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Full text of "La Rappresentazione di Santa Uliva, riprodotta sulle antiche stampe"

I 



im|U'i'iidi;ir iCCOita 

'HJ'dili' cti alU'ij Ielle, jjiu 
|t.irie di questa, scritture v-n n; u. 

.ibbiam» anche un valore per i. a letti i 

i-')\i\o una delle piìi notevoli del nostro antif-n tciit 

La Rappresentazione di Santa Uliva 

stuinpp. con preffV/^inrie do! Prof. .4/ 



li slessa, edizione (la Biblioteche 
ì:i<! ili allargai 

Sotto il J<r 

la Storia di Ginevra deali Almieri 

:i; ntt.,i\,i rilli;; del SCColo XV. 

queste faram 

Birria 

■4».;^t:Uo nel metlìo uvo l Amlilnon 

Storia d'Attila flagellum Bei: |inr,n.,u. u .i,.\,. mi 
un Satigio sulle Legjzende italiane intrriir, ;ì! V.r di-li ti, 
■ .Lancillotto: poema cavalleresco inedii 

. 1 Poema di Alessandro Magno gio su 

■ssnndro presso i popoli onfnluli iti 0( 
111 à( Ile Canzoni a ballo e Baljatette dol ^ec 

.slrazioiii sitpra la [loesia po[)olare HorcnlMiM 
i Istoria della Morte, con un Saijgio delle arsioni 

Dajiza Macai )i 

Rappresentazione di S. Teofilo confroniaia coi Mi 

>■ tedeschi <li oiiual titolo. 
■iLuiia di Apollonio di Tiro: [(nt'iiiciLu in uiui\<i i una luh 

'^-ti.'i^io sulle oriiiini e la diflusione di questa leggend'» 

i ; nanzo d' Aspromonte in ottava rime, con un Sa 
nodi della diffusione in Italia dei Po. 

(laroliiii-'iii.. 
I Istoria di Flavia Imperatrice, con un Saggio e sulle > 

questa e dclhi I.eggiMida tedesca col titolo di Crescf 



1(1 ili li !'ii,M .1..I I i rii'iiniiii Pirin 'ii'lio r' 1! ifm'i i 1 ny i • iii 



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' •i"igrufi-L> 



i*£ev. 



LA 



RAPPRESENTAZIONE 



DI 



SANTA ULIVA 



(Edizione di 250 Esemplari) 



LA 



RAPPRESENTAZIONE 



DI 



SANTA ULIVA 



niPRODOTTA 



SULLE ANTICHE STAMPE 



PISA 
1- R A T E L L I NM S T R l 

1803 



( 



VS6/ 




Proprietà Letteraria — 



AD 

EMILIO TEZA 

PROFESSORE DI LINGUE E LETTERATURE COMPARATE 

NELLA 

UNIVERSITÀ DI BOLOGNA 



Digitized by the Internet Archive 

in 2009 with funding from 

University of Toronto 



http://www.archive.org/details/larappresentazioOOpisa 



Chi alla sola lettura del tìtolo di questa antica Rap- 
presentazione, che dopo quasi trecento anni stimammo 
ancor degna di riveder la luce, credesse di aver din- 
nanzi, come in tante altre scritture drammatiche del xv." 
del XVI. secolo, la vita e i fatti di una Santa; quegli 
s'ingannerebbe a partito. Imperciocché questa sia una 
Leggenda, la quale, come molte altre di quei tempi, e 
sebbene non priva di meraviglioso sopranaturale, trova 
sua origine più che nel sentimento religioso, nel diletto 
onde comunemente erano tratti i nostri antichi verso le 
strane avventure di cavalieri erranti e dame persegui- 
tate. La Uliva invero è una di quelle fantastiche figure 
femminili, di profilo sottile e delicatamente disegnato, 
come le altre di Genovieffa, di Ildegarde, di Crescenzia, 
di Berta, di Griselda, in cui l'occhio dei nostri avi 
posava soddisfatto e tranquillo, dopo aver fissato le 
truci e disdegnose fisonomie delle virili guerriere, 



)( vili )( 
delle maghe malvagie, delle spose infedeli e procaci, 
di tutte quelle in una parola, che come le Ancrqje, le 
Maltabrune, le Brandorie, le Elisette, nelle arti insi- 
diose e nei delitti, avevano smarrito quasi il nome e 
l'indole dolce e gentile di donne. 

Le avventure di Uliva, è inutile forse avvertirlo, non 
hanno nulla di storico, o almeno hanno un fondamento 
storico tanto trasfigurato, da esser ormai non rico- 
noscibile; sono una lenta elaborazione della fantasia 
poetica popolare, una successiva agglomerazione dì 
elementi romanzeschi, venuti a formare un tutto entro 
la immaginativa delle plebi; e che per ultimo, sotto 
la forma di Ballata o di Cantilena, si riprodussero nelle 
improvvisazioni giullaresche . Lo stesso fatto, come 
vedremo più oltre, ebbe diverse versioni nei diversi 
paesi, si intrecciò con altri racconti consimili, aggiunse 
a se episodj omogenei, facili a consertarsi colla favola 
principale di cui ormai era formata la ossatura; e per- 
venuto in Italia, tra il secolo xiv.° e il xvi.°, a notizia 
di uno scrittore di leggende, di un poeta e di un com- 
positore di rappresentazioni (*), prese forma narrativa 

(*) Togliamo dal Batines [Bibliografia delle antiche Rappresenta- 
zioni) le seguenti indicazioni sulle antiche stampe: 
La Rappresentatione di Santa Vliva. Nuovamente mandata in luce. 
In Fiorenza Appresso alla Badia. M. D. LXVIII. in 4.° di 49 
cart. più una bianca, con 4 fig. 

— In Firenze, appresso Giouanni Baleni l'Anno. V68ò. in 4.°. ediz. 

sini. alla sudd. 

— Ivi e pel medesimo. 1589. in 4." di 49 e. e una bianca, e S fig. 

— (Senza noia, ma sec. xvi) in i." 18 e. e 3 fig. 

— In Firenze, appresso Andrea Pocauanza l'Anno 1602. in 4.° di 

20 e. e 3 fig. 

— In Fiorenza per Domenico Giraffi. S. A. in 4.° 20 e. e 4 fig. 

— Ivi e pel medesimo. S. A. in 4.° 



)( IX )( 

prosastica ('), forma narrativa poetica (-), e forma 
drammatica. Sotto questa triplice sembianza lo plebi 
italiane che, come tutte le altre plebi ancor nello stato 
d' infanzia, non si noiavano cosi presto di leggere e 



— Di nuova ricorretta. In Siena S. A. in 4." di 16 e. e 2 fig. 

— In Firenze. Alle Scale di Badia S. A. in i." 20 e. e 4 fig. 

— In Firenze per gli Eeredi del Tosi alle Scale di Badia. S. A. in 

i.° di 20 e. e 3 fig. 

— In Firenze et in Pistoja per il Fortunati. S. A. in 4.° 

Si citano pure, dice il Batines, le seguenti edizioni in 4.": Firenze 
Matteo Galassi, 1380 fAllacci ; — Firense, alle Scale di Badia, 1606, 
(Catal. Corsìn.): — Firenze, 1607 Tinelli . — Il Porri nel suo Catalogo 
del 1833 cita inoltre una altra edizione di Siena, alla Loggia del 
Papa 1607 in 4.» di cart. 16 con 2 fig. nel frontespizio. 

Le stampe di cui ci siamo serviti per la presente edizione sono, 
delle qui rammentate, la prima, la seconda, la terza, la quinta, la 
sesta, la settima e la nona. — Ci siamo scrupolosamente attenuti 
ad esse per quei che spetta alla ortografia - dacché l'ortografia fa 
parte della storia della lingua — introducendo però nel testo una 
punteggiatura secondo gli usi moderni e correggendo alcuni errori 

pili evidenti . 

(>) La Leggenda in prosa si trova nella Laurenziana. Il BAxniNi 
dice scritto nel sec. xv° il Codice in cui si contiene [Ved. Catal. MS. 
Laurent. Supplem. voi. iii, col. 3341 e così ne dà notizia: « Nar- 
ratio quaedam valde prolixa de quodam Rege Daciae nomine Him- 
berto et de alio duce Altorichio nomine Apardo, alemanno. Incip: 
Contasi traile romane storie che al tempo di Papa Benedetto Vili fue 
questo miracolo nella città di Roma, lo quale miracolo si ricorda nelle 
vere storie de' Romani, e contasi che uno Re il quale ebbe nome Im- 
berto fue Re di Dazia, grande e alto re e signore. Avea questo Re 
Imherto una sua donna la quale egli molto amava ec. Desiniti Appresso 
il Duca colla Eilisa e collo suo figliuolo Averano regnarono nel detto 
reame a grande onore. Questa è una storia tratta dalle antiche sto- 
rie di Roma e si conta di verità, e cosi è scritta nelle dette storie a 
onore di Dio. Amen. 

(2| Ecco la descrizione che delle antiche stampe del poemetto 
dà il Brunet (voi. Ili, ediz. quinta, col. 471): 

— Istoria de la Regina Oliva.— Finis, (s. not.) in 4.» de 4 ff. avec 
un bois au conimene. Opusculc écrit en octaves. Le premier 



)(x)( 
sentir cantare e veder riprodurre sulla scena, i fatti di 
un personaggio che avesser fatto segno della loro pre- 
dilezione; sotto questa triplice forma, io dico, fu nella 
Penisola, e specialmente a quel che parmi in Toscana, 
conosciuta questa vergine che si taglia le mani anziché 
ridursi alle innaturali voglie paterne, che fugge ram- 
minga pel mondo bersaglio della sorte, e divenuta 
regina di Castiglia è per tenace odio della suocera, di 
nuovo costretta a rammingare, finché il cielo in pre- 
mio della sua rassegnazione e della sua virtù, la ricon- 
giunga collo sposo, inconsolabile di averla perduta. 
Questa virtuosa regina assunse fra noi, forse pel 

f. est à 2 col. et en caract. ronds; mais à partir du 2.*^ f. le texte 
est à 3 col. et en petits caract. demi-goth. à six stances par 
page. (MoLixi Operette Libi. n. 333 . 

— Une autre édit. in 4." de 4 ff. à 2 col. égaleraent sans date, porte 

le noni de Giov. And. Valvassore detto Guadagnino, libraire à 
Venise, vers -1550 (19 fr. oO e: vente Libri, iS't'i). 

— Istoria piazevole della regina Oliva e come suo Padre la voleva 

per moiere e come lei se taio le mane et come lei le apresento 
a suo padre et quando il padre le vite rimase tutto sbigotito 
et poi la fece portare in el diserto per farla occidere et lor per 
compassione del suo pregare la lasorno stare in nel diserto e 
come la fo trovata da uno re et de molte altre gran fortune 
che gè intravegnete dapoi, et tu lectore che legerai che naverai 
grandissimo a piacere. — Venetia, Sessa (s. ann.) in 4.° à 2 col. 
avec un frontisp. orné et une fìg. sur bois à la fin. ;29 fr. vente 
Costabili). 
Oltre queste edizioni, il Libri [Cat. del 4847, p. 177) registra que- 
st'altra: 

— Vita, patimenti et innocenza della Regina Oliva, figliuola di Giu- 

liano imperatore e moglie del rè di Casliglia — Fiorcn-àa alla 
stella (s. ann.). in 4." di 4 ff. a 2 col. con fig. sul frontesp. 
Questo poemetto col titolo ultimo qui notato, fa parte delle Sto- 
rie che si seguitano a ristampare tuttora ad uso del popolo, e l'edi- 
zione che ho al presente solf occhio è uscita dai torchi dello Spioiubi 
da Badia nel 1854. 



)( XI )( 

sublime esempio che dava di se, e come figlia e come 
sposa e come madre, e per la fiducia costante nella 
misericordia divina, l'appellativo di -Santo, e qui prese 
pur anco il nome di Uliva, che conserva però soltanto 
nel Poemetto e nel Dramma, mentre nella Leggenda in 
prosa, lo cambia nell'altro di Elisa. Se il nome di 
Uliva le venisse posto per capriccio ed a caso, ovvero 
per qualche simiglianza che si potesse trovare fra i 
casi di lei e quelli di eroine così denominate in altre 
leggende eroiche o religiose; non saprei con sicurezza 
affermarlo. Di una Uliva, modello essa pure di virtù 
conjugale e indegnamente perseguitata da uno sprez- 
zato seduttore, che per vendicarsi la accusa ad Ugo di 
lei sposo e suo proprio signore, io trovo menzione 
nelle tradizioni olandesi ('), non nelle italiane, nelle 
quali la stessa avventura, salvo lo scambio del cavaliere 
calunniatore colla suocera, viene appropriala a Duso- 
lina moglie di Milone f ). Con più probabilità potrebbe 



(M Ved. WoLF Ueber die beiden wiederaufgefundenen niederlaen- 
discen Volksbucher. Wien -1837. — In questa leggenda, Milone il cui 
amore ò stato respinto da Uliva, la addormenta con un narcotico. e 
chiude con essa in camera un carbonajo, indi corre da Ugo, che 
uccide il preteso adultero e vorrebbe uccider pure la moglie. Essa 
dichiara di sottomettersi a qualunque prova, che supera foiicemonte 
quantunque Milone la accusi di sortilegio. Indi si scopre la sua inno- 
cenza. — Un inganno consimile, ma ordito per cupidigia di regno 
contro la regina da un cognato, si trova nel Dramma Brettone di 
Santa Triffma. Ved. Souvestrk Les dcrniers brelons u, 94. 

(2) Ved. Reali di Francia libr. I. e. XLII; Come DusoUna partorì 
due figliuoli maschi e come la regina l'accusò d'adulterio ec, chiu- 
dendo in camera con lei un coppiere di nome Antonio, mentre essa 
era addormentata, ed andando a denunziare il fatto a Fioravantc 
che cerca invano di ucciderla perchè la spada non la ferisce. La 
madre, come Milone nella leggenda di sopra rammentata, dice; «Ella 
sa fare delle sette arti d' incantamenti, però non 1' hai potuto olfcn- 
derc ec. ». 



)( XII )( 

supporsi che il nome di Uliva fosse stato dato alla 
nostra eroina per le memorie che conservavansi di 
altre virtuose femmine di tal nome, innocenti com' essa 
e com' essa perseguitate, ma santificate poi dalla Chie- 
sa; e specialmente per pia rimembranza di quella Uliva 
Palermitana di cui le gesta vengono dagli Agiografi 
riferite ai tempi della dominazione musulmana in Si- 
cilia C) . 

Dissi che la favola che forma il contenuto così 
del Dramma come del Poemetto, parmi sia il contesto 
di vari elementi, di varie tradizioni insieme collegate 
dall' amore del meraviglioso e del romanzesco . E in- 
fatti in questa, come in quasi tutte le leggende popo- 
lari, specialmente degli ultimi tempi dell' età media, 
possono facilmente rinvenirsi cosparsi e commisti, vari 
episodj che si riscontrano in tante altre narrazioni 
gradite alle plebi. I limiti angusti di questa Prefazione, 
non mi consentono un minuto raffronto di ogni parte 
di questo Dramma con altri fatti contenuti in varie 
opere poetiche o prosaiche appartenenti alla letteratura 
popolare delle diverse parti di Europa; ma ripubblican- 
do oggi la presente quasi dimenticata Rappresentazione, 
non posso trattenermi dall' accennare alcune delle più 



(') Su di essa vedi Fazellds De rebus siculis 4. 8 p. 348., Mon- 
GiTORE Panormo sanctificata, e più specialmente Cajetani Vit. san- 
ctor. sicul. 2. 84. Quest'autore pone il fatto all'anno 915; la festa 
di S. Uliva si fa il 40 di Giugno. La storia di questa Santa è però 
detta dall'AsiAni St. Musulm. i, 520: « leggenda si assurda da non 
meritare esame » . 

Oltre questa Uliva si ricordan nel Martirologio Romano, una di 
Anagni (Vcd. i Bollandisti al 3 di giugno, non che Ferrahio Calai, 
sanct. Ital. e Razzi Vite di illustri donne ni, 105), ed un altra di 
Brescia, la cui festa viene ai 19 aprile (ved. Fekraui id.). 



)( XIII )( 

notevoli rassomiglianze Tra questa ed altre leggende 
del nostro o di altri paesi. 



Dappoiché, dunque, qui abbiamo diverse favole 
riunite in una sola, distinguo questo rapido lavoro di 
confronto in quattro punti, che sono essenziali nella 
presente Bafpresentazione; cioè \ .^ innamoramento del 
'padre e fuga della figlia, 2.» troncamento delle mani 
poi miracolosamente riappiccate ai moncherini, S.^ per- 
secuzione della matrigna e scambio fraudolente delle 
lettere, 4.» ricongiungimento in lontane regioni, della 
figlia col padre, della moglie fedele collo sposo . 

Il primo episodio si ritrova nella più gran parte di 
poemi novelle medievali che han qualche affinità di 
soggetto colla rimanente storia di santa Uliva; la prima 
persecuzione che soffre la giovane innocente le viene 
quasi in tutte, da chi dovrebbe proteggerla e guidarla 
sul retto sentiero. Un esempio di questo pervertito 
amore paterno, forse anche anteriore in tempo a quello 
raccontato nelle altre scritture di che diremo in breve, 
trovasi infatti nella vita di Santa Dinipna figliuola del 
Re d'ibernia C), la quale fugge per sottrarsi alle snatu- 
rate voglie del padre, ma ritrovata, vien da lui stesso 
privata del capo. Ma anziché finire così sollecitamente 
e così tragicamente, altre leggende che partono dallo 
stesso principio, pongono che la casta vergine si lolga 
allo sdegno del proprio genitore, fuggendo in strani 
paesi ove stia al sicuro dalla paterna vendetta. Di tal 
genere è appunto la novella della Bella Elena di Co- 

(•) Veci. Razzi Vite di illustri donne III, 43. 



)( XIV )( 

stantinopoli ('), le cui avventure sono raccontate come 
avvenute nel iv.° secolo, facendosi di questa innocente 
perseguitata, la madre appunto di Martino, santo ve- 
scovo di Tours nel ST^. Secondo questa Leggenda, 
che trovasi non solo in Francese e in Tedesco, ma in 
Olandese, in Danese, in Svedese e in Islandese f), An- 
tonio, imperatore di Costantinopoli e cognato di Papa 
Clemente, viene da questo chiamato in ajuto contro i 
Saraceni che han posto assedio intorno a Roma. Egli 
accorre, ponendo per condizione che il Pontefice gli 
accorderà ciò che ei desidera. Rotti gli assalitori, 
Antonio chiede in premio di poter sposare la propria 
figlia; il Pontefice trovasi fra il permettere un incesto 
e mancare alla fede data; ma un Angelo del cielo gli 
ordina di dar il proprio consenso, dappoiché Dio ha 
preso special cura della vergine pudica . La quale, 
air annunzio delle intenzioni paterne, corre al mare, e 
dopo esser stata a lungo ludibrio della fortuna, approda 
in Inghilterra, dove è veduta e amata e presa in con- 
sorte dal giovane re Enrico. Questo primo episodio è 
quasi identicamente raccontato negli antichi romanzi 
tedeschi del Conte Mai e di fìelaflor C), non che nel- 



(*) L' Histoire de la belle Hélène de Constantinople, mère de 
Saint Martin de Tours en Touraine et de saint Brice son frère. — 
Ved. su questa leggenda Nisard Histoire des livres pojmlaires II, 459. 
Secondo Graesse Die grosscn sagenkreise des Miltelalters, dalla 
lezione francese provenne la tedesca; mentre Goerres TetUschen 
Volksbiicher p. 137-45, tiene opinione contraria, facendo derivare 
la lezione tedesca dall'antica poesia di Hans von Biihel intorno ad 
una figlia del Re di Francia. 

(') Graesse op. cit. p. 286. 

(') Graesse op. cit. p. 285. 



)( XV )( 

Tallio della figlia del Re di lìeuss composto da Gio- 
vanni Enenkcl nel secolo decimoterzo (*). 

Ma a compimento di questo primo episodio dell'in- 
namoramento del padre e della fuga della figlia, manca 
non nella nostra Raf presentazione, ma in alcune altre 
leggende consimili di che diremo in appresso, l'altro 
fatto che costituisce la parte veramente meravigliosa, 
cioè il volontario troncamento delle mani, allo scopo 
di punire quasi quel membro della propria persona che 
ebbe maggiormente attizzate le voglie perverse del ge- 
nitore f ). E forse, le scritture che hanno questo secondo 
episodio, e che appartengono al primo periodo di for- 
mazione del presente romanzesco racconto, hanno in- 
trecciato coir innamoramento quel fatto prodigioso di 
mani tagliate e riappiccate, di cui si fa cenno in una 
Leggenda registrata nell'antico libro dei Miracoli della 
Madonna f ); leggenda che in Italia ha dato origine 
alla Rappresentazione di Stella, la quale colla Uliva ha 
comune ancora, oltre il troncamento delle mani, il 
cambio delle lettere, benché operati ambedue non 



(*) Ved. VoN DER Hagen Gesammtabenteuer, II, 590. — Nel MS. di 
S. GenoviefFa contenente una gran raccolta di Misteri trovasi anche 
questo: De la fllle d'un roy qui se parti d'avec son pére pour ce que 
il la vouloit espouser, et laissa habit de femme ec. — Ved. Jubinal 
Mystèrcs ine'dits. I. pag. XXVIII. 

L'innamoramento del padre si trova anche nel Cunto de li cunte 
tornata II, Trattenimento 7.", e nello Strapparol.a i. 4. 

(*) E delle belle se ne trova assai 

Ma non hanno le man come tu hai. — Rappres. p. 6. 

(') Li Miracoli della Madonna, testo di lingua. (Urbino, Rondini 
ISiio). Il cap. X,'^ovc si contiene tal leggenda comincia: « Si legge 
in una certa cronica che nel tempo nel quale fu traslatato il Romano 
Imperio al Re di Francia, regnava un Imperatore ec. ». 



)( XVI )( 

dall'astio di una suocera, ma da quello di una matri- 
gna ('). 

Nella Bella Elena invece non ha luogo a questo 
punto il taglio volontario della mano; solo più tardi, 
quando essa è costretta a lasciare i regni dello sposo, 
il cavaliero che la salva dalla morte ponendola in ma- 
re, le taglia un braccio, non si sa per qual precisa 
ragione, se non forse per quella di render in seguito 
possibile un prodigio. 

La persecuzione della suocera, e la sostituzione di 
lettere, colle quali vuoisi far credere allo sposo lonta- 
no, che la moglie abbia a lui partorito un mostro e 
non un figlio, sicché l' innocente madre per lettere 
nuovamente falsificate vien condannata al fuoco; sono 
episodj che si trovano non solo nella Bella Elena, ma 
anche in molte altre leggende antiche f). E invero un 

(*) Inoltre la Fappresentazione di Stella e la nostra, hanno an- 
cora alcuni versi simili. Per es; 

Per fuggire ozio, con ciò che li piaccia. 
Diletto padre, io vorrei far partenza, 
Con certi cortigiani gire a caccia, 
Uomini astuti in ciascuna scienza .... 
La grazia (?^ all'età tua par si confaccia 
Figliuolo, abbi da me piena licenza — 
E altrove: 

Stale un po' saldi: io sento un mormorio 
D'una voce languir che pare umana, 
Approssimiamci col nome di Dio ec. 
Ved. Rappres. di Stella in Giudici St. del teat. in Ital. p. 322-3. 
e conf. colla nostra Rappresentaz. p. 18-19. — Da queste identità 
dei due Drammi, i più belli forse del nostro antico teatro, si potrebbe 
argomentare che essi appartengano allo stesso autore. 

