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Full text of "I trovatori d'Italia : biografie, testi, traduzioni, note"

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in 2011 with funding from 

University of Toronto 



http://www.archive.org/details/itrovatoriditalOObert 



GIULIO BERTONI 



I Trovatori d'Italia 



(Biografie, testi, traduzioni, note) 



Con 14 illustrazioni e 2 tavole fuori testo 




MODENA 

EDITORE Cav. UMBERTO ORLANDINI 

Fotografia P. ORLANDINI & FIGLI 

1915 







Proprietà riservata 



MODENA - Stabilimento Tipografico Blondi & Parmeggiani 



Ad 

Alfred Jeanroy 

omaggio di devota amicizia 



PREFAZIONE 



PC 
33/0 

.1865 



PREFAZIONE 



Piccola e canora schiera dei trovatori italiani! Tu an- 
drai pel mondo col tuo patrimonio di rime, ed io ti seguirò 
trascinandomi miseramente dietro un pesante bagaglio di 
commenti, di traduzioni, di note. Cominciammo insieme il 
cammino, or sono più di tre lustri, e, via facendo, incon- 
trammo due nuovi poeti, che si aggiunsero a noi: Galega Pan- 
zana genovese e Girardo Cavallazzi di Novara. Ci imbattemmo 
poi in un ignoto, che ci disse con voce fioca per il lungo 
silenzio : io sono Tommaso fi conte di Savoia ; e trovammo 
un altro sconosciuto che si annunciò col nome di Oberto 
di B land rate. Erano ombre o persone? Quante volte ce lo 
chiedemmo durante la strada, altrettante un dubbio su questi 
due ci molestò, il dubbio d'essere vittime di una bella illu- 
sione. Altri poeti ci riservarono qualche gradita sorpresa : 
Sordello ci offerse alcuna sua nuova e piccola corona di 
versi; Percivalle Daria per ben due volte fé' sonare per 
noi la sua lira; Rambertino Buvalelli e Ferrarino da Fer- 
rara ci svelarono alcuni segreti sulla loro vita. Nuove rime 
ci offersero Lanfranco Cigola, Bonifacio Calvo ed altri tro- 
vatori. 

Nel lungo viaggio, o piccola e amica schiera di poeti, 
perseguimmo purtroppo insieme alcune vane larve, ci per- 
demmo talora dietro luci illusorie e sostammo altresì timo- 



— X — 

rosi per incerti sentieri. Ma ricominciammo poscia la strada, 
pavidi e pur fiduciosi, sgomenti ma non vinti, decisi ad 
ogni costo di toccare la meta. Voglia ora il fato, o 
gentile brigata, che al tuo appressarsi non accada ciò che 
avvenne una volta in un'antica corte italiana, allorché una 
piccola compagnia di giullari si annunziò vicina. Alme rie de 
Peguilhan alzò la sua voce infastidita e non si sa se i 
giullari cambiassero rotta. Noi non muteremo cammino, noi 
non ci fermeremo alla prima corte; e se avvenga, mentre 
avanziamo senza sospetto, che il viaggio ci procuri qualche 
cattivo incontro, si levi a difenderci il battagliero Sordello 
e il dolce e cosciente Lanfranco Cigala si tragga innanzi 
con tutti gli altri migliori trovatori d'Italia, marchesi, confi, 
podestà, uomini di legge e di spada. 

Vanne, adunque, mentre io ti seguirò da lungi, pic- 
cola e gentile brigata, verso cui mi sospinse un ardito e già 
lontanante sogno di giovinezza e da cui mi distacco con 
un rimpianto infinito ora che vedo il mio sogno pallida- 
mente riflesso in una meschina e nuda forma di realtà, 
entro i limiti brevi di questo povero libro. 

(Natale del 1914) 

G. B. 



I testi sono stati riveduti sui manoscritti. Per alcuni, mi sono valso di copie diligenti comu- 
nicatemi da qualche cortese studioso, che vivamente ringrazio. Cosi, debbo ad A. Jeanroy le copie 
di C e R per i testi nn. XI, XII e di C per il testo n. XLII. A. Langfors mi ha inviato la copia di 
CR per il n. Xlll, di T del n. XIX e St. Qlixelli mi ha procurato una copia esatta di CIKR del 
n. XXVI e di C I K M R del n. XXVII, oltre ad aver consultato per me, a più riprese, I K per i 
nn. Il, III. Le altre copie ho fatte e controllate io stesso sui mss. Per S, però, mi sono giovato di fo- 
tografie e per S" ho dovuto unicamente accontentarmi della stampa AtW Anuari dell'Istituto di 
studi catalani, I, 430 (n. VI). Ho dato anche le varianti grafiche dei mss., non soltanto per amore 
delia compiutezza, ma anche perchè sono convinto che talvolta lo studio della grafìa getti o possa 



— XI — 

t;ettar luce sulla storia interna del codice (vedasi a pp. 193-194). Di Sordello, i cui versi hanno 
s^ià avuto un'edizione critica, ho dato tre soli coiiiponinienli, fra i migliori; ma ho sottoposto gli 
altri suoi testi a un nuovo esame (p. 297 sgg.). Non ho ristampate neppure le rime del poeta di 
Qóito di recente scoperte, edite da me nel Oiorn. star. d. lett. ital., XXXVIIl, 269, ma le ho an- 
ch'esse novaniente studiate (p. 300). Lo scarso bagaglio poetico di Rambertino Buvalelli e di P. 
G. de Luserna mi ha permesso di dare in luce tutte le poesie di questi due trovatori rivedute e 
corrette. Ho largheggiato quanto ai testi di Lanfranco Cigala, ma non ho pubblicate tutte le rime 
per la ragione esposta a p. 95, n. 3. Ho sottomesso a nuovo controllo anche i componimenti di 
Bonifacio Calvo (p. 426) e di Bert. Zorzi (p, 456), dei quali ho trascelte le poesie più interessanti. 
Per la ricostruzione e in ispecie per la traduzione dei testi dei trovatori di Genova, ho tratto pro- 
fitto di alcune benevoli recensioni apparse quando diedi in luce un mio lavoro giovanile (/ Trova- 
tori minori di Genova, in Giorn. stor. d. lett. itul., XXXVl, 1 e poscia nella « Gesellschaft f. roman. 
Literatur >, III, Dresden, 1903) e dovute a V. Crescini (Giorn. stor. cit., XLII, 331), ad A. Jeanroy 
{Annales dii Midi, XIII, 86; Romania, XXXIII, 610), a C. De Lollis (Studi di filol. rom.. Vili, 
429), a 0. Schultz-Gora (Zeitschr. f. roman. Pini., XXV, 121) e al compianto dr. Dejeanne (An- 
nales du Midi, XVll, 266). Ho indicate, a loro luogo, le proposte fatte da questi studiosi nei loro 
utili resoconti. Gli altri nuovi emendamenti, in riguardo ad edizioni anteriori, e le altre nuove cor- 
rezioni e proposte ai molti testi, da me ricostruiti e pubblicati, mi appartengono tutte ed io ne 
sono e ne resto il solo responsabile. Le note sono talora assai sobrie, ma, ciò non ostante, mi lu- 
singo di non aver in esse trascurati fatti e fenomeni importanti della lingua e dello stile dei tro- 
vatori italiani. 



OPERE PIÙ SOVENTE CITATE 



[Diversi lavori importanti (monografie più o meno estese, edizioni di 
testi, notizie ecc.) riflettenti questo o quel punto del nostro soggetto, non 
sono ricordati nella lista seguente, la quale tien conto delle sole opere, a 
cui più spesso r indole del nostro studio ci ha richiamati. Ma il lettore ne 
troverà le citazioni, a loro luogo, nel presente volume. Alcune abbreviazioni, 
da noi adoperate per riviste ed opere di largo uso, saranno trasparenlissime 
per qualsiasi studioso e amico delle antiche letterature romanze]. 

Anglade, Les poésies de Peire Vidal (Classiques fran^ais du moyen àge publiés 

sous la direction de M, Roques, n. 11), Paris, 1913. 
Appel, Provenzalische Chrestomathie*, Leipzig, 1912. 

— Das Leben und die Lieder des Trobadors Peire Rogier, Berlin, 1882. 

— Provenzalische Inedita aiis Pariscr Handschriften (Altfranz. Bibliothek, 
13), Leipzig, 1892. 

— Poésies provencales inédites tirées des manuscrits d' Italie, in « Rev. des 
lang. romanes », S. IV, voli. IV (1890), IX (1896). 

Bartsch, Denkmaler der provenzalischen Literatur (Bibl. d. litt. Vereins, 39), 
Stuttgart, 1856. 

— Grundriss zar Geschichte der provenzalischen Literatur, Elberfeld, 1872. 

— Peire Vidals Lieder, Berlin 1857. 

— Koschwitz, Altprovenzalische Chrestomathie'°, Marburg, 1903. 
Bergert, Die von den Trobadors genannten oder gefeierten Damen (Beihefte zur 

Zeitschr. f. roman. Philologie, n. 46), Halle, 1913. 
Bertoni, / Trovatori minori di Genova (Gesellschaft f. roman. Literatur, III), 
Dresden, 1903. 

— // Canzoniere provenzale della Riccardiana, n. 2909 (Geselischaff f. roman. 
Lit., Vili), Dresden, 1905. 

— Rambertino Buvalelli (Gesellschaft f. roman. Lit., XVII), Dresden, 1908. 

— // Canzoniere provenzale della Bibl. Ambrosiana R. 71 sup. (Gesellschaft 
f. roman. Lit., XXVllI) Dresden, 1912. 

— Nuove rime di Bordello di Gotto, in « Giornale storico della letteratura 

italiana >, XXXVIII, 285. 

— // Canzoniere provenzale di Bernart Amoros (Collectanea friburgensia, 
Xi-XIl), Fribourg (Suisse), 1912. 

Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII u. XIII 
Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe, Halle a S., 1878. 



— XIV — 

Canello, Vita ed opere del trovatore Arnaldo Daniello, Halle, 1883. (Lavaud, 

Les poésies d' Arnaut Daniel. Réédition critique d'après Canello avec 

traduction frangaise et notes, Toulouse, 1910). 
Cavedoni, Delle accoglienze e degli onori ch'ebbero i trovatori italiani alla corte 

dei Marchesi d' Este nel sec. Xlli, in « Mem. della R. Accad. di Scienze, 

Lettere ed Arti di Modena», II (1858), 268 sgg. 
Chabaneau, Biographies des Troubadours, in « Histoire generale du Lan- 

guedoc », X, 209 sgg. 

— Noulet, Deux manuscrits provengaiis du XIV^ siede, Montpellier, 1888. 
COULET, Le troubadour Guilhem Montanhagol (Bibliothèque meridionale, I''"^ 

sèrie, T. IV), Toulouse, 1898. 
Crescini, Manualetto provenzale-, Verona-Padova, 1905. 
De Bartolomaeis, // sirventese di Aim. de Peguilhan « Li fol ^ ecc. in « Studi 

romanzi », Vili, 297 sgg. 

— Un sirventès historique d'Elias Coirei, in « Ann a les du Midi», XVI 
(1904). 

— Osservazioni sulle poesie provenzali relative a Federico II, estr. dalle 
«Memorie della R. Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, 
ci. di scienze morali », S. I, T. VI, 1911-1912. 

Dejeanne, Poésies complètes du troubadour Marcabru (Bibl. meridionale, I*''« 

serie, T. XII), Toulouse, 1909. 
De Lollis (e Pakscher), // Canzoniere provenzale A (Studj di filol. romanza. 

Ili), Roma, 1886. 

— // Canzoniere provenzale O, in « Atti della R. Accademia dei Lincei », 
Classe di Scienze morali, 1886, pp. 1-111. 

— Vita e poesie di Sordello di Golfo (Romanische Bibliothek, n. XI), 
Halle, 1896. 

DiEZ, Leben und Werke der Troubadours^, Leipzig, 1882. 

Gauchat E Kehrli, // Canzoniere provenzale H (Studj di filol. romanza, V), 
Roma, 1891. 

GuARNERio, Pietro Guglielmo di Luserna, Genova, 1896. 

JEANROY E Salverda De GRAVE, Poésies de Uc de Saint-Circ. (Bibl. meridio- 
nale I«re sèrie, T. XV), Tolouse, 1913, 

jEANROY, Les chanson de Guillaume IX. (Classiques franqais du moyen àge, 
n. IX), Paris, 1913. 

KOLSEN, Sàmtliche Lider des Trobadors Giraut von Bornelh, 1 Bd., Halle 1910. 

Levy, Guilhem Figueira, Diss. Berlin, 1880. 

— Der Troubadour Bertolome Zorzi, Halle, 1883. 

— Petit dictionnaire provengal frangais (Sammlung romanischer Elementar- 
und Handbiicher, MI Reihe, 2 Bd.), Heidelberg, 1909. 

— Altprovenzalisches Supplement-Wòrterbuch (I-VII), Leipzig, 1894-1914. 
Lewent, Das altprovenzalische Kreuzlied, Diss. Berlin, 1905. 

Mahn, Gedichte der Trobadors, 4 voli., Berlin, 1856-73. 

— Werke der Trobadors, 4 voli., Berlin, 1846-86. 

Maus, Peire Cardenals Strophenbau in seinem Verhdltnis zu dem anderer Tro- 
badors (in Ausg. und Abhandl. aus d. Gebiete der roman. Philologie, 
n. V), Marburg, 1884. 



- XV — 

Meyer, Recueil d'anciens tcxtcs hos-latins provengaiix et frangais, Paris, 1877, 
(1» e 2» parte). 

— Le roman de Flamenca, I, 2.^ ediz., Paris, 1901. 
MlSTRAL, Lou Tresor dou fclibrige, 2 voli., Ai.\-en-Provence, 1878. 

Monaci, Testi antichi provenzali, Roma, 1888. Le poesie dei trovatori italiani 

anche nella piccola serie di «Testi romanzi», Roma, n. 18. 
NOSTRADAAAUS, Les vics des plus célèbres et anciens poètes provcngaux, nuova 

ediz. a cura di Chabaneau e Angiade, Paris, 1913. 
Napolski, Leben iind Werke des Trob. Pons de Capduoill, Halle 1880. 
NiESTROY, Der Trobador Pistoleta. [Naudieth, Der Trobador Guillem Magrei], 

Beihefte zur Zeitschr. f. roman. Piiilologie, n. 52, Halle 1914. 
Ramasse occitanien cu ctioix de poésies originales des troubadours, Toulouse, 

1819. 
Pelaez, Bonifazio Calvo trovatore del sec. XIII, in « Giorn. stor. d. lett. ital. », 

XXViil, f. XXIX, 318. 

— // manoscritto provenzale e, in « Studi di filologia romanza », VII. 
Pleines, Hiat und FJision im Provenzalischen (Ausg. u. Abhandl. aus d. Gebiete 

der roman. Philologie, n. 50), Marburg, 1886 (cfr. Levy, in Literaturblatt 

f. germ. u. roman. Philologie, VII, 503). 
Rajna, Un frammento di un codice perduto di poesie provenzali, in « Studi di 

filol. romanza», V, 1 sgg. Roma, 1891. 
Raynouard, Choix des poésies originales des troubadours, 6 voli., Paris, 1816-21. 

— Lexique roman, 6 voli., Paris, 1838-44. 

Salverda de Grave, Le troubadour Bertran d'Alamanon (Bibl. meridionale, 
l"*^ sèrie, T. VII), Toulouse, 1902. 

SCHULTZ-GORA, Die Lebensverhàltnisse der italienischen Trobadors, in « Zeitschr. 
f. romanische Philologie», VII (1883), 177 sgg. Questo lavoro, che è l'o- 
pera di maggiore importanza che si abbia sulle biografie dei trovatori 
italiani, è citato da noi per Zeitschr., VII. Comparve, in forma piià breve, 
quale dissertazione di Berlino (cfr. Casini, in « Giorn. stor. d. lett. ital. », 
li, p. 395) prima di essere stampato nella rivista del Gròber. 

— Die provenzalischen Dichterinnen, Leipzig, 1888. 

— Le epistole del trovatore Rambaldo di Vaqueiras (Bibl. critica della lett. 
italiana, 23-24) trad. di G. Del Noce, Firenze, 1898. 

— Ein Sirventes von Guilhcm Figueira gegen Friedrich II, Halle, 1902. 
Selbach, Das Streitgedicht in der altprov. Lyrik (Ausg. u. Abhandl. aus d. 

Gebiete der roman. Philologie, n. 57), Marburg, 1886. 

SOLTAU, Die Werke des Trobadors Blacatz, in « Zeitschr. f. roman. Philol. », 
XXIII, 201 sgg.; XXIV, 33 sgg. 

Sprinoer, Das altprovenzalische Klagelied, Berlin, 1875. 

Stengel, Die provenzalische Blumenlese der Chigiana, Marburg, 1878. 

Stimming, Bertran de Born, scin Leben und scine Werke, Halle 1872 (2-'' edi- 
zione nella « Romanische Bibliothek », voi. Vili). 

Stoessel, Die Bilder und Vergleichc der altprov. Lyrik nach Form und Inhalt 
untersuchl, Diss. Marburg, 1886. 

Stronski, Le troubadour Elias de Barjols (Bibl. mérid. l'''' sèrie, T. X) Tou- 
louse, 1906. 

— Le troubadour Folquet de Marseille, Cracovie, 1910. 



— XVI — 

SUCHIER, DenkmcUer provenzulischer Literaiur und Sprache, 1, Halle, 1883. 
Thomas, Pocsies complètes de Bcrtran de Born (Bibl. meridionale, l"""'' sèrie, 

T. I.), Toulouse, 1888. 
ToBLER, Vermisclìte Beitrduc zur jranzusischen Grammatik, voli. l^-V, Leipzig, 

1902-1912. 
TORRACA, Le donne italiane nella poesia provenzale {?t\b\. critica della lett. ital., 

n. 39), Firenze, 1901. 

Studi su la lirica italiana del duecento, Bologna, 1902. 
WiTTHOEFT, « Sirventes joglaresc » (Ausg. u. Abhandl. cit., n. 88), Marburg, 1891. 
Zenker, Die Gediclìte des F. von Ronians (Romanische Bibliothek, n. XII) 

Halle, 1896. 
— Die Lieder Peires von Auvergne, Erlangen, 1900. 
Zingarelli, Intorno a due trovatori in Italia (Biblioteca critica della lett. ital., 

n. 30), Firenze, 1899. 

[Ricordo, infine, due edizioni di mss., sovente citate, nell' « Archiv fur 
das Studium der neueren Sprachen und Literaturen » : P. (XLIX, 53; 283; 
L, 241) e U (XXXV, 343)]. 



I 
Lirica Provenzale in Italia 



LIRICA PROVENZALE IN ITALIA 



Prima di accingermi a parlare dei trovatori italiani, stimo 
opportuno discorrere un poco della diffusione della lirica occitanica 
in Italia, a cavaliere dei secc. XII-XIII. Le corti settentrionali furono, 
per cosi dire, i centri della poesia provenzale fra noi. Nelle corti 
erano ospitati i trovatori e i giullari d'oltre le Alpi e dalle corti 
si diffondevano principalmente gli accenti della loro lirica disposati 
al suono dei loro strumenti. Scopo precipuo, al di là dell'espres- 
sione immediata del sentimento, era di procurare un raffinato go- 
dimento intellettuale ai Signori dell'alta Italia; ma questo scopo 
non fu certamente il solo. La lirica provenzale, pur non riuscendo 
a farsi comune fra il popolo e pur mantenendosi in una sua 
ristretta cerchia signorile, non fu soltanto uno spasso in Italia. 
Scesi pei valichi alpini, come per il colle di Tenda, i poeti di 
Provenza presero non di rado interessamento alle cose italiane; 
onde avvenne che talvolta, prima o dopo le lusinghe e le lodi per 
i loro protettori e per le loro graziose protettrici, erompessero in 
invettive fiere e solenni o in satire mordaci o in animosi commenti 
a questo o a quel fatto politico, a questo o a quell'avvenimento 
storico. Se i loro versi presentano un'importanza grande in questo 
secondo caso, non è da credere che non siano comunque notevoli 
anche nel primo; poiché appaiono spesso non iscevri di allusioni, 
di apprezzamenti e non di rado sinceri nella loro nota d'ammira- 
zione, direi quasi d' adulazione. Sono essi, insomma, per ogni 
conto, una voce dei tempi, che viene a noi rivestita delle melodie 
della rima e del ritmo. Ascoltiamola con attenzione e con rispetto ! 

Le principali corti italiane, che apersero le loro porte ai soprave- 
nienti poeti, sospinti dagli avvenimenti della patria e dal desiderio, 



_ 4 — 

forse, di portare il bel fiore della lirica laddove riusciva nuovo e 
gradito^), furono la corte dei Marchesi di Monferrato, dei Mala- 
spina e degli Estensi: ma altre minori corti vi furono, come quelle 
di Saluzzo e dei Da Rombano, che quasi gareggiarono con le mag- 
giori neir ospitare onorevolmente i nuovi girovaghi poeti. Abbrac- 
ciamo, come si vede, tutta l'Italia settentrionale e vedremo presto 
che avremo ragione di allargare ancora questi già larghi confini. 
Vedremo inoltre che, se grande fu il territorio percorso dai tro- 
vatori, l'influsso della lirica occitanica si fece, a sua volta, sentire 
anche al di là dell'estensione, diremo così, geografica dei domini 
segnati dalle visite dei poeti. 

All'alba del sec. XIII, troviamo già vive le relazioni della Corte 
di Savoia con i cantori provenzali. Ecco già nel 1219, o poco prima, 
— quando s'erano allacciate le trattative per il matrimonio di Rai- 
mondo Berengario con Beatrice, figlia di Tommaso I (1178-1233) e 
di Margherita (f 1257) — Elias de Barjols indirizzare a questi ultimi 
una lirica, che finiva con lodi non sconosciute al repertorio trova- 
dorico, ma non perciò prive di un notevole significato: «Canzone, 
« salutami la Contessa valente di Savoia, in cui è fino merito, e 
« il prode Marchese, e sappiagli ben dire ch'egli è il più gentile 
« che si miri in tutto il mondo ^) ». Era Elias, in quel torno, alla 
Corte di Provenza, e si capisce che, nell' imminenza degli sponsali, 
abbia pensato a rendere omaggio alla nobil casa, a cui apparteneva 
la sua nuova signora, con un componimento poetico. Questa era 
una delle migliori prove di devozione che un trovatore potesse 
dare, sicuro di muovere a gratitudine il cuore del principe elogiato. 



i) Bertoni, // Duecento, Milano, Vallardi, [1911], p. 1. Cap. I (e si consul- 
tino le note bibliografiche e critiche a questo primo capitolo). Le guerre e le 
discordie, a cui fu in preda la Francia meridionale, la crociata degli Albigesi 
e il rallentamento progressivo della simpatia dei signori verso una lirica, che 
aveva già toccato i suoi fastigi, furono le principali ragioni dell'esulare dei 
poeti oltre le Alpi (ed anche oltre i Pirenei). 

2) Stronski, Le troubadour Elias de Barjols, p. 24 (n. IX): 

Chanso, la Comtessa valen 
De Savoja, on fin[s] pretz es, 
Me saluda e"l prò Marques, 

E sapchas li ben dire 
Que*l genser es qu'en tot lo mon se mire. 

Il Conte di Savoja era « Comes Sabaudiae » ma « Marchio » in Italia. Le 
donne avevano il titolo unico di «Contesse». 



— 5 — 

Il matrimonio fra Beatrice e Raimondo avvenne sul finire del 1219 
nei primi mesi del 1220. Allora, Elias de Barjols, che aveva già 
cantato Garsenda^), si die a intrecciare corone di rime per la 
nuova padrona: « Iddio salvi Savoia e la sua terra — scriveva 
« egli — perchè ci rende onorati, che n'esce un fiore di tale sem- 
« bianza, che tutti ne attendiamo un degno frutto ». Intorno al 
medesimo tempo, o non molto dopo, un altro poeta occitanico 
compose versi per Beatrice divenuta ormai Beatrice di Provenza. 
Voglio dire Peire Bremon, detto Ricas Novas, di cui abbiamo una 
lirica amorosa {Ben es razos qu eii retraia) che si chiude con una 
chiara allusione alla figlia di Tommaso I: « Provenza, ben mi 
« aggrada che Savoia abbia messo in voi ogni bene con una 
« prode donna gaia"'') ». 

Arnaut Catalan celebrò pure in tre poesie la nostra Beatrice. 
Canta nell'una che, grazie ad essa, i Provenzali vivono, senza 
paragone, al di sopra degli altri per l'onore e il merito che ne 
hanno {Amors ricx fora)^): nella seconda (Anc per nuli temps) 
scrive, indulgendo a un vecchio motivo, che la Contessa di Provenza 



1) Si sa che Garsenda occupa un posto fra le poetesse provenzali. O. 
SCHULTZ-GORA, Die provenz. Dichtcrinnen, Leipzig, 1888, p. 9. Era entrata nella 
córte di Provenza nel 1193, impalmata in tale anno da Alfonso II. Non si sa 
sicuramente se fosse figlia di Guglielmo conte di Forcalquier o di Raniero di 
Sabran. Cfr. Bertoni, Un « pianto » inedito per la morte del Conte di Provenza, 
in Mise. Rajna (Firenze, 1911), p. 595. 

2) Questo componimento è attribuito in due mss. ad Arnaut Catalan: 

Proenza, bel m' es 

Car a mes 
Savoia en vos toz bes 
Ab pros dompna gaia. 

Nella stessa lirica è cantata la bella « Elienor », cioè la sorella di Al- 
fonso II (padre di Raimondo Berengario) sposa di Raimondo VI di Tolosa. 
Eleonora era d'origine reale (della casa d'Aragona), il che spiega il titolo di 
reina datole dal Barjols (Stronski, pag. 10): La valens reina mante — Elionors 
pretz ecc. Se questo testo del Barjols si trova in due codici attribuito a Ber- 
nart de Ventadorn, la ragione sarà che da alcun raccoglitore di queste poesie 
provenzali Eleonora fu scambiata con quella pii!i celebre nelle lettere, cantata 
dal grande trovatore limosino. 

^) Lezione del ms. C, e. 344: « Proensal an tan plazen — Dompna e tan 
« conoyssen — Qu'ilh vivon d' onor ab sen — Ses par e de pretz valen ». Il 
testo è conservato anche nel ms. E, e. 72^'. Quivi, la lezione è la seguente: 
« Proensals aun tan plazen — Dona(s) e tan conoisen — qu'il vivon d'onor 
« (e) de sen — Ses par e de pretz valen ». 



— 6 — 

è per maniere e per beltà senza uguale: « Prode Contessa di Pro- 
« venza, voi siete senza pari per gentile contegno, per bellezza, per 
« buone maniere e per intraprendere e finire fatti onorati ^) ». 

La terza poesia è per noi non meno interessante. Arnaut ci 
informa d'una sua storia d'amore. Venuto in Lombardia, egli ebbe 
l'ardire di amare una donna, che gli mostrava bei sembianti e 
compiacevasi dell'ammirazione del cantore provenzale. Questi ebbe 
la cattiva idea di farle conoscere la sua passione, contro le regole 
dell'amore cavalleresco, ed ella se ne mostrò offesa, onde il poeta 
si dolse in versi aggraziati : 

Lanqan vinc en Lombardia, 
Una bella donna pros 
Me dis, per sa cortezia, 
Mantz belis plazers amoros; 
Et aissi rigen iogan 
Dels belis semblanz qem fazia, 
leu, com fois, traissi'm enan 
Alqes plus qe no"m tainhia. 

[Quando venni in Lombardia, una bella donna prode mi disse, per sua 
cortesia, molte cose garbate e amorose; e cosi ridendo e piacevoleggiando 
pei bei sembianti che mi faceva, io, come folle, mi trassi innanzi alcun poca 
più che non mi conveniva]. 

Antan, qan vas leis venia. 

M'era sos belis cors ioios 

Dous e de bella paria 

E francs e de beli respos: 

E pos saup qe ses enian 

L' amava e la temia, 

Anc pueis no"m fes beli semblan 

Aissi con far lo'm solia 

[Prima, quando venivo a lei, dolce e gioiosa, essa mi era gentile, franca 
e di bella compagnia e di belle parole. E come seppe che l'amavo e la 
rispettavo sinceramente, non mi fece più bel sembiante quale mi soleva fare]. 

Questa curiosa lirica si chiude anch'essa con un'allusione a 
Beatrice: 

Proensal podon dir tan 
Qe la meilhor re qi sia 



1) Lezione di M, e. 183^: « Pros Comtessa de Proensa, — Vos iest ses 
par de gentil captenensa — E de beutat e de de gent acuilhir — E d'onratz. 
fatz comensar e fenir ». 



— 7 — 

Et ab mais de beutat an 
Et ab mais de seinhoriai). 

[I Provenzali possono dire di avere la miglior cosa che sia e con la mag- 
gior bellezza e signoria]. 

Beatrice aveva un fratello, il Conte Aimone di Savoia, che 
morì, pare, sul finire del terzo decennio del sec. XIII e che rice- 
vette anch'esso l'omaggio dei trovatori, sia in un componimento 
di Aimeric de Belenoi: 

Seigner N'Ainio, qand pes 
Cai vos etz ni qui es 
Lo segles, ieu no • i vei 
Nuill que tant gen l' espici 

(A, e. 1191^2) 

[Signor Aimone, quando penso chi voi siete e quale è il mondo, io non 
vedo nessuno che meglio di voi ne sappia profittare] 

sia in un'altra poesia (Niiills hom eii re no faill) che si disputano 
nei manoscritti Rambaldo di Vaqueiras, Peirol e lo stesso Aimeric 
de Belenoi e che a quest'ultimo, tutto sommato, mi par bene appar- 
tenga ■^). 

Non è mio proposito raccogliere tutti gli accenni che alla 
Corte di Savoia fecero gli antichi poeti provenzali^); ma non 
posso dimenticare due poeti, cioè Peire Raimon de Tolosa che 
cantò Tommaso I {Ab son gai pian e car): 



1) Ms. M, e. 188'. Nell'ultimo verso, il cod. ha veramente: Et ab mais de 
cort e seinhoria. Vi sono due sillabe di troppo. 

*) Aram destreing. C. De Lollis, Studj di fil. rom., Ili, 370. 

*) È l'opinione dello Schultz-Gora, Epistole del trovai. Ramb. di Va- 
quieras, trad. ital., Firenze, 1898, p. 23, il quale osserva che la contessa 
Beatrice, che vi è citata, non può essere, appunto perchè chiamata « con- 
tessa», Beatrice di Monferrato, ma bensì Beatrice di Provenza (1220-1245). 
Ho già avuto l'occasione di accettare la proposta dello Schultz-Gora in 
Giorn. stor. d. lett. Hai., XXXVllI, p. 145. « Aimone » è ricordato nella se- 
conda tornata, che manca in alcuni mss., come in A e Q. Trovasi essa, 
per lo meno, in S. Cfr. Mahn, Gedichfe, II, 896. Per i mss. provenzali e per 
le loro sigle, vedasi il cap. IV di questo volume. 

*) Rimando a una mia recensione in Giorn. stor. d. lett. ital., XXXVIIi, 
144-5, nella quale ho raccolto gli accenni a Beatrice, senza trascurare gli altri 
personaggi della corte. 



— 8 — 

Descors, vai al Conte valen 

De Savoia, qar sa valor[s] 

Meillora tot jorn e no men. 

Sos (ms. son) ric[s] prez vai mais del[s] meillor[s] * j 

[Discordo, va al Conte valente di Savoia, perchè il suo pregio migliora 
sempre e non mente (e non è soltanto apparente). I suoi meriti sono al di 
sopra dei migliori] 

e Pistoleta, che celebrò lo stesso signore {Mainta gen fatz mera- 
villar): 

Mas lo coms de Savoia m'a 
Per amie e tostemps m'aura, 
Car elh es savis e membraz 
Et ama prez et es amatz 
Et es de toz bos aybs complitz 2) 

[Ma il Conte di Savoia mi ha per amico e tale mi avrà sempre, perchè 
egli è saggio e assennato e ama il merito ed è amato ed è perfetto in fatto 
di buone qualità]. 

Parlerò più innanzi, in un capitoletto speciale, di Tommaso 11 
di Savoia, che va annoverato fra i poeti in lingua provenzale. Per 
ora, ci consenta il lettore di continuare il nostro cammino e di 
passare alla corte di Monferrato, non senza aver prima notato che 
Tommaso 11 par bene essere stato il solo principe della casa di 
Savoia, che abbia poetato in provenzale ^). In verità, il Chaba- 



1) Monaci, Testi ant. provenzali, Roma, 1889, col. 80. 
2 ) NiESTROY, Der Trobador Pistoleta, p. 56. 

3) Escludo con qualche peritanza Tommaso I, perchè nella Genealogia 
Comitum Snbaudiae, e. 66, forse non a torto, è vantato in un romanzesco 
racconto come cantatore; ma non vi si dice, però, che cantasse cose proprie. 
Benché romanzesco, il passo è interessante e merita d' essere riportato, perchè 
il linguaggio, che è dato dall'autore al Conte, è proprio quello cavalleresco. 
Vi si narra come Tommaso I s'innamorò della figlia del Conte di Ginevra, 

durante una festa: « Le Comte Thomas estoit biaus et jovenes, dansoit 

et chantoit mielx que nul aultre. Si prist par la main la fille [Beatrice] au 
Conte de Genève dansans et chantans longement ensembre et furent si 

amoureux 1' un de l'autre Il commencza a parler d'amours en disant : 

damoiselle, je suis espris de vostre amour que se de moi n'avez mercy, il 
me convendra morir. Faisiez-vous, Sire, dist la demoiselle, car se Mons.'' 
savoit ce que vous me dites, je seroye honnie. Lors, la pressa le conte 
Thomas de paroles amoureuses plus fort que devant, si que a la fin elle 
respondit: J' ameroye plus chier a morir, que faire ce dont vous me requerez. 
Mais se vous m'amez tant cherement comme vous dites, faites parler a 
Mons."" qu' il me donne a vous pour vostre espouse et je le seray volentiers. 



— 9 — 

neaii ^ vorrebbe annoverare fra i trovatori anche un Albertet de Sa- 
voia, di cui parlerebbe Uc de Lescura in un suo componimento con- 
servato in un solo manoscritto (cod. C). Ma non si tratta che di una 
congettura poco probabile perchè, in causa dell'asportazione di una 
vignetta del codice, alcune lettere della strofa, in cui è questione 
del nostro Albertet, sono andate perdute e non si legge che Al- 
bertet de sauo..z (la z è ancor visibile in parte ^)), onde tutto il 
verso può essere ricostruito cosi : 

Ni [n]' Albertet de sa voftjz a ben dir 3). 

Questo Albertet sarà probabilmente Albert o Albertet de Si- 
steron, che nei manoscritti provenzali trovasi talvolta indicato col 
solo nome (p. es. D, e. 174": Albertet, Atrestal voi faire de mi 
nwn amia. Bartsch, Grundriss 16,6). Così Albertet de Savoia rientra 
nell'oblio, nel quale nessuno forse lo disturberà piiJ '*). 

Nella corte di Monferrato troviamo un gruppo assai notevole 
di poeti occitanici, fra i quali si leva — fido amico del Marchese 
Bonifacio I — il celebre trovatore Rambaldo di Vaqueiras. Questi 
appare a fianco del suo signore non soltanto nella corte, ma anche 
in fatti d' arme. Lo accompagna nei suoi viaggi; gli presta persino 
aiuto in alcune sue imprese cavalleresche, come in quelle di Sal- 
dina de Mar e di Giacomina da Ventimiglia, di cui la prima fu 
data a certo Ponzet d' Aguilar, che si struggeva per lei, e la se- 
conda fu bravamente difesa dalla cupidigia dello zio, che le conten- 



< Voire, dist le conte Tliomas, et le me promettez vous? Oy, dist elle. Et 
je vous promez, dist il, que jamais n'arai anitre femme que vous ». Ho 
attinto al ms. 248 (sec. XV) della Bibl. delia Città di Berna. Sappiamo che 
tutto ciò è leggendario. Tommaso I, del resto, non sposò una Beatrice, ma 
una Margherita, figlia di Guglielmo 1 di Ginevra. Savio, / primi Conti di 
Savoia, Torino, 1887, p. 82. 

1) Chabaneau, Biogr., p. 127, n. 5. 

2) Chabaneau e Levy {Literat. f. germ. u. roman. Phil., Vili, 271) hanno 

letto soltanto de sauo ; ma Jeanroy, Poésies prov. inédites, estr. dalle 

Annales d. Midi, XVI, p. 35 [489] scrive che « le jambage » di -z è ancora 
visibile. 

3) La ricostruzione voltjz è dovuta allo Jeanroy, Op. cit., n. Vili. Per 
comodità dello studioso cito l'intero passo: fDJe mots ricos no tem Peirc 
Vidal, — Ni [n]' Albertet de sa voftjz a ben dir — Ni'n Perdigon de greii 
fsjonet bastir, ecc. 

*) Nel sec. XV, un signore di Savoia, Filippo, (1443-1498) compose una 
canzone in francese. Rassegna settiman., VI, col. 235. 



— 10 — 

deva r eredità. Di questi fatti di cavalleria Rambaldo discorre con 
compiacenza e con enfasi, in una sua epistola a Bonifacio '); mentre 
in altre due epistole (che, secondo alcuni, formano un solo compo- 
nimento epico con la precedente)^) indugia a raccontare le fatiche 
sostenute in Sicilia, quando a Messina ( 1 194) protesse con lo scudo 
il suo signore, e sopra tutto attraverso la Grecia, nel!' occasione 
della quarta crociata, che costò la vita al Marchese di Monferrato 
(1207). Alla celeberrima quarta crociata si riferiscono altresì tre 
liriche di Rambaldo: 1' una (Ara pot hom conoisser e proar) com- 
posta dopo che il Marchese ebbe presa la croce a Soissons (Agosto 
del 1201); l'altra scritta dopo l'instaurazione a Costantinopoli 
dell'impero latino {Non m' agrad' iverns ni pascors)^); la terza è 
un « consiglio » al nuovo imperatore di Costantinopoli ( Conseil 
don a r Eniperador), cioè Baldovino di Fiandra"*). 

Quale stima ed amicizia nutrisse il nostro poeta per Bonifacio I, 
appare da piìi passi, come, a ragion d' esempio, dal seguente (Ep. 1, 
98-103): « Alessandro vi lasciò l'arte di far doni, e Orlando e i do- 
« dici Pari vi lasciarono l'ardimento, e il prode Berardo l'arte di 
« corteggiare e la parola fiorita. Nella vostra corte stanno tutte le 
« cortesie, liberalità e donneggiare, bei vestiti, ricche armature, 
« trombe e giuochi e vivuole e canti ». 

Ma non minore deferenza ed ammirazione egli ebbe per la figlia 
del Marchese, Beatrice. Che il trovatore la celebrasse col « senhal » 
di Bel Cavalier, è cosa generalmente ammessa sulla fede della vita- 
rella provenzale, ma per questo non meno erronea ; che, a ben 
esaminare alcune tornate in cui ricorrono insieme, l'uno dopo l'altro, 
il « senhal » e il nome di Beatrice, si fa strada la convinzione che 
il Bel Cavalier sia stata un' altra donna, che non conosciamo e che 
forse non conosceremo mai^). Per Beatrice Rambaldo scrisse il suo 



') O. SCHULTZ-GoRA, Le epistole del trovatore Ramb. di Vaqueiras, pp. 55-57. 

2) R. Zenker, in Ut. Centralblatt, 23 die. 1193; H. Suchier in Deutsche 
Literaturzeitung, 1895, col. 140; Schultz-Gora, Ze//sc/?r. /. roman. Phil., XXI, 
205; V. Crescini, Ancora delle lettere di R. de Vaqueiras, Padova, 1899; ID., R. de 
Vaqueiras et le Marquis Boniface I de Montferrat, Toulouse, 1901 (estr. dalle 
Ann. du Midi XI, XII, XIII); Schultz-Gora, Zeitschr. /. rom. Phil., XXXIV, 
fase. 4. 

3) Crescini, Ancora delle leti, di R. d. Vaq. cit., p. 20 sgg. 

^) Crescini, Ramb. di Vaqueiras a Baldovino imperatore, in Atti d. R. Ist. 
Veneto di Se. Leti, ed Arti, T. LX (1900-1901), p. 871 sgg. Vedasi ora anelie 
Zenker e Lewent, in Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Lit., CXXV, fase. 4. 

5) Il merito di avere risolto questo problema spetta a N. Zingarelli, Bel 



— 11 — 

famoso Carros e la lodò in non meno di una dozzena di componi- 
menti; sicché possiam dire che sul finire del sec. XII e nei primissimi 
anni del duecento, la corte di Monferrato ebbe il suo vero poeta nel 
cavalleresco Rambaldo, cioè, in uno dei trovatori più ricchi di pregi e 
di valentia, morto, forse, oltre mare, nel 1207, nella stessa ardita batta- 
glia contro i Bulgari dove perde la vita il suo protettore ed amico. 
Accanto a Rambaldo, fra i cantori provenzali, che visitarono 
la corte di Bonifacio, deve essere ricordato, per la sua eccellenza 
nell' arte di trovare, Pietro Vidal. Alle lodi del quale per il nostro 
Marchese vanno aggiunte quelle di Gaucelm Faidit e di altri poeti, 
i cui componimenti sono stati indicati da O. Schultz-Gora ^). Pal- 
chetto di Romans, che fu ospitato pure alla corte di Monferrato, 
non esitò in un suo componimento, scritto fra il 1212 e il 1220, ad 
esaltare la liberalità e generosità di Bonifacio di fronte all' avarizia 
del figlio Guglielmo IV (1191-1225)^). Non ch'egli non facesse 
conto del nuovo Marchese, che riteneva « savi » e « cortes e de 
belha companhia » ; soltanto, questi meriti non bastavano punto ad 
eguagliare quelli del padre, la cui munificenza fu tale da indurre 
i trovatori a chiamarlo per antonomasia il « Marchese». Alla corte 
di Guglielmo IV fu il dolcissimo Peirol e fu Aimeric de Peguilhan, 
il quale non esitò a dargli il consiglio di andare « oltre mare » : 

Marques de Monferrat, vostr'ancessor 
Agrori lo pretz de Suri' e 1' onor, 
E vos, senher, vulhatz 1' aver aitai *) 

[Marchese di Monferrato, i vostri antecessori ebbero la signoria di Soria 
e il merito di averla conquistata; e voi, Signore, vogliate averlo altrettale] 



Cavalier e Beatrice di Monferrato, estr. dagli « Studj lett. e ling. dedicati a 
P. Raina ». Firenze, 1911. Cfr. Bertoni, Giorn. stor. d. lett. ital. LIX, 416. Si 
sa che si discusse assai intorno a Beatrice (Cerrato, in Giorn. stor. d. lett. 
ital., IV, 81), se fosse la figlia o la sorella di Bonifacio. Io propendo a rite- 
nerla la figlia. 

1) Le Epistole, cit., p. 148. 

2) Il componimento incomincia Una chanzo sirventes. I due termini crono- 
logici si desumono dall'appellativo di « reis » dato a Federico II (v. 34). Si 
sa che questi fu incoronato re il 9 Dicembre 1212 ed ottenne la corona di 
imperatore in Roma il 22 Novembre 1220. Zenker, Die Gedichte F. von Romans, 
Halle a. S., 1896, p. 16. 

3) Vedasi, su questi versi (che, fanno parte di una poesia in cui sono ri- 
cordati insieme il Papa Innocenzo ili, i re Filippo Augusto e Giovanni Senza 
Terra, gli imperatori, « cioè Ottone IV e Federico II », e Guglielmo Malaspina), 
C. Fabre, Le troub. Pons de Chaptueil, Le Puy, 1907, p. 19, n. 2. 



— 12 — 

consiglio, anzi esortazione, rivoltagli già prima dall' Oriente da Elias 
Cairel in un importante sirventese comparso sul finire del 1207 o 
sul principio dell' anno seguente, quando i Lombardi, scoraggiati, 
reiteravano al signore di Monferrato 1' invito di venire prontamente 
a soccorrerli, offrendogli l'impero, ch'era stato sognato dal padre: 

Lo regisme de Salonic 

Sens peireir' e ses manganel 

Pogratz aver e maynt caste! 

D' autres qu' ieu no mentali ni die. 

(Pus chai, vv. 33-36) i) 

[Il reame di Salonicco, senza macchina da lanciar pietre e senza mangano 
(senza battaglia) potreste avere e molti castelli che non ricordo né enumero]. 

Questa non fu la sola volta che Elias Cairel ebbe occasione 
di rivolgersi a Guglielmo. In altre poesie egli lo ricorda ^) e non 
gli risparmiò al momento opportuno istigazioni e consigli ^). 

Che diremo degli altri signori e signore di Monferrato? Squillò 
anche sul loro capo la poesia provenzale. Bonifacio II (1225-1253) 
succeduto al padre Guglielmo IV, fu ricordato da qualche trovatore 
occitanico in alcuni componimenti e fu severamente biasimato, come 
vedremo, da un trovatore italiano, Lanfranco Cigala. Demetrio, 
fratello di Guglielmo, figura in un componimento di Elias Cairel, 
e Beatrice II, sorella di Bonifacio II, ebbe 1' omaggio di Gauseran 
de S. Leidier, di Albertet de Sisteron, di Aimeric de Belenoi e, 
fors' anche, di Bertran d' Alamanon. 

Alla corte dei Malaspina siamo condotti da pili poeti. Intanto 
Rambaldo di Vaqueiras, se anche non dimorò propriamente (il che 
non si può escludere, date le usanze randagie dei trovatori in Italia) 
nella corte malaspiniana, è certo che ebbe rapporti frequenti con 
Alberto, trovatore italiano. Lasciando da banda qualche avventura, 
che il Marchese di Monferrato divise con Rambaldo contro il Mala- 
spina, resta sempre che durante un assalto in quel di Quarto, fra 



1) V. De Bartholomaeis, Un sirventès historique d' Elias Cairel, estr. dalle 
Ann. du Midi, XVI (1904). 

2) De Bartholomaeis, Un sirventès, cit. p. 27. 

3) Alludo al compon. Abril ni mai, che finisce così: « Al Marques man — 
« De cui es Monferratz — Ques tragu' enans ans que sia iogatz — E fas' oimais 
« de son pesonet fersa ». [Mando al Marchese, di cui è Monferrato, che si 
tragga innanzi prima di essere giocato e riesca oramai a far valere il poco 
che ha (letteralmente: a fare del suo pedone una regina; imagine ricavata dal 
giuoco degli scacchi)]. Lez. di D., e. ìld^. 



— 13 — 

Asti e Annone, Alberto, caduto da cavallo, fu sollevato da terra da 
Bonifacio stesso e dal nostro trovatore. Questi si piace a ricordarlo: 

Que ieu e vos levem gen del sablo 
N' Albert marques, qu' era ios de l'arso 

{Ep. Il, 11-12) 

[Che io e voi sollevammo gentilmente da terra il signor Alberto marchese 
che era giù dall'arcione] 

e noi possiam concedergli questa volta, credendogli sulla parola, 
quella fiducia, di che ci mostreremo un po' avari, piij lungi, discor- 
rendo del contenuto della sua tenzone con Alberto. Nel contrasto poi 
con la genovese, Rambaldo vien da questa mandato a « Ser Opetino » 
per farsi regalare, da povero giullare quale ancora era, un ronzino. 
« Opetino » è Obizzo II (1184-1190), fratello di Alberto ed io non 
vedo difficoltà ad ammettere che Rambaldo sia realmente stato alla 
sua corte, forse prima di recarsi a quella di Bonifacio I. 

Delle relazioni dèi Malaspina con i trovatori ha già parlato 
0. Schultz-Gora, sicché a noi poco resta da dire ^). Tuttavia ricor- 
deremo, lasciando stare per ora Alberto, del quale si parlerà più 
oltre in un capitoletto speciale, il Marchese Guglielmo (1194-1220)^) 
che fu cantato da Albertet de Sisteron, da Aimeric de Peguilhan, 
che ne pianse anche la morte, Ara par be que valors se desfai, e, 
fors' anche, da Palchetto di Romans ^). Corrado I fu celebrato da 
Peire Raimon di Tolosa, da Guilhem de la Tor, e da altri trovatori 
ancora. Le sue due figlie, Selvaggia e Beatrice, accolsero l'omaggio 
di Albertet de Sisteron, di Aimeric di Belenoi, di Guilhem de la 
Tor ^). Selvaggia fu celebrata inoltre da Uc de Saint- Circ. Non 
voglio abbandonare la corte dei Malaspina, senza richiamare 1' at- 



^) Epistole, cit. p. 163 sgg. Il componimento Honratz es hom per despendre, 
nel quale è questione di un « Morroel », non può appartenere a Giraut de 
Bornelh, come ha mostrato A. Kolsen in Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Ut. CXXIX, 
p. 467 (cfr. una mia nota in Rev. d. lang. rom., 1913, p. 249), sicché il Morroel 
può ben essere Moroello II. 

*) Il compon. Non es savis ni gaire ben apres, in cui è lodato Guglielmo, 
non appartiene, come parrebbe dall' attribuzione dei mss. Pe, a Giraut de 
Bornelh e forse neppure a Peire Vidal (ms. e). 

3) Non è possibile stabilire se l'allusione di Falquet (ediz. Zenker, III, 
46: Malespina, guerentia vos port ecc.) si riferisca a Guglielmo, ovvero a 
Corrado. 

*) In un nuovo componimento (un discordo) conservato dal ms. a (Bertoni, 
StudJ di filol. rom. Vili, p. 64 sgg. n. XVII). 



— 14 — 

tenzione del lettore e dello studioso sopra un fatto, che mi per- 
mette di aggiungere il nome di un trovatore già ricordato, Peire 
Raimon de Tolosa, a quelli dei poeti provenzali, che furono in rela- 
zione con Guglielmo (f 1220). Infatti il componimento Pos vei parer 
la fior del cantore tolosano è inviato proprio al nostro Malaspina. Ciò 
non appare dall'edizione del testo datane dal Raynouard {Cfioix, ili, 
122) né dalla lezione, che ne offrono, salvo uno, i manoscritti, ma 
risulta dal testo che se ne ha nel ms. D (e. 195''), nel quale, con 
evidente errore, il componimento è attribuito a Rambertino Buva- 
lelli. Gli ultimi versi, che non vi ha ragione di considerare come 
un'aggiunta, e che mancano negli altri codici, suonano in D così: 

la no'm tenrafn] fossat ni mur 

Que ma chanzon 
Non port al valen et al prò 
Guillem Malaspina q' es guitz 
De pretz, e' us no lo -ili contradiz. 

[Già non m' impediranno fossati né muri dal portare la mia canzone al va- 
lente e al prode Guglielmo Malaspina che è guida di virtij, che nessuno gliel 
contradice]. 

Vediamo così Peire Raimon accingersi a discendere in Italia 
prima del 1220. Ciò vale a spiegarci come egli abbia potuto entrare 
in relazione con Rambertino Buvalelli (f 1221)^), che cita {Ser 
Rambertis de Buvarel) nel suo componimento De fin' amor {Arch. 
XXXII, 400) e ci permette di congetturare che. dopo la morte di 
Guglielmo, egli si sia mantenuto in buoni rapporti con la corte dei 
Malaspina, poiché, come si disse, cantò Corrado I, di cui affermò 
qu' om lo deu Sobretotz apellar (Mahn, Werke, I, 137)^). 



1) Vedasi, più oltre, quanto alla data 1221, il paragrafo o capitoletto dedi- 
cato al Buvalelli (Cap. II, p. 51). 

2) La biogr. provenzale chiama Peire Raimon: lo vieil, il che può far cre- 
dere che sia esistito un altro trovatore dello stesso nome (Chabaneau, Biogr, 
p. 373). Io stesso, fondandomi su altra ragione (e cioè sulla denominazione di 
lo gros che si legge a un dato punto dei mss. D e K, mentre altrove questo lo 
gres manca nei medesimi manoscritti), ho creduto di dover accogliere questa 
opinione {Romania, XLII, 111); ma ora sono di diverso pensiero, poiché in 
uno dei componimenti che vanno in D sotto Peire Raimon lo gros, e precisa- 
mente nel testo Enguera- m vai si trova il « senhal » di Ereubut, « senhal », come 
si sa, usato da Peire Raimon (Noni pose suffrir, v. 2) per un poeta suo amico 
e forse giullare, a giudicare dai passi che gli si riferiscono. Notisi anche che, 
invece di lo gros, si legge le pros nel ms. della Naz. di Parigi f. fr. 12472 
(ms. Giraud), e. 60. 



— 15 — 

Alla corte di Saluzzo noi siamo portati sulle ali d' un violento 
sirventese scritto da Aimeric de Peguiihan quando soggiornava ap- 
punto presso i Malaspina intorno al 1220 (LifoI e'il put e'il filol) ^). 
Egli temeva che i giullari noiosi e maldicenti, che avevano invaso 
la corte saluzzese. si rovesciassero in quella dei Malaspina ed invi- 
tava, per ironia, il Marchese di Saluzzo, il giovanissimo Manfredo Ili, 
a tenersi un certo Percivalle, da non confondersi con Percivalle 
Doria, trovatore genovese, e un altro di cui tace il nome, ma fa co- 
noscere la patria, cioè Luserna: 

un autre tirador 

Qu' leu no vuelh dir de Luserna 2). 

11 pensiero ricorre a Peire Guilhem de Luserna; ma se ne ritrae 
dubbioso per l'indeterminatezza dell'allusione^). Altri nomi di giullari 
seguono poco dopo nel componimento di Aimeric: Incantarello, Ni- 
colet e infine Trufarello, probabilmente, a mio parere, un sopranome. 

Di poeti provenzali ben più importanti di questi ultimi citati, 
si rallegrò la corte degli Estensi. Valente fra tutti, vi fu Aimeric de 
Peguiihan, la cui devozione per Azzo VI può essere paragonata, se 
non eguagliata, a quella che Rambaldo di Vaqueiras nutrì per Bo- 
nifacio I di Monferrato. Per farsene un' idea, basterà ricordare al- 
cuni versi di un pianto di Aimeric in morte |del Marchese estense 
(f 1212). Anche astraendo dai soliti convenzionalismi e da certe 
locuzioni, per così dire, stereotipate, che passavano facilmente, per 
via d' imitazione, dall' uno all' altro di questi componimenti, resta 
sempre che la commozione del poeta appare sincera: ^) 



1) La data 1220 è quella proposta dal De Bartholomaeis // sirventese 
di Aimeric de Peguiihan « Li fot eil put eil filol » estr. da Studj romanzi, VII, 
p. 297 sgg. (di pp. 50). 

2) il De Bartholomaeis ha accettata la lezione tuador, anziché tirador dato 
dal maggior numero dei manoscritti e imposto dall' accordo di codici di diversa 
famiglia (ADIK da un lato e R dall'altro), ma, secondo me, ha avuto torto. 
Tirador deve significare « sfruttatore » come il tiradou del moderno proven- 
zale (Mistral). Vedasi ora: Jeanroy, Romania, XLI, 142. 

3) Il De Bartholomaeis vorrebbe ingegnosamente identificare Percivalle 
con certo « Bonifacius de Plozasco » detto nelle carte « Percevallus » e « quel 
da Luserna ' con certo « Guglielmo Billiator de Luxerna ». Confesso che non 
saprei prendere una decisione, perchè gli argomenti proposti non mi paiono 
convincenti. Lo stesso De Barth. li presenta, del resto, in via congetturale. 

*) 11 componirrento incomincia/a non cugei que' m pogues oblidar. il primo a 
studiarlo fu Giov. Galvani, Osservazioni sulla poesia dei trovatori, Modena, 1821 , 



— 16 — 

Humels als boiis et als mais d' orgoil(s) plens, 
E bos d' armas, adreichs en totas rens, 
E vertaders a son poder tuz temps. 

(D, e. 70'i). 

(Umile coi buoni e pieno di fierezza verso i cattivi, e valoroso in armi 
e diritto in tutte le cose e veritiero, quanto più potesse, in ogni momento]. 

In quel torno di tempo era morto anche il Conte Lodovico di 
S. Bonifacio ^), amico di Azzo VI, e Aimeric, accomunandone il 
ricordo a quello del Marchese estense, scriveva: 

Autre dol hai, que ni' es greu(s) a durar, 
Del gai Compte Verones qu' era flors 
De gran beutat e de tuz bens colors. 

(ms. D.). 

[Altro dolore ho, che mi è grave a sopportare, ed è del gentil Conte 
Veronese che era fiore di gran bellezza e rappresentante d'ogni bene]. 

Ma ritornava subito dopo al Marchese, per celebrarne nei re- 
stanti versi la liberalità, la munificenza, il valore, 1' assennatezza e 
tutte infine le virti!i del perfetto cavaliere e signore. 

Sui trovatori alla corte d' Este ha dissertato molti anni sono il 
Cavedoni ^), e la sua memoria riesce di non poca utilità ancor oggi, 
dopo che gli studi provenzali hanno fatto tanto cammino. Nelle linee 
che seguono, io mi limiterò a fare alcune osservazioni e aggiunte 
alla dissertazione cavedoniana. Ma prima dirò che i marchesi e le 
dame estensi, che meritarono la lode dei trovatori, furono, oltre il 



p. 55. Molti ne toccarono poscia. Per ultimo: Bertoni, // Duecento, Milano, 
1911, pp. 12 e 311. 

1) Pochi giorni passarono dalla morte dell' uno a quella dell'altro. Si 
legge nel Chronicon estense (nuova ediz., p. 8), che s' accorda in queste punto 
con gli Annales Sanciae Justinae : « MCCXIJ de mense novembris. Sicut placuit 
« ei qui auffert spiritum principum, Aqqo marchio estensis et comes Sancti 
« Bonifatii de hac luce in civitate Verone, sub paucorum dierum spatio sunt 
« subtracti. linde potuit congrue dici de ipsis: Gloriosi principes terre, quo- 
« niam in vita sua se dulciter dilexerunt, ita et in morte sunt minime sepa- 
« rati ». 

2) C. Cavedoni, Delle accoglienze e degli onori ch'ebbero i Trov. prov. 
alla Corte dei Marchesi d' Este, in Mem. della R. Accad. di Scienze Lettere ed 
Arti in Modena, T. II, pp. 268-312. Esiste sullo stesso argomento un opu- 
scolo del Sartori-Borotto ( Trovai, prov. alla Corte dei Marchesi in Este, Este, 
1889); ma esso altro non è che una ripetizione delle argomentazioni del Ca- 
vedoni. 



— 17 — 

citato Azzo VI, ricordato anche da Falquet de Romans: Beatrice 
d' Este, figlia di Azzo VI, celebrata dal Da Peguilhan e dal trova- 
tore bolognese Rambertino Buvalelli ; Azzo VII ( 1215-1264) cantato 
da Guilhem de la Tor, da Messonget, da Cavaire; Giovanna, sua 
moglie, lodata da Aimeric de Peguilhan e da Peire Guilhem de 
Luserna; Costanza, sua figlia, vantata da Raimondo Bistors d'Arles: 
« Chi vuol vedere un bel corpo e bene stante, e vuol vedere dove 
« il fino merito si è messo, e vuol vedere dove è fina beltà e vuol 
« vedere dove nasce e vive onore, e vuol vedere dove nasce gioia e 
« cortesia, e vuol vedere dove è valore e senno, venga a vedere 
« madonna Costanza ». 

Questi sono i principi e poeti ricordati dal Cavedoni, il quale 
non trascurò di studiare una curiosa figura di trovatore che sullo 
scorcio del sec. XIII fiori nella Corte estense: voglio dire Maestro 
Ferrarino da Ferrara, del quale parleremo a lungo piia innanzi nelle 
pagine dedicate ai trovatori italiani. Un componimento, che va ag- 
giunto a quelli segnalati dal Cavedoni, è costituito da una tenzone 
fra un « Aimeric », che non avrei difficoltà ad identificare col De 
Peguilhan e Guilhem Raimon (N' Aimeric qiie'us par d' aqiiest 
marqes?) ^). Si riferisce essa con molta probabilità ad Azzo VII, a 
proposito del quale i due poeti si domandano s' egli sarà altret- 
tanto generoso quanto suo padre o avaro come sua madre. Tale que- 
stione non potevasi sollevare che nei primi tempi dal governo di 
Azzo VII, quando ancora le sue attitudini e la sua indole non si 
erano chiaramente manifestate; onde il componimento se si riferisce 
proprio, com' io credo, ad Azzo e non ad Obizzo ^) potrà cadere 
intorno agli anni 1215-16. Un'altra tenzone, in cui si tocca d'un 
« marchese » che sarà Azzo VII, fu scambiata fra Sordello e Joannet 
d' Albusson {Digaiz mi s' es vers zo e' om bruì) ^). L' uno e l'altro 
poeta furono, per un tempo più o men lungo, presso i Marchesi 
estensi, la cui fama, come protettori dei trovatori, giunse a tanto 
che un copista arrivò persino a introdurre a torto nel componi- 
mento Drez e razos — il famoso componimento citato dal Petrarca 
nella canz. Lasso me — un « marques d' Est » (str. IV nella lez. 



1) Edita per ultimo dal De Bartholomaeis, in Studj romanzi, Vili, 335. 

2) Ad Azzo VII la attribuiamo il De Bartholomaeis ed io {Giorn. stor. d. 
lett. ital., XXXVI, 460, n.); mentre il Casini (Propugn. XVIII, 183) pensò ad 
Obizzo. 

3) Bertoni, Nuove rime di Sordello di Coito, in Giorn. stor. d. lett. ital., 
XXXVIII, p. 285; SCHULTZ-GORA, Ein Sirv. von. G. Fig. App. 1. 

2 



— 18 — 

data da K, e. 186'), che proprio rìon dovè passare neppure per la 
mente dell'autore Guilhem de Saint Leidier '). 

A Giovanna d' Este sono poi indirizzati tre brevi componimenti 
ignorati dal Cavedoni che sotto il titolo complessivo e inesatto di 
tengon si trovano nel ms. Q (Riccardiano 2909) e. 4''"" *). I versi 
sono molto corrotti, per effetto della poca dimestichezza che lo 
scriba italiano di Q aveva con la lingua provenzale ; ma con facili 
ritocchi si possono rendere intelligibili e corretti. Nel primo compo- 
nimento il poeta dice d'esser stato Galtrer, cioè L'alir'er, « l'altro 
jeri », a Calaone (dove gli Estensi avevano un castello, ora distrutto) 
e di avervi trovata una donna di pregio cantati placent non ui mais 
(corr. e' anc tant placent non vi mais « che anco tanto piacente 
non vidi mai »), il cui pregio era aisis enbeles foisons, cioè assis 
en belas faisons, come converrà emendare. Questa donna è Na lohana 
(ms. Na ioh'a), cioè Giovanna d' Este. Essa è celebrata vivacemente 
nel secondo componimento che par risultare di due parti distinte 
(mentre è dato nel manoscritto come una sola cobbola) ed è celebrata 
con versi, che hanno bisogno di alcuni ritocchi: 

Arnaldon, per na Ioha[nla 

Bai (corr. Val) mais Est e Trevisana 

E Lombardi(e)' e Toscana, 

Char segoni e' aule (corr. e' aug) al (corr. als) bons dire, 

111(1) es de pretg soverana (corr. soberana). 

[Arnaldo, grazie alla signora Giovanna, vale di più Este e Trevigi e Lom- 
bardia e Toscana, perchè, come odo dire ai buoni, ella è sovrana in fatto di virtù]. 

Nel terzo componimento è detto che chi vuole sapere novelle 
di cortesia, di valore, di pregio e di bellezza deve recarsi al castello 
di Calaone, dove troverà donna lohana ^). I tre componimenti paiono 
essere d'un solo autore, che non conosciamo e che si rivolge nei 
suoi versi a un « Arnaldon » (forse Arnaut Catalan, che fu sicu- 
ramente in Italia?). Conosciamo invece un altro poeta, che cantò 
Giovanna, e cioè Guilhem de la Tor, il quale le indirizzò il compo- 
nimento Canson ab gais motz plazenz ^). 



*) Bertoni, Postille del Bembo sul cod. prov. K, in Studj romanzi, I, p. 12. 

») Bertoni, Canz. prov. della Riccardiana, p. 8. 

3) Il Millot ebbe notizia di questi versi (III, 439), ma scambiò « Calaon » 
(Calaone nella prov. di Padova, distretto d' Este) con un chàfeau de Occasion, 
che non è mai esistito, salvo nella sua imaginazione. Giovanna e il castello di 
Calaone sono pur ricordati da Uc de Saint-Circ {Ses desir, str. VI). 

*) Il Cavedoni non cita questo testo, forse perchè nella lezione di D, e. 186<i 



— 19 — 

In due pianti, — e non solamente in quello ricordato — Aimeric 
de Peguiihan celebrò le virtù di Azzo VI. L'uno incomincia la non 
ciigei qiie'm pogiies oblidar ed è tutto un'esaltazione del Marchese 
d'Este, e l'altro S'ieii anc cìiantei alcgres nijauzens. In questi componi- 
menti, egli pianse anche la morte del Conte di S. Bonifacio, spentosi 
nel medesimo anno 1212, principe cavalleresco e cortese, protettore 
anch'esso dei poeti e della poesia. Ma piij. che nella corte di Ric- 
ciardo di S. Bonifacio (Coms de Verona, come lo chiamava, senza 
dirne il nome. Palchetto di Romans), la lirica occitanica risonò 
in quella dei Da Romano, nella quale visse quel celebre trovatore 
provenzale che fu Uc de Saint-Circ e nella quale fiorì un principe 
poeta, Alberico da Romano, fratello di Ezzelino e possessore di un 
manoscritto di poesie provenzali perduto, ma fortunatamente passato 
in copia (tutto, o in parte, ma probabilmente tutto intero) nella 
famosa silloge trovadorica estense (ms. D). Bordello che abbiam 
già trovato nella corte d'Este, presso Azzo VII, fece teatro delle 
sue gesta giovanili le corti dei Da Romano e dei S. Bonifacio, e con 
Sordello si trovarono certo colà altri poeti, poiché da una casa 
signorile all'altra passavano, quasi senza tregua, codesti randagi 
cantori, la cui voce era desiderata e, sotto un certo rispetto, anche 
temuta. 

Non molto dopo la cattura, seguita dalla morte, di Ezzelino 
(1259)^), deve essere stato composto un componimento anonimo, 
che incomincia Nuls hom non deu d' amie ni de segnor e che è 
indirizzato contro un « barone » italiano che non è punto nominato 2). 
Il poeta si limita a dire che altra volta egli 1' ha lodato ingiusta- 
mente, ma ora vuol coprire « la menzogna con la verità », dicendo 
di lui tutto il male che merita. II testo nell' unico manoscritto è molto 
corrotto, ma con alcuni emendamenti più o meno sicuri, come il 
lettore vedrà, qualcosa può ricavarsi: 



il nome di Na Ioana e male trascritto per aiona. Egli non dovè riconoscervi 
la moglie di Azzo VII. 

1) Quasi concordemente, i cronisti fissano al 27 settembre 1259 la celebre 
battaglia di Cassano, nella quale Ezzelino fu disfatto. Ma non si ha il mede- 
simo accordo circa la sua morte. Rimando, per la discussione dei passi dei 
cronisti, alla nuova ediz. del Chronicon estense, p. 37, n. 4 e ricordo che il Ci- 
polla, Ani. cron. Veronesi, \, 210 propone il \.° ottobre. Cfr. anche Jahresb. 
d. Geschicfitswiss., XiX, P. Ili, p. 8. 

-) Il testo è in P, e. 62'' e fu edito in Ardi. f. d. St. d. n. Spr. u. Ut., 
XXXIII, 310, diplomaticamente. L' edizione è esatta, come ho avuto modo di 
controllare. 



— 20 — 

Nuls hom non deu d' amie ni de segnor 
Dir mais de ben qe taing a sa valor, 
Car greu ten hom per lial lauzadori) 

Cel qe lausa falsamen; 

Per q' eu d' un baron mi pen 

Q' eu l'ai lausat per un cen 2). 

Car menzonza voill ab vertat cobrir 

El lauzat-fals 3) blasmarai ab ver dir 

Q' en lui blasmar sai q' eu non pues[c] mentir...'. 

[Nessuno deve lodare, più di quello che convenga al suo valore, amico- 
e signore, perchè difficilmente è considerato come sincero lodatore colui che 
elogia falsamente; ond' io mi pento di aver troppo lodato al di là dei suoi 
meriti un barone. 

E la menzogna voglio coprire con la verità e biasimerò con lealtà colui 
che ho lodato falsamente, che, biasimandolo, so che non posso mentire]. 

Il poeta discorre poscia (vv. 20-21) in un passo molto guasto, 
di un « marqes Palavisi » e del Marchese d' Este (Azzo VII) 

Ni-l marqes d' Est pois fon pres n' Icelis. 

Farmi che qui si tratti di Umberto Pallavicino, che sappiamo 
aver composto versi (forse in provenzale) perduti'^), quello stesso 
Pallavicino anche Pelavicino che agli 11 di Giugno 1259 si unì 
con Buoso da Dovara, Azzo VII d' Este, Lodovico di S. Bonifacio, 
conte di Verona, e i Comuni di Ferrara e Mantova per concludere 
un'alleanza a danno di Ezzelino (Icelis)-'). Questo patto segnò il 
tracollo definitivo della potenza del Da Romano. Il nostro compo- 
nimento è indirizzato al prò Marqes mori segnor ®) Frederic, Lai on 
iroban font li prò bon abric, cioè a Federigo Malaspina, fratello, a 
quanto pare, di Moroello II "). 



^) Ms. blasmador, che difficilmente si può conservare, dato il senso della 
strofa. 

2) Ms. en nun ten. La mia correzione {per un cen) parmi s'imponga. 

3) Ms. Qel ausutz fals. Passo corrotto. Intendo: » biasimerò colui che fu 
lodato falsamente (a torto) ». 

*) TORRACA , Studi sulla lirica italiana del Duecento, p. 151. 

5) Cipolla, Docum. per la storia delle relaz. diplom. fra Verona e Mantova 
nel sec. XIII, Milano, 1901, docc. 29, 30, 31, 32, 33, 34. 

6) Ms. segner. 

'^) Lo SCHULTZ-GORA, Le epistole del trovatore Ramb. di Vaqueiras, p. 161 
deve essere in errore, quando afferma che Federico Malaspina non ebbe « rela- 
zione veruna con i trovatori ». Questo Frederic, non può essere, parmi, che 
il Malaspina. 



— 21 — 

La lirica provenzale in Italia oltre i grandi protettori del Mon- 
ferrato, di Este e d' altre corti, celebrò dunque alcuni minori ma 
illustri e insigni signori come Umberto Pallavicino. Fra essi merita 
anche un ricordo Otto del Carretto, a cui si rivolse con questi versi 
Palchetto da Romans (ediz. Zenker, V, 63-68): 

N' Oth del Caret, lo cor 

Avez on prez no mor; 

Qu' ainch nulhz bars no renhet 

Plus franchamen, 
Ni gencheis no ondret 

Home valen, 
Per qu' leu am la vostra sensoria i). 

[Signor Otto del Carretto, il cuore avete rivolto là ove pregio non muore, 
che ancora nessun barone non si comportò mai con maggiore lealtà di voi 
né più gentilmente onorò uomo valente; ond' io amo la vostra signoria]. 

E Palais, in un suo componimento che incomincia Be' ni piai lo 
chantars e'I ris ed è conservato nel solo m. D (e. 197^"^') lasciò 
scritto (str. II): « Epperò, tutti i miei nemici non istimo nulla. 
Anche se sono fieri e orgogliosi, non li temo per niente; ma messer 
Otto del Carretto mi ha conquiso; egli, che è franco e prode e vuole 
acquistare buon pregio ». 

Mas mezer Ot m' a conqis 
Del Carret q' es francs e pros 
E voi bon prez e gazaigna "). 



') Questo componimento fu composto prima del 1228 (Schultz-Gora, 
Zeitschr., VII, 196, e Zenker, p. 22) e dopo l'incoronazione ad imperatore di 
Federico II (v. 45: A l'emperador man). Il v. ni gencheis no ondret è stato cor- 
retto da me (e confido che si farà buon viso a questa mia correzione), perchè 
non accontenta punto la lezione del ms. accettata dallo Zenker: ni genchers 
no obret. Altri aveva pensato a cambiare genchers in gencheis (Appel, Littera- 
lurblatt f. germ. u. roman. Philol. XVII, col. 168); ma nessuno ha toccato 
obret. Penso che nell'originale del copista si avesse odret, il cui soggetto è 
naturalmente nulhz bars. La lode che il poeta fa ad Otto è di sapere onorare, 
meglio d' ogni altro barone, gli uomini valenti. E adopera, con senso indefi- 
nito, il singolare. Cfr. Bertoni, in Giorn. stor. d. lett. ital., LXIV, 258. 

*) Il testo è stato edito da A. Restori, Palais, Cremona, 1892. Soltanto, 
egli ha stampato mas mezer Ot marqis. Egli s' è ben avveduto che il verso 
difettava d'una sillaba (vedasi una mia noticina nel Giorn. stor. d. lett. ital., 
LUI, 178-9), ma non è riuscito ad emendare il passo, che nel ms. è invece 
chiaro, quale risulta dalla mia lezione, poiché D ha, non già marqis, ma: 
magqis, cioè m' a conqis. 



— 22 — 

Questo Otto o Ottone del Carretto, se anche non raggiunse la 
rinomanza di molti protettori citati nelle pagine precedenti, ebbe 
non piccola parte in avvenimenti municipali dell' alta Italia. Nel 
1194 fu podestà di Genova e nel 1219 alleato dei Genovesi nella 
spedizione contro Ventimiglia ^). 

In numero non minore dei signori, parecchie donne italiane 
ebbero 1' omaggio dei poeti provenzali scesi in Italia e furono da 
questi cantate o ricordate: ma siffatti accenni, talora fuggevoli, sono 
meno importanti. Per esse 1' arte trobadorica trovò fiori assai gen- 
tili e ricercò dolci espressioni di lode e di lusinga. È nota ormai 
a tutti la tenerezza, fatta di ammirazione e di simpatia, che nutrì 
Aimeric de Peguilhan per Beatrice d' Este, e ognun conosce gli 
omaggi resi a Beatrice di Monferrato da Rambaldo di Vaqueiras. 

Altre donne italiane (e non citerò che le principali)^) cantate 
dai trovatori scesi in Italia furono Selvaggia e Beatrice Malaspina, 
Agnesina di Saluzzo, Donella di Brescia, Adelaide di Viadana, e 
sua sorella Beatrice di Mangone, Emilia di Ravenna sposa di Pietro 
Traversari; « Contesso » o Contessina del Carretto, Cubitosa 
d' Este, sposa di Isnardo Malaspina, e molte altre. Quattro liriche, 
ormai celebri, si hanno nella poesia provenzale dedicate, si può dire, 
alle donne italiane: il carros di Rambaldo di Vaqueiras, la Treva 
di Guilhem de la Tor, un componimento di Albertet de Sisteron (En 
amor trob) e una risposta di Aimeric de Belenoi {Tant es d'amor) 
ad Albertet^). 

Queste furono le principali corti italiane, in cui risonarono gli 
accenti della musa occitanica; questi furono i piij importanti signori 
italiani e le pii^i insigni donne che poterono rallegrarsi dell'ambita lode 
dei poeti provenzali. Se sull'ali del pensiero, noi ci trasportiamo entro 
alcuna di queste corti e attendiamo che sian « messe » le tavole. 



1) Di altri protettori italiani si parlerà nel cap. 11 di questo volume, a 
proposito di questo o quel trovatore italiano. 

2) F. TORRACA, Le donne italiane nella poesia provenzale, Firenze, 1901. 
(n. 39 « della Bibl. crit. della lett. italiana »). Ne ho data la lista alfabetica 
nel Giorn. stor. d. lett. ital., XXXVIII, 142 sgg. Il soggetto è stato poi trattato 
in un' opera di F. Berqert, Die von den Trobadors gennanten oder gefeierten 
Damen, n. 46 dei « Beihefte » della Zeitschr. /. roman. Philologie, Halle, 1913. 
Una sezione di questo volume è dedicata alle donne italiane. 

2) Una ristampa critica in un sol corpo di questi preziosi testi, con una 
illustrazione di essi, sarebbe desiderata, tanto più che non si ha che un' edizione 
provvisoria delle due poesie di Albertet e di Aimeric. Cfr. Giorn. stor. d. lett, 
ital., XXXVIII, 141. 



— 23 — 

che gli scalchi abbiano tagliato e che si sia servito e che infine sia 
data acqua alle mani, assisteremo a interessanti scene di giulleria. 
Queste scene si possono rievocare, con sufficiente esattezza, da 
molti e vari documenti del tempo; ma a noi giova, sopratutto, sulle 
testimonianze degli stessi poeti, rappresentarcele, nella mente, entro 
i vecchi manieri, quando al signore piaccia di rasserenare il ciglio 
e schiudere il labbro al sorriso. Ed ecco entrare i giullari, tanto più 
rumorosi quanto piìi numerosi, i giullaretti impertinenti e pronti 
alla maldicenza. Vengono di lontano ed hanno in serbo molte e 
vaghe notizie su cavalieri e dame e sanno 1' arte di rendersi gra- 
diti per un' ora, salvo poi ad imperversare con richieste di dona- 
tivi, incontentabili e insoddisfatti sempre, fastidiosi ed insopportabili 
dopo r attimo di gioia, che hanno portato nella corte. Non sempre 
la loro voce si eleva con la dolcezza che richiederebbe un canto 
del soave Bernart de Ventadorn o del garbato Peirol, o con il fre- 
mito di commozione, che vorrebbero i sirventesi di Bertran de 
Born; ma essi lasciano volontieri l'onore di cantare i versi dei 
trovatori piìi celebrati ad un' altra classe men plebea di giullari, e 
s' eclissano dinanzi ad alcuni trovatori scesi in Italia, autori essi 
medesimi di bei componimenti, quali Aimeric de Peguilhan, Peire 
Raimon de Tolosa, Uc de Saint-Circ e molti altri. Per sé, tengono di 
preferenza un più umile ufficio, sopra tutto quando in corte si trovi 
qualche noto e apprezzato trovatore: giocano destramente con col- 
telli, piroettano, saltano, camminano con le mani in terra e con le 
gambe in aria. Sanno sonare, divertirsi e far divertire. Alcuno di 
essi, già vecchio nel mestiere, ha tutto un repertorio di leggende 
da recitare in versi e sa raccontare, ciò che non è punto senza in- 
teresse, la propria storia: la storia di una vita randagia, attra- 
verso il mondo e le vicende della fortuna, un'umile storia fatta di 
sofferenze durate con il cuore stretto e con 1' anima in pianto, ma 
col riso sul labbro, e narrata con un' apparente e rara disinvoltura, 
capace di suscitare ammirazione e godimento. 

Ma il trovatore, il trovatore vero, che sa « trovare » suoni e 
motti, non è soltanto ragione di spasso, ma bene spesso d' orgo- 
glio al signore. A Bonifacio I di Monferrato il celebre Rambaldo 
di Vaqueiras dà con i suoi versi un'ambita rinomanza; e marchese 
e poeta si legano d' una dimestichezza, che è quasi intimità. Pren- 
dono parte insieme a combattimenti e a fatti d' arme, cercano e 
trovano insieme avventure, corrono insieme pericoli; onde l'affetto 
si cimenta e il randagio poeta, elevato alla dignità di cavaliere, 



— 24 — 

diventa quasi indispensabile nella corte. Aimeric de Peguillian, dopo 
molti viaggi, ripara finalmente alla corte di Azzo VI d' Este e di- 
viene suo fedele e canta con accenti di sincera ammirazione la 
figlia del suo signore, la gentile Beatrice. Quando Azzo muore, la 
musa del poeta veste il lutto e ne canta le superbe qualità e virtù. 
Sono, questi, casi isolati, non v'ha dubbio; ma è certo che al 
trovatore di professione era fatta nelle corti un' accoglienza, che 
talora mancava ai giullari. Pei quali, era talvolta una fortuna arri- 
vare in una corte, dove un trovatore in fama non albergasse di 
già. Aimeric de Peguilhan non amava i giullaretti baldanzosi del suo 
tempo e li scherniva facendo eccezione per il giovine Sordello im- 
brancato ancora con essi. Il severo Aimeric, che non poteva nutrir 
simpatia per chi avviliva la sua arte, doveva avvertire in Sordello la 
stoffa di un migliore poeta, se, toccando di lui, si rasserenava un 
poco: « Non o die contra'n Sordel — Q' el non es d'aitai semblan ». 
Ma, in genere, 1' accoglienza ai poeti occitanici, a qualunque classe 
appartenessero, era buona nelle corti italiane. Sul finire del sec. XIII, 
presso gli Estensi, a ricevere i provenzali con volto onesto e lieto, 
stava poi Ferrarino da Ferrara, che fra gli Italiani può essere consi- 
derato come r ultimo sacerdote di grido della lirica d' Occitania. 

Siam rimasti fino ad ora nell' Italia superiore, ma la lirica pro- 
venzale oltrepassò gli Apennini e si diffuse potente anche in To- 
scana. A Firenze siamo condotti dal nostro testo n. XXIX, nel quale 
è celebrato un colpo di pan secco inferto a un certo Guglielmo da 
un Capitani o « Cattaneo » che dir si voglia, che non conosciamo ^). 
Siamo probabilmente in una bettola, teatro delle gesta di alcuni 
giullari (nella prima metà del sec. XIII). 

A Firenze ci trasporta anche la musa di Raimon de Tors, che 
rivolgendosi a un Gauselm, che non possiamo identificare in modo 
sicuro, lo consigliava a fermarsi, andando in Toscana, nella città 
di Firenze: 

Amics Gauselm, si annatz en Toscana, 
Aturatz vos en la ciutat certana 
Dels Florentis e' om apella Fiorenza 

(I, vv. 1-3). 

e invitava 1' amico suo a guadagnarsi 1' amicizia di certo « en Bar- 
nabo », che per la sua cortesia gli avrebbe richiamati alla memoria 
i valenti fatti ^^ e' om sol far en Proenza». Dunque questo « Gau- 



1) Vedansi le note al citato testo n. XXIX. 



— 25 — 

<c\m » era un provenzale, anzi un poeta o un giullare, dal mo- 
.nento che, secondo Raimon, egli avrebbe potuto ricevere da Ber- 
nabò un ronzino: 

Amblan 
Roncin qe'us sosteinha 
Aures, bai o ferrati 
Ab tati 
D' ariies, qo ■ 1 coveinha, 
D' en Bernabò prezan^) 

(I, vv. 54-59). 

La prima metà del sec. XIII è tutta dominata dalla maestosa 
figura di Federico II, il re e imperatore dotto e cortese, pronto, 
versatile, ingegnoso, amante del fasto e degli studi, protettore di 
poeti e di scienziati. È cosa naturale che la lirica provenzale si 
sia orientata in Italia anche verso la corte imperiale e che la poesia 
occitanica abbia pure squillato intorno al capo del grande domina- 
tore. Non si deve però credere che la sua corte sia stata un vero 
e proprio riparo o asilo di poeti scesi dalle Alpi, come accadde nei 
castelli e nei manieri dei grandi signori dell' alta Italia. Federico II 
fu cantato, fu lodato, fu discusso, fu combattuto dai poeti proven- 
zali; ma questi non furono, sembra, gran che in contatto con lui. 
Nella sua corte penetrarono naturalmente le poesie occitaniche e 
vi furono lette e gustate'^); pare anche che attraverso la società 



1) Ediz. Parducci, Raim. de Tors, p. 33. Il Parducci, che ha tradotto con 
opportuno pensiero i componimenti di Raimon, interpreta inesattamente qo'l 
coveinha, traducendo «come vi bisogni ->. Occorre: «come gli bisogna» cioè: 
con tanto d' arnese quanto conviene o bisogna al ronzino. Giacché ho la 
penna in mano, mi si conceda una piccola osservazione suU' S., onde va pre- 
ceduto nel ms. M il nome di Raimon de Tors. Il Parducci l'ha interpretato 
per «Senher», al che io ho obiettato doversi intendersi piuttosto Ser {Giorn. 
stor. d. lett. ital., LIX, 418) qualifica dovuta ad una eccessiva generosità dello 
scriba italiano di M. In altro caso, lo Chabaneau trovando sempre nel mede- 
simo ms. un S. dinanzi al nome di Montan sartre aveva proposto di leggere : 
Simon. Come si vede, i pareri sono divisi; ma ora si uniranno nel seguente: 
questo S. va semplicemente letto per Serventes. Lo studio del ms. è decisivo 
per questo riguardo. Ogni poeta, nella sezione dei sirventesi, ha il suo S. 
(e soltanto, si noti, in questa sezione) e in capo alla serie sta scritto (e. 207»^): 
Seruenfes qe fes pere cardenal, eppoi : S. pere cardenal, L'esame delle parti- 
colarità del ms. risolve dunque, in modo impensato e, per chi abbia sott' occhio 
il codice, evidente, il piccolo problema. 

') Non sarà discaro al lettore che, giovandomi delle meritorie ricerche del 
Torraca {Studi su la lirica ital. del Duecento, p. 235 sgg.), dello Schuitz-Gora 



— 26 — 

colta, che radiinavasi intorno a lui, l' influsso provenzale abbia 
presa la principale via verso la Sicilia; ma l'imperatore non ap- 



{Ein Sirv. v. Guilh. Fig., p. 34sgg.) e sopratutto del De Bartholomaeis, (Os- 
serv. sulle poesie prov. relative a Federico II, p. 2 sgg. ) io dia qui un catalogo 
completo dei componimenti provenzali, nei quali Federico II è ricordato. In 
taluni è indicato quale « re » (1212-1220), in altri quale « imperatore » 
(1220-1250); ma occorre notare che talora Federico 11 fu detto semplicemente 
« re » anche quando era già stato incoronato imperatore. Indicherò anch' io, 
quando si possa, se il titolo sia di « reis » o di « emperaire ». Seguendo il 
De Bartholomaeis, cercherò di disporre i componimenti in ordine cronologico. 
[Non si sa però in qual periodo cada un'allusione di Augier Novella (ediz. 
Miiller, Zeitschr., XXXIll, 47, sgg.)]. 1. Aimeric de Peguilhan, Ara parrà {\2\'i)\ 
2. Pons de Capdoill, En honor (1213); 3. Pons de Capdoill, So qu' om (1213); 
4. Guilh. Figueira, Totz hom qui ben comensa (« rei » fine del 1215); 5. Guilhem 
Raimon, N' Obs de Biguli (« rei » ); 6. Falquet de Romans, Una chanso sirventes 
(« rei »); 7. Aim. de Peguilhan, Enaquel temps {Ì220); 8. Figera, Bertran d' Aurei, 
Aimenic de Peg., Lamb. Bertran d'Aurei; 9. F. de Romans, Far vuelh un nou 
sirventes (« emperaire »); 10. Elias Cairel, Fregz ni neus (1220); 11. Peirol, 
Pos flum Jordan ( « emperador » ) ; 12. Elias Cairel, Soque ■ m sol dar ( « empe- 
rador »); 13. Qui saubes dar (« emperaire »); 14. F. de Romans, Aucel no 
trueb (« emperador »); 15. F. de Romans, Cantar vuelh (« emperador »); 
16. Elias de Barjols, Ben deu hom («emperador»); 17. Gasbert de Puicibot, 
S' ieu anc (« emperador »); 19. Peire Guilh. de Luserna, En aquest gai (« em- 
perador »); 20. Tomiers e Palazi, De chantar (1226); 21. F. de Romans, 
Quan cug chantar ( « emperador »); 22. Falquet de Romans, Quan lo dous temps 
(1226-1228); 23. F. de Romans e Blacatz, En chantan vuelh (« emperaire »); 
24. Guilh. Figueira, D'un sirventes far (« emperaire»); 25. Gormonda, Greu 
m' es («emperaire»); 26. Joan d' Albusson e Nicolet, En Nicolet (« empe- 
rador »); 27. Guilh. Figueira, Ja de far nou sirventes (« emperador »); 28. Bor- 
dello, Planher vuelh (« emperaire » 1237); 29. Peire Bremon Ricas Novas, Pus 
partii an lo cor (« emperaire » 1237); 30. Peire Cardenal, leu volgra (« empe- 
raire »); 31. Guilh. de Montanhagol, No sap per que (Coulet: 1242-1250); 32. 
Guilh. Figueira {?), Ja de far un sirventes (« emperaire » 1239); 33. Guilh. Fi- 
gueira, Un nou sirventes (« euiperador »); 34. Aim. de Peguilhan, Cel qui s' irais 
(« emperador »); 35. Aim. de Peg. Totz hom so blasma (« emperaire »); 36. Arn. 
Peire d' Agange, Per vos bella (« emperaire »); 37. G. de Puicibot, Car no 
m' abelis; 38. Guilh. de Monthanhagol, On mais a om (« emperaire »); 39. Peire 
Cardenal, Li etere si fan pastor ; 40. Ramb. de Beijoc, A penre m'er; 41. Simon 
Doria, N' Albertz (« emperador »); 42. Uc de Saint-Circ, Un sirventes vuelh faire 
(1240-1241); 43. Latrane Cigala, Si mos chans (« emperaire », 1244-1245); 
44. L. Cigala, Estier mon grat (1245); 45. Guilh. Figueira, Del preveire major 
(1245-1248). Si aggiunga (n. 46) l'allusione di Augier Novella, della quale 
abbiamo già toccato. Naturalmente, non si può garantire 1' esatta successione 
cronologica dei componimenti (in ispecie pei nn.* 34, 35, 37, 39, 40, 41); ma, 
con assai probabilità, quest'ordinamento (che è in fondo quello adottato e 
anche illustrato dal De Bartholomaeis) può ritenersi, in generale, buono. 



— 27 — 

pare di fatto fra poeti e giullari di Provenza, come appare invece, 
< sino, si può dire, verso la sua morte), in istretti rapporti con alcuni 

niatori italiani, quali, per non citarne che due, Giacomo da Len- 
liiii e Pier della Vigna. 

Dopo Federico II, Corrado IV scese in Italia (1252) per assi- 
curarsi la signoria del regno, ma giovanissimo ancora morì nelle 
Puglie il 1254. Cade in questo breve periodo e tutt' al più fra il 1250 
e il 1254, un serventese di Bonifacio di Castellana (Era pueis yverns) 
nel quale sono biasimati « li fals clerg[u]e renegat » che pensano 

deseretar Colrat » e tengono vuoto l'impero {e tenon l'emperi 
vacai, V. 32)1). 

Morto poi Corrado, le speranze e i voti di non piccola parte 
dei Ghibellini s' affissarono, come si sa, sul cavalleresco Manfredi, 
che si fece nominare re nel 1258 a Palermo. I trovatori si mostra- 
rono, in genere, entusiasti di Manfredi, di cui dovettero apprezzare 
il trasporto per la poesia e per la vita fastosa. Tra i suoi più fer- 
vidi fautori, prende posto, come vedremo, il trovatore italiano Per- 
civalle Doria. Raimon de Tors, un poeta che non nascondeva una 
certa simpatia per Carlo d'Angiò, in un suo componimento, scritto 
fra il 1264 e il 1265 (proprio quando Carlo si accingeva a scen- 
dere in Italia, accogliendo i voti pontifici) esaltava Manfredi « per 
cui Poilha es auta e richa — e Cecili' atretan » ^). D'altro canto, 
in una poesia anonima (Qiwr q' om) si celebrava l'aiuto dato da 
Manfredi ai fuorosciti Ghibellini per la battaglia di Montaperti 
(4 Settembre 1260)^) e si alludeva specialmente a uno dei suoi 
« baros » cioè Giordano, colui che aveva guidati in Toscana i soc- 
corsi del Re, il fratello di quel Bartolomeo d'Anglano, che era si- 
niscalco del Regno e che fu lodato, a sua volta, in un altro com- 
ponimento provenzale anonimo: 

Vai, sirventes, al Compte Bertolomieu 
E diguas li, a cui que sia grieu, 
Qu' ehi a bori lau e pretz, cui que sofranha, 
Quar en donar se sojorna es banha. 

(Ma voluntatz) <). 



1) il serventese è indirizzato a certo Mauret e a Sordello. La data ne è 
stata fissata, con buone ragioni, dall' Appel, che per primo l'ha pubblicato 
(Provenz. Inedita, pp. 82 e 348). 

*) il testo comincia: Ar es ben dretz. A. Parducci, Raimon de Tors, p. 13. 

') ToRRACA, Studi su la lirica ital. del Duecento, pp. 336-337). 

■•) La locuzione cui que sofranha (« a chiunque ciò manchi ») è una specie 



— 28 — 

[Va, sirventese, al Conte Bartolomeo e digli, a chiunque pesi, ch'egli ha 
lode e merito perchè in donare si piace e si diletta]. 

Intanto scoppiava la guerra fra Carlo d' Angiò e Manfredi, 
guerra, alla quale i trovatori non attribuirono nessun valore ideale, 
considerandola come 1' effetto della cupidigia dei papi e del nuovo 
Conte di Provenza'). Proprio nel 1265, un frate templario, Ricaut 
Bonomel, scriveva in Oriente un serventese {Ir' e dolor), in cui si 
lamentava dell' abbandono dei crociati da parte del pontefice, che 
mirava a raccogliere danaro e per danaro elargiva indulgenze^). 
Quest' accusa rivestiva un carattere di grande gravità, perchè Ur- 
bano IV e Clemente IV si servivano realmente delle decime per 
preparare la spedizione di Sicilia. Un altro trovatore, Paulet de 
Marseilla, biasimava Carlo d' Angiò, che voleva « dezeretar » il Re 
Manfredi mentre un poeta italiano in lingua occitanica, Luchetto 
Gattilusio, seguiva con grande interesse e cantava la nuova guerra. 

Quale ne fosse il risultato, tutti sanno. A Benevento, Manfredi, 
tradito da alcuni dei suoi, vinto dal numero dei nemici, fu mise- 
ramente sconfitto. Ch' io sappia, un solo trovatore, Peire de Ca- 
stelnou, osò rallegrarsi con Carlo per avere « vinto in campo il re 
Manfredi » : 

vencut en camp lo rei Manfre ^). 

La Musa provenzale si vestì a lutto per la morte del re e in- 
tonò, per bocca d' un poeta a noi sconosciuto, un « pianto » (Totas 
honors e tiiig fag benestari) che dovè correre assai per 1' Italia, 
prima di finire nei due mss. I K, che ce lo hanno conservato'*). 

Cosi finiva Manfredi ^) e una sorte non migliore attendeva 



di riempitivo. Questi due testi {Quor q'om; Ma voluntatz) sono stati attribuiti 
erroneamente a P. Vidal. Bartsch, P. Vidal's Lieder, V, VI ; Grundriss, 364; 26, 41. 
') C. Merkel, L' opinione dei contemporanei sali' impresa italiana di Carlo I 
d' Angiò, in Mem. della R. Accad. dei Lincei, CI. di Scienze mor. stor. e fUoL, 
S. IV, voi. IV (1888), p. 325. 

2) Questo serventese è stato edito, in edizione critiv:a, da me nella Zeit- 
schrift fiir romanische PhiloL, XXXIV, p. 701 sgg. 

3) Bertoni, in Studi di filol. rom.., IX, 465. 

■*) Bartsch, in Schirrmache'r, Die letzten Hohenstaufen, Gòttingen, 1871, 
p. 661. Testo n. LXXVI App. 

5) il « pianto » fu composto non prima del 1272. Zinqarelli, Manfredi 
nella memoria di un trovatore, Palermo, 1906, p. 12. Bertoni, // « Pianto » in 
morte di Manfredi, in Romania, XLIII (1914), p. 168 sgg. 

Sulla morte di Manfredi fu composta anche una poesia in italiano, una 



— 29 — 

Corradino, alla cui guerra prese interessamento il trovatore Aicart 
del Fossat'). A Tagliacozzo (1268) furono recise le ultime spe- 
ranze sveve. Allora un trovatore italiano, Galega Panzano, compose 
un violento serventese, che studieremo e stamperemo più oltre; e 
anche quando Corradino fu fatto prigione e condannato e, per 
Tdine dell'efferato Carlo, gli fu reciso il biondo capo, la poesia 
provenzale non tacque. Bertolome Zorzi, uno fra i trovatori d'Italia 
più interessanti, pianse la morte dell'ultimo degli Hohenstaufen ^). 
Fra i poeti seguaci di Carlo d'Angiò in Italia, dovè primeg- 
giare allora Sordello, ritornato in patria, nell'occasione della spe- 
dizione angioina, a passarvi gli ultimi anni della vita agitata. Ma 
altri verseggiatori provenzali si possono notare nel sèguito di 
Carlo, il cui trasporto per le muse è ben conosciuto ^). Già prima 
della pugna di Benevento, furono nell'alta Italia, fra i provenzali 
incaricati di estendere e rafforzare il dominio angioino, i trova- 
tori Bertran d'Alamanon e Bertran del Pojet, i quali raggiunsero 
poscia il loro signore nel reame. Nel 1270, vediamo poi recarsi in 
missione nell'alta Italia, ai servigi di Carlo, un certo Pietro Im- 
berto, forse quel « Peire Imbert » che figura, come autore di un 
componimento provenzale {Aras pus vey que m' aonda mos sens), 
in due canzonieri occitanici ^). Possiamo adunque ritenere che le 



specie di compianto, conservato frammentario in uno dei celebri « Memoriali » 
del R. Archivio di Stato di Bologna. Comincia: 

A la (gran) condogliancja 

Ch' [e'] ago aquistata 

Non trovo pietanc^a 

Mort' è la valenga (corr. -anga) 

Tanto [rejdotata 

Del Re Manfre(do) Langa 

Questo testo è stato ora edito da E. Levi, in Studi medievali, IV, p. 293. 
i) .Werkel, Op. cit., 322. 11 testo (Entre dos reis vei mogut et empres) può 
leggersi in Raynouard, C/wix, IV, 230. 

2) Sugli ultimi Hohenstaufen, è sempre utile il libro dello Schirrmacher, 
Die letzten Hohenstaufen, citato qui sopra, (in un' App. il Bartsch vi ha rac- 
colto molti accenni e allusioni trobadoriche). Su Carlo d'Angiò vedasi il libro 
di R. Sternfeld, Karl von Anjon als Graf dei Provence, Berlin, 1888. 

3) Rimando a una mia breve nota: Di un poeta francese in Italia (Perrin 
d' Angicùurt) in Studi di filol. moderna, V (1912) fase. 3-4, nella quale si tro- 
veranno più indicazioni, che qui omettiamo per amore di brevità. 

*) Per il D' Alamanon, si veda Salverda de Grave, Le troub. Beri. d'Alam., 
pp. 166-167. Per il Del Pojet, vedasi De Lollis, Di Bertr. del Pojet trovatore 



— 30 — 

muse provenzali non abbiano taciuto del tutto alla corte italiana 
dell'angioino, cosi come avevano rallegrato della lor voce il sog- 
giorno del Conte oltre le Alpi. 

Dopo la battaglia di Tagliacozzo, l'infante Don Enrico fra- 
tello di re Alfonso di Castiglia, cadde nelle mani di Carlo. Questi, 
che era suo cugino, l'aveva dapprima protetto; ma poi vedendolo 
parteggiare per gli Svevi e sopra tutto per Corradino ^), s'era messo 
a perseguitarlo. Durante la prigionia di Don Arrigo, si trovò un 
trovatore, chiamato nell'unico ms. che ce lo faccia conoscere « Mar- 
cabruno », il quale ebbe l'ardire di difenderlo^). Il breve compo- 
nimento è indirizzato a un certo En Biachin, che non sapremmo 
identificare. A torto, secondo noi, si è pensato a Biachino da Camino, 
padre del protettore di Ferrarino da Ferrara, il più famoso Gherardo. 
Nel ms., il testo ha la rubrica : Cabla de Marchabrun per lo Rei Aduard 
e per lo Rei A., cioè per il Re Edoardo I d'Inghilterra (1272-1307) 
e per Alfonso X di Castiglia (1252-1284), cognato il primo, fratello 
il secondo di Don Enrico. Notando poi che nel testo Edoardo I non 
è chiamato « re » , ma soltanto En Alduard (v. 5) può venire il sospetto 
che il componimento possa essere anteriore al 1272 e che la rubrica, 
invece, sia posteriore a quell'anno; ma è un sospetto, e nulla più. In 
ogni modo, ciò che importa a noi è di osservare l'atteggiamento 
del verseggiatore di fronte a Carlo e Don Arrigo, atteggiamento che 
pur essendo favorevole all'Infante, non può dirsi sfavorevole al conte 
provenzale e re di Sicilia: 



dell' età angioina, in Mise, di studi critici edita in onore di A. Graf, Bergamo, 
1903, p. 690 sgg., e Romania, XXXIil, 124, n. 1. 

') Abbiamo di Arrigo una canzone italiana {Alegramente e con grande bal- 
danza), che ritiensi scritta per Corradino, Gaspary, Scuola poetica siciliana, 
p. 31 ; Monaci, Crest. dei primi sec, li, 271. 

2) Ms. P, e. 65.C II Bartsch {Grundriss, 293, 10), tratto in fallo dal nome, 
ha attribuito il componimento in questione al celebre Marcabruno; ma si 
tratta d' un errore facilmente correggibile e già corretto di fatto dal Suchier. 
Dejeanne, Poésies complètes du trob. Marcabru, p, 42. Mi permetto di sollevare 
qualche dubbio circa 1' esistenza di questo secondo Marcabruno, nel quale il 
Torraca sarebbe disposto a vedere un nuovo trovatore italiano (Studi su la 
lirica, ecc., p. 341). Potrebbe essere, a parer mio, che un amanuense, intinto 
di lirica provenzale, vedendo che nei versi, a lui forse pervenuti anonimi, era 
questione di un Enrico (Don Enrico di Castiglia), abbia pensato a un celebre 
componimento di Marcabruno l'antico per un certo Audric, nome che fu presto 
sfigurato, tanto che in taluni ms. è reso per n]alric, n]anric, n]enric, ed abbia com- 
piuto per suo conto un'erronea identificazione. Chabaneau, Biogr. p. 365, n. 3 
(nota, che va ora corretta); Dejeanne, op. cit., p. 99 (agg. ms. a, n. 313: Enric). 



— 31 — 

Ben fora ab lui honiz lo rie barnage, 
En Bìachi, se li Rois ') se sofria 
Q[ue Don] Enric fos mort davant i' enmage 
De Jesu Crist e de Santa Maria. 
En Aiduard a receput l'oitrage 
El vituper, e s' el [o] voi, so sia; 
Mais eu conosc en lui tan [d']ardiment, 
Per c'om li des lo mond enteramen 
Non pogra refrenar [ges] son talen, 
Qe d'aqest tort vengiamen fait no sia.... 2). 

[Ben sarebbe con lui svergognata la ricca nobiltà, signor Biachino, se il 
Re soffrisse che Don Enrico fosse ucciso dinanzi l'imagine di Gesù Cristo e 
di Santa Maria. Il signor Odoardo ha ricevuto l'oltraggio e il vituperio, e se 
egli lo vuole ciò sia. Ma io conosco in lui tanto ardimento, da non saper 
frenare la sua volontà di vendicare questo torto, malgrado gli si desse il mondo 
intero in dominio]. 

A Benevento e a Tagliacozzo seguì la vendetta, per così dire, 
di Costanza figlia di Manfredi, per opera dello sposo Piero d'Ara- 
gona, che sollecitato, come si sa, da Gianni da Procida e da altri 
baroni, riuscì a conquistare il dominio dell'isola. Un anonimo 
poeta, quasi con voce fatidica, poco dopo i Vespri Siciliani (1282) 
istigava Pietro d'Aragona a farsi innanzi. Cominciava egli con lamen- 
tarsi che Alfonso X lasciasse il fratello Don Enrico nelle mani di 
Carlo; si lagnava dell'atteggiamento degli Inglesi, cioè di Edoardo I, 
e infine scriveva che l'Infante Don Pietro avrebbe dovuto trarsi 
avanti, con grande impeto, insieme coi suoi Aragonesi: 

L'enfan don Pier se degra trar enan 
Per gran esforz a[b] ses Aragonese). 

Si sa che Pietro, eccitato dai profughi siciliani e aiutato da 
Ruggero Loria non tardò ad accontentare i voti dei baroni di Si- 



') È un francesismo, invece di Reis. Vedasi la nota seguente. 

*) Nel ms. seguono quattro altri versi (En Biaqin lo cont auut [corr. a 
avui] spaven — Per q' a p[er]dut la terra malamen — Ma la ures [corr. veires] 
q' el farà breumen; — Cens meill de lui cabrar no cri no la sabria [corr. Nus 
(ovvero Nuls, forse: C'om) ineills de lui cabrar no la sobria]). La declin. 
a due casi non vi ha lasciate quasi più tracce. Sorprende B'iachi con la die- 
resi. Si potrebbe pensare a provvedere quel frane. // Rais di un Carle, sop- 
primendo se e leggendo insomma: En Biachi se li Reis Carle sofria. Al v. 10 
il ms. ha Alduardo. Al v. 7: tan fer ardimen. V. 8: // mond. 

') Il componimento comincia, nell'unico ms. P, e. 63» {Arch. f. d. Stud. 
d. n. Spr. u. Lit. XXXIIl. 311): Gja non cugei qe m' aportes ogan. 



— 32 — 

cilia ed occupò parte del regno di Carlo d'Angiò. Nel momento 
dei maggiori successi di Pietro d'Aragona, il trovatore italiano 
Paolo Lanfranchi da Pistoia dettava il suo sonetto: 

Valenz Senher, reis dels Aragonese). 

Nel regno di Sicilia successe a Pietro (f 10 Novembre 1205) 
il secondogenito Giacomo, dopo il quale, (chiamato al reame d'Ara- 
gona), diventò re di Trinacria Federico Ili (1296) '^). Questi è 
autore di un breve componimento provenzale (Ges per guerra), al 
quale rispose il conte d'Ampuria, cioè Pons Ugo IV, figlio di 
Ugo ili (1276-1308)'). 

La fine della lirica provenzale nell'Italia meridionale è decisa- 
mente segnata dalla morte di Roberto d'Angiò (1343). Il « pianto » 
anonimo, che fu scritto per la morte di questo famoso angioino, 
uomo di alte aspirazioni e capo, si può dire, del partito guelfo, 
è, si può dire, l'ultima voce della poesia provenzale in Italia'*). 

Dalle cose discorse risulta che l'influsso della lirica di Pro- 
venza fu fra noi largo e potente. Verso la metà del sec. XIII, si 
fece sentire in Italia il bisogno di trattati e quasi di grammatiche 
provenzali. Uc Faidit compose allora il suo Donai ■'), al quale sono 
legati i nomi di due italiani: Jacopo da Morra, che si vorrebbe 
identificare con il grazioso poeta delle nostre origini Giacomino 
Pugliese, e Corrado da Sterleto, amico di Guittone d'Arezzo. E 
presto si fece anche sentire un altrcT bisogno: quello di raccogliere 



^) Ne discorro più oltre, nel capitoletto dedicato a « Paolo Lanfranchi ». 

2) A Federico, prima che salisse al trono, fu: indirizzato da un anonimo 
poeta (forse un catalano) un serventese, che incomincia: Seigner n' Enfant z. 
Il trovatore rivolgeva consigli al giovane principe e lo ammoniva di circor- 
darsi di valenti uomini, se voleva essere « temutz ez amatz ». « Fredericx » 
diceva egli «voi aitan dir com fres de ricx». A. Tobler, Der provenzalische 
Sirventes « Senher n' enfantz ». in Sifzungsberichte der kón. preuss. Akademie der 
Wissenschaften zu Berlin, 1900; 1, p. 238. 

3) 11 componimento incomincia: A l' onrat Rei Frederic terz vai dir e si 
trova, col precedente di Federico 111, nel ms. P, e. BS^-'» {Arch. cit., XXXIII, 
311). Di questi testi ha già discorso brevemente il Mila Y Fontanals, De los 
trovadores en Esp., in Obras completas, Barcellona, 1889, lì, pp. 459-460; ma 
essi (sopra tutto per quanto spetta alla loro lezione, tramandataci dal ms. P 
con molti errori) meriterebbero d' essere fatti oggetto di nuovo e attento 
studio. 

^) Bartsch, Denkmaler, p. 50. (Ms. parigino f. fr. 1049). 
5) F. D' Ovidio, // Donato provenzale, in Versificazione italiana e arte poe- 
tica medievale, Milano, 1910, p. 359. 



— 33 — 

in sillogi o canzonieri il meglio dell'opera dei cantori provenzali. 
Com'è naturale, questo bisogno si manifestò specialmente sul de- 
clinare del sec- XIII, quando la poesia occitanica cominciava ad 
essere un poco colpita dall'oblio e ad essere coltivata e studiata 
da pochi. Si die mano, perciò, a raccogliere e a copiare le liriche 
dei trovatori. j Ma chissà quanti poeti e, sopra tutto, quanti compo- 
nimenti preziosi furono esclusi da quelle antiche raccolte ! E chissà 
quante di queste raccolte non poterono salvarsi per una o altra ra- 
gione, dall'opera distruggitrice del tempo! Nei canzonieri a noi 
pervenuti si ricercano invano poeti quali Raimondo d'Anjou, Ugo- 
lino di Forcalquier e Biancamano trovatrice. Si ricercano invano 
nei manoscritti il nome del novelliere Raimbaut e quelli dei biografi 
provenzali Folquet e Aimeric. Eppure, tutti costoro erano noti a 
Francesco Barberino, che li cita sia nel commento latino ai Documenti 
d'amore, sia nel Reggimento di donna. E Francesco conobbe poesie, 
or perdute, di Peire Vidal, della Contessa di Dia e novelle di Miraval, 
di Raimon Jordan e di altri, tutte operette preziose che il tempo 
purtroppo ci ha invidiate ^). Sono invece ben conosciuti i nomi 
illustri dei poeti provenzali (^ricordati da Dante sia nel De Vulgari 
sia nella Commedia(_{sette in tutto: Peire d'Auvergne, Bertran de 
Born, Arnaut Daniel, Giraut de Bornelh,__Fplquet de Marseille, Ai- 
meric de Belenoi e Aimeric dePeguilhan) ^V e quelli menzionati dal 
Petrarca in. un celebre passo del Trionfo d AmoreJVi Petrarca ricorda 
quindici trovatori (Arnaut Daniel, Arnaut Mareuil, "Peire Rogier, Peire 
Vidal, Peire d'Auvergne, Giraut de Bornelh, Raimbaut d' Grange, 
Raimbaut de Vaqueiras, Folquet de Marseille, Jaufre Rudel, Guilhem 
de Cabestanh, Aimeric de Pe^uilhan, Bernart de Ventadorn, Uc de 
Saint-Circ e Gaucelm Faidit Y\ e non li ricorda certo a caso; ma 
bensì a titolo d'onore fra gli altri. « Pétrarque — ha scritto A. Tho- 
« mas — les a choisis en connaissance de cause, comme les plus 
« célèbres à ses yeux entre tous leurs confrères; à ce point de 
« vue, ce passage du chantre de Laure est précieux: e' est une 
« histoire sommaire de la lyrique provengale écrite par le plus 



1) A. Tho.was, Francesco da Barberino et la littératare provengale en Italie 
au moyen age {Bibl. des Ec. frang. d' Attiènes et de Rome, n. 35), Paris, 1883, 
pp. 103-153. 

2) Chaytor, TfieTroubadours of Dante, Oxford, 1912. Vedasi anche: De 
LOLLIS, Quel di Lemosì, in Scritti vari di filologia a E. Monaci, Roma, 1901, 
p. 253. 

3) Galvani, in Educatore storico, 111, 17, 117, 173, 341, 397, 565; IV, 129. 

3 



- 34 — 

« grand lyriqiie italien ') ». Ma poiché col Petrarca siamo già fuori 
dal periodo, che ci tiene occupati, facciamo un passo indietro e 
ritorniamo ai nostri antichi manoscritti di liriche provenzali. È un 
fatto che a provare la diffusione della lirica provenzale in Italia, 
giova assai il numero abbastanza considerevole di questi canzonieri 
occitanici scritti nella penisola nei secc. XIII-XIV ^). In molti di 
essi sono contenute poesie di trovatori italiani, delle quali alcune 
non mancano neppure in manoscritti messi insieme e copiati oltre 
le Alpi (il che significa che le liriche provenzali, composte da Ita- 
liani, erano lette e gustate persino in terra occitanica). Ma, sopra 
tutto, ad attestare il trasporto e la passione che gli Italiani senti- 
rono per la poesia provenzale e a mostrare che non si trattò pure 
di una moda ma bensì di un bisogno degli spiriti nella mancanza di 
una letteratura nazionale, vale l'influsso esercitato dai poeti occi- 
tanici, quale possiamo studiare nella poesia delle nostre origini. La 
poesia di Guittone e dei guittoniani è l'indice piij sicuro degli in- 
flussi della lirica provenzale in Italia; ma anche la poesia che diciam 
siciliana e che idealmente si raggruppa intorno alla grande figura di 
Federico II, imitò la musa occitanica e la imitò anche, a un dato 
momento, con un certo fervore, sia che si ammetta, sia invece che 
si oppugni che nelle sue radici sian penetrati dapprima succhi 
francesi piuttosto che provenzali. 

Dopo le cose discorse, si capisce che abbian potuto sorgere 
in Italia poeti capaci di scrivere liriche occitaniche con invidiabile 
scioltezza e con non poca abilità. Questi poeti fiorirono, com'è natu- 
rale, laddove fu più potente l' influsso, cioè nell'Italia settentrionale. 



1) Thomas, Op. cit., p. 105. 

*) Non è esagerato affermare che dobbiamo al fervore che si ebbe in Italia 
per la poesia provenzale, la conservazione di moltissima parte di essa. Per 
i canzonieri contenenti poesie di trovatori italiani e scritti da mani italiane, 
rimandiamo al cap. IV di questo volume. 



II 
Trovatori Italiani 



II 

TROVATORI ITALIANI 

1. 
MANFREDI LANCIA 

Manfredi I Lancia, discendente dai Marchesi di Busca ^) e 
autore di due strofe dirette al trovatore Peire Vida! (Testi, n. I), 
compare nei documenti a noi noti, a cominciare dal 1168. Sap- 
piamo che prima del 1176 fece una partizione di beni col fratello 
suo Berengario; sappiamo poi che nel 1180 vendè Busca e che 
ipotecò nel 1187 il suo castello di Dogliano. 

Volsero allora tempi difficili per Manfredi, che si trovava nel- 
r avvilimento e nella povertà. Durante questo periodo della sua 
vita, egli dovè dirigere le due strofe a Peire Vidal,^) il quale gli 
rispose per le rime con un'altra strofa, in cui non mancano acute 
allusioni alla miseria del Marchese e alle vendite, eh' ei faceva 
delle sue proprietà. 

Per bene intendere i versi di Manfredi bisogna sapere, pare, 
molte cose: bisogna sapere che quel millantatore e vanaglorioso 
poeta, che fu Peire Vidal, essendosi recato a Cipro, vi aveva spo- 
sato una donna greca che gli fu detto essere (nientemeno!) la 
nipote dell'imperatore di Costantinopoli. Bisogna anche sapere che, 
grazie a ciò, gli fu dato ad intendere per sopramercato che a lui, 
al trovatore, spettava di diritto l'impero. Ond'egli si faceva chia- 
mare « imperatore » e portava arma imperiale e impiegava danaro 



*) C. Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia, Torino, 1886. Cfr. Schultz- 
GORA, Liter. f. germ. u. rom. Phil., Vili, col. 28. 
*) Merkel, op. cit., p. 20. 



— 38 — 

a preparare un naviglio per recarsi in Grecia. Tutto questo ci narra 
una « razos » di Peire') in questi termini: « el se n' anet outra 
« mar, e de lai menet una grega que'il fon donada per moiller en 
« Cipri. E" il fo donat a entendre qu'ela era netsa de l'emperador 
« de Costantinople, e qu'el per lieis devia aver Temperi per razon, 
<« Don el mes tot can poc guazanhar a far navili, qu'el crezia 
« anar conquistar Temperi; e portava armas emperials e*s fazia 
« apelar emperaire e sa molher emperairitz ». Questi particolari ci 
danno una chiave per intendere il primo accenno di Manfredi, 
che certo allude al trovatore chiamandolo per dileggio « emperador » 
(v. 1); ma ci danno, a parer mio, una chiave falsa; poiché que- 
st'avventura è veramente troppo sbalorditiva perchè T anonimo au- 
tore della « razon » possa sperare, con buona pace dell' anima 
sua, di gabellarcela come veritiera. L'autore della «razon» può 
prepararci, sin che vuole, il suo tiro birbone, facendoci sapere sul 
bel principio che Peire Vidal fu « dels plus fols homes que mais 
fossen » ; ma noi non gli crediamo, perchè tutti i versi del trovatore 
stanno a provare che egli non fu né folle, né matto. Fu certamente 
altezzoso e strano, se si vuole, ma pazzie, in vita sua, non ne com- 
mise mai. Un pazzo non iscrive versi delicati e saggiamente ar- 
chitettati come quelli di Peire Vidal. 

Dobbiam dunque vedere in questa anonima narrazione uno 
dei soliti tratti fantasiosi degli autori di « razos » provenzali, i 
quali, mancando spesso di dati storici esatti, interpretavano a lor 
guisa, lavorando con l'imaginazione, i passi più ardui dei loro 
poeti ^). Ma anche con una chiave falsa, si può aprire una porta; 
e la testimonianza della « razon » non è per noi priva di valore, in 
quanto ci dice che T « emperador » di Manfredi va semplicemente 
identificato con Peire Vidal. Perché questi siasi appropriato cotale 



1) Bartsch, P. Vidal, p. XVII; Chabaneau, Biogr., p. 271. 

2) Si sa ormai quale valore abbiano alcune delle « razos» a noi pervenute. 
Cfr. JEANROY, in Ann. du Midi, XVII, 166; De Lollis, in Giorn. stor. d. leti, 
ital., XLllI, 36; Zingarelli, in Studi medievali, I, 309; De Lollis, in Mélanges 
Chabaneau, Erlangen, 1907, p. 392; Bertoni, in Studi mediev., III, 640. È da 
notarsi qui che è già stata dimostrata fantastica, e ricavata da un passo male 
inteso di una poesia, la notizia di una « razon » dello stesso Peire Vidal, se- 
condo la quale il trovatore si sarebbe vestito di pelli di lupo, esponendosi 
così ad essere perseguitato da pastori. NovATi, in Romania, XXI, 78 e Stronski, 
Folquet de Marseille, Cracovie, 1910, p. Vili. Insomma, alcune di queste strane 
attestazioni, a cominciare da quelle su Gugliemo IX (Rajna, in Romania, VI, 
249), sfumano ormai come nebbia. 



— 39 — 

designazione o perchè di siffatto titolo egli sia stato gratificato, 
forse per isclierno, noi non sappiamo (vedi però la nota al v. 1 
del testo n. 1). I particolari della « razon » appaiono frutto di un 
bello sforzo di fantasia; ma il fondo della narrazione, lasciatene le 
frange romanzesche, appar vero. È un fatto che Peire Vidal compì 
un viaggio a Cipro ^) ed è un fatto che con la designazione di 
emperador » Manfredi Lancia si rivolge al Vidal. Allora com- 
prendiamo meglio le allusioni e i dileggi del componimento e anche 
intendiamo il v. 14 pois pogr' aiiar segiirs d'aqui en Fransa. Peire 
Vidal, infatti, dopo il 1190, ripassò con tutta probabilità le Alpi ^), 
cosicché è lecito credere che la profezia di Manfredi si sia avve- 
rata. Non già all'imperatore, ma al Vidal dunque, il Lancia indi- 
rizza complimenti di questa sorta: 

Emperador avem de tal manera 
Que non a sen ni saber ni menbranza, 
Plus ibriacs no s' asec en chadera, 
Ni plus volpills no porta escut ni lanza, 
Ne plus avois non chaucet esperos, 
Ni plus malvaz no fez vers ni chanzos : 
Rens non es meinz mas qe peiras non lanza. 

Rispondendo, il Vidal non si difende, ma assale a sua volta 
Manfredi, rinfacciando al Marchese le sue tristi condizioni, la sua 
miseria e le vendite dei suoi beni. « Tu vendi i tuoi castelli, gli 
« dice il poeta, più che una vecchia venda galline e capponi ». 
Siffatte allusioni permettono di ritenere scambiata l'invettiva veri- 
similmente entro gli anni 1187-1190, anni assai difficili per il nostro 
Marchese ^). 

La risposta di Peire può considerarsi come il primo documento 
in cui Manfredi sia chiamato « Lancia » "*). Negli atti, questa desi- 



1) Bartsch, Peire Vid., p. XVII. 

2) Bartsch, Peire Vid., p. XVIII e Schultz-Gora, Zeitschr., VII, p. 187. 

3) Si possono forse, con buone ragioni, restringere i due termini e dare, 
come fa il Merkel, p. 20, le due date 1189-1190. 

*) Merkel, op. cit., 16; ma cfr. Schultz-Gora, Literaturblatt, cit.. Vili, 
col. 29. Notisi che b prima strofa del testo (n. I) ha in rima, ripetuta, la voce 
lanza (vv. 4, 7). In un'altra poesia di Peire Vidal {Pos uberi ai mon rie te- 
zaiir) pare si abbiano accenni pungenti al marchese Lancia. La questione è 
dubbia per la indeterminatezza delle allusioni, che si trovano nelle str. VI-VIl. 
Vi si legge un Lanz 'aguda, sotto cui si potrebbe nascondere il nostro Mar- 
chese (Chabaneau, Rev. d. lang. rom., XXXII, 209; Cerrato, Gior. ligustico, 
1896, p. 107). Vi si dice che egli « det tregua per pauc d'aver». 



— 40 — 

gnazione si fa comune soltanto in sèguito, quando il Marchese fini 
con accettarla. Più tardi vediamo Manfredi mischiato alle ostilità 
di Bonifacio di Monferrato e degli Astigiani. Pare che morisse 
verso il 1215. 

Manfredi 1 Lancia ci ha lasciato pochi versi, quattordici in 
tutto 0, ma essi bastano a mostrarcelo assai abile nell'arte di 
rimare in provenzale. Il tempo deve certo averci invidiato non 
poche poesie occitaniche da lui composte, perchè senza lungo e 
tenace esercizio non avrebbe egli potuto arrivare a possedere e 
maneggiare con parecchia scioltezza e franchezza una lingua che 
non fu sua. 1 primi trovatori italiani, del resto, senza essere poeti 
nel senso nobile della parola, ci si presentano, nei loro pochi saggi, 
abbastanza bene addestrati nel difficile compito di scriver versi pro- 
venzali^). 



M Nel volumetto di L. Selbach, Das Sfreitgedicht in der altprov. Lyrik 
(Ausg. u. Abhandl. aus dem Gebiete der roman. Philol. veròff. v. E. Stengei, 
n. LVll), Marburg, 1886, p. 120 si legge una tenzone di due strofe attribuita 
al Lancia con questa soprascritta: Marques Lama — Guillem de St. Disdier, 
come contenuta nel ms. D, e. 209*^ (è il n. 234, 12 del Grundriss de\ Bartsch, 
che non dà però il nome del Lanza). Ora, le cose stanno così: nel ms. D 
non c'è rubrica sul componimento (che incomincia: Guillems de Saint Disder 
vostra sembianza) ma in margine vi ha un numero .ij. in rosso, il che può far 
credere che uno dei due contendenti sia il trovatore, a cui appartiene il testo 
che nel ms. precede immediatamente. Come il testo precedente è appunto la 
tenzone fra il Marchese Lancia e Peire Vidal (Emperador avem de tal manera), 
così si capisce che il Selbach sia stato tratto in errore. Ma in questa tenzone 
fra Guillem de Saint Leidier (Disder) e un certo Don (che non può essere 
neppure Peire Vidal, a cui il titolo non conviene), il nostro Marchese Lancia 
non entra per nulla. La tenzone trovasi anche nel canzoniere di Bernart 
Amoros (a, p. 569, Studj di filol. roni., Vili, n. Xlll, 3), ma qui, per un altro 
errore non meno curioso di un copista, che ha male interpretato Don, essa 
figura scambiata fra Guillem e una « donna». Tutto ciò e altro ancora ho avuto 
motivo di spiegare in una delle mie Noterelle provenzali in Rev. d. lang. rom., 
S. VI, T. VII, p. 17. Qui ripeterò che l'identificazione del Don con il Mar- 
chese Lancia non va anche perchè questi non potò essere protettore di un 
poeta che non fu mai in Italia come Guilhem de Saint Leidier (su cui cfr. 
Fabre, in Ann. d. Midi, 1911. p. 69); onde il Lancia resta escluso. 

2) Non si può abbandonare Manfredi I Lancia, senza dire alcune parole di 
Manfredi II e di un'ardua questione che merita qualche parola. Quanti figli, 
di nome Manfredi, ebbe mai Manfredi I? Uno, notissimo, è il celebre Man- 
fredi Il (morto nel 1257) che già nel 1226 appare tra i seguaci di Federico II, 
e fu vicario del regno a Papia superius e fu podestà ad Alessandria, Chieri, 
Novara, Milano. Cfr. Merkel, op. cit., p. 165. Uc de Saint- Circ gli scagliò 
contro un serventese (Tant es de paubra acoindansa, ediz. Jeanroy-De Grave, 



— 41 — 

2. 
PIETRO DE LA CAVARANA O DE LA CARAVANA 



Un trovatore da annoverarsi fra i primi, che sian nati in Italia, 
sarebbe Peire de la Cavarana o Caravana, se fosse sicuramente 
assodato che non sia d'origine provenzale. La questione è molto 
ardua, per il difetto di documenti o di prove irrefutabili; tuttavia, 
l'ipotesi della italianità del poeta mi pare, tutto sommato, la pii!i 
probabile. 

Il nome stesso del trovatore ci lascia già dubbiosi, poiché 
compare sotto la forma di caravana in tre manoscritti, in uno dei 



n. XIX, p. 83) in cui si legge: « Mal acoill e paria e sona — E mal manja 
e beu e dona — E mal viu », ecc. Un altro serventese gli fu indirizzato, che 
incomincia Ja de far un sirventes e che il ms. a attribuisce a Guilhem de Fi- 
gueira (SchULTZ-Gora, Ein Sirventes v. G. Fig., Halle a. S., 1902, p. 31). E 
ancora un serventese {Un sirventes farai) gli sarebbe stato scagliato contro da 
Guilhem de la Tor, secondo alcuni critici (Schultz-Gora, Zcitschr., VII, 188; 
Merkel, p. 148); ma il Restori {Per un serv. di Guilhem de la Tor, in Rend. 
d. R. Ist. Lomb., S. Il, voi. XXV, 305 sgg. ) ha reso assai probabile (se non 
proprio certo, cfr. Schultz-Gora, Ein sirv., cit., p. 32) che il poeta vi parli 
di Ponzio Amato di Cremona, di cui si hanno notizie dal 1206 al 1224, e che 
nel componimento è chiamato per dileggio porc arma/ (noto che il ms. D, 206'' 
ha al V. 12 la lez. corretta: mas ab fols et ab orb s es tota, ecc. Così al v. 4 
ha tot chascun, al v. 5 ha malvestat, al v. 17 quatorge e al v. 19 deuaia). 
Questo Manfredi II ebbe per nipote quella Bianca, da cui nacque a Federico II 
un figlio, che fu poi Re Manfredi (f 1266) chiamato anch'esso, per questa ra- 
gione, Lancia. Un altro Manfredi Lancia esistè, contemporaneo di Manfredi II, 
detto in due documenti « fratello » suo. Infatti, in due atti modenesi dei 
1242 {Instr. Coli., 1, e. 57 e Arch. Cap. Perg. n. 5 CCCCLXXXix) troviamo quale 
podestà a Modena un Manfredi « frater Marchionis Lancee ». Entriamo qui 
nella questione del numero dei « Manfredi » che esistettero nella prima metà 
del sec. XIII, questione trattata da S. Quintino, Schirrmacher, Schultz-Gora 
e Merkel. I due documenti citati (che suonano: « 1." 7 Marzo 1242: d. Mun- 
« tanarius Porcus index et assessor d. Manfredi fratris egregii Marchionis 
"■ Lancee auctoritate imperii Mutine potestatis »; 2° 2 Aprile 1242: « tempore 
'< regiminis d. Manfredi fratris Marchionis Lancee »), i due documenti citati, 
dico, non sono senza importanza per la soluzione di questo complesso pro- 
blema. 



— 42 — 

quali il poeta è soltanto menzionato, mentre in un altro abbiamo 
cavarana (v. testo n. II). 

Siamo dinanzi a due forme, di cui l'una è derivata, per via 
metatetica, dall'altra; ma quale sarà l'originaria? Se ragioni vi fos- 
sero serie di avvicinare il nome della patria del nostro poeta al 
nome di luogo Cayranne (arr. Grange), la forma primitiva do- 
vrebbe forse essere Cavarana; ma per quanto si ammetta, trattan- 
dosi d'un nome di luogo, una certa libertà invocata appunto dallo 
Schultz-Gora, nel trattamento della voce '), riesce sicuramente assai 
ostico questo avvicinamento. Vediamo se l'ipotesi della italianità 
possa servire meglio a chiarire le cose. Una Ca' di Varana si ha 
oggi come frazione del comune di Nogarole nel distretto di Villa- 
franca^); ma non pare che la sua origine risalga ai tempi del nostro 
poeta, poiché non è indicata nell'elenco delle ville « que per Ve- 
ronam ad presens distinguuntur » del 1184^). Non è, questa, una 
ragione decisiva, ma è un fatto che mette seriamente in dubbio ogni 
tentativo d'identificazione. Vero è che si ha memoria, nell'indice 
del 1184, di una villa detta di « Canzelle (Cancello) cum Va- 
rano'^) ». Si osservi, però, che la forma non è la medesima e che 
anzi se ne discosta assai. Con Varano non saremmo più nel di- 
stretto di Villafranca. Difficilmente altresì sarà da pensare a « Ca- 
vara » nella prov. di Bologna "*), anche perchè ci si aspetterebbe 
un de Cavarana (cfr. prov. de Breissana)^), in ogni caso, anziché 
de la Cavarana. La presenza dell' articolo in tuff e quattro i ma- 
noscritti mi fa sospettare che in cavarana si nasconda bene un 
ca' (casa). Oltre a ciò, la designazione di la ca' Varana è tale da 
presentarsi subito seducente. Ma chi potrà scovare questa Ca' Varana, 
donde poi, con metatesi reciproca spiegabilissima, verrebbe Cara- 
vana? E se invece quest'ultima, appunto, fosse la forma originaria? 



1) Scrive lo Schultz-Gora in Zeitschr., VII, 182: « Zwar ist die Entwicke- 
« lung von Cavarana zu Cayranne anzufechten, da sich sonst v zu u vokali- 
« siert, aber man mag erwàgen, dass Ortsnamen oft Verànderungen unterliegen, 
« die sich an keine Lautgesetze kehren ». 

2) F. TORRACA, // serv. di P. de la C, in Rass. crii, di leti, ital., IV (1899;, 
P- 1 sgg. 

») Osservazione di A. Scolari, // serv. ai Lombardi di P. de la Cav., in 
Gior. star. d. leti, ital., LIX (1912), p. 358. 

^) C. Cipolla, in Nuovo Arch. Veneto, X, P. II, p. 405 sgg. 

5) SCHULTZ-GORA, op. cit., p. 182, n. 6. 

6) Nella biografia I di Sordello si ha: « fo de Mantoana », 



— 43 — 

Insomma, nulla di sicuro saprei inferire dal nome del poeta, se ne 
togli una leggera probabilità in favore dell'origine italiana. 

Qualche documento pare avvalorare la nostra presunzione. 

Infatti, in un atto dell' a. 1233 troviamo ricordato un Arnaldonus 
quondam Petri de Cavarana domini Federici imperatoris notarius^). 
Che questo Pietro, morto già nel 1233, sia il nostro trovatore? 
Grazie al nome del figlio, possiamo intanto identificarlo, con verisi- 
miglianza, con un Peronetto de la Qaravana ancor vivente nel 1223: 
Arnaldonus filius domini Peronifti de Lagaravana nella « Matricola » 
dei notai bolognesi "^). È da notarsi che nei due documenti il nome 
si presenta, come nei manoscritti, con la metatesi di v-r o r-v, ciò 
che non è senza importanza per noi^); sicché il riconoscimento del 
nostro poeta nel padre di Arnaldo o Arnaldone, notaio imperiale, 
si presenta come possibile, anzi probabile, se non come cosa sicura. 

Ammesso ciò in via, per lo meno, di semplice congettura, 
notiamo che la data, che si può assegnare all'unico componimento 
che abbiamo di Peire — un serventese d'esortazione ai Lombardi'*), 
— non esclude l'identificazione col padre del notaio Arnaldo. Il 
serventese infatti, secondo il Tocche^) e lo Schultz-Gora ^), può 
riportarsi al 1195 e secondo il Canello agli anni 1195-1196 e più 
precisamente 1196'^). Vedremo che non è possibile accettare la 
data 1236 proposta dal Torraca. L'autore è guelfo e invita i Lom- 
bardi ad opporsi alle forze imperiali con una intesa sincera e franca 
tra loro, quasi per non offrire pretesto (possiam noi aggiungere) 
all'intervento del monarca tedesco^). Il serventese non è per vero 
una esortazione alla guerra, ma piuttosto un'esortazione ai Lombardi 



') G. Bertoni, Intorno a P. de la Car. o la Cav,, in Rev. d. long, romanes, 
S. VI, T. Ili (1910), p. 397. Vedi il documento ricordato in A. Solmi, Sulla 
storia della Sardegna nel medio Evo, in Arcfi, stor. sardo, IV (1908), p. 90, n. 2. 

') Quest' atto fu indicato dal Torraca, Per la storia letteraria del sec. XIII, 
in Pass. crit. d. lett. ital., X, (1905), p. 97 sgg. 

3) Notisi anche la forma gavarana (con un g- che si trova nel!' indice del 
ms. prov. estense D, e. VIIH: Peire de la gauarana. Nel corpo del cod., invece, 
a e. 206» si ha: Peire de la cauarana). 

*) Testo n. II. 

5) TOECHE, Kaiser Heirich. VI, 1867, p. 420 [indicazione desunta da Schultz- 
Gora, Zeitschr., VII, 182-183]. 

«) SCHULTZ-GORA, Zeitschr,, cit., pp. 182 e 183. 

7) Canello, Peire de la C. e il suo sirventese, in Giorn. di filol. romanza, 
III (1880), p. 3. 

«) Interpretazione di A. Scolari, op. cit., p. 353. 



— 44 — 

di evitare la guerra con la fermezza e la solidarietà dei loro atti. 

Scrive il poeta: « ricordatevi dei valenti baroni di Puglia guar- 

« datevi che non vi tocchi la stessa sorte (vv. 18-19 e 22-23) ». 
Peire Vidal, alludendo pure a certe punizioni inflitte ai baroni 
pugliesi per aver voluto resistere all'imperatore, aveva detto: 

Lombart, membre"us cum F^oilla fo conquisa, 
De las dompnas e dels valens baros. 

Ai versi del Vidal somigliano e forse si ispirano quelli del 
nostro Peire, sicché si affaccia subito al pensiero l'idea che siano 
stati composti intorno al medesimo lasso di tempo, intorno cioè 
al 1196, quando Enrico VI fece strazio delle città della Puglia. 
« Omnes civitates Campanie Apulieque — scrive il continuatore 
« di Ottone di Frisinga — aut expugnatas destruxit aut in dedi- 
« tionem accepit, Inter quas precipue Salernum, Barletam, Barram,... 
« subvertit, nec fuit civitas aut munitio, que eius impetum sustinere 
« valeret ^) ». 

In verità, il Torraca fondandosi principalmente sui versi 5-6: 

que • 1 nostr' emperaire 
aiosta granz genz 

rivolse il pensiero a Federico II e all' a. 1236; ma l'allusione con- 
tenuta in questo passo conviene anche al 1195, nel quale anno 
Enrico VI preparò infatti grande sforzo di genti in Germania^). 
Allora appunto Peire Vidal sollecitava i Lombardi a tenersi 

en defes 

de crois ribautz e de mais escarans 

e scriveva: «ben vo'gra patz de lor (i Milanesi) e dels Paves » ; 
mentre Peire li esortava a « star fermi », a star concordi fra loro ^). 
È un fatto che la strofa VI : 

Deus gart Lombardia, 
Boloign' e Milans, 
E lor compaignia, 



1) Monum. Germ. Hist., Script. XX, p. 39 (anno 1194). 

2) Che si alluda a genti di Germania, mi par mostrato dalla strofa V 
(vv. 32-37). 

3) Un altro accordo fra il nostro e il Vidal è stato messo in evidenza da 
A. Restori, Noterelle provenzali, in Rass. bibl. d. leti, ital., XX (1912); fase. 6. 



— 45 — 

Brexa e Mantoans, 

C US d'els sers non sia, 

E'isbos Marquesans 

con la sua esplicita allusione a Bologna, Milano, Brescia, Mantova 
e agli abitanti della Marca trevigiana, fa pensare all'anno 1226 e 
anche, con maggior titubanza, al 1236; ma se notiamo che il 31 
Luglio 1195 si collegarono, per la Lega di S. Donnino, le città di 
Verona, Mantova, Milano, Brescia, Bologna, Padova ecc. ^), si sarà 
disposti a non allontanarsi dalla data che pare imposta dai sin- 
golari accordi istituiti fra il nostro Peire e il Vidal. 

Insomma, non vi sono ragioni, a nostro avviso, per ascrivere ad 
altro anno che non sia il 1195 il nostro serventese, il quale si 
chiude con un elogio di un « veronese onorato » che non sappiamo 
identificare e che è forse chiamato (v. 53) col « senhal » di Saill 
d' Agaitz'^). 

Dal serventese a noi pervenuto, Peire de la Cavarana non si pa- 
lesa, come presto vedremo (Cap. Ili), quale un conoscitore esperto 
della lingua poetica occitanica, ma quale uno dei più interessanti 
poeti che abbiano scritto in Italia in versi provenzali. 



3. 
ALBERTO MALASPINA 



Le notizie sulla vita del Marchese Alberto Malaspina (che la 
breve biografia provenzale ci dice essere stato « valenz hom » e 
« larcs et cortes e enseignatz » ) non sono così scarse come quelle 
concernenti gli altri più antichi trovatori italiani, ma neppure sono 
tanto numerose quanto le vorremmo. Sappiamo che nacque con 



1) Muratori, Ant. ital., IV, 486. 

2) Vedasi la nota al componimento, v. 53. Dico che è « forse » chiamato 
Saill d' Agaitz, perchè dai versi di Peire non risulta in modo incontrovertibile 
che questo « senhal » non si possa riferire ad altri che non sia il « veronese 
onorato ». 



— 46 — 

molta verisimiglianza, negli anni che vanno dal 1160 al 1165'). In 
un documento dei 13 Agosto 1187^) lo troviamo ricordato insieme 
ai fratelli a proposito di un investitura della Rocca di Carana data 
dall' Abate di Bobbio a « Murelem et Opizonem et Albertum ger- 
manos filios quondam Opizonis marcliionis Malaspine » ^). In sè- 
guito, egli figura in diversi documenti, già indicati in gran parte 
dallo Schultz-Gora ''), sino al 1210, nel qual anno cadde, con tutta 
verisimiglianza, la sua morte. 

La fama del nostro marchese poeta dovè stendere le ali e volare 
assai lontano. Secondo il Canello, Arnaldo Daniello con la frase 
cel de de Pontremble alluderebbe in un suo componimento ad Al- 
berto Malaspina. La cosa non è impossibile, perchè il passo che 
suona: 

Non ai paor 
Que ja cel de Pontremble 

N' aia gensor 
De lieis ni que la semole 

(Ili, 37-40)5) 

ci mostra Alberto in fama di celebre vagheggiatore di donne. Ora, 
noi sappiamo, grazie a Rambaldo di Vaqueiras, eh' egli fu impe- 
gnato, in qualità di cavaliere galante, nell' avventura di Saldina da 
Mar. Oltre a ciò, a sentire sempre Rambaldo, Alberto veniva chia- 
mato « lo marches putanier » (v. 61). Onde, l'allusione di Arnaldo 
Daniello, il quale afferma che una donna piij bella della sua o 
che le rassomigli non potrà essere mai avuta neppure da colui di 
Pontremoli, può bene rivolgersi al nostro trovatore italiano, che le 
virtij e i vizi della società cavalleresca d' allora dovè possedere in 
non piccola misura ^). 



^) LiTTA, Malaspina, tav. II («Alberto detto Moro»). 

«) Monumenta Hist. Patriae, Chart., II. 1134 (n. 1635). 

2) A proposito dei fratelli di Alberto, dirò, in via di congettura, che, oltre 
Moroello (morto prima del 3 luglio 1197) e Obizzo li (morto prima del 30 
agosto 1194), un altro dovè esservi di nome Corrado (distinto dall' « antico » 
■e da Corrado II). Si veda un documento dei 17 ottobre 1200 in Mon. Hist. P., 
Chart., II, 1209. 

*) SCHULTZ-GoRA, Zeitschr . cit., pp. 188-190. Su Alberto, scrisse già il 
Galvani ntW Annuario stor. modenese, I (Modena, 1861), p. 25 sgg. un assai 
interessante articolo, che merita ancora di venir ricordato. 

5) Ediz. Canello, p. 201 ; ediz. Lavaud, p. 20. 

8) Lo SCHULTZ-GoRA, Epistole del trovatore Ramb. di Vaqueiras (traduz. 
ital.), p. 164 affaccia l' ipotesi che il nome Maur che si ha in Pietro Vidal 



— 47 — 

La tenzone scambiata fra Alberto Malaspina e Rambaldo di 
Vaqiieiras (Testi, n. Ili) è, si può dire, celebre. Essa dà luogo, 
anzitutto, a una questione assai importante concernente il carattere 
intimo, se serio o giocoso, del componimento. A noi pare presso 
che impossibile che ingiurie e contumelie così atroci come quelle 
che sono contenute nella nostra tenzone (in cui il Marchese è accu- 
sato di villania, di fellonia e di malvagità ed è dipinto quale uomo 
che ripone le sue speranze nei tradimenti e nei ladrocini) possano 
essere state scambiate seriamente fra il trovatore e il Malaspina. 
Certo, r ironia traspira da tutto il componimento ed è ironia scaltra 
e feroce, la quale, mischiata ad insulti gravi e fondati (sebbene 
lanciati là, in poesia, quasi per ludo letterario), non manca di pro- 
durre un'impressione profonda; ma appunto perchè espressa con 
una esagerata baldanza, poteva prestarsi ad essere considerata come 
uno scherzo; uno scherzo, però, che doveva far ridere verde tanto 
il marchese quanto il trovatore ^). Il qual trovatore, grato a Boni- 
facio I di Monferrato e ligio quanto mai al suo maggior protet- 
tore, doveva covare qualche ragione di disgusto e di puntiglio contro 
Alberto. 

I sentimenti di Bonifacio I, che fu quasi rivale di Alberto nella 
ambizione di eccellere per doti cavalleresche sui signori del tempo ^), 
non potevano non essere passati nel suo amico poeta, che combat- 
teva a suo fianco, viveva nella sua corte e nella sua corte appunto 
aveva trovato, pare, molto da ammirare con gli occhi e con il cuore. 
Noi riteniamo, adunque, che 1' ironia e il sarcasmo della tenzone 
vadano interpretati in una certa speciale maniera, alla quale, a dire 
il vero, ci hanno già abituati Manfredi Lancia e Peire Vidal. 

Probabilmente, Rambaldo trovavasi presso Bonifacio I, quando 
ebbe a scambiare le sue cobbole ingiuriose con Alberto, e la proba- 



(29,61) designi Alberto Malaspina, che fu appunto chiamato « il Moro ». Lo 
Chabaneau, in Revue des long, rom., XXXII, 209 pensa invece che in Maur 
si nasconda un nome di luogo. Letta e riletta la difficile strofa (Bartsch, P. 
Vid., 29, Lesebuch, 79) a me pare che lo Chabaneau possa avere facilmente 
ragione. 

M L. PASTINE, in Rivista d'Italia, 15 sett. 1913, p. 428, prendendo occa- 
sione da alcune mie osservazioni sulla tenzone in discorso, sostiene che non 
si tratti di uno scherzo. E se non si annette a questo vocabolo l' idea del- 
l' ironia, egli ha certamente ragione, poiché la tenzone si riferisce, qua e là, 
ad avvenimenti reali. 

*) Si trattò, ripeto, di rivalità, dirò così, cavalleresca. Alberto aveva in 
moglie una sorella di Bonifacio I. 



— 48 — 

bilità si fa maggiore se ci diamo a studiare il componimento con 
lo scopo di fissare il tempo in cui fu scritto '). Si giunge infatti, 
a ben guardare, a un periodo, in cui il trovatore si trovò alla corte 
di Monferrato. Nella str. IV, vv. 33-34 si dice che Alberto aveva 
perduto Val de Tar e Peiracorva: 

Per qeus tolgront, ses deman, Val de Tar, 
E Peiracorva perdetz per foillia. 

Ora, Val di Taro fu ceduta ai Piacentini nel 1189 e quanto 
air allusione di Petracorva, è un fatto che essa ci permette a dirit- 
tura, come è stato veduto, di riportarci oltre il 6 novembre 1194^). 
Anche le altre allusioni che possono essere afferrate, sono tali da 
non contradire punto a questo termine cronologico. Ai vv. 35-36 è 
detto che Nicolò e Lanfranco da Mar possono accusare Alberto di 
menzognero. Abbiamo forse qui un accenno a Saldina da Mar, la 
quale fu oggetto di una cavalleresca avventura di Bonifacio e di 
Rambaldo contro il Marchese di Malaspina, avventura narrata con 
queste parole dallo stesso Rambaldo: 

Vuelh retraire 1' amor e refrescar 
E"l fag que fem de Saldina da Mar, 
Quan la levem ai marques a Solar, 
A Malespina de su'l plus aut logar; 
E pueys detz la a Poiiset d' Anguilar 
Que muria el liet per lieys amar 2). 

Nicolò e Lanfranco da Mar, che furon forse fratelli di Saldina, 
compaiono in documenti degli anni 1187 e 1189; ma se ciò vuol 
dir poco, significa invece molto il fatto che il componimento, a cui 
i citati versi appartengono, sembra essere, per forti indizi, ante- 
riore all'Agosto del 1194. Al v. 40, Alberto allude al nuovo stato 
di Rambaldo, divenuto di giullare, che era, cavaliere: 

E cel qe-us fetz de ioglar cavaliier 
Vos det enoi trebaill e malanansa. 

Colui che fece Rambaldo cavaliere fu Bonifacio I di Monferrato. 



^) Nel mio Duecento, Milano, 1911, cap. I, ho sostenuto che la tenzone 
potè essere stata scambiata presso il Malaspina; ma ora, come si vede, sono 
d' altro parere. 

2) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 192. 

3) Testo e trad. in Schultz-Gora, Epist. dei trovai. Ramb. di Vaqueiras, 
p. 56. 



- 49 — 

Lo stesso trovatore ce lo fa sapere chiaramente, sicché cade ogni 
altra congettura (Epist., Ili, w. 1 e 8-9): 

Vaien Marques, senher de Monferrat 



Que m' avetz gent noyrit et adobat 
E de nìen fait cavalier prezat. i) 



Stabilire esattamente quando abbia avuto luogo questa ceri- 
monia, è cosa impossibile; ma poiché in Sicilia Rambaldo combattè 
com' egli stesso ci fa sapere, a fianco di Bonifacio, e poiché ciò difficil- 
mente sarebbe avvenuto, se fosse stato ancora scudiero ^), é presu- 
mibile che al tempo del viaggio del Marchese di Monferrato nell'isola 
il trovatore fosse già stato elevato alla dignità cavalleresca. Ora, 
l'andata in Sicilia di Bonifacio I cade appunto nel 1194. Il con- 
trasto deve cadere poco dopo il 1194, perchè in seguito gli avveni- 
menti portaron lontano il poeta e il Marchese di Monferrato, a tempo 
della quarta crociata. 

Ho avuto occasione di dire che qualche rivalità esisteva tra 
Bonifacio di Monferrato e Alberto Malaspina e che Rambaldo di 
Vaqueiras, con le sue feroci ironie, potè interpretare in parte i senti- 
menti del suo protettore. Notiamo, a questo proposito che altra volta 
il trovatore non mancò di lanciare una frecciata all' indirizzo di 
Alberto, e ciò fu quando, scrivendo in versi a Bonifacio, gli ricordò 
di averlo aiutato un giorno a sollevare di terra il Malaspina caduto 
di arcione {Epist., p. 61): 

Que ieu e vos levem gen del sablo 

N' Albert Marques, qu' era ios de 1' arso. 

Insomma, allorquando Rambaldo si scaglia con tanta gagliardia 
contro Alberto, noi vediamo un poco dietro il trovatore 1' ombra di 
Bonifacio 1; onde gli scherzi mordaci si fanno piij interessanti. Pare 
poi che accanto a Rambaldo stesse Pietro Vidal, il quale potè bene 
lanciare in un componimento perduto qualcuna delle sue insolenze 
al Malaspina, se questi sul finire della tenzone sente il bisogno di 
ricordare un « Pier » (v. 57): 

A mon dan get de trobar vos e' n Pier. 



1) Anche in un altro componimento Rambaldo parla della sua assunzione 
a cavaliere. Nel compon. 392, 24 dice: el marques que l'espaza-m ceis. Vedi 
inoltre Schultz-Gora, Epist. cit., p. 99. 

-) SCHULTZ-GoRA, Epist. cit., p. 98. 

4 



— 50 — 

Che questo « Pier » sia veramente il Vida!, non si può dimo- 
strare in modo incontrovertibile; ma poiché il Vidal dovè essere alla 
corte di Monferrato intorno al 1196 '), la congettura si presenta non 
soltanto possibile, ma anche assai probabile. 

Qualche parola dovrò spendere (per finire questi pochi cenni 
sul Malaspina) intorno ad una tenzone « imaginaria » : Dona, [a] vos 
me comari, che figura nel Gnindriss del Bartsch sotto il numero 
10, 16, tra i componimenti di Albertet de Sisteron ^). Altri studiosi, 
invece, si sono pronunciati per il nostro marchese Alberto. Ora, le due 
attribuzioni, sia quella ad Albertet, sia quella al Malaspina, poggiano 
sopra non solide basi. L' attribuzione poi ad Albertet de Sisteron 
deve, anzi, essere scartata senz' altro, perchè la donna, imaginaria 
interlocutrice della tenzone, si rivolge al poeta chiamandolo verso 
la fine del componimento, « Marques » (vv. 33, 36, 39, 42). L'opi- 
nione che dietro questo « Marques » stia il Malaspina o il De Sisteron 
proviene dal fatto che il Rochegude •^) e il Bartsch^) danno quale 
autore della poesia un « Albert », Si capisce, grazie a ciò, che gli 
studiosi siano facilmente arrivati ad identificare il poeta con l'uno 
o l'altro Alberto. Ma le cose non istanno propriamente così. Il solo 
manoscritto, che ci conservi il componimento, il ms. R, e. 24 
(n. 207 della tavola di P. Meyer, Bibl. de V Ec. des Charfes, XXXI, 
423), lo dà anonimo ^), preceduto dal solo termine generico tenso. 
Vero è che la poesia che precede immediatamente nel ms. è la ten- 
zone fra Alberto Malaspina e Rambaldo di Vaqueiras; ma non è 
chi non veda che ciò non è una buona ragione per attribuire ad 
Alberto il componimento seguente; tanto più che ognuna delle ten- 
zoni, che si leggono in quella sezione del codice, fa parte di per sé. 
Potremmo, tutt' al piij, vedere nella successione dei due componi- 
menti un indizio per l' identificazione di « Marques » con Alberto, 
ma nulla più di un puro e semplice indizio, senza valore proba- 
tivo ^). Ond' è che non senza molta esitazione pubblichiamo più 



1) Vedasi ciò che dice lo Schultz-Gora, Epist. cit., pp. 155-156. 

2) Galvani, Annuario star, moden., I, 60; Chabaneau, Biogr., p. 328; 
Selbach, StreitgedicM, p. 36, § 71; Knobloch, Streitgedichte, p. 11; Jeanroy, 
Romania, XIX, 394, n. 1 ; Schultz-Gora, Epist., cit., p. 163. 

3) Parn. occit., p. 94. 

*) Prov. Lesebuch, p. 95. 

5) Debbo r indicazione esatta della carta del ms. R, ove si legge il testo, 
alla cortesia del prof. dr. A. Pillet, che vivamente ringrazio. 

«) Anche il Pillet trova che manca una seria base alla identificazione con 



— 51 - 

oltre, fra i componimenti di dubbia attribuzione, (App. ai « Testi » 
n. LXXI) la tenzone Dona, [a] vos me coniati. Resta adunque che 
una sola poesia si può con piena sicurezza ritenere di Alberto Mar- 
chese: la tenzone già ricordata (testo n. Ili) scambiata con Ram- 
baldo di Vaqueiras ^). 



RAMBERTINO BUVALELLI 



Avendo potuto determinare con sicurezza 1' anno della morte 
(1221) di Rambertino di Guido Buvalelli, grazie alla testimonianza 
di alcuni documenti veronesi ^), m' è stato lecito registrare il nome 
del trovatore di Bologna fra i nostri piìj antichi poeti in lingua 
provenzale. 

