posso non amare | la 
cosa I chio in odio. 



IjEssere quando lo uolere e tanto \ choltre 
misura de natura torna | poi non sadorna | de 
riposo mai. Muoiie cangiando color rixo in 
pianto I e la figura ] con paura storna j poco 
sogiorno anclior de lui uedrai. Chin gienti 
de ualore il più se truoua | la nuoua qualità 
muoue a sospiri | e uol chom miri in un 
formato luoco | destando se ira la qual manda 
fuoco I ymagiuar noi pò hom che noi pruoua | 
e non se niuoua per che aluì se tiri | e non 
se giri I per trouarui giocho | ne certa mente | 
gran sauer ne pocho. 



\^Uesta e la ter^-a stancia j nela quale laiitor 
parla del esser del amore | e del suo mouimento 
edi gli suo jìrincipalì effecti j diuidese questa 
stantia principal mente 1 in doe parti j nela 
prima pai-te dimostra | la grandec^a e la forga 
del amore | da parte dela soa natura 1 nela se- 
conda parte la dimostra | da parte del soggetto | 
la seconda e quiue. Anchoi- de lui uedrai. La 
prima parte se diuide ancho in doe parti ] nela 
prima dimostra la soa forga | e la soa grandecga ! 
da parte dela soa natura [ nela seconda da parte 
del suo effecto. La seconda e quiue. Mitoite chan- 
giando. Quanto ala prima parte é da sapere | che 
laltec<;a del amore | se dimostra per lo suo uolere 
che quanto al uolere tanto e lamore | e per questa 
uia dimostra che lamore e quasi cosa infinita | 
perciò chel uolere il quale e suo essere e suo atto 
e infinito [ e ciò e che propone e dice | lessere 



che il uoler del amore | e tanto che e oltra mi- 
sui'a I ciò e oltre ogni termine de eoa natura 
torna. Questo proua anche per una uia | in questo 
modo I sei uolere fosse finito e terminato spitial- 
mente | se finiria dala parte del tempo | che sa- 
rebbe dare certo tempo | quando uiene nel animo '■ 
e quando se departe | e quando uuole | e quando 
non uuole | ma questo non ne chel tempo del 
uolere e incerto et indeterminato. Vnde perciò 
il nomina ] per modo indetemiinato | da parte 
del tempo che non se termina | di quel che pas- 
sato 1 ne per quello che ae in presente | ne non 
pone termino in quello che aspetta | e come inde- 
terminato j et infinito dala parte del tempo | cossi 
non a termino dala parte del modo | chel uolere 
non a certo modo | anche non se termina dala 
parte dela cosa | perciò chel uolere non prende 
posa I per una cosa sola | qualunque sia | ne anche 
non se termina per molte cose | ma {p. 118) spi- 
tialmente non e terminato | ne non a misura | da 
parte dela cosa | per ciò che spesse uolte 1 ee di 
quella cosa che non dourebbe essere | per ciò ben 
dice lautore | chel uolere I ciò e lessere del amore 
etanto | che oltra misura de soa natura torna \ 
poi lautore a questo ditto agiunge e dice . poi 
non sa doma de riposo inai. Quasi dica lanimo 
nel quale e lamore | non se pò mai adornare de 
i-ipoeo I e la ragione | e quel che ditto j chel 
amore non a posa [ ne termine in muno grado | a 
dornamento del animo | eia temperanza dale pas- 
sioni I lo quale a dornamento non pò auere 1 
stando sol amore poi dice. Muoue canr/iando color 
rixo in pianto \ eia figtira con paura storna. Jn 
questa parte manifesta la grandega eia for^a del 
amore | per spitiali e proprij effecti | li quali fa 



nel animo I elo primo effecto e una mutatione | lo 
Becondo e singulare apparitione | equesto fa quiue . 
eia Jigura con paura storna \ quanto al primo e 
da sapere | che le sotile cose sintendono | meglio 
per eimigliance grosse. Vnde a uoler uedere quel 
chintende lautore de dire I prendiamo exempio 
nel mare [ nel quale e aaimigliato lanimo nel 
quale e lamore | che nel mare sono tri stati prin- 
cipali. .TI primo e ripoxo | equiete ! epace | e questo 
_stato e suo ornamento e suo colore | et a questo 
stato e aaimigliato | lanimo riposato | in anci che 
sia lamore in lui. Jl secondo stato del mare | e 
quando e la grande tempesta ] quando per forga 
del uento chel mone e posto in coreo j da essere 
de fuori da si | et a questo stato e simigliato | 
lanimo quando per furore | stimolo damore se 
muoue j in uereo de la cosa amata. Jl ter^o stato 
del mare | e quando già e la tempesta riposata 
il quale stato infra esso | e uno piano conturba- 
mento I per lo quale pare che somurmuri | ela- 
mentasi I a questo stato [ e simigliato lanimo | 
quando in prima se leuo con furore de desi- 
derio I in uerso dela cosa amata | enon a | siguita 
eoa iutentione | e questo stato poi che lanimo e 
tornato in se medesmo | e ditto pianto | e di 
questo parla lautore e dice e piue [sic] \ ciò e 
lamore | lanimo cangiando colore | il quale e li- 
poxo in pianto. Questo pianto egenerato da dui 
mouimenti 1 contrarij nel animo. Jl primo moni- 
mento | e quando ritorna a se come scornato | 
non auendo abiuta [sic] \ lantentione | per la quale 
con gran feruore se mosse. Laltro niouimento e 
il desiderio | che anche lamor genera nel animo 
in uerso dela cosa amata . ma perciò che nel a 
mente | e tornato ^enya soa iutentione | conuien 



chabbia in se medesmo grande empimento 1 con 
questo rompimento | anche auendo il desiderio I 
per queste doe cagioni | se genera nel animo una 
angOBBÌa | et uno dolore et una diepositione si- 
mile de pianto, Vnde ben dice lautore. Muouo 
cbangiando ripoxo in pianto | pensando il primo 
stato del animo | lo quale e ditto disopra | dal 
quale stato lamore se nmoue | epensando lo ter^o 
stato I al quale lo mena | poi dice. £ la figura 
con paura storna. E qui demostra lautore laltro 
giugulare effecto | che fa lamore nel animo | e 
questo effecto e una simigliante apparitione | per 
la quale se mosse | la qual se dimostra in questo 
modo I come e già detto | per che lanimo non a 
lantentione per la quale se mosse | genera se in 
esso una angossia [ edolore epianto. Equando 
questo interuiene | più fiate nouella mente | luna 
doppo le alti'e alultimo rimane | lanimo in tutto 
e rotto e atancho et anche a dolorato | ecome 
che ferito [ siche non a ardire de leuarsi ad 
simile. Vnde genera se in esso una dispoBitione 
de paura | de non incorrere più in simile dolore 
et angossia ! si che mentre che dura questa nouella 
dispositione ] non se (p. 119) moue de suo pro- 
ponimento I a ninno atto daraore | perciò che gli 
diuenta odiosa la cosa | che glie stata cagione 
del ditto rompimento | quantunque lamore re- 
tengna dessa | ma per ciò che sempre uince quel 
che proprio [ et ogne cosa opera secondo soa na- 
tura I quantunque lanimo sia posto nela ditta 
dispositione | non cessa lamore occulta mente 
mouere ala cosa amata | per iiia de <'* desiderio. 



Ymle inteniiene che su in questo occulto lIchì- 
derio [ per uertu desso desubito se lieua | et appa- 
risse nela fantasia | la ymagine dela ditta cosa 
amata et odiata . ma per ciò che anche dura la 
paura nel animo | de uon incorrere unaltra uolta 
nel ditto dolore e nela ditta angossia | per uertu 
di questa paura se ritraggie lanirao de non con- 
templare I la ditta jraagine. Ynde per ciò che la 
figura non dura | ne la fantasia | se non quanto 
lanimo intende in essa | la ditta figura come fo 
di subito generata | per la uertu del desiderio | 
cossi per la uertu dela paura, subito dispare e 
cioè cbel autor dice . eia figura con paura storna. 
Quasi dica limagine dela cosa amata la quale e 
apparita subito &1 desiderio | che chiamata so 
silentio storna | cioè subita mente dispare | per 
ciò che non pò durare | nel animo che con paura 
dessa I e questa conferma poi e dice . pocko so- 
giorno . poi dice . anchor de lui ttedrai | ckingienti 
de ualore il più setroiia. In questa parte lautor 
dimostra | lalte^a e la nobilita del amore | diui- 
dese questa parte in doe parti ] nela prima parte 
dimostra laltega | e la nobilita del amore I in ciò 
che dimanda lo eoggetto | nobile | nela seconda 
in ciò che dimanda nel soggetto spitiale attitu- 
dine. La seconda parte e quiue. La nona qualità 
mone a sospiri. \ Quanto ala prima parte usa una 
cotal ragione | quale elaccidente | e quale e la 
qualità di soa natura | tale soggetto noie . lira . la 
paura | la tristitia elaltre simili | de ior natura | 
domandano uile soggetto et in uile soggetto se 
trouano | nel amore di soa natura ituole no- 
bile soggetto I e nobile animo. E la ragione e 
questa che tutte le altre passioni | ouer qualitate 
del animo | le quali sono diuerse dal amore | 



isguardano quello che niiile | e tiola mente lamore 
Bguarda lo bene ilrittamente. Vnde ogne suo 
mouimento e per cagione di bene | e se niuna 
altra qualitate | che sguardi lo bene no lo sguarda 
dritta mente. E per ciò chel amore di soa natura 
e nobile | in giente di ualore il più ae truoua. 
Anche e da sapere che lanior uerace | ae tre con- 
ditioni I per le quali non se potè trouare | se non 
in giente de ualore | luna conditione e chela- 
more I non aia recciproco | cioè che non sia a se 
medesmo | perciò chel amore e uno mouimento | 
non a se | ma da se in altri | et in questa condi- 
tione offendono quigli chintendeno a loro uolere ] 
non riguardando altri. Laltra conditione e che- 
lamoi'e | non sia per mercede j o uero per pretio | 
che a ciaschuna cosa basta soa ragione | ragione 
del amore e sola mente essere riamato I vnde 
ognaltra cosa che nel amor se dimanda | fuor de 
questo e mercede e pretio | e perciò cotal amore 
e seruile | che per pretio e per mercede. La terga 
conditione e che lamore sia fermo e stabile. 
Questa terga conditione nassie dale doe j che sono 
già ditte I e ciò appare | per lo contrario | che 
amore recciproco et amore seruile | non pò du- 
rare per queste tre conditioni . perciò chel amore 
non le pò auere | se non in nobile soggetto | per 
ciò dice lautore | chingiente de ualore il più se 
truoua I poi dice. Lanoua qualità moì(e a sospiri \ 
fi noi chom miri in un formato loco ] destando stra 
la qt/al manda fuoco . ymaginar noi pò hom che 
noi prona. In questa parte mostra {p. 119 *^) 
lautore | lalte^a eia nobilita del amore | in ciò 
che dimanda nel soggetto spitiale attitudine | E 
questa attitudine de mobilitate ''* | equesto se 



116 
dimostra iu quello modo | ciaschedima qiialitiite. | 
tanto prende più pei'fecto essere | nel sogetto 
quanto troua | in esso raagiore attitudine come 
appare ne la qualità de la luce | lamore none 
altro I ae non una qualitate attrattiua | e mobile 
nel animo empresa de la cosa amata | chelle 
come ''* lalteratiolae die fa la calamita nel ferro | 
per la quale alteratione la calamita lo trahe a 
se I Vnde lamore di soa natura | essendo quasi 
altei'atione | attractiua facta nel animo dela cosa 
amata . dimanda nel suo soggetto | aptitudine de 
mobilitate che quanto lanimo e più atto | a sie- 
guere tale impressione 1 tanto lamore diuenta più 
perfetto | e ciò e che lautore intende | quando 
dice la nuoua qualità | cioè nouella mente la- 
more I essendo uenuto nel animo | adeaser per- 
fetto I domanda nel sogetto aptitudine dimobi- 
lita I e questo e per ciò chel amore | e una qua- 
lità mobile | e questo appare in perciò | che dal 
suo principio moue asospiri | oue da sapere | che 
sospiri non e altro senon uno subito mouimento 
del animo per desiderio de la cosa amata | di 
subita ricordanza dessa | poi dice | e uol ckom 
miri in un formato luocho \ E qui pone la seconda 
attitudine che dimanda lautore nel suo subiecto I 
E questa aptitudine none altro | senon de ri- 
ceuere in se la ymagine de la cosa amata ^en^a 
tardità | o sen(;-a impedimento | et anche a rapre- 
sentarla tosta mente | echiara mente quando la 
dimanda lo desiderio del amore i e ciò e che 
dice [ e noi chom miri in un formato loco | Quasi 
dica lamore alchuna fiata | per ueccessita dela 



riahiBnio aggiunta io margiue 



cosa amato. | come fo detto ilisoiira | uiiole cliel 
animo miri | cioè cfnitempij ad isguardare | la 
ymagine la quale e in un formato loco | cioè 
nela fantaxia la quale e formata e figurata | de 
diuerse figure | e de diuerse ymagine | de questa 
eentenga che fo detto disopra suffitiente mente | 
poi dice I destando se ira la qual manda Jiioco. 
E qui pone lautore la ter^a aptitudine | chel 
amore dimanda nel siio eubiecto | E questa apti- 
tudine e cbel subiecto sia infiatiuo | cioè sia slatto 
a la natura del amore | che possia lamore cres- 
scere in esso et attendere il suo femore I e ciò e 
che dice | destando se ira la qual manda fuoco. 
Quasi dica sguardando lanimo la ymagine dela 
ditta cosa | eper uertu del amore | essendo ri- 
ceunto ad isguardare in essa | stando lanimo in 
questa contempiatione | la ymagine | la quale in 
questo caxo insta | in loco dela cosa amata | 
accende apocbo apocho più lamore I come che 
dasee mandasse fuoco | come interuieue in lo 
spiecho I che per la dimora del raggio del sole | 
apocho apocho se genera lore L Queste cose le 
quali son ditte | sono piane e chiare espitial- 
mente a quel che noi proua | epercio dice . j/ma- 
ginar noi pò hom che noi prona . poi dice. Enoìi 
se molta perche a lui se tiri | e non se giri 
per trouanii giocho \ ne certa mente gran sauer ne 
poco. Questa e la ter^a parte principale de questa 
stantia | e dimostra qui lautore | laltega del amore 
daparte dela soa forga e dela soa uertu | e ciò 
fa dimostramento la gran signoria | che ae sopra 
lanimo | la quale signoria e tanta | da poi chel 
amore e salito | in sul feruore che lanimo | e in 
tutto senio | si che no li rimane da niuna parte 
liberalitate. Ediuidese questa parte in doe parti | 



I 



uela prima dimostra | che non m pò lanimo aiu- 
tare I per prudentia ne per astutia | la seconda e 
quiue I Ne certa mente gran saiier ne poco. Quanto 
a la prima parte e da sapere | chel autore aso- 
miglia lanimo | che seruo del amore | al pregione 
lo quale e ligato stretta mente | Io quale per la 
stretega e per la for^a di ligami \ per nulla uia | 
ne per ninno modo se \ìo acioglere | e farsi libe- 
{p. 119 ^"') ro ] e ciò e che dice | e non hì muoua | 
cioè lanimo perclie a lui se tiri [ E qui e da sa- 
pere' che dui modi | sono per li quali | quigli che 
sono ligati | possono per uertu corporali | alchuna 
liberta auere . luno modo e tirrando | e questo 
modo e in quigli ligati | la cui ligatura se ferma | 
in piombo et in pietra | od in altra cosa graiie | 
a ciò che non se possano muouere | Questi cotali 
se uoglono gire | o muouerse ] conuiene che tirino 
lo pexo doppo se oue la catena e inchiauata. 
Vnde quisti tirando doppo se lo ditto pexo uanno j 
da uno loco ad uno altro | et in questo modo 
anno alchuna liberalitate. Laltro modo e girando | 
e questo usano quigli | che sono ligati longho ad 
alchuna cosa | si graue che non se pò tirare. 
Vnde qnjsti non potendo mutar luoco ] in dirito 
mouensi in torno | a modo ! de quigli che gio- 
chano | et in questo modo anno alchuna libera- 
litate. A quisti dui modi | se possono reducere 
tutti gli altri modi | per liqnali dimandano libe- 
ralitate I quigli che sono ligati | per ciò chal 
mouimento recto e circulare | se reduce I ogne 
mouimento. Vnde chi non pò auere libertate | 
quanto a ninno de questi a tutto e seruo | e per 
ciò adimostrare | quanto tiene stretto lanimo | e 
seruo lo uincolo del amore | dice quanto al primo 
modo I e non si muoua cioè lanimo | perche a lui 



se tiri I Et a mostrare lo secondo modo | dice | e 
non se giri per trouarui giocho Et in questo 
dimostra che non ci naie | fortega | poi dice che 
non ci uale prudentia | ne astutia | in ciò che 
dice . gran satier ne pocho. ''' Questa Bententia con- 
ferma ouidio I in ciò clie dice | non se pruoui 
lucello I che inuiscato de uoler uolare | e non se 
parta il porco poi che prexo a rete. 

Da simil traggie complexione isguardo | 
che fa parere lo piacere certo | non pò cu- 
uerto star quando e si giunto. Non già sel- 
uaggie la beltà son dardo | che tal uolere per 
temere experto cousiegue qierto spirito che 
punto . E non se pò conoscer per lo uixo | con 
prexo bianco in tal obiecto cade j e chi ben 
aode forma non se uede | per chel mena de 
chi da Ini procede | fuor di colore essere 
diuiso I absiso meggio | scuro | lucitade | fuor 
dongne fraode | dice dengno in fede | che solo 
da custui nassce mercede. 



Q« 



^Ueata e la quarta elultima stantia princi- 
pale di questo tractato | nelo quale risponde lau- 
tore I a doe quistiuni le quali propose | nel prologo 
quando disse | el piacimento chel fa dire amare \ e 
se homo per lìeder lo pò mostrare . Dele quale doe 
quistioni I la prima domanda | il quale e dritto e 
uerace amore 1 a cui se conuiegna propria mente | 
il nome del amore | La seconda | dimanda sei amo- 



queste parole à d' inchioHtrD 



i'e se pò conoscere | e secondo queste doe qui- 
6tioui I se diuide questa stantia | principalmente 
in doe parti | La seconda parte equine | e non se 
pò conoscer per lo itiso. La prima parte se diuide | 
in tre parti secondo che se domandano | tre condì- 
tioni a ciò che (p. 120) lamore sia dritto e ue- 
race j la seconda parte e quiue. Non pò cuuerto 
star qimndo e si gitmto. La terga e quiue | . che tal 
tiolere per temere ezperto . Quanto ala prima parte 
e da sapere | che acio che lamore eia diritto eue- 
race | conuiene che abbia legittima e propria 
generatione. Ma e da sapere | che una grande 
diuersitate | nel animo degliomini | in quanto sono 
diuersa mente disposti | a concipere In se amore | 
che alchun son disposti l a concipere amore sola 
mente | per lo sentimento del uedere | enon per 
ninno altro sintlmento. Vnde in questo non genera 
amore | la cosa per ninna altra conditione 1 se non 
sola mente per ulta | ma generala per quella spi- 
tiale attitudine | la quale risponde a la ditta dispo- 
sitione I e come questa diuersitate | da parte di 
quigli I che concepono lamore ] cossi e diuersitate 
I da parte dela cosa che lo genera | che alchuna 
cosa e acuncia et atta | agenerare amore | sola- 
mente per la uista che ae | eper niuna altra condi- 
tione I e acontia a ciò 1 alchuna altra cosa e la 
quale per soa nista no na | niuna attitudine ] a | a 
generare amore | ma alla non minore | per alchuna 
altra soa spitial conditione | per questa diuersita 
che ene esi dela parte de quilli | che lamore conci- 
pono I esi dela parte dele cose che longenerano 
I se pò uedere se lamore e propia mente ) e legit- 
tima mente generato | che se quello chel la cou- 
ceputo I non la preso per quella uia I per la quale 
e più disposto ad esso | e se la cosa la quale la gè- 



nerato | non ne propria mente | e legittima mente 
generata | per che non ae li soi proprij e legittimi 
principij I alora lamor no '"> a eoa propria e legit- 
tima generatione | e ciò e che lautor dice | ponendo 
lexempio solo in uno . Da sitnel fragge conplexione 
isgnardo. Quasi dica | se uno il quale di soa con- 
plexione | none atto per uia a concipere | amore 
se non sola mente \ per lo sintiraento del uedere 
e se la cosa e atta solamente | per soa uista a 
generarla | questo cossi dispoeto trahendo | e con- 
cipendo amore per isgnardo | dela ditta cosa | la- 
more in esso I ae legittima e certa epropria gene- 
ratione I ecioe che dice | da simel tragge comple- 
xione isgnardo \ che fa parere lo piacere certo. Cioè 
laniere generato | da ciaschnno principio consimile 
de eoa generatione | prona che certo e uerace | poi 
dice . Non pò cuuerto star guado [sic] e si giunto . 
In- questa seconda parte pone la seconda conditione 
la quale | conuiene chabbia amore | a ciò che se 
dimostri e pruoui se | proprio e uerace | e questa 
e la soa propria operatione ] che come questo 
nome homo | non se conuiene ] se non a quella 
cosa I che propria operatione domo ] ciò e che 
ragiona et intende | esente | cossi questo nome ] 
amore non se conuiene | ae non a quello cha pro- 
pria operation damore |. Questa propria opera- 
tione I e manifestare se medesemo | a [sic] cioè che 
lautor dice | non pò cuuerto star guado [sic] e si 
giunto, esi generato da lamore | che | a tutto senio 
a lamore | non pò cuuerto stare | per ciò che come 
fo ditto di sopra j nel animo non rimane ninna 
liberiate in nerso desso . Vnde couniene che se 
muoua che ee noltì | in quella parte et in quello 



[<) La particeHu no fu dall' uninDueniie iiggìa 



modo I secondo chel amore lo moup. E per ciò chcl 
amore | fa niioiie transmutationi | enuoui effetti | e 
singulari mouimenti | net anima | in uerso de la 
cosa amata [ comiiene che per questi | come per 
suo iiropiT-j signi | lamore se manifesti . Vnde come 
la impressione de la luna se manifesta | quantun- 
que sia occulta | per li nuoui monimenti del mare | 
cossi e de lamore lo quale | non e altro se non 
u~ip. 121) vna [sic] impressione nel animo dela cosa 
amata 1 Rende la ragione lautore | per che con- 
niene chel amore se manifesti | e dice che ciò e. 
Non già selnaggi la beltà san dardo Quasi dica la 
beltà cioè lamore | non già | cioè none so dardo | 
cioè soe arme | seluagie cioè pigramente | e come 
pigro I e come roggio | e come gi'osso | male soe 
arme ae sempre in soa mano | come aparechiato | 
de ferire | Oue da sapere chel dardo del amore | 
e lo suo stimolo per lo quale lanima | lo quale 
stimolo muoue lanimo | a nuoui et inusitati mo- 
uimenti I conuiene chel autore se manifesti. E 
cioè che dice Ouidio. Chi celara lo foco | lo quale 
se medesemo manifesta | per lo suo splendore . poi 
dice . Consiegue merto spirito che punto. E qui pone 
lautore la terga conditione | per la quale se dimo- 
stra lamore essere dirito e uerace [ E questa con- 
ditione e chel amore | sia merito j cioè dengno dela 
cosa che desidera ] e cioè che dice . Consiegue me- 
rito spirito che punto. Quasi dica spirito | cioè 
lanimo che punto | cioè stimolato | esignorigato 
dal amore | consiegue merito | cioè e degno del 
suo desiderio | e questo e quando per temere | 
cioè per la paui-a experto | cioè prouato et esa- 
minato j chel amore e uerace . Oue da sapere 
che la paura | e quella cossa che pruoua | et 
examina | lamore esser uerace | quando quantun- 



f|iie sia grande e ([uantiinque sia (li morte | la 
morte non se ritrabe | e non se riposa 1 ne non 
se ritarda | da suo mouimento per essa | et 
in questo caxo dice una acriptura | chel amore 
e forte come morte | per ciò che paura di morte [ 
non menoma forte^a damore | ne per morte non 
86 uince amore. Laltra paura la quale pruoua et 
examina lamore se e uerace e quella che a cagione 
dentro 1 e questa paura nasse da lamore | et ae 
tri gradi | luno e la paura | de non peruenire a 
quello a che mone lamore | laltro e la paura de 
non perdere quello al quale lamore e perneuuto . 
lo ter^o grado e la paura | de non perdere lamore 
dela cosa amata . Quando lanimo | per experientia 
spesse uolte | e dura niente e punto per dar paura | 
e lora laraore e prouato et experto esser uerace | a 
questo cotale amore | lo quale e de simile | con- 
plexione attracto | nel quale non potè star cu- 
uerto I e lo quale da doe paure | e experto se con- 
uiene propria mente questo nome amore. Oue nota 
che amore | tanto e adire ] quanto che cosa genga 
amarore . Anche tanto e adire qiianto cosa a cui 
e congiunta morte | perciò che per esso | ogne altra 
uertu nelanimo muoue . Anche tanto e a dire | 
quanto cosa genga morte | Equesto «intende spi- 
tiai mente ] del amor diuino ] poi dice | E non se 
pò conoscer per lo itiso. Questa e la seconda parte | 
principale di questa stantia | nela quale risponde 
lautore | ala seconda quistioue 1 la quale dimanda | 
sei amore se pò conoser dinidese questa parte prin- 
cipal niente | in tre parti | nela prima risponde 
ala ditta quistioue | nela seconda pruoua la rispon- 
sione I nela ter^a rimoue una dubitatione | La 
seconda parte e lue. Cotnprexo hiancho. La ter^a 
ine fuor dongne fraude. Quanto ala prima parte 



fispoiide I ahi quistione | clie diiiiìinda. sei amore 
tse pò conoscere | e dice che non se pò conoscere 
è proualo | per proliation magiorì | e dice perciò 
che non se pò conoscer per lo niso . quasi dica | se 
lamore se potesse conoscere | conosscerebbese '"' per 
quello sintiraento {p. 122) per lo quale più com- 
milnamente se prende | ma non se pò conoscer 
per lo uiso | come se prouara già mantenente | don- 
que asolta mente | non se pò conoscere [ che non 
se possa conoscer per lo uiso | proua e dice. Cont- 
'preso hiancho . E proualo in dui modi | Jn prima 
mente da parte de lamore ] epoi lo proua da parte 
dela cosa amata | La seconda proua pone iue . fer 
che lo mena de chi da lui pi'ocede . La prona da 
la parte del amore e in questo modo | quando doe 
cose I che sono de diuerse nature | sono comprese | 
o nero coniunte in uno subiecto | no ne mistieri 
che la potentia che conossie | luna di quelle cose 
conosca laltra | come appare de la dolce^a edel 
colore I le quale sono congiunte nel mele | lo uiso 
che conoBse lo colore non conosse la dolge^a | per 
ciò che altra cosa e lamore et altra cosa la natura 
che la bele(;a | auegna che per louieo se conosca 
la beUega 1 non se pò per lo uiso conoscer lamore | 
e cioè chel autor dice . Compreso biancho \ in tal 
obiecto cade \ e chi ben a ode forma non se nede . 
Quasi dica lamore e biancho | ciò la belle^^a | sono 
comprexe [ cioè congiunte in uno obiecto | ouero 
in uno subiecto ] cioè chi bene intende queste doe 
cose sono diuerse | sa bene che forma damore | cioè 
lamore che non se uede | cioè non se pò conoscere 
' per lo uiso . poi dice . per che lo mena | de chi da 



lui procede \ fuor lìs colore csnere diuiso. absiso 
mego. E qui dimostra lautore cbel amore | non se 
pò conoscer per lo uiso i e ciò prona da parte de 
la cosa amata in questo modo che spesee uolte 
lamore non singenera per bellec^a | come quando 
lamore se prende per lo uiao. E che lamore se 
possia generare cenga bellecc^e | appare per expe- 
rientie | che la cosa la quale e diuisa | e pai'tita | 
e fuori dongne colore | e dongui belicela | alchuna 
fiata genera amore | e questo appare espressa- 
mente I da parte de la cosa che genera lamore i che 
lamore non se pò conoscere \ per lo uiso | e ciò e 
che dice | per che lo mena cioè lamore etal cosa | 
che fuor di colore | e quello soggetto da cui lamor 
procede | e absiso | e meggio | cioè per ogne guisa 
et ogne modo diuiso | e dipartito | da ogne bel- 
lecga | e da ogni colore | da li quali lamore se 
potesse generare | et anche questa sentenza con- 
ferma I e dice che altresì bene | alchuna fiata | se 
genera lamore | come la rosa da la spina | cbal- 
tressi e generada da la cosa | e dal obiecto oscuro 
e B05<J^o I come da quello che ae in si lucitade | cioè 
bellecga | e perciò | intende che homo | per uedere 
noi pò conoscere | ne mostrare . e questa e la 
risposta a la ditta quistione | poi dice. Jìior donane 
fraode dice denffuo in fede | che solo da costui nassie 
mercede. Questa e la terga parte principale | de 
questa stantìa | nel la qual rimoue | lautore un 
dubbio I che se poria muouere ] sopra quel che 
ditto I in questo modo | se lamore alchuna uolta 
come e detto | se genera de la cosa goga | come 
de la cosa bella | domando se questo amore | e 
si diritto e si verace | e si perfetto | come la- 
more che generato da la cosa bella | A questo 



I 



dubbio risponde e dice | cliel amore de la cosa 
goga 1 e altresì perfetto | come laltro | e ciò proua 
in dui modi. Jn prima mente | da la parte de quel 
charaa | et in cui tale amore e generato | e poi 
lo proua da parte de la cosa amata. La seconda 
parte e ine | che solo da costui nassie mercede. 
Quanto a la prima parte e da sapere | chel amore 
se proua se uerace e perfetto | in quigli chamma ] 
e spitial mente per fedeltate | e per fraode | che 
sei amore e perfetto conuiene che sia {p. 123) nel 
animo perfecta fedeltà | a la cosa amata | Vnde 
se in se se sente alchuua fraode | lamore non e 
perfetto | e per ciò chel amore e generato | da la 
cosa qoqa. ] e nel animo dela mente con perfetta 
fedeltà i de Io ditto amore | e uerace e perfetto | e 
cioè che dice | dice dengno in fede quasi dica per 
ciò I chel animo dela mente | non a in se ninna 
fraode | ne lo suo amore | cioè in fede | ciò proua 
perfetta fedeltà | che lo suo amore | e perfetto | 
cioè appare che dengno de nome de uerace amore ! 
poi dice I che solo da costui nassie mercede. E qui 
proua chel ditto amore ' e uerace e perfetto amore | 
da parte de la cosa amata | Oue da sapere che 
alerà | da parte de la cosa amata | e sincero e 
uerace | quando de perfetta reamatione se risjionde 
a la fedeltà | de quìgli chamma | et in questo caso 
la cosa che laida risponde più al merito | di quel 
chelamma che la cosa bella | perciò che la bel- 
lecga | secondo che dice il sauio Ì sempre e con- 
giunta a la Boperbia I Vnde la cosa che bella j se 
e amata | quello amore ripensa come suo debito ; 
per la soa belicela [ ma la cosa yoga | se amata 
ripensa quello amore | come suo honore ] e come 
quello a cui e obligata per iustitia | E per ciò 



126 

da la parte sua | lamore conuiene che sia per- 
fetto I e cioè chel autore dice | che sólo da custui 
nassie mercede . Cioè più eperfetto | più uolte 
questo amore che quello da la cosa bella | per 
ciò che solo | cioè sempre da custui j da parte de 
la cosa amata | nassie mercede | cioè rendese il 
precio I lo quale e debito | e mercede del ditto 
^more | lo qual debitto e perfetta | reamatione. 