(*) La sostituzione fatta dalla suocera dei cani ai figli, si trova anche 
nel Dolopathos iCdiz. elzeviriana di Janet p. 317). Ved. anche nel Th. 
fratiQ. au moyen-age il Miracle intitol. : « Du Roi Thierry à qui sa 
mère fist entendant que Osanne sa femmc avoit eu ni chiens et elle 



)( XVII )( 

racconto quasi identico, dui parto sino alla pietosa 
disubbidienza del cortigiano che fa fuggire celatarnente 
la Regina anziché ucciderla, trovasi anche nel Romanzo 
fiammingo del Ciclo di Goffredo di Buglione, avente 
per titolo il Cavalier del Cigno (*); ed è similmente 
riprodotto nell'antico poemetto italiano della Begina 
Stella e Mattabruna 0, il quale sebbene porti un titolo 
quasi identico a quello della Rappresentazione di sopra 
rammentata col nome appunto di Stella, non pertanto 

avoit eu III filz dont il la condampna à mort, et ceulx qui la doient 
pugnir la mirent en mer, et depuis trouva le roy ses enfans et sa 
femme » .— Piìi tardi si trovano vestigia di questa tradizione nelle 
Notti dello Strapparola IV, 3 (nella vers. frane, di Larivey; Lanrelot 
roy de Provins, espousa la fille d'un boulanger, de la quelle il eut 
trois enfans masles, qui estans persecutez par la mère du roy, fina- 
lement par le moyen d'une eau, d'une pomme et d'un oiseau, ils vin- 
drent en la cognoissance du pére): e nella Fiaba di Carlo Gozzi: Y Au- 
gellino Belverde; vedi aUo 1 ." se. 4 .» ove Brighella poeta ed indovino 
dice: « me par de veder ancora l'azion negra de metter in tela cuna, 
in cambio dei do Zemelli, do cagnotti mufferle, cbe aveva partorido 
la Masclierina de corte, scrivendo pò al Re quelle relazion, quelle 
accuse e quelle iniquità che ha causa tanti ordeni tragici, i quali 
sarà contai soto el camin, come fiabe ». 

(1) Le Chevalier au Cagne et Godefroid de Bouillon pubi, par le 
Bar. de Reiffenberg. Brux. 1846. — Vedi un analisi di questo poema 
in Hisl. Littérairede la France XXII, 389. Questa parte della leg- 
genda del Cavalier del Cigno viene anche riferita nell' antico libro 
spagnuolo la Gran conquista de Ultramar. Ved. Puymaigre Les vieux 
auteurs castillans I, 400. 

(2) Historia della Regina Stella e Mattabruna. Il Libri {Cat. -1847) 
ne registra due edizioni (p. -177), una verso il 1330 l'altra del 1622. 
Questo poemetto, che forma parte pur esso delle Storie popolari, 
sarà forse da noi in seguito pubblicato nella presente Collezione. 
Il titolo della edizione (Lucca Berlini 1829) che è in mie mani, è 
siffatto: Istoria della Regina Stella e Mattabruna, dove leggeììdo sen- 
tirete come furono mandati i figliuoli ad annegare e dopo fu messa 
prigione e condannata a morte per false accuse, e fu liberata dai 
suoi figliuoli, con la morte di un brigante. 



)( XVIII )( 

più che alla tradizione la quale ha dato origine al 
dramma, si attiene in alcuni particolari all'altra del 
poema sui progenitori del duce dei Crociati ('). 

Dal momento che la infelice, in cui vece è stato 
bruciato un fantoccio vestito dei suoi panni (^), la- 
scia, secondo la lezione francese deW Elena il regno 
di Enrico di Inghilterra, secondo la tedesca di Enenkel 
quello del sire di Grecia, secondo l'antico poema 
inglese di Emaré il paese di Galles, e variamente 
nelle altre leggende; da questo momento, le diver- 
genze fra la Bella Elena e la Uliva si fanno maggiori, 
sino alla comune conclusione del riunirsi insieme i 
due conjugi. Infatti nel romanzo francese la ramminga 
si addormenta, ed i figli le vengono rapiti da un lupo 
e da un leone, ma poi sono strappati loro dalle unghie 
per opera di un Romito che, mésso dalla Prowidenza, 
prende ad educarli (^), finché più tardi Elena li ritrovi 
già cresciuti, e V un d' essi arcivescovo e santo. 

(') Infatti nella Rappresentazione di Stella la persecuzione muove 
dalla matrigna: ma nel Poema di Stella e Mattabruna muove dalla 
suocera, come nel Cavalier del Cigno e come qui nella Uliva. 
Invece, nel racconto quasi identico alla nostra Leggenda che tro- 
vasi in Matteo Paris [Histor. maior. 565), è sempre il padre 
implacabile che perseguita la figlia, falsificando le lettere che vanno 
al genero . Ved. artic. di W. Mceller die Sage vom Schivatiritter 
nella Germania di Pfeiffer I. 431. Confr. anche colla Nov. IV. notte 

I.» dello SlRAPPAROLA. 

(*) Nella Bella Elena invece una damigella d' onore della Regina 
è effettivamente bruciata in suo luogo, rivestendo gli abiti della 
sua signora. Vcd. Nisard. p. 461. 

(») Il rapimento dei figli fatto da belve, e la loro salvazione per 
opera di un Romito, trovansi anche nella Storia della Regina Stella 
e Mattabruna. Nella storia di Dusolina [Reali di Francia II. 44) i figli 
le sono tolti uno da un leone, l'altro da un ladro. Nella Genevieffa di 
Brabante invece, allorché per vendetta del cortigiano Colo, la misera 
viene abbandonata nel bosco, una capra nutre lei ed il fanciullo, 
finché vengano ritrovati da Sigcfredo. Ved. Nisard. op. cit. p. 472. 



)( XIX )( 

D;i questo scioglimento si allontana, coni(; si vedrà, 
in alcuni particolari, quello della nostra Rappresenta- 
zione. Prima di esporre in che cosa tali differenze 
consistano, diciamo come e dove la nostra Leggenda, 
che già versoi primi tempi del secolo xii.» aveva ormai 
sufficienti elementi per attrarre l' attenzione e la sim- 
patia delle plebi, venisse a ricevere una forma più 
compiuta. 

Una prima elaborazione artistica di questa leggen- 
da, già cosi ricca di fatti, fu operata da un Troverò 
di nome Filippo di Reim, che intitolò l'opera sua Ro- 
man de la Mannekine {'), appunto perchè due volte 
avviene nel corso del poema che a Gioja figlia del Re 
d' Ungheria e sposa del Re di Scozia, si sostituisca sul 
roso che dovrebbe abbruciarla, un fantoccio. Filippo 
di Reim che visse, non come vorrebbe il De la Rue 
nel duodecimo secolo, ma come posero in sodo gli 

(*) Di questo romanzo furono prima pubblicati dei brani nel 
Théatre franQ. au moijen-dge p. 542, e fu poi stampato per intero dal 
sig. Francisque Michel (Paris 1840). -Sul contenuto della Manne/cine 
che, come vedremo, è quasi del tutto identico a quello della nostra 
Rappresentasione, ecco il giudizio portato dal sig. Littrè nella Hist. 
Littér. de la Franco xxii. 867: « Ce roman bien que déduit avec une 
simplicité peu habile, excite néammoins chez le lecteur, un certain 
intérét. La pérsecution immérité d'un étre faible a toujours quelque 
chose de caplivant: et si nos aieux n' ont su le plus souvent dérober 
la victime 9UX complots qui l'assiègent, qu' en faisant intervenir 
continuellement les puissances surnaturelles, le fond reste et va 
toucher une fibre qui est encore celle que nos romanciers modernes, 
avec plus d'art et d' expèrience, essayent de toucher. Ajoutons que 
l'intérét de la situation principale est accru par le caractère vrai- 
ment morale que Philippe de Reim a donne à sa composition. On 
a là une benne expression des sentiments de pureté et de résigna- 
tion que le catholicismc inspirait naturellement en ,sa pleine splen- 
deur au moyen-àge » . 



eruditi scrittori della Storia Letteraria di Francia, al 
principio del xiii.° ('), si scusa in sul cominciar del 
poema, della propria insufficienza, e protesta che 
inesperto a comporre in rima, seguirà puntualmente 
un testo anteriore che tiene dinnanzi (-) . Nonostante 
questa allegata servilità, da Filippo sono messe in 
maGfOfior luce alcune circostanze di fatto, che col prò- 
cedere dei tempi era certo necessario più ampiamente 
spiegare agli ascoltanti, e che collegandosi colla azione 
principale, la rendono meno ardua a comprendersi 
nelle sue remote ragioni. Perciò egli accenna, ciò che 
altri autori non han creduto dover chiarire, come il 
giuramento fatto fare dalla morente regina al proprio 
marito, di non prender cioè nuova moglie se non nel 
caso che a lei assomigliasse, provenisse dal desiderio 
che alla morte del Re, potesse regnare la propria fi- 
glia f). A questa promessa il Re vorrebbe mantenersi 
fedele; ma i suoi Baroni lo circonvengono e quasi lo 
obbligano a scegliersi una nuova compagna; e poiché 
riescono vane le ricerche fatte per rinvenir una donna 
pari in bellezza e virtù alla defunta, essi stessi, pro- 
pongono al Principe di torre in sposa la propria 
creatura. Dapprima egli repugna: 

Saciés pour rieri ne le feroie: 



(») Hist. Littér. de la France xxii. 782. 

(«) Car molt petit sai de ciergie 

Ne onques mais rime ne fis . . , 
Aier rn' en voeil la droite voie 
Ainsi corame je truis du conte 
Qui ainsi me retrait et conte — . 

(») Et se li prince et li contour 

De ce pais, ne voelent mie 
Que li roialmes de Hongrie 
Demeurt à ma fille après vous . 



)( XXI )( 

ma vedendo poi Gioja e ammirando la sua venustà, 
ripensa alla proposta dei Baroni; e dopo un lungo 
combattimento che il poeta fa fare nell' animo del Re, 
dalla Ragione per un lato e per l' altro dall' Amore, e 
finisce col dichiarare i propri voleri alla figlia repu- 
gnante. Con questi antecedenti, con queste dubbiezze 
e questo lento e ragionato lavorio di corruzione del- 
l'amor paterno, di cui disgraziatamente non ha saputo 
tener conto V autore della nostra Ram^resentazione, si 
salva almeno in parte la morale e la dignità umana, 
troppo offese nei racconti ove siffatti particolari non 
vennero introdotti. 

Il Romanzo della Mmmekine par che facesse for- 
tuna; e di lì a qualche tempo venne infatti accomo- 
dato per la scena. Come è naturale, il Mistero segue 
in tutto il poema del Troverò, al modo stesso che 
Filippo aveva esemplato quell'antico testo anteriore, 
di cui non si ha più alcuna traccia o memoria (^). 
Anche nel Mistero adunque, abbiamo un Re d' Inghil- 



(1) Che il Miracolo sia posteriore, lo dice il sig. Michel (Théatre 
frariQ. 550). E se tale opinione non fosse confortata dal sapere l'età 
precisa in cui poetò Filippo, e quella in cui ebber nascimento i Mi- 
steri drammatici, si potrebbe anche dedurre da questo che il Mira- 
colo porta per titolo: Comment la fllle du roy de Hongrie se copa 
la main patir ce que son pére la vouloit espouser, et un esturgon la 
garda VII Ans en sa mulete (Th. Frang. 481). Ora di questo sto- 
rione non si parla punto nel Miracolo, mentre invece nel Poema 

si narra che 

Englouti sa main i poissons 

Qui est apelés esturjons. 
Il compositore del dramma parlava ad un pubblico che già cono- 
sceva il fatto, e bastavagli perciò accennarne le varie parti senza 
tutte rappresentarle sulla scena. 



)( XXII )( 

terra, consigliato dai baroni a sposar la figlia ('); un 
concilio di Cardinali, che pesate le ragioni del fatto, 
autorizzano il Papa a mandar una bolla di consenso 
all' incesto ('); e le mani tagliate e gettate nel fiume; 
e la condanna a morte colla solita sostituzione, fatta 
da un pietoso cavaliere, di un fantoccio alla giovane 
principessa ; e l' approdo alle rive di Scozia; e l' inna- 
moramento del Re, e il partir suo dopo lo sposalizio 
per una giostra in Francia; e le arti perfide della suo- 
cera; finché, nuovamente gettata in mare, l'innocente 
donzella, in una scena a cui prendon parte visibilmente 
Dio, la Vergine Maria e gli Angeli, vien condotta a 
Roma, e raccettata in casa di un Senatore. H Re di 
Scozia tornato dalla giostra, scuopre l' inganno, auda- 
cemente confessato dalla madre (') , eh' ei condanna 

(•) Sono curiose le argomentazioni della figlia per distogliere il 
padre dallo sposarla: 

.... Si fault que j" assemblo 

Avec vous quant serons ensemble, 

Comment arez char si osée • 

Que de vous je soie adesée [avvirinata) 

Corame il est de commun usage 

Ès assemblez en mariage? 
(*) Ecco le ragioni addotte da un Cardinale in favore del Re: 

Il n' est pas personne commune, 

En tante corame il est roy; e' est une; 

Ains est un homme singulier .... 

Je tien qu' il duit bien c'on li face 

Plus qua homme d' autre estat, grace; 

Et vous, qu' en dites? 
(•) Certes, mentir n'en deigneray: 

La verité vous en diray. 

J'avoje grant dueil qu'aviez pris 

Une femme de si bas pris 

Que ce n'estoit que une avolée 

Con ne savoit dont cstoit née, 
Que la mer cy jctl(5c avoit etc. 



)( XXIII )( 

a perpetua prigionia; ma sentendo che il Prevosto 
aveva procurata la fuga della Regina anziché bruttarsi 
le mani nel di lei sangue, delibera andar pel mondo a 
cercare la diletta sposa, cominciando il pellegrinaggio 
con una visita al sepolcro di S. Pietro, per implorarne 
ajuto. La sorte vuole, o per dir meglio torna utile al 
Poeta, che il Re di Scozia scenda a Roma in casa del 
senatore; e mentre ei discorre colla moglie di lui, so- 
prav\'iene un bambino il quale va giuocando con un 
anello, che il Re riconosce esser lo stesso con cui egli 
giurò fede alla perduta consorte. Essa, che si era chiusa 
in camera temendo non fosse ancor spenta l'ira ma- 
ritale ('), vien riabbracciata con effusione dal marito. In 
questo mezzo, il Re di Ungheria, tormentato dai rimorsi 
del meditato incesto, pensa di far il viaggio di Roma 
per purgarsi dei peccati; e nella chiesa di S. Pietro 
viene riconosciuto dalla figlia, mentre nel giorno del 
giovedì santo assistono entrambi alla lavanda papale. 
Un chierico frattanto, che era andato per ordine del 
Pontefice ad attingere acqua per la benedizione, rife- 
risce che dal ruscello un moncherino miracoloso è 
voluto ad onta di ogni suo sforzo in contrario, entrar 
nella secchia. È, come ognun comprende, la mano che 
Giqja si era tagliata per sfuggire alle lusinghe paterne, 
e che, riaccostata al braccio, prodigiosamente vi si 
ricongiunge; sicché essa, felice e restituita alle regie 

(*) Se le roy me treuve, j' aray 

Honte du corps, j' en ay gran doubte. 

Miex vault qu' en ma chambre me boute 

Et là me tiengne tonte coye, 

Que ce qu' il me treuve ne voye. 
Meglio di niojn, la nostra Uliva aspella e prepara il momento di, 
esser riunita al marito. Ved. p. 88 e seg. 



)( XXIV )( 

pompe, possa dire con donnesca baldanza, ma forse 
non con tutta quella modestia e rassegnazione addi- 
mostrata per lo innanzi: 

le servoie comme meschine, 
On me servirà con royne. 
11 Dramma, per mantenere il carattere religioso che 
si affa bene col titolo di Miracolo che porta in fronte, 
finisce con un Salmo cantato dal Papa, e a cui certa- 
mente avran tenuto bordone gli spettatori. 

Sotto la penna degli autori italiani, le Leggende mi- 
racolose il più delle volte, spogliandosi della loro indole 
sopranaturale, diventano niente più che Novelle da 
raccontarsi fra le brigate per intrattenerle nella nar- 
razione di fatti straordinarj e di a\Tenturose vicende. 
Potrei citare qui molti esempi di queste trasformazioni, 
per le quali si potrebbe arguire che la cultura gene- 
rale si trovasse allora fra noi in una condizione più 
inoltrata, e che certe classi del popol nostro, nel com- 
plesso almeno, fossero perciò meno creduli che in altre 
parti d'Europa. Basti l'accennar qui il fatto, e addurne 
intanto una prova per ciò solo che riguarda il soggetto 
che abbiam fra mano. E prova sarà la Novella !.-'' del- 
la X.^ giornata del Pecorone, scritto, come è noto, da 
Ser Giovanni Fiorentino nel 1378. In questa narrazione 
sparisce l'innamoramento incestuoso; Dionisia figlia 
del re di Francia fugge dal tetto paterno non per altra 
ragione che per non andar sposa ad un vecchio di set- 
tanta anni; fugge via, non abbandonandosi aUa mercè 
della Provvidenza, ma recando seco, per ogni evento 
possibile, una buona provvista di pietre preziose che 
erano state della madre. Giunta in Inghilterra, e dimo- 
rata qualche tempo in un convento, vien veduta e spo- 



)( XXV )( 

sata dal Re. 11 quale, dovendo andar a guerreggiare in 
isola lontana, la lascia gravida, succedendo poi quel che 
già ci é noto. Allora la calunniata di nuovo sen fugge, 
ma pagando riccamente il noleggio ad un marinajo, 
senza che abbiano a intervenire potenze oltraterrene per 
farla arrivare a salvamento. Sbarca quindi a Genova, 
dove « vendendo alcune gioje . . . tolse due balie e due 
cameriere, e di quindi si trasferì a Roma, dove fece alle- 
vare i due suoi lìgliuoli assai diligentemente ». Questi 
fanciulli crebbero e, usando in corte del Papa, siffat- 
tamente gli piacquero che « gli amava grandemente e 
dava loro grossa provvisione, tanto che eglino pote- 
vano tenere servi e cavalli e bella vita ». In questo 
tempo il Pontefice ordina la crociata, e accorrono a 
Roma i Re di Francia e d'Inghilterra. Alla loro ve- 
nuta, Dionisia manifesta al Papa ciò che gli aveva 
sempre tenuto segreto, il proprio nome cioè e le pro- 
prie vicende; e senza che mani o braccia tronche si 
abbiano per miracolo a riattacare, il Pontellce procura 
il riconoscimento e la pace dei congiunti, stati sino 
allora in balìa della mala fortuna. Così un avvenimento 
miracoloso e soprannaturale, vien ridotto dal Novellista 
ad esser soltanto un avvenimento strano e fuor del- 
l'usato, ma non però affatto, secondo la condizione 
dei tempi, improbabile ('). 

(*) La trasformazione della Leggenda in Novella si ha anche in fran- 
cese nel Romanzo in versi di Alart Peschotte: La Comlesse d'Anjou, 
scritto En l'an de l' incarnacion Mil. me. et iii fois qnatre. Ecco come 
ne dà conto il sig. Paulin Paris {Les Ms. Frangois V. 42): « L'iieroìne 
dont on ne dit pas méme le nom pcrsonnel, étoit fille du Comte 
d'Anjou; une fois en jouant avec elle aux échccs, le pére en devint 
amoureux. Pour eviter le déshonneur qui niena<;oit la famiile, la 
Jcune fìlle quitta furtivemcnt la maison paternelle. erra longtomps 



)( XXVI )( 

Verso lo stesso tempo in cui Ser Giovanni dettava le 
sue novelle in Italia, viveva in Inghilterra un poeta, 
profondo conoscitore della letteratura continentale, e 
specialmente della Italiana, Goffredo Chaucer, amico 
di Petrarca e imitatore di Boccaccio . E anche egli, 
col titolo di Man of law's Tale, introdusse fra i Rac- 
conti canterburiensi, una Leggenda in cui si trovan 
gran parte dei fatti che formano oggetto delle presenti 
ricerche. Costanza figlia dell' Imperatore di Roma, 
maritata dal padre ad un sultano che per lei si con- 
verte alla fede, quando la suocera, tenace musulmana, 
fa uccidere il figlio apostata, è gettata in una nave, ed 
approda dopo lungo viaggio in Inghiherra, albergando, 
come Uliva presso il Re di Brettagna, presso il Governa- 
tore di una provincia, al quale fa abbracciar le credenze 
cristiane. Qui, avendo respinto al modo stesso che fa 
Uliva, le istanze di un Barone, vien da lui calunniala 
di uccisione della moglie del suo protettore e condan- 

comme une malheureuse: enfin le corate de Bourges rendant hom- 
mage à sa beauté et à ses aimables qualités, la choisit pour épouse. 
Pendant un voyage quo le corate fui contraint de faire, elle devint 
mère d' un fils: raais la comtes.«e de Charfres furièuse de la raèsal- 
liance du corate de Bourges son neveu, donne ordre au chAtelain 
de Lorris de précipiter dans un puits la jeune et belle comtesse et 
son enfant. Le chàtelain ne peut se résoudre à obéir; il épargne 
lesjours de la mère et lui donne les moyens de s'éloigner. Le corate 
revient, découvre la trahison, cherche en tous lieux sa ferame, la 
retrouve: et cependant, corame le corate d' Anjou avoit evpiré de 
honte après le depart de sa fille, et que son frère héritier de la terre, 
venoit lui-mémc de mourir, la coratesse de Bourges avoue le secret 
de sa naissance à l'évéque d'Orléans, et dote de la corate d'Anjou 
l'époux, qui avoit, en l'épousant cru prendre une infortunée sans 
naissance et sans fortune. La comtesse de Chartres est brulée vive 
en punilion de son crime, et les deu\ f'-pouv vivent enfin hcureux, 
jiimés de leurs vassaux, cntourés de norabrcux enfanls ». 