Rambertino Buvalelli cantò una Beatrice d' Este, che deve es- 
sere evidentemente identificata con la figlia di Azzo VI, la quale 
morì nel 1226 nel chiostro di Gemola. Questa Beatrice — leggiamo 
in un'antica biografia^) — « passoe li anni de la sua adolescentia in 
« pompe et fauori del seculo: in delitie de la sua carne, in orna- 
« menti et uanitate de diuerse facte come è usanza di nobile fe- 



Alberto Malaspina. * Ich wiirde (mi scrive egli) der Form wegen an einen 
Spàteren denken, etwa an Marques de Canillac, und setze daher das Gedicht 
als fingierte Tenzone unter 296, 1.^» (n. del suo Grundriss non ancora com- 
parso, mentre scrivo queste linee). 

') Di un'altra attribuzione (tenz. con Gaucelm Faidit) dovuta al Galvani 
(Ann. stor. cit., 1, 57) e al Bartoli (Storia, II, 12), han già fatto giustizia il 
Bartsch e lo Schultz-Gora, mostrando che non si tratta già del nostro Alberto, 
ma di Albertet de Sisteron. 

*) Bertoni, Rambertino Buvalelli (Gesellschaff f. roman. Literatur, n. 17), 
Dresden, 1908, p. 9. Quivi si troveranno indicati i documenti mercè i quali 
si entra in possesso della data della morte del trovatore (Settembre 1221). 

2) Cod. Càmpori (Bibl. est.) T. 6, 10. Contiene anche il testo latino 
(oltre che il testo volgare) della vita di Beatrice: opera di frate Alberto 
della Chiesa di S. Spirito. 



— 52 — 

« mina et seculare ». È impossibile stabilire esattamente il tempo 
in cui Rambertino ebbe rapporti d'amicizia con la corte estense; 
ma forse non erreremo pensando agli anni migliori del trovatore, 
gli anni della sua gioventù consacrati alle Muse, prima che le po- 
desterie e le varie occupazioni dei suoi uffici lo tenessero tutto. Sul 
finire del sec. XII, la corte estense fioriva delle grazie di Beatrice 
e della liberalità di Azzo VI, il quale (narra la citata biografia) 
« fue bello de forme quasi più de futi 1' altri homini. Hommo pru- 
« dente et ardito ualente in facti d' arme et de inzegno perspicace: 
« sapiente et mirabile parladore ». 

All'alba del sec. XIII, dalla patria del trovatore, da Bologna, 
se anche non furono composti in corte, dovettero giungere graditi 
alla giovinetta estense versi come questi (testo n. IV, vv. 54-57): 

Biatritz d' Est, la mieiller etz e' anc fos, 
E ia Dieus noca • m sai, s' ieu de ren men, 
Qu' el mon no ere que n' aia tant valen, 
Qui voi gardar totas bonas razos 

e come i seguenti (testo n. VI, vv. 51-53): 

Chanssoneta, vai, ten la dreicha via 
Lai enves Est, on fis pretz cabalos 
Soiorn' e iai ab la meillor e' anc fos^). 

Pare che le podesterie del Buvalelli incomincino con l'a. 1201, 
quando a Brescia compare come podestà un « Rembertinus » che 
fece la pace fra Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani e Bresciani ^). 
Certamente, poi, egli fu podestà di Milano nel 1208^). Nel 1209 fu 
console di giustizia in patria^). Quindi, nel 1212 fu a Modena, 
come ambasciatore del cardinale Sessa legato d'Innocenzo III^); 



1) Per le altre allusioni a Beatrice nei versi di Rambertino, si veda Ber- 
toni, op. cit., pp. 4-6 e SCHULTZ-GoRA, Zu Bertoni 's Ausgabe des Rambertino 
Buvarelli, in Zeitschrift f. rom. Phil., XXXV, 101. 

2) Annales Brixienses M. H. P., Script., XVIII, 816: « receptus est Rem- 
bertinus potestas ». Nel 1203 Rambertino Buvalelli figura, invece, sicura- 
mente come uno dei procuratori di Bologna (Savioli, Ann. bologn., II, 2, 
p. 249). 

3) R. I. S., XI, 663 (Lambertinus Bonarelus); M. G. H., XVIII, 398 (Lam- 
bertinus de Bonarellis). Quanto alle forme del nome che si incontrano negli 
antichi documenti, rimando a una mia nota in Romania, XXXVII, 160 e alla 
mia ediz. cit. p. 1, n. 1. 

*) Fantuzzi, Not. d. scritt. bologn., II, 350. 
5) Ghirardacci, Historia di Boi., I, 115. 



— 53 — 

ma nel Maggio del medesimo anno era di nuovo in Bologna ^). Fu 
poscia podestà di Parma (1213)^); rientrò tosto a Bologna con 
l'ufficio di console e nel 1214 lo troviamo giurare l'osservanza di 
una lega col comune di Reggio^). Nel 1215-16 fu podestà a 
Mantova "*). 

Nell'anno 1217 fu eletto alla podesteria di Modena. La cro- 
naca del Da Bazzano è a questo punto confusa; ma quella del 
Da Morano dice chiaramente: « dominus Lambertinus de Buva- 
<^ lello de Bononia potestas Mutine in MCCXVII ». Inoltre, a 
conferma di ciò, abbiamo un documento del 5 Dicembre 1217, nel 
quale è registrata una sentenza pronunciata da un giudice del Co- 
mune di Modena, a tempo del podestà « d. Ramb. » ^). Questo 
« Ramb. » non può interpretarsi altrimenti che per « Rambertino ». 
Nel 1218 fu chiamato alla podesteria di Genova, nel quale officio 
fu confermato tre anni di seguito^). Nel 1221, al Buvalelli fu of- 
ferta la podesteria di Modena, che rifiutò per ingiunzione di papa 
Onorio Ili. Egli venne, invece, nominato podestà a Verona, dove 
mori, nello stesso anno 1221, nel mese di Settembre ''^). 



1) Bertoni, Ram. Buv., p. 13. Si afferma generalmente che Rambertino 
figuri in un documento del Libro o Registro Grosso, deli' Arch. di Stato di 
Bologna (f. 320) concernente il possesso di Sambuca (1212), durante una 
guerriglia fra Bologna e Pistoja. Essendomi rivolto per una revisione del do- 
cumento al Dr. G. Livi, direttore dell' Archivio bolognese, egli ha avuto la 
cortesia di scrivermi che « nel documento per la Sambuca non si rinviene il 
« nome di Rambertino. Bensì in altro documento, che immediatamente segue 
« (f. 303), non relativo alla Sambuca, ma ad affitti di case di proprietà co- 
« manale, si cita un Buvalello procuratore del Comune di Bologna ». 

-) Ann. parm. maiores, in M. G. H., Script., XVIII, 666: «dominus Lam- 
bertinus Guidonis Buvali de Bononia ». 

3) Bertoni, Ram. Buv., p. 13. 

*) M. G. H., XIX, 20: « Lambertinus de Bivialdo ». La forma corretta in 
Cipolla, Documenti per la storia delle relazioni diplom. fra Verona e Mantova, 
Milano, 1901, p. 30. 

5) Arch. Capitolare in Modena, Carte: L. 5. CCXXVII. 

6) M. G. H. Script. XVIII, 138, 140, 142. Gli Annali di Genova danno poi 
(XVIll, pp. 224, 225) il nome di Rambertino Buvalelli quale podestà nell' a. 
1248; ma si tratta evidentemente di un altro Rambertino. Sugli omonimi, si 
veda Bertoni, Ram. Buv., p. 8, n. 2. In causa dell'omonimia, è caduto in 
errore C. Frati, Propugnatore, N. S. Il, P. II, 174. 

') Oltre ai documenti da me fatti conoscere nella mia edizione, p. 9, si 
devono ricordare gli Annales veronenses antiqui editi da C. Cipolla in Bull. 
Ist. stor. ital., n. 29 (1908). p. 55. Quivi si legge: « MCCXXl. Hoc de mense 
« septembris obiit dominus Lambertus Buvalelli potestas Verone ». 



— 54 — 

Nei componimenti di Rambertino non si trova nessuna allu- 
sione ai fatti del suo tempo. Salvo gli accenni a Beatrice d' Este, 
si può affermare che uomini e cose della sua età sono estranei alla 
sua poesia. Tuttavia, alla fine del componimento 1 oz m'era de 
chantar gequiz, Rambertino incarica un certo Elias di portare il 
suo canto a Beatrice (n. IX, vv. 61-62): 

Aquest novel chant me portaz, 
N' Elias, lai on es beltaz. 

Neil' introduzione alla mia edizione delle rime del nostro tro- 
vatore (p. 10), credo di avere, se non a dirittura dimostrato, reso 
molto probabile che in questo « Elias » sia da riconoscere Elias 
Cairel. Infatti, fra i vari poeti occitanici di questo nome, il solo 
che abbia soggiornato in Italia e abbia potuto farsi messaggero di 
Rambertino alla corte d' Este, fu Elias Cairel, trovatore che po- 
trebbe dirsi poeta lombardo per adozione, tanto risuona nei suoi 
versi l'eco dei sentimenti italiani per le guerre d'Oriente'). Non 
si può escludere che, durante le sue peregrinazioni, egli sia pas- 
sato per Bologna e vi abbia conosciuto il suo fratello in arte Ram- 
bertino ^). A chi, meglio che ad Elias Cairel, fabbro egregio di 
versi provenzali, avrebbe mai potuto, il nostro Rambertino, affidare 
un suo componimento, da cantarsi, forse, alla presenza di Azzo 
marchese e di Beatrice? 

Una questioncella ancora concernente per l'appunto Beatrice; 
e poi lasceremo, per il momento, in pace il trovatore bolognese, 
salvo a riprendere in mano il suo esiguo bagaglio letterario lad- 
dove parleremo della poesia e della lingua dei cantori italiani in 
versi provenzali. Dovremo noi identificare con Beatrice d' Este, 
come pensa lo Schultz-Gora, la donna che Rambertino nasconde 
sotto il « senhal » di" Mon Restaur? '^). Il componimento Toz 
m'era (testo n. IX) parrebbe appoggiare l'opinione di coloro 
che non istituiscono rapporto di sorta fra Beatrice e Mon Re- 
staur. La tornata dice, infatti, nella lezione dell' unico ms. D 
(vv. 61-65): 



1) De Bartholomaeis, Un sirventès historique d'Elias Cairel, estr. dalle 
Annales da Midi, XVI (1904), p. 27. 

2) Qualche rapporto Rambertino dovè anche avere con Peire Raimon de 
Tolosa. Cfr. Bertoni, Ram. Buv., p. 11 e v. questo voi., p. 14. 

3) Vedasi, per ultimo, la cit. Zeitschr., XXXV, 101. 



— 55 — 

Aquest novel chant me portaz, 
N' Elias, lai on es beltaz 
Ab ioi et ab fin prez varai, 
Enves Est a Na Beatriz 
£(/) a Mon Restaur, lai on estai. 

Lo Schultz-Gora ha osservato per primo che 1' ultimo verso 
oltrepassa la misura di una sillaba, poiché difficilmente si può 
ammettere che e a formino sinalefe. Onde, soppresso e, « Mon 
Restaur » diventa apposizione di « Beatriz ». L'argomento perde 
alquanto valore, se si nota che Rarnbertino si permetteva contra- 
zioni assai gagliarde come, ad esempio, n' i ( = noi) X, 10 e che 
in un verso italiano e a conterebbero come una sola sillaba ^). Tanto 
più che la lingua di Ramberiino ci riserberà, come vedremo, altre 
sorprese. Tuttavia, pur non ammettendo la necessità di e, che sop- 
primo volentieri, e considerandolo dovuto alla penna di un copista, 
ne viene che realmente Mon Restaur debba prendersi quale un' ap- 
posizione? La risposta non è necessariamente affermativa perchè 
dopo « Beatriz » si può ammettere una pausa, piìi lunga e pro- 
nunciata nel canto; ma non può essere neppure negativa. D'altro 
lato, r uso di celebrare insieme due donne diverse non si può 
escludere, se davvero, come pare, il Bel Cavalier di Rambaldo di 
Vaqueiras e Beatrice di Monferrato, cantate dal poeta anche in un 
solo componimento, sono due persone distinte^). Insomma siamo cir- 
condati da molte dubbiezze, a diradare le quali non giovano nep- 
pure i vv. 41-44 del componimento Ges de chantar (testo n. VII) 
per causa delle lacune presentate dall' unico manoscritto. Piuttosto, 
la poesia Vili {S' a Mon Restaur), che finisce (v. 52) diras ni' a 
/' «;za seror potrebbe fornire un argomento per identificare con Bea- 
trice il « Ristoro » di Rambertino, qualora si potesse dimostrare che 
runa seror è veramente Costanza d' Este, figlia di Azzo e perciò 
sorella di Beatrice. La cosa è probabile, direi anzi molto probabile, 
ma non è tale da indurre senz' altro nel lettore una piena convin- 
zione. A me era parso dapprima che Beatrice dovesse tenersi distinta 
da « Mon Restaur ». Ora, dopo i dubbi sollevati dallo Schultz- 



^) Anche il CiRESCIni, Monualetto^, p. 340 ha accolta la lezione del ms. 
E (ms. et in tutte lettere ) a /non Restaur. Lo Schultz-Gora (p. 101) considera 
a dirittura come impossibile questo caso di sinalefe. 

-) Tale è 1' opinione dello Zingarelli, Bel Cavalier e Beatrice di Monfer- 
rato, in Studj letterari e linguistici dedicati a P. Rajna, Firenze, 1911, p. 557. 
Cfr. Bertoni, Giorn. stor. d. lett. ital., LIX, 416. 



— 56 — 

Gora, non ardirei più ripresentare questa mia opinione; ma non 
potrei neppure affermare che essa sia stata dimostrata erronea. 
Siamo neir incertezza, e dall' incertezza preferisco, per ora, non 
uscire. 



5. 
PIETRO DE LA MULA 



Peire de la Mula prende posto, soltanto per congettura, fra i 
trovatori italiani. Certo egli fu in Italia; certo il suo nome « de la 
Mula » ci ricorda che famiglie così chiamate non mancarono nel- 
r Italia superiore nei tempi in cui si svolse l' attività dei nostro 
poeta; ma la prova della sua italianità, a dire il vero, ci manca. E 
neppure possiamo offrire ai lettori una somma d'indizi che possa 
tener luogo di prova ^). 

In qual tempo visse Peire de la Mula? La risposta fortu- 
natamente non si fa attendere a lungo. La sua biografia o vi- 
tarella provenzale ci dice che stette « ab miser N' Ot del Car- 
ret » (e secondo il ms. N^, 24", con un significativo italianismo: 
« com messer Ot del Caret »). Ora, Ottone del Carretto fiorì 
a cavaliere dei sec. XII-XIII^), sicché Peire de la Mula ci si fa 
innanzi come uno dei piìi antichi trovatori in Italia. Donde 1' ano- 
nimo autore della vitarella occitanica abbia desunto questa noti- 
ziola, noi non sappiamo. Forse attinse a qualche perduto compo- 
nimento, perchè la notizia appare degna di fede e non già frutto 
della fantasia del biografo. Infatti, noi troviamo un' allusione al 
nostro Peire in una cobbola di Palais, poeta che fu certamente in 



1) A meno che non si voglia ritenere come prova il v. 4 della cobbola 
che citiamo più innanzi in cui si legge: entre Lombartz. Ma ciò è davvero 
troppo poco. 

«) Lo troviamo in documenti del 1190, del 1194 (podestà di Genova), del 
1220 e in altri ancora indicati già dallo Schultz-Qora, Zeitschr., VII, 195-196, 
a cui rimandiamo. V. questo voi. p. 22. Cfr. anche Zenker, Folq. von Rom., 
pp. 24-25. 



— 57 — 

rapporti con Ottone del Carretto. La cobbola si legge in due ms. 
e suona "): 

Molt se fera de chantar bon recreire, 
AI meu semblan, qui sofrir s' en pogues, 
Qu' el mon non es ebriacs ni beveire 
Qu' entra Lombartz non fassa sirventes; 
5 Neus un Peire qui fa la mula peire 

S' en entramet quant vins l'a soprepres ; 
Que • I n' ai ia vist si cochat e conques 
Que set enaps de fust e tres de veire 
Bec en un iorn, granz e comols e ples. 

. [Chi potesse tenersi dal cantare, ne desisterebbe con molto vantaggio, al 
mio parere, perchè non vi è al mondo ubbriaco né bevitore che non componga 
sirventesi fra i Lombardi. Persino un certo Pietro « qui facit mulam petere » 
ne compone quando è soprafatto dal vino; ch'io l'ho visto abbattuto e de- 
presso per aver bevuto in un giorno sette nappi di legno e tre di vetro grandi 
e pieni colmi]. 

Al verso 5 abbiamo un volgare giuoco di parole di non ardua 
interpretazione^); che in esso si alluda a Peire de la Mula, mi 
par cosa fuor d' ogni dubbio. Il nostro Peire, che attaccava i giul- 
lari e li dichiarava fastidiosi (testo n. XI, v. 3), era, a sua volta, 
vilipeso da un trovatore o giullare provenzale per le sue debolezze 
verso Bacco e persino per i suoi amori con le Muse. 

Palais, abbiam detto, ebbe rapporti con Ottone del Carretto. 
Ciò risulta da un suo componimento che incomincia Be'm piai lo 
chantars e'I ris, nel quale si legge: 

Mas mezer Ot m' a conqis 
Del Carret, q' es francs e pros 
E voi bon prez e gazaigna. 

(D, e. 197'') 3). 



1) I due ms. sono D, 206 e Q, 112'*. Riproduco la lezione del Witthoeft, 
Sirventes joglaresc, p. 72, salvo al v. 3, ove il W. ha saltato inavvertitamente 
non, al v. 5, ove il W. malamente legge Neus un peire qui far la Mula Peire, 
al v. 6, ove il W. ha la soprepres, e al v. 9, ove il W. ha bel {con D, mentre 
Q: bec). Le parole qui (Q qi) fa la mula peire non si hanno in D. Il ms. Q 
ha poi fa non già far (eh. Bartsch, Zeitschr., IV, 519; Schultz-Gora, Zeifschr., 
VII, 195; Bertoni, Cam. riccardiano 2909, p. 215, col. 1). Altre lievi inesat- 
tezze del Witthoeft nell' apparato delle varianti, si possano correggere con 
la lezione del il mio « Canz. ricc. » al luogo citato. 

2) È un lazzo scurrile, che non presenta difficoltà quanto alla traduzione 
letterale (suona in latino: « qui facit mulam petere»), ma che non ha quasi 
nessun senso all' infuori di quello d' essere appunto un gioco di parole. 

3) Vedasi su questi versi: Bertoni, in Giorn. star. ci. leti, ital., LUI, 
p. 178 e si cfr. questo voi. a p. 21, n. 2. 



— 58 — 

Si potrebbe anzi pensare che appunto alla Corte di Ottone 
si siano incontrati i due poeti, se la congettura non venisse scossa 
dall'osservazione che altre corti, come quella dei Marchesi di Sa- 
luzzo o di Monferrato o dei Malaspina, poterono essere il luogo di 
ritrovo di Peire de la Mula e di Palais. In favore, però, della corte 
di Ottone parla la sola notizia che stia a nostra disposizione, quella 
della vitarella provenzale. Non sappiamo se Palais sia stato vera- 
mente giullare. Alcuni suoi versi, rivolti contro « una gent pauto- 
neira » e contro certi « gargos >> che sanno che cosa siano la 
fame e il freddo'), farebbero credere ch'egli non avesse fatto 
parte della disgraziata classe della giuUeria; ma, d'altro canto, i 
versi ricordati non bastano a provare che egli non fosse giullare e 
il modo come a lui si rivolge Folchetto di Marsiglia alla fine di 
un suo componimento {Ja no ' is mg hom): 

A N' Azirnan ten, Palais, e t' enansa 
(ediz. Stronski, p. 67) 

è tale da farci credere che Palais non godesse la considerazione 
di un vero e proprio maestro della rima. « Palais » senz' altro, non 
già « En Palais », lo chiama Folchetto^), così come i trovatori 
usavano chiamare i giullari e come, a ragion d' esempio, Bertran de 
Born chiamava Papiol. 

Non saprei dire se un « Mola » che scambiò alcuni versi con 
Guilhem Rairnon ^) possa essere identificato con Peire de la Mula. 
Il passaggio di Mula a Mola non sarebbe impossibile in qualche dia- 
letto, come in emiliano, anzi sarebbe conforme alla fonetica di quella 
regione, e se si ammettesse un' origine emiliana per il poeta, si ca- 



1) Editi dal Restori, Palais, cit., Cremona, 1892. Il ms. ha veramente « a 
« garcons — a tals q' anc mais no sabron que se fos — mas fams e freig, 
« trebailz e malananzfa] ». 

2) Si potrebbe obiettare che il « Palais » di Folchetto potrebbe essere un 
altro giullare diverso dal nostro Palais. Ma si badi che questo nome non fu 
punto comune e che la cronologia non si oppone all' identificazione. Palais dovè 
essere giullare di Folchetto nella sua gioventù, prima di oltrepassare le Alpi 
e scendere fra noi. Anche noi pensiamo che Palais non abbia nulla di comune 
con quel Palazi (Chabaneau, Biogr., p. 369) che figura con Tomier quale 
autore di due componimenti: uno edito dall' Appel, ChrestA, 107; l'altro dallo 
JEANROY, Un sirventès en faveur de Raimon l///(1216), estr. da Bausteine zur 
roman. Philologie, Festgabe fiir A. Mussafia, Halle, 1905, (p. 11). 

3) Contenuti nel solo ms. H. Gauciiat-Kehrli, Studj di filol. rom., V, 
p. 594. 



— 59 — 

pirebbe come il suo nome avesse potuto subire l' influsso delia pro- 
nuncia dell'Emilia. Ma contro l'accennata supposizione potrebbe 
levarsi qualche serio dubbio, perchè non è detto che la grafia de 
la mula, offerta dai manoscritti ^), sia proprio esatta e non possa 
essere corretta in de lamiila. Non mancano luoghi chiamati Lanmla 
(da Lama) e anche Amola '^) e una supposizione come questa, 
che ridurrebbe vano l'accostamento con l' emil. mola (mula) as- 
sunto a soprannome del nostro trovatore, non si può scartare in 
nodo perentorio. La disposizione delle parole nei manoscritti con- 
'irta, però, la lettura « De la Mula » alla quale, per questa ragione, 
:i atteniamo. Lo Schultz-Gora, del resto, ha già indicato un luogo 
chiamato « Mulum » al Sud-Est di Mantova e ha fornito qualche 
esempio dell'esistenza nell'Italia del Nord di famiglie denominate 
« Mula ». Ne viene che sulla possibilità di un riconoscimento di 
Peire de la Mula nel Mola, che tenzonò con Guilhem Raimon, non 
si può dir nulla. Se avessimo, almeno, qualche dato sicuro intorno 
al tempo, in cui fiori 1' altro interlocutore della breve tenzone, 
qualcosa si potrebbe dire; ma due furono i trovatori o giullari chia- 
mati Guilhem Raimon: l'uno visse al principio del sec. XIII, e 
r altro alla fine del medesimo secolo ^). Cosicché, anche da questo 
lato non possiamo ricavare nessuna luce. 

I versi di Peire non ci offrono nessun dato sulla sua vita. Nel 
compon. la de razon (testo n. XIII) troviamo al v. 22 un « Androin » 
0, forse meglio, « Androine», nel quale si è pensato di poter rico- 
noscere r imperatore greco Andronico I Commeno. Si tratterebbe 
di un' allusione, la quale cronologicamente non si potrebbe oppu- 
gnare"*); ma, ciò non ostante, data la forma del nome, a me pare 
che la cosa sia, non dico impossibile, ma poco probabile. 

La vitarella provenzale ci fa anche sapere che il nostro poeta 
fu a « Cortemilla ». Pensiamo che vi sia stato negli ultimi anni 



^) Vedansi le varianti al testo n. XI (rubrica). 

2) Amola nel Frignano, a ragion d' esempio. 

3) Parliamo più oltre, nel capitolo dedicato a Ferrarino da Ferrara, di 
questi due Guilhem Raimon. Rimandiamo il lettore a quelle linee. 

<) Scrive infatti lo Schultz-Gora, Zeischr., VII, 197: « Die Annahme, 
« dass Peire Ende des 12. Jahrhunderts und Anfang des 13. Jahrhunderts ge- 
« lebt habe, wird bestàtigt, wenn man in dem Androinel der in Str. 3 von 
« Peires Liede /a de razo nom cai mefr' en pantais vorkommt, den griechischen 
« Kaiser Andronicus 1 Commenus sehen will, der 1185 vom Volke umgebracht 
« wurde ». 



— 60 — 

del sec. XII o nei primissimi del sec. XIII quando Cortemiglia faceva 
parte dei possessi d' Ottone del Carretto 0; ma non si può esclu- 
dere un suo soggiorno colà a tempo di Bonifacio HI del Vasto 
(intorno al 1185), o anche in sèguito, quando su Cortemiglia ave- 
vano allungata la mano Guglielmo di Monferrato e altre casate (in- 
torno al 1210) acquistandone, possiam dire, la maggior parte. 



NICOLETTO DA TORINO 



Non è improbabile che Nicoletto da Torino, il quale tenzonò 
con Joan d' Albusson (testo n. XVI), con Uc de Saint Circ (testo 
n. XV) e con Palchetto di Romans (testo n. XIV) vada riconosciuto 
in quel « Nicolet » che compare in mezzo a giullari in un serven- 
tese di Aimeric de Peguillan scritto alla corte dei Malaspina, intorno 
al 1220, se non proprio in quel medesimo anno. Nel serventese 
che incomincia: Li fol e 'il puf e' il filol leggiamo alla str. IV 
(vv. 25-28): 

Aitals los a cum los voi 
Lo Marques: Encantarel, 
Nicolet ci Trufarel 
Que venon ab lui e van^). 

Le ragioni cronologiche non si opporrebbero a siffatta identifi- 
cazione, a giudicare dai versi di Nicoletto che ci sono rimasti e 
dalle allusioni, che contengono ^). Infatti, nella cobbola scambiata 



1) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 196. 

2) Mi scosto alquanto dal testo dato dal De Bartholomaeis, p. 8 (estr. 
dagli Studj romanzi, VII). Leggo, cioè : Encantarel (anzi che e«] Ca/z/ore/) iden- 
tificando questo giullare con queir Enchantarel che figura in un componimento 
di Amoros dau Lue (Bertoni, Rime prov. ined., n. XXIV), componimento 
scritto verso il 1225 e indirizzato al re Enrico III d' Inghilterra. È probabile 
che la buona lezione sia Encantarel, poiché al nome dei giullari non era d'uso 
prefiggere la designazione onorifica: en. 

3) Nulla sappiamo di lui, oltre a ciò che ci insegnano i suoi versi. 



— 61 — 

con Palchetto di Romans, egli dice di aver lasciata la Borgogna^ 
in cui non trovò altro che fastidì (e in cui dovè essersi recato du- 
rante una delle sue peregrinazioni giullaresche), per venire presso 
il conte « Godofre » e il « prò comt' Ubert » (XIV, 17-18). Già lo 
Schultz-Gora ha riconosciuto in questi due personaggi due conti di 
Biandrate: Goffredo e Uberto^). Quanto al primo, ritengo anch'io 
che possa essere quel Goffredo, che compare negli anni 1210, 1222, 
1226 -). Quanto al secondo, lo identificherei volontieri con quel- 
r Uberto conte di Biandrate, che nel 1209 aveva, « insieme con gli 
altri di Biandrate, ottenuto da Ottone IV un diploma di conférma 
dei privilegi dell' illustre sua famiglia » ^). Nel 1224 sappiamo che 
compare in un' obbligazione fatta da Guglielmo marchese di Mon- 
ferrato verso Simone ed Enrico del Tocco giudici maggiori di Capua 
ed altri agenti dell' imperatore Federico II. Lo troviamo ancora nel 
1233 intento a fortificarsi contro la potenza dei Chieresi e nel 1237 
presente ad una investitura concessa ad un marchese di Busca. 
Aveva impalmato una certa Sandra o Sarda di ignoto casato. Era 
già morto nel 1240 ^)" 

Oltre che con Palchetto da Romans, Nicoletto scambiò versi 
con Uc de Saint Gire (testo n. XV ). Questi si era lamentato che 
Adelaide di Vidalliana (oggi: Viadana) non l'aveva accolto con 
queir onore, di che gli erano state larghe, invece, Donella di Brescia 
e Selvaggia (forse Selvaggia d' Auramala, figlia di Corrado I Mala- 
spina '). Nicoletto, a sua volta, prese le difese di Adelaide e biasimò 
Donella e Selvaggia di bene accogliere un poeta che non sapeva 
render chiaro e celebrato il nome delle sue protettrici (vv. 22-24): 

Na Donella sai qe n' a penedenza 
Car vos onret, e Salvaga no'm platz 
Car vos acuoill ni'usfai bella parvenza. 



« Turin » pare a me il nome della sua città, e non credo che possa essere 
(come suppone il De Bartholomaeis, p. 39) il nome del padre. La designa- 
zione non sarebbe conforme all' uso trobadorico. 

>) SCHULTZ-GoRA, Zeitschr., VII, 215. Si attiene allo Schultz-Gora lo 
Zenker, F. de Romans, pp. 27-28. 

-) SCHULTZ-GORA, op. cif., 215. Goffredo era figlio di Gozzelino. Cfr. Ru- 
SCON'i, / Conti di Biandrate, Milano, 1876, p. 200. 

3) G. Claretta, Un documento inedito sui Conti di Biandrate, in Arcfi. 
stor. ital,, VII, (1881), p. 299. 

*) Claretta, op. cit., p. 300. 

5) F. Bergert, Die von den Trob. genannten o. gefeierten Damen, p. 86. 



— 62 - 

Questa Adelaide di Vidailiana apparteneva alla famiglia di 
Mangona. Sposò Cavalcabò, signore di Viadana, dal quale si separò, 
per ritornare in seno alla famiglia, nel 1234 '). il componimento, 
di cui è parola, cade adunque prima del 1234, ma non sapremmo 
fissare sicuramente il termine « a quo » perchè ci manca la data 
del matrimonio. Tuttavia, siccome Selvaggia dovè essere nel bel fiore 
della vita intorno al 1220-30''^), così non andremo lontani dal vero 
proponendo per via di congettura, come data della composizione 
dei versi di Ugo e Nicoletto l'anno 1225, circa ^). 

Preziosa, sebbene alquanto oscura, è la tenzone scambiata da 
Nicoletto con Joan o Joanet d' Albusson (testo n. XVI). Il trovatore 
provenzale racconta un suo sogno e il trovatore italiano si industria 
di spiegarlo, chiarendolo partitamente. Che cos'era quell'aquila, che, 
in sogno, avanzava verso Salerno volando per 1' aere mentre tutto 
fuggiva dinanzi ad essa, sì da lasciarla regina d'ogni cosa? E 
perchè faceva mai quest' aquila si gran vento ? E perchè arri- 
vava da Colonia una molto grossa nave piena di fuoco, il quale 
per effetto del gran vento ardeva e risplendeva in ogni parte? 
E perchè mai, infine, l' aquila spegneva questo fuoco e metteva 
gran lume in Monferrato e altrove, mentr' essa si sedea sull' aere 
in luogo sì alto, da poter contemplare tutto il mondo? — L'aquila, 
risponde Nicoletto da Torino, raffigura 1' imperatore « qe ven 
per Lombardia ». Dinanzi a lui fuggono coloro che gli hanno fatto 
torto e che non potranno difendersi dalla sua potenza. La grossa 
nave rappresenta la grande oste degli Alemanni. Essa porta il tesoro 
che reca l' imperatore in Italia. Se poi 1' aquila spegne il fuoco, ciò 
significa che 1' imperatore saprà metter pace ovunque; e se Mon- 
ferrato brilla, egli è che sarà ceduto dal marchese. L'assidersi del- 
l' aquila in alto luogo è testimonianza, infine, della sua sterminata 
potenza. 



1) TORRACA, Le donne italiane, pp. 18, 43; De Lollis, Sordello, p. 24, n. 1 ; 
Bertoni, Giorn. stor. d. leti, ital., XXXVlll, 142; Berqert, op. cit., p. 80. 

2) Si sa che suo padre nacque nel 1179 o 1180 e che fu cantata da Guilhem 
de la Tor nella Trevo (v. 2) e in un'altra poesia (Bertoni, Studj di filo l. 
rom., Vili, 454), da Uc de Saint-Circ (ediz. Jeanroy-Salverda de Grave, n. XV, 
p. 75) e da Alberto da Sisteron e Aimeric da Belenoi (Scultz-Gora, Epist., 
p. 169; Berqert, op. cit., p. 86). Questi due ultimi la cantarono, pare, intorno 
al 1220. 

») Jeanroy e Salverda de Grave (p. 164) propongono di considerare il 
■componimento come non molto posteriore al 1220. 



- 63 — 

Può darsi che Giovanetto d' Albusson si sia sentito soddisfatto 
delle spiegazioni tornitegli dal trovatore italiano. Noi, a dire il vero, 
desidereremmo qualcosa di piìi, qualche allusione piij esplicita, 
qualche accenno ad avvenimenti pii!i noti. Insomma, per un contem- 
poraneo la dichiarazione di Nicoletto poteva bastare; mentre i po- 
steri sentono il bisogno di dichiarare, a lor volta, la sua dichiara- 
zione. L' imperatore è evidentemente Federico II, e poiché egli è 
chiamato « imperatore » è chiaro che la poesia è posteriore al 22 
Novembre 1220. Si tratta ora di vedere donde l' imperatore muova. 
La locuzione « devers Salern » potrebbe avere due sensi, in quanto 
l'aquila (l'imperatore) partisse o si dirigesse verso Salerno; ma 
poiché noi abbiamo un « venia » (v. 4), il primo significato é da 
preferirsi al secondo. L' imperatore veniva, adunque, dall' Italia me- 
ridionale nell'Italia settentrionale dove erano i due poeti; non andava 
dalla Germania nell' Italia meridionale. Invece, in Italia si recava 
un' oste raccolta in Germania. Il Marchese di Monferrato non è 
ancora tra i fedeli di Federico II, la cui gloria non ha ancora rag- 
giunto r apogeo, ma si avvia ai più alti fastigi, come appare dalla 
predizione e quasi profezia di Nicoletto. Siamo in un periodo ante- 
riore alla battaglia di Cortenuova, perchè Bonifacio II di Monfer- 
rato figura ancora tra gli avversi all' imperatore e perchè la grande 
potenza di Federico è piiì predetta che constatata nei versi dei due 
poeti. Siamo, anzi, a parer mio, prima del 1234, cioè prima della 
andata dell' imperatore in Germania, a punirvi il figlio ribelle, En- 
rico. D'altro canto, sappiamo che Federico mosse alla volta dell'Italia 
superiore nel 1231. Onde, la data della tenzone va ricercata fra il 
1231 e il 1234 0- 

Tutto, adunque, porta a credere che la migliore attività poetica 
di Nicoletto da Torino sia caduta nel bel mezzo della prima metà 
del sec. XIII. La tenzone con Joan d' Albusson ce lo mostra così 
addestrato nella poesia provenzale, da farci ragionevolmente pensare 
che non pochi saggi del suo verseggiare in lingua occitanica ci siano 
stati invidiati dal tempo. 



*) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 216 e Ein Sirv. v. G. Figueira, p. 36 
pensa al 1238; Torraca propone il 1236; Selbach (p. 69) avanza come date 
estreme il 1237 (battaglia di Cortenuova) e il 1242. De Bartholomaeis, Os- 
servazioni sulle poesie provenzali relative a Federico II, p. 18 vorrebbe richia- 
mare il componimento al 1231. 



— 64 — 

7. 
IL CONTE DI BIANDRATE 



Nella breve notizia dedicata a Nicoletto da Torino, abbiamo 
avuta l'opportunità di toccare dei Conti di Biandrate, e piij spe- 
cialmente di Goffredo e Oberto, entrambi fioriti nella prima metà 
del sec. XIII. Abbandonata la Borgogna, Nicoletto fu ospitato, come 
egli stesso dice nella cobbola di risposta a Palchetto di Romans, 
dal Conte Goffredo (testo n. XIV, vv. 17-20): 

E segi lo comte valen 
Godofre, do. cui sui servire, 
E-1 prò comt' Ubert eissamen 
Cavia de vezer talen. 

Ciò dovè aver luogo verisimilmente nel 1220-25 o poco dopo 
questo quinquennio, perchè, con probabilità, le peregrinazioni giul- 
laresche di Nicoletto caddero nel primo periodo della sua attività, 
quando ancora egli era uno dei giullaretti svillaneggiati da Aimeric 
de Peguilhan. Poscia egli dovè fermarsi in qualche corte di maggiore 
fama, fors' anche in quella di Monferrato, ove potè essere dettata 
la sua tenzone con Joan d'Albusson sulla gloria crescente di Fe- 
derico II. 

Dove siano stati scambiati i versi surricordati di Palchetto di 
Romans e di Nicoletto, non sappiamo precisamente; ma l'allusione 
a Goffredo e a Oberto non escludono la possibilità che i due tro- 
vatori si siano incontrati alla corte medesima dei Conti di Bian- 
drate. Uno di questi tenzonò anzi con Palchetto o, piuttosto, indi- 
rizzò a Palchetto una cobbola (testo n. XVII), alla quale il poeta di 
Romans rispose. Non sarei alieno dall' identificare il verseggia- 
tore con Oberto, ma l'indicazione dell'unico ms., che ci ha con- 
servati i versi in questione, è così indeterminata (ms. H, 51 : « lo 
coms de Blandra»)^), da tenere sospeso e incerto qualsiasi stu- 



1) Blandrà, è certamente « Biandrate » con la caduta italiano-settentrionale 
di -te. SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 232. L'identificazione era già stata fatta 
dal Barbieri e dal Tiraboschi. La correzione di alcuni studiosi in « Fiandra » 



— 65 — 

dioso '). Anche il contenuto dei versi del Conte è oltremodo oscuro. 
Egli si dichiara obbligato a tenersi lontano da una persona che 
lo saccheggia senza riguardo, e alla quale egli non sa dare che 
il consiglio di continuare il suo viaggio (vv. 7-8): 

C'ades tegna viatge 
Dreit lai vas son estatge. 

Chi sarà questo Cameade ? Quale allusione si cela sotto i 
pochi e decisi versi del Conte ? Lasciando ai posteri la piccola, 
ma ardua sentenza, mi tengo pago a esporre qui la congettura che il 
signor di Biandrate alluda, senza averne l'aria, allo stesso Palchetto 
(v. la nota al testo n. XVII) e che Palchetto, nella sua risposta, mostri 
di aver afferrata l'allusione, rivolgendosi al suo interlocutore con 
modi non meno insolenti. La ragione per la quale identificherei il 
Conte di Biandrate, che tenzonò con Palchetto, con Umberto o 
Oberto, piuttosto che con Goffredo o con altro personaggio del 
suo casato, è la seguente: che noi abbiamo una tenzone di Gui- 
Ihem de la Tor con un Signore « N'Ibert », nel quale si potrebbe 
vedere Oberto Biandrate^). Il De La Tor fu certamente, com'è noto, 
in Italia nella prima metà del sec. XIII, cosicché non è inamis- 
sibile una sua visita alla corte di Oberto. Oltre a ciò, si noti 
che « Ibert » dovè essere una persona di riguardo, poiché nella 
tenzone vi appare trattato con riguardo (Seigner N' Iberz o Itn- 
berz), mentre il trovatore è semplicemenle chiamato Guilhem. Il 
contenuto del componimento nulla ci dice sull'essere dei due ver- 
seggiatori, pel fatto che vi si tratta se sia da preferire una donna 
timorosa che si fa pregare o una donna che ceda senza troppi 
preliminari, sicché l'identificazione di I(m)beìt resta sempre una 
ipotesi, ma un'ipotesi a mio vedere, assai seducente. Una volta 
che essa sia accettata, Oberto si presenta subito a chi cerchi, nel- 
l'albero genealogico dei Da Biandrate, il signore, che potè ten- 
zonare con Palchetto da Romans ^). 

{Grundriss, 181, 1) è naturalmente inaccettabile, come lo Schultz-Gora ha già 
fatto osservare. 

1) Il TORRACA, Studi su la lirica Hai. del Duecento, p. 281 identifica, senza 
dire il perchè, il nostro Conte di Biandrate con Guido di Biandrate, che fu 
forse a Capua nel 1227 e certo a Torino nel 1238. Penso che il Torraca sia 
stato indotto ingegnosamente alla sua identificazione dal ricorrere del verbo 
guidar nella risposta di Palchetto (vv. 12, 13); ma ciò è alquanto arrischiato. 

») Chabaneau, Biogr., 360. Vedi, più oltre, la tenzone: testo n. XVllI. 

3) Dato che non si volesse accettare l' ipotesi dello Chabaneau (alla quale 

5 



— 66 — 

8. 
ALBERICO DA ROMANO 



Troppo noto è questo personaggio, fratello del celeberrimo 
Ezzelino da Romano, perchè occorra tenerne a lungo parola. Ci 
accontenteremo di mettere in evidenza i suoi contatti con i poeti 
del tempo, sia con Uc de Saint-Circ, sia con Bordello ^ ). Di Albe- 
rico ci rimane, anzi tutto, una cobbola scambiata per l'appunto con 
il primo di questi due trovatori (testo n. XX), cobbola scherzosa, 
dettata dietro invito di Uc. 

Questi si fa interprete di certo ser Ardizzone, che sposatosi di 
fresco non aveva, pare, nulla da dar da mangiare alla sua com- 
pagna. Bordello, per bocca de Uc de Saint-Circ, prega Alberico di 
inviare al povero novello sposo un carro di « erbas de moill » 
(v. 7) e tanto miglio quanto ne occorra per la sua donna ^). Al- 
berico risponde di non voler mandare il miglio, ma bensì per 
accontentare Uc e Bordello, le « erbas de moill ». Potrebbe essere 



ha fatto buon viso anche il Restori, Per un serventese di Guilhem de la Tor, 
in Read, del R. Ist. Lomb. di Se. e Leti., S. Il, voi. XXV, 305 sgg.), si potrebbe 
pensare col Torraca, Studi su la liriea ital,, p. 283, ad Uberto Pelavicino, che 
si sa aver scritto versi (Torraca, p. 151). Insomma, V Ibert della citata ten- 
zione pare bene essere stato un signore italiano. Tuttavia, non bisogna dissi- 
mularsi che la forma del nome (Iberz, Imberz) sveglia qualche sospetto. Inoltre, 
un Peire Imbert figura fra i poeti provenzali e probabilmente va identificato con 
un personaggio dello stesso nome, che sceso in Italia con Carlo d' Angiò, 
ebbe da quest'ultimo importanti incarichi e offici di fiducia (De Lollis, Ro- 
mania, XXXIII, 124, n. 1 ; V. questo volume, a p. 29); ma per vero, è poco 
verisimile che l' Imbert, seguace dell' Angioino, abbia tenzonato con Guilhem 
de la Ter, perchè egli fiorì nella seconda metà del sec. XIII, verso il 1260- 
1270; mentre Guilhem de la Tor visse nella prima metà dello stesso secolo 
ed era già in Italia, in tutti i modi, prima del 1233 (data della morte di Gio- 
vanna d' Este da lui cantata). 

1) Tralasciamo di toccare dei fatti ed avvenimenti, nei quali fu coinvolto 
con o senza il fratello. Si sa eh' egli si staccò, a un dato momento, da que- 
st' ultimo e tra i due scoppiò allora (1239; 1252-1258) una grave inimicizia. 

*) II miglio adopravasi anche per la nutrizione umana. Vedasi una mia 
breve nota in Romania, XLll, 113. 



— 67 — 

che, per intendere questa piacevolezza, fosse opportuno ammettere 
che le « erbas de moill » avessero un significato speciale nel lin- 
guaggio simbolico delle piante; ma se veramente, come pare, esse non 
sono che il vegetale detto in ispagn. animelle (erba niollis) ^), cioè 
lo « spinaccione », meglio varrà pensare a qualcosa d'altro, e cioè 
al loro effetto diuretico, e, in qualche sorta, di ammolliente. Il po- 
vero Ardizzone veniva così ad essere burlato dai tre amici poeti ! ^) 
La cobbola fu dettata alla corte dei Da Romano prima della fuga 
di Bordello, dunque prima del 1229. 

Abbiamo poi (n. XIX) un breve componimento in lode di certa 
« Maria « attribuito a nabieiris (o nabietris)^) de roman in cui lo 
Schultz-Gora vide dapprima, con altri, una trovatrice provenzale'*); e 
poscia, con maggior ragione, vi ravvisò, col nome falsamente scritto e 
sfigurato, Alberico da Romano ■')• Non sappiamo chi sia questa Maria 
grandemente lodata ; ma si può congetturare che vada identificata 
con una certa « Maria de Mons » cantata da Uc de Saint-Circ 
{Na Maria de Mons es plasentera, ediz. Jeanroy e Salv. de Grave, 
n. XVIII, p. 81) nella quale si vorrebbe vedere, non so con quanta 
ragione. Maria d'Auramala o di Malaspina ''). 

L'amore di Alberico da Romano per la lirica provenzale è 



1) Baist, Zcitschr., VII, 115-116. 

-) Si confronti L. Spitzer in Zeifschr. f. franz. Spr. u. Literatur, XLI, 1913 
(ree. di Uc. de Saint-Circ, p. 7 dell'estratto). 

3) Può esservi dubbio sulla lettura di ^ o /, ma bieiris, è più probabile 
nel ms. T (e. 208"^), che solo conserva il componimento. 

*) Provenz. Dichterinnen, p. 16. 

5) SCHULTZ-GORA, Zeiischr., XV, 234. Per tal modo, una trovatrice ita- 
liana in lingua provenzale si è palesata per quello che veramente fu, cioè per 
un maschio. Al Parnaso provenzale d' Italia resterebbe un' altra donna di nome 
« Isabella >, la quale tenzonò con Elias Cairel (App. testo n. LXXII). Lo Schultz- 
Gora vi ravviserebbe {Prov. Dichterinnen, pp. 11-12) una certa Isabella Pe- 
lavicini figlia di Guido Marchesopulo. Ho sollevato altra volta dubbi circa 
questa identificazione (Giorn. stor. d. lett. ita!., XXXVlll, 148). Vedansi ora 
i miei dubbi quasi confermati dal Berqert, Die von den Trob. genannten oder 
gefeierten Damen, p. 75. 

") Beì^gert, Die von den Trob. genannten oder gefeierten Damen, p. 98. Il 
Bergeit dice che questo componimento non si legge in Q; ma, in verità, esso 
vi si legge a e. 38^' e 40^ (a pp. 77 e 81 della mia edizione in Gesellsc/iaft f. 
roman. Lit., n. Vili). Alberico da Romano è anche ricordato nel serventese Un 
servenfes vue/fi far di Uc de Saint-Circ (Jeanroy- Sai verda de Grave, p. 96, 
V. 32) come sostenitore dei Milanesi contro Federico, il. Le cronache dicono 
che nel 1239 Alberico aveva preso partito contro l' imperatore. 



— 68 — 

attestato anche dall'esistenza nel ms. D della copia (parziale o 
totale che sia, ma piuttosto totale) di un libro di rime occitaniche 
detto « Liber Alberici». Questo «libro» costituisce anzi una se- 
zione importante del celebre ms. D,del quale abbraccia le ce. 153'"-2ir. 
Nell'indice si leggono le parole: Hec sunt inceptiones cantionum de 
libro qui fuit domini Alberici et nomina repertorum earundem can- 
iionum. Il perduto manoscritto conteneva componimenti di più di 
cento trovatori (fra i quali Peire de la Cavarana, Manfredi Lancia, 
Rambertino Buvalelli, Peire de la Mula, Sordello) ed è gran ven- 
tura che la sua contenenza ci sia stata salvata dal cod. estense D. 
Già il Cavedoni sospettò che questo Alberico fosse il Da Romano, 
ed ora quest'opinione è accettata, a quanto so, da tutti gli stu- 
diosi. 

Il caso volle che ad un amatore della lingua di Provenza, 
Jacopo de Morra, uno dei due personaggi, per cui Uc Faidit scrisse 
il suo Donai provenzale^), Alberico si trovasse nell'occasione di 
dover mostrare i segni della sua potenza. Egli lo fece cioè fuggire 
da Treviso, dopo essersi alleato con Guecellone da Camino^). Ja- 
copo da Morra di Puglia era colà podestà imperiale. Amante della 
lingua occitanica, egli sarebbe stato anche un eccellente cultore 
della poesia italiana, se fosse da farsi buon viso a una recente 
congettura, secondo la quale lo si dovrebbe identificare con Gia- 
comino Pugliese uno dei migliori e piij interessanti poeti della 
così detta « scuola siciliana » ^). 

Il nome di Alberico da Romano va collocato vicino a quelli 
di Manfredi Lancia, di Alberto Malaspina, del Conte di Biandrate 
e, come vedremo, del Conte Tommaso II di Savoia. Tutti costoro 
non protessero soltanto i trovatori provenzali o italiani, ma si 
dilettarono, essi medesimi, fra i negozi e le cure della politica e 
degli affari, in dettar rime in lingua provenzale. E vi riuscirono in 
modo veramente singolare, a giudicare dai resti pervenuti sino a 
noi della loro attività poetica. 



1) Vedasi questo volume a p. 32. 

2) Nuova ediz. dei Rer. MI. Script., T. XV, P. Ili, p. 16. Anno 1239. 
2) TORRACA, Studi su la lirica ital. del duecento, p. 119 sgg. 



— 69 — 

9. 
OBS DE BIGULI 



Schultz-Gora ha registrato, parmi con ragione, il nome di « Obs 
de Biguli » fra quelli dei trovatori italiani, sia perchè da un com- 
ponimento di Guilhem Raimon (ms. H, n. 233), nel quale è ricor- 
dato Ezzelino da Romano, si impara che «Obs » scriveva versi: 

N' Obs de Biguli se plaing, 
Tant es iratz e dolenz, 
A Deu e pois a las genz 
Del rei, car chantan voi dir 

[Tanto è irato e dolente « N' Obs de Biguli » che si lamenta con Dio e 
con gli uomini del re; ond' egli cantando vuol dire...]. 

sia perchè il nome si presta ad essere considerato come di origine 
italiana ^). Soltanto, avuto riguardo al fatto che i versi di Guilhem 
Raimon furono probabilmente scritti nel Veneto, anzi, direi, alla 
corte dei Da Romano ( [QJani eu ving d' Ongaria — N' Aicelis 
rizia), io vorrei rivolgere il pensiero, come ho proposto altrove^), 
alla famiglia « Bigolini » di Treviso ^), anzi che, come ha fatto lo 
Schultz-Gora, ai « Bigoli » di Piacenza. S' io he ragione, dovremmo 
pronunciare naturalmente Biguli (cfr. Ferari cioè: Ferrarino) '*). Pur- 
troppo, un Obizzo, per il secolo XIII almeno, non si conosce né 
fra i Bigoli né fra i Bigolini. Nel componimento di Guilhem Raimon 
si parla del « rei », cioè di Federico II, prima della sua incorona- 
zione ad imperatore (1220). « Obs de Biguli » fiorì adunque nella 
prima metà del sec. XIII. 



1) SCHULTZ-GoRA, Zeitschr., VII, 233. 

*) Bertoni, Une conjecture sur un troubadour italien, in Ann. du Midi, 1908, 
n. 78. 

') I Bigolini si trasferirono presto a Padova, ma furono di origine trevigiana. 

^) Si sa che la biografia di Fcrrarino da Ferrara, del quale parleremo fra 
non molto, comincia (D, e. 243'"): Maistre Ferari fo da Feirara, ecc. La tenzone 
di Ferrarino con Raimon Guilhem ha principio con queste parole: Amics Ferrairi. 



— 70 — 

10. 
PIETRO GUGLIELMO DI LUSERNA 



Gravi dubbi, e non ingiustificati, pesano sull'origine italiana 
di Peire Guilhem de Luserna. Mentre il Torraca, il De Lollis, il 
Guarnerio e il Meyer ritengono questo trovatore un italiano^), nato 
in Luserna nel Piemonte (borgo già ricco e popoloso sulla via dei 
traffici col Delfinato e il Viennese, alla sinistra del Pellice); lo 
Jeanroy suppone ch'egli possa essere di una Luserna in Provenza 
(forse quella della vallata del Leberon, a qualche distanza dalla 
strada che conduce da Reillanne nelle Basses-Alpes alla Bastide- 
des-Jourdans) ^), del che non dubita punto lo Schultz-Gora ^). Con- 
siderato il prò' e il contro, noi crediamo piuttosto all'italianità del 
trovatore. Infatti, gli argomenti ingegnosamente trovati ed esposti 
dallo Jeanroy e approvati dallo Schultz-Gora, non inducono la per- 
suasione e si prestano, se ben vediamo, ad essere altrimenti inter- 
pretati. D'altro canto, il nostro poeta prende tanto e tale interes- 
samento a cose e a fatti d'Italia, da farlo supporre, piuttosto che 
provenzale, italiano, sebbene non manchino esempi di trovatori oc- 
citanici che abbiano cantati, con molto interesse e con molto 
cuore, avvenimenti svoltisi nel sec. XIII nella penisola. 

Le ragioni dello Jeanroy sono le seguenti. Nel suo componimento 
En aquest gai sonet (testo n. XXII), Peire Guilhem parla di « prodi » 
di Provenza (vv. 7-9) 

Que regnati ab conoissenza 

Et ab bella captenenza 

Si q'om no • Is en pot escarnir. 

In questi « prodi » (vv. 5-6: Per q' eu me voill ab ioi tenir — 
Ei ab los pros de Proenza) lo Jeanroy vorrebbe vedere dei protet- 



1) Per r opinione del Torraca e del De Lollis, si veda P. E. Guarnerio, 
Pietro Guglielmo di Luserna trovatore italiano del sec. XIII (estr. dal Giornale 
della Società di letture e conversazioni scientifiche, fase. Ili), Genova, 1886. Quanto 
all' opinione del Meyer, cfr. Romania, XXVI, 154. 

2) A. Jeanroy, in Revue d. long, rom., XL (1887), 392. 

3) SCHULTZ-GORA, Ein Sirv. v. Guilh. Figueira cit., p. 59. 



— 71 — 

tori provenzali del trovatore'). A me non pare. Il componimento 
finisce con questi versi: 

Na Ioana d'Est agenza 

A toz los pros, ses faillenza, 

Per qu'eirm voil ab los pros tcnir. 

Ora, chi sono questi «prodi» a cui piace Giovanna d'Este, 
e|uesti prodi che « vivono » o si « conducono » (tale è il senso di 
rcnhan) «ab conoissenza », questi prodi, infine, che non possono 
essere scherniti ? Secondo me, essi non sono che i poeti provenzali, 
scesi in Italia, che cantavano le donne italiane e, fra le altre, Gio- 
vanna d'Este. Quando Peire Guilhem afferma che vuole «tenersi 
< coi prodi » allude dunque, a parer mio, ai suoi confratelli in arte, 
pei quali dovè avere, come si capisce, molta simpatia e ammirazione. 
Di veri protettori non avrebbe avuto ragione di dire che « om no'ls 
« pot escarnir ». L'espressione è invece adatta ai poeti provenzali, 
perchè i giullari erano, per contro, scherniti e scherniti dagli stessi 
trovatori, come, a ragion d'esempio, da Aimeric de Peguilhan. 

Ma v' è una strofa, secondo lo Jeanroy e lo Schultz-Gora, che 
lascerebbe vedere essere Luserna situata in Provenza. Vi si parla 
di Cunizza da Romano e vi si dice ^) '■ 

E qj-ll mou guerra ni tenza, 
No • 1 cossel e' an en Proenza 

Dompneiar, 
Qe ben poiria semblar 
Folz e portar penedenza 
Per la soa malvolenza, 

Don m' anpar. 
Pero de Luserna • s gar, 
C orgoillz ni desconoissenza 
No'i troban luec ni guirenza, 



1) In altri versi (Guam., n. Ili; v. i nostri testi al n. XXIH: Mesura e co- 
noissenza — Dea retener per semenza — Qi regnar — Voi ab bella capfenenza) lo 
Jeanroy vedrebbe un'allusione a questi «prodi»; ma l'accenno è tanto in- 
determinato, da non potersi inferire nulla di sicuro. 

*) Guarnerio, n. Ili ; Jeanroy-Salverda de Grave, Uc de Saint-Circ, p. 132. 
Accolgo il testo dello Jeanroy e del Salverda de Grave, che è molto migliore. 
AI V. 1 il ms. ha qell (anzi che qi'll). AI v. 10, il ms. legge no troban li rie 
ni guirenza (la correzione, accettata naturalmente da J. e S. d. Gr. è del Mus- 
safia e del Meyer). Del resto, tutto il componimento, insieme alla risposta 
che ne fece Uc de Saint-Circ, si trova stampato fra i nostri testi, al n. XXIII. 
Vedansi anche le « note ■■> a questo testo. 



— 72 — 

Qu' il aftar 
De lai son tuit de plasenza*) 

Io, veramente, interpreterei così: chi muove guerra a Cunizza non 
vada, secondo il consiglio del trovatore, a dameggiare o a far la 
corte in Provenza perchè potrebbe sembrar folle e potrebbe pentirsi; 
tuttavia, faccia attenzione di non passare per Luserna, perchè orgoglio 
e sciocchezza non vi sono accolti né protetti, essendo tutto piace- 
vole ciò che colà si trova. Da questi versi è lecito realmente desu- 
mere che Luserna dev'essere situata al di là delle Alpi? Il poeta, 
ammiratore dei provenzali e della loro poesia, considera la Provenza 
quale terra del « domnejar » o del corteggiare per eccellenza; onde 
invita coloro che sparlano di una dama come Cunizza, di cui si fa 
paladino, a non recarsi nel paese ove si sa trattare con le donne 
meglio che altrove e aggiunge il consiglio di non passare per Lu- 
serna, perchè anche colà « orgoillz ni desconoissenza » non sono 
permessi 2). Luserna era sulla strada di Provenza, a Luserna il trova- 
tore aveva la sua inspiratrice. Dunque? Dunque, se ben vediamo, 
non vi sono argomenti decisivi per negare 1' italianità di Peire 
Guilhem, il quale può ritenersi piemontese con molta verosimiglianza, 
se non proprio con certezza. 

Peire Guilhem fu probabilmente alla corte d' Este, poiché esaltò 
Giovanna sposa di Azzo VII (1221-1233) e sarebbe stato prima a 
quella di Saluzzo, se veramente potesse riferirsi a lui un'allusione 
di Aimeric de Peguilhan {Lifol, vv. 23-24) in un testo scritto verso 
il 1220: 

Ni un autre tirador 3) 

Qu' eu no vuoili dir de Luserna. 

Alluse, intorno al 1226, alle inimicizie dell'imperatore Federico II 
con Milano (testo n. XXII, 31), difese Cunizza da Romano poco 
tempo dopo, a parer mio; cosicché possiamo ritenere che il periodo 
in cui il nostro poeta visse abbracci la prima metà del sec. XIII, 
non escludendo eh' egli possa essere nato sul finire del secolo pre- 
cedente. 



1) Credo che il De Bartholomaeis, // sirventese di Aim. de Peg., p. 30 
abbia torto di voler Plasenza con il P maiuscolo e di vedervi il nome della 
città. 

2) Questa è 1' interpretazione generale del passo La traduzione si troverà 
più innanzi, in sèguito al nostro testo n. XXIIl. 

3) Vedasi questo volume a p. 15. 



— 73 - 

Di Peire Guilhem di Luserna ci rimangono cinque componi- 
menti già editi criticamente, ma imperfettamente, dal Guarnerio '). 
11 più importante, dopo quello citato su Cunizza, incomincia: En 
aqiiest gai sonet (n. XXII), in esso si parla dei « pros de Proenza », 
si celebra Giovanna d' Este e si allude a Milano e a Federico II. 
Giovanna d' Este, prima moglie di Azzo VII, visse con lui dal 1221 
sino al 1233, nel quale anno (il 19 Novembre) morì. D' altro canto, 
r allusione a Federico II è determinata nel senso che l' imperatore 
abbia a temere la potenza di Milano (v. 31 : Milan lo cuida con- 
querir), il che fa pensare agli anni di maggiore tensione fra lo Svevo 
e la città lombarda, cioè al 1225-1227 o al 1230-1233; ma se si nota 
che l'allusione si fa pii!i chiara se ammettiamo che la lega lom- 
barda (2 Marzo 1226) si fosse da poco rinnovata e se ammettiamo, 
oltre a ciò, che le ostilità non fossero completamente dichiarate, 
donde gli avvertimenti del poeta, ci sentiremo disposti ad accogliere 
la data 1226-1227 per la composizione del serventese. 

Quanto poi alla poesia per Cunizza, osserviamo che il ratto di 
Sordello ( 1225 ^) doveva essere stato compiuto, se la dama poteva 
esser fatta segno a certi attacchi, da cui Peire la difende. Questi, 
di sentimenti ghibellini, fu forse uno dei poeti legati ai da Romano 
e se prese il partito per Cunizza, la ragione potrà ricercarsi, parmi, 
nei rapporti che il trovatore dovè avere con Ezzelino. Gli altri com- 
ponimenti presentano minor interesse, contesti quali sono di luoghi 
comuni. Anche una sua canzone alla Vergine (n. XXV) è ordita 
con il frasario ben noto di molte altre poesie religiose. 

1) Per miglioramenti ai testi e all'introduzione dell'edizione del Guar- 
nerio, si vedano: Mussafia, Rass. bibliografica d. leti, ital., IV, 12; Meyer, 
Romania, XXVI, 154; TORRACA, Giorn. Dantesco, IV, 1; Levy, Zeitschr.f. rom. 
Phil., XXll, 123; Jeanroy, Rev. d. l. rom., XL, 388; Zenker, Lit. f. germ. ii. 
rom. Phil., XVIIl, 275. 

2) Vedasi questo voi., a p. 76. 



— 74 — 

11. 
SORDELLO 



Su tutti i trovatori italiani si estolle Bordello, che deve 1' im- 
mortalità, in ogni modo, più a Dante che alla quarantina di com- 
ponimenti (quarantatre, se vogliamo essere esatti), fra buoni e 
mediocri, che ci ha lasciati ^). Essendo Bordello il trovatore pii!i 
importante d' Italia, è naturale che gli occhi degli studiosi si siano 
volti di preferenza a lui, fra gli Italiani che rimarono in provenzale, 
e che egli sia, perciò, divenuto oggetto di ripetute ricerche e di 
diligenti studi. Direi quasi che la gloria di Bordello ha projettato 
un po' d' ombra sur un trovatore d' Italia, che merita d'essergli posto 
vicino (e quasi sullo stesso piano), Lanfranco Cigala; sì che questo 
ultimo è stato dagli eruditi quasi trascurato. Invece, lasciando da 
banda il Bordello dantesco, che vive in un' aureola di luce eterna 
e solleva e solleverà ancora tante discussioni (alle quali, dati i pochi 
materiali storici a nostra disposizione, arduo e forse impossibile 
sarà rispondere in modo soddisfacente), lasciando anche da banda, 
dico, il Bordello dantesco, è certo che il Bordello trovatore ha rac- 
colto intorno a sé tutta una bibliografia, a centro della quale sta un 
utilissimo volume del De Lollis, che ne ha studiata la vita e pub- 
blicate, criticamente ricostruite, le poesie ^). 



^) Si aggiungano alcuni versi francesi, che si leggono nel ms. P, e. 65^ 
e che sono stati già editi. Il Merkel, Opinione dei contemp., p. 406, n. 2 li 
dice provenzali, ma di provenzale non vi ha che un montar (v. 4), oltre a 
qualche termine comune alle due lingue. Il copista, italiano, li ha alquanto 
ritoccati. 

2) C. De Lollis, Vita e poesia di Sordello di Gotto, in « Romanische Bi- 
bliothek » hgg. von W. Foester, XI. Halle, Niemeyer, 1876. Cfr. L. Biadene, 
in Rass. bibliografica d. leti, ital:, IV, 1: Pelaez, \n Nuova Antologia, I.° aprile 
1896; JEANROY, Revue critigue, 1896, n. 43; Mussafia, in Sitzungsberichte der 
kais. Akad. der Wiss. in Wien. Philos.-hist. Ci. CXXXIV (1896); Torraca, in 
Giornale Dantesco, IV, fase. 1-2: P. E. Guarnerio, in Giorn. stor d. kit. ital, 
XXVIII, 383; TORRACA, Giorn. Dantesco, IV fase. 7-8; P. E. Guarnerio, Giorn. 
Dantesco, V, 3; Schultz-Gora, in Zeitschr. f. roman. Phil., XXI, 237; Crescini, 
Sordello. Conferenza. Verona-Padova, 1897; Naetebus, in Arch.f. d. St. d. n.^ 



— 75 — 

Grazie all' opera del De LoUis e ad altri scritti originati in 
gran parte dall' apparire di essa, il nostro compito rimane alleviato 
in una delle sue parti piìi ardue, ma anche più interessanti. Ci 
ter/emo paghi, dunque, a pubblicare piìi innanzi il celebre « pianto » 
forse meglio sirventese del nostro trovatore in morte di Blacasso 
(testo n. XXVI) e trasceglieremo, fra le sue liriche, una componi- 
mento a ritornello e una canzone, che a noi pare delle più forti 
e rappresentative (testi nn.' XXVII-XXVIII), una canzone d'amore, 
che mostra oltre a una notevole densità di pensiero, alcune doti di 
originalità, a cui gli altri trovatori italiani non ci hanno, purtroppo, 
avvezzato. Qui discorreremo, per sommi capi, la vita del celebre 
trovatore, indugiando sui dati più importanti e esponendola, se 
sarà possible, senza lasciarci prendere la mano da troppe conget- 
ture 1). 

I primi versi di Sordello, o, per meglio dire, quelli che pos- 
sono essere ritenuti ragionevolmente i primi, ci mostrano il trova- 
tore in mezzo a compagnie per lo meno irascibili e focose. Canta 
egli, in una cobbola, un colpo di spada di un Uggeri ricevuto 
da Figeira (Guilhem Figueira), onde questi ne ebbe la gola af- 
fettata; in un' altra, si difende da Aimeric [de Peguilhan], — che 
gli aveva rinfacciato in versi di essersi buscato un bel colpo di 
anguistara sulla testa, — con ricordargli la sua avarizia ^). Forse, 
a questo periodo scapigliato della sua giovinezza, andrà ripor- 
tata una cobbola di un anonimo, nella quale Sordello è deriso,, 
perchè avendo perduto al giuoco il suo destriero e i suoi due pa- 
lafreni, non potrà passare un fiume senza mostrarsi in posizione 
assai ridicola. La cobbola è conservata nel solo ms. P, e. 55" e 
finisce (vv. 7-8): 



Spr. u. Ut., XCVIII, 202; De Lollis, in Giorn. stor. d. lett. ital., XXX, 725; 
Levy, in Zeitschr. f. rom. Phil., XXII, 251; Appel, in Literaturblatt f. germ. 
u. rom. Philol., XIX, 227; Torraca, Giorn. Dantesco, 1899, p. 80. —Altri due 
componimenti di Sordello sono stati editi da me nel Giorn. stor. d. lett. 
ital., XXXVilI, 285. Un altro, scoperto nel ms. R, è stato edito dallo 
Jeanroy, Poésies provengales inédites, estr. dalle Annales du Midi, XVI, p. 457 
sgg., n. VII. 

1) Anzi che insistere sulla vita del trovatore, che ha dato luogo a varie 
ricerche e discussioni, ci fermeremo, più innanzi (Cap. Ili), di preferenza sulle 
sue poesie delle quali procureremo di fissare il valore fra quelle degli altri 
verseggiatori italiani in provenzale. 

i) Difficile è dire a qual tempo risalgano queste cobbole. Forse al 1216 o 
1220. Sordello poteva avere allora una ventina d' anni, a un di presso. 



— 76 — 

S'el ven a flum, e no'i') ha gau mi pon 
Despoilla si e mostra son reon. 

[Se giunge a un fiume e non vi sia guado né ponte, si spoglia e mostra 
le sue rotondità]. 

Ma, ben presto, lo troviamo in piiii spirabil aere lungi dalle 
bettole e dal giuoco, alla corte degli Estensi (presso Azzo VII), 
dove ce lo mostra una tenzone da lui scambiata con Joanet d' Al- 
busson, come altra volta mi sono industriato di dimostrare*), e poscia 
alla corte di Ricciardo di San Bonifacio, di cui fu, per usare la 
espressione di Rolandino, « famigliare », cioè, a un di presso, « cor- 
tigiano » come lo dice, a sua volta. Benvenuto da Imola. Ricciardo 
di S. Bonifacio aveva sposato fra il 1221 e il 1222 una sorella di 
Ezzelino e Alberico da Romano: la famosa Cunizza, che Dante ha 
posta nel cielo di Venere, a rifulgervi di luce d'amore. Ora, ad isti- 
gazione del padre, secondo Rolandino, o, come par più probabile, 
del fratello Ezzelino (o, fors' anche, dei due fratelli) secondo le vita- 
relle provenzali, Sordello rapì Cunizza, che ricondusse alla casa 
paterna ^). Credo, come ho detto altrove, che il ratto abbia avuto 
luogo nel 1225 '*). Vi allude chiaramente un poeta provenzale, Re- 
forsat, il quale ci fa sapere che esso si effettuò di notte: 



1) Ms. noill. 

2) Bertoni, Giorn. d. stor. leti, ital., XXXVIII, 271. La mia opinione è stata 
accolta dallo Schultz-Gora, in Zeitschr., XXVI, 367. Soltanto, egli dà della 
tenzone dalla quale si può desumere questa notizia, un'interpretazione del tutto 
diversa (Schultz-Gora, Ein Sirv. von Guilh. Figueira, p. 43). Io non posso dir- 
mene pago, e mi tengo alla mia dichiarazione. Vedasi anche un mio cenno in 
Giorn. stor. cit., p. XLI, 421. Veramente, Azzo VII é detto soltanto « Marques » 
nel nostro componimento (v. 10); e chi osservi che il Da Peguilhan nel suo 
serventese Li fol (v. Il; ricorda Sordello, potrebbe pensare, anzi che al- 
l'estense, al Marchese di Saluzzo; ma recentemente il De Bartholamaeis, 
// sirvent. di Aim. de Peguilhan «Li fol», pp. 11-20 ha sostenuto che la pre- 
senza di Sordello a Saluzzo è quanto mai contestabile. Onde la mia opinione 
sembra la migliore. 

3) Rimando, per tutto ciò, al De Lollis, op. cit.. p. 8 sgg. 

*) Giorn. stor. cit., XXXVllI, 266. Cunizza, come si sa, è difesa da Peire 
Guilhem de Luserna (v. il nostro testo XXIII). Gli rispose Uc de Saint-Circ. 
Cfr. Jeanroy-De Grave, p. 133. In cinque mss., nel « partimen » di Sordello 
edito dal De Lollis n. XVII, si ha il nome di Cunizza al v. 68. Il ms. E ha: 
na conia, C na cuniza, N na coniza, IK na cusina , mentre in due (AD) si ha 
quello di « Agneseta » (di Saluzzo). Penso, con lo Schultz-Gora, Prov. 
Dicht., 15, e Zeitschr., XXI, 237, che il nome di Cunizza sia da preferire. Joanet 
d' Albusson pare alludere a Cunizza in un componimento (Vostra domna; 
Gauchat-Kehrli, Studj di filol. rom., V, 516, n. 171), in cui si annuncia a 



— 77 — 

Sordel ten hom per cavalier leal 
Car leialtnen saup la dona enantir, 
Q' el fes de nueg de son albero fugir, 
Per qe • n meiret entre nos son hostal i). 

Qiiest' ultimo verso pare darci la spiegazione della partenza dì 
Sordello dall' Italia, attribuendola al ratto di Cunizza, cioè alle ire 
scatenatesi dopo quel ratto. Ma la biografia provenzale maggiore, 
fra il ratto e la fuga di Sordello, interpone un altro episodio: « el 
« s' en anet en Cenedes, ad un Castel d' aqels d' Estras, de ser 
« Henric e de ser Guillem e d'en Valpertin, q'eron mout siei amie, 
« et esposet una soa seror celadamens, que avia nom Otha, e vene 
« se 'n puois a Trevis ». Questo periodo della vita del poeta di 
Góito è avvolto dall'oscurità'^). 

A Treviso egli fu perseguitato dagli Strasse e dai San Boni- 
facio ^), onde abbandonò, sul finire del primo trentennio del sec. XIII, 
r Italia. Si recò in Provenza alla corte di Raimondo Berengario IV. 
Il trovatore Peire de Castelnou, che scriveva nel 1266 o, più pro- 



Sordello che la « sua donna » si è data, come lui, a viaggiare, prendendo 
la via dell' Ungheria, mentre Sordello ha preso quella di Provenza. Vi si 
tratterà realmente di Cunizza? Rolandino dice che Cunizza con Bonio (Bo- 
nius) di Treviso, nimium amorata in eum, cum ipso mundi partes plurimas 
circuiva. 

1) Giorn. stor., XXXVIII, 290. Al v. 3 il ms. ha qer fos de nuegz. La cor- 
rezione, però, mi pare sicura. Ai v. 4, il ms., invece di qucn meiret ha qem 
meire. lì v. meirar, usato transitivamente, non costituisce una grave difficoltà, 
perchè nel senso transitivo di « cambiare » è attestato (Schultz-Qora, Zeitschr., 
XXVI, 368; Levy, Suppl.-W., V, 163). Tuttavia, è certo che non accontenta 
completamente. Si potrebbe pensare a un altro emendamento: menet. 

2) Non mi occupo, di proposito, di questa questione e rimando al De 
LOLLiS, op. cit., p. 15. 

3) A questo tempo pare risalire (ma anche ciò è oltremodo dubbio) il 
famoso Jlabel di Aimeric de Peguilhan indirizzato appunto a Sordello, nella 
Marca trevigiana. Che la fuga (a decidere la quale si vuole sia intervenuta, a 
un dato momento, anche un' inimicizia di Ezzelino sorta più tardi) che la fuga, 
dico, sia stata da Treviso, e non da altro luogo, è confermato da un serven- 
tese di Peire Bremon (ms. A, n. 607; De Lollis, p. 18, n. 1). Credo che si 
riferisca a Sordello, per le ragioni che ho esposte nella Romania, XLIl, p. 110, 
una « danza > di Uc de Saint-Circ edita dal Casini, Trovatori provenzali nella 
Marca trivigiana, p. 14 e ristampata molto meglio dallo Jeanroy e dal Sal- 
VERDA DE Grave, Poésies de Uc d. S.-C, p. 100. In essa, si allude alla pe- 
regrinazione di un tale, chiamato Ma vida, dalla Marca in Provenza. È curioso 
che gli autori del volume su Uc de Saint-Circ ed io siamo giunti, indipenden- 
temente, alla medesima identificazione di Ma vida con Sordello, Rom. cit. p. 1 10. 



— 78 — 

babilmente 126S, lodava il già morto conte di Provenza (f 1245) per 
aver trattenuto presso di sé Bordello : 

Anc negus hom per bella captenenza 
No vi nuls mais siiftertar ni suttrir 
,,, Qe per us mais no vis cent bes venir, 

Car be fenis de leu qi ben comenza. 
Per que" 1 pros Coms Berengiers o fes be 
Can mosegne 'n Sordel retenc ab se, 
' E si no'is fos cortes e plazentiers 

Al comenzar, noM retengra estiers, 
Ni no sabr' om son pretz ni sa valenza '). 

[Nessuno non vide mai sopportare e soffrire alcun male per essersi ben 
-comportato, senza vedere altresì venire cento beni per un male; che bene e 
presto finisce chi bene comincia. Onde il prode conte Berengario fece bene a 
trattenere presso di sé il mio signor Bordello. E se non fosse stato dapprincipio 
cortese e gentile, non lo avrebbe trattenuto e non si conoscerebbero ora i suoi 
meriti e il suo valore]. 

I rapporti fra Bordello e Raimondo Berengario dovettero essere, 
pare, assai buoni, se un trovatore come Blacasset, a ragion d'e- 
sempio, poteva rivolgersi al poeta mantovano per istigare il Conte di 
Provenza a prendere le armi contro il Conte di Tolosa^). Ma non gli 
mancarono, come sempre avviene, i nemici neppur là. Peire Bremon 
Ricas Novas lo investì violentemente per rinia e Bordello fieramente 
gli rispose ^). In Provenza non si può escludere che abbia cantato 
Beatrice della casa di Savoia^); ma i suoi componimenti amorosi piìi 



1) Nel componimento vi ha un'allusione alla sconfitta di Benevento, e, a 
quanto pare, ad avvenimenti posteriori a Tagliacozzo (Jeanroy, Un sirventès 
cantre Charles d' Anjou, pp. 20-22). Nel ms. (a) abbiamo, al v. 9, saubriom. 
\\ testo è conservato nel solo cod. a. 

2) Giorn. stor., XXX Vili, 278. 

3) Tre sono i sirventesi Peire Bremon e tre quelli di Sordello. Mi preme 
far notare che nel ms. D i sirventesi sono dati in quest'ordine: Sordello: 
Qan q'ieu; Ricas Novas: Lo bels terminis. — Sordello: Lo reprovier{s\. — 
Ricas Novas: Tan fort m' agrat. — Ricas Novas: En la mar. In A, compaiono 
riuniti sotto il nome del loro autore. A questi serventesi ne va aggiunto un altro 
di Sordello: Sol que m' afl (C R). Su di essi, si vedano: Schultz-Gora, Arch. 
/. d. St. d. n. Spr. u. Lit., XCIV, 123; De Lollis, op. cit., p. 46, n. 4; Schultz- 
GORA, Zeitschr., XXI, 241. 

*) Beatrice, figlia di Tommaso 1, aveva sposato nel 1219 Raimondo Beren- 
gario (v. questo voi. p. 4) Essa fu madre di quattro regine: Margherita sposa 
di S. Luigi; Eleonora sposa di Enrico 111 d'Inghilterra; Sancia di Riccardo re 
di Germania; Beatrice di Carlo d' Angiò re di Napoli. Savio, I primi confidi 
Savoia, Torino, 1887, p. 87. Che Beatrice sia stata cantata da Sordello, è opi- 



— 79 — 

importanti (molti, s' intende, dovettero andare perduti) paiono com- 
[ìosti per Guida de Rodez, per la quale, forse, egli nutrì un amore 
ideale e quasi platonico che è stato paragonato un poco a quello che i 
poeti dello « stil nuovo » ebbero per la donna da loro cantata ^). 
Invece, nella tenzone con Peire Guilhem de Tolosa (De Lollis, 
n. XVIIl ) pare a me che la « comtessa » (v. 2) così indicata per 
eccellenza, non possa essere che Beatrice e che il « conte » (v. 27) 
sia appunto Raimondo Berengario. La tenzone può essere stata 
scambiata alla corte stessa di quest' ultimo, mentre Guida fu can- 
tata pili spesso da lontano ^), il che spiega anche un poco 1' ac- 
cento di idealità nuova che hanno i componimenti di Sordello scritti 
111 suo onore. Guida fu da lui celebrata sotto il « senhal » di 
A" Agradiva (o Na Gradiva) e di Restaur. Che ad essa si riferisca 
anche 1' appellativo « douss' enemia » potrebbe darsi ^), ma è oltre- 
modo dubbio. Insomma, è cosa molto ardua distinguere esattamente 
ciò che spetta ad una o ad altra donna nelle poesie di Sordello. 
Il quale non soltanto si recò al di là dell' Alpi, ma oltrepassò 



nione del Torràca, Sul « Pro Sordello » di C. De Lollis, in Giorn. Dantesco, 
Firenze, 1899, p. 84. 

1) Ne parleremo più oltre, nel capitolo ili dedicato alla « poesia » dei tro- 
vatori italiani. Guida di Rodez nacque verso il 1212 e fu figlia di Enrico I 
conte di Rodez. Cfr. C. Fabre, Guida de Rodez inspiratrice de la poesie pro- 
vengale, extr. dalle Annales du Midi, 1912, p. 99 sgg. 

«) Io non nego, come si vede, che Sordello sia stato a Rodez. Ciò crede il 
De Lollis (p. 32), e ciò ritiene anche il Fabre, come appare dal suo lavoro inge- 
gnoso e utile (ma un po' troppo ricco di ipotesi) su Guida. Ritengo però che 
Sordello abbia soggiornato sopra tutto alla corte di Raimondo Berengario. Ciò 
mi pare risultare chiaramente dalle allusioni, dagli accenni e dai dati di fatto 
che abbiamo. 

3) È l'opinione del De Lollis, ma non dello Schultz-Gora, Zeitschr., 
XXI, 240. « Douss' enemia » dovrebbe essere una donna che abitava al di là 
<li Assas, se l'interpretazione da me data al v. 14 della poesia Er encontra- 1 
temps de mai è giusta (Bertoni, Giorn. stor. cit.,XXXVIll, 287, 293). Dato che 
il componimento sia stato scritto, come tutto porta a credere, quando il poeta 
ritornò dal Portagallo ( vedasi la nota seguente, p. 80, n. 1 ) la « douss' enemia » 
avrebbe potuto abitare Posquières (oggidì Vauvert, Gard) ed essere allora 
Guida di Rodez, che già nel 1234 trovavasi colà con lo sposo Pons de Montlaur. 
« Assas » trovasi infatti poco lungi da Montpellier. Ma perchè mai Sordello 
avrebbe ricordato « Assas » piuttosto che qualche altro luogo sulla via di 
San Giacomo? Viene il sospetto che si possa leggere a SSas (a SSas m' er a 
passar) e che « Sas » fosse un castello. Ma allora « douss' enemia » o « douc'e- 
nemia » determinato cosi esattamente il luogo della sua dimora, non avrebbe 
quasi più l'aria di un « senhal » ! 



~ 80 — 

anche i Pirenei e fu in Ispagna e pure in Portogallo'); tuttavia 
fermò sopratutto dimora presso Raimondo Berengario e poscia fu del 
sèguito di Carlo d' Angiò. In Provenza Bordello comincia a compa- 
rire in documenti politici importanti e non è già più quel giovine 
scapestrato che riceveva anguistare sul capo e litigava in versi con 
Aimeric. Tenzona con Guilhem de Montanhagol, con Bertran d' Ala- 
manon, con Peire Guilhem de Tolosa; stringe relazione con Blacas i 
e amicizia con Granet, si mostra testimonio in atti, nei quali figura 
accanto a baroni, ufficiali, poeti e ottiene, in quel periodo, donativi 
e redditi e prende in moglie una donna di nobile famìglia ^). In- 
somma, r avventuroso giovane, fatto maturo e divenuto cavaliere, 
si guadagnò fama e onori e considerazione e rispetto. 

Quando Carlo d' Angiò discese nella penisola, Bordello lo segui 
ritornando così in Italia (quanto diverso dal Bordello che l'aveva 
lasciata!) dopo più che trent' anni di assenza. Lo troviamo nel no- 
vembre 1266 prigioniero a Novara, forse in sèguito ad ostilità in- 
contrate nella sua discesa. Ed è notevole che in un breve di Cle- 
mente IV, dal quale abbiamo la notizia, egli venga rappresentato a 
Carlo d' Angiò come degno d' essere da lui aiutato per i servigi 
resigli. ( « qui emendus esset immeritus nedum prò meritis redi- 
mendus »)^). Il poeta fu non soltanto liberato; ma nel 1269 ot- 
tenne anche dall'Angioino la signoria di castelli nell'Abruzzo e 



1) La possibilità d' un suo viaggio in Portogallo è suggerita principalmente 
da una breve tenzone di due poeti portoghesi: Joham Soarez Coeiho e Pi- 
candon (De Lollis, op. cit., 28-29), e fors'anche da una strofa di Reforsat, della 
quale abbiamo già citato alcuni versi. In essa si dice che Sordello « anet el 
Saint (ms. als sainz) » (Bertoni, Giorn. stor., XXXVlll, 282). In quel «Saint» 
io proposi di vedere S. Giacomo di Compostella. Parmi oggi che la conget- 
tura possa ancora presentarsi, qualora però la si circondi con molte cautele, 
poiché « andare al santo » o « ai santi » può essere stato adoperato in altro 
senso, e cioè col semplice significato di « andare in chiesa » e fors' anche 
in una chiesa speciale, in cui eran onorati uno o pii4 santi speciali. 

2) Contro il Merkel e il De Lollis, ritengo che i versi contenuti in P 
(n. XI, vv. 7-12 dell' ed. De Lollis) non siano di Carlo d' Angiò, ma di Rai- 
mondo Berengario. In ciò sono d'accordo con lo Schultz-Gora, Zeitschr., 
VII, 209 e, pare, anche con 1' Appel, Literaturblatt, XIX, col. 229. 

3) Carlo d'Angiò, come è noto, s'era recato in Italia nel Maggio del 1265, 
scegliendo la via di mare. Sordello deve, invece, essere partito, col grosso 
dell'esercito, dalla Provenza nell'autunno, attraverso il Colle di Tenda, il Pie- 
monte e la Lombardia. Per quanto concerne il cammino seguito da Sordello, 
cfr. Merkel, La dominazione di Carlo d'Angiò in Piemonte, Torino, 1911, p. 59; 
De Lollis, op. cit., p. 59. 



- SI — 

ivenne, a così esprimerci, un novello barone nel novello regno 
iel Conte ')• 

Dei tre testi di Sordello, che pubblichiamo più oltre, il primo 
(II. XXVI) fu scritto poco dopo la morte di Blacasso avvenuta 
loll'a. 1237"-). il secondo fu composto, con molta verisimiglianza, 
er Guida di Rodez. 11 terzo è una garbata poesia amorosa, che 
!à un'idea del grazioso verseggiare del poeta mantovano. Fra gli 
irri suoi componimenti, meritano ricordo due sirventesi politici: il 
primo per Raimondo Berengario (De Lollis, n. Ili) e il secondo 
pei tre « diseredati », cioè lo stesso Raimondo Berengario, Rai- 
mondo VII di Tolosa e Giacomo I d' Aragona. Interessantissimi 
sono altresì, ma per ben altre ragioni, i sirventesi di risposta a 
Peire Bremon : diritti, gagliardi, specchio fedele d'un sentimento 
sicuro e sincero. Nel vigoroso canto in morte di Blacas, il trova- 
tore non esitò ad alludere, con franca parola, a Federico II, a 
Luigi IX re di Francia, ad Enrico III d' Inghilterra, a Ferdinando III 
di Castiglia e a Tebaldo di Navarra. C è, in questo componi- 
mento, una dignitosa e netta coscienza, e' è un' originalità rara 
presso i trovatori. L' imagine del « cuore » di Blacas, spartito 
ai principi e baroni, benché non del tutto nuova ^), si impose e 
piacque, tanto da dar luogo ad una curiosa imitazione di Bertran 
D'Alamanon, il quale invitò le dame di Provenza a mangiare lo stesso 
cuore del signore e poeta provenzale^), e ad un'altra di P. Bremon 
Ricas Novas, che invitò invece i popoli a dividersi il cuore del 
prode barone •^). Un poemetto didascalico, il Documentiim honoris, 
se non aggiunse molto alla fama di Sordello, potè, in ogni modo, 
assodarla, e convalidarla. Nulla di eroico, a dir vero, o di altamente 
e superiormente nobile in questo trovatore italiano, che non si pe- 
ritò a mostrarsi alieno dal recarsi oltre mare, cioè in Terra Santa; 



1) Sulle relazioni di Sordello e Carlo d'Angiò, si veda uno studio del 
.Werkel, Sordello e la sua dimora presso Carlo I, Torino, 1890. A lungo ne 
parla anche il De Lollis, op. cit., p. 56 sgg. Vedasi anche Crescini, A pro- 
posito di Sordello, Venezia, 1908, p. 15. 

2) Questa è la data della morte di Blacas. Stronski, Notes sur quelques 
troubadours, estr. dalla Revue d. lang. romanes, 1907, p. 38. Non mi convince 
una nota di C. Fabre, Guida de Rodez, cit., p. 118, n. 3. Su Blacas, si veda: 
O. SOLTAU, Blacatz, Berlin, 1898 e Die Werke des Troub. Blacatz, in Zeitschr. 
f. rom. Phil., XXXIIl, 201 ; XXIV, 33. 

3) Hauvette, Romania, XLI, 184. 

') Salverda de Grave, Le troub. Bertran d'Alamanon, p. 95. 
^) Springer, Altprov. Klagelied, p. 100. 

6 



— 82 — 

ina la sua vita fu delle più curiose e, diciamo pure, avventurose. Dai 
sarcasmi di Aimeric e di un anonimo (p. 75) si passa alle lodi dello 
stesso Aimeric e di parecchi altri trovatori. Un italiano, Luchetto Gat- 
tilusio, gli mandò un suo componimento, quand'egli era già divenuto 
famigliare in Italia di Carlo d'Angiò. Papa Clemente IV, in un suo 
breve, vantò i meriti del soldato cavaliere e Peire de Castelnou 
annoverò, come una benemerenza di Raimondo Berengario, il fatto 
di aver trattenuto Bordello alla sua Corte. 

Il giovane avventuroso, fuggito dalla gioiosa marca lasciando 
forse dietro di sé uno strascico di pettegolezzi per il suo ratto di 
Cunizza e per le sue relazioni con Ezzelino, era ritornato nel 1265 
in Italia, con la fama di un provetto verseggiatore in provenzale e 
come un cavaliere valoroso, difensore di Carlo d'Angiò. La sua 
figura, a poco a poco, dovè perdere i suoi tratti storici per assu- 
mere quelli della leggenda e incominciò a ingrandirsi nella mente 
del popolo, a giganteggiare ben presto, come quella di un prode, 
che erasi sollevato da solo dall' abjezione e non aveva dimenticato 
la patria, a cui era ritornato nel colmo della sua fama. Questa 
leggenda trasformò il Sordello della storia; il quale, al tócco della 
fantasia di Dante, si levò imponente a incarnare l'amore di patria ^). 
E la leggenda continuò a tessere intorno al capo del morto trova- 
tore le sue fila d' oro, che Bonamente Aliprandi raccolse, come potè, 
per ordirne un poema. 



1) Dante dovè conoscere un numero forse maggiore di poesie provenzali 
di Sordello (e, pare, anche conobbe di lui poesie in volgare italiano, a giudi- 
care da un oscuro passo del De vulg. El. 1, XV, ediz. Rajna, p. 81, cfr. D'Ovidio, 
Saggi critici, Napoli, 1878, p. 400, n. 1 ), ma dovè restare impressionato, in 
ispecial modo, dal « pianto » per Blacas. Fors' anche lesse il Documentuni ho- 
noris. Cfr. per tutto ciò, Guarnerio, in Giorn. stor. d. kit. ital., XXVIIl, 397. 
Molto interessante è ciò che dice di Sordello il Novati in una sua conferenza 
sul e. VI del Purgatorio edita nella « Lectura Dantis». 



— 83 — 

12. 
PAVESE 



Di questo poeta, il cui nome sembra porti un segno d' ita- 
lianità, non abbiamo che una sola strofa (testo n. XXiX), nella 
quale egli celebra, citando Orlando e Ulivieri, un colpo di pan 
secco, che inferse, a Firenze, un « Capitanis » o « Cattan(e)o » a 
un « Guglielmo il noioso ». A questa strofa tengon dietro, nel- 
r unico ms. H, due altre strofe sulle stesse rime, 1' una (n. 199) 
di «Pigerà»; l'altra (n. 200) di Aimeric di Peguiliian. Anche in 
esse si discorre di colpi dati e ricevuti, e paiono tutt'e tre riferirsi 
a una rissa avvenuta in una bettola fiorentina ^). Non sappiamo cer- 
tamente chi siano « Capitanis » e « Guglielmo il noioso ». Nel 
primo si è voluto vedere Sordello (certo perchè in una delle due 
biografie provenzali è detto « gentils catanis » ) ^), ma è più pro- 
babile che « Capitanis » sia qui un nome proprio, e forse il nome 
d' un altro poeta italiano ■^). Siccome poi la seconda cobbola è 
del Figueira, che venne in Italia nel 1215) '*), e la terza è del De 
Peguilhan, che dovè morire verso il 1245^), così fra queste due 
date si può collocare la composizione della strofa di « Paves ». 
È, questo, tutto ciò che possiam dire, ed è veramente molto poco! 



1) Il De Lollis, Vita e poesia di Sordello , p. 6, vorrebbe collegare a queste 
tre strofe altre quattro che precedono nel ms. H; ma questo collegamento è 
oltre modo congetturale. Torraca, in Giorn. Dantesco, IV (1876), V, 191 ; Ber- 
toni, Ramb. Buvalelli, pp. 65-68. 

"-) SCHULTZ-GORA, Zeitscln., VII, 214. 

•^) Levy, Sappi.- Wdrterbiich, I, 206; De Lollis, Sordello cit., p. 7. 

*) Levy, Guilhem Figueira, p. 13. 

5) Bertoni, in Scritti vari in onore di R. Renicr, Torino, 1912, p. 253. 



- 84 — 

13. 
GIRARDO CAVALLAZZI 



Ho il piacere di poter aggiungere, grazie ad alcune mie recenti 
ricerche, il nome di Girardo Cavallazzi (o Cavallazzo) alla serie, 
sino ad ora conosciuta, dei trovatori italiani. I soli versi, che di 
lui ci sono pervenuti, sono costituiti da quattro strofe eh' egli ebbe 
occasione di scambiare col provenzale Aycart del Fossat, autore di 
un serventese scritto nel 1267, quando Corradino disponevasi a 
scendere in Italia contro Carlo d'Angiò^). 

La tenzone o, meglio, il « partimen » di Aycart e Girardo 
Cavallazzi era già nota, per essere stata edita da K. Hoffmann 
nelle Romanische Forschiingen, I, 135 e dal Suchier nei suoi Denkm. 
prov. Lit., p. 297 di su un codice di Londra (Br. Mus. Harl. 3041 ); 
ma il ms. londinese non dava che il nome di battesimo dei due 
poeti (Aycard, Girard) sicché non sapevasi chi fosse « Girard » 
(nome assai frequente)^), mentre congetturavasi che « Aycard >>, 
fosse appunto « Aycart » del Fossat. Ora posso aggiungere che in 
un ms. della Biblioteca Civica di Bergamo (precisamente nel ce- 
lebre codice di quella Biblioteca, che contiene il « Tresor » di 
Brunetto Latini)^) è contenuta (a e. 156") la medesima tenzone, 
con questo particolare: che sulla prima strofa sta scritto : «Aycard 
de Fossat » e sulla seconda « Girard Cavalaz. ». Eccoci, così, 
svelato il nome del secondo interlocutore, che appartenne dunque, 
come a me pare, alla famiglia « Cavallazzi » di Novara, famiglia 
che prese viva parte agli avvenimenti della sua città nel corso del 



1) Raynouard, Choix, IV, 230. Merkel, Opinione dei contemporanei, p. 322. 

2) Chabaneau, Biogr., p. 251. 

3) Su questo ms. vedasi O. Capasso, Di un presunto originale del « Livre 
du Tresor » di Br. Latini, in Boll, della Civica Bibl. di Bergamo, 1908, p. 253 
(cfr. C. Frati, in Bibliofilia, XI, 311). Ha la seguente segnatura: A fila Vili, 
22. li ms. contiene i così detti capitoli dello pseudo-brunetto (su Berengario, 
Enrico, Federico, Manfredi). Appartiene alla fine del sec. XIII e fu scritto, 
secondo me, da un italiano, che ebbe sott' occhio un modello scritto in Francia. 
Le miniature sopra tutto risentono 1' efficacia francese. 



— 85 — 

ec. XI!! ^). Identificlierei, anzi, il trovatore con quel Girardo Ca- 
>allazzi, ciie comincia a comparire, in documenti novaresi, nel 1225 
e che fu console del comune nel 1227 e nel 1230 e console di 
Liiustizia nel 1247'^). 

La tenzone, alquanto originale, verte sul seguente argomento 
(parole del ms. bergamasco): utrum in paradiso an inferno sine 
<j^aiicìio et pena per mensem unum stare sit melius prò assumendo 
documenta vitandi penas infernales et ale^^aciones circa id. V apre 
Aycart del Fossat, poeta che dovè scendere in Italia, come tanti 
altri provenzali e potè incontrarsi, nella stessa Novara, con Girardo 
Cavallazzi, a mezzo il sec. XIII. Il suo sirventese su Corradino ce 
lo mostra fra noi, come si disse, nel 1267-1268: 

Car Conratz ven qu' es mogutz d' Alamagna, 

E voi cobrar, ses libel dat ni pres, 

So qu' a conqiiis Carles sobre • Is Poilles. 

Fu col Cavallazzi in rapporti d' amicizia, com' è fatto chiaro 
dalla famigliarità con la quale gli si rivolge {amie Girard, testo 
n. XXX, vv. 2, 49), famigliarità contraccambiatagli dall' Italiano 
{amie Aycard, v. 54). Il Cavallazzi risponde ad Aycard con una 
certa facilità, se non con eleganza, e sostiene con dignità la ten- 
zone. Peccato che essa ci sia stata tramandata in una redazione 
alquanto guasta, rappresentata da due monoscritti, il londinese e il 
bergamasco, strettamente imparentati. Tuttavia, non ostanti le pecche 
della lezione, possiam farci un' idea abbastanza chiara delle qualità 
del nostro nuovo verseggiatore nel!' arte di poetare in provenzale. 



') Noterò qui che della fazione novarese dei Cavallazzi è questione negli 
Annales Piacentini Gibellini, in M. G. H. Script. XVIII, 558. 

2) G. Garrone, / Reggitori di Novara, Novara, 1865, p. 50. 



86 — 



14.. 
TOMMASO II DI SAVOIA 



Tommaso li di Savoia è personaggio molto conosciuto. Per 
questa ragione, attenendoci al metodo seguito per Alberico da 
Romano, non ne narreremo, sia pure frammentariamente, la vita, 
né andremo cercandone il nome su per cronache e documenti. Di- 
remo soltanto: che nel 1237 abbandonò il suo paese per sposare 
Giovanna di Fiandra; che ritornò di Fiandra in Italia nel 1245, e 
che fu nemico dichiarato di Federico II sino verso il 1240^). In 
tale anno pare si accostasse al partito imperiale, poiché in un ce- 
lebre sirventese di Uc de Saint-Circ ( Un sirventes vuelh far en 
aqiiest son d' En Gui), scritto durante l'assedio posto da Fe- 
derico II a Faenza (Agosto 1240 — Aprile 1241) e pii^i propria- 
mente sul finire del 1240, si legge che Fiandra e Savoia non 
debbono sostenere l'imperatore per ragioni dell'eletto di Valenza 
(vv. 41-42): 

Ges Flandres ni Savoya no"l devon mantener 
Tan lor deu de 1' elieg de Valenza dolere). 

Ora, il vescovo eletto di Valenza è da identificarsi con il fra- 
tello di Tommaso, cioè Guglielmo I, staccatosi dall' imperatore nel 
1238 e morto inopinatamente un anno dopo. Si può pensare che 
Guglielmo avesse ricevuti dei torti da Federico II, se Uc de Saint- 
Circ può alludere con le parole surricordate ai suoi fratelli: a Tom- 
maso e ad Amedeo; ma è certo, d'altro canto, che questi due 
versi non basterebbero, da soli, a provare un avvicinamento di 



^) Ritornato in Piemonte, egli ottenne dal fratello (Amedeo IV) un au- 
mento al suo appannaggio. Ricevette l'omaggio dei Signori di Piossasco e dei 
luoghi di Marsaglia e di S. Felice. Nel 1252 gli prestò obbedienza il comune di 
Coassolo. Per altre notizie, vedi Cibrario, Origini e progresso delle Isiiluzioni 
della Monarchia di Savoia, II, 37 sgg. ; Cibrario, Storie minori {Delle Storie di 
Chieri), p. 92; Savio, I primi Conti di Savoia, Torino, 1887, p. 86. 

2) Jeanroy-Salverda de Grave, Uc de Saint-Circ, n. XXII, p. 96. 






— 87 — 

Tommaso II alla causa imperiale^). D'altronde, Tommaso era e 
;40vernava allora in Fiandra e il suo interesse per gli avvenimenti 
italiani non poteva essere molto grande. Soltanto più tardi par- 
teggiò per l'imperatore'-). Ma di poi, volgendosi novamente al par- 
tito guelfo, sposò nel 1251 Beatrice Fieschi, nipote di Papa Inno- 
cenzo IV e ne ebbe tre figli e una figlia. 

Appunto intorno al 1250 deve cadere un componimento di 
Lanfranco Cigala ^), dal quale risulta in modo sicuro che Tom- 
maso poetò in provenzale. Lanfranco gli si rivolge (testo n. XLVII ) 
con queste parole (vv. 28-31): 

E pos sui asseguratz 

A demandar zo qe • m platz 
Prec que cobleian respondatz 
Ad aquestas coblas qu' eu fatz 

(Segnie' n Thomas). 

e poco dopo (v. 39) gli dice che vuole « per vos auzir e saber »..,. 
cioè, naturalmente, « udire e sapere » in versi o cobleian '*). La 
risposta al componimento del Cigala, se mai fu fatta, com' è pre- 
sumibile, non è pervenuta sino a noi. Invece, ci è giunta una 
tenzone fra un « signor Tommaso » e un giullare chiamato « Ber- 



*) Vedansi, però, Zinqarelli, Due trovatori in Italia, p. 13; Jeanroy-Sal- 
VERDA DE Grave, op. cit., p. 259. 

*) Al suo ritorno, dicono gli storici, egli « si lasciò trarre al partito di 
« Federico il ». Egli fu anche vicario imperiale dal Lambro in su. Cibrario, 
op. cit., p. 39. 

3) Schultz-Gora, Zeitschr., VII, 218 propone lo spazio di tempo com- 
preso fra il 1245 e 1259, bene a ragione, a parer nostro. Stabilire esattamente 
una data, è cosa impossibile. 

■<) Qui l'allusione è fortunatamente esplicita e non lascia dubbi. Non si 
tratta soltanto di «cantare» (e si possono cantare cose d' altri) come accade 
per Tommaso I (v. a p. 8 n. 3), ma di «coblejar». Nessun accenno, poi, a 
qualità artistiche si ha in un sona, che si riferisce a un signore italiano (che 
il Restori crede ragionevolmente essere Ponzio Amato di Cremona) in un ser- 
ventese già da noi ricordato a p. 41 n. Al v. 3 abbiamo: mal ioga e mal ri e 
mal parla e pieitz sona. Il Restori traduce : « e peggio suona » ; ma bisogna 
intendersi. II verbo sonar, in siffatte congiunture, significa « sonar motto, pa- 
rola » e viene ad essere su per giù un sinonimo di conversare, intrattenere, 
invitare. P. es. Uc de S. Circ (nel sirventese a Manfredi II Lancia, v. a p. 41 
n., 1. 1): mal acoill e parla e sona; Peire Vidal, Car' amiga, v. 43: Et acolh mal 
e peitz sona; Peire Vidal, Plus que- 1 paubres, v. 21 : Donc per qucm sona tan 
gen ni m'acuoill? Bertr. de Born, Russa tant creis, v. 35: Ni acuolh ni mei ni 
non sona. Questi esempi sono sufficienti a chiarire il problema. 



— 88 — 

nado », nella quale si può vedere, in via congetturale, un resto 
del bagaglio letterario del nostro autore*). « Thomas » e « Ber- 
nado » si scambiano alcune invettive in un linguaggio che richiama 
al pensiero quello del Marchese Lancia e Peire Vidal e di Alberto 
Malaspina e Rambaldo di Vaqueiras. Anche i versi del Conte di. 
Biandrate e di Palchetto, e di Alberico da Romano e Uc de Saint- 
Circ possono, sotto un certo rispetto, venire qui ricordati. Per un 
fatto curioso, i versi a noi pervenuti di grandi signori italiani che 
scrissero in provenzale, ci fanno vedere il lato litigioso dei loro 
rapporti con i trovatori e i giullari, ovvero ci fanno assistere a 
qualche scena o episodio piccante. Egli è che nelle corti la poesia 
provenzale fu non di rado un sollazzo e quasi un ludo letterario; e 
mentr'essa amava talora mischiarsi all' eco degli avvenimenti politici 
del tempo, non isdegnava d'altro canto di scendere alle personalità 
piccine, diventando in una sol volta satira, sarcasmo, ironia e spasso. 
La tenzone comincia in modo da non lasciare prevedere i vol- 
gari insulti, di che sarà presto condita. Tommaso si accusa di aver 
peccato e prega aiuto da Dio, perchè lo tragga dal male e gli con- 
servi la miglior donna che esista su tutta la terra. Non si capisce 
perchè « Bernado » (o, come a me pare, Bernardone), evitando 
quasi di rispondergli direttamente, lo copra di contumelie. Gli dice, 
infatti, che se col mentire e con lo scandalo si guadagna il cielo, 
egli, il signor Tommaso, può tenersi sicuro d' essere fra le anime 
salvate. Ma Tommaso non ischerza e minaccia il suo interlocutore 
di pii^i non dargli vestiti né pranzi e di fargli regalare cento basto- 
nate nella schiena. Ma quali pranzi, rimbecca Bernardone, ma quali 
pranzi, mentre lo stesso « senher » mangia pane d'orzo vecchio e 
alla sua corte non ci si può nemmeno riempire la bocca? Insomma, 
il giullare appare veramente impertinente e presuntuoso, e Tommaso 
lo chiama a dirittura « mor de trueya » qualcosa come « grugno 
di porco ». Questa... edificante tenzone potrebbe essere stata scam- 
biata alla corte di Tommaso, prima che quest' ultimo si recasse nelle 
Fiandre, cioè prima del 1237. La forma « Bernado », senza Vr nel 
suffisso, panni una forma assai preziosa. Dobbiamo noi vedervi 
un guasconismo ^), ovvero dobbiamo spiegare la mancanza di r, am- 

^) Che il Tommaso della tenzone sia Tommaso li di Savoia, è una con- 
gettura dello Chabaneau, Biogr. p. 383, la quale io ho ripresa nel Giorn. 
stor. d. leti, ital., LVIl, 171. La tenzone è edita più oltre, n. LXXIII. 

-) Per la caduta di r in forme guasconi quali Bernat per Bernart, si 
cfr. Dejeanne, Le troub. gascon Marcoat, estr. dalle Annales du Midi, XV, p. 10. 



— 89 — 

nettendo che sotto gli occhi del copista stesse un modello scritto in 
iialia nel quale Vr fosse espresso da un segno ondulato sulla vo- 
cale precedente? Al di là delle Alpi, questo segno non era d'uso; 

nde si capisce che potesse essere trascurato da chi non lo com- 
[nendeva. La questione è, come si vede, ardua e complessa. Ac- 
contentiamoci di notare: che risulta chiaramente che Tommaso 11 
di Savoia seppe coblejar; che il « senher Thomas » della nostra 
tenzone ha tutta 1' aria d' essere un protettore, di cui un giullare si 
dichiara insoddisfatto, e che se questo signor Tommaso non fosse 
il signore di Savoia, non sapremmo, in ogni modo, chi potesse es- 
sere. Restano naturalmente molte incertezze e per questa ragione 

'ppunto ci teniam paghi a pubblicare, più oltre, il componimento 

.a i testi di dubbia attribuzione. (App. n. LXXIII). 

Tommaso II di Savoia mori il 1.° Gennaio 1259 in Aosta ^ ). 



15. 
PERCIVALLE DORIA 



Di Percivalle Doria, genovese ^), il Nostradamus sa dirci molte 
e forse troppe cose: che scrisse un « trattato » intitolato: La guerra 
de Carle rey de Naples et del Tyran Manfred e un altro chiamato 
La fina folla d' amours « en rithme prouensall. » Aggiunge poi che 
compose « plusieurs chants » e un bel sirventese sulla guerra fra 
Carlo d' Angiò e Manfredi. 

Purtroppo, noi non conosciamo di lui che due componimenti 



^} CiBRARlo, storia di Torino, I, 250, Origini e progr. cit., p. 45. Mi sia con- 
cesso un ultimo dubbio. Che Bernardone, nome non infrequente in Italia (chi 
non ricorda, a ragion d' esempio, Pietro Bernardone, padre di S. Francesco?), 
sia stato un giullare di origine italiana? Ammessa la disparizione di r per 
ragioni paleografiche, anche ciò è possibile. Ma non tutto ciò che è possibile 
è probabile. 

-) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 221; Arc/i. f. ci. Si. d. n. Spr. a. Ut., 
XCI, 250; TORRACA, Studi su la lirica del Duecento, p. 131 ; Bertoni, / trova- 
tori minori di Genova, p. xi. 



— 90 — 

provenzali, che ho avuto io stesso la fortuna di ritrovare; l'uno è 
un sirventese (testo n. XXXI) in gloria di Manfredi (mentre il No- 
stradamus ci dipinge Percivalle come un guelfo); 1' altro è una breve 
tenzone (n. XXXIl) scambiata con un certo Filippo di Valenza'). 
Non è qui il caso di toccare dei suoi versi italiani, i quali ci per- 
mettono di ascrivere il nostro genovese fra i poeti della così detta 
« scuola siciliana » ^). Mi accontenterò di dire che il ms. Vatic. 3793 
gli attribuisce due componimenti : Amor ni' a priso e Como lo giorno 
quanti' è dal maitino. 11 secondo, nel ms. Chig. L. Vili. 305 e nel 
ms. Magi. VII. 7, 1208, gli è disputato da Semprebene di Bologna, » 
il quale pare vanti maggiori diritti di Percivalle ad esserne 1' au- 
tore ^). 

Ho tracciato altrove un rapido schizzo della vita del nostro 
poeta. Qui, in seguito a un nuovo esame dei documenti, mi basti ri- 
cordare^come notizie che mi paiono sicure) che Percivalle fu podestà 
di Asti nel 1228 "*), nel quale anno guerreggiò con l'aiuto di Enrico 
del Carretto e del Marchese di Monferrato contro i guelfi di Alessan- 
dria, avendo con sé il podestà di Genova e procurandosi 1' amicizia 
di Manfredi III, marchese di Saluzzo. Nel 1231 fu podestà di Arles 
e nella nuova carica ci appare quale un potente fautore di Fede- 
rico 11. Due volte fu podestà di Avignone: nel 1233 e nel 1237^). 
Eccolo, poi, nel 1244, podestà di Parma "). Nel 1255 fu scomuni- 
cato con i famigliari e soci di Manfredi. Quindi nel 1252 fu nominato 
Vicario generale della Marca d' Ancona e del Ducato di Spoleto e 



1) Conservata in un foglietto di mano del sec. XVI in una miscellanea 
pinelliana della Bibl. ambrosiana R. 105 Sup. Bertoni, in Romania, XL, 454. 

2) Si sa che questa designazione deve essere presa in un senso molto lato. 
« Scuola siciliana >> non perchè i poeti fossero tutti siciliani, ma perchè il 
« solium » regale di Federico 11, intorno al quale essi si raggruppano ideal- 
mente, era la Sicilia. 

3) Ediz. romana del ms. Vaticano, nn.> 85, 86. È alquanto incompleto E. 
F. Langley, The Extant Repertory of the Early Sicilian Poefs, in Publications 
of Modem Language Association of America, XXVlll, 3. 

*) A. Tallone, Regesto dei Marchesi di Saluzzo, Pinerolo, 1906, p. 87: 
« D. Perei vallus de Auria potestas astensis ». 

5) Ad Arles e ad Avignone si sarà addestrato (o, meglio, perfezionato) 
nella poesia occitanica. Il 29 Marzo 1233 (Papon, Hist. gén. de Prov., II, LV), 
egli compare in un atto con un Falquetus de Rotman (il documento ha vera- 
mente Ratman, che si lascia correggere, perchè ritorna più oltre al n. LVI). 
Forse il trovatore? 

«) Chronicon Parmense, ediz. Bonazzi, p. 12: « Dominus Princivalus de 
Oria de Janna fuit potestas Parme ». 



— 91 — 

di Romagna. Nel 1264, essendo ai servigi di Manfredi, alla testa 
di un forte esercito, affondò nella Nera di Narco e si spense ^). 

Queste sono le notizie (fra quelle raccolte sin qui intorno a 
> ari « Percivalle Doria » genovesi) che possonsi considerare, con 
lolta verosimiglianza, come spettanti al nostro trovatore ^). Oggi, 
^razie a una serie di atti messi in luce da A. Ferretto^), possiamo, 
se non m' inganno, orientarci assai meglio e aggiungere qualcosa 
al poco che sappiamo sul poeta ghibellino. Intanto, un Percivalle 
va escluso, a mio avviso: quello che compare coli' appellativo di 
junior » nel 1251 (docum. del Ferretto, n. XXVII), che fu figlio 
di un Guglielmo, padre di Daniele e sposo di una certa Adelasia, 
dalla quale ebbe un Simone '*), da non identificarsi, però, col poeta 
provenzale, di cui toccheremo fra poco. Questo Percivalle vivo an- 
cora nel 13 Gennaio 1274 (doc. n. LXXXII) deve essere quello che 
era già morto il 13 Marzo 1275 (doc. LXXXIV). Fu questi, parmi, 
che nel 1258 fu mandato ambasciatore al Papa col trovatore Luca 
Grimaldi. Egli ebbe anche in possesso un libro romanciomm che, 
messo in pegno, fu poi riscattato dal figlio Daniele (n. LXXXIII). 
Se si potesse accogliere 1' opinione del Nostradamus e ammettere 



i) Per queste notizie, rimando al mio libro cit. sui Trov. min. di Genova, 
p. XV. Qui mi limito ad aggiungere che in un rimaneggiamento in versi del 
Tesoro di Brunetto Latini si parla della morte del Doria: 

Che Prer.zivalle miracolosamente 
Afogò inn uno fiume chorrente . . . . 



Ma poi che Prenzivalle fu afoghato, 

1 chavalieri di Manfredi di notte se n'andaro 

E ongni loro arnese se ne portaro. 

Vedasi: A. D'Ancona, // Tesoro di Brunetto Latini versificato, in Mem. d. R. 
Accad. dei Lincei, CI. di Se. mor. stor. e filol., S. IV, voi, IV, (1858), p. 252. 

2) Difficile è ammettere col Guarnerio Peire Guilh. de Luserna, p. 11, che 
il nostro Percivalle possa essere identificato con il Perseval del sirventese di 
Aim. de Peguilhan Li fot e-il put, v. 21, identificazione già proposta dal Ca- 
vedoni. Cfr. De Bartholomaeis, // sirv. Li fot ecc. p. 27. il trovatore geno- 
vese apparteneva a una società diversa da quella di cui è questione nel sir- 
ventese di Aimeric. 

2) A. Ferretto, Documenti intorno ai trovatori Percivalle e Simone Doria, 
in Studi medievali, I, 127 sgg., II, 113 sgg. e 274 sgg. Soltanto, il Ferretto ha 
stampato i documenti senza distinguere i vari « Percivalle » e i « Simone », 
di modo che molti atti non concernono punto i nostri due trovatori. A Simone 
Doria è consacrato il paragrafo 17 di questo capitolo. 

<) Ferretto, II, 282, n. LXXXIV. 



— 92 — 

che un Percivalle Doria, poeta provenzale, sia stato guelfo, non 
v' ha dubbio che il padre di Simone si presenterebbe subito ai nostro 
pensiero; ma, come tutti sanno, le informazioni che dà il Nostra- 
damus, non sono fatte per inspirare la maggiore fiducia. 

Ritengo, invece, che vada identificato col trovatore ghibellino, 
autore dei versi italiani e provenzali a noi pervenuti, quel Percivalle 
Doria che con l'appellativo di « major » figura in un atto del 1263 
(docum. n. LXX). In tale anno, egli dichiarò di dare a Niccolò 
Doria, figlio di Manuele, la metà delle spese per un viaggio in 
Sicilia presso Manfredi. Sempre con Manuele, esso figura in atti 
degli anni 1234, 1235, 1236. A proposito di questo Percivalle, una 
domanda si presenta a chi esamini i documenti, e cioè se esso sia 
figlio di un Montanario (f già nel 1251) che figura realmente quale 
padre di un « Percivalle Doria». Non ho argomenti per escludere 
questa possibilità, ma dalla lettura dei documenti mi son fatta 1' opi- 
nione (pii!i che d'opinione, dirò la verità, si tratta di un' impressione) 
che due Percivalle siano esistiti, quasi coetanei, e che il figlio di Mon- 
tanario non sia stato il poeta. Invece, quel Percivalle, che compare 
con Manuele e che con lui dovè fuggire da Genova nel 1241 insieme 
ad altri ghibellini scacciati per furore di popolo parmi bene da iden- 
tificare col trovatore '). Ma l'omonimia ci riserva un'altra sorpresa 
di cattivo gusto. Due furono anche, nella prima metà del sec. XIII, 
i « Manuele Doria » resi noti dai vari documenti che sono a dispo- 
sizione degli studiosi ^). Onde tutte le notizie concernenti questo 
nostro Percivalle, salvo quelle delle podesterie, che paiono sicure, 
non possono accogliersi che con titubanza per 1' impossibilità in 
cui siamo di distinguere 1' un Percivalle dall' altro. Come si vede, 
brancoliamo ancora nell'incertezza; ma le tenebre non mi sembrano 
più cosi fitte quali mi sembravano dodici anni or sono, quando 
scrivevo il mio volumetto, già ricordato, sui trovatori minori di 
Genova. Cioè, diciamo meglio: riconoscendo oggi che al di là di 
un certo limite la tenebra si addensa, preferisco aspettare che si 



^) Penso che sia stato figlio di Ingone. Cfr. Ferretto, Cod. diplom. (Jlelle 
relaz. fra la Liguria e la Lunigiana, p. XIX. Il Desimoni, Giornale ligustico, 
1878, p. 255, ci parla di un Percivalle figlio di un Manuele; ma le linee che 
si leggono in quella pagina sono così inesatte, da non meritare che poca fi- 
ducia. 

'^) Bertoni, Trovai, min., p. xiv. Un altro Percivalle fiori poi alla fine 
dei sec. XIU {Trov., p. xv). Insomma, si ebbero, a mezzo il sec. XIII, non 
meno di quattro «Percivalle Doria». 



— 93 — 

iiradi un poco, piuttosto che avventurarmi in essa col rischio di 
lon trovare più via d' uscita '). 

Il componimento scritto in lode di Manfredi fu composto certo 
dopo l'Agosto del 1258 perchè Manfredi vien detto « reis », ma 
non molto dopo, perchè i « re » di Castiglia e d' Aragona, Alfonso X 
e Giacomo I, appaiono desiderosi di togliere ai Mori Granata, 
senza però nulla concludere (e con ciò arriviamo, al più tardi, sino 
al 1261): 

Qe'il Serrazi no -il rendran 
Per liir Granada ugan, 
Qc • il rei no • n fan nul deman 
{Felon cor, vv. 41-3) 

e perchè sono prospettate, nel componimento (vv. 37-39), le even- 
tualità di un intervento dell' Inghilterra, rappresentata da Enrico III 
e da suo figlio. Insomma, Percivalle dovè comporre il suo sirven- 
tese poco dopo r incoronazione di Manfredi. 

Poco o nulla possiam dire circa la cronologia della tenzone 
con Filippo di Valenza. Il poeta Filippo, il cui nome andrà aggiunto 
d' ora in poi alla lista dei cantori in provenzale, vi appare giovane 
(mancip, v. 2). Percivalle gli augura di trovare un protettore mi- 
gliore e dai suoi versi risulta che Filippo "trascinava, come tanti altri, 
una vita randagia, di corte in corte e di protettore a protettore. Ri- 
tengo che la breve tenzone sia stata scambiata durante la giovinezza 
del Doria. 



') Maggiori sono le tenebre, se avanziamo nel tempo. Sullo scorcio del 
sec. XIII, l'omonimia si fa oltremodo fastidiosa per chi ricerchi notizie sui 
« Percivalle >> e, in genere, sui Doria, della quale famiglia molti furono i rami. 
Basti dire che alla battaglia della Meloria (1284) presero parte sei Percivalle 
Doria. Doria, La Chiesa di S. Matteo, Genova, 1860, p. 250. 



— 94 - 

16. 
LANFRANCO CICALA 



Lanfranco Cigala è il più importante trovatore di Ger.ova e 
tiene con Sordello il posto d' onore nella storia della poesia pro- 
venzale in Italia. Le noiose omonimie, che hanno intralciato così 
spesso le nostre ricerche, ci tendono anche per Lanfranco Cigala 
i loro insidiosi agguati. Ad evitarli, terremo presente che Lan- 
franco fu giurisperito e giudice, come già ci fa sapere chiaramente 
la biografia provenzale {e fo iutges cavaliers, mas vida de iutge 
menava). Ne viene che possiam mettere da parte un Lanfranco Ci- 
cala di Ansaldo che figura già, insieme col poeta, in un documento 
del 1253 e che appare anche in un atto del 1267. Nulla poi saprei 
dire di quel Lanfranco Cigala, che nel 1265 fu console per Genova 
in Siria ^ ). 

Il trovatore si deve ravvisare in quel Lanfranco che, come 
giurisperito e consigliere della repubblica, compare in atti di ces- 
sione o di compere del 20 Luglio 1235, del 7 Luglio 1239, del 21 
Febbraio 1240^). Grazie a questi documenti, sappiamo che il nostro 
trovatore fu figlio di certo Guglielmo, personaggio ragguardevole di 
Genova, il quale era già morto il 7 Ottobre 1248. Lanfranco com- 
pare anche in un atto del 1253 e certo il suo nome si troverà in 
altri documenti della metà circa del sec. XIII, che converrebbe rin- 
tracciare negli archivi genovesi. Alle notizie che si avevano di lui^), 
il Mannucci ha aggiunto qualche prezioso dato archivistico. Sap- 
piamo, cosi, che nel 1251 partecipò con alcuni colleghi a un giudi- 
cato della Curia, che ebbe per moglie una certa Saffiria sorella di 
Lanfranco Pignattaro, che fu padre di sette figli, (fra i quali Pietro 



1) Altra volta, forse con troppa facilità, 1' ho identificato con il poeta. La 
notizia è data dal Caro, Genua iind die Màchte am Mittelmeer, Halle, 1899, 
voi. il, p. 182. 

2) F. L. Mannucci, Di Lanfranco Cicala e della scuola trovadorica genovese, 
estr. dal Giorn. stor. e lett. della Liguria, VII, (1906), p. 13, n. 1. 

3) Vedile raccolte nella spesso citata memoria dello Schultz-Gora e nei 
miei Trov. min. di Genova, p. xxiv, a cui rimando il lettore. 



— 95 - 

canonico della cattedrale) e Caterina, a cui si riferisce un docu- 
mento del 17 Dicembre 1278, dal quale Lanfranco appare già morto 
(Caterina vi è detta «filia quondam Lanfranci Cicalae iurisperiti «)'). 
D'altronde, sapevasi già, per diversa via, che il trovatore il 15 Di- 
cembre 78 non era più tra i vivi, per essere stato assassinato nel 
medesimo anno nelle vicinanze di Monaco '^). 

Qualche lume sulla sua vita si ha anche dall' esame delle sue 
poesie '). Difficile è dire chi sia stata quella Alois d. v. che compa- 
rirebbe, se la rubrica è giusta, (poiché si tratta di una rubrica o di- 
dascalia) lodata da Lanfranco nel componimento Tant frane cors 
de dompna (testo n. XLIX). Siccome nella breve lirica si parla di 
una donna di Villafranca, così verrebbe fatto di integrare la rubrica 
in questo modo: n Alais d[e\ V[illa Franca]. Lo Schultz-Gora pre- 
ferirebbe leggere: c/[t'] V''[/V/a//a/2fl], e identificherebbe volentieri questa 
donna con Adelaide di Vidalliana o Viadana, figlia del conte Alberto 
di Mangone, sposatasi con Cavalcabò di Viadana e separatasi da 
lui nel 1234. Per accettare questa congettura, bisognerebbe ammet- 
tere che Adelaide avesse potuto soggiornare, per un tempo più o 



1) In questo documento dell'Archivio genovese {Notarì ignoti, Reg. VI) 
si impara che la dote di Caterina era di 1. 450. Ciò essa medesima dichiara 
ai fratelli Pietro, che conosciamo già, e Ugolino, il quale nel 1279 die in lo- 
cazione a certo Pietro Loxo da Como un piano della sua casa in contrata sancii 
Genesii (Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria e la Luni- 
giana, p. 288). Ma dal citato documento di Caterina si impara molto altro 
ancora: e cioè che Lanfranco ebbe un fratello di nome Oberto e che tre suoi 
figli eran già morti nel 1278 (Corradino, Ottaviano, Pasquale). 

-) Ripeto che per queste ed altre notizie, si possono consultare: Schultz- 
GoRA, Zeitschr., VII, 217; Bertoni, Trov. min., p. xxiv; Mannucci, Op. cit., 
pp. 13-14. 

3) Lanfranco Cigala meriterebbe davvero d' essere studiato di proposito 
in un lavoro speciale. È da augurarsi che queir insigne provenzalista, che è 
il prof. Vincenzo Crescini, mantenga presto la sua promessa di darci uno 
studio completo, con 1' edizione criti»:a di tutti i testi, del famoso trovatore 
genovese. In attesa del desideratissimo lavoro del Crescini, i lettori dovranno 
purtroppo tenersi paghi ai pochi dati raccolti dallo Schuitz-Gora, dal Mannucci 
e da me. Anche le liriche del Cigala non compaiono tutte nel presente volume. 
Ne ho fatto una larga scelta e le ho brevemente commentate (mentre molto 
vi sarebbe da dire) per non correre il rischio di intralciare la strada ad un 
illustre studioso, quale è il Crescini. E avrei anzi rinunziato al maggiore dei 
trovatori genovesi, se in un volume dedicato ai trovatori d' Italia I' opera 
del Cigala avesse potuto, senza gravissimo discapito, non essere conveniente- 
mente rappresentata. 



— 96 — 

men lungo, a Villafranca '), la qiial cosa non si può né escludere 
né approvare. Secondo il Restori "'*), Adelaide di Villafranca sarebbe 
la sorella di Guglielmo Malaspina, la quale dopo la morte dello sposo | 
Guglielmo di Palodi, marchese di Sardegna e di Massa (f 1215), si 
sarebbe ritirata a vivere nella malaspiniana Villafranca. Congettura 
per congettura, confesso che quest' ultima mi appaga più della 
prima ^). Resta sempre, ad ogni modo, se la rubrica é esatta, che Lan- 
franco cantò una Adelaide, nella quale io non vorrei ravvisare quella 
« domna segnoril » che il poeta dice di amare (Escur prim chantar, 
testo n. XXXIII). In questa vedrei volontieri Berlenda, che Lanfranco 
cantò dopo morta (testo n. XLl) e che fu forse una donna dei Cibo 
entrata nella famiglia dei Malaspina'*). Si tratta, anche questa volta, 
d'una congettura; ma essa mi pare avere abbastanza probabilità 
di rispondere al vero, per essere avanzata e sottoposta agli stu- 
diosi ^). Per ritornare ad Adelaide, dirò che, sia che si alluda ad 
Adelaide di Vidalliana o ad Adelaide di Villafranca, essa non potè 
essere cantata che durante la giovinezza del poeta, poiché le ragioni 
cronologiche si opporrebbero ad altra opinione. Queste due dame 
fiorirono, infatti, nel primo trentennio del sec. XIII '^). 

Sappiamo che nel 1241 Lanfranco Cigala fu mandato ambascia- 
tore a Raimondo Berengario IV in Provenza. Notando che egli ten- 
zonò con un « Guilhem » (testo n. LVIII) e industriandomi di iden- 
tificare questo Guglielmo, ho pensato, altra volta, che lo scambio 
di questa tenzone abbia potuto aver luogo in Provenza stessa con 
Guilhem de Montanhagol. Anche oggi, questa supposizione mi par 
non indegna d'essere presa in considerazione. (Vedasi, piti innanzi, 
la nota al testo LVIII). 



1) SCHULTZ-GoRA, Zeitschr., VII, 214; Bertoni, Giorn. stor. d. lett. ital., 
XXXVIII, 143; Bergert, Die von dea Trobadors genannten oder gefeierten Da- 
nieli, p. 80. 

2) Giornale dantesco, IX, 206. 

3) Lo Schultz-Gora, (Prov. Dichterinnen, p. 15) vorrebbe identificare con Ade- 
laide di Vidalliana quella donna H. che tenzonò con Rofin (mss. O e a) sopra 
una questione d' amore assai scabrosa. Questa identificazione mi pare poco 
probabile. Vedasi anche : Torraca, Le donne ital. nella poesia provenzale, p. 30. 

*) Su Berlenda vedasi: Rajna, Studj di filol. rom., V, p. 16; Schultz- 
GORA, Epistole del trov. Ramb. d. Vaq., pp. 170-171. 

5) Ho esposta questa congettura nelle mie Due note provenzali (estr. dagli 
Studi medievali, voi. Ili), p. 28. 

«) Che Lanfranco abbia poetato prima del 1237 è mostrato dal compon. 
Hom que de domna, in cui è ricordato Blacatz (v. 3) morto in quell'anno. 



— 97 — 

Abbiamo di Lanfranco Cigala una violenta satira (testo n. XLIV) 
contro Bonifacio II di Monferrato. Questi mostravasi, con la sua 
politica incerta, ora favorevole al papa e alla Lega lombarda ed 
ora favorevole all' imperatore. Quando nel Luglio del 1245, Boni- 
facio si volse dalla parte di Federico II, Lanfranco gli scagliò il suo 
gagliardo sirventese '), nel quale lo rimproverò aspramente e gli 
rinfacciò, tra l'altro, d'essersi lasciato comperare (vv. 17-18: Son sa- 
gramen sai eii qii' ci mis cn gaige — Als Milanes et a tur compaignia) 
dai Milanesi. Ciò avvenne, realmente, nel 1243, quando i Milanesi 
e i Piacentini, con la promessa di trentamila lire imperiali, gli 
fecero dimenticare i doveri contratti dodici anni prima, dopo la 
presa di Viterbo, con i sostenitori di Federico II. Le accuse di Lan- 
franco non paiono ingiustificate, chi consideri che la politica del 
Marchese di Monferrato fu tutta un' oscillazione fra i due grandi 
poli del tempo: il papa e l'imperatore. Gli spiriti, in fondo, al- 
quanto guelfi del trovatore si fanno sentire anche in questo compo- 
nimento, nel quale, come sempre nell' opera del Cigala, sono soste- 
nuti e temperati da un vivo sentimento di giustizia e di rettitudine. 

Un canto di crociata {Si mos chanz, testo n. XLII), in cui il 
poeta si rivolge ai re di Francia e d' Inghilterra, ai Tedeschi e agli 
Spagnuoli, al Conte di Provenza e all' imperatore, fu composto per 
la spedizione in Terra Santa di S. Luigi, e precisamente fra il Set- 
tembre del 1244 e l'Agosto del 1245 2). 

Poco dopo dovè essere scritto un componimento indirizzato a 
certo Raimon Robin (Bartsch, Gr. 282, 21), nel quale il Robin è con- 
sigliato a mettersi al servizio dei Francesi, come hanno fatto « cil de 



i) Che il testo sia stato composto nel 1245 è l'opinione dello Schultz- 
Gora, condivisa dal De Bartholomaeis, Osserv. sulle poesie prov. relative a 
Federico II, cit., p. 23. Vedansi anche le nostre note critiche a! testo n. XLIV. 

il* colore, diciam cosi, politico del Cigala, oltre che dai suoi versi per la 
liberazione del Sepolcro di Cristo e contro Bonifacio di Monferrato* è mostrato 
da altre sue poesie. È notevole, a questo proposito, un suo componimento, scritto 
verisimilmente nell'autunno del 1267 ( Rajna, Studj di filol. rom., V, p. 31) 
e conservato in un prezioso frammento riccardiano. In questa poesia vediamo 
comparire in tre stanze successive Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Ca- 
stiglia (rimproverati, sopra tutto il secondo, per la loro debolezza quali aspi- 
ranti all'impero) e Carlo d' Angiò, che, già vincitore di Manfredi, doveva 
prepararsi a combattere l'infelice Corradino. Il prezioso componimento è indi- 
rizzato a Bordello seguace allora, come sappiamo, di Carlo d' Angiò e già 
carico d' anni e, possiam dire, di fama. 

») Lewent, Das altprov. Kreuzlied, in Roman. Forschungen, XXI, p. 355. 



— 98 — 

Proenza >> ') Abbiamo qui un'allusione alla successione di Carlo 
d'Angiò alla contea di Provenza, dopo la morte di Raimondo Beren- 
gario IV. Il componimento dovè essere composto non molto dopo 
il 1245, quando 1' Angioino erasi guadagnato il favore dei sudditi 
del morto Conte, fidenti in un periodo durevole di tranquillità e 
d'indipendenza per il loro paese ^). 

Fra il Novembre del 1246 e la primavera del 1248 fu scritto 
un secondo canto di crociata ( Qiian vei far, testo n. XLIII) ^). L'im- 
pressione che si ricava anzi dalla lettura attenta del componimento, 
è che esso sia stato composto a dirittura nei primi mesi del 1248. 

In tale anno, poi, Lanfranco figura quale console ■*). Nella casa 
del visconte Cicala, a Genova, si vede il ritratto di Lanfranco. Egli 
tiene in mano una carta, su cui sta scritto: « Lanfrancus Cicada 
« consul anno 1248, jurisconsultus, poeta egregius » ^). 

Poco dopo il 1250, deve cadere un altro testo indirizzato a 
Tommaso II di Savoia (n. XLVII), al quale il trovatore promette lealtà 
e fedeltà e rivolge l' invito di rispondergli per rima. Ritengo che le 
relazioni di Tommaso col Cigala si siano fatte così solide, quali 
appaiono dalla poesia citata, a tempo del matrimonio del fratello 
del Conte di Savoia con la genovese Beatrice Fieschi, nipote di papa 
Innocenzo IV (1251). 

Non sappiamo precisamente a qual tempo risalga un breve com- 
ponimento di Lanfranco (n. 282, 15), in cui compare un certo signore 
Enrico innamorato di Selvaggia, ammalata, a sua volta, dello stesso 
male *'). Selvaggia può essere Selvaggia Malaspina, nominata da 
Alberto de Sisteron, da Guilhem de la Tor e celebrata anche da Uc 
de Saint-Circ ^). Che Enrico possa essere Enrico del Carretto? Ne 
dubito, perchè, se ciò fosse, bisognerebbe ammettere che il componi- 
mento sia stato scritto dal Cigala in età molto e forse troppo giova- 
nile. Abbiamo un « Enric » che tenzonò con un certo « Arver »; 
ma non vi sono ragioni per identificarlo con l'amico di Lanfranco*). 



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1) Bertoni, Due note provenzali, p. 33. 

2) Salverda de Grave, Le troubadour Bertran d' Alamanon, p. 163. 

3) Lewent, op. cit., p. 357. Vedansi, più innanzi, le note al testo. 
') Canale, 1, 518; Schultz-Gora, Zeitschr., VII, 217. 

5) Chabaneau- Anglade, Vies des plus célèbres et anciens poètes prov., p. 325. 
•5) N' Anric, no m' agrada. Gauchat-Kehrli, Studj di fil. rom., V, 545. 

7) Bekgert, op. cit., p. 85. Vedasi anche questo voi., p. 13. 

8) La tenzone è conservata nel ms. T, e. 75'^' e incomincia: Amie Arver, 
d' una ren vos deman. 



— 99 — 

Insomma, Enrico resta un personaggio oscuro. Nulla di preciso si 
può dire sulla cronologia da assegnarsi ad altri componimenti del 
Cigala e a certe sue tenzoni scambiate con Lantelm (un fastidioso 
giullare, a quanto pare), con Rubaut, con Simone Doria, con Gia- 
como Grillo. Tra la schiera degli amici di Lanfranco, brilla una 
dama d' origine provenzale, Guglielma di Roziers (sposa, forse, a 
un genovese?) cultrice della musa occitanica. Un' anonima poetessa 
cantava di lei : 

E quar lì pron de Genoa an largueza 
Ar retenon na Guillelma, so tu pes, 
Quar ella es sobr' autras plus corteza, 
Quo sap d'amor et de joi tot quan n'es '). 

Lanfranco Cigala le presentò un curioso « partimen » lascian- 
dole naturalmente la scelta fra le proposte: due hanno abbando- 
donato di notte il loro castello per recarsi alla casa delle loro 
amate. Strada facendo, si imbattono in una brigata di cavalieri, 
che si lamentano, causa il maltempo, di non avere alloggio. L' uno 
dei due se ne ritorna indietro per albergare i disgraziati pellegrini; 
l'altro invece continua il suo cammino verso la sua donna. Quale 
dei due si è meglio comportato? (testo n. L). Un anonimo au- 
tore di « razos », un autore a mio avviso italiano ^j, ordì tutto un 
racconto su questo componimento, racconto romanzesco che piìi 
oltre stampiamo in testa al « partimen ». 

Lanfranco Cigala, che aveva cantato il « riso » della sua donna 
e aveva amato, a giudicare dai suoi versi, con sincerità (forse 
Berlenda fu oggetto per lui di un caldo e nascosto amore), era 
per temperamento incline alla dolcezza e quasi a una forma soave 
di melanconia, che può spiegare per una ideale affinità la sua 
sim.patia per il sorriso, il sorriso femminile che viene da cuor 
gentile e che egli cantò con voci, possiam dire, nuove ^). Giunto 
al secondo periodo della sua vita, dopo avere assistito a molte 
scene della commedia umana, la sua dolce melanconia, rotta 
talora da scoppi di rivolta, come accade nel sirventese per Boni- 



1) SCHULTZ-GORA, Provenz. Dichferinnen, p. 31. 

-) Vari sono gli italianismi di questa specie di racconto o di « razo » ed 
alcuni potrebbero realmente avere, a mio parere, una ragione profonda e non 
essere dovuti unicamente a un amanuense. Veda più oltre il lettore le « note » 
ad alcuni passi del testo. 

3) Rimandiamo al capitolo III, in cui si parla dell'arte e della lingua dei 
trovatori italiani. 



— 100 — 

facio II, si trasformò in un' accorata amarezza, che manifestò nel 
componimento Ges ieii no vei com hom guidar si deia. Forse allora, 
portando nell'anima molti solchi e nel cuore molte ferite, lasciò il 
« trovare » amoroso e politico per quello religioso. E cantò e in- 
vocò Maria, donna delle donne, colei, che doveva rappresentare 
per lui, che fu quasi un poeta dello stil nuovo in lingua provenzale, 
il supremo grado della idealizzazione femminile '). 



17. 
SIMONE DORIA 



Visse in Genova, a mezzo il secolo XIII, un Simone Doria, 
figlio di un Percivaile, che non fu a parer nostro il poeta Per- 
civalle Doria (v. p. 91). Lo troviamo nel 1253 (Ferretto, Docum., 
nn.' XXXIX, XL, XLII, XLIII, XLIV), nel quale anno si recò a 
Tunisi, portandovi danaro e oro filato, poscia lo incontriamo negli 
anni 1254 (Ferretto, n. LII) e 1256 (n. LVI), sposo di una Con- 
tessina, sorella di Giacomino dei Marchesi di Gavi. Nel 1257 prese 
a mutuo una somma (n. LVII); nel 1267 lo vediamo rappresentato 
in Genova da un procuratore (doc. LXXVI). Era già morto il 13 
Marzo 1275 (doc. n. LXXXIV). Difficilmente questo Simone, ban- 
chiere mercante che sia stato, potrà essere identificato col trovatore, 
che ci ha lasciati versi provenzali scambiati con Lanfranco Cigala, 
con Giacomo Grillo e con un certo Alberto. 

Invece, pel genere degli offici che ebbe, a me pare più proba- 
bile che il trovatore sia da riconoscersi in quel Simone Doria, che 
fu negli anni 1265 e 1266 podestà di Savona^) e che sarà stato 
un altro di quei podestà poeti, dati al giure e alle muse, di cui il 
duecento ci fornisce molti esempi. Il 13 Gennaio 1265 Io vediamo in- 



1) Testi nn.i XXXVII, XXXVIII, XXXIX, XLVI. 

2) Per il 1265. abbiamo il docum. LXXIV del Ferretto, op. cit., p. 274 
(Studi med., voi. II, fase. 2); per il 1266, abbiamo l'indicazione del Canale, 
Storia di Gen., II, 416. 

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— 101 — 

are a Genova ambasciatori per designare e chiedere, quale podestà 
turo di Savona, Tommaso Malocello. Nel 1267 era in Genova e 
livi, il dì 8 luglio, figura in un documento, col quale fu ratificata 
; pace fatta dai Genovesi con il Maestro dei Templari Tommaso 
r)erardi ^). Nel 1293 fu nominato podestà di Albenga; e questa è 
torse l'ultima notizia, che abbiamo di lui, poiché ad altra persona 
omonima si riferirà un atto dell'a. 1311, in cui compare possessore di 
una galea un Simone Doria ^). Abbiamo dunque tre Simoni, almeno, 
della famiglia dei Doria. Risolversi per l' ultimo è quasi impos- 
sibile, poiché la tenzone con Alberto (testo n. LI) fu scambiata 
con tutta verisimiglianza prima del 1250 (vi troviamo nominato 
l'imperatore Federico al v. 40); restano gli altri due, e se il 
primo non può essere* perentoriamente escluso, perchè un mer- 
cante poeta potè ben vivere in una città come Genova, è, d' altro 
canto, piij probabile, come abbiam detto, che la candidatura del 
secondo appaia sempre piìi degna d' essere presa in considerazione, 
e ciò non tanto sotto il rispetto cronologico quanto per la stessa 
condizione del personaggio. 

Veniamo ora ai suoi versi. Egli ci ha lasciato quattro tenzoni 
con Lanfranco Cigala, che si potranno leggere in edizione critica 
nella sezione di questo volume dedicata ai testi (nn.' LIV-LVII), 
una breve tenzone, forse incompleta, con Giacomo Grillo (n. LI!) 
e una ultima, assai interessante, con un Alberto (n. LI), che non 
possiamo identificare per mancanza di dati. A noi sorride il pen- 
siero che anche questo Alberto sia stato un trovatore genovese e 
notiamo che in un documento del 31 Gennaio 1253 figura con 
un Luca Grimaldi un Alberto Fieschi; ma riconosciamo che ogni 
congettura può parere, a buon diritto, intempestiva, trattandosi di 
nome così frequente^), e lasciamo insoluta l'ardua e oscura que- 
stione, per avvicinarci appunto a un altro trovatore genovese testé 
nominato, il Grimaldi. 



1) Arch. Com. di Genova. Atti dei not. Corrado di Capriata, Reg. I, e. 77. 

2) Desimoni, in Giorn. ligustico, XllI; 347, 348 ha trovato anclie il nome 
di un Simone Doria (forse il nostro) in un trattato per un'ambasciata a 
Ceuta d'Africa (6 Settembre 1262). Non sappiamo, poi, se sia il trovatore 
quel Simone che il Canale registra come ambasciatore al papa nel 1271 (lo 
SCHULTZ-GoRA, Zcitschr., VII, 220 corregge in 1281), ma crediamo che si 
tratti di un altro " Simone •>, precisamente quello dell'a. 1311. 

») Rinunciamo, adunque, alla congettura esposta nei Trov. min. di Genova, 
p. .XXIX, n. 2. 



— 102 — 

18. 
LUCA GRIMALDI 



Nessun verso di Luca Grimaldi è giunto sino a noi. Il No- 
stradamus pone il suo nome fra quelli dei trovatori provenzali ^), e 
pare che veramente egli avesse buone ragioni per ritenere Luca poeta. 
La notizia che il Grimaldi abbia scritto versi occitanici, se la pren- 
diamo in se, sembra sluggire a tutte quelle incertezze e a quei le- 
gittimi dubbi che pesano su tanta parte dell' opera del Nostradamus. 

Giustamente lo Schultz-Gora tiene distinto Luca da un certo 
Luchetto Grimaldi, che fu figlio forse di un Oberto, e che a torto 
il Desimoni e il Belgrano identificarono con il poeta ^). La prima 
notizia, che abbiamo di Luca, risale forse al 1240, nel quale anno 
egli era presente alla stipulazione della lega stretta da Milano e 
Genova contro Federico II ^). Ma abbiamo da lottare, anche in questo 
caso, con fastidiose omonimie"*). 

Schultz-Gora ha rintracciato un Luca Grimaldi (ma non si può 
dire se si tratti davvero del poeta) in documenti che vanno dal 



1) Nessun dubbio, si può dire, abbiamo sulla patria di Luca Grimaldi. I 
Grimaldi furono di Genova. Lo stesso Nostradamus scrive (LV, 180): <; Luco 
« ou Lucas de Grymaud, natif de Grymauld en Provence ». Ma in fine: «J'ay 
« leu en une vieille pancharte que ce Luco estoit parti de Gennes ». Cfr. V. 
De Bartholomaeis, Di un presunto canzoniere provenzale di Roberto d' Angiò, 
estr. dalle Mem. della R. Accad. delle Scienze dell' IsL di Bologna, CI. di Se. 
morali, IV, p. 18. 

2) ScHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 319. Si trovano Luchetto e Luca < de 
Grimaldo > in un medesimo documento: Liber Jurium, I, 1358''. 

») TORRACA, studi su la lirica, p. 284; Bertoni, Trov. min., p. xx. 

*) Ritengo (con F. L. Mannucci, Di Lanfranco Cicala e della scuola tro- 
vadorica genovese, estr. dal Giorn. stor. e leti, della Liguria, cit., p. 11, n. 1) 
che il trovatore vada identificato con un Luca Grimaldi, che fu fratello di un 
Bovarello ambasciatore al Conte di Provenza nel 1252 (Merkel, Un quarto 
di vita comunale e le origini della dominazione angioina nel Piemonte, Torino, 
1890, p. 177) e figlio di certo Grimaldo de Grimaldi. Il nostro poeta non va 
dunque confuso con un omonimo, figlio di Ugo (Hartwig, Quellen u. Forsch. 
z. alt. Gesch. der Stadi Florenz, II, 205-6; Schultz-Gora, Zeitscfir., IX, 406; 
Bertoni, Trov. min., p. xx) e cugino primo di Luca di Grimaldo. 



— 103 — 

1242 al 1252. Nel "42 un Luca Grimaldi fu podestà di Milano, nel 
"53 ebbe in deposito il trono prezioso di Corrado IV (queste due 
!iotizie non vanno attribuite al nostro); nel "58 fu inviato amba- 
sciatore al papa Alessandro IV; nel "62 fu nominato reggitore della 
città con Giacomo Grillo e con altri cittadini. Durante questo 
ventennio il nome di « Luca Grimaldi » figura pure in altri atti 
genovesi del < Liber Jurium Januae » ^). A ciò si può aggiungere che 
Luca Grimaldi » nel 1267 compare in un documento insieme a 
Simone Doria e Luchetto Gattilusio "^), che nel "69 ebbe, insieme al 
fratello Bovarello, da Carlo d'Angiò la raccomandazione di ricevere 
con onore in Genova gli ambasciatori del Soldano di Babilonia ^), 
e che, infine, nel 1271 fu nominato podestà di Ventimiglia '*). Oggi, 
mi è lecito citare altri documenti, che ci mostrano nel 1253 un 
Luca Grimaldi in Genova pronto, con Alberto Fieschi, a giurare 
l'osservanza di alcuni patti al podestà'') e ci fanno assistere alle 
pratiche di Luca, quale ambasciatore della sua città, nella curia di 
Alessandro IV ^). 

Luca Grimaldi fu di spiriti guelfi. Avverso a Federico II e agli 
ultimi Svevi, egli die finalmente opera a sviluppare la sua politica 
guelfa durante la podesteria di Ventimiglia; ma i Ghibellini ge- 
novesi si ribellarono. La lotta fini il 28 Ottobre 1271, con la peggio 
per i Guelfi, che furono confinati per tre anni. Nel 1275 Luca Grimaldi 
era già morto '''). 



1) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 219-220 (L/òer, I; 1042'', 1050'', 1113, 1121'-, 
11843, 1358.-). 

2) Giorn. ligustico, XI, 347. A torto, attingendo allo Zenatti, Arrigo Testa 
e i primordi della lirica ital., Firenze, 1895, p. 16, ho sostenuto che il trova- 
tore va identificato con quel Luca Grimaldi, che fu podestà di Firenze nel 
1257 {Trovai, min., p. XX). Questi fu figlio di Ugo e non fu perciò il fratello 
di Bovarello; fu, invece, il cugino del poeta. 

3) MiNiERi- Riccio, Alcuni fatti riguardanti Carlo d'Angiò dal 6 agosto 1251 
al 30 dicembre 1270, Napoli, 1874, p. 40. 

*) Per maggiori informazioni su questa podesteria, v. Bertoni, Trovai, 
minori, p. XX. 

5) Ferretto, in Studi mediev., I, 148. 

«) Ferretto, in Studi mediev., II, 123, 125. 

') .Wan.N'UCCI, op. cit., p. 11 cita un documento del 18 aprile 1275 11 quale 
taglia ogni dubbio sulla morte di Luca e anche del fratello Bovarello. S' intende, 
dopo ciò, quanto fosse in errore il Nostradamus quando affermava che Luca 
era morto di 35 anni nel 1308! Cfr. Jahrb. f. engl. u. roman. Lit., N. F. I, 128. 



— 104 — 



19. 
GIACOMO GRILLO 



Poco, o quasi nulla, sappiamo del trovatore genovese Giacomo 
Grillo. Troviamo un Giacomo Grillo teste in un atto del 7 Maggio 
1242^); sappiamo che un Giacomo Grillo albergò nel 1244 il papa 
Innocenzo IV in Stella^) e che un Giacomo Grillo, nel 1262, 
ritiratosi Guglielmo Boccanegra, venne eletto in pubblico parla- 
mento « reggitore della città » insieme a quattordici nobili cittadini. 
Con essi figura Luca Grimaldi ^). Queste tre notizie furono trovate 
dallo Schultz-Gora ''). A me accadde in seguito di rintracciare un 
Giacomo Grillo in un documento del 15 Agosto 1281 ^). Oggi, consul- 
tando le varie notiziole archivistiche fatte conoscere dal Mannucci^), 
non mi sentirei più di identificare quest' ultimo col trovatore. Nulla 
saprei dire quanto al primo « Giacomo Grillo » dell' anno 1242. 
Neppure nel secondo e nel terzo, ottimate della repubblica nel 
"62, oso riconoscere il poeta. Contemporanei suoi furono Giacomo 
Grillo di Andrea, Giacomo Grillo di Alberto e parecchi altri omo- 
nimi. Il trovatore, che tenzonò col Cigala giudice, andrà identifi- 
cato invece con quel giudice Giacomo Grillo che figura quale teste 
per la repubblica in un atto del 4 giugno 1257, in cui è questione 
d'una divisione di beni fra i marchesi di Ronzone'^). Egli dovè 
essere quasi coetaneo di Lanfranco Cigala. 

A giudicare dalla stima che i suoi confratelli in arte a Genova 
ne avevano, il Grillo fu un valente poeta. Lanfranco Cigala, d' ac- 



') Liber Juriiim Januae, I, 1004<i. 

2) Canale, Storia di Gen., ì, 553; Schirrmacher, Friedrich il, IV, 88. 

3) Canale, H, 222. 

^) SCHULTZ-GORA, Zcitsclu., VII, 220. 

5) A. Ferretto, Codice diplom. delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e 
la Lunigiana ai tempi di Dante, Genova, 1903, p. 427. Bertoni, Trov. min. di 
Gen., p. XIX. 

^) Mannucci, Di Lanfranco Cicala cit., p. 10, n. 3. 

'') MORIONDO, Monumenta Aquensia, II, col. 434. 



— 105 — 

cordo con Simone Doria, gli inviava una sua tenzone, che finisce 
con questi versi (testo n. LVI): 

A 'n lacme Gril, en cui es conoissenza, 
Amics Symon, trametam la tenzon, 
Q' en cobleian en don drecha sentenza. 

E Simone Doria rispondeva: 

Segna' n Latrane, ben ai ferma crezenza 
Qe sera ben iutiada per razon 
Per lui, qar sap zo q' a fin pretz agenza. 

In un'altra tenzone col Doria (testo n. LV), lo stesso Lan- 
franco chiamava a giudici « Na Flors-de-lis » e Giacomo Grillo 
«q'es gais e pros ». Ma questa volta, dinanzi a Fiordiligi (quale 
mai donna, forse genovese, sarà stata velata da questo « senhal? » ), 
Simone dichiarava che, qualora « Na Flors » stesse dalla sua, non 
gli importava che il Grillo si schierasse dalla parte del Cigala 
(« no'm chal s' en lacmes ten ab vos »). 

Le due sole tenzoni, che di lui ci sono rimaste — 1' una scam- 
biata con il Cigala (testo n. LUI), e l'altra con Simone Doria (testo 
n. LI!) — non ci permettono di dir nulla sulla importanza di questo 
trovatore in mezzo alla piccola schiera dei poeti genovesi. Ma la 
voce del Cigala, il maggiore di tutti, si leva a raccomandarcelo, e 
ci dice che in Giacomo Grillo era « conoissenza ». Crediamogli 
sulla parola. 



20. 
SCOTTO 



Varie ipotesi si son fatte su questo trovatore genovese. Gli 
studiosi hanno rivolto il pensiero a un Ogerio Scotto ') e anche a 
un Alberto Scotto'^); ma la congettura migliore a me par quella 



1) Casini, in Giorn. stor. d. leti. Hai., li, 406, n. 3. 
-) Bertoni, Trov. min., p. xxix, n. 2. 