1$ C Tu poi sicuramente gir cantione | 
doue te piace chio to si adornata | chasai 
laudata serra toa raxone | dale persone ch^ 
anno intendimento | destar con laltre tu non 
ai talento . 

1$ ([ Va exposition | sicuramente | a, giente 
di ualore acui ti mando | destar con ninno homo 
ti comando | lo qual uuol usar lochio per la mente . 

Laudetur Virgo Maria . amen. 

MlNATII EST (*\ 



(0 Abbiamo riprodotto la fine di questo commento come è sei testo; 
le lettere in maiuscolo e maiuscoletto sono scritte in rosso e della stessa 
mano dell' amanuense. 



I 



(p. 124) 39. — Meser Francesco da barbariko. 

lo non descriuo in altra guisa amore che 
facesse li saggi che passaro | in demostrar lo fatto 
soin figura. Per chic non creda qual fu il minore \ 
di quei cheei deste oure trattaro | trahesse ognatto 
a pensata figura. Ma sol per o che secondo paura ! 
parer ardir j uoler | merito e danno | diuerse multi 
ymagination fanno | e color che uedranno | non 
credan chio ciò fitccìa per mutare | ma per far 
nouo in altro interpretare | che quel che fatto e 
molto da laodare \ secondo lor perfetta inteligenc^a | 
et io dalor doctrina eprouedenga | che lontelletto 
agenga | et anche amor comandando minforma | 
comiol ritraga in una bella forma. 

([ Nudo con aile | ciecho efanciul foe | sauia- 
mente ritracto a saltare ! diritto stante ìnmiobilo 
sostegno. Or io non muto iste fattele soe | ne do 
ne toglio I ma noi figurare | una mia cosa esol per 
mi la tengno . Jo noi fo ciecho | che da ben nel 
sengno | ma non se ferma che paia perfetto ! senon 
in luoco dongne uilta netto | ese in alchun subie- 
cto I uitioso forsi cel paia uedere | non e amor ma 
sol folle uolere | fanciul noi fo | asimile parere | che 
parìa pocha auesse canoscenga j ma follo quase 
nel adoloscenga | alle gli fo che genga | quelle paria 
che non fosse suo gire | come spirito amerito 
eferire. 

([ Io ai glio fatti i pei suoi di falcone | a 
intendimento del forte grimire | chel fa di lor chel 
sa chel sostiranno. E quando a mìssi | quigli in 
perfetione | non se parte da lor se per murire | pri- 
ma non se disolue lesser channo . Nudo lo fatto | 
per mostrar come anno | lesoe uirtu spiritoal na- 



128 

tura I none comprexa | ma conprende pura | epoi 
per honestura \ enon per simiglianga il croue al- 
quanto I lo depintor de girlanda enon manto | sunun 
cauallo ediritto per canto e lancia dardi con la 
man diritta | eroxe alquante con laltra soa gitta | 
per o che più saitta | efiere che non da merito 
spesso I ma pur chil serue receue da esso. 

([ Il canal descouerto nel tenere | feci sbocato 
genga ferri efreno | per o che non amor mal seruo 
isfrena. Ne ancho amore arischo de cadere | ma 
quel che prexo nel dixir uien meno | cade enon 
cade con uintural mena. Diedi al cauallo | un 
faretra per pena | li dardi per mostrar che ina- 
morato | aseco quel dondegli epoi lanciato | eson 
dal dextro lato J picoli egrandi e megian come 
fiere | pochi et asai secondo il suo piacere | dal 
sinistro uedrai col pie tenere | ramo di roxe amor 
su quel cauallo | con oure di catun merito dallo | 
poi come catun sallo | fai sol de si enon daltri 
pensare | si che cuor multi li faccio portare. 

^ (C ^^j iti (') diuersi passando | parole 

mi con figure parere | ma cortixia gli trarrà nel 
piacere | ne per ciò men se uieri non tiengan 
glintelletti nostri alchuno | farol contento depunto 
ciaschuno. 

(p. 125) 39 bis. 

([ Amore. 

([ Jo son amore in nona forma tracto | ese di 
sotto dami reguardriti | lopre chio faccio in figure 
uedriti. 



{}) Le prime lettere di questa parola non si possono leggere, essendo 
qui sciupata la membrana. 



129 

([ Caualier meritato. 

([ Ringratio la toa gran potenga amore | che 
mai dengnato far seruo in piacere | di quella cui 
te potei ben tenere. 

([ Maritata. 

([ Pregote amor poi che mai cossi morta | chal- 
men cuuerta sia la mia ferita | si seguitro deque- 
sta morte ulta. 

([ Homo cumunale. 

([ Tu uedi ben chio son ferito amorte | ma 
tanto lancia chio uiegna ben meno che troppo 
efiera langossia chio meno. 

4[ Marito emoglie. 

([ Amor che eia de dui fatto una cosa | con 
soperna uirtu per maritaggio | fa durar dun pa- 
raggio I lanostra uita in questa gioi tuttora | sia 
grato il fin come nostra dimora. 

([ Vedoua. 

([ Non temo tuo ferir ne don ti chero | chio 
porto donesta mio cor armato | ma non disamo 
chi ta siguitato. 

([ Relioso. 

([ Per li gran culpi o già perduto il core | ma 
si te dico chio potrei campare | non che per roxe 
ma per un guardare. 

([ Reliosa. 

([ Sed io potesse dimostrarte amore | come me 
piace il colpir che tu fai | gietristi roxe enon pur 
dardi omai. 

9 



130 

([ DONGELLO. 

([ Jo sento ben lo colpo che mi desti | ma tu 
me ne potresti asai lanciare i chio pur son fermo 
(leti siguitare. 

([ DONGELLA. 

([ Jo son percossa dun dardo mortale ' eueggio 
ben chelmio dixìre efolle ma che posso io | poi 
cussi lamor uolle. 

([ Fanciullo. 

([ Jo son ferito enon so ben per che | ma credo 
che me de quella dongella | de cui memoria pian- 
gendo fauella. 

([ Fanciulla. 

([ Amor me fiere emostrami per trarmi | che 
mi darà goglia sio me rasicuro | dintrar in quel 
dechio poco ancor curo. 

([ Morto. 

([ ,ro me martiro de morte per quella | cui 
me facisti procura chip uada | con lalma oue ella 
serra poi mandada. 

([ Morta. 

([ Non ])iaccia a dio da che tu morto ai | cului 
per cui uiuia la dolorosa | un sol di sia a me la 
morte ascoxa ^'\ 



(1) La pap:. 126 ^ occupata dal diflOf^no rappresentante il Trionfo 
d'Amore; in fondo ad essa è il richiamo: O salue sanetaf di mano di 
Nicolò do' Rossi comò la didascalia del sonotio che seg^e; ma sin qui 
aveva scritto il primo amanuense e dalla pa^. 127 in poi scrisse il secondo. 



(p. 127) -40. — ■ Gl'iliee.motus de ultrakto '*'. 

|[ 0. Baine sancta ostia sacrata 

Jnmaculata <*' | sangue e carne pura. 
Suma creatura en deo communicata 
De uirgo nata senza corrntnra. 
Oltra niesura fusti tormentata 
Morta lanzata | raisa eu aepultura. 
Da la suma natura suscitata 
E renalzata '"' sopra ognaltra altura, 
t Tu se quela armatura per cui uencimo 
Lanticho primo perfido 8er|)ente 
Percutiente [ spirito dampnato, 
Cori)o sacrato en pane te uedimo 
E certi simo | che uerasiniente 
Se xpo omnipotente et deo carnato. 



41. 



■ FULCIURE DE 8ANC ZEMISUNO 



4[ Fior de nettu sie zentil corazo 
E fructo de nertu sie honorc. 
E uaso de uertu sie ualore 
Enome de uertu e homo sazo. 
E spleco de uertu non '*' uede oltrazo 
E uiso de uertu claro colore. 
Et amor de uertu bon seruitore 
E dono de uertu dolce lignazo. 
t E leco de uertu e cognosenza 
E sezo de uertu amor reale 
E poder de uertu e soferenza. 
E opera de uertu essere liale 
E brazo de uertu bela acoglenza 
Tuta uertu e rendere ben per mal. 



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42. — MUGLONE DI FAITINELU DA LUCHA. 

([ En bona uerita no me auiso 

Auegna che lo plaqua a la scritura. 
Che femena pur ueza il ^'^ paradiso 
No che uà presi a far dentro calura. 
Ne che deo pare li formasel uiso 
A similianza di la sua figura. 
Anzi fu sacramento preciso 
Femena diabolica fatura. 

t Le femene radice de lenganno 
Femene quele che ogni fraude afecta 
Femene pensa ogni mal et fanno. 
Ma ben o credenza ferma (*) et netta 
Che alquante ma ben poche ne ^'^ uanno ^*^ 
Per no lasar sancta maria soleta. 

(j), 128) 43. — Manuel Qudeo dagobio. 

([ Ensteso no mi conosco | onom oda 
cheleser proprio si e gibilino. 
en roma so colones et Vrsino 
e plageme seiuno e (*) V altro aloda, 
et en tuscana parte gulfa goda 
en romagna so Qo che Qapetino. 
mal Qudeo so e no Saracino 
uer cristiani no drego la proda. 

t Ma dogni lege so ben desiroso 
en alcuna parte uoler oseruare 
de cristiani lo ber el manzare. 
e del bon moyses poco zunare 
' e luxuria de machon precioso 
che no ten fede de la ventura enzoso. 



{}) L'articolo il fu aggiunto, su rasura, da Nic. de' R. — (■) L'a finale, 
su rasura, di Nic. de' R. — (») Come alla n. 1. — (*) Per Vo finale cfr. n. 2. 
— (*) La e fu aggiunta dall' araan. sopra riga. 



■il. — 4[ FULOORB. 

|[ Amico caro no florisse onne ''* erba 
ne onne fior che par fruto no porta, 
e non ne uertuosa onne nerba 
ne a uertu onne preda che orta. 
tal cosa ual matura e tal acerba 
e tal se par doler che se confoi-ta. 
onne ciera che par nonne soperba 
cosa e ''' che zeta flama e par morta, 
t Pero no se couen ad homo sazo 
uoler adeso far de onnerba fasso 
ne de onue pedra caregar sii dosso. 
ne uoler trar de onni parola saco 
ne con tuta Qcnte andar a passo 
senza rason a dir 90 non so mosso. 

4'). — FULUOKE UE SANCTO ZEMIUSIAKO 8GNETI DE MESI. 

([ A La bregata nobelle et cortese 
en tute quale parte doue sono, 
con alegreza stando sempre dono 
cani uccelli e danari jier spese. 
ronzini portanti quagle a uolo prese 
brachi leuar corer ueltri abbandono 
jn questo regno Nicolo corono 
per chele fior de la cita sanese. 
t Tingoccio et min*** di tongno et ancbaiano'"' 
bartolo e rangaro e fainotto 
che paion figloli de re priauo. 
prodi cortesi più che lancilotto <*' 
se bisognase con le lance in manno 
fariano torneamenti a camelotto. 




i, col Novonp, 


n ter preti amo p 


hù fini.!! o/ui 




mediani. .^1 e 


r, n. precedeot 



Ii34 



ijj, 129) 46. — De zenaio. 



([ I doto uoy nel mese de zenaio 
corte cum fochi e di salette agese 
camere letta doni bello arnese 
lenguol de setta et copertori di vaio 
tregea confeti e messere arazaio 
uestiti de doasio e di racese 
en questo mondo star a le defese 
mona sirocho garbino e rouaio. 

t Vsir (*) di for alcuna uolta il giorno ^"^ 
gitando ^"^ de la neue bela et bianca 
a le donzelle che starano da tomo 
e quando fose la compagna stanca 
a questa corte facciase retomo 
e si riposi la brigata franca. 

47. — De febraio. 

([ E di febraio ui dono bella la caccia 
di corni caurioli e di cinghiari 
corte gonelle e grossi caligari 
compagnia che uè deletta et piaccia 
cau de guinzagli e segugi da traccia 
lo borse fornite di danari 
ad onta degli scarsi et degli auari 
che di questo ui da briga e enpaccia. 

t K la sera tornar cog nostri fanti 
carcati de la molta saluagina 
auondo gioya alegrega e canti 
far trar del nino e fumar la cucina ^'^ 
e fin al primo sono star razanti 
e pò (*^ posar en fin ala mattina. 



(*) Una mano più recente rasa la sillaba finale ir^ sostituendola con 
cir. — (^} La g inizialo fu rifatta da una ^ preesistente. — O Le parole 
da tornar del nono verso sino a tutto il verso dodicesimo sono scritte da 
Nic. de' B. — {*) Le jmrole p pò furono aggiunte in seguito, un po' a sinistra. 



48. 



Di 



<[ Di margo si ui do uaa piscbiera 
danguille trote lamprede e Balmoni 
dentali dalfini et storioni 
donaltro pesce in tota la riiiera. 
con pescatori e nau celle ''* a schiera 
e barche saettie e galeoni, 
le qualue portino tute stasoni 
a qual porto ui piace a la primera. 
i Che sia fornito de molti palagi 
donaltra cosa che ne sie mesterò 
e gente '*' uabia de tutti solagi 
chiesia no uabia mai ne monastero 
laaate predicar i ]}reti pagi 
channo trope bugie e poco uero. 

[p. 130) 49. — Daprd.e. 

([ Daprile ui do la gentil campagna 
tuta fiorita di bel erba fresca, 
fontane daqua che no ui recresca 
donne donzele per nostra compangna. 
amblanti palafreni distrier ^'' di spagnia 
e zente costumata ala francesca. 
cantar danzar ala prouenzalesca 
con instrumenti noni dalemagna. 
t E da torno uisia molti zardini 
e zachito ui sia omni persona 
gascun cun reuerenza adori e clini 
a quel gentil cbo dato la corona 
de pietri pritiosi gli più fini 
cha preste gouau Re de babilon/a. 



(>) Fr« no« a 


celli 


rifatta, con tnohio 


atro 


iMriiy fu ftggiuiit 






136 

50. — Di mazo. 

([ Di mazo si uido multi cauagli 
e tuti quanti siano afrenatori. 
portanti tuti driti corritofi 
pet orali testere de sonagli, 
bandere e couerte a molti tagli 
di Qendadi e di tuti colori, 
le targe a modo de armezatori 
uiole I rose fior conom abagli. 

t Rompere e flacar bigordi e lange 
e plouer da fenestre e da balconi 
en Qu girlande | ensu mele ranze. 
e pungelete zouene e Garzoni 
basarsi nela boca ene leguanze 
damor e di goder ui si rasoni. 

51. — Di zugno. 

([ Di zugno doni una montagneta 
couerta di belisimi arboseli. 
con trenta uile e dodece ^*^ castelli 
chesia etorno ad una citadeta. 
chabia nel mezo una soa fontaneta 
e faga mile rami e flumiceli. 
firendo per zardin e pratiseli 
e rifrescando la menuta erbeta. 
1f Aranzi e qidrì \ datili o limonie 
e tute laltre fructe sauorose 
enpergolate siano per le uie. 
e le zente ui sian tute amorose 
e facanuisi tante cortosie 
cha tutol mondo siano gratiose. 



(») Le parole e dodece in parte sono dell' amanuense, in parte cor- 
rette da Nic. de' R. 



(p. 131) 52. — Di higlo. 

([ Dì luglo en sena su la salisata 
com piene engestsTe de tribiani 
ne le catine li glazi iiaiani 
e man e sera mauzar in brigata 
di qnela gelatina ismisiirata 
ystarni rotte zouene faaaui 
lesi caponi capreti sourani 
e cui plagese la manza e laglata. 
f Et ine trare tempo e bona uita 
e non andar de for per questo caldo 
uestir zendati di bela partita 
e quando godi star pur fermo e saldo 
e sempre auer la tauola fornita 
e no uolei' la mogia ''' per gastaldo. 



53. 



- Di agosto. 



4[ D agosto si ui do trenta castella 
in vna uale dalpe montanina 
che non ui posa uento de marina 
per ystar sani clari come stella 
e palafreni de montar en sella 
e caualcar la sera e la matina 
eluna tera a 1 altra sia uicina 
cliun miglo sia la '*' uostra zoruatella. 

if Tornando tuta uia uerso casa 
e per la uale eora una tlumana 
che \iada note e di traente ''' e rasa 
e star nel fresco tuta merizana 
la uostra borsa sempre altra pasa 
per la miglor uiuanda di toscana. 



(■) Prima par ohe dicesse 


Hogla: con 


■ettn 


come 


ò ora da Nìc. de 


[') fa fu «ggiunto sopra fln Nic 


■. da' B, - ■ 


(') Vt 




liceva, note di 


t rodo; le dne e furono aagiantu 


■ un iioco pd 




irmet 


ito ai rispettivi 



138 

54. -— Di setembre. 

([ Di Setembre ui do deletti ^'^ tanti 
falconi asturi smerleti sparueri 
lunge gerbegli zeci ciim carnerì 
bragete cum sonagli pasto e guanti 
bolze balestre drite ben portanti 
archi strali balote e baloteri 
sianui mudati gruilfangi e asteri 
nidace e de tute altri ugel uolanti. 
ir Che fosser boni da sidar e prendere 
e 1 un a 1 altro tutauia donando 
e possasi rubar e no contendere 
quando cum altra zente recontrando 
la nostra borsa sia cunza a ^'^ spendere 
e tuti abiati 1 auaritia en bando. 

{p, 132) 55. — De otobre. 

([ De otobre nel conta cha bono stallo 
pregoui figloli che noi nandate. ^"^ 
traeceui bon tempo e ogelate 
come ui plaQe a pie et a cauallo. 
la sera per la sala andati aballo 
beuete del ^"^ mosto et enibriate. ^*^ 
che non za miglor uita en ueritate 
e questo e nero comel florin zallo. 

jf Eposa ui leuati la matina 
cianati ^^^ nel uiso con le mani 
lo rosto el nino e bona medicina 
aleguangnele starete più sani 
cha pese in lago fiume o in ^*^ marina 
auendo meglor uita di cristiani. 



(») Qaesta parola fa aggiunta sopra da Nic de' R. — (*) In questa 
parola Nic. de' R. rifece alcune lettere. — (^) La l finale fu aggiunta 
sopra da Nic. de' R. — (■*) Prima diceva embriate, che Nic. de' R. [lo si 
riconosce al colore dell' inchiostro] cambiò come è ora, ponendo nn punto 
sulla terza asta della m. — (^) In questa parola le lettere mediane aua 
furono corrette da Nic. de' R. — (*) Aggiunto sopra riga da Nic. de' R. 



56. 



- Di NOUEMBBE. 



i[ E di nonenbre petriuolo el bagno 
cum trenta muli carchi de moneta, 
la ruga ''' sia tuta couerta a seta 
cope dargento botazi di stagno, 
e ''* dar a tuti stazonier guadagno 
tordi dupler che uegna di clareta. 
confeti cum Qedrata de gaetta 
bea Qascun e confortil coupagno. 
y El fredo sia grande e 1 foco spesso 
fasana starne colombi mortiti 
leuori caurioli rosto e lesso. 
e sempre auer a cungi glapetiti 
la note Inento plouer a ceì messo 
siati ne le leta ben forniti. 



Di 



'I I>BCBMBRE. 



|[ E di decembre una cita en plano 
sale terrene graudissmi fochi, 
tapedi tesi tauoler e gochi 
tortici acesi star cog dati en mano 
e 1 oste enbriaco e catelano 
e porci morti e fenissinii cechi 
moi-selli gascun bea e mandochi 
le botte sia ma^or che sangalgano. 
f Siate ben uestiti e foderati 
di guarnage tabari e mantelli 
e di capuci fini e smesurati 
e beffe far dig tristi cattiuelli '"' 
e meseri catiui sagurati 
auari no uoglate usar cun elli. 



140 

58. — La conclusione. 

([ Soneto mio anicholo dinisi 
colui che plen de tuta zentileza 
di da mia parte cum moltalegreza 
che eo ^'^ so cunzo a tuti soi seruisi 
p.l33e più me caro che no ual parisi 
dauer sua amistade e conteza 
se elio auese eperial [sic] richeza 
stareli meglo che sane francesco en sisi. 
f Racomendame a lui tuta fiata 
et a la so compagna et a chaiano (*^ 
che senza lui non e lieta brigata 
folgore nostro da san gininiano ^*^ [sic] 
ni manda dige e fa questa ambaxata 
che noi n andasti cum so cor en mano. ^'^ 

59. — Cene da la chytarra da arezo resposa 
per contrariali suonetti | di misi de folgore 

de sanczeminiano. 

([ Io ui dotto del mese de zenaio 

corti cum fumo al mondo montanese 
e letta qual al nel mare il zenouese 
aqua e uento che non calli maio 
pouerta fangule a culmo staio 
da ber aceto forte galaurese 
e star come ribaldo en arnese 
cum panni rotti senza alcun denaio. 
f Ancor ui do cussi fato sozorno 
cum vna uegla nera uigga ^*^ et rancha 
chatuno ^'^ gitando la neue a torno 
apresso noi seder in una bancha 
e resmirando quelo so uiso adorno 
cosi reposi la brigata mancha. 



(*) Al verso 4 : eo ; v. 10, e 14 : o finale ; v. 12 ; no in fine, tatto di 
mano di Nic. de* R. — (*) Di mano di Nic. de' R. — (») Per la * in mezzo, 
cfr. la n. 2. 



60. — Di ferraio. 

^ Di febraio ui metto in valle glay^a 
cura orsi grandi negli montanari 
e noi Gazando cum rotti calcari 
la niene metta sempre e disfazza 
e quel che plage a 1 uno a 1 altro splaza 
cum fanti ben retrosi ''' e bachalari 
tornando poi la sera ad osti diari 
lor mogie tesser tele et oi-dir azza, 
t En questo no che siate senza manti 
cum uin di pome cbel stomago afina 
in tal albergi gran sospiri e pianti 
tremoti | nenti e nosia cum mina 
ma sian si forte che zascun si stanchi 
da prima sera en fino la matina. 

ip. 134) (il. — Di marzo. 

C Di marzo ui ripot^o en tal manera 
enpugla plana tra molti lagoni, 
en esse ''' grand mignate e ranagloni 
poi da manzar abiate sorbe et pera, 
oleo di noge ueglo mane e sera 
per far caldegli arance et grancidroni. 
barchete asai cum remi e cum timoni 
ma non possiate usir de tal riuera, 
i Case de paia cum diuei-sì razi 
da bere uin zergon che sia ben nero 
letta di Hcbianze e di ^ongli plumaci. 
tra uuy signor sia un priete fero 
che da nesun peccato ui dislazi 
per zascun luoco uabia '"^ uno munistero. '*' 




142 



62. — Di aprile. 



([ Di aprile ^'^ ui do uita senza lagna 
tauani asciera cum aseni a tresca, 
raiando forte per che no uin cresca 
quanti ne sono in perosa o beuagna. 
cum birri Romaneschi di canpagAa 
e zascadun di pugna si ui mesca 
e quando questo azo che no riesca 
restori ig marri de pian de romagna. 

1f Per danzatori ui do negli armini 
una compana la qual pego sona 
stormento sia a uuy e no refiiii. 
equel chen milantar si largo dona 
en ira uegna di li soi uicini 
per che di cotal gente si rasona. 

63. — Di mazo. 

([ Il mazo uoglo che faciati en chagli 
cum una zente di lauoratori. 
cum muUi e gran distrier zopeccatori 
per petorali forte reste di agli, 
intorno questo siano ui gran bagli 
di vilan scapiglati et cridatori, 
dig qual resoluan si fati sudori 
che turben laire si che mai non cagli. 

t Poi altri uilan facendo ui mange 
di cipolle porate et di maroni 
usando in questo gran cauage et zange 
en zu letame et in alto forconi 
masari e uegle basarsi le guange 
di pecore et di porci ui si rasoni. 



(') La e finale è aggiunta sopra da Nic, de' Bossi, 



(p. 135) H4. — Di zuuNO. 

([ Di zu^no siati in tal campagnetta '*' 
che ne sien corbi et argironcelli 
le chiane intorno '"* senza carauelli 
entro 1 mezo uabia una ysoletta 
di la (jual esca si forte nenetta 
che mille parte fagga e ramicelli 
daqua di solfor ecottay gorgongelli '"' 
si chella adaqni ben tal contradetta. 
^ ,.rli '** et pruni acerbi siano ''* lie 
nespole crude e cornie sauorose 
le ruge sian fangose e strete nie 
le genti ne sian nere e gauinoae 
e fagianuesi tante uilanie 
che a dio et al mondo siano noglose. 
fi5, — Di uroLo. 

^ Di luglo no che sia cotal brigata 
en arestano cnm uin di pantani 
cum acque salse et aceti soprani 
carne di porco grassa a peaerata 
e poi di diretro a questo una insalata 
di saluie ramerin per star pJu siani 
carne de uolpe guaacotta a due mani 
et a cui plagesse drieto caudata, 
t Cum panni grossi lungi de remita 
e sia si forte et teribel caldo 
cum ail ''' sol leone a la fenita 
et un brutto conuerso per castaido 
auaro che si apagi de tal uista 
la mogie a gascadun sian manoualdo. 



i 



To fn inatBlo in n, — {•) Le 



;ritte dn N[o. de' B. — {I 
: Meli; il' Ni 



ai oiiaam igliire a nna e, alla quale ai coll^SB uim lìnea curvn, clic 
ilto primn ni diriga da destra a «Distra, qaiiidi ingrosxiinda «i 
. „a da ilìaiBtra a destra. — ('| Per 1' o finale ironie a n. B. ~ m La I 
fa inserita poi da altra mano e inpliioitro. 



144 

66. — Di Augosto. 

([ Di Augosto ui reposo en aire bella 
en sinegalia che me par ben fina 
il zorno si ui do per medicina 
che'chaualchati trenta miglatella 
e tuti en trocier magri senza sella 
sempre lunga un aqua de sentina 
dalaltra parte si fagga tonina 
poi ritornando ^'^ a poso di macella. 

jf Et se ben cotal poso non ui anasa (*^ 
metoui en elusi la cita sourana ^'^ 
si stanchi tutti da non disfare lasa 
la borsa di cascuno [sia] stretta e nana 
e stare come lupi a bocha pasa 
tornando en siena un die la semana ^*^ 

(p. 136) 67. — Di setembre. 

([ Di setembre vi do goelli alquanti 
agore fusa cumino et aslieri 
notolle chieppe cum nibli laiiùeri ^^^ 
archi da lana bistorti e pensati [sic] 
asiuoli barbazani alochi tanti 
quanti ne son de qui a monpeslieri 
guanti di lana borse da bragieri 
stando cusi a nostra dona dauanti. 
t E sempre questo comparar et uendere 
cum tal mercadanti il più usando 
e di setembre tal diletto prendere, 
e per siena entro gir alto cridando 
moia chi cortesia uuol defendere 
chig salimbeni antichi li dier bando. 