)( XXVII )( 

naia a morto; se non che essa ne scampa per miracolo 
provvidenziale, rimanendo, al solo toccare degli Evan- 
geli, colpito di morte il cavaliere che la accusa; il 
qual prodigio fa si che Costanza compia una terza 
conversione, quella cioè di Allah re del paese, di cui 
divien sposa; continuandosi la narrazione dei fatti di 
questa Costanza (') presso a poco come si svolgono 
quelli di Uliva, e delle altre eroine che le assomigliano. 
Vi ha chi dice aver preso Chaucer il suo argomento 
dal Pecorone f ); ma V avervi egli introdotto quell' ele- 
mento sopranaturale che in Ser Giovanni è del tutto 
eliminato, mi fa concorrere nella opinione di coloro, 
che stimano aver egli invece attinto, come anche 
Gower (^) che ha una narrazione pressoché identica, 
ad ahra ed indigena sorgente, cioè al poema inglese di 
Emaré. In questo poema che, a sua volta, è tratto da 
un antico Lai brettone, ora andato perduto (*), Emaré 
sfuggendo alle insidie del padre, approda nel paese di 
Galles, ed è sposata dal signore di questa provincia, 
con svolgimenti successivi identici a quelli delle altre 
leggende sopracitate, salvo che il marito si riunisce 
colla sposa, riconoscendo a non so quali indizj il figlio 
che gli serve da coppiere. 

(») Ved. Sandras Étude sur Chaucer (Paris, Durand, 4869); p. 
203-14. 

(*) Dhnlop Gesch. der Prosadichtungen ubers. von Liebrecht. p. 265. 

(') Confessio amantis i. 38. 

(*) Da quel poco che si sa della vita di Filippo di Reim si po- 
trebbe arguire ch'egli dimorasse alle corti dei Re Normanni d'In- 
ghilterra. Quindi se il suo testo non fosse stato la Emaré, potrebbe 
esser stato qualche altra parafrasi del Lai brettone; e perciò in que- 
sto, come in quasi tutti gli altri casi di poemi romanzeschi, si fini- 
rebbe col trovar le prime origini in una ballala popolare. 



)( XXVIII )( 

Qui la versione inglese e V altra del Miracolo Fran- 
cese si approssimano a- quella dell'Uliva, benché non 
vi aderiscano interamente, poiché la nostra Rappresen- 
tazione si allontana da queste e dalle altre narrazioni 
consimili nei particolari appunto del riconoscimento. E 
probabilmente, mentre nel resto del racconto, 1' autore 
ignoto del Dramma italiano, ha accozzato da varie parti 
e fedelmente esemplato le diverse narrazioni di che 
aveva notizia; a questo punto invece, s' io mal non mi 
appongo, egli ha creato di sua testa. Forse, nel de- 
scrivere la scena pietosa del fanciullo che due volte 
torna dal padre a protestarsi suo figlio, il nostro ano- 
nimo ricordava queir a\Tentura raccontata nei Reali 
di Francia, quando Orlando si fa riconoscere presso 
Sutri, dallo zio Imperatore. Ma qual differenza fra 
r un racconto e l'altro! quanta maggior delicatezza, 
quanto più sentimento, nel nostro autore! ^eì Reali di 
Francia, la madre invano trattiene il figlio balioso, che 
il primo di si accapiglia con altri accattoni iti per le- 
mosina al campo di Carlo Magno, il secondo dì toglie 
un piatto di carne dalla mensa e dinnanzi gli occhi 
dell'imperatore; e cosi seguita, sino a prendere inso- 
lentemente per la barba e squassar forte il capo del 
sire dei Franchi. Qui invece, nella nostra Rappresenta- 
zione, anzi che dir come Berta, timorosa ancora del- 
l' ira fraterna, « Figliuol mio, non andar più a quella 
Corte, io temo che quel Carlo non ti faccia male (') »; 
Uliva dopo aver devotamente pregato Dio: 

Fa' ch'io ritorni in grazia del mio sposo, 
Deh fallo, Signor mio giusto e pietoso; 

(•) Reali di Francia vi. cap. 52. 



)( XXIX )( 

ammaestra essa stessa il fanciullo che non vede l'ora 
di riunire insieme i suoi genitori, e che alla corto si 
presenta non a rubare, non a far atti maneschi, ma 
modesto, amabile, e col nome più dolce e più santo 
sulla labbra: 

Voi, siete voi mio padre, io dico a voi. 
Questa scena che, se mi soccorre bene la memoria, 
è d' invenzione dell' anonimo Festajuolo, ogmm potrà 
apprezzarla per quel che vale, leggendola; e basterà a 
far vedere che chi scrisse questo Dramma, aveva cuore 
e fantasia di poeta. 

Le altri parti che pur mi pajono di invenzione, sono 
quella scena semibuffonesca di Ser Mariotto prete, a 
cui le cose belle piaccion pure a vederle in ogni lato; e 
l'altra assolutamente buffonesca, ma a cui certo non 
si richiedeva molta facoltà creatrice, dell' osteria, e del 
successivo battibecco fra moglie e marito. Nel rima- 
nente, il festajuolo a cui devesi questa ricca Rappre- 
sentazione, ha seguito le memorie tradizionali del suo 
soggetto; e poiché il teatro non era ancora uscito dal- 
l'orma antica né aveva in tutto spogliato il carattere 
sacro e l'indole jeratica, e poiché inoltre la tradizione 
del fatto medesimo gliel concedeva; noi vediamo ri- 
comparire in essa quell'elemento sovranaturale in cui 
l'ultimo popolo, a cui eran destinate più specialmente 
queste feste, aveva ancor fede; mentre forse i più culli 
lettori del Decamerone e del Pecorone non vi presta- 
vano ormai più credenza alcuna. 

Detto cosi con la maggior possibile brevità, ciò che 
mi è parso notevole ad osservarsi circa il contenuto di 
questa Rappresentazione di Santa Uliva, passo a dire 
qualche parola dei sussidj che dallo studio di essa pos- 



)( XXX )( 

son trarsi alla retta cognizione dell'antico nostro tea- 
tro, e specialmente a quella dell'assetto scenico dei 
tempi. 

La presente Rappresentazione, come può arguirsi dalle 
stampe di essa, che datano dalla seconda metà del se- 
colo XVI. 0, appartiene evidentemente agli ultimi tempi 
di questo genere drammatico, quando già esso si era 
quasi al tutto spogliato della rozzezza e povertà primi- 
tiva; onde a ragione l' Emiliani-Giudici volle coli' ana- 
lisi della Santa Uliva dar esempio dell'antico dramma 
italiano in tutta la sua magnificenza (') . 

Sul principio, una rozza tavola che si ergesse al di 
sopra del suolo, e più spesso sul pavimento" delle Chie- 
se, bastava all' uopo della rappresentazione, senza 
pause, senza intermezzi, senza decorazioni; tanto più 
che allora riproducendosi sulla scena le sacre leg- 
gende soltanto, e queste essendo ben note al popolo 
nei loro particolari, si poteva far a meno di tutta quella 
parte esteriore, la quale ajuta potentemente alla intel- 
ligenza di un Dramma di cui non sappiasi l' argomen- 
to. Ma coir andar del tempo, divenendo le Rappresen- 
tazioni più che un atto di devozione, un divertimento 
popolare, vi posero le mani gli artisti, e le perfezio- 
narono. Si usci allora, se non sempre, almeno assai 
spesso, dalle Chiese, ove gli altari e le colonne dove- 
vano naturalmente restringere l'ampiezza necessaria 
alla scena, ed impacciar il movimento di tante genti 
quante in quei tempi avevan parte nel dramma. E in- 
fatti, mentre le Rappresentazioni che ricorrevano nelle 

(') Giudici. St. del Teat. in II. cap. vi. p. SO'J. 



)( XXXI )( 

feste dei Santi e che facevan parte in certo modo della 
Liturgia, rimasero nel tempio, o si tramutarono sol- 
tanto alle spaziose sale dei conventi; quelle invece 
che, pur ritenendo in parte la primitiva veste religiosa^ 
costituivano più eh' altro un divertimento del popolo 
minuto, uscirono fuori, all' aria aperta, sui sagrati 
delle chiese dapprima, poi sui ponti e sulle piazze. Gli 
artisti poterono cosi lavorare con maggior libertà; e 
già sino dal 1303 sul ponte a S. Friano rappresenlavasi 
quello spettacolo dell' Inferno, forse più mimico che 
drammatico e parlato, descrittoci dal Villani, e che fu 
diretto da Cello e da Buffalmacco ('). E sempre via via 
pei tempi seguenti, gli artisti fiorentini non cessarono 
più di meschiarsi nelle Rappresentazioni, facendole ric- 
che, al pari degli altri spettacoli cittadineschi, di begli 
ornamenti e di complicali meccanismi, come si legge 
nelle vite vasariane del Cecca e del Brunellesco (') . 

La nostra Rappresentazione appartenendo, come ci 
par incontrastabile, a questi ultimi tempi del Dramma 
cristiano popolare , dovè esser molto probabilmente 
messa in scena piuttosto che in una Chiesa, in qualche 
sala su qualche teatro posticcio f ) . Vero è che an- 
cora nel secolo xvi.° usavansi far queste feste tra mezzo 

(') Ved. Palermo. / Manoscritti Palatini di Firenze ii. p. 335. 

(*) li Vasari descrive a lungo quei meccanismi perchè a' suoi 
tempi ogni cosa è andata a male, e gli uomini spenti che ne sapeano 
ragionare per esperienze (Vit. Brunell.). 

(*) Che il Teatro fosse posticcio e non stabile, cioè me.sso su 
soltanto per l'occasione, si potrebbe ricavarlo anche da quanto si 
legge qui a pag. 33: « e perchè non avendo voi il palco non potresti 
far questa finzione che bene stessi ec. » E anche altrove, benché si 
debba supporre che questa Rappresentazione si facesse con una 
grande ricchezza di apparati/, l'autore si lagna che non si possie- 
dano tutti i mezzi necessari: vedi p. 57. 72. 81. -lOQ. 



)( XXXII )( 

alle sacre navate del tempio (') : ma l' abbruciamenlo 
avs'eniito nel i^Tl della Chiesa di S. Spirito quando 
rappresentavasi la discesa dello Spirito Santo sugli 
Apostoli 0, rallentò forse l'antico costume; e il Dram- 
ma, specialmente quando vi fossero razzi e fuochi la- 
vorati e mohiplicità d'intermezzi spettacolosi e ingom- 
bro di personaggi, dovè naturalmente andare a cercare 
luoghi più spaziosi e più comodi, dove gli ascoltatori 
potessero star senza timore, e le mura delle basiliche 
monumentali fosser senza pericolo d' incendio . 

Ma se la notizia del luogo ove fu messa in scena la 
nostra Rappresentazione non ci vien porta nelle stampe 
antiche di essa, né, eh' io sappia, nei ricordi contem- 
poranei, questo difetto viene largamente ricomprato 
dalle indicazioni sceniche che in gran copia, e più che 

(•) Ved. Palermo, Op. cit. p. 439. 

(*) «Arrivò questo principe (il Duca Giov. Galeazzo), alla città 
a' 13 di marzo, con cui volendo pure i Signori in nome del pub- 
blico fare ogni sorte di complimento, fecero rappresentare tre spet- 
tacoli sacri per trovarsi in tempo di quaresima, che per- lartificio 
ingegnosissimo delle cose che vi intervennero, riempierono di somma 
ammirazione gli animi dei Lombardi. In S. Felice, l'Annunziazione 
della Vergine, nel Carmine, l'Ascensione di Cristo al cielo, in S. 
Spirito quando egli manda lo Spirito Santo agli Apostoli. Ma come 
suole il più delle volte avvenire, che col fine delle allegrezze vada 
sempre congiunto qualche principio di amaritudine, la notte che 
segui a questa ultima rappresentazione, si appiccò il fuoco nella già 
detta Chiesa di Santo Spirito, che tutta arse senza cosa alcuna ri- 
manervi, salvo che un Crocifisso. Il che nondimeno fu cagione che 
molto più bella, come oggi vediamo, si rifacesse» Ammirato Storio 
Fiorentine lib. xxui. - E il Macimaveili Storie Fiorent. lib. vii: «E 
perchè si fecero molti spettacoli per onorarlo, intra i quali nel tempio 
di S. Spirito si rappresentò la concessione dello Spirito Santo agli 
Apostoli, e perchè per i molti fuochi che in simile solennità si fanno, 
quel tempio tutto arse, fu creduto da molti, Dio indegnato contra 
di noi, aver voluto della sua ira dimostrare quel segno » . 



)( XXXIII )( 

nelle altre scritture drammatiche di cotesto secolo, ci 
sono somministrate dalla Santa Uliva. Coirajuto di 
siffatte indicazioni noi possiamo formarci una idea più 
chiara di ciò che fosse l'antico Teatro, e dei mezzi 
adoperati per la rappresentazione . E se tutti gli altri 
Drammi spirituali di quell' età avesser cotal prezioso 
corredo di notizie (*), certo non saremmo spesso obbli- 
gati a sole supposizioni e deduzioni, per raffigurarci 
entro la mente il modo che dovevan tenere i nostri 
maggiori, affm di produrre la illusione della scena. 

Nell'infanzia della nuova arte drammatica non vi era 
certamente modo di distinguere la successione del 
tempo, se ciò non avesse formalmente annunziato il 
personaggio; non si riusciva a denotare la varietà dcj 
luoghi ove svolgevasi il dramma, se l'attore non di- 
chiarava formalmente di trovarsi in una regione o in 
un altra, sulla terra o sul mare, sul piano o sul monte. 
Lo spazio destinato alla rappresentazione drammatica, 
era nello stesso tempo e allo stesso modo, ciascuno 
dei varii luoghi ove i recitanti doveansi muovere ed 
operare; cosicché solo facendo da essi cambia)- via via 
denominazione alla tavola su cui camminavano, si co- 
municava agli ascoltatori la notizia della diversità di 
abitazione o di paese. L'attore (notava l'elegante scrit- 
tore della Arcadia, sir Filippo Sidney, parlando de| 
primitivo teatro inglese) è sempre tenuto a dir anti- 
cipatamente ove esso si ritrova; altrimenti chi potrebbe 
vantarsi di intender cosa alcuna? Se vengono delle dame 

(*) Notizie consimili registrate anche più parcamente in alcuni 
Misteri inglesi, servirono al sig. Ebert per scrivere il suo articolo; 
Die englischen Myslerien che leggesi nel fase, i e ii. del Jahrbuch 
Jiir romanische und englische literalur. Berlino Dùramler 1858. 



)( XXXIV )( 

dicendo di coglier liori, voi dovrete credere che la 
scena è un giardino; come se poi, dallo stesso luogo, 
sentite parlar di naufragio, voi siete in dovere di rico- 
noscere quel luogo stesso per una scogliera ('). 

Col crescere però del senso artistico, questi difetti 
dovevano venire a correggersi; e fra gli altri, certi 
luoghi più importanti poterono frattanto ottenere una 
configurazione ferma e stabile, sicché fossero sempre 
ed invariabilmente in tutto il corso del Dramma, una 
città un castello, una stanza o una reggia e simili; 
e una iscrizione postavi sopra, dava al pubblico la 
denominazione, del luogo (-) . 

Io penso poi che procedendo ancora, si dividesse la 
scena in tante regioni, in tante celle, consacrate ad un 
uso unico ed invariabile, in modo che l'una fosse sempre 
terra, l'altra mare; questa reggia, quella monasterio; e 
qua il regno tale, e là il tale altro imperio. E se alcuno 

(') Nella campagna pisana, non che in taluni luoglii della Ma- 
remma e del Pistojese, rappresentansi ancora col nome' di Maggi, 
BruscelU e Giostre, dei drammi eroici e religiosi, composti e 
cantati da gente del contado. Al prosente, almeno nel Pisano, la 
rappresentazione si fa sopra un teatro: ma non sono molli anni, 
essa veniva faUa sotto gli oliveti all'ombra, e senza vestiario adatto; 
e per distinguere l'un personaggio dall' altro, gli attori usavano di 
portare scritto il loro nome in un foglio che ponevansi sul cap- 
pello. Per distinguere poi luogo da luogo bisognava sempre annun- 
ziare dove si era, o dove si andava. Nelle antiche Rappresentazioni 
trovo che oltre questo modo, se ne usava un altro piìi semplice : 
cioè si faceva quest'annunzio in prosa da un personaggio prima di 
cominciar la parte. Per es. nei Sette Dormienti: « Un Capitano di Tar- 
feria parla con altri Capitani e dice: sia la città tilulo Tarteria». 

(*) Anche nelle pitture antiche troviamo questo modo di desi- 
gnare i luoghi con una iscrizione; e cosi ha fatto negli affreschi 
del Camposanto, Benozzo Gozzoli scrivendo sopra al frontone di due 
edifici : SocnoMA - Babilonia. 



)( XXXV )( 

volesse ben comprendere questo assetto scenico che, 
da varj indizi sembrami fosse proprio dell' antico Tea- 
tro, rammenti l'Inferno dipinto dall'Orcagna in questo 
pisano Camposanto, ove la vasta regione dei peccatori 
si presenta all'occhio nella sua totalità e come in spac- 
cato, ma contraddistinta insieme in tutte le differenti 

sue parti. 

Ciascun personaggio stava, a quanto parmi, nel suo 
scompartimento, attendendo la propria volta di parlare 
ed operare; spesso l'azione procedeva parallelamente nei 
diversi scompartimenti ('), e dell'affetto che 1' un per- 
sonaggio esprimeva o del fatto che da lui si operava, 
poteva cosi notarsi il necessario contraccolpo nell'altro 
personaggio che, nel momento, non aveva la parte 
principale, ma trovavasi col primo in stretta relazione 
di casi. Così non si perdevan mai di vista quelli che 
avevan bensì cessato di esprimere i propri sensi, ma 
che, per far procedere il Dramma al suo fine, dovevan 
seguitare ad operare ; e l' azione aveva per tal modo 
una unità non solo di fatto e di concetto, ma anche 
esteriore e visibile. 

Certo una siffatta disposizione della scena, doveva 
avere i suoi difetti, e spesso il suo lato ridicolo . A 
propriamente parlare non vi era vera distinzione e 
successione di scene, come l'intendiamo noi moderni; 
dappoiché soltanto, la voce o l'atto muoventi via via 
da un diverso punto del teatro valevano a denotare che 
l'una scena era terminata e l'altra cominciava. Ma lo 



(') Vedine un esempio qui nella nostra Boiìpresenlazione alla 
p. 12. ove han luogo simultanoamente la scena dell'Osteria e le 
lamontazioni dell' Imperatore. 



)( XXXVI )( 

spettacolo scenico è, a chi ben guardi, in gran parte 
una tacita convenzione fra Fautore e gli attori da un 
lato, e il pubblico dall'altro; convenzione che si fonda 
essenzialmente sulla energia della immaginativa. Forse 
r antico Dramma abusava un poco troppo di quella 
forza; e Shakspeare, nel Sogno di una notte di estate, 
si burlava a ragione di coloro i quali pretendevano che 
un uomo con una lanterna ed un altro colla mano 
aperta e le dita separate, dovessero in buona fede ri- 
putarsi dal rispettabile pubblico, il primo per la Luna, 
il secondo per un muro rotto e crepato . Ma questa 
del Shakspeare è verisimilmente una parodia del ge- 
nere ; e tali sconci , se pur avvenivano , non avevan 
luogo se non nelle infime rappresentazioni dei saltim- 
banchi ; mentre nel tempo di che discorriamo, e qui 
in Italia già si ricca d'artisti, probabilmente non si 
trascese mai a simili goffaggini. Onde, tra l'uso antico 
per cui il pensiero e l'attenzione dello spettatore, nella 
scena complessa che esso aveva dinanzi, si trasporta- 
van da un luogo all' altro, pel solo alternarsi della re- 
citazione da uno scompartimento all' altro, da questo 
a quel personaggio; e 1' uso moderno, per cui alzando 
e abbassando una tela dipinta, facendo volar le mura- 
t-lie, si è obbligati a credere di essere ora in una casa 
ora in un' altra, ora in questo ora in quel paese, e 
che mentre l'orchestra suona. Dio sa che cosa, passino 
delle ore, dei giorni e dei mesi, non mi pare corra 
molta diversità, nò che il vantaggio sia tutto per 1' uso 
moderno. In favor nostro sta forse più che altro, la 
consuetudine, la quale ci fa ammettere per possibile 
lutto ciò a cui siamo assuefatti, e rigettar come degno 
di riso, quanto invece se ne dilunga. E in ogni caso, 



)( XXXVII )( 

i nostri progenitori, avevano come ho accennato, il 
beneficio che lo spettacolo fosse sempre dinnanzi agli 
occhi loro in tutta la sua interezza, sicché potesser 
vederlo procedere parallelamente, non successivamente, 
verso la soluzione definitiva. 

Quando pel risorgere della classica letteratura, e pel 
profluvio di commentar] fatti dai Retori alle così dette 
regole aristoteliche, la disposizione scenica si venne 
allontanando dalle prime consuetudini, allora parve 
non senza ragione che, sostituite ormai le mutazioni 
di scena agli scompartimenti, non si avesse ad abusar 
soverchiamente di siffatto mezzo di trasferire da luogo 
a luogo l'attenzione del pubblico; e per conseguenza 
la così detta massima àeW unità di luogo, venne più 
rigorosamente osservata. Quando invece non eranvi né 
scenari né teloni, la cosa andava altrimenti : i diversi 
episodi onde tutt' insieme era composto il Dramma, si 
succedevano e si intrecciavano continuamente fra loro; 
il personaggio, detto quel che aveva a dire, o fatto quel 
• che aveva a fare, solo o con altri, tornava a tacere o 
a posare (') nel suo proprio scompartimento, ovvero, se 
era il caso, operava visibilmente ciò che, secondo l' uso 
moderno, si suppone l'attore faccia fuori di scena; e 
l'altro gli altri, pure dal proprio scompartimento, 
cominciavano la loro parte; e via di seguito. Sul da- 
vanti perciò, sarà stalo il proscenio f) ove forse l'An- 
gelo compariva al principio ed alla fine, ad annun- 
ziare e a concludere, ed ove certamente avevan luogo 
gli intermedi figurati; più indietro il palco, diviso, 

(') I Re stavano quasi sempre in sedia: ved. la Rappresentazione 
passim; e cosi il personaggio si riconosceva subito dal pubblico 
per un principe. 

1«) Ved. p. 400. 



)( XXXYIII )( 

forse con tramezzi in quelle regioni di cui parliamo, 
quanti erano i luoghi ove avveniva il fatto del Dramma; 
e quando poi gli attori dovevan passare da uno scom- 
partimento all' altro, uscivan certamente dal fondo, 
trattenendosi più o meno secondo il bisogno; che se 
poi dovesser recarsi in regioni geograficamente lontane, 
il più delle volte un intermezzo ajutava a far credere 
che intanto fosse potuto compiersi il viaggio ('). 