— 106 — 

del Mannucci •): che, cioè, il nostro si chiamasse Scotto Scotti. E, 
per vero, Scot non deve essere il cognome, ma il nome del poeta. 
Ciò appare dal fatto die nella sua tenzone col Calvo — il solo com- 
ponimento, che di lui ci sia rimasto (testo n. LX) — egli è chia- 
mato semplicemente « Scotz » ^), come il Calvo « Bonifatz », come 
il Cicala è chiamato « Lafranc >> e il Doria « Simon » e il Gattilusio 
era detto « Luchetto ». Ora, era un'usanza diffusa che nome e co- 
gnome sonassero identici, così nei tempi in cui il cognome si andava 
definitivamente formando, come anche dopo. Allorché ciò accadeva, 
la persona veniva comunemente designata col solo nome ^). 

In un atto del 25 Settembre 1239, trovansi nominati insieme 
un Guglielmo, un Corrado, un Balbo e uno Scotto Scotti, fratelli ^). 
In quest'ultimo possiam vedere, con qualche verisimiglianza, il trova- 
tore. II quale dovè tenzonare col Calvo in Genova, prima che questi 
ne partisse o anche dopo il suo ritorno, intorno al 1260. Il conte- 
nuto della tenzone non ci permette punto di determinare meglio la 
cronologia del testo. 



21. 
BONIFACIO CALVO 



Il trovatore genovese Bonifacio Calvo è stato studiato da | 
M. Pelaez, che ne ha discorsa la vita e pubblicate tutte le poesie ^). 



^) Mannucci, Di Lanfr. Cicala cit., p. 16, n. I. Vedasi un mio breve reso- 
conto dell' opuscolo del Mannucci nel Giorn. sfor. d. leti, ital., XLVII, p. 393. 

2) Nell'indice di a (Stengel, in Rev. d. lang. rom., XLV, 273): Bonifaci 
et Scot. C'è, dunque, dinanzi a «Scot» l'articolo. L'uso alto-italiano è ap- 
punto di porre 1' articolo definito dinanzi al nome di persona. 

3) Per la medesima ragione-, proporrò fra poco di riconoscere un Rubaldo 
Rubaldi (di Genova fors' anche) in quel « Rubaut » che tenzonò col Cigala. 
Cfr. i miei Trovai, min., pp. xxxiii e 19. 

*) Arch. di Genova. Not. Bonvassallo de Cassina, Reg. I, e. 108^'. Man- 
nucci, op. cit., p. 17. n. 11 Mannucci aggiunge: «Gli Scotto abitavano in 
angulo Cannette, in carrubeo Sancii Laurentii (civ. Pandette Richeriane, ms. del- 
l' Arch. di St. di Genova, voi. Ili, p. 441 e IV, 125) presso i Doria ». 

5) M. Pelaez, Bonifazio Calvo trovatore del sec. XIII, in Giorn. stor. d. 



— 107 — 

A queste si aggiunsero altri versi in processo di tempo, grazie alia 
scoperta del canzoniere di Bernart Amoros ^). I nuovi testi contenuti 
in questa celebre silloge di liriche trobadoriche ho poi avuto occa- 
sione di pubblicare io medesimo, cosicché il mio compito rimane 
oggidì assai alleggerito per quanto spetta al nostro poeta. 

Bonifacio Calvo, a differenza degli altri rimatori genovesi, si 
presenta con gli attributi del vero trovatore provenzale, che visita 
le corti, ne canta i signori e poco soggiorna nel suo paese natio. 
A Genova tenzonò con lo Scotto e col Gattilusio e a Genova 
scrisse il fiero sirventese contro i Genovesi che incomincia: Ges 
no m' es greti s' eu non sui ren prézatz. Dire quando abbia scam- 
biato i suoi versi coi due suoi concittadini, è cosa quasi impossi- 
bile, per non contenere essi nessuna allusione e nessun elemento 
che permetta di presentare qualche data; ma, avuto riguardo alla 
cronologia di Scotto e del Gattilusio, sarei disposto, in via di con- 
gettura, a discendere sino al 1260-70. Quanto al sirventese, no- 
tiamo anzi tutto che il poeta vi si dimostra fortemente addolorato 
per gli scacchi subiti dalla sua patria nelle lotte con Venezia e 
ha gagliardi accenti d' ira contro i suoi concittadini. Per abbas- 
sare poi il merito dei Veneziani, egli afferma che non si può avere 
nessuna gloria a vincere genti discordi come i Genovesi e ricorda 
che i Veneziani altre volte hanno avuto a soffrire delle lotte con 
Genova (testo n. LXII). Viveva allora un veneziano, prigione in 
Genova, che si chiamava Bertolome Zorzi ed era poeta originale in 
lingua provenzale, di rara efficacia e di non meno rara prontezza. 
Questi si propose di rispondere e confutare, per le rime (è pro- 
prio il caso di dirlo, poiché le rime sono le medesime), il Calvo 



letf. ital., XXVIII, 1, sgg., e XXIX, 318 sgg. Correzioni ai testi sono state 
fatte da A. Jeanroy, in Moyen àge, X, 187; da Schultz-Gora, in Zeitschr., 
XXI, 671, da E. Levy, in un molto importante resoconto in Literaturblatt f. 
germ. u. rom. Phil., XIX, 28, e da me medesimo in Rev. de long, rom., 1910, 
p. 99. Il Calvo ci ha lasciati 17 componimenti provenzali, fra cui un discordo 
(Un nou sirventes ses tardar, ediz. Pelaez, n. XIV) e due tenzoni (una con lo 
Scotto, l'altra con Luchetto Gattilusio, nn.' LX, LXIII ). Inoltre, abbiamo di 
lui due componimenti portoghesi. Noi pubblichiamo, riveduti sui mss., la sua 
poesia più famosa Ges no m' es greu s' eu non sui ren prezatz, il discordo 
(n. LXI) e le sue tenzoni con lo Scotto e con il Gattilusio. Facciamo seguire 
poi qualche nostra osservazione ai testi editi dal Pelaez. 

1) Bertoni, in Giorn. sfar. d. leti, ital., XXXIV (1899), p. 118. Si aggiun- 
sero appunto le due tenzoni con Io Scotto e con il Gattilusio ricordate nella 
nota precedente. 



- 108 — 

e scrisse un sirventese non meno celebre di quello del suo com- 
petitore (testo n. LXVll). Ora, le guerre fra Genova e Venezia vol- 
sero sfavorevoli alla città del Tirreno durante la seconda metà del 
sec. XIII. Dal 1225 sin oltre il 1260, a malgrado di qualche scara- 
muccia vittoriosa, la peggio toccò ai Veneziani. Inoltre, lo Zorzi fu 
prigione in Genova a cominciare dal 1264 all' incirca '). Insomma, 
tutto sommato, senza dimenticare i dati che si possono ricavare 
dalla risposta dello Zorzi e che indicheremo piij oltre, si può am- 
mettere che il sirventese Ges no m' es greti sia stato composto poco 
dopo il 1264, se non anche in questo medesimo anno. 

Abbiamo così guadagnato qualcosa: non proprio una data de- 
terminata, ma poco meno. Bonifacio Calvo doveva essere allora, 
se non grave d' anni, almeno non più giovane e già desideroso di 
por fine alla sua vita randagia. Per questo, forse, s' era ritirato a 
vivere a Genova, dopo essere stato in Ispagna, alla corte del re 
Alfonso X di Castiglia ^). Colà negli ultimi mesi del 1253, egli 
aveva instigato il re di Castiglia, suo grande protettore, a guer- 
reggiare contro il re di Navarra e il re di Aragona. Giacomo di 
Aragona e Teobaldo II di Navarra, succeduto allora giovanetto al 
padre e indirizzato al governo dalla madre Margherita, s' erano 
stretti in lega per difendere la Navarra dalle vecchie brame dei re 
di Castiglia; onde Alfonso pareva ondeggiare fra pensieri opposti 
e non risolversi all' impresa. Allora Bonifacio Calvo compose il suo 
discordo Un non sirventes (testo n. LXI) levando la voce in fa- 
vore dell' impresa di Navarra. Non certo per le istigazioni del tro- 
vatore, che non sono da considerarsi che come 1' eco di un partito, 
ma sospinto dal desiderio suo naturale di estendere il suo dominio. 
Alfonso mosse verso Navarra. Poi, per intromissione di alti perso- 
naggi e prelati (dicono gli storici), non ebbe luogo nessuna battaglia. 
Nel 1254 fu fatta la pace ^). La poesia del Calvo era caduta nel 



1) Si veda più oltre la nostra discussione in proposito, nel paragrafo de- 
dicato allo Zorzi. Che lo Zorzi fosse stato prigione dal 1266 al 1273 era opi- 
nione dello SCHULTZ-GoRA, Zeitschr., VII; 226, 228 condivisa anche dal Pelaez 
(p. 33). 11 Levy, B. Zorzi, p. 8 aveva proposto, quali date estreme, il 1264 
e il 1270. È da vedersi anche una nota dello stesso Levy, Literaturblatt f. 
germ. u. roman. Pini., XVI, 232. 

2) Si è pensato, dal Mila y Fontanals, che il Calvo si fosse recato in 
Ispagna per fuggire le discordie della sua città. Altri hanno imaginato che 
fosse stato bandito. Nulla si può dire di sicuro. 

3) Pelaez, op. cif., p. 11. 



— 109 — 

vuoto, così come era avvenuto di un altro sirventese (En luce de 
verjanz floritz)^) inspirato ai guerreschi componimenti di Bertran 
del Bornio e scritto, forse, per la medesima poco fortunata spedi- 
zione di Navarra. Parve destino che le imprese cantate dal Calvo 
non dovessero risolversi a colpi di spada, con quelle battaglie so- 
nanti di trombe e di grida, che i trovatori cantavano così volen- 
tieri. Poco dopo la spedizione verso i confini navarresi, Alfonso X 
fu invitato dai Guasconi a liberarli dal dominio di Enrico ili d'In- 
ghilterra. Alfonso accettò, ed ecco, anche questa volta, il nostro poeta 
farsi innanzi con un suo componimento traboccante di gioia ( Mout a 
qiie sovincnza)'^) alla notizia della nuova impresa^). Ma le cose 
cambiarono. Enrico III domandò per il principe Edoardo la mano 
della figlia di Alfonso, Leonora, promettendo di cedere al figlio la 
Guascogna. Così il re di Castiglia non entrò in Guascogna, come 
si augurava il trovatore, con gran « poder de genz », e tutto finì 
con un solenne matrimonio (1254). 

Bonifacio Calvo compose anche liriche amorose e morali. Que- 
st' ultime si imperniano sopra un vecchio motivo: il minare del 
pregio e della cortesia. Per fortuna, re Alfonso impersona ancora, 
afferma il nostro verseggiatore, il valore e la virti^i. Egli è solo colui, 
pel quale i saggi possono ancora sperare in un migliore avvenire. 
Quanto alle liriche amorose, dirò che anch' esse sono conteste dei 
soliti motivi trovadorici. Vi campeggia una donna di nobilissima 
schiatta. Forse fu la stessa donna che egli cantò, in altri componi- 
menti, come un suo amore lontano, un amore, che non dovè essere 
dissimile da quello cavalleresco, fatto di finzione e insieme di am- 
mirazione e di gratitudine. Qualche altra donna, accennata soltanto 
indistintamente, fa inoltre capolino tra i versi del Calvo ^), che cantò 
d'amore anche in portoghese, e cioè in due cantigas de amor'"). 

Vero tipo di trovatore, Bonifacio Calvo non si intricò nella 
politica, come gli altri poeti genovesi. Fece, forse, parte di per se 
stesso, e visse coi suoi sogni d' arte, lontano dalla vita pubblica, 
sì da attirarsi, come egli stesso afferma, il dispregio dei suoi con- 



1) Ediz. Pelaez, n. XV. 

2) Ediz. Pelaez, n. XIII. 

3) Pelaez, op. cit., p. 15. 

*) In un componimento (S'eu ai perdut, ediz. Pelaez, n. XII), il Calvo 
piange la morte di una donna che egli chiama « bella douz' amia ». Già il 
Diez {Leb. u. W., 488) parlò di questa poesia. 

5) Ediz. Pelaez, pp. 346 e 347. 



— no — 

cittadini. Il suo nome non figura in nessun atto o documento e, 
lasciando da parte ciò che narra il Nostradamus, possiam dire che 
quel poco che sappiamo di lui ci è fatto conoscere dai suoi versi, 
i quali appaiono composti con la maestria di un assai abile ver- ] 
seggiatore, se anche non sono frutto di un' anima di vero poeta. 



22. 
LUCHETTO GATTILUSIO 



Fra i trovatori di Genova, il Gattilusio è stato, si può dire, il 
favorito della critica. Molti ne hanno discorso e parecchi lo hanno 
studiato, cosicché il nostro compito resta ora di molto assottigliato. 
Rimandando, dunque, alle memorie dei miei predecessori^) e a 
quanto ho scritto io stesso nei miei « Trovatori minori di Genova » 
(pp. XXlX-XXXl), mi terrò pago a soggiungere poche notizie. Si 
può dire che il suo nome compare in una bella serie di documenti, 
che abbracciano tutta la seconda metà del duecento e che sono 
talora importanti, come quello del 13 Ottobre 1284, col quale si 
raffermavano in lega le repubbliche di Firenze, Genova, Lucca contro 
Pisa e si prendevano accordi concernenti la Sardegna e in ispecie 
certe terre e fortezze di Ugolino della Gherardesca e Nino Visconti 
di Gallura^). Il Gattilusio potè conoscere in quell'occasione Brunetto 
Latini, che rappresentava il comune fiorentino. 

Altro atto importante è quello che ci fa vedere il nostro Lu- 
chetto, allora podestà di Bologna, presente al testamento di Re Enzo 
(6 marzo 1272): « [presente] nobili viro Luchitto de Gatalusiis 
cive januensi Bonon. Praetore » ^). Già nel sec. XIII, ma sopratutto 



1) Belgrano, in Giorn. ligustico, IX, p. 3 sgg. Thomas, Romania, X, 324; 
Casini, in Rassegna settimanale, V, 1880, col. 891 ; Crescimi, in Giorn. ligustico, 
X, pp. 5-6; SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 223; A. Butti, in Intermezzo, 1,26; 
Wahl, L. Gattilusio, troubadour génois du XI [e siede, Paris, 1905; F. L. Man- 
Nucci, Per la biogr. di Luchetto Gattilusio, in Giorn. stor. e lett. della Liguria, 
IV, 10-12 (1903, Ott. e Die), p. 455. 

2) Bertoni, Trov. min., p. xxx. 

3) L. Frati, La prigionia del Re Enzo, Bologna, 1902, p. 27. 



— Ili — 

in sèguito (e in particolar modo nel sec. XV) « praetor » era si- 
nonimo di « potestas ». Il « praetore » adunque del documento spet- 
tante a Re Enzo equivale a «potestate», come ha la cronaca Viz- 
zana e come risulta da più parti {Corpus Chron. Bonon. p. 185). 
Del resto, anche nel Chronicon di Pietro Cantinelli (ediz. Torraca, 
p. 11) abbiamo, se ce ne fosse bisogno, una nuova conferma : 
- 1272. Dominus Luchittus de Cataluxiis de Janna fuit potestas 
Bononiae ». 11 Belgrano ha dimostrato che da principio Luchetto 
esercitò la mercatura, senza abbandonarla del tutto, a vero dire, mai. 
Nel 1266 lo troviamo far parte d' una solenne ambasciata inviata 
da Genova a papa Clemente IV e a Carlo d' Angiò. Nel 1273, Lu- 
ciietto, che era di sentimenti guelfi, fu capitano del popolo in Lucca, 
quando Carlo d' Angiò ne aveva la signoria^). Lo troviamo pure a 
Lucca, con la stessa carica, nel 1277"-). Nel 1282 egli fu podestà 
pel secondo semestre a Milano. Nel 1295 fu ambasciatore a Boni- 
fazio Vili per la pace fra Veneziani e Genovesi. Allora appunto 
egli ottenne dal papa una bolla a favore di una chiesa da lui fatta 
edificare in Sestri Ponente, in luogo detto Priano. Nel 1301 fu po- 
destà di Cremona e pare fosse ancora vivo nel 1307. Il nome di 
un «Luchetto Gattilusio » figura poi in vari strumenti notarili (1248, 
1251, 1252, 1267, 1287), e si rinviene anche nel 1270 fra quelli degli 
esaminatori del podestà Orlando Putagio da Parma. Recentemente, 
il Mannucci ha dimostrato che quel Luchetto Gattilusio, che è detto 
podestà di Savona in un brano latino posto a dichiarazione della 
poesia LVII delle Rime genovesi (anno 1301; Lagomaggiore, Ardi, 
glott. ital., 11,243) non è il nostro trovatore, ma un suo omonimo, 
poiché il poeta nel 1301 era, come abbiam detto, podestà di Cremona. 
Una figlia di Luchetto Gattilusio ebbe il nome di Ilisina; un suo fra- 
tello si chiamò Gattino. 

Prima che la copia cinquecentesca del canzoniere di Bernart 
Amoros ritornasse alla luce nella sua parte complementare, cono- 
scevasi un solo componimento di Luchetto Gattilusio, un sirventese 
{Cora qu' eu fos, testo n. LXIV), che fu scritto intorno o negli anni 
1262-64, quando preparavasi la calata di Carlo d' Angiò in Italia ^). 



') MlNlERl-RlCCio, Ardì. stor. ital., 1875, p. 243; Belgrano, op. cit., p. 7. 

-) Bo.NGi, Inventario dei R. Arch. di Stato in Lucca, voi. Il, p. 338. 

•) Al 1262 pensano Schirrmacher {Die letzten Hohenst., p. 663) e Schultz- 
Gora (p. 224). Al 1264 rivolgono il pensiero il Casini {op. cit., 891 ) e il Merkel, 
L'opinione dei contemporanei, p. 382. 



— 112 — 

Oggidì, abbiamo di lui un altro sirventese (che in un frammento 
riccardiano era attribuito, a pezzi e a bocconi, a Lanfranco Cigaia) ^) 
indirizzato a Bordello (testo n. LXV) e una tenzone (testo n. LXIII) 
scambiata con Bonifacio Calvo. 



23. 
GALEGA PANZANO 



In testa all' unico componimento che di questo trovatore ci sia 
rimasto in un solo manoscritto, e precisamente nella copia del 
canzoniere di Bernart Amoros (testo n. LXVI), si legge: « Galega 
panza ». Ghe in questo alquanto enigmatico « panza » si debba rav- 
visare (attraverso a una lettura: pa/zza[/z] ) il nome di una famiglia 
genovese, i Panzano, ho congetturato io medesimo in una breve 
nota della prima redazione dei miei trovatori minori di Genova ^). 
Ho poi avuta la soddisfazione di vedere trasformarsi la mia conget- 
tura in realtà, grazie ad alcune ricerche archivistiche di Gius. 
Picchia ^) e a più estese indagini di A. Ferretto "*). 

Gompare la prima volta. Galega Panzano, in due atti del 6 
Luglio 1248 rogati a tempo delle lotte fra Genova e Federico IL 
Doveva essere allora molto giovane e forse da poco aveva compiuti 
i diciotto anni, 1' età legale per assistere a pubblici atti. 

Da un documento degli 8 Ottobre 1252 sappiamo che egli eser- 
citò il commercio di tele e panni ; ma forse più di lui si occupò di 
mercatura il fratello Gorrado, il cui nome compare con quello del 
trovatore nel medesimo atto ora citato. Tuttavia, è certo che lo stesso 
Galega non si tenne lontano dagli affari, come appare da vari atti 
fatti conoscere dal Flechia e dal Ferretto. Gosì, lo vediamo il 2 Maggio 



1) Rajna, Studj difilol. rom., V, 48. Si veda Schultz-Gora, Epist. del trov. 
Ramò, di V., p. 179. 

2) Giorn. stor. d. leti, italiana, XXXVI, p. 23, n. 2. 

3) Giorn. stor. cit., XXXIX, p. 180. 

■<) A. Ferretto, Notizie intorno a Caleca Panzano, estr. dagli Studj difilol. 
rom., IX, fase. 26, p. 3. 



— 113 - 

1253 riscuotere da Giovanni Ascherio una certa quantità di genoini 
he negozierà « per riperiam Syrie » e durante 1' anno 1262 rice- 
jre più somme in accomandita. La società commerciale di Galega 
e Corrado Panzano eccelleva fra le altre e possiamo seguirla sui 
documenti nelle sue operazioni a Parigi, a Lagny-sur-Marne, a 
f^ovins, a Napoli, in Sicilia. Fu dunque Galega un singolare tipo 
di trovatore, commerciante e uomo di lettere, quale poteva dare una 
città come Genova. 

Il suo sirventese Ar es sazos e' om si deu alegrar, nel quale 
si parla dei danni cagionati dal clero alla Toscana e della effera- 
tezza di Garlo d' Angiò verso gli abitanti di Sant'Ellero (17 Aprile 
1267) e in cui è salutata gioiosamente la spedizione di Gorradino 
mentre si eccita, contro Garlo, l' infante Don Arrigo di Gastiglia, 
dovè essere composto nei primi mesi del 1268. Nel mese di Marzo, 
quando Gorradino s' imbarcò per Pisa nei pressi di Finale, magnates 
Janue scilicet de Spinulis de Auria de Castello et alii venerunt ad 
euni loquentes sibi et faciendo sibi honorem sicut decuit. Erano allora 
consiglieri del Gomune i due fratelli Galega e Gorrado e non è 
improbabile che il sirventese sia stato dettato intorno a quel 
tempo ^). 

Galega Panzano ebbe in moglie una certa Giovanna, della quale 
è sconosciuto il casato. Ne ebbe due figli: Giovanni e Giacomino. 
Visse lungamente e forse oltrepassò gli ottant' anni, poiché in un 
documento del 1313 egli si trova ancora menzionato^). 



^) Secondo il Ferretto, il sirventese sarebbe stato composto sulla fine del 
1267; secondo A. Jeanroy, Un sirventès cantre Charles d' Anjou, estr. dalle 
Annales du Midi, XV, p. 18 dopo il Marzo del 1268; secondo R. Sternfeld, 
e O. SCHULTZ-GORA, Ein Sirventès von 1168 gegen die Kirche und Karl von 
Anjou, in « Mittheilungen des Instituts fiir òsterreichische Geschichtsforschung », 
XXIV, p. 628, ai primi di Febbraio 1268 (non prima dell'arrivo di Gorradino 
a Pavia). 

2) Col nome di Galega Panzano, si chiude la serie dei trovatori sicura- 
mente genovesi; ma non è esclusa naturalmente la possibilità che ad altri 
poeti in lingua occitanica Genova abbia dato i natali. Di alcuni, come di un 
certo Rubaut (vedansi a p. 134 le nostre congetture), si può parlare con fiducia 
di avvicinarsi molto alla verità. Di Raimon Robin (p. 97) parleremo di nuovo 
brevemente più innanzi (p. 134). Del resto, un' altra prova del fervore svegliato 
in Genova dalla lirica provenzale è data da un componimento che fa parte delle 
famose Rime deW Anonimo genovese (Arch. gì. II, 164; X, 111 ) e che è, in fondo, 
una versione di una poesia di F. de Romans. Incomincia: Monta via ò visto scrito. 
Se ne veda G. Lega, in Giorn. sfor. d. lett. italiana, LI, 303, il quale ne ha 
trovato la fonte o il modello nel testo Quan be me sui apessatz del ricordato 



— 114 — 

24. 
BERTOLOME ZORZl 



Del veneziano Bertolome Zorzi abbiamo un' edizione critica, do- 
vuta alle cure di E. Levy^). Ciò mi dispensa dall' offrire al lettore 
tutto intero il bagaglio letterario del nostro trovatore (in tutto di- 
ciotto componimenti) e mi permette di trascegliere soltanto due li- 
riche fra le più interessanti : la risposta al sirventese di B. Calvo, 
di cui abbiamo discorso teste (n. LXVII), e il « pianto » in morte 
di Corradino (n. LXVIII). 

Conosciamo già la ragione che indusse lo Zorzi a scrivere il 
primo dei due componimenti da noi trascelti. Trovandosi in prigione 
a Genova, lo Zorzi lesse il sirventese del Calvo e gli parve di dover 
prendere le difese dei Veneziani. Ch' egli si trovasse in prigione, 
sappiamo dalla seconda biografia o vitarella in provenzale ^) e, a 
dire il vero, per quanto occorra procedere cauti nell' utilizzare co- 
desti antichi documenti, non abbiamo motivo, in questo caso, di 
metterne troppo in dubbio le asserzioni, dal momento che piia d' una 
volta, durante il sec. XIII, accadde che per parte di Genova o di 
Venezia fossero prese, in guerra, galee con uomini e questi tratte- 
nuti nella città nemica. D'altronde, in un suo componimento (Levy, 



trovatore. Il Parodi (Arch. gì. XIV, 100) aveva già osservato clie 1' Anonimo 
« mostra nel trattamento delle vocali in rima siffatto rigore, che ben appare 
« com' egli fosse in questo seguace della scuola provenzale ». Anche il frasario 
risente qua e là 1' efficacia occitanica. Ciò vale a farci vie meglio conoscere 
la vastità e l' importanza degli influssi provenzali in una città, che molte e 
varie relazioni ebbe con la Francia meridionale e che eccelle, fra tutte le terre 
d' Italia, quale patria di trovatori. 

1) E. Levy, Der Troubadour Bertolome Zorzi, Halle, Niemeyer, 1883 (cfr. 
Appel, in Nordisk revy, I, 271 ; Chabaneau, Rev. d. lang. rom., S. Ili, T. XI, 
195; SUCHIER, in Liti. Centralblati, 1884, col. 1761; Rohleder, Zu Zorzi' s Ge- 
dichten, Halle, 1885). 

2) Due vitarelle abbiamo di B. Zorzi, entrambe edite dal Levy: 1' una nel 
ms. A, r altra nei mss. I K. Nella prima, si legge che lo Zorzi, stando in 
prigione, fece « moutas tensons » con Bonifacio Calvo. A noi non è pervenuto 
che il sirventese indirizzato al Calvo, di cui è questione nel testo. 



— 115 — 

n. IV), lo Stesso Zorzi allude a una sua prigionia, scrivendo: Si 
tot ni' e stali e en cadena (v. 1) e, d'altro canto, un verso del sir- 
ventese contro il Calvo ha tutta 1' aria di mostrarci il poeta lontano 
da Venezia ( v. 49 ): 

Valens domna, qu' en cel pois renhatz 
Per cui plaidei 

sicché possiamo forse con abbastanza tranquillità e fiducia ascol- 
tare la narrazione della Biogr. IP): « En Bertolome Zorzi si fo uns 
gentils hom de la ciutat de Venecia. Savis hom fo de sen naturai 
e saup ben trobar e cantar. E si avene una sazo qu' el anet per 
lo mon e li Genoes qui guerrejavon ab los Venecians si lo preiron, 
e lo meneron pres en sa terra. Et estagan la en preison, en 
Bonifaci Calvo si fez aquest sirventes — qui comensa: Ges no 
« m'es greu s' ieu non sui ren presatz blasman los Genoes, car il 
« se laissavon sobrar pe'ls Venesians, dizen gran vilania d' els. 

« De que 'n Bertolome Zorzi fetz .1. autre sirventes lo qual co- 

« mensa: Molt me sui fort d' un chant meravillatz, escusan los Ve- 
« nesians et encolpan los Genoes » ^). 



1) Tuttavia, il verso 5/ tot m' estauc en cadena (e così un altro: Quant hom 
es en autrui poder nel componimento Mout fai, str. I) potrebbe avere, secondo 
me, un senso ben diverso da quello attribuitogli sin qui. La « catena » potrebbe, 
cioè, essere la catena d'amore (cfr. Raimbaut d' Grange, Amors m' a mes en 
tal cadena 41, 29; Bernart de Ventadorn Dieu lau, fors sui de cadena, 2, 12 ; 
altri esempi in Stimming, Bertr. de Born^, p. 249), cosi come il poder può es- 
sere il poder d'amor (tutto il verso Quant hom es è tratto da Peire Vidal, il 
quale parla infatti del «potere d'amore» ediz. Anglade, p. 122). Ne ver- 
rebbe, se noi avessimo ragione, che le poesie dello Zorzi non racchiudereb- 
bero nessuna allusione sicura alla sua prigionia, che sarebbe attestata unica- 
mente dalle due biografie provenzali contenute, come si disse (p. 114, n. 2), 
nei mss. A; IK. Il sospetto che il racconto delle due vitarelle provenzali pro- 
venga da un fraintendimento dei passi qui sopra ricordati (e si noti che 
malintesi di questo genere si hanno nelle vitarelle occitaniche, v. a p. 38, 
n. 2) si affaccia subito al pensiero; ma se si osserva che ognuna delle bio- 
grafie ha alcuni tratti peculiari e precisi e che una di esse fissa persino il 
termine della prigionia e se si osserva ancora che ad ammettere una cattività 
genovese dello Zorzi (che fu certamente lontano da Venezia per qualche tempo) 
non osta, in ogni modo, la nuova interpretazione dei versi Si tot m' estauc en 
cadena e Quant hom es en autrui poder, se si osserva dico, tutto ciò, ci si sen- 
tirà disposti ad attribuir fede al racconto delle due biografie e a lasciar ca- 
dere per ora il nostro sospetto, che, malgrado tutto, abbiam voluto manifestare. 

») Levy, op. cit., p. 36. 



— 116 — 

in quale anno fu fatto prigione lo Zorzi ? Parlando del sirven- 
tese del Calvo, abbiamo già sfiorato questo delicato problema. Lo 
Schultz-Gora, attenendosi al Galvani (che nel « Novellino provenzale» 
racconta essere stato preso lo Zorzi in un battello conquistato dal- 
l' ammiraglio Peschetto Mallone) propose il 1266, poiché in tale anno 
il Mallone s' impadronì d' una nave genovese con molti uomini. 
Mise innanzi poi la data 1273 per la liberazione del trovatore pri- 
gioniero, grazie a una notizia data dalle cronache del Dandolo e, più 
specialmente, da M. Canale (// change des prisonsfiifait)^). Un lasso 
di tempo di sette anni passato dallo Zorzi nelle prigioni di Genova 
sarebbe indicato anche, in certo qual modo, dalla biografia: « estet 
en preison entor VII ans ». Ma la biografia dice veramente « entor », il 
che ci permette, a ben guardare, un piccolo margine e forse un margine 
di non soltanto qualche mese, dato e concesso che la notizia sia esatta. 
Dove il Galvani abbia desunto che lo Zorzi sia stato fra i prigionieri 
del 1266 (r osservazione è del Levy),^) non sappiamo. È anzi proba- 
bile che si tratti di una congettura, che abbia preso forma, ma sol- 
tanto forma, per lui di realtà, per ragione appunto dell' accordo 
che per la notizia del Canale (il Galvani fu l'editore della cro- 
naca) venivasi ad avere con i dati della biografia. Infatti, non è 
detto in niun luogo che lo Zorzi sia stato fatto prigione dal Mal- 
lone. D'altro canto, lo Zorzi nel suo sirventese dice (vv. 45-46) 
dei Veneziani: 

E cum er an vencut los Genoes 
Et en anta 1' emperador grec mes 

alludendo con quell' er a un fatto avvenuto di fresco. Questo fatto 
non può essere che la battaglia di Trapani (1264), dopo la quale 
fu decisa una tregua di cinque anni con Michele Paleologo. Oltre 
a ciò, non è proprio sicuro che appunto nel 1273, e non forse un 
po' prima, lo Zorzi sia stato, per una ragione o per un' altra, libe- 
rato. Ne viene che il sirventese può bene essere stato composto 
nello stesso anno 1264 o nel 1265. Poco prima, s' intende, dovè 
essere scritto il ricordato sirventese di Bonifacio Calvo. 

Con molta precisione possiamo invece datare il « pianto » in 
morte di Corradino^). Questi fu giustiziato, dopo la pugna di Ta- 



1) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., VII, 227-228. 

«) Levy, in Lit. /. germ. u. roman. Phil., XVI, 232. 

3) Sulla sua morte, v. Schirrmacher, Die letzten Hohenstaufen, p. 387. 



— 117 — 

gliacozzo, il 29 ottobre 1268 in Napoli e il «pianto» dovè essere 
composto poco dopo. In esso, il poeta piange anche la morte di Fe- 
derico d' Austria mandato al supplizio nel medesimo giorno e si 
duole che Alfonso X lasci far onta da Carlo d' Angiò al fratel suo 
Don Arrigo di Castiglia. Par di leggere, a scorrere questo pianto, 
una pagina dolorosa d' un cronista ghibellino. 

Entro questi due termini (1264 e 1268), si lasceranno forse 
porre alcuni dei testi dello Zorzi che non offrono nessun appiglio 
a una determinazione cronologica. Altri ne escono, come il com- 
ponimento Non laissarai qii 'en chantar non atenda (ediz. Levy, 
n. XVI ), nel quale si allude alla spedizione di Luigi IX in Africa 
{Don s' es mogutz ab grani esforiz de Fransa, v. 10). Questa 
poesia fu dunque composta nel 1270. Si possono anzi fissare meglio 
i termini cronologici: 16 Marzo - 25 Agosto 1270; da un lato, cioè, 
la data del viaggio di Luigi verso 1' Africa, dall' altro la data della 
sua morte. Alla morte dello stesso re di Francia lo Zorzi allude 
anche nella fine del componimento: On honi plus aut es poiatz 
(Levy, n. Vili). 

Cinque « senhal » si trovano nelle liriche del trovatore vene- 
ziano, e cioè: « Nom verai », « Fior vermelha » « Gang de cor », 
« Bel salut » e « Mon plus car ». Non conosciamo nessuna delle 
donne nascoste sotto questi curiosi appellativi. Le due prime sono 
cantate insieme nel testo Si tot m' estauc en cadena (Levy, n. IV) com- 
posto, dunque, durante la sua prigionia (p. 115). La « valente donna » 
(v. 49) del sirventese in risposta al Calvo, scritto anch'esso in 
prigione, potrebbe essere una di queste due: forse la seconda, poiché 
« Nom verai » si palesa, dalle espressioni rivoltele, più come amica 
che come amata dal poeta, mentre nel sirventese la « valens domna » 
è designata come colei che consola con la sua vista e di cui il trova- 
tore è « d'amor enpres » (v. 53). 

Lo Zorzi, come anche il Cigala, cantò la Vergine. La cantò in 
due poesie religiose (ediz. Levy, nn. I, V ) che si credono scritte 
verso la fine della sua vita ^). Si può ritenere ch'egli sia morto 
verso il 1290, non escludendo, s' intende, che ciò possa essere avve- 



1) Tale e 1' opinione del Levy e del Rohleder, i quali si fondano su alcune 
espressioni, che dovrebbero provare essere giunto il poeta sin presso al mo- 
mento di abbandonare la vita (p. es. er quant mortz mi ten al fre V, 3; 
qu'eu sec ma fi 1, 87); ma, in verità, si tratta di espressioni spiegabilissime 
in poesie di carattere religioso, sicché su questo punto siamo, a mio avviso, 
in moltissima incertezza. 



— 118 — 

nuto un dieci anni prima o un dieci anni dopo. I documenti vene- 
ziani, nei quali è questione più volte di qualche membro della fa- 
miglia « Zorzi >>, sono rimasti muti sinora per quanto spetta il nostro 
Bertolome. 



25. 
PAOLO LANFRANCHI DA PISTOJA 



Di Paolo Lanfranchi, noto come rimatore italiano^), è giunto 
fino a noi un sonetto in provenzale, che, conservatoci nel solo ms. 
P (e. 63"), è veramente una lacrimevole cosa (testo n. LXIX). In 
compenso, non è privo d'interesse quanto al contenuto, indirizzato 
come è al Re d' Aragona, cioè a Pietro IH (f 1285). 

Prima di discorrere di questo sonetto, importa raccogliere le 
poche notizie che si hanno di questo poeta. Lo troviamo in Bo- 
logna nel 1282^). È presente il 1.*' Febbraio di quell'anno a un 
atto rogato in favore del pistojese Forisio di Jacopo '^), ed è pur 
testimonio (paulo lanfranchi de pistorio) in un documento del 13 
Ottobre "*). Il 21 gennaio 1283 figura ancora quale teste per un 
mutuo contratto in Bologna da due pistojesi : Gerardino Burini e 
Pucino Pepi ^). Troviamo poscia il suo nome in un documento pisto- 
jese dell' a. 1291, da cui impariamo che ebbe una condanna per 
aver colpito « cum una spada malvagia vetita prò forma statutorum » 
certo Orellio Megliori sul capo (ex dieta percussione multus sanguis 



1) G. Zaccagnini, Rimatori pistoiesi, Pistoia, 1907, p. LXV. 

2) G. Zaccagnini, Per la storia letteraria del Duecento, estr. da // Libro e 
la Stampa, Milano, 1912-13, p. 32, n. 2. 

3) R. Archivio di Stato in Bologna, Memoriale, 1282, e. 6lr. 
*) R. Arch. di St. in Bologna, Memoriale, 1282, II, e. 94'. 

5) Nel documento si ha: « d. paulo lanfranchi ». Memoriale, (di Giov. di 
Jacopo Pellicciaio) 1283, e. 18'^. È curioso che il 25 Gennaio dello stesso anno 
figuri come teste ad un mutuo contratto dagli stessi Gerardino e Pucino di 
Pistoia un certo « d. panocla lanfranchi». Questo Ranocchia è ancora testi- 
monio, a quanto ho potuto vedere, in un documento dei 5 Marzo 1283. 



— 119 — 

exivit) 0. Infine, nel 1295 lo troviamo nuovamente a Bologna (Me- 
moriale di Bologna, ad a., e. 38). 

Se avesse ragione il Mila e se veramente Paolo si fosse recato 
alla corte aragonese ^), egli avrebbe dovuto andarvi fra il 1283 e il 
1291. Con ciò si accorderebbero anche i risultati a cui conduce lo 
esame delle allusioni contenute nel sonetto provenzale, in quanto che 
in esso si discorre di un viaggio del Re di Francia Filippo III 
(t 1285) in Ispagna (vv. 3-4) 

Remenbre vos, Senher, del Rei frances 
Qe vene vus a vezer e laiset Fransa 

per togliere Pietro III dal regno di Sicilia eh' egli aveva ottenuto 
dopo i Vespri Siciliani, in grazia della sua parentela con Manfredi 
(sposo com' era di sua figlia Costanza) e del suo sollecito intervento 
neir isola. Che in base al sonetto di Paolo, si debba ammettere 
un suo viaggio in Ispagna, non è cosa che sia lecito a dirittura 
contradire; ma è cosa problematica, poiché tutte le allusioni del 
componimento si lasciano spiegare senza la necessità di una sua 
visita alla corte di Aragona. Siffatti avvenimenti, pei quali la data 
del sonetto resta fissata ( 1284), avevano il loro interesse anche in 
Italia, sicché vi potevano essere cantati dal nostro poeta. Questi ci 
dice che il Re di Francia passò i Pirenei (v. 5) 

ab dos SOS fiiis ez ab aqel d' Artes, 

cioè coi suoi figli Filippo (il Bello) e Carlo di Valois e con « aqel 
d' Artes », Roberto II di Artois; aggiunge che il Re francese non 
« fes colp d'espaza ni de lansa » e finisce con un accenno alla gloria, 
con r aiuto di Dio, del Re di Spagna e del re d' Inghilterra, cioè 
Edoardo I, che svegliò a' suoi tempi tanto interesse e tanta simpatia 
in Europa. 

Non pare che Paolo Lanfranchi abbia lasciato altri componi- 
menti provenzali oltre il citato sonetto ^), che é, come abbiam detto, 



1) G. Zaccaqnini, Studi e ricerche di ani. storia pistoiese, in Bull, storico 
pistoiese, 1910 (p. 44 dell' estr.). 

») L' opinione del Mila y Fontanals, espressa nei suo libro già ricordato sui 
trovatori in Ispagna, è stata seguita dallo Zaccagnini, ma non dallo Schultz- 
GORA, Zeitschr., VII, 230, che solleva dubbi giustificati. 

') C. Baudi di Vesme, Rivista Sarda, I (1875), p. 391 sgg. ritenne che 
Paolo Lanfranchi fosse autore di altri brevi componimenti che nel ms. P se- 
guono, subito dopo, anonimi. Anche il Fauriel {Bibl. de l'Ec. des chartes, IV, 



— 120 — 

una povera cosa per il rispetto artistico. Esso rappresenta, però, le 
simpatie di un grande partito in Italia per il dominio Aragonese 
nell'isola degli Angioini; è importante, per la seconda quartina, dal 
punto di vista storico, e si lascia inoltre sicuramente datare entro 
limiti assai ristretti. 



26. 
TERRAMAGNINO DA PISA 



Terramagnino da Pisa è noto come autore di qualche verso 
italiano e di un trattato in versi provenzali, la Doctrina de Cori, che 
proviene direttamente dall' operetta di Raimon Vidal intitolata Razos 
de irobar, in quanto ne è un vero e proprio rifacimento in poesia ^). 
Non si può escludere che, oltre questo trattato grammaticale, egli 
abbia composte liriche provenzali, se si pensa che scrisse versi 
italiani; ma è certo che di lui nulla si è trovato che valga a collo- 
carlo, salvo che per congettura, nel numero dei lirici italiani che 
scrissero in provenzale. 

Nella sua Doctrina de Cort, egli cita Ugolino di Gallura^), il 



40) ebbe lo stesso pensiero e, di recente, 1' opinione del Bandi di Vesme è 
stata ripetuta dallo Zaccagnini {Studi e ricerche cit., p. 43). Lo Schultz-Gora, 
Zeitschr., VII, 230 attribuisce invece il solo sonetto a Paolo Lanfranchi ed 
ha indubbiamente ragione. Oltre che dall' esame della stampa diplomatica 
di P {Ardi. f. d. Studium d. n. Spr. u. Lit., L, 279, nn. 126-132), ciò risulta 
da un' ispezione del ms. da me studiato a parecchie riprese. Inoltre, una foto- 
grafia delle carte delle cobbole (ce. SS^-Se*!) mi sta in questo momento sot- 
t' occhio. Quando non hanno intestazione, i componimenti di questa sezione del 
ms. sono anonimi e non possono ascriversi all' autore del testo precedente. 
Fra le poesie anonime, che il Bandi di Vesme voleva attribuire a Paolo, una 
è assai interessante perchè è indirizzata al giudice di Gallura, cioè, io penso, 
a Ugolino (e. es^i: « Va, cobla, al iuge de Galur — Mand qe iur e non pe- 
riur », ecc.). Allo stesso giudice pare anche rivolta un' altra cobbola anonima 
che segue immediatamente dopo. In un' altra, è questione del Conte di Monforte. 

1) P. Meyer, in Romania, Vili, 181 sgg. 

2) SCHULTZ-GORA, Zeitschr., XII, 262. 



— 121 — 

che ci mostra che la composizione di essa non risale a data ante- 
riore all' ultimo ventennio del sec. XIII ^) e si nomina espressamente 
(v. 25): « ieu Teramayguis de Piza ». Facile è la correzione in 
Teramaygnis » o Terramagnino; ma non bisogna credere col Meyer 
che questo sia un nome proprio (/?o/7?., Vili, 181). «Terramagnino» 
non è che un appellativo indicante che egli era della terra ferma, 
cioè di Pisa. Ciò mi ha permesso di supporre una dimora del nostro 
pisano in Sardegna, dove forse compose la sua Docirina ^). 

L'identificazione del nostro poeta con quel Terramagnino pisano 
che indirizzò un oscuro sonetto doppio a un guittoniano 

Poi dal mastro Guitton latte tenete 

mi par sicura^). Il guittoniano rispose sulle stesse rime citandola 
autorità di S. Gerolamo e scrivendo un componimento ancora piij 
oscuro di quello di Terramagnino^). 

La Doctrina, invece, è un trattatello che, se pecca per mancanza 
di originalità, si presenta, d' altro lato, astrazion fatta dai molti 
errori del copista, in una forma abbastanza chiara e accessibile, per 
quanto non del tutto corretta. Vi troviamo un italianismo quale proert 
(v. 128) « profferto » e vi abbiamo la particella ges usata, contro 
il buon uso, quale un pleonasmo, senza valore di negazione^). 

Vi ricorrono nomi di città italiane (Pisa, Lucca, Firenze, Ge- 
nova, Piacenza) e vi si rinviene, sotto forma d'un esempio, un verso 
incomprensibile 

E ben m' es aupranar var Piza, 
che, sopprimendo 1' E, si presterebbe ad essere corretto in 



1) Ho detto che al giudice di Gallura è indirizzato un breve componimento 
anonimo, che si legge in P, e. 63'^ (v. questo voi. a p. 120 n.). Forse al mede- 
simo si riferisce una cobbola, anch' essa anonima, che segue subito dopo nel 
ms. (e. 64^): « Seigner iuge, ben aug dir a la gen — Q'assaz es (ms. ses) 
mis en bon prez », ecc. La cobbola pare scritta da un giullare ( v. 8: « C'ancar 
no sai se vos sabes donar»). 

-) Bertoni, Noterelle provenzali, in Rev. d. lang. rom., 1913, p. 1 del- 
l' estratto. 

») Ms. Laurenziano-rediano 9 Ediz. Casini, Bologna, 1900, p. 317. 

*) È contenuto nel cit. ms. (Casini, p. 318). In causa di una cattiva interpre- 
tazione dei primi versi della risposta, è accaduto che a Terramagnino si desse 
il nome di Girolamo. Crescimbeni, Deli ist. d. volgar poesia, III (1730), p. 57; 
Meyer, Romania, Vili, 181. 

5) Vv. 42, 116, 592. Vedasene la mia spiegazione in Rev. cit., p. 2. 



— 122 — 
Ben (o corr. Bel) m' es per nau anar vasPiza^) 
e che ci fa pensare al nostro Terramagnino lontano dalla patria, 
in Sardegna, a un tempo in cui vivissimi furono i rapporti del- 
l' isola con Pisa. A poetare in provenzale, Terramagnino dovè impa- 
rare nella sua città natia, poiché in Toscana l' influsso provenzale 
fu assai forte per tutto il sec. XIII, com' è provato da allusioni di 
trovatori occitanici, da versificatori quali Paolo Lanfranchi da Pi- 
stoia e Dante da Majano, oltre che dall' essenza stessa della lirica 
guittoniana e dei guittoniani. 



27. 
FERRARINO DA FERRARA 



Ferrarino da Ferrara è molto più noto come compilatore del 
non lungo florilegio di liriche occitaniche, conservato unicamente, 
come ormai tutti sanno, alla fine del ms. D^), che come poeta 
nella lingua provenzale. Benché il tempo si sia mostrato implaca- 
bile con lui, sappiamo, almeno, che compose due canzoni e una 
retroensa e sirventesi e cobbole ^), ed abbiamo, per fortuna, una 
sua strofa scambiata con un trovatore sceso in Italia: Raimon 
Guillem (testo n. LXX). Dai pochi versi sopravvissuti, si ricava ch'egli 
fu un abile conoscitore della lingua aulica di Provenza e si piacque 
di schemi ingegnosi, proprii al « trovar chiuso », senza escludere 



^) Riconosco che l'emendamento è arrischiato e oltrepassa quasi i limiti 
del lecito, metodologicamente parlando; ma lo propongo in riguardo agli stra- 
falcioni grossolani che qua e là si incontrano nel ms. della Doctrina. Alcuni 
sono stati corretti dal Meyer; ma resta ancora assai da fare. Speriamo che 
un giorno o 1' altro si rinvenga un altro ms. dell' operetta del nostro pisano. 

2) 11 florilegio è stato edito diplomaticamente da H. Teuliè e G. Rossi, 
L' anthologie provengale de Maitre Ferrari de Ferrare, Toulouse, 1905 (estr. dalle 
Annales du Midi, XIII). Vedansi i risultati d'una mia collazione nel Giorn. star, 
d. leti, ital., XLII, 378. 

3) Ciò si impara dalla biografia provenzale, che sta in testa al florilegio, 
scritta in Italia. 



- 123 — 

che nelle cobbole e nei sirventesi perduti si sia abbandonato a una 
più dolce e facile maniera di verseggiare, quale generalmente colti- 
vavano i trovatori italiani. Dal florilegio, o meglio dalle preferenze 
accordate da Ferrarino nella scelta dei brani riportati, si desume 
un' altra sua caratteristica, direi quasi, morale. Amava la poesia 
didattico-insegnativa. E se penso che usava già vecchio, come in- 
segna la sua biografia, frequentare la corte dei Da Camino in Tre- 
\iso, ove ad accoglierlo con onore stavano Giraldo e i suoi figli, 
amanti delle lettere, mi si affaccia la congettura che per questi ul- 
timi — Gaia, la celebre Gaia di Dante ^), Rizzardo e Guecellone — 
sia stata messa insieme la nostra breve e preziosa antologia. Con- 
gettura per congettura, può anche essere che il florilegio sia stato 
composto senza uno scopo così determinato, ed altro non sia che 
una silloge destinata a una lettura amena ed educativa in una lingua 
cara allora agli Italiani, od anche una specie di manuale da servire, 
come una raccolta d'esercizi pratici, all'insegnamento. Insegnamento? 
Sicuro. Che vi fossero maestri di lingua provenzale in Italia, è cosa, 
parmi, ben ammissibile. Erano, in fondo, insegnanti, se anche non ne 
fecero professione, il provenzale Uc Faidit e l' italiano Terramagnino, 
quando componevano 1' uno il Donai e 1' altro la sua Doctrina. E forse 
fu davvero un insegnante privato quel Tuisio, a cui fu giocato il 
bel tiro di fargli scrivere una supplica, nella quale le parole erano 
italiane, ma mascherate alla provenzale, per mezzo di desinenze in 
-z, -tiz, -/2^). Era egli chiamato doctor proengalium, e, in verità, non 
si vede perchè non abbia potuto essere realmente un maestro di 
« cose provenzali ». Così, potrebbe darsi che insegnante di proven- 
zale, oltre che di latino {sab moli be letras), sia stato anche Fer- 
rarino, del quale sino a questi ultimi anni nulla sapevasi, all' in- 
fuori di ciò che ci narra la biografia posta in testa al florilegio. In 
mezzo a tanta oscurità, gli studiosi si trovarono in balìa dei dubbi. 
Si dubitò persino ch'egli si chiamasse « Ferrarino », volendosi da 



) Per Gaia, rimando a R. Renier, Svaghi critici, Bari, 1910, p. 31 sgg. 
Quivi tutte le indicazioni indispensabili sulla complessa questione, che si ag- 
gira intorno a questa figlia di Gherardo. 

2) 11 merito di aver richiamata l'attenzione degli studiosi su maestro 
Tuixio spetta al Novali. Cfr. Crescini, // provenzale in caricatura, in Atti e Mem. 
della R. Accademia di Scienze, Leti, e Arti in Padova, Xlll (1897), p. 123. Si tratta 
d' una richiesta di danaro che si suppone indirizzata da maestro Tuisio alia fraglia 
dei notai di Vicenza neh' a. 1302. intorno a Tuixio e agli studi sul passo ricordato, 
vedasi F. D' Ovidio, Versificazione italiana e arte poetica medievale cit., p. 410. 



— 124 — 

alcuni che il Ferari della biografia dovesse pronunciarsi all'italiana 
e che nulla provasse 1' accento sull' -/, necessario alla ritmica, nella 
tenzone scambiata con Raimon Guillem. Ora, se non m'inganno, siamo 
giunti in mezzo a tante incertezze, a qualcosa di concreto e ci tro- 
viamo dinanzi alcuni documentini, nei quali dobbiam riconoscere, 
oso dire, sicuramente, il nostro Ferrarino. 

V. Crescini, dopo aver fissato gli occhi su alcuni atti indicati f 
dal Gloria {Moiuim. della Università di Padova, 1, 381 ; II, 524; III, 14), \ 
nei quali è questione di certo « Ferrarino, maestro di grammatica » 
del casato dei Trogni di Ferrara, vivo ancora nel 1330, finì con con- 
vincersi che questo maestro omonimo non fosse certo « una sola per- \ 
sona» col poeta in provenzale^). E ad escludere questa identificazione, 
il Crescini fu condotto da ragioni cronologiche perchè (pensava egli 
con lo Schultz-Gora)^) « il trovatore.... non dovè campare oltre i 
primi anni del trecento ». Io credo invece che il nostro Ferrarino, 
noto compilatore della antologia del ms. D e meno noto verseggia- 
tore, che si provò con Raimon Guillem, sia appunto il Trogni, e 
spero di indurre anche i lettori in questa convinzione, che mi par 
riposare su solide basi. Al Crescini è sfuggito un documento assai 
importante, edito nel 1886 da B. Fontana. Si tratta di un plebiscito 
in Ferrara del sec. XIV e precisamente di un juramentum fidelitaiis 
praestitum anno 1310 a populo ferrariense Clementi pp. V ^). Ora, 
fra i cittadini dimoranti in Ferrara e precisamente nella « contrata 
sexti Sancti Romani » figurano le seguenti due persone : 

Magister Ferrarlnus doctor grammatice. 

Guicardus (1. Guigardus) fllius die ti magistri Ferrarini. 

Quest'uomo, chiamato senz'altro magister Ferrarinus, doveva 
essere ben conosciuto in Ferrara e, dato l' anno del documento, 
non v'ha quasi nessun dubbio che vada identificato con Maistre 
Ferari de Feirara, il compilatore del celebre florilegio. A conva- 
lidare quest'opinione, può valere l'osservazione che la biografia ci 
dice che maestro Ferrarino sapeva « molt be letras, » il che s'ac- 
corda colla sua qualità di doctor gramatice ^). 



1) Crescini, in Atti e Mem. della R. Accad. di Scienze Lett. e Arti in Pa- 
dova, XIV (1898), p. 32. 

2) Zeitscìir. f. roman. Pìiilol., VII, 231. 

3) B. Fontana, Plebiscito in Ferrara del sec. XIV, in Atti della ferrarese 
Deputazione di Storia Patria, voi. I (Ferrara, 1886), p. 27. 

•*) Inutile è dire che tetra significò specialmente il « latino ». 



- 125 — 

Se non v'Iia quasi dubbio, come dico, che questo magisier 
Ferrarinus sia maistre Fcrari, è d'altro lato sicuro ch'egli fu una 
soia persona con Ferrarino dei Trogni citato nei documenti fatti 
conoscere dal Gloria e abitante in Padova negli anni 1317 {Moniim. 
cit. II, 524), 1325 e 1330 {ibid., 1, 381; III, 14), figlio, come si im- 
para dai medesimi documenti, di certo Bartolomeo. Per convincersi 
di ciò, basta osservare che Ferrarino fu padre di Guigardus, dimo- 
rante nella stessa contrada del sesto di San Romano nell'a. 1310. 
Ferrarino dei Trogni ebbe appunto un figlio di nome Guigardus, 
com'è fatto chiaro da un rogito estense (Archiv. di Stato estense, 
1313 -Investiture-) in cui si legge: Ego Guigardus filius magistri 
Ferarini de Trongnis de Ferraria doctoris gramatice sacri palati] 
noiarius e da un altro atto, pure estense, che reca la stessa soscri- 
zione con l'aggiunta domini Marchionis (Bertoldo) notarius. Infine, 
lo stesso Guizzardo figura, sempre come notaio, in un terzo docu- 
mento del 1323, nel quale è questione di una rinunzia di certi 
terreni, posti in Villamana, fatta da Marano Marani in favore del 
Marchese d'Este ^). 

II trovatore e compilatore della silloge di D fu dunque Ferra- 
rino Trogni da Ferrara, che viveva ancora in Padova nell'a. 1330^). 
Questa data è assai preziosa per la storia della poesia occitanica 
in Italia, perchè ci mostra ch'essa era ancor coltivata in un tempo, 
in cui la lirica di Provenza pareva essere stata del tutto oscurata 
nel Veneto dalla così detta poesia franco-italiana. È anche preziosa 
per la data della terza sezione del ms. D, la quale viene ad essere 
relativamente più moderna di quanto fosse lecito pensare. Nella 
biografia provenzale è detto di Ferrarino che qan ven eh' et fo 
veil... anava a Trevis a meser Guiraut da Chamin et a sos filz. Ghe- 
rardo III da Camino chiuse gli occhi per sempre il 26 Marzo 1307, 
sicché Ferrarino già vecchio allora, dovè morire vecchissimo (di 
circa ottant'anni, io penso) poco dopo il 1330. E nulla di più 
saprei dire sulla vita di questo interessante personaggio. 

È tempo, ora, di venire a discorrere della tenzone, alla quale 
già abbiamo accennato, fra il nostro Ferrarino e certo Raimon 



1) Questi atti furono da me ricordati, quando ancora non conoscevo l' im- 
portante testimonianza del Plebiscito ferrarese, sfuggita a me, come già al 
Crescini, in Giorn. stor. d. leti, ital., XLIV (1904), p. 267. 

2) Nel documento del 1330, ricordato dal Gloria, figura come « ripetitore 
di grammatica e dottore ». Così in quello del 1325, pure addotto dal medesimo 
autore. 



— 126 — 

Giiillem {Griindr., 302, 1)^), che il Bartsch ha tenuto distinto da 
un Guiilem Raimon (Grundr. 229, 2), il quale fu alla corte estense 
e scambiò versi con un Aimeric, che non deve essere altri che Ai- 
meric de Peguilhan, il solo poeta di tal nome recatosi al castello 
dei Marchesi d'Este^). Lo Chabaneau, invece, fece di Raimon 
Guiilem e Guiilem Raimon una sola persona (Biogr., p. 358). A 
torto, a parer mio; perchè la necessità di tener distinti questi due 
trovatori è evidente, quando si consideri che Guiilem Raimon 
poetò, come vedremo, agli albori del sec. XIII, mentre Raimon 
Guiilem tenzonò con Ferrarino sul finire del medesimo secolo. In- 
fatti, Guiilem Raimon fu in relazione con Obizzo de' Bigoli o, 
forse, Bigolini ^), del quale lo stesso Guiilem ci fa sapere (ms. H, 
n. 233, ediz. Gauchat-Kehrli, Studj di filol. rom. , V, 537) che visse 
a tempo di Ezzelino da Romano (n'Aicelis) e del « rei », cioè di 
Federico II, già nominato «re d'Alamagna» (dunque non prima 
dell' a. 1220). In un altro componimento (H, n. 224), Guiilem si 
rivolge a Mola: 

Mola, se fos l'autre balcos serratz, 
vos foratz plus gignos *). 

Ora, Mola (sia egli o no da identificarsi con Peire de la Mula) '') 
fiorì, verisimilmente, nella prima metà del sec. XIII. Maggior valore, 
per noi, ha la tenzone con Aimeric. In essa è questione di un gio- 
vane Marchese, cioè Azzo VII d' Este, succeduto nell'età di dieci 
anni, nel 1215, al fratello Aldobrandino. D'altronde, vi sono buone 
ragioni per credere che Aimeric de Peguilhan non abbia varcato 
il 1250. Sul finire del sec. XII, era stato in Catalogna; aveva sog- 
giornato a lungo {estec Ione temps, Chabaneau, Biogr. p. 282) 

alla corte di Alfonso Vili di Castiglia; aveva amato, come ci in- 
segna Mario Equicola nel Libro di natura d'amore, attingendo a 



1) La tenzone non ha nessun titolo nell'unico ms. P, e. 55''. Risulta di 
due strofe: la prima di Raimon Guiilem, la seconda di Ferrarino. 

2) Cfr. Bertoni, in Giorn. stor. d. leti, ital., XXXVl, p. 460, n. Il testo, 
edito già da Qaucliat e Kehrli e dall' Appel, è stato pubblicato ultimamente 
da V. De Bartholomaeis, // sirventese di Aim. de Peg. « Li fot eil put eil filol, 
cit., p. 43 dell' estr. Vedasi questo voi. a p. 17. 

3) Vedi questo voi., a p. 69. 

<) SCHULTZ-GORA, Ein Sirventes voti Guilhem Figueira, p. 33. 
5) Potrebbe essere, Mola, una forma dialettale di Mula; ma nulla può 
dirsi di sicuro. V. a p. 59. 



— 127 — 

un manoscritto perduto, «dona Maria, moglier del re Pier d'Ara- 
gona, » cioè Maria di Montpellier (f 1213). Venuto in Italia, pe- 
regrinò, per lo meno, alla corte dei Marchesi Malaspina e degli 
Estensi. Quivi pianse la morte di Azzo VI (1212), in un compo- 
nimento ormai celebre e cantò Beatrice d' Este, certo prima che 
entrasse (1218) nel chiostro di Gemola e vi si spegnesse nell'a. 1226. 
Insomma, tutto porta a credere che Guillem Raimon e Aimeric da 
Peguilhan abbiano scambiato la loro tenzone, concernente Azzo VII, 
molto ma molto prima del 1250. (Vedi a p. 17). 

Raimon Guillem, invece, che tenzonò con Ferrarino, fiorì sullo 
scorcio del sec. XIII. La biografia di Ferrarino, spia preziosa, ci 
dice che Gherardo da Camino e i figli suoi in Treviso accoglie- 
vano volentieri il maestro ferrarese e gli facevan doni non sol- 
tanto per le sue qualità, ma anche per l'amore del Marchese d'Este. 
Ora, le relazioni fra i Caminesi e gli Estensi non si fecero proprio 
vive che a tempo di Azzo Vili (1293-1308)'). 

Gherardo nel 1294 ordinò cavaliere Azzo, il quale a sua volta 
rese il medesimo onore, nello stesso anno, a Guecellone e l'anno 
dopo a Rizzardo, figli del Caminese. D'altro canto, le date da noi 
poste in evidenza dagli antichi documenti rintracciati ci obbligano 
a tenerci a cavaliere dei secc. XIII-XIV. Insomma, il Marchese 
d'Este vantato da Ferrarino, come uomo di sapere e d'onore, liberale 
e valente, non può essere che Azzo Vili, o tutt'al pii^i, se si vuole, 
Obizzo II (1264-1293), non mai Azzo VII (f 1264). 

Dalle cose discorse risulta in modo, oserei dire, evidente e 
incontrovertibile che Guillem Raimon e Raimon Guillem furono due 
poeti diversi, venuti alla corte d'Este l'uno alla distanza di quasi 
un secolo dall'altro. Anche se il nome fosse a dirittura il medesimo 
(poiché Raimon, nella risposta di Ferrarino, è in rima al v. 43 
mentre Guillem sta al principio del verso seguente)^), due sareb- 
bero stati, in ogni modo, i poeti provenzali accolti dagli Estensi. 
Bisognerebbe soltanto ammettere, per un caso singolare, che i due 
trovatori portassero ( e chi potrebbe escludere tale supposizione ? ) 
il medesimo nome. 

La risposta di Ferrarino a Raimon è abile. Non del tutto a 



1) Groeber, Die Liedersammlungen dcr Troub., in Rom. Studien, II, 624; 
Casini, / trov. nella Marca trivig., p. 40. 

*) Intendo dire, insomma, che Io spostamento sarebbe stato imposto dalla 
rima. 



— 128 - 

torto, adunque, la biografia provenzale celebra i meriti del nostro 
autore. Dice, di piij, che fu cortes liom de la persona e bons hom 
a Deo^). È un fatto che intorno a lui dovettero raccogliersi presso 
i Marchesi d'Este alcuni dei trovatori scesi in Italia quando già 
declinava la poesia provenzale. Poi Ferrarino abbandonò, già vec- 
chio, la corte, forse qualche tempo dopo la morte di Azzo Vili, e 
si allontanò da Ferrara, dove aveva cantato e amato una donna 
della casa dei Turchi {madona Tarda). 

Si spense in Padova, a quanto è lecito supporre, e con lui si 
estinse, per così dire, in Italia la fiamma della lirica occitanica, di 
cui egli era stato per lunghi anni un valoroso e dotto sacerdote. 



1) Nell'ediz. Teulié e Rossi, si legge ades; ma il ms. D (e anche, come 
ho potuto vedere, la copia del Sainte-Palaye nell'Arsenale, n. 3096, f. 419) 
hanno ades. Vedasi, del resto, la mia collazione dell'edizione citata in Giorn. 
stor. d. leti, ital., XLII, p. 378 sgg. Riproduco più oltre l' intera biografia 
(n.o LXX). 



NOTE VARIE 



Nelle pagine precedenti, molte volte abbiam lasciato libero il 
varco a dubbi e a incertezze di diverso genere. Purtroppo, dubbi 
e incertezze anche piij gravi ci attendono! Vi sono ombre, che non 
si lasciano afferrare, vi sono fantasmi che dileguano come in un 
mare di nebbia anche nella storia della lirica dei trovatori italiani. 
Ma, in compenso, altre ombre e altri fantasmi vi sono, che, una 
volta afferrati, pajono divenire — o divengono di fatto — persone. 



Un misterioso vecchietto lombardo 

Forse, del piij antico dei cantori d'Italia in provenzale non 
abbiamo che il nome o, meglio, il soprannome. Peire d'Auvergne 
nella sua nota satira contro i poeti del suo tempo consacra una 
strofa a un poeta « veillet Lombart » detto « Cossezen » : 

E'I dotzes US veilletz Lombartz 
Que clama sos vezins coartz 
Et elh eis sent de l'espaven; 
Pero US sonetz fai gaillartz 
Ab motz maribotz e bastartz, 
E lui apell'om Cossezen. i). 

(E il dodicesimo poeta è un vecchietto lombardo, che chiama codardi i 
suoi compatriotti e sente egli medesimo dello spavento. Tuttavia compone 
piccoli suoni gagliardi con parole false e ibride ed è chiamato Cossezen]. 



1) Zenker, Die Lieder Peires von Auvergne, p. 16; Crescini, Manuaktto^, 
p. 219. 



— 130 — 

Questo « vecchietto lombardo », che Peire pone al dodicesimo 
posto fra i poeti da lui ricordati, scriveva adunque versi imbastarditi 
e falsi ^) ed era chiamato « Cossezen » (con un nomignolo ironico?), 
cioè: « gentile, leggiadro » ^). Ma qui si fa strada una domanda: 
Questa voce « lombart » dovrà essere presa proprio nel suo vero 
senso originario, ovvero avrà il significato, che ebbe così frequen- 
temente nel medio evo, di « avaro, usuraio »^)? Fra queste due 
alternative, io mi atterrò volontieri alla prima, perchè meglio spie- 
gheremo il « bastart » del v. 5 (quasi volesse, il poeta, dire che i 
versi di Cossezen erano ibridi, con voci o forme non provenzali), 
e ritengo probabile che questo « vecchietto » lombardo sia stato 
un trovatore d' Italia. Se notiamo poi che la satira di Peire d'Au- 
vergne contro i poeti della sua età fu scritta prima del 1173, perchè 
in tale anno morì Raimbaut [d' Grange], che figura nella str. IX'*) 
e che il nostro Cossezen vi compare già vecchio, ci sentiremo por- 
tati a considerarlo come il piìi antico fra tutti i trovatori italiani. 
Peccato, però, che 1' interpretazione di « lombart » per « avaro » 
non si possa definitivamente scartare e che le dubbiezze pesino, 
anche questa volta, sul problema, sì da non poterlo avviare a una 
soluzione definitiva! 



Un'amica di Elias Cairel 

Il trovatore Elias Cairel, uno di coloro che furono in Italia nel 
primo duecento ^) scambiò una tenzone con una certa Isabella, la 
quale venne da lui ricordata in alcuni suoi componimenti (Estat ai, 
str. V: A ma dona Ysabelh sia' l gratz; Moni mi plaiz, torn. 
Don' Izabel, ma chanso vos prezen). Si sa che il Cairel, oltre che 
in Italia, fu in Grecia (« en Romania estet Ione temps ») e che colà 



*) Accetto, per maribot, l'interpretazione dello Zenker (p. 204). 

2) Levy, Suppl.-Wb., I, 387. 

3) Mi basterà rimandare al Novati, // Lombardo e la lumaca, in Attraverso 
il medio evo, Bari, 1905, p. 119 sgg. 

*) Appel, Peire Rogier, p. 10; Zenker, op. cit., pp. 31-32. 
5) V. De Bartholomaeis, in Annales du Midi, XVI, 27. Cfr. questo volume, 
p. 54. 



— 131 — 

imparò a stimare una donna, alla quale continuò ad inviare l'omaggio 
di alcuni suoi versi: 

Vers, tost e corren te • ti passa 
Tot dreich lai en terra grega; 
Ma dompna, si 'Il platz, entenda... 
{Era non vei) 

È Stata avanzata l'ipotesi che l'Isabella, che scambiò rime con 
Elias e fu da lui celebrata, vada riconosciuta in Isabella figlia di 
quel Guido Pelavicini, detto Marchesopulo, che « abbandonò la 
« patria per andare a finire i suoi giorni in Grecia ^) ».In Grecia 
il Cairel potè conoscerne la figlia, la quale colà si maritò, e in 
Grecia potè tenzonare con lei. Non si può escludere perentoria- 
mente siffatta supposizione, ma non vi sono ragioni per accettarla 
come cosa probabile ^). Chi sia la donna di « terra grega » non 
sappiamo, e, d' altro canto, la trovatrice Isabella potrebbe verisimil- 
mente essere una provenzale. In mezzo alle incertezze, ci rassegniamo 
ad accogliere la tenzone fra i testi di dubbia attribuzione (App. 
n. LXXII)3). 



Dubbi e incertezze sulla patria di Peire Milon 

Non pochi dubbi avvolgono anche la supposta italianità di Peire 
Milon ■*), autore di alcune liriche edite da K. Appel ^). Rimandando 



1) Vedasi questo volume, a p. 67, n. 5. Le parole tra virgolette sono del 
Luta, Pallavicini, tav. XIV. 

2) TORRACA, Le donne italiane, p. 20; Bergert, Die von d. Trob. genannten 
0. gefeierten Damen, p. 75. 

3) Un'altra congettura, che tenderebbe (identificando una certa « domna H », 
che tenzonò con Rofin, con Adelaide di Viadana, v. a p. 96, n. 3) ad arric- 
chire la serie dei poeti italiani in lingua provenzale di una interessante signora, 
è stata giustamente combattuta. ToRRACA, Donne italiane, p. 30, Bertoni, in 
Giorn. stor. d. leti, ital., XXXVIll, p. 143. 

*) P. Meyer, in Romania, XXVI, 473 mostrò di pensare che la patria di 
Peire Milon fosse l'Italia settentrionale e che le sue poesie mostrassero esempio 
di un linguaggio ibrido usato da un poeta che si ingegnasse, mal sapendolo, 
di scrivere il provenzale aulico. 

5) Rev. d. lang. rom., XXXIX, 185 sgg. 



— 132 — 

il lettore alla fine del capitolo seguente, in cui si esamina il pro- 
blema presentato dalla lingua di questo trovatore e da quella di un 
anonimo autore di poesie religiose, ritenuto pure italiano, ci accon- 
tenteremo di dire che le ricerche storiche poco o nulla ci dicono sul 
nostro poeta. 11 nome Milo{n) esistè così al di là come al di qua 
delle Alpi. O. Schuitz-Gora trovò un Peire Milon in documenti degli 
anni 1203 e 1219, documenti provenienti da Vaison ( Vaucluse) ^). 
Un altro Peire Milon (dico « un altro », perchè non vi sono ragioni 
di identificarlo col precedente) fu poi trovato dal ricordato studioso, 
nel 1240, nel Delfinato ^). Infine, io stesso ho attirata l'attenzione 
del pubblico erudito sopra un « Milo cantor » che figura in un 
atto saluzzese del 1219^). Oggi, però, abbandonerei questa identi- 
ficazione, perchè tutto mi fa sospettare che si tratti di un can- 
tore di chiesa e non già di un poeta. Insomma, i documenti non ci 
dicono nulla di sicuro e le omonimie sono sempre pronte a trarci 
in inganno. La lingua del poeta, che esamineremo fra poco, non 
varrà purtroppo a sciogliere il duro enigma. 



Smondo, Dismondo, Osmondo 

Un anonimo poeta italiano scrisse un giorno a Bonagiunta da 
Lucca: 

Di ciausir(e) motti Folchetto tu' pari 

Nom fu né Pier(o) Vidai(e) né '1 buon(o) Dismonddo *). 

E Bonagiunta rispose (ediz. Parducci, Rimatori lucchesi, p. 58): 

Pero chi voi valer(e), da voi impari 
Gii apari — che del mal fa Tom rimonddo; 
Che 'n voi conmendan li due, che son pari, 
Ma più che pari — Folchetto né Smonddo. 

Col SUO Smonddo della risposta, Bonagiunta si riferisce evi- 
dentemente al Dismonddo della proposta, ed è curioso che questo 
cameade sia messo nella eccellente compagnia di due fra i migliori 



1) Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Ut, LXXXV, 118. 

2) Cfr. Appel, op. cit., p. 214. 

3) Zeitschr. /. rom. PhiL, XXXllI, 74. 

*) Ms. Vatic. 3795, ediz. romana, p. 440. 



— 133 — 

trovatori : Folchetto da Marsiglia e Peire Vidal. È lecito credere, a 
mio avviso, che si tratti di un poeta, che scrisse in provenzale. 
Siccome il Parnaso occitanico non conosce nessun Smondo o Dis- 
smondo, cosi io ardisco pensare, senza la pretesa di colpire proprio 
nel segno, a un certo Osmondo da Verona, che non ci ha lasciato 
nulla, ma che sappiamo essere stato poeta. Giacomino da Verona 
lo ricorda insieme con lo Schiavo di Bari: 

E qig e fior, se ne bata la boca 
Sciavo da Bar e Osmondo da Verona, 
Che tuti li soi diti fo negota i) 

Che Osmondo abbia scritto anche poesie in provenzale? Se 
così fosse, bisognerebbe aggiungere un'unità alla schiera dei trova- 
tori italiani ^). 



Di alcuni amici poeti di Lanfranco Cigala 

Fra coloro che tenzonarono col Cigala, risveglia la nostra atten- 
zione sopratutto Rubaut (testo n. LIX). Questi scambiò alcune inte- 
ressanti strofe con Lanfranco, nelle quali si danno due opposte 
interpretazioni del riso della donna amata, e fu forse italiano, anzi 
genovese. Un casato Rubaldi è attestato a Genova nel sec. XIII, 
come altra volta ho avuto occasione di notare ^), e a me sorride il 
pensiero, come già per lo Scotto (p. 106), che la sola designazione 
« Rubaut >' serva ad indicare nome e cognome. Penso, in altri termini, 
in via di congettura, che il trovatore si chiamasse Rubaldo Rubaldi. 
Una risposta affermativa o negativa al quesito, che qui mi contento 
di formulare, potrà soltanto essere data da chi abbia agio di com- 
piere lunghe e diligenti ricerche nell'archivio genovese^). 

Un altro poeta scambiò con il Cigala alcuni versi molto cu- 



1) Rajna, Lo Schiavo di Bari, estr. dalla Bibl. d. Scuole italiane, S. Ili, /.. X 
(1904), n. 18, p. 6. 

*) Bertoni, Noterelle provenzali, in Rev. d. long, rom., S. VI, T. VI, p. 8. 

3) Trov. minori di Genova, p. xxxiii. 

<) Si noti che, nella tenzone, Rubaut si rivolge, salvo che nel comiato, ai 
Cigala chiamandolo segne' n Lafranc, mentre questi chiama Rubaldo «Amie 
Rubaut » o anche semplicemente " Rubaut ». Forse « Rubaut » era più giovane 



— 134 - 

riosi: Lantelm (Stiidj, V, 544). Chi sarà mai costui? Forse un 
italiano? Se si nota che talora nei mss. provenzali trovasi il nome di 
qualche trovatore ridotto a forma diminutiva o vezzeggiativa (p. es. 
Albert e Albertet de Sisteron), si può pensare che Lantelm sia da 
identificare con quel Lantelmet de 1' Aghillon (forse d' Aiguillon, 
Lot-et-Garonne) che è conosciuto, grazie al ms. M, e. 246', come 
autore d'un sirventese che arieggia molto la maniera di Bertran de 
Born, e cioè: Er ai ieu tendut mon trabuc. Questa identificazione fu 
già proposta dallo Chabaneau e, in verità, essa si presenta come pos- 
sibile, se non come seducente ^). In ogni modo, non si potrà negare 
che Lantelm sia stato in Italia, come appare dalla risposta del Cigala 
(vv. 13-16)"^) e che sia stato giullare. Inoltre, egli tenzonò con 
un certo « Ramond » (n. LXXIII), che non ho proprio il coraggio 
(sebbene la tentazione sia grande) di identificare con Raimon Robin, 
a cui Lanfranco indirizzò uno dei suoi componimenti. 

Raimon Robin, secondo me, fu italiano e forse genovese. Non 
sono riuscito a rintracciarlo nei documenti a me noti; ma nutro 
fiducia che, un giorno o l'altro, alcuno, che più di me abbia dime- 
stichezza con le antiche carte di Genova, possa scovarlo e identi- 
ficarlo. Intanto, posso dire che un Giovanni Robino figura in un 
atto del 3 Marzo 1276^) e che sono noti un Guibertello e Pendi- 
bene Robino. Quest'ultimo fece testamento il dì 11 Maggio 1277 
e volle essere sepolto in Genova presso la chiesa di S. Andrea 
della Porta ^). 



del Cigala. Conosco in documenti genovesi un Giovanni, un Salvo e un Tedesio 
Rubaldi ; ma non ho trovato ancora il mio ipotetico « Rubaldo Rubaldi ». 

1) Rev. d. lang. rom., S. Ili, voi. XI, p. 231. Si noti che lo Chaba- 
neau pensava essere stato il sirventese Er ai ieu tendut mon trabuc attribuito 
per errore a Lantelmet. Lo Chabaneau congetturava eh' esso fosse a dirittura 
di Bertran de Born. Senza entrare in discussione su questo punto, ci permet- 
tiamo di osservare che la congettura trae la sua ragion d' essere da sole con- 
cordanze metriche e da rispondenze di pensiero o d' idee. Ciò naturalmente 
non basta ad indurre nel lettore una salda persuasione, poiché molti sono i 
casi di buona imitazione nel!' antica lirica occitanica. 

2) Considerando che il Cigala dice che a Brescia, dove si trovò Lantelm 
a un dato momento, prendevano il suo « jangloill-Per chant de Proenza», si 
può sospettare che Lantelm non fosse de Proenza. Allora egli sarebbe italiano. 
Ma, come si vede, si tratta d' un sospetto e nulla più, che l' insulto del Cigala 
poteva benissimo essere rivolto a un provenzale. 

3 ) A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria e la Luni- 
giana, p. 52, 

*) Ferretto, op. cit., pp. 142-143. Giacché siamo, pronti a partirne, a 



135 — 



Un Torello che non fu l'eroe d'una novella del Boccaccio 

Fra i trovatori italiani è stato annoverato un certo « Taurel », 
il quale ebbe a tenzonare con Faiconet {Falconet, de Giiillalmona), 
Il Torraca vorrebbe identificare questo nuovo poeta con un altro 
Taurel menzionato da Guilhem Figueira nel sirventese Un nou 
sirvenies ai en cor que trameia e giungerebbe a riconoscervi un 
signore italiano, Torello di Strata, podestà di Parma nel 1221 e 
nel 1227, di Firenze nel 1233, di Pisa nel 1234, di Avignone nel 
1237. Questo Torello di Strata, il cui nome vuoisi sia balenato 
alla mente del Boccaccio per il « Torello d'Istria da Pavia » d'una 
sua celebre novella (Giorn. X, nov. IX) fu anche del sèguito di 
Federico II, e fu cpn lui certamente a Mantova nel 1220, a Trento 
nel 1236 e in altri luoghi, come Cremona, Parma, Borgo San Don- 
nino ^). 

In verità, se non si può impugnare l'identità di Torello di 
Strata con il « Taurel » di Guilhem Figueira 

Belhs amics Taurel, vos e madona Dia 
Devetz ben amar selh e' a nom de rie fre 

— identità, che ad ogni modo non si può dimostrare — parmi per 
contro certo che il poeta in provenzale non ebbe nulla di comune 
con il podestà italiano. Il « Taurel », che scambiò versi con Fal- 
conet, fu un giullare, uno dei soliti giullari, che sul loro ronzino 



Genova, restiamovi per citare da un documento del 29 agosto 1233 un « Peire 
trouadorius » (Bertoni, Trovat. minori, p. xxxvi) che compera una certa quan- 
tità di lana. È assai difficile che questo « Peire » sia stato veramente « tro- 
vatore » (op. cit., p. xxxvi), poiché la designazione in -ius sarebbe oltremodo 
strana. Si potrebbe pensare che « trouadorius » rispecchiasse un cognome. Os- 
servando poi che il -u- potrebbe essere una cattiva lettura di un -n- e che 
nel documento potrebbe fors' anche aversi tronadorius, il Crescini, Giorn. stor. 
d. leti, ital., XLVll, 333, n. 1 rivolge il pensiero al lat. tronator « pesatore di 
lana > e « pesatore » in genere e suppone che tronadorius sia estratto da tronador 
(la forma genovese popolare sarebbe tronaor). La congettura è certo assai 
ingegnosa. 

*) ToRRACA, Studi su la lirica ecc. cit., pag. 293. L'identità di Taurel 
poeta con il personaggio nominato dal Figueira era stata ammessa dallo 
Chabaneau e dal Levy (Levy, Guilh. Fig., p. 96). 



— 136 — 

si recavano in cerca di doni di corte in corte'). Altrimenti, come 
si potrebbero spiegare alcuni versi (25-32) che gli dirige Falconet? I 
Si parla del Marchese di Monferrato, cioè di Guglielmo IV (poiché ' 
nella tenzone si ha una allusione alla distruzione di Paciliano, oggi 
San Germano, fra il 1213 e il 1214^) e vi si dice (vv. 25-26): 

Non crei qe • us don ni • us prometa, 
Taiirel, d' aqest mes 

e subito dopo, accennando a un oscuro protettore di Taurel, si 
aggiunge all'indirizzo del medesimo Taurel (27-32): 

Ronciners joglars, plaides, 

Pron sabetz de la falveta 

Se ja de Guiilem Rentis 

Trahetz chavals ni roncis; 
Anz portaretz armas de mon segnai, 
Pois donara ad amdos per igal. 

e cioè: «giullare da ronzino, attacca-briga, voi sapete bene turlu- 
« pinare^), se sapete estorcere a Guglielmo Rentis cavalli e ron- 
« Zini » "*). Falconet non avrebbe potuto rivolgersi con questo tono, 
come ben videro lo Schultz-Gora e il De Bartholomaeis, che ad 
un suo confratello in giulleria, sicché 1' opinione che fa del poeta 
e di Torello di Sfrata una sola persona, viene a cadere e Taurel 
diventa un povero giullare provenzale sceso, come tanti altri, in 
Italia nell'alba del sec. XIIP). 



1) Ciò sostiene anche lo Schultz-Gora, Ein sirv. v. Guilh. Fig. cit. p. 60. 

2) È merito del De Bartholomaeis, La tensori de Taurel et de Falconet, in 
Annales da Midi, XVIIl, 179 l'avere identificato passiian della tenzone (v. 47) 
con il borgo di Pacilianum, rappresentato oggi da S. Germano a tre chilometri 
e mezzo al sud di Casale, e 1' averne determinata la cronologia. 

3) Si veda per falveta il Raynouard Lex. Ili, 246. 

*) I due ultimi versi sono ardui e credo che sinora non siano stati bene 
interpretati. Io intendo: «piuttosto porterete armi con le mie insegne, poiché 
« egli darà ugualmente a tutti e due woi », cioè: non darà nulla, e vi sarebbe, 
nientemeno, piij facile avere donativi da me che da lui e divenire mio seguace. 

5) Nella tenzone si parla di una guerra contro Cremona e forse si allude, 
come pensa il De Bartholomaeis, alla battaglia di Castelleone (2 Giugno 1213) 
contro i Milanesi e i loro alleati. Quanto al testo, si noti che la lezione di a è 
stata data da me nel mio Canzon. di Bern. Amoros, pag. 442, a cui rimando, 
poiché il De Bartholomaeis, che ha illustrato egregiamente la tenzone, si è 
giovato unicamente, per a, della stampa molto imperfetta datane dal Torraca e 
mentre ha riveduto il ms. O, non ha collazionato il ms. a, il che gli avrebbe 
permesso di far molte aggiunte all'apparato delle varianti. In fondo, la ricostru- 



137 



Poeti che non sono mai esistiti ed altri che non sono italiani 

Il Nostradamus dedica due pagine a un poeta « Peyre de Ruer » 
ch'egli dice « yssu de la noble m'ayson de Puymont». Il Giudici 
tradusse « de Ruer » per « della Rovere » e con questo nome il 
trovatore fece il suo ingresso nella storia della letteratura italiana, 
dalla quale è stato allontanato per merito del Meyer, dello Cha- 
baneau e dello Schuitz-Gora. Pare che l'errore del Nostradamus 
provenga da una cattiva lettura del nome di Peire del Vern^). Il 
Redi, che ricordò il citato « Pietro della Rovere piemontese » (lo 
Spotorno giunse persino a qualificarlo di «poeta licenzioso!») fa 
menzione anche di un altro trovatore, che si sarebbe chiamato 
« Rugetto de Lucca»; ma allo Schultz-Gora ^) e al Parducci^) è 
stato facile dimostrare che questo poeta non è mai esistito e che 
il Redi deve aver fatto un errore di lettura o deve essersi lasciato 
traviare da uno scherzo della memoria. Si sa, del resto, che il 
Redi non aveva talora eccessivi scrupoli in fatto di storia e di 
bibliografia letteraria '*). Un brutto scherzo la memoria deve avere 
anche giocato al diligente Giov. Galvani, quando gli fece registrare 
fra i trovatori un certo « Dudone d' Istria », che deve il suo nome 
evidentemente a un errore, del quale non riesco a vedere la ra- 
gione''). Altri trovatori sono stati considerati italiani in piìi opere 



zione critica non se ne sarebbe avvantaggiata gran che, poiché i mss. O e a 
vengono da una stessa fonte e le varianti si risolvono in divergenze di lettura 
degli amanuensi. In a si hanno, di più, i falli commessi dal tardo e inesperto 
copista cinquecentista del canzoniere di Bernart Amoros. 

1) Rimando, per questa questione, a Chabaneau-Anglade, Les vies des 
plus célèbres et anciens poètes provengaux, p. 338. Quivi si troveranno le indi- 
cazioni necessarie. Vedi anche Anglade, in Romania, XLIII, 165. 

i) Zeitschr., VII, 234. 

2) A. Parducci, Ruggclto da Lucca (estr. dalla «Misceli, nuziale» Ferrari- 
Toniolo, 1906), p. 11. 

*) G. Vandelli, / Reali di Francia di Andrea da Barberino, II (Bologna, 
1892), p. XXXIII. 

5) Arch. stor. Hai., Vili, 248. Si potrebbe forse pensare, come semplice con- 
gettura, che il Galvani avesse ricavato questo nome da « Daude, Deode, Diode » 
(de Pradas, o de Carlus) equivocando; ma non si vede la ragione neppure 
probabile dell'equivoco. 



— 138 — 

(Albertet Cailla, Uc de Pena, Folquet de Marseilla, Moine de 
Foissan); ma la loro origine è oggidì assodata e si sa che non fu- 
rono italiani '). 



Il " Pianto „ in morte di Gregorio da Montelongo 

Opera d'un Italiano parmi il «pianto» in morte di Gregorio da 
Montelongo, Patriarca di Aquileja (testo n. LXXll). Si legge in una 



*) Il Nostradamus nella biografia di Uc de Penna cita un trovatore di nome 
« Guillaume de Sylvecane ». Nulla di ;jiù si sa di lui. In ogni caso, si tratterebbe 
di un poeta nato oltre le Alpi. Schultz-Gora, Zeitschr., VII, 185. — A famiglia 
nizzarda apparterrebbe il trovatore Peire de Castelnou, se avesse ragione il 
GioHredo, che nella sua «Storia delle Alpi marittime» (M. H. P., 11,614) 
scrive: «Furono celebrate le vittorie del Re Carlo non solo dagli storici ma 
« anche dai poeti, massime da un Pietro di Castelnuovo (fioriva per questo 
« tempo in Nizza la famiglia di Castelnuovo luogo di quel contado e diocesi di 
« cui era padrona) poeta eccellente così nella latina, come nella favella proven- 
« zale, ecc. ». La fonte del Gioffredo è il Nostradamus, dal quale tutto è ricavato, 
salvo la notizia concernente la patria del trovatore (Chabaneau-Anqlade, Les 
vies des plus célèbres et anciens poètes provengaux, pp. 87, 326). Di Peire de Ca- 
stelnou non abbiamo che un solo componimento, conservatoci dal ms. a (p. 512) 
e già da noi citato nelle linee consacrate a Bordello (p. 78). Il componimento, 
scritto forse subito dopo la battaglia di Tagliacozzo (come crede lo Jeanroy, 
Un sirventés cantre Charles d'Anjou, cit. note additionelle, pp. 19-20), comincia: 

Hoi mais no'm cai far plus longu ' atendenza 
D'un serventes novel, a cui qe tir, 
E farai lo novelamen auzir 
A cels qe son entre Mar e Durenza, 
En dreit l'amor d'en Barrai, car ancse 
A mantengut lo rie pretz [e] mante, 
Qe del seu pretz a(n) fait(z) mainz capteliers. 
Et a ' n Bertran plas be aquel mestiers 
Del Bauz car es de la sua semenza. 

Ritengo che Mar sia non già il «mare», ma il luogo detto «Mar» (in 
possesso allora dei Conti di Ventimiglia). Barrai è il figlio di Ugo de Bauz, 
morto nel 1268 (e non già nel 1270 come dicono il DiEZ, Leben u. Werke^, 
AIA e il Lfvy, Paulet de Mars., in Rev. d. long, rom., XXI, 262; cfr. Springer, 
Das altprov. Klagelied, p. 79) e Bertran de Bauz è il Conte di Avellino (1244- 
1305), figlio di Barrai. 



— 139 — 

guardia del ms. G, dove fu scritto da una mano del sec. XIV ^). Il 
pianto » dovè invece essere composto, com'è naturale, all'indomani 
della morte del Patriarca, che resse Aquileja dal 1252^) sino al 1269 
(8 Settembre) ed ebbe fieramente a lottare con Alberto Conte di 
Gorizia. Questi riuscì anzi a farlo prigioniero. Si narrò che lo co- 
stringesse a cavalcare, in mezzo a una moltitudine di gente, con 
la faccia rivolta verso la coda dell'animale, mentre alcuni banditori 
gridavano : Hic est malus sacerdos, qui Deiim sprevii suo tempore 
ti repeiius est malus. Fu liberato (1267) grazie agli offici del Re di 
Boemia e dell'arcivescovo di Salisburgo. Dopo la sua morte, fu 
eletto Filippo di Carinzia che non ebbe l'approvazione del papa 
Gregorio X, il quale impose il Patriarca Raimondo. 

Il Chronicon tertium edito dal De Rubeis (col. 12) riassume 
brevemente la vita di Gregorio, il quale, prima della sua elezione 
a Patriarca, era stato legato apostolico contro Federico II e aveva 
combattuto contro di lui insieme ai Parmensi ^). Fra i fatti notevoli 
da lui compiuti, merita d'essere ricordato il suo accorrere nel 1240 
in aiuto del Vescovo di Ferrara e del Marchese d'Este"*). Fu allora 
fatto prigioniero Salinguerra che teneva la città e, che, confidato a 
Jacopo Tiepolo, fu imprigionato a Venezia, ove morì (1245)^). 



1) Fu pubblicato primamente, di su una copia del Mazaugues, dal De 
Rubeis, Monumenta Ecclesiae Aquilejensis, Argentinae, 1730, col. 756 e poscia 
da P. Meyer in Mise. Caix-Canello, Firenze, 1886, p. 233. Per la mia edizione, 
ho ricollazionato naturalmente il testo. Buona è, s'intende, la stampa del Meyer, 
mentre quella del De Rubeis (F. M. De Rossi) contiene molti errori di lettura 
(e d'interpretazione). 

2) Era stato eletto il 29 settembre 1251. Gams, Series Ep., p. 774. 

3) Ecco il racconto del Chronicon tertium, 12: « Gregorius de Montelongo 
« Patriarcha sedit annis XVIll. Hic factus Patriarcha par papam Innocentium 
« quartum, anno domini MCCLII venit ad Ecclesiam suam [il Chron. Foroju- 
X liense (De Rubeis, col. 739) registra la data: XII Januarij]. Ipse ante pro- 
« motionem suam existens notus Papae, missus fuit Legatus contra Federicum 
« jam depositum, qui Parmenses, qui sibi rebellaverunt, obsidebat. Gregorius 
« cum gente Ecclesiae venit dictis Parmensibus in subsidium .... Hic gloriosus 
« antistes multa magnalia operatus, multas guerras prò libertate Ecclesiae 
« habuit cum diversis et precipue cum Ducibus Karinthiae et Comitibus Gori- 
« tiae, qui multum Ecclesiam infectabant. Tamen praedictam Ecclesiam non 
« sine magnis laboribus et tribulationibus potenter rexit et gubernavit, pro- 
« ditores juxta demerita puniendo. Mortuus est in Civitate Austriae, quam 
« mirabiliter dilexit: et juxta Corpus Sancti Paulini honorifice sepultus fuit 
« anno Domini MCCLXIX >. 

*) Cfiron. estense, nuova ediz., p. 17. 

5) Frizzi, Mem. per la storia di Ferrara, HI, pp. 129-131. 



— 140 — 

Nel ms. G, sempre nelle guardie, si legge anche un pianto 
latino, che potrebbe essere stato conosciuto dall'autore del com- 
ponimento provenzale *); ma chi confronti i due testi non ne ricava 
prove sicure. La lingua e lo stile della poesia provenzale permet- 
tono, a mio avviso, di ritenerla opera d'un italiano^). 



Il " Pianto „ in morte di Manfredi 

Credo, in via di congettura, che sia altresì italiano l'autore del 
« pianto » in morte di Re Manfredi conservato anonimo nei soli 
due mss. IK. Le mie ragioni sono di carattere linguistico e si tro- 
veranno esposte nel cap. Ili di quest' opera, capitolo dedicato alla 
lingua dei trovatori italiani. Qui mi acconterò di dire che il com- 
ponimento non fu dettato subito dopo la morte di Manfredi (1266) 
ma parecchi anni dopo. Ciò si ricava, oltre che dal tono generale 
del « pianto », dal verso 25, in cui è ricordato, quale re degli 
Inglesi, Edoardo, figlio di Enrico III ^). Ora, Edoardo, che meritò le 
simpatie dei trovatori, come di Raimondo de Tors '*), non poteva 
essere detto re prima del 20 Novembre 1272. Ne viene che il com- 
ponimento è posteriore a questa data. È naturale che sia stato 
composto in Italia, ed è molto probabile, ripeto, che italiano se ne 
debba, d'ora innanzi, considerare l'autore. 



1) Il componimento latino, che incomincia Flebilis est obitus e che sino al 
V. 22 fu copiato due volte nel ms. G (ce. 140^ e 142^), fu stampato dal Meyer, 
op. cit., p. 235. Al V. 8 il Meyer ha lorum ; ma il ms. ha bene locum (nell'altra f 
redazione lochum). 

2) Vedasi l'esame della lingua nel cap. seguente (III). 

3) ZiNQARELLi, Re Manfredi nella memoria di un trovatore, cit., p. 9; Bertoni, 
Romania, XLIII, 175. Vedasi anche questo volume, a p. 28, n. 5. 

^) In un testo composto nel 1257. A. Parducci, R. de Tors, in Studj ro- 
manzi, VII. p. 10. 



141 — 



Dante da Majano, Giacomo da Leona 
Migliore degli Abati e Dante Alighieri 

I dubbi, che si sono sollevati sulla reale esistenza di Dante 
t!a Majano, si sono ormai dissipati, possiam dire, completamente. 
Non è nostro proposito rinarrare, neppure a sommi tratti, la così 
detta questione majanese, che rimarrà un aneddoto, ma soltanto 
mi aneddoto, nella storia critica della letteratura italiana^). Ci 
accontenteremo soltanto di dire che pii!i si esaminano, dal punto 
di vista linguistico, i componimenti italiani del poeta da Majano e 
più in essi si scoprono segni di autenticità e piij in essi si rinven- 
gono tratti caratteristici dell' antica sintassi, tratti che a poco a 
poco la lingua ha perduti e che in parte erano già scomparsi 
all'alba del sec. XVI ^). Come poeta provenzale, Dante da Majano 
può essere avvicinato al Lanfranchi da Pistoja. Questo avvicinamento 
ci dice già (pel solo fatto che si può istituire) che il majanese fu un 
infelice cultore della musa occitanica. Aggiungiamo che egli resta 
anche al di sotto del Lanfranchi. I barbarismi, le locuzioni contorte, 
le inesattezze più stridenti abbondano in quei due poveri sonetti 
d'amore, ch'egli ci ha lasciati in lingua provenzale. Dante da 
Majano non merita certo d'essere messo nella schiera dei trovatori 
italiani. L'accogliervi il Lanfranchi da Pistoja è già una concessione; 
ma se per trovatori d'Italia intendiamo i verseggiatori italiani che 
usarono almeno con qualche dignità la favella occitanica e si eser- 
citarono sui buoni modelli provenzali ed ebbero tanto quanto il 
gusto della ritmica provenzale, Dante da Majano resta escluso dal 
novero, per la grande inettitudine e per la molta negligenza che 
appaiono in quei due suoi sonetti imparaticci che riproduciamo 
qui sotto, risoluti a non includerli fra i saggi degli altri nostri tro- 
vatori ^). 



1) G. Bertacchi, Le rime di Dante da Maiano, Bergamo, 1896. Bertoni, 
Duecento, p. 83. 

2) Rimando al mio volumetto: La prosa della «Vita Nuova» di Dante, 
Genova, Formiggini, 1914, p. 20 sgg. Di Dante Da Majano ha discorso anche 
S. Debenedetti, Nuovi studi sulla giuntina di rime antiche, Città di Castello, 
1912, pp. 9, 34 sgg. 

s) Ms. e, e. 90''. Pelaez, Studj di filol. rom., VII, p. 395; Bertacchi, p. 40; 



— 142 — 

Fra i cantori italiani in lingua occitanica, è lecito registrare il 
nome di Giacomo da Leona, amico di Guittone d'Arezzo; sappiamo, \ 
infatti, che conobbe e parlò e usò « in modi totti » il francese e 
il provenzale. Guittone ce ne informa con questa strofa: 

Tu, frate mio, vero bon trovatore, 
In piana e 'n sottile rima e ciiiara 
E in soavi e saggi e chari motti, 
Francesca rima e proensai labore 
Più de l'artina è bene in te, che chiara 
La parlasti e trovasti in modi totti. 



Bartsch-Koschwitz, C/?res/6., col. 355 (soltanto il secondo sonetto). Cfr. anche 
Stengel, Die altprov. Liedersamml. «e», pag. 75. LI riproduco qui diplomati- 1 
camente e li faccio seguire da alcune proposte critiche: 

[I] s el fis amors ten el meu coragge. Mais de res 

en greu marrimen. O dimostrau uas mi son 
poderagge. Jlloc di dolors o di tormen. 
a ra mi da di lui tal segnoragge. Qe semblant mes 
qe pur lo pensamen. mi mendera la sperda el dapnagge. 
Qa rane mi de di seu namoramen 

q e tal domnas mi da sa benuollienga. Qe mes auis poi 
dieu formaui adam. Non fos alcuna qe tan di plagienqa. 
a ges ableis qon sella qeu plus am. En leis plaier e 
cortesia sagenga. En sui damor radig e fruit e ram. 

[II] I as go qe mes al cor plus fins e gars. Ades uai 

de mi parten e lungian. E la pena el trebail aieu 
tot ses pars. On mantes ueg nai greu langir ploran. 
q el fis amors mi ten el qor un dars. On eus ere qel 
partir non es ses dan. Tro qa mi dons ab loien parlars. 
Prenda merseis del mal qeu trag tan gran. 
1 eu fora sem uolgues mi dong garir. De la dolor qai 
al cor tan souen. Qar en lei es ma uida e mon morir 
m erse lencer a mia domna ualen. Qa per merseis deia 
mon precs acoillir E perdon faca al mieu grans ardimen. 

Certamente, i copisti debbono avere sfigurato questi due sonetti; ma, 
anche astraendo dall'opera degli amanuensi, i due componimenti restano ol- 
tremodo infelici. V. 1. Forse: Se fin 'amors ten[c iaj lo m. e, 2 Corr. [plus] 
mais? 3 dimostrau è la forma di perfetto italiano meridionale. Vorremmo: de- 
monstret. 4. Manca una sillaba. Forse : [tot] in toc. 7 perda. 8 qar ano mi dei 
del seu 'nam. 9 domna. 10 pos; formavi. Altro perf. meridionale (1. formau per 
formet). 13 plazer. 14 e'n son. — II. V. 1. cars. 3. soppr. eu. 4 mantas. 5 qe 
fin' amors (pare, però, che l'autore abbia adoperato o/nor come masch. all'ita- 
liana ); sconcordanza fra un e dars. 6 eu; partirs. 7 ab los fsieusj iens parlars. 8 
mersen. 12 enqer; ma. 13 qe; merse ; mos; coillir. 14 gran. 



— 143 — 

Tu sonatore e cantor gradivo, 

Sentitor bono e parlator piacente, 

Dittator chiaro e avenente, eretto 

Adorno e bello 'spetto, 

Corteze lingua e costumi avenenti, 

Piacenteri e piacenti ; 

Dato fu te tutto ciò solamente. 

(Clwmune perla, vv. 17-28). 

Le Cento novelle antiche o il « Novellino » ci fanno poi sapere 
che messer Migliore degli Abati da Firenze « era molto bene costu- 
mato, et bene seppe cantare, et provinziale seppe oltre misura bene 
proferere » '). Dante fece parlare in provenzale Arnaldo Daniello 
Purg. XXVI, 140-147^) e il provenzale, e non il francese, a quanto 
pare, usò nel suo discordo « in lingua trina » (.4/, fals ris) ^). Le 
ultime voci occitaniche risuonano, infine, nel Dittamondo e nel 
poema anonimo della Leandreide'^). 

Se ora ci volgiamo indietro e abbracciamo tutta insieme la 
materia discorsa con uno sguardo complessivo, vedremo che i due 
trovatori italiani che piìi meritano considerazione e studio per l'in- 
teresse che sanno suscitare nel lettore e per gli argomenti cantati. 



1) Ediz. Sicardi, n.° LXXXi^i» (pag. 102). 

-) Renier, in Giorn. stor. d. left. ital., XXV, 316. (Al v. 145, si legga: 
Ara vos). 

3) Qualche dubbio (Novati, Studi critici e letterari, Torino, 1889, p. 206 
e Renier, in Giorn. slor., cit., p. 312) sussisterà fino a che non si abbia una 
edizione critica del componimento. 

*) Renier, Sui brani in lingua d' oc del '^^ Dittamondo » e della << Leandreide » , 
in Giorn. stor. d. leti, ital., XXV, 311; XXVI, 309. Vedasi ora: Crescini, Per 
il canto provenzale della Leandreide, in Rass. bibl. d. leti, ital., N. S. voi. IV 
(anno XXII) p. 16. — Suppone il Torraca, Studi su la lirica ital. del Duec, 
p. 151, n. 1 (e nulla si può diredi men che congetturale sull'argomento) che 
in provenzale abbiano scritto Umberto Pelavicini da Pellegrino (cfr. questo 
voi. a p. 20) "■ bell'uomo e sollazzevole», i cui versi sono andati perduti, e 
quel « Matulinus Ferrariensis » che Salimbene (Chronica, ediz. Holder-Egger 
in M. G. H. Script., XXXII, 421) dice essere stato « maximus prolocutor et 
« cantionum atque serventesiorum inventor ». I maggiori dubbi, in proposito, 
confesso di averli per Matulino. A me pare che se quest'ultimo avesse poetato 
in provenzale, Salimbene non l'avrebbe taciuto; onde ritengo che i versi di 
Matulino siano stati italiani. — A cavaliere dei secoli XIV-XV si può porre, 
quale tardo amico della poesia provenzale, quel Pietro da Ceneda, che pos- 
sedette il ms. prov. D e vi scrisse di suo pugno, per due volte, il proprio 
nome (ce. 216'', 260"^). Vedasi la descrizione di D nel cap. IV di questo 
volume. 



ì 

— 144 — 

sono — come abbiamo avuto ragione di dire (pp. 74, 94) — Sor- 
delio e Lanfranco Cigala, L'esame, a cui ci accingiamo, delle poesie - 
dei trovatori italiani e del loro valore artistico mostrerà che il I 
giudizio da noi anticipato nelle pagine precedenti appare del tutto 
giustificato. 



II 



La Poesia e la Lingua 
dei Trovatori Italiani 



10 



Ili 

LA POESIA E LA LINGUA 
DEI TROVATORI ITALIANI 



La Poesia 



La musa provenzale, per bocca dei verseggiatori e poeti italiani, 
cantò, su per giij, gli argomenti che ne costituirono la fisonomia 
al di là dell'Alpi. Cantò, cioè, l'amore e la politica, e non disdegnò 
così di scendere a trattare soggetti ben diversi e men gravi, facen- 
dosi interprete di piccole ire personali e mescolandosi al chiasso 
delle orgie nelle béttole, come di sollevarsi lusingatrice sino a lo- 
dare i potenti, a posarsi leggera sulla chioma d' una bella pro- 
tettrice. 

L' amore, generalmente cantato con il frasario più vecchio e 
logoro dei Provenzali, fu, per la maggior parte dei trovatori italiani, 
quel solito amore cavalleresco, frutto più dell' intelletto che del 
cuore, nel quale la sincerità e il sentimento fanno troppo rare com- 
parse e talora mancano del tutto. L' Italia non ebbe, fra i suoi 
cantori in provenzale, chi riuscisse a trasfondere nei suoi versi 
qualcosa della soavità di Bernart de Ventadorn, il più dolce dei 
poeti occitanici, o dell' austera ed energica sobrietà di Bertran de 
Born. Molto sono lontani, bisogna pur dirlo, dall' uno e dall' altro 
di questi poeti, che sono a mio avviso i più rappresentativi fra i 
cantori dell'antica terra occitanica, molto sono lontani i nostri ver- 
seggiatori italiani, così coloro, quale il Cigala, che più ricordano 
per elevatezza di sentimento e d' ispirazione il De Ventadorn, come 
quelli, quali Sordello e Percivalle Doria, che per combattività e per 
una certa forza d' espressione meglio d'ogni altro possono parago- 



— 148 — 

narsi (sebbene a una grandissima distanza e soltanto sotto qualche 
rispetto) al bellicoso Bertrando. Vero è, per fortuna, che fra i tanti 
vecchi e comuni motivi, spiccano, qua e là, gli accenni patriottici di 
Peire de la Cavarana, le instigazioni alla crociata di Lanfranco Cigala 
e le lamentazioni del Panzano contro il clero e dello Zorzi per la 
morte di Corradino; ma queste voci sono troppo isolate, perchè pos- 
sano contrastare all'impressione di servilità che la musa occitanica 
in Italia produce di fronte a quella provenzale. In generale, gli Italiani 
ricalcarono i modelli d' oltr' Alpe, anche laddove riuscirono a dar 
prova d' una loro personalità. Il più personale di tutti, se non il 
piij dolce e squisito, Sordello, visse gran tempo fuori di patria e 
in Italia compose i suoi canti men robusti e interessanti. Bonifacio 
Calvo, che per i viaggi, che fece, e per gli scopi della sua lirica, 
meglio richiama al pensiero i suoi confratelli in arte d' origine pro- 
venzale, ripetè per abitudine i soliti luoghi comuni e se anche tal- 
volta parlò d' amore con qualche accento sincero '), è certo che 
r imitazione potè in lui tanto da renderlo un pedissequo seguace 
dei suoi maestri d' oltre le Alpi. Indulgendo alla moda letteraria del 
tempo, il Calvo scrisse anch' esso (compagno in ciò a Rambertino 
Buvalelli, Peire Guilhem de Luserna e agli altri) che nella sua donna 
sono « gaugz e plazers - Beutatz, senz, pretz e valors » ^) e cantò, 
fedele ai suoi predecessori, che il suo amore è in ragione delle 
sofferenze (« anz 1' am mil tanz e dezir-on pieg n' ai »)^) e 
che sola fonte di gioia è 1' amata ( « d' als no'm pot jois venir ») '*), 
o si compiacque, come tanti altri trovatori prima e dopo di lui, di 
porre in relazione gli effetti della sua passione con 1' apparire del- 



1) Alludo segnatamente a questa strofa (Pelaez, p. 24): 

Mout fo corals lo dezirs 
Que • s vene en mon cor assire, 
Can de sos oils la vi rire 
E pensar ab mainz suspirs 
Camjan mais de mil colors; 
Don una douza dolors 
M' en vene el cor, que doler 
Mi fai senes mal aver 

strofa, nella quale sono espressi con gentilezza il riso degli occhi e il sospiro 
del cuore per la donna amata. 

2) Ediz. Pelaez, I, 4-5. 

3) Pelaez, I, 27-28. 
*) Pelaez, I, 39. 



— 149 — 

r avversa e buona stagione. Si sa che questo motivo del fiorire 
d' amore quando la campagna si rinverde e i prati svariano dipinti 
di fiori e gli uccelli gorgheggiano, ha molto lontane origini, e v' ha 
chi lo riconnette, per legami sottili e presso che invisibili, alle anti- 
chissime usanze dei balli e dei canti per le feste del Maggio. Senza 
entrare nella discussione di questo arduo problema, che qui basta 
accennare, sembra che questo vieto motivo, che tutto porta a credere 
essere stato originariamente popolare, sia stato elevato dai poeti cor- 
tesi all'onore della lirica eulta o cavalleresca, (di cui divenne presto 
uno dei tratti fondamentali) in Francia e in Provenza, donde passò 
in Italia così nelle poesie dei verseggiatori in provenzale come in 
quelle dei rimatori italiani. I nostri testi ne porgono piij d'un esempio, 
fra i quali gioverà scegliere, per la sua perspicuità, questo di Berto- 
lome Zorzi : 

Er quan neis I' auzels demena 

loi el plais 
Fazen vers, voutas e lais 
Pel temps qu' esclaira e serena, 
Pos leujat m' a de greu pena 

Us motz gais 
Qu' escriut m' a mos Noms Verais, 
Be • is tanh que d'un chant 1' estrena. 
(Levy, li, 2-9). 

[Ora, quando anche l'uccello mena gioia nel bosco facendo versi, volte 
e lai pel tempo che divien chiaro e sereno, dal momento che una parola gen- 
tile scrittami da Nome-Verace mi ha alleggerito di grave pena, conviene che 
gli dedichi, a Nome-Verace, un caiitol. 

Al pari di questo ^), moltissimi altri caratteri essenziali della 
lirica cavalleresca passarono, pedissequamente imitati, in quella degli 



1) Questo motivo della primavera, che conforta ad amare, si trasformò di 
buon' ora nelle mani dei poeti. Non più nella stagione dei fiori, ma nel rigido 
inverno, per ragione di contraposto, il poeta vuol cantare la sua passione. 
Gli esempi nella lirica provenzale sono numerosi (per es. Arn. Daniel, L'aura 
amara, ediz. Lavaud, n. IX, p. 48) e non mancano in quella dei trovatori 
italiani. Cantava Bonifacio Calvo: 

Er quan vei glassatz los rius 
E'I freitz es enics e fers 
Que cotz e fen, sech'e trencha, 
Chant eu trop miels q' en abril. 

Un altro motivo, che ha le sue origini lontane in antiche e diffuse costu- 
manze è quello del celebrare le armi nella stagione dei fiori, sotto Io splen- 



— 150 — 

Italiani che scrissero in provenzale. L' uniformità di pensiero e di 
espressione fu tale e tanta, in complesso, che di molti trovatori 
d' Italia riesce allo studioso presso che impossibile caratterizzare la 
poesia. La personalità dell' autore scompare spesso al di sotto della 
imitazione e talvolta si ha l' impressione di intravedere come un' ombra 
di individualità e di non poterla afferrare, per isfuggire essa, cosa 
impalpabile, attraverso le locuzioni d' accatto, fra i soliti concetti 
comuni e, quasi diremmo, stereotipati. Però, Sordello, Lanfranco Ci- 
gala e Bertolome Zorzi si elevano su tutti per un'impronta abbastanza 
individuale, che hanno i loro versi. 1 due primi eccellono anche 
per valore poetico e per abbondanza e facilità di locuzione, mentre 
lo Zorzi è contorto, scorretto nella lingua e ostico nell'espressione. 
Sordello apprese, come gli altri trovatori italiani, 1' arte di ver- 
seggiare in provenzale in Italia; ma si perfezionò in Provenza, ove 
affinò lo stile e il contenuto della sua lirica e prese, ad argomento 
delle sue rime, soggetti piia alti. Vuoisi anche che al di là delle Alpi, 
per ragione dell' efficacia gentile di Guida di Rodez, secondo alcuni, 
o anche per forza del contatto che ebbe con poeti come Montanhagol, 
diventasse un seguace delle nuove dottrine d' amore che si risolve- 
vano, come si sa, in un culto presso che ideale della donna. Guilhem 
de Montanhagol s' era fatto interprete di questo spiritualismo amo- 
roso, che ormai si opponeva al sensualismo dominante nella lirica 
provenzale ^) riattaccandosi, come fra poco vedremo, a gentili e 



dorè del sole. Il Calvo medesimo e Percivalle Doria ne offrono esempi, fra i 
trovatori d'Italia. Si pensa che il motivo provenga dall'uso di radunare l'eser- 
cito a primavera nei campi. In tale occasione, si facevan feste e balli, con 
musiche e canti, e può darsi che un riflesso di questo costume sia passato 
nella lirica cavalleresca. 

1) L'origine d'amore presso molti poeti occitanici veniva spiegata quasi 
meccanicamente, al modo che si può anche osservare nei cantori della lirica 
che diciam « siciliana ». Così ne parlava Aimeric de Peguilhan (Anc mais, 
str. Ili, lez. di D, e. 172''): 

Car li huoill son drogoman 

Del cor e "ili oil van vezer 

Qo q' al cor plaz retener, 

E qant ben son acordan 

E ferm tuit trei d' un semblan, 
Adoncas pren verai[s] amors naissenza 
D'aquo que[-ill] huoill fan al cor agradar, 
Qu'esters no pot naisser ni comenzar, 
Mas per lo grat dels tres nais e comenza. 



— 151 — 

delicate suggestioni lontane di poeti squisiti, quale, a ragion d' e- 
sempio, il De Ventadorn. Guilhem de Montanhagol cantava che 
l'amore fino o sincero è un dovere, perchè è fonte di virtii, e che 
per forza d' amore i malvagi si fanno buoni e i buoni migliori. Chi 
serve amore di buon cuore, non può errare e neppure male con- 
dursi nella vita, perchè amore è guida verso il bene, amore, (dice 
il Montanhagol) che non è peccato: 

Ben devon li aniador 
De bon cor servir Amor, 
Quar Amors non es peccatz, 
Anz es vertutz cjue • Is malvatz 
Fai bos, e 'Ih bo • n son melhor, 

E met om en via 

De ben far tot dia; 
E d' amor mou castitatz, 
Quar qui 'n Amor ben s' enten 
No pot far que pueis mal renh. 

[Ben debbono gli amatori servire amore di buon cuore, perchè amore non 
è peccato; anzi è virtù che i malvagi rende buoni e i buoni ne divengono 
migliori, e incammina sempre ognuno a ben fare ; e da amore muove castità, 
che chi ama lealmente non può non condursi bene]. 

Il passato di Bordello, però, per effetto di una nomèa equivoca di 
libertino e di conquistatore, che il trovatore si era fatta, gettava la 
sua ombra di dubbio sulla sincerità del suo nuovo atteggiamento 
psicologico, onde si spiegano i sorrisi e le ironie di alcuni poeti 
contemporanei sul novello sacerdote dell' Amor don mou castiiatz. 
Peire Guilhem di Tolosa, per esempio, si rideva, tenzonando, garba- 
tamente di lui : 

. . . . qe • Ih autr' amador 
Volon lo balzar e • 1 iaqer, 
E vos metes a no caler 
So q' autre drut volon aver. 

[. . . che gli altri amatori vogliono baciare e giacere con la donna amata 
e voi mettete in non cale ciò che gli altri amanti vogliono avere J. 



Il poeta continua poi dicendo che « amors es fina benvolenza — Qe nais del 
cor e dels oillz ses doptar — Qeill huoill la fan fiorir e"l cor granar», 
ma che ha origine «pel coman dels tres » cioè: dei due occhi e del cuore. 
E si noti che il De Peguilhan non è uno dei veri e propri rappresentanti del 
sensualismo. Egli ha, invece, accenti di rara gentilezza e bontà; onde la nostra 
citazione è quanto mai calzante. 



— 152 — 

Sordello non ebbe sicuramente la squisita delicatezza di sentire 
propria di Lanfranco Cigala nei suoi versi d'amore, non ne ebbe il 
temperamento gentile, ne la dolcezza e prontezza affettuosa; ma sa- 
rebbe (e lo riconosciamo volentieri) un far torto alla verità negare che 
durante il suo soggiorno in Provenza la sua arte non si sia un poco, 
idealizzandosi, trasformata. In alcune poesie indirizzate probabilmente 
a Guida di Rodez, il trovatore di Góito si fa difensore dell' « onore » 
della sua donna e la canta, si può dire, disinteressatamente, senza 
impeti di sensualità. È impossibile, dunque, negare un certo vago 
idealismo nella poesia d' amore di Sordello, quale fu composta in 
quel periodo di lontananza; ma non dobbiamo neppur correr troppo 
e ritenere a dirittura il fiero cantore mantovano come uno dei pre- 
cursori del culto della donna angelicata o, in altre parole, quale 
uno dei poeti che costituiscono quell'atmosfera ideale, la quale pre- 
parò il fiorire, in Italia, del « dolce stil nuovo » ^). Sordello era uomo 
d'azione e per nulla incline alle mistiche esaltazioni. Non si hanno, 
nei suoi versi, aeree volate di sentimento o celestiali e dolci ab- 
bandoni. Invece, abbiamo nei suoi sirventesi politici 1' uomo di parte, 
e nel poemetto didascalico intitolato « Documentum honoris » un 
consigliere fidato, pratico e con la mente rivolta verso un fine ben 
determinato e di immediata utilità. Anche nei suoi versi d' amore, 
non e' è il poeta che si astrae in regioni fantasiose o si perde dietro 
paradisiache chimere. Tra le formule convenzionali da lui adoperate 
con vera maestria, risplende bensì, qua e là, un raggio dell' idealismo 
del Montanhagol, ma, ad onta di ciò, la sensualità erompe con i suoi 
desideri, anzi con una sua gagliarda e passeggera avidità. Cosi, in 
uno dei suoi componimenti migliori, fra i più sobri ed elevati, dice 
senz'altro che non può « ses lo joy vius durar » (testo n. XXVII, 
27) e in un altro non esita ad affermare che teme di morire pel 
desiderio della sua donna (ediz. De Lollis, p. 189, v. 31 : « Q 'eu tem 
morir desiran son cors gai »), Per tal modo, quanti sfumano, a vero 
dire, propositi di castità e voti platonici! Di fronte a simili confes- 
sioni, possiamo anche noi domandarci, come i poeti contemporanei 



1) Notevoli pagine ha scritto il De Lollis, Dolce stil nuovo e « mei dig de 
nova maestria » in Studi medievali, I, 6 sgg. su certe rispondenze fra lo stil 
nuovo e la poesia provenzale del periodo che possiam dire di Montanhagol. 
Vedansi anche : Vossler, Die philosophischen Grundlagen zum « siissen neuen Stil » 
des Guido Guinicelli, Guido Cavalcanti und Dante Alighieri, Heidelberg, 1904; 
Savj-Lopez, Trovatori e Poeti, Milano-Palermo, [1906], p. 16 sgg.; Parodi, 
in Bull. d. Soc. dant. ital., N. S., XIII, p. 243 sgg. 



— 153 — 

amici suoi, quanta sincerità si abbia a scorgere in altri passi delle 
sue liriche, come in quello ben noto, in cui prega la sua donna di 
nulla concedergli di ciò che egli possa chiedere a scapito dell' onore 
di lei: 

E si • m fai ren desirar 
Amors, qe non dejatz faire, 
Per merce vos volli pregar 
Qe no"m fassatz pauc ni gaire. 

[E se amore mi fa desiderare qualcosa che non dobbiate fare, vi voglio 
pregare, per mercè, che non mi facciate (che non mi accordiate) né poco né 
punto]. 

Le tendenze idealistiche in Sordello, quando si tratta di amore, 
non potrebbero, fors' anche, essere un frutto della moda letteraria o, 
per meglio precisare, uno degli influssi della lirica, che gli sonava 
d' intorno, senza per questo rispondere a un intimo bisogno del suo 
spirito? Ciò spiegherebbe l'atteggiamento canzonatorio di Peire 
Guilhem di Tolosa e anche di Blacasset, ai quali forse non isfuggì 
questo sdoppiamento del poeta, tra sensuale e casto. Ma, in ogni 
modo, trasformazione (profonda o no, sincera o no) vi fu e non è 
possibile negarla. Anche Sordello, non sappiamo, però, con quanta 
e quale convinzione, cantò dunque, a intervalli, 1' amor don moii 
castitatz, r amore celebrato da Montanhagol. 

La concezione che il Cigala ebbe d' amore, permette di collo- 
carlo abbastanza vicino (l'osservazione del resto non è nuova) al 
corifeo del dolce stil nuovo. Guido Guinicelli. Al pari di quest' ul- 
timo, egli canta 1' amor « fino » o ideale, nel quale risiedono le 
più alte e nobili gioie che rallegrino il cuore. La gente sorride (dice 
lo stesso poeta) di così fatto amore, fiamma purificatrice dello spi- 
rito e luce dell' intelletto; ma ciò proviene da mancanza di profonda 
gentilezza; che non sanno i motteggiatori da quale sorgente scatu- 
riscono le vere gioie, prima ragione di cantare per rima. 

Fonte di alto gaudio, per il Cigala, è il sorriso di madonna, 
che è segno di compiacenza e di assentimento. Ond' egli si rallegra 
di celebrare il sorriso femminile, quel soave sorriso, che nasce da 
« gioia e allegrezza e amorosa voglia ». Pieno di una sottile e 
suggestiva grazia è tutto ciò che il Cigala scrive sul riso, sì da 
essere egli, senza fallo, il miglior trovatore che abbia mai cantato 
due labbra ridenti. Ne tenzona con Rubaut^), e scrive un elegante 

) Testo n. LIX. 



— 154 — 

componimento che potrebbe essere definito la « canzone del riso » 
(testo n. XXXVl): 

Un avinen ris vi I' autrier 

Issir d' una bocha rizen, 

E car anc ris tan plazentier 

Non vi, n' ai al cor ioi plazen. 

Bonifacio Calvo, che celebra pure il riso della sua donna, quanto 
gli rimane al di sotto! A sentire il dolce Cigala, il gaio sorriso, 
col quale madonna ferisce il poeta, entra negli occhi di questo 
dapprima; ma, come l'occhio non lo sopporta, va con forza nel cuore. 
E il cuore grida allora: 

merce, qu' eu art ! 

Ades siatz enamoratz 

De r amoros cors, cui Dieus gart ! 

Lanfranco Cigala lascia anche parlare il « cuore » nei suoi 
versi, per via d' una personificazione non rara nella poesia pro- 
venzale, e lo fa discorrere con un suo linguaggio preciso, come 
avviene nel componimento Entre mon core me e mon saber (testo 
n. XL). Del resto, egli ama rivestire d'una forma chiara i fan- 
tasmi della sua mente. Il suo affetto ei vuole manifestare con 
chiarezza d' espressione, né si lascia vincere dalla brutta e antica 
moda del trovare « chiuso » che per eccezione. Sia il suo canto 
chiaro come il giorno e nasca dall' abbondanza del cuore e si mo- 
stri splendente (testo n. XXXIII, vv, 6-7) 

Qe sabers a pauc de valor, 
Si clardatz no • ili dona lugor. 

Non che egli rifugga dai troppo sottili vezzi dell' arte e talvolta 
anzi non paghi un po' troppo il suo tributo a un certo manierismo 
della lirica d'allora; ma questa sua preziosità non torna, se non 
di rado, a scapito della perspicuità del pensiero, che in certi suoi 
versi d' amore si specchia gentilmente, pari a un bel raggio sottile 
in un' acqua di fonte. Anzi, gli accade talora di trarre da questo suo 
difetto effetti insperati, come fra poco vedremo a proposito di una 
nuova strofa sul riso. 

Per queste sue doti, il Cigala è un poeta nuovo nella storia 
della poesia provenzale in Italia, ma non può dirsi altrettanto nuovo 
in Provenza. C era stato, anche al di là delle Alpi, chi aveva get- 
tato lontano i vecchi abiti poetici dei primi trovatori, nei quali la 



— 155 — 

passione per la donna amata abbruciava le carni, senza accendere 
un raggio nell' intelletto e nel cuore. Bisogna, a dire il vero, vol- 
iterei lontano: bisogna, cioè, rifarsi a Bernart de Ventadorn, il 
quale, quasi un secolo prima, aveva cantato, con un'infinita dol- 
cezza, il gentile operare d'amore nell'animo dell'amante e aveva 
trovato accenti di uno squisito sapore, sia per celebrare la bontà 
e la beltà in versi inspirati da una sincera passione, sia per can- 
tare la nobiltà dei sentimenti che risveglia amore in un cuore ben- 
nato. Poscia, Guilhem de Montanliagol, che già conosciamo, aveva 
degnamente raccolto, per questo rispetto, l' eredità di Bernart de 
Ventadorn, e abbiam veduto che accanto a Guilhem de Monta- 
nhagol possiam porre Bordello. Peire Cardenal, d'altro canto, af- 
fermava che amore « mou de lialeza (Mahn, Werke, II, 214) », 
m.entre Uc Brunenc cantava che amore è « uns esperitz cortes ». 
Pii!i ancora, l' idealismo del Cigala in amore ricorda quello, come 
abbiam detto testé, dei poeti del dolce stil nuovo. Tutti questi 
poeti, al di là e al di qua delle Alpi, che cantarono amore, quale 
fonte di gentilezza e di nobiltà, sono i rappresentanti di nuove 
correnti di pensiero originate da più sane e piij profonde condi- 
zioni di coltura all' alba delle civiltà romanze. Senza negare del 
tutto qualche eventuale influsso e, forse, una certa prevalenza anche 
in ciò della poesia provenzale, si può ritenere che codesto raggen- 
tilimento della poesia si sia effettuato, quasi indipendentemente, in 
Provenza e in Italia, per effetto di un raffinamento spirituale, che 
portava ormai gli uomini a concludere che nobiltà non proviene da 
privilegi di schiatta e di casta, ma da cuor gentile e unicamente 
da cuor gentile ')• 

Ad esprimere siffatta concezione d'amore, convenivano sempli- 
cità e chiarezza di stile, doti, che il Cigala ebbe, come si disse, in 
grado ragguardevole. Non potè sempre sferrarsi dalle pastoie della 
moda e talora si compiacque di giuochi di parole, come quando, 
in un ingegnoso componimento (Joios d' amor farai de joi semblan), 
si dilettò ad ogni strofa di giocare sopra un vocabolo diverso e 
fece, a un dato punto, a proposito del sorriso di madonna, danzare 
in tutti i modi agli occhi e alla mente del lettore la parola « ris »: 

Qu' ieu chant d'un ris rizen qe'm tolc antan 
Solatz e ris de mon cor en rizen ; 



*) Ho illustrato, come ho potuto, questo concetto nel cap. XI (« Il dolce 
stil nuovo») del mio Duecento, Milano, Vallardi, 1911. 



— 156 — 

Mas Na Bel-ris 1' autrer un iorn rizen 

Mi rendet ris ab son rire baisan ; 

Per qu' ieu rirai e ri de benanansa,, 

Qe s' aquel ris mi fez de rire blos, 

Sest ris m' a lag de ris tant aondos, 

Que rizenz ris denant tot iorn mi dansai)- 

[Ch'io canto d'un riso ridente che mi tolse lo scorso anno (cioè: non 
molto tempo fa) solazzo e riso dal mio cuore, ridendo; ma madonna Bei- 
riso r altr' ieri ridendo mi rendette la facoltà del ridere col suo riso, bacian- 
domi ; ond' io riderò e rido di felicità, che se il primo riso mi tolse la facoltà 
di ridere, questo secondo riso me ne ha accresciuta tanto la facoltà, che un 
riso ridente mi danza sempre dinanzi agli occhi]. 

In questa strofa abbiamo, si può dire, tutto un dramma psico- 
logico: di due donne, che hanno sorriso al poeta, 1' una gli ha 
messo nel cuore, col suo sorriso, un'onda di commozione; l'altra 
gli ha infuso nell'anima un senso di sollievo e di gioia. Quasi cer- 
tamente, la donna amata dal poeta fu la prima, quella il cui riso 
gli risvegliò dentro un tale turbamento, da farlo « de rire blos ». 
Chi sarà stata costei? Forse Berlenda, forse, cioè, quella « donna 
signorile » di cui parla nel suo componimento Escur prim chantar 
e so tu? 

Lanfranco Cigala seppe che cosa fossero i mali d' amore. Ebbe 
degli innamorati gli esaltamenti e gli abbandoni, che si riflettono 
nei suoi versi con molta fedeltà. Fu guidato nelle amicizie e negli 
affetti sempre da nobili ed alti concetti, che traspaiono in piìi 
punti delle sue poesie e, fra 1' altro, in un suo componimento indi- 
rizzato a una donna di Villafranca, nel quale egli determina chia- 
ramente le natura della sua simpatia, con lealtà e schiettezza. Il 
Cigala fu insomma un poeta di squisito sentire e di notevole sen- 
sibilità. Lo accoravano i mali della patria, lo disgustavano le 



1) Il componimento, da cui è tolta questa strofa, non è tra quelli compresi, 
più oltre, nella nostra raccolta delle poesie del Cigala. Non sarà perciò inutile 
dire qui in nota che nella prima strofa il poeta giuoca sul vocabolo joi (e joios, 
joiosamen) nella seconda su chant, {chantar, chantador) nella terza, che è quella 
riprodotta, su ris, {rire, rizen), nella quarta su plazer e nella quinta su alegre 
{alegransa, alegramen). In una tornata, figurano insieme tutte le voci che han 
servito al giuoco poetico: 

Jauzen plazen rizen chantan ioios 
Mi fai iois chantz ris plazers alegransa. 

Il testo in questione è conservato nei mss. I, e. 92 »; K, e. 75 1^ ; a, p. 383. 
Fu pubblicato diplomaticamente, secondo I, dal Mahn, Gedichte, 584. 



— 157 — 

cattiverie e le malvagità degli uomini •), e lo affliggeva l'abban- 
dono da parte dei fedeli del Sepolcro di Cristo ^). Forse sul finire 
della vita, dopo disinganni e amarezze, rivolse il pensiero al cielo 
e scrisse forse allora i suoi canti a Maria ^), a colei che rappre- 
sentava, nel pensier suo, il supremo grado dell' idealizzazione fem- 
minile. 

Bertolome Zorzi non è degno d' essere elevato all' altezza del 
Cigala e di Bordello ; ma ha, in compenso, una sua fisonomia 
speciale, per la quale spicca fra gli altri suoi confratelli italiani 
iieir arte di intrecciar rime provenzali. Sua caratteristica principale 
e una ispirazione franca, sincera, abbondante, che va congiunta a 
una certa rudità di stile non priva talora di molta efficacia. Lo 
Zorzi non pensa appieno nel linguaggio cavalleresco di che si serve 
poetando, non possiede, come i suoi confratelli, tutto il repertorio 
di locuzioni fatte e di espressioni tradizionali della lirica cortese e 
gli accade conseguentemente di usare un fraseggiare duro e irto 
talora di improprietà e difficoltà per chi abbia l'orecchio abituato 
al provenzale illustre dei trovatori di grido. In compenso, e' è in 
lui un'energia, quasi un impeto, che sorprende qualche volta il 
lettore e gli comunica una corrente di simpatia, simpatia diversa 
da quella che ci prende allorché leggiamo il Cigala, ma pur sempre 
simpatia. Si sente che anche lo Zorzi è, a suo modo, sincero, e si 
sa che la sincerità è cosa rara nella lirica cavalleresca. 

Che cosa potremo noi dire degli altri trovatori italiani? Carat- 
terizzarli, gli uni di fronte agli altri, è impossibile. Hanno tutti un 
patrimonio comune di concetti accattati qua e là; hanno tutti su 
per gii4 le stesse immagini ricalcate su quelle dei migliori trovatori 
d'oltre le Alpi. Di una certa innegabile abilità, se non originalità, 
nell'arte di servirsi di un linguaggio poetico straniero, danno prova 
Rambertino Buvalelli e Peire Guilhem de Luserna. Il primo è un 
trovatore garbato, ma di poco contenuto e di poca o nessuna va- 
rietà stilistica; il secondo è più interessante di Rambertino per 
abbondanza di vocabolario e di modi sintatici, tutte doti che man- 



i) È notevole, a questo proposito, il componimento, non incluso nei testi 
di Lanfranco editi criticamente più oltre, che incomincia: Ges eu no vei con 
hom guidar si deia. Pare che il Cigala avesse ragione di dolersi di alcuni, che 
lo avevano tradito: « Sol pendan si li fais qe traìt m'an — scriveva egli nella 
citata poesia — Q' ieu lur perdon mon enueg per lor dan » (vv. 29-30). 

2) Testi nn. XLIl, XLIII. 

3) Testi nn. XXXVII, XXXVIII, XXXIX, XLIV. 



— 158 — 

cano quasi del tutto al gentile e azzimato trovatore bolognese. C'è, 
in Peire Guilhein de Luserna, la particolarità di inserire versi inse- 
gnativi e morali nei suoi componimenti (vedansi, ad es., i vv. 19-27 
di En aqiicst (^ai, testo n. XXII e i vv. 8-14 di No 'ni fai chantar, 
testo n. XXIV), il che gli valse l'onore d'essere stato chiamato a far 
parte del non grosso numero di poeti che fornirono versi ai com- 
pilatori delle antologie didattico-morali, che son conservate in alcune 
illustri sillogi provenzali (D, F). Compose una canzone alla Vergine 
con vecchi motivi e, quindi, con nessuna originalità. In generale, 
la novità fa difetto in tutti i suoi componimenti, salvo in quello, 
diciamo così, d' attualità per Cunizza, il cui nome basta a risve- 
gliare interesse intorno alla breve poesia. Motivi e concetti tradizionali 
si fanno manifesti sopra tutto nel testo No' m fai chantar (n. XXIV); 
né mancano nel serventese En aquest gai (n. XXII), al quale, 
però, un accenno all' imperatore Federico II e alle sue inimicizie 
con Milano (str. IV) confeiisce una notevole importanza. Non 
v'ha dubbio che. per i suoi sentimenti ghibellini e per il suo atteg- 
giamento favorevole all'amorosa sorella di Ezzelino, Peire Guilhem 
de Luserna meriti molta attenzione per parte degli studiosi della 
lirica provenzale in Italia. Percivalle Doria, a giudicare dai pochi 
versi che ci sono pervenuti, merita un posto d' onore, dopo il Ci- 
gala e il Calvo, fra la schiera dei trovatori genovesi. Per l' inte- 
resse storico dei loro versi (ma non per valentia di rimatori) gli 
stanno accanto il fiero Calega Panzano e 1' equanime Luchetto Gat- 
tilusio, verseggiatore di poca vena e di quasi nessun' ala poetica. 
II novarese Girardo Cavallazzi (testo n. XXX) non è dappiij. La sua 
tenzone ha qualche originalità, ma tradisce inesperienza molta. Man- 
fredi Lancia e Alberto Malaspina ci hanno lasciato troppo poco 
(come è avvenuto, del resto, per i trovatori italiani in genere), 
perchè sia permesso di dare un giudizio sulla loro poesia. Li ve- 
diamo assai destri nell' arte del rimare, li troviamo buoni conosci- 
tori della lingua — migliori anzi, per questo rispetto, di parecchi 
altri poeti italiani in provenzale — ma i loro pochi versi non pos- 
sono indurci a nessuna conclusione, in fatto di valore artistico, 
perchè non dicono e non vogliono dire nulla d' importante o di 
nuovo. 



— 159 — 



La Lingua 

La lingua dei trovatori italiani può dirsi, nel complesso, buona, 
sebbene qua e là, in alcuni rimatori, faccian capolino alcuni inevi- 
tabili ibridismi sopratutto lessicali. Indugeremo, nelle linee seguenti, 
sopra i poeti che presentano maggiore interesse per questo rispetto. 
E cominciamo da uno dei più antichi. 

La lingua e lo stile di Peire de la Cavarana o de la Caravana 
sono, a giudicare dai pochi versi rimasti, assai poveri. L' esame di 
essa (testo n. II) pare quasi una conferma dell'italianità del tro- 
vatore. La declinazione è bistrattata: compraz per comprai 9, (avars 
per avar 12), Milans per Milan 40, sempre in rima. Abbiamo un 
peier 9, che potrebbe essere dovuto ad un copista, il quale avendo 
preso erroneamente compraz per un singolare, si fosse permesso 
di mutare un originario peior (vedasi, però, la nota al testo). C'è 
anche un italianismo al v. \2:no'us mostraz^); ma di esso, come 
di un soa (27), non si può dire veramente se appartenga all'autore o 
a un amanuense. Anche la forma Mantoans (v. 42), a lato a Brexa, 
invece di Mantoana lascia un poco a desiderare. Insomma, il testo 
è lontano dalla correttezza che hanno i componimenti scritti dai 
Provenzali nel torno di tempo, in cui il nostro sirventese appare 
essere stato composto. 

Se veramente appartiene (e noi ne siamo tutt' altro che sicuri, 
V. a p. 50) ad Alberto Malaspina il testo n. LXXI App. {Dona, 
[a] vos me coman), il marchese poeta si sarebbe permesse alcune 
licenze, che non si sospetterebbero neppure alla lettura della sua 
tenzone con Rambaldo di Vaqueiras (testo n. HI) scambiata con 
sorprendente abilità di verseggiatore e con lingua, possiam dire, 
impeccabile. Il componimento Dona, [a] vos me coman dovrebbe, in 
ogni modo, essere stato scritto da Alberto, se pur gli appartiene, 
in età giovanile, quando egli non era ancor giunto a quella maestria, 
che si palesa in più punti della tenzone con Rambaldo, la quale 
fu composta, come già sappiamo, non prima del 1194, dunque non 



1) Trattandosi infatti di un imperativo negativo, ci si aspetterebbe piut- 
tosto una forma di soggiuntivo, per es. non oblides, no'us dulhatz (esempi 
citati dal DiEZ, Gram. trad. frane. Ili, p. 194). 



— 160 — 



! 



prima del suo trentesimo anno. Ma per venire alle licenze, in fatto 
di lingua, che Alberto si sarebbe permesse nel citato testo n. LXXI 
App., diremo che il te del v. 8 {Morrai, s' aissi m gaire te) offende, 
in fondo, la grammatica, perchè ci si aspetterebbe, a buon diritto, 
tes (tens) « tieni ». Non si può pensare (il che sarebbe cosa inso- 
lita) a una costruzione impersonale sul tipo di aissi' m pren, perchè 
tenir, a differenza di prendre, non è usato impersonalmente: onde ^ 

bisogna rassegnarsi ad ammettere che la rima tiranna l'abbia vinta 

sul sentimento grammaticale del trovatore. Un'altra minore licenza ci 
si presenta al v. 29 {Dona, trop mi greva'l dati), ove vorremmo 
dans ; ma qui si tratta di un'obliquo per il nominativo. Non ce ne 
maraviglieremo troppo se notiamo che anche i trovatori occitanici 
dell'età di Alberto potevano permettersi, in via eccezionale, una tale 
libertà. Tuttavia, la somma di errori commessi è tale nella nostra j 
tenzone immaginaria, da tenerci oltremodo dubbiosi circa la sua at- 1 
tribuzione, che non è punto confermata dal manoscritto. Diremo anzi 
che r esame linguistico vale a togliere definitivamente, se non ci 
inganniamo, il componimento dal bagaglio di Alberto Malaspina. 

Più interessante per noi è la lingua del Buvalelli, di cui pos- ^ 
Siam mettere in evidenza parecchie singolarità. 

Alcune infrazioni alle norme provenzali si spiegano per ibri- 
dismo italiano. Così, al v. 16 del comp. Er quant florisson li verger 
(testo n. V) abbiamo : 

Q' esters no • /// lo aus far saber 

Intanto, le norme più corrette vorrebbero in questo caso un o 
anziché un lo (per quanto anche lo si possa accettare)'); ma ciò 
che sconcerta un poco è la successione dei pronomi, che non può 
dirsi inattaccabile, secondo le norme della lingua illustre dei tro- 
vatori. Infatti, ci si aspetterebbe lo' ili {p. es. Bertr. del Pojet, Bona 
dona, V. 8: Q' eu sui aqel que lo' ili sabrai retraire ; Peire Raimon 
de Tolosa, Pos vei, torn. in D, e. 195*^: es guitz — De pretz, e' us 
no lo ' ili contradiz). 



1) Veramente lo, come neutro caso retto, si trova specialmente in un pe- 
riodo abbastanza tardo in antico provenzale. Chabaneau, Romania, IV, 34; VII, 
329 ; HORNING, Rom. Studien, III, 263 ; A. V. Elsner, Ueber Form u. Verwendung des 
Personal-pronomens im Altprov., Kiei, 1886, p. 53; W. Bohnhardt, Das Personal- 
Pronomen im Aliprovenzalischen, Marburg, 1887, p. 40. In Rambertino potrebbe 
essere un italianismo. Bortolome Zorzi adopera, invece, o per /o nei testi III, 
73; XI, 4; XIII, 37, 45; XIV, 2 dell' ediz. Levy. 



i 



— 161 — 

Un altro caso interessante di successione pronominale, contraria 
alle buone usanze, è offerto dal compon. Toz m'era de cliantar gequiz 
del medesimo Buvalelli, al v. 21 (testo n. IX), ove leggiamo: 

Dire mei farez a enviz. 

L'uso corretto vorrebbe lo'm, e l'incontro me' l andrà forse 
messo sul conto di qualche copista '). Esso è piij stridente del pre- 
cedente : no' ili lo '^). 

Una piccola concessione di Rambertino alle usanze sintattiche 
italiane si potrebbe vedere nel compon. n. VII {Ges de chantar), 
V. 22: Q'ades me somon de l'entendre, se si prendesse /' per il 
pron. atono lo {cors, v. 21), mentre l'uso provenzale fra la prepo- 
sizione e l'infinito richiede il pronome tonico (cioè lui). Ma certo 
vi si avrà invece un infinito preso assolutamente ^). Tutto il com- 
ponimento Ges de chantar lascia a desiderare, quanto alla espres- 
sione o alla forma. Esso è uno dei più deboli di Rambertino, il 
cui interesse, come verseggiatore, risiede piìi nel fatto d'essere 
stato uno dei primissimi che abbiano scritto in provenzale, che nelle 
doti della lingua, dello stile e dell' arte "*). Persino nella ritmica, o 
nella costruzione o sillabazione del verso, Rambertino lascia un 
poco a desiderare. Egli si permette l'elisione di no dinanzi a vocale 
e scrive (testo n. VI, 46): 

Si de bon pretz n'es amans e servire 



1) Penso a dirittura al copista di D, poiché alla successione antico-toscana 
lo mi corrispondeva già nella seconda metà del sec. XIII nell'alta Italia l'altra 
me lo, che si può dire moderna. Persisteva per,ò ancora l'antica, che fu 
dunque già propria degli antichi dialetti italiani settentrionali. 11 v. 8 del 
componimento Bon' aventura di Peire Vida! suona in D, e. 141'': Me trenca'l 
cor e me- 1 fraing e me-i hrisa. Nel testo n. XXVII, 37 i mss. Me hanno: 
me ■ l ditz. 

*) Abbastanza interessante è anche l' incontro che abbiamo nel medesimo 
testo di Rambertino, al v. 20: « Per cui aven, e- us o dirai ». Ci si aspetterebbe 
piuttosto vos dirai ; ma non saprei dire, mancandomi ora altri sicuri esempi, 
se la combinazione adottata dal Buvalelli s'incontri, come credo, in qualche 
antico testo. Con lo, ricordo locuzioni come lo vos donet, ieu lo ti ren, ecc. 

2) Cfr. Uc de S. Circ, XIV, 45: Del perdre dea aver paor, e v. la n. al verso. 
••) Nel testo n. V, 34 e' è un da per de, che in Rambertino potrebbe essere, 

a rigore, considerato come un italianismo, sebbene si tratti di una forma non 
ignota, come si sa, ai testi d' oltre le Alpi. L' adoprano anche i trovatori ge- 
novesi, come si dirà nelle note ai testi. V. p. es. L. Cigala, v. 35 del testo 
n. XXXVI: da ma part. 



— 162 — 

Nel componimento D' un saliitz (testo n. X), che per le ragioni che 
esporremo nelle « note » riteniamo del Buvalelli, abbiamo tre casi 
di elisione di no, e cioè v. 10 n'i, v. 22 n' es, v. 34 n' ai. Ora, 
questa specie di elisione non si può dire veramente e propriamente 
provenzale ^). 

Al V. 10 del componimento già ricordato D'un salutz, abbiamo 
un italianismo nella parola letre (per letre), poiché è molto più pro- 
babile che vi si tratti del plur. ital. lettere (Rambertino aveva nel 
suo dial. letter), che di una forma francese di singolare ^). Invece, 
vedremo un francesismo nel vocabolo pays, pois (pagense), invece 
di paes, che troviamo nel testo n. IV (v. 26) e che pare bene es- 
sersi trovato nell'originale, dal momento che ci è stato tramandato 
da tutti i manoscritti. Ma occorre avvertire che pais è una forma, 
che ottenne, si può dire, diritto di cittadinanza nella lingua dei 
trovatori, anche migliori, dai quali il Buvalelli potè derivarla. La 
troviamo infatti in rima in Bernart de Ventadorn: 

Qiian la doss' aura venta 
Deves vostre pais, 
Vejaire m' es q'eu senta 
Un vent de paradis, 

in Peire d'Auvergne (Al desebrar del pais: conquis: fis : vis) e in 
Peire Vidal {pais: paradis), le cui poesie Rambertino conobbe si 
può dire, certamente. Bernart de Ventadorn e Peire d'Auvergne 
eran poeti troppo illustri, perchè il trovatore bolognese potesse 
ignorarli ; e Peire Vidal, non meno conosciuto, era sceso in Italia 
ed aveva tenzonato con Manfredi Lancia (testo n. I). Si tratta 
dunque d' un francesismo « sui generis » che è ben lontano dal 
sorprenderci in Rambertino ^). 

Uscendo ora dalla ristretta cerchia degli italianismi e dei bar- 



1) Pleines, Hiatus u. Elision im Provenzalischen, Marburg, 1885, p. 67: 
« Das in no wird in keinem Falle vor vokalischem Anlaut elidiert ». Come 
norma, questa affermazione può accettarsi; come legge, certamente no. 

2) Fra gli italianismi io vorrei anche registrare sobra-m seignoreia (testo 
n. VII, 19), che lo Stimming, in Zeitschr. f. rom. Phil., XXXIV, 226-7 vor- 
rebbe correggere in sobran (avv.) seignoreia. Altrimenti, pensa egli, -m rappre- 
senterebbe una forma tonica (cosa impossibile), il che vuol dire che egli lo fa di- 
pendere da sobra ; ma cfr. ital. sopra mi signoreggia, lì ■ m è perciò ammissibile. 

3) Altri esempi di pais, in rima e non in rima, nella poesia (e nella prosa) 
provenzale ha raccolti R. Karch, Die nordfranzósischen Elemenie im Altproven- 
zalischen, Darmstadt, 1901, pp. 38-39. 



— 163 — 

barismi, per venire a considerare sotto altro aspetto la lingua di 
Rambertino, importa notare ch'egli fé' uso della finale -io (per lat. 
-ita), come appare dal testo n. Vi, 8 (floria : guia). Ora, è noto che 
la scomparsa completa del t intervocalico si osserva soltanto in una 
parte del vasto dominio provenzale e cioè nel Viennois, nel Velay 
e neir Auvergne, prendendo con una certa larghezza queste desi- 
gnazioni geografiche. Che Rambertino si sia esercitato sopra poesie 
di autori delle regioni sopraindicate o dei paesi limitrofi (per es. 
Peire d' Auvergne e R. de Vaqueiras), non è cosa da escludersi; 
ma questa finale -ia si divulgò presto e divenne, per così dire, un 
tratto comune della lingua dei trovatori. Al pari di Rambertino, anche 
Sordello e il Cigala 1' adoperarono, perchè la trovarono in alcuno dei 
loro modelli e la videro usata da autori che insieme si servirono 
di -ida, a seconda delle esigenze della rima e fors' anche a seconda 
del loro capriccio. Egli è che i poeti italiani in provenzale (a 
questo punto volevamo venire col nostro breve discorso su -ia) non 
impararono già un dialetto della Francia meridionale, ma appresero 
la lingua letteraria o trobadorica, con le sue oscillazioni e con le 
sue indeterminatezze. Ebbero, per così dire, una coltura provenzale 
tutta poetica. Questa è la ragione, per la quale introducono nei loro 
versi, con grande facilità, frasi fatte e locuzioni, diremmo, stereoti- 
pate. Sordello e Lanfranco Cigala sanno un poco elevarsi, come si 
ebbe ragione di dire, a qualche pensamento o concezione originale. 
Gli altri trovatori si tengono quasi paghi a comporre, per così dire, 
un mosaico di tante pietruzze raccolte per entro la miniera della 
lirica occitanica. 

Nessun deciso italianismo si ha, s' io ben vedo, nei pochi 
componimenti a noi pervenuti di Peire de la Mula e di Peire di 
Guilhem de Luserna. Il numero, per quanto esiguo, dei loro versi ci 
permette di dare un buon giudizio della loro lingua; ma l'analisi 
linguistica non può servire ad escludere perentoriamente l'origine 
italiana dei due trovatori, origine, che, come sappiamo, è stata posta 
in dubbio e anche negata. Veramente il Guarnerio (p. 43) vorrebbe 
vedere un'anomalia grammaticale «dovuta al poeta d'origine non 
provenzale » nella forma deu del v. 17 nel testo n. XXII (di Peire 
Guilhem de Luserna): 

Cardar me deu de faillenza 

ma, in verità, a quest' opinione non credo che alcun provenzalista 
possa fare buon viso. Già il Levy (Zeitschr., XXII, 124) ha notato 



— 164 — 

che, siccome alcuni mss. (CD' E) hanno dei, cosi quest'ultima 
forma deve essere accettata nel testo e la prima relegata tra le 
varianti ^). 

Sordello è, fra i trovatori italiani, il più esperto nella lingua 
e nella verseggiatura. Non si riesce a trovarlo in grave errore, si 
può dire, mai. Tuttavia, qualche scorrettezza qua e là non manca. 
Così, nella tenzone col Montanhagol Senhe 'n Sonici (De Lollis, 
n. XXIX) egli usa al v. 68 un pronominale mieus senza l'articolo): 

Sos cors don mieus es greujatz 

che è una negligenza, alla quale un poeta provenzale di prim' or- 
dine non si sarebbe certo piegato. Il fatto è così singolare in Sor- 
dello, che verrebbe la voglia di correggere il passo, se non si 
incontrassero troppe difficoltà (come l'enclisi di l{ó) sopra parola 
terminante per n stabile). Anche un sogg. dignas (De Lollis, 
n. XXXVI, 5) stupisce; ma qui avremo una forma d'indicativo 
con uso soggiuntivale (caso tutt' altro che frequente, ma attestato 
anche presso buoni trovatori). Non escludo che la forma italiana 
possa aver consigliato a Sordello questa licenza, ma non è punto 
necessario ammettere questo influsso. La misura del verso impone 
poi che si mantenga una forma in -o di \j^ sing. {isco lat. « exeo ») 
nel compon. Dompna, mieillz q' orti pot pensar (De Lollis, n. XXXIV, 
v. 36): 

Anz isco d' entre las genz. 

Queste forme in -o non sono ignote a testi antichi proven- 
zali^); ma chissà che in Sordello non abbia influito, a fargliene 
adottare una, l'uso italiano?^). Sicuri italianismi paionmi essere 
— piuttosto che gatta (De Lollis, 1,6), due «barbagianni» (De L. 
Ili, 23) che è anche registrato nel Mistral, t fonda (De L. Ili, 4) 
col senso di fondaco) — i vocaboli engrestara (De L. II, 4) e gotei 
(De L. XXXVI, 13) fatto sulla base gali- (ant. ital. go tiare). Anche 



^) Deu quale 1.=* pers. sing. dell' ind. pres. sarebbe un guasconismo, perciò 
oltremodo sospetto in un testo del trovatore di Luserna. Vero è, però, che si 
tratta di una forma che si è infiltrata abbastanza sovente in alcuni canzonieri 
provenzali. Ma i trovatori si attenevano al corretto dei e i vari deu, che si 
hanno qua e là nei mss., sono dovuti ai copisti. 

2) Vedasi una comunicazione dello Chabaneau in De Lollis, Sord., p. 292. 

') Forse si ha un altro pres. in -o in consello (De Lollis, XXXVIII, 8, il 
quale veramente legge consell'o; ma si veda Levy, Zeilschr., XXII, 257). 



— 165 — 

l'assenza dell' e prostetico in scorjatz e spaven (De L. Ili, 50 
X, 24) potrebbe essere dovuta ad influsso italiano; ma non v'ha 
dubbio che, in fatto di ibridismi italiani, in Bordello non si abbia 
che pochissimo e quasi nulla. 