(1) Di questa parola il principio rìtorn- fu aggiunto da Nic. de* R. — 
(*) Questa parola fu scritta da Nic. de' R. — {^) Tranne le prime duo let- 
tere «0, il resto della parola fu scritto da Nic. de' R. — (■*) Gli ultimi tre 
versi sono scritti per intero da Nic. de' R. — {^) La parola si presta anche 
a esser letta: lainieri. 



1)8. 



■ Di octubre. 



([ Di octoure ai conseglo senza fallo 
che ne faltarona dimorte [sic] 
e de le fructa che ''' ui so manzare 
a rigle grande non ui canta gallo 
dare ui son laque come cristallo 
or beuete figluoli e restorate 
uQelar ne bono a uarchi en ueritate 
che fareti nel collo neruo e callo. 
:i' In quel aire che e Botile e fina 
ben stanno en pisa più clari ig pisani 
el ^enoueae lungo la marina 
prenderei mi consiglo non siate nani 
arosto ui darò mesto cum strina 
chel sentiranno ig pedi cum le mani. 

Ii9. — Di nodembre. 

d Di nouerabre ui metto en un gran stagno 
in (jual jiartc plu pò freda pianeta 
cum quella pouerta che non si aqueta 
di moneta aquistar che fa gran danno 
omni buona uinanda uè sia in hanno 
per lume faceline da uerdeta 
castagne cum mele aspre di faeta 
stando tutti en sieue en briga e lagno. 
J Fuoco non ui sia ina fango et zesso 
e se non alquanti luochi di rimiti 
che sia di nenti niigla lo plu presso 
de uin e di carne del tuto sforniti 
cernendo uoy qual e plu laido bìesso 
uegendoui star tutti si sguarniti. !'' 



Titti dil Nic. da' H. 




146 

(jt). 137) 70. — Di decembre. 

([ Di decembre ui pongo en un pantano 
cum fango glazza et ancor panni pochi, 
per nostro cibo fermo fané e mochi 
per oste abiate un troio maremano 
un cuccho bruto secho tristo e nano 
che ne dia coli guascotti | e quigli pochi, 
e qual trauoy alumi dadi o rochi 
tenuto sia come tra sauij un nano. 

f Panni rotti ui do e debrilati ^'^ 
apresso questo onomo en capegli 
botazi de uin da montanar falati. 
e chi uè mira si se merauigli 
uedendoui si bruti e rabufati 
tornando in siena cusi bei fancegli. 

71. — MeSER MONALDO DAQUINO. 

([ Vn oseletto che canta damore 
sento la note far si dul^i uersi. 
che me fa mouer un aqua dalcore 
e uen aglogli | ni pò retenersi, 
che no sparga ^'^ fora cum tal furore 
che di corrente uena par che uersi. 
et y pensando che cosa e lamore 
si geco ("^ fora suspiri diuersi. 
t Considerando la uita amorosa 
diloseleto che cantar no fina 
la mia granosa pena porto in pace, 
fera posanza ne lamor reposa, 
cognamator la dota e enclina 
e dona canto et pianto a cui li plage. 



(*) Di questa parola la sillaba ri è scritta su rasura da Nic. de' R. — 
(2) Nic. de' R. ripassò le lettere: no spa-. — (') Il ras. à proprio geco, ma. 
forse la e è errata invece della t. 



147 



72. — MeSER MONALDO. 

([ El bascilisco alo spleco lugente 
tragi amorire cum resbaldimento. 
el ceseno canta più dolce mente 
quand e più preso del so finimento, 
el paon turba quant e più godente 
cum a soi pedi fa resguardimento. 
eia fenise sarde nera mente 
per retornare al nono nasimento. 

t En tal mainerà mi sento uenuto 
chi uado alegro e miro le beleze 
e canto forte presso al morire, 
e stando gaio diuento smaruto 
e ardo en *focco e corno ^'^ en alegrege 
per uni più bella a cui spero redire. 

(p. 138) 73. — MeSER MONALDO. 

([ Guardando el basilisco uenenoso 
lo so guardo face lomo perire, 
elaspido serpente uicioso 
per enzegno mete altrui a morire, 
e lo dragone che si orgogloso 
quelo che prende no lasa partire, 
al nero semblo lamor che dogloso 
che tormentando altrui fa langire. 

t Enzo a natura lamor neramente 
che en guardar conquide lo corazo 
e per enzegno lo fa star dolente, 
e per orgoglo mena grand oltrazo 
e chilo prende grane pene sente 
e gran tormento cha so signorazo. 



(>) Cfr. pag. 146, n. 8. 



148 

74. — Cecho de frate Anzilieri da siena. 

([ Per si grant suma o pegnata le risa 
chio no (*^ so uedere come possa, 
prendere modo di far la rescossa 
per più glo pogno che non monta pisa. 
et e si forte la mia mente asisa 
che prima me lasarei franger lossa. 
che ad un sol gigno eo fesse mosa 
tanto sono dag spiriti recisa. 

t Lalter un zorno me parue en sogno 
un ato fare che rider uolesse 
uesgaimi ^^^ certo anchora mi ni uergono. 
e dico fra mi stesso dio uolesse 
chi fus en quelo stato chi jni pogno 
chugidere farla chi uncha ridesse. 

75. — Cecho Ancilieri. 

([ Si fose foco arderei 1 mondo 
si fose uento lo tempesterei 
si fose aqua y 1 anegerey 
si fose dio manderei len profundo 
si fose papa serey alor ^'^ iocundo 
che tuti cristiani embrigerey 
si fose emperator sa che farey 
a tuti mozarei lo capo a tondo, 
si fose morte andarci da mio ^*) padre 
si fose ulta fugirey da luy 
similemente farla da ^"^ mi madre 
si fose cecho com y sono ^*^ e fuy 
torci le done bele e ligarde 
e zope e laide laserey altrui. 



(') no è aggiunto fra le due parole vicine da Nic. de' R. — («) Sic • 
ma però sopra è scritto : uesglaimi. — (*) Di mano di Nic. de' R. -— (*) li» o 
finale ò aggiunto da altra mano con inchiostro più nero. 



U9 

(p, 139) 76. — Cecho Anzilieri. 

([ Y sono inamorato ma no tanto 
che no men pasi ben linzeramente. 
dÌQo mi lodo e tegno mi ualente 
eh a lamor no so dato tuto quanto, 
el basta ben se per luy zoto e canto 
e amo e serueria chi gle seruente. 
onni soperclo ual quanto niente 
ezo no regna en mi ben mi do uanto. 

t Pero no pensi dona che sia nata 
che lami ligi coni y uezo multi 
sia quanto uogla bela e delicata, 
che tropo amare fa glomini stulti 
pero no uoy tenir cotal usata 
che canzal cor e diuisa gli uulti. 

77. — Cecho Anzilieri. 

([ Soneto mio | pò chi no trono messo 

che uada a quela chel mi cor desia. 

merge per deo or ne uà ti stesso. 

dalamia parte si che benestia. 

e dilli che damor so morto adesso 

se no malta la soa gentilia. 

quando li parli si li sta di cesso 

chi o donni persona gilosia. 
t Dili se la mi noi a so seruente 

anche no mi sauegna tanto bene 

prometile per mi securamente. 

zo cha gentile ^'^ cosa se conuene 

farolo di bon cor e lialmente 

si chauera pietà dele mie pene. 



(') L' e finale fa aggiunta da Nic. de' R. 



ISO 

78. — Danti aligieri da floRenza. 

([ Vn di si uene a mi melanconia 
e disse y uoglo un poco stare tego 
e parue a mi che la menasse sego 
dolor et yra per soa compagnia, 
et yo li ^'^ dissi partite uà uia 
et eia me respose cum un grego. 
e rasonando a grand asio mego 
guarday e uiti amor che nenia. 
t Vestito de nono dun drapo nero 
enei so capo portaua un capello 
ecerto lacremaua pur de nero, 
et eo li disse che ay catiuello 
et el respose eo ^'^ o guai e penserò 
che nostra donna mor àolqe fratello. 

(p. 140) 79. — Cecho anzelieri. 

([ Stando lo baldoyn entro un prato 
del erba fresca molto pasce e forna. 
uedesi da la spera traualato 
crede che le orecle sia corona, [sic] 
e dige questo fosso d altro lato 
saltero bene eh i no faro storna, 
mouese per saltare lo fossato 
alor trabuca e ne lo mezo torna. 

t Alor mete un ^^^ ragio come tono 
oyme laso che mal pensato ago 
che uezo ben che pur aseno sono, 
cusi deuen del mat che se ere sazo 
ma quando se prona nel parangono 
al dritto tocho pare il suo uisago. ^'^ 



{}) Questa parola fu abrasa, ma ancora in alto si vede 1' occhietto 
della 2 e il punto dell' i. -- {^) Fu aggiunto sopra riga da Nic. de' R. — 
(8) L' ultimo verso e parte del penultimo {-el parangono) sono scritti da 
Nic. de' R. 



HO. — Fra Uuitose da rezzo. 
([ Homo che sa^o non a cor lizero 

me [sic] pensa e uede zo clie uol mesura. 
pò cha pensato reten so pensiero 
en fin a tanto cheluer lasegura. 
homo no se de tener tropo altero 
ma de guardar so stato et soa natura. 
fol e chi crede sol ueder lo nero 
ni pensa caltruy <'' azo che pona cura, 
t Volan '*' per ayre oseg de molte giiiee 
ni tntti dun uoler ni dun ardire 
et anno in lor diuersi operameuti. 
deo in caduno sua natura mise 
e fé dispari senni e intendimenti <'* 
pero zo chomo pensa non '*' de dire. 

81. — FaBRUZO I^ PER08A. 

H Homo no prese ancor si sazamente 
neauno afar che '*' talora deuene. 
che luaanza che core fra la zente 
noi ^'' tegna fole se li mesneuene. 
e quel chal mondo fa più folemente 
coglali bene che per uentura uene. 
secondo Insù sera cognoscente 
che tenuto sazo cui prende bene, 
t Pero en uer la zente e grant erauza 
che la uentura fai fol parer ^'' sazo 
e gasGuno che place al so iiolere, 
e no guarda rason ne mesuranza 
anzi fa bene a cui -deuria dahnazo 
o mal a chi bene deuria auere. 



■inoipLo olie mancava, e cipaBsi 
ita da Nio. da' R. - (=) In quf 
parta della segaonte parola: -ti 
cava. — 1') Aggiunto aopra da T 
leauno a qaella di cAe; inaltre t 
O Bifatto dH Nic. da' R. - (") 




152 

(p. 141) 82. — MlSER LO ABBATE DA NaPOLI. 

([ Nobel exemplo e quel de lomo saluazo 
e di Qascun notabel documento, 
loqual nel tempo aspeta mutamento 
esempre riconforta so corazo. 
simelmente fage lomo che ^'^ sago 
sempre se clama et tenese (*^ contento, 
nolo conturba nullo auenimento 
cosi compartel prò cornei (*^ dalmazo. 
t Lo mondo e posto in rota de fortuna 
eresse e descresse molto spessa mente 
si com uezemo che fage la luna, 
per zo lomo che uiue sanamente 
en lui no pone spen ni fede alcuna 
malo despresa et ^*^ alo per niente. 

83. — MlSER LABBATE. 

([ Y mi confesso a te o segnor deo deo 
de zo che grauemente o culpato. 
de mal penseri ^""^ ne lo core meo 
com la persona o (*^ male operato, 
com omo meslial falso e reo 
e cum la bocca azo male parlato 
lasato azo lo bono per lo reo 
cusi mea ^*^ lenemico enganato. 
t E dezo questo secolo pasare 
eo abuto solaio e deporto 
lo qual e ^*^ misera dolor e pianto, 
signor deo ayutame campare 
conducime al nostro segur porto 
oue lauQeli ^'^ fano dolce canto. 



(}) Rifatto da Nic. de' R. — (2) La seconda e fu aggiunta sopra da 
Nlc. de' R. — (*) L' aman. scrisse conel; corretto da Nio. de' R. — 
(*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. — (*) L' i finale fu aggiunta da Nic. 
de' B. — («) L' aman. aveva scritto : ma; V e in mezzo fu aggiunto sopra 
da Nic. de' R. — (') La sillaba ^e fu rifatta da Nic. do' R. 



B4. -■- MjSEE CiSO ha J'fHTuIA. 

([ Se conceduto me fosse da zone 
yno potrei uestir quela figura. 
che questa bela dona freda e dura 
mutar fa^eee deluaate proue. 
adonqual pianto che da glogli ploue 
el continuo sospiro eia rancura, 
con la jiieta de la mea ^'' uita oscura 
niente da mirar se ley no mone. '"* 
f Ma si potesse far come quel dio 
sta donna mutarei in bella faga 
e mi farei una elera dintorno '"* 
et un chi tazo per simel desyo 
mutarey en ugelo che donni ^orno 
canterebe ^ su lelera aaluaza. 

{p. 142) 85. — Paulo laframciii da Pistoia. 
^£ De la rota son poeti exempli asay 

che Qira e ''* uolze e no dimora en loco. 

e mete en bono stato quely ^'' cha poco 

al poderosso da tormenti e guay. 

or che no tei pensi pò che tul <'' say 

piccia favilla fa grande foco. 

no talegrare tropo ni dare qoco 

cbe no se certo come fineray. 
t tìi alcun e che uezi in malo stato 

en quel medeemo tu poi auenire 

chate ne lui dio no la gurato. 

azo ueduto per li tempi sire 

che lauentura la si gouernato 

che più che uita desyra morire. 

— (') Le parole « 



n (Ih Nip. de' B. — (') 




154 

86. — Folgore da sanczeminiako. 

i[ Quando la uogla segnorega tanto 
che la rason non a poder in loco, 
spese uolte ride lomo di pianto 
e de grane doleuza monstra qoco. 
e ben seria de bon sauere franco ^*^ 
chi freda neue zudicase foco. 
Simel son quigli chi zoi monstra et canto 
de quel unde doler deuria un poco. 
t Ma ben se pò coralmente dolere 
chi sotomete rason a la uoluntade 
e segue senza freno so uolere. 
che non e za si richa podestade 
com si medesmo a dreto mantenere 
seguire presio fuger uanitade. 

87. — MlSER HONESTO DA BOLOGNIA. 

i[ Quella crudel stason cha zudicare 
uiral nostro segnore ^*^ tutol mundo. 
e no sera nul homo ^*) che consolare 
possa 1 so cor quanto uol sia mundo. 
chel tremerà la terra e lo mare 
et aprirase 1 ciel per lo grant pondo, 
e uora liusto uolentier campare 
e dira 1 peccator doue mi scondo. 
f El no sera nesun angel deuino 
che non aza paora de quela ira 
forche la uergen^ ^'^ dona nostra guida, 
or cum farp che de peccar non fino 
elle simel che so presso a sira 
se gli soi gusti pregi no mayda. 



(>) Cfr. pag. U6, n. 3. — («) La e finale è aggiunta sopra da Nic. 
de' R. — (8) L' espunzione è fatta da Nic. de' R. 



(j). 143) 88. 



- MEirzi 



'' TOT.oMEi [>E Siena. 



<[ None largeza penso ne la mento 
ni tenuto largo Ionio per dare, 
ma quel che in donare e ''* cognoscente 
cum largo core senza endusiare. 
e da clamare largo degna mente 
pero cliel don se uende per taixiare 
chi dona e pente de tuto e perdente 
esi medesmo ofende in so donare. 
t Pero te lo dico amor che lentende 
che no demori en tropo tardamente 
che doplo uale don che no aatende 
e chi promete e tropo tempo stende 
lo so eeruire mete en perdimento 
eza no dona ma cura nogla uende. 



- Meser Fin 



i. MESER BENENCASA DA. REZIO. 



([ Melenconia merne | che uai chirando 
posa de spirto ] no la poi auei'e. 
or che faro ] uiui temporizando 
noi poso fare | e tu uiui en dolore 
et y moro | per che uai endusiando 
or noi che mora | daltro non no uolere 
che no mucidi | uo nini penando 
pento masai | zo me grande piacere 
t Oy '"> per che questo | per chel da la luna 
mala luna e noe ancor '*' cotesta 
che credi fare | darti molti gnay. 
non no asay | no dele uinti ''' luna 
e che za più | hor cominza la festa 
ayta deo | besogno naueray. '*' 



aUn pagina 1^; fu < 



\ Sia. de- R. - (t) Aggiui 



156 

90. — Fra Guitokè da ftuzio. 

([ Homo falito plen di uan penseri 
come ti pò lo mal tant abelire. 
dignitate richeza e pompa cheri 
soperba e deletanza uoi seguire 
no ti remembra che come coreri 
se in questo mondo pieno di falire. 
morendo vezo par ^*^ che nasesi eri 
nula ne porti e no sai oue zire. 
t Or donqua che no pensi en ti stessi 
che badi auer un zorno benenanza 
per essere mill^ tristo e tormentoso 
come teristi folle che prendissi 
auer un punto ben et alegranza ^'^ 
per auer pianto eterno e doloroso. 

{p 144) 91. — MlSER HONESTO. 

([ No so se merce che mo uene meno 
o e suentura o soperclanza darte. 
che per la mia donna luni et marte 
e zascun di cum se rasona pieno, 
più dom uiuente crudel ulta meno 
ne mai mi disse dala morte guarte. 
merce uni che sogna li spirti sparte 
e che nauiti stancho on om tereno. 
t E se forza damor cum drita prona 
mi concedesse dumelta ^*^ uestita 
chi la trouasse sol un ora stando, 
fora tanto Qoglosa la mia ulta 
che quale ^^^ me conosce resguardando 
uedria en me damor figura nona. 



(«) 



{}) Invece di par, che è scritto sopra riga da Nic. de' R., prima vi 
era un' altra parola, che fu rasa. — (}) La i finale è di mano di Nic. de' R. 

— (8) Di questa parola, la seconda a è scritta su rasura da Nic. de' R. , 
che pose in alto anche la tilde per la n ; forse prima era scritto : alegreza. 

— (*) Di questa parola furono rifatte da Nic. de' R. le lettere : ume..ta. — 
(^) La e finale fu aggiunta in alto da Nic. de' R. 



92. — GuiDU CAU4LCAST1 

f[ Donna mia no uedestu culuy 

che 8u lo core me tegnia la mano. 
quand j ti resiiondea fioco e plano 
per la temenza de gli culpi suy. 
el fu amore <"> che trouando nuy 
mego i-estete che nenia luntano. 
en guisa dargieri presto siiiano 
acunzo sol per ucider '"' altruy. 
t E trasse poi dig ogli toi suspiri 
gli qual me saeto nel cor si forte 
chi mi parti sbigutito fugendo. 
alor mi panie de seguir la morte 
acompagniata de ({uilli martiri 
che soglon coneiimare <"* altrui plazendo. 



93. 



■ Caste aleoioei. [sic] 



([ Lamaro lagremarp C' che uuy facesti 
oy ogli mei enei lunga stasone. 
fagea lagremar laltre persone 
de la pietà si come <'' uuy uedeste. 
ora ''' mi par che uuy loliliareste 
SBO fosse dal mi lato '-'> si felone, 
che no ne destorbasse omne casone 
membrandoui culuy che uuy piaceste, 
t La uostra uauita mi fa pensare 
e spauentarmi si cheo <°* temo forte 
del uiso duna donna chi mi mira. 
uoy no denreste raay se no per morte 
la nostra donna che morta obliare 
cusi digel mio ''' cor | e poi sospira. 



fu rifatta dn Nic. de' B. ~ (■) Per la e finale cfr. n. 
(«) L' eapnuioDe è fatta da Nic. de' B. — ()) Ueco la p 
lettera (ito) furono rifalle <ìn Vie. ile' R. — (■> Fu aggiunlo 



158 



(/>. 145) 94. — Jacopo MosTAggo. 

([ Solicitando un poco meo sauere 
e cum luy uoglendomi deletare 
un dubio che me misi ad auere 
auuy lo mando per determinare, 
onomo dige chamor a podere 
egli corazi distrenze ad amare, 
ma eo no lo uoglo consentere 
pero chamore no parse ni pare. 
Ben troua lom una amorosa etate 
la quale par che nassa de plagere 
ezo uol dire hom che sia amore, 
eo no li sagQO altra qualitate 
ma QO che e dauuy uoglo odere 
pero uene fago sentengatore. 

95. — Petro da lauigna. i^. 

i[ Pero chamore no se pò uedere 
eno si trata corporalemente ^'\ 
manti ne son de si fole sapere 
che credono chamor sia niente ^''\ 
ma pò chamore si fage sentere 
dentro dal cor signorezar la zente 
molto mazore presio de auere 
che se 1 uedessen uè si bellemente. 

t Per la uertute de la calamita 
comò lo ferro atra no se uede 
ma si lo tira ^'^ signoriuele ^'^ mente 
e questa cosa a credere men ulta 
chamore sia | e dame grande fede 
che tutor sia creduto fra la gente. 



(^) L'amanuense scrisse corporalmente; la e fa aggiunta da Nic. 
de' R. — (*) L' aman. scrisse mente, che fu poi corretto da Nic. de' R. — 
(') In queste due parole ra finale ed e finale furono scritte da Nic. de' R. 



at 

L 



9ti, — Notar Jacopo da lentino. iv- 

C Amor e un desio che uen da core 
per habundanza de grand plaginiento. 

eglogli en prima genera lamore 
elo core li da nutrigamento. 
ben e alcuna fiata om amatore 
senza uedere so namoramento 
ma quel amor che etrenze cum furore 
dala uista dig ogli a nasmento 
f Che glogli representa alo core 
donni cosa che ueden bono *"' e rio 
cum e formata naturalmente 
elo core che di^o e concipitoi-e 
yma^ina e plage quel desio 
e questo amore regna fra lazente. 

(p. 146} 97. — Md8A da 8IEKA. 

([ Du^ento acudelin de diamanti 

Di beila quadra lano uoria chauesse 
e do^e rosiggnoli che stetesse '"' 
denangi lui facendo dulci canti, 
e doce milia some di bisanti 
per che lo so uolere far ni potesse 
e zascaduno *'^ a scachi uincesse 
donando rochi e caualer inanti. 
:k E la Retrojjia auee in baylia 
quelo a cui en dito "■'' o tanto dato 
che cert en fatto '*' anchor più lo uoria 
chela de mi tuta la segniorìa 
et al mi cor de si so^ecto fato 
per lo deleto de sa compagnia. 

(') L'o finale ngfionto da Nic. de' R, — (') Sulla Boconda t paté .■ 
ta fatta poateriomlBOta una e. — (=) La ( prima era ima r. — (') Prli 



ino 

98. — Granfione tolomei da Siena. 

([ Le fauole compar chom dige tante 
son uer per cert e nesun le contenda, 
chantigamente fu orchi e zigante 
e strige che andauan en trezenda. 
e parlaua le bestie tutte quante 
segondo che isopo ^'^ conta en so legenda, 
et ancor hozi uienel semeglante 
e si noi prono no che lom me penda. 

t Ser liei et orcho e manga li gargone 
el musa striga che fato dom gatta 
e uà di note e popa le persone, 
guglelmo ^*) de bediera e per rasone 
gigante chel ne nata la soa sciata 
ser benencasa parla et e montone. 

99. — MiSER Bartholomeo de sanc Angelo. 

([ Eo so si richo dela pouertate 
chi porla fornir roma e parise. 
genoa pisa florenza et asise 
asti uenesia padua ciuitate. 
per chi o de possessione tante frate ^'^ 
tra nichil e niente et altre guise, 
chi recoglo al anno cum se dise 
fra nulla e cicha ben mile carate. 
t Et o en danari libri e gogle 
che ual ben zento cifre e sie negota 
e soura zo glamisi empio di uento. 
si che per spender asai nomi spauento 
pur chig brigenti uegnan an derota 
a mia richeza tole ^^^ tute nogle. 



(') Questa parola prima era sepo; corretta poi come è ora. — ('-*) La 
seconda l fu aggiunta da Nic. de' R. — (s) Meno la /, il resto su rasura 
di mano di Nic. de' R. — (*) Una mano più recente fece sulla e il segno 
d' abbreviazione della ti o della r. 



if). 147) lUO. — Meser Guido nouellu da polbsi 

([ Tanto a nertu gascun quanto intellecto 
e ualor quanto en uertu se stende 
e tanto a donor quanto el entende 
et amor quanto el a zentil deletto, 
e deletar zentil quanto e le fecto 
adorno del plaser che nel cor sende. 
lo qua] e adorno tanto quanto splende 
per semeglanza del propio Bogetto. 
ji Donqua chi uol saper quanto donore '"' 
altri e degno | e de lauda perfecta 
guardi de che desio amante al core 
pero cliesser felice onomo ''* afecta 
ma solamente quel che per amore 
uerage adopra quel ''' tal corona aspecta. 



i 



101. 



Mia 



; ClSO DA l'ISTORA. 




4[ Labella donna cheu uertu damore 
me ''^ passo per glogi entro la mente 
irata <'' e desdegnosa ispesamente 
si uolze ne la parte oue lo core, 
et dige si non no de quinci fore 
tu ne morai si posso tostamente, 
equel si etruze paurosamente 
che ben conosse | quanto eso nalore, 
t Lanema chentende queste parole 
si lena trista per partirse alora 
denanti '"' a lei che tanto orgoglo mena. 
ma uengle encontra amor che se ne dole 
dicendo | tu non ti nandrai ancora 
e tanto fa che la retene apena. 

(I) In queste i!ne puroln lo lino yoiftli in fine foroag ngeiimU da 
!. do" E. - !•) Fn Bspnnto da Nit. de' B. - (") La m fu rifnttii dii Niu. 
(•) D'amali, serisae Hata; in «orrasiotiB * di Nip. de' a, - (») Lai 
Jir. Ab' R. sopra iinn, e. 



^ 



162 

102. — Meser Nicolo pleuano quirini da uenesia. 

([ Dolce desio che fage imacinare 
del nostro bel piacere la mente mia 
mostra sonente de glogli la uia 
che per mia faga ig fan delacrimare 
come color che più noi pò celare 
tanto a ueder uuy sa donna desia, 
ne spera chaltro remedio uè sia 
mal pianto lor col streto suspirare 

f Che portai nome nostro en noce plana 
tanto che lentellecto sol lentende 
per cui uertu la uita se defende 
ma non sa quanto el durargli si stende 
che più la morte gle uen prosemana 
per che a uederue el tempo salontana. 

(p. 148) 103. — Guido caualcanti. 

([ Veder potesti quando uin scontray 
quelo pauroso spirto damore 
lo qual sol aparer quando hom si more 
chien altra guisa non se uede may 
elgli me fu si presso chi pensay 
chelancidesse el mi dolente core 
alor se misse nel morto colore 
lanema trista en uoler trager guay. 
t Ma poi sostene quando uide usire 
dagogli nostri in lume di mercede 
chi porse dentro al cor una dolgega 
e quel sotile spirito che ^*^ uede 
secorsi glaltri chi credea morire 
granati dangososa dibelleza. 



(*) Le parole spirito che e la e finale di Botile, sono su rasura di mano 
di Nic. de' R. 



IW. 



■ MlSER ClSO. 



([ De cum serebe dolge corapaguia 
bì questa donna amor e pietate 

foaeno en sieme en perfecta amiatate 
secondo la uertu chonor dixia. 
e lun de laltro auesae seguoria 
in sua natura gascun libertate. 
si chel core ala uista dumeltate 
simele fusse sol per cortesia. 
f Se eo uedesse go si che nouella 
ne portasse glogli alalma trista 
uuy auderesti lei nel cor cantare 
spoglata del dolor che la conquista ''* 
chascoltando un ])enser che ne faueUa 
suspirando se ^itta en lui polare. 



105. - 



Idem, 



d Al meo parei' non e cheii pisa !"J porti 
la si taglente spada damor ^inta 
comelbel caualer cha ozi uinta 
tuta questa sembianza dig più forti 
e quig che di'*' soi culpi no son morti 
nean del so player lanema stinta 
canparo pero che la doue e pinta 
quela figura no anno gligli [sic] acorti. 
t Cosi comò li mei che cum grand freza 
fermati foro en essa quando apanie 
de si noiia beltà coglaltra ispanie 
si cheo no so quel che ueder mi parue 
del caualero da la blonda dreza 
se non chi porto nela mente teza. 



164 

(p 149) 106. — MlSER HONESTO. 

([ La spietata ma conduto al goui 
de la cena si che morte atendo, 
non dige del falir eme nen pendo 
anzi salegra che la morte aproui. 
amor dunqua che fai che non ti moni 
ben sai che de mente li contendo 
che per ben obedir senpre glofendo 
fache pietosa ormai se retroui 

t Per mi noi dico che no mi uaria 
ma per auanti trar la sua uertute 
chi mancha sol per zo chaza soferto. 
de mi che som a crudel morte oferto 
tant a sdegnato di darme salute 
quela che più ualer no mi porla. 