Chi volesse conoscere come il Dramma antico tenesse 
poco conto dell' unità di luogo, appunto a causa della 
disposizione della scena che presentava all' occhio non 
un sol luogo, ma tutti i luoghi insieme e ad una volta, 
potrà averne esempi anche qui nella Santa Uliva f). 
Dapprima infatti parla l'attore dello scompartimento 
ove è la Reggia imperiale, indi si parla e si agisce nella 
Camera di Uliva, poi di nuovo nella Reggia, e via via 
seguitatamente in una Osteria, nella Reggia, e di nuovo 
all'Osteria, in un Bosco, in una Sala reale di Bretta- 
gna, e poi in un altra Sala della reggia stessa, e di 
nuovo nella prima Sala, e per la seconda volta nel Bo- 



(*) Ved. per es. p. ii ove fra la partenza di Uliva dalla corte e 
l'arrivo al bosco è un intermezzo; ved. anche p. 21. 37. 43 ec. Altre 
volte però l'autore fidando sulla immaginativa degli ascoltanti, che 
del resto era slata messa a più dure prove dai primi autori di Rap- 
presentazioni, si scorda di adoperare simili modi. Ved. per es p. 53 
ove il Re di Castiglia arriva fra un ottava e l'altra dalla metropoli ai 
contini del regno: e p. o8 ove il cavallaro fa da un ottava all'altra un 
viaggio di sei ore. 

{*) Per distinguere le volte che nella presente Rappresentazione 
si cessa di parlare in uno scompartimento e si comincia nell'altro, 
abbiamo usalo lasciare una riga in bianco. Nonostante le diligenze 
adoperate ci è alcuna volta avvenuto di dimenticarci di porre questo 
segno convenzionale (pag. 16. 17. 38 (due volte). 39. 40 (due volte). 
4t. 50. 60) e la enumerazione che facciamo nel testo, varrà a ripa- 
rare la svista. 



)( XXXIX )( 

SCO, per la terza nella Sala reale, e in Campagna, e 
nuovamente nella Sala reale, e in Campagna, e nella 
Sala reale, e nel Bosco per la terza volta . Di qui si 
passa in un Monastero, e poi in Mare, e nella Reggia 
di Casliglia per la prima volta, e nella Stanza della 
llegina madre, e nella Reggia per la seconda volta, e 
di nuovo presso la Regina madre, e per la terza volta 
nella Reggia, e nella Stanza di Uliva, e per la quarta 
volta nella Reggia. Poi in un Monastero di Casliglia, e 
nella Via pubblica, e nella Reggia per la quinta volta, 
e in Piazza alla giostra, e in Campo verso Nayarra, e 
nella Camera di Uliva, e per la sesta volta nella Reggia, 
e per la seconda nel Monastero, quindi in Campo per la 
seconda volta, e di nuovo nel Monastero, e per la set- 
tima nella Reggia, e in Camera d' Uliva per la terza 
volta, e poi presso al mare che doveva dividere lo 
scompartimento Castigliano dal Romano. Dalla Spiaggia 
romana, Fazione e il discorso ritorna alla Reggia di 
Casliglia, e per l'ultima volta al Monastero, terminando 
la Prima Giornata col bruciamento di esso. 

Nella Seconda Giornata si parla dapprima nella Reg- 
gia Castigliana, poi nel Vescovado, e di nuovo nella 
Reggia, e poi in Camera del Re, e ancora un' altra 
vofta nella Reggia Castigliana. Quindi nella Reggia im- 
periale di Roma, e in una Via, e nella Casa di Uliva, e 
nella Reggia di Casliglia, e di nuovo in Casa di Uliva 
dinnanzi alla quale passano i pellegrini, e poi alla Reg- 
gia imperiale, e per la terza volta in Casa di Uliva e 
alla Reggia alternatamente per due volte, e per l' ultima 
volta alla Casa. Dalla Reggia a cui si torna ancora, 
l'azione e il discorso passano alla Sala Pontilicia; e 
dopo esser un altra volta tornati alla Reggia impellale, 



)( XL )( 

si finisce in Castiglia, prima nella Reggia, poi nella 
Via, e per ultimo e definitivamente nella Reggia; dopo- 
diché r Angelo fa agli spettatori le sue solite conclu- 
sioni morali sullo spettacolo rappresentato. 

A render meno bruschi i trapassi, a dar il tempo 
necessario alla immaginazione dello spettatore per 
supporre che certi fatti potevano compiersi, a ralle- 
grare e distrarre insieme l'animo e l'occhio del pub- 
blico, giovavano gli Intermezzi , che in questa Rap- 
presentazione sono di due sorta; cioè, intimamente 
connessi coli' azione, anzi il più delle volte traduzione 
nella realtà di fatto, di quanto è stato detto od annun- 
ziato come da farsi; e in secondo luogo poi, liberi e 
sciolti dal Dramma nel suo andamento necessario, ma 
collegati ad esso per simbolico significato, e quasi 
espressione allegorica della morale che scaturisce dai 
varj episodj. Ma tanto gii uni che gli altri sono inol- 
tre, per rispetto alla distribuzione scenica, un mezzo 
adoperato dall' autore per ajutare la fantasia degli 
ascoltanti a raffigurarsi gli avvenimenti . 

Della prima sorta, di quelli cioè che fan corpo colla 
Rappresentazione, e che anzi a propriamente parlare 
non sono Intermezzi, sarebbero, ad esempio, la Lauda 
( pag. à) che Uliva e le sue ancelle cantano in came- 
ra, quasi a predisporre il pubblico alla conoscenza 
dell' animo pio della eroina, e le Canzoni dei cacciatori 
quando vanno e quando tornano (pag. 18, 22), e il 
Salmo e il Te Deum delle Monache del monastero di 
Brettagna (pag. 29, 30). Altre volte invece si ha più 
propriamente un fatto che per la migliore rappresenta- 
zione vien rimesso alla abilità e solerzia dcirli artisti, 
non che alla copia di marchine e di rompaise, di cui 



)( XLT )( 

potessero disporre. Di tal maniera sono, fra gli altri, 
la Caccia del re di Brettagna (pag. 21), e la festa che 
accompagna le nozze del Re di Castiglia (pag. 42), e la 
successiva giostra (pag. 4-8, 50), e la falsificazione delle 
lettere compiuta per due volte dalla suocera spietata 
(pag. 57, 61); e 1' arsione della finta Uliva (pag. 66), e 
poi quella del Monastero ( pag. 70), e per ultimo il 
gran convito (pag. 105) che si fa a Roma, quando il 
padre ed il marito ritrovano la figlia e sposa perduta. 
Ove è singolare il consiglio dato dall'autore, di esten- 
dere la colezione a tutti gli spettatori, affinchè pren- 
dano più eflettiva consolazione del fatto, e scordino il 
fastidio che loro potesse esser venuto dalla soverchia 
lunghezza della festa . 11 qual mezzo di conciliar 1' at- 
tenzione e far uscir contenti e soddisfatti dallo spelta- 
colo, raccomandiamo a qualche drammaturgo moderno 
a cui forse potrà riuscir proficuo, se pure anche agli 
odierni direttori di Teatro non increscessi lo spendere, 
come deW impresario dei suoi tempi par che dubitasse 
il nostro autore . 

A genere affatto diverso appartengono gli Intermezzi 
veri e propri, dei quali in questa Rappresentazione se 
ne possono contare sino a tredici, fra maggiori e mi- 
nori'. Tutti questi del resto sono allegorici; e benché 
non sempre dimostrino adesso, alla lettura della loro 
descrizione, quell'intimo nesso col Dramma che certo 
vi avran trovato allora gli spettatori, potremmo dire 
che il primo (pag. 10) adombri la vanità delle cose uma- 
ne, dopo che Uliva dalla vita splendida di tiglia di Re, 
scende sino alla condizione di femmina raminga; il 
secondo (pag. 27) rappresenti le tre virtù essenziali di 
Fede, Speranza e Prudenza (v. pag. 28) onde è adorna 



)( XLII )( 

la protagonista; il terzo (pag. 33), prima che segua lo 
sposalizio, sembra significare gli infortunj di amore, 
mentre il quarto (pag. .45), dopo lo sposalizio, colla 
celebrazione del rinnovamento dell'anno potrebbe espri- 
mere l'aprirsi dell'anima giovenile alle dolcezze d'amo- 
re; il quinto (p. 54), innanzi che parta il Re per con- 
trastare all' invasione straniera, pone in scena la Pace, 
la Speranza e la Guerra; nel sesto (p. 57) e nel setti- 
mo (p. 61) forse l'autore volle condurre sul proscenio, 
oltre la Notte e il Sonno, gli Inganni e i Tradimenti 
che si commettono quando altri dorme, per allusione 
all'alloppiamento del messaggiero e alla falsificazione 
delle lettere; nell'ottavo (p. 70), compariscono alcuni 
Santi del Vecchio Testamento, e poi Cristo e Pietro, 
senza altra relazione col Dramma che quella forse di 
compiere con apparizioni di sacri personaggi la prima 
Giornata, o cominciare pure con devozione, la Gior- 
nata seconda. Il nono (p. 79) e il decimo (p. 84) Inter- 
mezzo, si collegano colla confessione delle proprie 
colpe che intanto vien fatta dal Re di Gastiglia, quasi 
a ritrarre il diverso stato deh' anima prima e dopo 
quell'atto di contrizione. L'undecimo (p. 89) par che 
non abbia altro fine se non di commentare col mito 
pagano delle Sirene, i pericoli dei viaggi di mare, 
dappoiché un viaggio di mare si suppone nel frat- 
tempo compiuto dallo sposo di Uliva; il duodecimo 
(pag. 99) allude forse air Imperio e alle virtù che deb- 
bono accompagnare chi ne sostiene il peso, dacché 
appunto la scena è nella reggia imperiale; 1' ultimo 
inline (pag. 107) è il Giudizio finale, il quale collo 
spettacolo della glorificazione che si concede alle ani- 
me dei giusti, compie nel mondo oltraterreno la vila di 
I livn, presagendo il pi-emio che in ciclo l'allende. 



)( XLHl )( 

Notisi per ullimo che ad ogni principio di Inlcr- 
mezzo, come per predisporre l'animo degli ascoltanti 
alla simbolica rappresentazione che si intreccia colla 
rappresentazione drammatica, e alla fine inoltre degli 
Intermezzi stessi, quasi a raccogliere le diverse impres- 
sioni in un concento melodico, rispondente a quanto 
venne esposto sul proscenio ; 1' orchestra o, come li 
chiama il nostro autore, i deputati al suono (pag. 71) 
dovevano far sentire delle armonie musicali . 

Cotali avvertenze ci sono parse necessarie a conci- 
liare r altrui simpatia verso questo saggio di un' arte 
drammatica che (avendo per principio l'esposizione 
dei fatti, più che quella dei caratteri e delle passioni, 
e servendosi di mezzi scenici diversi dai moderni), 
tanto si allontana dalle nostre usanze e dai nostri 
principi, ^'^ poter ormai dirsi appartenente anzi che 
alla Storia, alla Archeologia. 

L'idea della antica scena che di sopra ho cercato 
porgere al lettore, colla divisione da me esposta in 
regioni o scompartimenti, io venni a dedurla non da 
questa sola, ma da gran numero di altre Rappresenta- 
zioni del secolo xv.° e xvi.", studiate pazientemente al 
fine appunto di sciogliere i dubbi che intorno a quel 
soggetto della forma e distribuzione dello spettacolo, si 
appresentano anche ad una prima lettura. Se non avessi 
dato nel segno, altri proponga una migliore spiegazione. 

Ma su quanto altro potesse contenersi di notevole 
nella Rappresentazione di Santa Uliva, non ci resta 
che dire al lettore: 

Messo t' ho innanzi, ormai per te ti ciba. 

Alessandro D'Ancona. 

IMsa. Cliimno 1.S(i3. 



LA RAPPRESENTATIONE 

DI SANTA ULIVA 



Prima esce i<Ji' Angelo, è dice: 

Devoti di Gesù dolce Signore, 
Cari ascollanti, io son a voi mandalo 
Per dir com'oggi abbiam con gran fervore 
Di santa Uliva la storia ordinato, 
E di star con silentio e con amore 
Devotamente ciascun sia pregato, 
Acciò possiam con più diletto vostro 
Porre ad effetto il desiderio nostro. 

Le fortune, i travagli e le paure 
Di questa santa giovane fedele 
Oggi udirete, e le triste venture 
Che gli fecion gustare amaro fele, 
Se con mente devote umile e pure 



)( 2 )( 

Starete attenti alle giuste querele 

Di questa, che con fermo e bel desio 

Sempre in tutti i suoi mali corse a Dio. 

Figliuola ui la virtuosa figlia 
Del famoso Giuliano Imperatore, 
Poi fu sposata al gran Re di Castiglia 
Come udirete nel nostro tenore, 
Vaga leggiadra e bella a maraviglia 
E piena d'umiltade e di fervore, 
Vedrete questa Donna singulare 
Come due volle fu gettata in mare. 

Lo hiPERADORE IH secUa si volge a' suoi Baroni, 

e dice: 
Non posso far baroni miei diletti 
Ch' io non mi doglia alquanto di fortuna, 
Pensando e rivolgendo i miei concetti 
r non ho al mondo letitia nessuna, 
Tutti i piacer mi son pene e dispetti, 
E non ho più speranza in cosa alcuna 
Poscia che io ho perduta la mia sposa, 
La qual amavo sopra ogn' altra cosa. 
Un Barone dice: 
signor glorioso alto e preclaro, 
Dov' è il tuo sentimento e la prudentia? 
A quelle cose che non è riparo 



)( 3 )( 

lìisogna sopportare in pacientia; 
Per mitigare il tuo pensiero amaro 
Darenti sposa piena di scienlia; 
Signor mio caro, io ho da molti udito 
Che l'uomo saggio dee pigliar partito. 
L' Imper.vdgre risponde: 

Non vi ricorda che nella sua morte 
Io gli promessi di non tórre sposa, 
S' io non ne ritrovavo una per sorte 
Come lei vaga onesta e gratiosa? 
Onde la doglia mia si fa più forte 
Perchè ho cercato del mondo ogni cosa, 
Né posso ritrovar simile a quella 
Se non la figlia mia, eh' è ancor più hella. 

Fatto ho pensier al santo padre andare 
E farmi dar licentia ad ogni modo 
• Sì che la iiglia mia possa sposare. 

Il B.\ro]Ve: 
Non potendo altro fare, io te ne lodo 

L'Imperadore: 
xVltro partito non ne vo' pigliare, 
Ma prima andare a lei disposto e sodo, 
E pregherò che a mie voglie consenta, 
EU' è pietosa, ella sarà contenta. 
Un Barone: 

Questo è ben fatto, perchè tocca a lei 



)( -4 )( 

A darti il si, di sì importante cosa; 
E doppo questo al Papa andar ne dei 
Per la dispensa, e poi farla tua sposa 

L' Imperadore : 
Così dispongo, perchè i' non vorrei 
Ch' ella mi fusse poi grave e noiosa, 
Poi eh' io mi son legato in questo nodo 
Che scior non puossi, se non in tal modo. 

Uliva in camera alle sue damigelle dice: 

Vien qua Camilla, farai questa pezza, 
E tu farai quest'altro lavorìo, 
Parmi che del ben far ti sia divezza 
Che non ragioni più del grand' Iddio. 
felice colui che '1 mondo sprezza. 
Et ogni van piacer pone in oblio! 
Servir vuoisi a lesù con mente salda; 
In nel suo nóme cantiamo una laida. 

Ora cantano una Lauda, e V Imperadore si 
leva di sedia, e va in camera di Uliva, et ella 
gli viene incontro con riverentia, et egli la piglia 
per mano, e menala da parte, e postisi a sedere, 
riMPER.^DOR dice: 

Diletta figlia mia, io son venuto 
Per dirti e dichiararti i pensier miei. 
Tu sola mi potresti dar aiuto 



)( 5 )( 

Se tu volessi far quel eh' io vorrei ; 
Cerio ho tòr donna, e non ho mai potuto 
Trovar una che sia simile a lei, 
E però intendi e gusta il mio parlare, 
Dipoi risponderai quel ti pare. 

Adunque per la tua degna presentia 
Fatto ho pensier di torti per mia sposa, 
So che ce ne darà il Papa licenlia 
Per la promessa tanto faticosa, 
E però prego tua benivolentia 
Che in ver di tuo padre sii pietosa 
Con licentia del Papa acconsentire, 
Se non tu mi vedrai di duol morire. 
Uliva risponde: 
Oimè, padre mio, che è quel ch'io sento. 
Dite voi da dovero, o motteggiate? 
Questo parlar mi dà molto tormento, 
E parmi veramente che voi erriate, 
Fatto ho pensier e buon proponimento 
Prima morir, che far quel che parlate; 
Come vedesti voi mai far tal cosa. 
Di tòr una sua figlia per isposa? 

Gom' esser può che fra tante leggiadre 
Donne, non sia nel mondo una più bella 
Che non son io, e che non fu mia madre, 
Senza commetter cosa tanto fella? 



)( 6 )( 

L' Imperadore : 
Odi il parlar del tuo dolente padre; 
Cercato ho molte cittade e rastelle 
E delle belle se ne trova assai, 
Ma non hanno le man come fn hai. 

Uliva : 
padre ascolta un po' le mie parole: 
non sai tu che tu m' hai generata? 
E sol per le mie man ti pesa e duole; 
Non sai che del tuo sangue i' son creata? 
Per ubbidir all'uom già mai si vuole 
Disubìdire alla bontà increata; 
Sei tu fatto sì folle, stolto e cieco? 
Guarda che iddio non s'adiri teco. 
L' Imperadore : 
Be' che farai? 

Uliva : 
Che non ne vo' far nulla. 
L' Imperadore: 
Dimmi perchè? 

Uliva : 
Tu mi dei aver inteso. 
L' Imperadore : 
So che lì |>e)ilirai. 

Uliva : 
Non ne sia nulla. 



)( 7 )( 

L' Imperadore : 
Deh levami dal cor questo gran peso; 
In verità tu non mi stimi nulla; 
Non vedi tu che m'hai legato e preso? 

10 me ne vo' e tu ci penserai, 
E poi domani mi risponderai. 

Partesi l' Imperadore, e Uliva dice: 
Come può esser che questo mio padre 

Mi chiegghi per sua sposa in matrimonio 

Per la promessa che fece a mia madre? 

Veggo che questa è opra del demonio; 

Spero in Gesù, e in sua opre leggiadre 

E lui vo' per mia guida e testimonio, 
Et inginocchiatasi, segue: 

E la sua madre per mia compagnia; 

Porgimi aiuto, o Vergine Maria. 

Ma i' so quel eh' io farò per raffrenare 

11 pensier di mio padre tanto atroce; 
Io ho pensato le mie man tagliare, 

E però prego te che in su la croce 
Tanta passione volesti portare 
Per liherarei da 1' infernal foce. 
Concedi tanta gratia al miser corpo 
Ch' io le possi tagliar al primo corpo. 

Odimi, eccelso Re di tutti e regni 
Benigno creator, luce divina, 



)( 8 )( 

Deh non guardar a' miser preghi indegni, 
Aiuta questa povera meschina, 
Fa che r oration mia dove tu regni 
Da te sia ricevuta stamattina; 
Signore io vo' da te pace e concordia 
E nel farjliarsi le mani, segue; 
Gesù, Gesù, Gesù,' misericordia. 

E rendendo le gratie a Dio: 

Gratia ti rendo onnipotente Iddio, 
Che m' hai donato tanta fortitudine; 
Pregoti ancor con tutto il mio disio 
Per r infinita tua mansuetudine, 
Deh fa che sia contento il padre mio 
Di trarmi fuor di tanta amaritudine, 
Io te ne prego o signor mio dolcissimo, 
Della innocentia mia sia pietosissimo. 
Ora si lieva su, e chiama una sua Cameriera, 

e dice: 

cameriera mia, to' queste mane, 
E involtale in un drappo che sia netto, 
E innanzi al padre mio meco vera'ne 
Gh' io voglio appresentarle al suo cospetto. 

La Cameriera rispomle: 
Ohimè, Madonna mia, che cose strane ! 
Avete voi perduto V intelletto? 
Da che vien questo consiglio empio cieco? 



)( 9 )( 

Uliva : 

Non cercar altro : vieni tosto meco . 

E partendosi con la cameriera, giunta 

innanzi al padre, dice: 
Dio li dia, padre mio, miglior letizia 
Che in questo giorno da me non arai. 
L'Imperadore tutto turbato contro di 
Uliva, volgendosi verso lei così dica: 
meschinella a te, quanta nequitia 
Oggi pessima Uliva, commesso hai ! 
Credi che io punirò la tua tristizia, 
Ch' io ti farò sentir gli ultimi guai, 
E farotti patir acerba morte, 
Poi che sei causa di mia trista sorte. 
E volgesi a due de' suoi servi, gii 
chiama, e così dice: 
Vien qua Rinaldo, presto, e tu Gruffagna, 
E menate costei subito via, 
E condotta nel regno di Brettagna 
Quivi gli date acerba morte e ria 

Rinaldo : 
Quel che comanda tua corona magna 
Da noi con gran prestezza fatto sia. 

L' Imperadore : 
Orsù, non più parole, andate tosto 



)( iO )( 

E fate tulio quel che v' è imposto. 

Ora e Servi si partono, e /'Imperadore 
dolendosi della figliuola, dice: 

Ahi figliuola crudele e dispietata, 
Piubella di pietà, priva d'amore, 
Ben si può dir che sia perfida e ingrata, 
Nemica di te stessa e d'ogn' onore; 
Ma va pur là che ne sarai pagata. 
Per aver tu commesso un tanto errore 
Che per mostrarti mia nemica espressa 
Sei stata oggi crudel contro te stessa . 

Non credo che cercando l' universo 
Si trovassi un di me più sventurato, 
Fortuna tu mi dai pur attraverso! 
Or sarò di mia fidia consolato 
Quanto più penso a questo atto perverso ! 
La m' ha pur lasso ahimè poco stimato ! 
Tapino me che questo non pensai! 
Sia maladetto il di eh' io la cercai . 

Ora fate uscire quattro vestiti con camice 
bianche^ scalzi, e con maschere di morte con ca- 
pelliere in capo, et essendo d'una medesima sorte, 
sarà meglio abbin costoro in mano due profumi di 
qiie' lunghi, accesi; e passando perla scena cantino 
con pietoso modo due volte li presenti versi: 



X 11 )( 

fallaci desini, o van pensieri 
Che nelTumane menti ogn'or si fanno, 
Poi che l'oneste voglie e' bei pensieri 
Tosto ci rompe qualche nuovo affanno. 
Non sol le genti, ma famosi Imperi 
Sotto questo rotar locati stanno. 
Ahi mondo ingrato, cruda e trista sorte 
Ch'in un punto ci mostri vita e morte. 

E detto questo si jmrtino. 

Ora, giugnendo Uliva e gli altri a un Oste 
e picchiando, T Oste dice: 
Chi è là? 

Gruffagna: 
Siam noi che vorremo alloggiare 
L' Oste : 
Siate per mille volte e ben venuti 

Gruffagna : 
Noi siamo stanchi per il gran caulinare, 
E bisogna fralel che tu ci aiuti 

L'Oste: 
Passate dentro . 

Gruffagna : 
Ch'hai tu da mangiare? 
L'Oste: 
Domanda pur. 



X 12 )( 

Gruffagna : 
Convien ch'io non rifiuti. 
L'Oste: 
E sopra lutto buon pane e l^uon vino. 