La lingua del trovatore di Góito è, si può dire, quella illustre 
comune. Vi si riscontrano tracce limosine nel trattamento di -ica, 
che abbiamo nel compon. Con plus creis (ediz. De L. XXV), 
vv. 13-15: 

Q' al fin prez q' en vos s' abrija 

Puesca dan tener, e si ja- 

Mais me trobaz 

(così: amija, mija, dija, e vedasi la nota del De Lollis al v. 5) e 
fors' anche nell' uso di lo'i per Ioli, che è quanto dire nella sostitu- 
zione di «ibi» a « illi » che abbiamo nelle poesie dell' ediz. De L. 
XXXVIII, 19; XL, 831. Credo che sia una forma dovuta ai copisti 
quella isolata che si ha al n. XXVIII, 1 (D. L. XXX, \):fau (=fan). 
Queste forme di 3.^" plur in -au per « habere, stare, dare, facere » 
e per i futuri, furono molto diffuse (Meyer, Romania, IX, 193); ma 
la lingua dei trovatori le evitava^), e tanto più le evitavano i tro- 
vatori italiani, che si attennero, com' è naturale, al tipo illustre co- 
mune, quale s' era venuto foggiando per opera dei migliori poeti. 
Queste forme in -au fanno qua e là capolino anche nei mss. di 
poesie trobadoriche, sopratutto in C, ma non sono comuni che in 
documenti e in poemetti religioso-morali^). Altrettanto si può dire 
di un (leu (=:dei) al n. XXI, 1 (ed. De Lollis). La forma dea (l.^sing. 
ind. pres.) è, come si disse, guascone. Nel nostro testo potrebbe 
essere semplicemente un errore di un copista (scambio della 3.' 
per la 1.")^). A un copista, e non a Bordello medesimo, deve pure 
risalire, parmi il gascuna del compon. XXXII, 6 (ediz. De Lollis, 
p. 198). Naturalmente, queste particolarità non si possono esclu- 
dere perentoriamente (tanto piij che abbiam veduto il poeta usare 
una forma in -o) dalla lingua di Bordello, poiché è cosa possibile, 
dati i suoi viaggi per la Provenza, sebbene non molto probabile, 
ch'egli abbia accettate, in piccola misura, alcuni tratti di questo 
quel dialetto provenzale. 



1) Crescini, Man.^, p. 136 n. 1. 

-) Ne ho parlato di recente: Bertoni, Sur quelques formes de la Vie de 
Sainie Enimie, in Ann. du Midi, XXV, 64. Ho tra mano una fotografia della 
e. 337' di C e in fondo alla col. 1.» leggo: « Tostemps serau mey iornal ». 

3) Dea, per dei, ricordo di avere trovato talvolta nel ms. G. Cfr. p. 164, n. 1. 



— 166 — 

Quasi nulla ho da osservare sulla lingua di Girardo Cavallazzi, 
il quale non ci ha lasciato che pochi versi scambiati con Aicart 
del Fossat (testo n. XXX). L'uso di un eissicn avverbiale (s' ieu 
non faill eissien v. 16) non deve molto sorprenderci, poiché se ne ha, 
almeno, un esempio in un altro testo provenzale (v. la nota al v.). 
Piuttosto, merita un cenno la locuzione de presen (v. 56) adope- 
rata anzi che nel significato di « subito, tosto » nel senso di « in 
presenza ». Non v'ha dubbio, infatti, che i v. 53-55: 

mas d' aizo non dopt eu, 

Q' hom in infern posca aprendre tan gen 
Servir a Dieu, qon qi • 1 ve de presen 

si fanno molto piij chiari, se interpretiamo, com' io penso, de presen 
quale « in presenza ». Come non si hanno che pochissimi esempi di 
quest'uso^), così ritengo che la locuzione, sulla bocca di Girardo, 
sia stata richiamata dalla formola italiana «di presente» (non già 
nel significato temporale, ma locale). 

Percivalle Doria, nei pochi versi lasciatici (nn. XXXI-XXXII) 
ci si presenta come un assai abile verseggiatore. Il sirventese Felon cor 
ai et enic è pieno di efficacia, se non di forza, ed è composto, forse, 
dietro un modello perduto, il quale presentava, con il ripetersi 
di una medesima rima in tutta una strofa, delle vere difficoltà. 
Percivalle ne è uscito vittorioso con un' abilità, che gli va ricono- 
sciuta. Anche la sua lingua è corretta. Andranno sicuramente attribuiti 
al copista Bernart Amoros (o al copista del modello del chierico 
alvergnate) le forme oblique e'is (vv. 21, 23) per e' il e qe'ls 
ipros) per qe' il {prò) (v. 35). La forma gaiart (v. 21) per gaillari 
potrebbe essere dovuta al poeta genovese ( v. la « nota del verso » ), 
ma non si può escludere che sia stata introdotta dallo stesso Bernart 
Amoros. Certi accoppiamenti di parole, come felon et enic (v. I), e 
certe locuzioni, quali creis en ioi (creisser en) al v. 60, ci mostrano che 
egli, bene addestrato nello stile cavalleresco, faceva uso volontieri, 
come gli altri poeti, di espressioni già fatte e divenute tradizionali. 
Sappiamo, del resto, che fu in Provenza (ad Avignone e ad Arles) 



^) Raynouard cita (VI, 17) soltanto un esempio: Paciens a sostener cant 
son de presen els turmens, ed è un caso un po' dubbio. Levy, S. - W., VI, 535-6 
aggiunge due esempi di de presen al Raynouard col senso « gegenwàrtig, jetzt » 
e cita un caso di de presen « eben ». Tuttavia, mi lascia qualche dubbio il 
primo esempio del Levy: « quan es de presen» (Pseudo-Turpino, Zeitscfir., 
XIV, 487). 



— 167 — 

e ciò non fu naturalmente senza importanza per la sua lingua e per 
la sua arte. La cobbola scambiata con Filippo di Valenza ci mostra 
in lui la tendenza a preferire rime difficili. È notevole la voce cip, 
che sta a rappresentare il lat. cibus (v. 30) e che sarà, nel nostro 
caso, un bell'italianismo, e pur interessanti sono le voci trip {v. 1) 
e acip (da acipar) al v. 10, per le quali si vedano le « note » al 
testo ^ ). 

Un discorso alquanto pii4 lungo consacreremo alla lingua di 
Lanfranc Cigala. Insisteremo specialmente su qualche ibridismo di 
ragione italiana. C è in L. Cigala una forma che ha tutta 1' aria di 
un italianismo, ma che non può essere, a rigore, giudicata tale, 
perchè la si rinviene in poeti occitanici. Tuttavia, a farla adottare 
al Cigala può avere contribuito un largo uso dialettale settentrio- 
nale. Voglio parlare del pron. atono dat. plur. // per lor. Lo troviamo 
nel V. 7 del componimento Qan vei far (testo n. XLIII, v. 7): 

Sivals per dir als avols zo qe-il pes. 

La lez. qe'il è data da I K a, dunque da tutti i mss. contenenti 
la poesia (d si trascura per provenire direttamente da K). Le cor- 
rezioni a cui si potrebbe pensare {al avol, non certo inammissibile, 
ma non necessario; o anche qe'ls cioè qe los, che si trova, a ragion 
d'esempio, in Guilhem Anelier: Qu' en van faiditz queren d' autrui 
lur Vida — Qar dreitz no'ls vai ni' Is es razos auzida) ^) cedono 
tutte dinanzi alla constatazione che di // per lor si hanno altri casi 
sicuri. Così, nella Vita di Savaric de Mauleon : Plus fins amics de 
domnas e d' amadors que nuills autres cava/liers e plus envejos de 
vezer bons homes e de far li plazer. In Guillem de la Barra leggiamo 
(P. Meyer, Ree. I, 128, 96-99): 

Los fey venir els volc menar 
En .j. port de mar tan suau 



1) Al V. 64 di Felon cor abbiamo: Deu precqe-us referm. Vedi per questo 
Deu e per la costruzione, la nota al verso in questione e anche la nota al 
V. 8 del nostro testo n. I. 

*) G. Anelier era di Tolosa. Nella Guerra di Navarra abbiamo : los ( vv. 577, 
951 ecc.) e anche les (v. 1892, ecc.) per lor. Del resto, questo los, invece di 
lor, ci porta all'Ovest. Lo troviamo in Abrlls issi 'e mais, di R. Vidal e, ch'io 
sappia, nella Canzone della Crociata degli Albigesi (p. es. vv. 2688, 5057, 
5624 ecc.), nell' Ev. di Nicodemo (mss. catalani) nel Doctr inai (Svchier, Denk- 
màler, p. 254, v. 354: e pueis los fai valensa) e, come si sa, nel guascone. Ascrivo 
quest' uso ad influsso guascone. 



- 168 — 

Hon lunh temps no perirò nau 
Ni vens no lor poc contrastar 

ma i^ ms. ha // (da conservarsi) anziché lor. Insomma, la lezione 
zo qe'il pes, benché paia già a tutta prima singolare e tale sia e 
rimanga, devesi accettare in una poesia di L. Cigala, tanto piìi che 
in dialetti settentrionali italiani non vi ha distinzione, in siffatti 
casi, come si è detto, tra formula plurale e singolare. 

Con qualche esitazione, dipendente, come presto vedremo, da 
altre ragioni, si potrebbe ascrivere fra gli italianismi un onor ma- 
schile (testo n. XXXIII, 17): 

E no-m par q' aia tant d' onor, 
Si tot lo cui 'aver maior. 

Tutti e quattro i mss. che contengono questo componimento, 
hanno lo (I, K, a, d) e, benché uno di essi {d) non abbia, come 
si disse, alcun valore provenendo direttamente da K, restano sempre 
gli altri tre a provare che nel modello^), stava certamente lo, 
anzi che la^). Ora, questo modello fu probabilmente una copia o 
diretta o mediata di un canzoniere messo insieme o dallo stesso 
poeta da un italiano, sicché la forma lo potrebbe anche non essere 
dovuta a un fine verseggiatore provenzale quale fu il Cigala. Ma 
poiché questi non é esente nella sua produzione da qualche italia- 
nismo e poiché lo scambio di genere é uno dei più facili ibridismi 
che si verifichino in testi scritti in una lingua straniera, io registro, 
sia pure esitando, questo lo tra gli italianismi e lo accetto nella 
mia edizione critica. A ciò mi confortano anche un poco due casi ana- 
loghi di Bertolome Zorzi, un trovatore che, per dire la verità, è 
assai meno puro, quanto alla lingua, del Cigala, e cioè: valor usato 
al maschile (ediz. Levy, VI, 23) e anche amor (ediz. Levy, XVII, 6) 
pure maschile ^). 

Del resto, amor si presenta come maschile una volta anche nel 
Cigala (testo n, XL, v. 13): 



1) IKfl derivano direttamente e indipendentemente, per le poesie del Ci- 
gala e del Calvo, da un unico modello, come è fatto chiaro dall' ordine dei 
testi, dall' ordine delle strofe e delle lezioni dei componimenti. 

2) L' Appel, ChrestA, 33 dimentica di registrare da I e K (non s'è servito 
di a) la variante lo e stampa, senz' altro, la. 

3) Per gli italianismi nello Zorzi, si veda: Chabaneau, Rev. d. lang. rem., 
S. Ili, voi. XI, p. 196, A. ROHLEDER, Zu Zorzi 's Gedichte, (Diss, Halle, 1885), 
p. 26 e questo voi. a pp. 173-175. 



— 169 — 

Si cel qi fall agues lo dol ci dar» 
Tot r agr' amors, e' aitan mal si capte, 
Qu' el destreing 1' un e laiss' a 1' autre • I fre. 

Questo el non può riferirsi che ad amors del verso precedente; 
uiide a/72or viene ad essere usato all'italiana. 

Un altro ibridismo (o forse dialettismo italiano?) ^ ), mi pare 
di scorgere nell' uso di pois « se, dato che » col soggiuntivo, mentre 
dopo pois ci aspetteremmo per regola l' indicativo. Trovo infatti usato 
il soggiuntivo in due soli passi di due trovatori genovesi: L. Cigala 
e B. Calvo. 

Il primo scrive (testo n. XXXIII): 

E pos tan granz partz fos mia 

{Escur, V. 25) 

e il secondo: 

Car no crei, pois qu' il entenda 
Con Tarn, e' a merce no'm prenda 

{Ai Dieus, vv. 86-87). 

Sarà dovuta altresì all' uso sintattico italiano la locuzione en 
chantar (v. 1 del testo n. XXXVIII) in luogo di en chantan, come 
ha il manoscritto della Naz. di Parigi n. 856. Si sa che questo ms. è 
stato scritto da un intenditore; il quale però qua è là, a parer mio, 
ha ritoccato il modello. Il valore del ms. parigino è grande; ma, a 
ben guardare, esso è stato esagerato grazie alla bontà delle lezioni 
che codesto manoscritto offre in molti passi dubbi o corrotti. Ora 
codeste lezioni verranno sempre dai modelli, che il copista ha avuti 
sotto gli occhi, procederanno invece, talora, da un' intelligente ini- 
ziativa del copista medesimo? Se ciò fosse, le varianti qua e là sa- 
rebbero sospette. E sospetto mi pare il corretto en chantan, poiché 
IKa paiono essere copia di un manoscritto assai vicino all'origi- 
nale. Vero è che il modello di I K a fu scritto in Italia, sicché en 
chantar potrebbe essere stato messo sul conto del Cigala da un 
amanuense italiano; ma le presunzioni sino a prova contraria sono 



1) Non abbiamo, a parer mio, un italianismo dovuto al Cigala, ma intro- 
dottosi nei mss. grazie al copista italiano del loro modello, nel v. 18 del testo: 
Non sai si-m chant (testo n. XXXV). Quivi si legge: « Q' a guerrers ai • 1 cor 
eils oils amdos ». Ho cambiato nella mia edizione critica e//s in e • /s, persuaso 
che un fine conoscitore del linguaggio aulico dei trovatori, come il Cigala, 
non abbia potuto scrivere altrimenti e che la forma ils sia caduta dalla penna 
di un amanuense italiano al cui pensiero siano apparsi gli ital. /, gli. 



— 170 — 

in favore dell' originalità di questa espressione, che adottiamo 
adunque, contro l' Appel, nella nostra edizione critica. Io vorrei 
anche considerare quale un italianismo la forma di 3.* sing. perf. 
(poiché si tratta certo di un perfetto) gardà per gardet, che si trova 
al V. 19 della tenzone con Guilhelma de Rosers (testo n. L). Vero 
è che i ms. I K, che valgono però per una sola forza, hanno 
garde[t] (e, data l'enclisi, garde'ls), ma che la lezione originaria 
sia gardà (garda'ls) parmi provato dal trovarsi codesta forma di 
3/ perf. in codici di due famiglie: M e Oa. Anche lo Schultz-Gora 
{Prov. Dichter., p. 27) ha accettato la lezione garda. Ora, di perf. in -a 
3." pers. danno esempio i testi guasconi (se ne trovano anche in 
Daiirel), ma di guascone non è qui il caso di parlare. Si potrebbe 
pensare al francese, se non sovvenissero i dial. settentrionali italiani. 
Nel grande ms. provenzale estense ho avuto altra volta occasione 
di rilevare un baissa per baisset (Studi mediev., Ili, 647).^); ma per 
quanto concerne il Cigala, lo stesso dialetto genovese ci darà la 
chiave. Mi basterà ricordare il seguente passo della Passione edita 
dal Parodi {Arch. glott. ital., XIV, 33, 41 ): « quando Cristo ave zo 
dito, si vegne un delli servi di quello Anna, e si leva la mam e si 
de a Criste una grande maschaa su la massella » o anche il se- 
guente: « si se Ilo fé menar davanti e si lo incomenza a demandar 
(ib., 33, 34) » perchè il lettore veda che un garda per gardet, è 
spiegabilissimo, e scusabile, nel Cigala. 

Oltre a qualche italianismo, parrebbe, a giudicare almeno dalla 
tradizione manoscritta, che il Cigala si fosse permesso alcun leg- 
gero francesismo, p. es. antre (prov. entre) che figura al v. 23 del 
componimento E mon fin cor (testo n. XXXIV) e che il copista 
di I ha mutato in aatre, mentre i copisti di K e a l'hanno reso tale 
e quale. Si tratta di un leggero sospetto (e questa è la ragione per 
la quale introduco nel testo critico la correzione entre)^), ma esso 



1) Poiché si tratta di una tenzone di Marcabruno, ci si può però doman- 
dare se baissa non sia un guasconismo, anzi che un italianismo; ma il grande 
ms. prov. estense contiene, come si sa, buon numero di italianismi e, d' al- 
tronde, un perf. in -à nella lingua dei trovatori guasconi, che componevano 
in provenzale illustre, è sempre difficilmente ammissibile. Questi perf. in à si 
hanno, è vero, anche nel Guillaume de la Barre (Chabaneau, Rev. d. lang. 
rom., XL, 576), ma altro è la lingua lirica, altro è la lingua dell' epopea. 

2) In K r Appel ha veramente letto {Prov. Ined., p. 181) autre ; ma per 
quanto 1' n non sia distintissimo, parmi bene (ho sotto gli occhi una fotografia) 
che non si possa leggere altrimenti che antre, come in a. 



— 171 — 

trae qualche apparenza di verità anche dall' aversi nella poesia che 
incomincia Raimon Robin un avec (v. 14 mss. aver) che, per non 
essere un francesismo dovrebbe essere cambiato in avei^). Ci sa- 
rebbe anche un bica, attestato dai tre mss. che contengono il 
componimento, nel testo n. XXXV, v. 7. Non v'ha dubbio, dato 
l'accordo dei codici, che questo bien stesse nel modello, da cui i 
tre mss. vengono indipendentemente e direttamente; ma crede- 
remmo difficilmente che siffatto francesismo si trovasse nell'originale 
medesimo del Cigala. Questi fu troppo esperto, secondo noi, in fatto 
di lingua provenzale, per permettersi un sì forte barbarismo ; ond' è 
che nel testo critico ristabiliamo la forma ben senza esagerate pe- 
ritanze ^). 

È Bonifacio Calvo uno dei trovatori piìi corretti, quanto alla 
lingua, fra gli italiani; ma non si può consentire con il benemerito 
suo editore nell' affermare che « nessuna traccia d'influenza ita- 
liana » sia avvertibile nelle sue poesie. Poco o quasi nulla, se si 
vuole, ma non possiamo dire a dirittura nulla. Nel componimento 
che incomincia Qui a ialen de donar (ediz. Pelaez, n. Ili) leggiamo 
(vv. 20-21): 

qu' avers e honors prezafz 

vai mais que nuls autres bes^). 

Ora, questo honor maschile è un vero e proprio italianismo, 
degno di Bert. Zorzi. Non è un italianismo, ma è un barbarismo 
il pron. /■/ (mas il-No'm socor)'^) in rima con abril, humil, sein- 
gnoiil. Un caso interessante di disaccordo si avrebbe nei primi 
versi del componimento n. IX (ediz. Pelaez): 

Per tot zo c'om sol valer 
e esser lauzatz, 
desval et es encolpatz 



1) Poiché questo componimento non è edito, più innanzi, nella nostra 
larga scelta dei testi del Cigala, dirò che il verso suona: Q' auer (corr. avec 
avei) orgueil desavinen felon, ecc. Noto, però, che il passo è oscuro. 

2) Registrerò qui in nota qualche altro tratto interessante della lingua del 
Cigala. Abbiamo un fut. in -et (tairei XLIII, 17) e uno in -é (cobleiaré XLVI, 
2). Si ha anche qualche caso di elisione all'italiana. 

3) Leggo e honors, mentre i mss. hanno el honors, I K, els honors a; ma, 
in a, -Is sono un' aggiunta posteriore. Onde e è attestato anche dalla tradi- 
zione manoscritta oltre che dall' avers, che precede, senza articolo. Pelaez ha 
e r honors. Cfr. Levy, Liter., XIX, 29. 

*) Er quan vei, ediz. Pelaez, n. Il, v. 32. 



— 172 — 

se, accettando una proposta del Levy (Literat., XIX, 30) mutas- 
simo il e' om dei tre mss. (anche a ha com) in que. L'emendamento 
del Levy è certo ingegnoso, ma forse non assolutamente necessario, 
lo non accondiscendo a questa sostituzione, perchè la lezione dei 
codici non mi par tale da doversi rigettare. Bisogna, a mio avviso, 
prendere il d [que] quale avverbio relativo {per cui) '). Onde questo 
supposto disaccordo (maschile -alz e neutro zo) non esiste di 
fatto. 

Una forma interessante per l'articolo è data dal v. 36 del 
componimento Qui a talen de donar. Quivi leggiamo: 

que can deuria poignar 

el rei de servir 

(ed. Peiaez, n. Ili) 

Lo Schultz-Gora propone di stampare deservir (Zeiischr., XXI, 
571 ), La correzione, per quanto lieve, non è necessaria, a parer mio. 
Tutto sommato, credo che il senso non possa essere, come bene 
vide il Mila, che questo: «quando dovrei sforzarmi di servire il 
re » ^), cioè Alfonso X di Castiglia. Ora, el non è articolo proven- 
zale, ma spagnuolo; onde si capisce che la locuzione « el Rei» 
per il celebre Alfonso è stata trasportata dal castigliano nella 
poesia del Calvo. Infine, può considerarsi per un certo rispetto 
quale un italianismo un qals, senza articolo, che si trova in una 
particolare funzione nel testo n. LX, 1 (vedasi la nota al verso). 

Luchetto Gattilusio ci ha lasciato troppo pochi componimenti 
(due sirventesi e alcune strofe d'una tenzone con Bonifacio Calvo), 
perchè sia possibile dare un giudizio sicuro sulla sua lingua. Dai 
saggi rimasti egli non appare, però, completamente libero da in- 
flussi italiani. Cosi nel compon. Cora q' eu fos (testo n. LXIV) scrive 
al V. 34: zo qe' l rei[s] diz espes, adoperando una voce (espes) che in 
questo senso è un vero e proprio italianismo spesso). II testo è 
conservato da due manoscritti {a ed e) e mentre il primo dà 
espes, il secondo ha espres (« expressum »), ma questa seconda 
lezione pare esclusa dal fatto che la rima è in e stretto {demanes: 
espes)^). 



1) Cioè: « Per tutto ciò, per cui alcuno fu solito essere lodato, ora egli 
discende ed è incolpato ». Inutile dire che sol ha qui il senso di perfetto, 
come in molti altri casi. Vedasi la nostra « nota » al testo n. XXVI, v. 34. 

2) Mila' y Fontanals, Trov. en Esp., (Obras, II), p. 205 traduce infatti: 
« pues cuando deberia esforzarme para servir al rey ». 

3) Vedasi, in proposito, ciò che dice lo Jeanroy, Romania, XXXIII, 611. 



— 173 — 

Vero è che in un trovatore italiano si potrebbe ammettere una 
rima ès : és (di cui ha esempi Bert. Zorzi); ma Luchetto Gatti- 
hisio appunto ha evitato, a quanto è lecito arguire dai pochi suoi 
versi, questa irregolarità'). 

11 poeta, che si è permesso maggiori italianismi, è Bertolome 
Zorzi. Anzi tutto, troviamo nei suoi versi un certo numero di sogg. 
della I coniug. (1.'' e S."" sing.) in -a, il che va considerato come 
un ibridismo di ragione veneta e anzi veneziana^). Vi abbiamo: 
■ <trena (Be'is tank que d'un chant l' estrena IV, 9; ediz. Levy), 
lida : iiblida V , 11 intra X\, 8; autreja XV, 5; espleja XV, e 27, 
e qualche altro caso^). Un italianismo è senza dubbio valor usato 
quale maschile (e sobriers — Sos valors VI, 23-24) come avviene 
di amor (qii'el [AmorsJ es en lui [cor] assis XVII, 6). Il vocabolo 
jois si presenta ambigenere in I, 37-40: 

Que '1 plus elegs 
lois mondanz es dolors 

Tan desleials, 
Qom hom plus l' a compitela ....•*) 

Può, forse, essere considerato quale un italianismo un mia 
(forma tonica) senza articolo {de mia entencio, testo n. XV, ediz. 
Levy, V. 44), e anche un cortes al femminile {francha, bella e cortes, 
Levy, n. XVII, 15) ricorda l'ital. fem. « cortese ». V'ha poi un gaudet 
(Levy, XI, 17), che metterei col Suchier ^), in compagnia dell' ital. 
«godette» e anche un «preisons» (Levy, VIII, 36), che significa «pri- 
gioniero » e che richiama alla mente l'ital. « prigione ». Nel compo- 
nimento n. LXVIII si ha una locuzione que' s dira (v. 84), nel senso 
di « che cosa si dirà, che cosa la gente dirà ». È un'altra partico- 
larità degna d'essere messa in evidenza, per la sua ragione italiana. 
Vero è che questa espressione si presenta nel ms. I sotto la forma 



1) Nello stesso componimento, e' è la rima -és {-ensem) con il succedaneo 
di est (es), ma si sa che, malgrado il lat. èst, es ha in provenzale 1' e chiuso 
(e anche in ant. francese, cfr. Meyer-Lubke, Rom. Gram., II, § 211). Dunque 
Luchetto si informa, anche qui, all'uso buono e corretto. 

-) Vedansi, a ragion d'esempio, forme di sogg. della 1 -a nelle Storie tebane 
(Bergamo, 1905) edite dal Savj-Lopez p. xxxviii (cfionta ; perdona ; scanpa, ecc.). 
Si ha anche un dona (14^) nel Tristano veneto. ViDOSSiCH, in Studj romanzi, 
IV, 90. 

3) Levy, Bert. Zorzi, p. 85. 

M Cfr. Chabaneau, Rev. d. long, rom., S. Ili, voi. XI, p. 196. 

5) Suchier, Litterariscfies Centralblatt, 1884, col. 1761. 



— 174 — 

di qiie's diran, cosicché la locuzione non può essere citata che sotto 
riserva; ma essa va ricordata, perchè non è senza interesse anche 
se andrà messa sul conto di un copista italiano'). 

Nell'ordine lessicale, si ha un italianismo in bevanda (in rima 
con Irlanda), su cui è ora da vedersi il D'Ovidio, Stiidj romanzi, 
X, 124 e se ne ha un altro in sobrandar (testo n. LXVII, 27). 
Infine, il verbo s' asentar, che Bert. Zorzi adopera nel componi- 
mento Entre totz mos cossiriers (Levy, n. VI) e precisamente al 
v. 64: 

Que nulhs aips de lausengiers 
14 En mi non s'ertz ni s' asenta 

è un italianismo, anzi un venezianismo. Vero che lo Stichel regi- 
stra un altro esempio di questo verbo in una poesia di Peire Car- 
denal ^), ma si tratta di una lezione dovuta al copista veneto di 
T ^), poiché allo stesso luogo il ms. L ha asetatz. Con asentar, 
risaliamo alla base sedentare, che è propria di Ferrara, di Venezia, 
di Brescia, del friulano e del tirolese'*). Questa base é in lotta ora 
con quella di sedere, cioè con la parola letteraria, e va perdendo 
terreno; ma é ancora molto diffusa e dovè stendersi per il passato 



1) Nello Zorzi si hanno irregolarità d'altro genere, e non soltanto italia- 
nismi, meglio, venezianismi. Così, abbiamo la locuzione non...pas, (testo 
n. LXVI, V. 34) che fa pensare subito al francese. Si noti che 1' abbiamo anche 
nella 2.» redazione del «Tesoro» di Peire de Corbian (ediz. Jeanroy-Bertoni, 
p. 4). Nel testo, già ricordato, n. LXVIII, v. 22 abbiamo reirar per retraire, 
come anche nel comp. (ediz. Levy) II, 40. Ora, questa forma si trova anche in 
Peire Milon e nel pianto in morte di Re Roberto (Bartsch, Denkmàler, 51, 1). 
Essa è tuff altro che comune. — Nella Biogr. II, scritta in Italia, si ha pure 
qualche italianismo, come sa terra, dove sa sta per « illorum », e ven apelatz, 
che può essere mandato con ven apelat (ms. a) della biogr. I di Bordello (De 
Lollis, p. 147). Tuttavia, pur riconoscendo in questo ven, per ragioni facil- 
mente comprensibili, un italianismo, non voglio lasciare di notare che in un 
testo scritto, pare, nella Provenza propriamente detta e copiato da un cata- 
lano, cioè il dibattito dell'anima col corpo, si legge (vv. 821-822): Ab aytant 
le fìly Dieu Jhesus — Vene clavelat[z] [sus] en la eros. Ediz. L. E. Kastner, 
in Rev. d. lang. rom., XLVII, 30 sgg. Cfr. Coulet, in Rev., cit. voi. cit. p. 141 
e Bertoni, in Annales da Midi, XXIV, (1912), estr. di pp. 16. 

2) Stichel, Beiirdge zur Lexicographie des altoprov. Verbums, Marburg, 
1890, p. 16. 

3) Ritengo, infatti, veneti i due copisti di T. 

*) Un'altra grande zona di sedentare, della quale naturalmente non pos- 
siamo tener conto in questo luogo, trovasi costituita nel territorio iberico. 



— 175 — 

anche per l'Emilia. A Parma abbiamo ancora il rappresentante di 
scdcntare allato a quello di sedere, insomma, s'asentar è una forma 
italiana e possiamo anzi aggiungere che nello Zorzi essa va consi- 
derata come un elemento lessicale di Venezia ^). 

Nel sirventese di Galega Panzano abbiamo una parola, che 
richiede qualche commento: voglio dire eaìmen al v. 2 {piagner 
liir eaìmen, testo n. LXVl). Lo Schultz-Gora vorrebbe sostituirvi 
tra'imen ^), mentre lo Jeanroy ha mantenuto la lezione del mano- 
scritto ■^), come ho fatto anch'io nei miei « Trov. minori di Ge- 
nova » p. 30 e come faccio ora nella nuova edizione del prezioso 
testo. Egli è che cainien più che provenzale è forse genovese, in 
quanto è un derivato dell' a. genov. cair, cai {ca[d]ire) e, se lo 
consideriamo come uno di quegli ibridismi pei quali acquistano 
una loro speciale fisionomia le liriche provenzali di alcuni trova- 
tori italiani, troveremo che non v'è ragione di non attenersi al 
codice. 

Paolo Lanfranchi ha un italianismo: vene a vezer (n. LXIX, 4) 
che non ha bisogno di chiosa. Troppo poco ci ha lasciato disgra- 
ziatamente Ferrarino da Ferrara (testo n. LXX). Su qualche suo 
barbarismo richiameremo l'attenzione del lettore nelle « note » al 
testo. Qui ci terremo paghi ad avvertire che il suo componimento 
ha un arduo giuoco di rime e a ricordare in esso le forme trezor 
e or ai vv. 37 e 38, le quali, trovandosi nella proposta di Raimon 
Guilhem, potrebbero essere francesismi anzi che italianismi ■*). 

Il « Pianto » o meglio, il « chanplor » in morte del Patriarca 
d'Aquileja, Gregorio da Montelongo edito più innanzi al n. LXXV 
App. è singolarmente scorretto, quanto alla grammatica e quanto 
al lessico. Senza troppo insistere sui frequenti strappi alle regole 
della declinazione (plen, invece di plens, al v. 28; enperaire al 
V. 41, filz al V. 60, ecc.), noto la forma patriarehe al nom. plur. 
(v. 62), che sarà un italianismo o un latinismo, e il sogg. pres. 



1) JABERG, Sprachgeographische Untersuclmngen {S'asseoir), in Arch. f. d. 
St. d. n. Spr. u. Ut., CXXVI, 372, n. 4; 376. 

2) Sternfeld e Schultz-Gora, Ein sirventes von 1268 cit., p. 3, n. 2. 

3) Jeanroy, Un sirventes cantre Charles d'Anjou cit., p. 2. 

*) È riboccante di italianismi la biografia provenzale di Ferrarino, com- 
posta certo da un italiano. Si sa che molte altre vitarelle di trovatori furono 
scritte in Italia (e alcune furono, per lo meno, rimaneggiate in Italia). Per la 
questione, si veda: Bertoni, Studi medievali, III, 643, n. 3. Di nessuna utilità 
è lo studio recente dello Zanders, Die altprov. Prosanovclle, Halle, 1913. 



— 176 — 

3 pers. sing. dejfcndc, per dejfenda, v. 52. Si tratterà, forse, d'un fran- 
cesismo. Anche savon (v. 35) mostra nel sikj -v- (invece di -b-) 
un tratto della fonetica alto-italiana, forse dovuto al copista. Sono 
poi da notarsi i vocaboli arreras, indietro, al v. 38, perdaire al v. 11, 
contraire al v. 6. La forma saura (saprà) al v. 12 non è punto re- 
golare. Quanto poi ad alegor v. 28), io lo conservo tal quale (e 
non lo muto in alegror, che sarebbe ad ogni modo una voce nuova 
in provenzale) considerandolo come un deverbale da alegorar. Tra 
le espressioni più singolari e lontane dallo stile cavalleresco dei 
trovatori, va registrata quella che si legge al v. 48 ( Que non au- 
savon vezer V aire), che significherà semplicemente « mostrarsi, farsi 
vedere » ^). 

Alcuni italianismi si trovano anche nel « pianto » anonimo in 
morte di Manfredi (n. LXXVI App. ). Come esso è conservato in 
due mss. di origine italiana (IK), cosi riesce difficile dire se gli 
italianismi risalgano all'autore o a qualche copista, tanto piìi che 
il componimento, composto in Italia dopo il Novembre del 1272, potè 
correre per la penisola, prima di trovare ospitalità nella fonte per- 
duta di IK, e di qui in 1 K, proprio sul finire del sec. XIII. Non 
ci sorprenderanno, in età così tarda, le infrazioni alla declinazione 
(v. 22 bos seignor, v. 46 mon sirventes); ma non lasceremo di 
notare che un semo al v. 13 non è punto corretto, poiché ci si 
aspetterebbe il sogg. semona (cfr. ai vv. 11 e 12 apel e fass{a)). 
Si può ammettere, se si vuole, che vi si abbia una costruzione 
quasi a senso, per la quale il pensiero si arresti dopo il v. 12; 
ma non v'ha dubbio che una negligenza in questo semo l'abbiamo, 
piccola o grande, e non v'ha dubbio altresì che essa vada attri- 
buita all'autore. 

Al V. 24, i due mss. danno anam, invece di anem, e al v. 26 
anem invece di anam. Credo che qui non si abbia che uno scambio 
dovuto a un copista italiano. Notevole è altresì il trobe{Ì)ran del 
V. 29 (per trobaran), sebbene altri esempì di futuro della I co- 
niug. in -e- non manchino, e pii4 notevole è al v. 44 ve'n (cioè 
ve ne) invece del corretto vo'n. Tutto ciò potrebbe essere opera 
di un copista, ma semo è dovuto, invece, certamente all'autore. 
Eppoi, perchè proprio fra tanti componimenti copiati (e anche 
composti) in Italia e conservati in I K, gli italianismi si sarebbero 



*) Il senso del passo è: «i malvagi non osavano mostrarsi». Nei dial. 
emiliani la locuzione «non veder l'aria» significa «star tappato in casa». 



— 177 - 

sopratutto insinuati, neppure a farlo apposta, appunto nel nostro 
testo? Per altre poesie, la lezione di IK ci dà qualche tratto ita- 
liano, ma non così stridente come per il pianto di Manfredi. In- 
somma, è molto verisimile che l'autore ne sia un italiano. 

Noi saremmo giunti alla fine del nostro esame linguistico, se 
non esistesse un'ardua questione, dinanzi alla quale è nostro dovere 
sostare, prima di accingerci allo studio dei manoscritti contenenti 
poesie dei trovatori italiani (Cap. IV). La questione concerne la 
lingua delle così dette poesie religiose, edite da E. Levy ^), e delle 
liriche di Peire Milon, pubblicate da K. Appel ^). 

iWolti sono gli elementi estranei alla lingua illustre dei trova- 
tori, quale noi conosciamo dal complesso delle loro poesie, nei 
citati componimenti religiosi e in quelli di Peire Milon. In varie 
particolarità, l'anonimo autore delle poesie religiose e il Milon si 
accordano in modo singolare; in altre si staccano l'uno dall'altro. 
Degli accordi e dei distacchi dei due autori, in ciò che essi hanno 
di peculiare di fronte alla lingua illustre trobadorica, daremo qui 
rispettivamente due tabelle, le quali serviranno a mostrare al lettore 
la complessità del problema che ci tiene occupati. 

I. Accordi fra la lingua delle poesie religiose e quella 
usata da Peire Milon. (Registriamo i casi pili importanti e carat- 
teristici). 

a) V -a è sostituita qualche volta da -e. Poesie relig. (Levy, 
p. 21): malvaixe 174, ire 273, bone 1200, ombre 2676, ecc. Peire 
Milon (Appel, p. 202): ire Vili, 20; aighe VI, 43; graces Vili, 40 
(e forse anche contraire II, 12). 

b) Non abbiamo Ve prostetico din. a s iniziale impura. 
Poesie relig. (Levy, p. 10): schernida 278, sc/mt 1548, sposa 1262, 
strada 251, stella 1602, ecc. ecc. Peire Milon (Appel, p. 202): 
volgues star II, 26; apres scur tenips VI, 32, speritz IV, 47 (tutti 
casi confermati dalla misura del verso), ecc. 

e) Rime di -n stabile con -n instabile. Poesie relig. (Levy, 
p. 26) plens : serpens 316, gariQon: mon 340, ecc. Peire Milon 
(Appel, p. 203) fa rimare mon IV, 7, respon IV, 43 con chanzon, 
razon, ecc. , 



1) E. Levy, Poésies religieuses provengales et fran^aises du ms. extravag. 
268 de Wolfenbuettel, Paris, 1887. 

*) Appel, Poésies provengales inédites tirées des manuscrit d' Italie, in Rev. 
d. lang. rom., XXXIX (1896), p. 187 sgg. 

12 



— 178 — 

d) Caduta di s finale e quindi confusione di tipi nomina- 
tivali e accusativali. P. Milon: irose' a la fis. Appel, p. 203 Per le 
poesie religiose, vedasi pure Appel, p. 411. Abbiamo, altresì, come 
tratto comune, il tacere di -tz, così che nelle poesie religiose si 
ha: deia, avia, aiiria per deiatz, aviatz, auriatz. 

e) Amor e altri vocaboli in -or usati al maschile. Poesie 
religiose: lo seu amor 412; aiquel dolors 1906; tot boti sabors 
1940, ecc. Peire Milon: l'amor sos I, 39; amor non ai agutz IV, 
32, ecc. 

/) Dols e cortes usati, senza -a, come agg. femminili. Levy, 
p. 11 ; Appel, p. 211. 

g) 3.* pers. del singolare usata per la 3.'' plurale (e, più 
raramente, il caso contrario). Levy, p. 15; Appel, p. 211. 

h) Forma seia per sia. Levy, p. 25; Appel, p. 201. (Si trala- 
sciano alcune altre particolarità di minor conto che si possono ve- 
dere neir Appel, p. 211). 

IL Divergenze linguistiche fra le poesie religiose e le 
liriche di Peire Milon. 

a) In Peire Milon -ata si sviluppa per -ea , -eia (prea, privea, 
alea, conirea, valeia, ecc.). Nessuna traccia di questo fenomeno nelle 
poesie religiose. 

b) Nelle poesie religiose, la vocale sopra tutto tonica appare 
spesso foderata di un /, p. es. umeltat in rima con lait ; ancair, 
veira, poit, groisas ecc. Nessuna traccia in Peire Milon. 

e) È di regola la caduta della dentale intervocalica in Peire 
Milon. Questa caduta è eccezionale nelle poesie religiose. 

d) Le poesie religiose non distinguono, alla rima, fra e e 
chiusi aperti. Peire Milon si attiene all' uso corretto trova- 
dorico. 

Quali conclusioni si possono ricavare dalle due tabelle che 
abbiam poste sotto gli occhi del lettore ? Una, almeno, pare a 
noi si imponga. Ciò è che la lingua delle poesie religiose e quella 
di Peire Milon, pure presentando caratteri comuni, si differenziano 
in punti troppo importanti, perchè sia possibile ritenere il Milon 
autore delle poesie religiose. 

Alcuni dei tratti messi in evidenza paiono essere veramente 
italianismi (p. es. tab. I, b; I, e; I, f; I, g) ^), ma altri, quello della 



*) Gli italianismi paiono sopratutto numerosi nelle poesie religiose. 11 
Levy li ha passati in rassegna nelle pp. 13-17 della sua stampa. Ricorderò: 



— 179 — 

tab. II. lett. a, concernente Peire Milon, non si direbbe tale. Infatti 
-ata diviene -aja in un largo territorio del Sud-Est dei dominio lin- 
guistico francese e quest' -aja mentre si fa -aje in qualche luogo, in 
altri, grazie all' influsso di j sulla tonica, si fa -eja, (per es. a Bourg 
e a Trevoux nell' Ain. Anche nel Delfinato abbiamo il part.in -ea, 
-eia ^). Il fenomeno I,a può essere, o potrebbe essere, dovuto ad 
influsso francese nella lingua dei due autori (poiché si tratta dunque 
di due autori distinti). Altra volta, a me era sorrisa l'idea che 
Peire Milon fosse piemontese e avesse scritto in una lingua alla 
cui base stesse una parlata provenzale o franco-provenzale del Pie- 
monte ^). M'ero anzi imbattuto in un Milo in una carta saluzzese 
del principio del sec. XIII e ad esso avevo fatto un' accoglienza, 
che ora non gli ripeterei più ^). Il De Bartholomaeis, a quanto par 
lecito desumere da poche sue linee, riconoscerebbe nelle peculiarità 
linguistiche di Peire Milon il valdese '*) ; e a ciò, in fondo, non si 
opporrebbe forse neppure 1' Appel (p. 216), il quale, però, si tien 
pago prudentemente a pensare, per la lingua del Milon, a un dia- 
letto alpino « ou du coté frangais, dans les départements Hautes- 
« Alpes, ou Basses-Alpes, ou du coté italien, dans le voisinage de 
« ces départements ^) ». 



// per lor (p. es. « Tant // piai la folors » 514); imp. sogg. I in -as, invece di 
-es (donason, ecc., benché il tratto non sia ignoto al provenzale, in qualche 
varietà); passivo formato con «venire» (uenian mes 1141), ecc. 

1 ) Rimando a P. Meyer, Documents linguistiques du Midi de la France, 
Paris, 1909, p. 116. Gauchat, Romania, XXVII, 279. 

2) Gli italianismi, veri o apparenti, di Peire Milon sono più numerosi di 
quanto appaia dalle nostre due tabelle. Vi abbiamo, p. es., cudai per cudei VI, 
14; tu scamparai, IX, 3, ecc. 

3) Zeitschr. f. rom. Phil., XXXllI, 74, sgg. 

*) De Bartholomaeis, // serv. «Li fot», cit., p. 42. 

5) A sostenere che la lingua di Peire Milon sia il valdese non soccorrono 
i raffronti che si possono istituire con gli antichi testi valdesi e con quel poco 
che conosciamo del valdese odierno. Il plur. // e la 3.^ pers. plur. in -en sa- 
rebbero, s'io ben vedo, i soli tratti aventi qualche valore; ma si tratta di 
fenomeni tutt' altro che decisivi. Sulla lingua degli antichi testi valdesi, si 
vedano: GrUzmacher, in Arch. /. d. St. d. n. Spr. u. Lit., XVII, 404; Barth, 
in Roman. Forschungen, VII, 293; De Stefano, La noble Legon, Paris, 1909, 
p. XXXVI. Per il valdese odierno, G. Morosi, in Arch. glott. itaL,X\, 330 sgg. 
Intorno ai parlari provenzaleggianti del Piemonte, si possono consultare gli 
studi del Von Ettmayer sul dial. di Vinadio {fìausteine zur roman. PhiloL 
Festgabe fur A. Mussafia, p. 211 sgg.), del Salvioni sul dial. di Roaschia(Mé- 
langes Chabaneau, p. 525 sgg.) e del Terracini sul dial. di Usseglio {Arch. 



— 180 — 

Il Levy opinava che la patria dell'autore delle poesie religiose 
fosse da ricercarsi in Italia. Notava egli traccie italiane e fran- 
cesi nella lingua del suo autore e avanzava l' ipotesi che la lingua 
delle sue poesie fosse un prodotto letterario artificiale. Le confor- 
mità, che la lingua di Peire Milon presenta con quella delle poesie 
religiose, parve all' Appel un argomento assai forte contro l' ipotesi 
del Levy. Ma, questo argomento, è esso o può esso considerarsi 
decisivo? Tale, a ben guardare, non lo giudicò neppure I' Appel 
medesimo e tale non sapremmo giudicarlo noi. Infatti, la lingua delle 
poesie religiose può essere un prodotto artificiale, senza per questo 
avere caratteri ben distinti di individualità da un autore a un altro. 
Essa potrebbe essere, con profitto, paragonata alla lingua franco- 
italiana. Si permettevano i vari autori in franco -italiano grandi li- 
bertà, sì che la lingua loro veniva a variare da un' opera all' altra 
senza, per questa ragione, perdere del tutto i caratteri che ce la 
fanno chiamare « franco -italiana ». Che il confronto sia calzante, 
appare da più considerazioni. Perchè non potè formarsi nel sec. XIII 
un linguaggio letterario « italo-provenzale » coltivato da alcuni poeti 
non espertissimi nella lingua di Provenza ? Questo linguaggio, tinto 
più meno di forme e locuzioni occitaniche, a seconda del gusto 
o della coltura degli autori, non è inammissibile, dato il trasporto 
neir Italia settentrionale per la musa provenzale. L' autore delle 
poesie religiose e Peire Milon ne sarebbero stati, è vero, i soli due 
cultori a noi noti ; ma non è escluso che altri poeti 1' abbiano col- 
tivato e che il tempo ci riservi qualche sorpresa, come talora accade. 

Qualche vestigio della formazione di un linguaggio artificiale 
« italo-provenzale » o, meglio, un' ombra di esso si direbbe tro- 
varsi in una canzone detta di Aulivier, che incomincia En rima 
greuf a far ^), nella quale si hanno alcune lievi tracce di stile ca- 
valleresco per lo meno nelle locuzioni seguenti : Tut el servir peri 
(v. 11), eu las Qaitif (v. 21), or m' e faglia (v. 41), ecc. Esami- 
nato più addentro il componimento, esso non mi ha svelato, a dir 
vero, nulla che non possa essere di antico alto-italiano. 

Venendo ai nostri testi, dirò che forse non è data sufficiente 



glott. ital., XVI, 1 sgg. ). Recentemente alcune particolarità fonetiche sono 
state osservale nei dial. provenzali del Piemonte da K. Jaberg (Etrennes hel- 
vétiennes, 1911-13, p. 49 sgg.). Nulla si ricava da questi lavori, che valga a 
schiarire 1' oscura questione. 

1) MUSSAFIA, Riv. difilol. rom., II, 65; MONACI, Cresi, ital., II, 494; BER- 
TONI, Romania, XLII, 443. 



— 181 — 

importanza a un tratto comune alla lìngua del Milon e dell' ano- 
nimo delle poesie religiose, e cioè all' uso di adoperare la 3." sing, 
del verbo per la 3.'' plurale (Tab. I, g). Questo tratto ci trasporta 
nel Veneto, dal quale non ci distoglierebbero altri fenomeni, cosi 
gli italianismi come i francesismi. Persino la finale -ea {-eia) fa 
capolino nei testi franco-italiani, il che non pare senza importanza 
per la lingua di Peire Milon. 

Tutto ciò non costituisce naturalmente una prova. È un fatto 
che la questione si presenta, allo stato delle nostre conoscenze, 
come insolubile. L'italianità di Peire Milon e dell'autore delle poesie 
edite dal Levy può essere, con buoni argomenti, contestata, ma con 
altre e non meno buone ragioni propugnata. Ammessa poi eventual- 
mente quest'italianità, resterebbe da risolversi l'altra questione, se 
il nome di Peire Milon sia da ricercarsi in documenti del Piemonte 
del Veneto. 

Insomma, il problema, in sèguito alle nostre considerazioni, anzi 
che restringersi, si è allargato! 



IV 

Manoscritti Provenzali 
contenenti poesie di Trovatori Italiani 



IV 

MANOSCRITTI PROVENZALI 
CONTENENTI POESIE DI TROVATORI ITALIANI 



Le sillogi trobadoriche, depositarie delle poesie dei rimatori ita- 
liani in lingua provenzale, sono, salvo per qualche testo isolato, 
quelle medesime che ci hanno conservato nel suo complesso il pa- 
trimonio lirico dell' antica letteratura provenzale. 

A e B - Con la sigla A ^) si designa il ms. Vatic. 5232, scritto 
a due colonne, da una stessa mano, in elegante semigotico. Edi- 
zione integrale diplomatica, a cura di A. Pakscher e C. De Lollis, 
in Studj di filologia romanza, III. Roma, 1891. Due carte del ms. 
sono riprodotte in facsimile nella raccolta del Monaci, Facsimili di 
antichi manoscritti nn. I-II. Parecchie postille marginali, che indi- 
cano qua è là al miniatore i soggetti delle vignette, sono dovute a 
un veneto, e venete sono le miniature medesime di vivace colorito. 
Il ms. appartiene alla fine del sec. XIII o al principio del secolo 
seguente. Se veramente il copista di questo manoscritto fu italiano, 
come si crede, bisogna ammettere che abbia avuto 1' abitudine di 
trascrivere modelli francesi e provenzali e abbia uniformata, o di 
proposito inconsciamente, la sua scrittura a quella dei suoi esem- 
plari, perchè il carattere del cod. A si presenta alquanto angoloso ed 



') Indico le sillogi provenzali con le sigle, ormai celebri, del Bartsch 
(1872), e ne adopero altre, naturalmente, quando si tratta di manoscritti 
venuti ad aggiungersi in processo di tempo, attenendomi sempre, quando posso, 
all'uso comune. Non mi propongo di dare una vera e propria descrizione dei 
manoscritti, ma di metterne in evidenza i caratteri che giovano agli scopi 
del mio lavoro. Per informazioni più minute sul formato, sul numero delle 
carte, ecc., rimando al Groeber, Die Liedersammlungen der Trobadours, in Ro- 
manische Studien, II, 337 sgg. 



— 186 — 

è ben lontano dall'avere quella decisa impronta d' italianità, che ha 
la scrittura di altre sillogi, quali D, H, S e parecchie ancora. Inoltre, 
la nota tironiana, rappresentante et ha talora un taglio, che è caratte- 
ristico degli amanuensi francesi e che sinora non ho trovato mai in 
mss. italiani, salvo per eccezione e saltuariamente in alcuni copiati 
direttamente da modelli francesi ^). Per i codici scritti nella Francia 
meridionale il taglio non costituisce una vera e propria caratteri- 
stica, ma vi si trova (o vi si può trovare) in iscala però di gran lunga 
minore di ciò che accade per i manoscritti francesi, nei quali sul 
finire del sec. XIII s'era fatto già comune^). Il cod. A non pre- 
senta neppure forme o grafie italiane decise, che valgano a pro- 
varci, al disopra d' ogni congettura, come avviene per altre sillogi, 
l'italianità dell'amanuense^). 

Insomma, non si può escludere che il copista di A sia stato 
un provenzale, che abbia scritto da un capo all' altro il codice in 
Italia per qualche signore (poiché il codice è di lusso) e che questi 
ne abbia fatto miniare le iniziali, dando in italiano, nei margini, 
all' artista i soggetti delle miniature. Il ms. A deriva, quanto al suo 
contenuto, secondo le conclusioni del De Lollis, da una silloge 
maggiore (che non può essere stata messa insieme, a sua volta, 
prima del terzo o quarto ventennio del sec. XIII, perchè conteneva 
poesie di trovatori quali Bordello, Bertran del Pojet, e, forse, Ber- 
tolome Zorzi)^), silloge, da cui discende direttamente anche un 
altro ms. detto B (Bibl. Nazionale di Parigi, f. frane. 1592 sec. XIII 
ex. o XIV in.). A non è, però, una copia integrale del manoscritto 



^) Così, nel ms. prov. D la nota tironiana compare sempre senza taglio, 
eccezion fatta per alcune poche liriche (in tutto due o tre) della sezione fran- 
cese (e. 219^-220»). Il copista italiano riprodusse, in siffatto caso, material- 
mente ciò che aveva sotto gli occhi. 

2) Per esprimermi più chiaramente, dirò che la presenza della nota tiro- 
niana tagliata parla per la Francia; l'assenza di essa non dice, sino al sec. XHI, 
nulla di importante; ma sul finire del sec. Xlll, e sopra tutto dopo, parla piut- 
tosto per r Italia, quanto alla patria dei manoscritti. 

3) Tuttavia, qualcosa qua e là dà da pensare. Cosi, nelle varianti dei 
nostri testi sì troverà un setz siete XII, 11 e un uan (=n'an) XVIII, 23. Ma 
questi e altrettali casi non sono decisivi, sopratutto quando si ammetta che 
un copista, anche provenzale, scrivesse in Italia e non fosse ignaro d'italiano. 
Inoltre, a proposito di uan, si noti che u e n somigliano spesso molto nel ms. 

*) Il De Lollis si mostra disposto ad ammettere che le poesie dello Zorzi 
siano passate in A da un' altra diversa raccolta perduta. Può essere, ma la 
congettura non appare necessaria. 



— 187 — 

maggiore dal quale proviene, perchè B, che ha soltanto 205 compo- 
nimenti (mentre A ne ha 626) contiene alcuni testi (Dieiis vera 
Vida di Peire d' Auvergne; De nuilla reti di Cadenet; Si' m fai amors 
di Blacasset) che invano si ricercherebbero in A. Tuttavia, se non 
copia integrale, A deve avvicinarsi molto a una trascrizione com- 
pleta, perchè non si capirebbe altrimenti come all' amanuense di B 
fosse accaduto così di rado di copiare testi rigettati da A. 

Copia di A è A' (Bibl. Brera a Milano AG. XIV. 49) di mano 
italiana del sec. XVI. Non si sa a quale erudito cinquecentista sia 
dovuta questa copia d' una franca e decisa scrittura che possiam 
dire ancora umanistica^). 

C - 11 ms. C (Bibl. Naz. di Parigi, f. fr. 856) può ritenersi 
copiato nel primo trentennio del sec. XIV. Il testo piij recente, che 
si possa datare, è quello di Guiraut Riquier Ben degra de chantar 
(e. 307), il quale fu composto nel 1292. 

A giudicare da un fenomeno assai importante (-// rappresen- 
tato da -Ih, p. es. castelh, auzelh, ecc.), lo scriba parrebbe d'ori- 
gine catalana^). Se ciò fosse, bisognerebbe ritenere questo copista 
molto avvezzo a trascrivere documenti provenzali, perchè mancano 
altri catalanismi, veri e propri, nel manoscritto ^). Tuttavia, vi si 
trovano alcuni fenomeni (p. es. qualche rara forma in -au per la 
"ÒJ" pers. plur. dell' ind. pres. dei verbi « dare, stare », ecc.; -tz 
conservato; talora la fin. in -/ per la 1.* pers. sing. ind. pres., 
p. es. pregai; qualche perf. in -iey, come parliey, calliey), che 
fanno pensare, per lo meno, nel loro insieme, con insistenza a una 
regione occidentale della Francia meridionale, se non proprio alla 
Catalogna. Forse, il copista fu originario di un paese al confine 
provenzale-catalano, laddove abbiamo anche oggi forme quali ke- 
balh, cebalh, galh o kolh, ecc. ^). 



^) Ho dato un facsimile di questo ms. braidense nell'introduzione al Can- 
zoniere provenz. di Bernart Amoros, p. xxxviii. 

*) È l'opinione di A. Jeanroy, Histoire d'un chansonnier provengal, estr. 
da Mélanges ojferts à M. Émile Picot, Paris, 1913, p. 3. 

) Lo riconosce, naturalmente, Io stesso Jeanroy (p. 3). 

^) K. Salow, Sprachgeographische Untersuchungen iiber den óstlichen Teil 
des Katalanisch- Languedokiscken Grenzgebietes, Hamburg, 1912, p. 123. — Si 
pensò che il ms. potesse essere stato messo insieme a dirittura da Matfre 
Ermengau; ma una dimostrazione di ciò è difficile a darsi. Ciò che si può 
dire è l' Ermengau attinse, per il suo Breviari, alle medesime fonti del nostro 
manoscritto. 



— 188 — 

Avendo notato, nel nostro ms. (e. 281"), a Iato alla poesia A/ssi 
quoti hon planli son filh e som paire, la seguente postilla (che si 
manifesta bearnese e scritta da una mano del sec. XV): en lo soo 
deu plani dea \ Rey jiien dangleterre '), A. Jeanroy fu portato a con- 
getturare che il codice avesse fatto parte, a un dato momento, della 
biblioteca dei conti di Foix, e la congettura ricevette presto con- 
ferma, grazie alla constatazione, da lui fatta, che il nostro ms. si 
trova registrato in un antico catalogo (1533) del castello di Pau. 
Alla stessa mano, che scrisse la succitata postilla, si deve anche, 
se ben vedo, la notazione foys a lato alla « tornada » di un 
componimento di Huc de Murel. Nella « tornada » si legge: « Pros 
coms de Foys en 1' aut capduelh vos vey », ecc. Il postillatore ha 
voluto mettere in evidenza, nel margine, l' allusione al conte di 
Foix. 

E interessante notare che questo preziosissimo codice, scritto 
certo da un forte conoscitore e intenditore in fatto di lirica proven- 
zale^) e messo tutto insieme in un territorio occidentale, contiene 
alcuni componimenti di trovatori italiani, quali Rambertino Buva- 
lelli e Lanfranco Cigala. Ciò mostra che le poesie provenzali di 
alcuni poeti italiani avevan, come a dire, ottenuto diritto di citta- 
dinanza in terra occitanica e s' eran colà molto diffuse. 

D - Il ms. estense D (a. R. 4, 4) ^) è stato vergato da tre 
mani principali: la prima scrisse le ce. 1^-91'' e le ce. 153^-230'*; 
mentre un'altra mano contemporanea scrisse le ce. 95*- 151*. Un 
terzo amanuense aggiunse una raccolta di serventesi di Peire Car- 
denal (ce. 232^-243'') e il florilegio di Ferrarino (ce 243" -260'). 
Le tre scritture sono sensibilmente diverse: la prima è di tipo 
prettamente italiano; la seconda e la terza sono pure italiane, ma 
alquanto più angolose, sì da legittimare la supposizione che gli 



1) Allusione alla melodia perduta del « pianto » di B. de Born: Moti chan 
fenisc ab dol e ab maltraire (Stimming, n. 26; Thomas, n. 6). 

2) La lezione di questo ms. è spesso persino troppo buona. In parecchi casi 
è lecito dubitare della stessa bontà del testo, perchè talora il confronto con 
altri manoscritti induce a sospettare che l'amanuense sia intervenuto con al- 
cuni suoi eccellenti emendamenti laddove il modello non gli appariva chiaro 
o gli sembrava guasto. 

3) A. MUSSAFIA, Del cod. estense di rime provenzali, in Rendiconti dell' Ac- 
cademia delle Scienze di Vienna, Classe filos.-stor. IV, Vienna, 1867, pp. 340 sgg. 
Antiche segnature: XI, G. 3 e: XVII, F. 6. Nel catalogo estense, il codice è 
classificato fra gli « Esteri » n. 45. Camus, Noi. et extr. des mss. frangais de 
Modène, p. 58. 



— 189 — 

amanuensi avessero l'abitudine di copiare modelli d'oltre le Alpi, 
imitandone alquanto le caratteristiche calligrafiche. Le prime due 
mani possonsi attribuire alla seconda metà o alla fine del sec. XIII 
{neW incipit del ms. si ha la data 1245; ma essa, qualora anche 
non provenga, com'io credo, dal modello, non potrebbe valere che 
per una parte del codice)^); la terza deve essere della prima metà 
del sec. XIV. Ne fisserei i limiti, grazie all'aversi in questa se- 
zione il florilegio di Ferrarino, così: 1330-1350. Di altri mani, che 
scrissero qualche componimento o fecero correzioni, emendamenti e 
alcune rare aggiunte, non è il caso qui di parlare. Piuttosto diremo 
che da nessuna seria ragione si è autorizzati a ritenere d' origine 
propriamente estense il nostro manoscritto. Tale lo ritennero molti, 
da quando il Galvani suppose, senza fondamento, a dire il vero, 
che alla sua composizione avesse contribuito Ferrarino; ma se ba- 
diamo alla storia esterna del .codice, quale risulta da alcuni chiari 
e, possiam dire, sicuri indizi, e se osserviamo che in nessun antico 
catalogo di libri estensi figura il manoscritto provenzale, ci sentiremo 
disposti ad abbandonare questa diffusa opinione^). Il nome di un pos- 
sessore del ms. troviamo, scritto a rovescio, in due luoghi, ce. 210^ 
260'^: « Libri magistri Petri de Cenet » ^). La scrittura ne è del 
sec. XIV. Più tardi il manoscritto fece parte della biblioteca di 
certo Zuan Malipiero, poiché nell'ultima guardia si legge: n. 14 
Zìian malipiero caianeus '^). Sappiamo che all' alba del sec. XVI, il 
nostro codice si trovò fra le mani del Bembo; e presso gli Estensi 
non lo vediamo che verso la metà appunto del sec. XVI, quando a 
Ferrara potè esaminarlo G. M. Barbieri. 

Il manoscritto provenzale estense ci offre occasione di toccare 
brevemente di un altro canzoniere (messo insieme per Alberico da 
Romano, fratello del feroce e celebre Ezzelino, o almeno da lui pos- 
seduto) canzoniere, che ci è stato invidiato dal tempo. Per fortuna. 



1) Non si può dunque accettare (Meyer, Revue critique, li, 1867, 90), senza 
nessuna riserva, che il codice sia stato scritto nel 1245. 

-) Bertoni, in Ann. du Midi, XIX, 74. Il ms. fu scritto, credo, nel Veneto. Sol- 
tanto in mss. vergati nel Veneto ho trovato una forma speciale di abbreviazione 
che si può esemplificare cosi : mdt = mout (D, e. 26''), e ciò mi è accaduto nei co- 
dici dell'Entrée e in quello ora ginevrino della Farsa^//a di Nicolò da Verona. 

3) Ho riprodotto, in facsimile, questa soscrizione nella introduzione al mio 
Rambertino Buvalelli, Dresden, 1908. 

<) Fu il comm. Carta, che richiamò la mia attenzione su questa indica- 
zione, la cui preziosità per la storia del manoscritto non sfuggirà a nessuno. 
Nella biblioteca privata di Giovanni Malipiero il ms. portava dunque il n, 14, 



— 190 — 

un estratto di esso, per lo meno, e fors' anche tutto il codice intero, 
ci è stato conservato in copia dal ms, estense, del quale abbiamo teste 
discorso, e precisamente dalle carte 153*-2ir. Le seguenti parole 
ci svelano l'origine dei componimenti conservati in questa sezione 
del ms. : Hec sunt inceptiones cantionum de libro qui fuit domini 
Alberici et nomina reperionim eorundem cantionum. Grazie al ms. 
estense possiam, dunque, farci un' idea fedele del « libro » di Al- 
berico, che era anch'esso suddiviso in canzoni, serventesi, tenzoni, 
come altri illustri canzonieri, piij 1' aggiunta di qualche cobbola o 
qualche breve componimento. 

E - Ms. della Bibl. Naz. di Parigi f. frane. 1749, sec. XIV in. 
La tavola del codice è in Catalogue des mss. fr. I, 304-9. Nel sec. XV 
questo manoscritto trovavasi, con tutta probabilità, in Italia e fa- 
ceva parte della biblioteca privata degli Estensi. Nel catalogo di 
mss. francesi estensi edito dal Rajna, Romania, II, 69 si legge al- 
l'art. 19: « Libro uno chiamado Folcho de Marsiglia in membrana 
« in francexe, coverto de chore rosso ». Questo stesso «libro» fi- 
gura all'art. 53 del catalogo estense del 1488: « Liber Fulconis de 
« Marsilia in membranis N. 52. Cart. 116 ». Un « libro... chiamado 
Folcho de Marsilia » non può essere, a ben guardare, che una rac- 
colta di poesie provenzali che incominciasse con Folchetto da Mar- 
siglia, il quale ebbe 1' onore di essere scelto ad aprire con le sue 
liriche alcuni canzonieri occitanici, onore che in altri manonoscritti 
toccò, come si sa, a Giraut de Bornelh o a Peire d' Auvergne. 
« Or, parmi les chansonniers proven^aux connus, — scrive il 
« Thomas, Romania, XVIII, 297, — je n' en vois que trois qui 
« se trouvent dans ce cas: Bibl. Nat. de Paris, f. fr. 856 [il 
« ms. C] et 1749, et Bibl. Ambrosiana de Milan R. 71 [ilms. G]. 
« De ces trois manuscrits, le 1749, et lui seul, a précisément 116 
« feuillets. L'identité donc me parait bien établie ». Si discute an- 
cora se questo manoscritto abbia, o no, appartenuto al Bembo. De 
Nolhac, Bibl. de F. Orsini, p. 319; Debenedetti, Studi provenzali 
in Italia, p. 125. Aggiungo, per mio conto, che nel 1513 il codice 
doveva già trovarsi al di là delle Alpi ^). 

Ci dobbiamo ora chiedere se E sia stato scritto da un copista 
italiano, poiché la presenza del ms. in Italia nel sec. XV non ci 
autorizzerebbe, in ogni modo, a concludere che all' Italia appartenga 



1) P. Meyer, Romania, XVIII, 466, n. 1 scrive: «Le ms. fr. 1749vientde 
« Mazarin qui avait acquis un grand nombre de mss. de Peiresc ». 



— 191 — 

r amanuense. Non è facile rispondere in modo sicuro, perchè man- 
cano caratteristiche tali, nel codice, da legittimare un' opinione as- 
soluta. Le proposte del copista al miniatore sono di questo tenore: 
e. 102': un ione home ab un esparver; e. 97\ caualier arniat a 
canal; e. 121*:... a la francesca. La nota tironiana non è mai ta- 
gliata, il ms. ha que (non mai qe) e così quant ecc., mentre si sa 
che la scrizione senza // s'incontra spesso (forse esclusivamente) 
in mss. d'origine italiana, nei quali, però, le due scrizioni spesso si 
avvicendano. Non vi sono neppure tratti paleografici decisi. L'aspetto 
della scrittura ci tiene sospesi, mentre l' esame delle iniziali fa 
pensare insistentemente all' Italia. Il ms. E potrebbe essere stato tra- 
scritto da un provenzale disceso fra noi sul principio del sec. XIV. 

F - Il ms. F (Biblioteca Chigiana L. IV. 106) appartiene al 
sec. XIV ed è di mano italiana. Contiene un celebre florilegio tratto 
da liriche provenzali e inspirato, si può dire, a intendimenti di- 
dattico-morali ^) e una raccolta di poesie di Bertran de Born con 
le loro « razos ». Verso la metà del sec. XVI, il ms. era posse- 
duto da Gio. Batt. Adriani. Di questo manoscritto si hanno tre 
copie cinquecentesche (due dirette e una indiretta): l' una (Ric- 
card. 2981 ) fu fatta per Piero di Simon del Nero, 1' altra (Parma, 
Bibl. Palatina, n. 990) fu scritta da Antonio Gigante per Lodovico 
Beccadelli; la terza fu copiata dal ms. ora parmense per Gio. V. 
Pinelli ed è conservata nell'Ambrosiana (D. 465, ini, n. 25)^). 
Queste copie non si possono dire inutili, perchè il ms. F venne 
mutilato (mancano le ce. 1, 8, 17-24) dopo le trascrizioni fatte per 
il Del Nero e per il Beccadelli, cosicché le copie servono ancora 
per colmare le lacune dell'originale^). 

G - Il ms. G (Bibl. Ambrosiana in Milano R. 71 Sup.) ap- 
partiene alla fine del sec. XIII o alla prima metà del sec. XIV. Nel- 
r introduzione alla stampa diplomatica, che ho data qualche anno 
fa, di questo prezioso canzoniere '*), ho avuto modo di parlare dei 
suoi rapporti con il ms. Q. Qui riassumerò brevemente le conclu- 
sioni alle quali sono giunto circa le relazioni di questi due mss. 



') il florilegio di F è stato edito diplomaticamente da E. Stengel, Die 
provenzalische Blumenlese der Bibl. Chigiana, Marburg, 1878. Lo Stengel ne 
dichiara italiano il copista e cita forme quali morte, da, gente, ecc. 

2) Su tutto ciò si veda un mio articolo nella Romania, XXXVlil, 131-135. 

') Romania, cit., p. 135. 

■*) Nelle pubblicazioni della « Gesellschaft f. romanische Literatur», vo- 
lume XXVIII. 



— 192 — 

Il ms. G si può dividere in tre sezioni. 1 (ce. 1-100); li (ce. 101- 
128); ili (ce. 129-130). Ora la sez. 1 proviene da una fonte, da cui di- 
pende (forse per via d'un intermediario) una grossa sezione del ms. Q 
(Bibl. ricard, in Firenze, n. 2909) abbracciante le ce. 9-88. La sez. li 
si riattacca invece a un originale che certo non passò tale quale in Q 
(o, per vero, fu utilizzato con grande libertà). La sez. HI è copia 
(parziale, a quanto è lecito congetturare) di un modello che stette 
anche dinanzi al copista di Q. 

Una questione assai importante concerne la patria di G, se, 
cioè, sia stato scritto in Italia o al di là delle Alpi. Non ho esitato 
(e non esito) a risolvermi per la prima alternativa. Il ms. fu co- 
piato in Italia; ma non si può (fondandosi su argomenti paleogra- 
fici) con altrettanta sicurezza affermare che la mano ne sia vera- 
mente italiana e eh' esso non sia stato vergato da un provenzale 
sceso fra noi. Tuttavia, avuto riguardo agli italianismi frequenti 
del ms. e al genere di questi italianismi, ritengo che vi siano mi- 
gliori ragioni per sostenere che l'amanuense sia stato italiano piut- 
tosto che provenzale ^). 

H - Ms. Vatic. 3207. Edito diplomaticamente da L. Gauchat e 
H. Kehrii in Studj di filol. rom. V, 341 sgg. Quattro pagine trovansi 
riprodotte nella collezione del Monaci, Facsimili di antichi mss., 
nn. 3-4. Su questo ms. si consultino: Pakscher, Zeitschr. f. rom. 
Phii, X, 447; De Lollis, Giorn. stor. d. leti, itai, IX (1887), p. 238; 
Id., Rev. d. lang. romanes, XXXIII, 157; Debenedetti, Studi prov. 
in Italia nel Cinquecento, pp. 146, 212; Bertoni, Rev. d. lang. ro- 
manes, L, 45. Il compilatore e amanuense del ms. H fu certo uno 
studioso italiano, com' è mostrato dal modo com' è fatta la copia 
(con aggiunta di varianti o con spazi bianchi per i passi che non si 
poterono decifrare nel modello) e dagli italianismi, anche di grafia, 
che si trovano abbastanza numerosi nel ms. Che il copista ap- 
partenesse all'Italia superiore è pure oramai fuor di dubbio; che 
fosse poi veneto, come parve al Grober, Roman. Studien, II, 406 e 
al De Lollis, è probabile ma non provato (Gauchat e Kehrii, op. cit., 
p. 349). Il ms. fu già ascritto alla fine del sec. XIV (Griitzmacher); 



1) Ricordo qui le mie conclusioni nell' introduzione alla stampa diploma- 
tica di G (p. XXVII): «essere il codice stato scritto in Italia, con molta pro- 
« babilità da un amanuense italiano. Ma l'altra ipotesi (che si tratti, cioè, 
« d' un provenzale venuto fra noi e non ignaro del tutto della nostra liil^ua) 
« è pur sostenibile. Soltanto, dopo i fatti messi in evidenza, ci pare meno 
« verisimile dell'altra ». 



— 193 — 

ma quest' opinione è senza dubbio erronea. Il codice deve essere 
stato scritto in un' età che sta a cavaliere dei sec. XIII-XIV. 

I e K - Questi due manoscritti vanno avvicinati per essere 
copia, l'uno e l'altro, di un medesimo originale perduto. Conten- 
gono le poesie di B. Zorzi e il « pianto » in morte di Manfredi 
(t 1266), che fu scritto, com'è noto (p. 176), non prima del 1273. 
L'originale appartenne perciò allo scorcio del sec. Xlll, e le due 
copie sono degli ultimi anni del duecento o dei primi del secolo 
seguente. Così I, come K, furono scritti in Italia, dove era stato 
messo insieme anche l'originale perduto. 

II ms. I (Bibl. Naz. di Parigi, f. fr. 854) si trovò, pare, a 
Fontainebleau a far parte della biblioteca di Francesco 1 ^), sicché 
dovè abbandonare presto l'Italia, dove, a mio avviso, fu indubbia- 
mente scritto. L'aspetto generale della scrittura mi prova l'italia- 
nità del codice e alcuni caratteri paleografici confermano questa 
opinione, come, oltre la costante assenza del taglio nella nota tiro- 
niana per et, l' uso di abbreviare con un segno ondulato sulla 
vocale precedente una semplice r (p. es. e. 92,'', 1. 16 fa =far, 
p. 98.* 1. 14 d. b. gardà = gardar e nel margine della stessa co- 
lonna mótal - mortai, ecc.). Si sa che nei ms. francesi e provenzali 
si usò abbreviare a, {ar, e ra) in siffatto modo, ma non si ha 
esempio di siffatta abbreviazione per la semplice r ^). 

Il ms. K (Bibl. Naz. f. fr. 12473), scritto esso pure indubbia- 
mente in Italia, è celebre anche per contenere un notevole numero 
di postille di P. Bembo ^). Fece parte della raccolta di Fulvio Or- 
sini, donde passò alla Vaticana, dalla quale per il trattato di Cam- 
poformio, prese la via di Parigi. Nel sec. XVI, da K fu copiato, 
per opera d' un amanuense inespertissimo, il ms. d che, venuto 
non si sa come, all'estense, fu poi rilegato col prezioso D. 

L - Ms. Vatic. 3206 del sec. XIV. Cfr. Arch. f. das St. d. n. Spr. 
II. Ut., XXXIV, 419-424; Jahrbuch f. erigi u. roman. Ut., XI, 23. 



1) A. Thomas, Romania, XVII, 406. La presenza del ms. I a Fontainebleau 
pare attestata da un' indicazione che si legge nel « verso » di un foglio di 
guardia {Liure des anciens poefes provenceaulx) e che è scritta in un carattere 
che si trova nei mss. della biblioteca di Fontainebleau. 

*) Va rettificato in questo senso ciò che ho scritto in Canz.prov. ambr., 
p. XXVII. 

3) Bertoni, Le postille del Bembo nel ms. prov. K, in Studj romanzi, I, 
p. 1 sgg.; Debenedetti, Studi prov. in Italia nel cinquecento, p. 273; Bertoni, 
Ancora le postille del Bembo sul ms. prov. K, in Giorn. stor., LXl, 174. 



— 194 — 

M - Ms. della Bibl. Naz. di Parigi f. frane. 12474. Appartiene 
al sec. XIV in. e fu scritto da una mano italiana. Alcune iniziali 
contengono piccole miniature, le quali sentono 1' influsso della 
Francia. Forse, furono imitate dal modello provenzale. L'italianità 
del copista è mostrata non soltanto dall'aspetto deciso del carattere, 
ma anche dagli italianismi (p. es. e. Kl" giiiellem de la torre) e da 
alcuni tratti paleografici. A e. ISS**, 1. 8. abbiamo: amo {amor): a 
e. 207*: pere cadenal ; e. 225^^: àmas (armas), ecc. Abbiamo, in- 
somma, l'abbreviazione italiana di r, di cui si è già discorso. Sono 
d'uso: qe (per que), qi (per qui), qo (quo), qar (quar), ecc. Una 
caratteristica dell'amanuense di M è costituita dal fatto che non ado- 
pera mai et e neppure la nota tironiana, ma sempre e (altro tratto, 
che, nel nostro ms. per lo meno, può essere considerato quale un 
italianismo) ^). Il ms. si trovò fra le mani del Colocci, che vi lasciò 
numerose postille^). 

N - Ms. già Phillips (e poi Fenvi^ich) in Cheltenham (n. 8335), 
di mani italiane del sec. XIV. Descrizione e tavola: H. Suchier. 
Rivista di f Hot. romanza, II, sgg. ; 144 sgg. Non è improbabile che 
il cod. provenga da Mantova, poiché nel f. 52' si trova un docu- 
mento del 1354, col quale Carlo Re di Boemia conferisce a certo 
Andrea di Giacomino dei Painelli di Godio la cittadinanza di Man- 
tova e s'intende che, meglio che altrove, a Mantova possa essere 
stato inserito nel ms. questo documento. Per la storia esterna del 
canzoniere, vedasi anche il De Lollis, in Romania, XVIII, 456. 

O - Ms. Vatic. 3208, di mano italiana del sec. XIV. Moltissimi 
sono gli errori di copia, parecchi sono gli italianismi. Abbiamo, 
lasciando da parte le grafie, p. es. , a p. 25, col. 1, r. 16 la parola 
mondo, e p. 53, col. 1, r. 17 conoiscia e assai spesso si trova che 
(invece di que), ecc. Descrizione ed edizione diplomatica del ms. : 
De Lollis, // canz. provenzale O, in Memoria della R. Accad. dei 
Lincei, S. IV, T. II (1886), p. 4 sgg. 



1) Trovo anche un /, invece di e, a e. 256 1' : « Bem piaz qar gida . ualor 
complida . en Berengier i m' abellitz ». Si sa che in carte perigordine (e in 
qualche altro territorio della Francia meridionale) si rinviene / (=e). 

2) Sulla storia del ms. (che appartenne al Cariteo, la cui vedova lo ven- 
dette al Colocci dal quale passò poi alla Vaticana, dove rimase sino a quando 
fu confiscato da Napoleone nel 1799) e sulle postille sono da vedersi: De 
NOLHAC, La Bibliothéque de Fulvio Orsini, Parigi, 1887, pp. 318-321 ; De Lollis, 
in Romania, XVIII, 453; Debenedetti, Studj prov. in Italia nel Cinquecento, 
pp. 109, 215, 232, 237. 



— 195 — 

P - Ms. della R. Bibl. Medico-Laurenziana in Firenze, pi. XLI, 
cod. 42, sec. XIV, di mano italiana. Gli italianismi sono sopra tutto 
copiosi nella sezione dedicata alle biografie. Descritto e pubblicato 
in parte nQ\V Archiv. f. d. St. ci. n. Spr., XXXIll, 299; edito inte- 
gralmente dallo Stengel, Archiv. cit., XLIX; 53, 283; L, 241. 

Q - Ms. riccardiano in Firenze 2909, secc. XIII-XIV, di pa- 
recchie mani italiane. Questo manoscritto è strettamente imparentato 
al cod. prov. G. Descrizione esterna e interna ed edizione diplo- 
matica: Bertoni, // canzoniere provenzale della Riccardiana. n. 2909, 
Dresden, 1905 (« Gesellschaft fùr romanische Literatur » Band 8). 

R - Ms. della Bibl. Nazionale di Parigi (già La Vallière 14) 
1 fr. 22543, scritto nella Francia meridionale, in una regione in cui 
il riflesso di plus era pus. La nota tironiana per et non ha il taglio 
di cui abbiamo già discorso. Una particolarità paleografica del ms. 
è di avere spesso V-ni o V-n finale abbreviate non soltanto dal 
segno -3 ma anche dalla solita sbarretta verticale sulla vocale (p. 
es. hds, €03, ecc.). Tavola in P. Meyer, Les derniers troubadours 
de la Provence, in Bibl. de l'école des Charles, XXXIII, p. 412. 
Chabaneau, Rev. d. lang. rom., XVII, 193. 

S - Ms. della Bibl. di Oxford, Douce 269, di mano italiana 
del sec. XIV. Descrizione e tavola in P. Meyer, Troisième rapport 
sur une mission littéraire, Paris, 1868, pp. 164 segg; 251 sgg. 

T - Anche il ms. T (Bibl. Naz. di Parigi, f. fr. 15211) fu 
scritto in Italia, nel sec. XIV, da tre mani (68-^-89°; 89^-1 10''; IIT- 
280''; le ce. 1-68 sono occupate dal « Roman de Merlin »). Una de- 
scrizione delle particolarità grafiche di questo codice è stata data 
dall' Appel, Prov. Inedita aus Paris. Handschr. pp. VI-XIII. Da questa 
descrizione risulta già, in modo evidente, che il cod. fu scritto in 
Italia. Si notino, sopra tutto, le seguenti caratteristiche: 

dz rappresentato generalmente da gi, p. es. gioi, già, giamais, 
augias, (o da ^, p. es. gausen, leuges, gugiaria, ecc), ecc. 

ts rappresentato comunemente da e : cocios, tracier, sapciatg, ecc. 

l Q n palatali rappresentate, in genere, da gli, gli, igl e gì e 
gn, ign, ngn (di rado Ih e nh). 

e e g stanno a rappresentare qu e gu dinanzi a e e / (fra i 
ms. italiani, che hanno questa particolarità grafica, cito il Tristano 
riccardiano » e il « Rimaneggiamento » di Ugugon de Laodho ^). 



1) Rimando a una mia memoria: Un rimaneggiamento fiorentino del « Libro » 
di Ugufon da Laodfio, in Rend. d. R. Accad. dei Lincei, S. V, voi. XXI, p. 619. 



— 196 — 

Inoltre, si noti che dolor è usato ai maschi, (certo per coipa 
del copista) in una poesia di Peire Bremon : mon dolor (338, 3; 
V. 48) e ciie in un testo di Peire Cardenal si ha il verbo veneto 
asentar (v. questo voi. a p. 174)^). 

A me pare, anzi, che si possa giungere sino a riconoscere il ve- 
neto settentrionale come patria del nostro ms., grazie sopra tutto a 
un fenomeno assai interessante, e cioè al mutamento di uo in io in 
casi come fioc e Hoc. Questo fenomeno non è ignoto alla Francia 
meridionale (almeno, per l'età moderna), ma nel nostro ms., limi- 
tato com'è a un / e a un /precedente, esso par bene di origine 
italiana. Il ditt. io, infatti, si ha anche oggidì (salvo dopo guttu- 
rale) nel veneto settentrionale (sulla Livenza, intorno a Venezia e 
nel triestino)^). Per il passato il fenomeno doveva essere più dif- 
fuso, poiché lo si incontra anche in qualche monumento veronese. 

Il ms. T e il ms. a sono i soli che contengano il componimento 
di Arnaut Daniel y^mors e yo/s (edizioni Canello e Lavaud, n. XIV), 
nel quale si legge il verso C amari preian s' afranca cor ufecs (v. 40). 
Tale è la lezione di T, e. 196", 1. 20. Ora, questo verso fu citato 
con qualche variante (ma non bisognerà farne troppo conto) dal 
Petrarca, che lo ricordò come fonte di alcuni versi del son. Aspro 
core e selvaggio: « 1350 . septembris 21 . martis hora 3 . die Ma- 
« thei apostoli; propter unum quod leggi Padue in cantilena Ar- 
« naldi Danielis, Anian prians s'afrancha cor uffecs^) ». Il Petrarca 
citò forse a memoria. Ora, come non si può ammettere che egli 
abbia avuto sotto gli occhi a Padova l'originale di a (cioè il 
canzoniere di Bernart Amoros), così resta che il Petrarca abbia 
veduto, malgrado le divergenze della lezione del verso citato di 
A. Daniello, il nostro manoscritto o un altro manoscritto perduto. 

U - Ms. della R. Bibl. Mediceo-Laurenziana pi. XLI, 43, di 
mano italiana del sec. XIV. Edizione diplomatica in Archiv. f. das 
Studium d. n. Spr. u. Ut., XXXV, 363 sgg. Descrizione del ms. e 



1) Cito qui qualche altro italianismo, più o meno puro, trovato durante 
i miei studi sul ms. : druderia (e. 72^); V onor «di» Pisa(c. 13^); s' è (=^s'es), 
e. 73^; merveglia (e. 75^); saria (e. 76''); enveos {e. 11^), che ci trasporta con 
con la caduta di -/- al N-0. del Veneto; paisserai (-as) e serai{-as) a e. 35^. 

2) Per es. Motta, S. Stino: do/ (toglie, « tuole » ) da un tiol, diol, liogo, ecc., 
ma kuor. Questo fenomeno è stato studiato dal Gartner, Zeitschr., XVI, 174 
e dal ViDOSSiCH, in Archeografo triestino, XXXIII, p. 271. 

3) De Nolhac, Petrarque et l' Humanisme^, II, 225, n. 2; Mascetta-Ca- 
RACCi, Sulle pretese rime prepostere del Petrarca, in Zeitschr., XXXI, 38. 



— 197 — 

collazione dell'edizione: Santangelo, Il manoscritto prov. U, in Studj 
romanzi, III, 53 sgg. 

a a^ - Con queste sigle, si indicano le due sezioni di un pre- 
zioso manoscritto provenzale, che trovasi parte (prima sezione) 
nella Bibl. riccardiana di Firenze (sino a p. 251) e parte (seconda 
sezione) nella estense di Modena (pp. 252-616). Questo mano- 
scritto è copia, quasi integrale, di una silloge preziosissima perduta 
detta di Bernart Amoros, perchè così chiamavasi il chierico d' Al- 
vernia che l'aveva messa insieme a cavaliere dei secc. XIII-XIV. 
La raccolta di Bernart Amoros (portata in Italia con molta proba- 
bilità già nel sec. XIV) trovavasi, nella seconda metà del sec. XVI, 
a Firenze, in possesso di Carlo Strozzi, che permise a Piero di 
Simon del Nero di trarne copia. Copista ne fu certo « Jacques 
Teissier » di Tarascona, il quale la trascrisse come potè, con molti 
errori e con poca intelligenza, ma con fedeltà. La copia fu poi colla- 
zionata, per pili della metà, dallo stesso Piero del Nero, letterato 
assai noto, accademico della Crusca, cultore di studi provenzali e 
raccoglitore indefesso e acuto di antichi manoscritti. La sezione ric- 
cardiana (a) del codice trascritto dal Tarasconese fu edita da E. 
Stengel in Rev. des. lang. rom. XLl-XLIl (1898-1902). La sezione 
estense (a^) è stata pubblicata da me, con uno studio sulla storia 
.esterna del manoscritto, in « Collectanea Friburgensia » fase. XI-XII 
col titolo: // Canzoniere provenzale di Bernart Amoros, voli. I-II, 
Fribourg (Suisse), 1911. 

e - Bibl. Mediceo- Laurenziana XC, 26. Questo ms. ha la sin- 
golarità di presentarsi in veste calligrafica umanistica. Edizione di- 
plomatica: Pelaez, in Studj di filol. rom., VII, 244. 

e - Ms. Barber. XLV, 59, ora Vatic. 3965, di mano di G. Pia, 
il quale ebbe sott' occhio materiali oggi scomparsi. Descrizione e 
tavola in Archiv f. d. St. d. n. Spr. u. Ut. XXXIII, 407 ; Jahrbuch 
}. engl. u. roman. Lit., XI, 8. 

ambr. - Si tratta di un foglio, di mano italiana del sec. XVI 
(forse di mano di A. Giganti, segretario del Beccadelli), inserito 
nella miscellanea ambrosiana R. 105 Sup. e. 169. Contiene esclu- 
sivamente una copia della tenzone fra Percivalle Doria e Filippo di 
Valenza (testo n. XXXII). Bertoni, in Romania, XL, 454. 

br - Indico con questa sigla il celebre ms. francese, contenente 
il « Tresor » di Brunetto Latini, della civica Bibl. di Bergamo. Vi 
si legge, scritta da una mano italiana del sec. XIII ex. o XIV in., la 
tenzone di Girardo Cavallazzi e Aicard del Fossat (testo n. XXX). 



— 198 — 

r - Frammento riccardiano (n. 294) del principio del sec. XIV 
contenente rime attribuite a Lanfranco Cigala e qualche altro testo. 
Descrizione e stampa: Rajna, Stiidj di fil. rom., V, p, 1 sgg. Co- 
pista italiano '). 

Questi manoscritti, per non piccola parte, sono stati composti 
o addirittura scritti da Italiani. In Italia non si gustarono soltanto, 
accompagnate dal suono e quasi colte dalla bocca di trovatori e 
giullari, le liriche occitaniche; in Italia non si poetò soltanto, per 
opera di verseggiatori di ingegno talora non comune (Bordello, Lan- 
franco Cigala) in provenzale; ma si die opera, come si vede, a racco- 
gliere, ordinandoli talora, i canti della musa occitanica, salvandone, 
per tal modo, molti da un irreparabile oblio. I canzonieri proven- 
zali furono messi insieme, così al di qua come al di là delle Alpi, 
quando ormai il piia bel fiore della poesia dei trovatori avvizziva 
e la letteratura provenzale cominciava ad illanguidirsi. In Italia poi, 
air alba del sec. XVI, rinacque, sotto altra forma, per opera di eru- 
diti, r amore alla lirica occitanica e si ebbero studiosi, che ricer- 
carono, esaminarono, postillarono, copiarono o fecero copiare mano- 
scritti provenzali. A tale lavorìo di eruditi andiam debitori della 
conservazione di qualche frammento prezioso della poesia occita- 
nica. Se Piero del Nero, a ragion d'esempio, non fosse stato così sol- 
lecito nel far trascrivere, sia pure da un inesperto copista, il grande 
florilegio di Bernart Amoros, oggi non avremmo assolutamente 
nessun verso di parecchi trovatori degni di molto studio e attenzione, 
e la voce ghibellina, per venire, a ragion d'esempio, a un poeta che 
ci interessa, di Calega Panzano sarebbe rimasta muta per sempre. 

Oltre le sillogi composte in Italia e ricordate a loro luogo nelle 
linee che precedono, altre ve ne furono giunte fortunatamente sino 
a noi per intero o a frammenti. Non le abbiamo citate, perchè 
non contengono componimenti di trovatori italiani. Ricorderò, tut- 
tavia, il ms. N^ — dovuto alla penna di uno studioso italiano del 
sec. XVI ^) — , né tralascerò di notare che i componimenti aggiunti 



1) Una poesia di Rambertino Buvalelli (testo n. VI) si trova, attribuita, 
però, a Rambaido di Vaqueiras, nel ms. clie chiamo S», ora in Barcellona 
nella Biblioteca dell' « Istituto d' Estudis Catalans ». Cfr. PagèS, in Ann. da 
Midi, II, 514. 

2) Fece parte della Bibl. Phillips e poi Fenwich a Cheltenham, dove ebbe 
il n. 1910. Ora trovasi nella Bibl. di Berlino. Edizione diplomatica: Pillet, 
in Arch. f. d. Sf. d. n. Spr. u. Lit., CI, 111; CU. 179. Facsimile: Bertoni, 
Canz. di Bern. Amoros, p. xxviii. 



— 199 — 

negli spazi bianchi del ms. V (ms. della Marciana di Venezia, 
App. cod. XI, dell'anno 1268, scritto in Catalogna)^) sono di 
una mano italiana che ha molti punti di contatto con quella che 
vergò la maggior sezione del ms. Q. Un frammento della Classense 
di Ravenna e un frammento della Nazionale di Parigi (rilegato in- 
sieme col ms. M) rappresentano i resti di un perduto canzoniere 
scritto probabilmente in Italia -). Altre vestigia di un ms. di liriche 
provenzali vergato in Italia furon fatte conoscere recentemente dal 
De Lollis ^); e la lista dei manoscritti di materia occitanica, vergati 
da Italiani, aumenterebbe ancora, se ci togliessimo dal campo fio- 
rito della lirica, entro il quale slam tenuti dai limiti imposti a 
questo nostro lavoro, ed entrassimo in altri territori della letteratura 
antica provenzale. 

Per la diffusione e per la storia della lirica provenzale in Italia, 
è naturalmente di somma importanza la constatazione che il maggior 
numero di raccolte trovadoriche a noi conservate sia stato scritto in 
Italia e da mani italiane ^). Questa constazione costituisce un' altra 
e importante prova del favore che trovò la poesia dei trovatori nel 
nostro paese. 



1) Su questo ms. vedasi: Crescini, Per gli studi romanzi, p. 129. 

i) Renier, Giorn. star. d. leti, ital., XXVI, 286; Parducci, Romania, XXXIX, 
77; Meyer, Ibid., 80 (e cfr. Romania, voi. cit., 414). 

») Studi medievali, I, 561. Nella e. 1, 1. 3 d. b. del secondo facsimile del 
De Lollis si veda 1' abbreviazione italiana di r nel vocabolo flors. Del resto, 
tutto r aspetto calligrafico del frammento parla indubbiamente per l' Italia. 

^) Qualche traccia di mano italiana anche in codici scritti al di là delle 
Alpi non si può dire che manchi del tutto. Così, non senza gradita sorpresa, 
ho notato, alcuni anni sono, che una sezione del celebre ms. di liriche fran- 
cesi (con inserzione di testi provenzali) 844 della Nazionale di Parigi, e cioè 
una sezione costituita dalle poesie del Re di Navarra, si palesa indubbiamente, 
per r aspetto del carattere, di mano italiana. 



Testi e Traduzioni 



TESTI E TRADUZIONI 

I 

Il Marchese Lancia e Peire Vidal 

D, e. 208d; H, nA 214-215 {Studj di fil. rom., V, 531). — BartsCH, P. Vidal, 
33; Merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia, pp. 21, 25 (Schultz-Gora, 
Liter. f. germ. u. rom. Phil., Vili, 30); Monaci, Testi ant. prov., 68; Cre- 
SCINI, Man. prov.^, 275; Anglade, Peire Vidal, p. 67. 

I, Emperador avem de tal manera 

Que non a sen ni saber ni menbranza ; 
Plus ibriacs no s' asec en chadera, 
Ni plus volpills no porta escut ni lanza, 
5 Ne plus avols non chaucet esperos, 

Ni plus malvaz no fez vers ni chanzos. 
Rens non es meinz, mas qe peiras non lanza. 

II. Espaza voill que sus pel cap lo fera 

E darz d' acer voill qe'ill pertus la panza, 
10 E brocas voill qe*il tragan la lumera. 

Pois li darem del vi, e 'n luoc d' onranza 
Un viell capei d' escarlat ses cordos. 



Rubrica di D: Marches lanz epeire Vidal. Rubrica di H: Lanza marques a 
peire uidal. In H mancano i vv. 8-14. In capo all' ultima strofa, H ha questa 
soprascritta: Peire uidal li respondet. L' ortografia seguita è quella di D. Notisi 
che al V. 4 escut è di H (escuz D); al v. 5 abbiamo preso ad H V s di avols. 
Al V. 2 la stampa di H, invece di Que, ha dei puntolini. Al v. 9, D ha darz 
(non dartz, Cresc). Inoltre, H ha al v. 4 uolpitz, al v. 5 chaucha e al v. 7 ha 
ies, anziché Rens. V. 10, il Bartsch, il Monaci e l' Anglade hanno: qel tragan de 
lumera; ma la giusta lezione fu già data dal Mussafia, Del cod. est., p. 426. 

1 maineira H. 2 membr. H. 3 embriac H ; chadeira H. 4 escuz D. 5 auol D ; 
esperons D. 6 maluatz H; fai H; chanzons D. 7 Jes H; no lansa H. 



— 204 — 

E sa lanza sera uns loncs bastos. 

Pois poira anar segurs d' aqui en Pranza. 

15 III. [Lanza Marqes, paubresa e neschera 
Vos coichan fort, dolors e malananza: 
Et es com I' orbs qe pissa en la carrera 
Quant a perdut vergoingna e menbranza. 
Plus sovent venz chastels e domeios 

20 No fai velila gallinas ni capos, 

E s' anc fos francs, ar es sers ses doptanza]. 



TRADUZIONE 

I. Abbiamo un imperatore di tal fatta che non ha senno, né saggezza 
né membranza. Un uomo piij ubbriaco non si assise mai in trono, né 
un più vigliacco porta scudo .e lancia, né un più spregevole calzò mai 
speroni, né un più malvagio fece versi e canzoni. Non gli manca altro, 
tranne che egli "si metta a lanciar pietre. 

II. Auguro che una spada lo ferisca sul capo e che un dardo d'acciaio 
gli buchi il ventre ed auguro che punte aguzze gli portin via gli occhi. 
Poi gli daremo del vino, e come omaggio gli daremo un vecchio cap- 
pello di scarlatto (v. le note ai vv. 11-12) senza cordoni e la sua lancia 
sarà un lungo bastone. Poscia potrà andare sicuro di qui in Francia. 

III. [Marchese Lancia, povertà e follia e dolore e disavventura vi 
tormentano forte. Siete come il cieco che piscia in mezzo alla strada 
quando ha perduto vergogna e membranza. — Tu vendi più spesso 
castelli e torrioni di quanto una vecchia venda galline e capponi, e se 
anche fosti libero un giorno, ora sei schiavo, senza fallo]. 



15 paubressa H; niscera H (D veramente ha: en eschera); v. 16 cochan H, 
malen. H; 17 carerà H; 18 cant H, uergoigna H, la uerg. D (Bartsch e Mon. la 
vergonh'e); membr. H; 19 souen H, domeios] domeions D, dollos H; 20 uèilla 
D; galinas H; capons D. 21 fo D. doptanza H. 



205 — 




n^Atwr aiicm -Dc-nU matterà . (Hue^ 

iiolv>iUf no poi*m efHi? ni'lsmzA.ntf^V^ 
Auol no dviucur c^S.mt>tii5 m.ttua; 

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('Ms. D, e. 208^1) 



— 206 



Peire de la Cavarana o de la Caravana 

D, e. 206»; I, e. 195«; K, e. 181>>. U. A. Canello, P. d. la C. e il suo sir- 
ventese, in Riv. di fil. rom., 3, p. 6; Monaci, Testi ant. prov., col. 69; 
E. Levy, in Lit. j. germ. u. rom. Pliilol., XVI, 230; O. Schultz-Gora, in 
Zeitschr. /. rom. Phil., XXI, 128; F. Torraca, in Pass. crit. d. leti, ital, 
IV, p. 1 ; A. J[EANROY], Ann. d. midi, XII, 124; Crescini, Manualetto^, p. 276; 
Bertoni, in Rev. d. long, rom., S. VI, T. Ili, p. 397; A. Scolari, Giorn. 
stor. d. lett. ital., LIX, 347; Restori. Pass. bibl. d. leti, ital., XX, fase. 6, 
Grafia di D. 

I. D' un serventes faire 
Es mos pessamenz, 
Qe* 1 pogues retraire 
Viatz e breumenz, 

5 Qe • 1 nostr' emperaire 
Aiosta granz genz. 

Lombari, be ' us gardaz 
Que ia non siaz 
Peier qe compraz, 
10 5/ ferm non estaz. 

II. De son aver prendre 
No • US mostraz avars ; 
Per vos far contendre 
Ja non er escars ; 

15 Si • 1 vos fai pois rendre, 
L' avers er amars. 

Lombari, be' us gardaz, ecc. 



D ha: cauarana (nell'indice: gauarana); IK: carauana, come N^, e. 24'' 
(ove si ha il solo nome). 

1 sirventes IK. 2 penssamenz I. 3 quel IK. 5 Qe"l] Qen D, quel IK. 
6 grans IK. 7 gardatz IK. 8 siatz IK. 9 peier] peiz es D. compratz IK. 10 estatz I. 
12 mostratz IK. 15 puois K; pndre DIK. 16 avers] auer DI; er] es I. 17 gar- 



— 207 — 

III. De Rulla 'US sovegna 
Dels valenz baros, 
20 Qu' il non an que pregna, 
For de lor maisos: 
Gardaz no 'ndevegna 
Autretal de vos. 

Lombari, be' us gardaz, ecc. 

25 IV. La gent d'Alemagna 

Non voillaz amar 

Ni ia sa compaigna 

No "US plaza usar, 

Car cor m' en fai laigna, 
30 Ab lor sargotar. 

Lombari, be'us gardaz, ecc. 

V. Granoglas resembla 

En dir: « broder, guaz? » 
Lairan, quant s' asembla, 
35 Cum cans enrabiaz. 
■ No voillaz ia venga! 
De vos los loingnaz ! 

Lombari, be' us gardaz, ecc. 

VI. Deus gart Lombardia, 
40 Boloign' e Milans 

E lor compaignia, 
Brexa e Mantoans, 
C'us d' els sers non sia, 
E'is bos Marquesans. 

45 Lombari, be' us gardaz, ecc. 



datz DIK. 18 puilia uos I, pulla uos K; soueingna I, souengna K. 19 del IK; del 
ual ualenz D. 20 qil I, que manca D; pingna I, prengna K. 22 gardatz IK; no 
deuegna D; deueingna I, deueigna K. 23atr. IK; de nos D. 24 gardag D, gardatz 
IK. 25 alemaingna I, alemaigna K. 26 uoill las a. IK. 27 sa] soa DIK; 
compaingna I. 28 plassa I, plasa K. 29 Qar e. I, Quar e. K ; min I K ; laingna I K. 
31 gardatz IK. 32 Granoglas] Grant nogles DIK. 33 border guatz IK. 34 se 
sembla DIK. 35 cuns quans enrabiatz I K. 36 uoillatz IK. 38 gardatz K. 39 Dieus 
I K. 40 boloingna I ; Milans manca in D, che ha boloigna e poi uno spazio bianco; 
41 compaingna I, compaigna K. 42 Bresa IK. 43 Cuns IK. 45 gardatz K. 



208 



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5u»s . «Quem beianffTon n»|»f»nir ì>«ft 
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nuu«i< eit j>:to imf fc<*rtt»« n»f cbafia- 
<ff«tl£9n t>«tf q«umatrerftoi.'ftn-&« • 

^ i L u«nr wtr. Auetmvf fu 6ar««t^, 
tjtto qtì wgtn «tjua'.ftutmi-flwenrfln 
p<nrr 4Ma> . ^terf ptcanr fid fonai te 
tatm.» if^Munf A^fS ^«Itot- Uftignona . 



(Ms. D, e. 206»). 



— 209 — 

VI!. Deus sai oii Sardegna 
Mon Malgrat-de-toz, 
Car genz viu e regna 
E vai sobre toz ; 
50 C US tant larcs no " s segna 
De neguna voz. 

Lombari, be' iis gardaz, ecc. 

Vili. Saill d'Agaiz, be • m piaz 
Car tant gent regnaz, 
55 Verones honraz, 
E si ferm estaz. 

Lombari, be' iis gardaz, ecc. 



TRADUZIONE 

I. E mio intendimento di fare un serventese tale eh' io possa esporlo 
in breve e presto, poiché il nostro imperatore sta ora mettendo insieme 
gran numero di genti. Lombardi, state ben aiienii di non diventare 
peggiori che schiavi, se non state ben fermi. 

II. Di prendere i doni dell' imperatore non mostratevi cupidi, che 
egli non sarà scarso di mezzi per mettervi in discordia. Se ve li fa poi 
rendere, questi doni, troverete che essi diverranno amari. Lombardi, 
state bene attenti, ecc. 

III. Ricordatevi dei valenti baroni di Puglia; essi non hanno più 
nulla eh' egli possa prendere loro, salvo le loro case. Badate che non 
accada altrettanto di voi. Lombardi, state bene attenti, ecc. 

IV. Non vogliate amare la gente d'Alemagna e non vi piaccia stare 
in loro compagnia, con il loro ciangottare, che di ciò mi dolgo. Lom- 
bardi, state bene attenti, ecc. 

V. Sembra, questa gente, altrettante ranocchie, allorché pronuncia 
il suo « broder, guaz? » (fratello, che cosa?) latrando pari a cane 
arrabbiato, quando essa si raccoglie insieme. Non vogliate che siffatta 
gente venga tra noi ! Allontanateli da voi ! Lombardi state bene at- 
tenti, ecc. 

VI. Dio guardi Lombardia, Bologna e Milano e le città compagne, 



46 Dieus salf IK; sardeingna I. 47 mal graz D, mal gratz IK; totz 1. 48 
Quar IK; reingna I, reigna K. 49 totz I K. 50 cuns IK; quant I; qant K; lare 
DIK; nos] non DIK; seingnal.Si uotz IK. 52 gardatz IK. 53 agaitz IK; platz 
IK. 54 Quar IK; reingnatz I, reignatz K. 55 honratz IK. 56 estatz IK. 56 
gardatz IK. 



14 



— 210 — 

Brescia, Mantova, in modo che un solo cittadino non divenji^a servo e Dio 
guardi i valorosi abitanti della Marca trevigiana. Lombardi, state bene 
attenti, ecc. 

VII. Dio salvi in Sardegna il mio « Malgrado-di-tutti ", perchè egli 
vive e si conduce gentilmente e vale su ogni altro. Nessun cristiano di 
nessuna razza vi ha tanto liberale e cortese quanto lui. Lombardi, state 
bene attenti, ecc. 

Vili. Saill d'Agaiz, ben mi piace che vi comportiate da uomo gen- 
tile, o veronese onorato, e ben mi piace che stiate così fermo. Lom- 
bardi, state bene attenti, ecc. 



211 



III 

Alberto Malaspina e Rambaldo di Vaqueiras 

Biografia di Alberto. 
(Secondo il testo di C. Chabaneau, Hist. d. Long. X, (Biogr. d. iroub.), p. 312). 

Albertz Marques si fo dels marques de Malespina. Valenz 
hom fo e larcs, e cortes et enseignatz; e saub ben far coblas e 
sirventes e cansos. 

A, e. 181 '••'1 {Studj difilol.rom.,\\\, 561); D, e. 146«-'i; I, e. ISS""; K, e. 141«; M, 
e. 255'^; R, e. 24''. Ediz. principali: Raynouard, Choix, IV, 9; Crescini, 
Man. prov.-, p. 296; Appel, Prov. Chrest.*, 90. Grafia, generalmente, di A. 

1. Ara •in digatz, Rambaut, si vos agrada, 
Si ■ US es aissi, cum eu auch dire, pres, 
Que malamen s' es contra vos guidada 
Vostra dompna de sai en Tortones, 
5 Don avetz faich mainta cansson en bada ; 
Mas ili a faich de vos tal sirventes 
Don etz aunitz, et ili es vergoignada, 
Que vostr' amors no 'il es honors ni bes, 
Per q' ella s'es aissi de vos loignada. 

10 11. [Albert Marques, vers es q'ieu al amada 
L'enganairitz don m' avetz escomes, 



1 digaz DM, diaz R; rambauz D, rambautz IK, raimbaut M, raymbaut R; 
sius M, sieus R. 2 com (con 1) eu aug DI KM; dir en pres M; estay uos si 
co yeu aurai apres R. 3 qe M; malamens M; contra] uas M; contra uos ses R; 
guidada] guiada IKR, airada M. 4 domna DIKR, donna M; de sai] lai sus M; 
carcones DIK, cartones R. 5 fag R; auez fait D, aues faig (fag K) IK; aues 
faitz mantas chanqos M; chanson DIK. 6 Mas] ez M; ella fag DI (faig) K, 
ella fay R; faz M; tal] un DIK; seruentes DM, siruentesc R. 7 est DI KM; 
auniz D; don aunit es R; ella D, Uh R; il nes IK; uergonhada R, uergoi- 
nhada M, vergoignada D, uergoinada IK. 8 nostr R; amor MR; no 'il es] noilh 
es M, non les IKR, non lles D. 9 de uos aissi MR ; lunhada R, luinliada M, 
loinada IK, loingnada D. 

10 Albrez D, albertetz IK; marches M; queu IK, qeu D. 11 lenianariz D, 
lenianaris IK, lenganayritz R; Lamanaritz de qe maues comes M; escomis I. 



— 212 — 

Que s' es de mi e de bon pretz ostada ; 
Mas no "Il puosc mais, qu'e ren no "il ai mes pres, 
Anz r ai totz temps servida et onrada ; 
15 Mas vos e lieis persegua vostra fes, 
C avetz cent vetz per aver periurada, 
Per qe'is clamon de vos li Genoes, 
Que, malgrat lor, lor empeignetz 1' estrada]. 

III. Per Dieu, Rambaut, d' aisso 'us port garentia 
20 Que maintas vetz per talan de donar 

Ai aver tout, e non per manentia 
Ni per thesaur q' ieu volgues aiostar; 
Mas vos ai vist cent vetz per Lombardia 
Anar a pe, a lei de croi ioglar, 
25 Paubre d'aver e malastruc d'amia, 
E feira'us prò qi'us dones a maniar, 
E membre vos co'us trobei a Pavia. 

IV. [Albert Marques, enoi e vilania 
Sabetz ben dir e mieils la sabetz far, 

30 E tot engan e tota fellonia 

E malvastat pot hom en vos trobar 

E pauc de pretz e de cavallaria. 

Per qe'us tolgront, ses deman, Val de Tar; 



12 bon] son M; prez DM; luinhada M, luiihada R. 13-14 mancano in R. 13 
Mais D; E non per ren qieu anc li forfezes M; puois D, puos IK; noili D, noi 
IK. 14 Ione temps A, tostemps DK, totemps 1. 15 lei I K, leis DM; persega DIK, 
persegra MR; f.j leis D. 16 cauez . e. uez D, caues . e. ues IK ; ues M. 17 qes 
DIK; clamen D, claman IK, gen ces (poco chiaro) I. 18 mal lur grat MR, en- 
peingnest IK, empeingnes D, empenhes R; uos enuasist M; la strada M. Segue 
in R: e sabon o lay li milanes. 

19 Rambauz D, rambautz 1 K, Raymbaut R; Per D. R.] En Raibaut M 
daiqous M, daisous IK, de so us R; guerentia R. 20 Qe D; mantas ues MR 
uez DIK, talent DIK, taien MR. 21 tot IK; tout auer M; e non] mais qe M 
22 tesaur DIK, trezaur M, thezaur R; q' ieu] qien M, quien DIK, quiel R 
amassar MR. 23 May R; vos] ieus M; e. ues IKM, e. uez D. 24 allei IK 
iuglar D; A lei de croi maluaitz iuglar annar M. 25 Questo verso in D è stato 
aggiunto nel margine; malastru D. 26 feraus DIKMR; qi'us] quius IK, qius 
M; qieus R. 27 menbre IKM; membreus uos D; trobey R; qous trobiei M. 

28 Albertetz IK, Alberz D, Albertz R, Nalbert M; enuei MR, e] es IK. 

29 sabes MR, sabez DK; mielz IK, miellz D, miels M; la] las DIK; sabez D. 

30 enian D 1 K M ; f .] tricharia M. 31 E] Ab M ; maluestat D 1 K M, podom M. 32 
prez DM; caualaria DIK. 33 quius (quieusK) tol hom IK; qeus tolen D; 
tolon R; tollon M; ses d.] aqells de M; aquel de mon de tar R. (Dopo ses 



— 213 — 

E Peiracorva perdetz per foillia, 
35 E Nicolos e Lafiancos da Mar 

Vos podon ben appellar de bausia]. 

V. Per Dieu, Rambaut, segon la mia esmansa, 
Fesetz que fols qan laissetz lo mestier 

Don aviatz honor e benanansa; 

40 E cel qe'us fetz de ioglar cavallier 
Vos det enoi trebaill e malanansa 
E pensamen et ir' et encombrier, 
E tolc vos ioi et pretz et alegransa, 
Que puois montetz de ronssin en destrier, 

45 Non fesetz colp d' espaza ni de lansa. 

VI. [Albert Marques, tota vostr' esperansa 
Es en trazir et en faire panier; 

Enves totz cels e' ab vos an acordansa, 
E que ■ US servon de grat e volontier 
50 Vos non tenetz sagramen ni fiansa ; 
E s' ieu non vail per armas Olivier 
Vos non valetz Rotlan, a ma semblansa, 



deman ual de tar, I K aggiungono : a quel deman de tar. 34 E manca A ; 
preira e. D (// primo r espunto) IK; preacor R; per aisso M; perdetz uos 
A; perdest u. DIK; perdes u. MR; follia DK, folia R. 35 Nicholaus M; La- 
francon A; Lanfranco D; Lanfrancor de M. M; Lanfranquiii R. 36 apellar DIK, 
apelar R. E per dreitz noni uos pot om apellar. qe uos iest caps de mal e de 
bauzia M. 

37 Rambauz D, rambautz IK; raimbaut R; Per D. R.j En Raibaut M; mi 
ismanssa D, mi ismansa IK. 38 fezes DIKR fesest M; cant R, qe D; laisses R, 
laisest DIK, laissest M. 39 auias DI KM ; hon.J auer R; benananssa D. 40 qiusR,; 
fez D, fes MRI; iuglar M; cavaillier DIK, caualer M, cavayer R. 41 enuei 
trebailh MR, treb. en. A; malananssa D, malenansa M. 42 pessament D. E p. 
ira ez enc. M; ira A; et irezen cobrier IK; et ir enc. R. 43 et pr.] bon prez M 
prez et alegranssa AD. 44 Que p.] E pueis MR; montest D I K M, montes R 
roncin D, ronsin IK; rossin R. en] a R. 45 fezes DIK, fezest M; Eno fais R 
lanssa A D, lanqa M. 

46 Albertetz I K, uostrae speransa M; uostra A; esperanssa A D. 47 traz.] 
trair D I K M, trobar R; ez en M, paniers R. 48 toz sels DR; ses IK; E en 
aicells M; qan ab uos M; cap R; -anssa AD. 49 qeus D; uoluntier DI KM; 
uoluntiers R. 50 tenes I K M R, tengues D; fianssa AD. 51 uaill D, uailh M, 
ualh R; arm.j amas DM; amars I, (ma K: armas), armas, con r sovraposto D 
(di mano del Bembo); oliuer DI KM. 52 ualez D, ualesM; rolan DIK: rol- 



— 214 — 

Que Plasensa no'us laissa Castaignier; 
Tol vos la terra e no*n prendetz veniansa]. 

55 V[I. Sol Dieus mi gart, Rambaut, mon Escudier, 
En cui ai mes mon cor e m' esperansa, 
A mon dan get de trobar vos e 'n Pier, 
Vis de castron, magagnai, larga pansa. 

Vili. [Albert Marques, tuich li vostre guerrier 
60 Ant tal paor de vos e tal doptansa, 

Qii' il vos clamon lo marches putanier, 
Deseretat, desleial, ses fiansa]. 



TRADUZIONE 

I. Or ditemi, Rambaldo, qualora vi piaccia, se vi è accaduto ciò 
che io odo dire : che, cioè, malamente siete stato trattato dalla vostra 
donna in Tortona, per la quale avete scritto invano molte canzoni ; ma 
essa ha fatto di voi un tale sirventese, da esserne voi disonorato ed 
essa stessa vergognata, poiché il vostro amore non le dà né onore né 
vantaggio, ond' ella si é, così, allontanata da voi. 

II. [Alberto Marchese, vero è che ho amata l' ingannatrice, a pro- 
posito della quale mi avete gettata la sfida. Essa si è allontanata da 
me e dalla virtù; ma non ne ho colpa, perché in nessuna cosa ho 
peccato verso di lei; per contro, l'ho sempre amata e onorata. Ma te- 
netevi pure, voi e lei, la vostra fede, quella fede che avete spergiurata 
cento volte per amor di danaro, della qual cosa si dolgono di voi i 



lan M, semblanssa AD. 53 plasenssa D, plazensa R, plasenti M ; nous] uos I K ; 
laisa R, laisson M; castainier DIK, castainhier M, castanhier R. 54 la manca 
DIK; terra A; E tol uos terra e n. R; eus tollon terre n. M; e tol uos t. R; 
prenes ueniansa IK; prendes ueniansa MR; uenganssa A. 

55 Rambauz D, rambautz I K, raybautz M, raymbaut R; escuider D, escui- 
dier 1 K, cuider M, cuydier R. 56 cor] san M; ma speranssa D I K. 57 dangier 
DIK; mon gan uos ren M; eu pier I K, empier M; de tr. u. e' n P.] uos e 
tot lur epier R. 58 castron] cristat D I K, castrat M ; manganai A, magaingnat D, 
magainat IK, -inhat M; longa DM, panssa D; sei de milan ab lur farsida pansa R. 

59 Albertez I K, Albert marqes DM, tuit DIK, tug R, gerrler AMR. 
60 an DIK, hanM; doptanssa AD, duptansa M. 61 Quill D, qill M, quelsR; 
claman DIK; marques DIK, marqes M; putaner M, pautonier R. 62 deseritat 
1 K, dezeretat MR; desi.] deslial 1 K R, ses ioi M; ses fianssa AD {ben chiaro 
anche in D; non gin ses stanssa come hanno /'Appel e il Cresc). 



— 215 — 

Genovesi. E a ragione, che loro malgrado, avete loro impegnata la 
strada]. 

III. Per Dio, Rambaldo, vi assicuro che molte volte ho ammassato 
denaro per desiderio di donare e non già per voglia di mettere insieme 
ricchezza o tesoro, lo vi ho ben veduto cento volte andare a piedi per 
Lombardia, come un tristo giullare, povero in avere e infelice in amore; 
e allora vi sarebbe stato utile chi vi desse da mangiare, e ricordatevi 
come vi trovai a Pavia. 

IV. [Alberto Marchese, sapete dire, e meglio sapete fare, torto e 
villania, e si può bene trovare in voi ogni sorta d' inganno e di fel- 
lonia e poco valore e poche qualità cavalleresche. Per questo, vi hanno 
preso, senza domandarvene il permesso, Val di Taro ; per questo, è persa 
per voi follemente Pietracorva, e Nicolò e Lanfranco da Mar vi pos- 
sono bene accusare di menzogna]. 

V. Per Dio, Rambaldo, a mio avviso, agiste da folle quando la- 
sciaste il mestiere [di giullare], dal quale traevate onore e profitto; e 
colui che di giullare vi fece cavaliere vi diede fastidio, travaglio e svan- 
taggi e pensieri e crucci e impicci e vi tolse gioia e piacere e alle- 
grezza; che, da quando montaste sopra un destriero, lasciando il ron- 
zino, non avete più dato un colpo di spada o di lancia. 

VI. [Alberto Marchese, tutta la vostra speranza risiede in tradire e 
in rubare. Verso tutti coloro che sono in buoni rapporti con voi e che 
vi servono di buon grado e volentieri voi non tenete né patti giurati né 
fedeltà; e s'io non valgo nelle armi Oliviero, voi non valete Rolando, 
a mio parere; Piacenza non vi lascia Castagnero ; essa vi prende la 
terra e voi non ne fate vendetta]. 

VII. Sol che Dio mi conservi, Rambaldo, il « Mio-Scudiero », in 
cui ho messo il mio cuore e la mia speranza, io disprezzo voi e il si- 
gnor Pietro [Vidal?], o viso di castrone, magagnato, grossa pancia. 

Vili. [Alberto Marchese, guardate quale paura e quale rispetto hanno 
di voi i vostri guerrieri: essi vi chiamano il Marchese puttaniere, dise- 
redato, sleale, immeritevole di fiducia]. 



216 



IV 

Rambertino Buvalelli 

A, e. 68^- (De Lollis, Stiidj, III, 202); D, e. 195'-; P, e. 35^' (anon. Stenoel, 
Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Ut., XLIX, 317). Casini, Le rime prov., p. 21 ; 
Propugn., XII, P. II, 433; Bertoni, Ramb. Buv., p. 29. Grafia di A. 

I. Al cor m' estai 1' amoros desiriers 
Que m' aleuia la gran dolor q' ieu sen, 
Et estai si dedinz tant doussamen 

Que mais no • i pot intrar autre penssiers, 
5 Per que m' es douz lo mais e plazentiers, 
Que per so lais tot autre pensamen, 
E non pens d' als mas d' amar finamen 
E de faire gais sonetz e leugiers. 

II. Pero no • m fai chantar flors ni rosiers 
10 Ni erba vertz ni fuoilla d' aiguiien, 

Mas sol amors qe * m ten lo cor iauzen 
Que sobre totz amadors sui sobriers 
D'amar celliei cui sui totz domengiers; 
Ni de ren als non ai cor ni talen, 
15 Mas de servir son gen cors avinen 
Gai et adreich on es mos còssiriers. 

III. Prions sospirs e loncs cossirs d' esmai 
M' a mes al cor la bella en cui m' enten, 
Mas s' il saubes cum m' auci malamen 



1 me stay P; desirers DP {e così sempre -ers 4, 5, 9, 12, 13, 16). 2 Qi 
D; grant D; greu dollor qeu P, qeu D. 3 se D; se dinz P; dolzamen D. 4 
entrar P; autres pensers D. 5 dolz DP; placenters D. 6 go D; altre P; pes- 
samen D. 7 Eno p. dal D; al AP; mais D. 8 leugers D. 

9 chantars D; de ros. A; rosers D. 10 ni herba uerz ni foillaD; aigillen 
P. 11 mas (mais D) manca P; qui t. D, qim te P. 12 Car D; toz D; soy P. 
13 celei D, celle! P; soy P; sui manca D, domengers D. 14 al DP. 15 ien P; 
couinen A. 16 e adreiz D; cons. P; cossirers D. 

17 Preion D; consirs D; preuonz sospir e lonchs consir P. 19 sili D 



— 217 — 

20 Lo mais d' amor e la pena q' ieu trai, 
Tant es valens e de fin pretz verai 
E tant si fai lauzar a tota gen, 
Q' ieu ere n' agra merce, mon escien, 
Qu' il es la flors de las meillors qu' ieu sai. 

25 IV. A Dieu coman la terra on ili estai 

E • 1 douz pays, on nasquet, eissamen 
E sa valor e son gen cors plazen, 
On tant grans bes e tanta beutatz iai, 
Q' ieu tant desir. Dieus, coras la veirai ! 

30 Don tals doussors inz al cor me dissen, 
Qe*m ten lo cor frese e gai e rizen, 
Q' on q' ieu estei, ades conssir de lai. 

V. Qan me cossir son rie pretz cabalos 
E ben remir son gen cors covinen, 

35 Gai et adreich, cortes e conoissen 

E'I douz esgart e las bellas faissos, 
No • m meraveill s' ieu en sui enveios ; 
Anz es ben dreitz qu' eu 1' am per tal coven 
Cum de servir e d' amar leialmen 

40 E son rie pretz retraire en mas chanssos. 

VI. Qan mi soven dels bels digz amoros 

E de • Is plazers qe • m saubetz dir tant gen, 
Bella dompna, cui hom sui veramen, 
Granz esfortz fi quant me loigniei de vos, 



mallamen P. 20 qeu D. 21 tan es ualen P; ualenz D; prez D. 22 tan D ; se D ; 
gen] gon D; a totas ieii P. 23 Qeu D; Qeu crey P. 24 QUI D; qelles P; la 
meillor D, las meillor P; qeu DP. 

25 deu D; Ay dea com am la t. P; ili D; ella P. 26 dolz D; pais D; ou 
n. D, on nasqer P. 27 ien P. 28 o DP; tan grant D, tantaz beltaz P; t. beltà 
D. 29 Qeu tan D; deus D, qora D; Qe tan descir deu cora P; uerai D P. 
30 dolchors D; dol cors P; mi D; deissen D, dessen P. 31 cors A, Quim t. 
io cor gai e fr. D, Qim te lo cor fr. e g. P, rigen D. 32 Com qeu D, Com qeu 
esteu P; consir P. 

33 me] bem A; Qant m. conssir D; Clianc me consir P; prez cabaillos D. 
34 Et ieu r. A; bel P; coven. D. 35 adreiz D. 36 els d. esgartz A; dolz D ; 
esgarQ D; faichos D. 37 seu en son D, soy P. 38 dreichs D. 40 prez D; e mas 
A; chanzos D, canzhos P. 

41 Can D; me soue P; diz D. 42 piazer P; sabez DP; tan D; ien P. 
43 Bona A; domna D; leialmen A; uiamen {comunic. privata) o luamen (Sten- 
gel) P. 44 esforz D; Gran esfortz fauc car me loigne de vos A; gr. esforz 



— 218 — 

45 Qu' eii degra estar totz temps de genoillos 
A vostres pes tro que fos franchamen, 
S' eser pojfues, per vostre mandamen, 
Bon' amistatz mesclada entre nos dos. 

VII. Bona dompna, si mal parlier ianglos 
50 Nuil destorbier volon metre entre nos, 
No n' aion ia poder a lor viven, 
Q'ie'us amarai totz temps celadamen, 
Et on q' ieu an, mos cors reman ab vos. 

Vili. Biatritz d' Est, la mieiller etz e' anc fos, 
55 E ia Dieus noca'm sai s' ieu de ren men, 
Qu' el mon non ere qe n' aia tant valen. 
Qui voi gardar totas bonas razos. 



TRADUZIONE 

I. Nel cuore mi sta 1' amoroso desiderio, che m' allevia il gran do- 
lore che sento e vi sta dentro così dolcemente, che mai non vi può 
entrare altro pensiero ; onde m' è dolce e piacente il male d' amore e 
perciò lascio tutte le altre cure e non penso ad altro, salvo ad amare 
finamente ed a fare gai suoni e leggieri. 

II. Epperò non mi fa cantare fiore né rosaio, o erba verde o foglia 
di rosa, ma soltanto amore, che mi tiene gioioso il cuore, che io sopra 
tutti gli amanti mi elevo nell' amare colei, a cui tutto appartengo come 
vassallo; e non ho altra voglia o intenzione all' infuori di amarla, donna 
avvenente, gaia e diritta quale è, con cui sta il mio pensiero. 

III. Profondi sospiri e lunghi e paurosi pensieri m' ha messo nel 
cuore la bella, che amo ; ma se essa sapesse quanto tristamente mi 
tormenta il male d' amore e la pena che ne traggo, io credo che, come 
donna tanto valente, che ha verace e fino pregio e che si rende degna 
d'essere tanto lodata da tutti, ne avrebbe pietà, al mio parere, poiché 
essa é il fiore delle migliori che conosco. 

IV. A Dio raccomando la terra, ove sta, e anche il dolce paese, 



es car mi loing d. u. P. 45 toz temps D; a gen. P. 46 uostre D P. 47 
Qesser p. D. 48 amistaz D; mesclat dentre no dos P. 

49 parler D. 50 uollon P, uolen D. 51 aian D P; ailor P. 52 Qeus D P; 
tor tems D. 53 qeu an DP; mos cor P. 

54 Beatrix D, meiller D, meillor P; es D; qanc D; chanch P. 55 deus D; 
seu D; E ia deus no sa! de ren men P. 56 Qel D; uallen P. 57 totas razos D 
{manca bonas); toptas b. r. P. 



— 219 — 

ove naque, e il suo valore e la sua gentile e piacente persona, nella 
quale si trova tanto gran bene e tanta beltà, ch'io tanto desidero. Dio, 
quando la vedrò ! Da essa mi scende una tal dolcezza nel cuore che 
ne è fatto gaio, fresco e gioioso sì che sempre penso a lei, in qualunque 
luogo io mi sia. 

V. Quando rivolgo nel pensiero le sue ricche qualità perfette e 
quando bene la rimiro, così gentile, bella e avvenente, cortese e gar- 
bata, e rimiro il suo dolce sguardo e le sue belle forme, non mi mera- 
viglio d'esserne desideroso; per contro, è cosa naturale ch'io l'ami, 
con questo patto, però : di onorarla e amarla lealmente e di ritrarre le 
sue ricche virtù nelle mie canzoni. 

VI. Quando mi ricordo dei bei detti amorosi e delle piacevoli cose, 
che mi sapeste dire con tanta gentilezza, bella donna, a cui sono ve- 
ramente vassallo, convengo che feci grandi sforzi nell' allontanarmi da 
voi ; che io avrei dovuto stare sempre in ginocchio ai vostri piedi sino 
a tanto che, per vostra volontà, se ciò fosse possibile, una buona ami- 
cizia sorgesse tra noi due. 

VII. Buona donna, se i lusingatori chiacchieroni vogliono portare 
discordia tra noi, oh! non ne abbiano essi il potere sin che vivano, che 
io vi amerò sempre celatamente e, dovunque io vada, il mio cuore ri- 
mane con voi. 

Vili. Beatrice d' Este, siete la migliore che sia mai stata e Iddio mj 
perda se mento, eh' io non credo, se si voglia tener conto d'ogni buona 
ragione, che al mondo esista una così valente come voi. 



— 220 



V 

Rambertino Buvalellì 

D, e. 194». MUSSAFIA, Del cod. est., p. 443; Casini, Propugnatore, p. 426; Le 
rime prov. di R. B., p. 5; Bertoni, p. 31. Questo componimento è il primo 
della serie in D. Vi sta scritto in testa: Lamh'tin debuuarei. 

I. Er quant florisson lì verger 

E 'ili auzel chanton per ior lai, 
Voill far ab gai sonet ieuger 
Coinda chanzon, pos a lei piai, 
5 De cui eu chan, q'es tan plasenz 
Q'als pros fai e als conoissenz 
Totas las autras desplazer 
E si honrar e car tener. 

II. Tant ai [de ioi e] d'alegrer 
10 E tant son tuli miei consir gai, 

Qe capdelar cuit tot l'emper, 
Quant m' albir cum d' amor me vai ; 
E cel q' esser volra sabenz 
Qals es cil de cui sui iausenz, 
15 An la genchor del mont vezer, 
Q'esters no 'ili lo aus far saber. 

III. Car enveios e lausengier 

Per cui mainz bes d' amor dechai 
Me'n fan paor, per qe'm suffer 
20 Que mon ioi non die ni retrai, 
Anz faz cuiar a mantas genz 
Q' aillors sia mos pessamenz; 
E puosc o ben far senz temer, 
Pos mos fis cors en sap lo ver. 

25 IV. Complit son tuit mei desirer, 

Pos cil, dont mos cors no s' estrai, 



19 qem] qen D. 20 Que] Q' D. 



— 221 — 

Me reten per son cavaler, 
Qui qe n'aia dol ni esgiai. 
Per aizo'ii sui tant benvolenz 
30 Que totas [las] autras valenz 
No • m poirion tant far plazer, 
Per q'eu partis mon bon esper. 

V. La beli' ab lo cors plazenter 
Pos da lei no " m part ni * m partrai, 

35 Prec, se "il piai, e' ab lo ioi entier 
Mi socorra, q'atendre'm fai 
Sa vermeilla bocha rienz ; 
Q' aissi co ili promes, eissamenz 
Lo deu atendre, al meu parer, 

40 Se • 1 dreit d' amor voi mantener. 

Vi, A Mon Restaur, qar es valenz 
Al laus de toz los conoissenz, 
Faz mon ioi e mon chan saber 
Car li plazon tuit mei piacer. 



TRADUZIONE 

\. Ora, quando fioriscono i verzieri e gli uccelli cantano per lor 
gioia, voglio fare con gaio e breve suono leggero una graziosa canzone, 
poi che piace a lei, di cui canto, che è tanto piacente, che fa spiacere 
ai prodi e agli intenditori tutte le altre e sé onorare e apprezzare. 

II. Ho tanta gioia e allegrezza e tutti i miei pensieri sono tanto 
gai, che mi imagino di guidare tutto l'impero, quando penso alla mia 
ventura in amore ; e se alcuno volesse conoscere come sia colei, per la 
quale sono gioioso, vada a vedere la più bella del mondo, che altri- 
menti non ardisco farglielo sapere. 

III. Egli è che invidiosi e lusingatori, per cui molto decade amore, 
me ne fanno paura, ond'io mi astengo dal dire e far conoscere la mia 
gioia, anzi faccio credere a molti che il mio pensiero sia altrove ; e ciò 
posso ben fare senza timore [di mancare verso la mia donna] dal mo- 
mento che il mio fino cuore sa quale è la verità. 

IV. Tutti i miei desideri sono compiuti, poiché colei, dalla quale 
il mio cuore non si diparte, mi ritiene per suo cavaliere, chiunque ne 



34 partirai D. 40 manter D. 
43 Faz, con F ricavato da E, D. 



— 222 - 

abbia duolo o tormento. Per questa raj^ione io le sono tanto accline, che 
tutte le altre donne valenti non mi potrebbero far tanto piacere, per cui 
io mi trovassi a dividere con altra donna la mia fiduciosa aspettazione 
(a riporre in altra donna parte della mia speranza). 

V. La bella dal corpo piacente prego, se le aggrada, che mi soc- 
corra, poiché non cesserò mai d'amarla, con la gioia, che attendere mi fa 
la sua vermiglia bocca ridente; che cosi come ella la promise, questa 
gioia, istessamente la deve mantenere, al mio parere, se vuol sostenere 
i diritti d' amore. 

VI. Al Mio Ristoro, poiché è valente, secondo l'avviso di tutti gli 
intendenti, faccio conoscere la mia gioia e il mio canto, dal momento 
che gli piace tutto ciò che mi fa piacere. 



— 223 — 



VI 

Rambertino Buvalelli 

e. 68"; C, e. 338''; L, e. 123^" > anon.); S^(Riambaut de Vaqueyras ; Masso y 
TORRENTS, in Anuari de l' Institut d' Esiudis catalans, I p. 430). Manca N 
(anon.). De Lollis, Stiidj, III, 201 (A); Casinm, Rime prov. di R. B., p. 23; 
Propugn., cit. p. 435; Bertoni, Ramb. Biiv., 35. — Grafia di A. 

I. Eu sai la fior plus bella d'autra fior 

E plus plazen, als dichs dels conoissens, 
En cui es mais pretz e valors e sens, 
E deu per dreich portar maior lauzor 
5 C'autra del mon que hom saubes eslire, 

Car no "il falli res de ben e' om puosca dire ; 
Qu'en lieis es senz honors e cortesia, 
Genz acuillirs ab tant bella paria, 
C'om no la ve que non si'enveios 
10 Del sieu rie pretz poiat sobrels plus pros. 

II. E die vos ben c'anc non trobet hom fior 
Que tant sembles coinda e sobravinens 

Ni e' ab semblans doutz e gais e plazenz 
Saubes poiar son pretz e sa valor 
15 Tant cum ili fai, que hom non pot escrire 
Los sieus bos aips ni sa beutat devire 



I leu L; flors L; pus S*; belha C. 2 pus plascentz L; als dich A, a dit 
S*; el plus adreit plazer dels conoyssens C; conoiscentz L. 3 Manca in C. 
4 don deu S^; dej L; portar per dreg (dret S=*) CS^. 5. quautra C L, Caltre 
S=S que] cui L. 6 quar noy falh C, qar noi f. L, C. noy fayl S*; quhom puesca 
C, qhom puoscha L, com posques S*. 7 En 1. A, En lej L, Quen !eys S*; cor- 
teszia L. 8 G. acullirs C, gen acuoillirs L, gent acuylir S^. 8 tan CLS*. 9 
Quhom C, Qhom L; sia AL; enuezos L. 10 poiar entrels C; del sieu rich prez 
far pojar s. p. p. L; del seu rich pretz qui puya s. pros S^. 

II dich L; quanc C, qanc L; e' om no tr. anc fi. S*. 12 Qi L; tan CLS *; 
scembles L; cueynda sobr. C, cuynde sobr. S*. 13 e' ab] quels C; scemblanz 
L; dous C, doich L, dol(; S*; plaszentz L. 14 Saupes L; pozar L, puyar S^; valor] 
lauzor S*. 15 Tan LS*; ylh C, il S*; pod L; escriure A. 16 ne sa beltatz L; 



— 224 — 

E s' ieu no 'Il die de ben tant cum devria, 
Per so me • n lais que dire no"l sobria; 
Tant es sos pretz sobriers e cars e bos, 
20 Qui plus en ditz, mais i troba razos. 

III. E qi • m volgues encierre d'està fior 
Cals es ni don, be • m ditz mos esciens 
Qui me n'enquier sembla'm desconoissens 
Puois tant au hom dire de sa ricor; 

25 Qu'il cs de pretz al som, qui qe'is n'azire, 
E totz hom pros deu aver gran désire 
Qu'el vis dels oills cellieis, cui totz iois guia, 
La bella fior el prat on es floria, 
Don ieu serai totz temps mais desiros, 

30 Que qui la ve sempre ' n sera ioios. 

IV. Mas una ren die ben de part la fior 
A trastotz cels qez hom ten entendens 
De las prezans e de las plus valens 

E qui se"n fant saben e chausidor, 
35 Que tot enans e' om sa beutat remire 
Ni que de lieis vezer sia iauzire, 
Gart si meteis qui 'I es ni si"s faria 



per so mon cor mi fai tremolar efrirc C; // verso manca in S=\ 17 seu S^; 
dich de be L; tan quan C. 18 Perche L, per go S*; iaix S*; qhom L, quar C, 
car S-'^; non sabria S^. 19 Tan L; sobrers LS^. 20 hi C; Que plus en dj m. 
i tr. raszos L; Qui mays ne di mays y tr. raysos. 

21 quin C, qui S''^; enquere LS*"^. 22 quals es ni on C ; Qals es ne cui be 
dj mos essientz L; C. es ne d. be die a mon sien S*. 23 sembla desconoys- 
sens C; enqer scemblam desconoisscentz L; enquer semblem desconoxen S*. 
24 Pos CL; tan L; auch L; richor L; Que ben ou hom dir sa ricor S*. 25 
quilh C, Qiil L; presz L; ques C; ques naire L; Qui es en lui el pretz qui 
ques nazire S''^. 26 E tot hom prous S^^; dej L; grant deszire. L. 27 Qel uiss L; 
dels iiuelhs selieys C ; dels oillz celej L ; dels huyls de leys cuy totz ioys g. S * . 
28 flors L; el pratz .C L, al prat S^. 29 Dun eu S^ , yen C, zen L; tostemps 
CS''; desziros L. 30 E qui la u. S*; tostemps s. ioyos C, sera tostemps ioyos 
S*, totz temps uiora zoios L. 

31 re CLS^; dich de part (manca ben) L; be C; de uas C. 32 selhs C; 
a totz aicels A; a trestotz e. LS^'^; entendentz L; quom ten per ent. C; qui 
hom ten ent. 5=^. 33 les S'^; preszantz L; les pus S^; uaientz L. 34 que 
qui L; fan CLS^; saubentz L, saubens S^^; chauz. C, chausz. L, xaus. S*. 
35 enant S*, enan CL; quhom C; qhom sa beltat L; que sa beut. S»; remir 
S*, deuìre AL. 36 lej uezser s. jauszire L; ne que de leys sia jauzire S^; 
son dous esgar plazentier ab gent rire C. 37 Gart] Mant A; mezeys C, metceis 



— 225 - 

A lieis vezer, que, s' aisso no • is taignia, 
Aprop l'esgart non sera poderos 
40 De ren parlar, tan tornerà oblidos. 

V. Et es trop laig e' aprop tant bella fior 
Si'hom pessatz ab tan de marrimens, 
Que no "ili puosca sivals sos covir.ens 
Dire e mostrar, ni 'n tan dar mirador 

45 No'is taing que ia s'esgart hom ni's remice, 
Si de bon pretz n'es amans e servire; 
Car si '1 es pros ab l'esgart doblaria 
Lo pretz e"l sen q'en cent dobles valria. 
Don totz tenips mais desirans e coclios 

50 Deuri' esser del sieu cors amoros. 

Vi. Chanssoneta, vai, ten la dreicha via 
Lai envers Est, on fis pretz cabalos 
Soiorn'e iai ab la meillor c'anc fos. 



TRADUZIONE 

L Io so quale è il fiore più bello di qualsiasi fiore e più piacente, 
ai detti dei conoscenti, e in cui è più pregio e valore e senno. La mia 
donna deve, per diritto, avere maggior lode che altra del mondo, che 
alcuno possa scegliere, perchè non le manca nessuna qualità che uomo 



L, mateyx S^; quiih es. C; ne s. S*; que necies farla L. 38 A ley CS*, A 
lej L; ueszer L, ueser S*; saicho noj t. L; say nolh tanheria C; so nom 
tayneria S*. 39 no LS*; seria C. 40 re CL; tornara A, torna CS*. 

41 lag C, laitz L; qua pr. C, qui pr. Sa;tanCLSa, bela S». 42 Sia A; 
Sihom pessantz L, Si os pausar S*; ab tans AC; es hom pauzatz C. 43 nolh 
puesca C, noi puosca L; seuals s. conuinentz L; Que noi pusca passar sos cou. 
S*. 44 dir ni m. C, dir ne m. S^; ni 'n t.] nen tan L, en tan C, ne tan S*. 
45 Nos t. q. za sesgart h. nes rem. L; No tayn com ja lesgart nel remire 
S*; que ia sesgart no tanh hom ques remire C. 46 bo preszL; amantz L; non 
es amans seruire C; Si doncx bon pretz nos amans e seru. S*. 47 quar selh C, 
qar sili L, Car sei L; prous S*; cab lesg. S*. 48 sens A, seynS*; quen cent 
C, qecen L, quin e. S*; ualgria L, uaria S^^- 49 d. tostemps C, dun tostemps 
S*; maysS»; dez. e coytos C, deszirantz edoptos L, deziran enueyos S"^. 50 
esser] estar A, deig eu esser S*; seu S*. 

51 Chansoneta C, Chanchoneta L, Xanqoneta S*; uay S*; lai dreita C, 
la dreita L, la dreta S^. 52 Lay dreit ues est tos f. C, Laj enuas o es fi L, 
Lay un es leys un fin S*. 53 soiorna A, seiyorn S*; Sozorna laj L; iay C; la 
melhor C, le meillor L, Io meyllor S*; quanc C. 

15 



— 226 — 

sappia enumerare. In lei è senno, onore e cortesia; in lei sono gentili 
maniere con sì bell'aspetto, che tutti coloro che la vedono divengono 
ammiratori desiderosi del suo gran pregio, che sta in alto, al di sopra 
di quello dei più prodi. 

il. E vi dico altresì che mai non fu trovato fiore, che tanto paresse 
grazioso e avvenente o che sapesse, con sembianti dolci gai e piacenti, 
elevarsi per pregio e valore tanto quanto essa fa. Non si possono scri- 
vere le sue doti né precisare la sua beltà, e se io non ne dico tanto 
bene quanto dovrei, egli è che me ne astengo per non saperlo dire. 
Le sue qualità sono così alte, così rare e buone, che chi più ne parla, 
più vi trova motivo di parlarne. 

ili. E se alcuno volesse chiedermi chi è e donde è questo fiore, il 
mio criterio mi dice che costui non sarebbe punto bene informato, dal 
momento che tanto si ode parlare delle sue qualità. Essa sta al sommo 
luogo in quanto al merito, chiunque sia che se ne dolga, e ogni uomo 
prode deve avere desiderio di vedere colei, cui guida ogni gioia, di 
vedere, cioè, il bel fiore nel prato dove è fiorito, di che io sarò sempre 
più desideroso, perchè chi lo vede ne sarà ognora lieto. 

IV. Ma una cosa io dico bene per parte del fiore a tutti coloro 
che sono ritenuti intendenti delle donne pregevoli e più valenti e che 
se ne fanno conoscitori e ammiratori : dico, cioè, che prima di mirare 
la sua beltà e di gioire della sua vista, guardi se medesimo, chi è e 
se sia degno di vederla, perchè, se ciò non si convenisse, dopo lo 
sguardo non potrà più dir nulla, tanto diverrebbe oblioso. 

V. Ed è troppo male che vicino a sì bel fiore ognuno resti pensieroso 
e tanto smarrito da non poter dire né mostrare il suo stato ; né in cosi 
chiaro specchio non si conviene che alcuno si guardi o si rimiri, se non 
è amante e seguace di buon pregio ; che se si tratta di un prode, questi 
raddoppierebbe con lo sguardo le sue qualità e il suo senno in modo 
da valerne cento doppi ; onde sempre più pensieroso e desideroso 
dovrebbe essere del suo corpo amoroso. 

VI. Canzonetta, vattene e tieni la via diritta verso Este, dove il 
fino pregio perfetto dimora e sta con la migliore che mai sia esistita. 



227 



VII 

Rambertino Buvalelli 

D, e. 194*-. MUSSAFIA, Del cod. est., p. 444; Casini, Propugn. cit., p. 429; 
Rime prov. di R. B., p. 11; Bertoni, Ramb. Biiv., p. 38. 

I. Ges de chantar no"m voill gequir 
Et ai razos que chantar deia, 
Que negus no me port' enveia 
D'amor, si vos en voill ver dir; 

5 Per cho dei chantar volunters 
Que poiar pois e no dessendre 
D' amor et aug dir e contendre : 
« Qui ren non a, ren non pot perdre ». 

II. Perdre non dei lo gent servir 
10 Q' ai fait a cella qi'm g[u]erreia 

De cent sospirs, si Deus me vela, 
Aitan corals, que del morir 
Me desfida toz lo premers, 
E si mi fai trop ben entendre 
15 Qe ren no*m vai lo lonc[s] atendre, 
Que tant no " i poiria derdre. 

III. E per zo pens, qant dei dormir, 
Si razos es q' amar mi deia 
Midonz, qe sobra'm seignoreia 

20 Tant qe per pauc no • m fai follir; 
Mas tant es sos cors plazenters, 
Q' ades me somon de 1' entendre 
Mos cors ver cui eu dei atendre ; 
E pos tant vai, no me " n deu erdre'? 

25 IV. Dune, q' en faras? Vois tcn partir? 
Oc, eu. — Per qe ? — Qar trop foleia 



18 amar] amor D. 

23 mon cor D. 25 q' en] qem D. Vols] uos D. 



— 228 — 

Qui sec son dan, e set plaideia 
Amors, a dreit creis te • n iauzir? 
— Hoc, qar malgrat de[Is] lauzengiers 
30 Mi rent a leis, q' az autra rendre 

No'm voill, q' ela'm pot dar e vendre, 
Ne nuil[z] maltrait[z] no • m fai esperdre. 

V. Pero si tot me fai languir, 
Non es razos que ia'm recreia 

35 D'amar leis, qui vers mi felneia, 
Car zo que 'il plaz me fai soffrir, 
Si cum fins amics vertaders 
Que no * s voi ves amor deffendre ; 
Mas (jo q' il voi voill en grat prendre, 

40 Q' autra no"m pot baissar ni erdre. 

VI. Chanzon, va-t-en, bos messagers, 

Ei) ses plus atendre 

Vas ~) fai entendre 

Que Mon Restaur no me pot perdre. 

45 VII. Jovenz, beutaz e prez enters 

S' es mes eM ben eM grand e'I mendre 
En la [plus bella] •'^) ses contendre, 
Que sap prez gaìgnar ses perdre. 



TRADUZIONE 4) 

I. Non voglio lasciare di cantare, e ne ho anzi delle ragioni, perchè 
nessuno, a dirvi la verità, si mostra geloso di me per quanto spetta ad 
amore [pel fatto che non sono amato]; per questa ragione debbo can- 



27se-t] sec D. 28 iauzir D. 30 ab leis D; q' az]qat D. 36 que -il] qil D. 
40 erdre] ercle D. 

44 no me] nom D. 

^) La lacuna è nel ms. 

2) La lacuna è nel ms. 

3) Lacuna di nove o dieci lettere nel ms. 

<) Questo componimento è tutto contesto di luoghi comuni, propri alla 
antica lirica aulica o cavalleresca, e presso che intraducibili, a meno di non 
usare troppe perifrasi. Cosi, il v. 6 (Que poiar pois e no dessendre — D' amor) 
e il v. 40 {Qu' autra no-m pot baissar ni erdre) presentano i verbi poiar, des- 



— 229 — 

tare di buon grado, che posso trar vantaggio in amore, anziché scapi- 
tarne, e odo dire e affermare: « chi non ha nulla, non può perdere nulla ». 

II. Non debbo perdere il gentile omaggio che ho fatto a colei che 
mi guerreggia di cento sospiri (così Dio mi vegga!) tanto corali, che 
già presso a morire mi crede il primo che io incontri, e mi fa troppo 
bene intendere che nulla mi profitta 1' attendere lungamente, che sino a 
lei non potrei arrivare. 

Ili. E perciò anche di notte, invece di dormire, penso se ragione 
vi è che mi debba amare la mia donna, la quale mi signoreggia siffat- 
tamente che per poco non mi rende folle ; ma ella è tanto piacente, che 
sempre mi invita a desiderarla il mio cuore, a cui debbo attendere, e 
poiché tanto vale, non mi deve essa sollevare e rallegrare? 

IV. Dunque, che cosa farai? Vuoi lasciare di amarla? Io lo farei. 
— Perchè? — Perchè troppo è folle chi cerca il proprio danno; e se 
amore piatisce con te, credi veramente di poterne gioire? — Sì, perchè a 
malgrado dei referendari, mi dò a lei, che ad altre non mi voglio dare, 
ed essa mi può donare e vendere [può fare di me ciò che vuole] e nes- 
suna sofferenza non mi allontana da lei. 

V. Però, se bene mi faccia languire, non è ragione eh' io mi ricreda 
d' amare lei, che verso di me si comporta male pel fatto che mi fa 
sopportare tutto ciò che vuole, come fino amico veritiero che non si 



sendre, baissar, erdre in un significato speciale ben noto, che essi acquistano 
nel linguaggio amoroso e che non si può rendere, in una versione, che appros- 
simativamente. Poiar e erdre indicano a volte, possiam dire, la gioia che 
r amante trae dal vedersi corrisposto dalla sua donna e talora significano quasi 
il crescere della sua passione o il nobilitarsi di essa. Sollevandosi sempre 
più, l'amante aspira a qualcosa di più; aspetta sempre dall'amore nuove 
gioie. Se ottiene ciò a cui tende o se ha speranza di ottenerlo, allora egli 
■ pogg'3 *. si innalza in amore. Se le speranze si dileguano, allora egli « di- 
scende ». in tale senso, alquanto indeterminato, vanno intesi i corrispondenti ita- 
liani, quasi letterali, che nella nostra versione abbiam dato a questi verbi. Anche 
il « servire » in amore è, come si sa, il « rendere omaggio, rendere onore » alla 
donna (v. 9) quasi come vassallo a signore, e il « partire » (v. 25) dalla donna o 
da amore, significa non già 1' atto materiale di allontanarsi, ma sì bene 1' ab- 
bandono, da parte dell' amante, dei sentimenti amorosi. Tutte cose, queste, 
conosciutissime; ma non inutile mi è parso il ricordarle brevemente a questo 
luogo, perchè la mia traduzione di questo componimento tutto imbevuto di 
locuzioni cavalleresche appaia giustificata nella sua forma dimessa, che non 
si diparte troppo dalla lettera e in pari tempo vuol rendere, come può, lo 
spirito del testo. Per nostra fortuna, questo linguaggio feudale, trasportato 
nei domini dell' amore, questo linguaggio falso, convenzionale, vuoto e freddo 
è scomparso; ma siffatta scomparsa, che è, come dico, una fortuna, si risolve 
in una disgrazia per un traduttore, che voglia tenersi ligio al testo, e insieme 
voglia renderlo in un linguaggio moderno e chiaro. 



— 230 — 

vuole difendere da amore ; ma ciò che essa vuole voj^Iio prendere in 
^'rado, che altra donna non mi può deprimere né sollevare. 

VI. Canzone vattene, buon messaggero, e senza più aspettare 

verso fa intendere che il Mio-Ristoro non mi può perdere. 

VII. Allegrezza e cortesia, beltà e merito perfetto e il bene e tutto, 
insomma, si sono messi nella più bella, senza discussione, che sappia 
guadagnar pregio, senza mai discapito. 



231 



Vili 

Rambertino Buvalelli 

A, e. 69^; C, e. 338=»; D, e. 195». Casini, Propugn., 430; Rime prov. di R. B., 
p. 13; Bertoni, Ramb. Buv., p. 41. Grafia di A. 

I. S'a Mon Restaur pogues plazer 
Tant qu' il me volgues restaurar 
Los dans q' leu ai pres per amar, 
Mais en feira son pretz valer, 

5 C autre bes, so me par, no*i falli 
Mas merces ; e s' en tal miraill 
MI pogues mirar, grand honor , 

M' agra dieus faich de la gensor, 
Don al estat tant volontos 
10 De liei servir totas sazos. 

II. Pois Mon Restaur non puosc vezer 
Lo douz ris ni • 1 plazen esgar, 

De mos huollls non sai mais que far, 

C alllors no'm poirlon valer; 
15 Qand leu no'l vel, soven badalll, 

E qand leu cuich dormir, trassalll, 

E prenc los draps e • 1 cobertor 

E qand m' esveill, sosplr e plor, 

Puois chant per lels e sul lolos 
20 Qan mi soven del gen respos. 



I piacer D. 2 Tan D; qi! D. 3 Io dan C, io danz D; qeu D. 4 mas C; 
fera D; prez D. 5 quau. C; so me] que me D; noill D; no mi falh C {l'aspor- 
tazione nel codice di una vignetta ha mutilata la prima strofa ) ; no • i ] noill. 6 sien 
en A e sun D; miralh C. 7 me D; grant honrar D. 8 deus faiz D; gechor D. 
9 uoluntos D. 10 lei D, leys C 

II Pos D, Pus C; puesc C. 12 dolz D; Io belh r. C; plazent C. 13 oilz 
D, huelhs C; no D; say C. 14 Qaillors D; qualhors C, no 'm] non A, no D ; 
poyrion C. 15 quant eu D; quan yeu C; noM] uol D, nous A; uey s. badalh C. 
16 E quant eu D; quant yeu cug C; tressaill D; trassalh C. 17 prent D; cub. 
D. 18 E quant D, e quan mesuelli C. 19 Puois] E C ; cant D ; lieys C ; e son D ; 
e suy ioyos C. 20 Cant D; quan m. soue C; gen] belh C. 



— 232 — 

III. Mos Restaurs a pretz e saber 
E cortesia e gen parlar, 

Tant q' a chascun si fai prezar, 
Per que sos pretz deu mais valer, 

25 E s' ieu n' agues ioia o fermaill. 
Plus fora rics d' un amiraiU, 
C ades vei doblar sa valor 
En fin pretz et en gran lauzor, 
Per q' ieu n' estau plus cossiros 

30 Qand non vei sas bellas faissos. 

IV. Mos gens Restaurs a en poder 
Totz los bos aips e' om pot penssar 
E sap lai, • is taing, mieills honrar 
E plus cortesamen valer, 

35 Per que vas lieis no m' anuaill 
De servir, e s' ieu n' ai trebaill, 
Fatz a lei de bon sufridor, 
Que r afans mi sembla doussor; 
Per que fora dreitz e razos 

40 Qe*m n' avengues qualqu' onratz dos. 

V. De Mon Restaur no'm desesper, 
Anz volli en sa merce estar 

E servir e merce clamar, 
Que bos servirs mi deu valer. 