107. MUGIONE. 

([ Hercules cimbro nesto eia minerua 
uoglo adorare e renegar la fede 
de quel cortese deo nel qualom crede 
che no e drito | ne rason oserua. 
gudeo uoi deuentare ^'^ e di conserua 
darianiste e de fortino herede. 
neron tirano herode e diomede 
e senza pietà medea proterua. 

t A meca intendo de finir mia ulta ^^^ 
la macometo iace e sta sospeso 
en aire per uertu de calamita, 
chi uezol reo montato el bon deseso 
dretura fé lianza esser perita 
eda cui lomo seme essere ofeso. 



{}) L' aman. aveva scritto de ueritate] Nic. de' R. congiunse le due 
parole fra loro e corresse la seconda in uentare. — (*) Delle tre parole 
finali le lettere r..ia..ui furono ritoccate e la m riscritta su rasura d» 
Nic. de' R. 



108. — QOSTINU LANFREUI IH LUCHA. 

H Vento aleuante e di meridiana 
ostro ^afiro aqnilone et aitino, 
raaistro greco eiroco e gai'bino 
a libezo ponente e la tramontana 
la luna cum lo sole e la stela diana 
pianeti et elementi oime tapino. 
par che sian contrari al meo camino 
per mare per monte per uia plana. 
S' Et en questa adnersita no fo nouieio 
ma sempre steti en questa malaga 
pò che cognoni la uertti dal nicio 
che prò parole son *'' da coser aga 
eo crederei nel poeto de brandicio 
perire en nane en tempo de bonaza. 

{p. 150) 109. ~ MuGNosE. 

C Non sperU pigro Re di Icario herede 
non dil tialor sei guelfo muta stato 
tener lo regno pugla el principato 
abruzzo ni Calabria come crede 
ne en provenza pensi metre piede 
leuante cum ponente <*> ig sie levato 
curado el re manfredi Ci li fie mertato 
da gerì eg gibilini senza merzede. 
f Stiasi pur en napoli on en auersa 
en capua tiano o noi ''> in calui 
che laquila a gremito ga sane salui. 
oime che sol a dirlo par chi smalui 
la parte guelfa fu en esser dispei-sa 
or sermonegi e dica prima e tersa. 




16(5 

HO. — MuGNONEl. 

([ Si mi castro perchio no sia castrone ^'^ 
castrugo quando luca fu tradita 
che dig mei lumbi e la luxuria usita 
e uiuo en castità per sua casone, 
cum tre lupin del mio fazo rasone 
e senza alcun multiplicar de dita 
messo de gabeler più no mi cita 
ne per lo dacio temo de picone. ^*^ 

f De zo cho dito lui regratio e lodo 
ma sotomise a pisa sua citade 
et al crudel tyranno più che rodo 
e non ui fu trouato humanitade 
potendo si passar per altro modo 
di questo ^*^ abia quel grato che ui cade. 

111. — QUNTINO LANFREDI. 

([ Morte doglosa che non uien di botto 
poi chi ti clamo dolzemente a mee (*) 
Perdonami guntin chio noi farce 
perche tu ay un anna chilo dotto 
or abio meglor arme che langaloto 
o quanti caualier ebe ancho o ree 
tu ay tal arme cheo non scamperee 
seo tasaglisse cum più de uintiocto. (*) 
t De per deo mostrami queste arme morte 
cheo le possa prestar a un mio amico 
lo qual dige che ti redotta forte, 
presta la pouerta e poi te dico 
che apra lusso cum tute le porte 
e non curi de mi che uagla un fico. 



(*) Le lettere sia cast- nel v. 1, pico- e la e di dado nel v. 8 del primo 
sonetto; nel secondo -oi in principio, e la e ultima in fine del v. 2, e 
ti. .e della parola uintiocto al v. 8 furono rifatte da Nic. de' R. — (*) La o 
finale aggiunta sopra da Nic. de' B. 



(p. 151) 112. — MuiiNOSE. 

i[ ^a per minaze | guerra non se uenge 
ne per la borsa stringer 50 me a uiso 
ne per dormire <'' | ne per andar asisso 
mirando le donzelle per fierenze 
non per cridare '*' uiua uiua el prenze 
non per zucar ne per istar douiso 
ma per unirsi [ e per mostrar lo uiso 
per senni per largeze e prouidenze 
t De sopra siete sei mio dire saenpie 
in quanto non vi atuti *'* lo dispendio 
la lepre chi ui fa gratar le tempie 
eo o compreso asai en breve compendio 
dio vi purgo lalter de lopre impie 
per eternai depisa morte e enzendìo. 

1 13. — Ml-GKOSE. 

([ Se si '** combate el meo cor se fida 
de uincer per chauen piena rasone 
e tre figloli di re per nostra guida 
e zente paladina un milione 
da non fugir '"' per le tedesca i^"' strida 
le qual ^dspauentar una stasone 
chi ugozon prendra pur no lucida 
ma '"' menilo in fierenze per presone. 
y E simel fag^a dig guelfi pisani 
e de Incesi cha tradii lor ten-a 
pogginghi ''* maladetti e quartisani. <"' 
per tuta ytalia lor briga si sferra 
e glaltri mandi senza ogli e mani 
ad eternai memoria de sta guerra. 

(>) Il segno di abbFeviuzioiui della r fu fatto da Nie. de' R. — i}] h» 
naie nggianta sopra da Nic. de' H. — (■) La Billaba ti è Bcrittit m manrit 
Hic. da' R. — (') Per la parola el ufr. n. 2. ~ (<) Per lo lettere Anali r 
a di queste dna parole efr. u. B. - (') Come n n. 4. — (') Sopra In pil- 
n l'ami.n. snrisaei ,i. d/;io;;o. — ["| Le lettere moiUBiie it/ rifatte da 




168 

114. — MUGNONE. 

([ Veder ^'^ mi par Qa quel da la faguola 
re de toscana eo dico duguzone 
il qual teria le ^'^ volpe tute a scola 
e parme udir cridar ga le persone 
moglano ig guelfi for for mariuola 
mogia re berta quel avar trecone. 
vezol uicar gitar gu la mazula 
e miser pier fugir senzal penone. 
f E nego curendio ^"^ tagla ruba e stento 
domini e donne ^'^ e fangug di cuna 
en tuta ytalia el guelfo nome spento, 
berta gi vende per emplir la bruna 
ben mogio ^*^ ma per un nesto contento 
che frederico avrà go chel rauna. 

{p. 152) 115. — MUGNONE. 

([ Lorgoglo e la soperbia poco regna 
che xpo non gli ponga suo termino, 
dizo potem ueder uerage ensegna ^'^ 
lucifero ne fu messo al declino, 
cario per so oltrazo o grande sdegna 
perdeo Cicilia chera en so domino 
ancor en pisa mente gascun tegna 
morto ne fui zentil conte Vgolino. 
t Ecco un altro exemplo e semeglanza 
quig da la torre de melan segnori 
destruti for per lor tropo aroganza. 
pero coseglo quig che son mazori 
che abian humelta e temperanza 
no soperclando lor par ne minori. 



0) La prima e della prima parola e quella della seconda sembrano 
quasi due o. — (*) Cosi il ms., ma forse si deve leggere encendio. — (•) Nic. 
de' R. rifece le lettere «w, mo, en ai rispettivi posti. 



169 



116. — MuGNONi:. 



([ Seo uezo en luca bella mio retorno 
che fi quando la pera fie ben megga 
en nulo core human tanta legreza 
zamai no fu quant eo auro quel zorno. 
le mura andrò lecando dognintorno 
e glomini piangendo da legreza 
odio rancure guerra et onni enpiega 
pero [sic] §u contra quig chi mi cazorno. 

t Equi me uoglol bleto castigniggo 
anzi chaltroue pandi gran caluello 
nanzi chaltroue piume qui il gratizzo. 
chio prouato si amaro ^'^ morsello 
e prono e prouero stando exitiggo 
chel bianco e gibilin ^'^ uo ^"^ per fratello. 

117. — MuGNONE. 

([ Poi rotti sete a scoglo presso a riua 
guelfi per nostro scoco nauigare 
no sbigutite di setta catiua 
brigate un altro stuolo di raunare 
di quella franca gente che no sciua 
todesca uista che vi fa tremare, 
ma questo en nostro cor sempre si scrina 
che non si de nemico desdegnare. 

t Di che sentire grossa disiplina 
chi no guata cum uà cum uen chesfuga 
udite eh anco e bona la ductrina 
signor uolete noi chel si destruga 
la traditrice lepore marina 
qui fa mester altre arme che di fuga. 



(') La finale aggiunta sopra da Nic, de' R. — (*) La w rifatta da 
Nic. de' R. — {^) La parola uo aggiunta sopra da Nic. de' R. 



170 

{p. 153) 118. — CecHO ÀNZILIURI. 

([ De tutte cosi mi sento fornito 

for chi dalquante cheo no meto cura ^'^ 
come di calzamenti e darmatura 
de bei (*> uestiti so tutto punito 
e com le donne so si ben audito 
più che dil mal de mi anno paura 
altri deletti per mia malauentura 
più ne so fuor che genay del fiorito. 
t Volete odir de che o grand ^"^ abundanza 
di mal disnar cum le Qene perori 
e lecto tristo per complir la danza 
daltri desasi no conto segnori 
che troppo serebe lunga la stanza 
ma quisti en nulla pò glaltri mazori. 

119. — CeCHO ANgiLIERI. 

([ Yo si poco de quel chio uerey [sic] 
che yo no credo poter menemare 
ma si me posso un cotal ^*^ uanto dare 
che si tocasse lor plunbo il ^*^ farey 
e si andasse al mar no crederey 
gozola daqua poterui trouare 
ma sono ogi may en sul montare 
che sio uolesse ysender non potrey ^"K 

f Melanconia pero no ^^^ mi darazo 
anzi mi alegrero ^'^ del mio tormento 
cum faze dig rei tempi lomo saluazo 
ma che maiuta sol un argumento 
chazo udito dir ad ^^^ omo sazo 
un Qorno uene che ual più di cento. 



(*) Le tre parole finali del verso sono scritte su rasura da Nic. de' R. 

— (*) Per la parola bei cfr. n. 1. — (») grand aggiunto sopra da Nic. de' R. 

— (*) Per le lettere iniziali co- del v. 3, e per il del v. 4 cfr. n. 3. — 
e*) La t fu aggiunta in alto dall' aman. — («) Come a n. 5. — (') L'aman. 
scrisse milegre^ Nic. de' R. aggiunse sopra le lettere mancanti. — (®) Per 
la d cfr. n. 5. 



1:^0. 



J-"ka Uriros I 



4£ Tempo iien che sale e ''' che scndore 
e tempo e di parlar e tacere 
e tempo da scoltare '"' e dimpreiidere 
e tempo da molte cose pi-ouedere 
e tempo e da uenzar e dofendere '■^ 
e tempo da menaze non temere 
e tempo e dubedir e reprendere 
e tempo e dinfinzer non iiedere. 
f Pero lo tegno eazo e conoscente 
culuy che fa sui fati cum rasone 
e che col tempo si sa comportare ''J 
e chi se mette nel player dela zente 
che no se troni alcuna casone '"' 
che sol dun fato se possa blasmare. 

(p. 1Ó4) 121. — QeOHO ANtELERI. 

|[ A cosa fata ^a no nal pentere <°' 
ne diqer poy ciisì norey aner fato, 
eseno de drieto poco pò ualere 
pero saue^a lomo ennan^i trato. 
e quando lomo comenga acadere 
se no torna en suo stato dirato, 
percheo ''' no aepi ''' tal uia tenere 
che la ono mi prude si mi nigrato. 
t Eo so caduto eno posso leuarmi 
enono nel mondo jiarento si strato 
che man mi porgesse per sustentarmi. 
or non tenete abefe questo dito 
che cusi pla^a ala mia donna aiutarmi 
come non fu gamay si nero sonato. 

CI Rifatta la f ila Nic. de' R. — (>) La e finale ageiunta -lopci 
Lb lotteiv n...rrf di aaetita parola farono rifatte da Mie. de' R 
n. 3, — 1') La t finale aggìnnta da Mie. d> 



172 

122. — PlLIZARO DI BOLOGNIA. 

([ Se quel chen prima la soma potenza 
trasse e plasmo cum propia mano, 
sale e se parti da la obidenza 
e pose spene al conseglo nano 
elo profeta simel fé falenza 
e salamon chen senno fo sourano 
or duraqua non e grane sconosenQa 
ni cosa nona falir om humano. 
t E zo non dico che ualer ^'^ mi deza. 
chel meo grane falir senza casone 
non porti pena asai ^^^ granosa e forte 
che per lo falò e fato lo perdone ^'^ 
pero merce nostro posanza ueza 
lo qual eo spero | seno chezo morte. 

123. — SeR LAPO gANNI DA FLORENZA ^*^ 

([ Amor eo chero mia donna en domino 
larno balsemo fino 
le mura de fierenze ennarzentate 
le ruge de cristallo lastricate 
forteze alte merlate 
mio fedel fosse cascedun latino, 
il mondo en page securol camino 
no mi noga uicino 
e laira temperata uerno e state 
mille donne e donzelle adornate 
sempre damor presate 
meco cantasser la sera el niatino. 



(*) Le lettere al furono ripassate da Nic. de' R. — (*) La finale ai è 
sn rasura di mano di Nic. de' R. — (*) L' aman. dimenticò nel testo il 
V. 12; lo scrisse poi nel margine sinistro. — {*) 11 testo reca il nome di 
Firenze abbreviato : ,^òr. 



173 



f E zardin fructuosi di gran giro 
cum grande ucelasone 
plen di conduti daqua e cazasone 
bel mi trouasse come fu absalone 
Sanson paregasse e salamone. 
seruazi de barone 
sonar uiole chitare e cangone 
possa douer entrar nel cielo empirò. 
Qouene | sana | alegra | e segura 
fosse mia uita fin chel mundo dura. 



(p, 155) 124. — MisER Gino. 

([ Vui che per semiglanga amati cani 
tanto chaltrui non ne faresti un dono 
cari amici mei eo ui perdono 
se un non uè podi trar da le mani 
e nonne mirauegla se for nani 
ig pregi mei chasuenturati ^'^ sono 
eh io non sepi mai far un silono ^""^ 
che quel cheo uoglo più non si Intani, [sic] 

t Forse mi feze mia chesta falare 
nostro (^) difeto ouer la mia sagura ^*^ 
che più me piacerla per nui scusare 
sempre mi pessa mia dona star scura ^'^ 
che mazor sacramento non so fare 
se contai fallo non ui uà ad usura. 



(1) Prima T aman. scrìsse chauenturati; la s in mezzo fu aggiunta 
poi. — (^) Le due lettere finali no furono rifatte da Nic. de' R. — (*) La u 
di mano di Nic. de' R. — (*) Le tre parole finali meno la l in principio 
sono su rasura di mano di Nic. de' R., il quale ripetè poi nel margine 
interno a sinistra in carattere molto piccolo : sagura. — (*) Le due parole 
finali su rasura di mano di Nic. de' R. 



174 



125. — MisER Gino. 

([ A uano sgardo [sic] e falsi sembianti 
celo culuy che nela mente o pinta 
e couro lo desio di tale enfinta 
chaltri non sa di qual donna eo mi canti, 
e spesse uolte glanderia denanti 
lasso per gliogli nnde la uertu uinta 
si che direber questi alalma tinta 
del piacer di custei gli mal parlanti. 

t Amor celato fa si comel foco 
el qual procede senza alcun riparo 
arde e consuma go che troua en loco 
e no se pò sentir se non amaro 
vnde eo so ben chel mi uiuer sie poco 
ma più chel uiiier me lo morir caro. 

126. — Dante aligieri. 

([ Guido j uorey che tu e lapo et yo 
fosemo presi per incantamento, 
emessi en un batel cha onni uento 
per mar andasse a tuo uoler e mio. 
si che fortuna o altro tempo rio 
non gi potesse far empedimento 
e dimorando sempre en vn talento 
di stare en seme cresesel disio, 
t E mona vanna e mona lapa poy 
cum quella che sul numer dele trenta 
com nui ponesse il buon incantatore 
e quiui rasonar sempre d amore 
e gascadun di lor fosse contenta 
si come credo che seremo noy. 



(j). 156) 127. — CeCUO ANZIURRI. 

([ Lassar uo lo trouare de bicliina 
claat aligeri e dir del mariscalco 
chel par florin dor et '"' e de recalco 
par guchar cafetyn et e salina 
par pan '"* di grano et e di sa9Ìna 
par una tore et e un uil balco 
et e un niblo ''' e par un ^irfalco 
e pare un gaio ] et e ''* una galina. 
f Soneto mio natene a florenza 
doue nedrai le done e le donzelle 
di chel *'' so fato e solo di paruenza 
et eo per mi ne conterò nouelle 
al bon re cario conte de prouenza 
e per sto modo gle frisai-o la pele. 

128. — Cecho anziijeri. 

([ Babo bichina amor e mia '*' madre 
manno ga come tordo ''' a sepe stretto 
prima ne uo dir che mi fa meo padre 
che gascun zorno da lui so maldeto 
bichina uol le cose si lizadre 
che no le fornirebe macometo 
amor mi fa enuagir desi grand ladre 
che par che sian tìglole de gayetto 
f Mia '*> madre lasa per la no potenza 
si chel debo auer per receuuto 
poi cheo 80 claramente la sua etenza. \sir] 
lalter uedendo lei degli un saluto 
per discazar la sua maluogleuza 
si disse uà fìgluol che sie '"' fenduto. 

{') et la agglanto da Nic. de' R. — (') La il sa rneun di Nic, de' B. 



176 



129. — Cecho anzilieri. 

([ Sol [sic] cor de bichina fosse diamante 
e tuta laltra persona dagaglio 
e damor freda come di genaglio 
in quela parte o non pon sol leuante 
o ella fosse nata dun gigante 
si come dun aseuel calzolaglio 
et o fus un che tocasse somaglio 
no mi deurebe dare? pene cotante 

t Ma sella vn poco mistesse audita 
et eo auesse lardire de parlare ^'^ 

• direy come so sua spene in camita 
e pò gli direi com eo son sua ulta, 
et altre cose cheo non no contare 
parme esser certo chella direbe. ita. 

(p. 157) 130. — Cecho anzilieri. 

([ Seo auesse un mozo de fiorini 
e non fusse niun se non dig noni 
e fosse mio arcidose montezovi 
cum cento milia saci dagnilini 
no me parebe auere tre bagatini 
senza bichina or dunqua che te proni 
babo di castigar | or che no moni 
da la lor leze tutig saracini. 
t Chi poterey anci essergi ociso 
cheo mutasse de questa opinione 
se lanema mandasse en paradiso 
di zo ti uo sequir uiua rasone 
tu che se ueclo la guardese en uiso 
a man a man doneresti garzone. 



(*) La e in fine fu aggiunta da Nic. do' Rossi. 



177 
131. — CeCHO ANZILIERI. 

([ Qual e senza denari enamorato 
faga le force e pichesi si stesso 
chel non mor una uolta ma più spesso 
che no fa quel che dà ciel fu cazato 
ma certo credo per lo meo peccato 
sig en el mondo amor eo so desso 
e non aurei sol da pagar un pesso 
saltri de mi se fosse reclamato. 

f Qual e la rason per cheo non min pico 
un penserò che molto mi par nano 
chio un padre ueclo et molto rico 
chatendo pur che moria a man a mano 
ede morir quando lo mar fie sico 
falò deo per strasso de mi esser sano. 

132. — Cecho ancilieri. 

([ Danti aligieri si so bon bigolardo 
tu mi tien bene la lanza ale reni 
seo desno cum altrui e tu ui ceni 
seo mordol grasso tu ui sugli loado \_sic] 
seo QÌmol panno tu ui fregil cardo 
seo so discorso tu poco refreni 
seo Qentilezo e tu miser taueni 
seo so fato romano e tu lombardo. 

f Si che laudato deo reprouerare 
poco pò lun laltro de nuy duy 
suentura o poco seno gii fa fare 
e si de questo noi digere pluy 
dant aligier y tauro a stancare 
cheo so lo pongiglon e tu sei buy. 



12 



17« 

(p. loH) 133. — Paulo lafranchi de pistoria. 

([ Vii nobele ^'^ gentil ymaginare 
8Ì mi disese ne la mente mia. 
en uerita cheo alora dormia 
el me paria cum la mia madona stare 
en un gardin basar et abragare 
remosa gascuna altra uilania. 
ella dicea tu may en tua bailia 
fa de mio amore go che ti pare. 
1> E 11 quel gardin si auea da lun canto 
un rosignol che dicea en so latino 
securamente per nostro amor canto, 
ymi suegliay che sonaua matino 
considerando il ben chauea tanto 
uenme uogla deuentar i)atarino. 

134. — Paulo lafranchi. 

([ Laltrer dormendo ami se uenne amore 
e desedomi e disse eo so mesazo 
de la tua ^*^ dona che tama di core 
se tu più che non soy se fatto sazo ^'^ 
da la sua parte mi donno un flore 
che parse per semblantil so uisazo 
alor nel uiso canzay lo colore 
credendo el me digesse i)er asazo 

f Pero cum grand teinenga el dimanday 
come sta la mia dona gentile 
et el me disse ben se tu ^^^ ben stay. 
alora de pietà deuenni humile 
elo sparlo | più non gli jìarlay 
paruemi quasi spirto sotile. 

(») La e finale fu aggiunta da Xic. <le' R. — (*) Le due lettere tu sono 
scritte su rasura da Nic. do' R. — (•'') Meno le tre prime parole {se tu 
2flu), il resto del verso è scritto su rasura da Nic. de' R. — (*) Aggiunto 
sopra da Nic. do' R. 



VÓD. 



Paulo la-frakuhi. 



4[ Dime amore uoreetu tornare 
da lamia parte ala donna inia 
si se tu uogli ma el e folla ''> 
che talor nose lo tropo adastare 
elo meo core ui voi <"' pur andare <"> 
e ti demanda en sua compagnia. 
di presente rae mètero en uia 
dapo cheo uezo chalui e ti pare 

t Or me di 50 clie tu uoy che gli dica 1*^ 
che tu no fini clamare ''' mercede ''> 
perzo non e besogno andar nemica, 
per auentura chella no ti crede 
si fa che de mi uiue ese nutrita 
el cor non pò durar se no la uede. 
ip. 159) 13IÌ. — Paulo lafsanchi. 

<[ L altrer pensandomi emaginay 
mandare amor ala donna mia. 
et aluy piagne per aua cortesìa 
andar aley tanto nel pregay. 
poi retorno e disseme che fay 
tutta lo misa ne la tua baytia. 
y ti so adire chele a meza uia 
e uien a te se tu a ley non uay. 
f Po me uen un penser dalaltro lato 
e fortemente mi represe e disse 
amico meo tu ay folle pensato. 
or crede tu chella cum ti nenisse '■> 
e tu anderesti a ley se tuen e ^'* stato 
parueme alor che lalma se partisse. 

(>] Nic. de' B. aceisM su riuara le parole ma ed p, e ripasso Ih [ di 
e la prime dae lettere di folla. — (') l.a t finale aa rasura di mann di 
e. de' R. — {■] Nio. de' K. ajginnso la e. — ]') Nif, de' B. agK'nDM 
pra ta e scrisse il reato del verso an radura. - 1») de aggiunto da Mie 



180 

137. — Fulgore de sanc gEMiGNiANO 



SONETI DE LA 80MANA. 



(») 



([ Yo pensato di far un goello 
che sia legro goioso et ornato, 
e sii uorey donar en parte e lato 
chonom dica eli sta ben e bello, 
e or di nono o trouato un dongello ^"^ 
sago cortese ben amaistrato. 
che gli starebe megl leniperiato ^"^ 
che non ista la gema nel anello. 
t Carlo di miser guerra cauizuoli 
quel che ualente ardito e gaiardo 
e semente comandi chi che ^*^ uuoli. 
libero più che longa o liopardo 
e mai no feqe dig denar figluoli 
ma spende più chel marchese lombardo. 

138. — LUNI DIE. 

([ Quando la luna e la stella diana 
e la note si parte el zorno apare, 
uento ligiero per polire lare 
e fa la gente star alegra e sana, 
il luni di per capo di semana 
cuni instrumenti matinata fare, 
et amorose dongelle cantare 
el sol ferire per la meridiana. 
t Leuati su dongel e no dormire ^*^ 
che lamoroso zorno ti conforta 
e uol che uadi tua donna seruire. 
palafren e distrier sian ala porta 
donzeli e seruitor cum bel uestire 
e pò far go eh amor comanda e porta. 

(') Poi 1' di aomana fu cambiata in e. — {^) Su rasura e da Nic. 
de' R. è scritto: un doncello. — (•'') Di questa parola Nic. de' B. rifece la 
fine: -periato. — {*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. — (*) La seconda r fu 
rifatta da Nic, de' R. 



181 



{p. 160) 139. — Marti di. 

([ El marti di li do un nouo mundo 
udir sonare trumbeti e tamburelli, 
armar pedon caualier e dongelli 
e campane a martelo diger don do. 
elui primero eli altri secondo 
armati de loriche e di capelli, 
ueder nemici e per coter ad elli 
dando grandi culpi e metendoli a fundo. 

t Destrier ueder andar a uoite selle 
tirando per lo campo lor segnori 
strasinando figati e budelle. 
e sonar a racolta trombatori 
e sufuli flauti e ciramelle 
etornar ale sclere ig feritori. 

140. — Mercore die. 

([ Omni mercore di coredo grande 
dilepri starne fasan e paoni, 
e cotte mange et ^'^ arosti caponi 
e quante son delicate uiuande 
donne donzelle star per tute bande 
figle di re | di conti e di baroni 
e donzelletti zouene garzoni 
seruir portando amorose girlande. 
t Cope napi bacin doro e darcento 
uin greco di riuera e di uernaza 
fruta confeti quanti lien talento 
e presentami ogelasoni e caza 
e quanti son a suo rasonamento 
sien alegri | e cum la clara faga. 



(*) Aggiunto sopra da Nic. de' B. 



iS'2 

141. — QoUE DIE. 

([ Et ogni Qoui di tomiamento 
e zostrar caualier aduno aduno 
la batagla sraen ^'^ logo comuno 
a cinquanta e cinquanta e cento e cento. 
Arme destrier e tuto guarnimento 
sien dun parazo adobati gascuno 
da terza a uespro pasatol geguno 
alora si conosca chi a uento. 

t Epo tornar a casa a le lor uage 
oue seran ig fin leti soprani 
e medici fassar percosse e plage 
e le donne aitar cum le lor mani 
e di uederle si gascun sepage 
che la matina sien gariti e sani. 

(p, 161) 142. — Vener die. 

([ Et onni. uener di grand caza e forte 
di ueltri braceti mastin e stiuori. 
e bosco basso migla di stayori 
la oue si trouen molte bestie acorte, 
che possano ^'^ ueder cagando scorte 
e rampognar en seme ig cazatori. 
cornando a caza presa ig cornatori 
et alor uegna molte bestie morte, 
jlr E pò recogler ig cani e la gente 
e dicer lamor meo manda a cotale ^'^ 
a le guangele sera bel presente, 
el par chig nostri cani aueser ale 
te te beluza pignolo e serpente 
che ogi el di di la ^*^ caga reale. 



(') L' a in mezzo fu aggiunta sopra da Nic. de' R. — (*) La prima « 
fu rifatta da Nic. de' R. — (^) La e finale f\x aggiunta da Nic. de* R. — 
{*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. 



148. 



Sabbato Ì>IE. 



H EI sabato dilecto et alegreza 
en u^elar e uolar di falconi. 
e percuotere gnie et algironi 
scendere e salire grand alteza. 
e aloche ferir per tal forte^a 
che perdan lale le cosse e croponi. 
corsier e jìalafren metre a sproni 
et iscridar jier gloria e per baldeza. 
J E pò tornar a casa e dir al cuocho 
to queste cose e cunza per dimane 
e pela tagla asetta e metti a foco. 
et abie ''* fino nino e bianco pane 
chel saparecla di far festa e zuccho [sic] 
fa che le tue cugine non sia nane. 



144. 



■ DoMENEiìA UIE. 



€ A la domane al parer del zorno 
uenente che domenica si clama, 
qua! più li place damicela o dama 
abiane molte che li sie da torno. 
en un palazo depinto e adorno 
rasonai-e cum quela che più ama. 
qualunche cosa che desia e brama 
uegna en presente senza far distorno. ''* 

t Danzar dongeli armezar caualieri 
cercar fierenze ]ier omni contrada 
per plage per gardin e per uerzieri. 
e gente molta per gascnna strada 
e tuti quanti el uezan uolontieri 
et ogni di de ben en '■'^ meglo nada. 




184 

(p. 162) 145. — GUALPERTINO DE MISER MON FLORITO 

DA CODERTA. 

([ padre meo pognam ^*^ che me cagassi 
e uaginasti uerdemi el cotello. 
tego faro eo come fai catello 
quandol segnore già dato de sassi, 
cha pie gli torna cum gachiti passi 
lecandol tuto human più dun (*) agnello, 
subitamente no stando rebello 
cheo date la exentia e carne trassi, 
t Equando en tuto istraniar no uogli 
da glaltri padri cui lamore strinze 
sentir te de la carne filiale, 
eo ti confesso pur cho fato male 
ma cognoscenga retornar me pinge 
e come serpe conuen cheo mi spogli. 