Gruffagna : 
Orsù,, portaci in tanto un mezzeltino. 
Ora V Oste trova da mangiare, e mentre che 
mangiano, V Imperadore in sedia, dice : 
La furia e la superbia m'ha assalito, 
E hammi fatto far contro a rairione 
Contro la figlia mia che ha sì patito, 
E poi la fo morir senza ragione ; 
Or resto sol afflitto e sbigottito 
Per la mia cieca e folle openione 
U71 Barone risponde: 
Vuoisi sempre por pie signor mio caro, 
A quelle cose ove non è riparo. 
Gruffagna : 
Oste eh' hai tu aver? su, faeciam conto, 
Che l'ora è tarda e voglianci partire 

L' Oste : 
lo ho d' aver quattro carlini a punto 

Gruffagna : 
Che di' tn? ora mi fai sbigottire; 
Tu credi aver qualche matto qua giunto; 
Tu mi faresli presto scristianire . 



)( 13 )( 

L' Oste : 
-\on bisogna guardare, a chi sta bone. 

Gruffagna : 
Si, ma tu ce ne fai patir le pene. 

L'Oste: 
Chi di voi paga? orsù, le mani a' fianchi, 
Presto, su, date qua; ho altro a fare; 
Vedi se paion dal camino stanchi 
Che non posson le borse ritrovare. 

Gruffagna : 
Eccoti tre cari in . 

L' Oste : 
Troppo mi manchi . 
Gruffagna : 
E se tu non gii vuoi, lasciali stare. 

L'Oste: 
Non bisogna levarsi da sedere. 

L' Ostessa : 
Orsù lasciagli andar, fa lor piacere 

Ora si partono, e /'Oste dice: 
Credo di averti mille volte detto 
Che tu stia cheta, pazza sciagurata. 

L' Ostessa : 
Io vo' dire e vo' dire a tuo dispetto, 
Se bene avessi la lingua tagliata . 



)( i4 )( 

L'Oste: 
Guarda eh' io non ti pigli pel ciufl'etto, 
E ti facci parlar più moderata . 

L Ostessa : 
Ombe', provati un po'. 

L'Oste: 
Decco provato. 

jL' Ostessa : 
Orsù, lasciami star, brutto sciaurato . 

Ora giunta Uliva nel bosco, Rinaldo dice. 

Dimmi, se giusta è la domanda mia, 
Madonna, la cagion di tal supplizio. 

Uliva : 
Sallo colui eh' incarnò di Maria, 
Il qual può dar di me vero giudizio. 

Rinaldo : 
Crcdomi certo eh' innocente sia, 
E però non facciam tal sacrilìzio; 
Io ho disposto di lasciarla andare 
E le sue membra alle fiere mangiare. 

Perch' io conosco e veggio chiaramente 
Che tu sei per invidia condennala. 
Però disposti siam tulli al presente 
Che tu sia di tal pena liberata; 
Ma qui bisogna che tu sia prudonle 



)( 15 )( 

Che in ({ucsto regno mai più sia trovala 
Perchè avendoti noi da morte scioUa, 
Non ci fussi per le la vita tolta. 

Uliva : 
Di ciò non dubitar, Rinaldo mio, 
Ristorili per me Cristo verace . 

Rinaldo : 
Resti in (uà compagnia l'angiol di Dio; 
Vuoi tu nulla da noi? rimani in pace. 

Uliva : 
Siavi raccomandato il padre mio, 
E pregate per me l'eterna pace. 

Gruffagna : 
Di lasciarti così ci crepa il cuore, 
Pur bisogna ubbidir l' Impèradore. 

Uliva : 
Sempre debbesi far 1' ubbidientia 
De' sua maggiori, Gruffagna mio caro; 
Io mi sopporterò con patientia 
Questo misero esilio tanto amaro; 
E non si debbe mai far rcsistcntia 
A quelle cose ove non e riparo; 
Abbiate sempre in Dio la speme vostra 

Gruffagna : 
Rimani in pace, a dio, signora nostra. 
Ora si partono, e Uliva orando, dice. 



)( ^6 )( 

Redentor, o gaudio, o sommo bene, 
Eterno dolce Dio, signor immenso, 
Vorreti ringraziar qual s' appartiene 
Ma io mi sento mancare 'n ogni senso ; 
Tu mi hai campato dalle mortai pene 
Che ti son obbligata quando io penso; 
Signor del tutto, o divina potenzia. 
Prego mi dia fortezza e pazienzia. 

Ora il RE DI Brettagna volendo ire a caccia, 

dice : 
Oggi eh' egli e bel tempo, e' di son grandi 
Deh facciam una caccia per piacere. 

El SINISCALCO risponde: 
Noi siam parali a quel che ci comandi 
E siam qua tutti pronti al tuo volere, 
E senza più indugiar, quel che comandi 
Fatto sarà senza mutar volere. 

Il?yE: 
Su siniscalco mio, presto ti spaccia 
Che e' mie' pensier son oggi andar a caccia. 

El SINISCALCO dice a' cacciatori: 
Su, cacciator, mettetevi in assetto, 
Trovate cani falconi e sparvieri ; 
El re vuol ire a caccia, e si m' ha detto 
Ch' ognun di voi sia in punto con 1' arcieri. 



)( 17 )( 

Un SERVO rispomle: 
Di compiacer al re molto ù diletto 
A ciascheduno, e vengon volentieri; 
Mettonsi in punto tutti e cortigiani, 
E io in tanto vo chiamare i cani. 

Yien qua Rossina, Sonaglio, e Fagiano 
Tè qui Puzzòlo, Quattr'occhi e Bellone, 
Rubin tè qui, tè qui, té tè. Giordano, 
Tè qui Bell'occhio, o Arcagno e Grifone; 
Orsù compagni, ognun pigli il suo in mano, 
Menat' ancor Grifagno e Borgognone. 
E volgesi al Siniscalco e dice: 
Vuoi tu aUro da noi? orsù ragiona. 

Siniscalco : 
Che voi v'appresentiate alla corona. 
Ora va innanzi alla corona, e dice: 
magnanimo re, ecco eh' ho fatto 
Quanto comanda tua magnificenlia. 

Et Re: 
Tu fusti sempre nell' ubbidir ratto 
Con gran virtute e con molta prudentia. 

Siniscalco : 
Credo eh' arem col tempo assai buon patto, 
E ara gran piacer tua ecccUentia, 
Che troverassi delle fiere assai 
Perchè di rado queste caccie fai. 



)( 18 )( 

E voltasi alla regina e dice il Rte: 
Per fuggir ozio, vo' quando li piaccia 
Diletta sposa, da te far partenza 
Con certi cortigiani, e gire a caccia, 
Uomini astuti in ciascuna scienza. 

La Regina: 
La caccia -all' età tua par si confaccia ; 
Diletto sposo, abbi da me licenza. 

Il Re: 
Da poi che nulla a me é interdetto, 
Orsù andianne, mettianci in assetto. 

Ora si partono^ e mentre che vanno e cacciatori 
cantano: Su alla caccia; e come son giunti nel bosco 
Uliva lamentandosi dice: E cacciatori la sentono 
e vanno a udire, accennandosi l'un l'altro. 
buon lesù dell'anima mia sposo. 
Che sei dator di tutti beni umani. 
Da poi che piace a te, signor pietoso, 
Ch' io muoia in questi boschi folti e strani. 
Ricevi l'alma mia nel tuo riposo 
Signor mio, più presto oggi che domani ; 
Mill'anni panni di passar tal doglia; 
Pur d' ogni cosa segua la tua voglia. 
E avendola sentita dice un ni loro: 
Slate un po' saldi, io sento un mormorio 



)( 19 )( 

D'una voce languir che par umana; 
Chi esser puole in questo bosco rio 
Che faccia vita si dolente e strana? 
Approssimianci nel nome di Dio, 
Perchè questa mi par cosa inumana; 
Sarà qualche meschino sventurato 
Che sarà dalle fiere divorato. 
Vanno cercando per il bosco, e come l'hanno 
trovata, un di loro dice: 
Donna che fai tu qui, così ferita? 
Chi qui li tien? il tuo stato ci accora. 

Uliva : 
Qui son condotta per finir mia vita, 
Da poi che piace al mio lesù eh' io mora. 

Un Cacciatore: 
Non dubitar, tu par mezza smarrita; 
Vienne con esso noi senza dimora 
Insino al nostro re, che è giusto e pio. 

Uliva : 
Io son contenta, poi che piace a Dio. 
E condotta innanzi al re, un di lor dice: 
Noi abbiam trovato qui poco discosto, 
Questa così ferita damigella. 

Il Re: 
Chi t'ha si mal trattata? dillo tosto; 
Den fu persona di pietà rubella. 



)( 20 )( 

Uliva : 
In questa oscura selva òggi m' ha posto 
La mia fortuna dispietata e fella, 
E sono stata sola qui lassata 
Acciò che dalle fier sia divorata. 

El Re: 

Non ara già possanza fiera alcuna 
Di divorar un corpo tanto degno; 
Non credo fussi mai sotto la luna 
Un volto tanto angelico e benegno. 
Quanto m' incresce della tua fortuna! 
Non dubitar, tu starai nel mio regno. 

Un Barone risponde: 
sacro re, sai tu quel che mi pare? 
Mandarla a corte, e farla medicare. 

El Re si volge a uno suo servo, e dice: 

Muoviti Astolfo mio, buon servitore, 
E menerai costei alla Regina; 
Digli che la procuri con amore 
Con la sua sapienzia e sua dottrina, 
E sopra tutto che gli facci onore 
Quanto conviensi a una pellegrina 
Che l'è tanto gentile e costumata; 
Per certo eli' è di qualche gran re nata. 

Parte il servo con Uliva, e mentre vanno, 
un Cacciatoh dice: 



)( :>l )( 

Ognun co' cani alle poste si assetti 
Gridando: passa tu questo poggetto 
E giù in quel basso nel vallon ti metti; 
Tu Fabrizio, n andrai al dirimpetto 
Di quelle quercie sopra que' boschetti; 
Tu entra in questo bosco, Sansonetto; 
Et io andrò co' bracchetti levando, 
E costor con le mazze andran bussando. 

Ora quello die va co' bracchi leva la lepre, e 
quando l'ha levata, i cacciatori l'un con l'altro am- 
mettono i cani, e così quando hanno preso la preda 
suonano il corno; e mentre si ragunano. Uliva con 
lo Scudiere esce, giungendo alla Regina: 
Gentil madonna, il tuo diletto sposo 
Ti manda a presentar questa tapina; 
Lei qui per un deserto tenebroso 
S'andava lamentando, la meschina. 

La Regin.\ risponde: 
Non dubitar eh' io ti darò riposo; 
Molto m' incresce della tua rovina. 

Lo Scudiere risponde: 
Che tu li facci onore il re comanda, 
E sopra tutto te la raccomanda. 

E volta a Uliva, la Regina dice: 
Vorrei saper da te, fanciulla mia, 



)( 22 )( 

La cagion del tuo mal subitamente; 
Farmi che di buon sangue nata sia, 
Chi dunque tanto strazio ti consente? 

Uliva : 
La mia fortuna dispietata e ria 
W ha fatto e mi fa star così dolente. 

La Regina: 
Io t' ho posto figliuola tanto amore 
Che di cosi vederti ho gran dolore. 
Ora tornano da caccia, e mr la via e cacciatori 
cantano qualche canzona; e come son giunti, e il 
Re posto in sedia, la Regina si volge a lui, e dice: 
Diletto sposo mio ti vo' pregare 
Che Uliva ti sia raccomandata; 
Del paradiso uscita ella mi pare 
Tant'è gentil onesta e costumata. 

El Re: 
lu li dirò quel ch'io ho pensato fare: 
D'aver costei alla Balia mandata, 
E dargli in guardia ci nostro caro figlio 
Che l'ammaestri nel suo buon consiglio. 
La Regina: 
Se' tu contenta Uliva di far questo? 
Uliva : 
Gentil Madonna, io sono al tuo piacere. 



)( 23 )i 

El Re al Siniscalco dice: 
Orsù qua Siniscalco, va via presto 
E falli compagnia com' è dovere, 
E tu Uliva sta col pensier desto, 
E attendi il mio figliuolo a pro^Tedere. 

Uliva : 
Non dubitar santissima corona 
Che mai mi partirò da sua persona. 

Or vanno via, e un Barone del Rè che si era 
innamorato d'Uliva va lor drelo, e quando son 
giunti alla Balia, el Siniscalco dice: 
Balia, noi siam venuti per vedere 
Il bambin, che é figliuol della corona. 

Balia : 
Sia il ben venuto; questo è ben dovere, 
Ecco che io vo per esso in fede buona; 
E di far cosa che ti sia in piacere 
Sempre ha desiderato mia persona. 
La Balia va per esso; quando l'ha recato, Uliva dice: 
Deh dammelo un po' in collo, se tu \iioi. 

La Balia glielo dà e dice: 
Io sarò sempre alli comandi tuoi. 

Partesi il Siniscalco, e la Balia se ne va in 
casa. Uliva col fanciullo in collo si discosta al- 



)( 24 )( 

quanto dalla casa, e quel Barone che s'era inna- 
morato dì lei, il quale era ito loro dreto, secreta- 
mente se li scuopre, e dice: 

Gentil fanciulla, ascolta un che t'adora: 
lo sento intorno al cuor acceso un fuoco 
Che di e notte sempre mi divora, 
Sentomi divorare a poco a poco. 

Uliva : 
Ben che vuoi tu da me? vann' in mal' ora, 
Brutto ribaldo, e ti varrà il dir poco; 
Porgimi aiuto, lesù benedetto. 

El Barone pigliandola pel braccio dice: 
Io so che tu starai al tuo dispetto. 
Uliva non avendo mane, ne polendo ritenere il 
fanciullo, gli cadde, e dette del capo in terra, e 
morì. Uliva piangendo dice: 

Oimè bambolin mio, coni' egli è morto, 
sventurata a me come farò; 
Dar non ti posso aiuto né conforto, 
Vorrcti pur rizzar, ma non potrò; 
Questo sarà per l'ultimo diporto; 
Tapina a me, che scusa piglierò? 
Che dirà il re? che dirà la regina? 
sventurata e povera meschina! 

El Barone che gli aveva fatto cadere il fan- 



)( 25 K 

ciiUlo giunto al re dice: 

Non ti vorrei signor, far assapere 
Sì ria novella, por la rode mia; 
Tornando oggi da spasso per piacere 
A caso riscontrai sur una via 
Uliva, che con molto dispiacere 
Avea il tuo figlio in collo che piangìa. 
Quel gli cadde di collo e morto iace, 
E fu per suo difetto; or abbi pace. 
El Re piangendo dice: 
Oimè lasso a me, tristo e dolente 
Che mi di' tu del mio dolce figliuolo? 
Ahi fortuna crudol, come consente 
Ch' io abbi a sostener questo gran duolo? 
Io son per gran dolor fuor della mente; 
lo son rimasto pien di doglia e solo. 

E volgesi alla regina e abbracciandola, dice: 
Come faremo, o dolce sposa omai? 

La Regina: 
Consumerenci con tormenti e guai . 

Detto fiueslo si levano di sedia, e vanno dove 
era il fanciullo morto, e la Regina gitlandoglisi 
addosso, piangendo dice: 

dolce figliuol mio, chi mi t'ha lolfo? 
Conforto del mio cor, dove sei lu? 



)( 2G )( 

El Re la piglia e confortandola, dite: 
Rasciuga un poco il lacrimoso volto; 
Orsù ponianci in pie, non pianger più. 
Un barone jTÌglia il fanciullo e portalo via, e 
la Regina pìiangendo dice: 
Tapina a me, che a torto mi sei tolto, 
figliuol mio, come mi lassi tu? 
In tanti afTanni dolori e tormenti! 
Or son finiti tutti e' mia contenti. 

Or ritornato in sedia, ci Barone che gli aveva 
fatto cadere el fanciullo di braccio, dice al re: 
Signor questo sarebbe il mio parere 
Di far vendetta del tuo caro figlio. 

El Re: 
Io vo' da' mia baron prima sapere. 
Che mai fo nulla senza lor consiglio. 
E volgesi a' suoi Baroni e dice: 
Consigliatemi voi com' è dovere 
Ch'io sento la mia vita in gran periglio; 
Poi che il fanciullo è morto per Uliva , 
Gli è ragion che la sia di vita priva. 
Ora si licva un Barone e dice: 
Per quanto ne conosca il mio intelletto, 
magnanimo re, merita morie. 



)( 27 )( 

Un altro Barone risponde: 
E io pur di costui rafTermo il detto 
Per dar esempio a tutta la tua corte. 

El Re si volge al Siniscalco e dice: 
Su Siniscalco, mettiti in assetto, 
E menerai costei fuor delle porte; 
Intendi ben, fa che V abbi lassala 
In un deserto, come fu trovata. 

Ora il Siniscalco la mena via, e lasciala in un 
bosco e par tesi. 

E poi in questo mentre, fate uscire tre donne 
bene ornate, una di bianco, una di verde e l'altra 
di rosso vestita, con tre palle d'oro in mano, e 
con esso loro un giovane vestito di bianco, il guai 
guardando molte volte e ([uesta e quella, finalmente 
fermato in pie, dica la presente stanza, guardando 
quella di verde vestita: 

Fra quanto bagna l'onde e gira il sole, 
Da Borea all'Austro, dal mar indo al mauro, 
Trovar più belle donne non si puole. 
Nò si può iinaginar più bel tesauro ; 
Ognun vi brama, ognun v'adora e cole, 
Ognun vi stima più che gemma e auro, 
Ma per quanto mi detta la mia stella 
Quest'è più vaga, più leggiadra e bolla. 



X 28 )( 

Ora Uliva orando dice: 
divina potenlia, o sommo Iddio, 

Giusto signor deh non m' abbandonare; 

Cosi come tu sei benigno e pio 

Ricevi l'alma mia nel suo passare; 

Sai ch'io sono innocente, o signor mio; 

lesù porgimi aiuto, s'a te pare; 

Fallo giusto Signor, se t' è in piacere; 

Pur, d' ogni cosa segua il tuo volere. 
Ora apparisce la Fergine Maria con due An- 
geli e rendegli la mana, e dice: 

Rallegrati figliuola, e datti pace. 

Sopporta per mio amore in patientia; 

Ch' io ti caverò fuor di contumace ; 

Non temer di ricever violentia; 

n mio fìgliuol in te si posa e iace, 

Abbi fede e speranza con prudentia. 

Esci di questo bosco, e troverrai 

Un monasterio, e quivi alloggerai. 
E detto questo sparisce. Uliva in ginocchione 
ringrazia Dio, e dice: 

Ringraziato sic tu, Signor immenso. 

La cui grazia e bontà per tutto abbonda; 

Ricevi r alma- mia con ogni senso 

Nella tua gloria altissima e gioconda; 

Io t'ho da ringraziar quanto più penso; 



)( 29 )( 

Fa eh' io stia sempre del peccato monda 
Come Susanna campasti da morte; 
Fammi giusto signor costante e forte. 

Ora va via, e giunta al moimsterio picchia la 
porta, e una Monaca dice: 
Laudato Dio . 

Uliva : 
Sempre sia ringrazialo 
El mio signor lesù dell' universo, 
El qual m' ha qui per grazia a voi mandato . 

La Suora apre la porta e dice: 
Deh dimmi un poco il tuo caso perverso 
Che t' ha sì sola in tal luogo lasciato. 

Uliva : 
Madonna, il cercar questo é tempo perso; 
Piaccia a lesù eh' io viva in questo stato. 

La Suora : 
Or entra dentro, e lui sia ringratiato. 

Or cantano un salmo. El Prete del monasierio 
veduto Uliva, tentato dal demonio, dice da se: 
Io ho veduto una suora fra quelle 
La qual m' ha tutto quanto inviluppato, 
Panni veder il sol fra l'altre stelle, 
Ch'altro guardar che lei non ho pensato; 



)( 30 )( 

In verità che queste cose belle 

Piaccion pure a vederle in ogni lato, 

Io son per lei in tanta turbazione 

Ch' io temo non andare in perdizione. 
Non so che modo e che via mi pigliare 

Volendo conservarmi in devozione; 

Del monaster farolla via cacciare 

Per levarmi dal cor tal tentazione; 

Io ho pensato il calice gettare 

Dove la suole star in orazione, 

E poi dirò che la l'abbi rubato; 

Sarà cacciata, e sarò liberato. 
Ora piglia il calice e gettalo nella cella d'Uliva, 
e partesi; e le monaclie mentre che va a gittar il 
calice, cantano et Te Deiim; di poi el Prete torna 
e chiede e paramenti, e dice: 

Suor Lorenza, recate e paramenti 

Ch' io son venuto per la messa dire. 
La Suora ptorge e paramenti, e dice: 

Messere, eccoli qui lutti presenti. 

El Prete gli piglia e dice: 

El calice ci manca, a non mentire; 

Andate presto e non con passi lenti 

Insino alla badessa questo a dire; 

Guardate che sarà sialo rubalo, 

se fussi nascosto in qualche lato. 



)( 31 )( 

La Suora va alla badessa e dice: 
Madre badessa, il calice è perduto, 
Ser Mariotlo fa mille pazzie. 

La Badessa risponde: 
Sappi se gnuna suora 1' ha veduto; 
Questa sarà delle disgrazie mie; 
Cercate il monaster tutto a minuto. 

Una Suora eh' ha trovato il calice, dice . 
Ohimè madre badessa, eccolo quie; 
Nella cella d' Uliva io 1' ho trovato, 
Mai che la fussi ladra arci slimalo. 
La Badessa dice: 
Oimè, poveretta sventurata. 
Dove è l'amor, dov'è la caritalc? 
Certo da te mi sarci confessata 
Mostrando tanto zel di sanlitate. 

Una va alla Badessa e dice: 
Cacciatel via, l'è qualche sciagurata; 
Ladre non son le persone ben nate. 

El Prete alla Badessa: 
A me, badessa, metterla mi pare 
In una cassa, e gettarla nel mare. 
Se trista sia, ne patirà le pene; 
E se r è buona, Iddio 1' aiuterà. 

La Badessa: 
Ser Mariotlo, voi parlate bene; 



X 32 )( 

Presto il vostro consiglio si farà. 

E volgesi al fattore e dice: 
Yieii qua fattor, quest' a te s' appartiene 
Di quel che il nostro Ser qui ti dirà. 

El Prete dice al fattore: 
Togli una cassa e fara'la impeciare, 
E getterai costei subito in mare. 

Ora il fattore delle monache la mette in una 
cassa e gettala nel mare; e due incitanti del re di 
Castiglia navigando, vedendo la cassa, un di loro 
dice: 

Vedi tu quella cassa o mio compagno? 
L'altro risponde: 
Certo v' è drento qualche gran tesoro. 

L'altro dice: 
Questo sarà ben forse altro guadagno, 
Presto tirianla a noi senza dimoro. 
E Urania fuor dell'acqua, e nn merainte vi 
dà un colpo per spezzarla, e Uliva dice: 
Pian pian, per Dio, o me, caro compagno 
Un Merc.\nte la cava della cassa, e dice: 
Dimmi in presenzia di tutti costoro 
Per qual cagion sei tu stata gittata 
Nel mar, in questa cassa si serrata. 