45 Si fai tant que per lieis mais vaili 
E'n sui de plus avinen talli, 
Ves midonz et enves amor. 
Pel fin pretz e per la ricor 
Qu' es en lieis rics e cabalos, 

50 E creis ades totas sazos. 



21 prez D. 22 E manca C; gent C D; ab gen p. A; e cort. e e g. p. D. 23 tan 
C; cascun C, chascus D; se C; preiar D. 24 qe D; prez D. 25 seu D; o ioya 
ofermalhC; pre io! au ferm. D. 26 ricx C; amiralh C. 27 quades uai C. 28 
prez D; grant D. 29 per quieu estaiic C; qeu mestau D; consiros D. 30 quar 
no uey C; quant D; faizos D. 

31 Puois mos r. A ; genz D ; a] ai D ; poders D. 32 Toz D ; ayps quhom C ; 
aibs qom D; pessar D, pensar C. 33 lay C, o"is manca D, ostanh C; mielhs C, 
meilz D. 34 cortez. C. 35 per quieu C; lei D, lieys C; anualh C. 36 seu D; 
trebalh C. 37 fauc C, faz D; ley C; sufr.] sofr. D, seruidor A. 38 Qe D; sembl 
C; dolchor D. 39 dreiz D. 40 Queenai uengues qal conraz dos D; cals qonr. A. 

42 uuelh C ; estar] esperar A, sperar D. 44 bos] mos C ; me D. 45 Si] 
sis A C D; qe per lei D; lieys m. ualh C. 46 auinen] ualen D; e quen sui 



— 233 — 

VI. Clianssoneta, vai tost e cor 
E diras m' a l' una seror, 
En cui es fis pretz cabalos, 
Que trop atendres non es bos. 



TRADUZIONE 

I. Se al « Mio Ristoro » piacesse di volermi « ristorare » dei danni, 
che ho avuti per amare, maggiormente farebbe valere i suoi meriti, 
poiché nessun' altra qualità le manca, a mio avviso, salvo la pietà. Se 
io potessi mirarmi in tale specchio, quale ella è, mi avrebbe fatto Iddio 
un grande onore quanto alla donna più gentile, che sono stato tanto 
desideroso di servire ognora. 

II. Poiché non posso vedere il dolce riso e il piacente sguardo del 
« Mio Ristoro », non so più che fare dei miei occhi, che altrove non po- 
trebbero essermi d'utilità. Quando non vedo il « Mio Ristoro », spesso mi 
annoio ; e allorché penso di poter dormire, trassalgo e afferro le lenzuola 
eia coperta, e quando mi sveglio, sospiro e piango; poscia canto per 
lei e sono gioioso allorché mi sovviene della sua gentile risposta. 

III. Il « Mio Ristoro » ha pregio e sapere e cortesia e gentile par- 
lare, tanto che da tutti si fa apprezzare, onde i suoi meriti devono va- 
lere di più ; e s' io avessi un contrassegno del suo amore, o un gioiello 
o un fermaglio, sarei più ricco d' un emiro, che sempre vedo raddop- 
piare il suo valore con fino pregio e con gran lode, per eh' io ne sto 
più triste quando non vedo le sue belle sembianze. 

IV. Il mio gentile « Ristoro » possiede tutte le buone qualità che si 
possono pensare e sa, laddove si conviene, meglio onorare e più corte- 
semente valere, onde non mi stanco di farle omaggio, e se ne ho tra- 
vaglio, mi comporto come uomo ben paziente di modo che 1' affanno 
mi sembra dolcezza, per la qual cosa sarebbe ragionevole e giusto che 
ne ottenessi qualche bella ricompensa. 

V. Non mi dispero del « Mio Ristoro », anzi voglio stare in suo potere 
ed esserle ligio e chiederle mercè, che i leali omaggi devono profittarmi. E 
invero essi fan si, che per lei io valgo di più e appaio persino di migliore 
aspetto e di migliori modi verso madonna e verso amore, grazie al fino pre- 
gio e alla nobiltà che é in lei grande e perfetta e cresce sempre ad ogni ora. 

VI. Canzonetta, va subito e corri e mi dirai all' una sorella, in cui 
é fino e perfetto pregio, che la troppo attesa non é buona. 



plus dau. talh C. 47 midon D, midons C. 48 prez D. 49 qes en lei D ; lieys 
ricx C; cabaillos D. 50 Manca in AD; creys C. 

51 Chansoneta C, Ganqoneta D; va D; u. ten de corr C. 52 e dime a lima 
s. C. 53 cuy C; prez D. 54 qe D; atendre D. 



— 234 



I 



IX 

Rambertino Buvalelli 

D, e. 194<-. MUSSAFIA, Dal co>l. est., p. 444. CASINI, Propugni, cit., p. 430; 
Rime di Ramb. Buv , p. 14; Crescini, Manualetto-, p. 338; Bertoni, Ramb. 
Biiv., p. 44. 

I. Toz m' era de chantar geqiz, 

Tro q' uei vei q' es I' ivernz passatz 
E vei per vergers e per praz 
Las flors e 1' erba reverdir 
5 E'is auzels cridar e braidir, 
Per qe'iii sui un pauc alegraz, 
E pois que a mon fin cor plaz 
Q' eu cliant, metrai me • n en essai 
De zo, don el s' es abeliz, 
10 Que bon chantar farà oimai. 

II. Mas tant sui pensius e marriz, 
Qe no sai que*m die ni qe • m faz. 
Demandaz cum? Voill o sapchaz, 
Pos vos tant o volez auzir: 

15 Er es ben greus fais a soffrir 

Dels rics crois manenz renegaz 

Q' eu vei en 1' auzor grat poiatz 

O • ili paubre d'aver fin verai 

Degrant estar. — Fol, tu qe diz? 
20 — Per cui aven, e"us o dirai. 

III. Dire me*l farez a enviz, 

Mas non puosc al, tant sui iratz ; 
Que cellas, per cui es baissaz 
Prez e qui fan ioven morir 
25 E fan amor e ioi faillir, 



4 la flors D. 5 el auzels D. 8 m en D. 15 Er] en D. 16 manez D (a torto 
Casini, Promgn., 430 mauez ). 



— 235 — 

An mes en soan los presatz, 
Et acoillon cels cui lor plaz, 
E 'ili vallen son de nien gai, 
Que quant n' an los gratz mal soffriz. 
30 Non voill al dir, mas mal estai. 

IV. Ha, dompnas, con es prez deliz 
E iois e deduicli e solaz, 

Cum no faiz 90 que far degraz ! 

E pograz Io segl' enantir, 
35 Amar, honrar et acoillir 

Cels en cui son finas bontaz, 

Per qe represas no fossaz ; 

E cachar cels de cui se fai; 

Que ben taing qe cels si' auniz 
40 Ves cui nuilla bontaz no's trahi. 

V. Et aissi fora * 1 monz gariz 
E*l vostre prez ders et auchaz, 
Que per vostras finas beltaz 
Pograz tot lo mont enriquir. 

45 Ab cavalcar et ab garnir, 

Mainz rics torneis viram mesclaz, 
E'I iois d'amor for' essauchaz. 
^0 feran li valen, zo sai, 
E'I vostre prez fora'n auziz 

50 E loing e pres e chai e lai. 

VI. Mos chanz, vai tost e eserniz 
E fai't audir enves toz laz, 
Qeg en tal loc seras cantaz 
0*m faras amar e grazir, 

55 Et en tal, per ver pois dir, 
On serai maldiz e blasmaz, 
Et er t' aitals astres donaz 
De qe*m plaz fort q' aissi te*n vai; 
Que pels pros seras acoilliz 

60 E volran te mal li savai. 



23 es] e D. 30 lai D. 29 mal D. 32 Non é chiaro se il ms. abbia deduich 
deduith. 34 segle D, 36 fintas D, con t espunto. 39 sia D. 
43 fina D. 46 uira D. 56 seran D. 



- 236 — 

VII. Aquest nove! chant me portaz, 
N' Elias, lai non es beltaz 
Ab ioi et ab fin prez varai, 
Enves Est a Na Beatriz, 
65 A Mon Restaur, lai on estai. 



TRADUZIONE 

I. Avevo lasciato completamente di cantare finché oggi vedo che 
r inverno è passato e vedo per verzieri e per prati i fiori e 1' erba ri- 
verdire e [odo] gli uccelli gridare e cantare ; per che mi sono un poco 
rallegrato e poiché al mio fin cuore aggrada che io canti, mi proverò a 
far versi di ciò di cui il mio cuore si è compiaciuto, che buona cosa 
sarà ormai cantare. 

II. Ma tanto sono pensoso e smarrito che non so che cosa mi dico 
né che cosa mi faccio. Domandate come? Voglio che ciò sappiate, 
giacché volete udirlo. Ora é ben grave peso a soffrire quello dei ricchi 
croi danarosi rinnegati, che io vedo saliti nel piij alto grado, dove i 
poveri d'avere, ma leali e veraci, dovrebbero stare. — Folle, che dici? 
— Per cui avviene, io ve lo dirò. 

III. Me lo farete dire contro voglia, ma non posso altrimenti tanto 
sono adirato; che quelle, (per cui é decaduto il pregio e l'allegrezza 
e la grazia sono fatte morire, e amore e gioia vengono a mancare) hanno 
messo in disdegno i pregiati e accolgono quelli cui loro aggrada, e 
i valenti non ne sono punto contenti, perché allorquando ne hanno ac- 
colto malamente le proposte... Via, non voglio dire altro, ma sta male. 

IV. Ah, donne, come é distrutto il pregio, e con il pregio la gioia, 
il piacere e il sollazzo, dal momento che non fate ciò che dovreste 
fare, mentre potreste raggentilire il mondo, amare, onorare e accogliere 
quelli, in cui sono sincere bontà, in modo da non esserne riprese, e 
scacciare quelli che lo meritano [a cui spetta d'essere cacciati], poiché 
ben si conviene che sia vilipeso colui, che non ha nessuna bontà (colui, 
verso cui nessuna bontà si trae). 

V. E così sarebbe il mondo migliorato e il vostro pregio innalzato 
ed elevato, poiché per mezzo delle vostre fini bellezze potreste raggen- 
tilire tutto il mondo. E noi vedremo farsi molti ricchi tornei e la gioia 
d' amore sarebbe esaltata. Ciò farebbero i valenti, questo so, e le vo- 
stre virtù ne sarebbero celebrate da lungi e da presso, di qua e di là. 

VI. Mio canto, va rapido e garbato e fatti udire da per tutto, che 
sarai cantato in tale luogo, dove mi farai amare e gradire, e in tale. 



59 pres D. 61 chanz D. 65 Et {in tutte lettere) a ni. D. 



— 237 — 

per vero ciò posso dire, dove sarò offeso e biasimato, e ti sarà data 
tal sorte, per che mi aggrada molto che così ti accada, che dai prodi 
sarai accolto e ti vorranno male i malvagi. 

VII. Portatemi questo nuovo canto, o signor Elia, là dove dimora 
bellezza con gioia e con fino e verace pregio, verso Este a donna 
Beatrice, al « Mio Ristoro » laddove sta. 



238 — 



X 

Rambertino Buvalellì 

DI (D, e. 194''); D2 (D, e. 181'' R. de Vaqueiras); G, e. bl' (/?. de Vaqueiras); 
Q, e. 50'- (Ricardus); S, e. 210; a, p. 331 (/?. de Vacheiras). Casini, 
Propugn., 428; /?/me prov. di R. Buv., p. 8; Monaci, Testi ani. prov., 
col. 73 (secondo D e Q, non D e H); Bertoni, Ram. Buv., p. 47; Giorn. 
stor. d. leti, ital., LVII, 449 (a); Cam. prov. dell' Ambrosiana, R. 71 Sup., 
p. 176. Canz. ricc., p. 100. Grafia di Di, che è anche quella di D-. 

I. D' un saliiz me voill entremetre 
Tal que a niidonz sapcha dir 
Tot mon talan e mon desir 
E • 1 ben e • 1 mal mescladamen 
5 Q' eu n' ai ci io! e*l pessamen ; 
Car eu sai ben, s' ili o saubes 
Con V am senz cor galiador, 
Que"m penria per servidor 
Sivals, o n' auria merces. 

10 II. E puois anar n' i puos, per letre 
Li voill mandar, qe sovenir 
Li deuria del gent servir 
Q' ai faich e faz de bon talen ; 
E dobr ades mon pessamen 



1 salutz Qa, salug Q. me] mi G Q, manca in S e ina; uoil Q ; entremetere G ; 
uoili mentremetre S. 2 que a] q a D^D» qe S; qa G, ca Qa; midon GQSa, 
sapza S. 3 Tot manca nei mss., salvo S e a, il guai ultimo ha però totz mos 
talenz, a, talen S. 4 mescladamenz Di, G, Q, (-en^) S, meschad. a. 5 el ioi D^ 
manca ; pessamenz D*, D^, G, Q, S, a. 6 Qar S ; be Q ; sii G S. 7 Con] Coni Q 
Qeu S ; ses cor S G Q ; galiardor a, gabador S. 8 Qem Q ; prendria Sa. 9 sauals 
D1D2; un aurea S. 

10 Et pois S, pos Q; n' i] noi S, noli G Q, pos Q. 11 Li] la DiD^, lai! 
GQ; uoil Q; qe seuenir Q. 12 gen S; genz G, genq Q. 13 fait a, fat S; faig 
e fag Q; de] per a; talanz D^, talenz tutti gli altri mss. {-enq Q). 14 Et S; 
dobia D1D2, GQ, mun Q, mos, a; pessamenz tutti i mss. (pens. S; -en9 Q). 



— 239 — 





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(Ms. S, e. 210) 



— 240 — 

15 De lei servir, si m' aiut fes ; 
Ni no vi anc nul amador 
Qui fos tant leials vers amor ; 
Qu' eu am e ges non trob merces, 

III. No • m poiria midonz demetre 

20 Per nulz mesfaitz so 'il puos plevir, 
Car anc vers lei no • m vit faillir, 
Se trop amar n' es failiimen. 
Si'n trai fin' amor a garen, 
E se lo ver dir en volgues, 

25 Ben sai qe • m fora valedor 

Lo genz cors gais de la genchor 
A cui fos anc clamat merces. 

IV. Per que mi plaz saluz trametre 
A Mon Restaur que sap grazir 

30 Toz los bos faiz et enantir 
Son pretz ab rie captenemen : 
Com pogra donc far failiimen 
Ves mi qu' el seu servir sui mes? 
Non sai ni d' aicho n' ai temor, 

35 Car tant i a sen e valor 

Per q' eu dei ben trobar merces. 

V. Mon cor non puosc aillors ametre, 
Ni no*m puosc ges de leis partir. 



15 leis Q, lei (con abrasione di -s) G; Del servir se S. 16 non Q; vi] fo D^ D^ 
GQS; nuls G Q, nulz D^D^. 17 Qi Q, Qe S; leial S; lial tan Q (G: tan leial, 
ma il verso è aggiunto in margine); ves Q S, vas Ga. 18 oges G; trob] 
truep a, trop G Q. 

19 no(n) GQa; mi dong demettre Q, midon demeitre S. 20 Per manca in 
tutti i mss. salvo a; Nul mesfait S, nuls mesfait Q; e sii D^D^ G Q; sol pose S. 
21 Qar S ; ues Q S, uas, a. 22 si truep, a ; no nes Q ; fa(i)llimenz tutti i mss. (-enq 
Q). 23 Sim CSQ; sinamor a, fis amors en S; fis amor gareng Q. Tutti i mss. 
hanno amors, salvo Q a. garenz tutti i mss. 24 Et S; seu G Q. 25 qeu D^Di 
GQ; ualidor S. 26 geng Q; gensor S, genzor, a, gengor Q. 27 auc clamar S. 

28 qel S; mi plaz] me sap GQ; salug Q. 29 restor Sa; qi Sa, gragir Q. 
30 et manca in a, ben faich S; Tog 1. b. faic Q. 31 prez S, preg Q, rix S, 
gen, a; captenemenz tutti i mss. (-eng Q). 32 manca il verso in D*. adone 
(aduno) GQ; fa(i)llimenz /«//// mss. 33 Uas S; cai Sa; sol S, so Q. 34 neQ; 
n' ai] ual, a, con 1 ricavato da i ; Ne ia de cho non ai paor S. 35 Qar S ; tant 
i a] ia GQ. In G tan è agg. sul rigo; ies Sa; senz, a. 36 deu G. 

37 cors Q; pois S, pose Q. 38 non D^Sa; pois S; lei, a. 39 doncsS; qe 



241 



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X oc, uve ben tiatói? ? cnAtint' 




4. rifit»» ftoncf toc fiei fofnr 



■cfti«é- 




^ ^^ <n cuttqalmen non cf wTcrreT. 







(Ms. S). 



16 



— 242 — 

Qiie farai clone? Tot dei soffrir 
40 Pena e trebaill ciibertamen, 
Tant que merce e cliaiisimen 
En prenda'] seus cors ben apres, 
Qui es gencer q' en mirador 
Se mir. S' ab merce no"m socor, 
45 Ben cuit qu' e! mon non es merces. 

V. Car qui es leials servidor 
De bon cor envers son seignor, 
Deu ben per dreit trobar merces. 



TRADUZIONE 

I. Voglio intraprendere un « saluto » tale che a madonna sappia 
dire tutta la mia voglia e il mio desiderio e il bene e il male mischia- 
tamente (insieme), che io ne ho, e la gioia e 1' inquietudine; perchè so 
bene che se ella sapesse come 1' amo senza cuore ingannatore, mi ac- 
cetterebbe come suo fedele, almeno, o ne avrebbe mercè. 

II. E poiché non vi posso andare, per mezzo dello scritto le voglio 
far sapere che le dovrebbe sovvenire del gentile omaggio di sommis- 
sione che le ho fatto e le faccio di buona voglia; e si raddoppia sempre 
il mio intendimento di amarla, se mi aiuti fede; e non vidi mai nessun 
amatore che fosse tanto leale [quanto me] verso amore, che amo e non 
trovo mercè. 

III. Non potrebbe madonna trascurarmi per ragione di nessuna man- 
canza, ciò le posso ben garantire, perchè mai verso di lei non mi 
vide fallire; a meno che non sia fallo il troppo amare. E su ciò il fino 
amore io chiamo a testimonio ; e volendone dire il vero, ben so che 
avvalorerebbe le mie ragioni la piìi bella, a cui mai fosse domandato 
mercè. 

IV. Onde a me piace trasmettere saluti al « Mio Ristoro » che sa 
gradire tutte le buone azioni e far progredire la sua rinomanza con no- 
bile contegno. Come potrebbe dunque far mancamento verso di, me che 



farai tot es de suffrir a; sofrir S. 40 pene trab. S; pene treb. GQ; cubertamen 
D2, cubertamenz tutti gli altri mss. 41 Tan qe Q; qui S; merces tutti i niss.; 
chausimenz tutti i mss. (-eng Q). 42 Em S a Q; seu tutti i mss. (seo Q); 
ampreg Q. 43 Qi Q; gender Q; qe es genzor S; qe, a. 45 qel Q; qal S; es] 
aDiQQ; merce Q. 

46-48 Mancano in D^. 46 Qar S; ca qui Q; leial Sa; seruidors D^. 47 
enues S. 48 Dei! con -il ricavato da -u in a, de S. 



— 243 



^ÌMnpMb.aÓ0'^|t«9i 



thiiifwtiniinCOTvL<><uu:bttw;r Jj^"- ^«p^iMriuf lev -noni «fr&M^if; 
CcuilLuioi'viKatiA. cmn xioCouuuììòItc. 



€Ct>m debuti meftUdmnS^ . 
(Leu,Tiav«itev<tpenCa3nen& . 

Qjem penn4s|iftrmbc^ . 



Cam yogm ambone ftir fiuIli-RM^ 
^VcCmt qetfto <Hu»f Cwne$ . 

1^ «fu tea tgtt CTofa«g ^n<xòe<. , 



v^-'.' 



•w Vt ceuirvt. oclgxsn^ (fervur. 
e ZobU te0 -tnù. pcnCtm£n^ . 
pi-o3 <b <tacwjl9«nuitoii^. 




1i«n «i« tncrceCe-cTyauftTncaft; 

OcM-ten^iwì^c.CTpKw mero»?. 
^ t te vm^xaip A^u«C-meiU<p.tt>«cn>i^ 




ì ] iÌ ^«P flàuti»! T ÌJ>>tJT>rft>w. 

(Ms. Q, e. SO""). 



— 244 — 

mi sono messo fra i suoi seguaci? Non lo so; né di ciò non Ikj ti- 
more; perchè in essa è senno e valore, si ch'io debbo bene trovare 
mercè. 

V. Non posso mettere altrove il mio cuore e non posso punto 
partire da lei (lasciare di amarla). Che farò dunque? Debbo sop- 
portare pena e dolore celatamente, sino a che ella ne abbia mercè 
e compaspassione, ella che è la più bella che si guardi in uno spec- 
chio. Se non mi soccorre con mercè, ben credo che al mondo non vi 
è mercè. 

VI. E per vero chi è leale seguace di buon cuore verso il suo si- 
gnore, deve ben per dritto trovare mercè. 



245 



XI 
Peire de la Mula. 

Biografia. 

A, 199* {StihiJ III, p. 614); N», e. 24''. Chabaneau, Hist. d. Lang. X (Biogr. 
d. Troub.), p. 312; Monaci, Testi, cit., 73; Pillet, Arch. f. d. St. d. n. 
Ut., CU, d. 205. Grafia di A. 

Peire de la Mula si fo uns ioglars qu'estet e Monferrat en 
Peimont ab miser n' Ot del Carret et a Cortemilla e fo trobaire 
de coblas e de sirventes. 

A, e. 199^ {Studj, 111, 615); C, 358«; D, 205^'; R, 22''. Arch. f. d. St. d. n. 
Spr., XXXIV, 192 (A); Mahn, Ged., 544 (F); H. SuCHiER, in Jahrb. f. 
rom. u. cngl. Liter., N. F., II (1875), p. 155; Monaci, Testi ant. prov., 72; 
WiTTHOF.FT, Sirventes jogiarcsc, p. 71. Grafia di A. 

1. Dels ioglars servir mi laisse. 
Seignor, auiatz per que ni com : 
Car lor enois creis e poia, 
E qui mais los serv mescaba; 
5 Car ce! que meins valra que tut 
Voi e' om per meillor lo teigna; 
E son ia tant pel mon cregut, 
Que mais son que lebret menut. 



Biografìa: da la mula N^; et en poimon com (mess) Messer Ot del Caret 
N*; curte mila N^; troba A; e fo tr.] trobaire fo N^; de Seruentes e de Co- 
blas N^. 

/ mss. hanno: Peire (C: P.) dela mula, D, o: delamula A, a: de la mula C, 
salvo R, che ha: P. de Mula {ma nel margine l'indicazione per il rubricatore 
è P. de ia Mula). 1 De R; me C; laysse C, layse R. 2 senh. C, senhors R; 
cum C D R. 3 car ( quar C ) lur ( lurs C ) enueis ( ennueytz C ) C R. 4 e manca D ; 
may R; lor C, los R; sier C, ser R; meyns C, mens R; mes qaba D, acaba 
C R. 5 QarD; selh CR; meinzD; meyns ualdra C; tug R, tuyt C. 6 qom D, 
quhom C; mellor C; melhor R; tenga D; tenha CR. 7 mont D. 8 may R; 
lebrier A, lobrer D {non lobres Witt.) lobret C R. 



— 246 — 

II. Lor affars ciiich que abaisse, 
10 Car ìli son plus pesan que pioni 
Et es en mais que de ploia ; 
Per q' ieu non pretz una raba 
Lor mal dir, anz ere que m' aiut, 
E vuoili q' alz baros soveigna 
15 C aisi teing eu lor pretz cregut 
S'il son d' avol gen mal volgut. 



TRADUZIONE 

I. Mi tolgo dall'abitudine di onorare i giullari. Udite, o signori, 
perchè e come: egli è che il fastidio, che essi procurano, aumenta e 
sale; e chi più li onora, ne ha danno; poiché appunto colui che meno 
varrà di tutti gli altri pretende d' essere considerato quale il migliore. 
E sono ormai cresciuti siffattamente pel mondo che sono più numerosi 
di piccoli leprotti. 

il. Credo che le loro cose vadan male, perchè essi son più pesanti 
che piombo e ve ne sono più che [goccie] di pioggia. Perciò non 
considero una rapa la loro maldicenza, anzi credo che essa mi giovi : 
e voglio che i baroni sappiano e si ricordino che io ritengo aumentato 
il loro merito, se sono malvoluti da cattiva gente [come sono i giullari]. 



9 afar CR; cult D, cuyt CR; abaysse CR. 10 Qar il D; elh C, ilh R; 
pus R; pesant D, pezan CR; plum CD. 11 es en mais] es é may R, eissont 
mais A, eìssen mais D. 12 qeu D; no C; prez D. 14 uoil D, uuelh CR; qals 
barols D; e uuelh cals (quals R) b. souenha CR; souenga D. 15 quayssi C, 
Cayssi R; tenga D; tenh C R, yeu C R. 16 si R D, silh C; gent D. 



247 



XII 

Peìre de la Mula 

Si trova, di seguito al componimento precedente, nei mss. citati (A, C, D, 
R). SucHiER, Op. e l. cit. Monaci, Testi ant. cit., 72 e Witthoeft, Op. 
e l. cit. Grafia di A. 

Una leig vei d'escuoill 

Avol e malestan, 

C'aquil arlot truan 

Vant cridan dui e dui : 
5 « Datz me, que ioglars sui ! » 

Car es Bretz o Normans, 

E vei en oi mais tans 

Per qu' es als pros dampnatges. 

E mi par nescì'atges 
10 C'om lor mesca ni taill 

En cort de prò vassall. 

E s'en sui encolpatz, 

Car los ai acusatz, 

Vos, cortes, que anatz 
15 Per cortz, m'en razonatz, 

Q' ieu non vuoili ia lor patz. 



1 lez ques descoill D, leiy (leys R) ques descuelh C R. dauol escuoili A. 
2 avois D, trop malestan A, av. e mal.] estan auol C. 3 Car aquil A, cor 
quel D; cor quel a. tr. C, cor quilh a. tr. R. 4 crian D; duy e duy C R. 
5. bos iogl. A. 6 es manca A; o] e A. //z C // verso è stato asportato con una 

miniatura. Vi si legge soltanto : qu ans ; er D; brez D. 7 e uei en hom t. A. 

In DR: e uey en tans. (tanz D). In C: e uey e... 8 ...al pros dampn. C; dam- 
pnaies R. 9 Emi D (non Em W. ) nesci . . . C, nessiaties R, nessiages D. 10 . . . lor 
mesca ni lor... C, com lor o (espunto) mesca n. talh R, nils taill D. 11 uassal A; 
uassaill D. . . . bon uassalh C. 12 E s'en] Esien A; e sieu soy R; e s... C; 

accusatz R. In C si legge soltanto (vv. 12-16): e s... quar los ai ac 

que anatz per.,., natz quieu nou 15 corz D; raisonatz D. 16 queu D; 

uoil D, uuelh R. 



— 248 



TRADUZIONE 

Vedo che esiste un'abitudine di cattivo conio, ed è che i ribaldi 
e viU giullari vanno gridando a due a due: «date a me, che sono 
giullare ! » E si tratta, invero, di giullare brettone o normanno, e ne 
vedo oramai tanti [di questi giullari] da venirne danno ai prodi. 

E mi pare una stupidità che vi sia chi loro mesca o tagli [chi li 
serva, insomma, a tavola] in corte di prode vassallo. E se sono incol- 
pato per averli accusati, voi, o cortesi, che andate per le corti, difen- 
detemi, che io non voglio lasciarli mai tranquilli. 



- 249 — 



XIII 

Peire de la Mula 

A, e. 199'' iStudj, II], 615); C, e. 357^; D, 197^ R, e. 22''; E, e. 131-Mfolquet 
deroman); L ( anon. ) Arch. f. d. St., XXXIV, 192 (A); XXXIV, 425 (L). 
SUCHIER, Op. cit., p. 152-153; Monaci, Testi, cit. 71. Grafia di A. 

I. la de razon no"m cai mentr'en pantais 
Qan ben vuoili far un sirventes o dos ; 
Qe • ili rie ioven per cui malvestatz nais 
M'o enseignon, que son cazut d'aut ios, 

5 E no me" n vai chastiars ni pregieira 
C om no Ios trob ades descomunals ; 
E qui en cent en trobes dos cabals, 
Garir pograTn, si fos d'aitai manieira. 

II. Rie ioven croi, pois vezetz que vai mais 
10 Dars que teners, mout i faitz q'enoios 

Car etz aissi avar ni cobeitos; 
Q'u non i a q'a la fin tot non lais 
Ni que ia'n port mas una sarpeillieira; 



1 de razons D, de razo C E, d'razson L; metre en A; mentren L; -ays C R 
(3, 9, 12, 17, 19). 2 quan E, quant C D, can R; Qan ben] QadesL; uoillDL; 
uuelh C R, uueill E; ou dos L, ho dos E. 3 queill E, qil D, qill L, quel CR; 
rich jouen L, r. ioue E C R; maluistatz L, malavestat D R; nays C R. 4 ensenhon 
E C R esseignhon L ; que] qui D C L, car A; casut D, cazutz R, cagut L; dhault 
jos L. 5 no me C E, non mi L ; castiars C E R L ; ne L ; pregueira E, preguieyra 
C R, preiera D, preiera L. 6 Qhom E L, Quhom C; non CRD; trop C E R, 
truob L; descuminals E, descominais CRL. 7 qi L; cen L, sen L; dous L. 
8 guarir E R; pogran E. In C si ha soltanto : guarir pò. . . per ragione dell'abla- 
zione di una vignetta; mainerà D, maineira L, maneyra R. 

Per l'ablazione della vignetta, al verso, dei vv. 9-15 restano in C soltanto 

queste parole: . . . uezetz q . . . . teners n s quar etz qun non lays 

ni e serpelliey os remembre siuals (?) quaqui no ual ni thezors 

ni captals. 9 Rich L; ioue E R; croy R; pos E R; uedez D, uezes R, ueszez L; 
mays R. 10 dar q' tener L; ml't D, niolt E, mot R; faytz R, faisz L; quenuios 
E, quenuios R, q' nojos L. 11 Quar L, quar E; esDLE, setzA, resR;aisiE, 
aysi R; auars (auair L) ecobeitos E D L, cobeytos R. 12 Com E, Cun D, Cun 
non ya R, Quns noi ha D ; fi E; cai afin R; no E L; lays R. 13 Ne qui D; ja L; 



- 250 — 

Mas d'una ren vos remembre sivals, 
15 Q'aqui non vai ni thesaurs ni captais, 
Tors ni chastels, palaitz ni argentieira. 

III. Per dar conquis Alixandres Roais, 
E per tener perdet Daires lo ros 
La batailla, qiie teners li sostrais, 
20 Sa gen li fetz laissar e sos baros. 

E per donar conquis Carles Baivieira, 
E per tener fo mortz Androine'l fals: 
Cane per donar a princes no vene mais, 
Mas per tener lor nais dans e paiTbrieira. 



TRADUZIONE 

I. Secondo ragione, io non debbo lasciarmi sopraffare dall'angoscia 
mentre voglio far un sirventese o due, che i ricchi giovani, pei quali 
nasce la malvagità, me ne danno l'idea, per essere essi discesi d'alto 
in basso, e non mi vale punto esortarli o pregarli, perchè non sian 
trovati fuori della retta via comune. Chi ne trovasse, su cento, due per- 
fetti, potrebbe, se davvero li trovasse, rasserenarmi. 

II. Ricchi giovani malvagi, poiché vedete che vale più dare che 
tenere, vi rendete veramente fastidiosi essendo così avari e cupidi ; che 
non vi è uno [che si rechi da voi] che non finisca per lasciar tutto e 
che non parta con piìi di una tela, la tela dell'involto [con cui era 
venuto]. Ma ricordatevi almeno d'una cosa, che [di fronte all'eternità] 
non vale quaggiii né tesoro, né capitale, né torre, né castello, né 
palazzo, né gioielli. 



sarpeleira E, sarpeillera D, serpelleira L, serpelheyra R. 14 MaisL; reLRE; 
seuals L. 15 Ca qui E R, Qaiqi L, Quar qui D; tezor E, tresors DL, thezor 
R; ne L. 16 ne L; castels ni palais E; palaitz chastel A; palais DLR; argen- 
terà D, -eira E L, -eyra R. 

17 conquist D, conqist L; alixadre D, aleixandres C, aleysandres R; roays 
CR. 18 Daris A; daire CLRE. 19 batalha CR; tener D ; sostrays C, -aya R 
sofrais E. 20 gent DLR; Sas gens C; fez D, fes CLR; laisar E, layssar CR 
21 conquist CD, conqist L, Carle D, Charles L, Karies CR; bauiera D 
baiuieyra C, baiueira L, baneyra R. 22 morz D; andronel CR; androin lo A 
23 Quanc C, qanc L, anc A; princeps C, prince A; non R. 24 lur L; nais] 
nays C, uen R; danz D, dansz L; paubrieyra C, paubreira D L, paupreyra R. 
In E, per l'ablazione d'una vignetta al verso, i vv. 21-24 compaiono così 

mutilati: eper donar conquis carles ra . eper tener fo mortz andronel. 

cane per donar aprinces non uenc mas per tener lur nais dans epau. 



— 251 — 

III. Per la sua liberalità, Alessandro conquistò Edessa e per la sua 
avarizia Dario perdette la battaglia, il cui successo gli fu sottratto appunto 
dall'avarizia, la quale gli fece abbandonare la sua gente e i suoi baroni. 
E per la sua liberalità, Carlo conquistò Baviera e per avarizia fu morto 
Andronico il falso ; che giammai per ragione della loro generosità non 
ebbero male i principi, ma per causa dell'avarizia nascono per essi 
danno e povertà. 



— 252 — 



XIV 

Palchetto di Romans e Nicoletto di Torino 

H, e. 54'' {Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Ut., XXXIV, 412; Studj di ftlol. rom., 
V, 534); Zenker, F. v. Romans, p. 70. Grafia di H. 

[Nicolet, gran malenansa, 

Aie, can vos vi desconfire ; 

Mais vos valgron qe la lansa 

Li esperon, zo auc dire ; 
5 D'aizo no [vo]s podetz esdire, 
Qe l'ausberc e'I bran rudoien 
Rendes ses colp ad un serven, 
Ni no 'US en podetz escondire; 
Gardatz si fezes faillimen 
10 Vas la bel[la] qe'us acuoill gen]. 

Trop son de dur' acoindansa 

Borgoignon per qe'is adire, 

Falqet, q'a la comensansa 

Me tolgron solatz e rire. 
15 Enoios son, al meu albire, 
Per qe'iTi parti de lor fugen 
E segi lo comte valen 
Godofre, de cui sui servire, 
E'I prò comt'Ubert eissamen, 
C avia de vezer talen. 



TRADUZIONE 

1. [Nicoletto, grande afflizione ebbi quando seppi essere voi scon- 
fitto ; più che la lancia vi servirono, ciò odo dire, gli sproni. Di ciò 



In testa alla prima strofa si legge nel codice: Falqet de Roman a nicolez 
{corr. -et). In testa alla seconda: Nicolez de turrin li respondet. 

1 icolet H. 2 Ac H. 3 que mais H; lanza H. 6 qe H. 11 dura coindanza. 
17 segi lo] seg il H. 



— 253 — 

non vi potete discolpare, ciiè l'usbergo e il brando splendente cedeste, 
senza colpo ferire, ad un fantaccino e non ve ne potete giustificare. 
Considerate se (così conducendovi) non abbiate fatto torto alla bella 
che vi onora cortesemente]. 

II. Sono duri nelle loro relazioni, o Palchetto, i Borgognoni, ond'io 
li detesto. Sin dal principio mi tolsero solazzo e riso. Sono fastidiosi, 
ai mio parere, ond'io mi partii da loro fuggendo e seguii il valente 
conte Goffredo, di cui sono servitore, e anche il prode conte Uberto, 
che avevo desiderio di vedere. 



254 — 



XV 

Uc de Saìnt-Circ e Nìcoletto da Torino 

H, e. 54'>-c, Arch. }. d. Si. d. n. Spr. u. Ut., XXXIV, 411 ; Mah.\, Ged., 1163; 
Gauchat-Kehrli, Studj di fìl. rom., V, p. 533. Monaci, Testi ant. prov., 
89; Jeanroy-Salverda de Grave, Uc de Scìint-Circ, p. 129. 

N'Uc de San Sire i ) 

[Si madompna n'Alais de Vidallana 
Saubes cant eu sai a dompna valer, 
Ni cum eu sai far semblar sobeirana 
Tota dompna q'eu voilla mantener, 
5 la no'm fora de solatz tan ioingtana 
En son paìs, cant eu l'anei vezer: 
S' il no m'onret, onrat m'a en Breissana, 
Na Donella qe*s fai a totz plazer 
Ab cortes dichz et ab valor certana. 

10 [N]a Salvaga, d'aitan siatz certana 
Qe l'onramenz de vos me fai plazer 
Lombardia e la Marcha e Toscana]. 

Nicolez de Turriti li rispondet: 

N'Uc de Sain Circ, sabers e conoissenza 
Tolc a n'Alais car no'us ac bel solatz, 
15 Car e' il en vos conoges la valenza 
Ni lo saber qe vos aver cuidatz, 
Be'u[s] mostrerà tan bela captenenza 
Qe totz temps [mais] en foratz sos paiatz : 
Mas il no "US vi tant d'art ni de sabenza 



7 monret orari zai en br. 9 e IO certaina. 10 loniamenz. 12 Toscaina. 
16 aver] auetz. 19 no'us] no uos. 22 n'a] naura. 

1) Ms. sii. 



— 255 — 

20 Qe de dompnas tant de be dir sagatz 

C'aian granz laus per vostra mantenenza. 

Na Donella sai qe n'a penedenza, 
Car vos onret, e Salvaga no"m platz 
Car vos acuoill ni ■ us fai bella parvenza. 



TRADUZIONE 

I. [Se madonna Adelaide di Vidaliana sapesse quanto io so essere 
utile a una dama e so far sembrare superiore ogni donna che io voglia 
proteggere, essa non si sarebbe mostrata così schiva di favori verso 
di me, nella sua terra, quando mi recai a trovarla. Ma se essa non mi 
onorò, mi onorò a Brescia donna Donella, che si mette nelle buone grazie 
di tutti per le sue cortesi parole e per il suo pregio indiscusso. 

Madonna Selvaggia, siate certa di questo : che la buona accoglienza 
che mi fate mi rende piacevole Lombardia e la Marca e Toscana]. 

II. Signor Ugo di Saint-Circ, buon senso e intelletto tolsero a 
madonna Adelaide di farvi lieta accoglienza, che se ella avesse rico- 
nosciuto in voi il valore e il senno che credete di avere, essa vi 
avrebbe fatto tanto onore che voi le ne sareste stato obbligato per sempre. 
Ma ella non vide in voi tanto d'arte e di sapere quanto occorre perchè 
voi possiate dire bene delle dame, in modo che, grazie alla vostra pro- 
tezione, ne abbiano grande onore. 

So che madonna Donella si pente di avervi onorato e Selvaggia 
non mi piace pel fatto che vi accoglie e vi fa buon viso. 



- 256 - 



XVI 

Giovanni d'Albusson e Nicoletto da Torino 

U e. 129'' (Joan dalbiizon). (Rayn., V, 236); Arch. f. d. St. il. n. Spr., XXXIII, 
297; XXXV, 453; C^ESCiNl, Manualetto^, 353. 

I. [En Niccolet, d'un sognie qu' ieu sognava 
Maravillios una nuit qcm durmia, 

Voil m' esplanez, qe molt m' espaventava. 
Totz lo sogni' es d' un' aigla qe venia 
5 Devers Salern, sus per 1' aire volan, 
E tot qant es fugia li denan 
Si e' al seu senz encauzava e prendia, 
C 'om denant lei defendre no"s poiria.] 

II. Joan d' Albugon, 1' aigla deniostrava 
10 L'emperador qe ven per Lombardia, 

E lo volars tant aut singnificava 
Sa gran valor per qe ciascuns fugia 
De totz aicels qe tort ni colpa li an; 
Qe ia de lui defendre no"s poiran 
15 Terra ni oms ni autra rens qe sia, 

Q' aisi com taing del tot segner non sia. 

Ili. [En Nicolet, tan grant aura menava 
Aiqest' aigla qe tot qant es brugia, 
E una naus de Coloingna arivava, 
20 Maiers asaz qe dir non o porrla, 
Piena de foc, per terra navican, 
E buffa *I foc r aigla ab aura gran, 
Si qe lo focs ardia e alumnava 
Vas totas partz la on 1' aigla volava.] 



I sognie ovvero sognie U. 2 qcTn] qan mi U. 4 Tot lo seigles d. U. 5 sus] 
su U; uolant U. 6 fugia li] fugieale U; denant U. 7 prendria U. 

II uolar U. 12 ciascun U. 13 tot U. 15 ren U. segnor U. 

17 An U. 19 nau U. 20 nauicant. 24 totz U; la on] laoue U. 



— 257 — 

25 IV. loan, 1' aigla, qe [vitz], tan fort ventava 
EI gran tesaur, qe mena en Lombardia 
L' emperaire, e la naus qe*l portava 
Es la granz ostz dels Alamanz bandia, 
A cui darà del [seu] gran tesaur tan 

30 Qe r ostz farà per toz locs son talan ; 
E plaz mi fort qe'ls enemics castia 
E qe"Is amics meillior', e bon lur sial 

V. [En Niccolet, tot lo foc amorzava 
Aqest' aigla e un gran luni metia 

35 En Monferrat, qe tan fort esclarava 
Qe lo segles per tut se n' esbaudia 
[E] mettia d' autre lum per locs tan 
Qe tot qant es se n' annava allegran ; 
Puis r aigla SUB en 1' aire s' asedia 

40 En tant alt luoc qe tot lo mond vesia.] 

VI. Joan, r amorzamentz del foc semblava 
Patz, qe vorrà 1' emperaire aisi sia 

Qan s' er veniatz, e lo lums demostrava 
Qe • 1 marqes ren Monferrat, ses bausia, 
45 E li altri lum seran guierdon gran 

Q' auran de lui selh q' aver lo[s] deuran ; 
E lo sesers en l'aire^m singnifia 
QeM mondz er pois toz a sa segnoria. 

VII. [A r onrat rie emperador presan, 
50 En Niccolet, don Dieus forza e talan 

Qe restaure valor e cortesia, 

Si cum li creis lo poder chascun dia.] 

Vili. Joan, tot 90 conois q' es benestan 
L' emperaire, per q' eu non vau dottan 
55 Q' aisi com a*I mielz del mond em bailia 
Deu ben aver del prez la signoria. 



27 qe U. 28 ost U. 29 dera U. 30 est U; loc U. 
32 Aqels U. 34 metea U. 36 nesbaudeia U. 39 en laira sa sedea U. 
41 amorzament U. 42 Paiz U; qaisi U. 43 serueiaz U; lum U; demostrauaj 
qe mostraua U. 44 ren] rendea U. 47 E losaiser dellairem U. 48 mond U. 
50 dieu U. 51 restauri ualors U. 
53 conosc U; q'esj qe U; a del mond mielz U. 56 Dieu U. 

17 



258 — 






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6 m pio cnfa iataoMnXM. - ''i y>.n y^7_ps i i |^; 
emapatt tsaj lilpiuf pieCmju r% -t^t, 7j>r. 
S^taa tw moti femgnor«fnW«!Gpi<ip^,MVJ»; w ^ 

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€' aiiaruaxitcoioingraMÌatìtiatJlwrJiiy ^> 



(Ms. U, e. 129^) 



— 259 



TRADUZIONE 

I. [Messer Nicoletto, voglio che mi diate la ragione d' un sogno 
meraviglioso che ho sognato una notte, mentre dormivo, e che molto 
mi spaventava. Tutto il sogno consiste in un' aquila che veniva verso 
Salerno, volando su per l' aere, ed ogni cosa fuggivate dinanzi, ed 
essa a sua volontà incalzava e prendeva, che nessuno di fronte ad essa 
avrebbe potuto difendersi]. 

II. Giovanni d' Albusson, 1' aquila raffigurava 1' imperatore che viene 
per Lombardia e il suo volare così alto significava il suo grande valore, 
per cui ciascuno fuggiva di coloro che hanno torto o colpa verso di lui; 
che già terra ne uomo ne qualunque altra cosa non potranno impedire 
che egli non sia, come si conviene, del tutto signore. 

III. [Messer Nicoletto, quest' aquila moveva si gran vento, che tutto 
rumoreggiava e una nave arrivava da Colonia, maggiore assai di quello 
che potrei dire ; ed era piena di fuoco, navigando sulla terra, e con gran 
vento r aquila soffiava sul fuoco, sì che il fuoco ardeva e risplendeva 
verso tutti i luoghi là dove l'aquila volava]. 

IV. Giovanni, 1' aquila, che vedeste, soffiava vento così forte sul 
gran tesoro che l' imperatore conduce in Lombardia, e la nave, che lo 
portava, raffigurava la grande oste bandita degli Alemanni, alla quale 
egli darà del suo tesoro tanto quanto occorra per fare le sue voglie in 
ogni luogo. Quanto a me, molto mi aggrada questo : che egli opprime 
i nemici ed eleva gli amici; e buono lor sia! 

V. [Messer Nicoletto, quest' aquila ammorzava tutto il fuoco e get- 
tava un gran lume in Monferrato, che rischiarava sì forte, che H mondo 
da per tutto se ne rallegrava, e gettava altro lume in tanti luoghi, che 
tutto quanto esiste ne aveva gioia. E poi 1' aquila si poneva sull' aria in 
luogo sì alto, che vedeva di là tutto il mondo]. 

VI. Giovanni, lo spegnersi del fuoco era sembianza della pace, che 
r imperatore vorrà ch'essa abbia luogo dopo essersi vendicato, e il lume 
significava che il Marchese rende Monferrato, senza menzogna, e gli altri 
lumi rappresenteranno le grandi ricompense che avranno da lui coloro 
che dovranno averle; e il suo assiedersi nell'aria mi significa che il 
mondo sarà poi tutto in suo dominio. 

VII. [All' onorato possente e valoroso imperatore, Messer Nicoletto, 
Iddio, così come gli accresce ognora il potere, dia forza e volontà sì 
da restaurare il suo valore e la sua cortesia]. 

Vili. L' imperatore sa quali sono le cose che convengono; ond' io 
non dubito che come ha in potere il meglio del mondo, così deve bene 
avere il possesso di ogni buona qualità. 



260 — 



XVII 

Il conte di Biandrate e Palchetto di Rotnans 

H, 51^ Arch. f. d. St. d. n. Spr. u. Lit., XXXIV, 407; Studj di fil. rom., V, 522; 
Zenker, F. V. Romans, p. 71. Grafia di H. 



1. Pois vezem qu' el tond e pela, 
Falkez, e no gara cui, 
S' eu era no"m gart de lui. 
Sera! folz, zo poira[n] dire; 
5 E consell li darai gen 

Et er folz s' el no 1' enten : 
C ades tegna viatge 
Dreit lai vas son estatge; 
Qe zai van las genz disen 
10 Qe per cine cenz marcs d' argen 
No • ili calria metre gage, 

li. [Aissi com la clara stela 
Guida las naus e condui, 
Si guida bos prez selui 
15 Q' es valens francs e servire, 
E sei fai gran faillimen 
Qe fo pros e scn repen 

Per flac avol corage; 
Q'un sai e' a mes en gage 
20 Prez e valor e ioven, 

Si qe*l febres lo repren, 

Qi r enqer, tant 11' es salvage.] 



Sulla prima strofa sta scritto nel codice: Lo coms de blandra. Sulla se- 
conda: Falqetz de roman. li respos. 

I, 5 E] pero H; Doncs Z, 7 tegna son uiatge H. 7-8 e' ad. son u. — tegna 
dreit vas s. e. Z ; estage H. 

II, 16 sei Z. 18 per au. e. Z. 19 Qe un sai tal e' a H Z. 21 qe la febres H. 



261 



TRADUZIONE 

I. Dal momento che vediamo che egM piglia e preda, Palchetto, 
senza riguardo verso nessuno, s' io ora non mi guardo a lui, sarei folle 
(ciò si potrà dire); e gli darò un buon consiglio ed egli sarà matto se 
non l'intende: che, cioè, si incammini senz'altro verso la sua dimora, 
perchè qui le genti vanno dicendo che non gli importerebbe nulla indebi- 
tarsi persino per una somma di cinquecento marchi d' argento. 

II. [Come la chiara stella guida e conduce le navi, così il bene 
guida colui che è valente, sincero e fido; e colui che fu prode, e cessa 
d'esserlo per fiacco e tristo cuore, commette gran fallo; che so di uno 
che ha messo in pegno pregio, valore e cortesia, sì che la febbre lo 
piglia, quando alcuno glie ne domanda conto, tanto ciò gli dispiace]. 



- 262 



XVIII 

Guilhem de la Tor e I(ni)bert (conte di Biandrate?) 

A, e. 182''; C, e. 392^ D, e. 147''; E, e. 217»; G, e. 98'-; 1, e. 156"; K, e. 142^ 
Mahn, Ged., 658-660 (CE!); De Lollis, Studj di filol. rom., Ili, p. 563 (A); 
Bertoni, Canz. prov. ambros., p. 314 (G). Manca L. Grafia di A. 

I. [Seigner n' Imbert, digatz vostr' escienssa 
De las razos q'ie'us enqier e"us deman : 
S' una dompna amatz de fin talan 

E*i avetz mes lo cor e 1' entendenssa 
5 Qe'us don s' amor et ili fai se"n preiar 
Tan tro conois qe non i pot pechar, 
Ed un' autra q' es ben atretan pros 
Ses tot preiar s' abellis tan de vos 
Qe"us autreia e'us dona s' amistat : 
10 A cai d' ambas en sabretz mais de grat?] 

II. Guillem, ben sai, segon ma conoissenssa, 
D' estas razos qe • m partetz en chantan 
Triar lo mieils, segon lo mieu semblan, 

E dirai vos cai vuoili plus ni m' agensa : 
15 Q'ieu pretz trop mais de dompna e m' es plus car 
Qand, ses mos precs, me voi d' aitan honrar 



A: Guillems delator e Nimbertz; C: Partimen de nymbert e den Guillem; 
D: Guillems dela Tor; E: tenso; G: de guill' e d' nymbert (nel margine in- 
feriore); I: Guillems de la tor e seigner nibert; K: Guillems de lator. 

I Senher C E, Seingner D I K, Segner G ; nimbertz C, nymbert G, niberz D, 
nibert 1 K ; digaz D G, uostra sciensa C E, nostra esciensa D I K, -za G. 2 Des G ; 
larazoC; Dellasr. D; rasos DIK; queus C, qeus D G, quius I; enquer C; 
enqer G. 3 QunaCE; Sima 1; domna amaz DG; dona E domna K. 4 Et auz 
D; auez G, -za G. 5 doing G; do C E. 6 si pot C; noi ipot G, non pot I K, 
peccar C G, pecar E. 7 cuy es C ; astretan G, atrestant D, atrestan I K, au- 
tressi E. 8 Ses preyar sa belleys C; Ses totz preiars I K. 10 qual C I K, qals 
D, sabez D G, sabetz E 1 K. 

II conoyssensa C, -ensa D I K, conoisensa E, -za G. 12 desta raso (razo E) 
CE, destas razos G ; partez D G. 13 mielhs C, meillz D I K, meilz G, meils E ; meu 
G K. 14 E dirai qual mi piaz e mais m' ag. C ; uoill D K, uoil G I, uueill E. 15 Qeu 
prezDG; trom m. E; may C; quar E. 16 Qand] Quan CE, Qant D, Quant 



— 263 — 

Qe • m don s' amor leialmen a rescos, 
Que d' un' autra q' ieii prec un an o dos 
Ei entenda longamen a celat. 
20 De r autra 'US die que ni' a trop mieils honrat. 

III. [Seigner n' Imbert, ben deu aver temensa 
Bona dompna e taing que an doptan 

C a tal non don s' amor qe'is n' an vanan 
Ni'n leu fol bruich en faich ni en parvenssa. 

25 E fins amans no • is deu desconortar 
Si tot sidonz no • il voi al comenssar 
Donar s' amor, mas s' el es larcs e pros 
Serva sidonz tro vegna'l guizerdos, 
Car paors es de leu ioi conquistat 

30 Cantre 1' agues per aquel eis mercat.] 

IV. Guillem, mais vai iois qand en ben comenssa 
E mou de grat q' aicel qe fai son dan, 

Que tal n' i a vai son amie loignan 
Tro tota gens conois lor benvolenssa. 

35 E pros dompna, pois a bon cor d' amar, 
Non deu ges trop son amie far preiar, 
C ad amdos es iois e meillurazos 
On enans son ensems ab ioi ioios ; 
E vos avetz ben talan de foudat 

40 C anc non vini ioi sobreleu conquistat. 



I K, Qe G ; prex CE; mi G. 17 db E, dom I ; samo C ; leyalmen C. 18 altra G, 
qeu D G I K. 19 Et ent. C ; Ei itenda G , lonjam. C, loniamen E. 20 autra die C ; 
autraos d. DIK; mielhs C, meillz DIK; meilz E; milz G; honrat] paguat C. 

21 Senher C E, Seingner DIK; Segner G ; nimberz D ; nymbert G ; temenza 
G, -enssa D. 22 domna DG, dona E; es tanh C, tanh E; quei an E. 23 Qatal 
CD, Quatal I K, Qaital G; Qua tals C; uan A; ques nan DIK; ques uan G, 
que san C 24 leu] men C; folh bruy C, bruit DEGIK; fach C, fait DEG 
IK; -enza G. 25 fis amanz G; nos CDEIK; nous dei G. 26 Si sa dona noi 
u. C; noi u. D; noill G; comencar G. 27 sii AEG, selh C, lacx C. 28 si dons. 
tr. uenhal CE, ueingnal DIK; guazardos C, guierdos D, guizardos 1 K. 29 
paur G; del be leu e. C ; de ioi ir op (nell'originale stava forse trop) leu e. E." 
30 Quatre K; aquelh C. 

31 qan G ; en bon DIK; -ensa D E 1 K, -enza G. 32 E mon grat G ; mueu E ; 
quaisselh quen C; caisel quen E; qar cel D; qi G. 33 tals DIK; uia G, 
lonhan CE, lonian D, loingnan IK, lognan G. 34 tuta genz G; loz G;beuo- 
lensa C; -ensa El K, -enza G. 35 pus C, puois D K, pos CE. 36 preyar C. 37 
Quar amdos creys ioys e melhoirazos C; Qaz a. D G K, Quaz andos I, Can 
abdos E. 38 enanz G; senanso C, enansos E; 39 auez DG;foldat G. 40 Quanc 
CDIK; ui C, conqistat D. 



264 — 



TRADUZIONE 

I. [Signor Imbert, dite la vostra opinione su quest' alternativa, che 
vi rivolgo e su cui vi interrogo : voi amate con fino intendimento una 
donna e in essa avete messo il cuore e anche il desiderio che vi con- 
ceda il suo amore, mentr' ella si fa molto pregare, finché conosce che 
non può accondiscendere; un' altra, invece, che è altrettanto degna, vi 
ama tanto che vi dà e concede, senza preghiere, la sua amicizia. A quale 
delle due sarete più tenuto?] 

II. Guglielmo, so bene, secondo il mio criterio, scegliere il meglio, 
a mio parere, fra queste questioni che mi proponete, e vi dirò quale 
pili mi piace e a quale mi attengo : che io preferisco e desidero di più 
una donna che, senza esserne pregata, mi vuole onorare sì da darmi 
con lealtà, senza che alcuno se ne avveda, il suo amore, che un' altra, 
eh' io preghi un anno o due e che ami a lungo celatamente. Vi dico 
che la prima è stata molto più gentile verso di me. 

III. [Signor Imbert, ben deve esser riguardosa una donna degna e 
conviene che essa abbia timore di dare il suo amore a tale, che se ne vada 
vantando o sollevi folli dicerie sia raccontando come stanno le cose sia 
lasciandole intravedere. E un fino amante non deve sconfortarsi se anche 
la sua dama non vuole concedergli subito il suo amore ; ma s' egli è 
valente e prode la onori finche giunga la ricompensa, perchè di una gioia 
facilmente conquistata si può sempre temere che un altro, con pari faci- 
lità, avesse potuto ottenerla.] 

IV. Guglielmo, meglio vale la gioia quando comincia bene e viene 
da buona volontà che quella che procura il suo proprio danno, che tali 
donne vi sono che allontanano il loro amico tanto che tutti giungono a 
conoscere i loro sentimenti. E una donna valente, dal momento che ama, 
non deve troppo far pregare il suo amico, perchè entrambi hanno maggior 
piacere e soddisfazione quanto prima possano trovarsi insieme e averne 
gioioso diletto; e voi avete bene intenzioni folli, perchè non si vide mai 
gioia troppo facilmente conquistata. 



265 



XIX 

Alberico da Romano 

T, e. 208^-: nabieiris de roman. Ediz. Pam. Occ. 376; Mahn, Werke, III, 331, 
SCHULTZ-GORA, Prov. Dicfìt., p. 28. Nella nostra edizione, si rispetta la 
grafia dell' unico ms. T. 

I. Na Maria, pretg e fina valors 

E"l giois e*l sens e la fina beutatg 
E l'acuglirs eM pretg et las onors 
E"l gintg parlars e l'avinens solas 
5 E la dog cara e la gaia acundanga 

E'I ducg esgartg e ramoros se[m]blan 
Ce son e vos, don non avetg egansa, 
Me fan traire vas vos, sis cor truan. 

II. Por go vos prec, si • us platg, ce fin'amors 
10 E gausimentg et doutg'umilitatg 

Me puosca far ab vos tan de socors 
Ce mi donetg, bella dopna, si'us platg, 
So don plus ai d'aver gioì esperansa, 
Car en vos ai mon cor e mon talan 
15 E per vos ai tut so e' ai d'alegransa 
E per vos vauc mantas ves sospiran. 

III. E car beutas e valors vos enansa 
Sobra tutas, e' una no'us es denan, 

Vos prec, seuis plas, per so ce'us es onransa 
20 Ce non ametg entendidor truan. 

IV. Bella dompna, cui pretg e giois enanga 
E gientg parlars, a vos mas coblas man, 
Car e vos es gaessa et alegransa 

E tutg lo bens e' om e dona deman. 



1 la fina T. 2 gioi T ; sen T. 3 acuglir T. 4 gint parlat T ; auinen T. 6 esgart T. 
9 go] ce T; siuos T. 10 gausiment T. 12 si uos T. 14 Et car T; talen T. 
17 ualor T. 18 cuna nouos en es d. T. 19 seuos T; ceuos T. 
21 gioi T. 22 gient parlar T; mes e. T. 24 tut lo ben T. 



— 266 — 



TRADUZIONE 

I. Donna Maria, le qualità e il gran merito e il piacere e il senno 
e la beltà e le buone maniere e il pregio e il decoro e il bel linguaggio 
e la piacevole arte di intrattenere e il bel viso e il gaio contegno e il 
dolce sguardo e il sembiante amoroso, che sono in voi e per cui non 
avete chi vi uguagli, mi conducono verso di voi, senza male intenzioni. 

II. Perciò vi prego, se vi aggrada, che il fino amore e la piacevole 
cortesia e la dolce umiltà mi valgano tanto presso di voi che mi con- 
cediate, se volete, ciò, donde ho molta speranza di ricavare gioia, poiché 
in voi ho posto il mio cuore e il mio desiderio e a voi debbo tutte 
quelle soddisfazioni che ho e per voi vado spesso sospirando. 

III. E poiché la beltà e i meriti vi innalzano al di sopra di tutte, 
in modo che nessuna vi sta dinanzi, vi prego, se vi aggrada, per 
l'onore che avete, di non dare il vostro amore a indegno amatore. 

IV. Bella donna, a cui conferiscon pregio le buone qualità, le gentili 
maniere e l'arte del parlare, invio a voi le mie strofe, perchè in voi 
risiedono cortesia e gaiezza insieme a tutte le virtù, che si richieggono 
in una donna. 



267 — 



XX 

Uc di Saint Circ e Alberico [da Romano] 

N, e. 110''; SUCHIER, Denkmaler provenz. Ut. u. Spr., Halle, 1883, p. 320. Mo- 
naci, Testi ant.prov., col. 89; Jeanroy-Salverda de Grave, Uc de Saint- 
Circ, p. 113. 

[Mesier Albric, so • m prega Ardiso(n)s, 
Qu'ieu vos deia mostrar saviameng, 
Com el l'autr'ier fo faig novel espos, 
E e' ara 'il fail meils e vins e formeng, 
5 Tan qe"il moillier s'en rancur' e s'en lagna; 
Per qe*l Sorde! vos prega, et eu lo voill, 
Qe"il fasag dar un car d'erbas de molli 
E tant de mei! don viva sa compagna]. 

N'Uc de San Sir, tot per amor de vos 

10 E del Sordel, car es pros e valeng, 
Voil que del meu aia ser Ardigo(n)s 
Tant e' al partir scn an gais et jauseng, 
Que eu ere ben qe vianda'il sofragna ; 
Pero del meil de si dire no voill, 

15 Mas ben darai un car d'erbas de molli. 
Si hom las pot trobar a la campagna. 

TRADUZIONE 

I. [Messer Alberico, Ardizzone mi prega di farvi sapere in bella 
maniera che l'altr'ieri egli fu fatto novello sposo e che ora gli mancano 
miglio, vino e frumento, di modo che sua moglie ne ha ira e dolore. 
Ond' è che Sordello vi prega, e io pure lo desidero, che gli facciate 
dare un carro d'erba purgativa e sufficiente miglio a sostentare la sua 
compagna]. 



5 rancure e N. 12 gai N. 13 que eu] q;u N. 15 ben] bien N. 



— 268 — 

II. Signor Ugo di Saint-Circ, appunto per amor vostro e di Bor- 
dello, perchè è prode e valente, voglio che Ser Ardizzone abbia di ciò 
che possiedo tanto che, partendosi, possa andarsene sodisfatto e lieto, 
perchè io credo bene che il nutrimento gli manchi ; tuttavia, per quanto 
spetta al miglio, non voglio acconsentire ; ma bensì gli darò un carro 
d'erba purgativa, se la si può trovare nei campi. 



— 269 



XXI 

Peire Guilhem de Luserna 

H, e. 56^^ . Arch. f. d. St. d. n. Spr. a. Ut., XXXIV, 414; Gauchat-Kehrli, 
Studj di filol. rom., V, 540; GuARNERio, Pietro Gugt. di Luserna, p. 30 

Be • s met en gran aventura 
Totz homs e' a Luserna vai, 

Car hom troba lai 
Qi d'inz lo cors lo cor trai. 
5 Per q'eu lai irai ; 

Car ges de cor no ai, 
Car ci!!, on bos prez s' atura, 
Lo m'emblet e no*l qer mai 
Cobrar ni talan no ai. 



TRADUZIONE 

Ben si mette a gran repentaglio chiunque va a Luserna, perchè 
colà si trova chi trae dal di dentro del corpo il cuore. E poiché io 
non ho più il cuore, vi andrò. Me lo rubò colei, in cui il buon pregio 
ha dimora, e non desidero più riaverlo e di riaverlo non ho più voglia. 



1) Nel ms. sta soltanto: Peire guiellms. 



— 270 — 



XXll 

Peire Guilhem de Luserna 

(Beni, de Ventadorn), e. 52; D», (Peire Willems), e. 193''; D-^ (Peire 
Guillem), e. 259'- (soltanto i vv. 10-27); E(Bern. de Ventadorn), e. 102^; 
F (Peire Guillem), e. 162 (soltanto i vv. 19-27); G (anon.), e. lO&i; I (Peire 
Guillems), e. 110; e, e. 83'-. Rayn., IV, 139; Mahn, Werke, I, 25; GUAR- 
NERio, Pietro Gugl. di Luserna, p. 31 ; Bertoni, Canz. prov. ambr., p. 345. 
Grafia di D". 

I, En aquest gai sonet leuger 
Me voi!! en chantan esbaudlr, 
Car hom qe no*s don'alegrer 
No sai que puosca esdevenir; 
5 Per q'eu me volli ab ioi tenir 
Et ab los pros de Proenza 
Que regnan ab conoissenza 
Et ab bella captenenza, 
Si q'om noMs en pot escarnir. 

10 II. De conquerre fin prez enter 

Agra eu talen e desir, 

Si no me"n faillissent dener 

E rendas, dont pogues complir 

Los faiz, qu'eu volgra mantenir; 
15 Mas pos a Deu non agenza 



1 aqest D<^FGc; guay C guai e; son e; ieugier FI, ligier D'=, laugier G. 
2 mi uoii G, vuelh C, vueill E, vulh e; cantan e, quantan E, esguagir e. 3 
quar C E I, qar e; qes no dona G; nous 1 ; alegrier G I e. 4 qe e; qes G; puesc 
C, puesqu E; pogues deuenir G e. 5 qu' ieu CE, vuelh C, vueill E, vulh e, mi 
uoil G, joi C E I, tener C 6 ez G; proensa C E I e. 7 qe e, qui CE, qi G; renhan 
Ce, renhen E, reignan I, regnon G; conoissa C, conoisensa E, conoisenza G, 
conoissensa I, conoichensa e. 8 ez G, a D^D^'GF; belha C, bela E; capte- 
nensa CE Gì e. 9 com G; es charnir G. 

10 conqerre D'^G, conqererc; fiD<'; pretzCEI, prego; entier C D*^ E Gì; 
11 agreu Gì, agrieu F, jeu C, aurieu D<^; talent e; dezir CE, degir e. 12 se 
G, me"n] me D'=G, mi e; falhisson C, faillison D<'E,a faison G, fallisen e, 
denierCD«E. 13 don CD<: E G e; poghes G. 14fagz C, faitz DM; quieuCE; man- 
tener I. 15 pus C, puos G, pois E 1 ; a Deu] aquo D^ I, adieu C E e; azenza G. 16 



— 27: 




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(Ms. G, e. 106^) 



— 272 - - 

Q' eu posca far gran valenza, 
Gardar me dei de faillenza 
Almeinz, e d'aizo q' ai servir. 

III. Qar prez no demanda ni quer 
20 A ceis que volon obedir 

Mas tant quant al poder s'afer 
E qe liom se gart de faillir; 
Per qu'acel que trop voi tenir 
A molt petit de scienza, 
25 Car l'avers non a valenza 

Mas q'om en trai sa guirenza 
E qar hom se*n pot far grazir. 

IV. A r emperador dreiturer 
Frederic voill mandar e dir 

30 Qe, se meillz no manten l'emper, 
Milan lo cuida conquerir 
Ab grans faiz e fai se ■ n auzir; 
Don vos iur, per ma credenza, 
Que pauc prez sa conoissenza 

35 E son sen e sa sabenza, 

S'en breu no 1' en sap far pentir. 



queu I, quieu CE; puesca CE, puosca G; grant E, granzG; ualensa CElc; 
manca in D*^^. 17 guardar Ce; mi E Oc; deu D*GI; falhensa C, fallenza G, 
failenza D*^^, faillensa EI, failhensa e. 18 almeins C, almenz D'", almens e; e 
manca D-'^l; de so CE, daisso D'', daiso le, daicho G; quai CI, cai E; a 
servir D^ I. 

19 Quar C, car EG I; pretz CE I, preg e; non Eie; quier C E, qer Fc, 
qier D«^ G. 20 ab C D'' E G I e; sels CE; qui C, qi G, qe e, quii F, qel D*- ; uolen 
C G, ualent e; obezir CD<'EF. 21 tant manca in Gc; tan ED*^, qanG;afier 
CFGlc, afeir D^ affier D^ 22 que CEI; om G; guart C F, gard DMc; falhir 
C, fallir G. 23 que selh C, que sei E, qaisel D^'Fc, qacel G; qui E F, que 
D*^^ I e; qe t. uoil G. 24 ha D*^ F; sienza D^ E I, sciensa C e, fienza D». 25 quar 
C E, qar D<^ FI; laueis G ; ha D'" F ; ualensa C E I e, uallenza G. 26 quom C I, 
com D'" E, qar hom e ; traia I, sa wa/zca e ; girenza D» guirensa C E I e, garenza 
E, gurenza D"". 27 quar CEI, car G; pod e; gracir e. 

28 dreichurier G. 29 vuelh C, uueill E ; e] manca in G I. 30 que C E I ; si e ; 
mielhs C, meilz G, meils e. lempire D=', lempeir G. 31 Meilan D*, melan G, meil- 
lan I; lo] manca in I; cuda G; conqerir G e. 32 grant D^ 1 ; granz G; faitz CI, 
faicz e ; fau G, fan e ; auscir e, ausir G. 33 iur] mir e ; cresenza C E, crezenza G, cre- 
qensa e. 34 qe G I e; pretz C I, preq e; conoissensa C I, conoisensa E, conoisenza 
G, conoichensa e. 35 sabensa C E e, sabensa I. 36 si en Ce, son G; nolin G. 



— 273 — 

V. Domna sai ab cors plazenter 
Dunt negus hom non pot mal dir 
E no tem gap de lausenger 

40 E sap Ics meillors retenir 
Ab bontat et ab acuillir, 
Tan gent fenis e comenza 
Sos soiaz e sa parvenza, 
Qe ren non i fai faillenza 

45 . Et a car nom per encarzir. 

VI. Na Ioana d'Est agenza 

A toz los pros, ses faillenza, 

Per qii 'eu ■ m voil ab los pros lenir. 



TRADUZIONE 

I. In questo piccolo e gaio « suono » leggero, mi voglio rallegrare 
cantando, perchè non so che cosa possa diventare un uomo che non si 
dà piacere; ond'io voglio tenermi con gioia e con gli uomini di vaglia 
di Provenza che si conducono con belle maniere, sì da non potere essere 
scherniti da nessuno. 

II. Avrei ben io desiderio e voglia di conquistarmi pregio fino e 
intero, se non mi mancassero danari e rendite, con che potessi com- 
piere le belle azioni che vorrei fare; ma poiché a Dio non piace eh' io 
possa fare grandi liberalità e cortesie, mi debbo almeno guardare dal 
mal fare (dall'essere scortese) e debbo servire di ciò che possiedo. 

III. Per vero, il « pregio » non domanda ai suoi seguaci altro che 
ciò che sta nelle loro forze (che facciano di bene o di cortesia o 
di liberalità quanto possono) e che evitino il male (la scortesia, l'ava- 
rizia, ecc.); perciò colui che è avaro del suo ha molto poca saggezza. 



37 Dona C, dompnaE; al 0=^ I; cor D^ G I ; plazentier CE, plasentier G I, 
piagentier e. 38 dont I, don CEGc; negus manca in D^I, neguns E, nus G; 
non pod e; nu! mal 0=^, nuli mal 1. 39 non e; gap] cap E, cap E, gab G, 
guapC; mal D^I; lauzengier CE, los. G, lausengier le. 40 sab G; meilhors 
Ce. 41 bontat] onrar G, ondrar e; aculhir C, acuillir E, cuillir G, acuilhir e, 
servir I. 42 Tan] ce! D* I ; gen CG; finis G, comensa C E i e. 43 solatz CE, 
solaq e; parvensa C E I e. 44 que I; quen re CE; non hi CE, noni i e; 
faihensa Ce, fallenza G, fallensa 1. 45 ha E; quar E; non e; engrazir I, en- 
carzir e. 

46 iohana C, iohanna G, iomna e ; agensa C E I e. 47 totz C E I e ; seng e ; 
faihensa C, fallenza G, faillenga e. 48 quiem CE, qem G e, queu I; vuelh C, 
uueiii E, uoill Gel; ab lor tenir CE. 



— 274 — 

perchè gli averi non hanno valore se non quando si sanno far profittare 
e se ne trae ragione di rendersi utile agli altri (di ottenere l'aggradi- 
mento degli altri). 

IV. All'imperatore giusto Federico voglio far sapere e dire che se 
meglio non guida l' impero, la città di Milano crede di conquistarlo con 
grandi fatti e già essa se ne crea intorno la rinomanza; quindi vi giuro, 
sulla mia fede, che poco ho in istima la sua esperienza e il suo senno 
e la sua saggezza, se in breve tempo non sa farnela pentire. 

V. So una donna dal corpo piacente, della quale nessuno può 
sparlare ; e non teme vanteria di lusingatore e sa trattenere presso di 
sé i migliori con bontà e con belle maniere ; tanto è gentile la sua e 
tanto sono gentili, dal principio alla fine, i suoi modi, che nulla le manca 
e ha un nome caro per rendersi cara. 

VI. La signora Giovanna d'Este piace, senza fallo, a tutti i prodi, 
ond'io voglio tenermi con i prodi. 



275 - 



XXIII 

Peire Guilhem de Luserna 

H, e. 52^ Arch. f. ci. St. d. n. Spr. n. Ut., XXXIV, 408; Studj di filol. rom., 
V, p. 525. La prima strofa in Raynouard, Choix, V, 316. Meyer, Romania, 
Gu.ARNERio, p. 33; JEANROY e Salverda de Grave, Uc de Saint -Circ, 
p. 132. — Gli ultimi tre versi della risposta di Uc sono anche in D>", e. 257'" 
{Ann. dii Midi, XIV, 205). Tutta la risposta edita anche da A. Jeanroy in 
Rev. d. lang. rom., XL, 394. 

I 
Peire Giiielm 

I. Qi na Cuniga guerreia 
Per orgoill ni per enveia 

Foldat gran 
Fai, car sa beltatz resplan 
5 E SOS ricx prez seignoreia, 
E taing se qe far o deia, 

So vos man. 
Per qe m' aura derenan 
Servidor, e si desreia 
10 Negus vas lei ni felneia, 

De mon bran 
Sabra si tailla ni ' s pleia. 

II. E qi ■ 11 mou guerra ni tenza, 
No • 1 cossel e' an an Proenza 

15 Dompneiar, 

Qe ben poiria semblar 
Folz e portar penedenza 
Per la soa malvolenza, 
Don m' anpar. 



3 foidatz H. 7 sous man H. 12 saubra sis t. ni pi. H. 
13 qeil H. 
16 poira H. 



— 276 — 

20 Pero de Luserna • s gar, 

C orgoillz ni desconoissenza 
No • i troban luec ni guirenza, 

Qu' il affar 
De lai son tuit de plasenza. 

25 III. MesLira e conoissenza 
Deu retener per semenza 

Qi regnar 
Voi ab bella captenenza. 

II 
A^' Uc de Sain Si[r]c 

I. [PJeire Guillem de Luserna, 
Nos digatz com sa luserna 

De prez zai ! 
Car de na Cuniga sai 
5 Qez ili fez ogan tal terna 
Per q' ili perdet vita eterna, 

Don ia mai 
No deu viure ses esmai ; 
E dompna, pos lait desterna 
10 Ni fai saut dont hom 1' esqerna, 

Non assai 
Mal nuli mege de Salerna. 

II. Ben sai qe vostres branz talla, 
Mas s' a totz cels fai batailla 

15 Q' en diran 

Mal o qe no 1' esdiran 
Qez ili no fezes gran falla, 
Anc el vai de Roncisvalla 
No ac tan 

20 Colp donat. Ar pauz ab tan 
E met la en no me'n calla. 
Lai fos ili on a lieis valla! 

Derenan 
No voill mais ab lei baralla. 



22 no troban li rie ni guireza H. 

2 digatz] dizatz H. 9 descerna H. 10 escerna H. 

17 el ual de iosafalla H. 21 la en] len H. 22 lai fos ili on la calla H. 



— 277 — 

25 III. Mcsiira voi e' om no salla 
Tant enan 
Per e' om sa umbra trasalla. 



TRADUZIONE 

— Chi guerreggia donna Cunizza, per orgoglio o per invidia, fa 
grande follia, perchè la sua beltà risplende e il suo molto pregio trionfa, 
e conviene che ciò sia, ve ne avverto. Per questa ragione, ella mi avrà 
d' ora innanzi suo fedele, e se alcuno I' attacca o fa fellonia contro di 
lei. quegli saprà se la mia spada taglia o se si piega. 

E chi le muove guerra o lite, non vada, glie lo consiglio, a dameg- 
giare in Provenza, pel fatto che colà potrebbe sembrar folle e potrebbe 
pentirsi del suo cattivo animo, dal quale io stesso mi guardo. E special- 
mente stia attento di non andare a Luserna, perchè orgoglio e invidia 
non vi trovano né accoglienza ne protezione, in quanto tutto colà è 
piacevole. 

Misura e equilibrio deve ritenere, come semenza di buone azioni, 
colui che vuol condursi con belle maniere. 

— Pietro Guglielmo di Luserna, diteci invece come lo splendore 
dei meriti [di Cunizza] diminuisce! Che io so che donna Cunizza ha 
vinto quest'anno a un tal giuoco, per cui ha perduto la vita eterna; 
onde giammai non deve vivere senza dolore. Allorché una donna si 
svia o fa uno sbalzo [fuori dei retto sentiero] in modo da farsi scher- 
nire, è inutile che si consulti neppure con un medico di Salerno (essa 
è perduta). 

Ben so che la vostra spada taglia, ma se essa si prova con tutti 
coloro che ne diranno male o che non la discolperanno, come se non 
avesse commesso una grave mancanza, allora nella stessa valle di Ron- 
cisvalle non fu dato sì gran numero di colpi quanti voi dovreste darne. 
Ora mi taccio e non me ne interesserò punto. Vada dove le convenga! 
D'ora in poi, non voglio più aver da fare con lei. 

Il buon senso vuole che nessuno si spinga al di là della sua 
ombra. 



25 M. nouol qom salila D<". 26 Niics desarat (cos; nel ms., Teulié e Rossi 
hanno la forma desant « Ann. d. Midi » cit. n. 182, ma una revisione attenta 
del ms. dà loro torio) circ tant ciian D''. 27 Perche sa unbra trassaiila H. 



— 278 



XXIV 

Peire Guilhem de Luserna 

(Pfire Vidal), e. 42^; D" (Peire Willems), e. i;»3»; D'- (Peire Guillem), 
e. 259'- (i vv. 8-14; 22-28), E (Peire Vidal), e. 27; F (Peire guiilem de 
luzerna), e. 163 (vv. 22-28); G (anon.), e. 106i'; 1 (Peire Guillems), e. 110; 
P (anon.), e. 65 (i vv. 8-14); R (Peire Vida!), e. 17^; e (Peire Guillieim), 
e, 82^. — Rayn., Choix, V, 315 (la sola prima strofa); Bartsch, P. Vidal' s 
Lieder, 34; Mahn, Ged. 74 (E); GuARNERio, p. 34; Bertoni, Canzon. prov. 
ambr., p. 344. Grafia di-D^. Pei vv. 36-38, che mancano in D'^EGlc, si 
segue la grafia di C. 

I. No'm fai chantar amors ni drudaria, 
Ni • m fai chantar flors ni foillas ni bruz 
Que fan 1' auzel, ni per cho no seria 
Plus chantaire, tan ni qan, ni plus muz ; 

5 Qu' atressi chan, quant l' ivers es venguz, 
Cum fas la 'stat ni la Pasca floria 
Qan chans mi piai, ni razos lo m' aduz. 

II. Molt m' abellis qui m' a bella paria, 
Quant vene en loc o no sui conoguz, 

10 Ne qui m' enqer, en dreit de cortesia, 



1 Non sai e; chantars le; zantar F; amor EI; drudairia C. 2 fai D'GI; 
fuelhas CR, fueillas E, fuoilla 1, fulhas e; nil Gc; brutz C E 1, brug R. 3 qe 
e; lauzel fan C, augel e; so CElcR; ni 1, non e; cerai E. 4pusR; cantaire 
G ; tant ni quant 1 ; quan C E, can G R ; ni] et 1 ; pus R ; mutz C E 1 e R. 5 cau- 
tresi E, catresi G, catressim R, quautressi e ; eclian 1 ; quan C E, quant 1, 
can G R, qan e; iuerns C E R, yuerns 1, inuers Gc; es non manca in G, e 
corr. l'indicazione del Guarnerio (cfr. Canz. ambr., 344); uengutz C E 1 R, 
uengudz e. 6 com E e R, qom G; fauc CE, fai G, fatz 1, fau R; estat C E R, 
aistat 1, estad e; pascha e; florida D^. 7 quan E I, can GR; chan GER; 
plaz G, play R, plag'c; et ni 1 ; razonER; nragons e; meiaduz G, adutz E I R, 
adudz e. Da mi piai sino a aduz manca C. 

8. Mont P, mot R ; abelis C D« E G e R ; qi D»- G P e ; ha D« ; belha C, bela 
E P R. 9 quan C E, qanc D*", quant 1, can G P R, qan e ; uenh C E R, ueing D'^, 
uen P, ueng e ; luec CEP, luoc 1, log e ; on non P, o non D<=, e no C e, e non 
ER; soi EcR, sinG; conogutz C D^" 1, conegutz E R, conogudz e. 10 ni C E 
D<^GPcR; qi D'^GcP; m' manca in D*; enquer E, enchier D", enquier IR, 



— 279 — 

De qal part sui repairaz ni mogiiz ; 
Car demandali es lioni reconoguz 
E responden, per q' es razos q' om sia 
De bels respos als granz e ais menuz. 

15 III. Et es bels senz quant liom sap gen respondre 
A totas genz, segon que chascus es ; 
Car lo savis n' aura talan que'us n' ondre, 
Si de respondre • us troba ben apres ; 
E s' al nesci, q' er pecs e malapres, 

20 Non respondez, greu er q'el no • us deshondre 
De paraulas o de faiz, se locs n' es. 

IV. Aitant vos voill de mon plazer despondre, 
Qu' a mi piaz mais us sofraitos cortes, 
Que del seu pauc sap servir e semondre, 
25 Lai on s' eschai, segon qe"l poders es, 
C US rics malvaz, a cui soffraing merces, 
Tant q' om non pot del seu raire ni tondre ; 
Q' ano de tal rie no'm pacgei iorn ni mes. 



enqier Gc; eisreiz P, dreiz D*, dreg D'", driz G, digtz C, dig ER; cortezia E 
GIR. 11 qua! CEI, cai R; luec P; sol E Re; repairatz CD'' E IR, repairaiz 
P, reparadc e; mogutz CD''EIR, mougudz e. 12 quar C E I R, qar D«c; el 
hom C, er h. P, reconogutz C D** E I R, reconogudz e, teneguz P. 13 respon- 
dens D*I; ques CEIR; razon C, ragos e, taing P; quom C, com E P R, 
qhom e, qem D^ quem I. 14 bel D<=EGlcR, belh C; al D^G; grans CEI 
P R, grang e; e manca in C; ez D*^; menutz CD^EIR, menudg e. 

15 Ez G ; bel C G ; sens C E G I e R ; quan C, quant E I, qan G, cant R ; sa 
gent e; respondere G. 16 toutas D^, tota Ce E, tuta G; gen C E G, gens I R 
gent e ; qe G e ; quasqus C, cascuns E, zascus G, cascus R, chascun e. 17 quar C E 
qan I. qar e; n' aura] aura CER; talanz G, talen I; qeus e, qel G; onre E 
n' ondre] ondre CER; nomdre (con d ritoccato) D^. 18 seG; del respost R 
uos CEcR, nos G. 19 sei C; nesi Ed, nessi R; quer EI; pex E, pecx R 
Manca tutto il verso in G. 20 no G R ; respondetz CEIR; q'el] que CER; uos 
G; dezondre E, desondre I, desendre G, desonre R, degondre e. 21 ou D, ho E 
faitz CEcI, fagz R; si C e E, sin R; loc D^-GIR, luecs C, luex E. 

22 Aitan E R e, Abtant D'' F (-an) G ; uuelh C R, uueill E, uoii D" e G ; mo C 
plazers D*, plaigers e, saber C F, plazer saber D*"; rjespondre Cd. 23 ca 
E G R, qa D'^ F, qe a e ; platz E I, play R ; may R ; un C D»E R, uns I ; -ons G 
suffrachos D<=F, sofraidos e. 24 qe Df^c; qui F, qel G;sieu CEI, ceuR; so- 
mondre CD'EGIcR. 25 lay R; o D^"; escai D'", eschay R; seguon e; qel 
D'Fc, qe E I, qels C; poder DaGcR. 26 qus D«Fc; cun CE; uns Gì; ricxR; 
maluatz CEI, maluadz e; cuy R; sofranh CER, sofrain I, sofraing G, sofrainh e. 
27 tan CD'-EFGR; quom C, com E R, hom e; cora G; no CGE; sieu CEI; 



— 280 - 

V. Ni ■ m pac d'amor ni de son seignoratge, 
30 Car en la fin fai toz sos servidors 

Clamar de si, tant es de mal usatge ; 

Per q' eu non voill sos mais ni eas dolors; 

E jais me Deus mon meilz trobar aillors, 

E"m don tal ioi qe'm torn en alegratge, 
35 Que'l iois d'amor torn' en] plainz et en plors. 

Vi. Si tot no ■ m platz ni m' abelis amors, 
loys e solatz mi platz e mon coratge, 
E plazon mi tuit siili cui platz honors. 



TRADUZIONE 

I. Non mi fa cantare ne amore né galanteria, non mi fanno cantare 
né fiori ne foglie né gorgheggio d' uccelli, che queste cose non mi fa- 
rebbero né cantare né tacere [essendomi del tutto indifferenti]; canto, 
invece così d' inverno come d' estate o al tempo primaverile, quando il 
canto mi piace e la ragione me lo ispira [ed ho un motivo ragionevole 
per cantare]. 

II. Molto mi piace chi mi accoglie bene quando vengo in luogo 
dove non sono conosciuto e chi mi domanda, per cortesia, da qual 
parte mi sono mosso e venuto, poiché con domande e con risposte 
si conosce [e si apprezza] l'uomo; ond' é giusto ch'io dia belle 
risposte a tutti (letteralmente: ai grandi e ai piccoli). 

III. Ed é bene che alcuno sappia graziosamente rispondere a tutte 
le persone, a seconda del loro grado ; perché il saggio sentirà voglia 
di onorarvi se vi trova nel rispondere ben destri, e se non rispondete 
air uomo dappoco, mal educato e meschino, sarà difficile che egli non 
vi disonori con fatti o con parole, se 1' occasione si presenta. 



del seu non pot r. F, pod e; mire G. 28 quanc CEI, cane R; daital E; tals 
ricx R; paguiei C, page! D<"F, paguei EIcR; paghe Q; ior Q, jorn CEI. 

29 Dun E IR; pauc I, pag e; del seu G; senhoratge CE, segnorage Gc, 
senhoratje R. 30 quar CEI, qar e ; sa E ; fi C E R ; totz C E I e R ; tuch G, sei 
G. 31 clamor E; se CER; fi e; tan G; ma C; iisage D*G, uzatge E, usadge 
e, uzatje R. 32 queu I, quieu CER; no CEGR; vuelh C R, uueill E, uulh e; 
fas D=^; sos dolors G. 32 dieus ClcR; mo C, mos R, mun G; miels C 1 R, 
meils E, meilhsc; alhors C R, ailhors e. 34 do E ; joi CEI, joy R; ioi damor 
qemD'*';quem CEIR; alegrage D*G I, alegratje R, allegradge e. 35 qel Gc; 
joys C; ioi D^'Gc, joi E, jois 1, joy R; amors EcG; torna en D»; plang C, 
planhs E, piamz G, planh R, plaing e; es en R. 

37 play R; coratje R. 38 tug R; cuy R. 



— 281 — 

IV. Questo voglio dirvi di ciò che mi piace: che a me aggrada di 
più un povero cortese, che sa servire e disporre del suo poco avere, 
dove conviene e secondo le sue forze, che un ricco malvagio, al quale 
manca pietà, tanto che nessuno può portargli via un poco delle sue 
ricchezze. Di siffatto ricco non mi tenni mai pago (letteralmente: non 
mi appagai ne giorno né mese). 

V. Non mi appago d' amore e del suo dominio, perchè alla fine 
egli fa lamentarsi di lui tutti i suoi seguaci, tanto ha cattivo uso; sicché 
io non voglio i suoi mali e i suoi dolori. Iddio mi lasci trovare altrove 
il mio meglio e mi dia tale gioia che mi riconduca in letizia, che la 
gioia d' amore si risolve in pianti e in lamenti. 

VI. Sebbene amore non mi piaccia ne mi soddisfaccia, nondimeno 
la gioia e la buona accoglienza mi piacciono nel mio cuore e piaccionmi 
tutti coloro, a cui piace onore. 



— 282 — 



XXV 

Peire Guilhem de Luserna 

D*, e. I92'i; 1, e. 110'-; K, e. 95^. Mahn, Ged., 305 (I); GUARNERIO, p. 37. 
Grafia di D*^. 

I. Ai, Vergena, en cui ai m' entendenza! 
E s' a vos piaz los mieus cars precs auzir, 
lamais de ioi entier no • m cai marrir, 
Car vius e morz aurai ioi ses faillenza 
5 De vos, Dompna, que das ioi per iasse, 
Que"us ven de Sei, e' a en poder e te 
Los bes eMs mais e'is iois e'is conseriers; 
Per qu' er en vos servir toz inos mestiers: 
C'autre servirs, en dreg vos, no m' agenza. 

10 II. Valenz dompna sobre tota valenza,' 

Vos pot l'.oni ben lauzar ses contradir; 

E'n vos lauzar non pot nuls hom mentir, 

Car flors vos es de vera conoissenza, 

Flors de beutat, flors de vera merce 
15 Flors a cui • 1 mons 

fon donatz, iois entiers. 

Can vene en vos lo rics Reis drechuriers, 

En romazest verg' apres la naissenza. 

III. Vos aguest frug, donipn', ab menz de semenza, 
20 Que toz bos frutz fai foillar e fiorir, 
E'is fai granar et a lor temps venir, 



1 // sec. ai manca in D^. 2 platz I K. 4 mortz I K; iois {con s esp.) D^ ; 
faillensa I K. 5 donna I K. 8 totz J K. 9 endreg uos no mauenza cautre seruirs 
endreg uos nomauenza D^-; auenza I K. 

10 domna IK; totas D^IK. 13 uos es flors D^. 14 fior, fior D^IK. 15-16 
nessuna lacuna in D^IK. 16 acuì I K. 17 rie D^K; drethuriers D*, dreitu- 
riers I, dreichuriers K. 18 romagest D^. 

19 Nos D^; domna IK; de semenza manca in D^. 20 totz IK; frug I K. 



— 283 — 

Friig e' OHI conqer ab vera penedenza, 
Ab deiunar et ab orar ganre, 
Ab caritat, que taing e' om ai'en se, 
25 Car caritaz es via e sendiers 

C adui home a Dieu, qu' es fruz pleniers, 
E DOS conqer, menz de ferma cregenza. 

IV. Ben sai, dompiia, qui " us a en sovinenza 
E de ben cor si don' a vos servir, 

30 Si mezeis serv, car sertz es del iauzir; 

E ges non 1' er tornaz e nonchalenza 

Sos servizis, vos en sovenra be. 

Lai on chascus aura paor de se. 

Aissi Io iusts co • 1 lair' e 1' estradiers, 
35 Can si farà lo iuiamenz derriers, 

On nuls plaides non trobara guirenza. 

V. Bona dompna, tant es granz la temenza 
Que n' ai, can pes e' aissi m' an fag faillir 
Miei fol voler, ab pensar et ab dir, 

40 Ab nesis fatz et ab folla parvenza, 

C a penas pusc ni aus clamar merce. 
Vostres cars fils pero cant me • n sove 
Com' a Longi fon de perdon leugiers 
E al lairon, son de preiar frontiers, 

45 E non per tan e' ades temors no ■ m venza. 

VI. A, Reina complida de tot be, 
Preiatz, si • us plaz, vostre car fil de me, 
Que m' aleuge mos mais e ■ Is conseriers 
Qu' eu trairai lai tan greus e tan sobriers, 

50 Qu' en dreg lo cors, la morz no • m fai temenza. 



22 conquer I K; penedensa 1 K. 23 deuinar I. 24 charitat K. 26 ques es fruz D^, 
ques frutz i K. 27 conquier ! K, crezenza I K. 

28 domna I K, quis I K. 30 serf I; iauzerD^. 31 tornatz 1. 32 so D^IK. 
34 aissi K; iust D^IK; iaires lestr. D^IK. 35 fera IK; bo lo i. {con bo 
esp. K. 

37 domna I K. 38 uai D'^ calsi K. 40 faitz I K; fola 1. 41 pose I K. 42 nostre 
D»; car fil D^I K. 43 longis D^I K; perdons D^I K. 44 ce ai 1. fon de p. D^l K. 
45 temor D^IK; non D-MK. 

47 platz 1. 48 cossiriers I K. 50 quendreig K, mortz I. 



— 284 — 



TRADUZIONE 

I. Ah, Vergine, a cui si volge il mio pensiero! Se a voi piace 
udire i miei devoti prieghi, non avverrà eh' io mi allontani da perfetta 
gioia, perchè vivo e morto avrò gioia intera da voi. Donna, che date 
per sempre gioia — gioia che vi viene da Colui, che ha in potere e 
tiene in suo dominio i beni e i mali, le gioie e gli affanni. Onde ogni 
mia preoccupazione sarà in voi onorare, poiché 1' onorare altri, rispetto 
a voi, non mi piace. 

II. O Donna che valete al di là d'ogni valore, vi si può ben lo- 
dare senza essere contradetti; e, lodandovi, nessuno può mentire, perchè 
voi siete fiore di verace sapienza, fiore di bellezza, fiore di vera mise- 
ricordia, fiore a cui il mondo fu dato, voi siete gioia perfetta. 

Quando venne in voi 1' alto Re di giustizia, voi rimaneste vergine, dopo 
la sua nascita. 

III. Senza bisogno di seme, voi. Donna, aveste un frutto, che fa 
a sua volta rinverdire e fiorire tutti i buoni frutti e li fa granare e ma- 
turare a lor tempo, tutti quei frutti, cioè, che si ottengono con sincero 
pentimento, con digiuni, con molte preghiere e con quella carità, che 
conviene avere in se stessi, poiché la carità è via e sentiero che con- 
duce r uomo a Dio, il quale è frutto perfetto e riesce a conquistarci, 
quando la nostra fede non é ferma. 

IV. Ben so, o Donna, che chi si ricorda di voi e si dà a servirvi 
di buon cuore, serve se medesimo, perché è sicuro di ottenere felicità 
eterna; e il suo servire non sarà messo in non cale (poiché voi ve ne 
ricorderete) là dove ciascuno avrà paura di se stesso -- tanto il giusto, 
quanto il ladro e 1' aggressore di strada — allorquando avrà luogo il 
giudizio finale, in cui nessun che tenti difendere i suoi torti troverà pro- 
tezione. 

V. Buona Donna, quando penso che tanto mi han fatto mancare 
i miei folli desideri, col pensiero e colla parola, con sciocche azioni e 
con vane apparenze, ne ho tale timore, che appena posso e oso chia- 
mare pietà. Quando però mi ricordo come il vostro caro Figlio fu 
pronto ad accordare perdono a Longino e al ladrone, mi sento incorato 
a pregare, non tanto, tuttavia, che il timore non finisca col vincermi 
ognora. 

VI. Oh, Regina compiuta d' ogni bene, pregate, se vi aggrada il 
vostro caro Figlio per me, affinchè mi allevii i mali e gli affanni che 
avrò a sopportare [dopo morte] tanto grandi e forti; perché, per ciò 
che spetta al corpo, la morte non mi fa paura. 



285 — 



XXVI 

Sordello 

A. e. 126^ C, e. 265' ; D^, e. 178'i; D<-, e. 258 (i soli vv. 31-32); H, e, 3»; 
I, e. IBS"!; K, e. 174'^'; R, e. 21»'; S, e. 219; o\ p. 380. Raynouard, C/ioix, 
iV, 67; Mahn, Ged. 462 (S); Parn. Occ, 147; Mahn, Werke, li, 248; 
DiEZ, Lebcn u. Wcrke d. Troub.-, p. 375; FOSCOLO, Saggi di Critica stor.- 
letteraria, 1, 288; Bartoli, Primi due secoli, p. 67, Storia d. lett. Hai., II, 
351; Meyer, Recueil, p. 93; De Lollis, Studj di filol. rem., Ili, 391 (A); 
Gauchat e Kehrli, Studj di fdol. rom., V, 357 (H); De Lollis, Sordello, 
p. 153; Crescimi, Manualetto^, 342; Bertoni, Canz. di Bern. Amoros, p. 222 
(a); Bartsch-Koschwitz, Chrestfi, col. 223. Per le traduzioni in lingua 
italiana, vedi De Lollis, Sord., p. 261 (aggiungi: Ckescini, A proposito 
di Sordello, p. 165). Grafia di C. 

I. Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so 
Ab cor trist e marrit, et ai en be razo, 
Qu' en luy ai mescabat senhor et amie bo, 
E quar tug 1' ayp valent en sa moft perdut so. 
5 Tant es mortals lo dans, qu' leu non ai sospeisso 
Que ia mais si revenha s' en aitai guiza no : 
Qu' om li traga lo cor, e que • n manio ' 1 baro 
Que vivon descorat, pueys auran de cor prò. 



1 pianger A, plaingner D^I K, piagner a, paigner H ; uuoill AH, uoil D='a, 
uoill I K ; blancatz D * I, bacaz H ; aqest A H a ; leuzier H, lezeir S ; son D =M K a. 
2 marriz H, marritz R, irat a, iraz S; ez H; ay R; eu a; ben AD^Ha; 
razon D-'^R, rason I K. 3 qen A H a, queu D^^; lui AD^HIKa, lei S; ai] 
ay R, a I K, manca in H; mescabaz amie e s. S ; ez H ; seignor A, seingnor 
D^IK, segnor a; bon D^IKR. 4 tuit R; e car tuich (tutt D») laip (laib D^) 
ualen AD*, e car laib (liaib K) ualen I K, car tuit li ualenz aibs H, ecar toz 
ualen (ualenz a) faz (faitz a) Sa; samor a; son D^IK. 5 Tan H; mortals] 
cossenz S a; danz D^-a; queu A D^^I K, qeu H a; non] noy C, noi D^I K, ai] 
ay R, sai Sa; sosp.] sospeisson D^I, sosspeison K, sopeyson R, gariso Sa. 

6 iamays se R, cunca mai se H; com sia Sa; reueigna AH, riueigna D^^, 
reueingna IR, restauraz S, restauratza; aytal R; guisa AHIKa; non D^IK. 

7 com AD^I K R Sa; traguaD*IKR, traiaHa; ejena; qu'enjqen IKH, 
quel A, manca in Sa; manio 1] manion A, manjon a, maioill H, mangen S; li 
baro a, lo baro S; baron D^IK. 8 qe Ha; descoratz H R a, descoraz S; pois 



— 286 — 

II. Premiers inanje del cor, per so que tjrans ops 1' es, 
10 L' emperaire de Roma s' elh voi los Milanes 

Per forsa conquistar, quar luy tenon conques, 
E viu deseretatz, malgrat de sos Ties. 
E deseguentre lui manjen lo Reys frances, 
Pueys cobrara Castella que pert per nescies ; 
15 Mas si pez' a sa maire, elh no'ii manjara ges, 

Quar ben par a son pretz, qu' elh non fai ren que • 1 pes. 

III. Del Rey engles me platz, quar es pane coratjos, 
Que manje prò del cor, pueys er valens e bos, 

E cobrara la terra, per que viu de pretz blos, 
20 Que"i tol lo Reys de Fransa quar lo sap nualhos; 
E lo Reys castelas tanh qu' en manje per dos, 
Quar dos regismes ten e per 1' un non es pros ; 



Aa, pos H, puois IK, piieis D^; del cor IK; lo cor bon S, lur cor bon a; 
pron D*IK. 

9 primiers A H, premier R, premer S, primersa; mange D*H 1 K R, manze 
a; zo H, o Sa; qe H, granz D^H, manca in Sa; obs D^IKRSa; lles K, li 
es Sa. 10 enperaire H, emperayre R; s' elh] siili C, sii A, sei D^^IRRS, se 
a ; qe H; melanes a, millanes R. 11 forssa A, forza Ha; conqistar cari, con- 
qerer qe Sa; car AD^H; lui AD^HlKSa; tenum S; concqes H, 12 uieu 
R; deseretaz D=^!. deserritatz H; malgratz C; tyes A. 13 E manca Sa; dese- 
gentre A, desseguentre R, segiientre a, soentre S; maien A, mangen D^R, 
manie I, mangne K, en mange Sa; lo] le CR, li 0=^; rei A, reis D^l K; lonrat 
rei del frances S, franceis D^IK, franses R; lonratz rei frances a; Ez apres 
lui en mange Ihonratz reis dels frances H. 14 pueis D*, puois A K, pois HI 
Sa; cobrera HS; castella] castellan R, sa terra A; quel A K, qel HSa; nes- 
sies D^HIKRSa. 15 pes HIKR; sa manca I; mas sii creira sa m. A; m. 
ce la mayrel sap a, m. si la marel sap S;el AD''^HIKSa; maniara AD*, 
mangerà HS, maniare I K, ies I K R. 16 car AD^HIR; qe Sa; ben senbla s. 
H ; quel AD'^H I K R, qe S; qeil A D^, qell H; qe re no fa qeill pes S a. 

17 Lo reis H, pel rei IK; rei AD^RSa; mi A; plaz D^H; car AD-'^HI 
KRSa; paoc S; coratios A R, coraios D*HIK. 18 que manca Sa; manie A 
I R, mange D^^H K S a; pron D»! K R, a prò S, a prop a; puois A K, pueis D*, 
pois la, pos H; ualenz D^HIKa. 19 cobrera HS: la] sa Sa; que manca C; 
qel H; uieu R; prez H; bos H. 20 quel I, qeil ASa, qeill H; tolc H; reis 
AD^H, rey R, rei Sa; franssa A, franza D^Ha; car AD^HIRR, e qar a; 
lo manca H; saup IK; nuaillos AD^iRSa, nualios H. 21 lo] le C R, lleD»; 
reis AD^IK; castellans AD^IK; taing AD^IK; manie R; quen manie (que 
manie K) per dos IK, qen maing per un dos A, quen mangne per un dos D=S 
pos taing qel castellans reis en mange per dos H, et lo re ( r^-is a) castellan 
a obs mange per dos Sa. 22 car AD^IR, qar H, qe Sa; regesmes A, regi- 
sme D^S; reiames H; te RSa; ni H; pert lun a; luns D^; e non es per 



— 287 — 

Mas s' elh en voi manjar, taiili qii' en mani' a rescos, 
Qiie, si • 1 mair' o sabia, batria"! ab bastos. 

25 IV. Del Rey d' Arago vuelh del cor deja manjar 
Que aisso lo tara de 1' anta descarguar 
Que pren sai de Marcella e d' Amilau, qu' onrar 
No • s pot estiers per ren que puesca dir ni far. 
Et apres vuelh del cor don hom al Rey navar 

30 Que valla mais coms que reys, so aug comtar : 

Tortz es quan Dieus fai home en gran ricor poiar, 
Pus sofracha de cor lo fai de pretz bayssar ! 

V. Al comte de Toloza a ops qu' en manje be, 
Si ■ 1 membra so que sol tener ni so que te, 
35 Quar si ab autre cor sa perda non reve, 

No ■ m par que la revenha ab aquel qu' a en se. 
EM Coms proensals tanh qu' en manje, si ' 1 sove 



lun pros A. 23 E sei H; sei R, silh C, sii AD^IKSa; iien a Sa; maniar 
D^lKRSa; taing qil maing Sa, taing qen mangen r. H, taing qen maing A, 
taing qen mani D*; mala r. C. 24 qe sei H; silh R, si a ; maire A, mayr R; 
mairel s. Ha, mare! s. S. 

25 rei daragon A, rei darragon D'"^; aragon R; Lo reis daragon H, Pel 
rei daragon 1 K, EI r. daragon Sa; uoill AD'^HIK, uuel C, uoil a; que del 
A; de cor D^-; deia maniar AD^HIKSa, deya maniar R. 26 qe H, quez A, 
ques D*, qar S, car a; ayso R; los D*; ancta D^IK; descargar AD^HIK 
R S a. 27 say de marcelha e da milhau R; pren sai] il pres S; de] a S; ami- 
lao S; conrar R, cuntar S; qel pres a marsella et a milau comtat a ; qieu auch 
sai de marseilla ed ameillau comtar A; Qi sai Ruich de marsella e dameiliau 
conrar D»; Que sai auich de marseilla e de meillan contar IK; qe sai pres 
de marseilla e de uuil lauc honrar H. 28 non AH; Qester non pod (pot a) 
S a ; pod D » ; estre H ; re A ; qil S ; posca H ! K S a, sapcha A ; ne a. 29 Apres 
uoli (uoil a) Sa; uoill AD^^IK; Apres lui taing del cor don om al rei nauar 
H; del cor] qil en S, qez en a; don hom] mange del cor Sa; homz R; rei A 
D ^ I K. 30 qez uaiila H ; ualra a ; mas I, mays R ; cont S, comz a ; qe a ; quer- 
reis D»; reis AHlKa, rei S; auch A; o saug R; au S. 31 Torz D^IK, tort 
S; qan AHKD'', can D^R, cant a; deus HD«a, deu S; fay R, fa a; grant 
D»; richor D''; puiar I K R, portar a. 32 pois A D/ I a, puois K, pos D =^ H, 
per S; sofraicha AI, soffraicha K, soffracha D<", sufraza H; li fai IK; fa a; 
prez HD""; baissar A D ■'> I K a, baisar D% bassar H; de pretz Io fai baysar R. 

33 E! cont S, E! comte a; tolosa AHIK; obs D^lRSa; qen I K, qe S; 
manie AD^IKR, mange a; ben a. 34 sili H, si S; so] sol D*; qe H, qel a; 
tenir H; qe H; qera te Sa. 35 car AD^R, qe HSa; sab un altre cor Sa; 
no I K. 36 non A, nò D^-IK; no ere S, no crei a; qe a; Ia]iaA; reuegna H, 
reueigna A a; quella reueingna D^I K; aqel Ha; qa Ha, ca A D-'^R, qe S; el se 
D^IK. 37 conte S, comte a; pruengal H, proensal R, de proenza a, de pru- 



— 288 — 

C oms que deseretatz viu guaite non vai re, 
E si tot ab esfors si defen ni • s chapte, 
40 Ops 1' es mange del cor pel greii fais qu' e! soste. 

VI. Li baro'm volran mal de so que ieu die be, 

Mas ben sapclian qu'ie'ls pretz aitan pauc quon ilh me. 

VII. Belh Restaur, sol qu' ab vos puesca trobar merce, 
A mon dan met quascuii que per amie no • m te. 



TRADUZIONE 

I. Pianger voglio messer Blacasso in questo facile suono, con cuore 
triste e smarrito, e ne ho ben ragione, perchè in lui ho perduto un si- 
gnore e un amico buono e perchè nella sua morte tutte le belle qualità 
sono disparse. Tanto è mortale il danno, che non ho speranza che mai 
si possa riparare, se non in questa guisa: che gli si tragga il cuore e 
che ne mangino i baroni, che vivono discorati. Poscia del cuore ne 
avranno assai. 

II. Primo mangi del cuore, perchè ne ha gran bisogno, l' imperatore 
di Roma se vuol conquistare di forza i Milanesi, che tengono lui umi- 
liato; e vive diseredato, malgrado i suoi Tedeschi. E dopo di lui ne 
mangi il Re di Francia: poscia ricupererà Castiglia che perde per stol- 
tezza; ma se a sua madre dispiace, egli non ne mangerà punto, perchè 
pare, con suo merito, che non faccia nulla che a lei rincresca. 

Ili, Mi piace che il Re d' Inghilterra, poiché è poco coraggioso, 
mangi del cuore assai ; sarà poi valente e prode, e ricupererà la terra 



denza S ; taing A D ^ 1 K, taig H, manca m S a ; qeii H, en S a ; manie A D » H R, 
mange IKa; sili H; sove] coue A. 38 Com S; ques D^IK; ques Sa; dezere- 
tatz R, deseritatz I K S a, deserritatz H; uieu R; gaire AD^HIKSa, gayre 
R. 39 setot a; esfortz A a, effortz S, estotz H; se a; deffen AD^^, defent a; 
ni H, et S, es a; capte AD^HIRSa. 40 Obs D^lKRSa; l'es] lleS; manie 
AD^HIKR, mange a; per gran S; pels granz faitz a"; fays R; qel AH, qil 
a; loste R. 

41 baron D*, baro IK; uolrant A, uoran a; de so] de lo R, per aiso H, 
per aqo S, per aco a ; qez A, ques D * ; quez en I K ; qeu H S, qieu a ; yeu R ; 
diu S; be] uer A. 42 be R; sapchon a, sapzan H, sapchatz A; qieuls A, qui 
els D*, qeill H, quels 1 K, qels a, qil S; prez H; aytan R, aitam a; paoc S; 
cum ili A, com il D*I K, con il a, com ili H, co ilh R. 

43-44 Mancano in Sa. 43 Bel AD^IKR; Bels restaurs A; qab H, cab A 
D^IKR; puosca AIK, posca H. 44 met] get A; chascun AD^IK, cascun H, 
cascu R; qe H, qui I K. 



— 289 — 

(onde vive spoglio di pregio) che gli toglie il Re di Francia perciiè lo 
sa neghittoso. Conviene che il Re di Castiglia ne mangi per due, giacché 
tiene due regni e non vale per uno solo; ma s' egli ne vuole mangiare, 
occorre che ne mangi di nascosto, che se la madre lo sapesse lo basto- 
nerebbe. 

^ VI. Voglio che del cuore abbia a mangiarne il Re d'Aragona, che 
ciò lo sgraverà dell' onta, eh' egli riceve qui di Marsiglia e di Millau, 
che non si può altrimenti onorare per cosa che possa dire o fare. E 
poscia voglio che si dia del cuore al Re navarrino, che valeva pili quando 
era conte che ora che è re, a quanto odo raccontare. È male, quando 
Dio fa salire in gran potenza alcuno, che mancanza di cuore lo faccia 
poi discendere di pregio. 

V. Fa uopo al conte di Tolosa di mangiarne assai, se gli sovviene 
ciò che soleva tenere e ciò che tiene ; perchè se non ripara la sua per- 
dita con altro cuore, non mi sembra che la ripari con quello che ha in 
sé. E conviene che ne mangi il conte di Provenza se gli rimembra che 
uomo che vive diseredato non vale nulla, e sebbene si difenda con 
isforzo e resista, gli è uopo mangiare del cuore per il grave peso che 
sostiene. 

VI. I baroni mi vorranno male per ciò che io dico bene ; ma sap- 
piano eh' io li apprezzo tanto poco quanto essi me. 

VII. Bei-Ristoro, soltanto eh' io possa trovar mercè presso di voi, io 
metto in non cale ognuno che non mi tiene per amico. 



19 



— 290 — 



XXVII 

Sordello 

C, e. 263''; De e. 258 (i soli vv. 1-8); F, n. 10 (i soli vv. 1-8; 33-40); I, 
e. 123S K, e. 109<-; M, e, 163''; R, e. 60''; e, e. 122. — Mahn, Gcd., 316 
(M), 1262 (1), 1263 (R). De Lollis, Sord., p. 177; Teulié-Rossi, Antho- 
logie de maitre Ferrari, p. 61 (D""); Appel, Prov. Cinesi. *, 72. Grafia dal 
ms. C, integrato, per i vv. 1-4, 28-35 mutilati, da M. 

I. Aitant ses plus viu hom quan viu iauzens, 
C autre viure no's deii vid'apellar; 

Per q' leu m' esfors de viur' e de reinhar 
Ab ioi, per leys plus coratjozamens 
5 Servir q' ieu am, quar hom que viu marritz 
Non pot de cor far bos faitz ni grazitz ; 
Doncx er merces si • m fai la plus grazida 
Viure iauzenz, pus als no'm ten a vida. 

II. Tant pes en lieys e tan 1' am coralmens 
10 Que nueyt e iorn tem mi falh al pensar, 



Aissi comensa den sordel C; Den (LoK) sordel de mantoana I K; En sor- 
dells M, Sordel R; en sordel D'-p. 

1-4 Nel ms. C, in seguito all'ablazione di una iniziale, si legge soltanto: 
. . . nt ses plus . . . u hom quan . . . iauzens . . . autre uiu. . . . nos deu ui . . . 

pellar per ... ieu mesfors . . . uiure de re s plus corratjozamens. 1 

Aitan D'^FIKMR; pus R; uieu R; homo D *= (TeuIié-Rossi: hom), on IK; 
qan D*", can 1 K, cant R, con Me; uieu R, uiouIK; iauz enz D*', iauzentz M, 
chauzenz I K. 2 Qautre D^M; uiures I K, uieure R; appelar D*", apelar R. 
3 Perquieu R, per sso D<", perso F, perzo IK; mesforz D''F, mesfortz IKM; 
uieure R; renhar R, reingnar D"^^!, regnar K. 4 ioy R; de lieis R; lei D t'ivi, 
leis IK; pus R, tan M; coragos anienzD'', coraiossemenz I, coraiosemenz K, 
coraiosamenz F, coratiosamens R. 5 serui R; quieu R, qeu D^K, queu I, cuy 
C; qar D^^M, car IKR; homs IK; qui D^FIK, qi M; uieu R. 6 no D", 
nom I K ; pod M ; far de cor R ; bons fatz I K ; fatz M e ; grasitz I K M. 7 Doncs 
D^^FM, don nos I K; merses M, merce R, merse se mi e; fay R; liplus M; 
pus R; grasida IK, gracida M. 8 uieure R; iauzen M, iazen D", pois D^, 
pos IKM, por R; al M; mon D^ (Teuiié-Rossi : nom); aiuda 1 K. 

9 Tan 1 K M, Can R ; pens I K M R ; leis IKM, lieis R ; coralmenz I K M e, 
coralmen R. 10 qe M; noig I K, nueg R, nueit M; tem] temi R, tem mi e, 



— 291 — 

Quar de beutat ni de pretz non a par, 
Per que ■ 1 devon esser obediens 
Las plus prezans; quar enaissi es guitz 
Per dreg guidar, sos gens cors ben aibitz, 
15 Las pros en pretz, cum las naus en mar guida 
La tramontana eM fers e -Ih caramida. 

III. E puys guida "I ferm' estela luzens 1 
Las naus que van perillan per la mar. 
Ben degra miceli qi"l sembla guidar, 
20 Qu' en la mar suy per lieys profondamens 
Tant esvaratz destreitz et esbaitz, 
Qe • i serai mortz ans que • n hiesc' e peritz, 
Si no'm secor, quar non truep a l'yssida 
Riba ni port, gua ni pont, ni guerida. 

25 IV. Dura merces e trop loncx chauzimens 
Me fan murir per sobre dezirar, 
Quar ieu no puesc ses lo ioy vius durar 



temps C; mi faill al p. e, inen faiila p. 1 K, qe falli ael p. M, falhir al pessar 
R. 11 Qar M, Car IKR; beutatz R; a si de pr. R; ha M. 12 qeill Me; 
deu hom R; obedienz IKMe. 13 pus R: la plus presatz I, las pi. presatz K; 
presan M; car en aissi mes g. R; car tot aissi I K, qar tot aissi M. 14 dreitz 
I K, dretz M; gidar M; genz IKM; ien R. 15 pros] pus R; em pres R; prez 
M; com la nau que mar g. R; con la naus I K, con la nau Me. 16 La tra- 
montana] tresmontana C, li tramontana M, la trasmontana R; fer M, fertz R; 
ei IKMR; casamida I K, caramida Me, caramita R. 

17 pos IKMe; estelia IK; guida ferm lestela C; E pos guidar ferm le- 
stela luzen R; luzenz IKMe. 18 La (Las K) naug I K; qi M ; uau I K; perilan 
I K, perilhan R; en la mar 1 K, pe lo mar C, per lo mar R. 19 Bem I K R; ci! 
qi • I sembla] ssil quel senbla (sembla K) 1 K, lieys que sembla me R; per 
semblan dreg C; gidar M. 20 Qem M; la mar] la nau R; fui 1; leis perfonda- 
menz (-entz M)IKM, luy preondamens R. 21 Tan IKM; esvaratz] es uarratz 
R, es ueratz I K, eyssarratz C; destretz R; esbaytz C; esuaitz M. 22 Qiei K, 
quieu ej Qe'i serai mortz] qie serari (o serau) mortz M, quien serai mortz R, 
don cug murir C; anz queu ne se esperitz I K, anz qe neiscae fenitz M, anz 
qe neisca fenitz e, anz que Lo fenitz R; o peritz C. 23 Sinz IK; secorr C, 
socor IKR; quar] car R, qieu Me; nom trob IK; non trueb M; esida I K, 
isida M, issida R. 24 gat IKM; pon IK; ni pont manca C; garida IKM. 

25 Duras R; loncs IKM; Ione R; chauzimenz I K, chauzimen R, chauzi- 
mentz M. 26 Mi IKR; fai M ; morir IKM; desirar I K. 27 qar M, car R; 
yeu R; non M R; car eu nom puosc sens IK; ioi IKMR; uieu R. In seguito 
all' ablazione di una vignetta, in C si leggono soltanto, dei vv. 28-35, le seguenti 
parole e frammenti di parole: quen quier siruen ab dez .... iorn mil 



— 292 — 

Qu'ie'l quier sirven aman ab tals turmens 
Que"l ioni mil ves volri' esser fenitz, 
30 Tan mi destreing lo dartz don sui feritz 

Al cor d' amor, per qe'l mortz m' es asida, 
Car il non es tot eissamen ferida. 

V. Las! don li ven de mi aucir talens, 

Pos q' ili no"m pot en nuill forfach trobar, 
35 E ia per mal que'm sapcha dir ni far, 

Non puosc esser de lleis amar partens ? 

Doncx, e que ■ Ih vai si • m fai mal ni'l me ditz? 

C aissi '1 sui ferms autreiatz e plevitz, 

Qu' enans sera ni' arma del cors partida, 
40 Qu' ieu me'n parta, tan 1' am d'amor complida. 

VI. N' Agradiva, dompna de pretz razitz, 
De cor, de cors e de faitz e de ditz 

Suy vostres totz, quar etz la mielhs aybida 
Neta e plazens, suaus et yssernida. 



tan mi de feritz .... al mes ayz tot ena Doncx 

q zir talens en nulh f per mal q 28 Qu' le • 1] quii 

IK; Canquer e; qer M; aman manca in e; amand seruent M; am tals tur- 
menz M, am mays aitals turmens e, abtal turmenz I K; que aten de lieis ab de- 
ziran cossir R. 29 qel M; Lior M; mezeisu olgra R; uez M. 30 me destraing I K, 
me destrenh R; destreinh M; le d. M; dart R; dun M; so! R. 31 per manca 
in e; qel mort R, que la mors e, aquel a mortz I, quel amorz K; aissida I K, 
asida M, abaida R. 32 qar M;ill M; isamen M; car uos non es tot aissi fe- 
rida R. 

33 Lais F; aurir IK; talenz IKM; Las per quel pren do mi aussir talan 
R. 34 Pos (Puos K) ili IK; q' ili] il F; il M; pod M; Pus que non pot R; 
nuli M; forfaitz IK; en un forfag R. 35 Et ia e; ni pos per mal I K, ni per 
nulh mal R; qem sacha M. 36 nom IK; puesc MR; lei M, lieis R; armare, 
armar (co/z il primo r espunto) M, amanz IKR; partenz IK (-entz M) manca 
in R, dove si ha uno spazio bianco; no men partrai tant li suy ben uolens C. 
37 Doncs IKR; eque I K, equel R; fay R; lom d. FR; mi IK; e donc per qe 
(que e) mi fai mal ni mei ditz Me. 38 Caisil I, qaissil M; quieu suy (soi e) 
SOS homs (hom e) e {manca in e) iuratz e pi. Ce; queiel soi sieus autreyatz 
{manca e pleuitz) R. 39 que nanz IK, quen anz M, cans me e; m'arma] larma 
CRe; cor R. 40 qieu M; parca C; tam K. 

41 Na grazida CR; domna I K, donna M, dona R; di e; prez M; rassitz 
I K {manca in R, dove si ha uno spazio bianco) 42 edecors R; fatz IKM. 43 
Suy vostres totz] suy ieu nostre C, nostre soi ieu R; car es R; etz] è I K, es 
e; qar es li mieills aibida M; mielz aibida IK; la plus grazida e. 44 Doussae 



— 293 — 

45 VII. Per Dieu, aiatz merce, dompna grazida, 
De me, qu' en vos es ma mortz e ma vida. 



TRADUZIONE 

I. Si vive soltanto quando si vive in gioia, perchè il vivere altri- 
menti non si deve chiamare vita; ond' io mi sforzo di vivere e di compor- 
tarmi allegramente, per più coralmente onorare colei che amo ; che chi 
vive in tristezza non può fare con sincerità azioni buone e gradite. Gran 
mercè, adunque, se la più piacente mi fa vivere gioiosamente, poiché 
nient' altro mi tiene in vita. 

il. Tanto penso a lei e tanto l'amo di cuore, che sempre temo di 
fallire pensandola (cioè: temo di non pensare a lei con abbastanza rac- 
coglimento), perchè non ha uguale in beltà e in meriti; onde le debbono 
essere incline le donne più pregiate. Essa, la perfetta, è guida a con- 
durre le valenti in pregio, come la stella polare e il magnete guidano le 
navi in mare. 

III. E poiché la ferma stella lucente guida le navi che vanno peri- 
gliose per il mare, ben dovrebbe colei, che somiglia alla stella polare, 
guidare me, che per lei sono nel mare profondamente sperduto, abbattuto 
e avvilito, sì che vi perirò prima che ne esca, se ella non mi soccorre, 
poiché non trovo, ad uscirne, riva né porto, guado né ponte, né ri- 
covero. 

IV. Dura pietà e un' indulgenza, che troppo tarda, mi fanno morire 
per troppo desiderio, giacché io non posso durare in vita senza ottenere 
la gioia che le chieggo onorandola e amandola con tali tormenti che 
mille volte al giorno vorrei essere morto, tanto mi strazia il dardo d' a- 
more, onde sono ferito. La morte mi giova, perché non mi sarà altret- 
tanto dolorosa, non sopportando essa, come me, il dolore della ferita 
d' amore. 

V. Lasso ! Donde le viene la voglia di martoriarmi, dal momento 
che ella non può trovarmi in nessuna colpa, mentr' io, per quanto male 
mi sappia dire e fare, non posso cessare d'amarla? E allora a che le 
giova dire o farmi del male? Io le sono così fedele, saldo e giurato, 
che prima l'anima mi sarà partita dal corpo, che mi distolga da lei, tanto 
r amo di perfetto amore. 



pi. C; Etan plazens e de bos faitz complida e; nentre ia e plazenz s. e des- 
seruida JK; plazen suau e ien noyrida. 

45 Merce aiatz de me C; Merce uos clam bona dona gr. R; merces I K; 
grassida IK. 46 de mi M e; quar en uos es ema m C; car uos es e ma m. 
e ma uida R. 



— 294 — 

VI. Dama A^radiva, radice di pregio, sono tutto vostro di cuore e 
di corpo, nei fatti e nelle parole, perchè siete la più ricca di qualità, la 
più piacente, la più pura e soave e la migliore di tutte. 

VII, Per Dio, abbiate pietà di me, donna amata, che in voi è la mia 
morte e la mia vita. 



— 295 



XXVIII 

Sordello 

C, e. 265. Raynouard, Choix, IH, 441; Mahn, Werkc, II, 246; De Lollis, 
Sord., p. 196. 

Ailas, e que- m fan miey ìmelh, 
Quar no vezon so qii' ieu vuelh? 

Er quan renovella e gensa 

Estius ab fiielh' et ab fior, 
5 Pus mi fai precx, ni 1' agensa 

Qu' ieu chant e*m lais de dolor, 

Silh qu' es donna de plazensa, 

Chantarai, si tot d' amor 

Muer, quar I' am tan ses falhensa, 
10 E pauc vey lieys qu' ieu azor. ' 

Ailas, e que'm fau miey huelh, 

Quar no vezon so qu' ieu vuelh ? 

Si tot amors mi turmenta 

Ni m' auci, non o piane re, 
15 I Qu' almens muer per la pus genta, 

Per qu' ieu prenc lo mal peM be. 

Ab que'l plassa cm cossenta 

Qu' ieu de lieys esper merce, 

Ja, per nulh maltrag qu' ieu senta, 
20 Non auzira clam de me. 

Ailas, e que • m fau mey huelh 

Quar no vezon so qu ' ieu vuelh ? 

Mortz suy, si s' amor[s] no"m deynha, 
Qu' ieu no vey ni • m puesc penssar 



11-12 Nel cod. si ha soltanto il principio del ritornello, cioè sino a fau. 

21-22 Solo il primo verso del ritornello nel ms. 31-32 Solo la prima parola 
(ailas) del ritornello nel ms. 41-42. Solo le prime parole {sino a fau) del ritor- 
nello nel ms. 



— 296 — 

25 Ves on in' an ni 'in vir ni"m tenha, 
S'ilha'm voi de si lunhar; 
Qu' autra no'm piai que"m retenha, 
Ni lieys noTn puesc oblidar; 
Ans ades, quon que m' en prenha, 

30 La*m fai mielhs amors amar. 
Ailas, e que- m fau miey huelh, 
Quar no vezon so qu ' ieu vuelh ? 

Ai, per que 'ITI fai fan mal traire ? ^ 

Qu' Uh sap be, de que m' es gen, 
35 Qu' el sieu pretz dir e retraire 

Sui plus sieus on piegz en pren ; 

Qu' elha'm pot far o desfaire 

Cum lo sieu, no li'mdefen; 

Ni de lieys no'm vuelh estraire, 
40 Si be*m fai morir viven, 

Ailas, e que' m fau miey huelh? 

Quar no vezon so qu ' ieu vuelh ? 

Chantan prec ma douss' amia, 
Si ■ 1 piai, no m' auci' a tort, 

45 Que, s' ilh sap que pechat[z] sia, 
Pentra se*n quan m' aura mort; 
Empero morir volria 
Mas que viure ses conort, 
Quar pietz trai que si moria 

50 '"'ì'Quì pauc ve so qu' ama fort. ' 
Ailas, e que'm fau mey huelh, 
Quar no vezon so qu ' ieu vuelh ? 



TRADUZIONE 

Ahi, lasso ! E a che mi giovano i miei occhi, dal momento che non 
vedono ciò che voglio ? 

Ora, quando si rinnova e si abbella estate con foglie e fiori, poiché 
colei, che è donna piena di piacere, mi prega e si rallegra eh' io canti 
e mi tolga dal dolore, canterò. Canterò, sebbene muoia d' amore, perchè 



51-52. Solo le prime parole (sino a fai/) del ritornello nel ms. 



— 297 — 

r amo tanto, con puro pensiero ; canterò sebbene veda raramente lei, die 
adoro. Ahi, lasso! ecc. 

Per quanto amore mi tormenti e mi disfaccia, non me ne dolgo, che 
almeno muoio per la più gentile, sicché considero il male come bene. 
Soltanto che le piaccia e mi consenta che io ne speri mercè, per 
nessun affanno, eh' io ne abbia, non udirà reclamo da parte mia. Ahi, 
lasso!, ecc. 

Morto sono, se il suo amore mi allontana, perchè non vedo né posso 
pensare dove io mi vada, mi volga o mi tenga, qualora ella mi voglia 
scacciare ; che non mi piace che un' altra donna mi accolga, né io 
non posso dimenticarla; anzi, qualunque sforzo io mi faccia, amore me 
la fa sempre più amare. Ahi, lasso!, ecc. 

Ahi!, perchè mi fa sopportare tanto affanno? Che ella sa bene (e 
ciò mi aggrada) che in dire e ritraile le sue qualità sono tanto più 
dedito quanto peggiore ricompensa ne ho. Ella può far di me ciò che 
vuole, come di cosa sua, senza opposizione da parte mia; e non voglio 
allontanarmi da lei, se anche mi fa morire vivendo. Ahi, lasso!, ecc. 

Cantando" prego la mia dolce amica che non mi tormenti e mi uccida, 
se le aggrada, a torto ; perchè, se sa che è peccato, se ne pentirà quando 
mi avrà ucciso. Epperò vorrei piuttosto morire che vivere senza con- 
forto ; perchè soffre più che se morisse colui che vede raramente quella 
che molto ama. Ahi, lasso !, ecc. 



NOTA SULLE POESIE DI SORDELLO 

Faccio seguire qualche osservazione ad alcuni altri testi di Sordello, quali 
sono stati ricostruiti dal De Lollis. Non insisto molto sui passi esaminati dal 
Mussafia (« Sitzungsberichte » di Vienna, CXXXIV, Abh. IX), dallo Schultz- 
Gora (Zeiischr., XXI, 245-259) e dal Levy (Zeitschr., XXII, 251-258). 

I, 6. La correzione del Mussafia De la galla no W en fezez, ecc., con la 
soppressione di que, è accettabilissima; né vale punto a scuoterla la debole 
obbiezione del Guarnerio, Giorn. slot, della leti. Hai., XXVIII, 399. Del resto, 
quasi tutte le proposte di emendamenti ai testi, fatti dal Guarnerio, valoroso 
cultore della dialettologia italiana, in questa sua recensione, sono inaccettabili. 

II, 5. Il ms. ha non di fo de mori e il D. L. sopprime, per la misura, il 
di e ha ragione. Può essere, certo, che il di stia per // e sia un errore di 
copia, come, a quanto pare, pensa il D. L., p. 259; ma potrebbe trattarsi 
anche qui di un italianismo dovuto a un amanuense: non di sarà nondi (nonde) 
cioè: « non inde ». Si legga, perciò, sopprimendo di, no'n o no'n. 



— 298 — 

11, 8 pois noi [v]e sane. Credo che, nel ms., e (che il D. L. corregge in /vje) 
sia un italianismo di un copista per a. Al v. G, sei qcl penchenet deve es- 
sere colui che inferse il colpo. Cfr. Levy, Zeitschr. XXII, 251. 

IV, 2G-30: 

Dison encar, si bel desplatg: 

« Beu sire, per qe vos conortatg? » 

Al conort del salvagie 

Li coms qi già fon ducs clamas. 

Mas non es entier[s] lo comtatt;. 

Ben a ragione, lo Schultz-Gora, Zeitschr., XXI, 248 e il Levy, Zeitschr., 
XXII, 252 hanno chiesta una nota a questi versi. Il primo propone di leggere: 
« Beu sire, per qe vos conortatf Al conort del salvagie?, ma riconosce che il v. 
seguente rimane campato in aria. Credo che si possa accogliere l'interpunzione 
del De Lollis. Li coms (meglio: Lo coms) è naturalmente soggetto ed è lui che 
ha il conort del salvagie, che si rallegra cioè quando avrebbe ragione d'essere 
triste, come 1' « uomo selvaggio » che canta e ride in tempo di pioggia. 11 
« coms » si rallegra sebbene il suo « comtatg » non sia « entier[sj ». Sulla 
espressione conort del salvagie, oltre alla nota del De Lollis e alle linee dello 
Schultz-Gora (p. 249), rimando a un mio studiolo, in cui ho tentata la solu- 
zione del problema: Servadzo, in Éfrennes helvétiennes offertes à M. H. Schu- 
c'ardt, Zurich, 1913, p. 34. Cfr. anche Jeanroy, Romania, XLIII, 458. 

IV, 36 per que n' es segatg. La voce sezat si trova anche nel Dociimenium 
honoris (v. 309). Vedasi ora Levy, Suppl.-Wb. VII, 639. 

IV, 41 lo desonor. Pare impossibile anche a me, come al Levy, Zeitschr. 
XXII, 252, ammettere che Sordellc abbia potuto adoperare un masch. de- 
sonor. Ritengo che il lo, per la, sia dovuto al copista italiano di T che scrisse 
anche mon, dolor, invece di ma dolor nel comp. Ben farai di Peire Bremon 
Ricas Novas (v. 48). Appel, Prov. Ined. , p. 216. Vedasi questo voi. a p, 196. 

VI, 27 Ms pliu en lui: ges no ve be ni au. Verso difficile. Propongo, in 
via provvisoria, di correggere ges in qe: «o si fida in lui, che non vede né 
ode il bene». Forse un copista scrisse qes invece di qe (adoprando erronea- 
mente la forma qes dinanzi a consonante) e un altro copista ne ricavò nn ges. 
Ciò non è impossibile, ma però alquanto improbabile. Al v. 10, il ms. D porta, 
per essere esatti: dels cortes (non descortes) e al v. 11 ha uestra (A: uistra); 
al v. 17: Quill. Al v. 21 D legge: sgon (non segon); al v. 23, D ha: 
noi garia (A: ja noi gorra). La lezione tan del v. 24 non appartiene ad A, 
ma a D. 

VII, 7 leggi: qui qe-l retraja. Al v. 5, il ms. D ha faz (A: faich) e al 
V. 12 dreiz (dreich), e 14 faiz. V. 18 11 secondo autre manca in D. V. 22 
guiardon D. 25 affachar D. V. 29 no crei D. 30 Ves D. 40 al re D. 43 la faig 
adaut D. 45 Leggi: Mas el non lem vergoigna ni s'esmaja; che tale parmi dover 
essere, con lo Schultz-Gora, Zeitschr. XXI, 250, l'interpunzione del passo. In 
D si hanno cinque linee bianche dopo l'ultima strofa. 

X, 4 Pero el miez totz temps volri' estar. Credo anch' io, con il Mussafia 
(p. 3), che el miez sia «in ilio medio», ma non penso che il poeta voglia 
dire ch'egli intende « nur eìne Strecke Weges die Kreuzfahrer begleiten ». 
Qui non deve esserci questione di viaggi, né di una parte di viaggio in Terra 



— 299 — 

santa. Sordello non vuol muoversi ; ina dichiara che, se non avesse paura 
del mare, accompagnerebbe i crociati. Sta dunque « nei mezzo », fra un'opi- 
nione e l'altra. 

X, 10 Si tot lai gen sui nuiritz. Vi si deve nascondere un'allusione ad 
amar ricavato, per via di bisticcio, da la mar del v. precedente. Vedasi la 
nota al testo XXVil, 20. 

X, 14-16: 

Q'eu tem tant fort la mar, qan mais temps es, 
Q'oltra non pose passar, per re zom pes, 
El coms non deu voler qu'eu mora ges. 

II Mussafia (p. 3) ha giustamente interpunto il v. Q'oltra non pose passar 
per re, zom pes. Non si capisce come il Guarnerio, Giorn. stor. cit., p. 387, 
n. 1 possa obbiettare: « a me pare poco naturale, perchè in tal caso il « per 
re • sarebbe andato altrimenti collocato ». Qualsiasi provenzalista accoglierà 
la proposta del Mussafia. 

X, 27. Realmente salvamen non va ed ha ragione lo Schultz-Gora, Zeitschr., 
XXI, 251, di notare che c'è presso che contradizione nella strofa. Egli propone 
perdemen e per quanto la correzione appaia forte, bisognerà rassegnarsi e 
accettarla. 

XI, 7 no lo 'n deuria. Il ms. ha nolon dorria. Certamente, lo 'n lascia so- 
speso lo studioso (SCHULTZ-GoRA, Zeitscfir., XXI, 251 propone non lo deuria). 
Propongo con molta esitazione: non o deuria, ovvero: no m'o deuria (o è 
meglio a suo posto; ma anche lo può stare). Il Levy, Zeitschr., XXH, 255 ac- 
cetterebbe la lezione del ms. no lo-n). S'intende che l'emendamento di dorria 
in deuria (o douria per influsso di « dovere », poiché il testo è unicamente 
in P, ms. pieno di italianismi) è sicuro. 

XI, 11. Mais folfsj es e ennojos e es plens de follia. FolfsJ e follia sorpren- 
dono alquanto, perchè sono una brutta tautologia. Il Levy, Zeitschr. XXII, 255 
si domanda : « Ist fiir follia ein anderes Wort einzusetzexi ? » Il pensiero corre 
a falsia. 

Xli, 12. Qe cor no pot far boca ver dicen. Verso oscuro, che interpreterei 
così : « il cuore {cor o corfsj) non può fare che la bocca dica il vero », in 
quanto il cuore [dei baroni] è menzognero. Abbiamo forse un'allusione molto 
vaga e oscura, per via di contrapposto, al biblico : « la bocca parla dell'abbon- 
danza del cuore ».I versi seguenti confermano, pare a me, questa interpretazione. 

XV, 23 quel paucs el trops, V uns e l'autre pejura (ms. pegura). La pro- 
posta del Mussafia (p. 4) di leggere que'l paucs e- 1 trops V un e l'autre pejura 
deve essere accolta. Ha certamente torto il Guarnerio, Giorn. stor. cit., p. 399 
di opporsi a una si evidente correzione. 

XXI, 20 tene chascun en men. La correzione del Mussafia en nien {a n'ien) 
deve essere accolta. A torto, senza alcun dubbio, la combatte il Guarnerio, 
Giorn. stor. cit., p. 400. 



XXV, 19-21 



Per queus prec, bels cors plazentiers, 
Qe pauc ni gaire ni mija 
Don fassatz de re queus dija. 



- 300 — 

La proposta del Mussafia (p. 16) di correggere Don in Non (v. 21) è 
eccellente. 11 lungo discorso del Ouarnerio, Giorn. stor., p. 400 per combat- 
terla, è, mi dispiace doverlo dire, un equivoco. 

XXVII, 33 m 'a legor. Il Mussafia ha proposto giustamente m' alc^or ; né 
si capisce come mai il Guarnerio(p. 400) possa tentare una difesa della inter- 
pretazione troppo forzata del De Lollis. 

XXXIV, 43. Q'eu nos sial mercejar. II De Lollis vede, a torto, in mercejar 
una riduzione di merce/aire. È strano che il Guarnerio, Giorn, stor., p. 400 lo 
segua per questa via, dopo che il Mussafia (p. 18) ha proposto l'evidente 
correzione: no's (=no'Us) si'al mercejar. Il Guarnerio aggiunge che siffatta 
costruzione riesce ostica; ma essa è, per contro, la vera costruzione, propria 
dell' ant. prov. e francese. 

XL, 457. Non è ben chiaro se il ms. abbia maior o non piuttosto maier. 
510 QlueJ. 625 borges è scritto sul rigo. 1083 11 ms. ha esgard. 1233-1286 Leg- 
gere, accettando una trasposizione segnalata nel ms. : 

Qu'om pot tal re perdr'az un lanz 
Que no's restaura entre cent anz; 
E pretz de dop:ia no'S restaura 
Perdutz, de bianca ni de saura. 

Il ms. ha E pretz nel penultimo di questi quattro versi (non Car pretz). 
Notisi, infine, che al v. 1226 il ms. ha Querietamenz (da correggersi, natural- 
mente, in Que netamenz). 

Er encontra-l temps de mai (Bertoni, Giorn. stor. d. leti, ital., XXXVIll, 
286). V. 16 viure. Vv. 23-24. Correggerei non soltanto: on peigz en trac, mos 
maliragz m' es conortz (cfr. Zeitschr. , XXVI, 386), ma anche, al v. 23, am (ms. a) 
totz bos aibs. Nel comp. di Blacasset {Giorn. cit. , p. 29), v. 30 totz ovvero: 
test; V. 48 forse, invece di format, come ha il ms., bisognerà leggere, con una 
lieve correzione : fermat. 



— 301 



XXIX 
Paves 

H, e. 55*» (Gauchat-Kehrli, Studj di filol. rom., V, 524, n. 198). Arch, f. d. 
St. d. n. Spr., XXXIV, 408; Monaci, Testi ant. prov., col. 86. 

Anc de Roland ni del prò n'AuIiver 
No fo auzitz US coips tant engoissos 
Cum scels qe fez Capitanis l'autrer, 
A Fiorenza, a 'n Guillem l'enoios: 
5 E no fo ges d' espada ni de lanza : 

Anz fo d'un pan dur e sec sus en l'olii, 
Q' estop' e sai et ou, aitai mesclanza 
L'i mes hom destenprad'ab orgoill ! 



TRADUZIONE 

Ancora non fu udito che Rolando o il prode Olivieri abbiano dato 
un colpo così grave come quello che diede Capitani l'altr'ieri, a Fi- 
renze, a Guglielmo-il-noioso. E non fu già un colpo di spada o di 
lancia; per contro, fu di un pan duro e secco sopra un occhio, sì che 
vi fu messo stoppa e sale e ovo, una siffatta mescolanza stemprata 
con orgoglio ! 



3 autrier H. 7 estoq Monaci ; ma il ms. ha estop. 



— 302 — 



XXX 

Aycard del Fossat e Gìrardo Cavallazzi 

Harl. (Br. Mus. Harl. 3041) e. 30^; Br. (Bibl. Civica di Bergamo, Gab. A, 
fila Vili, 22) e. 156^. Edito di sul ms. Harl. da K. Hofmann, Roman. Forsch., 
\, 135; SUCHIER, Denkm. prov. Lit., p. 297. Rubrica di Br. : Questio Inter 
duos orta : utrum in paradiso an inferno sine gaudio et pena per mensem 
unum stare sit melius prò assumendo documenta vitandi penas infernales et 
aiegaciones circa id. — Grafia di Harl. 

Aycard de Fossati) 

I, Si paradis et enfernz son aitai, 
Amics Girard, qon tot ior auzem dir, 
In qal d'ams dos volez mais, ses iauzir 
Ni ses dolor, per un mes prendre ostai 
5 Per aprendre d' infern la pena greti : 
En paradis, qon fan l'amie de Deu, 
O inz infern, si qon hom sai apren 
Antres affars, deniandan e vezen ? 

Girard Cavalaz^) 

li. Aycard, eu prenc lo soiorn que mais vai, 
10 Q'en paradis voill aprendre e chausir 

Lo ben qe"i pren chascus per Dieu servir 

E las ricors de la ioia eternai 

E qon hom serf de paradis lo feu, 



1 infer Br., sunt Br. 2 Amis Br., toz ior Br., auzen Br. 3 dambes dos 
uoles m. senz iaucir Br. 4 senz Br., doler Harl., prend Br. 5 aprend dinfer 
Br. 6 e en p. Harl. 7 O inz infern] e tot lafar Harl., e toz lafar Br., sai] sag 
Br. 8 altres afars Br. 

9 ieu prend le seior Br. 10 uoil {ricav. da uou) apren e causir Br. 11 Le 
ben qe pren zaschnn por d. s. Br. 12 Elaricors Br. ; ioiceternal Harl. 13 hom 

1) Soltanto in Br. 

2) Manca in Harl. 



— 303 — 

E qal Dieus ten pres de lui plus per seu, 
15 Q'aisi poiiai paradis veramen 

Leu conquerer, s' ieu non faill eissien. 

Aycard de Fossati) 

ili. Girard, mais voill a mon prò vezer mal 
Q'a mon dan ben; per q'en enfern desir 
Vezer lo mal q'hom i pren per faillir 
20 E las dolors de la pena enfernal, 
E qal pena an Sarrazin e Judeu 
E paubre e rie; q'aisi sabrai pois leu 
Fugir infern e servir ben e gen 
Lo ioi maior q'hom conqer Dieu serven. 

Girard^) 

25 IV. Servisi fagh per paor son venal, 

Aycard, per qe no fan gaire a grazir, 
Q'ieu non vei un gen far ni ben merir; 
Mais s' ieu serf Dieu per sol' amor coral, 
Conqier son grat d'aqel servir e"l meu ; 

30 E qar trastugh e Latin et Ebreu 
Fol e senat van infern maldizen, 
Voill vezer zo don chascus a talen. 

Aycard^) 

V. Girard, dur es zo qe mou d'altretal; 
Don, s' infern vei, prò n'aurai eu qe"n mir 



in Br. su rasura. 14 el Harl. (Suchier, ma Hofm. e); deus Br. 15 porai inpa- 
radis Br. 16 conqerer Br. 

17 uoil a m. prou Br. 18 por qeu infer Br. 19 Vezir Br. ; qom i pr. por 
f. Br. 20 Eia dolors Br. pen^nfernal Harl. 21 saracin Br. 22 rich Br. 23 enfer 
Br. ; serui Br. ; en gen Harl. 24 Le ior maior qom conquer deu s. Br. 

25 fat por p. sont Br. 26 nen Br. 27 Qeu nen ueg Br., ne Br. 28 s' ieu] 
si en Harl. (Suchier; ma Hofm. s' ieu); seu Br. ; deu por Br. ; sola amor Harl. 
30 car Br. ; tastugh Harl., stratugh Br. ; e manca in Br. 31 infer Br.; maldisen 
Br. ; 32 Voi! Br. ; zascun Br. 

33 est Br. ; d' altretal] altretal Harl., autretal Br. 34 infer ueg Br. ; prò 

1) Manca in Harl. 
*) Manca in Harl. 
3) Manca in Harl. 



— 304 — 

35 D'esqivar mal; qar plus dopta morir 
Qi ve sa mort q'aicel q'es en loc sai; 
E s'aisi es qon aug legir el breu 
O qon ve! peingh e escrigh a la pleu, 
Greu pot nuls iois dar tan d'esbaudimen 

40 Qon dona infernz, qi • 1 mira, d'espaven. 

Girardi) 

V. Aycard, s'en loc paubre trist e mortai, 
On chascus perd, vos cuiaz enriqir, 

Be • m deu l'ostals precios abelir, 
On ha toz temps festa pasca e nadal ; 
45 Qe greu trai hom foc de glaz ni de neu 
Ni ris de plor ni de mal ben, per q'eu 
Voil Dieu vezer e sa cort e sa gen, 
E vos veiaz d'infern lo marrimen. 

Aycard^) 

VI. Amics Girard, tan vos respon in breu : 
50 Q'anc hom non vie la gran ricor de Deu, 

Ni paradis no servic ben ni gen, 

S'enans non hac d'infern dopta e'spaven. 

Girard'^) 

VII. Tals dopta infern qe non serf gaire a Deu, 
Amics Girard, mais d'aizo non dopt'eu, 



aurai in qem mir Harl., prou aura e qen mir Br. 35 eschiuar Br. ; car Br. 
36 qe icels Br. ; qest Br. 37 est Br. ; leger Br. ; enl Harl. 38 O] ou Harl. Br.; 
qome vi peingh escrigh Harl., qon ueg ping et escrig Br. 39 iogis Br. ; tant 
Br. 40 infer Br. 

41 poubre {su rasura) Br. 42 O cascuns perd qi uaz enriqir (// primo i di 
enriqir ricavato da e) Br. 43 Bien de Br. 44 O a toz tens Br., ou ha tot temps 
Harl. ; pasqa Br. ; pascas n. Harl. 45 tra hom f. de giace ne Br. 47 deu Br. ; sa] 
fan Harl. 48 uezas dinfer lo marimen Br. 

49 Amie Br. ; tant Br. ; en Br. 50 ne uic Br. ; dieu Harl. 51 ne s. Br. 
52 Sinanz Br. ; nen ac dinfer dopt e spaven Br. ; doptaespauen Harl. 

53 Fals Harl. (secondo Hofmann; ma Suchier ha: Tais, che sarà la vera 
lezione del ms.); infer Br. ; qi Br. ; dieu Harl, 54 Amie Br. ; de zo Br. ; ieu 

1) Manca in Harl. 

2) Manca in Harl. 

3) Manca in Harl. 



— 305 — 

55 Q' liom in infern posca apreiidre tan gen 
Servir a Dieu, qon qi • 1 ve de presen. 



TRADUZIONE 

— Se paradiso e inferno sono, amico Girardo, quali udiamo ognora 
dire, in quale dei due volete voi, senza averne gioia o dolore, per 
un mese dimorare, con lo scopo di conoscere [per evitarle] le pene 
infernali (in paradiso, come fanno i fedeli di Dio, o in inferno?), con 
lo scopo, dico, di conoscerle, senza sopportarle, cosi come nel mondo di 
qui si conoscono le cose altrui, domandando e vedendo? 

— Aicardo, io scelgo la dimora, che meglio giova : che in paradiso 
voglio conoscere e distinguere il bene, che vi prende ciascuno servendo 
Dio, e la grandezza della gioia eterna e come si onori il feudo di 
paradiso e quale è colui che Dio tiene più presso di sé, per suo. in 
tal modo, io potrò facilmente conquistare il paradiso, se non sbaglio 
(se non mi comporto male) a bella posta. 

— Girardo, io preferisco vedere il male a mio profitto che il bene 
a mio danno ; onde in inferno desidero vedere il male che vi si ha per 
i nostri peccati e i dolori delle pene infernali e quale pena hanno Sa- 
raceni e Giudei e poveri e ricchi, che per tal modo saprò poi legger- 
mente evitare l'inferno e umiliarmi alla gioia maggiore che si conquista 
servendo Dio. 

— Gli onori resi per paura sono venali, Aicardo, e perciò non sono 
da aggradire, che io non vedo nessuno che, ciò facendo, faccia bene 
e meriti bene: ma, invece, s'io onoro Dio per solo amore corale, 
acquisto da siffatto onore il suo gradimento e il mio. E poiché tutti, 
Latini ed Ebrei, folli e sensati, vanno maledicendo l'inferno, io voglio 
per contro vedere ciò di cui ognuno ha desiderio. 

— Girardo, è triste ciò che rimuove da cosa anch'essa triste. Onde, 
se vedo l'inferno, ne trarrò profitto ben io, che ne prendo esempio per 
schivare il male, poiché teme più di morire colui che vede la sua morte 
che colui che si trova in luogo di salvazione. E se veramente le cose 
stanno come odo leggere sulla carta [in chiesa] e come si vede dipinto 
e scritto ed esposto alla gente [nei tabernacoli], difficilmente alcuna 
gioia potrà dare tanto piacere quanto l'inferno produce spavento. 

— Aicardo, se in luogo povero triste e mortale, come l'inferno, 
ove ciascuno non ha che da perdere voi vi pensate averne profitto, 
ben mi deve piacere la dimora preziosa di paradiso, ove sempre si 



Harl. Br. 55 poesca Harl.; Aprenre. cu enfer posca tan gen Br. 56 dea Br. 
In Br. si legge alla fine : Amen. E sotto: Deo gratias. 



20 



— 306 — 

hanno allegrezze e feste. Invero, difficilmente si può trarre fuoco da 
ghiaccio o da neve e riso da pianto ; cosicché voglio vedere Dio e la sua 
corte e i suoi fedeli, e, quanto a voi, vedete pure le tristezze infernali. 

— Amico Girardo, vi rispondo brevemente : nessuno non vide la 
grande potenza di Dio e non entrò bene e con onore in paradiso, se 
prima non ebbe timore e spavento dell'inferno. 

— Tale teme l'inferno, che non onora punto Dio, amico Girardo, 
ma di questo non ho dubbio o timore: che, cioè, in inferno si possa 
imparare ad onorare altrettanto Dio quanto fa colui che lo vede ognora 
dinanzi. 



— 307 



XXXI 
Percivalle Doria 

al, p. 517. Bertoni, Giorn. star. d. leti, ita!., XXXVI, 24;- Torraca, Studi su 
la lir. itoi. del Duce, p. 211; Bertoni, Trov. min. di Genova, p. 1. 

I. Felon cor ai et enic, 
Car vei tric 
Poiar e prez perdre abric, 
Si qe a pauc de ioi noTn gic; 
5 Mas per dar mal e genzic 
A cui non platz s' ai ioi rie, 
Cantarai e mala vie 
Qui no voi guerra e destric, 
Per e' om conois ferm amie. 

10 li. Pero be • m platz qe • 1 temps francs 
Fai los brancs 

Dels arbres vermeils e blancs; 

E am guerra qi * Is estancs 

D'aver fa'n remaner mancs, 
15 E*m plaz can vei sobrels bancs 

Aur et argen, co fos fancs, 

Per dar als pros ses cors rancs 

C amon suffrir colps els flancs. 

Ili. E am can vei 1' estandart 
20 A sa part 

E 'il pros cavalier gaiart 

Gardon e' us no se"n depart, 

E* il vii recrezen coart 

Van qeren eniein e art 
25 De fugir e an regart 



( 



enperceual doria. 

5 mal e genzic] ma genzic a. 7 mal la uic a. 

14 fa"n] san a. 15 e plaz me a. 16 aur et et a. a. 18. Camon] cauion a. 
els] sobrels a. 

19 estantarat a. 21 els pros cavaliers a. 23 E il] els a. 25 e an] can a. 



— 308 — 



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(Ms. al, p. 517) 



— 309 — 

Can volon lanzas e dart 
E la terra 'nviron art. 

IV. Trompas, tanbor e sonaill, 
Cant liom saill 
30 Als castels pres del murail, 
M' agradon e per terrail 
Venon peiras e' us no faill 



E" il pie son vengut e • il maill 
35 Ab qe*il pros loin de nuaill 
Rompon portas ab trebaill. 

V. Mas Engles si van vanan 

Q' ìli venran 

E r Emperi enqerran. 
40 En Espagn' a prò d' afan, 

Qe'il Serrazi no "il rendran 

Per lur Granada ugan, 

Qe'il rei no"n fan nul deman, 

Anz prendo • n mescap e dan, 
45 De q' om los va fort blasman. 