146. — GUALPERTINO. 

([ Metiamo el parentato da un lato 
el sii faciamo si secretamente 
che mai persona non sapia ^'^ niente 
senon chio moro si me sete agrato, 
credere uuy chel ^*) sia si gran peccato 
cum uà digendo la catiua gente 
certo no madonna mia placente 
tri uener pane et aqua | et e scusato 
jf Vedete ben mercato de diletto 
come questo che eo uo dito ora 
uni sette dona di gran intelecto 
de ora ^"^ ui repensate ben ancora 
ne no deuegna per nostro difetto 
chindarno uada lamor che mi acora. 



(') Aggiunta sopra da Nic. de' R. — (*) La w è su rasura, di mano 
di Nic. de' R. — (*) Le lettere: -a non sapia sono scritte su rasura da 
Nic. de' R. — ('•) Rifatto da Nic. de' R. — {^) L' a finale aggiunse .sopra 
Nic. de' R. 



U7. 



Mi 



.isBB siroi-o 1 



HA CAQL'lli 



H Vn spirito ''' e gunto enanti al core 
el quale bì rasona una nouella 
de una donna tanto adorna e bella 
clien lei medesma se inamora amore 
per che la uede de si gran ualore 
che renerenza onom defar aquella 
e inonstra che pietate sia cum ella 
a guisa e modo di dolge serore. 
f A cui displage onili crudel fex-eza 
pero che dentro porta uoluntate 
che de for mostra nesta dumeltate 
unde difesa da tal podeetate 
auer non posso di tanta dolce^'a 
rasona a me questo de sua beleza. 

(p. 163) 148. — Meser plecako Quirino. 

([ Lorgoglio e la superbia chen uuy rogna 
signor uenicianì for mesura. 
aprestaui sentenza acerba e dura 
da la potenza sopra tute degna, 
si cornai couen che nostra ensegna !'' 
de sancta desia conosca laltura 
aley facendo ferma fede e pura 
se le soi braze noli uè sostegna. 
f Chen altra guisa non podi campare 
si grande altrui auete postol carco 
contra rason e del beato marco, 
donqua guardati enanti al nostro uarco 
che colpo scenda per uoler purgare 
la colpa iniqua del nostro pecare. 

(■) L» Beoondfi i fn afcgioiita sopra ila Nic. de' It. — (•) La siila' 




186 

149. — Magistro Alberti ko cihologo dà treuiso. 

([ Pensando lo dolore chauer solia 
pieno di dogla cum grand grauitate. 
da quella donna chen sua podestate 
lo core streto in soa mane tenia, 
si che remedio ga no ui sentia 
sol che uer ley clamar o pietate. 
aytami di tanta crudeletate ^*^ 
e trami for do [steli oribel segnoria. 
t Amor che sempre mai e pietoso 
de udir Qascun soletto suo ^^ a rasone 
subito mi cauo di tal presone, 
lieto gaio seray tute stasone 
prendi custei e no star ^^^ pensoso 
el nome ^*^ suo nel cor ti porta ascoso. ^"^ 

150. — GuERgO DE MONTESANTI. 

([ Or fuseo el grande tartaro ouer soldano 
segnor deluniuerso paganesmo. 
eseo no destrugesse el cristianesmo 
chel me sia enira el criator soprano, 
lezze de papa o de Justiniano 
no se recordarebe ne milesmo. 
consumeria lorgoglo el grande sesmo ^*) 
e la soperbia donni cristiano. 

t Merge dig guelfi e dig gibilini 
gli qual per luniuersa ytalia esparti 
che fa dolor medesmi tagli e quarti, 
ma go no fa tartar ne sarasini 
e nui pero ^'^ siam dolenti e mischini 
en darsi cura de si fatti parti. 



(•) La seconda e fu aggiunta in alto da Nic. de' R. — (■) Per la o 
cfr. n. 1. — (■) La lettera finale era un' i, cambiata in r da Nic. de* R. — 
(*) Nic. de' R. scrisse su rasura wie, ripassando anche la o che precede. — 
(*) Per la a in principio cfr. n. 1. — («) Su rasura e di mano di Nic. 
de' R. le lettere sino. — (') Nic. de' R. rifece la seconda sillaba to. 



{[1. 104} 151. — (ivHH'AO llAMUN'I'l SANCTI. 

([ Halcun uolesse la cason sauere 
per che azo obliato el dir eu rima 
el bello cantar cheo <'' solea far en prima 
(ìirolo en vn aoneto al meo parere 
che nego dora en or el ben cadere ''' 
e perfondar | el mal sormonta an cima '"' 
nndel meo core se consuma elima 
si che niente pia no pò ualere. 

f Or no ni sento più alcun remego 
sol che ueder finire el uniuerso 
equest elargamento chen zo uezo. 
dapo chel bene e perfundato e perso 
nulaltra <*' cosa demando ne chezo 
chel fragel mondo uederlo sumerso. 



152. 



MeSER lo PLEUiNO QUIRISO. 



<£ Glogli che sono del cor mesageri 
si che laltrui noler celato scoure 
no mi par bello dir chalcun <'* se oure 
en apelarli ladri ne triceri. 
che alor se fa esser gay e Hzeri 
uer quig chamor conoser noi per oure 
che molte uolte per loro '"' se coure 
dogle che for parian de culpi feri 
y Perche souente ig manda un apirtelo 
a confortare la* fonte de suspiri 
oue più forte se troua ig desiri 
per qual di morte discorda ig martiri <'* 
quando se mone dal uieo più bello 
damor dicendo ate più no ma celo. 



BHUTB e da Nic. 



finale 


re 


cfr. 


n. 1. - 


O Cfr. 


nu cfr 






. (') Cfr. 




rte- II. 


- 


(')!.■ 


ultlmii. 1 


iillaliiL r. 



re : -tor cheo. — 
la sinatM CI. - 
') La Quale fu 
Il ciii Nio, da' B. 



188 

153. — MisER Gino. 

([ Qual son le cose nostre cheo uè tolgo 
guido che fate de mi si uil ladro, 
certo bel moto uolenter eo colgo 
ma fune nostro may alcun lizardo 
se ben guardate onni carta eo uolgo 
seo dico nero y non so bnsardro 
queste cosete cum yo le asolgo 
ben lo sa amor acni denanti sqnadro 

t Quige palese cheo non sono artista 
ni copro ignoranza cum desdegno 
auegnia chel mondo guarda pur la uista 
ma sono un om cotal di baso engengno 
che uo planzendo direto lalma trista 
per un ^'^ cor lasso che for de sto regno. 

(p. 165) 154. — Parlantino da florenza (*^ 

. ([ Come crederete uuy che se ^'^ punisca 
el grande peccato e la iniqua soperba. 
se no per zente uilana et acerba 
che dalamagnia in lombardia sarischa. 
nullo omo sera che se remedisca 
se el non mente lantiga prouerba. 
pero che uenuto en punto et imperba 
conni lombarbo conuen che langisca. 
t Simelemente farranno toscanni 
che lungamenti a tenuti franceschi 
et or en uenuti a tor catelani. 
segnor no ni merauegla dig todesci 
che a (*^ carne de lupo noi salsa de cani 
cusi conuen che lun cum altro tresci. 



(») Su rasara di mano di Nic. de' R. — (*) Cfr. pag. 172, n. 4. 
(8) Aggiunto sopra da Nic. de' R. — {*) Aggiunto sopra. 



155. 



- CeCUU ANZIl.IERl. 



C Senno no ual a cui fortuna e contra 
ne '■' Qoua senno ad omo enfortunato. 
ni grande sauer ad om no sormonta 
sa fortuna no plase e nonne a grato, 
fortuna e quella che sende e monta 
et a cui dona et a cui tole stato. 
fortuna onora e fa uergogna et onta 
[e] <*• fa parer sago omo '"' auenturato. 
f E spesse uolte o ueduto uegnire 
che usar senno e tenuto en folia 
et auer presio per no senno usare ''> 
^o cha fortuna e dato a '*> prouedere 
ne pò falir e ''^ mistier e ''' che sia 
sazo el tegno chi sa temporizare. 

156. — Guido cìualanti. [str] 

|[ Li mei foli ogli che prima guaitlaro 
nostra figura piena di iialore 
fuor quig che de nuy donna niacusaro 
nel fero loco tu gli tien chon te amore 
eniantinenti auanti luy mostraro 
chio era fato nostro seruitore 
per cheig sospiri el dolor mi piglam 
uedendo che temenza auea lo core. 
J Minarmi tosto sen^a riposanga 
in vna parte laui trouay gente 
che gascun se doleua damor forte 
quando ig mi uedero cum pietanza 
disermi fato se di tal semente 
che may non dei spetar altro che morte. 



i àa. Nic. de' It. - 




190 

(/>. 166) 157. — Dante aTìIgieri. 

([ Sei uiso mio alaterra se dina 
e de uederui non si rasegura 
eo uè dico madona che paura 
lo faze che de mi si fa regina, 
per che la beltà nostra pelegrina 
quazu^*^ fra noi^*) soneria mia natura 
tanto che quando eo per auentura 
ne miro tuta mia uertu roina ^^\ 
t Si che lamorte che porto uestita 
combate dentro a quel poco ualore ^'^ 
che ni remane cum piogge de troni 
alor comenza a planzer dentro al core 
lo spirto uezosso de la ulta 
e dice amore e per che mi ^*^ abandoni. 

158. MlSER CINO. 

([ Homo smarito che pensoso uay 
che aitu che tu se cosi dolente 
e che uaitu rasonando cum lamente 
traendone suspiri spesso e guay 
e non pare che tu sentesi may 
di ben alcun chel cor en ulta sente 
augi par che tu mori duramente 
ne glatti ^^^ ene semblati [sic] che tu fay. 

t Se tu no ti conforti tu cadray 
en disperanza si maluasamente 
che questo mondo e V altro perderay 
de noi tu morir cusi uile mente 
clama pietate che tu camperay 
questo me dige la pietosa gente. 



(') Su rasura e di mano di Nic. de' R. le lettere -u e -oi. — (*) Per la 
seconda lettera o ofr. n. 1. — (') Per la sillaba re efr. n. 1. — (♦) Per le 
lettere finali i ed e di questa e della parola precedente ctr. n. 1. — (*) Per 
1' ultima vocale di questa parola e per quella che sta in principio della 
seguente ofr. n. 1. 



lyi 



159. — MlSER ClNO. 

([ Segnor eo so culuy che uidi amore 
che mi feri si cheo non camperoe 
e sol pero cusi pensoso noe 
tegnendomi la man presso alo ^'^ core 
cheo sento en quela parte tale dolore 
che spese uolte dico or moroe 
e glatti e (*) gli sembianti che y foe 
son come duom chen grauitate more 

t Eo moro en uerita che amor mancide 
che masalisse cum tanti sospiri 
che lanema ne uien de for fuzendo 
eseo ^*^ lentendo ben dice che uide 
una dona apparereag mei desiri 
tanto sdegnosa che ne uà planzendo. 

{p. 167) 160. — Dante Aligieri. 

([ Ne la man nostre gentil dona mia 
ricomando lo spirto che more 
e se ne uà si dolente che amore 
lo mena cum pietà chel mandauia 
noi lo ligaste a sua segnoria 
si chel non ebbe possa alcun ualore 
di poter lui clamare se non signore 
qualunque el noi de mi quel noi che sia. 
if Io so cha uuy onni torto displace 
pero la morte che non o semita 
molto più mentra ne lo cor amara 
zentil madona mentre chi o la ulta 
per tal chio mora consolato en pace 
ni plaQQa agi ogli mei no esser cara. 



{}) Aggiunta sopra da Nic. de' R. la o. — (*) Aggiunto sopra da Nic. 
de' R. 



192 

161. — MeSER GINO. 

([ Questa lizadra donna che eo sento 
per lo so bel piacer ne lalma entrata ^'^ 
no uol ueder la ferita che a data 
per glogli al cor \ che prona onni tormento, 
anzi si uolze desi fier talento 
forte mente sdegnosa et irata, 
com questi sembianti che e comitata 
che eo mi parto di morir contento. 

1f Clamando per souerelo [sic] di dolore 
morte si come mi fosse luntana 
et ella mi responde delo core, 
allota credo che sia prosemana 
lo spirto acomando al meo segnore 
poy dico aley tu mi par dolze e plana. 

162. --- Dante aligieri. 

([ Cu[m laltre] ^'^ donne mia uista gabate ^*^ 
e no guardati donna unde si mona 
cheo uè resembro si figura nona 
quando reguardo la nostra beltate 
se lo saueste no porla (*^ pietate 
più uer demi tener lusata prona 
chamor quando si jjresso a uuy mi troua 
prende baldeza e tanta securtate 
t Che fere trag mei spirti paurusi 
e qual ancide qual pinge di fuore 
si che solo rimagno a ueder uuy 
onde mi cango en figura daltrui 
ma non si che non senta ben alore 
li guay deli scazati tormentusi. 



(*) Nic. de' R. rifece sillaba finale ta, e scrisse su rasura le lettere 
Ima doUa parola precedente. — (^) Le parole fra parentesi per una abra- 
sione non si leggono più. — (») La e finale aggiunta da Nic. de* R. — 
(*) Nic. de' R. rifece le lettere por. 



(j). IfiS) 1B3. — Dante aliuieri. 

([ Oltra la spera che più larga gira 
passa il sospiro chesse del mio core 
inteligenza noua che lamore 
planzendo inette en lui poi su lo tira 
e quando e zuuto la doue deaira 
uede una dona che re^eue honore. 
e luce si che per lo suo splendore 
lo pelegrino spirito ''' la mira. 

Ir Vedala tal che quando il mi ridice 
eo no lintendo si parla Botile *"' 
al cor dolente che lo fa parlare. 
so eo che parla di quella gentile 
per che souente ricorda beatrice 
ai cheo lentendo ben done mie ''' care. 



164. 



- M18ER Gino. 



i[ Amore e in [sic] spirito che ancide 
che nasse di piagar e uien per sguardo. 
e fiere il core ei cura fage un dardo 
che 1 altre meabre distruze e conquide 
da le quale uita e ualor deuide 
non habendo de pietà risguardo. 
come me dice la mente oua ardo 
e lanema smarita che lo uida 

f Quando se segurar glogli mey tanto 
che guardan una donna cheo scontray 
che me ferio lo core en onni canto, 
or (osseo morto quando la miray 
chi non ebbi poi senou dolor e pianto 
e certo son cheo non auro zamai. 



194 

165. — CeCHO ANgiLIERI. 

([ Meglo so catiuegar en su un letto 
che nesun omo che uada ^'^ su dui pey 
chen prima fo dig altrui dinar mey 
vdiriti poy come eo mi asetto 
che en una cheggo per mazor diletto 
esserre in brazo stretto di culey 
en cui lanima el cor el corpo dey ^"^ 
entegramente senza alcun defetto 

f E poi quando mi trono en sul niente 
di queste cose cheo mo milantato 
fo mille morte il die e sto dolente 
e tutol sangue mi sento turbato 
et o men possa che laqua corrente 
et auro fin cheo sero enamorato. 

(p, 169) 166. — Cecho anzilieri. 

([ Vn dinaro non che fare cot tardità 
auesseo tristo dentro ala mia borsa, 
chel mi couen far di quele dilorsa 
chi per la fame si lecha le dita, 
e non auro ga tanto a la mia ulta 
oy lasso mi cheo ni faga grand torsa. 
poi che la uentura me si discorsa 
che andando per uia onomo (""^ ma dita, 
t Or dunque che ulta sera la mia 
se non di comparar una ritorta 
e dapicarmi su presso una uia. 
e far tute le morte ad una uolta 
cheo ni fo ben gento milia la dia 
ma solo il grand peccato mi sconforta. 



(1) La seconda sillaba da fa aggiunta sopra da Nic. de' R. — (*) La 
e fu scritta su rasura q la, y ripassata da Nic. de' R. — (*) Aggiunta da 
Nic. de' R. la o finale. 



195 
167. — MlSER LO PLEUANO ^'^ QUIRINO. 

([ Noui meraueglate seo sospiro 
e uo planzendo a guisa di dolenti 
chig spirti mei ormai sono ^"^ si uenti 
che solo in morte una salute miro 
poi mercede e pietate a cui me giro 
mostra no possa intender mei lamenti 
per che ig pianeti el più dig elementi 
seno a contraro delo meo desiro. 

t Edami pena per laltri falire 

che ma si rotto gascun osso e polpa 
che duol di guay oue mi son in colpa 
ma se rason eh a dretura mi scolpa 
potesse in breue il torto conuertire 
poriasse en uita ancor lalma tenire. 

168. — Dante aligiebi. 

([ Caualcando laltrieri per vn camino 
pensoso del andar chi mi sgradia ^^^ 
trouai amore en mezo de la uia 
en abito ligier di pelegrino 
ne la sembianza me parca meschino 
com auesse perduta segnoria 
e sospirando pensoso nenia 
per non ueder lazente a capo clino. 

f Quando me nette me clamo per nome (*^ 
e disse eo uegno de luntana parte ^^^ 
onera lo tuo cor per mio uolere 
e recolo a seruir nono piacere 
alora presi ^"^ de luy si grand parte ^^^ 
cheli disparue ^'^ e no macorsi come. 



(0 Delle dae lettere le la prima fa aggiunta fra mezzo, e la seconda 
in alto da Nic. de* R. — (*) La seconda o aggiunta dall' aman. — (3) Lo 
lettere ra sono scritte da Nic. de' R. — (*) La e aggiunta da Nic. de' R. — 
(*) Nic. de' R. scrisse: -na parte. — (•) Per le due parole presi e parte ofr. 
n. 5. — (') Per le sillabe cheli di- cfr. n 5. 



196 

(p. 170) 169, — Dante aligeri. 

([ Vuy che portati la semblanga humile 
cum glogli bassi mostrando dolore 
unde uenite chel nostro colore 
par denennto de pietà si hnmile 
nedeste nni nostra donna gentile 
bagnar nel uiso so di pianto amore 
ditelmi done che mei dige il core 
per cheo uè nego andar senga atto uile. 
t E se uenite da tanta pietate 

plagaui di restar qui mego alquanto 
e quel che sia de ley noi mi celate 
eo nego gì ogli nostri eh anno pianto 
euezoue tornar si sfigurate ^*^ 
chel cor mi crema ^'^ di uederne tanto. 

170. — Dante aligeri. 

([ Io me senti sueglar dentro lo core 
un spirto amoroso che dormia. 
e poi nidi uenir da lunzi amore 
alegro si eh a pena il conosia. 
digendo | or pensa pur di farmi honore 
e gascuna parola soa ridia, 
e poco stando meco il meo segnore 
guardando in quela parte unde nenia 
t Eo nidi monna nanna e monna bige 
uenir en uer lo loco oueo era 
luna presso di laltra mirauigia. 
e si come la mente me ^'^ redige 
amor me disse quela e prima nera 
e quella nome amor si me somegla. 



{}) l versi 6-11 su rasura, e il v. 12 non su rasura, sono scritti da Kic. 
de' R., il quale ripassò anche tutte le lettere del y. 13. — (*) Cfr. pag. 146, 
n. 3 — (•) La m fa ripassata da Nic. de' R. 



171. ^ DaHTE ALIUlKJll. 

^ Amor el cor gentil sono una cosa 
si cornei sazo in so ditare pone 
e cusi esser lun senza laltro osa 
coni alma rational senza rasone 
falli natura quad [sic] e amorosa 
amor per sire | el cor per sua masone 
dentro alaqual dormendo se reposa 
tal uolta poca e tal longa stasone, 
il Beltade apare en saza donna puy 
che plage aiogli si che dentro al core 
nasse un desio de la cosa placente 
e tanto dura talor en custuy 
che fa sueglar il spirto damore 
e simel faze endonna omo ualente. 

(p. 171) 172. — DìNTE ALIGIBRI. 

<[ Tutti li mei pensier parlano damore 
et anno in lor si grand uarietate 
cbaltro mi fa noler sua podestate 
altro <■' forsi rasona il suo ualore 
altro sperando mi aporta dolzore 
altro planzer mi fa spesse fiate 
e sol sacordan en cherir '"' pietate 
tremando di paura che e nel core. 

t Vndeo non so da qual matera prenda 
e uorey dire enou so che me dicha 
cusi mi trouo en amorosa eranza 
eee cum tutti no far acordanza 
conueneme clamar la mia neniicha 
madona la pietà che me defeuda. 



198 

173. — MlSER HONEST^O. 

([ Quel che per lo canal perde la mescola 
zamai non torna ago se no la trona 
cademi en mar girlanda | no | e pescola 
fol senza rede perdone afano e prona 
la mia persa studioso acrescola 
cade la brina | no ual che fu [sic] ig ploua 
per gran fredura loseletta adescola 
talor la pigio | e no e cosa nona. 
t Grande sauer senza experienga 
e potente signor non operando 
fa comò quel chal mur ^'^ batte semente 
di gascaduna cosa la sentenza 
mi fa doler deritanto cheo spando 
spesso cum glogli il dolor di la mente. 

174. — Fulgore. 

([ Cusi faceste noi o guerra o page ^*^ 
guelfi come siete en deuisione 
chen noi no regna ponto de rasone 
lo mal pur eresse el ben samorta (*^ e tage ^*^ 
eluno contra laltro isquarda e splage ^'^ 
suo essere | e stato | e a conditione 
fra uoi regna il pugese el gainelone 
e zascun sofia nel foco penage. (*^ 

t De non ni recorda di montecatini (*> 
come le mogie e le mane dolenti 
fan uendouazo per gli gibilini 
e babbi frati fi gioii e parenti 
e e chi amase bene ig soi uicini 
combatterebe ancora a stretti denti. 



(*) Le lettere ur sono di mano di Nic. do' R. — (*) Nic. de' R. pose 
la cediglia sotto la e, e al v. 5 scrisse anche la vicina e. — (") Il segano 
d' abbreviazione della n fu posto sopra la o da Nic. de' R. — (*) Di mano 
di Nic. de' R. la finale i. 



(p. 172) 175. — Fv[,GORE. 

|[ Guelfi per fare scudo de le reni 
aueti fati ig counigli '"' leoni 
e per ferir si forte di speroni 
tenendo uolti uerso casa ig freni 
e tal perisse en mainasi tereni 
che uincerebe adar cum gli spontoni, 
fato auete le pupule falconi 
si par cliel uento uè ne porti e meni. 
t pero nido eonseglo cbe fatiate 
di quele del prestato re roberto 
e rendereui en colpa e perdonate 
cum pisa a fato pace queste certo 
non cura de le carni malfatate 
che sono remase alnpi in quel deserto. 



176. 



Fulgore. 



d Eo non ti lodo dio e non ti adoro 
e non ti prego | e non ti regratio 
e non ti seruo cheo ne so più sacio 
che laneme di star enpurgatoro 
per che tu ai mesi guelfi atal matoro 
chi gibilini ni fanno befii e atratio. 
e se uguzon ti comandasse il datio 
tul pagaresti senza peremptoro, 
J Et anti certo si ben conoanto 
tolto tan sant martin et altopasso 
e sane michel el tesor chai perduto 
e ai '*' quel popol marzo cusi grasso 
che per aoperba cbererantil trabnto 
e tu ai fatol cor che par dun sasso. 




200 

177. — MuGNONE. 

([ Voi gite molto arditi a far la mostra 
cum elmi et cum cimieri inargentate 
e par che lo leone prendere uoglate 
per firenze entro quando fati zostra 
e per magnificar la terra nostra 
che non ne ogi de le più onorate 
A guisa de cunigli ni entanate 
el uiso oue si dee non si demostra 
t Lasati far la guerra a perosini 
e noi uentrametete de la lana 
e de goder e raunar fiorini 
uoi soleuati sogugar toscana 
or no ualete en arme tri fiorini 
senon a ben ferir per laquintana. 

(p, 173) 178. — Meo de bugno da Pistoia. 

([ Tuto il tempo del mondo me auenuto 
e sempre menandro cum questa norma 
che la oue no pongol piede fago lorma 
no so qual dig demoni ma ueduto 
che sendo sancto no sero creduto 
Augi me scrideria la zente atorma. 
unde el conuien cheo negli e poco dorma 
da tante parte me uezo a seduto. 
t ma no mi muto per altrui parlare ^*^ 
ben e uerta chio ne so pur dolente . 
e come bestia lasso ognom belare 
om che si sente insto et j nuocente 
a faga aperta pò seguro andare 
e non curar ferneticar di gente. 



[}) Nic. de' R. rifece le due ultime parole del verso. 



179. 



Meser lo Pleuì 



Ì[ Amico meo da cui luntano porto 
de'"' plu martiri langosose frode 
possa cheo fuy for miso da le porde [sin] 
eo mai de ben non ebi un sol conforto 
pero chel dritto uinto uien dal torto 
siche la uoge di rason non si ode 
mo ancor le freece plage non eon sode 
di quel che fn sopra lo legno morto, 
t El qua! procede onni gorno a sentenza 
che si ben miri en luniuerso mondo 
uedrai la gir tutta da tondo a tondo '"' 
ay cum sera beato puro e mondo 
culuy chaura per la sua renerenza 
nei '■'' gran martiri auuto soferenza. 

180, — Butto messo da plorenza. '*' 
^ Ay cosa fera piena <'* di oscuritate 
se '-'^ tanto adogli om '"' che fai paura 
e uista domo no mostri e figura 
e non par chabi alcuna prosperitate. 
or se tu quella grande ''' maiestate 
che uincere uolesti ogni natura 
da uU animale tu se or pastura 
Qo non uinge quant auesti bontate. 
i De bonifatio oue la tua potenza 
oue la molta e gentil compagnia 
chal tuo mistero auea prouidenza 
oue il senno e doue la folia 
oue uertu de tua intelligenza 
ella lalma no ma a te e ita uia. 

|i) La e ficaie fu af-gianta da tlic. de' B. — (>) NeUe dne parole nguali 
'. de' R. rifece neUa prima le lettere tori-, nella Bevanda lo. — {') Ls 
(giunta in alto da Nic. de' E. - (•) Cfr. pag. 179, n. *. - f) te lettori 




20i2 

(p. 174) 181. — BUTO (*) MESSO. 

([ Nel mondo stando doue nulla dura 
eo bonifacio de tanta potenza 
chel re di franza karlo ^'^ di proenza 
de mi dotarono') et ebeno paura 
ancor potey e fo (*^ mia fatura 
la strucion crudele de florenza 
ag colones diedi mortai sentenza 
e ciciliani tenni en ria uentura. 

t Fey ^"^ folezare lo re dingalterra 
lo conte di flandia eg franceschi falire 
tray magor dalamagna acesi guera. 
ad ogni poscente me feci obedire 
or sono ^*^ infuso sotto la terra 
che nulla posso per uer sepuo dire. 

182. — BuTO (*^ MESSO. 

([ Alexandro lasso la segnoria 

di tutol mondo e sanson la forteza 
e asalo lasso qui la beleza 
auermi che la manzan tutta uia. 
aristotele lasso phylosophia 
octauian jmperador la sua richeza 
e karlomayn lasso la zentileza. 
el re artu la bella baronia, 
t Tuti quisti segnori a uinti morte 
pero gascun faga sua apparechio ^'^ 
a sostener le sue granose sorte, 
ne non enduxiar lo ben quando se uechio 
fai ora en goueneza che se forte 
serui aculuy che donni luge e spechio. ^^^ 



(1) La t pare più tosto una e; cfr. in proposito pag. 146, n. 8. — 
(*) La a e 1* abbreviazione della r di mano di Nic. de' R. — (•) Su rasura 
e da Nic. de' B. è scritta la finale on. — (*) Per la o e la prima asta 
della m seguente cfr. n. 3. — (*) Per la y cfr. n. 3. — («) L' aman. aveva 
scritto «oto: corretto da Nic. de' R. — (') L' aman. corresse la fine di que- 
sta parola, che prima era: 'dio. — (®) Per -io cfr. n. S. 



183. — MrnNoìiK. 

^ Unde mi dee uenir Qochi o solaci 
unde mi dee uenir motti cum risa 
unde sonori ''I tormenti donni guisa 
unde mi dee uenir se non cheo impaci. 
auroe may nouelle che mi aga^i 
no I secondo cbel meo core auisa 
che uezo luca mia Castel de pisa 
eg signor fatti semi dig ragadi. 

1r Vezola ontata [ nuda et habitata 
non da suo anticho habitatore 
ma da color che lanno si guidata 
e no mi par ueder fronde ni flore 
di far cnsi per fretta la tornata 
uudeo porto asto grande adii gimore. 

(p. 175) 184. — MUQNONE. 

^ Eo uo sconfesso morte comunale*'' 
cheo pur non tegna dono ''' e cortesia 
chentrasti eu corpo de hi donna mia 
e seo ne <*' fosse ingi'ato farey male. 
ma era si tua amicha speciale 
e stata sempre a la speranza tia 
che non li douee rompere compagnia 
or desdi poi che non se mesliale. 

t De dime come et unde fo tua entrata 
engita | che uauia più forti passi 
e stretti | che tra corduba e granata, 
gran merauegla parrai che uentrassi 
e più che non ui se dentro afogata 
ben credo morte che ti desperasi. 



204 

185. — MlSER CIKO. 