)( ^3 )( 

Uliva risjìonde: 
VA mio destino e la mala fortuna 
Qui per qiicst' onde m' ha fallo gittare. 
Un Mercante maravigliandosi della sua bel- 
lezza, dice all'aitilo: 
Non credo al mondo mai iiisse nessuna 
Che fusse di costei più singulare, 
Di gentilezza avanza ciascheduna, 
Be' modi, e bell'effigie e bel parlare; 
Poi che r è sì gentile a maraviglia. 
Vuoisi donare al gran re di Casliglia. 

Ora si partono e menonla al Re di Casti glia: 
e in questo mezzo esca in scena ima Ninfa adornata 
quanto sia possibile, e vada vestita di bianco con 
arco in mano, e vada per la scena. Dopo lei esca 
un giovanetto pur di bianco vestito, con arco, e 
ornato leggiadramente senza arme, il quale gio- 
vane andando per la scena, sia dalla sopradetta 
Ninfa seguito con grande instanza senza parlare, 
ma con segni e gesti inostri di raccomandarsi e 
pregarlo; egli a suo potere la fugga e sprezzi, ora 
ridendosi di lei e or seco adirandosi, tanto ch'ella 
finalmente fuori d'ogni speranza rimossa, resti di 
seguirlo; e perchè costei si converte in sasso, e voi 
non avendo il palco, non potresti far questa finzione 

3 



)( 34 )( 

(che bene] stessi), però farete in questo modo: 
che ella partendosi dal detto giovane disperata, 
nella più oscura parte della selva vada, e lui si 
stia abbracciando un albero. In questo tempo il 
suddetto giovane seguendo il suo viaggio, arrivi 
alla fonte, e in quella riguardando, cominci a far 
nuovi gesti, ora maravigliandosi, chinandosi sino 
all'acque, ora stendendo le braccia come se abbrac- 
ciar volesse alcuna cosa, ora dirizzandosi in piedi 
resti stupefatto, ora percotendosi il petto e altri ge- 
sti simili; finalmente tutto lacrimoso si volga alla 
selva, e dica e sottoscritti versi in canto pietoso e 
interrotto, e la Ninfa a ogni fermata di parole 
replichi nel medesimo modo che egli ha fatto le 
ultime parole da lui dette, e massime certe come 
sarebbe ahimé, ahimè e simili; e perchè meglio 
intendiate, vi daremo l'esempio, e diremo s'el detto 
giovane dicessi questo verso: 

Sa quest' altier ch io l' amo 
e facessi fermata dove dice: ch'io l'amo; la Ninfa 
dica: ch'io l'amo. Se dicesse tutto il verso, cioè: 

Sa quest' altier ch'io l'amo e ch'io l'adoro 
la Ninfa dica solamente con la medesima voce: 
l'adoro; e così replichi l'ultime parole del verso 
secondo il modo di chi lo canta. 
Questi sono i versi: 



)( 35 )( 

Misero a me che bramo e che desio 
l.a mia propria figura e pro])rio viso! 
Amo una dolce vista, e son quell'io 
Ch'a me mi toglie e ne resto conf|uiso. 
Ahi dispietata sorte ! ahi caso rio ! 
Ahi sfortunato e povero Narciso! 
(;hi ebbe mai sì dolorosa sorte 
Che per se stess'amar giugness' a morte? 

Ahimè, dov'è colui che mi fa guerra? 
Ahimè, ahimè, chi mi consuma e sface? 
Misero me, chi la mia vita atterra? 
Dov'è l'imago che tanto mi piace? 
Qui pur la veggo, e s'io m'inchino a terra 
La dolce vista mi promette pace. 
Poi (juando muovo l'acque, in un momento 
Sparisce, e io meschino abbraccio il vento. 

Fammi morir, amor, fammi morire. 
Fammi tosto morir, che morir voglio. 
Trammi tu fuor di cos'i gran martire 
Poi che di liberta mi privo e spoglio. 
O fiera voglia, e sfrenato desire, 
Che crescendo, accrescete il mio cordoglio. 
Partitevi da me, mutate loco. 
Se no mi liquefaccio a poco a poco. 

E detto questo gettisi in terra, e segua: 

Ecco ch'io moro ahimè, che più non posso 
Questa gravosa salma sostenere. 



)( 36 )( 

Ch'io mi sento agghiacciar il sangue addosso. 
E già comincio l'inferno a vedere, 
Sento il vecchio infernal che già s'è mosso 
Per passar Tonde uubilose e nere; 
Restate, arbori, sassi, fiumi e fonti 
Restate in pace, selve, piani e monti. 
Questi finiti^ dica tre volte ad alta voce e ada- 
gio: Ahimè, ahimè, ahimè; eia Ninfa gli risponda; 
e così detto distendasi e stia come morto, e dopo 
alquanto spatio, esca fuori quattro o più Ninfe 
vestite di bianco senz'arco e con chiome sparse, le 
quali giunte dove il giovane morto giace, fattogli 
cerchio intorno, finalmente involtolo in un bianco 
panno, cantando questi versi lo portino dentro; e 
nel tempo che queste cose si fanno, la Ninfa che 
prima uscì fiwra, più ascosamente ch'ella può, se 
ne ritorni. 

Questi sono e versi: 

Vanne felice al cielo 
Alma beata e bella, 
A trovar la tua stella, e' star con lei, 

Lasciando tanti omei 
Di (fuesto basso mondo, 
Dove uom non è giocondo, e tu lo sai; 

Godi gli ardenti rai 
Della divina luce. 
Prendila per tua duce e fida scoila. 



)( 37 )( 

Alma, tu non sei morta 
Ma sei più che mai viva 
Benché del corpo priva sii restata; 

animo beata, 
Godi l'eterna mente, 
Dove starai presente notte e giorno; 

Quant'altre arai d'intorno 
Ch'a mirar il tuo viso 
Costassù in paradiso ne verranno! 

Or sei fuor d'ogni affanno. 
Or sei beata e lieta, 
Or sta sicura e queta, alma gentile. 

Or giunti i mercanti al Re di Castiglia un di 
LOR dice: 

Onnipotente e vera monarchia, 
dignissimo re incoronato, 
Dio ti mantenga in pace e signoria 
E conservi in amor tutto il tuo stalo, 
Questa fanciulla sì benigna e pia 
Navigando per mar abbiam trovato; 
Della Maiestà tua vogliam che sia. 

El Re: 
Io vi ringrazio, e lei accetto pria. 

E volgesi il Re a Uliva, e dice: 
Donde ne vien la tua gentil persona? 
Per certo tua presenza ti condanna 



)( o8 )( 

Che tu sei lìglia di qualche corona, 

Se già la vista o l'amor non m' inganna. 

Uliva : 
Signor, io son figliuola alla fortuna 
Che buon e rei la notte e '1 giorno affanna. 

El Re dice a vìi suo servo: 
Va menala a mia madre, servidore, 
Di' che gli faccia vezzi e grand' onore. 
Lo Scudiere la mena a la madre del re, e dice: 
El sacro re ti manda a presentare 
Questa fanciulla del viso pulito. 
La qual è stata trovata nel mare 
In una cassa ch'andava pel lito. 

La Madre del re dice a Uliva: 
Dimmi, fanciulla mia, non dubitare, 
Come sei tu condotta a tal partito? 



Uliva : 
l\ piace al mio Signor che così sia. 

La Madre del re: 
Orsù non dubitar, fanciulla mia. 
Ora il Re innamorato d'Uliva si pone in sedia, 
e dice: 

Ohimè, ohimè, mi sento il cuor aprire. 
Io mi sento legar in aspro nodo; 
Io voglio insino alla mia madre gire, 
E mi bisogna andar in ogni modo, 



)( -^^J )( 

Io ho con lei mille segreti a dire. 
Un Barone conoscendo che lui era innamoralo, 
sorridendo dice: 

La tua cagion ti nuoce, se 'l ver odo. 

El Re: 
lei altro i' sento tirar l'arco 
Che mi saetta, et hammi giunto al varco. 
Ora il Re va alla madre, e dice: 
Tu sei la ben trovata, madre mia. 
La Madre: 
E tu sia il ben venuto, figliuol caro; 
Vorrei saper quel eh' il tuo coi- desia. 

El Re: 
Io tei dirò, e tu ci pon riparo; 
Io ho nel cor tanta maninconia 
La qual mi fa gustar sapore amaro; 
Se non mi dai Uliva per isposa 
La vita mia sarà sempre dogliosa. 
La Madre con collora dice: 
Caccia da te cotesto stran pensiero, 
Vuoi tu torre una che tu non conosca? 
Tu non sai chi ella sia, e quest'è il vero; 
Ben hai la mente sì turbata e fosca, 
Si che caccia da te tal desiderio. 

[ Manca il verso ] 



)( 40 )( 

El Re: 
Voglia non voglia, il mio consiglio lodo 
E vo'mi contentar ad oqni modo. 
La Madre irata dice: 
Io ti prometto se tu la torrai, 
Ch' io me n' andrò a star 'n un monasterio; 
Non aspettar di rivedermi mai. 

El Re: 
Fa' che ti piace, io ho fermo il pensiero. 

La Madre: 
E questo è il merto che mi renderai? 
Io t' ho allevato con tal desiderio 
Sperando aver di te molto contento, 
E tu mi dai al fin pena e tormento. 
El Re va in sedia e volgesi ad Alardo, e dice. 
3Iuoviti prei^to. Alardo ardito e baldo 
E intendi ben del mio detto il tenore. 
Va per Uliva tu con Sinibaldo, 
E menatela qui con grand' onore. 

Alardo : 
Quel che comandi con effetto caldo 
Presto fatto sarà, caro signore. 

E ffiunto a Uliva, dice: 
Uliva vieni insino alla corona. 

Uliva : 
Gesù mio, salva la mia persona. 



)( ^^1 )( 

E menala al Re, et egli gli va incontro con 
gran letizia, e dice: 

Ben sia venuto il cor del corpo mio; 
Come stai tu dolcezza del mio core? 

Uliva : 
Sto ben per compiacer al tuo disio; 
Dimmi che vuoi da me, caro signore. 

El Re: 
Io tei dirò col volto umile e pio; 
Or sappi eh' io t' ho posto grand' amore, 
E delibero torti per isposa 
Quando li piaccia, figlia gratiosa. 

Uliva inginocchiatasi, elice: 
Signor, sia fatta la tua volontade, 
Quel eh' a te piace, a me convien che piaccia; 
Ben eh' io sia indegna di tal dignitade 
Col tuo voler convien eh' io mi confaccia. 

^^ Re: 
Altro non regna in te che umanitade; 
Volta vèr me la tua candida faccia. 
Poi che ne sei contenta, amor mio hello, 
In presenza d' ognun prendi 1' anello. 
Dato l'anello, la piglia per mano, menala a 
sedere e posta in sedia, el Re allegro dice: 
Su presto, sonatori, agi' instrumcnti, 
Empiete le mie nozze di letizia, 



)( 42 )( 

Oggi è quel dì che liitli e miei contenti 
Potrò lieto pigliare a gran dovizia. 

E presentando e suoi baroni: 
E voi baron miei cari, e mie serventi 
Prendete questi don senza pigrizia. 
E volgesi a Uliva, e dice: 
E tu Uliva prendi questa vesta, 
E la corona sopra la tua testa. 

E volgesi al Siniscalco, e dice: 
Fa bandir Siniscalco, una gran giostra 
Fra tutti quanti e baron del mio regno, 
Che comparischin con superba mostra 
Per onorar un convito sì degno. 

Et Siniscalco: 
Quanto comanda 1' eccellenza vostra, 
Signor, fatto sarà senza ritegno; 
E per ubbidir tosto al tuo comando 
Ecco eh' io vado a far mandare il bando. 
Ora el Siniscalco si parte e va a scrivere il 
bando: in questo mezzo si suona e (assi festa, e la 
Madre del re esce di camera, e viene dove sono le 
nozze, e veduto che 'l figliuolo l'ha sposata, irata 
dice : 

Figliuol iniquo, traditor, ingrato, 
A questo modo innalzerai '1 tuo regno? 
Dov' è '1 suocero tuo, o scellerato? 



)( ^^^ )( 

Dov' è la dolc? e quest' è '1 Ino disegno? 

Partir da te io ho deliberalo 

Che sopportar non posso un tanto sdegno. 

El Re: 
Badate ad altro, e non mi date noia. 

E mostrali Uliva, e dice: 
Questo è ogni mio ben, ogni mia gioia. 
Partesi la Madre del Re, e intanto il Siniscalco 
chiama el banditore dicendo: 

Brizi, vien qua, to' questo bando in mano, 
Fa che per ogni terra sia bandito 
Del signor nostro valoroso e umano. 
Per onorar il suo real convito. 

Banditore : 
Farò quel che comandi a mano a mano, 
Sai ben che sempre mai t' ho ubbidito. 

Il Siniscalco: 
Vorrei del tuo parlar tosto 1' effetto. 

Banditore : 
Ecco eh' io vado a mettermi in assetto. 

Ora giunta la Madre del Re al monasterio, 
picchia, e una Snora apre, e ella dice: 
Dio vi dia pace. 

La Suora: 
Benvenuta siale. 



)(M)( 

La Madre del Re risponde: 
Io me ne vengo a star con esso voi, 
suore mie, se ve ne contentate. 

La Suora : 
E non bisoq-na domandarne noi, 
Che noi siam tutte quante apparecchiate 
Per ubbidire a' comandi di voi; 
Molto ci piace la vostra venuta, 
Sarete per maggior da noi tenuta. 

Ora entra iiel monasterio; e il Banditore 
rìuinda il bando della giostra almen in due luoghi, 
dicendo: 

Per commession del gran Re di Castiglia 
Si cita ogni barone e cavaliero 
Del grande stato suo, di sua famiglia. 
Ch' ognun armato di ciò eh' è mesliero. 
Se ben ci fusse cinquecento miglia, 
Sion fra tre giorni dinanzi all' imperio 
Con grand' onore, con superba mostra, 
In punto lutti quanti, per far giostra. 

// Re in sedia dice a Uliva: 
Vuo'mi tu bene? 

Uliva : 
Me' che tu non di'. 



)( ^*5 )( 

El Re: 

lo non ti credo. 

Uliva : 
Signor, gli è pur vero. 

El Re: 
Pentiti tu d'aver detto di si? 

Uliva : 
Deh signor lassa andar questo pensiero. 
Io son contenta più che mai ogni dì; 
E prima in Dio, e poi in tua grazia spero, 
E solamente mio pensier raccoglie 
Di voler contentar tutte tue voglie. 

E mentre che si dà ordine alla giostra, per 
intrattenere la scena, fate uscire un uomo con vesta 
insino a' piedi di tela rozza, con maschera comoda, 
e barba o bianca o mischiata, e in capo un cappel 
bianco coperto di ellera o mortella senza fiori, e la 
vesta da mezzo in su sia con monti di cotone, cioè 
bambagia in due fila, e da mezzo in giù pulito. 
Abbia questo medesimo un cinto pur d' ellera, e un 
bastone in mano senza altro, e scalzo. Doppo costui 
sia una fanciullctta piccola, tutta di bianco vestita 
con capelli sparsi per le spalle, un fior bianco di 
seta in mano, con ghirlanda in capo con de' fiori 
bianchi e gialli: abbia costei per compagna un' al- 



)( ^6 )( 

tra donna vestita di giallo o di azzurro, con fiori 
r/ialli in mano, acconcia al solito con ghirlanda di 
fiori. E doppo questo eschino tre donne, che le due 
tenghino in mezzo la compagna, la quale sia vestita 
d'una veste bianca tutta fiorita, con chiome sparse 
e coperte, se non in tutto almen iti parte, di fiori 
piccoli e varii, con ghirlanda di fiori e erbe, con 
testa cinta -pur d' erbe e fiori, e in mano fiori i 
quali vada spargendo ella con le compagne per la 
scena; la compagna da mano destra vestita di 
rosso, adorna d'oro e di perle quanto sia possibile, 
talmente che la rassembri bellissima, con acconcia- 
ture degne di se; e quella da mano sinistra, sia 
vestita di qual colore più vi piace, senza altro 
ornamento che d'una ghirlanda di perle; e dopo 
seguiti un uomo vestito di verde, adorno e coperto 
di fiori e d'erbe, e in capo un cappello grande 
della medesima livrea, scalzo ma coperti e piedi, 
maschera al viso da giovane, e di bella fatione; 
seguiti dopo lui un altro uomo, e indosso una ca- 
micia bianca coperta d'ellera, con qualche rosa alle 
gambe, vestito della medesima, senza nulla incapo, 
salvo che fronde in ghirlandetta. Vadino costoro 
per questo ordine descritto, l'un dopo l'altro per 
tutta la scena, con lenti passi, spargendo cosi gli 
uomini come le donne, fiori e fronde per ferra. 



)( ^*7 )( 

Vestirete medesimamente un Cupido al modo ordi- 
nario, il qital si vada mescolando variamente tra 
le sojirndette persone leggiermente; e nel medesimo 
tempo che i soprascritti escano fiiora, siano nasco- 
sti per la scena sei o otto persone con fisti diversi 
da pigliar uccelli; fistino quando l'uno e quando 
l'altro, e alle volte tutti insieme, tanto quanto dura 
l'intermedio. Le tre donne nell'andar, cantino con 
voci sitavi e adagio i sottoscritti versi, i quali finiti, 
rientrino dove gli uscirno: 

Rivestasi la terra 
Di fresche erbette e fiori; 
Ardino e freddi cuori in caldo fuoco. 

Ogni prato, ogni loco 
Fiorisca in questo giorno, 
Onde ne resti adorno ìi mondo poi. 

Destisi amor fra noi 
E sgombri ogni gravezza, 
Et empia di dolcezza e nostri petti. 

I piccoli augelletti 
Cantin per li alti rami. 
Ciascun adori e ami la sua stella. 

Ogni accorta donzella 
AI suo fedel amante 
Volga le luci sante, oneste e chiare. 

Sien le nevi i)ui- rare, 
E non si vcgghin oggi 



)( ^^ )( 

Nugoli intorno a' poggi, o splenda il sole. 

Fiorischin le viole, 
Naschin le verde erbette, 
Venghin le fanciuUelte a ghirlandarsi. 

In ogni luogo, sparsi 
Sian fior bianchi e vermigli 
E rose bianche, e gigli, varie e belle. 

Le pure verginelle 
Vadin pe' prati errando, 
Dolcemente cantando i lor pensieri. 

Rinnovino i piaceri, 
Creschin le oneste voglie, 
Unqua sian senza foglie i verdi allori. 

Sien felici ali amori, 
Senza travagli e noia, 
Ognun di dolce gioia abbia il cor pieno. 

Dispergasi il veleno 
Che gli altrui petti infiamma, 
E non si senta dramma di martire. 

Finito l' intermedio, fate a poco a poco compa- 
rire i giostranti armati con bellissime arme, e so- 
pra tutto bene in ordine. Il che fatto, et Siniscalco 
vada al re dicendo: 

Signor gli è comparilo per giostrare 
Infiniti baroni e cavalieri, 
Et a ciascun di lor niill' anni pare 



)( 49 )( 

Di ritrovarsi armati in su' destrieri 
Per poter poi le lor prove mostrare, 
Tanto sono animosi arditi e fieri. 
Dispon quando tu vuoi far questa giostra, 
Onde si possa far la bella mostra. 

El Re: 
Ordina tosto. Siniscalco, quanto 
Fa di bisogno a così bella impresa, 
Ch' io vo' che questo giorno tutto quanto 
Si spenda in terminar l'alta contesa; 
Et io eleggerò gli uomini intanto 
Che denno giudicar la lite accesa, 
E chi merli 1' onor, chi merli il fregio 
Della gran giostra, e chi ne merli il pregio. 
El Sinismlco si parte per dar ordine alla gio- 
stra, e il Re elegge i Giudici, dicendo: 
Sinibaldo, Ahgelieri et Agricano, 
Ognun di voi ciascun pregiato e degno. 
Pigliate voi della gran giostra in mano 
L'alto giudicio, e con sagace ingegno 
Date in pregio al guerriero più sovrano 
La più bella città di tutto il regno; 
Cosi comando, e di ciò mi contento. 

Sinibaldo : 
Signor, farassi il tuo comandamento. 
Li tre giudici eletti saliscou nel luogo per loro 

4 



)( 50 )( 

deputato; e' Cavalieri giostranti con trombe e alle- 
grezza fanno la mostra, e fatta riverenzia al Re, 
poi tutti insieme s' appresentano a' giudici, il più 
Vecchio de' quali dice: 

Valorosi guerrier, mostrate quanto 
Valore e forza si ritruovi in voi, 
Ch'oltre all'onor, colui che porta il vanto 
Una hella città debbe aver poi, 
E un leoqiadro e onorato manto 
Per far noto alle genti e fasti suoi ; 
AlDbiate del giostrar alta licenzia 
Con grand' onor e gran magnifìcenzia. 
Ora si ritiron da banda e Cavalieri; e un di 
loro piglia il campo arditamente, al quale un altro 
vien incontro e cade per terra, e simile il secondo 
e il terzo, ma il quarto resta vincitore del campo, 
e venutoli un altro incontra resistono, e l'uno e 
V altro rimane in piedi, e ritornati a riscontrarsi, 
fanno il medesimo. Ora in questo, di quell'altri 
cominciorono a mescolarsi, e così per alquanto dura 
la pugna, cadendo or questo e ora quello; e final- 
mente per commessione del re suonasi le trombe, e 
i giostranti si ritiron da' giudici, i quali danno il 
giudizio secondo che a lor pare. Ma innanzi che se 
ne faccia altra festa, in quello che la sentenzia è 
data di chi sia vincitore, comparisce al re uno 



)( 51 )( 

Corriere con una lettera, e inginocchiatosi dice. 

Valoroso Signor, io son mandato 
Dal finir do' confin d' ogni tua terra ; 
Il gran re di Navarra è apparecchiato 
Con tutta la sua gente a farti guerra. 

E dagli la lettera, dicendo: 
Per questo breve tu sarai avvisato 
Di tutto il folto, se il mio dir non erra; 
Mandon per terra ville, case e mura, 
Sì che, Signor, al tuo regno procura. 
// Re legge la lettera piano, e dolendosi, dice: 

Mai non fu dolce che non fusse amaro, 
Letilìa non fu mai senza dolore; 
Ma sia che vuol, ch'io ci porrò riparo; 
Io voglio ir contro a questo traditore. 

E volgesi a Uliva, dicendo: 
Ma come farò io, amor mio caro 
Che viver senza te non mi dà il core? 
Io penso pure, e non so che mi fare, 
Ch' a ogni modo e' mi conviene andare. 
E volgesi ad Alardo, e dice: 

Su presto, Alardo, metterai in assetto 
Tutta la gente d'arme del mio regno. 