VI. Pero pretz fora perdutz, 

Mas vertutz 
Fai nostre reis, q' encar lutz, 
Manfrei, q' es de fin pretz lutz, 
50 Qe ano no fon recrezutz 
De donar ni esperdutz 
Per guerra, anz a vencutz 
Sos guerriers et abatutz 
E SOS amics aut cregutz. 

55 VII. Et en Mieils-d' amor m' aferm 
Ab cor ferm 
De pretz, per qu' eu no • m desferm 

28 tanbors a. 30 moraill a. 31 taraill a. 32 no] noli ricavato da nos a. 33 
manca il verso, senza lacuna, nel ms. 34 E -il p.] eli p. a. 35 qe • il p.j qels p. a. 

37 engles. et espagniol. si u. u. a. 39 enqerram a. 44 an en pren dimer- 
capdan a. 45 qon a; los] lo a. 

48 rei a. 49 mansrei a. 54 crezutz a. 

55 en] eu a; miei! damor a. 57 qu {ritoccato) a. 



— 310 



sie 



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le^'yv fjo»! 



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(Ms. al, p. 518) 



— 311 — 

D'amar leis, anz me • n referm, 
E car non a cor enferni 
60 Creis en ioi e d'esmai merm. 



Vili. Domna, Deu prec qe'us referm 
65 Vostre fin pretz e • us aferm 
La gran beutat e • 1 cor ferm 
C avetz vas me, qe no " s merm. 

IX. Reis Matfrei, pretz vos ten ferm 
E Deus en a fag conferm. 



TRADUZIONE 

I. Ho il cuore inacerbito e fatto cattivo, vedendo salire la frode e 
la virtù perdere ogni protezione, sì che per poco non abbandono la 
gioia; tuttavia per dare dolore e fastidio a cui non piace vedermi con- 
tento, canterò; oh, si, è sciagurato chi non vuol guerra e ostacoli, per 
cui si conosce il vero amico. 

II. Per questo, ben mi aggrada che la graziosa stagione [della 
primavera] faccia le rame degli alberi vermiglie e bianche [di fiori]; e 
amo la guerra che toglie ai deboli il loro avere, e mi piace vedere sui 
banchi oro e argento, come si trattasse di fango, da dare ai prodi dai 
corpi vigorosi, a cui'piace ricever colpi sui fianchi. 

III. E mi piace quando vedo lo stendardo al suo posto e i prodi 
cavalieri gagliardi vigilano sì che non uno se ne parte e i vili rinnega- 
tori codardi vanno cercando mezzi ed arti per fuggire ed hanno paura 
allorché volano lance e dardi e la terra intorno arde. 

IV. Trombe e tamburi e clangori di battaglia, quando si sale verso i 
castelli vicino alla cinta, mi piacciono e per il terrapieno vengono pietre 
e neppure uno dei gittatori sbaglia... e son portati i magli ed i pic- 
coni, coi quali i prodi senza paura rompono con fatica le porte. 

V. Ma gli Inglesi si vanno vantando di venire e pretenderanno 
r impero. Molte brighe ha la Spagna perchè i Saraceni non le rende- 
ranno spontaneamente, quest' anno, Granata, che i re non ne fanno do- 



61-63 Nessuna lacuna nel ms. 67 nas uas a, ma nas è siato cancellato dallo 
stesso copista. 68 tem a. 69 deus e (sul rigo) na a. 



— 312 — 

manda e ne hanno svantaggio e danno, della qual cosa essi sono forte 
biasimati. 

VI. Per questo, il valore sarebbe perduto, ma opere di virtù fa il 
nostro re, che ancora risplende, Manfredi, che è luce di fino pregio. 
Egli non si è ancora distolto dal donare né ha sofferto per guerra, 
anzi ha vinti ed abbattuti i suoi nemici e ha innalzati i suoi amici. 

VII. Ed io mi raffermo con cuore leale nel mio « Meglio -d'amore » 
e non mi tolgo dall' amarla anzi insisto ognor più e poiché ella non ha 
cuore volubile, ne ho maggiore gioia e minore affanno. 

Vili. Donna, prego Dio che vi confermi il vostro fino pregio e vi 
confermi la vostra beltà, e il cuore leale che avete verso di me che non 
vi manchi mai. 

IX. O Re Manfredi, il vostro valore vi tien fermo e Dio ne ha dato 
conferma. 



313 — 



XXXII 
Percivalle Doria e Filippo di Valenza 

Ms. ambros. R. 105 Sup. (sec. XVI), e. 169'\ Bertoni, Romania, XL, p. 454. 

En Persival Doria 

Per aqest cors, del teu trip 

Non vi tan azaut mancip ! 

S' eu agues qe metr' el cip, 

Eu e tu forarti Felip. 
5 Mas [ieu] non ti porla 

Far tot zo qe* t plairia: 

Per q' eu prec Dieus t' arip 

En loc e' onors te sia 

Plasers e manentia, 
10- C autres non t' i acip. 

Felip de Valenza 

Perseval, anc no recip 

De vos qe valgues un rip ; 

Mas per so non ai cor lip 

Vas vos ni*m vir ni[-Tn] esqip 
15 De vostra compagnia; 

Anz m' auretz tota via 

Plus ferm qe mur de gip, 

Amie, on q' eu me sia, 

Sol per la cortesia 
20 Qe reigna en vostre stip. 



1 aiqest. 3 ages. 7 prec] pe. 10 non sia cip. 11 ane. 12 ualgesimrip. 13 
mas per non so non. 



314 



tu $Hi Uuum feltf 

fratte ^# ^H j^tuv* 



UàJi'u^i fymi air f*>' ^f' 

Uh fi.tm Hf*^ ^yf' 
<»*•** n*^eu ffét*^ 
J^l fet U. enH(*k 



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•;*™' i 



V 






(Ms. ambros. R. 105 Sup., e. 169--^) 



315 — 



TRADUZIONE 

!. - Per questo mio corpo, mai non vidi più curioso garzoncello 
della tua tribù! S' io avessi di che spendere in pranzi, noi due saremmo 
grandi amici. Tuttavia, non potrei farti tutto ciò che a te gradirebbe; 
ond' io prego Dio che ti faccia arrivare ove ti sia onore, piacere e ric- 
chezza, sì che nessuno non vi ti faccia ostacolo. 

II. - Percivalle, ancora non ricevetti da voi qualcosa che avesse il 
valore di un chiodo; ma per questo non sono sdegnato con voi, né mi 
tolgo né mi allontano dalla vostra compagnia; anzi mi avrete sempre più 
fermo che muraglia. . . di gesso, o amico, soltanto per ragione della cor- 
tesia che regna... nel vostro stipo (cioè: dei denari che avete) ^). 



') Vedi, però, la nota al v. 20. 



— 316 



XXXIII 
Latrane Cigala 

1, e. 91°; K, e. 75=1; ^^ e. 382^ Chabaneau, Biogr., « L. Cigala». 

En Lafranc Cigala si fo de la ciutat de Genoa, gentils liom e savis. 
E fo iuties e cavaliers, mas vida de iutie menava. Et era granz ama- 
dors et entendia se en trobar. E fo bon trobador et fes maintas bonas 
chansos e trobava volontiers de Dieu. Et aqui son escritas de las soas 
cansos. 

TRADUZIONE 

Messer Lanfranco Cigala fu della città di Genova, gentil uomo e 
sapiente. E fu giudice e cavaliere, ma menava vita di giudice. Ed era 
grande amatore e davasi al verseggiare. E fu buon trovatore e fece 
molte buoni canzoni e cantava volontieri di Dio. E qui sono scritte alcune 
delle sue canzoni. 



Lafranc Cigala 

I, e. 91"; K, c. 75^; a», p. 382^. Mahn, Ged., 551 (1); Parn. Occit., 157; 
Appel, ChrestJ, 32 i). 



1. Escur prim chantar e sotil 
Sabria far, si* m volia. 
Mas no*s taing e' om son chant afil 



1 cigalla I; fon a; la ciutat de manca in a. savis fo I. 2 iutges ... iuge 1; iutie 
ricavato da uitie a. 3 fon a. 4 troba K a. 5 Et aqui sino a cansos manca in a, 
esscriptas I. 

1) Per quanto spetta alla grafia dei testi de! Cigala, siccome i tre mss. 
IKa provengono direttamente e indipendentemente da un medesimo originale, 
cosi si è scelta la grafia in cui due mss., per lo meno, si incontrano, senza 
sceglierne uno fra i tre. Si è poi trascurato il ms. d, che riflette, come si sa, 
K (v. a pag. 193), con molti errori di trascrizione. 



— 317 — 

Ab taii prima maestria 
5 Qiie no sia clars com dia, 

Que sabers a pauc de valor 
Si clardatz no 'ili dona lugor, 
Qu' escur saber tota via 
Ten hom per mort, mas per clardat reviu, 
10 Per qu' leu chant dar e d' ivern e d' estiu. 

II. Tari tost chant d' ivern qan d' abrii 

Ab sol que razos i sia, 
E pres mais, qui q' en als s' apil, 
Clars digz ab obra polia 
15 Qu' escurs motz ab serran Ha; 

E no • m par q' aia tant d' onor, 
Si tot lo cui' aver maior, 

Cel que son chant serr' e Ha, 
Qon cel quel fai ab clardat agradiu ; 
20 Per qu' eu, qan chant, en chantar dar m' abriu. 

III. E qi me"n tenia per vii 

Ni m' o contav' a folia. 
Ben sai q' ab qatr' omes de mil 
D' aiso no s' acordaria ; 
25 E pos tan granz partz fos mia, 

S' el en prendia desonor 
Poiri 'encolpar sa folor ; 
Et es ben granz aurania 
Qu' escurs motz fai, qais q' aia sen autiu, 
30 Tals que no sab trair' alga de dar riu. 

IV. Autr' avoleza femenil 

Que nais d' envei' ab feunia 
Fan cil q' en blasmar 1' autrui fil 
S' aprimon ab vilania; 



3 asil 1 K. 5 no ricavato da nom, a. 8 saber manca I K. 9 Ten] eten I K ; 
reuieu a. 10 queu I, qieu a; estieu a {con -e- sottolineato dal correttore). 

11 Aitan tost chant IKa; inuern I; quan 1. 12 qe a, q I. 13 qui quen I, 
qi qen a. 14 dig 1. 15 qescurtz a; moz 1; seran I, seran cav. da seram in a. 
16 quaia I; tant ricavato da tam a. 17 cuj, con j ricavato da i a. 18 qe a. 19 qon 
cel qe fai in a ricavato da qontelfai ; que IK; agradieu a. 20 qieu quan con-n 
da -ma; qeu K. 

21 qui I. 23 quab quatr I. 25 parz I. 26 desconor a. 27 follor 1. 28 autania 
in a con t scritto dal correttore sopra r espunto. 29 qesc. a, qais]qus 1. 30 qe a. 



— 318 — 

35 Mas qui far non o sabria, 

Per que blasma 1' autrui labor ? 
Aisso tene eu per grant error, 
E per mon grat non seria, 
Qe ges no mou si non de cor ciiaitiu ; 
40 Per qu' eu cosseii a chascun que-s n' csquiu. 

V. Mas eu am clomna segnioril 

Gai' e de bela paria, 
Li cui fag son dar e gentil 

Nurit de fin pretz qe'ls guia : 
45 Qu' il vai tant per cortezia, 

Que d' un plazen ris mi socor 
Ades qant me ve per amor ; 

E'I bais m 'a mes en tal via. 
De qu'eia-m fes per sa merce aisiu, 
50 Qu' eu conquerai 1' onrat ioi seingnoriu. 

VI. Ab frane voi et ab cor humil 

Soi totz sotz sa seingnoria. 
Ni ai cor qu' eu me*n desapil, 
Si ■ m dures mil anz ma via; 
55 Que tant vas lieis s' umelia 

Mos cors d' umelian dousor 
Qe'm teing per pagatz de dolor 
Si ia miels no me'n venia; 
Mas midons q' es conoissenz ab prez viu 
60 M' issautz, si • 1 platz, pos eu tant m' umeliu. 

VII. Domna, de vos chant e d' amor, 
De qe"m tenon fol li pluzor; 

Mas ges per fol no • m tenria, 



32 qe a. 33 blasmar (-ar ritoccato) a. 35 mais I ; qi a. 36 qe a. 39 cors. I K a. 
40 qieu a; esqiu a. 

41 dompna I; seingnorii I. 42 bella K. 43 faig I. 44 quiis I K. 45 Quii ical 
tant 1 ; qil ual tant (ual cavato da atal) a. 46 qe a; me a; secor K. 49 qelam a; 
fez K, fetz 1; aisiu in a ricavato da ai sui. 50 Que 1. qieu a; conqerai K a; 
segnoriu a. 

52 sui I ; segnoria a. 53 qieu a. 55 qe a, heis K, leis \. 56 douzors con s 
cane. a. 57 Quem I. 59 o mas a; q' es] manca I; pretz 1. 60 piaz a; momeliu I, 
tumumelui {con tu cancellato e -ui mutato in iu) a. 

62 tenenon, corr. in tenon a. 63 non a. 64 Qui 1 ; mon 1 K a ; chantars ri- 



— 319 ^ 

Qi sabia don mos chantars derriu ; 
65 Mas eu am mais que-m teing' hom per auriii. 

Vili. Plazenz domna, tot autre ioi esqiii, 
E devas vos mi venon ioi dont uiii. 



TRADUZIONE 

I. Saprei fare anch' io, se volessi, versi oscuri abili e ingegnosi ; ma 
non conviene affilare il proprio canto con tanta fina maestria che non 
appaia chiaro come la luce del giorno; che il poetare ha poco valore 
se la chiarezza non gli dà splendore, poiché il poetare oscuro è tutta- 
volta considerato come morto, mentre rivive grazie alla chiarezza. Ond' io 
canto sempre chiaramente. 

II. Altrettanto bene canto d' inverno quanto d' aprile, sol che ve ne 
sia il motivo, e apprezzo di più, chiunque sia che si attenga ad altra 
opinione, chiari detti ben lavorati che parole oscure strettamente legate; 
e non mi pare che abbia tanto onore, sebbene creda averlo maggiore, 
colui che lega e serra fra loro le parole del suo canto, quanto ne ha 
colui che lo rende gradevole con la chiarezza. Onde, quando canto, 
procuro di cantare in modo chiaro. 

III. E chi per questo mi disprezzasse o me ne rimproverasse, so 
bene che su ciò non si troverebbe d' accordo con quattro uomini sopra 
mille; e dato che un sì gran numero d'uomini fosse del mio parere, se 
egli ne ricavasse disonore, dovrebbe incolpare la propria leggerezza; e 
questa è una ben grande follia: che alcuno, che non sa trarre acqua 
da un chiaro ruscello (che, cioè, non sa far nulla di bene), fa motti 
oscuri, come se avesse un intelletto superiore. 

IV. Un'altra stoltezza, degna d'una femmina, e che nasce da in- 
vidia insieme con fellonia, fanno coloro che si danno villanamente a 
biasimare 1' opera altrui. Ma perchè mai appunto colui, che non saprebbe 
farlo, disprezza il lavoro d' altri ? Questa reputo una grave colpa e tale 
da non essere certo di mio gradimento, perchè inspirata soltanto da 
animo malvagio; ond' io consiglio ciascuno di guardarsene. 

V. Ma io amo una donna signorile, gaia e di bella affabilità, i cui 
atti sono chiari e gentili e nutriti di un fino pregio, che li inspira. Essa 
è tanto cortese che sempre quando mi vede mi soccorre, per amore, con 
un suo piacente sorriso. E il bacio, che essa mi accordò, mercè sua, 



cavato da chantarc a; derriu, ricavato da derrui, a. 65 qem teiga; autriu con 
t esp. 1, autrui corr. in autiu a. 

66 piazen dompna 1 ; dona a. 67 uieu {con e espunto) a. 



- 320 — 

mi ha già messo sulla via per conquistare la grande onorata gioia (di 
essere da lei amato). 

VI. Di mia libera volontà e con umile cuore sono tutto sotto il suo 
dominio e non ho intenzione di distogliermene, campassi mill' anni ; che 
tanto verso lei m' inchino con umile dolcezza che mi terrei ricompensato 
del mio dolore, se anche non ottenessi nulla di meglio; ma la mia dama, 
che è saggia, con le sue belle virtù, mi esalti, dal momento che io tanto 
mi umilio. 

VII. Donna, canto di voi e d' amore, per la qual cosa i più mi con- 
siderano folle ; ma non mi considererebbe tale chi sapesse donde viene 
la ispirazione al mio cantare, lo però desidero di più che mi si consideri 
folle (e non si conosca l'oggetto del mio canto). 

Vili. Piacente donna, io evito ogni altra gioia e da voi mi vengono 
le gioie, delle quali vivo. 



— 321 — 



XXXIV 
Latrane Cigala 

e. 92'; K, e. 75C; a^, p. 384. Appel, Prov. Ined., p. 181 (I, K). 

I. E mon fin cor regnia tan fin' amors 

Qu' eu chantarai, si tot s' espan freidura, 
Que no * m devon agradar autras flors 
Ni chanz d' auzels ni folha ni verdura 
5 Mais ioi d' amor; doncs d' amor, qi"m ten gai, 
Farai chanson que bona razon n' ai, 
E qi • s voilha fassa chanson o dansa 
De chanz d' auzels, qar eu no n' ai voler 
De far chanson mas d' amoros plazer, 
10 Que ses amor no fon anc benanansa. 

II. E si solatz es faiditz pels maiors 
Ni leialtatz non reignha ni drechura, 
Anz tenon cort cobeitatz et errors 
Per lo conseil d' orgoil ab desmesura, 

15 Ges per aiso de chan no*m laissarai 

QeM dan, qu 'es granz, acreisser non s' eschai ; 
E s' il fan mal, il n' aian la pezansa, 
Qu' ieu non mier mal ni no*i vueil part tener, 
Anz vueil chantar d' amor e ioi aver, 

20 De qu' ieu' mi lau e del mais ai fiansa. 

III. E'm meravil de totz los clamadors 

. Qe • s van claman d' amor ni • n fan rancura, 
Car entre totz los corals amadors 
Non fo anc us miels ames ses falsura 



Enlanfranc cigala I. 1 regna i. 2 qieu a. 3. Corri noi deu 1 K a. 4 chantz 
a; follia 1, foiilha K. 5 quim 1, qi a. 6 chanzon a; qe a; razo I. 7 quis uoilla I, 
chanzon o danza a. 8 quar I. 9 chansom a. 10 benanza a. 

12 reingna I. 13 cobeitaz I. 14 consseil K, coss. a; demesura a. 15 non a. 
16 danz I K a ; qes a. 17 pezanssa I. 18 qieu a, uuel I K, uol I, uuel in a ricavato 
da uuelt. 19 uuel 1 K a. 20 queu I. qieu a; fianza a. 

21 



— 322 — 

25 Con ai amat et ani et amarai; 

Es ad amie adoncs amors esglai, 

Sentit n' agr' eu em fag o en semblansa, 

Tant loniamen m' a tengiit en poder; 

Mas anc [nulli] iorn no • m fes amors doler, 

30 Anz m' a totz temps fag viure en alegransa. 



TRADUZIONE 

I. Nel mio fino cuore regna un sì fino amore, eh' io canterò, sebbene 
si diffonda il gelo invernale, poiché fiori, canto d' uccelli o foglia o ver- 
dura non mi debbono piacere, salvo soltanto le gioie d' amore. M' in- 
spirerò dunque ad amore, che mi tien gaio, per i miei canti ed ho buoni 
motivi d' inspirarmi a lui. E chi si voglia faccia canzone o danza sopra 
i canti degli uccelli, che io non ho volontà di far versi se non del pia- 
cere d' amore, che senza amore non vi fu mai felicità. 

II. E se la gioia è bandita dai maggiori e dai ricchi e se non 
esistono né lealtà ni dirittura, e invece regnano avarizia e falsità per 
opera di orgoglio insieme con « dismisura », non pertanto mi lascierò 
dal cantare, poiché non bisogna accrescere il danno, che é grande. Se 
essi fanno male, ne sopportino le conseguenze sgradevoli, che io non 
sono colpevole e non voglio avervi parte ; per contro voglio cantare 
d'amore e procurarmi gioia, del che mi lodo e ho, per di più, ancora 
fiducia. 

III. Mi maraviglio di tutti i reclamatori che vanno protestando contro 
amore e se ne lamentano. Fra tutti i sinceri amanti mai non vi fu alcuno 
che meglio amasse senza falsità di quanto io stesso ho amato e amo e 
amerò. Orbene: se amore fosse tormento all'amante, io avrei dovuto aver 
sentore poco o molto di codesto tormento, tanto lungamente amore mi 
ha tenuto in suo potere ; ma egli non mi ha dato mai dolore e, per 
contro, mi ha sempre fatto vivere in allegrezza. 



23 entre] autre I, antre K a. 26 -ic di amie è illeggibile in a. Vi si ha quasi 
uno sgorbio del tardo copista che non ha saputo leggere /' originale, qualcosa 
come amsic o amile. 27 sembianssa I. 29 amor a. 30 faig I. 



323 



XXXV 
Latrane Cigala 

I, e. 92'-; K, e. 75'ì; ai, p. 385. Mahn, Gcci., 713 (I). 

I. Non sai si ' ni chant, pero eu n'ai voler, 
Mas, segon dreg, non n' auri' eu talen, 
Q' a chantar taing q' om aia iausimen 

Et eu non l'ai; ni • ni voli pero tener 
5 De far chanson, qe ben leu ia garria 

Del mal d' amor, q' eu tem fort que m' ancia, 
Que chanz adus gran ben maintas sazos. 
Eu no • 1 n' esper, tant en soi desiros. 
Mas chantar voli, qu'eu n'ai conort aitai: 
10 Si chantz mi platz, no ' m noz, si tot no ■ni vai. 

II. Eu mi cuiav' aver tant de saber 
E de vertut, que de 1' afortimen 

D' amor pogues garir e ben e gen. 
Mas enganatz mi soi trobatz per ver, 

15 Que vencut m' a e'm ten en sa baillia ; 
Pero ben die que 'il colpa non es mia, 
Anz es tota de mos fals compaingnos, 
Q' a guerrers ai • 1 cor e*ls oils amdos. 
E qui de for a guerrer dinz 1' ostai, 

20 Non pot aver plag plus descomunal. 



Enlanfrac cigala 1. 1-2 Le parole uoler mas segon dreg non naurieu mancano 
in I. 2 auri con r sul rigo, di mano del corr., in a. 3 quom I; iauzimen a. 4 
non a, n I, nò K, nom a; ni ricav. da m, a. 5 que K; garia I. 6 qieu a; 
tem ricavato da tein a. 7 qe a; bien IKa; in a prima di bien stava ben can- 
cellato dall'amanuense; sazos in a ricavato da fazos. 8 deziros a. 9 qieu a. 10 
Si chantz] sim chantatz 1 K, sim chantz a, nom] nini K a, ni I ; tot nom ricavato 
da pot nem a. 

11 cuiau da cuia a; 12 qe a. 14 sui 1. 15 qe a. 16 qeii a. 17 compaignhos K, 
compaignios a. 18 gerrers 1 ; qa gurrers, con e scritto sul rigo di mano del cor- 
rettore fra a e r, a; e'Is] eils IKa; oills 1. 19 qi a; guerer con un segnino di 
mano del correttore, sotto d primo r, a. 20 no 1, nom K a. 



— 324 — 

III. Qu' eu er aitals com selva de poder 
Anz que meu oil m' aguesson falsamen 
Trait per leis qe"m conquistet rizen, 
Q' esfors d'amor no • m chalia temer, 

25 Qe la selva lo fer non doptaria 

Si doncs lo fust[z] socors no li en fazia ; 
Ni eu, Amors, non agra temsut vos 
Si no m' eron li meu contrarìos ; 
Mas traìt m' an li meu oill desleial, 

30 Con trai lo bosc lo fustz de la destral. 

IV. Que vos intretz, Amors, per mon vezer 
Inz e mon cor e"l cors fes faillimen 

t Que "US alberget ses cosseil de mon sen. 

Mas pos ili qet an fag vostre plazer, 
35 Fassatz lur ben, per vostra cortesia, 

Q' enaissi taing a bona seingnoria. 

De me no"us prec, sol qe fassatz ioios 

Aquetz trachors qe m' an fag enveios. 

E si • m meir grat del rei celestial, 
40 Qu' eu prec per cels qi'm fan enoi mortai. 

V. Pero be*us aus, Amors, merce querer. 
Si tot sui vostr' un pauc forsadamen, 
Que no*m siatz tant blos ses chauzimen ; 
Q' aisi con vos etz fortz per conquerer, 

45 Serai eu fortz, sia senz o folla, 

En vos servir, e mon sen, qe*m chastia, 
Oblidarai ; ni no ere que anc fos 
Negus amans vas vos plus temeros. 
Mas ben sabes, qan de servir pren mal, 

50 Qe r altra gens a paor d' atretal. 



21 Qeu a; selua in a con -u- esp. dal correttore. 22 qe a; oill I ; maguessom 
a. 23 conqistet a. 24 effors a; non I ; chalra K, calra I. 25 Qe] qa K, qua I ; lea, 
con e espunto, I. 28 meron in r ricavato dal corr. da meton. 29 desila! a. 30 
tras I, trais Ka; futz I a, fust K. 

31 Qe a; intretz] miretz a. 33 qieus a, conseil 1; mo a. 34 il I; qet] quei I, 
qei Ka; nostre 1. 35 cortezia a. 36 qeu aissi in a con u corr. in n; segnioria a. 
38 aquez I. 39 sin a; ma il corr. ha fatto una crocetta sull'n ; meir a, con r sul 
rigo. 40 Qieu a; quim I, qim in a ricavato dal corr. da qun. 

42 vostr' un] uostrom I. 43 qe a; blossas eh. I Ka. 44 quaissi I; vos etz] eu 
sui 1 K a ; forz I ; conqerer a. 45 fort 1 K. 46 qem ricavato da qen in a. 47 qe a. 50 
que I; autra I. 



— 325 — 

VI. Pero, Amors, car m' avez fait plazer 
De tot lo mon tota la plus plazen, 

D' aitan mi lau e"l sobreplus aten 
De vos, domila, car no*m deignatz valer... 
55 — Fals, si fas eu, car no't vei qe no • t ria. 

— Vers es, mas eu dopti de tricharia. 

— No far, q' aiso t' es conortz avundos... 

— De qe? — Qe*l ris nais de cor amoros. 

— Hoc, ben, si"l ris mou de dompna leial. 
60 — Pois, tals soi eu, ni fatz semblan venal. 

VII. Bona dompna, vostr' avinenz respos 
M' es tan plazens e m' a fag tan ioios, 
C oblidat n' ai mon enoi e mon mal ; 

Mas no"m tardez lo don, si Dieus vos sai. 



TRADUZIONE 

I. Non so se debbo cantare, tuttavia ne ho voglia, sebbene a voler 
essere giusti, non dovrei averne desiderio, perchè conviene, per can- 
tare, aver gioia, mentr' io non 1' ho. Nondimeno non voglio tenermi dal 
cantare, che ben facilmente potrei guarire dal male d'amore (che temo 
molto che mi faccia soffrire) pel fatto che il canto adduce spesso un gran 
bene. Io non oso sperarlo, questo bene, tanto ne sono desideroso, ma 
tuttavia voglio cantare, perchè ne ho comunque questo conforto: che se 
il cantare mi piace, esso non mi fa del male, quand' anche non riesce 
a farmi del bene. 

II. Io mi pensava avere sufficiente saggezza e forza d' animo per 
poter guarire dagli assalti d' amore, ma in verità mi sono trovato in- 
gannato, perchè amore mi ha vinto e mi tiene in suo dominio. Ma io 
affermo che la colpa non è mia, anzi è tutta quanta dei miei falsi com- 
pagni, perchè ho avversari [mentre dovrebbero essermi appunto com- 
pagni] gli occhi e il cuore. E chi, stando di fuori, si trova ad avere un 
avversario entro la propria casa, non può avere una lite più straordinaria. 

III. Io era come una spessa selva, prima che i miei occhi mi avessero 
falsamente tradito per lei, che mi conquistò ridendo. Mi pareva di non 



51 auetz a. 53 sobre in a, con /'o scritto sul rigo. 54 no 1, non a; dei- 
gniatz a. deingnatz I. 55 noiria I K a. 56 dopti ricavato da don a. 57 aizo a; 
auundos ricav. da amindos in a. 58 que 1; quel I. 60 sui I; semblam a, con -m 
sottosegnato dal correttore. 

62 faig !, faich K. 64 tardetz a; fai a. 



— 326 — 

dover paventare 1' assalto d' amore, che la selva non avrebbe da temere 
l'ascia, qualora questa non fosse aiutata (nella sua opera di demoli- 
zione] dal manico di legno. Ed io, o Amore, non vi avrei temuto, se i 
miei occhi non mi fossero stati avversi; ma essi, gli sleali, mi hanno 
tradito, come il legno dell' ascia tradisce la selva. 

IV. Che voi entraste. Amore, per i miei occhi, entro il mio cuore, 
e il cuore ebbe torto di albergarvi senza mio consenso. Ma dal mo- 
mento che gli occhi, queti, vi hanno compiaciuto, rallegrateli, per vostra 
cortesia, come si conviene a buona signorìa. Non vi prego per me, so! 
che rendiate gioiosi questi traditori che mi hanno messo il desiderio in 
corpo. E, in verità, merito una ricompensa da Dio, per la ragione che 
intercedo per coloro che mi fanno un male da morirne. 

V. Sebbene, o Amore, io sia tra i vostri sudditi un poco per forza, 
tuttavia oso chiedervi la mercè di non essere verso di me privo di 
pietà, che così come voi siete forte nel conquistare, io sarò forte, sia 
saggezza o follia, nel servirvi, e non darò ascolto al mio senno, che 
mi rimprovera; e non credo che nessuno sia mai stato più timoroso al 
vostro riguardo; ma ben sapete che siccome il servirvi procura agli uni 
dolore, così anche gli altri temono di averne a soffrire, 

VI. Però, o Amore, dal momento che mi avete fatto innamorare 
della pili bella di tutto il mondo, di ciò sono soddisfatto, e la maggior 
gioia r attendo da voi, o donna, perchè non volete ancora rendermi con 
tento... — falso, io ti rendo contento, perchè non ti vedo mai senza 
sorriderti. — È vero, ma io temo che ci sia sotto un inganno. — Non 
temere, che questo dev'esserti di grande conforto... — Questo? che cosa? 
— Che il riso prende origine da cuore innamorato. — Certo, se viene 
però da donna leale, — O folle, tale sono io e non faccio sembiante 
menzognero. 

VII. Buona donna, la vostra gentile risposta mi fa tanto piacere e 
mi ha reso tanto contento, che ho dimenticato il mio tormento e il 
mio male ; ma non fatemi troppo aspettare la ricompensa, se Dio 
vi salvi. 



- 327 — 



XXXVI 
Latrane Cigala 

I, e. 92C; K. e. 76»; a^ p. 387. Appel, Prov. Ined., p. 186 (IK). 



I. Un avinen ris vi V autrier 
Issir d' una bocha rizen ; 
E car anc ris tant plazentier 
Non vi, n' ai al cor ioi plazen. 
5 Pero fols sui de 1' alegrier 

Qi • m ten tant alegr' e iauzen, 
Que quant sui en cossirier 
E cossiran trai tal tormen 
Don cug languir de desirier, 
10 Q' autre ioi non desir ni qier 
Et aqel cug q' aurai trop len. 

il. Miels pogr' om garir d' un archier 
Qe sagites tan duramen 
Qe traspasses 1' ausberc doblier, 

15 Qe del sieu dobl' esgard pognen, 
C ab r un oil primeiramen fier 
Et ab r autre [se'n] vai feren ; 
Pois fai un gai rizet derrier, 
Ab qe me fier derreiramen ; 

20 Et intra se'n per 1' oil primier, 
Mas pero car 1' oils no • 1 soffier, 
Vai al cor afortidamen. 



Enlanfranc Cigala I. 1 ni ui a, con ni cancellato; lautreir a. 2 boca I. 5 
alegreir K a (-eir in a ritoccato). 6 quim I 6 -ent 1 K a. 7 cossier K (consirer I, 
cossirer a). 8 -ent I K a. 9 desirer I K a. 10 quautre 1; quier 1. 11 aquel I; 
quaurai I. 

12 archeir a, archeu I K. 14 que trassp. I. ausber 1. 15 que 1; poinjeu a 
con j ritoccato; pongnien I, poignien K. 16 lun dels oils I K a. 17 ab autre I; 
uai ricav. da uar in a. 19 derr. cavato da derreitamen in a. 20 primer 1, pri- 
meir a {corr. su priraneir). 21 soffeir K, sofeir I, soffert a. 



— 328 — 

III. Quan fon e mon fin cor intratz 
Dedinz lo bels ris e l'esgart, 

25 Mos cors s' en vene tost e vivatz 

Vas me claman : « merce, qii' eu art! 
Ades siatz enamoratz 
De r amoros cors, cui Dieus gart, 
Q' a me, qi sui vostre cor, platz ! » 

30 Tan vei plazen son cors gaillart, 
En cui es complida beutatz, 
C abellis a totz los prezatz ; 
Dels crois si loigna e"s depart. 

IV. S' ieu trobes qui li fos privatz, 
35 Qui privadamen da ma part 

Portes salutz e amistatz 
A lieis, don ma salutz no's part, 
Tan li en trametrai, sapiatz, 
Que s'ela"m tramezes lo qart, 
40 Eu m' i baingner' ab gran solatz. 
E'm baing de solatz ses regart; 
E pos tant me sui azautatz, 
S' azautz iois me'n es destinatz. 
Per merce la prec no • 1 m' atart. 

45 V. A mos iorns non cugiei vezer 
Que ris, qe par naisser ab iai, 
Agues tan afortit poder 
Qu' el pogues engenrar esmai, 
Anz en degran naisser plazer 

50 Plazen del bel ris qu' eu vi lai ; 
Pero mon cor me"n fai doler 
Doloiros pessamenz qu' eu n'ai: 



23 Qan a; intraz I. 24 esgartz K a, esgarz I. 25 uiatz I. 29 Qua a. 30 gail- 
liart K. 31 conplida I; beutaz I. 32 lors 1. 33 loingn I, loignh K, loingnha (// 
secondo n e l'a aggiunti sul rigo dal correttore) a. 

34 qi a. 35 qi a. 37 leis I ; do col segno di abbreviazione di mano del cor- 
rettore, a. salutz corr. da la lutz in a; nous I K. 38 sapjatz in a con /' j ricavato 
dal corr. da i. 39 tramezetz a; quart I. 40 bagni et corr. in bagnjer dal correttore 
in a. 41 En I ; salutz I K a. 42 fui azauratz a. S' azautz] sauzat m a cancellato. 
Sul rigo sta poi sazautz di mano del correttore del ms. 44 noi manca in a; 
aturt I K, matart in a col -t ritoccato. 

45 ueger I. 46 que 1; pair a. 47 tant a; poders a. 48 qel a; poges IK; 
engenrrar a. 49 degra I. 50 de b. I ; qieu a. 52 pens. I, pessamens a; qieu a. 



— 329 — 

Mas no son taiit li desplazer 
Desplazen que'iii cailla temer 
55 Qu' eu en mora, eiianz eii viurai. 

VI. Pero si • m cug eu tant valer, 
Si valors nul hom' enanz trai, 
Qu' ieu n' aurai complit moti voler, 
Si sa voluntatz no'l m' estrai. 

60 E si • m volgues dreg mantener, 
Pos sa mantenensa mi piai. 
De midonz mi degr' eschazer 
Tot so q' a fin aman eschai. 
Pero eu no "il qier son aver, 

65 Mas la re qe • il sabrai qerer, 
Si m' o dona, ben o penrai. 



TRADUZIONE 

I. Vidi r altr' ieri un grazioso riso uscire da una bocca ridente e 
poiché mai non vidi riso più piacente, ne ho al cuore una gioia gra- 
devole. Epperò amo oltre ogni dire quella contentezza, la quale mi 
tiene tanto allegro e gioioso, che, quando ho ragion d'essere afflitto 
[perchè non vedo quel sorriso] ed essendo afflitto mi trovo tormentato 
sì da credere di languire di desiderio, non bramo e non chiedo altra 
gioia, e penso che essa verrà con troppo ritardo. 

II. Meglio si potrebbe guarire [dal colpo] d'un arciere che saet- 
tasse cosi fortemente da trapassare 1' usbergo doppiato, che del suo 
doppio sguardo feritore, che essa prima colpisce con un occhio e con 
r altro continua poi a ferire. E fa, dopo ciò, un gaio sorrisetto col 
quale poscia mi ferisce di nuovo ; e questo sorriso entra dapprima 
negli occhi, e, come gli occhi non lo sopportano, va coraggiosamente 
nel cuore. 

III. Quando fu entrato nel mio leal cuore il bel riso, insieme allo 
sguardo, il mio cuore se ne venne subito e prestamente dinanzi a me 
gridando: « mercè, ch'io ardo! Siate sempre innamorato di lei, amo- 
rosa, che Dio salvi, poiché a me, che sono il vostro cuore, ciò ag- 
grada! ». Vedo che ella, in cui è compiuta bellezza, è tanto snella e 



54 despiazem a; qem a; caiilia K, cailha a. 55 moria IK; morria euanz a; 
on uiurai I K a. 

57 nuls I K a. 58 qieu a, queu 1. 59 uoloiitatz I. 60 dregz K. 61 pois I. 
63 qua I. 64 eu] en a; quier I. 65 ren quei! I; fabrai K. 



- 330 — 

graziosa, che piace a tutti gli uomini di pregio. Dagli uomini volgari 
si allontana, invece, e si diparte. 

IV. S' io trovassi alcuno che fosse suo famigliare e che intimamente 
da parte mia portasse amichevoli saluti a lei, in cui sta la mia salvezza, 
le ne manderei tanti, sappiatelo bene, che se ella me ne mandasse 
la quarta parte ne sarei lieto con molta gioia. Ed io, senza preoccupar- 
mene, gioisco, e poiché ci ho preso tanto piacere, se una conveniente 
gioia mi è destinata, per mercè la prego di non ritardarmela. 

V. In vita mia, non credetti mai vedere che il riso, che sembra 
nascere con gioia, avesse tanto gran potere da generare dolore. Anzi 
dovrebbero nascere bei piaceri dal bel riso, eh' io vidi. Ma un doloroso 
pensiero, che ho, mi rattrista il cuore; tuttavia i dispiaceri non sono 
così penosi che mi occorra temere di morirne; per contro, ne vivrò. 

Vi. Però io mi penso valere abbastanza, se il valore porta stima e 
profitto agli uomini, da averne soddisfatto il mio volere, se questo non 
mi viene tolto per forza dalla sua volontà. E se mi volesse assistere 
con giustizia, dal momento che la sua assistenza mi piace, mi dovrebbe 
venire da parte della mia donna tutto ciò che spetta ad un leale amante. 
Io non le chieggo il suo avere, ma la cosa che le saprò domandare, se 
me la dà, volontieri la prenderò. 



531 



XXXVII 
Latrane Cigala 

e. 92'!; K. e. 76'"; a', p. 388. Rayn., IV, 438; Bertoni, Simii mediev., II, 414. 

I. Oi, Maire, tillia de Dieu 

E dels angels Reina, 
Cui Marc e Lue' e Mathieu 
[E] chascuns Sains aeliiia, 
5 Gardatz mi 1' arm' e"! eors mieu, 
Flors de roza ses spina, 
Deu preian 
Que no segon moii enian 
M' an iutgan, 
10 Mas segon sa merce gran. 

II. Qu' ieu ai fag dels pecehatz tanz, 

Per ma folla follensa, 
Que s' ieu vivia mil anz 
En aspra penedensa, 
15 Tant sai los faillimenz granz, 
Qu' eu non agra guirensa, 
S' ab merce 
Deus no'm perdon e*m rete, 
Non per me, 
20 Q' eu non ai faig lo perque. 

III. Qu' ieu soi fals e mensongiers 
Enveios e raubaire, 
Et envers autrui moliiers 
Faillir non doptei gaire, 
25 E cobes e mal parlierà 



I Ai a, filla I, filia a. 3 matieu a, matheu I. 5 laméel a. 7 prejan a, ricavato 
da prezan. 9 iutgan a, con -n ricavato da -m. 10 merce] morte a. 

II Queu I, qieu a; faig 1; peccatz l; tan I K. 13 an I K. 14 penedenssa I. 
15 fai IK; fallimenz a. 16 qieu a. 20 fag a. 

21 qieu a, queu I; sui I; menss. a. 22 enuejos a. 23 envers| ab 



— 332 — 

Fui e fins [e] galiaire 
[Et] engres 
S' ieu trobes cui enianes ; 
Per q' ades 
30 Per tot aitai mi cofes. 

IV. E non ai per me poder 
De garir ni baillia ; 
Per que'us vein merce qerer, 
Gloriosa Maria, 
35 Que mi deingnes tant valer, 
Qu' eu per vos gardatz sia 
De tot mal 
En aquest segle venal 
Desleial, 
40 E * m dones gaug eternai. 

V. Si com Dieus fon de vos natz 
E*n receup charn humana, 
E" il vostra virginitatz 
Remas entier' e sana, 
45 Tot aissi" m gardatz, si"us platz, 
D' agag de mort subitana. 
Desplazenz 
Cre qu' eu sia veramenz, 
Penedenz 
50 De trastotz mos faillimenz. 



TRADUZIONE 

I. Ah, Madre, figlia di Dio e degli angeli Regina, a cui Marco, 
Luca e Matteo ed ogni santo s' umilia, proteggetemi 1' anima e il corpo, 
fiore di rosa senza spina, pregando Iddio che non secondo i miei 
errori mi giudichi, ma secondo la sua grande misericordia. 

II. Che io ho fatto tanti peccati, per mia follia, che se passassi 
mill'anni in dura penitenza non ne sarei redento, tanto gravi conosco 



IKa; moillers 1. 26 fu 1, sui a. 28 enianes ha, in a, /'-s ricavato da t. 30 
confes 1. 

32 bailia a. 33 qieus a; ueing 1 ; querer I. 35 degnies a. 36 qieu a. 37 tout I. 
38 aqest a. 39 desleial in a ricavato da deslear. 40 E • m] e ni in a corretto in em. 

42 recep 1. 44 entier' e] entiera a. 46 dagaiz 1. 



— 333 — 

essere i miei falli, se Dio misericordioso non mi perdona e non mi pro- 
tegge, senza mio merito, perchè non me ne sono reso degno. 

III. Ch' io sono falso e menzognero, invidioso e subdolo e verso 
le donne d' altrui non temei di fallire ; fui cupido e maldicente e sottile 
e astuto quando mi imbattei in alcuno che potessi ingannare, onde mi 
confesso di tutto ciò. 

IV. E non ho, per me stesso, potere ne forza di guarirmi ; perciò 
vengo a chiedervi mercè, gloriosa Maria, che vogliate soccorrermi in 
modo che, grazie a voi, sia protetto da ogni male in questo mondo 
venale e sleale, e che mi diate il gaudio eterno. 

V. Come è vero che Dio nacque da voi e da voi ricevette carne 
umana e la vostra verginità rimase integra e intatta, così proteggetemi, 
di grazia, dalle insidie della morte subitanea. Io credo veramente di 
avere rimorso e pentimento di tutti i miei peccati. 



334 — 



XXXVIIl 

Latrane Cigala 

C, e. 343I'; 1, e. 93^; K, e. 76''; ai, p. 389. Rayn., V, 244 e Mahn, Werki, IH, 
131 (la prima strofa, vv. 1-11); Appel, Prov. Incd., 176; BERTONI, Studi 
mediev., II, p. 409»). 

I. En chantar d' aquest segle fais 

Ai tant' obra perdiida, 
Dont tem aver penas mortals, 
Si merces no m' aiuda, 
5 Per que mos ciiaiis si muda, 

E* 1 vueill offrir 
Lai don venir 
Mi pot complid' aiuda, 
Sol no • m si' irascuda 
10 La Maire Dieu, 

Cui mos cliantars saluda. 

II. Pero, si garda mos pechatz. 

Ben deu esser irada ; 
Mas sa grani merce prec, si"! platz, 
15 La mi fass' apagada. 

Aitals merces m' agrada, 
Quar es secors 
Dels peccadors, 
Cui es razos loniada. 
20 Sia'm merces donada. 



Antifena de Lamfranco C. Ordine delle strofe in C: 1, 2, 3, 4, 5, 9, 8, 6, 7. 

1 Chantan C; aqest a. 2 ay maynht C. 3 Don ere C, pena mortai C. 5 qe a; 
mos] motz a; chantz a. 6 E uuelh lofrir C; eli! I K, eli miei! a. (sii, Appel). 
8 mi] me C, am a. 9 sirascuda I K a. 11 cuy C. 

12 peccatz C. 14 sa] fa I K, sa cav. da fa dal corr. in a; gran C. ; apaguada C. 
16 Aitai C. 17 qar a; socors a. 19 On C; lonjada in a con j cav. da i (lonh. C). 
20 Sia C. 22 Que C; fos C. 

M Questo componimento si trova anche nel ms. e (già barberiniano, ora 
Vatic. 3965) p. 152. Non ne ho tutte le varianti, ma dalle due prime strofe, 



— 335 — 

Maire de Dieu, 
Quar per merce fust nada. 

III. Qu' anz que"l vostre bels cors ioios 

Nasques, era establida 
25 Morz a chascun qu' el segle fos, 
Quar r avia merida 
Eva, taiit fon ardida, 

Quar tene a leu 

Lo dig de Deu, 
30 De que fon pois aunida ; 

Mas pois vene vostra guida, 

Maire de Dieu, 
Em trag de mort a vida. 

IV. Per Eva e per son pecchat 
35 Era tota genz morta ; 

Mas per vostra virginitat 
N' es uberta la porta. 
Eva per via torta 
Nos aduis mort, 
40 E vos conort. 

Don la gens es estorta. 
Tal frug vostr' albres porta, 

Maire de Dieu, 
Que Vida nos aporta. 

45 V. Ev' autreiet, quar li fon bel. 
Al diable bauzia, 
E vos a r angel Gabriel 
La vera profecia. 



23 Ans C, Qanz in a ricavato da Qinz; qel a; belh C; ioyos C; 24 nasqes a 
stablida I K a. 25 mortz a; quascun C; qel a. 26 qar a; lauia in a ricavato da 
lama. 27 fon ricavato da son in a. 28-29 lieu C; dieu C 1. 28 qar a. 29 deu in a 
ricavato da ben. 30 qe a; pueys C. 31 Apres uenc u. g. C; mas pois en u. g. 
IKa. 32, 33 mancano C. 33 ein in a e inoltre l' e è stato cavato dal correttore 
da un e. 

34 peccat Ci. 35 genz in a cav. da grnz. 36 uerginitat a, uergenitat I K. 
37 es C. 39 aduys C. 40 Questo verso agg. sul rigo dal corr. in a. 42 albre C, qe a. 

45 autreyet C, autriet a; qar K, car a; belh C. 46 daiable a. 47 angil C; 

di cui ho copia, mi avvedo che la lezione va con quella del ms. C. li ms. e 
reca anche una traduzione, il cui principio si può vedere nella tavola qui contro. 



— 336 — 

Eva ac noni 1' enemia ; 
50 El contradig, 

Segon r escrig, 
Ditz hom : « Ave » Maria. 
Tot so qu' Eva desvia, 
Maire de Dieu, 
55 « Ave » torn' en la via. 

VI. Per qu' ieu vos iau e"us dei lauzar, 

Gloriosa Reina, 
Que chascunz nafratz pot trobar 
En vos vera mezina, 
60 Quar vostra merces fina 

Chascun que* s voi 
Guaris de dol. 
De mal e de ruina, 
Si de cor vos aclina, 
65 Maire de dieu, 

Qu' ais bos precx es vezina. 

VII. Ara vos prec e • us ciani merce 

Que no"m siatz loindana, 
Qu' ieu sent nafrat mon cor e me 
70 E ma voluntat vana 

De folli' e d' ufana. 

Per qu' ieu vos quier 
Cosseil entier 
Et aiuda certana. 
75 Sia*m merces prosmana. 

Maire de Dieu, 
Don m' arma sia sana. 



ange a. 48 prophecia C. 49 E. nostraenemia C. 50 Don C. 51 escrigh a. 52 As C; 
ditz in a ha il -t- agg. dal correttore. 53 qeua a. 55 torna en via C; tornen 
ricav. da tornem in a. 

56 qieu a; queu IK; eus] eu IKa; u. uuelh merce clamar C. reyna C. 
58 Quar C ; chascù I, chascuns a, quascus C ; nafrat C. 59 Ab C, meizina I K a. 
60 Que C; qar a. 61 quascus C; qes a. 62, 63 dol De mancano IKa; ruyna C. 
64 Qui C. 66 qals a; ptz 1 K, pretz a, etz C. 

67 Perquieu C. 68 qe a; lunhd. C. 69 Quieum IKa, (quieù la) nafratz 
IKa. 71 felice C; folie duf. a. 72 qieus a, qier a. 73 conseill 1. 75 propdana C. 
77 don ricavato da dom in a. 76-77 d. d. D. m'a. in C asportati da un colpo 
di forbici. 



— 337 — 



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(Ms. e, p. 153) 



22 



— 338 — 

VIU.Quar si tot ai d' obra laillit, 
Crezens' ai dreit' asiza: 
80 Paire, Fili e Saint Esperit 
Crei un Dieu, ses diviza; 
La charn, qu' en crotz fon miza, 
Pres Dieus de vos 
Per salvar nos, 
85 E per so fon aiiciza ; 

E qui ere d' autra guiza, 

Maire de dieu, 
Sai ben que"! col se briza. 

IX. E crei que fos enant lo part 
90 Et apres ses faillenza 

Vergena, ques anc no y ac part 
Hom ni carnais semenza: 
E"l ver salm que comenza : 
« Credo » crei tot 
95 De mot en mot. 

D' alre'm faitz doncs valenza. 
Quar de falsa crezenza, 

Maire de Dieu, 
No m' a ops penedenza. 

100 X. Pero, Domna, quar miels sabes 
So que • m fai sofraichura, 
De so qu' obs m' es mi secorrez 
Tant quant vida mi dura, 
Qu' eu faz' obra tant pura, 
105 Que paradis 

Aia conquis, 



78 Qar a; ay dobra falhit C. 79 ay drecli C. 80 filh C, fi! I; sanch C. 
81 Cre C, diuisa a; deuiza C. 82 E! carns C. 82 fo a. 83 de] en C. 85 per so 
ricavato da pero in a. 85 Don pueys en f. C; auziza IK. 86 qi a; cretz I K, 
crez a. 88 Sabemc; qel a; coih C; briza ricavato da baza in a. 

89 enant ricavato da auant in a ; Don cre per ferm quenans C. 90 fal- 
lensa C (e -ensa in 92, 93, 96, 97, 99), faillenza a, faillenssa 1. 91 vergena I Ka 
mancano; V. fust quanc C. ac (ogg. dal corr. in a) en vos p. IKa (partz a). 
92 Dome e. C; carnai IKa; semensa I. 93 uers salms IKa; qe a. 94 crei de t. 
I Ka. 95 e m. 1 K a. 96 Dalren IKa; Doncs dals me fay u. C. faillensa Ka 
(-za la.). 97 Que C; qar a; farsa, ricavato da falsa, in a; penedenssa I. 

100 sino a 110 mancano C. 100 qar a. 101 qem a; sofrachura ricavato da so- 
frachra in a. 102 secorez I, socorretz a. 103 qant a. 104 qieu a, qieu IK; fatz IK; 



— 339 — 

Cant er la noigz escura. 
Be sai qucTn noz drecliiira, 
Maire de dieu, 
110 Mais merces m' asegiira. 



TRADUZIONE 

I. Prendendo a soggetto dei miei canti questo mondo falso, ho 
sprecata tanta fatica eh' io temo di avere meritato le pene d' inferno, se 
la misericordia divina non mi aiuta. Onde il mio canto si trasforma e 
lo voglio offrire là donde mi può venire pieno soccorso, purché non mi 
si mostri offesa la Madre di Dio, a cui il mio canto s' umilia. 

II. Se pone mente ai miei peccati. Ella deve ben essere offesa, ma 
io prego la sua grande misericordia di renderla indulgente, se a lei 
aggrada. Siffatta misericordia mi conviene, perchè in essa sta il soccorso 
dei peccatori, che hanno perduto il ben dell'intelletto. Mi sia concessa 
la vostra misericordia. Madre di Dio, giacché nasceste per la mise- 
ricordia. 

III. Prima che voi nasceste, era stabilita la morte, senza salvezza, 
a ciascuno che fosse al mondo, perché 1' aveva meritata Eva per essere 
stata così presuntuosa da tenere in non cale il comandamento di Dio, 
onde fu poscia disonorata. Ma dopo che venne la vostra guida, Madre 
di Dio, noi siamo tratti di morte in vita. 

IV. Per causa di Eva e per il suo peccato, ognuno era destinato a 
morte eterna; ma per voi. Vergine, si é aperta la porta di salvezza. Eva 
per la via del peccato e ci addusse morte, e voi salvezza, onde la gente 
si affrancò. Il vostro albero, o Madre di Dio, porta tale frutto che ci 
apporta vita. 

V. Eva confermò, poiché le piacque, la bugia al diavolo, e voi 
confermaste la vera profezia all' angelo Gabriele, « Eva » si chiamò la 
nostra nemica ; e il contrario, secondo sta scritto, si dice di voi, cioè : 
« Ave », Maria. Tutto ciò che « Eva » trae fuori dalla via della virtù, 
Madre di Dio, vi è ricondotto da « Ave ». 

VI. Ond' io vi lodo e vi debbo lodare, Regina gloriosa, perchè 
ciascun malato (ferito) può trovare in voi la vera medicina, in quanto 
la vostra fina misericordia guarisce chi si vuole dal dolore, dal male e 
dalla rovina, qualora il malato si umilii sinceramente a voi, o Madre di 
Dio, che porgete orecchio alle sincere preghiere. 

VII. Ora vi prego e vi domando mercé che non mi abbandoniate, 



fatz ricav. da faitz dal corr. a. 106 conqis a. 107 noiz I, noig a. 108 Bem 1, sai 
ricav. da fai dal corr. in a; nos a; 110 masegura in a ricavato da non segura. 



— 340 — 

perchè sento il mio cuore e anche me medesimo e la mia volontà amma- 
lati di vanità e di orgoglio. Per questo, vi chieggo consiglio fidato e 
sicuro aiuto. La vostra misericordia, o Madre di Dio, non sia tarda a 
venire ; grazie ad essa, la mia anima sia salva. 

Vili. Che se bene abbia fallito nell' operare, ho però in me una 
fede diritta : Padre, Figlio e Spirito Santo credo un Dio solo. Credo 
che Dio prese da voi il corpo, che fu messo in croce, per salvarci e che 
per questo fu ucciso. E chi ha altra credenza, Madre di Dio, so bene 
che è perduto (si rompe il collo). 

IX. E credo che foste prima e dopo il parto, senza dubbio alcuno, 
Vergine, che al concepimento non ebbe parte uomo o seme mortale ; 
e credo tutto, parola per parola, il vero salmo che incomincia « credo ». 
Soccorretemi dunque un poco, giacche non ho bisogno di far penitenza, 
o Madre di Dio, di falsa fede [la mia Fede fu sempre la vera, ma ho 
fallito neir operare]. 

X. Epperò, Donna, soccorretemi, per tutto il tempo che mi resta da 
vivere, in ciò che mi abbisogna, dal momento che voi conoscete meglio 
di me ciò che mi manca; soccorretemi in modo eh' io operi cosi degna- 
mente da essermi conquistato il paradiso quando la notte tenebrosa 
della morte cadrà su me. Ben so che la giustizia [avendo io commessi 
peccati] sta contro di me, o Madre di Dio, ma la [vostra] misericordia 
mi tranquillizza. 



341 — 



XXXIX 
Latrane Cigala 

I, e. 93''; K, e. 76^1; ai, p. 390. Appel, Prov. Ined., p. 184. 

I. Gloriosa Sainta Maria, 

E 'US prec cus clam merce qe'us plaia 
Lo chanz que mos cors vos presenta ; 
E s'anc iorn ciiantei de follia 
5 Ni fis coblas d'amor savaia, 
Ar vueil virar tota m'ententa 
E chantar de vostr'amor fina, 
Qu'autr'amors no vueill [plus] que*m vensa; 
Q'anc no • i trobei ioi mas pezansa. 
10 Mais la vostra sai qu'es mezina 

De totz los mais, per que m'agensa 
Metr'en vos tota m'esperansa. 

II. Qui de l'amor del mont follia, 
Es nafratz d' una mortai plaia, 

15 Per qu'es fols cel que's n' atalenta; 

Mas cel que vostr'amors chastia. 

No 'il faillira que ioi non aia, 

E non er mais que de mal senta. 

E car eu sui poingz de l' espina 
20 Del mon, veing a vos per guirensa, 

Que*m sanes per vostra pidansa 

E que"m fassas, dousa Reina, 

Mon cor e tota m'entendensa 

Pausar en vostra fin'amansa. 



1 Glorioza sancta a. 2 queus I. 3 chantz a; qe a; prezenta a. 6 uueill 1; 
uirar a ricavato da iurar; mententa ricavato in a da manentara. 8 qautram. a; 
no uuiel a (no agg. dal corr. sul rigo. Anche in I, no fu aggiunto sul rigo ; -enza 
in a che ha anche -anza (vv. 9, 12, 21 ecc.). 9 quanc 1. 10 qes a. 12 metren 
ricavato da metien a; esperanza 1 {e -anza in a. V. var. v. 8). 

13 folleia 1 K a. 15 qes a, qes a. 16 qe a; amor a. 17 noill I, failliria tócco in a; 
non i aia a. 19 qar a ; en la. 20 uein K a. 21 , 22 qem a ; doiiza a. 24 pauzar a. 



— 342 — 

25 III. Pensati que'us ai per leuiaria 

Mesfaig, ben es dregz quem despiaia 
E qu'eu de bon cor me'n repenta; 
E si merces no m'es amia, 
Tot nion afar tem que dechaia, 

30 Que razos fort me n' espaventa, 
Qi no m'es parens ni vezina, 
Ans m'es a dan per ma faillensa, 
E vei que m'aduz desfiansa, 
Si vostra merces no • us declina 

35 Vas me e no"m fai mantenensa; 
Et eu en aiso ai fiansa. 

IV. Sol que vostra merces mi sia 
Aiudaritz, dretz no m'esmaia, 
Ni blan razon ni sa parenta. 

40 Pero mergut ai dretz m' aucia ! 
Mas vostra merces me n'estraia, 
E ia ma mort non li consenta ! 
Pos cel, cui sels et terr'aclina, 
Pres del vostre bel cors naissensa 

45 E's noiric ab vos en enfansa, 
Preiatz sa maiestat divina 
Q' aia merce e sovinensa 
Al iutiar et oblit veniansa. 



TRADUZIONE 

I. gloriosa Santa Maria, io vi prego e vi chieggo mercè che 
vi piaccia il canto che vi presento, e se già mai cantai follemente o 
feci cobbole sopra l' amore sensuale, ora voglio mirare ad altro e 



25 quieus a; leujaria con j cav. da i dal correttore in a. 26 mesfau a; ben]et 
I K a ; dreg I ; qem a. 27 qieu a. 29 qe a. 30 qe a. 31 qui K, parenz a. 32 anz a. 
33 qe a ; adutz I. 34 nom d. IKa. 36 alzo a. 

37 qe a. 38 aiudairitz a, con il secondo i inserto dal correttore; dregtz a, 
con t inserto dal correttore. 40 P. demergutz (demgtz a) sui que d. (dregz Ka) 
m. IKa. 42 non] on in a ricavato dal corr. da non. 44 naissenza in a con l'i 
inserto dal correttore; naissenssa I. 45 efanza a. 46 Prima di maiestat in a si 
leggono le seguenti parole cancellate con un frego : qamistatz ca. 47 quaia I. 48 In 
a r a di Al è stato ritoccato dal correttore del ms., il quale ha allungato in j // 
secondo i di iutiar, ha aggiunto il t ad et e ha infine mutato in j l'i di uenianza 
(sempre -za in a. Cfr. var. del v. 8). 



— 343 — 

cantare il vostro amore fino, che non voglio più lasciarmi vincere da 
altro amore. In esso non ho trovato mai gioia, ma dolore, mentre so 
che il vostro amore è medicina di tutti i mali, onde mi piace riporre 
in voi tutta la mia speranza. 

II. Chi folleggia nell'amore del senso è ferito d'una piaga mortale, 
onde è pazzo chi se ne compiace, ma colui che si perfeziona nel vostro 
amore non potrà non avere gioia e non vi sarà male sì forte eh' egli 
possa risentirne male (egli sarà al riparo d'ogni male). E poiché io 
sono punto dalla spina del mondo, vengo a voi per salvazione affinchè 
mi saniate per vostra pietà e mi facciate riporre nell'amore fino di voi 
il mio cuore e tutte le mie aspirazioni. 

Ili. Quando penso che per leggerezza ho peccato ver voi, ben è 
giusto che me ne dispiaccia e che me ne penta sinceramente. E se la 
[vostra] misericordia non mi protegge, temo che i miei pensieri, la 
mia condotta e tutto in me si avvilisca. Che i motivi di spaventarmene 
mi sono dati dallo stesso mio intelletto, il quale non mi aiuta, anzi mi 
procura danno per mia colpa, e vedo che da esso mi viene sfiducia, 
se la vostra pietà non si abbassa verso me e non mi soccorre. Ed io in 
ciò confido. 

IV. Purché la vostra misericordia mi venga in aiuto, l'argomentare 
[che mi condannerebbe] non mi spaventa e non fo' caso della ragione 
umana né temo la sua presenza. Però ho meritato che la giustizia mi 
condanni. Oh, la vostra pietà mi tolga dall'essere giudicato in siffatto 
modo e non consenta la mia morte, senza salvezza! Poiché colui, al 
quale si umiliano cielo e terra, nacque da voi e si nutrì, fanciullo, di 
voi, pregate la sua divina maestà che abbia misericordia e se ne ricordi 
al momento del giudizio universale e non voglia vendicarsi (dimentichi 
di vendicarsi). 



- 344 — 



XL 

Latrane Cigala 

1, e. 93C; K, e. 76<^; ai, p. 391. Selbach, Streitged., p. 110 (cfr. Appel, Litera- 
turblatt, Vili, 79), Crescini, Manualetto^. p. 364. 

I. Entre mon cor e me e mon saber 

Si moc tenzos, l'autra nueig qe'm dormia, 
Del faillimen don si plaignon l'aman, 
Qu'eu dizia q'en lur colp' esdeve, 
5 E mos cors diz : — Segnor, ges eu no • 1 ere, 
Anz es amors cel qui fai tot l'engan. — 
E'I senz carget las domnas de faillia, 
Et enaissi tenzonem tro al dia. 

II. Mos cors levet e dis: — E"us voil qerer, 
10 Segnor, si'us platz, perdon q'eu primers dia. 

Se cel qi fail agues lo dol e*l dan, 
Tot l'agr' amors, c'aitan mal si capta, 
Q'el destreing l'un e laiss'a l'autre'l fre 
E l'un te sors, l'autre carga d'afan, 
15 E fui als pros e "il fals n'an manentia; 
Ara iutiatz si res piegtz far poiria. — 

III. — Et eu, seignor, en dirai mo voler, 

— Zo dis mos senz, — q'eu crei qe'il failla sia 
De las domnas, car si fan pregar tan. 
20 Es es tals us qe can la domna ve 



Enlanfranc cigala I. 2 nuiz I, qm 1, qem con -m scritto dal correttore, che ha 
cancellato una sbarretta su e, in a. 3 plaignion a ; plaingnon I. 4 qeu a. 5 noi 
ricavato da uol in a. 6 qi a. 7 sens 1. 8 al con 1 corr. in a da r. 

9 cor I K; uoill 1; querer 1. 10 seingnor I; queu I. 11 falli K, fail con 1 agg. 
dal corr. in a. 13 quel I; destreing in a ricavato dal correttore da destregin; 
lautre fre a. 14 tezors a. 15 n'an] uan I, corr. uan in nan in a. 16 iutiatz rica- 
vato da uitiatz a, pogtz 1, pigtz Ka (in a ricav. da pigz). 

17 eu a, con u di eu scritto dal corr. su is cancellato; seingnor I, segnior a. 
18 queu a; qeil a, con -il sul rigo. 19 donas a. 20 Esser I, eser K, e sec a; 



— 345 — 

Qui ben la prec, ia mais no "il volra be, 
Pois prega tal qu'ela non vi pregan ; 
Mas eu tengra plus bella cortezia 
Si de cellui qi l'ames fos amia. — 

25 IV. — Senz, vos ci cor failletz, al mieu parer, 
Qe • 1 faillimenz mou totz de leuiaria 
Dels amadors, qi son fals e chamian, 
E car domnas i trobon pauc de fé 
Si fan preiar e loingnon lur merce 

30 Per conoisser lo leial del truan ; 
E quan trobon amie senz tricliaria 
Li fan amor, si com a faig la mia. — 

V. Ab tan mi fon venguda per vezer, 

So • m fon semblan, madomna qe'm dizia: 
35 — Bels douz amics, eu vos ren merce gran 

De la honor q'aves facha per me 

A las donas, e non failletz de re. 

Si • 1 drut fosson tal can vos, ia blasman 

Non s' anera negus de drudaria, 
40 Mas savis iau qe fols beu sa follia. — 

VI. — Domna, merces qar m' aves onrat tan, 
Vostre sui eu e serai a ma via, 

E'm Iau de vos, qi que ■ s plaingnia d'amia. 



TRADUZIONE 

I. Fra il mio cuore, me e la mia mente s' iniziò una tenzone l'altra 
notte, quando dormivo, intorno alle delusioni, di cui si dolgono gli 
amanti. Io affermava che ciò accade per colpa loro, e il mio cuore 
disse: — Signore, io non lo credo punto; è, invece, Amore colui che 



can a, ricavato da qam ; dona a. 21 qi a; iamail a, voirra a. 22 que non iaui 
(iam K) pregan 1 K a. 

27 chamiatz IKa. 28 trop en (en ricavato da em a), pauc ÌK a. 29 longnon I, 
loignon a. 31 qan a. 32 faz I, faigh (-1- del corr.) a. 

34 fon a con -n espunta e con ii sul rigo (fou) di mano del correttore; ma- 
dona a; que I. 36 quaues faicha I. 37 dompnas 1. 38 blasman in a è stato corretto 
su blafaian. 40 qe] e! a. 

42 sui in a aggiunto dal correttore. E così e subito dopo. 43 qes a. 



— 346 — 

ordisce tutti f,'li inganni. E la mia mente riversò sulle donne la colpa 
e cosi tenzonammo sino a giorno. 

II. Il mio cuore sorse e disse: — Io voglio chiedervi, signore, se vi 
aggrada, il permesso di parlare per primo. Se colui che commette i 
mancamenti avesse a sopportarne il dolore e il danno, l'avrebbe intera- 
mente Amore, che si conduce così male che verso l'uno si mostra 
rigoroso, mentre cede all'altro, e l'uno solleva mentre l'altro opprime 
di affanni e non si dà ai prodi, mentre i falsi ne hanno a loro dovizia. 
Giudicate ora se sia possibile far peggio. 

III. — Ed io, signore, voglio dire il mio avviso — ciò disse la 
mia mente ; — eh' io credo che la colpa sia delle donne, che si fanno 
tanto pregare. Ed è tale l'uso: che quando la donna vede che alcuno 
la prega molto, giammai non l'ama, mentre prega, a sua volta, colui 
che essa non ha mai veduto pregare, lo terrei per migliore contegno, 
da parte sua, amare colui che l'ama. 

IV. O mente, voi e il cuore fallite, a mio parere: che le delu- 
sioni vengono tutte dalla leggerezza degli amanti, che sono falsi e 
mutevoli, e come le donne vi trovano poca lealtà, così si fanno pregare 
e ritardano il loro consenso per distinguere il sincero dall'ingannatore; 
e quando trovano un amico senza frode gli corrispondono, come ha 
fatto la mia donna. 

V. Or ecco che mi si parò dinanzi agli occhi, come a me parve, 
la mia donna, che mi diceva: — Bel dolce amico, vi rendo molte grazie 
per l'onore che avete fatto per me alle donne e non avete punto sba- 
gliato. Se gli amanti fossero come voi, nessuno si lamenterebbe d'amore; 
ma il saggio gode, mentre il folle beve la sua follia. 

VI. Donna, grazie per avermi tanto onorato. Io sono vostro e tale 
sarò per la vita e mi lodo di voi, chiunque sia che si lamenti della 
propria amica. 



— 347 



XLI 
Latrane Cigala 

I, e. ga-i; K, e. 77»; a^, p. 392. Appel, Prov. Ined., p. 182. 

I. Eu non chant ges per talan de chantar; , 

Mas si chant eu, non chant, mas chantan plor, I 
Per e' aitai chan deu hom clamar chan-plor 
Car es mesclatz lo chanz ab lo plorar ; 
5 E non dig' om q' ieu aia fait faillenza 

D' aitai mesclar, car zo qu' eu die ploran 
Non poiri' om suffrir d' auzir ses chan, 
Tant es mortals la perd'eMll meschaenza. 

li. Car morta es cella qu' era ses par 
10 De pretz prezat e de valen valor, 
De cortes ditz e de faitz e d' onor, 
D' eseingnamen, d'acuillir e d' onrar, 
Na Berlenda, domna de conoissenza. 
Per cui devon plorar li pauc e "il gran, 
15 Car il era de tot fait benestan 

Cim' e raditz, flors e frutz e semenza. 

111. Mort es tot zo qu' el mon era de car, 
E zo per qe valion li meillor, 
E zo per qe chantavon chantador, 
20 E zo per que prezavon domneiar, 



Enlafràc cigala I. 

2 chantara plor {con -ara espunto e mutato in -ta a dal correttore) a. 5 di- 
gom con -m cavato da -n in a; qutu I (que App.); aia ricav. da ara in a; 
failiensa I, fallenza ricavato da faiienza a. 6 so I ; qieu a. 7 soffrir I ; chanz 1 K a. 
8 e la m. I Ka {in a /'a di la. fu espunto dal correttore). 

9 qera a. 11 cortez a; onors in a con -s cancellato. 12 enseingn. I. 13 dona in 
a con un segnino d'abbreviazione su o, di mano del correttore ; conoizenza a (co- 
so/ rigo, di mano del correttore). 14 deuom a; eili I. 15 era ricavato da em in a, 
dal correttore ; toz faiz I K, totz faitz a; benestanz I K. 16 cun era ditz a. 

17 qe! a. 18 uaiion con -i- agg. dal correttore in a; meillor corr. su melior 
in a. 19 que I; chantavo {con -o sottosegnato dal correttore) a. 20 qe a. 21 qe 



— 348 — 

E zo per que valia neis valenza 

E zo per qe estava autr 'enan : 

Plor doncs cascus qe passai son mil an 

Que mortz no fes tan gran desconoissenza. 

25 IV. Om non la vi ni non 1' auzi nomnar 
Qe non la fes sa domn' e son segnor, 
Car fazia ab gaug et ab douzor 
Los crois valer e'Is valenz afinar. 
E doncs per que no mor tota 'il proenza 

30 Ont il mori e tuit cil qe'i istan? 

C oi mais en dol et en consir viuran, 
E zo li er piegz de mort, a ma parvenza. 

V. Pero sivals hom non la pot comtar 
[Mal a] son ops, mas a nostra dolor, 

35 Car uns comtatz non 1' era pron d' onor, 
Per qe Ila voi Dieus en cel far regnar; 
E si tot sai en reman dechaenza, 
Li Saint angel ia'n portaran chantan; 
Per son profeg, si tot nos torn' a dan, 

40 No ■ s deu adur de plorar estenenza. 

Vi. Luresana, pensatz de penedenza, 
Que Dieus vos voi confondre derenan, 
E pareis ben al sobremortal dan 
C aves aut, que vostra mortz comenza. 



TRADUZIONE 

1. Io non canto punto per voglia di cantare; ma se canto, non 
canto, [a vero dire], ma piango cantando, perchè un tal canto devesi 



a; ualion IKa; neis ricavato da ueis in a. 22 antrenan a (e il primo n di 
mano del corr. su u espunto). 23 cascuns I; chascus a; que I; pasat a; anz 
IKa. 24 mort IKa; desconoizensa a. 

25 Om] Anc IKa. 26 seignor K, seingnor I. 27 gauz I. 28 Io I; crois in a 
ricavato dal corr. da erors. 29 qe a. 30 quei I, qe istan a. 31 coimais, ricavato 
da cormais, a; conzir a; uiurai I. 32 pieg I, peigz K. 

34 ma a. 35 un IKa; lera ricav. da Icra in a e pron mutato in prou in a. 
36 qeia a, quella I. 38 portaran ha, in a, /'-aran ritoccato dal correttore. 40 adur 
ricavato da odur in a. (App. ha estendenza certo per errore di stampa). 

41 Luresana in a ha l'L ritoccato dal correttore. 43 be a. 44 uostramors a. 



— 349 — 

chiamare « canta-piora » giacché il canto è mescolato col pianto. E 
nessuno dica che ho mal fatto a mescolare, così, canto e pianto, perchè 
ciò che io dico piangendo non potrebbe sopportare alcuno di udire senza 
canto, tanto la disavventura e il danno sono mortali. 

II. Che è morta colei che era senza uguale per merito e per valore, 
per il parlare cortese e per il suo operare e per la sua nobiltà, per le sue 
buone maniere, per il modo di accogliere e di onorare : donna Berlenda, 
dama di pregio, per la quale debbono piangere tutti, grandi e meschini, 
perchè era cima e radice [principio e fine] fiore, frutto e semenza di 
ogni nobile azione. 

III. È morto tutto ciò che al mondo v' era di amabile, e ciò per 
cui valevano i migliori, e ciò per cui cantavano i poeti, e ciò per cui 
era in pregio il corteggiare, e ciò per cui ancora era stimato il merito, 
e ciò per cui si faceva a gara a migliorarsi. Dunque ciascuno pianga, 
che son ben passati mille anni dacché la morte non ha commessa una 
si grande indegnità. 

IV. Nessuno la vide o l' intese nominare senza farla sua donna e 
signora, perchè riusciva con gaudio e con dolcezza a render migliori i 
cattivi e ad affinare i buoni. E, dunque, perchè mai non muore tutta la 
provincia, in cui ella morì, insieme a tutti coloro che vi abitano? Che 
ormai vivranno nel dolore e nella tristezza, e ciò sarà loro peggio della 
morte, al mio parere. 

V. Però, almeno, non si può considerare la morte come un danno 
per lei ma come un nostro dolore. Egli è che, non bastando una contea ai 
suoi meriti. Dio vuole farla regnare in cielo; e sebbene qui ne rimanga 
la perdita, gli angeli la porteranno cantando. Per suo vantaggio, benché 
torni a nostro danno, non dobbiamo astenerci dal piangere. 

VI. Lunigiana, pensate a far penitenza, perché Dio vuol confondervi 
d' ora innanzi ; e, a giudicare dal gravissimo danno che avete avuto, 
par bene che la vostra morte incominci. 



350 — 



XLII 

Latrane Cigala 

C, e. 343»; I, e. 93 'i ; K, e. 77'-; a, p. 393. Rayn., V, 245 (ediz. frammentaria); 
Mahn, Werke, III, 125. Manca e. 

I. Si mos clianz fos de ioi ni de solatz 
E mais e miels sai que grazitz seria ; 
Per qu' ieu en cor et en talant avia 
Chantar d'amor, mas er me'n sui laissatz 

5 Car mal chanta de gaug quies iratz ; 
E pero vir mon chantar en clamors, 
E*m meravil cum nuls hom ab ioi regna, 
Que lei ni fé de crestiantat tegna ; 
C auzir pot hom los critz e"ls braitz e'isplors 
10 Del sepulcre e non troba secors. 

II, Jerusalems es luecs desamparatz. 
Sabes per que? Car la patz es faillia, 
C aitan voi dir, per drech' alegoria, 
Jerusalem com vizios de patz ; 

15 Mas la guerra dels dos granz coronatz 
A cassada patz d' aqui e d' aillors, 
Ni de voler patz no fan entresegna. 
Eu non die ges en cui colpa devegna ; 



I: Enianfràc cigala; Ka: iafranc cigala; C: Lamfranco siguala. 1 ioy C; ni] 
e C. 2 mays C; mielhs sa! C; qe a. 3 queu l, qeu K. qieu a; talan C. 4 er] ieu 1 
a, uè ieu K; suy layssatz C. 5 quar C; qi a. 6 per so C. 7 cum] se I K a; nuihs C; 
renha C. 8 Que] qui IK, qi a; ley C; fé] fes C; de] ni IKa; crestiandat C; 
tenha C, regna a. 9 C auzir] Auzir C; los brays els critz C; socors K a. Per 
causa dell' ablazione di una vignetta al verso, la 2.^ sir. appare in C mutilata. Si 
leggono soltanto le seguenti parole e lettere: Jerusal (1) . . . . patz es (2) . . . . 
dir per d (3) . . . . com (4) . . . . guerra de (5) ... . A cassada (6) . . . . ÌH de 
uol . . . nha (7) . . . . yeu . . . deu (8) . . . . daquestz dos grans senhors (9) dieus 
lo meyllur o laucia d' cors (10). 11 Jherusalem a; desamparat 1 K. 12 qe a. 
13 dreich I. 15 gurra in a con -e- agg. sul rigo dal correttore. 16 daqi a; duil- 
lors a. 17 entreseingna I a. 18 deueingna a. 19 qui I; daquetz I. 20 meiullur a; 
o r aucia] ho lauera IK (ho laucia a). 



— 351 — 

Mas qi mer mal d' aqetz dos granz segnors, 
20 Dieus lo ineillor o I' aucia de cors! 

III. Granz es lo dols e niaier for' assatz 
Dels cavaliers qui son mort eii Siiria, 

Si no • Is agues Dieus pres en compaignia; 
Mas cels de sai no vei gair' encoratz 

25 De recobrar las saintas lieretatz. 
Ai, cavallier, aves de mort paors ! 
Eu crei si • 1 Ture fugisson de la 'nsegna, 
fosson tan com li corp de Sardegna, 
Q' il troberan a prò de cassadors ; 

30 Mas qui no's mou a pauc d' envazidors. 

IV. Si"l Reis frances non fos aconseillatz 
D' aquest socors, meravilla n' auria, 
Tant l'a donat Dieus rica seignoria; 
Mas si • 1 deu far, fassaM socors vivatz, 

35 Car perdutz es lo dos q' es trop tarzatz. 
E"l Reis engles aia cor de 1' acors 
E del valen Rei Richart li sovegna, 
E pas la mar ab poder e no • s feingna, 
Car hom conois los amics feingnedors 

40 E los verais a las cochas maiors. 

V. Dels Alamanz, s' eu fos lur amiratz, 
Tot passera la lor cavalaria ; 

Ni • Is Espaignols ges non escuzaria. 
Si tot an pretz ves Sarrazis malvatz, 
45 Qar per aquels non fon ges derrocatz 

Lo Sepulchres on Dieus iac e'n ressors. 



21-30 mancano in C. 22 caualliers I -lers K; qi a; furia corr. />? suria ma. 
23 compaingnia I. 25 heretas I. 26 caualliers I. 27 turcs IKa; lanseingna I. 
28 cerp I K, corf in a con f agg. nel rigo dal correttore; sardeingna I. 29 Quii, 
con -I agg. sul rigo dallo stesso amanuense, I. 30 qi noz a. 

31 aconsseillatz K, acosselhatz C. 32 aqest a; secors gran merauillauria C; 
merauilia a. 33 li a a; seingnoria I, segnioria a; pus dieus la dat tan rica ma- 
nentia C. 34 E sii C; secors C. 35 ques I; Quar trop ual meyns dos quant es 
trop tarzatz C. 36 reys C, rei I. 37 soueingna I, souenha C. 38 E] Que C; paz Ka; 
fenha C, fegna a. 39 amicx C; fegnedors a. 40 coytas C. 

41 alem. I, -ntz a, -nsC; amiatz I K, amistatz a. 42 la lur C; ab lor IKa; 
-allairia C. 43 EIs esp. C; espaingnols I, espagniols a; encuzaria C. 44 an pres 
de IKa. 45 pero per elhs C. gen a. 46 In a ressors ha l'x- esp. e un t soprascritto. 



— 352 — 

Bcm meravil com hom de crotz si seigna 
Pos non a cor negus que la manteigna, 
E'm meravil don nais tanta errors, 
50 C om non decern ias antas dais honors. 

VI. Coms Proensals, tost fora deliuratz 
Lo Sepulcres si vostra manentia 

Poges tan aut com lo pretz qui vos guia, 
Car amatz Dieu e bonas genz onratz 

55 E ses biais en totz afars reignatz 
E per vos es anqer viva valors ; 
Mas del passar non ai cor que'us destregna, 
C obs es qe sai vostra valors prò tegna 
A la gleiza d' aitals guerreiadors. 

60 Ja de lai mar non queiratz Turcs peiors! 

VII. Apostoli, eu crei qe si conveigna 

Que fassatz patz o guerra qui prò teigna, 
Car si totz temps anatz per l'uzat cors, 
Per vos non er lo sainz Sepulcres sors, 

65 Vili. Emperaire, del secors vos soveigna 

Car Dieus lo'us qier, per cui chascuns reis reigna, 
E fassatz patz de sai e lai socors, 
Car ben pot mortz sobrels emperadors. 



In C: on dieus fon a recors. 47 Ben 1 K a ; meravelh C ; per qiihom C ; eros I K a ; 
seingna I, segna a. 48 pus C; negus] nulhs hom C; manteingna 1 K, -enha C. 
49 meravelh C; nais ricav. da mais in a; tant grans errors C. 50 Quhom C, 
com non ricavato in a da con nom; decern] conoys C; deis senhors C. (//z 
a, antas ricavato da autas e com non decern da con nom decen). 

51-60 mancano in C. 53 pogues l K; cun in a corr. in cum; qi a; nos IK. 
In a avevasi nos; poi /'n fu mutata in u dal correttore. 54 dieus l K; bona genz 
a. 55 reingnatz l, regnatz a. 56 anqer tia in a /'a corr. su e, anquer I. 57 
qeus K; destreingna I K. 58 que 1; tegna] deingna I K. 59 gurreiadors a. 60 In 
a l'i di lai fu sottosegnato dal correttore del ms. ; qeiratz K. 

61 coueingna I, couegna a; yeu ere ben quey couenha C. 62qia; teingna 
I, tegna a. 63 E si tos t. uza p. lu. e. C; car si totz temps anatz per laissat 
(laissatz I) cors \Kz{in a laissat ricavato da laissar). 64 es a; los a; saintz 
a; iamais per nos nuer lo sepulcre s. C. 

65 socors K a; soueingna l, souegna a. 66 ea l; los I K; lo vos C; quier IC; 
per cui] qui per C; quascus C; reys renhaC; reingna I, regna a (reis regna 
cavato da retegna dal corr. in a). 67 E fai perdon 1 Ka; say C; secors 1. 68 sobrels 
ricavato dal corr. da sobtels a. 



— 353 — 



TRADUZIONE 

I. Se il mio canto fosse allegro e gioioso, so che meglio e più sa- 
rebbe gradito; ond'io aveva intenzione di cantar d'amore, ma ora me 
ne sono distolto perchè mal può ispirare il suo canto alla gioia chi 
è afflitto. Epperò muto il mio canto in lamentazioni e mi maraviglio che 
alcuno, il quale appartenga per religione e fede alla cristianità, possa 
essere gioioso, che ognuno può udire i pianti, i lamenti e le invoca- 
zioni a proposito del Sepolcro, ma non trova aiuto. 

II. Gerusalemme è luogo abbandonato. E sapete perchè? Perchè la 
pace vi manca, mentre Gerusalemme significa, secondo la vera allegoria, 
« visione di pace » ; ma la guerra dei due gran coronati ha cacciata la 
tranquillità di là e d' altrove, ed essi non danno indizio di voler la pace. 
Io non dico a quale dei due spetti la colpa; ma Dio voglia inspirare 
migliori intenzioni o dare subito la morte a quello, di questi due grandi 
signori, che è colpevole. 

III. Grande è il duolo per i cavalieri che sono morti in Soria e anche 
maggiore sarebbe se non sapessimo che ora sono presso Dio ; ma io non 
vedo che questi altri cavalieri siano fatti ardimentosi a conquistare le 
sante eredità. Ah, cavalieri, avete paura di morte? Se i Turchi fuggissero 
l'insegna di Cristo, fossero pur tanti quanti i corvi in Sardegna, allora 
credo che troverebbero molti inseguitori ; ma, invece, non si muovono, 
e bisogna convenire che chi non si muove mostra di avere nel proprio 
paese ben pochi invasori. 

IV. Se il re di Francia non fosse convinto della necessità di questo 
soccorso, ne sarei maravigliato, avendo egli ottenuto da Dio una così 
grande signoria; ma se deve 'darlo, lo dia presto, questo soccorso, 
perchè il dono non consegue effetto quando è troppo ritardato. Anche 
il re inglese abbia a cuore questo aiuto e si ricordi del valente re Ric- 
cardo e passi il mare con forze armate e non s' infinga, perchè gli amici 
falsi e i veri si conoscono nelle maggiori disavventure. 

V. Passerebbe interamente in Terra Santa la cavalleria degli Alamanni, 
s' io fossi alla loro testa, e non scuserei punto gli Spagnuoli, sebbene 
essi abbiano, in confronto coi malvagi Saraceni, il pregio di non aver 
punto diroccato il sepolcro, dove Dio giacque e ne risorse. Ben mi mara- 
viglio che ci si faccia il segno della croce, quando nessuno ha 1' animo di 
proteggerla, questa croce, e mi sorprende donde mai nasca tanta cecità, 
che non si distinguono le onte dagli onori. 

VI. Conte Provenzale, subito sarebbe liberato il sepolcro se i vostri 
mezzi corrispondessero all' alto pregio, che inspira i vostri atti, poiché 
amate Dio e onorate i buoni e vi conducete in ogni cosa secondo il 

23 



- 354 — 

diritto e grazie a voi è ancor vivo il valore; ma non ho cuore di troppo 
sollecitarvi a mettervi in vìa^^ìo, perchè è necessario che al di qua del 
mare la chiesa sia difesa, grazie al vostro valore, contro i suoi j^uerreg- 
giatori. Non si trovano Turchi, al di là del mare, che siano peggiori 
[dei nemici di qui]. 

VII. O pontefice, io credo utile che facciate pace o guerra, la quale 
sia di profitto, perchè se continuate sempre a battere la stessa strada, il 
santo sepolcro non sarà risollevato per voi. 

Vili. Imperatore, sovvenitevi di dare soccorso, perchè Dio, grazie 
al quale ogni re regna, lo domanda e fate pace di qua e date aiuto di 
là, giacché [ricordatevelo] la morte e più potente degli imperatori. 



355 



XLIII 
Latrane Cigala 

I, e. 84'"; K, e. 77C; a^, p. 395. Pam. Occ, 159; Mahn, Werke, III, 128. 

I. Qan vei far bon fag plazentier, 
Mi platz far chantaret plazen, 
Non ies de las chiflas del ven, 
Car ieii no voill tan vii mestier 
5 Q' en faitz menutz mos sabers si dechaia ; 
Mas lo[s] cabals es razos q'ie'n retraia, 
Sivais per dir als avols zo qe'il pes 
E per plazer dels gais e dels cortes, 
E per onrar cels qui fan faigz onratz, 
10 Quar qui ben fai taing qe * n sia lauzatz. 

II. Per qe*m platz dir laus vertadier 
Chantan de tot home valen ; 
Pero no ■ m cai gaire soven 
D' aitai chant aver consir[i]er, 
15 Tan trob'om paucs de cels cui valors plaia; 
Mas d'aquels paucs non es razos q'om taia 
Sos onratz faitz, per q' ieu non tairei ges 
Zo qes a fag 1' onratz reis dels Frances, 
Car s' es primers per far socors crozatz 
20 Al Saint regne on Dieus fo mortz e natz. 

111. Lau e pres e honor en mier 
Lo reis del bon comenzamen, 
Pero dels meillors si n' aten 
Q' om li farà lau plus entier. 



Enianfranc cigala I. 1 Quan I. 2 plaz K. 3 dal I K a. 4 eu K; uoill I; tan] 
tal. I. 5 Quen I. 6 qn I. 7 auolz a; quei! I. 9 qi a; faitz I. 10 qar qi a; lauzaz I. 

11 que I. 15 cui] au a. 16 quom I. 17 qu I, gos I ; tairei in a scritto dal corr. 
su iaitet espnnio. 18 ques a faig I, faitz reis I, (faitz espunto). 19 secors I. 20 
fu I, fon K. 

21 enuer I, ennuer K. 22 loi reis K, comencamen I. 23 meillors in a con -e- 



— 356 — 

25 Doncs zo e' a gent comenzat a cap traia, 
Car en la fin chant' om. lauzor veraia, 
E pas de cors la mar, qe granz ops es, 
Que de lai son Crestian mort e pres 
E'i sepulcres fendiitz e derocatz, 

30 On Dieus paiizet can fon de crotz levatz. 

IV. E sai son Cristian giierrier 
Entr' eis et aqo mortalmen, 
E non an do! ni marrimen 

D' est' ainta ni d'est encombrier; 
35 Pero si sai la guerra no s' apaia, 

Cristiantatz grieu sera qe non chaia. 

Sabes per que? Car el mon non es res 

Miels puesc' aucir autrui con el nietes. 

Pero, si chai, dir puesc eu qe"m desplatz... 
40 Mas non puesc mais, car poders no"m n'es datz. 

V. Eu non teing ies per cavalier 
Qui non socor de bon talen 
O de son poder franchamen 
Dieu, pos el n' a tan gran mestier. 

45 Lo rei frances lau qui par que cor n' aia, 
E los malvatz baros, cui qe desplaia, 
Repren q' a Dieu faillon zo q' an promes ; 
Mas ies per noni no • Is voil aver repres ; 
Qar s' ieu degues blasmar totz los malvatz, 

50 Tart finera lo chantaretz q' eu fatz. 

VI. Hom demanda tot iorn e qier 
A Dieu consci! e garimen 
Et el voluntiers nos enten, 



ritoccato. 25 so I; comengat I. 26 chanton I. 28 qe a. 29 sepulchresa; fondutz IK; 
detocatz in a, con t espunto e r soprascritto dal correttore. 

31 crest. I. 32 mortalamen a, con il secondo a cancellato. 34 anta 1, aiuta a; 
emcombrier a. 35 sapia a. 36 Crest. I; greu I. 37 qe a. 38 puosc I. In I un 
lettore disattento può facilmente leggere, anziché aucir, auerr, ma presto ci si 
avvede che il primo r è stato ritoccato in modo da averne un i e che invece di e 
// cod. presenta un e (aucir K a). 39 si (esp.) si i; puosc I {come anche ai vv. 38, 
40); que I; desplatz a, corr. da desperatz. 40 puosc I, nomes (m cavato da n 
dal correttQ'-e) a. 

41 nom I; cauallier I; caualer a. 42 qi a. 43 francamen I. 44 Dieus IKa. 
45 qe a. 47 qua 1, falion a. 48 uoill I. 49 Quar !. 50 chantares a; qu 1; faiz a. 



— 357 — 

Mas ara, cant el nos requier, 
55 Non es auzitz, de qe mos cois s' esmaia. 

Malvatz baron, ciiidatz e' aisso s' eschaia 

Qiie Dieus vos vaili' e vos non l'aiudes? 

Ja sabetz vos q'en crotz fon per vos mes? 

No • US sai plus dir, mas s'ara no'us crozatz, 
60 Pos pretz perdretz, qe la vida perdatz! 

VII. Si no 'US valetz, Seignor Deu, vos metes, 
Dels crois barons socors non esperes. 
Pero si mortz pren los baros malvatz, 
Socors n' auretz, car pois regnara patz. 



TRADUZIONE 

I. Quando vedo compiere un bell'atto gradito, mi giova fare un pic- 
colo e piacevole canto, ma non già mi piace farlo sui fischi del vento, 
perch' io non voglio abbassarmi a cantare minuti argomentini ; ma invece 
è giusto eh' io ritragga fatti importanti, almeno per dire ai cattivi cose 
sgradevoli e per piacere dei cortesi e dei gai, e altresì per onorare co- 
loro che fanno azioni degne, poiché è conveniente che chi fa bene ne 
sia lodato. 

II. Onde a me piace dir lode veritiera, cantando di ogni uomo 
valente ; ma non occorre eh' io mi preoccupi spesso di fare un tal canto, 
tanto pochi si trovano a cui piaccia il valore ; ma non è giusto tacere le 
degne azioni di questi pochi; ond' io non tacerò punto ciò che ha fatto 
l'onorato re dei Francesi, poiché si é per primo crociato per portare 
soccorso alla santa terra, dove Dio fu morto e nacque. 

III. Lode e pregio e onore merita il Re per aver bene principiato e 
mi aspetto che da parte dei migliori gli sarà fatta lode più grande. Con- 
duca egli dunque a termine ciò che ha ben cominciato poiché la vera 
lode si fa in fine, e passi presto il mare, che ve ne é gran bisogno, 
giacché colà i Cristiani sono uccisi e fatti prigionieri ed è guastato e 
diroccato il Sepolcro in cui Dio posò quando fu tolto di croce. 

IV. E al di qua del mare si hanno Cristiani in guerra fra loro, e in 
guerra mortale, e non hanno dolore né tristezza di quest'onta e di questa 
vergogna. Epperò, se di qua la guerra non si acqueta, sarà difficile che 



51 quer I. 52 cosseii a, conseiii I ; garrimen 1. 54 reqier a. 57 qe a ; uaillas v. a ; 
uaiihe u, K. 58 sabes I. 60 uida ricavato da iuda a; perdretz] perdetz a. 

61 seingnor I; meteis IKa. 62 secors I; esperez I, -etz K a. 63 barons 1. 
64 secors I ; aurez I. 



— 358 — 

la Cristianità non cada. Sapete perchè? Perchè al mondo non vi è per- 
sona che possa nuocere meglio di se stessa. Dunque, se la Cristianità 
decade, posso dire che mi spiace... Ma non posso, perchè non me ne 
è dato potere. 

V. Io non considero punto cavaliere chi non viene in soccorso di 
Dio, francamente, con buon animo e con le sue forze, dal momento che 
Dio n' ha gran bisogno. Lodo il Re francese che pare ne abbia 1' inten- 
zione e riprendo i malvagi baroni (senza occuparmi se ciò spiaccia a 
qualcuno), i quali non mantengono a Dio le loro promesse. Li riprendo, 
ma non uno per uno nominandoli, perchè s' io dovessi biasimare tutti 
i malvagi, finirebbe tardi il piccolo canto, che faccio. 

VL Si domanda sempre e si chiede a Dio consiglio e aiuto ed egli 
ci ascolta volentieri ; ma ora, quando egli chiede qualcosa a noi, non 
è ascoltato, della qual cosa io sono turbato. Malvagi baroni, credete 
voi che sia conveniente ciò: che Dio vi aiuti e che voi non l'aiutate? 
Sapete voi che fu messo in croce per voi ? Non so dire di più ; ma se 
ora non vi crociate, dal momento che perderete ogni merito, vi auguro 
che perdiate la vita ! 

VH. Se non vi aiutate. Signor Dio, da voi stesso, non sperate soc- 
corso dai malvagi baroni. Però, se la morte si prende i baroni cattivi, 
ne avrete aiuto, perchè di poi regnerà la pace. 



— 359 



XLIV 

Latrane Cìgala 

I. e. 94'; K, e. TS'"^ ; ai, p. 398 (in questi tre mss. mancano la str. IV e la 
-^ tornada . II); U, e. 134'- {Arch. f. d. St. d. n. Spr., XXXV, 456); T, 
e. 88» (anon.; soltanto i vv. 1, 3, 10-13, 15-16); F, 53* (Stengel, Prov. 
Blumcnlese der Chigiana, 51 ; ms. contenente la sola str. 1). Crescini, 
AJfl/7.-, 366. 

I. Estier iiion grat mi fan dir vilanatge 
Li faillimen vironat de follia 
D'un flac Marques, e sai qu'eu faz follatge 
C ab escien faill per autrui faillia ; 
5 Mas una res m' escusa, so enten, 
Qe se fossen cellat li faillimen, 
la de faillir non agr' om espaven, 
E qi fa mal ben pot soffrir e' om dia. 

IL Per q' ieu dirai d'un fol nega-barnatge 
10 Sotera-pretz e destrui-cortezia, 

Qu' om ditz q' es natz de Monferrat linatge, 

Mas non pareis a 1' obra q' aisi sia; 

Anz crei q' el fon fils o fraire de ven, 

Tan cambia leu son cor e son talen. 
15 En Bonifais es clamatz falsamen, 

Car anc bon f.aig non fes far a sa via. 



Enianfranc cigala I. 

1 fai 1 U, uen T (-age, ecc. I, ma -atge 3, 11, 17, 19, 35, -agie T). 2 Ics 
faillimenz 1 K a. 3 tlac] flanc U, frane T, croi IKa; marqes a, marces T, qeu 
a; faz] die F; mas sai que fas follia T. 4 Qa U, qatz F; fail K, fail a, con -ì 
aggiunta; lautrui F; follia I KaU. 5 mezcusa a. 6 Qar U; celat a. 7 del U; fallir 
a, faillit K; agron I K a F. 8 qui a; mal fa U ; pot (dei U) ben F. 

9 queu 1. 10 sosterà Ka; sotterra pres T; cortezia] baronage T, 11 Quei, 
qè K, qem a, qe T ; dis T; q' es natz] que trais T U; monferratz 1; moferatT; 
lignagie T. 12 parec IKa; mais il non par T; a] ab a; obra ricavato da ora in a; 
elonbra T; calsi T. 13 q' el] qe T; fon so fils I; filz a; enans par fil efraire de 
uen T. 14 Qan de bon faiz un iorn non ac talen U. 15 En] et T; bonifatq T; 
alamatQ T. 16 car ricavato da can in a; faitg T; fes] sap U; non fes el en 



— 360 — 

111. Son sagrameli sai eii qu' el mis en gatge 
Als Milanes et a lur compaignia, 
E"n pres deniers per aunir son paratge 
20 E vendet lur la fé q' el non avia ; 
Pero de fé d' eretge no'l repren, 
Q' el iura leu e fall son sagramen ; 
E s' el a n' Atz volgues rendre I' argen, 
Del sagramen crei q' om lo quitaria. 

25 IV. Tant es avols e de menut coratge 

Q' anc iorn no • 1 plac prez de cavalaria, 
Per q' a perdut prò de son lieritatge, 
Q' anc non reqeis per ardiment un dia ; 
Mas qar a fag dos traimenz tan gen, 

30 A son seingnor antan primierainen, 
Pois a Milan, a cui frais convinen, 
El cui' a obs cobrar sa manentia. 

V. Se • il fos segner, ia no ■ m feir' homenatge 
Adrechainen, car sai qe ' 1 no • m tenria, 

35 Ni • m baisera mais de boch' el visatge, 
Car autra vetz la'm baiset a Pavia, 
Pois en baiset lo papa eissamen ; 
Donc pois aisi tota sa fé desmen, 
S' ab me ia mais fezes piai ni coven. 

40 Si no • m baises el cui, ren no • 1 creiria. 

Vii. Ai, Monferrat, plagnes lo flac dolen, 
Qar aunis vos e tota vostra gen. 



sauida T. In T seguono poi questi altri due versi: euan disen borgogno et lon- 
bart . cel fon filtc aun mal bastartg. 

17 qel a. 18 al U; compaingnia I, compagnia a; 19 em U; aunir m a corr. 
da amur. 20 sa U; quel I. 21 deretges K, de reges I, der {con r ritoccato) et 
ges a; non U. 22 quel 1; uira in a con ui- su iu- espunti di mano del correttore ; 
leu] ben U; faill 1. 23 mas pero sii volgues render U; annatz IKa {in a le 
parole e sei annatz u. r. larg. del s. sono aggiunte di mano del correttore del 
ms., argent IKa. 24 lo sagramen hom li perdoneria U. 

29 faz U; traimez U. 30 antan] atan U. 32 E U; tota sa U. 

33 Seu U; seingner 1, seingnor U; no 1 K, non aU; homatge in a, con 
en sul rigo, fra m e a. 34 Ab dreigamen U ; quel 1 ; qe noi U. 35 Ni de boca 
non baiser en luisage U. 36 nez a; lan 1, lom U. 37 em U. 38 Et enaisi I; 
et enaisci Ka {in a, -ci agg. dal corr.). 39 ab, in a ricavato da ap ; me] lui U; 
lamai 1 Ka; piai] paz U; con u. U. 40 non U ( nom a, con m del corr. che ha 
cancellato una sbarretta su o; el cui] en cui U, escur I K; oscur a; rem noil U. 

41 plagues I K {in a si ha plagues con l'u sottosegnato dal correttore), pian- 



— 361 — 

C aissi fenis i' onratz pres veramen, 
Qe Monferratz per tot lo mon avia. 

45 VII. Hauiiit Marqes, al diabol vos ren, 
Q' a tal vasai taing aitals segiioria. 



TRADUZIONE 

I. Contro mia voglia, gli errori pazzeschi d' un fiacco Marchese mi 
inducono a comportarmi villanamente, e so che faccio follia perchè con 
piena coscienza erro io medesimo, così comportandomi, per ragione dei 
mancamenti altrui ; ma una cosa mi giustifica, a mio avviso, ed è che 
se rimanessero nascosti i mancamenti, nessuno avrebbe paura a sba- 
gliare. Ora, chi fa male, ben può sopportare che altri parli. 

II. Ond' io parlerò di un folle diniegatore della nobiltà, sotterratore 
del merito, distruttore della cortesia, che si dice sia uscito dalla casa 
di Monferrato, ma non pare, a giudicare dalle opere, che ciò sia vero ; 
anzi io lo credo figlio o fratello del vento, tanto facilmente cambia 
d' intenzioni e di voglie. È chiamato falsamente « Signor Bonifacio », 
perchè per un buon fatto non si adoprò mai in vita sua. 

III. So che mise in pegno il suo giuramento presso i Milanesi e i 
loro compagni e prese danari per svergognare la sua nobiltà e vendette 
loro la fede che non aveva. Tuttavia, è vano eh' io lo riprenda quanto 
alla sua fede, la quale è fede di eretico, che egli giura facilmente e non 
mantiene il suo giuramento ; e s' egli al signor Azzo volesse rendere 
il danaro, credo che Io si considerebbe sciolto del suo giuramento. 

IV. Tanto è vile e di meschino animo, che mai non gli piacque 
onore di cavalleria, sicché ha perduto gran parte della sua eredità che 
giammai ebbe il coraggio di pretendere ; ma egli pensa di ricuperare, 
al momento opportuno, le sue ricchezze per aver fatto due tradimenti 
con tutta disinvoltura: l'uno primamente verso il suo signore l'anno 
scorso; l'altro a Milano, con cui ruppe i patti. 

V. Se io gli fossi signore [se fossi, cioè, nei panni dell' impera- 



gues U; flanc U. 42 QaLiiiit iios a U. 43 Qaisi pren fin lonraz prez U ; fenis 
ricavato dal corr. da ferm in a. 44 monferras a; qen mon ferrat U; mond U. 

45-46 Soltanto in U. 45 diabole U. 46 Qital U; aitai U. 

[ Non sarà inutile riprodurre qui, nel loro insieme, i versi di questo componi- 
mento che compaiono in T: Estier mon grat miuen dir uiianagie . diin frane 
marces mas sai que fas follia . sotterra pres edestriii baronage . qe dis qe 
trais demoferat lignagie . mais il non par eionbra caisi sia . enans par fil efraire 
deuen . et bonifatc es clamatq falsamen . car anc bon faitq non fes e! cn sa 
uida . euan disen borgogno et lonbart . ce! fon filt^ aun mal bastarti). 



— 362 — 

tore], già non permetterei che mi facesse omaggio, perchè so che non 
me io manterrebbe ne vorrei che mi baciasse mai in viso sulla bocca, 
che altra volta dopo avermela baciata a Pavia, baciò poi istessamente 
il papa. Dunque, giacché così smentisce tutta la sua fede, se avesse 
mai da fare con me, non gli crederei che a patto che mi baciasse 
il culo. 

VI. Ahi, Monferrato, piangete questo povero fiacco, perchè egli 
disonora voi e tutta la vostra gente, in modo che così finisce veramente 
r onorato pregio, che il Monferrato aveva per tutto il mondo. 

VII. Svergognato Marchese, vi mando al diavolo, che a un vas- 
sallo come voi conviene un tale signore. 



363 



XLV 
Latrane Cigala 

I, e. 85-^; K, e. 78C; a, p. 399; Mahn, Gal., 715 (1). 

I. Quant eii boii luec fai flors bona semenza 
Segon razon bons frugz en deu eissir ; 
Per que mos cors, qu'amors a faig fiorir 
De fior de ioi, tramet frug de plazenza 

5 Als finz amanz, chanzonet' avinen, 

Qui nais d'amor e creis de benvolenza ; 
Que ges estiers chanzon ni ren plazen 
Noni pot hom far, si d'amor non comenza. 

II. Ja fo tals temps q'ieu avia crezenza 
10 Coni si pogues d'amor ab sen cobrir, 

Mas ar no • 1 crei, anz sai, senes faillir, 
Que s' amors pren en leial cor naissenza 
Broilan vai tan chascun iorn e creissen 
Que pren lo cor e'I gieng e l'entendenza, 
15 Ni cap en cors ni neis en pensanien, 

Que* plus que fons regorga sa creissenza. 

III. Per mi o sai, q'ieu no vail en scienza; 
Que se tot ieu non ai sobras d'albir, 
Alques n' ai eu ; mas car ani senz mentir, 

20 Non puesc celar qu'eu non fassa parvenza 
D'amoros ioi e per zo chant soven, 
Que maintas genz tenon a non-sabenza; 



Enlanfranc cigalla I. 1 Qant a, bona a, con -a ricavato dal corr. da -o. 2 
bons frug I, bon frugz a; ein I; issir a. 3 qe a ; qamor a. 5 amans I, aimanz 
K a; -en I K a. 6 qi a; nais a. cav. dal corr. da mais. 7 ten I K, ren a, da ten. 

9 queu I. crezenza a, cav. dal corr. da creanza. 10 poges I. 12 qe I. 
13 etreissen a, cav. dal corr. da cor eissen. 14 qe a; gien 1, gienz K. 15 pen- 
zamen a. 16 qe a; regorga a, con il secondo r scritto sul rigo dal correttore. 

17 queu I; uaiii I; scienza a, cav. dal corr. da saenza. 18 se tot ieu I K. 



— 364 — 

Mas me non cai de lur van tenimen, 

Qu'eii non quier mais, pos a midonz aj^cnza. 

25 IV. L'amoros ris e* Il j^aia captenenza 
E'I bais, qe'm tei ale^rar e languir, 
Vos an liurat tot mon cor per servir 
E vos l'avetz, domn',en vostra tenenza. 
Mas qe sera del rie ioi q' eu aten ? 

30 Aurai l'eu ia ? Hoc, sol nierces vos venza ; 
Qu'eii sai que dreitz tan rie ioi non consen, 
Tan sobreval vostra valors valenza. 

V. Plazenz donina, aiatz en sovinenza, 
Can vos baizei, de l'amoros sospir 

35 Qe ■ m vene dal cor e ■ m cuiet far fenir, 
Mas be • m garic adone vostra guirenza 
Car m'apelletz * douz amie! » douzamen 
E me dissetz q'ieu non agues temenza; 
Aissi ac prò conort de iauzimen, 

40 Ab e' om pogues hostar longu'atendenza. 

VI. Ja non dig' boni q'ieu fassa faillimen 
S'ieu chan d'amor ni faz d'amor parvenza, 
Qu' aissi chantan sai la celadamen 

Cubrir, don nais mos iois ni m' entendenza. 



TRADUZIONE 

I. Quando buona semenza fa fiore in buon terreno, secondo ragione 
ne deve uscire buon frutto ; così è che il mio cuore, che amore ha fatto 
fiorire di gioia, dà ai fini amatori un frutto gradito : e cioè una piace- 
vole canzonetta, che trae la sua origine da amore ed è nutrita di bontà; 



19 alqes a; leu a. 20 pose 1; qieu a. 22 qe a. 23 uan a, con -n del correttore; 
mantenemen I. 24 qieu a; qier a, corr. dal correttore su car. 

26 eill bas 1; quem I; fai I. 28-29 Da tenenza sino a aten le parole sono 
in a di mano del correttore. 29 que I. 30 l'eu] lou (o ritoccato) I. In a aurai è 
stato cavato dal corr. da auan; ia corr. in ja in a. 

33 domna a, con m scritto sul rigo dal correttore ; aiatz ricavato da iriatz in a. 
34 baisei a. 35 quem I. 36 beni] ben 1. 37 appelletz a (-ez I). 38 disez I; 
queu 1. 40 ostar a. In a /'u di longu è scritto sul rigo. 

41 digohm a, digom queu I. 42 chant a. 44 ni ricavato da m, a. 



- 365 — 

che, per vero, non si può fare canzone o altra cosa aggradevole, se 
non ha radice in amore. 

II. Vi fu un tempo, nel quale io credevo che col senno ci si potesse 
difendere da amore, ma ora noi penso più ; per contro, so, senza errare, 
che se amore prende nascimento in cuor leale, esso fiorisce e cresce 
tanto ognora, che occupa il cuore, l'intelletto e il senno e non è con- 
tenuto ne nel cuore ne nell'intelletto, poiché crescendo straripa piìi che 
fontana. 

IH. E ciò io so per mia prova personale, perchè in fatto di sapere 
acquisito per le prove altrui non valgo nulla ; e sebbene io non abbia 
un'intelligenza superiore, ne ho abbastanza [per poter trarre le con- 
clusioni da questa mia prova]. Pel fatto stesso che amo con sincerità, 
non posso nascondere la gioia, e canto sovente per ragioni che molti 
non tengono in conto; ma a me non importa nulla della loro vana opi- 
nione, perchè non chieggo di più, dal momento che la mia donna ne è 
contenta. 

IV. L'amoroso sorriso e il gaio contegno e il bacio, che mi rese 
felice insieme e languente, vi hanno dato tutto il mio cuore come servo 
e voi l'avete, o donna, in vostro potere. E che cosa accadrà della 
grande gioia che aspetto? L'avrò io mai? Sì, a patto che vi lasciate 
vincere dalla pietà, perchè so bene che, essendo grandi, oltre ogni valore, 
le vostre qualità, io non potrei avere, secondo giustizia, da voi una si 
gran gioia. 

V. Piacente donna, ricordatevi, quando vi baciai, dell'amoroso 
sospiro che mi venne dal cuore e parve mi facesse morire; ma ben mi 
rinfrancaste allora con la vostra assistenza, che mi chiamaste « dolce 
amico » dolcemente e mi diceste di non aver timore; onde venne [a me] 
molto incoraggiamento a sperare in una gioia futura, dato però che possa 
esser tolto il dolore di una lunga attesa. 

VI. Non si dica già ch'io sbaglio se canto d'amore e mostro sem- 
bianze d'amore; perchè cantando so velarlo, quest'amore, donde nasce 
la mia gioia e il mio desiderio. 



— 366 



XLVI 

Latrane Cigala 

I, e. 95^^; K, e. 78'-; a, p. 400. Mahn, Gcd., 714 (I); Bertoni, Studi mediev., 
Il, 415. 

I. Pensius de cor e marritz 
Cobleiaré, car mi platz, 

E non voil esser blasmatz 

Si mos clianz non es grazitz 
5 Tant qom s' ieii era alegranz, 

Cane iocs ni solatz ni chanz 
Ses aiegrer non agron lur saizon, 
Mas chantar voill, vailla mos chanz o non. 

II. Pero s'ieu tot sui marritz, 
10 Qan eu sui prò apensatz 

Meravillas vei assatz, 
Mas d'una'm sui esbaitz, 
Don sui trop meravillanz 
Car passa totas las granz, 
15 Coissi pot far mesfag ni faillizon 

Hom qui de mort non cuid'aver perdon. 

III. Mas chascus, don sui marritz, 
Stai de mort asseguratz, 

E sap que non er mudatz 
20 Que chascuns er sepellitz. 

Mas qui non laissa'ls enianz 
Sembla qe"n sia doptanz, 



Rubr. Enlanfranc cigala 1. 

2 cobleiaire IKa. 3 uoil in a con 1 scritto sul rigo, uoill 1. 5 sieu in a 
ricavato da siu dal correttore. 1 non con -n aggiunta dal correttore. 8 no I K a. 

13 fui a; trop a, con -p aggiunto dal correttore; -ans a. 15 mesfaig 1; fal- 
lizon a. 16 qi a; cud a; perdo IKa. 

19 qe a. 20 qe a; sepelitz a. 22 quen I, qen ricavato da qeu, a. 23 sa 
manca I; basto IKa. 24 crei IKa; pio IKa. 



— 367 — 

Car qui tailla de sa niort lo bastoii 
Non ere morir o sabers no "ili ten pron. 

25 IV. Mas de mi sui plus marritz, 

Meravillos et iratz, 
Car zo q'eu plus repren fatz 
Vas Dieu qui mortz e traitz 
Fon per nos gardar dels danz 
30 E dels efernals afanz ; 

Mas s'ai faillit, eu lì prec que * m perdon 
E farai li chantan confession. 

V. Q'eu ai faig, don sui marritz, 
Los set criminals peccatz, 

35 De que m'enoi'e'm desplatz, 

E dels faillimenz petitz 
Tanz q' leu no • n sui remembranz ; 
Per q'ie'us adi sopleianz, 
Dieus, qui en crotz perdonest a un lairon, 

40 Qe • m perdonetz e no'i gardetz razon. 

VI. Pero non sui tant marritz 
Q'eu sia desesperatz, 

Quar ai vist dels plus nafratz 

Per vostra merce gueritz ; 
45 Per qu'e'us reqier merceianz, 

Qar dreitz voi mos dezenanz ; 
E doncs merces m'aiut, q'ieu la somon, 
E dreg soan qu'a mon ops no ■ I teing bon. 

VII. Maire de Dieu, totz mos anz 
50 Mi faitz far vostres comanz, 

Q' aissi serai certz de salvation, 

Per q'ie'us en prec con cel que vostr' om son. 



26 iraz 1. 27 que eu I, qe eu K a. 28 dieus qi a. 30 enfernals affanz I. 
31 sai in a ricavalo da fai. 32 confessio I K. 

33 Queu I, Qe eu a; fag a. 34 pecchatz Ka. 35 qe a; menoi in a ricavato 
da menor. 36 faliimenz a. 37 queu 1. 38 queus 1. 39 qi a ; perdenest a ; lairo K a, 
laron I ; razo I K a. 

42 qieu a. 43 quar I; naufraitz K, naufratz a. 45 requier I. 46 dreigz K. 
47 queu I; somo 1 K a. 48 dreitz 1, dreigz K, ùxQg ritoccato dal correttore in a; 
qe mon ops noi! tem bo a (bo anche I K). 

49 tot I. 51 quaissi I ; cert 1, certz in a ricavalo da sertz; saiuacion I, sa- 



- 368 



TRADUZIONE 

I. Pensoso nel cuore e smarrito comporrò cobbole, giacclié mi 
piace, e non voglio essere biasimato se il mio canto non è tanto gra- 
dito quanto lo sarebbe s'io fossi lieto, dal momento che senza letizia 
non si ebbe mai né giuoco ne solazzo nò canto ; ma io voglio tuttavia 
cantare, piaccia o no il niio canto. 

II. Benché io sia smarrito, quando mi sto bene attento trovo assai 
ragioni di maraviglia; ma una mi rattrista e n-e sono eccessivamente 
sorpreso perchè le passa tutte, ed è come mai possa commettere falli 
e mancamenti alcuno che non crede potersi sottrarre alla morte. 

III. Ma ognuno (e ne sono smarrito) è ben sicuro di morire e sa 
che tutti saremo sepelliti e che non può essere altrimenti ; ma chi non 
lascia gli inganni del mondo pare che abbia ancora dei dubbi su ciò, 
perché quegli stesso che taglia il bastone della propria morte non crede 
morire o il suo sapere non gli giova nulla. 

IV. Sopra tutto sono smarrito meravigliato e afflitto di me stesso, 
perché appunto ciò che biasimo faccio verso Dio, il quale fu tradito e 
ucciso per salvarci dei danni e degli affanni d'inferno; ma se ho sba- 
gliato, lo prego di perdonarmi e gli confesserò i miei peccati can- 
tando. 

V. Che io ho commesso (e di ciò sono smarrito) i sette peccati 
mortali, della qual cosa sono triste e spiacente, e di piccoli peccati ne 
ho fatti tanti che non me ne ricordo; ond'io mi umilio a voi supplicando, 
o Dio, che in croce perdonaste a un ladrone, affinchè perdoniate anche 
a me, e non vogliate punirmi come giustizia vorrebbe. 

VI. Epperò, io non sono tanto smarrito da perdere la speranza, 
perchè ho veduto guarire, per vostra misericordia, dei più gravi am- 
malati di me; ond'io mi rivolgo a voi chiedendo pietà, perché la giu- 
stizia non può che danneggiarmi. E allora mi aiuti la misericordia, ed 
io questa domando, mentre non mi occupo di chiedere giustizia, che 
non ritengo utile al mio bisogno. 

VII. Madre di Dio, fatemi stare per sempre al vostro servizio, che 
in tal modo sarò sicuro di salvarmi, ond'io vi prego come vostro 
servitore. 



luatio Ka. 52 queus 1; son] sui IKa; ma in a sotto sui si ha un piccolo segno 
del correttore, segno ch'egli {il correttore, cioè Piero di Simon del Nero) usa per 
indicare qualcosa che non gli pare esatto. 



— 369 



XLVII 
Latrane Cigala 

I, e. 85''; K, e. 78'i; a^ p. 401. Monaci, Testi ani. prov., col 93 (I). 

I. Segnie'n Thomas, tan mi piai 
Lo pretz e' om de vos retrai, 
E ■ il honrat fag qe vos faitz lai 
Vos mi fan tan plazer de zai, 
5 Qe tot zo q'ieu puesc ni q'ieu sai 
Vos profer et ancara mai, 
Qe pauc mi semola zo qu'eu ai 
Ad honrar vos si com s'eschai, 
Per qu'eu d'aillors m'en propcerai. 

10 li. E temerla faillir, 

S' ieu m'enardis de querir 

Qe"m voillatz per amie tenir; 

Mas car de tot mon cor dezir 

Vostres precs per comanz auzir 
15 E vos honrar e obezir, 

Aisso me • n fai tot enardir 

Q' om pot ben demandar e dir 

Lai on hom a*l cor de servir. 

Ili. E certanament vos die 
20 Qe ia no • m trobaretz tric 

Ni fals ni felon ni enic, 
Anz mi trobaretz de cor rie, 



Enianfranc cigalla i. 1 Seingner I, Segnjen a, con j cav. da i dal correttore; 
platz 1 K, plaz a. 2 retrai a, corr. su renrai. 3 fag] fatz I. 5 que I; pose I; 
queu I. 7 senbla I ; qe eu a. 9 qieu dalliors a; propterai 1 K, men {con -n ca- 
vato da m dal corr.) prompterai a. 

11 enardis cavato rfa enairdis a; qerir a. 12 quem a; uullatz a; tenir rica- 
vato da tener a. 13 qar a. 15 hobezir I. 17 quom I. 18 desservir a, con una s 
cancellata. 

19 certenament a. 20 que I; non a; trobarez (cosi anche al v. 22) I; non 

24 



- 370 — 

Qui qe l'aia croi ni mendic, 
Et auria' m per enemic 
25 Qui • US fezes enoi ni destric, 
Ni"m creiria d' aisso chastic, 
Q' aissi deu hom amar amie. 

IV. E pos sui asseguratz 

A demandar zo qe'm platz, 
30 Prec que cobleian respondatz 
Ad aquestas coblas qu'eu fatz 
Per fermar nostras amistatz ; 
Mas eu non qier ges qe'm digatz 
Si ■ US es gais ni enamoratz 
35 Q' aisso sai eu ben q'es vertatz ; 
Qu'estiers non foratz tan prezatz. 

V. Pero, si • US ven a plazer, 
Del vostre noble saber 

Voil per vos auzir e saber, 
40 Qar molt en poirai mais valer, 
Mas trop plus voluntiers vezer 
Vos volgr'ieu, zo sapchatz en ver, 
Mas quecs deu laissar remaner 
Zo qe voi, cant no'l pot aver, 
45 Tro qe n'ai'autra vetz lezer. 

VI. En Thomas, cel qui • us fai valer 
Vos don complir vostre plazer 
E a mi don sen e poder 
D'onrar vos qe"i ai lo voler. 



troberetz a. 23 qi a; que 1.25 qiiis a; enois a; destrics, con -s cancellata dal 
correttore, a. 27 quaissi I. 

29 quem I; plaz a. 31 aqestas a; qi en fatz a (con -tz corr. su -s) a. 
32 uostras a. 33 quier. 34 In a /'-s di gais da m. 35 quaisso 1; ques I. 36 qe- 
stiers a. 

37 uen a, ricavato da uenz. 39 uoill 1. 40 quar I, qan a; molt en (cavato 
da leu) p. mais (cav. da mas) a. 41 uolontiers a. 42 sapzatz I. 43 qecs a. 
45 aia autra a. 46 qi • us] quis I K, qieu a. 47 don (cav. da dom) a. 48 son I. 
49 L'ultimo verso è stato agg. in a dal correttore, qe-i] quei I, qieu a. 



— 371 — 



TRADUZIONE 

I. Signor Tommaso, tanto mi piace il merito, che vi si attribuisce, 
e le nobili azioni, che fate là dove siete, mi rendono voi così simpatico 
in questa mia terra, che metto ai vostri ordini tutto ciò che posso e 
che so ed ancora piia, perchè poco mi sembra quello che ho ad ono- 
rarvi convenientemente; ond'io mi accontenterò di avvicinarmi alla mi- 
sura di lodi che meritate. 

II. E temerei errare, se ardissi domandare che mi consideraste come 
amico ; ma poiché io desidero con tutto il mio cuore di ascoltare quali 
altrettanti ordini le vostre preghiere e di onorarvi e di ubbidirvi, mi 
viene ardimento, da ciò : che si può bene rivolgere le proprie parole 
e le proprie richieste a colui, che si ha intenzione di servire. 

III. E certamente vi dico che già non mi troverete ingannatore, né 
falso, né fellone né indegno ; per contro, mi troverete di cuor generoso 
(e l'abbian gli altri, il cuore, malvagio e meschino) e terrò, come nemico, 
chi vi desse noia o disgusto, senza prendere consiglio da alcuno su 
ciò, poiché in tal modo si deve amare l'amico. 

IV. E poiché mi sono deciso a chiedere ciò che mi piace, prego che 
in cobbole rispondiate a questi versi che faccio per raffermare la nostra 
amicizia ; ma non domando già che mi diciate se voi siete gioioso e 
innamorato, che ciò so bene essere vero, altrimenti non sareste in tanto 
pregio. 

V. Epperò, se vi aggrada, voglio da voi udire e sapere qualcosa 
della vostra dottrina poetica, ond'io potrò molto avvantaggiarmi; vero 
é che troppo più volentieri bramerei vedervi ; ma ciascuno deve lasciare 
insoddisfatti i desideri, quando non li possa esaudire, fino a che ne 
abbia l'occasione un'altra volta. 

VI. Signor Tommaso, Colui che vi fa valere, [Dio], vi conceda di 
soddisfare i vostri desideri e a me dia senno e potere di onorarvi, che 
ne ho la volontà. 



372 - 



XLVIII 
Lafranc Cigala 

U, e. 133''; Arch. /. d. St. d. n. Spr. u. Ut., XXXIII, 299; XXXV, 455. 

I. Ges non sui forza? q'eu chan, 

Q'amars non m'a em poder 
E ren [als], al meu parer, 
No'm pot far forga de chan; 
5 Mas per tan 

Non taing, segon ma sembianza, 
Laissar ioi ni allegranza 
Ni solaz, 
Anz m' agrada mais e*m plaz 
10 Q'eu chan, pos forgag non sui 

Per ioi de me ni d'autrui. 

II. Dreiz es q'eu d'amor non chan, 

Tant pauc voi als seus valer, 
Car midonz ab fin prez ver, 
15 Don eu daurava mon chan, 

Ben estan, 
Laiset morir, don pesanza 
Ai tal cum laus sa condanza ! 
Mas solaz 
20 Retenc e ioi, car mi plaz, 

Car qi ioi ni solaz fui 
A peich de mort se condui. 



25 



III. Mas eu, car voilh viure, chan 
E n'ai sivals mon plager, 

D' aisso prez eu mais mon chan; 
Ed on an 
Li croi mais de malenan^a 



3 ren nai U. 13 T. p. uol al seu ualer U. 14 a fin U. 

24 Ennai U. 25 Manca questo verso (o // v. 24?) nel ms. 28 Li crois U. 



— 373 — 

E "111 nuaillios, mais s'ennanga 
30 Mos solaz, 

E die vos qe fort me plaz 
Can lor es greu ni fan bruì 
De mi, cant eu mi desdui. 

FV. Pero eu sai ben s'eu chan 
35 Pauc m'en volran grad saber, 

Eg eu be pauc lo n' esper 
Tant pauc so cil c'amon chan, 
Mas chantan 
Die eu qe non es onranga 
40 Ses ioi, ni gran beninanga 
Ses solaz. 
S' uns totz sols, cui iois non plaz. 
Tot lo mon cargha d'enui, 
Gardaz qe podem far dui ! 

45 V. E qar am ioi, de ioi chan, 
E ab ioi voilh remaner, 
E ioios mon cor aver, 
E de ioi daurar mon chan ; 
E s' aman 
50 Estei anc en greu balanga 
Ni • m failhit Ione' esperanga 
De solaz, 
Ar ai ioi, de qe mi plaz, 
Q'eu eis, ses amor, m'adui, 
55 E soi plus rics e' anc non fui. 

Vi. Qi solaz 
Ama ni cui fis iois plaz, 
Chant mon cantar qe s'adui 
Als pros e dals avols fui. 



TRADUZIONE 

1. Non sono punto costretto a cantare, perchè amore non mi tiene 
in suo potere e nient' altro, a mio avviso, non mi può costringere a 



36 eude p. U. 42 cuns tot sol U. 

49 ssaman U. 51 failh U. 54 amors U. 56 01 solaz U. 



- 374 — 

cantare ; ma per questo non conviene, a mio parere, lasciare gioia e 
allej^rezza e solazzo ; anzi mi aggrada e mi giova di più cantare poiché 
non vi sono costretto per gioia mia o d'altrui. 

II. Giusto è che io non canti d'amore, tanto poco esso giova 
ai suoi, che ha lasciato morire la mia avvenente donna di veri e nobili 
meriti, grazie alla quale io affinava il mio canto. Ne ho altrettanto do- 
lore quanta è la lode che faccio della sua avvenenza ! Tuttavia, non 
mi distacco dal solazzo e dalla gioia, perchè mi piace, che colui che 
fugge gioia e solazzo si riduce in istato peggiore che se morisse. 

III. Ma io, dal momento che non voglio morire, canto e ne traggo 
almeno piacere.... così apprezzo io di più il mio canto, e quanto più 
ne hanno fastidio i cattivi e gli indifferenti, tanto più si innalza la mia 
gioia, e vi assicuro che molto mi piace che a loro ciò annoi e che 
sparlino di me, allorché io gioisco. 

IV. Epperò, io so bene se canto che pochi me ne sapranno grado 
e ne ho ben poca speranza, tanto rari sono coloro che amano il canto; 
ma cantando io dico che non vi è onore senza gioia né felicità senza 
solazzo. Se un uomo solo, a cui non piace la gioia, infastidisce tutta 
la gente, considerate che cosa possiam fare in due ! 

V. E poiché amo la gioia, canto di gioia e voglio vivere con gioia 
e avere gioioso il mio cuore e voglio con gioia affinare il mio canto. 
E se mi accadde di stare, in amore, in gravi dubbiezze e se venne 
anche a deludermi una lunga attesa di solazzo, ora ho gioia (del che 
mi rallegro) e ho una gioia ch'io stesso mi procuro, senza bisogno 
d'amore, e sono più lieto che mai non fossi. 

VI. Colui che ama allegrezza e colui, a cui piace la fina gioia, 
canti il mio canto che si trae verso i prodi e fugge dai cattivi. 



375 



XLIX 

Latrane Cigala 

H, r. ótì'i; Ds e. 258«; F, p. 145; T, e. 86^' (aiion.; manca in Bartsch, 
Griindriss, 282, 24). Oauchat-Kehrli, Studj di fil. rom., V, p. 543, n. 252 
(H); Teulié- Rossi, Antli. prov. de maitre Ferr., in Ann. du Midi, XIII, 
n. 191 (D^"); Stengel, Prov. Bliimenlese der Chigiana, col. 53 (F). Grafia 
di H. 

[Ms. H: « Lafranc Cigala de n' Ailas de V. >>]. 

I. Tan frane cors de donipn'ai trobat 
A Viilafranca e tan plazen, 
Qe m'acuilli tan francamen, 
Qe de frane m'a son serf tornat. 
5 Mas franqeza eom ni'adui a servir, 
Qe • m deuria, s'eu era sers, franqir? 
Car pros dompna ab sa franca douzor 
Cor d'ome frane fai leu son servidor. 

H. S'ieu agues ges de franqetat, 
10 Eu amera son frane cors gen, 

Mas no ai tan frane ardimen 
D'entendr'en tan frane' aniistat; 
Mas son frane pretz sivals farai auzir 
Tan qe mains francs farai sers devenir 
15 De lei cui am francamen ad honor 

Ab fi cor frane mas no en dreit d'amor. 



1 cor T; donai T; franchia T; plaisen T. 3 ce macuogll T; acoillic F; 
franch. 0"=. 4 ce T; sun T. 5 francheza 0°, francesa T; cem ; aduz D<^F, 
adutq T. 6 cem T; sieu fos T; franchir D<=, francir T. 7 qar dompna pros 
D<=F; francha D^; dolsor D°F; car dona proam sa francha dousor T. 8 cor 
dom fr. fole son seruidor T. 

Vv. 9-16 mancano in D^. 9 ages T; gies T; francitat T. 10 cor F; ieu 
am al sien cor. T. 11 non T. 12 denqerre F; atendre t. T. 13 prez uoill far 
per tot auzir F; mas sun pretg farai seuais ausir T. 14 Tant T; ce mant T; 
mantz F; fracs T; ses F, serf T. 15 liei T; francamenz F; ab T. 16 fin,Ti,,rn,;;^ -< 
adrec T. __ Z^p^ 






T. MlOHAEL'P 



— 376 — 

III. Dompna, ia mais no voill francs devenir 
De vos amar francamen e servir, 
Q'eu fora fols, pois ai tan frane seignor, 
20 Si franqetat demandava maior. 



TRADUZIONE 

I. Ho trovato a Villafranca una donna sì franca e graziosa che mi 
accolse così francamente da rendermi di franco [libero], che ero, suo 
servitore. Ma come mai la franchezza mi conduce a servire, mentre 
dovrebbe, s'io fossi servo, affrancarmi? Egli è che una valente donna 
con la sua franca amabilità rende suo schiavo facilmente il cuore d'un 
uomo franco. 

II. S'io fossi franco, la amerei così franca e gentile com'è; ma 
non ho sì franco ardire da aspirare a sì franca amicizia ; tuttavia cele- 
brerò, per lo meno, i suoi franchi meriti, di modo che farò molti uomini 
franchi diventare servitori di lei, che servo francamente con onore con 
franco e leale cuore, senza però avere però per lei ciò che si dice 
propriamente amore. 

III. Donna, non voglio mai distogliermi dall' onorarvi e dal servirvi 
francamente, che sarei folle, dal momento che ho un sì franco signore, 
se domandassi franchezza maggiore. 



17 Domna T; giamals T; noiii uoill D<=; frane T. 18 franchamen T, fran- 
chamenz D"^; francamenz F. 19 cieu T; fol D^, pois ai] porai T; tant 0^=; 
segnor T. 20 franchetat D^; francitat T. 



377 



L 
Latrane Cigala e Na Guille[l]ma de Rosers 

P, e. 48''. Chabaneau, Blog., p. 312 1). 

[Era vaii disen, et vos auiatz^) riccha nova, enaisi com vene a 
dos-^) chavaliers castellans d'un rie ehastel. Ez eron rie de cor[s] et de 
sen et d'armas et d'aver et bels et ioves de lor eors. Et eron rie d'amor e 
de dopnei e de-*) tot[s] faitz plasen[s]. Et eron pros d'armas et maistres 
de guerra. Et sobre tos Ics autres amadors amavan per amors doas 
dopnas^) bellas et ensegnadas et gentilz, per las eals eil feron maintz 
faitz [e. 48'] d'agradatge, aisi comme se fai per amor de dompnas 
bella-^ eortz*^) bels torneis rics don[s] et bel[s] acuillimenz, et fort se feron 
presar. E fort anet loing lo reson de lor ries afars. Et ili foron mielz 
amatz de lor dopnas que ehavalier qe fosson aquel tenz. Ez aqestas 
dompnas staven as un autre ehastel loing de lor eavaliers tres lieves 
engles[as] ''). Eg aueun ior aiquestas dompnas ^) manderon lor messa- 
giers per aqestos dos eavaliers, digan li et pregan li per lor amor que 
ili deguesson anar en aqella noie ad ellas. Et ehaseun dis d'anar. Mas 
l'us non sap las novas de l' autre. Ez ili dos fraires avian gran guerra 
eon grans barons d' aqella eneontrada et timiansi de lor eastel. Et avian 
ordinai entre lor et fermat qe non se partirian ambs del eastel per nulh 
besoing ni per affar qe pogues eneontrar, qe l'us dels eavaliers non 
remanses al eastel per garder lo et per servir los valenz e'andaven et 
venion per lor ehastels. Don[e]s ehaseun se penset d'anar l'us vas 
l'autre per demandar-') paraola d'andar, en aisi gran besogna, en qella 



1) Mi attengo quanto più posso al ms. coi suoi ibridismi e colle sue in- 
frazioni alla grammatica. Lo Chabaneau ha invece ridotto il testo a più cor- 
retta lezione, facendo per tal modo scomparire alcuni tratti che a me paiono 
assai interessanti. 

'^) amatz ms. 

3) ad un ms. 

*) do ms. 

5) dopnnas ms. 

«) cortes ms. 

') lieuos engles ms. Cfr. linea 34: a tres Icgues aprop de lor. 

'') ior qe aiquestas dompnas ms. 

") damandar ms. 



— 378 — 

via. Chasciin ditz son ') message. Aisi rommenset l'ini a dir e a iurar-) 
qe non rimarria per ren del mon. Et l'autre aiitresi. Et anc non se volc 
neguii acordar de remaner"*) per prec de l'autre ni per besogna de lor 
chastei, anz se mistrent en la via. Et sapchatz q' eli era fort mal 
temps de ploia et de ven et de iieu. Et aiso fo contra la noich. Et 
fezeron ben gardar lor chastels. Eg ') enaisi ^>) se* n aneron ambs ensenis. 
Et puoc foron annatz q'ill ausiren cavaliers de vers l'autra part don 
el s'ostearon de la via aprop d'un boison. Et auzian qe'll cavaliers 
[e. 49-'] dision : « Deus nos don bon ostai annuich ». Ez autre re- 
spondia : « se Deus garda de mais los dos fraires, nos auron ben qant 
nos er ops et seren ben acuilhiz'^) et gent onratz^) et servitz, q'il 
son los plus valenz cavaliers del mon e"l plus cortes: q'en autra*^) 
guisa non trobariam'') nos ostai a tres legues aprop de lor ». D'aiqel 
plaig agron li dui frere legressa et tristessa: legressa del ben c'ausian 
dir d'el et tristessa qe non era l'un de lor almens al caste), si qe 
chascun preget l'un l'autre qe tornes de cors a lor Castel et agren 
gran questions ensems. Mas a la fin l'un tornet^o) et dis qe torna 
per amor de sa dopna. 

Aquesta rason saup Lanfranc Cicliala tot enaisi com ela^i) fon. 
Dont el demandet madopnai-) Guillelma per una cobla, lo qal d'aiqels 
dos devia aver mais de lausor: o sei qe tornet^^) a servir los chava- 
liers o sei qe anet a soa dopna. E [dj'aqesta rason è faicha la tenson 
qe dis: 

Na Guillelma, mainz cavaliers aratge 
Anan(z) de nuoich per mal temps qe fasia 
Si plaignian d' alberc en lor langatge. 
Auziron dui bar(on) qe per drudaria 



I) a son ms. 
') aniurar ms. 

3) remenar remaner ms. 

^)£'/con una cediglia sotto il /nel ms. Questa singolare particolarità gra- 
fica ho trovata anche nel ms Q e, in qualche raro caso, nella prima sezione 
di D, oltre che sporadicamente in codici dovuti a copisti italiani. Cfr. p. 384, var. 1 . 

^) enanaisi ms. 

*5) acuilhz ms. 

") ounratz ms. 

*<) en manca. 

») trobarian ms. Per legues, che segue, v. p. 377, n. 7. 

10) tortet ms. 

II) el ms. 

12) madopnna ms. 
13 ) tortet ms. 



— 379 — 

Se • Il ana[va]n ves lor donipnas non len. 

L'us retornet per servir cella gen. 

L'autre anet ves i) sa dompna corren. 

Qals d'aqels dos fet mels so qe'ill taingn[i]a?] 



[Tenzone] 

(SCHULTZ-GORA, Prov. Diclitcrinncn, p. 27), K, e. 145^- M, e. 263'' O (De 
Lollis, p. 101); al, p. 542 (Bertoni, Canz. prov. di Beni. Amoros, p. 373). 
P contiene la sola prima strofa {Archiv, L, 357). Rayn., Lex. rom., I, 508 
e .Mahn, Wcrkc, Ili, 127. Scmultz-Gora, Prov. Dicht., p. 27. Grafia di ai. 



I. Na Giiilielma, maint cavalier arratge 
Anan de nueg, per mal temps qe fazia, 
Si plaignian d'alberc en lur lengatge. 
Auziron dui bar qe per drudaria 

5 Se ■ n anavan vas lur donas non len. 
L'us se'n tornet per servir sella gen; 
L'autres anet vas sa domna corren. 
Qals d'aqels dos fes miels zo qeMl taignia? 

II. Amie Lafranc, miels complit son viatge, 
10 Al mieu semblan, cel qe tene vas s'amia, 

E l'autre fes ben, mas son fin coratge 
Non poc saber tan ben sidonz a tria 
Con cil qe ■ 1 vi denan sos oils presen, 



! K : Lafranc cigala e na Guillema de rosers ; O a : la tenzo(n) de na guill' ma 
(guilieimaa) e den (dea) Lanfranc (latrane a) cigalla (cigala a). M:tenson. 

1 Guillelma OM; Guillema manz caualiers IK; man M, XX. M; cavallier 
O a, a rage M. 2 annanz I, annan K, ananz P; nuoitz K, nueig O, nuoich P; 
anauan lueinh ab M; fasia P, fa^ia M. 3 sis M; plagnian O, piainhian M; lor 
P, languaige K, lengage M, langatge P. 4 augiron o dui qi M; bar ricavato 
da bat in a, baron P. 5 anaram 1, anaran K, amauan O, anan P; vers 1 K, 
ves P; dompnas O, donnas M. 6 retornet P. 7 elautres M, lautre P, nan et 
O a ; tene M ; nes P, ues M ; dompna O. 8 daqestz M ; fos I K, fet P ; mels P ; 
qeill taingnia P; meilhs so qel tainhia M. 

9 amics a 0, megier M; iafrauncIK; meilhs M ; complic O M. 10 qiOa; 
vers IKM. 11 autres IKM; coraitge K, corratge O. 12 pot IK; saber si dons 
tan ben M; non poc tam be saber si donz Oa; con de lautre qe uic dels 
hueilfis pr. M. 13 cel IK; que IK; uic Oa; deuant a; presen] pren O. 14 qa 

1) nes ms. 



— 380 — 

C'atendut l'ac sos cavaliers coven; 
15 E vai trop mais qi zo qe diz aten, 
Qe qi en als son coratge cambia. 

III. Domila, si • US plas, tot qan fes d'agradatge 
Lo cavaliiers qiie per sa galiardia 
Garda 'is autres de mort e de dampnatge, 
20 Li moc d'amor, que ges de cortezia 

Non ha nuls hom si d'amor no 'il dessen ; 
Per qe sidonz deii • 1 grazir per un cen 
Qar desliuret, per s' amor, de turmen 
Tanz cavaliers, qe se vista l'avia. 

25 IV. Latrane, ia mais non razones muzatge 
Tan gran con fes d'aqel qe tene sa via, 
Qe, sapchatz be, mout i fes gran ultratge, 
Pueis bels servirs tan de cor li movia, 
Qar non servi sidonz premeiramen ; 

30 Et agra-n grat de leis e iauzimen, 
Pueis per s'amor pogra servir soven 
En maintz bos luecs qe faillir no • i podia. 

V. Domna, perdon vos qier, s' ieu die folatge, 
Q' uoi mais vei zo qe de donas crezia : 
35 Qe no vos platz q'autre pelegrinatge 
Fassan li drut, mas ves vos tota via; 



rendut a, qa tendut OM; la Oa; cauailhiers M. 15 qeu pres truep mais qi 
Oa; e fai trop meilhs q so qe di a. M; antan K. 16 qe celi qen a. M; cor- 
rage O, corage canbia M. 

17 Donna M; plaz M; dagradage M; dagrage IK. 18 le caualiers M; ca- 
ualiers O; qi M; gaillardia O, gailhardia M, 19 gardels IK; dampnage O M. 
20 e il (cil O) mouc damor qar aO; e uiu damor qar M. 21 nulls M; noilh 
M. 22 per qel si donz deu gr. O a; per que s. d. deu gr. I K; e sidons deilhol 
gragir M. 23 qar per sani, ha gardat de t. M. 24 tan caualier (cauall. 0)0 a; 
mantz I, mauz K; tantz cauailhiers M; si uist en la uia 1 K; si ab si lauia M. 

25 lamais lafr. M; musage M; iomais 1. 26 con (co a) fes aquel ( aqel a) 
que (qe a) tene sa uia IKaO; qan fon daicell qaisso fagia M. 27 qar ben 
sapchatz M ; sapiatz I K ; outr. I K, foliage M. 28 pos I K M, pois M ; bells M, 
bel a. 29 Car O; premieram. K, premieiram. 1, primeiramen O, premeramen M. 
30 grat delle dells eissamen M. 31 Puois 1 K, pois M. 32 e m. Oa; luocs I K, 
locs M; noil a.O; on failhir non p. M. 

33 Merce uos qier domna seu d. foliage M. 34 cueimais uei so que tot 
o mescrezia IK; qar ben uei so qi las domnas crezia M. 35 nos uos O, qe 
non uolon M; pelerinage M. 36 fasan M; drutz I; ves manca I, vas KM, 



— 381 — 

Pero cavais c'om voi qe biort gen 
Deu hom menar ab mesur'et ab sen ; 
E car los drutz cochatz tan malamen, 
40 Liir faill poders, don vos sobra feunia, 

VI. Lafranc, eu die qe son malvatz usatge 
Degra laissar en aqel meteis dia 

Lo cavalliers qe domna d' aut paratge 
Bella e pros deu aver en baillia ; 
45 Q'en son albera servir' om largamen, 

Ja el no ■ i fos; mas chascus razon pren, 
Qar sai qe ha tan de recrezemen, 
Q'al maior ops poders li failliria. 

VII. Domna, poder ai eu et ardimen, 

50 Non centra vos, qe • us venzes en iazen ; 
Per q'eu fui fols car ab vos pris conten, 
Mas vencut voill que m' aiatz con qe sia. 

Vili. Lafranc, aitan vos autrei e*us consen 
Qe tant mi sen de cor e d' ardimen, 
55 Cab aitai geing con domna si defen 
Mi defendri'al plus ardit qe sia. 



uers M, uos] nos O, lor M. 37 per que IK; uoill IK; baurt O a. 38 mesurap 
a sen IK. 39 lor I K, lo aO; mas car O a. 40 vos] nos K. 37-40 pero qi noi 
caual qi biord gen menar lo deu amesuradamen quar leu sui certz si o fai 
dautramen qe le cauals nintra en gran feunia M. 

41 Ancar uos die IK; e qar lafranc die qe tot lo folatge M. 42 on a. K; 
megeis M. 43 li I K ; le a M ; cauailhiers M ; de p. O a. 44 dee 1 K M ; em a ; 
bailhia M. 45 alberg M; seruion 1 K, seruis hom Oa; seruiron M. 46 eli M; 
fes K; chascuns OM; racon M; pos I K M. 47 car sap qe ia tan de reque- 
zemen ! K; quar eli si sen t. M. 48 cai maiors os I K; qal maior ops O a ; podres 
K; qais maiors ops sos p. li failhria M. 

49 non a poder ai a; ieu IK; hai eu e ard. M. 50 uences 1 K, uenges M. 
51 per qieu f. folls O; qauos prezi e. M. 52 uencutz IK; uoill a; donna uen- 
cutz uueilh esser con qe sia M. 

53-56 mancano in M. 55 gien O a. 56 mi defendrai al (ai I) p. a. quei 
s. IK. 



382 



TRADUZIONE 

I. Signora Guglielma, molti cavalieri erranti, andando di notte per 
mal tempo, che faceva, si lamentavano, in loro linguaggio, di non tro- 
vare dimora. Intesero le loro lagnanze due baroni che per amore se ne 
andavano frettolosi alle loro donne. Uno di essi se ne ritornò indietro 
per servire quei cavalieri; l'altro se ne andò rapido alla sua donna. 
Quale dei due si comportò meglio ? 

II. Amico Lanfranco, migliore viaggio fece, al mio parere, colui 
che si indirizzò verso la sua amica; anche l'altro fece bene, ma la 
donna non potè conoscere così perfettamente il cuore di lui come quella 
che vide presente, dinanzi agli occhi, il suo amante perchè, così fa- 
cendo, il suo cavaliere le mantenne i patti ; e invero vale molto di pili 
chi mantiene ciò che dice, che chi pone in altra cosa il suo cuore (chi 
cambia d'avviso). 

III. Donna, vi prego: tutto ciò che fece di bello il cavaliere, che 
per suo valore preservò gli altri da morte e da danno, gli fu ispirato 
da amore, perchè nessun uomo può avere in sé alcun che di cortese 
se non gli discende da amore. Perciò la sua donna deve molto più 
essergli grata di aver prestato aiuto a siffatti cavalieri che di esser venuto 
a vederla (letteralmente: che se egli l'avesse vista). 

IV. Lanfranco, mai non avete parlato indarno come avete fatto ora 
discorrendo di colui che ritornò sui suoi passi, perchè sappiate bene 
che egli commise un grande oltraggio a non servire anzitutto la propria 
donna, dal momento che il suo amore era sincero. Egli ne avrebbe 
avuto gioia e gratitudine e poscia avrebbe potuto, per il suo amore, 
prestare ad altra donna i suoi servigi, senza tema di fallire. 

V. Donna, vi chieggo perdono se parlo da folle, ma ora vedo che 
è vero ciò che ho sempre creduto : che, cioè, a voi donne non aggrada 
che gli amanti tengano una strada diversa da quella che conduce a voi. 
Se si vuole che un cavallo si comporti bene in torneo, bisogna guidarlo 
con misura e con senno ; ma poiché voi trattate sì malamente i vostri 
amanti, ne viene che ad essi viene a mancare la forza di continuare nei 
loro omaggi, e su voi ricade il torto. 

VI. Lanfranco, io dico che il cavaliere, il quale ha il favore d'una 
donna bella, prode e di alta schiatta, dovrebbe senz'altro abbando- 
nare ogni cattiva usanza. Se anche il cavaliere, che ritornò indietro, 
non fosse stato nella sua dimora, quivi gli ospiti sarebbero stati ec- 
cellentemente serviti (letteralmente: quivi altri avrebbero servito lar- 
gamente). Ma ciascuno di noi due ha un po' di ragione, perchè un 
cavaliere, che si conduca com'io dico, si mostra debole, sì da lasciar 



— 383 — 

credere che potrebbero mancargli le forze dinanzi ad una eventualità 
più grave. 

\'\ì. Donna, io ho forze e ardimento (ma non contro voi) sì che vi 
potrei vincere con tutta facilità (letteralmente: vi vincerei dormendo). 
Io fui ben folle quando assunsi di disputare con voi ; ma voglio che, 
alla fine, mi abbiate, in qual si voglia modo, vinto. 

Vili. Lafranco, io vi dico e vi assicuro che mi sento tanto coraggio 
e ardire, che mi difenderei contro il più ardito, che vi sia, con quella 
sottigliezza con cui una donna sa difendersi. 



— 384 



LI 
Simone Doria e Alberto 

T, e. 72v. Selbach, Streitgediclit, p. 106; Bertoni, Trov. min. di Gen., p. 13. 

I. N' Albert, chau^e? la cai mais vos plairia 
En dreit d'amor, puois taiit forg n'es l'asais: 
Vostra dompna vestida cascun dia 
E causada aver dins un palais, 
5 O'n una canbra, sol qe lums no i sia, 
Tuta nuda, si co'us plairia mais, 
Cascuna nuog tenir per druderia 
Ding un rie lieg ? Causir podes uoi mais, 
Cai mieu senblant leu sai ben cai penria. 

10 il. Amics Simon, ben vos die sen bausia 

Q' ieu am mil tans dompna tenir en pais 

Cascun giorn e causada e vestia 

En ganbra o en loc segur ses fais, 

C'aver sella in privat, qu'eu volria, 
15 Tuta nuda de nuotg qe no i fos rais, 

Q'eu non volgra dompna aver in balia 

S' ieu no la vis, qui me dones Roais, 

Per q' ieu vos die qe als non iuiaria. 

ili. Amie Albert, mais am la nuotg escura 
20 Tenir midon [ses lum] en aisit Hoc 

Qe'il toc son pieg e sa mamela dura 



1 chaugeg T {ma alla finale si ha piuttosto un t con la cediglia). 2 n' es 
l'asais] nos la cais T (Selbach: asais, ma le lettere del ms. non lasciano dubbio 
di sorta). 5 una T; ce lum T. 7 drudaria Selb. ; ma il ms. ha druderia. 8 Die 
T; un manca T. 

10 sen nel ms.; Selb. ha senes. 11 cieu T; tam T. 12 e e] L'è manca nel 
ms. 13 o manca T. 14 Selb. ha gella, ma il ms. ha bene sella; in] i T. 15 -tz 
di nuotz su abrasione (Selb. nuotg). 16 i] in T.. 17 qim dones rais T. 18 cieu 
T; vos manca T. 

19 nuoc T.- 20 enaisis T. 21 cil (Selb. eil) toc T. 23 pose] poi T; a] e T. 
24 e] ben T; cem T. 25 ce T; cor T. 26 cel T; e] ma T. 



— 385 — 

C adirne conplis a mon talent Io ioc, 
So qu' eu non pose eant a sa vestidiira, 
So sabes ben e sai qe • ni dires oe ; 
25 Qe del sieu cors veser no • m prent gran cura 
Se"l giorn la vei vestid'e no la toc; 
Per q'ieu die ben, se ben gardas dritura. 

IV. Maistre Simon, non causes a mesura 
E ben mi par qe non sias al foc 

30 Don solias ia esser en grant cura, 
Ans crei omai qe sias del sen eoe, 
Qe qant ieu vei la bela creatura 
leu sui mager qe • 1 segner de Maroc ; 
C'aisi pogra tocar laida pentura, 

35 S'eu no la vis qan l'i sere ne"l broc ; 
No'l creias mais q' il es paraula iscura. 

V. Be • m meravigli, N' Albert, q'en tuta guisa, 
No m' autreas del plac so q'eu vos die, 

Qe qan ieu tene midons senes camisa, 

40 L'enperador non evei Frederic, 

Q'eu sai q'ell'es blancha e frescha e lisa; 
Donc cals obs m'es veder son gai cors rie, 
Don soi sertan qe vai 1' onor di Pisa ? - — 
Pero be'us [lais] la sudor e"I fastic 

45 Veser lo iorn, puois tant l'aves enquisa. 

VI. Ben es, Simon, vostra valor conquisa 
Puois qe amor aves mes en oblit, 

Qe de bordel par qe • us sia tramisa 
Can sol d'engan l'avetg tot a mendic ; 
50 Mais eant ieu vei midons am penna grisa, 
Lo mons mi par qe sia tut floris ; 
Adone ieu sai s' es borges'o marqisa, 
Per q'ieu vos prec, e' anc mais no vos castie. 
No • US plasa mais d'entrar in tal fantisa. 



29 cenon siaas (Selb. sias) T. 30 soliaiesseg T. 31 an T; ce T. 33 ce! T. 
35 qaiisera T. 

.37 gisa T. 38 plat T; soceuuos endic T. 38 no m'] non T. 39 tee T; senes] 
sen T, 40 none uei T. 41 Q'eu] qè T; blaha T. 43 qe] qè T. 

46 conquisa ha il ms. In Selb. si legge, per errore, enquisa. 47 Puois] piuos 
T; qe amor] camor T. 48 qeus sta nel ms. Selb. qens. 49 Can sol dengus T. 
50 mido ampèna. 51 lomont T; cesia T, 52 ieu manca T. 52 marcesa T. 53 
cieu T; cane uos castie T. 54 No • us] no uos T; in] i T. 