([ Se questa gentil donna ui saluta 
no reguardate dentro aglogi suy 
chel uè tal cosa al mio cor auenuta 
cha lanema non cai di star cum luy 
e dice ben che ala morte ueduta 
ma non per tanto uuol creder altruy 
che ulta et omni ben per ley refuta 
si cheo mi partirò tosto da uuy. 

t Alor trarite del meo corpo il core 
e legeriti go che mi fa dire 
che dentro aglogi soi non reguardate 
che noi ui trou ariti scrito amore 
col nome che clamo quando a ferire 
uenne guarnito de la sua beltate. 

186. — MeSER GINO. 

(f Disio pur di uederla e seo mapresso 
sbegotito I conuera cheo incespi 
cusi me fere la sua luce adesso 
el bel color di biondi capig crespi 
e go cheo celo conuira che sespi 
per lo sospiro che del core a messo 
dolente lasso che si come uespi 
me pungon li suspir cotanto spesso, 
t Qiroli pur diuanti e seo ui cazo ^'^ 
alo splendore di sua nona beltate 
forsi che mi aidera leuar pietate 
che en segno di mergede ed umeltate 
odo si muoue lo gentil corazo 
dunque per sua fidanza mouerazo. 



(0 Sa la z di questa parola una mano più recente, forse dell' Al- 
lacci, scrisse gj. 



ip. 176) lAl. 



■ MuuNO>fG. 



|[ Hom pò saper ben physica e iiatui'a 
e leze cura dicreto e decretali, 
e conueutare en diuina scrittura 
e in tute sette larti liberali, 
nigromancia alchimia ouer daugura 
e proprietà ducelli <'> o di animali, 
e le uertu dilerbe ckil procura <"' 
el presio di le gemi orientali, 
t Ma femena secundo mia paruenza 
non sazo chi conosca enteramente 
tanto a fala^e e grise sue parole 
elle dig propheta plen di sapienza 
e danemi quante na sotto al sole 
gabate ne remanser malamente. 

188. — Mdgsone. 

<[ Per chom ti mostri bel player o rida 
e doneti saluto alegramente 
non lapelar amico mantennente 
estu se in guerra noi ti far tua guida 
che le parole son uento eie crida 
en su quel ponto non costa niente 
cosi costasse la proferta un dente 
a quig cotali che di lor ae fida. 

t Che tuttol mondo e plen di ti'adiiiiento 
cum false uiste e cum ìnfìngardie *'' 
et asugar berete ad un bel uento 
e queste son de le sententie mie 
chiunqua se fida en uista omostramento 
senza altra proua fa mille folie. 



o di Nie. dp'R. : 




206 

189. — MlSER GUEZOLO AUOCATO DA TaR. 

([ Eo posso dire pezo de ti amore 
che mai potesse homo ^'^ per ti lasso 
per che tu fay seruire lo meo core 
quela che dogni ben ma priuo e casso 
non so cum eo non sdoppi di dolore 
uedendo me esser gunto a tal passo ^"^ 
cum più li seruo eplu li fago honore 
et ella più de mi ni uol far strasso ^*\ 

t Pero potes eo cum eo o il uolere 
che la tua falsa e ladra segnoria 
zamay più fallo ad homo non farla ^*\ 
de ti non curo qual de me uol sia 
pego digo cheo o non posso auere 
ma cum o uogla aueseo lo podere. 
Di più dun milion farla uendeta 
che tu ay morti per tua mala setta. 

(p. 177) 190. — Menegello. 

([ Sete uertute nel mondo si uede 
zoe iusticia forteza e prudenza 
temperanga cantate spene e fede 
le qual circunda la soma sienza. 
la prima a di certeza e senno mede 
e la segonda a constanza e potenza 
la terza uegla e su cautella sede 
il fren retien la quarta di astinenza. 

f Oue la quinta la el superno amore 
la sexta pur ag mesti da conforto 
per lultima si uinge ogni errore 
dunque gascun reverenza et honore 
faga a ste donne che stanno nel orto 
dogni boutade oue loco no a torto. 



(1) La in fine aggianta da Nic. de' R. — (*) Verso scritto su rasura 
da Nic. de' R. — (•) Tutte le lettere iu questo verso furono ripassate da 
Nic. de* R., che scrisse per intero su rasura l' ultima parola. — (■•) Le 
lettere di questa parola furono rifatte da Nic. de* R. 



191 — MxSEK FK.'.NCESCO DA BARBARISO. 

^ Testo don herba cha noni gentilina 
fa la mia donna yoioaa parire 
testo dun altra che più nienutina 
e gran casone del meo re^oire 
testo di molta menor persolina 
fa basso cor en gran dona gradire 
testo che nona foia gli raglina 
caro di flato bramoso dezire. 

t Testo cnm testo bagnando si scusa 
il bel parlare e lonesto sembiante 
che moue quella per mie goie chetante. 
testo cnm testo altra mainerà achisa 
che luna si mostra per claro diamante 
e laltra cela il splendor che ini tante 
di testo en testo ancor ^ia tanto testo 
che non porei la glosa star nel sesto. 



192. 



Paiìlo lafranchi. 



([ Ogni meo fatto per contrario fa^'^^o 
e dì niente dintorno mi guardo 
leatate son più fredo che non el gla^o 
linuerno dil gran calor tuto ardo 
seo o letera de zoia si lo strag^o 
se di dolore la repoguo e guardo 
chunca [sic] e mio amico si minag^o 
se mi eahtta si me fier dnn dardo. 

f Credo che dio ensieme e la natura 
erano irati quando mi crearo 
e transfoi'raomi dogni creatura 
pero il loro non gitaron en paro 
lalma che mi derono clara e pura 
zamay no laverano ^'> en suo reparo. 



208 

(p. 178) 193. — Guido caualcanti. 

([ Madonna la nostra beltà enfolio 
si li mei (*) ogli che menan lo core 
ala batagla oue langise amore 
che del nostro plager armato nsio 
si che nel primo asalto che asalio 
passo dentro la mente e fu signore 
e prese lalma che fugia di fore 
planzendo di dolor che ni sentio. 
t Pero uedete che nostra beltate 
mosse la folla unde il cor morto 
et ame ne conuien clamar pietate 
non per campar | ma per auer conforto 
ne la morte crudel che far mi fate ^""^ 
et o rason sei non uingesse il torto. 

194. — MlSER GINO. 

([ Se non si mone donni parte amore 
si dal amato come dal amante 
non può molto durar lo so ualore 
chel mezo amore non e fermo ni stante 
e di partir si sforgi ogni amatore 
se del non troua paro o semeglante 
ma sei si sente amato de bon core 
lamor sta fermo | e pure asale ^^^ auante. 
t Pero chamor e radige di sole 
che nutrisse ^*) lo corpo aluminato 
di fuora il monstra | e dentro lo reduge 
cusi lamor se e dal amante amato 
si acresse 1 e si nutrica | e si conduge 
e dora inora elom più inamorato. 



(^) Fu aggiunto da Nic. de' R. — (2) Nic. de' R. scrisse su rasura le 
ultime quattro parole. — (8) Aggiunta da Nio. de' R, la 6 finale. — (*) Nic. 
de' R. rifece le lettere tri. 



195. — Cecho ANgiLiBRi. 

([ Da Juda en fora nesun si sagurato 
fu ni sera di qui ^ento mil anni 
eha mille migla mapresaee ag panni 
e sol mauen per cheo so inamorato 
di tal che tutto il cor a euuolupato 
di tradimenti e di furti dinganni 
e no fu may si lial san zouanni 
a qesn cristo cuni aley son etato. 

J Ma la falsa natura femeuile 
sempre fu e sera senza raaone 
per chel diauol die loro quel stile 
ma pur so fermo en questa opinione 
di star sempre gachito et humile 
poi chella a scusa de si gran casone. 

{p. 179) 19B. — Ceciio anzilibri. 

|[ Chi non sente damor o tanto o quanto 
en tutol tempo che '■''> la ulta dura 
non dee eeer soterato al santo 
se non cum quelo che non rende lusui-u 
et el medesmo se pò dar un uanto 
chel sia sagurato fore raesura 
e quelo f*' che damore porta manto 
pò dire che sia pinto da uentura. 
:* Per che lamore e si nobele ''' cosa 
che sei entrasse enquelo da linferno 
che non ebbe may ne dee auere '"' posa 
elio aufebbe gloria en sempiterno '"* 
e la sua aita starla ^oglosa 
come ribaldo alensita dil uerno. 

(!) n che t, Bi^ritto HQ rasnm dn Sìa. de' B. - (>] Ag^iiintii sopra 
. de' B, la vauLle fìnale. — (>) Qneita varso, dimentiriLCa uel testo, 



I 




210 

197. — Cecho Anzilieri. 

([ Qualunque ben si fa naturalmente 
nasse damor come dil fior el frutto 
che amor fa lomo essere ^'^ ualente 
ancor fa più che noi troua si brutto, 
che per luj non si adorni amantinente 
e e non par esso | poy sii mutta tutto 
dunque pò dicer bene ^'^ neramente 
chi non ama sia morto e destruto 

t Chomo ual tanto quanto in se abontate 
e la bontate senza amor non pò stare 
dunque ben o eo usato ueritate 
or uà soneto senza dimorare 
a tutti inamorati e inamorate 
e di lor che Bichina i ti fa fare. 

198. — Cecho ANgiLiERi. 

([ Chi dige del suo padre altro chonore 
la lingua gli dourebe esser taglata 
per che son septe le mortai peccata 
ma enfra laltre quel e lo mazore 
seo fosse priete ouer frate minore 
al papa fora la mia prima andata 
e dyrei padre santo una cruciata 
si faga in dosso achi lor fa desnore 
t E salcun fosse per lo so peccato 
chen quel stallo gè uenis ale mani 
uerey che fosse cotto e poi manzato 
da glomini no | ma da lupi e cani 
dio mei perdoni chio no ga usato 
motti non belli 1 ma rustichi e uilani. 



(*) La e, finale aggiunta da Nic. de' R. 



{pag. ItìO) iySì, — Oechu AstiLiEiti. 

([ Oyme damor che me dige si reo 
oyme cheo non potrebi pezorare 
oyme per che raaueue segnor dee 
oyme chi amo quanto ee pò amare 
oyme culey che struQe ''' lo cor meo 
oyme che non mi ual merce clamare 
oyme il so cor cum e tanto zudeo 
oyme che udir no mi uol ricordare. 
t Oyme quel punto maladeto sìa 
oyme cheo uidi ley cotanto bella 
oyme che eo no pur melanconia, 
oyme che pare una rosa nouella 
oyme il so uiso | dunque uilania 
oyme cotanta | come corre en ella. 



200. 



■ Cecho asziliebi. 



([ Qualunque hom uo! purgar leso pecata 
Bel' ne '"^ auesse più che non ebbe '"> Juda 
fazza pur chel si troni una druta 
la qnal sia daltro omo jnamorata 
se no gli crepa il cor e la corata 
mostrando si uer luy ben forte cruda 
a me sia dato duna spada gnuda 
che pur alotta alotta sia rotata. 
f E stu digeHsi tu come lo say 
eo ti respondo che '*' eo lo prouato 
che forsì quarto di chuna ni ainay 
la qual a il cor dun altro si piagato 
chel a fatto trar tanti e magor guay 
che no fa lom quand ig e nergolato. 



u. àa, Nic. de' B. le luittii 
a. — e) Aggiunto sopra <l 



212 



201. — Cecho anzilieri. 

([ Il pessimo el crudel odio chio porto 
cum grandissimo drito al padre meo 
lo farra uiuer più che butadeo 
di questo ga bon di min sono acorto 
or odi natura se tu ay gran torto 
laltrier li chesi un bichier di raspeo 
che na ben cento uege il can gudeo 
en uerita uisin mebbe che morto. 

t Deo sio uauesse chesto di uernaza 
disi eo solamente per luy prouare 
si mi uolese sputar entro la fagga. 
poi me detto chio noi dibia odiare 
ma chi sapesse ben ogni sua tagga 
direbbe il cor gli douresti manzare. 

(p. 181) 202. — Cecho ancilieri. 

([ Eo o si tristo il cor di cose cento 
che cento uolte el di penso morire 
auegna chel morir mi fora abento 
cheo non o abento se non di dormire 
e nel dormir o tanto di tormento 
che di tormento non posso guarire, 
ma ben guarir poria en un momento 
se momento auesse quella che ire. 
t Mi fa tanto dolente en fede mia 
che mia non par che sia alcuna cosa 
altro che cosa curogosa e ria. 
et e si ria la mia ulta doglosa 
cheo so doloso a chi me scontra en uia 
e uia no uezo che may aga posa. 



■- .\ 



2U3. 



Manuel zudeo. 



4[ Se sant petro e eant paulo daluna parte 
moysea et Aaron da laltra stesse 
machon e triuichan Qascun uolesse 
cheo mi rendesse a uolenta ni a parte. 
gascun di lor me ne pregasse en sparte 
duro mi pare cheo gli ne <'' credesse 
se non da dir a chi meio me pla^ese 
uiua chi iiinge cheo so di sua parte. 
il Guelfo ni gibilin | nero ni blancho 
achi plage il color quel se nei porte 
che ferirò da coda e staro francho 
e mio '■^ compar tradimento stia forte 
chi di uoltar may non mi trouo mancho 
aitar gascun che uinge in fina morte. 



204. - 



MiSEE Gino. 



([ Chi a falsi sembianti il cor arischa 
credendo esser amato e se jnamora. 
tanto diletto non sente in quel ora 
cha presso di pena più non langischa 
e quando per lume di uerta ''' clarischa 
chel no e dentro quel che par di fora, 
e se di qo seguir pia si ranchora 
conen che finalmente ne perischa 

t Vnde non clamo ga donna ma morte 
quella chaltrui per servitor acogle 
e poi gabando e sdegnando luQide 
a pocco a poco la iiita gli togle 
e quanto più tormenta più ne ride 
caduta uegeo ley en simel sorte. 



. — (■] NLc. de' a. I 



sopra da Nio. de' B.. - 




214 

(p. 182) 205. — ([ DoMiNus .Nicolaus de Rubeo 

DOCTOR LEGUM PER TOTUM. ^*^ 

([ Amor quando sopra mapresti larco 
lanema mia scolorita e fyappa 
temente streta sotto la tua cappa 
che non pò sostenere tanto carco 
uer la sdegnosa ^*^ fugendo fé uarco 
ala morte chel tristo core agrappa 
loqual clamo quella che da lui sclappa ^'^ 
dolge sore sai de che mi rimarco. 

jf Tuti starai cum nostra donna en tregua 
ni pesarati dig mei crudel urli 
chella mi scagna e no uol cheo la segua, 
e seo non trono merge che mi burli 
alej che ma ga spinto en color nigrp 
questo farà gascun damarla pigro. 

206. 

([ Non se regge questa nostra citade 
cum senno cum uertu ni cum ualore 
anzi si oserua grandissimo errore 
contra uoler donomo cha boutade 
che qual si mostra auer più lialtade 
più corompe di botto el suo honore 
per presio per managge per amore 
per non seruare al comun fedeltate. 
t E salcun di mal fare uien represo 
orgogloso responde el tuo pensato 
come noi mostri che seresti enteso 
poi se quegli che disira il buon stato 
lo fa sentir agli capi che regna 
senza guadagno lor gascun lo sdegna. 



{}) Al cominciar di ogni pagina Nic. de' R. scrisse poi sempre: Idem^ 
che noi tralasciamo. — {^) La </ è aggiunta sopra. — (*) Per la prima a 
Q.ÌT. n. 2. 



207. 

([ Aglaltri mali de la nostra ten-a 
clianno deserta guelfi e gibilini 
questo ui cumulanno ig citadini 
conni di fanno en sieme noua guerra 
el sdegno cum la enuidia che la ferra 
gli rende tanto miseri e topini 
che parlando de tranno lor uicini 
unde ferite e moi'te poi si sferra 

t Ni pensano lo numero dig gentili 
ni quanta gente la citade porta 
che sono tre pedoni l'i e dui arfili. 
ma per la grande soperbia che ne orta 
gascun chofende più se tien presato 
che non fu roma nel so mazor stato. 



(p. 183) 208. 

<[ Eo caminay laltrer per uno bel plano 
tuto pieno de femene che posaua 
cum un dianole cha lor parlaua 
dicendo chig era mastro soprano 
di fare qualunque fos presso o luntano 
al suo uoler chella se empregnaua 
e per presio di questo domandaua 
omazo e fedeltà amano amano 

J Possa me parue chelle consentia 
se non cheo dissi donne eo uè conseglo 
che uè guardate di tanta folla 
chel noit engrauedar el nostro meglo 
pero che glomini nel mondo nati 
le più parte son demoni encarnati. 



216 

209. 

([ Denari fanno lomo comparere 
denari el fingono sientiato 
denari conipreno^*^ zascun peccato 
denari monstran spendere e tenere 
denari danno donne per godere 
denari tengon lanemo beato 
denari lo vile maten en stato 
denari gli enemici fano cadere 
t E senza loro onom par asiso 
chig regge tutol mondo eia fortuna 
e se tu uoi te manda en paradiso 
unde sazo me par chi gli rauna 
che qui gli soli più daltra uertute 
contra melanconia rende salute. 

210. 

([ Vn spirto per mesazo me appario 
e dissemmi amico or mi ffauella 
contra la tua donna che tanto bella 
credo che tu sse molto enfelonio 
alei gli pare che labbi in oblio 
pero chunqua tu non andasti ad ella 
et ancor pezo che alcuna nouella 
de ti non seppe (*^ pò che se partio ^*\ 
t Alora de pietà deuenni smorto 
e sii pregaj amor no mi gabare 
che sol quando la uezo mi conforto 
et el respose non ti dubitar? 
cheo non ti so busadro ne maj fuy 
possa sparite cheo noi nidi pluy. 



(1) La e mediana è scritta da Nic. de' R. — {*) Aggiunte da Nic. de* 
B. le vocali finali. 



. -.- \ 



^- • ? ■ • - 

21? 




(p. 184) 2U. 




([ Sol per ])oder uiuere pena senti 




se pouertate ti a depresso alfondo 




e se fortuna ti exalta segondo 




quello che ti e de gente non coutenti 




poy se più daltro regi ti lamenti 


1 


per che uoresti lo secolo a tondo 




ancor se segnoreggi tiittol mondo 




suspicando cader tu non abenti 




f A sposar mogie lanemo te cita 




e desideri nepoti efigloli 




e quando gli ay temi de lor uita. 




or dunque en ouni stato tuti doli 




e non troui may ben quieta pace 




for che seruendo cristo dee uerace. 




212. 




([ LasRome ig spiriti mey cheran fugiti 




lunga stasene quasi senza uita 




ma possa che temono ^''> spero aita 




chi sento el cor cheder un appariti 




frategli che da me fosti smariti 




sempre che nostra donna fu partita 




or serebella ancor forai redita 


i 


dicel'"' mi uny che si goglosi siti. 




f Rispose lanema oi dolge amico 




die e note continuo stemmo sego 




et ora ella e uenuta go te dicho 


" 


dunque se uoy uederla uieuniinego 


" 


si che gliogli dolenti se conforti 




che planzendo sono presso che morti. 


i 


(■) Questa pnroU fn rifatta dn NÌo. de' E. - (i) Cfr. pag. IM, n. B. 



218 



213. 

([ Amor tanto me stringe gentil donna 
sendo luntano chal cor no mi luge 
cosa ueruna che gli renda luge 
per glogli channo mancho de ti dona 
poi quando so presente dolge donna 
un fulgure me fiere di tua luze 
uegendo chaltri dessa prende luge 
più che no si conuiene per ti dona 

t Vnde lo spirto che me tien uerde 
desidera non esser a quel tempo 
ma pur consuma mirando nel uerde 
e lalma che conossei tristo tenpo 
clama la morte che fenisca il corpo 
si eh ella abenti disolta dal corpo ^'\ 

(/). 185) 214. 

([ Ig fioretti el herbeta fresca e uerde 
e zascun arbore chi teme il fredo 
la sua uertute ocultano per fredo 
tanto che perdono lo color uerde 
ma questa gentil pola fatta uerde 
cuin glogli mia feruto amorte fredo 
agendendomi il cor nel tempo fredo 
si che cosunpto ega presso chal uerde 

t Cusi per caldo e gelo | più che marmo 
mi trono fermo di seruirla sempre 
fin cheo mi colcharo sepolto in marmo, 
poi lalma enamorata stara sempre 
denanti amore come fusse donna 
per martyro da man di bella donna. 



(>) I w. 12-14 sono scritti per intero da Nic. de' R. 



215. 

([ O tu t:lie non temi c^ona nenma 
salii che dio più che te e signore 
eia de fame | ferro sternentis more 
uiuentes uili morte trudit una 
ego^'^ che omo en suo tempo rauna 
di botto perde grandetta et honore 
uis I etas I forma [ fama | cum furore 
subiacent ero | cui sol et luna 
t Poi la uare^ga che ti da diuicio 
e la soperba che per lor te tira 
faran uendeta de le tue nequicie 
nam uox acerba sententia dira 
stratto felle iubet speque rufini 
te pati goenam | tis uita ferini, 

216. 

([ Se eo auesae tanta continenza 
cheo proponesse meter en oblio 
lo peccato eamale uile e rio 
e dil tutto mi fermasse star senza 
possa mi redudesse a conscientia 
cheo conosease pur un ora dio 
segur me rendo chonni fatto mio 
procederia cum grande prouidenza 
t Ora Beo ''' so clamatto non so eletto 
e cusi perdo questo e laltro mondo 
per molta colpa pìgritia e difetto 
uerzen maria cauanii di profondo 
impetrami gracia di quello benigno 
che ma concesso più cheo no so digno. 



22Ó 

{p. 186) 217. 

([ Guy deo adato sane le sue membra 
el uso del corpo saldo et entero 
et a conosser lo falso dal nero 
sei e ingrato | e no gli rinaembra 
quanto martiro en sieme ui asembra 
le cinque plage el conuicio osterò 
che cristo en croce per nuy ebbe fero 
degno di cruda morte quel mi sembra. 

t Per me lo dico chi sono a tal punto 
che poco mi ricorda il beneficio 
a tanto ma lo uil^*^ peccato gunto 
un deo temo lo deuino gudicio^'^ 
sol l^sic] no me aita la uergen maria 
non per merto ma per sua cortesia. 

218. 

([ Atorno la mente combate forte 
gli spiriti che son remasi en fede 
uituperandola come non uede^*^ 
la fine lor attender mala sorte 
poi dentro stanno chi elude le porte 
cum un desio carnale che noi crede 
e sei conosse sperano mercede 
cusi a pocco a pocco Qonge lamorte 
t Lanema trista uer lo core piagne ^*^ 
e dige fratel mio or mi consigla 
che sopra me sola cade la ragne 
et el responde a quella ti apigla 
uergene che porto lo bel figlulo [sic] 
cha freni el corpo | e te cani de duolo, 



(1) Scritte su rasura da Nic. de' B. le lettere U2-, 'iclo^ -e e -gne 



221 

219. 

([ Chuncha [sic] da la glesia se disparte 
punir si dee come patarino 
non per dir homo | eo so gibilino 
se a nostra fede non detrage ad arte 
pero che gascadun par lioparte 
cum ardir e ualor auer domino 
uniti en sieme tutti ad un camino 
anno leuata lemperial parte 

t Cusi non e di guelfi maleditti 
ma fanno de se bianchi e maltrauersi 
lasando larme legon gli enterditi 
oyme che sig no fosseno diuersi 
laquila che gremisse sto paese 
di plano seria humel e cortese 

ip. 187) 220. 

([ Marauegia che gli segnori uisconti 
marchesi bonacosi e da la scala 
non extendono la sua possente ala 
per tucta ytalia de ga dag monti 
che poi che gli guelfi de larme pronti 
siano arditi e forti per rigala 
uegon traditi sempre en ora mala 
dalmaQO de Ree dusi o conti 

t Ancor lor terre regen populari 
doue nullo secreto sta coperto 
per la enconstancia dig mercenari 
santo papa mandagi il bon Roberto 
che struga la heresia dig lombardi 
sfrenata ^*^ sol perche tu troppo tardi. 



(») Aggiunta da Nic. de' R. la a finale. 



222 

221. 

([ lo non so tanto guelfo ni crudele 
che per modo di parte eo uolesse 
che persona uergogna o danno auesse 
fossegli di sancta glesia fedele 
poy ^'^ nel mio core panni abominele 
cherro dal sacro emperio procedesse 
el dolce frutto che de le lezqe esse 
al mondo pululasse amaro fele 

t Ma pur eo uezo che gli gibilini 
contrai ^*^ papa che uicario de cristo 
per forza tyrannigan lor uicini 
unde sei procaza che tal aquisto 
per onni forma torni nel suo stato 
questo douria gascun tener agrato. 

222. 

([ Seruo dig semi de cristo gouanni 
quanto chun altro tu nasesti gnudo ^'^ 
fosti creato papa e fermo scudo 
più chauesse la glesia fa mil anni, 
dunque non ti curare spessi et danni 
oro dispresia come uil paludo. 
per consumar lempio orgoglo crudo 
degli soperbi jtalici tyranni. 

t Tu prudente tu zusto e tu forte 
tu temperato chonni honesto guardi 
la symonia cagasti di tua corte 
sol completu chig popoli lombardi 
eglaltri opressi remangano ^*^ franchi 
ad esser sancto non so che te manchi. 



(>) Nic. do' R. ripassò le lettere -oy. — (*) La l fu aggiunta sopra 
da Nic. do' R. — (') La g aggiunta sopra dall' aman. — (*) La o aggiunta 
da Nic. de' R. 



<[ Questa gnuda damore eo amantay 
sic uos non uobie uellera fertis oues. 
e rugida nel atto redre^ay 
sic uos non uobis fertis aratra boues, 
el core a pìetate gli fonnay 
bìc uos non iiobie nidificatis aues. 
poi cura dulci deeiri la aleuay 
sic uos non uobis raellificatis apes. 
^ Vnde come il poeta desti uei'sy 
mi lamento digo che me auenuto 
centra 9ascnn che mi pò dare ayuto. 
che solo gli pensieri mei diuersi 
e lumele parlar de le sue lode 
manno de jiresso et altri gode. 

224. 

([ Gli spirti mei pieni di paura 
errando uano dentro nela mente 
e Qascaduno crida oyme dolente 
quanto mi par la nostra ulta oscura 
che questa carne fragida non cura 
offender cristo tanto e sconoscente 
ni per la gracia aluy e ubidiente ''' 
ni per la colpa meno si asegura. 

f Poy lanima cum loro ^"i dige ognuno 
signore o seruo | sol che el potesse 
corpo topino | se de mille luno 
falli gli festi I say che ti ucidresse 
battite dunque la bocha eie guanze 
cusi il prega la trista | e possa piange. 



(1) Rifstto da NEc. do' R. le lotteri 




224 

225. 

([ Qouanni apostolico benegno ^'^ 

se nostra guerra uoy uinger per certo 
che gli lombardi conoscano aperto 
lor grande sisma e spirto malegno 
el septro e la uirga elonore degno 
che ne la glesia da cristo comperto 
mandagi il tuo fìglolo Re Roberto 
coronato del ytalico regno 
t Se tu noi fay uedi che ne segue 
che gli ty ranni ti crede jnuilito 
e per sua forza trouar tego tregue 
e poy chel erro sia en ^"^ infinito 
ancor e pego la molta vergona [sic] 
chel paga perda douunque si pogna. ^'^ 

(p. 189) 226. 

([ Qentil desyro mi uene nel core 
forte pregando che el gli monstrasse 
qual el martyro per forza damore 
che tormentando a fine lo trasse 
Alor quello cum molto splendore 
aperse le porte per che mirasse, 
lo bel zoello che che [sic] come signore 
gli pò dar morte se uer lui folase 

t Et aladura quando ebbe ueduta 
la dolce figura eley conosuta 
clanomi [sic] amico say che ti conseglo. 
se tu il poi fare ^'^ che sempre lategni 
mi [sic] par [sic] penare gamai no ti sdegni 
credi cheo dico di fermo il tuo meglo. 



(*) La seconda e fu rifatta con inchiostro più nero forse sopra una i 
preesistente. — (*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. — (') Meno la d iniziale 
di douunque y il resto del verso tutto di mano di Nic, de' R. — (*) Per la 
e finale cfr. n. 2. 



225 

227. 

([ In manus tuas domine comendo glo 
spiritum meum . che nel core sento 
gloriarsi la sdegnosa cha uento 
gascuna mia uertu lor combatendo 
e poi che sola se uede ridendo 
dice oy dio ^*^ quanto me contento, 
che non pò più custuy auer abento 
a tanto eza conduto mi seruendo 

t Lalma chentende le crudel minage 
per grand tema de ley se ne uol zire 
undeo la recomando en le tue braze 
che troppo sostegno magor martire 
diomo che fusse decolato may 
cheo perdo il corpo i el spirto trage guay. 

228. 

([ Tanto placente esser e coglosa [sic] 
amor eo nidi jnamorato stando 
la tua crudele entrarmi ^"^ amorosa 
ag spirti mei irata minazando 
de dar la morte en loco di riposa 
a tutti tutti insieme ley clamando 
cheo dico questa amicha e pietosa 
ancor ne sia amaro go pensando 

f Enon ui temo ormay ulla paura 
augi mia uertu naie seli plage 
per gascun modo oltra che pò natura, 
ayti me tu uenir a sua page 
che la ulta tero onnora secura 
amandola più uertuoso e uerace. 