Alardo : 
Con ogni ingegno mio, con intelletto, 
Farò quel che comandi, signor degno; 



)( 52 )( 

Lascia la cura a me di tal effetto, 
Ch' io son per operar tutto il mio ingegno, 
E ti prometto per la fede mia 
Far più che la tua mente non desia, 
Partesi Alardo e va a ordinare li armati, e 
il Re si volge a' suoi baroni, e dice: 
Tu, Sinibaldo, baron mio famoso, 
Piimarrai nel mio luogo fin eh' io tomo, 
E tieni il regno in pace et in riposo, 
Tien la giustizia in pie senza soggiorno, 
Fa ragion a ognun, e sia pietoso. 
A' circonstanti che stanno d' intorno. 
Sinibaldo : 

10 ti prometto, giusto mio potere 

11 regno tuo in pace mantenere. 

Il Re: 

Sopra ogni cosa ben ti raccomando 
Qui la regina, che gravida resta; 
Come r ha partorito, ti comando 
Che faccia far pel regno una gran festa^ 
E d'ogni cosa mi vieni av\'isando. 
Femmina o mastio, senza far più resta. 

E volgesi a Uliva abbracciandola, e dice: 
E tu fida speranza del cuor mio. 
Rimani in pace, e prega per me Dio. 

Ora Alardo conduce gli armali con suoni di 



)( 53 )( 

trombe e dì tamburi e con gran romore, e il Re 

dice: 

Orsù pregiatM e franca baronia, 
Ognun mi segua senza far soggiorno, 
Or si vedrà la vostra gagliardia; 
Ma quel che nel pensar mi dà più scorno 
E di lasciar la dolce sposa mia, 
Né credo senza lei viver un s:iorno: 
dolce donna mia, conforto e pace, 
Ricordati di me, rimani in pace. 
Ora si partono, e Uliva fa orazione a Dio, 

dicendo : 

Gesù mio dolce, il qual m' hai liberato 
Di tante angustie, e da duol tanto forte, 
Per tua virtù le man m' hai rappiccato, 
Io ti prego, Signor, che di ria sorte 
Da te il dolce mio sposo sia guardato 
E da improvisa e violente morte. 
In ogni luogo, per mar e per terra 
Scampalo, Signor mio, da ogni guerra. 

Ora il Re si parte; giunto al fin del suo regno 
si volge a' baroni, e dice: 

Baron miei cari, poi che noi siam giunti 
Alla fin del mio regno, poseremo; 
E tutti e fanti a pie' piglino e monti, 



)( 54 )( 

E noi pel piano alloggio piglicremo; 
Ch' io so che' traditor saran defonli, 
Noi con vittoria a casa torneremo, 
Ch' io spero in Gesù Cristo Salvatore 
Che' sua fedeli aiuta con amore. 

Fermato el re con tutta la gente, voi in questo 
mentre fate uscir due donne, e radino una a man 
destra e una a man sinistra della scena, e con 
lento passo; e la prima sia vestita di bianco, ma 
non veste cattive non lane ne line, con una colomba 
pur bianca in su la spalla, e in mano un ramo 
d'uliva, e sopra la rete bianca una ghirlanda di 
fior di mortella; e la seconda, tutta vestita di ver- 
de, senz'ornamento nessuno, e in mano una bac- 
chetta dello stesso colore; et essendo inviate, quella 

DA MAN DESTRA, COmÙlci: 

Tutto il mondo ho cercato a parte a parte, 
Né so luogo trovar che per me sia, 
Però son dispregiata in ogni parte, 
E sol s'apprezza la nimica mia. 
Ognun s'adopra con ingegno et arte 
Per cacciarmi da sé, dovunque sia. 

L' ALTRA risponde : 

Tempo forse verrà che Giove in terra 
Ti farà' lieta, e torrà via !a guerra. 



)( 55 )( 

La PRIMA seguiti: 
Molti e molti anni già son gita errando 
In diversi paesi, con speranza 
Di por l'ira e la guerra e l'odio in bando 
Tal che più poco a ricercar m'avanza, 
Tutto il mondo è sozopra; or vo cercando 
Per selve e boschi, la mi' antica stanza. 

L'altra dice: 
Forse un giorno verrà, se a Giove piace, 
Che tutto quanto il mondo starà in pace. 
La Prima: 
E se non che la speme mi mantiene 
Tosto me ne sarei nel ciel salita, 
Dove si trova sol diletto e bene, 
Dove si gusta dolcezza infinita, 
Ma questa solamente mi sostiene 
E mi fa desiare al mondo vita, 
E tanto che "l buon tempo riconoschi 
Ch' io m' uscirò di questi folti boschi. 
Finito il amtar di costei, esca fuor quattro 
vestiti da mattaccini, con sonagliera a' piedi e 
spade ignude in mano, con gran strepito; e sa- 
rebbe buono che facessino due o tre atti di moresca, 
e non li sapendo fare, scorrino per la scena, e 
rientrino così le donne come loro. 

Ora Uliva si volge alle sue damigelle, e dice 



)( 56 )( 

come la si sente da partorire: 

Oltre qua, damigelle, oimé presto, 
Gir io mi sento mancar per la gran pena. 

Una Damigella: 
Cara madonna, che vorrà dir questo? 

Uliva : 
Aiutami, Maria, virgo serena. 

Una Damigella all'altra dice: 
Orsù raettianla a letto, facciam presto; 
Tu pari una aggranchiata, Maddalena. 

Uliva : 
Aiutami, Gesù alto e divino. 

Una Cameriera mostra il bambino, e dice. 
Guardate, che 1' ha fatto un bel bambino. 

Uno Scudieri porla la nuova al Viceré: 
Un fanciul mastio Uliva ha partorito, 
Che mai si vidde il più bel di persona. 

Il Vigere: 
Su scrivi, CanccUier presto et ardito 
Del nascer del fanciullo alla corona; 
Ordina, Siniscalco, un bel convito 
E tu, Corricr, il tuo cavallo sprona 
E infmo al nostro re te n' anderai, 
E la buona novella gli darai. 



)( 57 )( 

// Corriere si parte con la lettera, e giunto al 
Monasterio, fa motto alla Madre del Re, e dice: 
Ben sia venuto, Cavallaro adorno. 
Dove vai tu si in fretta, e cosi solo? 

Il Cavallaro: 
A me bisogna andar senza soggiorno 
Al Re, nostro signore e tuo figliuolo, 
A dargli nuova come in questo giorno 
Gli è nato un figlio al mondo unico e solo. 

La Madre: 
Per istasera vo' che resti meco, 
Ch' io vo' parlare alcune cose teco. 
Il Cavallaro sta la sera quivi; e quando dorme 
la Madre del Re gli toglie la lettera e leggela, e 
di poi la straccia, e scrivene una a suo modo, e 
mettela nella tasca del cavallaro, e poi lo desta. 

E 'mentre che queste cose si fanno, esca in iscena 
per intrattenere, una donna vestita d'azzurro, e la 
vesta tutta coperta di stelle d' oro. Arehbe a esser 
costei sur una carretta di quattro ruote, ma perchè 
vi sarebbe difficile, fatela andare per la scena or- 
dinariamente. Abbia in mano un bastone tutto 
dipinto e corto, e sopravi una luna; e dopo lei esca 
l'Iddio del sonno, vestito nel modo dell'altro, e se- 
guiti costei, et ella sendo in scena cantando dica: 



)( 58 )( 

lo son colei che do ri[)OSo al mondo, 
Quella che fo gioir gli amanti in terra; 

10 son colei che fo l'amor giocondo 
E quieto de' sospir la lunga guerra; 
In me posa ciascuno il grave pondo 
De' noiosi pcnsier eh' ognun atterra, 

E quei ch'altro riposo aver non ponno 
Quietan 1' afflitte membra in dolco sonno. 

Mentre che costei canta, fate uscire quattro a 
sei maschere vestite come a voi pare, ma brutte e 
contraffatte, uscendo or l'una or V altra, e punito 
il cantare, entrasene ciascuna dentro. 

Ora la Madre del Re desta il Cavallaro, e dice : 

Su, cavallar, gii è tempo d'andar via, 
Alla tornata tua farammi motto, 
Ch' io ti vo' dar la mancia, in fede mia. 

Cavallaro : 
Io voglio andare, e tornerò di botto 
Perch' io ho anche a fare una gran via, 
E credo passin miglia cenventotto; 
Et ho deliberato e posto in cuore 
S' io posso farle in meno di sei ore. 

11 Cavallaro va via, e giunto al Re s'inginoc- 
chia, dicendo: 



)( 59 )( 

Sacra corona, tu sia il ben trovato; 
Lcllcrc porto del tuo Sinibaldo. 

Il Re: 
Ilammi tu buone nuove oggi arrecato? 

Il Corriere: 
Signor mio, sì ; se '1 mio intelletto è saldo. 

Il Re si volge al Cancelliere, e dice: 
Su presto, Cancellier, leggi il mandato 
Che di dolcezza tutto quanto io ardo; 
Leggi tu, Cancellier, e parla forte 
Ch' io vo' che ognun intenda tanta sorte. 
Il Cancelliere legge la lettera, e dice: 
Per dar avviso a te, degna corona, 
Come qua Uliva ha partorito un figlio 
Il qual non par uè bestia né persona 
Tal che tutta la corte è in iscompiglio; 
Uliva non debb' esser cosa buona 
Et ènne ciaschedun in gran bisbiglio; 
Tal che per tutto il tuo regno si dice 
Che la debbe esser qualche meretrice. 
Onde per questo tutti slam dolenti. 
Nessun non ci è si possa rallegrare; 
Tutti Siam dolorosi e mal contenti 
Pensando dopo le chi de' regnare; 
Questi mi paion si, duri accidenti; 
Rispondi aduncpie quel eh' abbiam a fare ; 



)( 60 )( 

A noi, per non venire in cotal sorte, 
Ci par eh' Uliva meriti la morte. 
Il Re turbato dice: 
Rispondi, Cancelliere, e questo basta; 
Di' che non si dien piìi tanto dolore; 
Se la mia sposa è sana, questo basta 
Ch' altra pace che lei non ha il mio core ; 
Io so eh' io r ebbi per vergine e casta, 
Non è questo difetto per suo errore. 
Ma é piaciuto a te, Signore Dio, 
Per qualche atroce e gran peccato mio. 
Scrivi eh' io farò a lor presto ritorno 
Con gran trionfo e con molta vittoria. 
Che mi par più di mille ciascun giorno, 
E che lascin andar ogni altra storia, 
Ch' io raccomando lor quel viso adorno 
D' Uliva mia, la quale ho in memoria, 
E che non si dien più cotanta doglia. 
Che quanto piace a Dio convien l'uom voglia. 
Il Cancelliere scritta la lettera la dà al Cor- 
riere, e lui va via; e giunto al Monasterio dice 
alla Madre del Re: 

Dio ti salvi. Madonna, io son tornato. 
La Madre del Re: 
Ben sia venuto; eh' è del mio figliuolo? 



)( 61 )( 

Il GWALLARO: 

Gli è sano, ma gli è ben tutto turbato; 

Quel che s'abbi io noi so, ma gli ha gran duolo, 

E non s' è mai di nulla rallegrato 

Insiem con tutto quanto il suo stuolo. 
La Madre del Re: 

Facc'egli; to' la mancia, e poi berai; 

E poscia il tuo viaggio seguirai. 
Ora gli dà da bere vino alloppiato, e egli s'ad- 
dormenta, et ella gli toglie la lettera e stracciala, 
e scrivene un' altra a suo modo, e poi gliela mette 
nella sua tasca. 

E voi in questo mezzo fate uscire un uomo con 
barba lunga e capelli bianchi, vestito di nero in fino 
a' pie, senza scarpe, il quale si stia nel mezzo 
della scena, appoggiato con una mano alla gota; e 
Uno, cantando, (ma non si vegga) dica in su' suoni 
e sottoscritti versi, e negli ultimi dna eschino fuora 
senza strepito quattro, vestiti di nero fino a' piedi, 
con gli capperucci in capo che gli cuoprino il viso, 
e menino via l'uomo sopradetto: 

Pigro sonno che fai? partiti via, 
Partiti, falso Dio, partiti, dico^ 
Partiti col malan che Dio ti dia, 
degli uomini saggi aspro nimico; 



)( 62 )( 

Torna all' inferno ci' onde uscisti pria 
Per torre alla virtù più d'un amico; 
Tu dormi , o viva morte, e non ti svegli? 
Le man t'avessi io avvolte ne' capegli. 

Scaccia, padre, dal ciel, giù nell'inferno 
Questo malvagio Dio che ci fa guerra; 
Fa' che vi sia legato in sempiterno 
Onde rimanga libera la terra, 
E ritorni tra noi quel buon governo 
Che le mal' opre e tutti e vizii atterra; 
Vanne malvagio Dio, che guasti il mondo, 
E l'uomo senza te sarà giocondo. 

Ora la Madre del Re desta il Corriere, e dice: 
Destati, Cavallar, più non dormire, 
Va' porta del mio figlio l'ambasciata, 
Ch' io so che Uliva aspetta con desire; 
Va' presto, acciò eh' ella sia consolata. 
n Cavallaro sonnacchioso, dice: 
Io ho si grande il sonno, che aprire 
Gli occhi non posso, e la mente ho turbata. 

La Madre del Re: 
Partiti, che fatto hai troppo soggiorno. 

Il Cavallaro: 
Per non dormire andrò sonando il corno. 

Ora va sonando, e giunto al Vigere gli dà la lei- 



)( 63 )( 

tera, et egli la legge piano, e poi con gran dolor, dice: 
Oimè che cosa è questa? che vuol dire? 
Per me sarebbe me' non esser nato; 
Come potrò tal sentenza esequire? 
Poveretto fanciullo isventurato; 
Io sento ogni mio senso men venire; 
Or dov'è tanto amor? sei tu impazzato? 
Su presto, Gancellier degno d' onore, 
Leggi, che ognun intenda tal tenore. 
Il Cancelliere legge la lettera: 
Per dar avviso a tua degna eloquenzia, 
Sinibaldo, ascolta il mio parlare: 
Di tutto quanto il popolo in presenzia 
Uliva col fanciul farai abbruciare, 
E se non esequisci mia sentenzia 
Farò questo medesimo a te fare; 
Fa' quel eh' io dico, e non cercar cagione 
Perch' io gli faccia tal condannagione. 
Letta che ha la lettera al Vigere, così dice: 

Famoso et onorato mio collegio. 
Datemi aiuto col vostro consiglio. 
Per ubbidir al sommo nostro regio 
Se si debbe esequir si crudo artiglio. 

Un Barone: 
Signor farò proposta e di gran pregio: 
Se tu noi fai, ti metti in gran periglio; 



)( 64 )( 

Adunque per salvarti e ubbidire 
Il mandato del Re si vuol seguire. 

Ora il Vigere sì leva di sedia, e va in camelea 
da Uliva, e con dolore, dice: 

Uliva, Dio ti dia miglior contento 
Che non udirai ora al presente; 
Leggi, e vedrai il gran comandamento 
Che ci fa il sacro re sì crudelmente; 
Io congregai il consiglio in un momento 
Per aver il parer di tutta gente, 
E sua sentenzia ciaschedun ha data 
Che per ubbidir lui tu sia abbruciata. 
Uliva letta che ebbe la lettera, piangendo dice: 

sacro sposo mio, dov' è la fede? 
Dove l'amor che mi portavi tanto? 
Non ti muov' egli almen qualche mercede 
Del tuo figliuol, e' ha di bellezza il vanto? 
figliuol mio, or sarai fatto erede 
Del regno di tuo padre in si gran pianto. 

E volgesi al Viceré, e dice: 
Poi che fortuna mi dà si gran duolo 
Perdona almen la vita al mio figliuolo. 
Il Vigere risponde: 

Non piangere più Uliva, e datti pace; 
Né a te né a lui morte vo' dare; 



)( 65 )( 

Perdio tu vegga quanto mi dispiace 
Io ti dirò quel clie ho pensato fare; 
Acciò che tutto il popol sia capace 
Io farò vista una donna abbruciare, 
E tu di nuovo nel mar sia gettata 
Come tu fusti prima ritrovata. 

Uliva: 
Io ti ringrazio, o Viceré mio, tanto; 
Per me ti renda merito il Signore. 

Il Vigere: 
Deh per l'amor di Dio, deh cessa il pianto; 
Pel gran dolore mi si strugge il core. 
Uliva abbraccia il figliuolo, e piangendo dice: 
dolce mio figliuolo, io t'amo tanto! 
Ha meritato questo il grand' amore 
Ch'io port'ora a tuo padre et ho portato? 
È questo il premio che m' è riserbato ? 
Il Vigere chiama Alardo da canto, e dicegli 
segretamente : 

Ascolta un poco, Alardo di valore. 
Ma dimmi prima: possomi fidare? 

Alardo : 
Sopra la fede mia, sacro signore, 
Fidati pur di me, non dubitare. 

Il Vigere : 
Stanotte, intendi bene il mio tenore, 



)( 66 )( 

Farai costei in una cassa entrare, 
E gettala nel mar subitamente 
Senza saputa di nessuna gente. 

Ora Alardo la getta nel mare, e mentre va per 
mare la cassa, il Vigere cara fuora una donna 
con un bambino in collo travestita, che pareva 
Uliva, e mettela nel capanmiccio, e poi dice al 
popolo : 

Questa è Uliva, o popol mio, sapete 
Che de' finir sua vita in tanta doglia; 
La mandiamo a morir come vedete, 
Per ubbidir del nostro Re la voglia; 
Credo che gran dolor tutti n' avete, 
Però vi piaccia di mutare spoglia, 
Prego piccoli e grandi e ciascheduno 
Che sia contento di vestirsi a bruno. 

Ora, come piacque a Dio, essendo Uliva nel 
mare, arrivò appresso a Roma a due miglia dove 
il mare trabocca nel Tevere, e due vecchie che 
stavano lungo la riva del Tevere, vedendo venire 
questa cassa, una di loro dice cosi: 
Io vedo qui venir per l'alto mare 

Una cassa impeciata molto grande, 

Tirarla a proda, sorella, mi pare; 



)( 07 )( 

Iddio ci mandi pur buone vivande; 
Ma in che modo la possiam tirare? 
Aiutici colui che grazie spande. 

E tironla a 'proda, e una V apre e dice: 
È' ci é una fanciulla tramortita. 
Con un bambin, molto bella e pulita. 
E cavonla fuor della cassa, e storpicciandola 
UNA DI LORO dice: 

Che vuol dir questo, gentil giovanetta? 
Chi t' ha messa nel mare in questa cassa? 

Uliva : 
Non me ne domandar, che una saetta 
Mi da' nel cuore e pel mezzo lo passa; 
Fortuna avversa iniqua e maladetta 
Gira la ruota a chi alta a chi bassa; 
E ben eh' io senta pena e gran dolore, 
Pur ogni cosa a laude del Signore. 
Dite di grazia, in che parte son io? 
Una di loro risponde: 
Due miglia è presso a Roma tua persona. 

Uliva : 
Ringraziato sia tu, superno Dio, 
La cui speranza nessun abbandona. 
Se vi è in piacer, con voi restar desio. 

Una delle due vecchie, risponde: 
A noi fia somma grazia, figlia buona. 



)( 68 )( 

Uliva : 

Non dubitate eh' io ho danari assai, 
E gioie più che voi vedessi mai. 

Uliva ne va con le donne; e il Re dì Castiglia 
torna di campo con inolia vittoria, e il Viceré con 
tutti li baroni gli vanno incontro vestiti a bruno, 
e giunto al Re, il Vigere lo saluta: 

Ben venga il nostro Re alto di gloria, 
Tu se' vera fontana di giustizia. 

Il Re maravigliandosi, dice: 
Suolsi quando un re torna con vittoria 
Andargli incontro con molta letizia; 
qual caso perverso o qual istoria 
Vi fa venire a me con tal tristizia? 
Ditemi tosto che novella è questa. 
Che voi portate tutti bruno in testa? 
Il Vigere: 
Tu ci hai fatto, Signor, far una cosa 
Per la qual tutti siam cosi dolenti; 
Sol per la morte di tua cara sposa 
Noi portiam questi bruni vestimenti; 
Eir era tanto degna e graziosa 
Che noi siam tutti quanti mal contenti; 
Tu mi scrivesti eh' io gli dessi morte; 
Io son all' ubbidir costante e forte. 



)( 69 )( 

Il Re irato, dice: 
Dov' è Uliva, la speranza mia, 
Che sotto la tua guardia, ohimè, lasciai? 

Il Vigere maravigliandosi, dice: 
Onnipotente e vera monarchia, 
Quel che tu m' hai già scritto tu lo sai ; 
Io ho ubbidito alla tua Signoria 
A cui non ho disubidito mai. 
Ecco qui le tue lettere sigillate, 
Et ecco qui il Corrier che 1' ha recate. 
Il Re chiama il Corriere con dolore, e dice: 
Vien qua, Corriere, guarda a dir il vero: 
Soggiornasti in niun luogo per la via? 

Il Corriere: 
Signor, io mi fermai al monastero, 
Che la tua Madre mi ritenne in via 
Quivi una sera, a non celarti il vero. 

Il Re dolendosi, dice: 
invidia maladetta, iniqua e ria, 
Madre malvagia, cruda, iniqua e fella, 
Tu m' hai fìtto nel cuor mille coltella. 
E volgesi il Re a' sua Baroni, dicendo: 
Col fuoco, su, col fuoco al monastero, 
A seguitarmi, su, non siate lenti. 
Venga presto ogni franco cavaliero, 
Disfatelo per fino a' fondamenti; 



)( 70 )( 

Io vi prometto per l'alto Dio vero 
Ch' io gli farò gustar gli ultimi stenti ; 
Su Baron mia, non abbiate spavento, 
Ardete il monasterio e chi v' è drento. 

Quando hanno arso il monasterio, si ritornano 
a casa, e il Re in sedia 'piangendo, dice: 
cruda aspra iniqua e fiera morte, 
Com' entrasti tu in corpo così degno? 
Deh pianga meco tutta la mia corte, 
Piangete uomini e donne e tutto il regno, 
Deh prendavi pietà dell' aspra sorte 
Pel Signor vostro, baron d'alto ingegno; 
Piangete alberi, sassi, piani e monti, 
Piangete baron mia, marchesi e conti. 

È questo il gaudio, è questa la letizia 
Ch' io ho aspettato far con tanta festa? 
Consumerò mia vita con tristizia. 
Recatemi da bruno un' altra vesta; 
Viver vo' sempre in pianto con pigrizia, 
Né verso al ciel non vo' levar la testa; 
La barba infìno al petto vo' portare, 
Con gran dolor mia vita consumare. 