25 



- 386 



TRADUZIONE 

I. Signor Alberto, scegliete qual cosa vi aggradirebbe di più rispetto 
ad amore, dal momento che la tentazione ne è cosi forte: o possedere 
la vostra donna ciascun giorno vestita e calzata in un palazzo ; ov- 
vero in una stanza, senza lume, tenerla tutta nuda, come pili vi piace- 
rebbe, ciascuna notte in un ricco letto ? Voi potete ora scegliere, che 
quanto a me so bene qual cosa preferirei. 

II. Amico Simone, ben vi dico senza menzogna ch'io preferisco 
le mille volte possedere una donna in pace ciascun giorno ben cal- 
zata e vestita in una camera, in un luogo sicuro e senza noie, che 
avere quella, che vorrei, in particolare tutta nuda senza luce, che non 
vorrei avere in mio potere una donna senza vederla, neppure se al- 
cuno mi donasse Edessa. E vi affermo che non prenderò mai altra de- 
cisione. 

III. Amico Alberto, io preferisco invece tenere in luogo acconcio 
di notte oscura la mia dama in modo da poterle toccare il petto e le 
dure mammelle, sì da raggiungere a mio talento lo scopo mio amo- 
roso ; la qual cosa non posso fare quando essa ha i suoi abbiglia- 
menti. Ciò sapete bene e so che mi darete ragione; che se durante la 
giornata la vedo vestita e non la tocco, ciò significa che non mi inte- 
ressa molto vedere il suo corpo. Dunque io parlo bene, se volete es- 
sere giusto. 

IV. Maestro Simone, non scegliete con giustezza e ben mi pare 
che non vi troviate più in quel fuoco d'amore, in cui eravate altra 
volta con molto fastidio; anzi credo a dirittura che abbiate poco senno 
(letteralmente: che quanto al senno siate un uomo di cucina, un cuoco), 
che quando io vedo la bella creatura io mi sento superiore al sire del 
Marocco ; giacché io potrei bene toccare una brutta figura se non la 
vedessi quando la stringo fra le braccia e la cavalco. Non crediate, però 
ch'io arrivi a tanto, che queste sono parole, e parole di non chiaro 
significato. 

V. Ben mi meraviglio, signor Alberto, che in ogni modo non mi 
concediate di aver torto nel punto su cui discuto; che quando io tengo fra 
le braccia la mia donna senza camicia, non invidio neppure l'imperatore 
Federico, ch'io so che ella è bianca, fresca e linda. E allora mi è 
forse necessario di rimirare il suo bel corpo, che vale, ne son certo, il 
dominio di Pisa? Per questo, io vi lascio vedere di giorno il sudore e 
il disgusto [che ne avrete], giacché tanto ne l'avete richiesta. 

VI. Voi avete ben perduto il vostro valore, o Simone, dal mo- 
mento che avete messo in oblio il vero amore ; poiché si direbbe che 



— 387 — 

la vostra donna vi sia venuta da un bordello, se voi l'avete, per 
inganno, di nascosto ; ma invece quando vedo la mia donna vestita 
della sua pelliccia grigia, mi pare che il mondo sia tutto fiorito. Allora 
sì ch'io so se è borghesa o marchesa; ond'io vi prego (e non vi am- 
maestro oltre) che non vi piaccia più entrare in simili errori. 



— 388 



LII 
Simone Doria e Giacomo Grillo 

O (De Lollis, Ms.prov., O, p. 100), a», p. 614. Monaci, Testi ani. prov., col. 92 ; 
Bertoni, Trovai, min. di Genova, p. 15. Grafia di a. 

I. Segne'n lacme Grils, e*us deman, 
Car vos vei lare e ben istan 
E qar per rie pretz sobeiran 
E per saber es mentaubutz, 
5 Qe me digatz per q'es perdutz 
Solatz e domneis mal volgutz. 

il. Cobeitatz, q'es vengud'avan, 
Nos a tot bastit aqest dan, 
En Symon, qe las domnas han 
10 Amor e domnei gen tengutz, 
Mas per los cobes recrezutz 
Rics drutz [e] bes es abatutz. 

111. Segne'n lacme, mout es sennatz 
E primamen vos razonatz, 
15 Mas qar dizetz qe cobeitatz 
N'a zo mogut, vos aug faillir, 
Qar tost con fon, al mieu albir, 
Aitant o plus, no * 1 devetz dir. 



TRADUZIONE 

1. Signor Giacomo Grillo, io vi domando, poiché vi vedo liberale 
e pieno di qualità e perchè per ricco ed elevato pregio e per saggezza 

Oa: la tenzos (tensos O) den simon (symon O) e den lacme grill. 

2 ueg O; ben estan O. 3 per rie] prie a; sobeiratz a. 4 mencabrutz a. 
6 uolgouz a. 

7 uenguda uam a. 9 en sermon a; ham a. 11 ricx drutz bes O. 11-12 et 
mais les ibes recrezutz rics drutz en sos a. 

13 seimatz a. 16 N' a] nai O a ; aug] cuig a. 17 fon] son O. 18 no • i] noi! a. 



- 389 — 

siete in fama, io vi domando che mi diciate per quale ragione ogni 
piacere mondano è perduto ed ogni galanteria è mal voluta. 

II. Cupidigia, che s'è tratta innanzi, ci ha preparato tutto questo 
malanno, signor Simone, giacche le donne hanno sempre tenuto in gran 
conto amore e galanteria; ma soltanto in causa dei cupidi rinnegati 
ogni valente amatore e ogni bene è decaduto. 

III. Signor Giacomo, molto siete assennato e sottilmente ragionate ; 
soltanto vi odo dire errore quando affermate che la cupidigia è stata la 
ragione di tutto questo, poiché non dovete dirlo con tanta (o maggior) 
precipitazione con quanta questo stato di cose, a mio parere, si è 
prodotto. 



390 



LUI 

Giacomo Grillo e Lanfranco Cigala 

al, p. 581. Bertoni, Trov. min. di Gen., p. 16. 

I. Per o car vos fegnetz de sotilment entendre 

Vos prec qe"m respondatz, en Lafranc, ses atendre : 
Qais es la piegiers res — e s' i met grant e mendre — 
Qe sia en est mond, q'om tochar puesc'o prendre? 
5 E si aizo • m dires, del cobleiar defendre 

Vos poires ab chascun q'ab vos voilla contendre. 

II. En lacme, pos vos plac vostr'arc sobre mi tendre, 
A zo qe"m demandatz vos voil tal respos rendre, 
Don ia vos no'm poscatz encolpar ni reprendre : 

10 La lengu'estot lo piegz e • 1 mielsq'om pot comprendre 
E cella qi pot mais pron tener e offendre; 
E s'al re sabetz piegz, de vos o voil aprendre. 

III. En Lafranc, non cugei faillissetz ad eslire. 
Mas ar avetz dig zo don pluzors faretz rire, 

15 Car la lengua non ha poder mas qant del dire 
Zo qe"il manda lo cor, segon lo meu albire, 
Donc es pegiers cellui don mou lo mais; 'scondire 
No 'US en podetz, s' leu ia haia zo q'ieu dezire. , 

IV. En lacme, semblan faiz qe siatz bos dormire, 
20 Tan tost vos oblides zo qe*m volguest devire, 

Qals fos la piegiers res c'om toche ni remire; 



la tenzos den iacine e den lafranc a. 

3 e s' i met] esi unet a. 4 tochar ricavato da trochar. 5 aizon a ; del con -I 
ritoccato di mano del correttore. 

7 iacine a. 8 aizo a. 9 non a. 10 eil a. 12 saire nel ms., ricavato da saltre. 
Dopo uos si ha o uoi uoi cancellati. 

17 scondire nel ms. con una lettera cancellata (forse e) prima di s-. 

19 iacine a. 23 lous nel ms. ha l'u soprascritto (di mano del correttore Piero 



— 391 — 



Et avetz dich del cor, on liom non pot assire 
Tochar ni vista d'oill; mas qar lo • us plac escrire, 
leu crei qems aviatz prestat vostre conzire. 



TRADUZIONE 

I. Giacche vi sforzate di essere uomo di sottile intelletto, vi prego 
di rispondermi, signor Lanfranco, senza indugio. Quale è la peggior 
cosa fra tutte (letteralmente: e vi metto insieme le cose grandi e le pic- 
cole) che sia in questo mondo e che si possa toccare o prendere? E 
se mi saprete dir ciò, potrete cavarvela con onore nell' arte dello scam- 
biar cobbole con chiunque voglia contendere con voi. 

II. Signor Giacomo, poiché vi piacque rivolgervi a me (letteralmente: 
tendere su me il vostro arco), a ciò che mi domandate io voglio dare 
una risposta tale, che non possiate né incolparmi né riprendermi. La 
lingua é la peggiore e insieme la miglior cosa di tutte ed é quella 
che può giovare o nuocere ad alcuno, e se voi altro di peggio, fate- 
melo sapere. 

Ili. Signor Lanfranco, io non credevo che voi poteste errare nello 
scegliere; ma ora avete detto cosa da far ridere molti, perchè la lingua 
non può fare altro che dire ciò che il cuore le suggerisce, a parer mio. 
Dunque è peggiore il cuore, donde proviene il male. Non potete ora 
giustificarvi, se io ho già ottenuta la vittoria che desidero. 

IV. Signor Giacomo, si direbbe che facilmente vi addormentiate, 
tanto presto avete dimenticato ciò che voleste propormi : quale fosse, 
cioè, la peggior cosa che si possa toccare o rimirare ; e avete parlato 
del cuore, dove non arriva né il tatto né la vista ; ma giacché vi piacque 
scrivere ciò, io credo che vi siate privato del vostro discernimento. 



di Simon del Nero); plac (ritoccato) a. 24 conzire due volte, ma la prima volta 
cancellato dallo stesso copista, a. 



— 392 — 



L!V 
Simon Doria e Lafranc Cigala 

a', p. 572. Bertoni, Trov. min. di Gen., p. 3. 

I. Segne'n Lafranc, tant m'a sobrat amors 
Q' ieu non conosc lo mal dal be q'ieu n'ai; 
Car lo nialtraigz m'es tan douza sabors, 
Qe'l gaugz ni*l bes no*m ten prò quant ieu l'ai 
5 Per q'ieu conosc q'a murir m' er, zo sai, 
Ni no • m partrai tant son fizels amaire, 
Qar cil qi m'a del tot el sieu poder 
Mi mostr'orgueil e fai non da dever; 
Mas trop me fai pero dol e mal traire. 

10 li. Amics Symon, celui sobra follors 

Qi apella maltraig zo qe li piai ; 

E qi non cero los gaugz de las dolors, 

Non sai per qe'il venguesson d'amor iai ; 

Car non grazis lo ben cui non despiai 
15 Lo mais, e qi d' aisso non es triaire, 

la no "il deu far domna d'amor plazer, 

Pos non conois lo gaug dal desplazer. 

No • 1 die per vos, car no " us voil irat faire. 

IH. Segne'n Lafranc, ben cuidava de vos 
20 Conseil trobar, mas ia mais no • 1 qerrai, 
Q' enemics es de totz los atnoros 
Et anc no* US plac azautamentz de lai 
Don movon tuig bon faig cortes e gai ; 
Car si fosses d'amor pres pauc ni gaire, 
25 la de triar non agratz tal poder 



1 saborat a. 4 no ■ m] non a. 5 zai a. 8 fai] sai a. 

12 cern con -n espunta e u sul rigo, di mano del correttore, a. 13 qe • il] qieil 
a. 16 la cavato dal correttore da la. 

20 noM] nous e poi il correttore ha scritto sul rigo, fra l' u e l's, un 1 a. 
21 enemic a. 22 azautrament a. 25 non con il secondo n di mano del correttore 



— 393 — 

Qom mi dissetz, mas qar a non clialer 
Avetz gitat amor, no n'es confraire. 

IV. Amics Simon, totz Ics amanz ioios 
Hai eu amatz totz temps e amarai 

30 E sui dels lur faiilimenz doloros, 

E per aizo vos die zo qe'us despiai, 
Qar diziatz zo q'a dir non s'eschai, 
Don corrossat vos vei, al mieti veiaire; 
Mas una ren vos voil ieu far saber, 

35 Si • m voliatz d'amor conseil qerer: 

Se 'US volgues mal, si • us for' ieu conseillaire? 

V. Segue 'n Lafranc, non sui ges corrossos 
Pels vostres digz, mas qar ab cor verai 
Amei tos temps malgrat dels enoios 

40 E sui amatz et ani et amarai, 

Feunei qar vei, si tot amors m' atrai 

Gaug e plazers e*m ten el sieu repaire, 

Q' ieu muer, e*us die q'ieu non puesc ben aver 

S'eu non remir midonz matin e ser, 

45 E s'ieu follei, ben l'o puesc ieu retraire. 

VI. la non degratz esser tan cossiros, 
Pos fin' amors tant grant honor vos fai, 
Qe ben amatz es malgrat dels gelos, 
Amics Symcn, e qe demandatz mai? 

50 Mas ieu sai ben per ver e si • 1 dirai 

Car vos l' amatz et ili vos ses cor vaire, 
Et non podetz soven aver lezer 
Del sieu bel cors embrassar e tener; 
Donc si ■ US doletz, no me"n meravil gaire. 

55 VII. Segne'n Lafranc, ieu viu en bon esper, 
Car hai chauzit del mond la debonaire. 

Vili. Amics Symon, pensatz del retener, 
Que pron avetz conqist, al mieu veiaire. 



su i, a. 27 gitat] grat e sul rigo, fra g e r, un i di mano del correttore, a ; no m' es] 
non es a. 

30 dels ha l'-s di mano del correttore sopra l'è, a; dolors con un segnino 
del correttore sotto -rsa. 36 ieu, di mano del correttore, sul rigo, a. 

48 ben ricavato dal correttore da bon, a. 



394 — 



TRADUZIONE 

I. Signor Lanfranco, tanto mi ha vinto amore, che non riesco a 
conoscere il male dal bene che me ne viene; poiché il soffrire mi è 
così dolce, che il gaudio e il bene amoroso non mi danno piacere 
quando li ho. Ond'io vedo che dovrò morirne, lo so bene, ma sono 
tanto fedele amante, che non mi partirò da amore. Colei, che mi tiene 
del tutto in suo potere, mi si mostra fiera e so che non fa sul serio ; 
ma, così facendo, mi fa sopportare troppo duolo e affanno. 

II. Amico Simone, è sotto l'impero della follia colui che chiama 
dolore ciò che gli piace. E se alcuno non discerne il gaudio dal dolore, 
non so proprio perchè dovrebbero venirgli gioie d' amore, poiché non 
può apprezzare il bene quegli cui non dispiace il male; e se v'ha chi 
non sappia far distinzione fra la gioia e il dolore, a costui nessuna donna 
deve concedere il piacere che viene da amore, dal momento che non 
conosce il gaudio dall'affanno. Ciò non dico per voi, perchè non voglio 
addolorarvi. 

III. Signor Lanfranco, pensavo di avere da voi consiglio, ma più 
non ve Io chiederò, che siete contrario a tutti gli amanti e mai non vi 
piacquero quelle gioie che vengono dalla donna amata, donde muove 
tutto ciò che è gentile e cortese. Infatti, se voi foste poco o molto in 
dominio d'amore, non potreste punto distinguere fra il gaudio e il 
dolore, come m'avete detto: ma poiché avete messo amore in non cale, 
s'intende che non siate uno dei suoi adepti. 

IV. Amico Simone, io ho sempre amato e amerò tutti gli amanti 
gioiosi e sono spiacente dei loro errori e se vi dico ciò che vi spiace, 
egli è che voi avete detta cosa isconveniente, onde vi vedo, a quanto 
mi sembra, corrucciato. Ma una cosa voglio ben farvi sapere, dacché 
vi piacque chiedermi consiglio in amore: vi potrei io così consigliare, 
se vi volessi male ? 

V. Signor Lanfranco, non sono punto corrucciato per le vostre 
parole, ma poiché con cuore verace io amai sempre, a malgrado dei 
noiosi lusingatori, e sono amato e amo e amerò, sono indispettito 
(sebbene amore mi procuri gioie e piaceri e mi tenga sotto la sua pro- 
tezione) perché vedo che ne muoio e vi affermo che non posso aver 
bene se non contemplo la mia donna sempre (letteralmente: mattino e 
sera) e, dato anche che io agisca da folle, ben posso farla consapevole 
del mio stato. 

VI. Non dovreste essere così corrucciato, dal momento che amore vi 
fa tanto onore da concedervi di essere amato, non ostanti i gelosi, amico 
Simone; e che cosa domandate di piti? Ma io so bene, in verità, e lo 



— 395 — 

dirò, che voi l'amate e che ella vi contraccambia senza cuore mutevole, 
e non potete spesso avere la libertà di abbracciarla e tenerla presso di 
voi. Perciò, se ve ne dolete, non me ne meraviglio punto. 

VII. Signor Lanfranco, io vivo in buona speranza, perchè ho scelta 
a migliore del mondo. 

Vili. Amico Simone, pensate a non lasciarvela sfuggire, giacche 
avete conquistato molto, al mio parere. 



396 — 



LV 
Simon Doria e Latrane Cigala 

al, p. 598. Bertoni, Trov. min. di Gen., p. 5. 

I. Segne'n Lafranc, car es sobresabenz, 
Vos ciani merce qe mi fassatz secors ; 
Una domn'am, en cui regna valors, 
Et ella mi, qar ben sui conoissenz : 

5 En cui metrai, segon vostra scienza, 
Fina beutat, e voluntatz no • us venza, 
En leis cui ani, o starai me • n ioios, 
Pos del donar m'a fait Dieus poderos ? 

II. Amics Symon, car ami finamenz, 

10 Conseil de grat totz los entendedors, 
E d'autra part no'us dei vedar acors, 
Car ieu vos am e vos sui benvolenz ; 
Per q'ie'us coseill qe"il beutatz e "11 plazenza 
A la domna donetz ; no i ha coutenza, 

15 Qar si trop mais non 1' amasses qe vos, 
Non creiria qe fosses amoros. 

III. Segue' n Lafranc, lo vostr' esegnamenz 
Mi plagra ben, si no*m forces paors, 
Q' ieu ai dopta q'il no's vires aillors 

20 E no • m cambges sos bels acuillimenz ; 
Qe pos beutatz s' es mesclat' ab valenza, 
Ergoils en nais, qi dechai benvolenza, 
Per q' ieu la'm voil retener, q'aitals dos 
Mi fora grieu qe • m fezes doloiros. 

25 IV. Si • US tolia per far plazers plàzenz 

Vostra domna sos gaugz e sas honors, 



la tenzo den synion e den la frane a. 

3 domnan en a. 4 conoissentz a. 5 metra segnor u. a. 6 no • us] uos a. 

9 finamentz a. 12 ieu uos] ieus a; be uolentz a. 14 donetz] domneiz a. 



— 397 — 

En avol luec s'es messa vostra amors, 
Amics Symon, e vostr'entendimenz; 
Per q'ie'us conort qe non aiatz temenza, 
30 Car pos il ha valor e conoissenza, 

Si'l ven per vos tan granz meillurazos, 
Pensatz qon er onratz lo gazardos. 

V. Segrie'n Latrane, aqest razonamenz 
Qe ■ m razonatz m'es panlais e dolors ; 

35 leu ai auzit q'a bos conortadors 

Non dol lo caps, per qu'ieu n' estauc temenz; 

Q' om non pot plus mas per bona creenza 

D'autrui saber son cor ni s'entendenza; 

Mas de mi sai per cert qe per nuls bos 
40 Meilluramenz non li for' oblidos. 

VI. Amics Symon, ben par qe • us etz fegnenz, 
Qar non avetz lo cor dels amadors ; 

Qe si • US coches amorosa sabors. 
No "US issira del bec motz recrezenz. 
45 Ai, qom dissetz tan granz desconoissenza, 
Qe pros domna fezes entrefaillenza ? 
Aiqi mostratz qe n'es desamoros, 
Mas no"l sabra per me sos cors ioios. 

VII. Segne 'n Latrane, franqez'e nuirimenz 
50 Esmeron tant midonz e sas lauzors 

Qe no • il sufragn ni beutatz ni colors 
Qe non a par de rics faitz avinenz ; 
Per q'ieu puesc ben retenir ma parvenza 

55 S'ieu soi plazentz ni gais, qe a rescos 
Li serai ieu sivals plus saboros. 

Vili. Amics Simon, beni sembla dreigz nienz 
Vostre parlars et ergoills et errors. 



25 plazentz a. 26 sos h. a. 27 loec a. 30 pos] por a. 

33 raizonaimeiitz a. 34 doloros a. 35 leu] o ieu a ; conartadors a. 37 creanza a. 
38 ni] mi a. 

41 fegnen a. 42 avetz] autetz a; cors a. 45 gram a, prima di desconois- 
senza si legge un' altra volta desconoissenza ritoccato e cancellato. Al qeu es a. 

49 sian qe ze murimentz a. 50 esmeton a. 51 sufran a. 52 auinentz a. 54 Nes- 
suna lacuna nel ms. 56 li corr. da si. 



- 398 — 

Q' anc de beiitat non fon doiTina tan sors, 
60 Q'en leis regnes tota complidamenz, 

Estiers midonz, c'ades meilliir'e j^enza, 
E si • 1 vostra fos d'aita) captenenza, 
Hom far o ve a ^uiza de garzos, 
Qar eii non vei don mou la contenzos. 

65 IX. Na Fiors-de-!is, q'es razis e semenza 
De pretz entier, non voi qe sia tenza, 
Segne'n Lafranc, d'aizo entre nos dos, 
Anz mand'e voi q'aia fin la tenzos. 

X. A dona tain beutatz e conoissenza 
70 Et ad home ardimentz e valenza ; 

Quar per beutat non es hom cabalos, 
Q'ainors non qer mas los valentz cls pros. 



TRADUZIONE 

I. Signor Lanfranco, poiché siete tanto sapiente, vi prego di venirmi 
in aiuto, lo amo una donna, in cui siede valore, ed ella ama me, come 
ben me ne sono avveduto. A chi darò, secondo il vostro parere, la dote 
di una fina beltà, e non siate giudice parziale: a lei, che amo, o me ne 
starò io stesso contento, poiché Dio m\ ha dato facoltà di fare siffatto dono? 

II. Amico Simone, io dò volentieri consigli a tutti gli amanti pel 
fatto ch'io stesso amo con cuore leale, e d'altro canto, non debbo 
rifiutarvi il mio aiuto, perchè ho affetto e benevolenza per voi. Per 
questo vi consiglio di dare la dote di piacere e della bellezza alla 
vostra donna. Su ciò non vi può essere discussione, poiché non vi 
reputerei amante, se non amaste molto più la vostra donna che voi 
stesso. 

III. Signor Lanfranco, il vostro consiglio mi piacerebbe bene, se 
non mi tenesse sospeso il timore; ch'io ho paura che [una volta con- 
seguita la dote della bellezza], ella si volga ad altri e cambi con me i 
suoi bei modi. Quando la bellezza s'è congiunta al valore, ne nasce 
orgoglio, che diminuisce a sua volta la benevolenza. Ond'io, la bel- 
lezza, voglio tenerla per me, che il concedere un tal dono mi sarebbe 
gravoso, qualora mi procurasse ragione di dolore. 



57 nienz] mentz a. 59 beutatz {ma la -z e dubbia) a. 60 regnetz a; com- 
plidamentz a. 63 vejuei a. 

65 Na] A a. 70 ardimentz a. 



— 399 — 

IV. Se la vostra donna, in premio del piacere che le avete fatto, 
vi togliesse la sua onorevole simpatia e il bene del suo amore, il 
vostro affetto e il vostro pensiero, amico Simone, si sarebbero rivolti 
a una donna immeritevole. Ond'io vi consiglio a non aver timore, 
poiché, avendo essa valore e intelligenza, pensate quale guiderdone ne 
avrete, se, grazie a voi, essa ottiene un sì grande vantaggio. 

V. Signor Lanfranco, questo discorso, che mi andate facendo, mi 
cagiona turbamento e dolore. Io ho udito che chi consiglia altri deve 
avere fior di senno ; ond' io sono timoroso, perchè non si può, se non 
riposando soltanto sulla buona fede, essere certi del pensiero e delle 
intenzioni altrui. Per quanto riguarda me, so bene che, qualunque van- 
taggio ne avessi, non mi mostrerei immemore verso colui che me l'ha 
procurato. 

VI. Amico Simone, ben si vede che siete ondeggiante, perchè non 
avete il cuore del vero amante; che se l'amore vi turbasse sul serio, 
non vi uscirebbero dalla bocca parole diffidenti. Ah, come avete potuto 
dire una sì grande sconvenienza, che una donna virtuosa possa fallire? 
Qui appunto mostrate che non l'amate; ma essa non lo saprà da me. 

VII. Signor Lanfranco, gentilezza e distinzione proiettano tanta luce 
sulla mia donna e sulle lodi, che si fanno di lei, che si può dire che non 
le manchi neppure la bellezza del corpo e del viso e non ha pari quanto 

a fatti nobili e leggiadri. Ond'io posso bene ritenere il mio parere 

s'io sono piacente e gaio, che in luogo ascoso le sarò per lo meno 
più gradito. 

Vili. Amico Simone, il vostro ragionare non mi sembra giusto, ma 
orgoglioso ed errato, poiché non è mai accaduto che una donna fosse 
tanto bella da possedere del tutto ogni bellezza, eccetto però la mia 
donna, che ognora più migliora e piace ; e se la vostra fosse così 
bella come la mia, sarebbe fanciullesco tenzonare, perchè mancherebbe 
la ragione (letteralmente: perchè io non vedo) donde muove la disputa. 

IX. Madonna Fiordiligi, che è radice e seme di tutto pregio non 
vuole che sia contesa sopra ciò fra noi due, signor Lanfranco ; anzi essa 
vuole e ingiunge che la tenzone abbia fine. 

X. Beltà e sapere convengono a donna; a uomo si addicono ardi- 
mento e valore ; che beltà non rende perfetti, ed amore nop vuole che 
i valenti e i prodi. 



— 400 - 



LVI 
Lafranc Cigala e Simon Doria 

al, p. 609. Bertoni, Trov. min. di Genova, p. 8, 

I. Amics Symon, si • us platz, vostra sembianza 
Voil qe ■ m digatz d'aqetz dos partimenz : 
Dos cavalliers sai qui d' un'egalanza 
Fan messios honradas e plazenz. 
5 L'us es tan larcs q'al cor n' a alegranza 
Ni • 1 coston re, q'aitals es sos talenz, 
L'autr'a son cor escars qe n'a pezanza, 
Mas per talan q'a d'onor son cor venz. 
A cui deu hom mais grazir tal lionranza? 

10 11. Segne'n Lafranc, ieu hai drecha balanza 
E sai triar entre los conoissenz ; 
Per q'ieu vos die, e*us sui bona fermanza, 
Q' eu non fora per cobeitat valenz, 
Qe se dones e mezes tota Pranza 

15 Iradamen, non for' entre las genz 

Grazitz, mas sei deu hom dir qe sobranza 
Qi de bon cor sai far [bos] faitz plazenz 
E cel n'a grat e mi plaz s'amistanza. 

III. Amics Symon, non es granz maestria 
20 Se*l larcs sap far honradas messios, 

Qe sos talantz e sos cors li en fan via ; 
Non es doncs sols, anz i ha compagnos : 
Mai d'esforz fai cel qe sos cors desvia 
E sos talantz li n'es contrarios 



la tenzo de lafranc e den symon a. 

4 plazentz a. 5 q' al cor] qar a. 7 qe] qi a. 8 d' onor] domnei a; ventz a. 

13 fora] seria a; ualentz a. 15 gentz a. 17 Prima di de bon, si legge: qi del 
cancellato dallo stesso copista a; far] faitz a; plazentz a. 

19 gran a. 21 li en] lieu a. 23 cel qi son cors a. 25 es los a; e n'a] els 
dels a. 27 l'o] la a. 



— 401 — 

25 Et el los venz ambdos e n'a bailia. 
Doncs, qar el es d'onor plus deziros, 
A^al estera s' om plus non l'o grazia. 

IV. Segue 'n Latrane, qi q'o voillia so dia, 
Qe mil aitantz es plus grazitz lo dos 

30 E riionramentz qi nais de cortezia 
Q' aicel de cor destreg e consiros, 
Qe s'om destregz n'escars fai galaubia, 
Esfortz fai gran, mas non es gracios, 
Quar non li ven de francha galliardia, 

35 E pois no'l fai alegre ni ioios, 

El pert lo don eM grat e qan qe sia. 

V. L'onrars del lare, Symon, qais d'aventura 
Ven ses pechat, per q'om no'l deu prezar 
Tant qom l'autre qi nais d'avinen cura 

40 Malgrat del cor, don fai plus a lauzar; 
E si el cor se*n dol, no*n fai rancura 
Ni laitz semblantz, tant gen sab ioi menar, 
Per q' om l' o deu grazir mas de mezura, 
Qar qi mais fa d' esfortz per ben istar, 

45 Mais deu aver de grat, segon drechura. 

VI. Segne'n Lafranc, chascus hom per natura 
Es pars d'autrui, mas aqel qe sap far 
Mais de plazers, de bon cor plus meillura 
Et aqel deu sobrels autres puiar ; 

50 Doncs es garnitz de meillor vestidura 
[Ai]cel q'aM cor e'I talant en donar 
Et en servir, per q'ieu vei qe peiura 
Vostra razos, si ' m voletz contrastar. 
Si ben sabetz mai qe me d'escrichura. 

55 VII. Amics Symon, ieu ai ferma creenza, 
S'om es temptatz de grieu temptacion 



28 so] si a. 29 mil aitantz] nul amantz a; lo dos] oc dos a. 31 del cor 
a; destregz a. 32 s'om] son a. 

38 noM] uol a. 40 a lauzar] alanz. ar a. 41 si el] sei a; fai] es a. 43 deu] 
dei a. 44 fa] sa a. 

47 qe] qi a. 49 Prima di puiar, si ha preiar cancellato dallo stesso copista a. 
50 uesudura a. 

26 



— 402 — 

Et el a tant de valor qe la venza, 
Qe'n deu aver plus honrat guizardon 
Qe ce! qi serf ses trebail e ses lenza ; 
60 Doncs cel qi ventz son avol cor feilon 

E fai, malgrat del cor, faigz de plazenza, 

Qar don' e met e venz tal campion, 

Mer mais de grat, segon ma conoiscenza. 

Vili. Segne'n Lafranc, ben granz desconoissenza 

65 Fora e mi, se d' aquesta tenzon 

Vos clames qit, pos vos aug dir faillenza, 
Per q'ieu voil plus afortir ma razon, 
Qe se Tom serf de cor, a ma parvenza 
Cel qi lo fai contra son corazon 

70 Non es sos pars, si tot voi far valenza, 
Qe sivais tant deu liom mais prezar don 
Qant es plus datz franchamen ses coutenza. 

IX. A'n lacme Gril, en cui es conoissenza, 
Amics Symon, trametam la tenzon, 

75 Q'en cobleian en don drecha sentenza. 

X. Segne'n Lafranc, ben ai ferma crezenza 
Qe sera ben iutiada per razon 

Per lui, qar sap zo q'a fin pretz agenza. 



TRADUZIONE 

I. Amico Simone, voglio che mi diciate, se vi piace, il vostro pa- 
rere su queste due questioni : so di due cavalieri che fanno, in simile 
misura, doni ricchi e graditi. L'uno è tanto liberale che ne trova pia- 
cere e il donare non gli costa fatica, poiché è tale la sua indole; l'altro 
ha invece l'animo avaro e gli pesa il far doni, ma riesce a vincere 
il suo carattere soltanto per il desiderio, che ha, d'onore. Quale dei 
due deve essere più lodato per questa onorevole condotta? 

IL Signor Lanfranco, io giudico rettamente e so scegliere fra i mi- 
gliori ; per questo vi dico, e ve ne dò ferma fede, che io se fossi 
avaro non potrei mai essere valente, poiché se anche donassi e dispen- 



55 creanza a. 58 guizardo. 59 se trebail a. 61 faig a. 62 done emet, ma 
V e prima di met cancellato a. 

64 gran a. 73 A 'n] Anc a. 74 trametan a. 



— 403 — 

dessi il valore di tutta la Francia contro la mia volontà, non sarei gra- 
dito ad alcuno ; invece, devesi ben dire che supera gli altri colui che 
sa fare di buon cuore atti cortesi ed egli ne ha grado e la sua amicizia 
mi piace. 

Ili. Amico Simone, non è prova di grande bravura, se l'uomo d'in- 
dole generosa sa fare ricchi doni, poiché la sua natura e le sue ten- 
denze lo indirizzano su questa via; egli non si trova dunque solo, ma 
ha dei compagni. Maggiore sforzo fa quegli che è sviato dalla sua 
natura ed è combattuto dalle sue tendenze ed egli riesce a vincere l'una 
e le altre; dunque, essendo egli più desideroso d'onore, mal sarebbe 
se non venisse per questa ragione maggiormente pregiato. 

IV. Signor Lanfranco, dica pur ciò chiunque voglia; certo è che 
mille volte è più gradito il dono e l'onore che è effetto di cortesia che 
quello che proviene da cuore avaro e meschino; che se un uomo avaro 
e meschino dà prova di liberalità, fa un grande sforzo, ma non appare 
simpatico perchè questa liberalità non gli viene da franca inspirazione; 
e poiché questo sforzo egli lo fa senza allegrezza e senza gioia, egli 
perde il dono, la riconoscenza e tutto. 

V. La liberalità dell'uomo generoso, o Simone, viene quasi dal caso, 
senza fatica, e per questa ragione non deve essere pregiata tanto quanto 
l'altra che proviene da gentile premura, malgrado le disposizioni del 
cuore, ond' è più da lodare; e se anche l'avaro se ne duole nell'animo 
suo, non ne mostra rancore né fa cattivi sembianti tanta gioia sa dif- 
fondere intorno a sé. Perciò, lo si deve lodare di più, che colui che 
fa maggiore sforzo per comportarsi bene, deve ottenere maggior pregio, 
secondo giustizia. 

VI. Signor Lanfranco, ciascun uomo per sua natura è uguale agli 
altri ; ma colui che sa fare maggiori piaceri, migliora egregiamente se 
stesso e quegli deve poggiare sopra gli altri. Dunque, appare più degno 
agli occhi altrui (letteralmente: appare ornato di migliori vesti, cioè: di 
migliori attributi) colui che ha l'animo eia volontà naturalmente inclini 
alla generosità; ond' io vedo che il vostro argomentare ha la peggio in 
questo contrasto, benché siate più dotto di me. 

Vii. Amico Simone, io sono fermamente convinto che se alcuno, 
sollecitato da forte tentazione, riesce a superarla, deve ottenere più 
onorata ricompensa di colui che è liberale senza fatica e senza lotta; 
adunque colui che vince il suo cuore cattivo e taccagno e, a malgrado 
delle sue ispirazioni naturali, compie atti graditi, merita maggiore stima, 
a mio avviso, perché dona e spende e vince un tale nemico [quale è 
il proprio carattere]. 

Vili. Signor Lanfranco, io non sarei assennato, se vi giudicassi li- 
bero da questa tenzone, perchè vi sento dire errori; ond'io voglio sempre 
più rafforzare la mia ragione. A parer mio, colui che dona gene- 
rosamente non è pari all'uomo avaro che lo fa contro le sue tendenze 



— 404 — 

naturali ; perocché si deve apprezzare tanto meglio un dono quanto piij 
è dato francamente, senza sforzo. 

IX, Amico Simone, inviamo la tenzone al signor Giacomo Grillo, 
che è uomo di sapere, affinchè ne dia un giusto giudizio in versi. 

X. Signor Lanfranco, io ho ferma fiducia che la nostra tenzone 
sarà assennatamente giudicata da lui, perocché egli conosce ciò che con- 
viene al merito. 



405 



LVII 

Simon Doria e Latrane Cigata 

a', p. 596; O, e. 85 (De Lollis, Cam. O, p. 93). Bertoni, Trov. min. di Gen., 
p. 11. Grafia di a. 

I. Car es tant conoissenz vos voli, 
Segne 'n Lafranc, qerer d'amor, 
Q' le ■ n voil appenr 'et ai paor 
Non trassaillis als prims essais. 
5 Qal prezatz mais? 

O valen domna conqerer 

Per gran saber, 
O qe proeza vos enanz 
Tant qe de leis sias ioios? 

10 II. Simon, non sui tals con ieu soii, 
Quar ieu cuiei ia per error 
Qe sabers guides 1' amador, 
Mais ar d' aqel cuiar mi lais, 
Qar amor pais 
15 lois on granz senz non pot caber; 
C ab frane voler 
D' ardit cor vai amors enanz, 
E granz senz !' es contrarios. 

IH. De vostre consci! mi destoil, 
20 Segne 'n Lafranc, ia mais no'i cor; 
Qar vos laissatz sen per follor 
E de folli' ardimenz nais 

Ab granz eslais ; 
Donc pos foUatges n' a*l poder, 



La tenzo den simon (symon O) e den la frane (lanfranc O) aO. 
1 uol a. 3 apenret O. 6 ualem a. 7 Per] p a. 

10 com O. 11 qar O; cugei O. 12 gaides O. 13 aqes a. 14 car O. 17 
enantz a,0. 

21 sen] senz a. 24 doncs O. 27 razon a. 



— 406 — 

25 Grieu pot valer 

Nuls hom ni far bels faigz prezanz, 
Si no • I guida senz o razos. 

IV. Folia no'm platz ni 1' acoil, 
la no'm dones aitai color; 

30 Mas granz senz no m' a tal sabor 
En amar, car mais i vai iais; 

Ni non retrais 
Qe'm vengues foudatz a plazer; 
Anz die per ver 
35 Tot zo non es ges foudatz granz, 
Qi non es senz als amoros. 

V. Segne 'n Lafranc, d'amor mi doil 
E n' ai pensamen e dolor 

E non puesc venzer per ricor 
40 Ni per ardimen tant gran fais ; 
Anz creis 1' esmais 
Qi • m fa qada dia doler 

£• m desesper, 
Per qe se* 1 senz no m' es garanz 
45 Qi • m guide, morrai ad estros. 

VI. Amors voi qe cors d' amie broil 
De ioi de pretz e de valor 

E de bel solatz chascun ior, 
E granz sens 1' es dols e pantais 
50 E se' n irais; 

Dono si "US deu senz d'amor valer, 

Al mieu parer, 
Partretz vos en per sos comanz, 
Per q' es granz senz meinz saboros. 

55 VII. Na Flors-de-lis pretz e saber 
Ten en poder; 



30 saber O. 

40 gran ricavato da grar, a. 41 anz mi creis a O. 42 Qi • m] qin a. 44 sems 
a; garantz a O. 

48 ior] ioi a. iorn O. 49 sens] ses aO; dols] tols a, dos 0. 50 e seu 
uais a, e sen uaus O. 51 doncs O; si • us] sui a. 53 per] pet a; comantz O, 
grantz O. 

55 delis] dels 0. 56 tem O, em a. 



— 407 — 

lutge, si"l platz, deserenanz 
E lacme Grils q' es gais e pros. 

Vili. Synion, ab mi si deu tener, 
60 AI mieii parer, 

Na Flors, e s' il n' es accordanz, 
No'm chal s' en iacmes ten ab vos. 



TRADUZIONE 

I. Poiché siete tanto sapiente io vi voglio, signor Lanfranco, inter- 
rogare intorno ad amore; che voglio impararne qualcosa, ma temo di 
restar vinto alle prime prove: qual cosa pregiate più? conquistare il 
cuore di una valente donna per virtij di molto sapere, o essere tanto 
nobilitato dal vostro valore, da arrivare ad essere soddisfatto di lei [per 
esservi meritato il suo amore?]. 

II. Simone, io non son più quel di prima, poiché io mi pensai per 
errore che il sapere potesse servir di guida all'amatore ; ma ora lascio 
di pensar questo, perchè amore è alimentato dalla gioia, nella quale 
non può trovarsi molto senno : perocché amore procede nella sua via 
accompagnato da franco volere di gagliardo cuore, e il troppo senno gli 
è nemico. 

III. Dal vostro consiglio, signor Lanfranco, io mi distolgo, né più 
ritornerò a consigliarmi da voi; poiché voi lasciate senno per follia e 
da follia nasce ardimento con grandi impeti. Dunque, poiché follia ne 
ha il potere (cioè: poiché follia può condurre ad arditezze inconsulte), 
difficilmente alcuno può bene meritare o fare belle azioni se non è gui- 
dato dal buon senso o dalla ragione. 

IV. Follia non mi piace né l'accolgo; non attribuitemi apparenza 
d'uomo che ami la follia; ma gran senno non credo abbia molto peso 
in amore, che più ci vale la gioia: né io affermai che la follia mi pia- 
cesse ; anzi io dico in verità che tutto ciò che non è ragionevole per 
gli amorosi non è certo una grande follia. 

V. Signor Lanfranco, io mi dolgo d'amore e me ne vengono pen- 
sieri e dolore, e non posso superare per orgoglio o per ardimento tanto 
grande affanno ; anzi cresce il malanno che mi fa ciascun giorno do- 
lere e me ne dispero ; ond'é che se il senno non dà guarentigia di gui- 
darmi, decisamente morirò. 

VI. Amore vuole che ogni cuore d'amante rinverdisca di gioia, di 
pregio e di valore e di bel solazzo ciascun giorno e il troppo buon 



59 Simon O. 61 acordantz O. 62 non a; no O; tem O. 



— 408 — 

senso è all'amore stesso dolore e affanno; ond'esso (l'amore) se ne 
irrita: adunque, se vi deve il buon senso avvantagfjiare in amore, biso- 
gnerà che, seguendo i suoi stessi ordini, lo abbandoniate, questo buon 
senso, poiché esso è men saporito. (Cioè: sarà lo stesso buon senso 
che vi consiglierà a staccarvi da lui, altrimenti non potreste assaporare 
le gioie d'amore). 

VII. Madonna Fiordiligi tiene in sua signoria pregio e sapere: giu- 
dichi, se le piace, d'ora innanzi; e giudichi Giacomo Grillo che è gaio 
e prode. 

Vili. Simone, deve tenersi con me, a parer mio. Madonna Fiordi- 
ligi, e se essa è d'accordo con me, non mi cale se il signor Giacomo 
s'accorda con voi. 



— 409 — 



LVIIl 
Guilhem e Latrane Cigala 

al, p. 587. Bertoni, Trov. min. di Gerì., p. 17. 

I. Lafranc, digatz vostre semblan, 
Qe ■ US par d' estas doas razos ; 
E no "US enueje ma tenzQs 

Si be' US vauc ades menassan ; 
5 Qe saber volrai vostre sen, 
Qal penriatz tota via: 
Qe acses la drudaria 
D 'una gentil donn' e piazen 
E no fos per negun saubut, 
10 Oqe'us tenguesson tuig per drut 
Ci! qe"n parlesson a prezen 
E no n' acses plus iauzimen? 

II. Guillem, be"m tenetz per enfan, 
Qan los plazens faitz amoros 

15 Mi partes egal ab rezos 

De mensongier e de truan ; 
Mas ieu penrai sabiamen, 

Q' ieu non Jais sen per follia, 
Per q' ieu soan la bauzia 
20 Ab los fals rezos de la gen, 
Et a guiza d' aperceubut 
Pren lo ioi q' avetz mentagut 
Enanz ; una vetz senglamen 
Ben mais doncs en volgra de cen. 

25 III. Meravilla me'n don trop gran, 
Lafranc, qe pren cosseil de vos 



La tenzo den guiliiem e den la frane a. 

4 menassan ha /'-n ricavato dal correttore da -m, a. 6 penratz a. 
13 bCTTi] ben a. 14 faitzsamoros, con tz sul rigo, a. 15 a mi, con a can- 
cellato, a. 



— 410 — 

Q' a vostr' obs n' es tan sofraitos 
Qe no • i conoissetz pron ni clan, 
Qe per complir vostre talen 

30 Una noig [o] un sol dia 

Laissatz lo ioi qieus tenria 
Tos teinps mais al vostre viven: 
Cuiatz tuit cil q' an entendut 
Aion cel ben d' amor aiit? 

35 Non an, mas lo lau de la gen 
Prenon en luec de ioi plazen. 

IV. Guillem, eu ai apres aman 
De voler ioi d'amor rescos, 

E vos mi semblatz d'amor blos 
40 Qi'ls fals bruitz anatz razonan ; 
Q' a mi ia noca fora gen, 

Si fos vers s'om en brujia; 
E doncs quossi • m plazeria 
Menzongi' e fals bruis de nien? 
45 Q' leu sai, s' ieu agues brui volgut, 
Maintas vetz auria perdut 
ioi d' amor, q' anava qeren, 
Qi • m tene pois a celat iauzen. 

V. Lafranc, ben avetz vii talan 
50 E ben pauc vos vei enveios 

De ioi ni d'onor cobeitos, 
Q' enaissi metetz en soan 
L' auzor e saubut honramen, 
Per ioi don res non sabria ; 

55 Qe"l thesaurs ia non valria, 

Qi • 1 celes qe noM fes parven. 
Plus com fai peira ses vertut: 
Estrain piai avetz mentagut, 
Q' escars e destreigz e tenen 

60 Tenran tuit per bon vostre sen. 



26 qi a. 29 talan a. 33 entendut, con -ut con. su due lettere illeggibili, a. 

40 Qil a; razonan, con -n ricavato da -m, a. 41 ia] la a. 42 Si] sii a; som, 
con m ritoccata dal correttore, quasi soni, a; bruija con -ij- ritoccati dal cor- 
rettore, a. 

55 thesaur a. 56 noil a. 57 peiras a. 59 tenenz con il secondo n scritto su t 
cancellato, a. 60 tenran ricavato da tètan a ; bon] ben a. 



— 411 — 

VI. Guillem, thesaurs, qi non 1' espaii 
E no • Il fai largas messios, 
Non vai plus con aitan carbos ; 
Aizo no • US vauc eu tenzonan ; 
65 Mas iois d' amor vai d' autramen; 
Qar s' ieu brui d' amor volia, 
la mais pois non aniaria 
L'onor de midonz leialmen ; 
Q' om deu cuiilir 1' amoros frut 
70 A celat, ses autrui aiut, 

Qez amors decliai mantenen, 
Si'l sabon mais dui solamen. 

Vii. Lafranc, de vos ai cognogut 
Q' assatz ben avetz combatut 
75 E tenzonai lo partimen ; 
Pero no • i avetz agut sen. 

Vili. Guillem, pois ieu vos hai vencut 
Ses saber, q' ieu non hai agut, 
S' ieu agues pron d' ensegnamen, 
80 Gardatz co'us vencera corren. 



TRADUZIONE 

I. Lanfranco, ditemi il vostro parere ; che cosa pensate di queste due 
questioni e non vi infastidisca la mia tenzone, benché vi vada sempre 
minacciando [con le mie domande]. Vorrei conoscere la vostra opinione, 
qual partito scegliereste : o possedere il cuore di una gentile e piacente 
donna e nessuno lo sapesse ; ovvero preferireste che tutti coloro che ne 
parlassero vi tenessero suo amante, pur non avendone più godimento? 

II. Guglielmo, voi mi giudicate proprio un fanciullo, quando mi 
proponete ugualmente [da un lato] i piaceri d'amore e [dall'altro] le 
voci del menzognero e villano ; ma io sceglierò saggiamente, poiché 
non preferisco al senno la follia e ho in ispregio la menzogna e le voci 
false del mondo ; adunque, come si conviene a persona assennata, mi 
attengo nella scelta a quella gioia d'amore, che avete per prima men- 
zionata ; vorrei provare piuttosto una volta sola una simile gioia, che 
cento volte trovarmi nell'altro caso. 



61 thesaur a. 63 carbos ricavato da carbon, a. 68 -al- di leialmen ritoccato, 
a. 69 Q'om] qem a, 72 sabom a. 

77 ieu vos] ieus a. 78 q' ieu] qe ieu a. 



— 412 — 

III. io mi meraviglio molto, o Lanfranco, di ciò: che mi sono ri- 
messo in voi per essere consigliato, mentre voi medesimo avete tanto 
bisogno di consiglio che non distinguete il vantaggio o il danno; poiché, 
per soddisfare la vostra passione per una notte o per un sol giorno, 
lasciate in disparte la gioia che vi sarebbe stata compagna per 
tutta la vita. Credete voi che tutti coloro che hanno amato ne abbiano 
veramente provato la gioia? No, certo; ma in sua vece prendono di 
buon grado la lode del mondo. 

IV. Guglielmo, io ho imparato amando a voler godere nascosta- 
mente i piaceri d'amore e mi par bene che voi non amiate, che mi ve- 
nite parlando dei falsi romori del mondo. Quanto a me, non mi sa- 
rebbe neppure piacevole che il mondo ne parlasse, se anche fosse 
vera la cosa ; come potrebbero adunque piacermi la bugia e le false 
voci della gente? Io so bene invece che molte volte, se mi fossi ac- 
contentato delle voci del mondo, avrei perduto quella gioia d'amore 
che andavo cercando e che mi tenne poi in diletto nascostamente. 

V. Lanfranco, ben avete misere intenzioni e mi parete poco deside- 
roso di gioia e avido d'onori dappoi che disprezzate il più alto onore, ad 
altri conosciuto, per un piacere che non sarebbe noto; poiché il tesoro 
non avrebbe valore, se alcuno lo tenesse celato, senza mostrarlo altrui, 
più di quello che non avrebbe valore una pietra sprovvista di qualsiasi 
virtù: voi avete portata la discussione sopra uno strano argomento, e 
tutti gli avari e i taccagni, ma non gli altri, terranno per buono il vostro 
parere. 

VI. Guglielmo, un tesoro vale tanto quanto altrettanto carbone, se 
alcuno non lo spande e non ne fa largo dispendio; di tutto ciò io 
non discuto; ma per quanto spetta ai piaceri che provengono da amore, 
la cosa va altrimenti ; poiché se io desiderassi che altri ne parlasse, io 
non amerei certo con lealtà l'onore della mia donna; che devonsi co- 
gliere i frutti d'amore celatamente e senza aiuto altrui, perocché amore 
decade ben presto, se é noto, salvo solamente ai due amanti (cioè: se 
i suoi segreti sono condivisi da più di due soli). 

VII. Lanfranco, io ho visto che voi avete sostenuto il presente di- 
battito assai bene e avete ben tenzonato ; tuttavia non vi avete palesato 
assennatezza. 

VIII. Guglielmo, s'io sono riuscito a vincervi senza quella dottrina, 
in fatto di poesia, che non ho avuta, figuratevi come vi vincerei alla 
lesta s'io fossi addottrinato. 



4i3 



LIX 
Latrane Cigala e Rubaut 

a\ p. 580. Bertoni, Trov. min. di Gen., p. 19. 

I. Amics Rubaut, de leis, q' am ses bauzia, 

Vos dirai cossi • m vai ; 
Qe qant mi ve eia ■ m ri tota via, 

Mas autre be no • m fai ; 
5 Non sai si * m men' eschern o iai. 

Vos, qe'n cuidatz? Fai o per tricharia, 
O qar li piai m' amors e ma paria? 

II. Segne 'n Lafranc, pos voletz q' eu vos dia 

Mon semblan, vos dirai : 
10 Cella q' amatz crei q' a cor qe*us aucia 
Pos nuli ioi no • s atrai, 
Q' ab ris vos trahis e*us dechai 
Com fetz baizan luda Dieu, ses faillia, 
E si • m despiai q' ili es vostr' enemia. 

15 Ili. Amics Rubaut, se midonz aitais era 
Com cella qi' us trahi, 
Zo qe dizes ges non desconfessera 
Qe non fos enaissi ; 
Mas ab leial cor e pretz fi 
20 Regna midonz, per q' ieu non autregera 
Pos ela-m ri qe*m fos falsa ni fera. 

IV. Segne 'n Lafranc, savis hom non lauzera 
Zo qe iauzatz aici, 



la tenzo du segner la frane e den rubaut a. 

2 coissim a. 3 elam con -in ricavato dal correttore da -n, a. 4 nom ha l'-m 
di mano del correttore il quale ha cancellato una sbarretta sulV o di no, a. 5 nom 
fai, con mei ritoccati dal correttore, a; si • m] si a. 6 fai. Nel ms. faz con z 
espunta e un i, di mano del correttore, sul rigo. 

10 aucia] auciza a. 13 fetz] trahi a, faiili a. 14 uostre e. a. 

19 si] fi a. 



— 414 — 

Qar ia domna q' ames taiit non celerà 
25 Son cor a son ami ; 

Ma per o qar vos fai ien ri, 
Non crei qe'us am, ni ieu non 1' o prezera 
Q' il fez a mi, anz me ' n desesperera. 

V. Rubaut, ris nais de ioi e d' alegranza 
30 E d' amoros talen. 

Et es del cor veraia demostranza 
Q' el' veia ren plazen : 
Doncs si • m garda midonz rizen, 
No"m pot d' amor far plus bella sembianza, 
35 Et eu o pren enaissi, ses doptanza. 

VI. Segne 'n Lafranc, nous puesc gitar d' erranza 

Tant amatz follamen, 
Car vos prenetz ris en luec d' amistanza, 

Mas ieu no"m n' ataien, 
40 Qe badars mi don' espaven. 

Vos atendretz vostra bona esperanza, 
Mas ieu enten que'us er desesperanza. 

VII. Rubaut, apres lo ris aten 

Q' eu aurai ioi de leis e benananza, 
45 Qar non desmen ma domna sa sembianza. 

Vili. Lafranc, si del ris bes vos ven, 
Ben poiretz dir q' aventura'us enanza: 
Pero rizen gab' om los fols en Pranza. 



TRADUZIONE 

I. Amico Rubaldo, io vi dirò quale fortuna ho con colei, che amo 
con cuore leale; quand'essa mi vede, ella mi sorride ognora, ma non 



25 amie a. 26 faitz ieu, con ieu espunto e ir sul rigo di mano del correttore, 
a. 27 qeus con -s ritoccato, a. 28 a mi anz] comanz nel ms. con com espunto e 
ami sul rigo, di mano del correttore. 

29 alegranssa, con il primo -s- cancellato, a. 30 amors a. 33 doncs] domes a. 

42 desperanza con -es- aggiunto, sul rigo, tra s e p, di mano del correttore, a. 

45 Prima di ma domna, si ha nel ms. ma domn cancellato dallo stesso copista, a. 

46 ben a. Prima di uen si ha nel ms. tien cancellato dallo stesso copista, a. 
48 om cavato da on dal correttore, a. 



— 415 — 

mi fa altro piacere. Non so se ella ciò fa per darmi gioia o per scher- 
nirmi. Voi che cosa ne pensate? Fa ciò per ingannarmi o perchè le 
piace il mio amore e la mia compagnia? 

il. Signor Lanfranco, poiché volete che vi dica il mio parere, ve 
Io dirò: quella che amate credo che abbia intenzione di tormentarvi, 
dal momento che non vi procura nessun piacere. Col suo sorriso vi 
tradisce e vi umilia, come fece Giuda baciando Gesìi, senza dubbio, e 
mi dispiace che essa sia vostra nemica. 

Ili. Amico Rubaldo, se la mia donna fosse quale quella che vi 
tradì, non objetterei che non fosse così come voi dite, ma la mia donna 
si comporta con cuore leale e con fino pregio ; per questo non potrei 
concedere che essa fosse falsa o cattiva verso di me dal momento che 
mi sorride. 

IV. Signor Lanfranco, un uomo saggio non loderebbe ciò che voi 
lodate in tal modo, poiché una donna che amasse davvero non ter- 
rebbe tanto celato il suo pensiero al suo amico ; ma pel fatto che vi 
fa un sorriso gentile, non credo che vi ami ; ed io non le sarei molto 
tenuto se lo facesse a me, anzi me ne dispererei. 

V. Rubaldo, il riso nasce da gioia e da allegrezza e da amorosa 
disposizione e dimostra veramente che il cuore vede una cosa che gli 
fa piacere. Dunque, se la mia donna mi guarda ridendo, non mi può 
fare maggiore dimostrazione d'amore ed io prendo la cosa in questo 
senso, senza dubitarne. 

Vi. Signor Lanfranco, non vi posso togliere dall'errore, tanto amate 
follemente, poiché voi prendete il riso come segno di amicizia; ma io 
non me ne compiaccio, perché quell'atto della bocca mi spaventa. Voi 
aspetterete il realizzarsi della vostra buona speranza, ma io capisco che 
dovrete invece disperare. 

VII. Rubaldo, dopo il riso io aspetto da lei gioia e sodisfazione, 
perché la mia donna non smentisce il suo sembiante. 

Vili. Lanfranco, se dal suo sorriso vi proviene felicità, ben potrete 
dire che buona ventura vi protegge; però ridendo in Francia si scher- 
niscono gli sciocchi. 



NOTA SU QUALCHE PASSO DELLE RESTANTI POESIE 
Di LANFRANCO CICALA 

La ragione, per cui non compaiono qui tutti i testi del Cigala, è già stata 
indicata a p. 95 n. 3 di questo volume. Faccio seguire qualche osservazione 
su alcuni passi di qualche componimento non incluso nel numero delle poesie 
da me criticamente ricostruite e pubblicate. 



— 416 — 

Raimon Robin, cu vei qe Deus conienzu. Componimento conservato in 1 
(0. 84''), K (e. 78'') e a (p. 398) e edito dai Mahn, Ged., 616 secondo il ms. 1. 
Non si sa sicuramente chi sia questo Raimondo Robino o Rubino, ma è pro- 
babile che si tratti di un italiano, anzi di un genovese (cfr. p. 134). Il Cigala 
gli dice (vv. 17-20): 

Raimon Robin, en vos no vei guirenza 
Si no • US metes del tot en la deviza 
De los Frances com son cil de Proenza, 
Pois seres sers e per chaut e per biza. 

Questo testo è assai duro. Mi fermo su un solo passo, cioè sul v. 4 della 
str. 11: e qiie tornctz raidelron en camiza. Tutti i mss. hanno raidelron (per errore, 
il Mahn ha stampato raidelren). Si tratterà di un fallo di un copista, che prese 
un nu- per rat-, un / per /, un n per r e un « per n, poiché a me par certo 
che si debba emendare: nud et nou en camiza. La locuzione nud (nui) en ca- 
miza è, d'altronde, ben conosciuta, per es. Flamenca^ 6130: Ve-us m'aici a 
vostra guisa — Tota nudeta en camisa. Bernart de Ventadorn: Anar puosc ses 
vestidura — Nutz en ma camisa (Tant ai). In ant. frane. Fabiiaux, IV, 107: E 
fu toz nuz en sa chemisc (Knòsel, Das altfranz. Zahlwort, Erlangen, 1884, p. 48). 
Quanto a nou, si cfr. Peire Raim. de Tolosa: sa gran beutat son gen cors nou 
e dar (Mahn, Werke, I, 137). Assai frequenti sono le locuzioni nou cors prezan, 
nou cors gent, ecc. 

Lantclm, qui- us onra ni'us acuoill. Testo indirizzato a un giullare chiamato 
Lantelm. Si legge nel solo ms. H (n. 254), in cui ci è stato tramandato con 
molte imperfezioni e con parecchi guasti, a sanare le quali e i quali giove- 
ranno, parmi, le osservazioni seguenti : v. 2 ms. saenssa. Corr. scienssa, Vv. 
9-10: mas entre nos cenom te ioill Da bona semenza. Quel cenom non dà senso. 
Correggo: cern om, cioè: «tra noi, si distingue bene il loglio dalla semente 
buona» che è quanto dire: «siamo abituati a distinguere il male dal bene, 
il buono dal cattivo ». V. 11 las. Si corregga: la {Per qe la meton ssai en moill), 
riferendosi questo la a semenza. V. 12 qar son. Corr. qan es. V. 13 Mas fort 
faillon Breissan pari oill. il Levy, Suppl. Wb., IV, 183 pone dei puntolini al 
posto di pari oill, citando questo passo. Credo che si tratti di Oill, cioè del 
fiume Oglio. I Bresciani rispetto ai Genovesi sono infatti part Oill, « al di là 
dell' Oglio ». V. 29 cusdar. Emenderei in cuidar e correggerei cosi i vv. 25-32: 

E ges no"s taing 
Dir aur d' estaing 

Ni taing donar * 

Ni far 
Cuidar 
[loglar] 
Uei mais qe-1 tegnon car, 
Car es [d'avol] tenensa. 

Il poeta allude sempre a Lantelm, a cui dice il fatto suo. II ms., anzi che Uei 
mais qe'l ha uei qes. Propongo l'emendamento con assai esitazione. Vv. 42-43: 
Qar vos laisset qes de Cardoil L' enoi per tenenza. In questo qes, sia che lo si 
accetti tale quale, sia che lo si corregga in Qeus o Qeis o anche Qei, avremo 



— 417 — 

« Keii », il famoso Keii, della cui indole fastidiosa parlano i romanzi cavalle- 
reschi. Keu lasciò dunque- in eredità a Lantelm il « fastidio », la « noia ». 
V. 54 ab qe dartimalec. Corr. forse aja d'Artimalcc e si compari Marcabru (ediz. 
DeJeanne, p. 101): Del vostre bec, - N' Artimalcc, - No ■ is jauzira ja crestians. Su- 
cliier {Jahrb., XIV, 150) pensa ad Abimelech della Bibbia. Vedasi, per questo com- 
ponimento: Bertoni, Due note provenzali (estr. dagli Studi mediev., voi. Ili), p. 31. 

Ges eu no vei com honi guidar si deia. Mss. : 1, e. 94*; K, e. 77'' ; a, p. 396; 
F, p. 147; D'-, e. 259' (vv. 41-50). Ediz. Raynouard, Lex., I, 476; Mahn, 
Werke, ili, i26; Stengel, Prov. Blumenlese der Chigiana, 52; Teulié- Rossi, 
Anth. de Ferr., p. 60, n. 190. 

5 sgg. de tan pauc non es om ojfendenz — Si tot o fai desapensadamenz — 
Que non sia malvolgutz e blasmatz ecc. Il poeta vuol dire, in questa prima 
strofa, che per quanto poco alcuno offenda o nuoccia ad altri, anche se ciò 
fa senza cattiva intenzione, ne ottiene sempre biasimo. Ora, come mai non 
ottiene altrettanta lode colui che giova ad altri ? Perchè mai il bene non pro- 
cura gratitudine in misura uguale a quel torto che è procurato dal male ? Ciò, 
dice il Cigala, è un giuoco disuguale, è una partita impegnata a condizioni 
impari. Ond'egli non vede com hom guidar si deia! 

Mi limiterò a riprodurre, criticamente ricostruita, la strofa III (,vv. 21-30) 
di questo componimento dedicato a flagellare i torti e le falsità del mondo: 

Dieus fon traitz, per que no-s taing q'om creia 
Semblan ni ris ni salut de trachor, 
Car denan ri e mostra far honor 
E pois detras poing l'amie e'I guerreia; 
5 Non pot esser plus mortais faillimenz; 
Qar de Juda qui si pendet als venz 
Sabem per cert qe no -il fon perdonatz; 
Mas ieu sivals meillor coven lur fatz: 
Sol pendan si li fals qe trait m' an, 
10 Qu' ieu lur perdon mon enueg per lor dan. 

[Varianti: 1 Deus F. 2 mais en salutz ni en ris de trachor F. 3 deuan a; 
ri in a ricavato da ti; e sul rigo in a. 5 e non es tan mortais nultz faillimenz 
F. 6 quadonc (qadonc a) Judas qui (qi Ka) sen p. IKa. 7 sap hora (hora 
sottolineato in a dal correttore del ms. ) 1 K a ; fon] son a. 8 eu F ; lor F. 9 si 
se pendon li f. qui F; pendan in a con -an corr. su -ani; trait ricavato in a da 
uan. 10 que I; eu lor p. m. enoi F; son dan IKa]. 

È da notarsi, al v. 6, l'allusione a Giuda « qui si pendet als venz ». Anche 
nel serventese Honratz es hom (edito dal Kolsen, Archiv, CXXIX, p. 467 e 
vedasi questo voi. a p. 13, n. 1), che il Kolsen non sarebbe alieno dall' attri- 
buire al Cigala, si legge (v. 45) che Giuda al ven se'n annet pendre. Aggiungasi 
che Sail d' Escola nel componimento Gran esfortz fai (Chabaneau, in Rev. d. 
long, rom., S. III, T. XI, p. 218) scrive: E [car chanti d'am]or d'amia morta 
— Menhs ai de sen — Que non ac selh que culhic la redorta — Don fo pendutz al 
ven. Chabaneau pensava che vi si contenesse un'allusione a un romanzo per- 
duto. Chissà che il poeta non alluda unicamente alla morte di Giuda? Ev. di 
Matteo, XXVII, 5: « Et proiectis argenteis in tempio, recessit, et abiens laqueo 
se suspendit ->. 

27 



— 418 — 



LX 
Bonifacio Calvo e Scotto 

al, p. 590. Bertoni, Trov. min. di Oen., p. 21. 

I. Scotz, qals mais vos plazeria 
D'aqetz dos plazentz solatz : 
Far podetz de vostr' amia 
Totas vostras voluntatz, 
5 Mas per re no * us consentria 
Qe"il parletz ni la veiatz 
E'n aitan qan viva sia 
la tant non seretz amatz : 
O vezer la tota via 
10 E parlar ab leis poscatz, 

Mas del plus non vos valria, 
Ni forzar non la deiatz ; 
Ar veirem qal penriatz 
E no • i gardetz cortezia. 

15 II. Bonifaci, fols seria 

S' ieu midonz, on es beutatz, 
Pogues aver a ma guia 
E tener nud'en mos bratz, 
S'ieu tot parlar no "il podia 

20 E'I vezers me'n fos vedatz, 
S'ieu aissi non la penria ; 
Qe"l parlars qe m'autreiatz 
E'I vezers mi doblaria 
L'afan, sei plus no • m fos datz. 

25 E qan mi remembraria 

Q' aissi "m fos desesperatz, 

Lo vas fos apareillatz, 

Qe ia plus [ieu] non viuria. 



La tenzo den bonifaci e descot a. 

1 plaizera a. 5 consentria ricavato dal copista da consentirà a. 
18 nud' en] mi den a. 19 no • il] non a. 20 fos con o ritoccato a. 22 qe] qem a. 
23 vezer a. 24 non a; fos con -s soprascritto a. 



— 419 — 

III. Scotz, segon ma conoiscenza, 
30 Follamen sabetz chauzir, 

Qan de leis 1' umil parvenza 
E'I bel semblan e"l gen dir 
Giqetz, car mais vos agenza 
Ab leis iazer e durmir ; 

35 Q'el mond plus greu penedenza 
Non crei e' om pogues siiftrir, 
Com de parlar estenenza, 
Pos q' om n'a cor e dezir; 
Ni res nom pot far vallenza 

40 Ni conort ni abeillir 

Ses vezer; al meu albir, 
Vos faill ganre de sabenza. 

IV. Bonifaci, en sovinenza 
Hai midonz e la remir 

45 Tal co • 1 iorn q'amors semenza 
En me de leis fes flurir 
El cor qi de l' estenenza 
Del vezer mi fai garir, 
E del parlar m'es guirenza 

50 Balzar, tener e complir : 

Mais vostres mais encomenza 
Totz iornz e non pot fenir ; 
Per qe vos er, ses bistenza, 
Zo"m par e no"us pot fallir, 

55 Qom Tantalus a murir, 
E d'aizo aiatz plivenza. 

V. Scotz, pos ma donna m'autreia 
Q'ieu pari' ab leis e domneg 

E q' leu la remir e vela 
60 Sembla-m qe truep ben espleg; 
E qar non tain q' esser deia 
Pros domna d'avol autreg, 
No'm pren del iazer enveia, 



37 estenenza] estenza a. 39 nom] com a; falienza uallenza, ma fallenza 
cancellato dallo stesso copista, a. 41 albit a. 42 faille a. 

43 Bonifaz a. 45 tal col a. 46 Prima di flurir, si ha suffrir cancellato dallo 
stesso copista. 51 Mais] malz a. 56 aiatz plivenza] atz primenza a. 

58 par ab a; domneig a. 59 ueia] uera a. 60 semblan a; ben ben a. 65 
mas] mal a; fol a. 67 creza a. 68 eleig a. 



— 420 — 

Q'ieu am mais, q'eu non enveg; 

65 Mas vostre fois cors dereia 
E voi ab gien passar dreg, 
Per q'ieu non conseil qe*us creia 
Domna, qi pretz a eleg ; 
Qar no 'US vei prim ni adreg 

70 Ves qe fin' amor plaideia. 

VI. Bonifatz, be"m par q'esteia 
En pena e cor destreg 
Cel qi leis qe plus enveia 
E plus am'en tot endreg 

75 Ve e • il pari' e zo li neia 

Per q'amors fort lo destreg; 
E a vos platz, car no • us greia 
Amors ni • us fai chaut ni freg: 
Mas ieu, cui amors guerreia, 

80 VoiI Io iazer, car ieu veg 

Q'alcus hom per al non preia; 
Per q'enantz voler lo deg, 
E del domnei me refreg, 
Car qecs ab sidonz.domneia. 



TRADUZIONE 

I. Scotto, qual più vi piacerebbe di queste due gioiose proposte : 
potete fare della vostra amica tutto ciò che volete, ma essa non vi accon- 
sentirebbe di parlarle né di vederla, ne vi amerebbe per tutto il tempo 
della sua vita; ovvero voi potreste vederla e parlarle ma non prendervene 
diletto né forzarla ; ora vedremo che cosa sceglierete e non tenetevi per 
ragioni di cortesia dall'una o dall'altra scelta. 

il. Bonifacio, io sarei folle se potessi avere a mio piacimento la 
mia donna, in cui regna bellezza, e potessi tenerla nuda fra le mie 
braccia, pur non essendomi concesso di vederla e di parlarle, e non 
la prendessi con tal condizione ; poiché il parlarle, che mi concedete, 
e il vederla mi raddoppierebbero l'affanno, se non potessi ottenere la 
cosa di maggior momento. E soltanto al pensiero di divenire così 
infelice, io desidererei che mi fosse apparecchiato il sepolcro, che non 
potrei vivere piìi oltre. 



71 Bonifaci a. 72 en pena e cor destreg] en prene or destreig a. 75 Ve 
e 'il] ne ci! a. 76 destreing a. 79 amor a. 80 ueig a. 81 Q'alcus] qaleu a. 82 Prima 
di deg, si legge dreg cancellato dallo stesso copista, a. 83 refreig a. 



— 421 - 

III. Scotto, secondo il mio parere, voi non sapete fare una buona 
scelta, dal momento che voi preferite giacere e dormire con lei e lasciate 
da parte il suo gentil parlare e le sue umili e belle sembianze; poiché 
io non credo che alcuno possa sopportare maggior penitenza di quella 
che consiste nell'impedimento di parlare, dappoi che se ne ha desiderio: 
nessuna cosa può far piacere, ne conforto, né può rallegrare senza che 
sia veduta: a parer mio, voi mancate assai di saggezza. 

IV. Bonifacio, io ho sempre nel pensiero la mia donna e la riguardo 
[con gli occhi della mente] come nel giorno, in cui fiorì amore nel mio 
cuore, il che è cagione ch'io non mi dolga della gioia, che m'è tolta, di 
vederla; il baciare e gli amorosi diletti mi compensano alla lor volta 
della proibizione di parlarle, invece il vostro male incomincia ogni giorno 
e non ha mai fine; voi certo dovrete, pare a me e non vi accadrà altri- 
menti, morire del supplizio di Tantalo, siatene pur certo. 

V. Scotto, poi che la mia donna mi concede di parlare con lei e 
di corteggiarla e di rimirarla e di vederla, mi pare di ottenere anche 
troppo ; e poiché non conviene che una donna prode miserevolmente si 
conceda, non mi prendo nessuna cura del giacere, pel fatto che io amo 
più di quello ch'io senta i desideri; ma il vostro folle cuore é sviato e 
vuole sembrar giusto con ingegnosità, per la qual cosa non consiglio 
alcuna donna a credervi, se ha pregio eletto ; poiché io non vi vedo 
accorto né giusto verso ciò che è presidio di fino amore. 

VI. Bonifacio, ben mi pare che stia in pena e in tormento colui 
che vede e parla con la donna che più desidera, quando essa gli 
diniega la cosa per la quale egli è afflitto: e tutto ciò piace a voi, 
che non sapete che sia il tormento di amore; ma io, che sono combat- 
tuto da amore, preferisco il giacere poiché io vedo che ognuno non 
domanda che questo; ond'io questo voglio prima di tutto e non mi dò 
troppo pensiero del corteggiare, perché ciascuno può donneare con la 
propria dama. 



— 422 — 



LXI 

Bonifaci Calvo 

1 e. QS"-; K, SI"-; a», p. 413. Mila y Fontanals, Trov. en Esp., p. 201, n. 8 
Pelaez, Bon. Calvo, p. 339; Bertoni, Nuove rime prov., in StudJ romanzi, 
II, n. VII. Grafia di a. 

I. Un nou sirventes ses tardar 
Vueil al rei de Castella far, 
Car noTn semola ni pes ni crei 
Q'el aia cor de guerreiar 

5 Navars ni l'Aragones rei; 

Mas pos dig n'aurai zo qe dei, 
El faz' o qe qiser fazer. 

II. Mas ieu oug ia maintos dizer 
Que el non los qier cometer 

10 Si non de menassas, e qen 
Qer de guer' ondrado seer, 
Se ieu mun ben qe Ili coven 
De meter hi cuidad'e sen, 
Cuer e cors aver et amis. 

15 III. Per qoi ia diz au roi, se pris , 

Vuet avoir de ce q'a empris, 
Qe il guerrei sens menacier 
Qe rien no mont', au mien avis; 
Qe ia por voir oì comtier 



3 senbla I; ni pes] ni pos I. // ms. a ha ni pes, ma l'i di n /u aggiunto 
dal correttore. 6 que I ; in a, qe dei è di mano del correttore su du cancellato. 

8 oug ricavato da ong dal correttore in a. e l' o ha un segnino sotto, sempre 
del correttore; ia] za 1 K. 9 mon IK; qier] qer K. 10 quen I. 11 quer 1. 12 
niunben a {con ni- scritto dal corr. su m- espunta), inunben 1, niunben K; que 
I; conuen K. 13 ciudad a, e /'-!- è del correttore. 14 cuet (-t scritto dal corr. 
su -r) etors a. 

15 quei IK; ia di IK; rois in a, con -s cancellata. 16 Vuet] unet I, anet 
mutato dal corr. in unet a; aucir in a ricavato da aucir; qua I; enpris I. 17 



— 423 — 

20 Que el puet tost au chanp trover 
Li doi rei, se talent en a. 

IV. E se el aora non fa 
Vezer en la terra de la 
Sa tenda e son confalon 

25 A lo rei de Navarr'e a 

So sozer lo rei d'Aragon, 

A caniar averan razon 

Tal qe solon de lui ben dir. 

V. E comenzon a dire ia 

30 Qe mais qer lo reis de Leon 
Cassar d'austor o de falcon 
C'ausberc ni sobreseinh vestir. 



TRADUZIONE 

I. Un nuovo serventese, senza tardare, voglio fare per il Re di 
Castiglia che non penso ne credo ne mi pare ch'egli abbia cuore di 
guerreggiare col re di Aragona e con i navarrini ; ma quando ne avrò 
detto ciò che debbo, faccia egli ciò che si voglia. 

II. Ma io odo già molti dire che egli non vuole assalirli se non 
con minacele, e io so molto bene che conviene a colui che vuol ripor- 
tare onore di guerra, impiegarvi senno e riflessione e tutto se stesso e 
avere e amici. 

III. Ond'io dico al re, se vuole aver merito per ciò che ha intra- 
preso, che egli guerreggi senza minacciare, perchè ciò non giova a 
nulla, al mio parere; che io udii raccontare in verità che egli può tosto 
trovare in campo i due re, se ne ha voglia. 

IV. E se egli ora non mostra nella terra di là la sua tenda e il suo 
gonfalone al Re di Navarra e se suo suocero il Re d'Aragona, avranno 
motivo di cambiare di sentimenti alcuni che per abitudine dicon bene 
di lui. 

V. E incominciano già a dire che il Re di Leon più ama cacciare 
astori e falconi che vestire usbergo e corazza. 



qel guerriers 1 K a; menacier con -r ricavato da -n dal con. in a. 18 mien] tuien 
I K. 19 ia] lai a; comtier in a ha il -t- ritoccato. 21 re I K. 

22 non] nos I K a. 24 soe I a, see K ; tende s. e. 1 K a. 25 nauar K. 26 arra- 
gon I. 27 cantar IK; auera a, auenra IK. 

30 quer IK; rei I K. 32 sobrenseing I. 



— 424 — 



LXII 

Bonifaci Calvo 

1. e. 98'»; K, e. 81 '1; ai, p. 416. Bartsch-Koschwitz. Cinesi, prov^, 301; Pe- 
LAEZ, Bon. Calvo, p. 344; Crescini, Man.^, p. 368. 

I. Ges no m'es greu s'eu non sui ren prezatz 
Ni car tengutz entr' està gen savaia 
Genoeza, ni • m platz ges s'amistatz, 

Car no*i cab hom a cui proeza plaia ; 
5 Mas ab tot zo mi peza fort qu'il es 
Desacordanz, car s' il esser volgues 
En bon acort, sos granz poders leumen 
Sobraria totz cels per cui mal pren. 

II. Hai, Genoes, on es l'autz pretz honratz 
10 Qu'aver soletz sobrel gen, que par qu'aia 

Totz vostres faitz decazutz e sobratz 
Tan fort que totz vostr' amics s' en esmaia ? 
Sia ■ 1 descortz, qu'entre vos es, jos mes, 
E donatz vos luecs a tornar los fxes 
15 En las bochas de cels que, per conten 
Qu'avetz mest vos, si van desconoissen. 

III. Mas lo contenz es tant mest vos poiatz 

Que, s'el non chai, greu er que no'us dechaia ; 
Qu'om vos guerreia, e vos vos guerreiatz ; 
20 E qui vos venz, ar no's cug que'l n'eschaia 
Laus ni bos pretz, car no'us platz vostre bes, 
Que l'us a gang quant a l'autr'es mal pres: 



1 no sui IK; prezatz ha anche a (Cresc. prezat). 7 leumenz a. 8 sobrana 
IK; sobraria in a e -ri- è scritto di mano del correttore sopra un tz cancellato. 

9 auz I; 14 luec ha anche a (Cresc. luecs). 

17 mest si legge anche in a (Cresc. mes). 18 nos deschaia {con l'ultimo 
a agg. dal correttore) a. 19 qom in a e l'm è ricavato dal corr. da un n; e 
manca I K, in a aggiunto; vos vos] vos ios K; guerrejatz in a con j ricavato da 
i. 20 no's] nous K a. 21 bon I K. 



- 425 — 

Doncs qui venz tan descabdelada gen, 
Non fai esfortz don piieg em pretz valen. 

25 IV. E si no fos la foliors ci peccatz 

Que nais del vostre descort, tals s' asaia 
Leumen a far zo que mais vos desplatz, 
Que "US for'aclis, car res tant non esglaia 
Vostres guerrers ni tant lor despiai ges 

30 Con farla "1 vostr'acortz, s'el pogues 
Entre vos tant durar enteiramen 
Que poguessetz d'els penre veniamen. 

V. Car il sabon que leger no'us donatz 
De vos ventar, mostron que lur desplaia 

35 Zo que prò vetz los avetz malmenatz, 

Tant que greu es luecs, on hom no ' 1 retraia, 
Que trenta d'els non esperavon tres 
De vos, per e' ab pauc non es Dieus repres, 
Car de tal guiza vos a tout lo sen 

40 Que 'US sobron cil que no valon nien. 

Vi. Venecian, ben sapchatz qu'obs vos es 
Que si' ab vos Dieus contrals Genoes, 
Car, ab tot zo qu' el vos hi vai granmen, 
Vos an il tout tant qu'en vivetz dolen. 



TRADUZIONE 

1. Non mi pesa punto s'io non sono apprezzato né stimato fra 
questa malvagia gente genovese e non mi aggrada la sua amistà, 
perchè non vi si trova nessuno, a cui piaccia il valore ; ma con tutto 
ciò, mi duole molto che essa sia in discordia, perchè se si sforzasse 
d'essere concorde, sarebbe tanto potente da leggermente vincere tutti 
coloro, dai quali soffre danno. 



26 asaia in a con /'s ricavato da i, di mano del correttore. 28 qieus a. 29 
gueirers K; los a. 32 qel a; venjamen in a, con j cavato da i. 

33 leier in a, con i espunto e con una crocetta in alto, di mano del corret- 
tore; nos a. 34 uenjar in a, con j ricavato da i dal correttore; mostron in a, 
con -n ricavalo da -m. 39 tout) tot a. 40 nien m a ricavato da men. 

44 an in a è stato aggiunto sul rigo, di mano del correttore. 



— 426 — 

II. Ahi, Genovesi, dove è l'aito pregio onorato, che foste abituati 
ad avere sopra la gente, che par vi abbia abbattuti e vinti per tutti i 
versi, in modo che ogni vostro amico se ne conturba? Scompaia la 
discordia, che è tra di voi, e date opera a indirizzare coloro (letteral- 
mente: volgere i freni nelle bocche di coloro), che, per la contesa che 
avete fra voi, si fanno vostri avversari. 

III. Ma la contesa è divenuta sì grave fra voi, che se non cade, 
sarà difficile che non vi faccia decadere, poiché siete guerreggiati e 
vi guerreggiate voi stessi e, se alcuno vi vince, questi non credo si 
mèriti lode e stima, dal momento che a voi non piace il vostro 
bene; che l'uno ha gaudio quanto l'altro è in affanno. Dunque, chi 
vince gente cosi sregolata, non fa tale sforzo da poter salire in grande 
pregio. 

IV. E se non fosse la follia e il danno che nasce dalla vostra 
discordia, taluno che si prova con disinvoltura a farvi ciò che più 
vi rincresce, vi sarebbe invece deferente, perchè niente spavente- 
rebbe e spiacerebbe tanto ai vostri nemici quanto la concordia, se 
questa potesse durare completa, tanto che poteste prendervi di essi 
vendetta. 

V. E come sanno che non vi date pensiero di vendicarvi, cosi 
fanno sembiante che a loro spiaccia di essere stati vinti più volte da 
voi, tanto che non vi è quasi luogo, in cui non se ne parli; che trenta 
di essi non aspettavano tre di voi (cioè: temevano tre di voi, non vale- 
vano tre di voi). Per poco, Dio non ne viene biasimato, che vi ha siffat- 
tamente tolto il senno che vi vincono coloro che non valgono nulla. 

VI. Veneziani, sappiate che vi è d'uopo che con voi si schieri 
Iddio contro i Genovesi perchè, con tutto ch'egli vi assista grande- 
mente, vi hanno tolto tanto che ne vivete dolenti. . 



NOTA SULLE POESIE DI B. CALVO 

Dopo la stampa del Pelaez, un nuovo ms., quello che ci rappresenta in 
una copia cinquecentesca la seconda parte del canzoniere di Bernart Amoros, 
è venuto alla luce. Esso conserva (pp. 402-417) i testi dei Calvo nello stesso 
ordine di 1 K. Oltre a ciò, la lezione è in fondo la stessa, poiché il ms. di 
Bernart Amoros, per quanto concerne i componimenti di Lanfranco Cigala e 
del nostro, proviene da una medesima fonte. Chi esamini minutamente i testi, 
si avvede che lo schema dei mss. è il seguente: 



— 427 — 
Originale dkl Calvo 



Beni. Amoros 



11 ms. di B. Amoros può dunque giovare un poco, laddove i copisti di 1 
e K hanno mal letto in X (attestato da numerose lezioni). Come non ho cre- 
duto opportuno di stampare i testi dei Calvo nella mia edizione del canzoniere 
dell' Amoros, così non sarà discaro al lettore che qui ne tocchi, prendendo a 
base l'ediz. del Pelaez. Comunicherò le varianti (anche quelle grafiche, che non 
siano proprio del tutto inutili) di a, e dirò anche qualcosa sulla ricostruzione, 
dovuta al Pelaez, di questo o quel passo (cfr. I, 1 ; V, 3, 10; Vili, 33; XIV, 
42. ecc.). 

I, 1-2 Leggerei: Temps e luecs a mos sabers, — Si saupes, d'avinen dire, 
poiché la lezione del Pelaez non dà senso. D'altronde saupes {non saup es) legge 
il ms. a, come forse 1 K, che non ho ora sotto gli occhi. 3-6 pueis a. 18 qieu a. 
28 piegz a; ditz a. 38 soi a. 39 non a. 

II, 3. // ms. a ci dà la buona lezione qe cotz e fen. // copista aveva letto 
totz, come si ha in I K, ma il correttore {Piero di Simon del Nero), che aveva 
sott' occhio, come ho altrove dimostrato, il canzoniere stesso dell' Amoros, ha cor- 
retto: cotz. 4 truep a. 11 cor a. 21 e luecs. 22 uueigz a, con uu ricavati da 
mi. 27 grieu a. 34 zo" a. 35 leucs ricavato da lieucs. La rima richiede -uecs. 
Credo sia nel vero lo Jeanroy (« Moyen àge >, X, 187), che interpreta uec(s) 
come oc. 

Ili, 5 el. // ms. a ha e sottosegnato dal correttore. Ha poi anch'esso penz, 
mentre la correzione in pes si impone (v. al v. 13: res). 10 truep a. 14 Anche 
a: lo t. celui qer daz. 20 qauer els (-Is del corr.) honors a. 22 entendre, 
ricavato da contendre, in a. 30 voli buona lezione di a, da accettarsi. 34 
qeu a. 

IV, 1 em se a. 9 uns, per mis, in a è una svista del copista. 11 on nom a. 
Da corr. on in o, ma da accettarsi nom. 17 ieu, sueil a. 21 deu a. 26 hoeilz 
a. 28 dreg] eluegz a. L'originale aveva, dunque, sicuramente duegz {poiché el é 
una cattiva lettura di un d). 

V, 3 e' US. // ms. a ci dà la vera lezione eus, quale doveva trovarsi in X, 
mal letto da I K. Si accetti dunque E"us, come aveva proposto il Levy, Lit., 
p. 29. 9 non a. 10 Anche a ha tant can ni amar pogues. Bisognerà, pormi, 
prendere pogues nel senso di condizionale, secondo l'uso antico, a meno che non 
si corregga ni in mi, dando a tant can un senso oltremodo insolito. 14 uueil 
qem deiatz (retener manca) a. 21 sen e conosenza a. 22 ualia a. 25 non penz 
a {ma corr. pes). 27 captener a. 28 uullatz a. 29 paratge a. 40 truep a. 



— 428 — 

VI, 11 d'esauzar) // rns. a ha de lauzar con I corretto su s espunta. 17 
triiep a. 18 fag. 19 qen. 21 iialiall a. 25 puesc a. 26 con a. 28 mes a. 29 truep 
a. :56 ser qi truep sembla orguiilos a. :58 uueil a; aillor a. 40 dans con n su u 
espunto; afatiz ; qieu a. 

VII, 7 ualanz a. 8 faiz a. 11 dechaer a. 16 ardimeli a. 17 gardetz a. 28 
despeig a. 33 qieu a. 41 castellam a. 42 truep a. 45 reuenimen a. 

Vili, 5 pueis a; qel manca a. 12 non manca a. 16 pueis a. 26 qiel a. 27 
digne manca a. 32 plaig a. 33 sen a. Da accettarsi {s' en fol); non a. 42 faig a. 

IX, 3 deual a. 10 leu a. 12 ieu a. 22-24 mancano in a. 35 non a. 42 so- 
frainh a. 

X, 4 sen pogram (sen e da accettarsi); gaudir a. 5 dreg a. 19 chalon a. 
20 pos a. 22 pueion a (erf è la buona lezione, da accogliersi con un piccolo ri- 
tocco: puei'om). 24 nau a. 25 signher a. 43 capteinh a. 

XI, 6 qieu a. 7 qieu a. 15 ardit, col -t sottosegnato dal correttore, a. 16 
esperetz corretto in espacz. 17 na mes a. 22 segur a. 34 pueida uezer a. 36 
qui a. 42 puesc a. 44 niil a. 45 cubecs. 47 ben ualenz a. 50 i manca in a. 55 
aitan prò a. 57 pena a. 69 captieinh a. 76 qieir a. 77 qui a. 78 ien a. 

XII, 2 uueilla a. 10 puesc a. 13 qen a. 16 ies a. 18 qiu uiu a. 19 puesc a. 
24 laguia a. 25 pueis a. 31 suspir a. 34 qieu; non can a. 36 lueinh a. 38 plus 
fols qi fols mi a. 39 achaissos a; moiila a. 40 non uis a. 43 se na gues a. 
44 dagues a. 

XIII, 4 sai manca in a. 7 gasconio a. 10 puesca a. 14 comdeiar a. 27 
nauarre a. 31 Ueiran lo a. 33 tais a. 34 puoscon a. 37 preias a (e sulla pa- 
rola una crocetta del correttore). 47 maiz si fes a. 51 duptar a. 52 uol u. a. 
58 pesat a. 

XIV, 2 foliatz a. 3 chanz a. 10 armas a. 13 caitan gai sui urneus a. 17 
qieu a; paratz a. 24 lauzengiers a. 25 truep a. 31 meschaps a. 33 tals a. 39 
reingz a. 42 celleis cui sui miels qe mieus a. // ms. a ha dunque il verso per 
intero, già ricostruito, per felice congettura, dal Levy, Lit., cit. col. 33. La frase 
è ben conosciuta e fu imitata anche dai poeti italiani delle origini. F. de Romans 
(ediz. Zenker, p. 45, v. lì) ha a ragion d'esempio: que mill aitanz soi melh 
vostre que meus. E nella Epistola d'amore edita dal Napolski, Pons de Capd., 
p. 109 e dallo Zenker, p. 72: se melhz non soi vostre que meus. Anche nel- 
l'Epistola d'amore di Arn. de Maroil, III, 54: cen tans sui vostre melhs que 
meus. Passiamo ora alla lirica italiana. Nel « Mare Amoroso » (vv. 44-45): Più 
v' amo, Dea, che non faccio Deo — E son più vostro assai che non son meo. 
Nella ballata '< Donna mercede» (Carducci, n. XXXIV): Po'ch'eo som vostro 
e no meo. Nell'altra ballata « Doglo d'amor». (Carducci., n. XXXI): La sua 
piacente cera — M'a sì preso che meo de mi dir non poss'eo. Infine, nella bal- 
lata « Po' eh' aviti » (Levi, « Studi med. » IV, n. Xil): che sum vostro e no meo. 

XVI, 2 mortz a. 5 uaus {con u- scritto su d- espunto) a. 8 e mi a. // ms. 
l ha duna, K dun. Ora, il nostro codice dà la buona lezione e poiché la str. II 
è stata aggiunta di mano di Piero del Nero, che era un diligente lettore, possiamo 
ammettere che e mi si trovasse nel m. di B. Amoros e che questi avesse bene 
interpretato X. 11 taignha a. 19 murrai a {scritto su manerai espunto). 20 qieu 
a. 46 trelailan a. 49 piuan a. 58 nauc a. 66 escocendre a. 67 caniar a. 68 
leunhar a. 70 qen a. 72 qel deinhe ueillen grat prendre a {buona lezione, da 
accogliersi). 81 la a. 82 lan a. 84 la a. 86 pueis a. 87 com a. 



— 429 — 

Molte varianti di a provengono da cattive letture dei copista di Tarascona, 
letture, sulle quali il Del Nero, che correggeva con l'originale sott' occhio, è 
certo passato rapidamente, poiché è inammissibile che il ms. di B. Amoros 
le avesse; ma, d'altro canto, in parecchi punti il nuovo codice ci offre la 
lezione esatta, il che non ho trascurato di mettere in evidenza in ogni caso 
che mi sia parso sicuro. 



— 430 



LXilI 
Bonifacio Calvo e Luchetto Gattilusio 

a', p. 536. Bef^toni, Trov. min. di Gen., p. 24. 

I. Luclietz, se 'US platz mais amar tinamen 
Vostra domila et esser desamatz 

Tos temps per leis, on plus finz li siatz, 
Q'aver ab gien et ab galiamen 
5 S'amor conqes et ab tota falsura, 

SapchaM per vos : o s'ets mais voluntos 

D'aver s'amor conqes ab tracios 

Qe de languir finz per sa desmesura ? 

II. Bonifaci, desegai partimen 

10 Sabes partir, q'enianz e lejautatz 

No ■ s fan ensems, ni partir no • Is degratz, 
Al mieu semblan, enaissi engalmen : 
Pero eu prenc amar senes frachura 
E senz tot fallimen con finz e bos, 

15 E'I ioi d'enian lais als fals amoros, 

Qe fan semblan d'aizo don non an cura. 

IH. Luchetz, aqel qe fai parer fegnen 
Q' es amics douz et amics afinatz, 
Per tal q' amdui n'aian ioi e solatz, 
20 Sab mais qe cel q'a ben amar s'empren 
Ab tal parer qe merces e mesura 
Faill'en sidonz, quan no sia razos, 



la tenzon de luchetz gateluz e den bonifaci calvo a. 

1 seus, con /'u ritoccato dal correttore, a. 3 finz con un segnino sotto l'n, 
a. 6 s'ets] seis a; voluntos ricavato da uoluntiers dal correttore, a. 

10 lejautatz, con j ricavato da i dal correttore, a. 14 finz con un segnino 
del correttore sotto l'n, a. 

17 fegnien a. 18 afinatz con -tz ricavato da -s dal correttore, a. 22 falli con 
a ritoccato e i aggiunto, a; sidonz con n ricavata da u, a; quan] quau a. 



— 431 - 

E q'el tos temps dei' esser rancuros 
De leis, car lo desam senes drecliura. 

25 l\^ Bonifaci, finz amanz iauzimen 

Non pot penre d'enianz ni de baratz ; 
Or es nientz zo q'aves razonatz 
C'om d'enjanar sa domna fassa seri; 
Qe fiz amics, piieis finamen s' atura, 

30 Non deu voler, si tot ser em perdos, 
Traìr sidonz; ni l' es iois saboros, 
Si no"l conqer ses tota forfacliura. 

V. Cel qe sa donn'enjana, conoissen 
Q' il en reman iauzenz et el pagatz, 

35 Fai qe savis, e cel es fols proatz 
Cam' e languir voi aman leialmen ; 
Car dreitz non manda ni consen natura 
C'om serv'ab desesper, Luchetz, e vos, 
S'o volretz far, no • i seretz poderos, 

40 Mentr'ajatz sen ni conoiscenza pura. 

VI. Cel q' enjana sa donn 'a escien 

Mier piegz de mort, Bonifaz',eM percatz 
Li vai fort pauc, car non pot venir gratz 
D'amor en cor qe non am coralmen ; 
45 Doncs per nien sa donn' e si peiura, 

Q'el s' enjana, si tot sec son voi blos, 
E'I finz sivals es de rie ioi ioios, 
Car si sent finz e leials senz rancura. 

VII. Aqel leials, don nos avem conten, 
50 Luchetz, es fols s' el non es mais iratz 

Qe iauzenz, qar non es maier foudatz 
Con amar fort en luec desavinen ; 



25 fin aman a. 27 mentz a. 28 enjanar con il primo n ritoccato e con j rica- 
vato da i dal correttore, a. 30 perdons, con n aggiunto sul rigo, a. 32 si rica- 
vato da sui, a. 

33 enjana, con j ricavato da i, a. 36 can e se languir a. 37 dreitz, con -tz 
ricav. da -z, a. 38 ajatz da aiatz a. 

41 qen jana, con j ricavato dal correttore da i, a. 42 el con 1 ritoccato dal 
correttore, a. 44 non ricavato dal correttore da nom, a. 46 s' enjana] lenjana, 
con j ricavato dal correttore da i, a; blos a. // b- è stato aggiunto dal cor- 
rettore. 



— 432 — 

Car hom non pot aver bonaventura, 
Ni n'es lauzatz, e cel es tenj^utz pros, 
55 Qal qe sia, e' ab semblan cabalos 
Conqier dona huinil o brav'e dura. 

Vili. Totz iois dechai e torn'en gran rancura, 
Bonifaci, cant no • 1 soste razos ; 
Per qe ■ 1 fals iois, don vos es volontos, 
60 Non pot plazer a ma voluntat pura., 

IX. Mantenen tort e zo don non ai cura, 
Vos ai vencut, Luchetz, don sui ioios, 
Car ai mostrat q'eu sai tan plus de vos. 
Cab tort conten mieis qe vos ab drechura. 



TRADUZIONE 

I. Luchetto, sappia io da voi se piiì vi piace amare fedelmente la 
vostra donna ed essere da lei trascurato, quanto più le siate fedele, 
che aver conquistato il suo cuore con intrighi, con inganni e con ogni 
falsità. Ditemi dunque : siete voi più desideroso di possedere il suo 
amore con tradimento, o di languire, essendole fedele, per i suoi torti ? 

II. Bonifacio, voi sapete presentare un dibattito che non ha i ter- 
mini di uguale valore, poiché inganno e lealtà non possono accordarsi 
tra di loro e perciò non dovreste presentarmeli, inganno e lealtà, come 
se l'uno equivalesse all'altra, a quanto io penso. Quindi è ch'io scelgo 
di amare senza inganno e senza mancanza, come uomo fedele e buono, 
e lascio le gioie del tradire agli amanti falsi, che mostrano di amare ciò 
di cui non si danno pensiero. 

III. Luchetto, colui che fa le viste d'essere amico dolce e fedele, 
in modo che tutt' e due gli amanti abbiano piacere, è più saggio di 
colui che ama in modo da produrre negli altri l'impressione che pietà e 
misura manchino nella sua donna di maniera che egli debba poi esserne 
sempre adirato, perchè essa non lo ami senza ragione. 

IV. Bonifacio, il leale amante non può prender diletto da inganni 
e da tradimenti, e a nulla vale ciò che avete detto: che cioè sia con- 
veniente ingannare la propria donna; poiché l'amico vero dopo che 
lealmente s'è impegnato, non deve volere, benché serva (ami) in vano, 



55 Qal, con a agg. dal con. sul rigo, a. 

57 ioi a. 58 noi ricavato dal corr. da uol. 59 Prima di iois, si ha cors can- 
cellato, a. 



— 433 - 

tradire la sua donna ; né egli può avere una yioia savorosa se non la 
conquista senza frode. 

V. Colui che inganna la propria donna, conoscendo che ella ne 
rimane contenta ed egli appagato, agisce a guisa di uomo saggio ; 
mentre è folle davvero colui che ami volendo languire con amare leal- 
mente ; poiché la natura non vuole né il diritto comanda che alcuno 
serva senza speranza, o Luchetto. e voi, se vorrete far questo, non 
sarete capace di farlo, se veramente siete uomo di senno e di esperienza. 

VI. Colui che inganna la propria donna sapendo di ingannarla 
merita peggio della morte, Bonifacio, e quel bene, che si procaccia, 
poco gli vale perché aggradimento d'amore non può essere in cuore 
che non ami con ardore ; adunque per nulla nuoce a sé e alla sua 
donna, che egli si inganna, sebbene segua la sua sola volontà ; mentre 
l'uomo leale per lo meno é lieto di una letizia pura perché si sente 
fino e leale senza rimorso. 

VII. Quell'uomo leale, intorno a cui noi discutiamo, o Luchetto, é 
pazzo se non é più irato che gioioso ; poiché io non so maggiore 
stoltezza quanto riporre il proprio amore in una donna che non lo 
meriti ; perciocché un uomo in tal modo non può procacciarsi buona 
ventura, e non ne é lodato, e invece colui é tenuto per prode, quale egli 
sia, che sa conquistare con perfetto sembiante una donna umile o severa 
e rigorosa. 

Vili. Ogni gaudio decade e si converte in gran dolore, o Boni- 
facio, quand'esso non é sostenuto dalla ragione; per la qual cosa il 
falso gaudio, che voi desiderate, non può accontentare il mio puro 
desiderio. 

IX. Sostenendo il torto e ciò, di cui non mi dò pensiero, vi ho 
vinto, Luchetto, e di questo fatto io sono allegro, perchè ho mostrato 
ch'io so molto piìi di voi, giacché stando dalla parte del torto tenzono 
meglio di voi che avete ragione. 



28 



— 434 — 



LXIV 

Luchetto Gattilusìo 

al, p. 510; e (Stengel, Progr. della Riv. difilol. romanza, 1872; Schirrmacher 
e BartsCH, Letzt. Hohenst., App. ili; Belorano, Giorn. ligustico, iX, 19; 
Merkel, Opinione dei contemporanei cit., p. 385, n. 5); Bertoni, Irov. 
min., p. 26. Grafia di a. 

I, Cora q'eu fos marritz ni conziros 
Per dan de pretz qe chascus relinqia, 
Ara'm conort e son gais e ioios 
Car iois e pretz revendra qi's perdia, 
5 Car lo pros Coms proenzals Lumbardia 
Voi conqerer et Toscas e Puilles, 
E d'autra part Conratz voi son paes 
E*l reis Matfre non s' i acorda mia, 
Per q'entrels faitz aura pretz sa bailia. 

10 II. Se • 1 pros Coms vai segon q'es poderos, 
Un mirali ha, on mirar se deuria, 
E se"s mires els faitz del rei n'Anfos, 
Ben sai per cert qe tant non tardarla 
Zo q'a empres, qe laissar non poiria, 

15 S'el non laisses tot lo pres q'a conqes; 
Qe • 1 bruitz es tant vas totas partz estes, 
Q'o sabon ia de la mar en Suria 
E d' Espagna entro en Normandia. 

IH. Donc albir se, pois tals es lo rezos, 
20 Si se"n rema, tot zo q'om en diria; 



1 quieu e, ni] e e. 2 que casciin relinquia e. 3 sui e; gai a. 4reuenrae; 
ques e. 5 comps e; prouensal e; Lomb. e. 6 conquerir e; toscana e; poilles 
e. 7 conrar a; conrade e. 8 rei a e; no e. 9 aura] auanta e. 

10 Sii e; ques e. 11 un] maint e; miraiii e; si e. 13 sis e; ben] ieu e; cert] 
uer e; tarzaria e. 14 aiso e' ha e; que laissar e. 15 Que non e; laises e; 
pretz e; e' ha e. 16 bruit e; es] uè e; tan ues tota part e; estes] on es e. 17 
Q' o s. ia d. 1. m.] com iaisaua de lai mar e. 18 d'Esp.] de poilla e; entro] Irò e. 

19 Doncs e; pois] potè; resos e. 20 Si s. r.] sii se tenia e; so e' hom e; 



— 435 — 

E menibre li qe Cari ab sos baros 
Conques Puilla e n'ac la segnioria 
E dels granz faitz qe Pranza far solia. 
Ara n'estan avol cor en defes; 
25 E pois lo noms de Carle en lui es 

Sega'ls seus faitz q'estiers a tort seria 
Per sei clamatz qe vale, s' el non valia. 

IV. E se Conratz non es valenz e pros 
Deslignara, car li seu an Soria ; 

30 Non eraM seu bastant, se plus no*i fos: 
Doncs se laissa so q' esser seu deuria. 
Fara semblant qe mal l'altrui tenria 
E si no'l ven recobrar demanes, 
Fara creire so qe"l reis diz espes: 

35 Q'el sia mortz e q'autr'el sieu luec sia, 
Qe s'el fos vius, lo sieu demandarla. 

V, Se"l reis Matfres fos princeps coratios 
Ni zo qe te conqes per galiardia 
S'era o pert qant es reis, per un dos 

40 N'aura blasme, car mais de carestia 
Lo deu gardar com plus 1' ac a fadia ; 
Et als baros, ont ha tant del seu mes, 
Membre cai son ni eran ni con es ; 
E penz chascuns de gardar noig e dia 

45 Zo q'ab autre segnor mais non auria. 



en diria] em biria a. 21 e m. li] et albir se a; qua e; Cari] cor a. 22 conques] 
car ques a; Poilla e; on ac la senhoria e. 23 e del gran fait e; fransa e; folla 
a. 24 ara n' est. a. e] car arai te al tesor e; auois cors a; deses a. 25 pos 
e; nom e; cari e. 26 segai sieu fait e; quest. e. 27 sei] ses e; uolc e; si non 
uolia e. 

28 Si Colratz e; ualens e. 29 desi, qal seu ancessorla a; desllnhara car 
li sieu sobranson suria e. 30 non e. s. b.] non er aiso a bastansa e; se plus 
noi] si plus no e. 31 si e; ses laissa a; quesser sieu e. 32 semblan e; que m. 
lautrui e. 33 sii no uè e; no a. 34 quel rei e; rei a; dis e; espez a, espres e. 
35 mort e; e cautren son I. e. 

37 SII rei matfre e; rei matsres a; princeps manca in e. 38 E so quel te 
e. p. gaillardia e. 39 Sara e ; o] lo e; rei a; qant es r.] caira e. 40 N' a. bl.] 
aura reblan e; qua mais a. 41 lo d. g. com] deu hom tener on e; lag a. 42 
als] els e; ont manca e; sieu e. 43 membre cai] membre il qui e; ni eran] ni 
can e; com e. 44 pens cascus e; nueit e. 45 aiso e; senhor e; mais manca 
in e ; auria scritto in a due volte, ma la prima volta cancellato. 



— 436 — 

VI. Bernart, apren e chanta • I sirventes 
E poiras dir, se"l cor no fail als tres, 
Qel iuecs sera entaulatz ses faillia; 
Mas tant o voii q'eu non crei qe ia sia. 



TRADUZIONE 

I. Sempre ch'io fossi smarrito e pensieroso per mancanza di pregio, 
da tutti abbandonato, ora mi conforto e sono gaio e gioioso, perchè 
la gioia e il pregio, che scomparivano, rinasceranno, dal momento che 
il prode conte provenzale vuol conquistare Lombardia, Toscana e Pu- 
glia ; d'altra parte, Corrado pretende il paese che è suo e il re Man- 
fredi non è mica d'accordo. Per questo, fra le imprese, acquisterà 
pregio la signoria di Carlo. 

il. Se il prode conte di Provenza ha tanto valore quanta ha po- 
tenza, egli ha uno specchio nel quale si dovrebbe rimirare, e se si 
specchiasse nei fatti del re Alfonso, ben so per certo che egli non dif- 
ferirebbe tanto ciò che ha incominciato e che non potrebbe lasciare 
senza perdere tutto il pregio che si è acquistato ; che la fama si è 
tanto estesa da tutte le parti, che ciò si sa già dal mare a Soria e 
dalla Spagna sino in Normandia. 

III. Dunque pensi egli, poiché tale è la fama, che cosa si direbbe 
di lui s'egli si ritraesse dall'impresa e si ricordi che Carlo coi suoi 
baroni conquistò la Puglia e n'ebbe la signoria e si ricordi delle grandi 
imprese che Francia soleva fare. Ora i fiacchi animi se ne stanno come 
in riserva; ma poich' egli ha il nome di Carlomagno, imiti dunque i 
suoi fatti, che altrimenti egli sarebbe a torto chiamato col nome di 
colui, che ebbe tanto valore, s'egli non ne avesse. 

IV. E se Corrado non è valente e prode, tralignerà, che i suoi 
hanno Soria, e non sarebbero i suoi possessi bastanti se non fossero 
maggiori ; adunque, s' egli lascia ciò che dovrebbe essere suo, mo- 
strerà di non saper tenere l'altrui e se non viene a ricuperarlo subito, 
farà credere ciò che il re dice spesso : che cioè egli sia morto e che 
altri sia nel suo luogo, perchè, s' egli fosse vivo, domanderebbe ciò 
che è suo. 

V. Se il re Manfredi fosse principe coraggioso e se ora, che è re, 
perdesse ciò che tiene per forza del suo valore, ne avrebbe doppio 
biasimo, perchè tanto piìi lo deve difendere da ogni diminuzione quanto 



46 a. de chantar s. a. 47 poira e ; sii e ; falli e ; se cor not f. a ; ai cres a. 
48 Quel iocs e; entabiatz e; ses fadia e. 49 ma tale lo vuol eli 'io non credo ciie 
sia e. In e si ha anche la traduzione italiana di questo testo. Cfr. p. 335, in nota. 



— 437 — 

più Io ebbe a fatica, e ai baroni, a cui ha dato tanto del suo, sov- 
venga chi essi sono, quaU erano e in quale modo nacque la loro po- 
tenza ; e pensi ciascuno a difendere ciò che mai non potrebbe avere 
con altro signore. 

VI. Bernardo, apprendi e canta il sirventese e potrai dire, se il 
cuore non manca ai tre [Carlo, Corrado, Manfredi], che il giuoco sarà 
senza dubbio intavolato; ma io desidero tanto questo avvenimento che 
non ardisco credere che si compia. 



— 438 — 



LXV 

Luchetto Gattìlusio 

al, p. 510; r [messer lanfranc cigala] (Rajna, Studj di fìlol. rom., V, 48). Ber- 
toni, Irov. min., p. 28. Grafia di a. 

I. D'un sirventes m' es granz volontatz preza 
Q' ieu trameta al prò rei dels Poiles, 

E si tot s'es en sobreira richeza, 
S'eu lo conseil, no 'il desplaza ni • 1 pes; 
5 Qe de fol apren liom tot dia 

Sen; e qi ben enten, ben tria: 
Per q'ieu li prec q'entenda mo saber, 
Pois r apregna o"l met'a non chaler. 

II. Can reis desten son cor en gran empreza, 
10 Contendre'm pauc non l'es honors ni bes; 

Qe ■ 1 pauc[s] contrast[z] adutz prò vetz defeza 
Mais qe l'assais e pois vai pauc conqes; 
E si • 1 reis voi la vicaria 
De Temperi ni la baillia, 
15 No l'entenda senz esfortz conqerer; 
Ni cor a tal q'a tant agra"l poder. 

III. Non die ieu ges pos aura Poilla preza 
Qom qe sia, qe la demeta ges ; 

Qe • 1 demetres li seria flacheza, 



en luqetz gateluz a. 

1 un seru. r; gran uolontat r. 2 Q'ieu] qom a; reis r; puilles r. 3 ..sitot.. 
ensobzeup. . .e. . .esa r. 4 sieu r; conseilh r; noi r. 6 senz a; e] manca in a; 
e r. 7 p... tenda r. 8 aprengna r; metta {manca non chaler) r. 

9 gram a. 10 enpredre pauc non es mas necies r. 1 1 quel adutz prouez 

defesa r. 12 assac a ; plus que lasatz r ; e p sino alla fine della strofa manca 

r. 13 rei a; lo a. 16 ni tor a tor a. 

17-24. In r si legge soltanto {della strofa III): non die ieu ges pois aura 

i quella demetta ges dun linemic ereserà amics mermaria. mas 

tot tria so qnpn eu amantener. 17 Poilla] posta a. 22 die ben a. 23 

triar] tirar a. 



— 439 — 

20 Don l'enemic creisseran per un tres, 
E • 1 cors dels amics mermaria ; 
Mas ieu die q'al primer deuria 
Totz reis triar so q'empren e vezer 
C'aizo q'enpren i'aven pois mantener. 

25 IV. Donc derenan mostr' al mon auteza 

D'autra guiza, s'aver la voi manes, 

E non ublit perdon per null'ofeza, 

Pos merceian en son poder er qes ; 

E qi qe'il volla segnioria 

30 Portar en obr'e en paria, 

Prenda la votz, e non cobeit l'aver 
Lo sobreplus, q'en breu faillon lezer. 

V. E gart se ben en cui se fi ni creza, 
Car en alzo granz partz dels seus faitz es, 
35 E non se fi en chascuna promeza, 
Ni tot son voi non dig' en totas res : 
Mas en son cor port tota via 
La balanza e qe qe sia 
Pez e balanz los digz e'is faitz en ver, 
40 EM miels prendre non perda per voler. 

VL Tant a"l reis cor qe no "il plairia 
Hom senz cor en sa compagnia, 
Segne'n Sordel, per q'eu non l'aus vezer, 
Qe mon cor a tals don no"l pois mover. 



25-32. In r si legge soltanto {str. IV): doncs derenan most aguiza 

sauer lon nuille ofesa . pois eqi qeil uoilla seigno pndan la 

uos enon cub eu faillen leizer. 25 mun sa auteza a. 27 ofessa a. 28 li er 

qe es a. 29 qel uol a. 

33-40. In r si legge soltanto {str. V): e gart seben enqui sef ren del 

sieu fach e .... sa. ni tot son uol nò eqi port . . . auia . . . labalàsa eqi ... 

dig e! fach enuer . el miei pndre .... 35 promessa a. 36 zon a. 

41-44. In r si legge soltanto: tanta! rei cor que noi plairia.... sa con- 

pagnia . seingner sordeilh per no laus menert car mò cor atal don . . . mouer. 

41 rei a. 



— 440 — 



TRADUZIONE 

I. Son preso da una grande volontà di trasmettere un serventese al 
prode re dei Pugliesi; e benché egli sia in 'alta condizione, non gli 
dispiaccia né gli incresca s'io lo consiglio; che da un folle si può 
sempre ricavar senno e colui che ha saggezza sa anche ben scegliere: 
per questo io lo prego di ascoltarmi, accetti o metta in non cale il mio 
parere. 

II. Allorquando un re si accinge ad una grande impresa, non gli 
riesce onorevole contendere per poco ; poiché assai di frequente il poco 
sforzo adduce ostacolo più che l'ardimento e una volta che si sia vinto 
si acquista poco ; e se il re vuole ottenere la vicaria o la signoria 
dell'impero, non si pensi di conquistarla senza sforzo, e non ha tal cuore 
da poter tanto. 

III. Non dico già di abbandonare tosto la Puglia dopo averla, come 
che sia, presa, che il desistere gli sarebbe imputato a fiacchezza e allora 
i suoi nemici si triplicherebbero, mentre diminuirebbe il coraggio degli 
amici; ma dico invece che ogni re dovrebbe subito ben scegliere l'im- 
presa, alla quale si accinge, e vedere di mantenerla una volta ch'egli 
l'abbia incominciata. 

IV. Dunque d'ora innanzi, s'egli vuol esser davvero grande, mostri 
al mondo in altra maniera la sua bravura e non dimentichi il perdono 
per nessuna offesa, poiché col perdonare sarà tranquillo nella sua forza 
e, chiunque voglia che gli cresca la signoria per numero d'uomini o 
per opera, egli ne accolga il consiglio e non aspiri a troppo avere, 
che in breve scompaiono i vantaggi [materiali]. 

V. E studi bene in chi crede e in chi pone sua fidanza, poiché 
questo esame costituisce gran parte del suo successo, e non si fidi di 
ogni promessa e non dica apertamente su ogni cosa la sua volontà ; 
porti invece nel suo cuore una saggia bilancia e tutto pesi, i detti e i 
fatti, e per voler troppo non perda il meglio. 

VI. Signor Sordello, il re ha tanto cuore, che non vorrebbe uomo 
senza cuore in sua compagnia ; per questo io non oso venirlo a vedere, 
poiché il mio cuore é posseduto da una tale persona, dalla quale io 
non lo posso togliere. 



— 441 - 



LXVl 

Galega Panzane 

al (Galega panza), p. 512. Bertoni. Studj di filai, ronu, IX, n. xxvi ; Torraca, 
Studi su la lirica ital., p. 339; Jeanroy, Unsirv. cantre Charles d' Aiijou, 
p. 2; Bertoni, Trav. min. di Cenava, p. 30; Wittenberg, Die Hahenstaufen 
im Munde der Troubadours, p. 115. 

I. Ar es sazos e' om si deu alegrar 
E fals clergue piagner lur caìmen 
E lur orgiieill, q' a durat loniainen, 
E lur enian e lur fals predicar. 

5 Ai, desleial ! Toscan 'e Lombardia 
Fais peceiar e no ■ us do! de Suria : 
Treg' aves lai ab Turcs et ab Persanz 
Per aucir sai Frances et Alemanz. 

II. Qui sap mentir o falsamen parlar 
10 sap d' enian o de galiamen 

Aqel es faitz legatz tot mantenen ; 
E s' ieu die ver, als Cremones ben par ; 
Mas lur trafecs et lur granz tricharia 
An fag lur cors, segon la profecia, 
15 Qe Dieus non voi plus sufrir lur enianz 
E dels Frances voi baissar lor bobanz. 

III. Qui voi aucir o qi viu de raubar 
E tost e lieu pot aver salvamen, 

Sol veng 'aucir de Crestians un cen ; 
20 E qi ■ s volgues d' aucir mil esforzar 
Em paradis en l'auzor luec seria. 
Ai, clergue fals ! Laissat aves la via 
E'is mandamenz qe Dieus fes pur[s] e sanz, 
E Moyzes cant escrius los comanz. 



1 aieglar a. 5 deleial a. 6 do!] del a. 

19 un cen] a merce a. 20 mil] nul a. 22 Prima di clergue, si txa clerge 



— 442 — 

25 IV. Si Sainz Bernartz fos eii vid,' alegrar 
Si pogra tost [e] complir son talen 
E la gleiza el primier estanien 
De paupertat vezer, e refuzar 
Las vanitatz, si con el temps fazia 

30 De Saint Peire, qi los contragz giieria, 
E pescava armas e non bezanz 
E soanet delieg e pres afanz. 

V. Al rei Carle degra tostemps membrar 
Con el fon prez ab son frair 'eisamen 

35 Per Serrazis, e trobet cliauzimen 
Assas meillor qe non pogro trobar 
A Saint Eler, qi forfait non avia, 
Li Cristian, alias! q' en un sol dia 
Pezeieron Frances petitz e granz, 

40 Ni la maire salvet [neisj sos enfanz. 

VL Son compaire a laissat periurar 
L' arcivesqe d' un auzor sagramen, 
E'I senescalc qui iuret falsamen 
L'arma del rei per los comtes salvar, 
45 Qi son desfait a tort et a feunia. 

Ai! con es fols qi • s met en sa bailia! 
Per q' eu prec Dieu q' aitai rei dezenanz 
Qe non tene fez pos ac passatz VII anz. 

VH. Si Don Enrics volgues lo sieu cobrar 
50 Del rei Carle, prestes 11*1 remanen, 
E pois fora pagatz de bel nien, 
Qe'l comte fei de Flandres aquitar, 
Qant ac vencut, d 'ufan 'e de bauzia, 
Qe d 'autr' aver sai qe non pagana; 
55 Q' escars fo coms e reis cobes dos tanz, 
E non preza tot lo mon sol dos ganz. 

VIH. Grecs ni Latis no pot ab lui trobar 
Trega ni paz, mas li can descrezen 



cancellato dal copista. 25 bernatz a. 26 talan a. 34 con es son pr. a; frar a. 
36 pogra a. 37 a saint cler a; forsait a. 39 pezeiron a. 

42 autossagramen a. 43 senescals a ; uiret a. 48 fez a. 53 Prima di Qant, 
si ha grant cancellato dal copista. 

54 za! a. 64 Prima di don, si legge sen cancellato dal copista. 



— 443 — 

De Nucheira l'ajJiron a lur taien, 
60 E podon be Bafumet aut cridar, 

Qar ies [de] Dieu ni de Sancta Maria 
No i a mostier, que non o suffriria 
L' apostolis, q' a mes en gran baianz 
La fé de Dieu, don sui meravillianz. 

65 IX. L' aut rei Conrat qi ven per castiar 
Los fals pastors e liurar a turmen 
Q' an laissat Deu per aur e per argen 
E qi del tort fan dreit, qi • Is voi pagar, 
Mantengua Dieus, e lur gran simonia 

70 Confond 'en brieu, si q' en la segnioria 
Tome del rei los desleiais trafanz, 
E qe vencut fassan totz sos comanz. 

X. Si Don Enrics fo traitz per clercia 
Ni per Frances chiflatz, ben si deuria 
75 Veniar d' amdos e non esser duptanz 
De baissar els e lur faitz mal estanz. 

Xi. Lo rei Conrat e sa gran baronia 
E Gibelis e Veron' e Pavia 
Mantengua Dieus, e Frances e Normanz 
80 Met' al desotz e clergues malananz. 



TRADUZIONE 

1. Ora è tempo che ogni uomo si rallegri e i falsi chierici piangano 
il loro decadere e il loro orgoglio, che ha durato lungamente, e il loro 
inganno e il loro falso predicare. Ah, gli sleali ! Toscana e Lombardia 
per colpa vostra sono massacrate e non vi duole di Sona; voi avete là 
tregua con Turchi e Persiani per uccidere qui Francesi e Tedeschi. 

IL Chi sa mentire e sa dire il falso o conosce l'arte degli inganni 
e dei tradimenti, è fatto subito legato: e s'io dico il vero, ben pare ai 
Cremonesi ; ma i loro inganni e le loro infamie hanno già fatto il loro 
corso, secondo la profezia, poiché Dio non vuole più sopportare i loro 
tradimenti e vuol abbassare l'alterigia dei Francesi. 

III. Chi vuole uccidere o chi vive di rapina, presto e lievemente 



67 aur] auer a. 68 qi . Is] qals a. 69 mantegua a; dieu a. 71 tome] titan a; 
reis a; deleiais a. 80 clegues a. 



— 444 — 

può ottenere salvazione, solo che venga a uccidere un centinaio di cri- 
stiani, e chi si volesse sforzare di ammazzarne un migliaio, conquisterebbe 
il luogo più alto del Paradiso. Ah, falsi chiercuti ! Voi avete ben lasciato 
la via e i voleri che Dio lasciò puri e santi e Mosè quando scrisse i 
comandamenti. 

IV. Se Santo Bernardo fosse in vita, egli si potrebbe presto ralle- 
grare e compiere il suo desiderio, e potrebbe vedere la chiesa essere 
nel primiero stato di povertà e rifiutare le vanità, così come faceva al 
tempo di San Pietro, il quale guariva gli storpj e ricercava anime e 
non denari e disdegnò diletti e si ebbe soltanto affanni. 

V. Il re Carlo si dovrebbe sempre rammentare come egli parimenti 
col fratello fu preso dai Saraceni e come trovò commiserazione migliore 
di quel che i Cristiani non poterono trovare a Santo Ellero, che non 
ne aveva colpa: che in un sol giorno i Francesi massacrarono piccoli 
e grandi e la madre non potè neppur salvare i propri figli. 

VI. Ha lasciato farsi spergiuro di un solenne giuramento il suo com- 
pare, l'arcivescovo, e il siniscalco che giurò falsamente sull'animo del 
re che i Conti sarebbero stati salvati, i quali sono invece disfatti a 
torto e con fellonia! Ah, quanto è pazzo colui che si pone sotto il suo 
comando ! Per la qual cosa io prego Dio che avvilisca un tal re che da 
fanciullo in poi (letteralmente: da quando ebbe compiuti i sette anni) 
non mantenne la propria fede. 

VII. Se Don Enrico di Castiglia volesse conquistare quel che gli 
appartiene dal re Carlo, anche se gli prestasse il rimanente della sua 
fortuna, non sarebbe ricompensato che di un bel nulla, poiché egli fece 
pagare il Conte di Fiandra, dopo aver vinto, di arroganza e di perfidia ; 
d'altra moneta so bene ch'egli non pagherebbe, perocché fu poco 
liberale quand'era conte; ora eh' è re é avaro il doppio e non dà a 
tutto il mondo il valore di due guanti (cioè: non ha punto in pregio il 
mondo). 

Vili. I Greci e i Latini non possono trovare con lui tregua né pace ; 
soltanto quei cani miscredenti dei Saraceni di Lucerà lo ebbero favore- 
vole e possono bene gridar alto il loro Maometto ; poiché là non vi è 
più monastero di Dio e di Santa Maria dal momento che non lo tolle- 
rerebbe il papa, che ha messo in gran pericolo la fede di Dio : e ciò 
mi maraviglia grandemente. 

IX. Dio mantenga l'alto re Corrado che viene per castigare e tor- 
mentare i falsi pastori che hanno abbandonato Dio per oro e per argento 
e che fanno legge del torto, se alcuno li vuol ricompensare, e Dio 
punisca in breve i loro gravi atti di simonia, e li riconduca nella signoria 
del re, essi, gli sleali e malvagi, sì che vinti debbano adempiere ogni 
suo comando. 

X. Se Don Enrico fu tradito dai chierici e oltraggiato dai Fran- 



— 445 — 

cesi, ben si dovrebbe vendicare di tutti e non restar dubitoso di abbat- 
terli insieme alle loro cattive azioni. 

XI. Il re Corrado e la sua gran baronia e i Ghibellini e Verona e 
Pavia sian guardati da Dio, siano da lui buttati giù i Francesi, i Nor- 
manni e i malvagi chiercuti. 



— 446 — 



LXVII 

Bertolome Zorzi 

I, e. 98^-; K, e. 82''. Raynouard, Choix, IV, 232; Bartoli, Primi due secoli, 
p. 62. Levy, Bert. Zorzi, p. 73. Crescini, Afan.^ p. 370. Grafia di I. 

I. Mout fort me sui d' un chant meravillatz 

Per lui qu' o fetz, si tot es dregz que"m plaia, 
Quar cel qui es vaienz ni enseingnatz 
Deu ben pensar e gardar que retraia, 
5 Quar nienz es qu' om razonar pogues 

Lo tort per dreg, qu' els pros no*s conogues, 
E pod a leu perdre, mon escien, ' 

Son pretz aicel qui tort a dreg defen. 

II. Doncs si ben fos premiers aconseillatz, 
10 Pois d' escondir Genoes tant s' asaia, 

Non crei qu' ei chant agues mainz motz pausatz 
Qui membrar fan lor sobremortal plaia ; 
Qu' el autreia e' abatutz e mespres 
Totz lor afars pels Venecians es 
15 E r uchaizos, qu 'en pauz' en lur conten, 
Non pot donar contrai mal guarimen. 

III. Car hom non deu de ren esser blasmatz, 

Si '1 fai co"is taing, ni 's dregz que mal 1' en chaia; 
Doncs pois tan gen guerreian ses guidatz, 
20 No*m par qu' en re lur descortz nogut n' aia, 



I: Denbertholome Qorgi. K: Enbertholome gorzi. 

1 marauillatz K. 2 os K; dreigz K, drez 1; qem K, 3 Qar K; qui es] qis 
I K, uailhenz K. 5 Qar K; qu'om] qom K, quo 1. 6 tortz I; dreigz K; cogno- 
gues K. 8 qi K. 9 aconseilhatz K. 10 Pueis K. 12 Tatto il v. 12 fu scritto in 1 
dal medesimo copista nel margine; ma la rifilatura del volume ha portato poi 
via il Q di Qui e il p di plaia. In K invece, il verso è a suo posto. 14 afar I, 
affai- K. 

18 dreg I, dreig K. 9 pueis K; tant K; qen K. 21 nuilh K. 22 lor K. 23 
tota Suez in K, con s- espunto e scritto, a punta di penna, in alto presso tota. 



— 447 — 

C anc al iostar no fo nuill temps que res 
Mas arditz cors failhiment lur fezes, 
Car il foron totas vez mais de gen, 
Gent acesmat e per un dos soven. 

25 IV. E l'aug retrair qu' il tengron afrenatz 
Venecians, ia qu' era lur ineschaia, 
Mas cum ancse fon lur poders doptatz 
Pels Genoes nos membre no "il desplaia, 
Cum de lor naus menav' us sols tres pres, 

30 Mas escondir pogra meills per un tres, 
C 'anc non preiron Venecian conten 
Non aguesson lauzor al fenimen. 

V. Mas s' el volgues semblar enrazonatz, 
Non degra pas dir razon tant savaia 

35 Ni que trei flac valgron trenta prezatz ; 

Pero dels tres no*m par respos s' eschaia; 
Don leu me*n pas e die so qu' es pales, 
Que quant es meills als Venecians pres, 
Adoncs regnon plus cortes d' avinen 

40 E no se"n van en ren desconoissen. 

Vi. Oimais mi par que ben si' aquitatz 
D' aisso qu' a dig, e, s' el no se'n apaia, 
De Venecians queira'Is lor faitz honratz 
E'is grans conquistz faitz ab valor veraia, 
45 E cum er an vencutz los Genoes 
Et en anta 1' emperador grec mes, 
E iutgara pois s' il valon nien, 
Qu' eu non ai plus de respondre talen. 

VII. Valens domna, qu' en cel pais regnatz 
50 Per cui plaidei, pros e plazens e gaia. 
Merce vos clam qu' a mi valer deiatz, 
Que tot quant aug ni vei lo cor m' esmaia, 



25 auch K; qil K. 26 querra K; lor K. 29 mena us 1 K. 

33 senbiar I. 33 ualgront K. 36 del 1; no • m] nò I K. 39 reignon K. 

41 ben manca in I. 42 dich K. 46 iempereor I. 47 lugana 1; pueis sili K. 
40 Quieu K. 

52 auch K. 53 enpres I. 55 puesc K. 56 respeitz I, respeig K; que eu] 
qu IK. 



— 448 



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^t» tmiiA ime ibi» ti^ p««.a>«^<ftf 
imn nnumin rmimi n< ftfiurfftujiìi 



(Ms. K, e. 82, col. b) 



— 449 — 

t 

E sui tant fort de vostr' amor empres, 
Que si no vei vostre gai cors cortes, 
55 Viure non puosc, so sapciiatz veramen, 
C ab lo respeit que eu n' ai muer viven. 

Vili. Venecian, qui ditz que • il Genoes 
Vos an faig dan ni'us an en dolor mes, 
Vostr' onrat pretz non sap ni • 1 dan cozen 
60 Que lur avez fait d' aver ni de gen. 

IX. Bonifaci Calvo, mon sirventes 
Vos man e'us prec queM dirs no-us enuei ges, 
Quar del taisser grat cortezia'm ren, 
E maiormenz dels Genoes 1' enten. . 



TRADUZIONE 

I. Mi sono molto meravigliato di un canto per chi lo fece, seb- 
bene, secondo ragione, dovrebbe piacermi, perchè io penso che chi è 
valente e probo deve ben vagliare e considerare ciò che dice, [il che 
non ha fatto l'autore di quel canto]; per la ragione che non si può di- 
fendere il torto, come se fosse il diritto, senza che presso la gente dabbene 
ciò non sia notato, e può facilmente perdere, a mio parere, il suo pregio 
colui che difende il torto. 

II. Dunque, se si fosse dapprima ben consigliato, dal momento che 
si sforza di scusare tanto i Genovesi, non credo che nel canto avesse 
messe molte parole che fanno ricordare la loro gravissima piaga; che 
egli concede che abbattuti e malmenati sono i Genovesi, nelle loro cose, 
per opera dei Veneziani e la causa, che egli ricerca nella loro discordia, 
non può valere di fronte al loro cattivo operare [che ne è la vera causa]. 

ni. Che nessuno deve essere biasimato se agisce come si conviene 
e non è giusto che glie ne venga danno ; dunque, poiché guerreggiano 
così bene senza guida, non mi sembra che la discordia abbia loro 
nociuto per nulla; cliè mai, in niun tempo, mancò loro negli scontri 
alcuna cosa, salvo l'ardimento, poiché essi furono sempre più numerosi, 
ben preparati e spesso furon due contro uno. 

IV. E io r odo dire che essi tennero a freno i Veneziani, per 
quanto ora non ci riescano più ; ma non dispiaccia loro che noi ci ri- 
cordiamo come sempre la possanza dei Veneziani fu temuta dai Geno- 



57 qui] que I. 58 faitz K. 60 faitz ! ; e de K. 
62 enueill I K. 63 gràt 1. 



29 



— 450 — 

vesi e come uno solo menava tre prigionieri delle loro navi; e potrebbe 
giustificarsi molto meglio, che mai non contesero i Veneziani, senza 
averne lode alla fine. 

V. Ma s'egli volesse sembrare assennato, non dovrebbe dire ra- 
gioni così strane, né contraporre tre fiacchi a trenta valorosi. Che io 
non credo convenga rispondere a quest'argomento dei tre; ond' io lo 
lascio sotto silenzio e dico ciò che è manifesto: che, cioè, quanto più 
sorride la fortuna ai Veneziani, tanto meglio e più cortesemente si com- 
portano e non divengono sconoscenti in nessuna cosa. 

VI. Ormai mi pare che egli ne abbia abbastanza con ciò che ha 
detto e, se non se ne appaga, ricerchi i fatti onorati dei Veneziani e 
le grandi conquiste compiute con vero valore e come ora hanno vinto 
i Genovesi e coperto d'onta l'imperatore e giudicherà poi se non 
valgono nulla, che io non ho più voglia di rispondere. 

VII. Valente donna che vivete in quel paese per cui sto disputando, 
donna prode piacente e gaia, mercè vi chiamo che mi soccorriate, 
perchè tutto ciò che veggo mi turba il cuore e sono così fortemente 
preso dal vostro amore, che se non vedo la vostra cortese persona, 
non posso vivere, sappiatelo per vero, perchè con la speranza, che ne 
ho, muoio vivendo. 

Vili. Veneziani, chi dice che i Genovesi vi hanno danneggiato e 
vi hanno messo in affanno, non conosce il vostro onorato pregio né il 
grave danno che avete fatto loro negli uomini e nell'avere. 

IX. Bonifaci Calvo, vi mando il mio sirventese e vi prego che non 
vi infastidiscano le mie parole, perchè i cortesi mi saranno riconoscenti 
di tacere ora, finendo il mio canto, e maggiormente mi aspetto questa 
riconoscenza dai Genovesi. 



451 — 



LXVIII 

Bertolome Zorzi 

I, e. lOOs K, e. 84 1>. Mahn, Gcd., 571 (I); Rayn., Choix., V, 60; Mahn, 
Werke, III, 16 (vv. 1-15; 31-33; 37-40; 46-60); Levy, Bert. Zorzi, p. 81. 
Grafia di I. 

I. Si • 1 monz fondes a maravilla gran, 
Non r auria ges a descovinenza ; 

S' escurzis tot sivals so que resplan 
Puois Quonratz reis, per cui reingnet vaillenza 
5 E vale iovenz 

E rics pretz e totz bes, 
E d' Austoriea 1' auz dues Federics, 
Qui d' onrat pretz e de valor fon rics, 
Tan malamenz 
10 Son mort! 

Hai, quals danz n' es ! 
Mas car pres ai segle tan de dampnage 
Taing qu' om 1' azir, 
E car ergoillz ha pres 
15 Forz' e consir 

D' aunir pretz e parage. 

II. Mas ieu me vauc trop fort meravillan 
Com hai esfortz qu' en diga "ili meschaenza 
NiM cozen do! ni'l sobremortal dan, 

20 Quar dregz fora, segon ma conoissenza, 
Que ■ 1 membramenz 
Ses retrar m' aucies 
E tot home qu' es de valor abrics, 
Qar anc non fon hom ioves ni antics, 
25 Que'l mein vailienz 



2 ges manca in I K. 4 pueis K; qonratz K; uailhenza K. 7 austoricha K. 
12 damnage K, 14 ergoill 1; erguellz K. 15 fortz I K. 16 paratge K. 

20 dreg I, dreigz K. 25 queil 1 ; uaihenz K. 26 trueb I, truep K. 28 erron 1; 
-atge K, 32 -atge K. 



452 — 



t; ^'■cvuAn^'btr'nóClliMuCbmtto^liQS'fuiii 
mot cx>u9U|fU($(bn€to0^ ttià metuBtuUpoir 

tJOWiSmiA. CUi4b Vmwt qvnttfljM^nui^Do 
jptwttfttii-tto^ttttvnMnft.lbtiMQMc^tto» 

V' n tiMn^tt^ mn <)wxr 6ttt (>ben Obombeu 
^|<««(.fc^ qosióiliHtif^oia'iMgua- tua 

|<<i«fe»qttT»ìga&wtfi t iB^<1fVdco^arf 
tri^ ìi tn t me m i » tittt*CLtt<r»»ogrfc3A%o(t 



(Ms. I, e. 100, col. e.) 




— 453 — 

Trop fort 
No' ili sobrandes. 
Qu' il e liir faig eron tan d' agradage, 
Que per 1' auzir, 
30 Ben qu' om noMs conogues, 

L' irat sentir 
Fazion alegrage. 

III. Que*l reis, en cui non eron anc vint an 
Amava Deu, dreg, mezur' e si'enza, 

35 De que Ih' anet pauc Salemos enan, 

E Lamorat vale per armas, sens tenza, 
E lariamenz 
A poder det e mes 
Tan que'l plus larcs senblav' ab lui mendics, 
40 E fon amics als pros et enemics 
Als desplazenz 

Ses tort 
Qu' anc lur fezes, 
Ni non ac meill Anzalos l'eritage 
45 D' aut abellir, 

Tan fon belz e cortes, 
E ses faillir 
Fon del plus aut lignage. 

IV. Et el prò due eron tant aib prezan 

50 Qu' el ac de mout la reial chaptenenza, 
Qu' adreg foron sei dig e sei senblan 
E r afars ac daus totas partz plazenza, 
Si qu 'anc formenz 
Non faillic ni mespres, 
55 Don cuig qu' a Deu fon lurs mortz granz fastics ; 
Mas car sofric q' avengues tals destrics, 
Tot fermamenz 

M' acort 
Que • il remembres 
60 Qu' el mon per els non avi' aut estage, 
E que grazir 
Deuri' om per un tres 
L' entier iauzir 
Per lur bel compaingnage. 



34 dreig K. 35 yhanet I K. 36 ses K. 44 -atge K. 45 abelir K. 48 -atge K. 
51 e sei] ensei I K. 60, 64 -atge K. 



— 454 — 

65 V. Hai ! com vivon Tyes et Aleman 

S' inz el cor an d' aquest clan sovinenza? 
Quar tot lur mieill en estz dos perdut an 
E gazaingnat an gran desconoissenza. 
Que si plazenz 
70 No's venion demanes 

Aunit viuran, tan fon Karles enics, 
Qu' el s' agradet que visques Don Henrics 
E mortz cozenz 
A port 
75 D' ant' alberges 

Estz bars, quar sap Espaingnols d' aut corage, 
E per far dir 
Qu' el non si dupta ges 
En far aunir 
80 Tant honrat seingnorage. 

VI. Hei, franca genz, 

Lur mort 
Pensatz ades 
E que's dira se"us sofretz tal outrage. 
85 Es ar albir 

N' Anfos, qu 'onratz reis es, 
Si laiss 'aunir 
Son frair' en tal estage ! 

VII. Als avinenz 
90 Recort 

Que" 1 plainz faigz es 
Ab gai sonet coindet e d' agradage ; 
Qu 'estiers m' albir 
Qu' om chantar noM pogues, 
95 Ni neis auzir 

Tan mou de gran dampnage. 



65 alamari K. 67 est I K. 68 an] en I K. 72 se gardet 1 ; iusques I K. 76, 80 
-atge K. 

84 diran I. 85 Esatalbir I K. 87 iassaunir K. 
91 faig K. 92 toindet 1 K. 



455 — 



TRADUZIONE 

I. Se il mondo si dissolvesse con grande maraviglia, non me ne 
adonterei. Si oscura almeno tutto ciò che risplende, poiché re Corrado, 
per cui regnò il valore, e cortesia e virtù ed ogni bene furono in pregio, 
e l'alto duca Federico d'Austria, che fu ricco di onorati meriti e di 
valore, sono morti tanto miseramente! Ahi, quale danno! Ma, ora, dopo 
che il mondo ha ricevuto una così grande onta, conviene che lo si 
disistimi, anche perchè la superbia ha preso baldanza con intendimento 
di coprire d'onta il pregio e la nobiltà. 

II. Ma io mi maraviglio molto in me stesso come possa fare lo 
sforzo di ritrarre la disgrazia, il cocente duolo e il più che mortale danno 
[die ne abbiamo], perchè sarebbe giusto, secondo il mio parere, che il 
ricordo, senza parole, uccidesse me e ogni uomo, in cui si trovi valore; 
che mai non vi fu come ora il trionfo della dappocaggine sul valore 
(letteralmente: non vi fu ancora, come adesso, uomo giovane o vecchio 
che fosse troppo superato da un altro meno valente). Essi [Corradino 
e Federico] e le loro azioni erano di tanto gradimento, che soltanto a 
sentirne parlare, anche senza conoscerli, gli uomini irati menavan gioia. 

III. Che il Re, in cui non erano ancora vent'anni, amava Dio, la 
giustizia, la misura, il sapere, in cui Salomone stesso lo sopravvanzò 
di poco, e valse, senza fallo, per armi Lamorat e largamente concesse 
e spese tanto che il più generoso, appetto a lui, sembrava un mendico, 
e fu amico ai prodi e nemico ai dappoco, senza far loro dei torti, e 
non ereditò meglio di lui Ancellotto l'arte di piacere molto, tanto ec;li 
fu bello e cortese e, senza dubbio, fu del più alto lignaggio. 

IV. E nel prode Duca erano tante qualità di pregio, ch'egli ebbe 
quasi un contegno reale, che diritti furono i suoi detti e i suoi sem- 
bianti e nelle sue cose fu in tutto punto piacente, sì che mai non errò 
né fallì gran fatto, ond'io penso che a Dio spiacque molto la loro 
morte. Ma dal momento che Egli sofferse che tanto danno si compisse, 
mi convinco fermamente che Egli abbia pensato che nel mondo non 
c'era per essi un posto abbastanza degno e che, per l'uno e l'altro 
di loro, ognuno dovrebbe molto più rallegrarsi che abbiano ottenuto 
il perfetto godimento del cielo. 

V. Ahi! Come vivono Tedeschi e Alemanni, se nel cuore hanno il 
ricordo di quest'onta? Che il meglio di loro hanno perduto in questi 
due e ne hanno ottenuto un gran danno morale. Se non si vendicano 
subito e bene, vivranno svergognati, che Carlo fu tanto iniquo da pia- 
cergli che vivesse Don Enrico e che la dura morte [invece] albergasse 
con disonore questi baroni. Egli è che egli conosce gli Spagnuoli come 



- 456 — 

coraggiosi e [d'altro canto] volle che si dicesse che non teme di avvilire 
una così onorata dinastia. 

VII. Ah, nobile gente, ricordatevi sempre della loro morte e di ciò 
che si dirà se sopportate un tale oltraggio. E re Alfonso, che è re 
onorato, pensi se sia il caso di lasciare umiliare suo fratello in tale stato. 

Vili. Ai gentili ricordo che il mio pianto è fatto con gai, graziosi 
e piacevoli suoni, che altrimenti penso che non lo si potrebbe cantare 
e neppure udire, tanto è inspirato da dannoso lutto! 



NOTA SUI RESTANTI TESTI UI BERTOLOME ZORZI 

Le citazioni rinviano alla nota edizione del Levy (Halle, 1883). Qui discuto 
alcune proposte del Rohleder {Zu Zorzi's Gedichten, diss. Halle, 1885). 

I, 37-40. Rohleder (p. 20) ritiene che complida (v. 40) si possa riferire a 
dolors del v. 38. La costruzione ne escirebbe però un poco forzata. Noi rite- 
niamo piuttosto, con lo Chabaneau, che complida si riferisca a jpi (v. 36) e 
che lo Zorzi abbia attribuito a questo sostantivo una volta il genere maschile 
alla provenzale (v. 37) e una volta il genere femminile all'italiana. Cfr. questo 
voi. a p. 173. Anche leis (v. 44) può riferirsi a joi. La questione è incerta; 
ma cotali trascuratezze non sorprenderebbero nel nostro poeta, la cui lingua 
è assai scorretta. 

II, 62 nos. Qui V -s deve stare per ■ us . Cfr. nel nostro testo n. LIX, v. 11: 
pos nuli ioi no's atrai « dal momento che non vi procura nessun piacere ». 
Credo poi che mon Juglar (vv. 44 e 69) possa essere un « senhal » per una 
persona che non possiamo identificare neppure per congettura. 

Ili, 21 qui leu (IK qua leus). Rohleder vorrebbe correggere: qu' a luec, ma 
il senso non ne guadagna punto. Propongo qu' a leu, perchè a leu (locuz. avv.) 
trovasi appunto nello Zorzi. V. il nostro testo LXVII, 7: E pod a leu. Cfr. anche 
a greu (ed. Levy, n. X, 75). 122 La correzione proposta dal Rohleder non è 
necessaria. Il senso è: « per il fatto che mi date gioia quanto più ho ragione 
d'essere rattristato», ecc. 

IV, 74. Non vedo perchè il Rohleder affermi che ditz « keinen Sinn zu 
geben scheìnt». Bisogna soltanto mettere virgola dopo lieis. 

V, 75. Tuelhaus si merces denan. Non è necessario nessun emendamento, 
se si interpreta: « la vostra pietà, o Dio, tolga per sé (per giudicarli e per- 
donarli) i mali, affinchè l'anima» ecc. Il Rohleder, invece, muta Tuelhaus in 
Tuelhans. Mi par giusto che si debba, poi, leggere piuttosto aprop (e non 
a prop). Cfr. nella ediz. Levy il n. I, 4 2: Aprop sa mori. 

Vili, 11. Non occorre mutare solon in solion, come vorrebbe il Rohleder 
(p. 14), perchè solon far può riferirsi a un'azione passata, per una speciale 
funzione sintattica di soler. V. la nota al nostro testo XXVI, 34: sol tener 
«soleva tenere». È, poi, frutto d'un equivoco ciò che dice il Rohleder a 
proposito di solia (ediz. Levy, n. IX, 49). 



— 457 — 



LXIX 

Paolo Lanfranchi da Pistoja 

P, e. 63" (Paulo lanfranchi de Pistoia). Ardì. f. d. St. ci. n. Spr. u. Ut., L, 
279, n. 126; Monaci, Testi ant. prov., col. 94. 

Valenz Senher, rei dels Aragones, 
A qi prez es honors tut iorn enansa, 
Remenbre vus, Senher, del Rei franzes 
Qe vus vene a vezer e laiset Fransa 

5 Ab dos SOS fillz es ab aqel d' Artes ; 

Hanc no fes co!p d'espaza ni de lansa 
E mainz baros menet de lur paes : 
Jorn de lur vida sai n' auran menbransa. 

Nostre Senhier faccia a vus compagna 
10 Per qe en ren no vus qal[la] duptar; 

Tals quida hom qe perda qe gazaingna. 

Seigner es de la terra e de la mar, 
Per qe lo Rei Engles e sei d'Espangna 
Ne varran mais, si • Is vorres aiudar. 

TRADUZIONE 

Valente Signore, re degli Aragonesi, a cui cresce ogni giorno il 
pregio e l'onore, ricordatevi, o Signore, del Re francese, che venne a 
trovarvi, e lasciò Francia, con i suoi due figli e con quello di Artois. 
Mai non die colpo di spada né di lancia e molti baroni condusse dal 
loro paese. Verrà un giorno, in cui se ne ricorderanno. — Il nostro Si- 
gnore vi faccia compagnia [vi aiuti] affinchè non vi occorra temere 
nulla. Accade che si crede che un tale perda, mentre invece vince. Voi 
siete signore della terra e del mare, onde il Re inglese e quello di 
Spagna varranno di più, se vorrete aiutarli. 



3 E menbre P. 4 vus] us P. 10 vus] us P. 12 de (la mar), con e ricavato 
da a P. 13 qe lo] qel P; sils] sii P. 



— 458 — 



LXX 
Raimondo Guglielmo e Ferrarino da Ferrara 

Biografia di Ferrarino ^ ) 

D, e. 243''. Raynouard, V, 142; Cavedoni, Trov. prov. acc. e onor., p. 294; 
Chabaneau, Biogr., p. 318; Teulié-Rossi, Antliol. prov. de maitre Ferrari, 
p. 3. Trad. in Muratori, Ani. Est., il, 11; Tiraboschi, Storia d. leti, ital., 
ediz. Venezia 1735, IV, p. 325. 

Maistre Ferari fo da Feirara e fo giullare) e intendete) meill de 
trobar proensal che negus om che fos mal en Lombardia e meill en- 
tendet la lenga proensal e*) sap molt be letras e scrivet meli ch'om 
del mond e feis de molt bos libres e de beil '^). Cortes om fo de la 
persona e bons hom fo a Deo e volontera servit as baros e as cha- 
valers^) e tos temps stet en la chasa^) d'Est, e qan^) venia qe^) li 
Marches feanon festa e cort e li giullari") li v[e]nian cheli) s'enten- 



I) Si riproduce, con tutti i suoi italianismi, salvo qualche indispensabile 
ritocco, la lezione esatta dell' unico ms. D. Do' a pie di pagina la lezione del 
Barbieri, Origine della poesia rimata, (edita dal Tiraboschi, Modena, 1790), 
p. 84. Il Barbieri dà la vita come desunta dal Libro slegato, e. 5. Ora, l'esame 
delle varianti, a malgrado di qualche leggera divergenza e di qualche errore 
di stampa, mostra, a parer mio, che nel Libro slegato si aveva una copia, per 
quanto spetta alla vita di Ferrarino, di D. Si sa, del resto, che il Libro slegato 
proveniva da H con elementi eterogeni. Ritengo che il Libro slegato fosse una 
miscellanea messa insieme dallo stesso Barbieri, con o senza l'aiuto del Ca- 
stelvetro. Bertoni, Giovanni Maria Barbieri e gli studi romanzi nel sec. XVI, 
Modena, 1905, p. 41 ; Debenedetti, Studi prov. in Italia, p. 233. 

*) Si direbbe che il ms. abbia piuttosto guillar. 
») intendez D. La corr. è già nel Barbieri. 
*) e manca B. 

5) beili B. 

6) cavalers B. 

7) casa B. 

8) quan B. 
3) que B. 

10) ovv. guillar D. Cfr. la nota 2. 

II) que B. 



— 459 — 

dean de la lenga proensal. anavan tuìt ab^) lui e clamavan lor ma- 
stre-). E s'alcus li 'ri venia clie^) s'entendes mieM) che i altri e che 5) 
fes questios") de son trobar o d'autriii e maistre Ferari li respondea 
ades, si che li") era per un canpio en la cort del Marques d'Est. 
Mas non fes mais che .ij. cangos*^) e una retruensa, mais sirventese) 
e coblas fes el asai de las meillor del mon e fé un estrat de tutas las 
cangos 1") dels bos trobador^i) del mon e de chadaunas can^os^^) o 
serventes tras .j. coblas o .ij. o . iij . aqelas ^^) che portan la[s] i*) 
sentengas ^^) de las cangos ^*^) e o i'') son tut li mot triat et aqest estrat 
è scrit isi denan, et en aqest i*^) estrat num voi i^) meter nullas de las 
soas coblas, mais qel-*^) de cui es lo libre li"n fe^^) scriure per che 
fos recordament") de lui. E maistre Ferari qand -3) el era goven ^4) 
s'entendet en una dona ch'at^^) nom madona Turcla^e) e per achela^') 
dona fé el de molt^s) bonas causas^»). E qan ven^o) ch'el fo velici), 



I) fl B. Sarà dovuto al B. questo leggero ritocco al ms. 
*) maistre B. 

3) que B. Altro ritocco del Barbieri. 

*) m'el D; me ili B. 

^) que B. 

«) quesivs B. Sarà un errore di stampa. 

7) que l'era B. 

*) cancos D; canzos B. 

») serventos B (err. di stampa). 

1") canzos B. 

II) trobadors B. È, naturalmente, una correzione del Barbieri. 

12) canzos B. 

13) e quelas B. 
i<) las E. 

15) sentenzas B. 

16) canzos B. 

1") e o] co B. Una cattiva lettura o, piuttosto, un errore di stampa. 

18) aquest B. 

13) non uolc B. Anche qui abbiamo un emendamento del B. 

20) cel B. 

21) lui fìt B. È un cattivo emendamento. 

22) recordamen B. 

23) quand B. 
2<) iouen B. 

25) chac B. Nel cod. le lettere t & e finali somigliano assai. 

26) Turcha B. 
2") a quela B. 

28) moltas B. Altro emendamento del Barbieri. 
2») cansos B. 

30) quan ueno B. Starà (err. di stampa) per uenc (corr. del B.). 

31) ueill B. 



— 460 — 

pane anava atorn, mais ch'el^) anava a Trevis a meser Giraut da 
Chamiii et a sos~) filz et il li^) fazian grand honor e'I vesian vo- 
luntera e molt l'aqulian ben e li donavan voluntera per la bontat*) 
de lui e per l'amor del Marches d'Est. 



M quel B. 

«) so B. 

») le B. 

*) bontad D, con -d espunto e -/ soprascritto dal medesimo copista. 



— 461 — 



Tenzone 

P, e. òS-i-Se». Archiv f. d. St. d. n. Sor. u. Lif., L, 264; Casini, Trovaf. nella 
Marca trivig., p. 36. Monaci, Testi ani. prov., col. 103; Crescini, Man. 
prov.-, p. 373. 