(*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. — (2) L' aman. aveva scritto 
entromi, poi corretto da Nic. de' R. 

16 



226 



(p. 190) 229. 



([ Sconossuto a modo di pelegrino 
un dig mei spirti la barba lunga 
a fretta che gli par tardi chel Qunga 
a torno il cor mi uenne a capo clino 
e quando nette lusso da uisino 
eluso, sol solo se gli mise alunga 
forte planzendo quel fìe che mi punga 
doue e culey | che mi mando a topino 
y Lanema chel cognobbe corse aluy 
e disse qui dentro e la donna nostra 
rimasa poi che scago tutti uuy. 
et ancor sdegnosa uer me simostra 
pero ti prego che non faci motto 
che sella il sente ni ucidra di botto ^*^ 

230. 

([ Dongella blancha formosa e gentile 
a mi aparue entro una nubeleta 
cum tal splendore purificata eneta 
chel oglo mio smagato e facto uile. 
non ebbe la uista tanto setile 
che comprendesse donna si perfecta 
per che le creature che la a setta 
la congedono solo a core humile 
f Ma per sua gratia mi enuito soaue 
chessa uolea uenir tra gli absolti 
spiriti mei se gli dessen la ciane 
e quigli cherano daltro amor enuolti 
ley non conobbe | si elicila sparlo 
undeo remasi tristo et empentio. 



(0 I vv. 11-14 sono scritti da Nio. de' R , e di essi solo V andecimo 
su rasura. 



231. 

H Gli spiriti eg diletti ef>;li pcnsiijri 
eg seusibel moiiimeuti cum igli 
piglono lo meo cor per gli capigli 
forte batendolo come gaerieri. '') 
e cridano tristo el fa pur mìstieri 
che tu gi mostri ache cosa ti apigli 
per tua uogla senza nostri consigli 
e che desyri son gli toy si fieri. 
if Vnde per forza la persono dentro 
euette quella chele occupa tuto 
cum molti gnay standoli nel centro 
allor gli comandonno che alpestuto 
la douesse lassar ] esi purgami 
che questa donzella potesse entrarui. 

ijj. 191) 232. 

4[ Nel tempo che era ytalia tutta doro 
e saturno la uia ea uu contesto 
sotto lombra di Qoue henrico sesto 
occupola e spuglo donni tesero [sic] 
aloi' sfreno de laberinto il thoro 
per cui fu il sisma uer la desia desto 
el guelfo cimi pacifico protesto 
ebbe morte | exilio | angosa | e ploro, 
y Di questo ne rimase crudel seme 
tanto del gusto sangue sitibuudo 
chi croce non cura ne deo teme 
nunc regnum meuui non est de hoc mondo 
pò diger cristo | cusi sono orende 
lopre che luy ol suo uicario offende. 



i da yìp. de' R., de' (jnnli 




226 

233. 

([ La femena che del tempo pupilla 
le più parte si troua glotta e ladra, 
e quando uiene en etate nubilla 
sendo ben puita alor se tien ligadra. 
possa che uegla gamay non uacilla 
chela non sia ruffiana e trigadra 
et en decrepita che glogli stilla 
sortilega douenta e grand busadra 

1f Dunque primo che lomo aley se pogna ^'^ 
pensi di non tenerla a capitale 
sei uede chessa non tema uergogna. 
per la qual sola | talor scifa il male 
che femena sfazata e per natura 
un dyauole en humana figura. 

234. 

([ Claro splendor | ne la mente mi sende 
cum una ymagine adorna e bella 
la qual suaue parla eo sono quela 
che da conforto e pace achi miatende 
unde ig spirti affanati si rende 
merze clamando uergene dongella 
conducine a salute o nera stella 
e scagga questa che tanto mi offende. 
f Poi lanema crosata uer ley prega 
che non consideri sei cor e netto 
o pieno daltro amor quando lanega 
ma stiasi sego fin chel fie constreto ^'^ 
per conosenza del suo uil falire 
si chel conuira per forza ubedire. 



(1) Tutto il verio, come molti altri, è scritto su rasura, ma la siUaba 
finale na pare di mano di Nic. de' R. — (2) Per le ultime tre parole cfr. n, 1; 
sembrano scritte da Nic. de' R. 



(j). 192) 235. 
(f gentil padre se tu temporalmente 
ognuna voy coniar oppenioue 
ama il judisio daudo gii rasone 
non ti gravi prona tanto cocente 
e si ti aferma dentro qu lamente 
per certo starte auiato cum leone 
a cuy ga molti forman dissensione 
proua centra te tenendo sovente 

i Terror aaay per lor mentita laude 
eusieme naque presto di montare 
domando gli sciolti cum dui-a frauda 
ni te conuen su lopra manchare 
regna ronpi bussa ig stolti soperbi 
conor ti sono mordenti et acerbi. 
|[ i§ fonane papa uigesimo -Becondo 
prudente forte temperato gusto 
cristo ti permetta in questo mondo 
gli tirani consumare robusto cnm so morte.*'' 
236. 
([ Non doe {sic\ cessare lomo en sua uita 
di adoprar quanto più pò nertute 
che quamvis molto siano ysconosute 
per la tristicia del mondo infinita 
pur uno et altro cuy lamente cita 
ueritade ni prendeno salute 
e dignamente uengon i-etribute 
quando lanìma en cielo si marita. 

t Ancor ni scende glorioso merto 
che qualunque le adopra de lor gode 
eecuro stando benigno et aperto. 
poy layre si enple de si fate lode 
che pione sempre ne gli '"' gentil cori 
frutto di tanti perfecti lauori. 

(') QaBBto e il sonetto che viea poi soim xcritci di solito senza 
dùtBGco alcuno. — ("1 Aegiunto HOpru ci» ÌS'ie. de' R. 




àJ30 

237. 

([ Lanema piange per suspir molti 
che uede questa dongela nel core 
pensosa cuna uergognoso colore 
lamentarsi quanto troua dissolti 
gli spirti mey che duurian esser uolti 
del tuto aley ponendo il suo amore 
e menbrarsi gli tempi del dolore 
che per lor golosa glanno gacolti 

jr Vnde pero la lacremosa pigia 
una spada per uolergli angire 
senon che la gentile la repigla 
e quella pur prega lassa morire 
gli forsenati che non ti conosse 
in la tua gloria ni laltrui angosse. 

{p. 193) 238. 

([ Quanto fra me più ^*) penso eo ne so meno 
come si uolga il mondo per uentura. 
senon cheo lasso adoprar la natura 
conosco ben chel non e om terreno 
tanto di uertu | senno | egracia | pieno 
che fagga a punto onni fato a mesura. 
per che calor negletisse e non cura 
a gascun uicio en tutto poner freno. 

jf Ynde eo credo qual acuy più deletta 
lo stato del proximo et ame luy 
sia da lodare e chi iustisia afetta 
ma questo no adeuene tra nuy 
angi si presia | et e tenuto caro 
directo qualunque che fa il contrario. 



(*) Aggiunto sopra da Nic. de' R. 



239. 

f[ uero deo che glomini immersi 
gouerni seeundo il suo meritato 
no consentire per alcun peccato 
che la fede crestiana sumersi 
tu uedi quanto channo gli peruei'si 
heretici lombardi spregiato 
lo tuo uicario col gusto mandato 
di punto a punto standogli reuersi 

t Dunque poi che ostinati sono tanto 
che sdegnano ubedire per concordia 
.inspira contra loro il padre sancto 
che no attenda più misericordia 
ezo chel noi che sia fin mi! anni 
fazal di botto e struga gli tyranni. 

240. 

([ Increata uertu eo non contendo 
conni tuo gudicato non sia il meglo 
ma pur fra nuy apar oscuro speglo 
al humana natura troppo orendo. 
cheo uezo omo en etate Horendo 
cum senno costumi | e saldo conseglo 
morir enan^'i chel douenti ueglo 
lassando tutol mondo luy piangendo 
t Vnde serano sconsolati molti 
uirano odij ! lite | egrande guerre 
cadran ig gusti ! regnarano ig stolti. 
rapine | furti | destrution di terre 
e no conosco come tu il consenti 
senon che dig boni più ti contenti. 




232 



{p. 194) 241. 

([ Se lomo in perpetuo stesse uiuo 
donni prosperità pieno e iocondo 
certo lo nostfo seria dolce mondo 
e nyun lo deuria tener a scino 
ma nuy uedemo qual eplu golio 
cuy uengano tutti deletti a tondo 
che morte di botto lo mete a fondo 
di gascun bon terreno casso e priuo 

t Ancor en questa ulta non abenta 
picolo e grande segondo il suo stato 
per che gamay di cosa non contenta 
unde chi uuol pasar lieto e beato 
lor spene pona ne lexcelsa gloria 
ni del presente far ulla memoria. 

242. 

([ Morte teribel uilana e soperba 
fine di posa principio di dogla 
sfrenata lassiua donni rea uogla 
cum pianto e sospir unita conserba 
contra qualunque natura reserba 
per più bene dil mondo honor e zogla. 
alor de luy per magor nostra uogla 
ti fay peculio peruersa et acerba 

t Non temetu la dolorosa fama 

che per layre nel cielo sta di sopra 
la uoge che de ti sempre riclama 
et auegna che la tua crudel opra 
gli boni gi togla e di go si gode 
tu non remoui pero le lor lode. 



243. 

([ Monna furia e monna uiolenza 

monna inconstantia e monna socheza 
cum sua gente caualcauano a frega 
uer la cyta uoyta prouidenza 
Gridando tosto ala terra che senga 
uertude | di catiuita si aueza 
se nuy pigiamo sopra lor baldega 
di botto auremo tutta la prouenza. 

1f E quando eo ulti queste che nenia 
gongere aflectione agli aflicti 
dissi donne uuy fate uilania 
et elle a me | uà che sian maledicti 
chi amano rasone | et anche tu 
espronono oltra che no parlon più. 

(p. 195) 244. 

([ Poy chel cor mi remase senga afanno 
per questa blancha donna che ni uenne. 
onni meo spirto beato si tenne 
e tutti en croce dennanti ley stanno, 
e gasun [sic] mostra quanta angossa e danno 
cum lorgoiosa scazata sostenne 
qual plangeltempo qual dogle qual penne 
e qual feruti ancor fasati uanno. 
t Cusi tra loro lietta conse lanema 
e tenendosi a lato stretto amore 
disse mirati custuy che per manema 
per nostra campa uol pregar quel flore 
che uuy uedetti qui tanto goglosa 
adoma ebella emay non fu sdegnossa. 



245. 

4[ Eo so ben la cason perche non more 
quigli che regeno questa citade 
cheo o uedutto dir molte fiade 
quanto che lom e ma^or peccatore, 
micidaro | scarano | e traditore 
peruerso senza alcuna caritade 
cristo gli lassa ulta e sanitade 
sperando chel torni nel suo amore. 

t Dunque costoro che tal detto adempie 
e fanno del commune una speluncha 
de ladroni | cum le lor opre empie 
et anno alarason la testa troncha 
sono sagi | secando il parer meo 
chigli uiuirano più che butadeo. 

246. 

([ (Ja padre santo crede bene e sente 
onni crestiano chabbi pura rasone 
uerso color che trouaron casone 
a contrastarti molto crudelmente 
non far dunque cha forga don posente 
ytaliani cum lor dissensione 
zentil papa per manco di persone 
uengano presi strutti tra uil gente 

jr entedime che grande eneta laude 
douenta la tua quanto più guardi 
tener iudicio dritto senza fraude 
nyun fie timido dig lombardi 
remouetu lerror or may scoperto 
metendo Re fra nuy il buon Roberto 

1^ Qouani gusto temperato forte 

prudente manda ag tyranni morte Amen. 



285 



(p. 196) 247. 






■ ^ 



V 



([ Tri gerarchie credemo che asista 

a seniir la magesta una e trina 

la qual mando en terra disciplina i 

per dodece apostoli et un batista 

et oltra costoro duy vangelista 

che descriuessen lopera deuina 

quatro doctor che dessen la doctrina 

de cristo dig profeti e del salmista. 
t Jacobo deo ti solo elesse al mondo 

loco de quisti che no uintiduy 

papa gouani uigesimosecondo 

per cha sua lode tu gouasti altruy 

cum pace dig fedeli morte e danni 

de glytalici heretici tyranni. 

248. 

([ Croge digna merge chel non si aterre 
la nostra fede per lo molto sisma 
di quigli chi uilipendono il crisma 
forzandosi cum lor castella e serre 
contta [sic] la glesa per sfrenate guerre 
struger qualunche crede nel batisma 
dicendo cum orgoglo grande episma 
astiterunt principes reges terre. 
f Aduersus xp3 ^'^ dirrumpamus uincula 
poi che lo suo vicario ni contende 
di scortichare lo gusto per gintula 
e non considerano quanto offende 
lanema el corpo questa uil malicia 
che blastemando deo lo mondo uicia. 



(0 Cioè: chriatum. 



2.^ 



249. 



([ Oy terra che eri de delicie archa 
e donni gi-and deletto dolge corte 
et or di tutto bene uoyta forte 
porto di pianto dangossa se charcha 
per ti lexul el pouer se rimarcha 
quando uengono dentro a le tue porte 
uezendo le gentil cortesie morte 
lassano ti piangendo et oltra uarcha. 

i Cusi remani senza molte lode 
acunza sempre di pego fenire 
per condutta de quigli che ti gode 
esel me conceduto a douer dire 
poy chel parlare no mi para bello 
tu se de uicij un enórme bordello. 

{p. 197) 250. 

([ Morte che uoy ] che stay più en penseri 
trouetu qui persona che ti offenda, 
amico el mi uien noia cheomi empenda 
eper sopercla fame eo me disperi, 
de trista uee popoli e caualeri 
pigia dessi chel non fie chi contenda 
frate eo mi temo chel no gi defenda 
lor compagna chil farey uolonteri 

f Catiua qual sono si forti sego 
en questa citade che al disotto 
no gli metesti | dimel che eo ten prego 
eo ti respondo cheo perderey di boto 
chel gli sustene inuidia efalsitate 
e crudeltà for donni humanitate. 



;V" 



237 
251. 

([ Pietate a cuy spesso me comando 
che erette lalma dal meo corpo sciolta 
uenne per farmi honor cum gente molta 
e preti requiem eternam cantando 
alor smariti | chi era solo quando 
nidi cotanta turba insieme colta 
aley plaque che non mi trono tolta 
la ulta I come mostro mego stando. 

it Possa contomi | eo casonay atorto 
amor che stretto portaua il tuo core 
per cheo pensay che el tauesse morto 
et eo dissi | donna di tal ualore 
gel diede | chel non pò regeuer flette 
vnde lietta digo da mi spartite. 

252. 

([ Al tempo de moyses e più enanci 
fin che cristo ne la uergene uenne 
dio padre poche jngurie retenne 
che uesibel non ponisse gli erranti, 
et ora diccono molti ignoranti 
poi chesso passion per noy sostenne 
solo ne laltro secolo dare penne 
non posson esser gli defetti tanti 

f Ma questo e falso cheo uegonel mondo 
alcun che la fortuna tene en cima^*) 
per opre scunge ruynare a fondo, 
e qual medicando la ulta prima 
far mala morte per un gran peccato 
myrate ormay selomo e qui sparmiato. 



1" 



(*) Le ultime tre parole e 1' ultima sillaba -na della quarta nono 
scritte su rasura da Nic. de' R. 



238 



(p. 198) 253. 

([ Se tu pensy che deo ta dato exentia 
e molti beni che non meritasti 
e come quisti doni tu gli guasti 
ingrato senza alcuna reuerentia 
forte ti dee stringner la conscientia 
pria chal fallo lerror si cumulasti 
conne cosa che uedi non laudasti 
fatta per la diuina prouidenza 

y Voy tu reprender tu go chesa uole 
morte | o ulta | miseria | o stato 
caldo I o fredo | uento | ploga | o sole 
or non saytu che gascun suo mandato 
e gusto I e pio | fuor de frande et ira 
cusi me dige lalma | e poy sospira. 

254*. 

([ Scalga spernata a modo dun ribaldo 
tra molti dyauoli che plangia 
trouay la morte che de lor redia 
digendo per leticia mi risbaldo 
cheo o spinto da uita il buon Rambaldo 
e quando quisti demoni el noli a 
scese dal cielo la uergen maria 
cum glangeli e portosil neto e saldo 
jì Et eo alor respusi dee uilana 
uee come tosto tu poy consolarli 
ungi di ig rei i el mondo ni resana 
et ella a me frate quanto mal parli 
eo so magra possendo star ben fresca 
sol per fastidio di tanta vii esca. 



239 



255. 

([ Senno e ualor uediam da nuy diuiso 
eie uertu morali sono scorte 
a cortesia stanno eluse le porte 
el pouer uergognoso remane asiso 
e dritto conseglo e lial gudiso 
e le uecine page uanno torte 
possa che plaque ala crudel morte 
extimguerni il buon conte de treuiso. 

9 Lo qual uiuea cum onni nera lode 
ponendo senza notabel difetto 
persona e diuicie en altrui prode 
ma credo ben che dio per gran deleto 
de luy reintegrasse il cielo tanto 
che dee esser remedio al nostro pianto. 

{p. 199) 2 56. 

([ (jJouene caualier de seno anticho 

cum sua compagna mi uenne nel core 
per albergarsi sego e farli honore 
come a casa di lor fedele amico 
ma lo spirto di uertu mendico 
che nel mezo si posa et e segnore 
non recognobbe chel fosse amore 
etuto si oscuro quasi nemicho 

jf Se non chelaltra gente lo represe 
tristo che non receuetu custuy 
di tanta fama gentil e cortese 
poy quello più per uergogna daltrui 
che per boutade lo recolse e tene 
si chancor spero de luy alcun bene. 



240 



257. 



([ Ver lo meo cor lanima sirasona 
se per amor altra donna ti pigne 
che la gentil donzela che ni strengne 
considera primo la lor persona 
e poi quanta page questa gi dona 
cum le sue opre strenue e benigne 
di honor | di merto edi loda | digne 
e come di uertu porta corona 

f E pensati che eti onne nostro aduerso 
sempre che tu la rechedi | ti porge 
ualor e forga | che seresti perso 
et anche senza toy pregi si acorge 
di consolami \ seo ben mi recordo 
respose il cor | sorela | eo me ^'^ ne acordo 

258. 

([ Vengono tra gli spirti mey più uolte 
diuerse fitte che tuti gli squassa, 
qual p3r disio qual per fortuna bassa 
secondo leuarieta chenno molte, 
equigli cum le membra flache esciolte 
come fosser morti cader si lassa 
senon che lanima che linde passa 
crida che fate uuy oy gente stolte 

:ì^ Or non uedete qui starsi nel core 
questa dongella piena di uertute 
matre efigluola esposa damore 
pregate ley che ui può dar salute 
alor gli dolenti chedono abento 
equella ognun di page fa contento 



(») Aggiunto sopra da Nic, de' R, 



ip 200) 259. 

4t Lo core clama ig apirriti e crida 
venite nela mento dentro al clioro 
elio quine dee esser lo coneistoro 
per mandato di questa che gi guida, 
unde lalma lieta che par chii-ida 
ad uno et altro dige di costoro, 
uedrete ga lo nobele thesoro 
chamor ni presta tanto anuysefida. 
t Alor andonno al loco deputato 
oli trouon la dongela formosa 
si splendida chognun ui fu abaglato. 
poy quela per sua uertu pietosa 
gli fa beati digo che gli plage 
cusi denanti a ley uiuono en page. 



260. 

^ Vn penserò armato e ben fornito 

posto per guardia presso ala mia mente 
de la dongela per cuy amor sente 
gli spiriti page uer ley felonito. 
moslraua aquigli doue ig e ferito 
da duy beg ogU tanto fortemente 
che nulle arme lifu snfìcieute 
el cor digo quasi era ga inuilito. 

t Alora lalma il pigio per la gonna 
edisse mal uilan eo uè desfido 
che uuy parlati contra nostra donna. 
eper poco laso cheo non ui ucido 
possa gli tolse lo coreto el scudo 
e come traditor lo scago gniido. 




242 

261. 

([ Lanema eia mente eg spirti mey 
presono un desio damor suiato. 
e menolo le man drieto ligato 
de nanti ala dongela teso ag pey. 
che nel ^'^ siede | clamando tu dey 
ucidere custuy che a tanto errato, 
chel non remane per lo suo peccato 
che tuti nuy non deuentamo rey. 
f E quando la gentil sei uide apresso 
col capo clino pianger di uergogna 
de luy pietosa lo disciolse adesso, 
poy disse justicia qui non besogna 
undeo ti perdono | e si ti prego 
che tu non falli più e state mego 

ip. 201) 262. 

([ Setu Dante oy anima beata 
che uay cherendo latua beatrige. 
ben so che fusti alamente felige 
sol per trouarla encelo coronata, 
ma uee che deo gila quagu mandata 
cum angelica forma en sua vige, 
tu non la conoseray go me dige 
lo core meo j tanto e purificata. 

i Or uieni mego equando cerneray 
vna honestate uestita di nero 
neg acti soy tu te ne acorgeray. 
per fermo chessa equela di nero 
che sempre laldasti per cosa neta 
saluo chor di beltà eplu perfetta. 



{}) Prima l' aman. scrisse noly i>oi cancellò la o e scrisse sopra 
riga la e. 



i[ Tremano ig spiriti mey di paora <'' 
sentendo che suso Io cor mi scende. ''* 
la nona donna che tuti gli agende 
si forte che gascun de ley inamora 
poy Inno alitltro di^e sa tu ancora 
chi sia custey che qnine tanto splende, 
ella pur ne saeta e non entende 
gli nostri pregi ma uol cognunmora. 
f Cusi clamono amor che uedea sego 
che fusse jnterprete dig affanati ■ 
et el respose uuy fate mal prego. 
che sol per sua beltà qiiasi chaschati 
pensati ormay se ben la entedisti 
che di dol^ega ne smemori aresti. 



264. 

^ Donna peccunia posto che remiate 
tutol il mondo ancor nido asapere, 
che tanto siete de più uil ualere 
quanto contra natura più falate. 
doro e dargento fabricar ui fate 
50ÌOSO equelo che uipuo tenere. 
per che spesso mostrate a coparere 
nel corso humano omo fuor diuertate. 

Ir Ma sene reputate di honor degna 
come uè lasate cader tra miinni 
dun aseno che possa per uuy regna, 
or non uergognate star cum vilani 
che sublimate tale en somo stato 
se non fusti cho seria lapidato. 




244 



{p. 202) 265. 

([ Opra diabolica efallo mortale 

fu afar gli dadi cum sue false volte, 
che da lor scendeno jngurie molte 
furti I migidij | uertu non gi uale. 
ni dica omo eo sono quel tale 
che gitar posso | che asay o recolte, 
che sei gli fien le diuitie tolte 
culuy più tosto consente onni male. 

t Ancor del guocho uien magor folia 
che lo perdente si stesso a en oblio 
blastema cristo e la uergene maria 
e cusi nega la gracia de dio 
reman col domoni clia tanto elguida 
che si medesmo couen che si vgida. 

266. 

([ Credetti amor chesi mostrasse acerba 
questa crudele sei meo dir en rima, 
non la clamas donaltra donna cima 
ponendo de te eley una conserba, 
si che pero uer me tanto e soperba 
udendo le lode che la sublima, 
che mi sotrage quel guardo chen prima 
mi fo soaue [ et hor mi spolpa e snerba. 

t Dunque uoglo tager per non dar danno 
aglaltri amanti che non se casoni 
trouar nel bel uiso ueruno affanno, 
auegna che cor sempre mi rasoni 
tu faray canti ecangon per vn doy 
tosto che fie plager dig ogli soy. 



267. 

([ La bella donna cbe nel cor mi sede 
lasso mi dobla sempre gli martiri. 
pero che lalma rotta da sospiri 
ui pia se ynamora che la uede. 
e quella chelaltruy penne no crede 
perchessa non atreta cum disiri 
uer lafanata par che glogli ^iri 
rat^trando page | e poy nega mercede. 
$! Amor qneeto ma uen per tuo deffeto 
che se nel punto quando preso mebbe 
glaueste '"' detto come eo so soletto, 
forsi che de pietà non mucìdrebbe 
ma bora ella non sente gli mei guay 
unde seo moro tu cason ui day. 

{f>. 203) 2fi8. 

4[ Segnor guardatine da' meser kane 

perchel porta soto lacinta un sachoo {sic\ '"' 
e meteraui dentro cascano astracho 
che al suo conseglo non sona campane, 
lemagor alpe glenno tute piane 
edelarme may non si vide fyaccho. 
presso musone en posta a miso il bracho ''' 
menando sempre dintorao la mane, 
t Seraualle fregona e cauolano 
castello regengolo e formeniga 
e brasa porche quisti ebbe di plano. 
poy non si teme che fagiauio liga 
cum padoua fnrlani ni tedeschi 
augi '*' pero più uer nuy par che tresci. 



(■) In atto sopra la e BDUle è scritto 


, nnai 


. — (') Con questa 


H) cominciano le cuFta cLe fuioDo 




li tarli; qnl il dao 


1 è scompaiau la u di u«, u parte 


deirn 


di iflcfto... - (■) La 



ogginnta sopra dallo itosso amau. 




24f5 

269. 

([ Che gè fa nuy se dentro questa terra 
elecastella del nostro destretto, 
sono molti soldati go fi cretto 
apiedi et acauallo per far guerra, 
che douunque ^'^ meser kane disera 
solo cum dege sotto alpenon streto. 
gascun teme chel si arappi sul tetto 
etuti ne le fortege si serra. 

f Cusi reman signor de la campagna 
chel nonglardisse contrastar persona 
equanto eluol sua gente guadagna, 
ese ualor | senno | e fortuna bona 
come fina qui | per luy oprarano 
el sera re ditalia enangi un anno. 

270. 

([ Seo nidi may gouene corpo humano 
cum senno ualor | de uicio nemicho. 
eo me credea trouar culuy cheo diche 
auegna chel pensiey digo sia nano, 
perche uertu da se lo fa luntano 
si come auaro di bontà mendicho. 
che nelaltruy aduerso none amicho 
angi sei serue spera aman amano. 
f Sonetto eso che nulaltro meso 
a quel de cuy parlo mi fa besogna 
che udendoti sapra ben chig e deso 
e forsi che fra si ne aura uergogna 
possa liconta che più porto affanno 
del suo fallo 1 che di uerun mio danno. 



(1) Fra le sillabe estreme di questa parola, do e que, è una rasura, 
e sopra di essa in alto Nic. de' R. scrisse : uun. 



(p. 204) 271. 

C C[irjcu[iii]dede[nint] ''' me dogle di morte 
uegeudo questa citade si sema 
di ptrjouidenga chel par chonom tema 
pouer remeQO alopre scunge e torte 
e qnal se mostra più ualente e forte 
euluy più tosto di paura trema 
de che il nostro contado tuto crema <*i 
e gii nemici uengon su le porte. 
i Padoua non yi secorre ni segue 
ni anche il Re dale nache quel ciego 
che soda pace uè mise en tregue 
dunque Triuiso per merge ti prego 
recomandati ala glesia di Roma 
che quando uuole omni afrenato doma. 

272. 

4£ Cigno papa Qouanni nuy siammo 
amore e cortesia e piotate 
nel conspecto de la tua sanctitate 
che <■* tu qì secorri al nostro reclamo, 
entri canti Triuiso hedificamo 
ad honor de la soma trinitate 
cum dolge sangue e molta puntate 
secondo la natura che abiamino. 

t Ore che meser Kane da la scala. 
di vero senga lo perche ni come 
per sua forga par ehonni die lo asala 
poy padre serbati il dato nome 
e cum la forte uirga de iustìcia 
canpa gli opressi di tanta nequicia. 

(') Le lettere fra parentesi qandre sona acomparse per V opera 
tarli; dellti m pecb si velie ancorn l'asta oHinia. — (■) La r. iniziai 
rasura di mano d! Nio. de' R. - (") Lo prime due lettere ci, fui 
agB'nite un po' in foori da Nio, do' H, 




248 

273. 

([ Sei mondo se partisse per bontade 
o quanti sono richi cuy man chara 
segnore mio lopra ti fora cara 
per che tu uiui senga humanitade 
e non ti agrada fee ne lialtade 
ni seruir altruy se non per bombara. 
equel che pigia la tua mano auara 
en corbonar se pò dir che go cade. 

f De te presumi più che salamone 
ma pensati ben com ig eil contraro 
che enpouerito seresti un bricone 
eselauien chel te manchi el dinaro 
ouer che la fortuna se reuolga 
tu non troueray hom che ti ricolga. 

ip. 205) 274 (^ 

([ Ricordat[i] che tornaray en cenere 
corpo tristo fabricato de l[i]m[o]^") 
che neg[l]etisse lo [tu]o fator primo 
gloriandoti quando il poi [con]ten[e]re. 
b[...]h[...] siegui il stimolo de uenere 
occioso putessi più che fimo 
god[i] nel uicio neti plage nimo 
che lopre scunge ti ardisca reprenere. 