[Raimon GuillemJ 

Amics Ferrairi, 

Del Marqes d'Est van 

Man 
Dizen q' a cen fi, 
5 E poders l' espan 
Tan 
Q'algu sei vezi 
De ios li n'estan, 
Gran 
10 E pauc, ab cap eli, 
Si q' algu hi an 

Dan; 

Don soi yeu vengutz 

Nutz 

15 D'aiso q'eu no say 

Say; 

Mas s' en e! vertutz 

Lutz 
De pretz, trobar 1' ay ; 
20 E de pueis tengutz 
Mutz 
Per re non seray 

May 
Ez en locs degutz 
25 Cutz 

Nos'e criz partray. 
Qals q' esteya, 



Ferrairi P. 1 // ferzo -r- cavato da un x dallo stesso copista. 11 alguì P. 
yeu] ysay P. 14 nuuz P. 17 uertuiz P. 18 luiz P. 19 preiz con i sul rigo. 20 
puers P. 21 muiz P. 24 deguiz P. 25 cuiz P. 26 Dels nose triz P. 32 Ab oc 



— 462 — 







w 



'1--^^ bcraam cntcctj^imcn 
iTOic jnc cn iico nò m Lcn fcn 

ff ib'f '^ -II' Jftn.16 nj!i fon co? 
f tH-TwflTtmciìicrhpi.i; 

erpcra«flwr THiil mnif 
'', Ccm d loKKn (^r. fin jccftguj- ' 



,y 



■y",. ,-".,; , ■ 



tntco firrrJiti Iti o>jn|«tc<l-,tt(Ki 

, f3xlcr\:|c0>4n nin 
'o«CLjiatifctuc;i ij 

*•»« •5ttab lince cmrp«n 

*^ xi»nroi rfjr«cnfliit5;nui« 
^qÈr ^airi-flciinòùrur'" 

tv pum; tniguR murt 
-IV n(m((n\' rittf 
ciUocpctgut^cuR 



'^^|S?lDn*(rfu<p 



O Ihcnnmconormmftfnr .«-.^-. ^ , , 
. /r^ViutUqajtni(iatii)friuf(mittt«t^ ^ ...... .ji^.^u».^«».^ 

QQ-ar«Uwrq4*team>l>:thR -t^f ncsuontra 
■^^^twarrtw^cop-.KfiUfoi .' ì ' .*? (li cu noi mctd<orm« 

c;».^"tr mor mm t ione qi f«>ta«c»; 

felimon cMscg rropfhiimoe 
rCU otelfeiJitS ucp mc^An 

-_-;^ CVintamdho^qtfebc^f; 

" pyqcuctih-t^^aiitontfeB, 

00artr; ma^mitae frintoa 



. QuiriiGtÙL 









k"^,V>- :^ 




(Ms. P, e. 55'-) 



— 463 — 

Res no creya 
Q' ieu no* 1 met'el cor. 
30 Mor 

Qi desleya 
Qant el veya 
Qe non an de for 
L'or, 
35 Qar altreya 

Prez on deya 
Far plus rie trezor 
D'or; 
Q'om s' apley'a 
40 Prez q' om pleya, 

Sol vii voi a cor 
For. 

[Maistre Ferairi] 

Amics en Raimon 
Guillem, pueis entrest 
45 Mest 

Nos, d' un pes preon 
Tantost m'aleugest; 

Rest 
Doncs e pui a mon 
50 Mos sens sus el test. 
[Dest] 
Me ■ n dreig e"us respon 
Qe prò a conqest 
D'Est 
55 Lo Marqes amics 
Rics 
E SOS grans poders 

Ders 
Ten sos enemics 
60 Trics 

Bas e SOS sabers 
Es dels plus antics 



don es ueya P. 33 no an de f. P. 35 altreia P. 36 on] qom P. 40 pieia P. 41 
vii] iuls P. 

46 dun P, con /' u sopra una correzione {pare ricavato da un o); pes pes 
pr. P. 55 Dopo lo, rasura di due o tre lettere, P. 57 Es os P. 59 sons P. 61 



— 464 — 

Brics 
C'onors e* 1 valers 
65 Vers 

D' el es nostr' abrics. 

Pics 
No' il tol SOS avers ; 
Qar gent dona 
70 Qan sayzona, 

Co* s tain a baro 
Pro, 
Qi s' adona 
Vas gen bona : 
75 E car vos sai bo 
No 
Tayn q' espona 
Ni • 1 somona 
Qe* US onre ni • us do 
80 Pro ; 

Mas felona 
Gen bricona 
Ab lui no fay so 
Pro. 



TRADUZIONE 

[Amico Ferrarino, del Marchese d' Este vanno molti dicendo che è 
uomo di fina saggezza (che ha senno fino) e la sua potenza ne di- 
vulga tanto il nome, che alcuni suoi vicini gli stanno sotto, grandi e 
piccoli, col capo chino, di modo che alcuni ne soffrono danno. Ond'io 
sono venuto, senza nessuna prevenzione, qui (a questa corte) e se in 
lui riluce virtìi, lo vedrò, e quando ne sarò persuaso, per nessuna 
ragione mi starò muto e rimoverò, nelle occasioni opportune, pensieri 
rumori grida, che si levassero contro il Marchese. Quale si sia, non si 
pensi punto ch'io non lo fissi, quale è, nel mio cuore. In ogni caso, si 
fa disonore colui che gli manca di fede, quando vede che il danaro non 
viene speso (non va fuori), perchè egli gli offre onore, del quale si possa 
far più ricco tesoro che del danaro; che se alcuno desidera invece 
quell'onore, che si piega, (cioè: che non è duraturo, come il danaro. 



es OS P. 62 del P. 71 Costaim P. 73 sa doma P. 74 Uais P. 79 ni-us do] 
nuis de P. 



— 465 — 

i doni, ecc.). questi vuole allora soltanto patteggiare vilmente col pro- 
prio cuore]. 

— Amico mio, signor Raimondo Guglielmo, dappoi che entraste i) 
fra noi [in questa corte], mi avete subito alleggerito di un grave peso. 
Il mio intelletto si elevi dunque ora e resti all'altezza del vostro testo 
[della vostra poesia, cioè della cobbola, che mi avete indirizzata]. Me 
ne avete dato il diritto e io vi rispondo che il ricco e amico Marchese 
d'Este ha fatto onorevoli conquiste e la sua alta possanza tiene sotto- 
messi i suoi conoscenti malvagi e il suo sapere è di quelli di antico 
stampo (cioè: di buona lega), poiché il suo onore e il suo vero valore 
è nostra difesa. Nessun ladro potrebbe togliergli le sue ricchezze. Egli 
dona quando è il caso di donare, come si conviene a degno barone, 
che è favorevole sempre alla gente dabbene. E siccome so che voi siete 
valente e buono, non occorre che lo consigli e lo stimoli ad onorarvi 
e a farvi bei regali. Soltanto la gente malvagia e indegna non può 
profittare con lui. 



1) Cfr. la « nota » al testo (v. 44). 



30 



Appendice 
Testi di dubbia attribuzione o anonimi 



APPENDICE 
TESTI DI DUBBIA ATTRIBUZIONE O ANONIMI 



LXXI 

Tenzone immaginaria fra Alberto ' ) e una Donna 

R, e. 24 J (anonimo). Rayn., Ili, 163; Pam. Occ, 94; Mahn, IF., Ili, 181; Bartsch, 
Lesebuch, p. 95; Targioni-Tozzetti, Antologia, I p. 8. 

I. — Dona, [a] vos me comari, 
Cane res mai non amei tan. 

— Amics, be vos die e • us man 
Qu'ieu farai vostre eoman. 

5 — Dona, trop mi vai tarzan. 

— Amicx, ia noy auretz dan. 

II. — Dona, a la mia fé, 
Murray, s'aysi'm gayre te. 

— Amiex, menbre vos de me, 
10 Qu'ie'us am de eor e de fé. 

— Dona, aiatz en donex meree. 

— Amiex, si auray yeu be. 

III. — Be suy gays et amoros, 
Dona, per amor de vos. 

15 — Amicx, lo meu[s] cors ioyos 
Es vostres tota[s] sazos. 

— Dona, autreyatz Io-m vosi 

— 0[c] yeu, amicx bels e bos. 

IV. — Dona, per vos mi cofort 
20 E-n fas ehanson e deport. 



>) Vedi questo volume, a pp. 50, 159-160. Quivi abbiamo avuto occasione di dire e 
di dimostrare che, con ogni probabilità, questo Alberto non è, come alcuni hanno cre- 
duto, il Malaspina. 



— 470 — 

— Amicx, ies non avetz tort, 
Que ben sabetz qu'ie-us am fort. 

— Dona, co er del conort ? 

— Amicx, bona fé vos port. 

25 V. — Be soi gueritz ab aitan, 
Dona, de pen'e d'afan, 

— Amicx, sufren merceyan 
Conqueron li fin aman. 

— Dona, trop mi greval dan. 
30 Amicx, ye"us retenc bayzan. 

VI. — Dona, doncs a vos mi ren 
De mas ionchas humilmen. 

— Marques, en trop d'onramen 
Cuiatz puiar veramen. 

35 — Dona, qu'ie'us am finamen. 

— Marques, e tu fas no-cen. 

VII. — Domna, mot ay gran talan 
Qu'ieus tengues a mon coman. 
Marques, be ■ m n'iray gardan, 

40 E dizetz folia gran. 

— Dona, ia no*y agras dan. 

— Marques, no me'n plieu en tan 



— 471 



LXXII 

Elias Cairel e Isabella ^) 

O (De LoLLis, // cod. prov. « O », p. 96); aS p. 605. Schultz-Gora, Prov. Dichterinnen, 
p. 22. Grafia di a. 



I. N' Elyas Cairel, de l'amor 
Q' leu e vos soliain aver 

Voil, si • US platz, qem digatz Io ver. 
Per qe l'avez cambiad'aillor; 
5 Qe vostre chanz non vai si com solia, 
Et anc vas vos no"m sui salvatz un dia 
Ni vos d'amor no'm demandetz anc tan 
Q'ieu non fezes tot al vostre coman. 

II. [Ma donn' Ysabella, valor 
10 loi e pretz e sen e saber 

Soliatz qec iorn mantener, 
E s'ieu en dizia lauzor 
E mon chantar, no • i dis per drudaria 
Mas per honor e pron q'ieu n'atendia 
15 Si con ioglars fai de domna prezan ; 

Mas chascun iorn m'es anada cambian!] 

III. N' Elyas Cairel, amador 

» No vi mais de vostre voler 

Qi cambges domna per aver; 
20 E s' ieu en disses desonor, 

Eu n'ai dig tant de be q' om no • 1 creiria; 
Mas ben podetz dobiar vostra follia. 
De mi vos die q'ades vauc meiliuran. 
Mas en dreg vos non ai cor ni taian. 



2 vous solian a. 4 auetz O; cambiai Oa. 6 no'm] non a. 8 no O. 
9 Madomneysabella O. 11 Soliatz] solatz O. 13 no • 1 dis] noil digz a; noi ditz O. 
14 prò O. 15 dompna O. 16 es] etz O. 

18 uim a O. 20 dosonor a. 23 uau O. 24 endreig O. 

') V. questo volume, a pp. 130-131. 



— 472 — 

25 IV. [Domn',eu faria gran follor 

S' istes gair'en vostre poder, 
E ges per tan no-m desesper 
S'anc tot non hai pron ni honor. 
Vos remanres tais coni la genz vos cria, 
30 Et ieu irei vezer ma bell'amia 

E"! sieu gen cors graile e ben estan 
Qe no m'a cor mensonger ni truan]. 

V. N'Elyas Cairel, fegnedor 
Resemblatz, segon mon parer, 

35 Con hom qi • s feing de dol aver 

De zo dont el no sent dolor. 
Si"m creziatz, bon conseil vos daria 
Qe tornassetz estar en la badia 
E no • US auzei anc mais dir mon seniblan, 

40 Mas pregat n'ei lo patriarch' Ivan. 

VI. [Domn' Ysabel',en refeitor 
Non estei anc matin ni ser, 
Mas vos n'auretz oi mais lezer 
Q'em breu temps perdretz la color. 

45 Estier mon grat, ni faitz dir vilania, 

Et ai mentii, q'eu non crei q'el mond sia 
Domna tan pros ni ab beutat tan gran 
Com vos avetz, per q' ieu hai agut danj. 

VII. Si • US plazia, n'Elyas, ieu volria 
50 Qe • m disesses qals es la vostr'amia, 
E digatz lem e no • i anetz doptan, 
Q'e"us valrai s'ela vai ni a sen tan. 

Vili. [Domna, vos m'enqeretz de grant follia, 
Qe per razon s'amistat en perdria, 
55 E per paor qe lauzengier mi fan, 

Pero non aus descobrir mon talan]. 



25 domnem a. 27 tal O a; no • m] non a. 28 Sans O; hai] aie O; prò O. 29 Ves a; 
remantes O. 30 Et ieu] cuiei a. 31 cor a; icstan O, 32 menzongier O. 

35 Com O. 36 so O. 37 Sim cressiatz a. 38 tornassesz O. 40 pregar O; patriar- 
chuian O a. 

41 Domneysabel O; refreitor O. 42 estei anc] estainc a; mattin O. 44 lo e. a; 
collor O. 48 auet Oa; hai] i hai O a. 

49 ieu volria] mi uolrra a. 52 qeus en ualrai sela uà ni sasetan O, qeu en ualrai 
sala nal ni sai tan. 

53 Dompna O; menqerretz O. 54 s'amistat] ia mai dat a. 55 E] qe O a. 56 de- 
scubrir O. 



473 



LXXIll 
Tommaso [di Savoia?] e Berna[r]done 

R, e. 34'. Riprod. dipi, in Selbach, Streitged., p. 101 i)- 

I. Bernado, la ienser dona que • s myr 
En tot lo mon ni anc fos ni er mays 
Dieus prec qucm gart de mal e de falhir 
E • m do s'amor e"m tragua d'est pantays 

5 E dels peccatz, e' ai faytz mortals e lays, 
Me do, si • 1 play, de tot be far ayzina; 
Car dels peccatz ben es hora que • m lays 
E prec ne luy, a cui lo mon s'aclina. 

II. Senher, si per iutgar ni per mentir 
10 Pot hom esser vas Dieu fis ni verays, 

Ni pel segle enganar ni trahir 
Ni per iazer de mans putas savays, 
Seretz, Senher, vos sals per tos tems mays 
Qu' US no • US estors parenta ni cozina 
15 Que no-n acsetz [anz] lo iazer O'i bays. 
Per que es fals, si com yeu vei maitina. 

III. Mor de trueya, Dieu prec que te azir 
Car aysi'm vas de totz iorns a biays, 
E ia per mi non auras que vestir 

20 Ans anaras a guiza de bastays 

Per tal que tug se ■ n tragan lur estays, 
E ieu dar t'ay cent [colps] sobre l'esquina 
E no't pesses de bo morcel t' engrays 
Ni qe-1 te don si non os o espina. 



3 moi mal, ma moi è espunto. 5 ca faytz. 10 vas dieus 
14 Qu'us] cane. 16 maitina] mesina. 
17 dieu. 22 cent] . e. 

i) Anche questa poesia è stata stampata dal Selbach, come in generale avviene nella 
sua pubblicazione, con una copia tale di errori di lettura da sorprendere chiunque. 
Non correggiamo le sue molte e strane sviste. Il lettore curioso non avrà che da com- 
parare, in caso, la nostra stampa con la sua. Vedasi, del resto, Appel, L'iter., Vili, 79, 
che registra alcune cattive letture del Selbach. 



— 474 — 

25 IV. Senher Tomas, be mal sabetz partir, 
Car aiic per vos non ompli be lo cays ; 
Enans vos vey a totz iorns ir ab rir 
Et es vers so qu'En Borrel men retrays: 
Senher, si anc fossetz cuendes ni iays, 

30 Ar es iizatz ab ley que vos aclina.... 
No diray pus: per ma dona me • n Iays, 
A cui es greu car ab vos m'ai taì'na. 

V. Tart puiaras, mor de truey', a corina 
Ni a valor, ans cug tot iorn t'abays 

35 E say o ben el cor que m'o devina. 

VI. Senher Thomas, vostra valor[s] no-ys fina 
Si com dizetz, qu'ieu die, per San Girvays, 
C anc per oste non crec vostra topina. 

VII. Mor de trueya, votz as de sarazina; 

40 Dir potz quet vols, car ieu no • m tene a fays 
Lo fol parlar de ta lengua mesquina. 

Vili. Pan d'ordy vielh e vi mudai de tina 
Bevetz, Senher, e maniatz ogan mays 
Et estaytz caut al foc en la cozina. 



27 rir ab ir] ris ab ir. 29 si anc uos. 30 es] en (-n ^ lettura incerta). 32 m' ai] mieu 
ataina col primo a espunto. 

33 corina (?)] tonina. 35 deuina. 
39 votz] potz. 



— 475 



LXXIV 
Lantelm e Raimon 

T. e. 76', a, p. 547. Rayn., V, 247; 369; Selbach, Streitgedicht, p. 108; Bertoni, Canz. 
di Bern. Amoros, p. 380. Grafia di a. 

I. Raimond, una dona pros e valenz 
Am' un fin drut eM fai d' amor socors 
Tan qel maritz sap qals es lor amors, 
Estreing la domna e "il veda sos taienz. 

5 Tuit trei an mai et enoi e temenza. 

Qal dui dels tres fan plus grieu penedenza, 

La domna o'I drutz o"l maritz ieios? 

Que ■ US vencerai dels tres e"us lais los dos. 

II. Lantelm, Io drutz e "il domna m' es parvenz 
10 Qe tragan pietz, qar dobl'es lor dolors, 

Qe 1' US a dol del dan q 'a I' autre sors 
E del sieu dan es attressi dolenz. 
Aquist dui fan d' afan dobla sufrenza ; 
Mas si ■ 1 maritz ha un petit de 'ntenza, 
15 El es d' aitant segner e poderos, 
C US autre iratz en seria ioios. 

III. Raimon, vos non chauzetz con conoiscenz, 
Qe-il domn' eM drutz an tan finas douzors, 
Car son amat, q' emend' a l'afanz lors; 

20 Mas lo maritz trai se'n be totz tormenz 
Qu' el a del drut dol e mal ses garenza 



Tenso T; La tenzoii de raimond e de Lantelm. 1 Ramond T; domna T (co/'r. doma 
Selbach). 2 ama son druz {corr. drutz Selb.) T. 3 qil marit T; cai T. 4 Estreing] sis 
treig {ricavato da ueig dal correttore) a, sis cola T. 5 cenuoi T (corr. e en. Selb.). 6 
cals dels trei fai pi. greu p, T. 7 domnol dr. (drutq T) o le, a; maris gelos T. 8 luns 
uos entrai del tres lais los dus T. 

9 L. lodrut? eia d. mes paruent T. 10 pietz corr. in a da pretz; plus T; cadoble T, 
car a. 12 danz a; autresi dolentg T. 13 sofrensa T. 14 et el marit T; tenza a; inten9a 
T. 15 d' aitant] tant a; segor T. 16 irat? {corr. iratz Selb.); gioios T. 

17 Ramond uos noni gugias {corr. nom i guzias Selb.) comom e. T. 18 la d. T ; 
drutq atan fina {corr. pena Selb.) dousor T. 19 qeson amaire ci medafalors T. 20 le m. 
a; trases a, trai sent T; ben tute; turment? T. 21 qeilla T, drut? T. 22 mescreensa. 23 e 
de sun dan es ades a. 24 eia dona el drut(; saman q trastut? bons T. 



— 476 — 

E de la domna afan e mescrezenza 

E de si dati, e' ades es angoissos, 

E 'il domn 'e • 1 drutz s' aman, q' es restaurs bos. 

25 IV. Lantelm, font pauc es en amor sabenz 
Q' entrels amanz es aitais 1' us el cors 
C on plus s' aman, maier es lur langors, 
Si no's vezoii, q' il moron eissamenz, 
Com Tantalus qe zo que plus 1' agenza 

30 Ve e non a aiuda ni valenza; 

Mas lo maritz, can plus es consiros, 
Balza la domna e reman d' afan blos. 

V. Raimon, d'amor sai miels e' autr' oms vivenz 
E ben vezer sai dels finz amadors 

35 Q' en pensan an tan fin ioi, qeil paors 
De nuil gilos no"ls ved' esser iauzenz; 
La domn' e"l drutz an d' amor mantenenza 
E'I gelos es pels mais fors de scienza 
Cant balza lei, vas cui es orgoillos, 

40 Qe • 1 bais noi! vai plus q' en 1' alga • 1 carbos. 

VI. Lantelm, als drutz noz e vai penzamenz, 
Qe si co • 1 penz lor es de ioi sabors, 
Aissi lur notz con a sei e' a las flors 

E faill als frutz, don pens' esser manenz; 
45 La domn' el drutz an d' amor la semenza 
Don chascus mor, car a del frug faillenza, 
Mas lo maritz non trai mal en perdos 
Q' el iatz al domn' e'I drutz mor enveios. 

VIL Raimon, car a veraia conoiscenza, 
50 Na Salvatia de Londr' on iois comenza 



25 ben p. T. 26 aitai T. 27 magier e. lor T. 28 sili nons ueson cel m. esament. 29 
ten tal us a ; ce so ce pi. T. 30 aiuda] aganda {corr. agunda Seib.) T. 31 le m. a; co 
{corr. ce Seib.) plus T. 32 daffari bi'os T. 

33 Ramond dam. s. mieitc; caltrom uiuentg T. 34 esser u. a ; et sens ( corr. ei seu Seib. ) 
ue^ers T, del T. 35 pensanz aii tals mii iois T; can en pensa natant fin goi cel p. T. 36 
de nul gelos non deu esser già sent? T. 37 La dona el drut a. dam. mantenesa {corr. 
mantenensa Seib.) T. 38 e io g. a; for di sensa T. 39 can baiso ieis T; orguogis (rorr. 
-glos Seib.). 40 noi a; plus manca T; iiaig. T. 

41 aldrut? noz ^uai (corr. nonz (u)e ai Seib.) penzamentg {corr. pluramentz Seib.) 
T. 42 caisi con iors es de iois s. T. 43 iopens aisi ior not? con alla fiors T. 44 can f. 
T; aifrutz a, aifrug T; pes T; manetc {corr. manentz Seib.). 45 ia qem.] souenen^a T. 
46 car cascun muor T; dei fruit fagiienga T. 47 le a; maris T; nom T; emperdos aT. 
48 iau a, qii giac {cors. giae Seib.); aia T; eidrut^ muor enveos T. 

49 Ramond T. 50 nasaiuagia de iondre on gioì T; iandron ioi a. 51 Uos diga cai. 
T. 52 domna ol drutq oi marit g. T. 



— 477 — 

Voil diga qais trai mal plus angoissos 
La domn' e • 1 drutz o lo maritz gelos. 

Vili. Lantelm, d' aisso voil qe don la sentenza 
Na Binia de Canas e' ades ganza 
55 Et es de pietz sobrana de las pros 
D' onor de sen e de belas faissos. 



54 labinia de cauais T. 55 et de pres esoraina delepros T. 56 damor T; faisons T. 



— 478 — 



LXXV 

Anonimo 
Pianto in morte di Gregorio da Montelongo 

G, e. 152'' (planctus). De Rubeis, Mon. Eccl. Aquilejensis, col. 757; Meyer, Mise. Caix- 
Canello, p. 233. 

I. En chantan in' aven a retraire 
Ma gran ira et ma greu dolor. 
Non chan ges con autre chantaire 
Que chanta de io! e d' amor; 

5 S' eu chan de buca, de cor pici, 
C a chantar m' es razos contraire; 
Per que mos chanz a nom chan-plor, 
Que clianz no • m pot de plor estraire. 

II. Ben deu ce! plorar e dol faire 
10 Que pert amie ni ben segnor; 

Ni ja hom tre que n' es perdaire 
Non saura d' amie sa valor. 
La morz m' a fait conossedor 
De mon damnage non a gaire; 
15 Tuit cil e' amon prez ni valor 
Devon doler d' aquest afaire. 

III. Morz nos a tolt lo debonaire 
Lo prò patriarcha Gregor, 

On avian fait lo[r] repaire 
20 Tuit li bon aib e li mellor. 
Qui veira mais tal guidador 
Tan prò, tan frane, tan lare donaire? 
Passat avia de largor 
Alixandre que venquet Daire. 

25 IV. De lui fes valors essemplaire 

E lialtaz Castel e tor. 

Als bos fo franes e mereeiaire, 

Plen d' umiltat e d' alegor. 

Los crois teni' en tal rancor, 
30 Per re non li podion plaire. 



4 iois G. 6 contare G. 



— 479 — 

Aras sabran gran e menor 

Que pert lo filz can mor lo paire. 

V. Assaz podon cridar e braire 
Friolan e"l veizin dVntor» 

35 Car be savori lor aversaire 

Qii' il an perdut lo bon pastor, 
Qui los dcffendia d' error 
E-ls crois fazia arreras traire. 
Lairon, predon e raubador 

40 An joi, car manz en fes desfaire. 

VI. Dieus non fes rei ni enperaire 
Dels crois tal justiziador, 

Tal guerrier ni tal deffendaire 
Dels sieus ni ab tan de vigor, 
45 Que lai on jazia en langor, 
Que greu si podia sostraire, 
N' avion li croi tal paor, 
Que non ausavon vezer 1' aire. 

VII. Laissus en son sant luminaire, 
50 O son martir e confessor, 

Meta s' arma lo ver Salvaire 
E la deffende de tristor; 
Car s' anc nulz om per gentili cor, 
Per lialtat ni per maltraire 
55 Deu intrar el palais auchor, 

Gregors de Montlonc en es fraire. 

Vili. Mon chan-plor tramet a la Maire 
De Jesu Crist lo Salvador 
E quier li com umil pecaire 
60 Que prec son filz per sa dolzor, 
Qu' en la celestial baudor, 
On son li patriarche maire, 
Meta r arma d' aquest ab lor; 
Toz om en deu esser pregaire. 

65 IX. A r archediaque te • n cor, 

Chan-plors, que te sia gardaire: 
Car a del lignage la fior, 
Be deu al bon onde retraire. 



31 sabron G. 

35 Nel ms. si direbbe, a prima vista, stia aueisaire, ma, guardando bene, si scorge ac- 
canto all's, un elemento di r, poiché l' amanuense fa l's (s lunga) senza il taglio. 37 
desfendia G. 40 jois G. 

43 desfendaire G. 46 Que] g ovvero E nel ms. È difficile risolversi fra le due letture 
(Meyer: Que). 56 Oregor" G. 



480 



LXXVI 

Anonimo 
" Pianto „ in lode di Re Manfredi 

1, e. 109» ; K, e. 186^. Edito, secondo I, da Mahn, Oed., 1165; Schirrmacher, Die Letzten 
Hohenstaufen, p. 661 (Bartsch); Monaci, Testi ant. prov., col. 96; Zinoarelli, Re 
Manfredi nella memoria di un trovatore, p. 4. Parzialmente edito, sempre secondo 
1, da Kaynouard, Choix, V, 12; Merkel, Opinione dei contemporanei sulla discesa 
di Carlo d' Angiò, p. 321. Ediz. critica: Berto.m, Romania, XLIII, 169. 

I. Totas honors e tiiig faig benestan 
Foron gastat e delit e malmes 
Lo ior[n] qe mortz aucis Io miel[z] presati 
El plus plasen q'anc mais nasques de maire, 
5 Lo vaien rei Manfrei, que capdelaire 
Fon de valor, de gaug, de totz los bes. 
Non sai cossi mortz aucir lo pogues. 
Ai, mortz crudels, cum lo voigiiist aucir, 
Quar en sa mort ve hom totz bes morir? 

10 il. Qu' era se • n vai Honors sola ploran 

Que non es hom qu' ab se l'apel, ni res, 

Coms, ni Marques, ni Reis qe • s fass' enan 

Ni la semo que venga a lor repaire. 

Er a faig Desenors tot qu'anc volc taire, 
15 Qu'a forostada Honor de son paes, 

E i sson cregut Enian tan e No-fes 

Qu'an revirat vas totas part[z] lor gir, 

Q' a pena sai on poSc'om pros gandir. 

111. Ar vai son dol Larguesa demenan, 
20 Disen als cavaliers paubres cortes: 
« Seignor, e que fairem deserenan, 
« Pos to[u]tz nos es tan bos seignor e paire ? 
« Per deu, non sai oi mais qe deiam faire. 
« Conseiliatz vos qu' anem al Rei frances. 



1 fag K. 8 con K; uolgist K. 
10 Qera K. 11 qab K. 14 fag K. 18 sai hom I. 

19 larguessa K ; demenen I K. 20 disem I, dissen K ; ali. 21 Seingner I, Seigner K. 22 sein- 
gnor I. 23 deian I, deià K. 24 conseilatz I. 24 quanam 1, qanam K. 26 anem I K. 27 lur K. 



— 481 — 

25 « O al prò N'Adoart rei dels Angles? 
« E si i anam, volran iios acuillirV 
« Gran paor ai qe lor cara no " s vir ». 

IV. Enseignamenz e Valors qe faran ? 

On trobe(i)ran manteing pos vos no • i es, 
30 Seigner onratz, qels trasiatz enan ? 

To[z] temps iran ab dol ez ab maltraire, 
Pos vos no • i es, q'eras sos emperaire 
E seigner sobre tot qu'anc fon ni es ! 
Non sai on-s n'an, qar tan lor es mal pres, 
35 No pogra[n] mais anar tan ne venir, 

Qu'anc mais troben tan plaisen acuiilir. 

V. Dreitz e Vertatz e Vergoigna se • n van; 
Mensonia e Tortz vergoignatz de marves 
Remanon sai; mas trop mal canie fan 

40 Nostre Baron maior, ai mieu viaire ; 

Que"i vei trobiar terra e foc mar ez aire 
Quar regna Falsetat[z] e Bona Fes 
Sc'n vai de cors, ez on la trobares ? 
Prince, Baron, mout ve • n degratz marir, 

45 S'al cor aves talen de ben finir. 

VI. Part totz los monz voill q' an mon sirventes 
E part totas las mars, si ia pogues 

Home trobar que'il saubes novas dir 
Del rei Artus e quan deu revenir. 

50 VII. Ai, Cobeitatz, vos e vostres arnes 
Confonda Deus e totz vostres conres, 
Qu'aves iuven gastat, e faig delir 
Deport e iai ab vostre fals desir. 



29 manteingn I. 32 querras I ; empaire I. 33 totz 1 K; ni es] mes I. 34 lur K. 35 plaisem I. 
37 Dreg K. 38 mar uez 1 K. 39 can ie K. 40 meu K. 41 Qei K. 43 lai I K; troberes K. 
46 tortz I. 48 homs I. 49 qan K, 
50 Ai] Qi I; uostras I K. 52 Qaues ìuuen K; iuen I; faiz I. 



31 



Note critiche 



NOTE CRITICHE 



I 



a'io b'io ^'lo b'io Ciò Ciò b'io- 3 strofe unisonanti; ogni cobbola è crotz-encadenada. 
Maus, Peire Cardenal' s Strophenbau, p. 88, n. 26; Witthoeft, Sirv. 
jogl., p. 72-73. Qui registro i soli componimenti che hanno, oltre che lo 
stesso schema, le medesime rime {-era, -ama, o{n)s): Palais 315, 3; P. 
Cardenal 335, 24; Peire Vidal 364, 40; Uc de Saint-Circ 457, 5; 457, 22. 
!1 testo più antico è quello di P. Vidal (364, 40): Quant hom honratz torna 
en gran paubreira. Ha le stesse rime e deve essere servito di modello, 
quanto allo schema, al nostro componimento. 

1 Emperador. Nella biografia di Manfredi Lancia (p. 37) abbiam 
già detto che emperador si riferisce a Peire Vidal e a proposito di 
questa designazione abbiam ricordato la storiella delle pretese del 
trovatore all'impero. Si può congetturare che il Lancia chiami emperador 
il Vidal soltanto per questa ragione: che in una tornata di un suo com- 
ponimento (Cant om es en l'altrui poder) Peire si dice da sé emperaire 
dels genoes. Che cosa il Vidal voglia poi dire con l'espressione em- 
peraire dels genoes, si ricava, forse, dalla stessa poesia, nella quale 
dice: E teing m' a l' us dels genoes — Cab bel semblan gai e cortes — 
Son a lor amics amoros — Et als enemics orgoillos. Pare adunque che 
il poeta si attribuisca il vanto di essere il primo o il capo degli uomini 
che sanno essere orgogliosi coi nemici e buoni con gli amici, ovvero, 
piuttosto, ch'egli semplicemente affermi, con la sua nota baldanza, di 
essere addirittura il signore dei Genovesi. Ciò sembra confermato da un 
altro passo del poeta: Eu sui senher dels Genoes — Que'ls granse'ls 
paucs ai totz conques; — Li gran mi fan tot mon afar — E'I pauc 
m'onron e'm tenon car (27, 13). Forse questi passi costituiscono il 
germe della leggenda sulle aspirazioni del Vidal all' impero i). 



1) È certamente un'altra invenzione, secondo me, il tratto della biografia 
secondo il quale la moglie del trovatore aveva aspirazioni imperiali (pp. 37-38). 
Anche questo tratto dovè provenire da un passo o da più passi fraintesi di 



— 486 — 

2 Nel compon. Quant horn honratz del Vidal, str. VI si ha: non a 
sen ni membransa. 

3 chadera. Qui ha certamente il senso di « trono «, non quello 
comune di seggiola. Col senso di « seggiola » troviamo la voce diffusa 
anche nel Nord-Ovest d'Italia. A Ivrea: cadréga e carea, a Nizza (-Mon- 
ferrato) contad. carea, a Bistagno (Alessandria) cadrega e carda, a 
Monte di Valenza careia, ecc. 

4 Traduco volpills per « vigliacco », al quale senso si giunse di 
fatto partendo da quello di « astuto » (detto dalla « volpe »). 

7 La traduzione del Merkel (p. 21) di questo verso è erronea. Il 
Merkel ha intoppato nella locuzione res non es nieinz que (che va evi- 
dentemente interpretata: « non manca altro tranne che »). Il Diez e il 
Bartsch non avevano, com'è naturale, trovato difficoltà a tradurre: « es 
fehit nur noch, dass er mit Steinen wirft ». L'Anglade nella sua recente 
edizione di Peire Vidal (Paris, 1913, p. 67) erra esso pure, traducendo: 
« il est au-dessous de tout; seulement il ne lance pas de pierres ». 

8 Espaza vaili que. Il soggetto della proposizione subordinata com- 
pare qui, come ai vv. 9 (darz) e 10 (brocas), in testa alla proposizione 
principale. È una specie di attrazione sintattica, di cui si hanno molti 
esempi nelle lingue romanze. Per quanto concerne il provenzale, si 
vedano : Stimming, Bertr. de Borrì^, p. 236 {aqiiesta vos die que mante 
prez e joi 10, 21 ; mos Bels-Miralhs vuol/i que' ni lais sa gaieza 12, 57, ecc.); 
Schuitz-Gora, Altprov. Element:-, § 211 ; Stronski, Elias de Barjols, p. 47. 
Come dimostra l'esempio mos Bels-Miralhs vuolh, il soggetto della 
proposizione subordinata resta al nominativo (mentre si trova all'accu- 
sativo quando il vocabolo messo così in evidenza è al caso retto nella 
prop. subordinata, p. es. E seignor fello — Taign qe Deus azire; Stronski, 
El. d. Bar., p. 47). Un altro caso perspicuo abbiamo in Peire Bremon 
355, 9, str. VI 

Està chansos vuelh que tot dreg repaire 
En Arago . . . 

Per questa ragione, al v. 9 ho letto con il ms. : E darz d'acer voill 
qe- ili pertus la panza e non ho accettata la correzione del Crescini : E 



poesie del Vida!, fors' anche dai seguenti versi {Car'amiga, vv. 17-20): Ab color 
vermelh' e bianca — Fina beutatz vos faissona — Ad ops de portar corona — Sus 
en l'emperial banca. Un altro passo frainteso che può aver contribuito alla 
leggenda della nipote dell'imperatore può essere il seguente: p. 97, v. 19 
(ediz. Anglade): Esi'us pagatz d'amor emperial. Il Vidal ha adoperato em- 
perial co\ senso di «alto, nobile, eccelso » (senso attestato, del resto, v. Bartsch, 
P. Vidal, XXV ; Schopf , Beifràge zur Biogr. und Chronologie des Troub. P. Vidal, 
Breslau, 1857, p. 10), non già col significato di « imperiale ^. Cfr. Crois. Alb. 
2975 (Levy, Suppl.-Wb., 11, 390): ab cor emperial « con cuore magnanimo». 



— 487 — 

.!art il'acer, ecc. Un'altra forma esiste d'attrazione sintattica, e si fa 
congiungendo il sostantivo tratto dalla proposizione secondaria al pre- 
dicato della principale per via di un de, che ha il senso di « in quanto a » 
p. es. Del rei d'Aragon m' es gen — Quar fan li platz enantir — Tot 
quan bos pretz deii grazir, Perdigo 370, 5; Stronski, El. de Bar., p. 48. 
9. darz. Ho già detto nella nota precedente perchè non mi paia il 
caso di toccare il ms., leggendo dart. Che il soggetto della proposizione 
subordinata passando in capo alla principale si trasformi in compi, oggetto 
di questa, pur restando idealmente soggetto della subordinata, è cosa che 
non escludo, per quanto non ne conosca esempi sicuri. Uno se ne avrebbe 
nel seguente verso di Pistoleta (ediz. Niestroy, I, 25, Ai! fan sospir): 

Mas lo desir conosc qu' es grans follia, 

ma, guardando l'apparato delle varianti, vedo che tutti i mss., che risal- 
gono a un'unica fonte (IK direttamente e d indirettamente) hanno desire 
e questo desire si deve correggere, a parer mio, in desirs. Tuttavia, non 
escludo perentoriamente, ripeto, che talvolta in testa alla frase stia 
l'obliquo anche quando ci si aspetterebbe il nominativo. L'argomento 
meriterebbe d'essere studiato a fondo. 

\0 limerà. G. Aug. (Miiller, Zeitschr., XXIII, 77): traira ■ us la 
lumneira. 

11. e' n luoc d' onranza, « e in luogo di omaggio », cioè, in questo 
caso, « come omaggio ». Per il significato di « come » che può assumere 
en luoc de, si cfr. Stronski, Folq. de Mars., p. 254. (XVIII, 17). 

12. capei, ghirlanda o cappello, (Levy, Suppl.-W. s. « capei » e 
Anglade, Peire Vidal, p. 186), ma qui piuttosto, a parer mio, « cappello ». 
Cfr. Fierabras, 1476: El fori capei d'acier es lo bran arestat, ove capei 
significa a dirittura « casco ». Il senso ben noto di « ghirlanda o co- 
rona di foglie di fiori » non conviene a questo luogo. 

15. neschera. Non si può tener conto di ciò che dice il Merkel a 
proposito di questo vocabolo. La voce va con nesci{s) e piuttosto che 
« necessità, miseria (Crescini, p. 476) » va tradotta: follia, balordaggine. 
Schuitz-Gora a ragione ( Literaturblatt, Vili, 30) interpreta « Thorheit ». 
Nel comp. di Uc de Saint-Circ Antan fez (che ha lo stesso schema del 
nostro) str. Il: farà o per nessiera, cioè: « per balordaggine ». In G. 
de Bornelh, Si'us quer, v. 36 (Kolsen, p. 370) il senso pare essere di 
« mancanza »: Semblaria c'o fezes per nescera — D'autra amistat (v. 
anche Appel, Zeitschr., XII, 539; Crest.^, 130; mentre Schultz-Gora, 
Prov. Dicht., p. 20 pone punto e virgola dopo nescera). 

19. Da notarsi il passaggio dalla seconda persona plurale alla seconda 
singolare, dal « voi » al « tu ». Della qual costruzione si hanno altri 
esempi nelle lingue romanze. Nel nostro caso si ha, in questo passaggio, 
una punta di sdegno ; ma in altri casi il mutamento si effettua quasi 



— 488 — 

naturalmente. Cosi, in Giacomino Pugliese abbiamo, a ragion d'esempio, 
(Monaci, Crest., I, 89): 

Madonna, non ti pesa fare 
fallimento o villania; 
quando mi vedi passare 
sospirando per la via, 
asconditi per mostranza: 
tuta giente ti rampongna ; 
a voi ne torna bassanza 
ed a me cresce vergongna, 
Amore. 

Esempi se ne hanno sopra tutto nella poesia popolare, come, del 
resto, è ben noto. 



a's bj a's bj a'5 h^; C5 C5 Cj e.-,. 7 strofe, con un ritornello costituito da C5 C5 
Cd C5. 

Maus, p. 105, n. 261, 5. Schema usato da altri trovatori (L. Cigala, 
Raimb. de Vaq., Bordello, Raim. De Tors); ma nessuno ha i versi di 
cinque sillabe. Le coble sono incatenate, il ritornello a rima continuata 
(Leys: « cobla continuada »). 

Le lezioni dei mss. non sono state sinora date dagli editori prece- 
denti con la necessaria esattezza. Sopra tutto le varianti (anche non 
grafiche) di IK sono state trascurate. 

9 La lezione peiz er (ricostruita su peiz es di De su peier di I K) 
accettata dal Crescini, Man.- 276 non mi accontenta appieno. Certo, 
essa sembra, di fronte al peier di I K, una « lectio difficilior » e quindi 
degna d'essere accolta nel testo; ma a ben guardare, il peiz es di D 
potrebbe anche provenire da una copia intermediaria scritta nell' Italia 
settentrionale, nella quale un peier iosse divenuto pezer, (0 peizer), male 
interpretato poi per peiz es. E il mutamento potrebbe anche essere avve- 
nuto nel solo ms. D. il senso richiede piuttosto peier peior che peiz (V er 
diventa, in ogni caso, una particella inutile). La forma regolare sarebbe 
peior, e ho esitato a lungo se dovessi no, introdurla nel testo. Poi, 
considerando che il nostro componimento ha tracce di gravi infrazioni 
alle norme della declinazione, mi sono risoluto a rispettare la lezione 



— 489 — 

di I K. Si noti infatti compraz (obi.), mentre ci si aspetterebbe cow/^ra^ 
e si veda quanto ho avuto occasione di dire a p. 159 di questo volume 
{avars 12, Milans 40). La rima iia indotto il nostro poeta ad usare la 
forma dell'obliquo, poiché par difficile che compratz (come propone il 
Crescini in una nota aggiunta del suo Man.', p. XI) possa essere in- 
teso per « schiavo » usato al singolare, riferendosi esso a più persone. 

12 Vorremmo mostretz, anziché mosfraz, mostratz. Si tratterà d'un 
italianismo dovuto, se non all'autore, per lo meno a un copista. Vero 
é che talora in ant. provenzale un verbo all'indicativo occupa il posto 
di un verbo al soggiuntivo; ma ciò ha luogo in casi speciali, p. es. 
dopo enanz qiie. È noto un verso del componimento Berti platz, attri- 
buito a Bertr. de Born (secondo altri, v, Lewent, Archiv, CXXX, 324-34 
sarebbe invece di Guilh. de Saint Gregori) che suona (53): Enanz qu' iis- 
quecs no 'US guerreiatz. 11 Thomas {Bertr. de B., p. 135) notando che 
il componimento è anche ascritto a Lanfranc Cigala, sarebbe disposto 
ad attribuirlo a questo trovatore in grazia di questo solecismo; ma Dande 
de Pradas ha enans qii' om mi quier (10, 14) e Jordan Bonel (2, 2): 
enans que plus mi tays (cfr. Stimming-, p. 213). Però il passo di Peire é 
di sintassi assai diversa e la forma non ha neppure la scusa di trovarsi 
alla rima. Nel nostro caso, dato il senso negativo della frase, ci si aspet- 
terebbe certo il soggiuntivo. Cfr. G. de Bornelh, Si'us quer (Kelsen, 
p. 370), V. 3: no'l me vedetz (tre mss. soltanto hanno vedatz) e si 
veda questo voi. a p. 159, n. 1. — Avars. Ha qui il senso di «cupido, 
ingordo ». Chi è avaro é anche « cupido », onde il passaggio di si- 
gnificato si presenta con sufficiente chiarezza. Vorremmo però avar (non 
avars). V. questo voi. a p. 159. 

15. il Restori {op. e l. cit.) proporrebbe il mutamento dì prendre in 
pendre, cioè « pendere ». Come abbiamo prendre nella medesima strofa 
al V. 11, una correzione s'impone, a mio avviso; ma pendre non mi 
accontenta, non soltanto per ragione del senso, che non mi pare accor- 
darsi troppo bene col verso seguente (v. 16), ma anche perchè sarebbe 
necessario correggere sii dei mss. in s' el (se egli, l' imperatore), o anche 
si V {si el). Il Restori ha, a torto, s • //, che traduce appunto per « se egli » ; 
ma s'il, piuttosto s' il, non può andare. Insomma, il cangiamento in 
rendre mi pare migliore. Al v. 11, si tratta di prendre e qui é questione 
di rendre ciò che si è preso i). Un copista dovè scrivere, forse prendre. 



1) Lo Jeanroy, Ann. du Midi, Xli, 124 vorrebbe dare a prendre il senso 
di '■■ ricevere colpi », senso che il verbo pare realmente avere avuto anche 
usato solo, senza colp o colps (p. es. Bern. de Ventad. Que fols no tem irò 
quc prcn). Il significato sarebbe: « mais si plus tard il vous bat, ces dons 
vous seront amers ». Dubito, però, molto che in questo passo si possa pren- 
dere il verbo nel senso voluto dallo Jeanroy. 



— 490 — 

anziché rendre, in causa di quel pois che precede immediatamente e che 
avrà portato un p- sulla punta della penna al momento di scrivere 
rendre. 

23 II ms. D ha de nos; ma poiché 1 e K hanno de iios, bisognerà 
accogliere quest'ultima lezione. Se però il ms. D avesse ragione, si 
avrebbe una ragione di più per ritenere italiano il nostro Peire, il quale 
verrebbe a dirsi, egli medesimo, lombardo. 

27 ia sa. I mss., checché appaia dalle precedenti edizioni del testo, 
hanno ia soa. La correzione ia sa compaigna (Crescini^, 277) si pre- 
senta però ovvia e soddisfacente, poiché con essa si evita di avere il 
tonico soa senza articolo e di avere nel verso un soa d'una sola sil- 
laba. Ma non sarà anche questo un italianismo dell'autore? In questo 
caso, ia soa potrebbe essere accettato. 

29 Car cor. Tutti e tre i mss. hanno car cor, che si potrebbe 
facilmente emendare in c'al cor (con anticipazione di -r), se qualche 
scrupolo non intervenisse a fermare la mano del correttore. L' inter- 
pretazione car cor per « perché il cuore » urta contro la mancanza del- 
l' articolo (cor per cors, sopratutto in un testo come il nostro, sarebbe 
invece ammissibile). D'altronde, accettando c'al cor, la locuzione /a/ 
laigna rimane alquanto sospesa. Darle come soggetto un la gentz, ri- 
cavato dal V. 25, é cosa possibile, ma la costruzione ne risulta for- 
zata ; prenderla quasi impersonalmente, é altresì cosa possibile, ma assai 
ardita. Lascio dunque nel testo car cor. Si potrebbe pensare che l'autóre 
avesse scritto cai cor (cioè ca- 1 cor[s] facendo uso di un ca (quia) dia- 
lettale. Se non si voglia arrivare sino all'autore, il quale però ha usato 
un verbo come sargotar (v. 30, v. la nota), basterà pensare che cai sia 
stato introdotto da un copista a sostituire un originario quel^). Eppoi, 
questo cai potrebbe essere stato cambiato in car. Congetture, si dirà, 
ma congetture non inutili, se non m'inganno. A mantenere la lezione del 
ms., mi conforta poi anche un poco un passo di Peire Vidal, Amors 
pres sui, vv. 26-27: Quar cors qu' es plens d' aziramen — Fai ben 
falhir boca soven (ediz. Anglade, p. 99), sebbene la mancanza dell'ar- 
ticolo sia qui spiegabile grazie al senso indeterminato di cors. Il ms. 
D (e. 27'') ha invece in questo passo del Vidal (il che non è senza 
importanza per noi): Qe'l cors q' es plens ecc. 

30 sargotar. È il solo esempio che si abbia di questo verbo, che 
par vivere nel moderno prov. sargotar « tirailler, houspiller, chiffonner, 
en Langedoc; secouer, cahoter, ébranler » (Mistral). Dico: par vivere. 



2) La cong. ca (quia) sarebbe potuta cadere facilmente dalla penna di un 
copista veneto; e si noti che i mss. DIK sono stati tutti e tre, con ogni pro- 
babilità, trascritti nel veneto. Ca si trova nel celebre ms. Hamilton di testi 
antichi alto-italiani e, come ricordo, anche in documenti ferraresi del sec. XV. 



— 491 - 

perchè 11 senso è alquanto diverso ; ma non si può però negare che fra 
« secouer, ébranler », ecc. e il parlare con difficoltà o con brutta pro- 
nunzia esista qualche rapporto (cfr. 1' emil. parlar a spintón, tintunnar, 
cianciugliare, « tentonnare »). L'ital. ha « ciangottare » ed io mi chieggo 
se in esso non si nasconda un ciargottare con influsso di « cianciare ». 
Curioso è che del parlare dei tedeschi in polacco si dica tszwargotaic' e 
nei dial. svergotac', sfargotac' (il verbo significa anche « parlare una 
lingua straniera, incomprensibile » e si adopera altresì per la lingua 
degli Ebrei e per il parlare dei fanciulli). La voce polacca non pare essere 
però d'origine slava. Compare nella letteratura polacca soltanto nella se- 
conda metà del sec. XVIII e non saprei però dire se provenga dal termine 
romanzo. Anche non so se vada col pure poi. s'wiergotac' (detto della 
lingua dei bimbi e degli uccelli), perchè la forma primitiva di questo 
verbo era s'wiegotac' modificatosi sul finire del sec. XVlll in s'wiergotac' 
per influsso di tzwargotac' . La questione è ardua e la lascio insoluta. 
Ricordo, invece, perchè la cosa non è per noi senza importanza, che 
Pons de Capduolh ha un'allusione al parlare dei Tedeschi (ediz. Na- 
polski, p. 79, vv. 20-21 ) : Qu'ieu non enten plus que selhs d'Alamanha — 
Qui pari' ab me. 

32 Granoglas. Correzione del Levy, Literaturblatt, XVI, 231 e dello 
Schultz-Gora, Zeitschr., XXI, 129. Il Canello aveva proposto la corre- 
zione Can engles che accontenta molto meno. 

33 Broder è attestato, si può dire, dai manoscritti, in quanto D ha 
broder e I K hanno border, ed è certo piìi accettabile del Brod et del 
Canello. Quanto a guaz (che cosa?), dirò che io medesimo non sono 
contento della mia proposta, la quale tuttavia ha per lo meno altrettanto 
diritto d' essere presentata, quanto quella del Canello, che in questa 
oscura voce vedeva nientemeno « Wasser ». Altri ha proposto (cfr. Nickel, 
Sirventes und Spruchdichtung, Berlin, 1907, p. 22): bruoder (conget- 
tura del Roethe, con la quale ci incontriamo), ma in guaz ha voluto 
vedere, non capisco come, un guot. Ben a ragione lo Schultz-Gora, 
Literat., XXIX, 323 non ha fatto buon viso a questo guot. La mia cor- 
rezione ho messa innanzi, per la prima volta, nel mio volume L'Ele- 
mento germ., nella lingua ital., p. 247. S'io ho ragione, si avrebbe 
un'assonanza, al qual proposito noto che un altro caso di assonanza 
si ha nel nostro medesimo testo, al v. 36. 

36 Abbiamo qui un' assonanza. Data la forma del componimento 
(sirventese a retroensa), non mi pare impossibile che si trovasse già 
nell'originale. Quanto poi all'imagine del « cane », si cfr. Peire Vidal, 
Bon' aventura, vv. 9-12: Alamans trob deschauzitz evilans; — E quand 
negus si feing esser cortes, — Ira mortals cozens et enois es; — E lor 
parlar s sembla latrar de cans. 

40-42 Sulle forme Milans e Mantoans, vedasi a p. 159. 



— 492 — 

47 Malgrat-de-toz II Gaspary, Zeitschr,, VI, 163 pensò a Guglielmo 
Malaspina. Ogni congettura presentasi alquanto gratuita. 

48 regna. Inutile citare molti esempi di renhar col senso di « com- 
portarsi, condursi». Basti questo: Quar qui'n amor ben s' enten —Non 
pot far que piieis mal renh (Montanhagol, Ar ab lo coinde, vv. 19-20; 
ediz. Coulet, p. 70). 

50 no- s segna. Locuzione abbastanza usata « non si segna, non 
può segnarsi » perchè non esiste, non vi è. Basterà un esempio, fra i 
parecchi che si potrebbero citare: Arn. Catalan (Amors ricx): Genser 
dona no's senh (Raynouard, Lex., V, 227). 

52 Saill. In lat. esiste il n. pr. Salius. Cfr. Chabaneau, Rev. d. 
lang. rom., 5, III, voi. XI, p. 218, n. 1. Chi sia il personaggio citato 
dal nostro trovatore, non si sa, poiché è inaccettabile una congettura 
del Canello che si tratti di un certo Cozo o Gozo, giudice veronese, 
che firmò per la sua patria la pace di Costanza. (Riv. cit., 3 e Fiorita 
p. 154). 



III 



3'io t*io a'io bio a'io bio ^'lo ^lo a'io 6 strofe rimate a due a due {encadenadas 
doblas) e due «tornadas». 

Maus, p. 103, n. 212 (Raimb. d'Eiras 391,1; Bertr. Carbonel 82, 
50; Blacatz 97, 10; Nicolet de Turiti 310, 3; Simon Doria 435, 2; Uc de 
Saint-Circ 457, 36). 

3 s'es contro vos guidada « si è comportata contro di voi ». Due 
altri esempi sicuri di guidar in questo senso ha il Levy, Suppl., Wb., IV, 
211. Cfr. in ant. frane. Et comment me pourray guider — Si vous ne 
me voulez aider (Response de l'archymiste, 173). 

4 vostra dompna. Questa donna, che più sotto viene designata 
per enganairitz (v. 11) era, pare, di Tortona (en Tortones). Vera- 
mente, il ms. R dà en cartones e con ciò, salvo un leggero errore di 
copista, s'accorderebbe, a voler ben guardare, la lezione en carcones del 
ms. DIK. In verità, questo Cartones, che vorrebbe dire un territorio dei 
Monferrato (Quartona), è stato senz'altro ripudiato, «non potendo 
ammettere per nessuna guisa un'allusione a Beatrice» (Schultz-Gora, 
Epist. cit., p. 154, n. 2). D'accordo, quanto all'allusione, poiché 
Rambaldo non avrebbe certo potuto chiamare « ingannatrice », date le 
abitudini dell' amore cavalleresco, Beatrice di Monferrato e anche, 



— 493 — 

111 via subordinata, poiché in una sua canzone (Savi e folhs) egli 
pare pregare Beatrice medesima di compensarlo della bela enganairitz 
(vv. 26-28: Per mal que'ni fetz la belha enganairitz; — Mas vos, 
liomna, ab totz bos ays complitz — Mi faitz fan be qu' esmenda ni' es e 
dos) ; ma chi ci dice che per una donna del « Cartonese » si debba neces- 
sariamente intendere Beatrice, e non piuttosto un'altra? L'accordo di 
R con DI non è senza importanza (poiché R generalmente si stacca da 
DI) mentre A e M hanno tortones. Del resto « Quartona » è ricordata 
da Rambaldo nel componimento : Non pose saber. Insomma, la cosa è 
dubbia, e cartones non si può, senz'altro, escludere. 

11 escomes. Cfr. Marcoat: Pois mi escometetz de guerra {Una ren, 
ediz. DeJeanne). Il senso di escometre è « sfidare, provocare », in questo 
passo. Su questo verbo, v. Levy, III, 182. 

18 Empegnetz V estrada. Difficile è questo passo, in causa del 
senso oscuro che ha qui empegnar. Deve trattarsi d' un diritto di pe- 
daggio ceduto da Alberto con danno dei Genovesi ; ma quale fosse 
realmente questo diritto i documenti non dicono, e noi non possiamo 
far congetture, per mancanza d'ogni altra allusione. 

26 feira'iis prò. Cf. Bertr. d' Alamanon (ediz. Salv. de Grave, 
p. 139): D'aiitra pari fera mon prò ; Elias de Barjols {Mas comjat, 
V. 33 ediz. Stronski): No sai far mon at ni mon prò. La locuzione 
faire at è quasi sinonima di faire prò. Ha- anche un senso analogo 
faire be, p. es. Bertr. d'Alam. p. 126: De vos mi rancar, compaire — 
Em Bertram, qe no' m faiz be. 

33 tolgront. È dato solo da A. Sebbene la lezione tollon paia 
avere per sé l'autorirà dei mss. (hanno: MR tolon tollon, IK: tol 
hom, D tolen), questo é uno dei casi, a parer mio, in cui la voce di 
uno deve valere quella di parecchi. E ciò per due ragioni: anzi tutto, 
Val di Taro fu perduta qualche anno prima di Pietracorva (v. a p. 48) 
eppoi tolgront sembra realmente essere una « lectio difficilior », quindi 
da preferirsi (notisi anche il significativo perdetz, perdest v. 34). Natu- 
ralmente, non è impossibile che le cose stiano altrimenti; ma é piìi 
facile discendere, per un copista, da un tolgront a un tollon, tolon 
(donde poi tol hom), che risalire da un tollon, tolon a un tolgront. 11 
Crescini, Man.^, 297 ha accolto tollon, mentre l'Appel, Crest.^, 128 ha 
preferito tolgront. 

38 Fezetz que fols. Sulla ben conosciuta locuzione faire que riman- 
diamo alla nota al v. 35 del testo n. LXIII. 

36 appellar de nel senso giuridico di « accusare di ». « Afrz. apel 
ist die formelle Kiage bei einer Tat, die Treulosigkeit in sich schliesst ». 
Jud, Arch. f. d. St. d. n. Spr., CXXVI, 129. Vedansi anche (p. 128) 
le osservazioui dello Jud sul verbo mesprendre a proposito del v. 14 
della nostra tenzone. 



— 494 — 

37 mia esmansa. Ncjtisi qui l'elisione all'italiana. I mss. DIK 
hanno però: nii'ismanssa (-sa). La strofa è di Alberto. 

47 faire panier. il Raynouard Lexique, IV, 410 traduce « faire trom- 
perie »; e il Levy, VI, 47: « betriigen, beschummein » ; ma, secondo 
me, in questo passo per lo meno, il vero senso è « spogliare, rubare ». 
Cfr. prov. panar, rubare e, forse, ant. frane, panmr, pennir « saisir, dé- 
pouiller ». Vedansi : Tobler, Verm. Beitr., Il, 219; Jeanroy, Rom., XXIII, 
234; Tobler, Zeitschr., XVIII, 560; Soltau, Zeitschr., XXIV, 39. 

51-52 Cfr. Peire Vidal Drogomon, str. III: D' ardimeli vaili Rollan 
Olivier. Garin d' Apcher, L' Aiitrier trobei, str. Eli no m'apel ges Oli- 
vier — Ni Rothlan .... Mas valer los ere maintas v^s (D, e. 202'). Cfr. 
anche Birch-Hirschfeld, Ueber die den prov. Troub. des XII ii. XIII 
Jahrh, bekannten epischen Stoffe, p. 57. 

56 mon cor e m'esperansa. L'accoppiamento di cor e esperansa 
abbiamo anche in Guilh. de Montanhagol : Donc qui ben voi aver valor 
valen — Aj'en amor son cor e s' esperansa (Nulhs om, vv. 5-6). 

57 e'n Pier. Il pensiero corre a Peire Vidal. V. questo voi. a p. 49. 
La locuzione a mon dan get è ben nota. De Lollis. Sord., p. 264. Cfr. 
Peire Vidal, Bon' aventura, v. 18: a mon dan giet Alamans e Ties. 



IV 

3io bio bjo aio ^10 bjo bi^ a^. 6 strofe doppie con doppia « tornada », a cob- 
bola crotz-encadenada. 

Maus, p. 89, n. 33 registra per errore questo componimento come se 
avesse i versi di otto sillabe. Lo registra di nuovo, errando ancora per 
altro verso, a p. 118, sotto il n. 549. 

8 gais sonetz e leugiers. Cfr. lo stesso Rambertino V, 3: sonet 
leuger; Bertr. d'Alam. (ediz. Salv. de Grave, p. 131): Una chanzon 
dimeia ai talan — Q' leu la fassa ab gai sonet cortes. P. Guilh. de 
Lus. (testo n. XXII, 1): En aquest gai sonet leuger. P. Vidal, Pos 
uberi, v. 2: Trairai n'un gai sonet novel. 

12 sui sobriers. Passo che si può aggiungere al Levy, VII, 726. 

19 m'auci « mi tormenta ». Per questo significato del verbo aucir, 
cfr. Chabaneau, Rev. d. lang. rom., XXXII, 213; De Lollis, Sord., 
p. 291; Levy, Zeitschr., XXII, 257. 

22 se fai lauzar. Notisi se faire seguito dall'infinito. Cfr. Arn. de 
Mar. vos faitz a totz grazir {La franca, torn.). Uc de Saint-Circ (testo 



— 495 — 

n. XV, V. 8): No Donella qc's fai a totz plazer. Cotale uso è abba- 
stanza frequente. 

24 flors. È una metafora comune, per es. Folq. de Mars. Tant sui 
dels benanans la flors (ediz. Stronski, p. 89). Cfr. Stoessel, Bilder u. 
Vergleiche der altprov. Lirik, pp. 12, 15. Più comuni ancora sono le 
espressioni quali « fior di beltà, di cortesia », ecc., p. es. lieys qii'a 
de beiitat la fior ; fior de tota laiizor; de pretz la fior, ecc. Pei re de 
Valera, Lo ioi, str. II : Anz porta de beutat lo fior — Et onrat prez 
nominatiu. 

32 de lai. 11 solito avverbio di luogo, che tiene le veci della per- 
sona. Stimming, Bertr. d. Barn}, p. 189. Due altri esempi in Levy, IV, 
302. Nei nostri testi abbiamo n. LIV, 22-23): Et ano no'us plac azau- 
tamentz de lai — Don movon tuig bon faig cortes e gai. Bene spesso 
s'adoperò en loc, della quale espressione si hanno esempi negli stessi 
nostri testi: LV, 27 En avol luec s' es messa vostra amors; LXIII, 
51-52 non es maier foudatz — Con amar fort en luec desavinen. 

38 per tal coven. Cfr. Pons. de Capd. (ediz. Napolski, p. 60): 
Per aitai coven vos mi do — Que non ai poder ni talen — Que • m parta 
mais a mon viven. 

43 hom, qui usato nel senso di « ligio, servo ». Folq. de Mars.: 
fiom e servire. (Ediz. Stronski, p. 44). Notisi anche che leialmen, dato 
da A, trovasi già al v. 39. 

44 Trascelgo, come migliore, la lezione del ms. D. Tuttavia, anche 
la lezione fauc car me loigne non è cattiva. 

57 gardar totas bonas razos. Cfr. Pons de Capd. (ediz, Napolski, 
p. 78): Las, que farai, si voi razon gardar. 



dg. 5 strofe unisonanti con tornada, a cobbola cadena 
caudada. 

Maus, p. 108, n. 359, 3. Questo schema, con tutti i versi di otto sillabe, 
talora femminili, si trova in Bert. Carbone! 82, 61 ; Daude de Pradas 124, 
16; Bon. Calvo 101, 14; Elias Fonsalada 134, 1; Peire Vidal 364, 35; 
Guillem Uc d'Albi 237, 1. 

8 car tener « stimare, apprezzare ». Locuzione ben nota. Cfr. per 
es., Peire Vidal, Ges pel temps, str. Ili: Qel vostr' enseignamenz — 
Vos fai als conoissenz — Ben dir e tener car. Lo stesso Vidal : honrar 



— 496 — 

e car tener (ediz. An^lade, pp. 9, 123). Se ne hanno numerosi esempi. 
Fra tutti, anche per ciò ciie spetta all'allusione di pros, merita d'esser 
messo in evidenza particolare questo: Uc de Saint-Circ (ediz. Jeanroy- 
Salv. de Gr., Ili, 24-27): E sa hiimils plazens paria — El solatz 
e la cortesia — La fant Iwnrar e car tener — Als pros e ^razir e 
temer. 

14 Qals es « quale è » nel senso di « come è, come sia ». Stim- 
ming, Zeitschr., XXXIV, 227 traduce infatti cosi il verso: « wie (be- 
schaffen) die ist, deren ich geniesse ». Questa interpretazione è sug- 
gerita dal contesto ; ma cals es potrebbe anche significare : « chi è » 
cfr. Peire Vidal, Per pane, v. 47-48: E si voletz saber qiials es — Demon- 
da tz la en Carcasses. 

16 No 'ili lo aiis. Vedasi questo volume a p. 160. Aggiungasi un 
altro esempio in G. de Saint Leidier, Ben chantera, str. IV (ms. A): 
E qi mais creis son pretz e sa onor — Sabre totas, e' una no lo '111 
defen. Tuttavia l'irregolarità, di cui offre esempio Rambertino, non deve 
considerarsi di necessità come un italianismo, poiché se ne ha qualche 
esempio in trovatori d'oltre le Alpi (Rayn., V, 370, 3): Molt V ama 
pane, si no' ili lo ausa dir. In Peire Rogier, ediz. Appel, III, 34: Ano 
ieu ni autre no -Ih o dis (i mss. DIKN hanno: non lo, e il ms. 
R : loy). 

19-20 per qe- m suffer — Qe mon ioi non die ni retrai « mi astengo 
dal dire », ecc., cioè: non dico, ecc. Si tratta di una perifrasi, quasi 
di un'attenuazione del pensiero, che trovasi usata con verbi quali suf- 
frir, laissar, estar, tener ecc. Cfr. Stronski, Folq. de Mars., pp. 225, 
272. Per es. : Perdigo (Chaytor, in Ann. du Midi, XXI, 165): Trop ai 
estat mon Bon Esper non vi; e nello stesso Perdigo (320, 13, v. 27): 
Per qu'eu m'en lais que mot no lor en so. Quando precede una nega- 
zione, è adoperato il sogg. , p. es. : No remas per paor ni per neguna 
coza — Que no la asetgessan (Crois. Alb., 1780). 

32 esper. Ha qui un senso tra « speranza, fiducia » e « aspettazione », 
come in Arn. de Mar. Domna genser, v. 24: Que' l loncs espers e'I 
Ione consirs, e in altri diversi passi. 

37 bocha rienz. Cfr. Bernart de Ventadorn, (Ab ioi): la sa bella 
bocha rigenz — Non cugei baizan mi trais — Car ab un douz balzar 
m'aucis (Lez. del ms. D). 



— 497 



VI 

Ciò. 5 strofe unisonanti con una « tornada ». 
Il primo verso di ciascuna strofa finisce con la parola fior. 

Maus, p. 118, n. 549. Presentano questo schema molti componimenti; 
ma hanno i versi decasillabi i seguenti: Bertr. Carbonel 82; 2,, 12, 24 
(58); Guilh. de la Tor 236, 8; Guiraut de l'Olivier 246; 43, 70; L. Cigala 
282, 8 (non si ha però eguale rispondenza in fatto di versi maschili e 
femminili). 

1 Suirimagine del «fiore», si veda la nota al v. 24 del testo 
n. IV. L'imagine continua per tutto il nostro componimento (v. 11 non 
trobet honi fior; v. 28 la bella fior, ecc.). Non sarà inutile notare che 
la « tornada » del componimento Longamen m'a trabaillat di Aim. de 
Peguilhan suona: Na Biatrix d'Est, anc plus bella fior — De vostre 
tems no trobei [ni] meillor ; — Tant es bona, cum plus lauzar vos voli 
— Ades i trop plus de be qu'eu no soill (ms. D, e. 64"'). 

10 poiat. E V. 14 saubes potar. Vedasi sul senso di poiar la n. 4 
a p. 228. Si trova insieme al suo contrapposto descendre in Raimon 
de las Salas No'm puos partir, torn. : Na Rambalda del Bauz, vostre 
prez fins — Es tan gradiz entrels pros e'is presaz — Qu'en l'auzor 
grat es puzatz ses descendre (ms. D: puzat, lauzors graz). Inutile dare 
più esempi, trattandosi di uso assai frequente. 

19 sos pretz sobriers. Cfr. Raimb. de Vaq. Na Biatritz, vostre rie 
pretz sobrier, ecc. Appel, ChrestA, 27, 45. 

27 cui totz iois guia. Locuzione ben nota. Cfr. Guilli. de la Tor 
(En vos ai mesa, Studj, Vili, 455): E Na Biatris, cui iois e pretz es 
guitz. Arn. de Mar. A grant honor, str. Ili: Bona dona cui iois e prez 
es guiz. E cfr. anche Stoessel, Bilder und Vergleiche, p. 23. 

30 sempre. Di quattro mss., tre danno tostemps o totz temps. Ac- 
cetto però sempre di A per ragione del totz temps che si ha nel verso 
precedente e che può essere facilmente ritornato sulla penna di un ama- 
nuense. 

40 Accolgo tornerà, che ritengo un condizionale. Il ms. A ha tornora 
e C S* hanno torna. 

42 ab tant. Abbiamo tans declinato in AD, il che merita d'essere 
avvertito. Si tratta di tant usato dunque come aggettivo con de. Cfr. Pons 
de Capd., ediz. Napolski, p. 105: Mas d'altres aves tanz — Que no-i 
es ops mos chanz. Uc de Saint-Circ, V, 20, ha un esempio di quant 
aggettivale: Aitan doussamen m' apaia — Quanz q'ieu aia — De turmens. 

32 



— 498 — 

In testi del sec. XIV troviamo: motas de vertutz; am panca d'ocaisus 
(Noulet e Chabaneau, Deux mss. provengaux du XI V^ siede, Montpel- 
lier, 1888, p. 172). 11 limos. mod. conserva ancora: caucadevé (quaucas 
de vetz). Ant. ital. poco d'ora. Bertoni, Rend. della R. Accad. dei Lincei 
XXI, 626, n. 1. 

46 n' es. Da notarsi che qui n' es è no es. Vedi questo voi. a pp. 55, 
162 e cfr. Levy, Liter., VII, 504. 

50 Cioè: desideroso di vederla. Qui si ha cors col possessivo per 
indicare la persona. Tobler, Vermischte Beitrage, I, 53. 

53 Soiorn' e iai. Due verbi, che sono accoppiati volentieri dai lirici. 
P. es. Monge de Poicibot Gausbert, rason, str. Ili : suavet soiorna e iai 
(lez. di D, e. 209--'); Folq. de Marseille (ediz. Stronski, VI, 24): no- m 
ten prò sojornars ni jazer. P. Vida), Ges car estius, vv. 14-15: Tornei 
en sai —01 (corr. On di Anglade, p. 93) seiis bels cors sojorn' e jai. 



VII 

ag b'g b'g ag Cg d'g d'g d'g. 5 strofe unisonanti con doppia « tornada ». 

Maus, p. 120, n. 597. Presenta lo stesso schema con versi ottosillabi: 
Raim. de Miraval 406, 5. 

2 deia. La frase que chantar deia può essere tradotta semplicemente 
«ch'io canti», perchè il verbo «debere» viene ad avere attenuato in 
siffatta congiuntura il suo significato. Si veda, per quest' attenuazione 
comune anche all' ant. francese e all' ant. italiano. Bertoni, La prosa 
della « Vita Nuova », Genova, 1914, p, 21. 

3 no me pori' enveia. Altro esempio di portar enveia (invidiare al- 
cuno, volergli male) da aggiungersi al Raynuoard (ili, 131) e al Levy 
III, 100. Il poeta, dicendoci che nessuno gli porta invidia in amore, 
viene come a farci sapere che non ha da temere i lusingatori e refe- 
rendari che lo tradiscano (forse perchè è convinto che nulla si sappia 
da nessuno sulla sua passione); ma questo motivo dei referendari è così 
insito nello spirito della poesia cavalleresca, che, malgrado ciò, esso 
compare anche in questo medesimo componimento (v. 29). I testi del 
Buvalelli sono troppo penetrati dalle idee più comuni alla lirica proven- 
zale, perchè i motivi tradizionali non riescano ad insinuarvisi, in un 
modo o in un altro. 

7 Notisi il senso di contendre «affermare» Levy, S.-W. I, 340. 

8 Ma il poeta non è fra quelli, a cui si può applicare il proverbio, 



— 499 — 

che cita, poiché egh può poiar d'amor. Egli non è dunque di coloro 

che non hanno nulla e che nulla possono perdere. Infatti, la seconda 
str. comincia: Perdre non dei lo geni servir, ecc. 

13 toz lo premers «il primo che io veda, il primo che incontri», 
locuzione che significa essere il poeta in tale stato, che ognuno imme- 
diatamente gli avrebbe predetta la morte, al primo vederlo. 

16 derdre. Cfr. Levy, 11, 104. 

21 de l'entendrc. Ritengo, tutto sommato, che si tratti di un infinito 
sostantivato e che /' sia articolo e non pronome e in questo pensiero mi 
confermo sempre più. V. però a p. 161. G. d'Espanha, Na Ses-merce, 
str. HI: Del car (ms. E quar) tener fauc folla. Gli esempi abbondano 
in ant. frane, e prov. V. il nostro testo LUI, 2: del cobleiar. 

23 Noto che dei sta realmente nel ms. L' errato dea del Casini, 
Rime, p. 12 deve dunque essere una svista. 

25-28 Nelle mie correzioni e nella mia interpretazione di questi 
versi, mi sono giovato delle utili e ingegnose osservazioni dello Jeanroy 
Annoles du Midi, XXI, 371 (al v. 27 clan dello J. è un evidente errore di 
stampa per dan) e dello Stimming, Zeitschr., XXXIV, 227, i quali rin- 
grazio per la cura con la quale hanno voluto esaminare la mia edizione 
di Rambertino (Dresden, 1908). Noto che plaidejar (v. 27: plaideia) 
ha anzi tutto il senso di « difendere » e poi per estensione « difendere 
vittoriosamente, far perdonare » Jeanroy-Salv. de Gr., Uc de S.-C, p. 193. 

30 Non si potrebbe far. cattivo viso al q' at del ms., sebbene q" az 
o q' ag sia migliore. Lo accetto perciò, rinunciando alla mia precedente 
correzione {R. Buv., p. 38) q' ab, perchè ab qui non conviene. Così, 
correggo ab leis del ms. in a leis. Lo Stimming nella sua citata recen- 
sione (227) ha già giustamente osservato, del resto, che la locuzione 
provenzale è se rendre a. Cfr. infatti: Peire Vidal, Tant ai, str. V: a vos 
mi ren e str. VI: E ren m 'a lei; P. Vidal, Deus en sia, str. V: Dom- 
n' aisi'm reni a vos; Folq. de Mars. (ediz. Stronski), I, v. 8 ha en 
sa merce m'aten; ma io credo che si debba accogliere la lezione degli 
altri mss. en sa merce mi ren. 

31 dar e vendre. La locuzione, d'origine giuridica, è piuttosto donar 
e vendre. Molti esempi ne ha raccolti Soltau, Zeitschr., XXIV, 34. 

45 Jovenz ha qui il senso di « cortesia, allegrezza » o qualcosa di 
simile, le qualità, insomma, che s'accompagnano alla giovinezza. Questo 
significato di joven è troppo noto, perchè occorra insistervi (p. es. Peire 
Vidal, Molt m' es, str. II : am de fin talen — Amor e iouen). Qui mi limito 
a farne ricordo, per giustificare la mia traduzione. 

46 ben. Ci si aspetterebbe bes. Tutta la frase però ha valore neu- 
trale. Quanto a grani e mendre, che traduco per « tutto » si veda il testo 
n. LUI, v. 3 (es'/ met grani e mendre). Cfr. anche: Binet, Le style de 
la lyrique courtoise en France, Paris, 1891, p. 73. 



— 500 — 



Vili 

a« bs hit ag Cg Cg dg d>j Cg e^. 5 strofe unisonanti con una « tornada «, a cobiti 
crotz-caiidada. 

Maiis, p. 118, n. 549, 4; De Lollis, Sordello, p. 133. Presentano io 
stesso schema con versi di 8 sillabe: Garin d'Apchcr 162, 5; Raimb. de 
Vaq, 392, 23; Dande de Pradas 124, 3; Raimbaut 388, 1; Gauceim Faidit 
167; 5, 8; Aim. de Bei. 9, 13; Bertr. Carbonei 82; 47; Sorde! 437, 23; 
Anon. 461 ; 149, 237. 



6 e s' en (A: sien en, D: e sun). Correzione suggerita dallo Stim- 
ming, Zeitschr., XXXIV, p. 227. La lez. di C fu asportata colla vignetta. 

6-7 s' en tal miraiil. Cfr. i vv. 44-45 del testo n. VI del medesimo 
Rambertino : ni 'n tan dar mirador — No'is taing qiie ia s' esgart hom 
ni' s remire. Sull'imagine dello specchio, cfr. Stoessel, Bilder u. Ver- 
gleiche, pp. 28-29; De Lollis, Sord., p. 280. 

10 totas sazos «ognora, sempre». Al v. 50: ades totas sazos, dove 
ades è di troppo quanto al senso. Cfr. Folquet de Mars. — Tostemps 
(Stronski, p. 69): l'anta qii' Uh fay totas sazos. Altre locuzioni, in cui 
entra sazos sono : maintas sazos « spesso » ; a sazos, per sazos « talora »; 
de sazo « a proposito » ; en pane de sazo « in poco tempo ». 

11 Mon Restaiir è qui al caso obliquo e dipende, secondo me, da 
lo douz ris ni' l plazen esgar{v. 12). Lo Stimming, Zeischr., cit. p. 228, 
forse per ragione della lontananza che ha nella frase Mon Restaur da 
douz ris e plazen esgar, vorrebbe metter virgola dopo vezer e vedrebbe 
in Mon Restaur un semplice e diretto accus. (come ris e esgar). Il che 
non è impossibile. 

15 no'l vei. Il Casini, Rime, p. 17 accetta la lezione di A nous 
vei. Ciò rappresenta già un miglioramento di fronte al volvei della sua 
edizione anteriore in Propugnatore cit., p. 443. La buona lezione è data 
dal ms. C. 

16 sgg. L' imagine di colui che nel Ietto si agita per schermire il 
suo male d'amore si trova nel domnejaire di Arnaut de Maroill : 

Obre mos oihs soptozamen, 
Gart sai e lai tot beiamen; 
Trobar vos cult, domna, latz mei 
Mas jes no'us trop ni no vos vei. 

E nella lettera poetica di F. de Romans : Domna, ar ai eu tan de 
ben — Qe quan resvelh e me' n soven — Per pauc no'm volh los olhs 



— 501 — 

crcbar. Torraca, in Rass. crii. d. leti. ital. X, p. 14, Bertoni, Giorn. 
sfar. d. leti, ital., LVII, 38. 

20 respos risposta. Ma qui si tratta di consenso alle proteste 
d' amore del poeta. Pons de Capd., ediz. Napolsl<i, p. 71 : Tan son 
cortes li scnblan e ili respos. Si potrebbero facilmente moltiplicare gli 
esempi. 

22 V è crasi fra a ed e in cortesia e. 11 Buv. fa uso volentieri di 
sinalefe (all' italiana). 

23 si fai prezar. Cfr. testo n. IV, p. 22 : si fai laiizar a tota gen. 
Arn. de Mar. : vos faitz a totz grazir (La franca). Vedasi la nota a 

IV, 22. 

25 loia fcrmaill, cioè un contrasegno d' amore, uno dei soliti 
pegni di fede. Aman. de Sescas : E que prendatz de luy — foyels e 7 
de vos {En aqiiel mes); Peire Vidal, AJostar, vv. 23-24: E non aie 
gazardo — Mas sol d'un pane cordo. Rom. de la Rose, 98, 10: 
Chapel, anel, fermali, gainture — ou joel de bele fatture. Aiol, ediz. 
Foerster, 3745: C un anel li dona par amistiet. Inutile raccogliere altri 
esempi. 

35 m 'anuaill. Sono da rigettarsi le lezioni del Casini : man 
vaili {Propugnatore, 444) e men vaili (Rime, p. 18). La correzione 
è stata già proposta, anni sono, dal Levy. Cfr. Bertoni, Ramb. Buv., 
p. 64. 

42 Mi chieggo se Rambertino non sia stato, col suo en sa merce 
estar, sotto l'efficacia dell' ital. «stare alla mercè di alcuno». 

49 rics ha qui il senso di « grande, abbondante ». Questi ultimi 
versi paiono essere stati alquanto trascurati dall' autore. Notisi ricor al 

V. 48, mentre rics compare al verso seguente. Al v. 50, totas sazos 
ripete la chiusa del v. 10. L' agg. ccbalos figura in rima ai vv. 49 
e 53. 

50 ades totas sazos. V. la nota al v. 10. Va con altre locuzioni 
intensive, come sol ses par, ecc. Tobler, Abh. f. Schweizer-Sidler, p. 11. 

54 trop atcndres. È un proverbio. Cnyrim, Sprichxvòrter, sprichwórt- 
liche Redensarten und Sentenzen bei den prov. Lyrikern, p. 37. Lo stesso 
pensiero in Blacatz, 12, str. Ili: Segner, gran ben son perdut per bistenza. 
Il pensiero opposto in Bertran 2, str. Ili : Leu ai visi per bon atendre 
conquerer. 



— 502 — 



IX 



a, bg bg Cg Cg bg b, dg ag dg. 6 strofe unisonanti con « tornada ». Si conosce 
questo solo componimento di Rambertino con siffatto schema nella lette- 
ratura provenzale. A torto il Maus, p. 122, n. 645 pone in dubbio che il 
verso del nostro testo sia un ottosillabo. 

5 E- Is auzels. Ms, el auzels. È chiaro che potremmo anche correggere 
el auzel; ma il nostro emendamento coglie più probabilmente nel segno, 

8 C'è un pleonasmo pronominale (v. 9 de zo), che si potrebbe evitare 
leggendo metrai me. Il cod. ha chiaramente: metrai ni. 

10 Qiie bon chantar farà oimai. Si cfr. Alb. De Sisteron (ms. 0, 
n. 58, 1): Bon chantar fai al geni temps de pascor, — Qan li auzel chanton 
fan doiisamen. Guilh. Fig. 1, 39: Ez ad aitai conquisi fai bon venir. 
Vedasi Levy, III, 384, il quale cita anche esempi di fai bel seguito da 
un infinito, e interpreta giustamente « es ist gut zu . . . ». Vedasi anche 
Stimming, Bertr. de Borrì^, p. 243 e Jeanroy-Salv. de Gr., Uc de Saint- 
Circ, p. 198. Per l'ant. francese, cita vari esempi di siffatta locuzione il 
Tobler, Vermischte Beitràge, I^, 216-217, per es. : Mes or nos feroit buen 
savoir, Quel pari nos devrons cheminer Quii, d' A. 1754; moult y feroit bon 
estre Aye, 58, ecc. Vedasi anche: Ebeling, in Arch. f. d. St. d. n. Spr. 
u. Lit., CHI, 420, il quale cita altri esempi provenzali e francesi e nota lo 
stesso uso in italiano (p. es. Dod. conti mor. 114: che in onferno si fae malo 
andare) e in catalano (Bosch Callita 144: Al estiu hi fa bon estar per 
lo regalai y fonts abundants que 7 rodejan). 

11 pensius e marriz. Locuzione abbastanza frequente. Cfr., peres., 
il v. 1 del testo n. XLVI (L. Cigala): Pensius de cor e marritz. 

19-20 Lo Stimming, Zeitschr. cit., p. 227 vorrebbe leggere: Fol, tu 
qe diz — Per cui aven ? E' us o dirai. Non so se questa lettura sia pre- 
feribile alla mia. 

23 es. Ms. e, riprodotto tale e quale dal Casini ; ma meglio giova 
ristabilire la forma prov. es, poiché e non potrebbe essere considerato, 
in ogni caso, che come uno degli italianismi dovuti al copista di D. È 
impossibile che Rambertino abbia scritto e per es. I suoi ibridismi sono 
di altra natura. 

29 los gratz. Dopo che le donne hanno accolto le graziose pro- 
teste dei valenti, li abbandonano. Ecco ciò che il poeta vuol dire. 

30 al. Il Crescini, p. 338 ha lah. Egli intende lag (lait). A propo- 
sito di mal estai, cfr. il nostro testo LVI, 27: mal estera. 

42 ders Part. pass, di derdre. Levy, II, 105, col. 2. 

44 enriquir. Notisi il senso : « rallegrare, avvantaggiare » o simili. 



— 503 — 

45-46 Si potrebbe anche leggere viran (3.* pers. plur. ) anziché 
viram. La frase mesclar tornei ricorre anche in Bertr. de Born. Bertoni, 
Ramò. Buvalelli, p. 64. 

62 n' Elias. Si tratta probabilmente di Elias Cairel. Vedasi questo 
voi. a p. 54. A proposito dell'ultimo verso, v. a p. 55. 



a's bg bg Cg Cg dg Cg e,, d^. 5 Strofe unisonanti con « tornada ». Maus, p. 123, 
n.*' 685 (in cui è da osservare che ogni verso è ottosillabico). 

Possiamo istituire, con sufficiente chiarezza, una genealogia dei 
mss. in grazie di alcune notevoli varianti. Se notiamo che al v. 3 tot 
manca in tutti i mss. salvo S e a, il quale ha però totz (mos talenz); 
che al V. 16 il ms. a ha la buona lezione vi, di fronte a tutti gli altri 
(/o) e che al v. 20 a porta di nuovo una lezione eccellente, mentre S 
si stacca dagli altri al v. 34; se notiamo poi che D^D^GQ vanno 
d'accordo generalmente, ma si dividono in due gruppi, in quanto G Q, 
come sempre accade, hanno lezioni peculiari (v. 25 qeu, v. 28 me sap); 
se notiamo, infine, che alla base dei mss. nel loro complesso sta una 
copia, di cui alcuni tratti (per esempio, terminazione enz 4, 14, 22, 31, 
41, merces 41, ecc.) sono passati in tutti i codici, potremo proporre lo 
schema seguente, dal quale appare che il ms, a si contrappone ad S, 
che è sostenuto da D^ D^ G Q. 
O 



xi) 



h 








hi 




/ 


/ 




a ì 


> 







(Cod. Campori) 



D^D» 



GQ 



1) x: 1, 4, 14, 22, 31, 41 ; /z di fronte ad y è determinato da lezioni quali 
penria: prendria (v. 8), de: per (v. 13) e fo (comune a {C), /. g), mentre y 



— 504 — 

Riten}j[o che questo componimento appartenga al Buvalelli e non 
già a Rambaldo di Vaqueiras, come potrebbero far credere le rubriche 
di alcuni mss. D^, G, a (il Ricardiis di Q è un errore del rubricatore, 
come ho già dimostrato in Canz. riccard. p. XXX, n. 1, e anche qui 
deve esservi accordo con G).i) Lo Stimming, in una sua notevole recen- 
sione del mio volumetto su Rambertino Buvalelli edita, come già ho detto, 
nella Zeitscfir., XXXIV, 224, riconosce buoni parecchi argomenti, da me 
avanzati, per togliere il componimento a Rambaldo di Vaqueiras. Questi 
argomenti sono: quattro volte Tace, per il nom. 2) v. 14 mon pessamen, 
V. 22 faillimcn, v. 25 valedor, v. 46 servidor ; la forma nominativale in 
rima di tnerccs laddove ci si aspetterebbe merce vv. 9, 18, 27, 36, 48; 
l'uso delle rime omonime v. 1 entremetre, v. \9 demetre, v. 2S trametre, 
v. 37 ametre, poscia no ridotto a n' dinanzi a vocale, v. 10 n' i, v. 22 
n' es, v. 34 n'ai; la voce non provenzale letre in rima al v. 10, e la 
designazione di « salutz » per una forma strofica di poesia che non è 
quella del « saluto ». Anche può valere: sivals al v. 9 usato con nes- 
suna abilità di scrittore. Lo Stimming, dico, riconosce dunque buoni 
i miei argomenti, che escludono, salvo quelle delle rime omonime, un 
poeta del valore di Rambaldo di Vaqueiras, ma non si sente disposto 
ad accogliere l'attribuzione a Rambertino Buvalelli. Egli scrive (p. 225): 
« Wir haben es daher hier vermutlich mit dem Erzeugnis eines spateren 
« Dichters, wahrscheinlich ebenfalls italienischer Herkunft, zu tun, wel- 
« ches, eben weil man den Verfasser nicht kannte, in den Handscriften 
« bald diesem, bald jenem Dichter zugeschrieben wurde ». In verità, io 
non vedo ragione di togliere al Buvalelli un testo che, riconosciuta errata 
l'attribuzione ad altro poeta, si trova sotto il suo nome in due mss. 
(DI; S), i quali per il loro posto nella tradizione manoscritta, hanno 
il diritto di far sentire la loro voce. Nelle pagine precedenti, ho avuto 
occasione di ricordare (p. 161-2) che il Buvalelli usa 1' elisione di 



ebbe vi (v. 16), Cfr. anche i vv. 29 {restar), 33 {cai), 35 {ics). Altrettanto 
può dirsi per il v. 20: per in y, ma non in h (quindi non in S, non in D^D* 
e non in GQ), h' determinato da la, lail (v. 11). (/): v. 1 mentremetre ; v. 10 
no i e vv. 15 e 34; g di fronte a / determinato da casi come 24 {seu), 28 
{me sap). Al v. 10 no i dev'essere una ricostruzione di / e noli di g. 

1) Anzi, vi sono ragioni per credere che nella « fonte » di G e Q il com- 
ponimento fosse attribuito a Ramb. d'Aurenga. Si veda, su ciò, quanto ho 
detto nel mio Ramb. Buvalelli, pp. 20-22. 

2) Lo Stimming dice veramente « sei » volte, perchè, accettando la lettura 
prend'al al v. 42, prende chausimen del v. 41 come soggetto (ma ora io leggo 
prenda- 1 e chausimen diventa accusativo) e conta fra i nominativi amador al 
V. 16 (secondo la lezione del verso data da D'D^GQS, quella da me prima- 
mente accettata). Ma non dubito che buona sia la lezione di a: Ni no vi anc 
nul amador, e allora amador trovasi appunto all'accusativo. 



— 505 — 

no dinanzi a vocale (e qui ne abbiamo tre casi, vv. 10, 22, 34); si 
aggiunga che Ictrc (v. 10) è un italianismo (occorrerebbe in prov. tetra 
tetras), per il quale ognuno è indotto a rivolgere il pensiero a un 
trovatore italiano, e che « Mon Restaur » (v. 29) è il senhat proprio di 
Rambertino. Lo Stimming nota che anche Bordello usò questo senlmt; 
ma occorre avvertire che Bordello non si servi esattamente di Mon 
Restaur, sì bene di Belìi Restaur {Plantier vuelìi, v. 43). Io mi spiego 
poi abbastanza ragionevolmente che il nostro testo, su cui stava il nome 
di Ramb[ertino, possa essere passato fra quelli di Raimb[aut o Raimb[out 
de Vaqueiras, anche per la maggior rinomanza di quest'ultimo poeta. 
Insomma, a malgrado delle objezioni dello Stimming, resto del mio 
avviso: che, cioè, il componimento D'un satuz, con le sue improprietà, 
sia del Buvalelli, poeta, che va fra i più antichi, ma non fra i migliori 
dei trovatori italiani. 

1 saluz, « lettera d'amore ». Così in Peire Vidal, Baros, de mon dan 
v. 31: Que mil salutz me venon cascnn dia. Noto, però, che l'Anglade 
interpreta altrimenti. La forma « salutz » per indicare il componimento 
poetico è attestata come usata ognora con z (tz), anche nel nom. plur. e 
nell'ob. singolare, come nel nostro caso, in provenzale. Levy, S.-M/., 
VII, 445 e Petit dictionn. prov.-frangais, p. 334. Questo, come abbiam 
detto, non è un vero e proprio « salutz ». Su questo genere poetico, 
cfr. P. Meyer, Le salut d' amour das la litt. prov. et frangaise, in Bibl. 
de l'Ec. d. chartes, XXVIII, 124. 

Quanto ad entremetre, cfr. Bertr. d'Alam. « Una chanzon »: Una 
chanzon dimeia ai talan — Q' leu la fossa ab gai sonét cortes — E 
ges d' aitant no mi far' entremes. ' 

2 que a. Da notarsi, trattandosi di Rambertino, lo jato fra e e a. 

3 Cfr. Sordello, ediz. De Lollis, XXXV!, 3: Vos manda sei ses cor 
galiador. 

19-20 Non ho nessun dubbio circa l'opportunità di accogliere la 
lezione di a: Per nulz mesfaitz, so- il puos plevir. Con questa lezione si 
raddrizza felicemente un passo, ch'era stato dato sempre così: 

No • ITI poiria midonz demetre 
Nulz mesfaitz e si • 11 puos plevir 

e che presentava demetre in un'accezione nuova e sospetta. Il Raynouard 
aveva tradotto « imputer » e tal senso era passato in Levy, Petit dict., 
p. 110. Io avevo pensato a « scusare ». Jeanroy, Ann. du Midi, XXI, 372 
non era contento né dell'una, ne dell'altra traduzione. Preferiva, però, 
quella del Raynouard che trovava « au moins, mieux d' accord avec le 
contexte ». Ora, possiamo senz'altro dare a « demetre » il suo senso 
naturale di « trascurare » (Levy, S-W. s.v.) di « mettere da banda ». 
Vedasi anche: Bertoni, Giorn. star. d. lett. ital., LVII, 449. 



- 506 — 

23 trai. Qui è la 1.^ pers. sing. dell' ind. pres. Si sa che trai è 
attestato, come tale, accanto a trac e a trau. Per la locuzione, Levy, 
Petit dici., p. 203. Ricordo qui: Guilli. Augier 9, 9: £ trac ne vos a 
guiren. Levy, S. -U^., s, « guiren ». 

26 cors. Stimming, Zeitschr. cit. p. 228 intende: cuore, ma io credo 
che qui si tratti della designazione di persona. Manca, però, il possessivo. 

34 n'ai temor. Casini, Rime, p. 9 traduce: « n'ho timore » ; ma ;?' sta 
qui per no; dunque: non ho. Un caso di elisione di no nota il Levy, Lit., 
VII, 504 in P. Bremon {n'es)\ ma il ms. A ha forse la lezione primitiva. 

41 merce e chausimen. Sono due vocaboli, che compaiono spesso 
insieme. Il termine chausimen ha infatti non di rado il senso di « pietà, 
misericordia », il che spiega la possibilità che ha di accoppiarsi con 
merce. Cfr. Peire Vidal, Tant ai, str. I: E causimenz ni merces no 
m' enanza ; str. Ili : Madomna a mort merce e causimen ; P. Vidal, Estat 
ai, vv. 34-35: Vostr' amistat me do — Chauzimens e merces; Bertr. 
d'Alam. (Salv. de Gr., p. 131): Car non mi vai merces ni chauzimenz; 
Albertet, Ab ioi, str. II! : Donna, merces e causimenz. Arn. de Mar. La 
franca, str. I ; E si per mi vos venz — Merces e cauzimenz. Pons de 
Capd., Tant mi, v. 11: Humilitatz, merces e chausimenz. Qui importa 
specialmente richiamare questi versi di Peire Vidal, Tart mi veiran, 23-24: 
E prenda • us en merces e chauzimens — Pos en vos es mos cors e mos 
talens. L'enumerazione di passi analoghi potrebbe continuare a lungo. 

43-44 All'imagine dello specchio ricorrono, e in diverse maniere, i 
trovatori. De I^ollis, Sord., p. 280. E vedi la nota al v. 6 del nostro 
testo n. VIII. 



XI 

^L^ bg c'7 d'7 Cg f'g Bg Cg. 2 strofe unisonanti. Maus, p. 127. n. 808. Torcafol 
443, 2; Raimb. d' Aurenga 389, 15. Forse servì di modello a Peire que- 
st'ultima poesia (Ar quan s' emblo • l folli del fruisse) del D' Aurenga. 

Questo componimento è un'altra voce contro l'imperversare dei 
giullari maldicenti e fastidiosi o, come diceva il Da Peguilhan, «enoios 
e mal parlan » {Li fol e 'il puf, v. 4). Su questo motivo, vedasi Wit- 
thoeft, Sirventes joglaresc, pp. 30-32. 

1 laisse. Prima pers. sing. ind. pres. in e. Per laissar de, cfr. Peire 
Vidal, De chantar m' era laissatz (De chantar, v. 1); Si'm /aissava de 
chantar (364, 43). Elias Cairel, Abril ni mai, str. I; ni- m lais de chan 



— 507 — 

de ioi ni de solatz (D. e. 176 d); Guilli. Rainol, Laissatz m'era de 
chantar, (Appel, Rev. d. lang. rom., XXXIV, 34). Cfr. il nostro testo 
LVII, 13: d'aquel cuiar mi lais. Esempi di 1* in -e in Appel, Clirest^., XXII. 

8 Lebret. Witthoeft (p. 71) muta in lebrat{ck. ital. lepratto e spagn. 
lebrato) il lobret di CR, il lebrier di A e il lobrer di D (a torto egli 
ha nelle varianti: lobres per D, mentre lobrer è sicuro). Per ragione 
del lebrier di A, il Suchier, Jahrb. N. F. 11, 151 deve essersi domandato 
« Junge Hasen, oder junge Hunde? » Ma lebrier rappresenta una « lectio 
facilior », mentre gli altri mss. parlano per lobret, poiché a lobret conduce 
anche D, in cui si ha il facile scambio di t in r. Ora, la correzione del 
Witthoeft non si può dire cattiva (cfr. Douze comptes d'Albi, p. 192: 
lebrat), ma ha il torto di toccare troppo la lezione dei mss. In -et io 
vedo il suffisso diminutivo che si ha, p. es., in lobet « lupetto » {Guerre 
de Navarre, 2051 ; Levy, S-W. IV, 416) e penso che lobret possa rap- 
presentare un lebret (da lebre) divenuto lobret per influsso di labiale favo- 
rito da dissimilazione. Ma, data la facilità di scambio in antichi manoscritti 
fra e e 0, preferisco prescindere dalla possibile labializzazione e penso 
che si possa accogliere nel testo la forma primitiva : lebret. 

9 Lor affars. Cfr. Pe'rol, Ab gran ioi, str. I: Ara s' es fort toz 
mas affars camiaz; id. torn. : car sos affars mi plaz. Bertr. de Gordo, 
Totz tos afars es niens (Grundr., 84,1); Coms de Rodes (N'Ugo) str. 
Ili: Aqest affars es toz devis. Vedasi anche il nostro testo n. XXIII, 
V. 23-24: Qu' il affar — De lai son tuit de plasenza. Anche qui l'enu- 
merazione potrebbe proseguire, ma i casi raccolti basteranno. 

11 es en mais que de ploia. Il Witthoeft (p. 75) legge con A: 
eissont mais (e non dà la lezione di D: eissen mais), senza dire come 
intenda. L'interpretazione, accettata nel testo, non è forse la sola che 
si possa difendere, poiché si potrebbe pensare, accogliendo eissont o 
eissen, a «escono, sorgono più che per effetto della pioggia» (come i 
funghi). II passo, in ogni modo, presenta qualche difficoltà. 



XII 

ae bs bs Ce Cg dg d^ e'g; e'g f^ fg gg gè gè go Se- Maus, p. 123, n. 675. Raimb. 
de Vaq. 392, 22; Gir. de Born. 242,47. 



Continua in questo componimento (che nei manoscritti -segue, senza 
distacco, al precedente ed è stato poi considerato a torto, secondo me, 



— 508 — 

tutt'iino con esso) l' assalto del nostro poeta contro i giullari, che 
vorrebbe espulsi dalle corti e che si propone di non lasciare tranquilli. 

1 escuoill. Questa voce ha dato luogo a più discussioni. Tutto som- 
mato, io ritengo con lo Spitzer, Archiv, CXXVII, 154 che sia da con- 
siderarsi come un deverbale da excolligere, mentre lo Jeanroy, Romania, 
XLI, 415 ha rivolto il pensiero a una base ipotetica sc/2o//«/n da schola. 
Dirò di più, in via di congettura. L' isolamento, in cui la voce si trova 
in provenzale, rispetto alla vasta famiglia in cui si trova in ant. francese, 
mi fa pensare che sia venuta appunto dal francese. 11 senso primitivo 
dev'essere quello di « slancio », donde poi « maniera d'agire, condotta », 
quindi « genere, specie ». Tale figliazione di significati non mi pare im- 
possibile. 

4 dui e dui, « a due a due ». Questa locuzione si trova in altri testi, 
p. es. Appel, Prov. In., p. 12: // auzelet dui e dui. In ant. frane, doi et 
doi (Violette, e. 288'^ e ms. frane. H, e. 218''). Si ha anche nel seguente 
passo di Flamenca (vv. 727-731): 

.ce. juglar, bon viulador, 
S' i son acordat antre lor, 
Que, dui e dui, de luein esteron 
Pels bancs, e la danza violeron, 
Ques anc de point non i failliron 

(Meyer, 2^ ed., p. 28) 

ma, nel nostro componimento, essa deve avere un significato alquanto 
diverso, in quanto indica la simultaneità del grido: « datz me ». Si po- 
trebbe perciò tradurre, se ben mi appongo, « insieme », senso svilup- 
patosi da « due a due ». Così interpreterei anche il dos e dos di Bertr. 
de Born (S'ieu fos aissi) 40, 8-11 : 

E sai Richartz pren lebres e leos, 

Que no ■ n rema per plas ni per boissos, 

Rnans los fai dos e dos remaner 

Per sa forza, qu' us no • s n' auza mover, 

cioè: « li fa restare immobilizzati insieme (i suoi nemici) per la sua forza, 
sì che nessuno osa muoversi », 11 Levy, che non registra esempi di 
dui e dui al nomin., cita però questo passo di Bertran de Born e rife- 
risce (5.-W., II, 291) l'interpretazione dello Stimming: « Richard setzt 
dem Wilde, d. h. seinen Feinden, so zu, dass sie nur zu zweien zu- 
sammen bleiben, er treibt sie zu Paaren ». Lo Stimming, Bertr. d. B.^, 

p. 247 cita Ramb, de Vaq. 20,22: guerra fan lor paren dui e dui 

e anche in questo passo il significato di « insieme » non si può escludere. 

6 Bretz o Normans. Pare che i giullari brettoni e normanni fossero 

in gran numero, a giudicare da questo passo, o anche fossero in voce 

di giullari petulanti e piìi esosi degli altri. Certo è che i Brettoni non 



— 509 — 

ebbero buona fama. Si legga, putacaso, questo passo in G. de Nant. 65: 
Gentcment la salue, il ne fu pos Bretons. II Foerster, Yvain, 295, osserva 
che dell' agg. bret si hanno esempi in ant. frane, con senso cattivo, p. es. 
Pere. 8070: Ne sui pas de ce foles bretes. E in ant. prov. Flamenca 4963: 
pucelletos — Que ges non son bretas. 

7 oi mais è una mia congettura. I mss. DCR non hanno nulla (ep- 
pure il verso deve essere di 6 sillabe), mentre ha A ha hom, che il 
Witthoeft (p. 71) corregge in homcs, ma è una correzione infelice, a 
mio avviso. 

14. Parla ai « cortesi » anche Peire Vidal : A nos, cortes, cs trebalhs 
e dolors (ediz. Anglade, p. 9). 

15 m' en razonatz, cioè: •^^ difendetemene ». Su questo senso di ra- 
zonar e razonador « difensore » Levy, S.-W. VII, 65; Bertoni, Annales 
du Midi, XXIV (1912) corr. al v. 272 del « Débat du cors et de l'ame ». 



XIII 



t'io '^'lo dio dio c'io- 3 Strofe unisonanti. Maus, p. 111. n." 397. Schema 
usato di frequente, sopra tutto coi versi decasillabi. L'indice dei com- 
ponimenti di identico schema è dato dal Maus, op. r l. eli., al n. 3, a 
cui si rimanda lo studioso. 



Dopo essersi scagliato contro i giullaretti maldicenti, il nostro ver- 
seggiatore attacca i giovani ricchi e nobili, i quali per la loro avarizia 
sono la causa della « malvestat » nel mondo. Abbiamo qui il solito 
motivo della sordidezza rimproverata alla classe elevata e della deca- 
denza della nobiltà, del pregio, della cortesia. Peire de la Mula non 
può dirsi certo dotato di molta originalità! 

1 de razon « conformemente a ragione, conforme a un giusto ragio- 
namento », come in N'Aymeric, be' ni par de razo (Bartsch, Denkm., 134). 
La locuzione de razon viene qui ad avere il senso che ha spesso per 
razon. Stronski, Folq. de Marseilte, p. 221. Il poeta dice che non deve 
(leggi « dovrebbe ») « mettersi in angoscia », ma in verità ci si mette. 
Cfr. al V. 8: garir pogra' m. 

4 M' enseignon. Intendo: mi danno l'idea, e anche l'occasione, 
di fare ciò, in altre parole, di fare « un sirventes o dos ». A questo 
senso enseignar arriva attraverso il significato assai comune (Levy, 
S.-VV^., Ili, 34) di « mostrare, indicare ». La locuzione cazut d'aut ios 



- 510 — 

ha il senso di d' aiit bas cazut in Uc de Saint-Circ, X, 19. D'altronde, 
bas o en bas cozer ò frase assai comune (Raimb. de Vaq. in Mahn, 
Werke, I, 377; Gavaudan, ediz. Jeanroy, Romania, XXXiV, 537; J. Esteve 
in Mahn, Ged., 749; Jacme Mote in Meyer, Derniers troiib., p. 463, ecc.). 
Cfr. anche Cnyrim, Spricliworter, p. 35, n. 403. 

5 chastiars ni pregieira. Notevole I' accompaf^namento dell'infinito 
sostantivato (il riprenderli, l'esortarli) con a dirittura il sostantivo (anzi 
che: preiars) voluto, del resto, dalla rima. 

6 descomiinals (I mss. ECLR hanno la forma con /.• desciiminals, 
descominals). 11 significato è « fuori del comune » ma in senso cattivo. 
Così interpreterei anche il descominal del primo esempio (Monge de 
Montaudon, 7,2) del Levy, S.-W., II, 126. Cfr. anche Peire Vida], A ne 
no mori, v. 25: Ane mais no vi plag tan deseomunal (Anglade, p. 77). 

8 garir. È da notare il senso che ha qui il verbo garir, quasi di 
« consolare, rasserenare ». 

10 mout i faiz q' enoios. Sulla locuzione /aire que, basterà riman- 
dare alla nota apposta da noi al testo n. Ili, 38 e LXIII, 35. 

11 etz. Notisi la forma setz (cfr. ital. siete) del ms. A. V. p. 186, 
n. 3. Ho già detto che questo tratto non è punto decisivo per l' italia- 
nità del copista di A, perchè si hanno più esempi di siffatta seconda 
persona plur. con un s- analogico. Si aggiunga agli esempi raccolti dal 
Levy, Literat., XVI, 229: Vesque de Clerm. 2, str. II: sez (D, e. 205'» 
e ms. H, n. 130). 

12-13 La traduzione dice chiaramente com' io interpreto questi due 
versi. La serpeillieira deve essere, in questo caso, la tela che avvolgeva 
gli effetti dei girovaghi poeti e giullari. In u (v. 12) si ha l'accusativo 
di US (iins), come sempre con aver usato impersonalmente. 

17 La liberalità di Alessandro il Grande fu un motivo caro ai tro- 
vatori. Gauc. Faidit (Fort cliauza es): Qu' Alixandres lo reis que venquet 
Daire — No ere que tan dones ni tan meses. Aim. de Peguilhan (Ara' m 
par ben): Qu' anc no fo tan larcs segon mon parer — Alexandres de 
manjar ni d'aver. R. de Vaq. neW epist. al Marchese: Aleyxandres vos 
laisset son donar (ed'iz. Schultz-Gora, 1,98). Per altri accenni ad Ales- 
sandro si veda: Birch-Hirschfeld, Ueber die den prov. Troubadours des 
XII u. XIII Jahrhund. bekannten epischen Stoffe, pp. 18-20. Anche in 
una cobbola di T (e. 108) leggiamo: Alexandres (ms. -is) fon lo 
(ms. sì) plus conquerens - Et (ms. ce) le pus larcs (ms. lare) de nostres 
ancesso[r]s. — Roais è Edessa, il cui nome arabo era Er-Roha ( ora 
Orfa). Guglielmo di Tiro: «Est autem Edessa nobilis Mesopotamiae 
metropolis, quae alio nomine Rhages appellatur » (libro IV, cap. 2; 
nell'ant. versione francese: Rohès). Vedasi, su ciò, Crescini, Ramb.di 
Vaqueiras a Baldovino imperatore, estr. degli Atti del R. Istituto Veneto, 
T. LX, P. II (1901), p. 38, n. 1. 



— 511 — 

18-19 Si cfr. Elias Cairel {Pois cliai la follia): E de l' emperador 
Enric — Vos die aitati que be sembrai rei Da ire — Qui sos baros 
gitet de lor repaire. Peire Vidal {Anc no mori): E pois vai pane rics 
hom, quam peri sa gerì — Qii' a Daire' l rei de Persa fo parven. Quanto 
alia designazione di «ros», si noti clic nell' « ensenhamcn » di Guiraut 
de Cabreira abbiamo : De Daire ros — Que fan fon pros — Que se 
defendef de traizon (rived. sul ms. D, e. 203^). Augier Novella (ediz. 
Miiller, in Zeitschr., XXIII, 57) scrive: ab dar fo Alixandres ricx — 
E Daires per tener mendicz. Quanto al senso che ha in questo passo 
sostraire, cfr. Peire Rogier, Al parcyssen, v. 25: si tot lor dompna'ls 
sostrays (Lavaud, Troubad. Cantaliens, Aurillac, 1910, li, 411 traduce 
per « frustrer »). L'Appel, P. Rogier, p. 72 ricorda il seguente passo 
di Sem. de Ventadorn 18, 4: Si tot madomna' m sostrai — fa de re 
no • m clamerai. 

21 Per le allusioni a Carlomagno nell'ani, poesia provenzale, vedasi 
Birch-Hirschfeld, Op. cit., pp. 60-61. Si aggiuga il nostro testo n. LXIV, 
str. III. 

22 Androine. Vedi questo volume, a p. 59. 



XIV 

a'; b'; a'^ b'- b'g Cg Cg b'g Cg c^. 2 strofe unisonanti. Maus, p. 107, n. 312. 

Non è possibile determinare a quale episodio alluda Palchetto 
schernendo il nostro poeta. Pare che quest'ultimo, condottosi fra i 
Borgognoni, abbia preso parte a un fatto d'arme, nel quale non si sia 
coperto di valore. Palchetto vuol mettere in relazione questo fatto con 
la venuta in Italia, alla corte dei da Biandrate, di Nicoletto. Questi si 
limita a rispondere, eludendo la questione, che i Borgognoni sono gente 
fastidiosa e di cattivo commercio. Non fa cenno dello scontro, ricordato 
da Palchetto, ma non nega che per la cattiva accoglienza, ricevuta in 
Borgogna, si sia risolto a riparare alla corte di Goffredo e Uberto [di 
Biandrate]. 

2 vi vidi, nel senso di « seppi ». Cfr. infatti al v. 4: zo auc dire. 

6 rudolen. Nulla dice lo Zenker, F. d. /?., p. 88, e a p. 27 egli 
non traduce il vocabolo. II Levy, 5.-W^., VII, 389 cita il nostro passo 
e aggiunge alla voce un punto d'interrogazione. Propongo, in via con- 
getturale, un ipotetico rutilentem (cfr. rutilans « fiammeggiante ») e tra- 
duco: « splendente »; ma sono ben lontano dal tenermi sicuro di aver 
colto nel segno. 



— 512 — 

11 de diir' aicomlansa. Cfr. Uc de Saiiit-Circ (ediz. Jeanroy-Salv. 
de Grave, XIX, p. 83) de paiibra acoindansa. Vedasi questo voi. a 
p. 40, 1. 1 d. b. 

17 Corr. segi lo ( iiis. seg il), come ho tatto nel testo, ovvero 
anche seg[u\i lo, poiché nel ms. c'è spazio per [//]. 



XV 

Lo schema metrico è quello del nostro n. Ili (Alberto Malaspina). 

1 Alais de Vidallana. È la sposa di Cavalcabò, signore di Viadana, 
dal quale si allontanò nel 1234, accusandolo di aver tentato di avve- 
lenarla, per rifugiarsi presso la sua famiglia. Bergeri, Die von dea Trob. 
gen. 0. gefeiertcn Damen. p. 80. 

4 mantener ha qui il senso di « proteggere». Si sa che la protezione 
di un trovatore non si estrinsecava che nelle lodi o nelle lusinghe che 
poteva elargire a una donna con i suoi versi. 

7 onrat m 'a. li ms. ha oran zai. Jeanroy e Salverda de Grave, 
Uc. d. S.-C, p. 129 correggono oranz ai (>^j'ai [pour me protéger], 
dans le pays de Brescia, dame Donella »), ma questo oranz non mi 
sodisfa, né credo possa accontentare del tutto gli stessi editori di Uc. 
Mi permetto perciò di ritoccare la lezione del codice, leggendo onrat 
m' a, tanto pii!i che al v. 23 si dice di Adonella: car vos onret e il poeta 
è alla corte di Selvaggia (vv. 10-12; 22-24). Quanto alla formazione Breis- 
sana (il paese di Brescia), si cfr. Mantoana (Sordel fo de Mantoana 
De Lollis, Sord. p. 247 e in Uc de Saint-Circ « Mantoana e Verones » 
ediz. Jeanroy - Salv. de Grave, XXIV, 20). Del resto, si ha Bresaina 
e Breisana in Guilhem de la Tor, nella Treva e nel suo sirventese 
contro « Porc-Armat di Cremona ». Restori, in Rend. Ist. Lomb., 1892, 
p. 307. 

8 Donella. Questa forma, anzi che quella comunemente adottata 
Adonella, preferiamo il Torraca, Donne ital. nella poesia prov., p. 42 
n. 1 ed io (Giorn. sfar. d. leti, ital, XXXVI, 16, n. 4). Per questa 
questioncina, vedasi ora : F. Bergeri, Die von den Trob. gen. o. ge- 
feierten Damen, p. 86, n. 4. Intorno alla locuzione qe- s fai a totz plazer 
cfr. la nota al v. 22 del testo n. IV. 

10 Salvaga. È Selvaggia d'Auramala. Bergeri, Op. cit. p. 85. Fiorì 
nel 1220-1230 circa. 



— 513 — 

11 r onramenz (ms. loniamenz) è una correzione altrettanto facile, 
quanto sicura. 

16 auetz del ms. non dà senso. Deve trattarsi d'una svista del 
copista per aver. 

19 Ms. no iios, ma la misura del verso impone l'emendamento 
no ■ US. 

22 n' a. Il ms. ha aura (non avia, J.-Salv. d. Gr.) e la correzione 
si impone. S'intende che essa si trova già in Jeanroy-Salv. de Grave, 
la cui traduzione del componimento abbiam tenuta sott' occhio mentre 
facevamo la nostra. 



XVI 

a'io b'io a'io ^'va ^\o ^w <^'io d'io- 6 strofe unisonanti con doppia « tornada ». 

Maus, p. 108, n. 359. È uno schema frequente e il Maus indica tutti 
i componenti che lo presentano. Lo usarono i migliori trovatori (Raimb. 
de Vaq. Aim. de Peg., Sordello, ecc.). De Lollis, Sord., p. 134. 

Per le allusioni e per la data di questa preziosa tenzone, riman- 
diamo alle pp. 62-63 di questo volume. 

1 Interessante d'un sognie che dipende da esplanez. Ci si aspet- 
terebbe un sognie; ma avremo un de che avrà una funzione sintattica 
comparabile a quella che gli spetta in molte poesie popolari alto-ita- 
liane, p. es. pianteremo d'òn bel fior; V hoo portaa d'Un bel cestin; 
gh' ha donato d' on bel libretto, ecc. ecc. 

4 Totz lo sogni' es. Il ms. ha: tot lo seigles, che il Crescini (p. 354) 
accoglie, correggendo soltanto tot in totz e seigles in segles ( Totz lo 
segl'es); ma non parmi risulti un senso chiaro da questo passo. Il 
Raynouard (Choix, V, 236) stampò Tot los eigles. Ma che cosa si- 
gnifica ciò? La mia proposta rischiarerebbe il verso, se non le ostasse 
il fatto che tutto il sogno non consiste unicamente nell'aquila, poiché 
poco dopo è questione anche d'una nave (v. 19). È, però, vero che 
« tutto il sogno e » può intendersi presso a poco che « la parte princi- 
pale del sogno consiste » in un'aquila, che veniva, ecc. 

13 tort ni colpa. Due termini che vanno volentieri accoppiati. Cfr. 
Peire Vidal : ses colp'e ses tort, qu'eu no l'ai (Ges del ioi str. I; An- 
glade, p. 6). 

14-15 de lui è, pili che altro, un'anticipazione di segner (al v. 16) 

33 



— 514 — 

secondo un uso sintattico ben noto. Non si tratta tanto di « difendersi » 
quanto di non potere sottrarsi alia sua si^^noria {del tot segner non sia). 

16 del tot - completamente, interamente ». Cfr. Arn. de Mar. Aissi 
cani selh: Per iju'iewm sui del tot a vos donatz. Marie de France (li, 
417): E n'erent pas del tut perii. Locuzione ben nota; ond'è inutile 
dare altri esempi. 

20 Mi viene il sospetto che questo verso abbia subito qualche ri- 
tocco da parte di un copista e che nell'originale si avesse: qe dir om 
non poiria; ma anche quale è, il verso può stare. 

22 buffa- Ifoc. Ci si aspetterebbe un imperfetto, ma il poeta fu co- 
stretto dalla tirannia del verso ad usare un presente storico. Non sarebbe 
impossibile pensare a uno di quei perf. in a, di cui ho parlato in altro 
luogo (p. 170). 

25 sgg. L'aggiunta [vitz] è dovuta al Crescini, Afa/2.2 354. n Levy, 
Liter., XVI, 232 vorrebbe emendare così il passo: Jean, l'aura qe tan 
fort[men] ventava — El gran[z] tesaur[s] qe mena en Lombardia — L' em- 
peraire e la naus qe- 1 [/oc] portava — Es la granz ostz, ecc. Egli ve- 
drebbe dunque in El del v. 26, non già en lo, ma es lo. A me questa 
crasi pare veramente troppo forte, tanto più che il passo si presta ad 
altra interpretazione. 

43 Qiin s'er veniatz. La correzione è del Levy, LiteraL, XVI, 232. 

45 altri. Per il plur. in / in ant. provenzale, vedansi : Meyer, Ro- 
mania, XIV, 291; Thomas, Rom., XXXVI, 362. 

46 Crescini ha lo deuran. Correggo : los, riferendolo a guierdon 
gran (v. 45). 

52. Non credo occorra correggere, col Crescini, poder in poders. Il 
verbo creis può essere preso qui in senso attivo. Il soggetto è Dio, il 
quale « cresce, aumenta » la potenza dell' imperatore. Esempi di creisser 
usato transitivamente non mancano in antico provenzale. Mi basterà 
ricordare: Guir. d'Esp., Dona, vv. 31-31: e'illbeleza creis valor (il ms. 
ha valor, non valors, come ha l'Appel, Chrest.^, 88); G. de Bornelh, Lo 
doutz, 22-23: que- 1 capdel e- 1 cresca; G. de Saint Leidier, Ben chantera, 
str. IV : e qi mais creis son pretz e sa onor. 

53 f . . . q' es benestan, « Ciò che conviene, ciò che è aggradevole ». 
Tale è il senso che ha benestan. Coulet, Montanh. Gloss. s. v. ; Salv. 
de Grave, Bertr. d' Alam., p. 133. 



515 



XVII 

a'7 b^ b; e'; d^ d; e'g e's d^ d^ e',. 2 strofe unisonanti. (Maus, p. 124 n. 708). 
Noi riteniamo, però che la coppia e' e' sia di versi di sei sillabe. 

Chi sia colui, del quale parla il Conte di Biandrate, non sappiamo 
sicuramente (Zenker, F. d. /?., p. 28); ma a me par lecito congetturare 
che il conte alluda, rivolgendosi a Palchetto, allo stesso Palchetto e che 
questi nella risposta lo paghi della medesima moneta. Il Conte afferma 
che egli conosce qualcuno che è una specie di predone, che piglia da 
per tutto, e gli dà il consiglio di recarsi al suo paese, perchè là dov' è 
sarebbe capace di indebitarsi, di impegnarsi, cioè, sino agli occhi. Ri- 
sponde Palchetto che egli conosce un altro che ha impegnato, anzi che 
robe, le qualità stesse dell'animo che prima aveva; onde gli viene 
maggiore scorno. Questo tale, s' io non mi inganno, non può essere 
che lo stesso Conte di Biandrate. A siffatti complimenti, fra protettore e 
protetto, fra un nobile signore e un poeta, siamo abituati. Ricordiamoci 
di Peire Vidal e del Marchese Lancia, e anche, per un certo rispetto, 
di Rambaldo di Vaquieras e del Marchese Malaspina. 

1 tond e pela. Locuzione che deve significare : « porta via quanto 
più può», cioè: non si accontenta di tagliare, di fondere, ma addirittura 
pela, rade. Cfr. Peire Cardenal : Cobeitatz pela e fon e rauba et acuza 
e pren (51,15). Zenker, F. d. /?., p. 89. Levy, S.-W., VI, 19 cita il 
nostro passo e traduce: « rupfen, sein Geld abnehmen ». Ritengo che 
questa espressione si riattacchi, come accade di tante altre, al lin- 
guaggio campagnolo dei contadini. Si ricordi il famoso « fabliau » inti- 
tolato Do pré fondu (Montaiglo e Raynaud, Fabl., IV, 154: « Voir, 
mout est cist prez bien fauchiez » — La fame li a respondu : — N' est 
pas fauchiez, ainz est fondu »). Quanto a pelar, esso pure è un vocabolo 
che si trova usato nella lingua dei campi. In Aigar e Maurino, v. 1332 
{puis pelas) sono detti « pelati » i picchi spogli di erbe. Giraut de 
Bornelh (ediz. Kolsen, I, 28) dice, servendosi d' un' allusione di questo 
genere : Mais vuelh pelar mon prof e' aufre lo • m fonda. Infine, nella frase 
fond e pela o, per meglio dire, in pela ci possiamo anche chiedere se 
non si sia sviluppato il significato di « rubare » che troviamo in Priv. 
Manosque, p. 61 (Si alcus pelo fais de fen. Levy, S.-W., VI, 190). Ma 
tondre risvegliava, come s'intende, un'altra idea; onde accanto a fondre 
e pelar, si disse anche fondre e raire. Vedasi nel nostro testo, n. XXIV, 
27 : del seu raire ni fondre. 

4 Verrebbe il desiderio di correggere poira in poirai « io potrò » ; 



— 516 — 

ma meglio giova emendare in poirafn], o aiiciie rispettare il ms. che 
dà, in ogni modo, un senso soddisfacente. 

5 E Ms. pero; ma occorre al verso una sillaba di meno. Zenk. 
propose : Doncs. 

7 1 vv. 7-8 e 18-19 sono computati da noi in modo diverso da 
quello dello Zenker (p. 89); onde lo schema strofico viene ad essere 
anch'esso cambiato. Ades non ha qui il senso di « sempre » ma di 
«subito, già», come in italiano e come anche in provenzale, allato al 
primo significato. 

11 metre gage. Vale qui, a nostro avviso: « impegnare ». Fors' anche, 
un'altra interpretazione sarebbe possibile: « non gli importerebbe ven- 
dersi per cinquecento marchi ». Ma occorrerebbe un pronome riflesso. 

17 repen. Ha qui il senso di « desistere, cessare », sviluppatosi da 
quello originario di « pentirsi ». 

22 Qi V enqer. Qi ha il senso di lat. si quis « se alcuno, quando 
alcuno ». Diez, Gram., ili, 354; Tobler, Vermischte Beitrage, I, 99; 
Coulet, Montanh., p. 67, 



XVIII 

a'io bio bjo a'io Cjo Cjo dio ^lo e^o ^lo- 4 strofe unisonanti. Maiis, p. 118, n. 549. 
Si cancelli nel Maus l'indicazione Lamb. de Bon. 1 (cioè: Rambertino 
Buvalelli Al cor m' estai, testo n. IV). Gli altri componimenti che hanno 
questo schema sono: Bertr. Carbonel 82; 2,12,58; Guir. de l'Oliv. 246; 
43,70; L. Cigala 282,8; Anon. 461,186. 

1 manoscritti si possono dividere in due gruppi principali : CE da 
un lato e ADGIK dall'altro. Il primo gruppo viene contraddistinto, di 
fronte all'altro, dal v. 3 (Quna), dal v. 12 (desta razo), dalv.38(se- 
nanso enan.); ma è chiaro, per altro, che C ed E non risalgono diretta- 
mente ad una medesima fonte (cfr. vv. 2 la razo C, 6 si poi C; 1 cuy 
es C; V. 14; 20 paguat C; 24 men C, ecc.). Anche il secondo gruppo 
può dividersi in due sottogruppi: AG e DIK (cfr. v. 31 bon, 33 tals). 
La migliore lezione è rappresentata da ADGIK. 

2 De las razos. Qui e al v. 12 razos indica, al plurale, le due que- 
stioni (ognuna delle quali è dunque una razon) che costituiscono il nostro 
componimento, che è un vero e proprio partimen o joc partii (poiché, 
posta l'alternativa, è lasciata libera la scelta all'interlocutore). Cfr. 
ms. A, n. 533: « Raimon, d' estas doas razos — Qe * m partetz »; A, 



— 517 — 

n. 531 ; « De Berguedan, d'estas doas razos — A! vostre sen chausetz 
en la meillor ». (Levy, S.-W., VII, 62). Selbach, Streitg., p. 115; Jeanroy 
Ann. ci. Midi, li, 287, n. 2. Qualche esempio ora per il singolare : Elias 
de Barjois ( ediz. Stronski, p. 39), En laufrezet, v. 7: «La qal rozon 
tenratz per plus astruga ?. »; Folq. de Marseille (XV, 68, ediz. Stronski); 
« jutjada si' està razos » (tenzone con Tostemps). Inutile certo insistere 
oltre su questo senso ben noto di rozon. 

3 sgg. Notevole la sintassi di questa strofe: S'una dompna amatz 

Ed un' autra q 'es ben atretan pros A cai d'ambas en sabretz mais 

de grat. Si potrebbe, fors' anche leggere: E d'un' autra. Non parnii 
però che la funzione del de in d' un' autra, sia la medesima o almeno si 
avvicini a quella illustrata nella nota al v. 1 del nostro testo n, XVI. 
Qui abbiamo piuttosto una costruzione a senso, anziché analogica come 
r altra. 

4 avetz mes lo cor e l'entendenssa. Cfr. Monge de Mont. Aissi: 
Vostra beutatz on ai mes mon esper. Simili locuzioni con mettre sono 
ben note ed io non vi insisto oltre. 

6 « Non può peccare in amore » quindi non può fare le vostre voglie, 
s' io bene intendo. 

10 sabretz mais de grat. Saber grat equivale a saber bon grat, cioè: 
« saper grado ». Levy, Petit dici., p. 211. 

13 triar lo mielz. Triar è molto usato, come tutti sanno, insieme a 
prendre e chauzir, quando si tratta della scelta fra le proposte di un 
» partimen » ; e anche la locuzione triar lo mielz è assai frequente, p. 
es. Raimcn, Bertran si foses, str. I: lo meillz triar (D, e. 148). Reputo 
inutile offrirne altri esempi. 

15 Q' ieu pretz trop mais de dompna. Abbiamo in de dompna un 
caso di prolepsi. Se ne hanno, come si sa, molti esempi in ant. frane, 
e provenzale. Cfr. Jeanroy-Salv. de Grave, Uc de S.-Circ, p. 181. 

17 Notevole potrebbe essere la variante samo di C (s' amor). 
Chissà che sotto gli occhi dell' amanuense non istesse un modello 
scritto in Italia, ove l'r fosse abbreviata in un modo sconosciuto al di là 
delle Alpi (cfr. questo voi. a p. 193)? 

24 en faich ni en parvenssa. Com' io interpreti questo passo, risulta 
chiaro dalla mia traduzione. 

32 mou de grat. Uso, questo, di mover abbastanza comune in 
questa e in altre locuzioni. Cfr. il v. 17 del nostro testo n. LUI, v. 17 
(Jacme Grill e L. Cigala) e Folq. de Mars. Ili, 1 : Tan mou de corteza 
razo — Mos chantars, ecc. Cfr. Tobler, Darstellung der latein. Conjug., 
p. 39. 



518 



XIX 

3io 1^10 ^10 bjo c'i, dio c'io dio- 2 strofe unisonanti con doppia « tornada ». Maus, 
p. no, n. 385. Serveri, 9; Sordello, 20; Montati 3; Bertr. de Roaix 1; 
Raimon 3; Paves 1 ; Bertr. de Born 33< Bertr. Carbonel 80; 461 ; 2; 114. 
De Lollis, Sord., p. 129, n. VII. 

Ho conservata la grafia del ms. anche laddove un leggero ritocco 
sarebbe stato permesso e, direi quasi, consigliabile (v. 6 ducg, v. 8 s/s 
per ses, ce = que 7, 9, 12, 19, 20); ma ho preferito mettere sotto gli 
occhi del lettore il testo quale si legge in T, anche perchè nel Parn. 
Occ. 376, dal quale dipendono le stampe del Mahn e dello Schultz-Gora, 
non si trova la lezione esatta del codice. 

1 Na Maria. Non si sa chi sia questa donna lodata da Alberico ; 
ma una congettura può essere avanzata: ch'essa, cioè, si possa iden- 
tificare con quella Maria (detta nel ms. I Maria de Mons), che Uc de 
Saint - Circ esaltò insieme a Donella (ediz. Jeanroy - Salv. de Grave, 
p. 81). Dati i rapporti che corsero fra Uc de Saint-Circ e i Da Romano, 
non è improbabile che Alberico abbia cantata una stessa donna celebrata 
dal poeta provenzale in Italia. Le lodi di Uc possono essere con pro- 
fitto paragonate a quelle di Alberico : 

Na Maria de Mons es plasentera, 
Francha et humil e d' avinen senblansa, 
E fa honor et acuoill v.olontera 
Los bos e lor mostra bell'acoindansa 
E SOS cors es joves bels e bos, 
E •ili dich e •ili faich e • ili senblan amoros : 
Per que li volli de ben dir far honranza. 

(Vv. 1-7) 

È stata avanzata l' ipotesi che Maria sia Maria d' Auramala o dei 
Maìaspina {Mons allora si identificherebbe con un Monti non lungi da 
Villafranca, fra i possessi dei Maìaspina); ma mi è impossibile dire, allo 
stato delle mie conoscenze, se la congettura colga nel segno. Vedi 
ciò che dice il Bergert, Die von den Trob. genannten. o. gef. Damen, 
pp. 98-99. 

ò pretQ. Se questa voce non fu sostituita da un copista a un' altra, 
il testo tradisce una certa negligenza per parte dell' autore. Infatti, 
pretg. compare anche al v. 1. 

7 Ce. Da pronunciarsi col e duro, come ai vv. 9,12,19,20. 



519 



XX 

^10 bio aio t'io f^'io <^io cJio c'io- 2 strofe unisonanti. Schema frequente, per il quale 
si rimanda al Maus, p. Ili, n. 397, 3. Salverda de Grave, Bertr. d'Alani., 
p. 31. V. anche il nostro n. Xlll. 

In queste due strofe dobbiamo vedere uno scherzo alle spalle di 
un « ser Ardizzone », che non conosciamo e che non abbiamo elementi 
per identificare neppure con una certa probabilità. Il nome di Ardizzone 
non può dirsi frequente, ma neppure addirittura raro negli antichi docu- 
menti. Rolandino {M. G. H. Script, XVIII, 58) ricorda un « dompnus Ardi- 
zonus de Vercellis » divenuto podestà di Padova nel 1233. Non vi sono ra- 
gioni per credere che questo personaggio possa essere il « ser Ardigons » 
del nostro componimento. Jeanroy-Salv. De Grave, Uc de S.-C, p. 191. 
Le due strofe debbono essere state scambiate alla corte stessa dei Da 
Romano e come Bordello vi figura quale intercessore presso Alberico 
in nome di Ardizzone, così bisognerà bene ammettere che il nostro testo 
sia anteriore alla fuga del trovatore di Góito per la Provenza, cioè, a 
quando è lecito congetturare, anteriore al 1228-1229 (data proposta dal 
Diez e accettata dai nuovi studiosi di Bordello). De Lollis, Sord., p. 9. 
Bertoni, Nuove rime di Sord., in Giorn. stor. d. leti, ital., XXXVIII, 277. 

2 Qu'ieu vos deia mostrar, « ch'io vi mostri » con dever usato 
quale verbo servile. Jeanroy-Salv. De Grave, Uc de S.-C, p. 209. lìo 
raccolto esempi antichi italiani nel mio studio sulla Prosa della Vita 
Nuova, pp. 21-22. Vedasi la n. 2 al nostro testo n. VII. 

4 meils. Credo che si tratti proprio di « miglio » e non di « grano- 
turco » (Jeanroy-Salv. De Grave, p. 209), perchè il miglio fu certo usato 
per la nutrizione umana. Bertoni, Romania, XLII, 112. 

6 lo. Ci si aspetterebbe veramente il più corretto o nella lingua di 
Uc de Saint-Circ, ma qui potrebbe aversi un italianismo dovuto a un 
copista (forse allo stesso copista di N). Del resto, anche lo trovasi in 
testi provenzali. Notisi poi che anche qui e al v. 10 come in altri casi, 
il nome di Bordello è accompagnato dall'articolo. De Lollis, Sord., p. 1. 

7. erbas de moill. Letteralmente : « erbe di moglio » ( « moglio » é 
un dialettismo italiano settentrionale per « molle » anche nel senso 
sostantivato: « il molle »). Cfr. spagn. armuelle (herba mollis). Forse 
r« erba di moglio » era un ammolliente. 

14 de si dire. Per si, v. Raynouard, Lex., V, 224; Mistral, II, 884. 
Sulla frase ni'l si ni'l no, che può essere qui ricordata per il suo 
si, si cfr. una nota di Jeanroy-Salv. De Grave, Uc de S.-Circ, p. 178. 



— 520 - 



XXI 



a'-, b-, bj h-, bs b„ a'7 h-j b-;. Una sola stanza. Maus, p. 121. n. 610. il Maus dà, 
per errore, il v. 3 come un senario femminile, mentre è un quinario. Questo 
schema si trova nel solo nostro componimento. 

4 d'inz. La lettura dinz si presenta altresì accettabile, ma, dato il 
verbo trai, d'inz (de intus) mi pare preferibile. Il concetto del cuore 
rubato all'amante è uno dei più comuni. Per es., Bern. de Ventad. 43: 

Tout m'a mon cor; Peire Raimon de Tolosa: Vostr' huelh qiie tot 

mon cor m'an emblat. Cfr. De Lollis, Sord., p. 283; Bertoni, Giorn. stor. 
d. lett. ital., LXIV, 259. Inutile dare molti esempi (e se ne hanno legioni) 
di locuzioni esprimenti questo tratto comune alla lirica prov. e francese. Il 
cuore, tolto una volta dal corpo, si considerava imprigionato presso 
l'amante (Gauc. de S. Leidier, ms. A, 529: sapchatz de ver mos cors ab 
mi non fo — Anz en remas en la soa prizo ; ant. frane. Arch., XLIII, 237: 
mes cuers ... se'n est en li entreis; ant. ital. Vat. 3793, n. 309: senso 'l 
mi' cor e' ài tu, ch'i' già no '/ porto. Chrétien, Cligès 282-354 dichiarava 
cattivi psicologi coloro che credono essere i cuori degli amanti riuniti 
in un medesimo corpo). La frase usata da Guilh. de Luserna è assai fre- 
quente, p. es. F. da Rom. Epist., 57-58: Qan preses mon anellet d' or — 
Mi traisses d'inz del cors lo cor. Aug. Novella (ediz. Mùller, Zeitschr., 
XXIII, 72): Qu'om nom poiria devire — Qui'l cor del cors no'm trazia. 

6. no ai. Se il verso fosse un quinario, come alcuno potrebbe cre- 
dere, si avrebbe elisione di -0, mentre al v. 9 si ha regolarmente lo jato. 



XXII 

ag bg ag bg bg c'^ c'7 c'7 bg. Cinque « coblas unisonanz » di nove versi ciascuna, 
e con « tornada » di tre versi (7c' 7c' 8^). Maus, p. 107, n. 314. 

I mss. si dividono in tre gruppi principali: (D^I), (CE), (Oc) 
pili un gruppo (D<=F), che va piuttosto col primo, a giudicare dai pochi 
versi (10-27; 19-27) che contiene (però: dei 17). Il primo gruppo è de- 
terminato da varianti importanti perla genealogia, quali: 15 (agno), 32 



- 521 — 

(grani), 38 (negus manca, e nul, nuil), 39 (mal invece di gap). Tra 
D" e I c'è però : servir I ( v. 41 ) e engrazir 1 (v. 45). il secondo gruppo 
è determinato da varianti quali: 17 (dea), 18 (de so), 35 (Milan) ecc. 
Il terzo gruppo: 41 (ondrar e, onrar G invece di bontat), 48 (qen). 
Questi due gruppi (secondo e terzo) si congiungono grazie a varianti, 
di cui la più importante è gap al v. 39. Onde abbiamo (ammettendo 
come ipotetici, naturalmente, X, y, P, ^ e ritenendo provati a, b, e, e, d). 











(vv. 18, 20) 










y 




? 




7 








D 


e 


C 


E 


( 

G 


\ 

a 
1 




! 
b 

1 



Il gruppo (D* I) contiene gravi errori (vv. 15, 32) ; (G e) ha qualclie 
cattiva lezione dovuta al copista di cf (p. es. v. 41). Il gruppo migliore 
è (CE). Nulla di sicuro si può dire di (D'^F), mail suo posto nell'al- 
bero genealogico non è importantissimo, ad ogni modo. In e figurava, 
come autore del componimento, Bernart De Ventadorn. 

1 gai sonet leuger. Vedasi la nota al v. 8 del nostro testo n. IV. 

6 pros de Proenza. E v. al v. 48 ab los pros. Chi siano, secondo 
me, questi « prodi », ho già detto a pp. 70-71, nel capitoletto dedicato 
alla biografia del nostro poeta. Aggiungo che il senso di pros resta 
attenuato, colla nostra locuzione, perchè si tratta di una frase fondata 
su un giuoco di parole. In fondo, i pros de Proenza sono i « proven- 
zali » senza più. Scrive Aimeric de Belenoi (Suchier, Denkmdler, 326): 
Tuit li Proensal son fan pron — que'l menre n'a prò fag del bon. Sul 
giuoco di parole Proenza e prò, si veda: Bartsch, Denkm., n. a 141, 18; 
Tobler, Verbliimter Ausdruck und Wortspiel, p. 21, Altrettanto fa Ser- 
veri con Valencia e valor. Suchier, Denkm., cit., p. 556. 

17-18. La forma deu (17) dei mss. D* G I è esclusa dall'uso che 
il verbo (sottinteso), ha nel verso seguente: [dei] servir. La interpreta- 
zione giusta del v. 18 è stata indicata dal Mussafia, Pass. bibl. d. leti. 
ital., IV, 310. Soltanto, il Mussafia erra quando dice che va sottinteso 
deu. Egli stesso traduce « devo », onde la forma da sottintendersi è 
sicuramente dei. Cfr. questo voi., a p. 163. II senso di d'aizo q'ai [dei] 
servir è « debbo servire di ciò che ho » cioè: « debbo limitarmi a dare 
alcun che di quel poco che possiedo [mentre vorrei dare molto] ». 

20 a cels. I mss. parlano per ab cels (sels); ma l'emendamento si 



— 522 — 

impone. Si tratterà di un errore di copia insinuatasi in un lontano 
ascendente (in X). 

26 trai. Notisi l'indicativo dopo mas q(e). Il solo ms. I ha troia, 
cosicché la forma originale è certo trai. Si sa cht mas que vuole l'indi- 
cativo, di rej^ola, quando ha il senso di « ma » e il soggiuntivo quando 
ha il senso di « dato che » (Levy, V, 32-33). Qui abbiamo il senso di 
« salvo che » e l'indicativo non può dirsi, a ben guardare, usato del 
tutto a sproposito. Però è singolare. 

28 sgg. Per le allusioni contenute in questa strofa, vedasi questo 
voi. a p. 73. 

32 e fai se n aiizir. Locuzione interessante. «Farsi udire, farsi 
intendere » significa attirare l'attenzione altrui. Si noti anche il senso, 
alquanto attenuato, di conquerir al v. 31. Il significato, in questo passo, 
deve avere la sfumatura di « umiliare » che si contiene già in « conqui- 
stare ». Cfr. la nota al testo n. XXVI, 11. 

37 ab cors. Si noti che i mss. D* I hanno al cors, come in francese. 
Cfr. Oiez, Gram., Ili, 147 {la filha ab la genia faisso); Meyer-Liibke, 
Gram., Ili, § 466. 

42 fenis e comenza. Ricorre spesso, presso i trovatori, il concetto 
che una cosa debba incominciare e finir bene e non basti, anzi, inco- 
minciarla bene. Raim. Vidal (So fo el tems, ediz. Cornicelius, v. 979 e 
p. 87): Sego n fi vai comensamens. Vedasi su questo concetto, che tro- 
vasi generalmente espresso sotto forma proverbiale (si consultino le 
raccolte di proverbi provenzali del Peretz in Roman. Forschungen, II, 
415 e del Cnyrim in Ausg. u. Abhandl., LXXI, nn. 322, 326-31, ecc.) 
una nota dello Jeanroy, Romania, XLI, 109. 

45 car nom per encarzir. Allusione probabile al nome di Giovanna, 
che significa in ebraico: donna cui Dio è benigno. Dante, Par. XII, 
80-81 : « madre sua veramente Giovanna — Se interpretata vai come 
si dice ! ». 

46 Na Ioana d'Est. Giovanna d'Este, prima moglie di Azzo VII, 
morta nel 1233. Vedasi questo volume, a p. 73. 



— 523 



XXIII 

Due coppie di « coblas singulars » di settenari e ternati con « tornada ». La strofa 
ha dodici versi, e la « tornada » quattro. La forma metrica pare essere stata 
trovata da Bertran de Born, se pure quest' ultimo non ha imitato un altro 
componimento perduto. Va corretto lo schema del Maus, n. 126 in questo 
modo: a'- a'; b, b^ a'- a'- bj b^ a'- a'- bg a'j. Tornada: c'7 (c'7) dg c'7. 

Per la ricostruzione critica di questo componimento, mi sono valso 
naturalmente di alcune correzioni proposte da coloro, che hanno studiato 
il testo (V. p. 275). Se la correzione di sous man (7) in so vos man e 
quella di saubra in sabra (12) sono evidenti, non altrettanto può dirsi 
di qell (13) in qill (Levy, Zeitschr., XXII, 124), di descerna (II, 9) in 
desterna (Jeanroy, Rev. d. l. rom., XL, 394) e di // rie (22) in luec 
(Mussafia, Rass. bibl. d. leti, ital., IV, 309; Meyer, Romania, XXVI, 
96). Di altri ritocchi parlo nelle note seguenti, per ogni caso speciale. 

I, 125/ tailla. Ms. sis tailla. La proposta del Levy (p. 124) di mu- 
tare sis in si mi pare accettabile (cfr. al v, II, 13 vostres branz tailla). 
Invece, ni può essere, con profitto, cambiato in ni's. 

14-15 c'an en Proenza-Dompneiar. Per bene intendere questa allu- 
sione, importa ricordare che la terra occitanica era considerata quale 
la sede del perfetto corteggiatore. Chi svillaneggia Cunizza, dice il 
nostro poeta, è uomo che sa così poco dameggiare, da non poter 
ottenere fortuna in Provenza. È meglio consigliarlo a non recarvisi e a 
non passare neppure per Luserna, dove ha dimora il piacere e non la 
villania. 

19 Don m'anpar. « Donde mi proteggo, mi guardo », cioè dalla 
soa malvolenza. 

23 affar. Cfr. la nota al v. 9 del testo n. XI. 

23-24 Vedasi la nota al v. 7 del componimento n. XXVIII (Bor- 
dello) e la nota 1 a p. 72 di questo volume. Per la locuzione de pla- 
senza, si cfr. P. Vidal (Tant an): Ab un coirei de plazensa — Fabregat 
en foc d'amor; Peirol (Dieus): Chantaran un verset de plazensa; Sor- 
delio (testo n. XXVIII, 7): Silh qu' es donna de plazensa. 

26 Jeanroy e Salv. De Grave traducono (p. 135): « La mesure et 
l'intelligence, voilà ce qu' il doit garder précieusement autant que la 
semence '. L'interpretazione è ingegnosa, ma non mi pare del tutto 
convincente. Ritengo che per semenza significhi : « come seme di buone 
azioni, di buoni fatti ». 

II, 2 digatz. Il ms. ha dizatz, che Jeanroy e Salv. De Grave mu- 



- 524 — 

tano in dizetz. Credo clie dizatz sia stato ricavato da un copista italiano 
da un dijatz (digatz), come za da yrt in parecchi mss. scritti nell'alta 
Italia. 

2-3 il senso è: « invece di dirci le lodi di Cunizza, diteci invece 
come cade, come discende la lucerna o il lume, lo splendore del suo 
merito », cioè: « diteci, invece, quanto i suoi meriti sono caduti ». Il 
poeta ha voluto giuocare sulla parola liiserna e, per ciò fare, si è 
espresso in modo alquanto astruso. La voce zai rappresenterebbe chai 
(cade, decade). Potrebbe anche trattarsi di jai (jacet), ma il senso 
sarebbe più duro. Anche Jeanroy e Salv. De Grave (p. 213) veggono 
in zai un chai. Grafie quali zambra, zantar ecc. sono ben note in ms. pro- 
venzali scritti nell'Italia settentrionale. Noto, infine, che luserna, col senso 
di « luce, splendore » piuttosto che di « lucerna, lampada » (cfr. Cligès, 
V. 734: Car es iauz fieri la luiserne — Oii li cuers se remire) passò qui 
al significato di « valore, merito » o qualcosa di simile. 

5 fez ogan tal terna « ha fatto quest'anno un bel colpo [al giuoco 
dei dadi]». La terna è un colpo favorevole (Semrau, Wiirfel. Wiir- 
felspiel im alten Frankreich, p. 70); ma Cufiizza ha vinto un cattivo 
giuoco. 

10 saut usato qui in senso metaforico, come talora eslais « scarto 
dalla via retta, salto o slancio al di fuori della misura, dal decoro ». 
Vedasi una nota, in proposito, di Jeanroy-Salv. De Grave, Uc de S.-C, 
p. 214. 

18 Roncisvalla. La correzione è dello Jeanroy (Revue cit., 394). il 
ms. ha iosa/alla. 

22 valla. È una mia sostituzione a calla pel ms., per evitare la ripe- 
tizione alla rima della medesima voce, sebbene con un senso alquanto 
diverso. Quanto alla locuzione no me' n calla (v. 21), cfr. Levy, Petit 
dici., p. 260. 

26-27 cioè: « che nessuno faccia cose insensate, impossibili [come 
quella di difendere Cunizza]. In questa « tornada » par mancare un verso 
settenario femmino, forse: N' Uc de Saint Circ [senes falla]. 



525 



XXIV 

Canzone a <^ coblas doblas » con « tornada ». Schema: a'io bjo a'^o b^ bio a'jo 
bjo per le prime due strofe; per la terza e la quarta stesso schema con 
rime proprie: c'jo d^ c'io d^, djo c\q diQ. La quinta strofa anch'essa ha lo 
stesso schema con rime proprie. « Tornada » di tre versi uniti per la rima 
alla str. quinta: gi„ l'io gio- Maus, p. 106, n. 286. 

1 mss. non presentano gravi divergenze. C E R costituiscono un 
gruppo (v. 9 e no, e non; v. 17 aura, ondre ; v. 20 que) nel quale 
CR sono pili saldi, mentre E mostra qualche accordo con D"" 1 G e, che 
costituiscono un altro gruppo, di cui D^ I sono un sottogruppo (v. 13 
respondens). Vanno insieme D'' F. Con D^ F si accorda C al v. 22 
{saber). 

1-7 il poeta vuol dire che eccitamento a cantare non è per lui 
amore né galanteria, ma ragione; e non è neppure la bella stagione 
ma il suo piacere. Mussafia, Rass. bibl. d. lett. ital., IV, 313. Cfr. Bert. 
Zorzi, Entre totz, v. 15-16. Ni me-n camjiei tan ni quan — Tro qu' a- 
mors me- n det talan. 

2 Motivo abbastanza frequente è che, dati i sentimenti del poeta, 
foglie e fiori, che confortano a cantare, non l'invoglino alla poesia. P. es. 
Raimb. d' Grange (Raynouard, V, 401): Non chant per auzel ni per fior — 
Ni per reverdir de prada. In ant. frane. Fueilles ne flours ne mi font pas 
chanter, ovvero : Fuelle ne flours ne vai rien en chantant. Matzner, Alt- 
franz. Lieder, p. 206. 

4 tan ni quan, « ne tanto né quanto, né più ne meno ». Zorzi, VI, v. 15, 

7 Notisi la variante 6.\ Q: me Vaduz. Cfr. questo volume a p, 161. 

10 en dreit de cortesia « per ragione di cortesia, in fatto di cortesia ». 
Cfr. en dreit d'amor (nota al v. 2 del nostro testo n. LI). 

27 raire ni tondre. Ha, su per giù, il senso di tondre e pelar. Cfr. testo 
n. XVII, V. 1. El. Cairel 9, 25: sont tondut et ant paor del raire; Berìr. 
Carbone! 35, 5; que mielhs puescan tondr'e raire. Altri esempi in Stimming, 
B. de Born p. 277; Levy, Quilh. Fig. p. 86; De Lollis, Sardella, p. 250. 

29-35 Tutta questa strofa é stata mal compresa dal Guarnerio. 
Videro invece giusto il Bartsch di già (p. 34) e il Mussafia. Ritengo 
però, contro il Mussafia, che il torn del v. 34 abbia senso attivo ed 
equivalga a « conduca » (qe'm torn, mi conduca), cfr. P. Vidal (Angl. 
XL, 8-11): Mas la soa salutz — Nos a toz ereubutz — E tornai en 
l'oven — Mon cor e mon talen), mentre nel verso seguente il senso 
sarà: « la gioia torna in pianti, ecc. ecc. ». 



— 526 - 

29 seignoratge. Albertet de Sisteron : En amor trob tant de ma 
seignoratge e Aim. de Bel.: Tant es d'amor honratz sos senhoratges 
(C, e. 147''). 

32 Notisi la variante del ms. G : sos dolors. Si tratta di un ita- 
lianismo, che non trova corrispondente negli altri manoscritti. Pare 
adunque che il copista di G si possa ritenere italiano. V. questo voi. 
a p. 192. Cfr. la nota al v. 7 di questo stesso testo. 

37 solatz qui parmi abbia il senso di « piacere procurato dalla 
società mondana», dunque, a un di presso, di buona accoglienza, di 
lieta cera. Il significato di «piacere in genere» potrebbe altresì conve- 
nire. Vedasi su solatz un' istruttiva discussioncella in Jeanroy-Salv. de 
Grave, Uc d. S-C, p. 185. 



XXV 



'io Ciò ^10 dio ^10 s'io- 5 strofe unisonanti con « tornada » Maus, 
p. 117, 11. 536. Hanno lo stesso schema e Io stesso numero di sillabe per 
verso: Raim. Jord. 12; Peire 2; Guir. De Cai. 3; Guiraut de l'Oliv. 54. 



I tre mss. (DIK) vanno molto d'accordo, come accade in linea 
generale di questi tre codici, e risalgono (vv. 15, 44) a un modello, 
in cui erano già passate alcune storture. 

4 ses faillenza, cioè: « gioia senza difetto, gioia a cui nulla manca ». 
Mussafia, Rass. bibl. d. lett. ital., IV, 314. 

10 Valenz.... valenza. Uno dei soliti giuochi di parole. Cfr. a ragion 
d'esempio: Montanh. IX, 11 (ediz. Coulet): E'us fai valer valors, ecc. 
Inutile dare altri esempi di analoghi giuochi e omofonie. Fra i trovatori 
italiani, se ne dilettarono il Cigala e lo Zorzi. V. la nota a XXII, 6, p. 521. 

15 II Guarnerio, ammettendo la lacuna in altro punto, stampa: 

Flors de beutat, flors de vera merce 
Flors a culi mons fon donatz, iois entiers, 

ma non è chi non veda che quest' ultimo verso, con quel iois entiers, 
che non sarebbe apposizione ma predicato (il Guam, interpreta infatti: 
« voi siete gioia perfetta »), riuscirebbe di costruzione poco perspicua. 
Accolgo perciò la proposta del Mussafia (p. 315), che la lacuna cada 
fra mons e fon. Tuttavia, si spiegherebbe pili facilmente, per un certo 



— 527 — ' 

rispetto, una lacuna dinanzi a flors che è sovente ripetuto, poiché un 
copista (quello da cui direttamente o indirettamente dipengono i tre 
mss. D I K) potrebbe aver commesso con grande facilità un « bourdon » 
correndo con l'occhio da un flors all'altro. 

19 ab ménz de « senza ». Peire Vidal, Pos uberi, v. 12: Ab meins 
de duptansa e d'esmai (è inesatta la traduzione déll'Anglade, p. 144: 
« avec moins d'effroi »). Trovasi anche semplicemente menz de: p. es., 
Folq. de Mars. (Stronski, XII, 23-24): Pretz o amics, meilluramens o dos 
— Meins d'un d'aquesfz par fols [qui s'i afura]. Vedasi anche il v. 27 
del nostro stesso componimento : menz de ferma crezenza. Peire Bre- 
mon. Ben es razos, str. Ili (A, 408); en luoc qu' issir non puosc ges 
meins de sa valenssa. Altri esempi in Appel, Prov. In., p. 342. 

27 menz de. Vedi la nota precedente (v. 19). 

32 La buona lezione è data dai mss. II conciero del Guarnerio 
{pos en so venra be) è da rigettarsi, come già vide il Mussafia, p. 315. 

42 Notisi l'anticipazione del soggetto di fon: Vostres cars fils. 

43-45 Questi versi sono stati ricostruiti dal Mussafia (p. 316), il 
quale così li ha tradotti : « [quando penso ai miei peccati, sento timore]; 
quando però mi ricordo del perdono accorda