1i Dati non uiene altro che uil fega 
per glogli I regie | naso | eper la bocha 
omisero quel che tal naso apregga. 
questo ti ramenteo per che elmi tocha 
cusi me dige un dig penseri electi 
lalma lascolta epar che gli delecti. 



(*) Quest' ultima carta (pp. 205-206) è la più danneggiata dai tarli. 
Noi poniamo fra parentesi quadre le lettere che sono scomparse, conget- 
turando su quel po' che di esse è rimasto, e ci limitiamo a lasciare lo 
spazio bianco quando non potemmo indovinare. — (■) Della m però si 
vede solo 1' asta ultima. 



275. 

([ Omni meo milautar e^o cheo fyabbo 
dauer la constaucia del ^usto paolo, 
madonna nerti nomileua un kaolo 
tanto mi strenne il grand amor cheo tiabbo. 
scn^a casone | cheo non so tuo babbo 
ni figluolo i marito | cyo | o laolo. 
ma quel core che diquesto fn gaolo 
forssi noi tinira tosto per gabbo. 

f Che sento qa lo sospir sino al gotto 
epria chel spiri si conuerte en piombo 
che carga et enple lalma come botto 
di che per ^ascun osso | polpa | e lombo 
si sendicha lo rotro di la sol^e. 
non sei frncto sera amaro o dolge. 

27ii. 

Ì[ Per non usar era di poluer lordo 
lo core mio edi rumene sporcho. 
quando amor gli scrido aeo non torcho 
latua dnrega ben mi terrò gordo. 
epiglandolo quasi tute stordo 
taglolo per longo dicendo eo chorcho 
tego custey | e nel mego la jnforcho 
si che uer me più no ti mostri sordo 

ì Sego te displage reprendi glogli 
che uolfise pur mirar le belle gambe 
unde lor fructo ormay tu ladogli 
alora quel eluse le parte entrambe 
e rispose signor eo ti rigracio 
poy che distar cum ley pe[....] ''' me sacio. 



rimnnsona aolo due a 



250 



{p. 206) 211. 

([ f [u]s[e]l ue[ro] [cu]m ^'^ ig e busia 

la fama chebb[e] [el caua]lier ^"^ f[r]ancesco. 
che [t]ut[a] ytalia teria lo tedesco 

sólo en sua a[ ] [ ...] ^'^ se[g]n[oria]. 

[l]o [pjringe degli ugelli uiuiria 
di poco pasto col bisone [ades]co ^*^ 
[...]il ^*^ blancho cesno canteria più fresco 
senon quanto [...]iel ^"^ menan[...] ^'^ f[o]lia. 

t Ma pur eo spero encotal fole uane 
uulgo di popolo judicio diuino 
quel che non e ogi sera domane, 
e se morte mi fagesse endiuino 
donni mia ofesa me dpplaria paga 
sendomi en loco cheo tochas la plaga. 



(i) Le lettere poste fuori parentesi non rimangono però intere ; 
della / si vede solamente la parte superiore, della 8 la inferiore e della 
l la superiore ; quindi la prima asta della u e la curva in basso della e ; 
la m in fiue della parola cum rimane intera, e prima di essa si scorge 
ancora la seconda asta della u che la precede. — (>) L' aman. aveva 
scritto -ler; quindi aggiunse la i in alto. Delle sillabe che precedono 
questa, el caua-, ben poco rimane, per non dir quasi nulla. — (*) La 
prima parola, lavorando molto di fantasia, si potrebbe credere fosse 
almpia] ; segue quindi uno spazio bianco, dopo il quale una sillaba che 
può essere o de o fZo, cui sono cougiunti i resti di altre due o tre lettere 
del tutto irriconoscibili. — (*) Delle lettere fra parentesi qualche cosa si 
vede ancora, ma non molto : parte della a, della d successiva, e 1' asta 
inferiore della 8. — (^) E impossibile riconoscere la prima lettera : forse 
una e? — («) Fra parentesi vi doveva essere metà di una lettera ; V altra 
metà è rappresentata dall' asta che è fuori parentesi e precede la e : era 
forse una n? — (?) La seconda n, quella che precede immediatamente la 
parentesi, è rappresentata da una tilde posta sulla a ; delle lettere che 
seguono dopo, la prima parrebbe una d, ma quel che di essa rimane non 
è sufB.cente per assicurarlo; quindi, secondo si può arguire, doveva se- 
guire un* altra lettera ancora, o al più due. 



^51 

278. 

([ Sempre che la bella gola ^'^ se sflibba 
amore lo meo core pone en deposito, 
appo ley che tanto uè reposito 
fin che ladorna uesta se reflibba. 
di che langossa gamay nome libba 
pero cheo tormento stando seposito. 
poy seo lurto dig ogli uiene oposito 
non mi ual scudo ni langa cum schibba 

f Chel colpo non senda dentro nel polmo 
per la forga del dardo che se uibra 
undeo mitrouo di gran pena colmo, 
nemi romane unga di carne o libra 
che rotta no si pesti come peuere 
ma pur conuienme tal calice beuere. 

279. 

([ Al cor mi diedi laltrier grande impiglo 
quando sonno di toscana il falso eccho 
Se non che contemplando il claro splecho 
paruemi jnmaculato el gentil giglo 
alor posato dissi eo eo meraueglo 
come laquila sol batendo il becho 
tra soi subditi jnduga tanto grecho 
che fuor del buyo parano a consiglo. 

t Poy lo secondo die ouer lo tergo 
Si scoperse la luchana epidimia 
dil molto sangue chel suolo fee lergo 
unde ag fedeli fu leticia mannia 
da che [li]nsegne reali propinque 
meteno a morte chi uer lor delinque. 



-»-*-«• 



(») La parola gola fu aggiunta sopra da Nic. de' R. 



NOTA BENE 



Nella versionu latina della canzone di Bindo Boniclii « Tanto 
prudentia porta », alla pagina 18, penultima riga, non fu sciolta una 
abbreviazione: h = hoc. 






CORREZIONI 









al n 


.^ 20, 


n. 1 


— parantesi ( 


correggi 


parentesi ; 


» 


37, 


V. 26 


— le9or 


• » 


le9er ; 


» 


47, 


» 3 


— corte 


» 


corte; 


» 


103, 


» 10 


— in 


» 


in [sic]] 


» 


212, 


» 8 


uny 


» 


uny; 


» 


225, 


» 14 


— paga 


» 


papa ; 


» 


238, 


» 7 


- calor 


» 


talor ; 


» 


24G, 


» 9 


— entedime 


» 


entendime ; 


» 


251, 


» 13 


flette 


» 


flette ; 


» 


253, 


» 13 


frande 


» 


fraude. 






T. 



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APPENDICE 



t . 



LA LETTERA DI ISOTTA A TRISTANO 

IN ANTICO F^RANCE^SE: 

E UNA 

CANZONE PROVENZALE ADESPOTA 



■«.- 



Jll 



{p. 25, col. i.«)(^> 

Amis I Tristan chen tristece maues mis et 
in doleur | por cui gè trauail noit e gior | por 
cui gè mor | por cui gè ai perdu tote ioie e tote 
leice. por cui gè ai lasse moi meisrae | car gè nai 
raon cors ne moi ne rens dou monde ne ma 
talente | pois che gè ne uus ai en ma bàylie con 
gè uus soil auoir. Amis che mestes plus che laz 
che maues si fort en latie | che tret aues mon 
cuer apres uus | zusche en la petite Bertagne. 
Amis comentes fustes uus unches tels che uus 
laisastes. Yselte la roine por yselte las domoiselle 
I merueilose me semble ceste cange | chen leu 
de uotre amie si ueraie e si fine con uus lauez 
mantes foiz exprouie | metistes une che uus ne 
conoises Amis icestui cangement me fait morir 
e duol mener. Gen languis | Gen sospir. gen 
mandi ciaschun giors | plus de cent mille fois 



(!) A metà della seconda colonna della pagina antecedente (24) fi- 
nisce la storia troiana in latino, scritta, come la lettera di Isotta e la 
canzone provenzale che qui seguono, dal primo amanuense. 

17 



258 

Iure che gè imches fui nee. Quand gè mis mon 
cuer en leu o geaim et amai ne airaee ne sui. 
E quand gè record ceste cose et ai per^u uus 
mon maleur e ma destinee | a donck me prenz 
atant con ce plus est [ ce est a plorer et duel 
fere | E de ceste cose poez uus ueoir las sem- 
blances es mes litres | car gè sunt | esfaites in 
parties des mes lermes | che me cioent espissemant 
del gef gusche de sous li breuet | ne por chant 
icestui signe sei plaoit ades damor me douroit 
tant ualoir et aider uer uus | che uus deusies 
auoir merzi | de yselte la uotre amie de cor- 
noaille che uetre droite. Amis tristan mi cuer 
est tant carges des merueilos pensiers | des mer- 
ueiloses paroles | che la grand habondange ne 
me laise dire la centesme part de qe che uoil. 
La lengue si me faut a dire | les pooir si me faut 
au descriure | tant sui carge seulamant don pen- 
sier I che gè nen porroie descrourir la centesme 
part de ce che gè uoil. E quand uus ne poes 
sauoir I en quant pensies mon cuer est trauailles 
noit e giors. uus pri com a celui dou mond cui 
gè plus aim | come a celui cui gè me fi | come 
acelui che mest mort e uie | come a celui de cui 
atend | ( col. 2."' ) ioie e de nul autre | come a celui 
I a cui gè cri merci | plus de Cent mille fois | ases 
plus de cuer | che gè ne fais de lire, uus pri gè amis 
I as plors I as lermes | en plorant en murant | et 
en dolosant | de la plus destruite mort e dolo- 
reuse | dune Roine dolente e miserose chunches 
mes morist. Che chand uus mon brief | de mes pro- 
pries mains | che uus enuoil en leu de mon cors 
I aurons leu e releu | che uus i meton pene e 
trauaille { che uus ueignes en cornoaille | auisiter 
Yselte la dolente ne nazes doute dou Roi march 1 



char ben saces iieraie mani char gè de sì pres 
ne seres pars gardee j che noa ne fagons tant che 
nos parlaron en semble I amis uenez sans demo- 
ramant ne ne demores car se le demorer auint | 
au seur eoient liamant | che man uit la Raine 
Yselte lee amor de tristan. 



(p. 25, col. 3.") 

il US hom non nal nen doi esser prisaz satan 
con pot en ualor non enten. Chom deu ualoir 
second che sa rictaz che sa uidda noi fa mais 
aunimen | Mas chi ben noi auer ualor ualen aie 
in amor son cors e sa esperansa car amor fa hom 
rich et agradansa | e fall ade9 uiure adreicha- 
men ] e dona ioi e tol tot marimeu. 

([ Ges eu non teng pas per inamoraz | sei 
chab amor uai ab galiamen. E non ama nen deu 
esser amaz. hom che si dons prec de nul fallimen. 
Chamor non deu uolir per nul talen ren cha si 
dons tornas a desoransa | chamor non es mes 
choche in anza ] so che ama e uol benlialmen | 
mes chin cher al | le nom damor desmen. 

i[ Mas ges li pros el temps che nest passaz 
non cerchaua hom damor mes ioramen. Elias 
dompnas | en cui era biutaz non fason fai por 
rien disauenen. Donchs eran ellas et els ualen | 
ciaschun si uals entendiu a onransa 1 mas ar- 
{p. 26, col. 1.") uai pis cheat tornat in balanza | 
e gli araadors an autre intendemen | donden sort 
blasme e dans amanta ien. 



260 

([ Por chanche mi non sobret uolontaz | tan 
cheu uolgrez nul fais desauinen. Da la bella a 
cui me sui donaz | don nom me tengra | nul pla- 
xir per plaxen | Cha lei tomes a noi o auila- 
men j ni mi pogra | por rien dar alegranza | nuil 
faiz cha lei tornes a malestanza | Car fin aman 
deu uolir per un cen ] mais de si dons cha le 
suen in ausemen. 

([ Mas ar serrai per toz li plus blasmaz dels 
amadors por cest castiamen | E por celles ou re- 
gnant falsitaz 1 car an lor tort a so cheu lor 
repren. Mes parsoner est del mal eh il consen j e 
tot mal hom | a de tot ben pesanza | mal sauis 
deu gardar lo fol denranza ] et eu castig cil 
chamon falsamen | se tot alor ne pes a mi nest zen. 

r^ ([ Al Castelan fai deu tan donramen | chela 
in tul iors rien de priz e donranza | A nul del 
mon I e tan de meilloranza | chelest ieunes de 
iors e ueil de sen [ a cui plas maiz donar cha 
cel che pren. ^'^ 






(1) Restano bianche metà di questa prima colonna e tutta la se- 
conda. Alla pagina seguente {26) cominciano le rime italiane con la 
canzone di Nic. de' R. < Color di perla dolche mia salute >, scritta dal 
medesimo. 



INDICI 



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INDICE DEI RIMATORI 



1 
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Abbate [Miser lo] da Napoli 82, 83 

Albertino [Magistro] cirologo da treuiso 149 

Bartholombo de sano Angelo 99 

BlNDO BONICHI da SIENA 2, 33 

Butto messo da florenza 180-182 

Cbcho de frate Anzilieri da SIENA .... 74-77, 79, 118, 

119, 121, 127-132, 156, 165, 166, 195-202 

Cene da la chytarra da arezo 69-70 

Gino [Miser] da Pistoia .... 4-7, [8], 84, 101, 104, 105, "" 

124, 126, 153, 168, 159, 161, 164, 185, 186, 194, 204 
Dante adhighbrij da florenza .... 15-32, 78, 93, 126, 

157, 160, 162, 163, 168-172 

Fabruzo de perosa 81 

Fino [Meser] de meser benencasa da rezio .... 89 
Folgore da sant gEMiNiANO 13, 41, 44-58, 86, 137-144, 174-176 •- 

Francesco [Meser] da barbarino 39, 39bis, 191 

Granfione tolomei da Siena 98 

gualpertino de miser mon florito da c0derta . 145, 146 

guergo db montesanti 160, 151 

GuBZOLO [Miser] auocato da TarT 189 

Guido caualcanti 92, 103, 156, 193 

Guido [Miser] de Guinicello 3 

Guido [Meser] nouello da polenta 100 

guiliblmotus db oltranto 40 



» .. 



.' 



264 

GuiTONB [Fra] da RE<?go 87, 8Ó, 9Ó, 1^ 

HoNBSTO [Miser] da bolognia 87, 91, 106, 173- 

Jacopo [Notar] da lbntino 96 

Jacopo MosTAggo 94 

Lapo [Sbr] ^anni da florbnza 123 

Manubl (?udbo da gobio 43, 203 

Mbnbgbllo 190 

Meo db bugno da Pistoia 178 

Mbuzzo tolomei db Siena 88 

Monaldo [Mesbr] daquino 71-73 

Musa da siena 97 

Mugnonb di faitinelu da lucha ... 42, 107, 109, 110, 

112-117, 177, 183, 184, 187, 188 
Nicolo [Mbser] pleuano Quirino, o quirini, o db ca 

QUIRINO, da uenesia 36, 102, 147, 148, 162, 167, 179 
Nicolo [Messer] de rossi da treuisi . 1, 12, 34, 35, 206-279 

Parlantino da florbnza 154 

Paulo lafranchi da Pistoia 85, 133-136, 192 

Pbtro da la uigna 95 

PiLizARO di bolognia 122 

Stefano protonotaro da mbsina 14 

ZoANNE [Maestro] db bonandrea 9 

(?ONTINO LANFREDI DI LUCHA 108, 111 

EIME adespote 10, 11, ^ 



INDICE DELLE RIME 



o 



121 



A. cosa fata pa no ual pentere N. 

Aglaltri mali de la nostra terra » 207 

Ay cosa fera piena di oscuritate » 180 

Ai faus ris por coi trahi mauez » 10 

Ala bregata nobelle et cortese » 45 

A la domane al parer del zomo » 144 

Al cor gientil repadrìa sempre amore > 3 

Al cor mi diedi laltrier grande impiglo » 279 

Alexandro lasso la segnoria » 182 

Al meo parer non e chen pisa porti » 105 

Al poco giorno et al gran cierchio dombra . . . . > 24 

Al tempo de moyses e più enanci » 252 

Amico caro no fiorisse onne erba » 44 

Amico meo da cui luntano porto > 179 

Amor che moni toa uertu dal cielo » 29 

Amor che nella mente me ragiona > 28 

Amor da che conuen pur chio me doglia > 19 

Amore e in spirito che ancide > 164 

Amor el cor pentii sono una cosa > 171 

Amor eo chero mia donna en domino > 123 

Amor e un desio che uen da core » 96 

Amor quando sopra ma presti larco » 205 

Amor se eo falisse rasonando > 36 



266 

Amor tanto ine stringe gentil donila .*.... N.® 2lB 

Amor tu nidi ben che questa donna » 20 

Asay me piacerla > 14 

Atomo la mente combate forte » 218 

A uano sgardo e falsi sembianti > 125 

Avegna che del maggia più per tempo » 4 

JDabo bichina amor e mia madre > 128 

Oaualcando laltrieri per vn camino » 168 

Che 9e fa nuy se dentro questa terra > 269 

Chi a falsi sembianti il cor arischa > 204 

Chi di^e del suo padre altro chonore » 19.8 

Chi non sente damor o tanto o quanto » 196 

Chuncha da la glesia se disparte ' . . . » 219 

Circumdederunt me dogle di morte » 271 

Claro splendor ne la mente mi sende » 234 

Color di perla dol9e mia salute » 1 

Come crederete uuy che se punisca > 154 

Cortesia cortesia cortesia clamo » 13 

Cossi nel mio parlar uoglio esser aspro » 18 

Credetti amor chesi mostrasse acerba » 266 

Cro9e digna mer9e chel non si aterre » 248 

Cuy deo adato sane le sue membra . ' » 217 

Cum laltre donne mia uista gabate » 162 

Cusi faceste uoi o guerra o pa9e » 174 

JL/a chel ti pia9e amor cheo returni » 35 

D agosto si ui do trenta castella » 53 

Da Juda en fora nesun si sagurato » 195 

Danti aligieri si so bon bigolardo ....;..» 132 

D aprile ui do la 9entil campagna » 49 

De cum serebe dol9e compagnia » 104 

De la rota son posti exempli asay » 85 



Denari t'aimO lomo comparere N/' 

De otobi'e nel conta olia bono stallo o 

De tutte cosi mi sento tornito » 

Di aprile ui do uita senza lagna h 

Di Augosto ui reposo en aire bella » 

Di decembre ui pongo en un pantano » 

Di febraio ui metto in valle gla^'^a » 

Digno papa poutum! nuy siammo , » 

Di luglo en sena su la saliaata * 

Di luglo uo che sia cotal brigata » 

Di niar^o si ui do una pischiera » 

Di marzo ui riposo en tal manera > 

Di masso si nido multi cauagli n 

Dime amore uorestu tornare > 

Di nouembre ui metto en un gran stagno .... » 

Di octoure ui conseglo senza fallo » 

Di Setembre ui do deletti tanti » 

Di setembre ui do poelli alq^uanti » 

Disio pur di nederla e aeo mapresso * 

Di zugno doni una montagneta > 

Di zugno siati in tal campagnetta. > 

Dolce desio che fape imacinare » 

Dolglia me recha nelo core ardire » 

Donna mia no uedestu culuy » 

Donna mi priega per chio uoglio dire » 

Donna peccunia posto cbe remiate » 

Donne ebaniti intellecto damore » 

Donzella blancha formosa e gentile » 

Dugento scudelin de diamanti » 

x!j di decembre una cita en plano » 

E di febraio ui dono bella la caccia » 

E di nouembre pretriuolo el bagno » 

El bascilisco alo spicco lucente » 

EI marti di li do un nouo mundo » 



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El mincressie demi si dura mente . 
El sabato dilecto et alegreza . . . 
En bona uerìta no me auiso . . . 
En rima greuf a fiar dir estrauolger 
Ensteso no mi conosco onom oda. . 
Eo caminay laltrer per uno bel plano 
Eo non ti lodo dio e non ti adoro . 
Eo no sconfesso morte comunale . . 
Eo o si tristo il cor di cose cento . 
Eo posso dire pezo de ti amore . . 
Eo so ben la cason perche non more 
Eo so si richo dela pouertate . . . 
Et ogni 90UÌ di tomiamento . . . 
Et onni uener di grand caza e forte 



N.< 



F 



lor de uertu sie zentil corazo 



VJrli ochi dolenti per pietà delcore . 
Gli spiriti eg deletti egli pensieri. . 
Gli spirti mei pieni di paura . . . 
Glogli che sono del cor mesa9eri . . 

Guay a chi nel tormento 

Guardando el basilisco uenenoso . . 
Guelfi per fare scudo de le reni . . 
Guido y uorrey che tu e lapo et yo 

l~lercules cimbro nesto eia minerua 
Homo che sa90 non a cor libero . . 
Homo falito plen di uan penseri . . 
Homo no prese ancor si sazamente . 
Homo smarito che pensoso uay . . 
Hom pò saper ben physica e natura 



i doto uoy nel mese de zenaio » 

Ig fioretti el herbeta fresca e uerde » 



2B 

143 

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158 

187 

46 
214 



269 

Il mazo uoglo che faciati en diagli N.° 63 

Il pessimo el crudel odio chio porto > 201 

Y mi confesso a te o segnor deo » 83 

In manus tuas domine comendo » 227 

Io me senti sueglar dentro lo core » 170 

Increata uertu eo non contendo ......... 240 

Io non descriuo in altra guisa amore » 39 

Io non so tanto guelfo ni crudele » 221 

Yo pensato di far un 9oello » 137 

Io sento si' damor la gran possan9a » 16 

Yo si poco de quel chio uerey . » 119 

Io son amore in noua forma tracto » 39l>is 

Io son uenuto al punto dela rota > 22 

Io ui dotto del mese de zenaio » 69 

Y sono inamorato ma no tanto » 76 

Lja bella donna che nel cor mi sede > 267 

La bella donna chen uertu damore » 101 

La despietata mente che pur mira . » 21 

La femena che del tempo pupilla » 233 

Lalta uertu che si ritrasse al cielo » 6 

Laltrer dormendo ami se uenne amore » 134 

Laltrer pensandomi ema9inay » 136 

Lamaro lagremar che uuy fa9esti » 93 

Lanema eia mente eg spirti mey > 261 

Lanema plan9e per suspir molti > 237 

La somma uertu damor a cuy piaque » 34 

La spietata ma conduto al 90UÌ » 106 

Lassar uo lo trouare de bichina » 127 

Lassome ig spiriti mey cheran fu9Ìti » 212 

Le dolce rime damor chi solca » 25 

Le fauole compar chom di9e tante » 98 

Li mei foli ogli che prima guardare » 156 

Lo core clama ig spirriti e crida ,,,,....» 259 






270 

Lorgoglio e la superbia chen uuy regna N.*^ 148 

Lorgoglo e la superbia poco regna » 116 

__i^^Ladonna la uostra beltà enfolio » 193 

/ Marauegla che gli segnori uisconti » 220 

Meglo so catiue9ar en su un letto » 165 

Melenconia merze che uai chirando » 89 

Metiamo el parentato da un lato » 146 

Monna furia e monna uiolenza » 243 

Morte che uoy che stay più en penseri ....".» 260 

Morte doglosa ohe non uien di botto ...... » 111 

Mort^ teribel uilana e soperba » 242 

iNe la man nostre zentil dona mia » 160 

Nel mondo stando doue nulla dura » 181 

Nel tempo che era ytalia tutta doro » 232 

Nobel exemplo e quel de lom saluazo » 82 

Non doe cessare lomo en sua uita » 236 

None largeza penso ne la mente » 88 

Non se re99e questa nostra citade » 206 

Non sperii pigro Ee di karlo herede > 109 

No so se merce che mo uene meno » 91 

Noni meraueglate seo sospiro » 167 

V«y fusel nero cum ig e busia » 277 

Ogni meo fatto per contrario fa990 » 192 

Oyme daraor che me dÌ9e si reo » 199 

Oyme lasso quelle trec9e bionde » 7 

Oy terra che eri de delicie archa » 249 

Oltra la spera che più larga 9Ìra » 163 

Omni meo milantar e90 cheo fyabbo » 275 

Omni mercore di coredo grande > 140 

morte dela uita priuatrice » 8 

padre meo pognam che me ca9assi » 145 



271 

Opra diabolica efallo mortalo N.^ 265 

Ora che amor del tutto ma lassato » 30 

Or fuseo el grande tartaro ouer soldano » 150 

O salue sancta ostia sacrata » 40 

O tu che non temi cosa ueruna > 215 

O uero deo che glomini ùniuersi > 239 

90uanni apostolico benegno » 225 

Jr ensando lo dolore chauer solia » 149 

Per chom ti mostri bel pla9er o rida » 188 

Per non usar era di poluer lordo » 276 

Pero chamore no se pò uedere » 95 

Per si grant suma o pegnata le risa » 74 

Pietate a cuy spesso me comando » 251 

Poy chel cor mi remase sen9a afanno » 244 

Poi rotti sete a scoglo presso a riua » 117 

Vj^uale senza denari enamorato > 131 

Qual son le cose nostre cheo uè tolgo » 153 

Qualunque ben si fa naturalmente » 197 

Qualunque hom uol purgar le so pecata » 200 

Quando la luna e la stella diana » 138 

Quando la uogla segnore9a tanto » 86 

Qvando porro io dir dolce mio dio » 5 

Quanto fra me più penso eo ne so meno » 238 

Quel che per lo canal perde la mescola » 173 

Quella crudel stason cha zudicare » 87 

Questa gnuda damore eo amantay » 223 

Questa lizadra donna che eo sento » 161 



X\icordati che tornaray en cenere » 



274 



Oalcun uolesse la cason sauere » 151 

Scal9a spernata a modo dun ribaldo » 254 

Scender damonte mirabel altec9a » 9 



■ >. 



272 

Sconossuto a modo di pelegrino N.*' 229 

Se con9eduto me fosse da zoue » 84 

Se eo auesse tanta continenza » 216 

Segnor eo so culay che uidi amore » 1B9 

Segnor guardatine da meser kane » 268 

Sei mondo se partisse per bontade » 273 

Se lomo in perpetuo stesse uiuo » 241 

Sei uiso mio ala terra se dina » 157 

Sempre che la bella gola se sflibba » 278 

Senno e ualor uediam da nuy diviso » 255 

Senno no ual a cui fortuna e contra » 155 

Se non si moue donni parte amore » 194 

Seo auesse un mozo de fiorini » 130 

Seo uezo en luca bella mio retorno > 116 

Seo uidi may 90uene corpo humano p 270 

Se quel chen prima la soma potenza » 122 

Se questa 9entil donna ui saluta » 185 

Seruo dig serui de cristo 90uanni » 222 

Se sant petro e sant paulo daluna parte » 203 

Se si combate el meo cor se fida » 113 

Sete uertute nel mondo si uede » 190 

Setu Dante oy anima beata » 262 

Se tu pensy che deo ta dato exentia » 253 

Si fose foco arderei 1 mondo » 75 

Si mi castro perchio no sia castrone » 110 

Sol cor de bichina fosse diamante » 129 

Solici tando un poco meo sauere » 94 

Sol per poder uiuere pena senti » 211 

Soneto mio anicholo di nisi » 68 

Soneto mio pò chi no trouo messo » 77 

Stando lo baldoyn entro un prato » 79 

i anto a uertu 9ascun quanto intellecto » 100 

Tanto placente esser e coglosa » 228 

Tanto prudentia porta » 2 



273 

Tempo uen che sale e che sendere N.° 120 

Testo dun herba cha nom 9entiliiia > 191 

Tre donne intorno al cuor me son uenute .... » 17 

Tremano ig spiriti mey di paora » 263 

Tri gerarchie credemo che asista » 247 

Tuto il tempo del mondo me auenuto > 178 

Tutor seo ueglo o dormo » 37 

Tutti li mei pensier parlano damore » 172 

Unde mi dee uenir 90chi e solaci . » 183 

Vn dinaro non che fare cottardita » 166 

Vn di si uene a mi melanconia » 78 

Vn nobele 9entil yma9inare > 133 

Vn oseletto che canta damore » 71 

Vn penserò armato e ben fornito » 260 

Vn spirito e 9unto enanti al core » 147 

Vn spirto per mesazo me ap parlo » 210 

V eder mi par 9a quel da la fa^uola > 114 

Veder potesti quando uin scontray *» 103 

Vengono tra gli spirti mey più uolte » 258 

Vento alenante e di meridiana » 108 

Ver lo meo cor lanima sirasona » 257 

TJertu chel ciel monisti a si bel punto » 32 

Voi 9ite molto arditi a far la mostra » 177 

Vui che per semiglan9a amati cani » 124 

Vuy che portati la semblan9a humile » 169 

Vui chintendendo il ter9o ciel monete » 27 

v^a padre santo crede bene e sente » 246 

^a per minaze guerra non se uen9e » 112 

gentil desyro mi uene nel core » 226 

gentil padre se tu temporalmente » 235 

^uene caualier de seno antiche >» 256 

^uene donna dentro al cor mi sede » 12 



18 



■ ■ . J ■ *- 



INDICE DEL VOLUME 



Prefazione p. v 

Il canzoniere vat.-barb.-lat. 3953 » 1 

Appendice » 266 

Indici » 261 



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