Finita la festa, e volendola voi in un medesimo 
giorno fare tutta, farete uscire in questo mezzo le 



)( 71 )( 

sottoscritte cose; se no, fatele nel principio del- 
l'altra giornata il di di poi. E prima fate uscire 
con quest'ordine l'infrascritte persone, e avvertite 
che a ogni principio e fine d'ogni intermedio, deb- 
bono i deputati al suono, sonare alquanto prima; 
e poi vestite uno da pastore con santanbarco cinto 
di sotto, e di sopra due pelle cucite su le spalle, e 
una vada di dietro e l'altra dinanzi, col sacco 
dreto alle spalle, con calzoni in gamba, e calzette 
e scarpe nel grosse ne sottile ma ordinarie, e in 
mano un bastone, senza nulla in capo, giovane di 
viso e senza barba; e dreto a lui esca un uomo 
attempalo, con un camice indosso, cinto con uno 
sciugatoio, e la legatura venga da un lato, e abbia 
una tonacella con uno sciugatoio avvolto al capo 
vero una capelliera bianca, barba lunga, con 
calze ordinarie ma semplici, in mano un'arca pic- 
cola sopra la quale sia una finestra aperta, sopravi 
una colomba di seta bianca con un ramo di ulivo 
in bocca; e dopo questo farete uscire un uomo at- 
tempato, vestito come il secondo, ma sia cinto di 
sopra, e in una mano abbia un coltello e nell'altra 
un tizzone di fuoco; e dreto a lui venga un fan- 
ciulktto vestito di tanè, con saio e gabbano, con 
calze intere, e in piede un paio di scarpe di cuoio 
d'oro, rome sogliono portare e nostri fanciulli. 



)( 72 )( 

senza nulla in capo, ma ricciuto, e in su le spalle 
abbi costui un fastelletto di legno; e dreto a costoro 
esca un nomo attempato, pontificalmente vestito con 
veste lunga, di sotto azzurra e di sopra rossa, e 
in capo come il soprascritto o vero una capelliera 
ricciuta, e in mano una bacchetta. E dopo questo, 
esca uno vestito come il secondo, ma scinto, e abbia 
costui una mitria in capo, e in mano uno terribile 
con incenso. Esca poi un giovanetto senza pelo al 
viso, vestito di drappo: abbi costui un reticino 
cinto, con alcune pietre dentro a piena mano e 
tonde, e in mano una scaglia, senza nulla in capo. 
E dopo questo, vestite una donna come si usano 
vestire le donne giovane di trenta anni tra noi, ma 
sia senza drappo; una pili attempata vestita come 
vedova, ma con cioppa, vestite medesimamente ma 
a guisa di regina, con dua donzelle dietro e tutte 
ben vestite, e wn'altra vestita con tutti quelli or- 
namenti che tra noi si vestono le spose novelle, e 
sia costei giovane e bella: abbi nella man destra 
un gran coltello, e nella sinistra una testa, la qual 
tenga per li capelli; e non vorrei che queste donne 
fussino insieme, ma compartite tra gli uomini, e 
non volendo vestir tanta gente, o non avendo como- 
dità, vestite quelli che vi piace; pur starebbe bene 
servar quest'ordine. Vestite una donna di mezzo 



)( 73 )( 

tempo con veste di tre colori bianco rosso e nero, o 
veramente metterli tre veste di questi tre colori, ma 
che tutte in qualche parte apparischino e si veg- 
ghino. Abbi costei una cuffia di velo in capo, e 
anella in dito, e in una mano una croce, nell'altra 
un libro; da man destra la segua una fanciulla 
vestita di bianco, onestamente acconcia; e da mano 
sinistra una pur fanciulla, vestita di rosso, con 
trecce avvolte; e quella da man destra, abbi in 
mano una croce, e quella da man sinistra una co- 
lomba bianca; e dreto a quella del mezzo, esca una 
fanciulla di nero vestita, con un libro in mano; e 
vadino queste quattro per il proscenio alquanto lon- 
tane da quelle persone che gli vanno avanti, e da 
quelle ancora che le seguono. E dopo queste, fate 
uscir un giovane di trenta anni, vestito di pelle e 
scalzo, con diadema in capo, e in mano un libro 
sopravi un agnello, e nel petto un breve, che dica 
Ecce Agnus Dei, e col dito lo mostri; e dopo lui 
vestite un uomo come soldato, ma senza troppe 
arme, e in mano una spada ignuda; e dopo lui un 
vecchio, con una rete in spalla, e la diadema in 
capo, e non gli volendo dar la rete, fate che abbi un 
paio di cìiiave in mano. Vestite poi due altri, con 
camici e tonacellc con stola: e un' abbi in mano 
un'Angiolo, e l'altro un'Aquila; e volendone accre- 



)( 74 )( 

scere due altri, sarà buono, pure vestiti come li altri 
dna, e l'uno abbi il leone e l'altro un toro in mano, 
e abbino tutti in capo la diadema. Poi vestite due 
donne ordinariamente, ma una meglio dell'altra, 
che abbi in mano un vaso, e l'altra di minor prezzo 
vestita, abbi una secchia piccola. E dopo ciuesto ve- 
stite un uomo a guisa di monaco di San Michele; 
vadino costoro ordinariamente dreto alle soprascritte 
donne, et essendo tutti in scena, quelli che sono 
innanzi alle quattro donne imponghino il sotto- 
scritto salmo, e finito il primo rosso, quelli che li 
sono dreto segnino il secondo nella medesima aria, 
e l'altre ripiglino in terzo, e così faccino fino al- 
l'ultimo. E mentre che si canta, vestite im diavolo, 
e vadia tentando per la scena or questo or quello; 
e finalmente quel Monaco bianco, avendo ima ca- 
tenella nella manica e venuto a lui, per forza lo 
leghi: e finito il salmo, se ne rientrino. 

Questo e il salmo: 

Sia benedetto il Signor d' Israel 
Perchè gli ha visitato, e operato 
L'alta redenzion del popol suo, 

Et ave in noi della nostra salute 
La potenzia elevata, 
In nella casa del suo servo David, 

Sì come gli ha promesso per la bocca 



)( 75 )( 

De' suoi santi Profeti 

Che stati son dal principio del mondo, 

Per liberarci da' niraici nostri 
E dalle man di quelli 
Ch'odio ci hanno portato, 

Per far misericordia a' padri nostri, 
E per arricordarsi 
Della divina sua santa promessa, 

E del giurato fatto giuramento 
Ad Abraam padre nostro, 
Che era per darsi a noi; 

Acciocché liberati dalle mani 
Delli nimici nostri, 
Lieti senza timor serviamo a lui, 

Venendo innanzi a lui con santitade 
E con religione e con giustizia, 
In tutti e giorni della vita nostra. 

E tu fanciul sarai detto profeta 
Dell'altissimo Dio, 

Perchè innanzi alla faccia del Signore 
N'andrai a preparar sue sante vie, 

E a dar al suo popolo notizia 
Dell'eterna salute, 
E delle remission de' lor peccati, 

Dalle viscere sante procedute 
Della pietà del Signor nostro Dio 
Con cui dal ciel scendendo 



)( 76 )( 

Ha visitato noi, 

Per illuminar quei che nelle tenebre 
Ses2:ano, e stanno alT ombra della morte, 
E drizzar i pie nostri 
Nella via della pace. 

Sia gloria al padre eterno et al figliuolo 
E allo Spirito Santo, 
Com'era nel principio, e ora, e sempre. 



GIORNATA SECONDA 



Il Re di Gastiglia in sedia si volge a' suoi 
Baroni, e dice: 

Dodici anni è eh' io persi la mia sposa, 
Da poi in qua non mi son confessato; 
La vita mia è stata sempre oziosa 
Ora mi vo' mondar d' ogni peccato, 
Acciò se vien la morte tenebrosa 
Ella mi trovi nel verace stato. 

E volgesi a' sua servi, e dice: 
Va in sino a Monsignor Vescovo pio. 
Di' che di confessarmi ho gran desio. 
Il Servo si parte, e il Re segue: 
Den che l'uomo si trovi in gran peccati 
Disfidar non si de' per tanto errore, 
Perché il benigno Dio che n' ha creati 
Ascolta e preghi del pentito cuore, 
Ghè non vuol che noi siam tutti dannati, 



)( 78 )( 

Ma chiama a penitenza il peccatore; 
Ond' io con tutto il cor ricorro a lui 
Obliando da me l'offesa altrui. 

E giunto il Servo al Vescovo dice: 
Monsignor, Iddio ti doni pace. 
Il nostro sacro Re a te mi manda 
Che vuol de' falli suoi farti capace. 

Il Vescovo: 
lo farò volentier quel che comanda, 
Che veramente mi contenta e piace 
Di soddisfare ad ogni sua domanda; 
Però andianne col nome di Dio 
Per contentar il giusto suo desio. 

Così si parte, e giunto al Re, dice: 
Dio ti conservi in buona volontade; 
Eccomi a te, Signor, che vuoi eh' io faccia? 

Il Re rizzandosi gli fa reverenzia, e dice: 
lo ho del ben oprar perse le strade, 
E mi vo' confessar quando ti piace. 

Il Vescovo: 
Forte m' allegro che tua Maestade 
Nel suo Signore Iddio par si confaccia; 
Cosi dovrebbe fare ogni persona 
Pigliando esempio a tua sacra corona. 



)( 79 )( 

Il Re: 

Son già quasi passati dodici anni 
Ch' io non mi son di Cristo ricordato, 
E sono stato immerso in tanti affanni 
Che da poi in qua non mi son confessato; 
Or dispongo lasciare i vecchi panni 
E far la penitenza del peccato. 

// Vescovo: 
Sempre é bene il tornare a penitenzia 
Col cor contrito e pura conscienzia. 
Ora il Re scende di sedia e va in camera col 
Vescovo. 

E voi, mentre che si confessa, fate uscire 
una donna in veste di drappo, di sopra colorata e 
bella, e di sotto una veste bruna oscura e vecchia, 
con scarpe di camoscio in piedi, e un paio di pia- 
nelle bellissime; abbi costei quattro visi, e tutti 
differenti e di donna, cioè una mascliera da un lato 
attempata, dall'altro vecchissima, e di dreto ordi- 
naria, per dir meglio manco attempata, e di 
nanzi il viso senza maschera, e in capo una dia- 
dema che cuopra tutte quattro le fronti, e sia di 
diversi colori; abbia costei da man destra fuoco 
acceso, mila sinistra un coltello con un cordone 
cinto. Vestirete medesimamente uno giovane, vestito 



)( 80 )( 

di drappo, adorno quanto sia possibile, con spada 
allato, e abbi il detto giovane dalla man destra un 
paio di carte, e sotto il braccio sinistro un tavolie- 
ro, e nella man sinistra una borsa. Terzo, farete 
uscire uno uomo con veste lunga e oscura, scinto e 
scalzo, con maschera grande, e barba lunga e bian- 
ca, con capelli simili, con la man destra alla gota; 
e seco esca un altro uomo, vestito con veste lunga 
di pelle nera, col pelo di fuora, e in piedi un paio 
di calzette di feltro, con guanti di pelle in mano, 
con un dito alla bocca accennando silenzio, e in 
capo un cappel di pelo, con maschera nera e barba 
lunga. Vestite parimente un uomo male in ordine, 
con panni vecchi e stracciati, con barba avviluppata 
e piena di piume, e così il capo e' panni; e oltre 
un altro, vestito con panni macchiati e sporchi, e 
con viso grasso e colorito, senza nulla in capo, e 
in mano alcuni uccelli e polli, e in spalla uno 
stidione; e dopo questo vestite un uomo con dua 
visi, uno dinanzi e l'altro di dreto, e appariseli il 
suo vestire dinanzi pulito e netto, di drappo, e di 
dreto di panno cattivo e stracciato, e apparisca 
alcuni pugnali e coltelli pur di dreto, con cappello 
in capo; e tenghino le dette persone in mezzo da 
ogni parte, come se guardar volessino, la donna de' 
quattro visi. E con costoro vestirete sette donne, la 



)( 81 )( 

prima sia vestita di pagonazzo, con ricchi e superbi 
ornamenti, e abbi costei per insegna un Serpe, con 
una mano lo mostri, e l'altra tenga a guisa ili 
mincLcciare, e avvertite che questa dcbbe avere so- 
pra la veste un manto, che la copra fm a' piedi; 
la seconda di tanè vestita, e abbi per insegna un 
Lione, senz' alcun ornamento, e avvertite che queste 
due debbono aver le trecce avvolte senz'altro in ca- 
po; la terza vestita di giallo, scapigliata, con una 
mano sul capo dell' animale che tiene per insegna, 
ch'è il Lupo; la quarta vestita di rosso, con trecce 
sparse, e per insegna un Porco; la quinta vestita 
d'azzurro scuro, con chiome sparte, e la sua inse- 
gna un Cane; la sesta vestita di nero, con chiome 
sparte, con un libro in mano aperto, e con l'altra 
mano mostri e abbi per insegna un Capro; la set- 
tima con vesta incarnata, leggiadramente ornata 
e massime la testa, e in una mano tenga uno 
specchio, e l'altra tenga alta, e la sua insegna sia 
un P agone. Avvertite che queste insegne le donne 
l'arebbono a cavalcare, e perchè vi sarebbe diffi- 
cile, dipignetele nel petto o dove più comodo vi 
torna, pure che apparischino ; e tutte queste per- 
sone eschino in compagnia delle soprascritte, e 
cantino a dua cori il sottoscritto salmo, il quale 
finito, rientrisene dove prima uscirono; e questo è 



)( 82 )( 

il salmo: Dixit stultum in corde etc, e non ci si 
dice Gloria. 

Ora essendo il Re confessato, il Vescovo dice: 
Sire, il peccato tuo è di gran pondo 
Avendo fatto tua madre abbruciare; 
Se tu vuoi rimaner lavato e mondo 
Una gran penitenzia convien fare: 
Infìno a Roma, o signor mio giocondo, 
Andrai quei santi luoghi a visitare^, 
Gol cor contrito e con devozione 
Andrai al Papa per 1' assoluzione. 

E detto questo il Vescovo si parte, e il Re ri- 
torna in sedia, e volto a' sua Baroni dice: 
Baron miei cari, io vo' per mia salute 
A Roma andar con mente onesta e buona, 
Poi che mie colpe son riconosciute; 
Ma prima che si muova mia persona 
Manderò imbasceria di gran virtute 
Al magno Imperador degna corona; 
Su, Sinibaldo mio, mettiti in punto, 
E fa che a Roma subito sia giunto. 
E vanne al sacro santo Imperatore 
Gon umiltà infinita e rivcrcnzia, 
Gomc convicnsi a cosi gran Signore; 



)( 83 )( 

E quando sarai giunto a sua presenzia 
Digli com' io mi son posto nel core 
Di visitar la sua magnificenzia ; 
E che a bocca dirogli la cagione 
Che a far questo viaggio mi dispone. 

SlNIBALDO : 

Quanto comanda tua real persona 
Parassi in un istante, Signor mio, 
Con cor giusto, fedele e mente buona; 
Sai pur che di servirti ho gran desio. 

Il Re: 
Quando sarai innanzi a sua corona, 
Con parlar dolce mansueto e pio 
Salutalo in mio nome, e torna tosto. 

SlNIBALDO : 

Ecco eh' io vado a far quanto m' hai imposto. 
L'Imbasciator si parte, e quando s'è partito, il 
Re ad Alardo, dice: 

Su presto, Alardo, provedi una vesta 
Di panno nero, e sia da pellegrini, 
E un cappello con un nicchio in lesta. 
Un bordon con un paio di borzacchini. 
Et un rosario come cosa onesta, 
Avendo andar a quei lochi divini. 

A lardo: 
Signor, quel che comandi sarà l'atto, 



)( 84 )( 
E quel che vuoi provvederassi a un tratto. 

Ora fate uscire quattro donne vestite a vostro 
modo, ma semplicemente e senza nessuno orna- 
mento, con le treccie jjer le spalle, ma legate con 
refe bianco, e in capo una grillanda di fiori; e 
insieme con queste quattro uomini vestiti da pa- 
stori, con le pelle al solito, e un bastone in mano, 
scalzi, con una grillanda d'ellera in capo; e an- 
dando insieme questi, l'uno coli' altro cantino, in- 
sieme due volte la ptresente stanza: 

Felice tempo e felice alma e bella, 
Anni felici, felice ore e giorni, 
Quando sincera ogni donna e donzella 
Lieta ne giva pe' bei prati adorni, 
Dove scherzando in questa parte e in quella 



Non riguardava onor, vergogna e scorni 



benigna natura, o ciel giocondo. 
Quando comune era ogni cosa al mondo! 

U ambasceria giunta a Roma innanzi all'Impe- 
ratore, TImbasciatore dice: 

Queir alto e grand' Iddio che mai non erra, 
Che fé' con sua potenlia sole e luna, 
E creò li elementi, ciclo e terra, 
Egli mantenga tua real tribuna, 
In ogni luogo, per mare e per terra, 



)( 85 )( 

Senza travaglio o avversitade alcuna 
Guardi la tua persona e tua famiglia, 
Mantenga il mio Signor, Re di Castiglia. 

El qual con grande amore a te mi manda 
Per farti noto come vuol venire 
A Roma, e la licentia ti domanda. 
Che veder questi templi ha gran desire, 
E umilmente a te si raccomanda 
Che non gli debbi il viaggio impedire; 
sacro Imperator, dammi risposta 
Come ti par che merti la proposta. 
L' Imperatore lieto dice: 

Ren sia venuta tanta ambasceria 
Del famoso gran Re di Castiglia; 
Risponderete a sua corona pia 
Che venga quando vuol, che maraviglia? 
E veramente la sua monarchia 
Con gran prudentia cerio si consiglia, 
E eh' io r aspetto con allegro core 
Per farli qual sarà debito onore. 
L' Imbasciatore : 

Dunque io mi partirò con tua licenzia 
Portando al mio Signor tanta risposta, 
E ringraziando tua magni licenzia 
Quale benignamente abbiam disposta. 



)( 86 )( 

L'Imperatore: 
Con tua comodila farai partenza, 
Sta quanto piace a te, parti a tua posta. 

L'Imbasciatore: 
Rimani in pace, sacro Imperatore. 

L' Imperatore : 
Salutami al tuo Re, con tutto il cuore. 
Ora gV Imhasciatori fanno la debita reverenza 
e 'partono, e quando sono jjartiti V Imperador dice 
a' sua baroni: 

Dilettissima e degna baronìa, 
Onore e gloria di tutto il mio regno. 
Voi avete inteso l'alta irabasceria 
Come debbe venir questo Re degno; 
Pregovi tutti che con mente pia 
Per onorarlo ognun opri il suo ingegno, 
Parate il mio palazzo a drappi d' oro 
E fuor cavate tutto il mio tesoro. 
Poi si volge a' Banditori, e dice: 
Muoviti presto, Banditor pregiato, 
E r intelletto tuo bene assottiglia, 
Io so che sempre mai fusti parato; 
Bandisci come il gran Re di Gastiglia 
In breve tempo sarà dismontato 
A Roma, con assai di sua famiglia, 
Che vuol veder quelle reliquie sante, 



)( 87 )( 
Il Papa, e l'altre cose tutte quante. 

El Banditore bandisce; e una di quelle vecchie 
dove stava Uliva, esseiido il dì in Roma, va a udir 
il bando; e 'l bando dice: 

L' Imperator di Roma fa bandire 

Come vien di Castiglia la Corona, 

Ognun l'aspetti con molto desire 

Per ir incontro a sua real persona, 

E che ognun 1' accompagni con ardire 

Sino al palazzo, cosi vi ragiona; 

Per farvi noto come s'avvicina, 

Egli entrerà domenica mattina. 

Ora quella Vecchia che è stata a udire il 
bando, torna a casa, e dice: 

Madonna, io vi so dir novella chiara 
Che a Roma viene un gran Re di corona, 
Tutta la corte a farli onor si para 
Ne d'altro per la terra si ragiona. 

Uliva : 
Dimmi di grazia, non esser avara. 
Come é chiamata questa tal persona. 

La Vecchia: 
Egli è della Castiglia il re Ruberto, 
Et entrerà domenica di certo. 



)( 88 )( 

Uliva : 

Che via crediam che questo gran Re pigli? 
La Vecciilv: 
Per questa; passa dal nostro uscio accosto. 

Uliva verso il Signor, dice: 
Signor, che sempre e tuoi fedel consigli, 
Chi ti serve con mente e cor disposto, 
Dell' aspra vita mia pietà ti pigli, 
Che le tue grazie sempre vengon tosto; 
Fa' eh' io ritorni in gratia del mio sposo, 
Deh fallo, signor mio giusto e pietoso. 

Oro. tornato V Imbasciator del re di Castiglia, 
al Re dice: 

Sacra corona, io sono a te tornato 
Dal magn' Impcrator famoso e degno, 
El qual con lieto volto m'ha parlato. 
Dice che è al tuo piacer con tutto il regno, 
E che gran tempo ha già desideralo 
Di veder tua persona, sir benigno, 
E che si raccomanda al tuo valore, 
E t'aspetta con pace e con amore. 
Il Re lieto, dice: 
Sia ringraziato lesù benedetto 
Che consolato m' ha V anima mia; 
Da poi eh' io posso andar senza sospetto 



)( 89 )( 

Su mettetevi in punto, baronia, 

Poscia che '1 mio disegno ha buon effetto, 

Per farmi tutti quanti compagnia, 

A piede tutti, come pellegrini, 

A visitar quei luoglii alti e divini. 

Tu Sinibaldo mio famoso e degno, 
Mio scambio rimarrai, come è dovere. 

Sinibaldo : 
Signor non dubitar, che in tutto il regno 
Un più fede! di me non puoi vedere; 
E metterocci la forza e l' ingegno. 
Che ho di servirli infinito piacere. 

Il Re: 
Tu vedi eh' io ho fede in tua persona. 

Sinibaldo : 
Va, tu la puoi aver, degna corona. 

Va ora il Re di Castiglia per Roma; e voi in 
questo mezzo, fate a/pparire nel mare da mezzo in 
su, quattro donne ignude o vero vestile con tela 
di color della carne, con treccie sparse, le quali 
cantino, quanto più dolce possano, la sottoscritta 
stanza, dna volte; in quel tempo esca fuor a due o 
tre, e quali al canto finghino addormentarsi ca- 
dendo in terra; eccetto che uno, il quale sia armato 
turandosi li orecchi, passi senza impedimento il 



)( 90 )( 

mare; e le dette donne pigliìw quelli che dormoìw, 
precipitandogli nell'onde: 

Fermate il passo al dolce cantar nostro, 

Voi che varcate il mar, non gite avanti, 

Se bramate l'onore '1 piacer vostro 

E cercate fuggir gli ultimi pianti; 

Prendete il caro ben che oggi v' è mostro, 

Felici, gloriosi e lieti amanti, 

Poi che vostra fortuna oggi vi mena 

A vita sì leggiadra e si serena. 

Ora Uliva chiama il suo figliuolo, e dice: 
Ascolta quel eh' io dico, fìgliuol mio, 
Oggi s' aspetta un gran Re di corona 
Qual è tuo padre, e sua sposa son io 
Sempre verso di lui fedele e buona; 
Or con l'aiuto del celeste Dio 
Che chi si fida in lui non 1' abbandona. 
Per trarmi omai fuora di tanto duolo, 
Vo' che tu te gli scuopra per figliuolo. 
Il Fanciullo dice: 
Madre non dubitar, fa pur eh' io vegga 
E conosca il mio padre dolce e caro; 
Nessun bisognerà che mi corregga, 
Sarà bene il mio dir palese e chiaro. 

Uliva : 
Iddio sia quel che la tua mente regga. 



)( 91 )( 

E ti renda il tuo padre unico e raro. 

Il Fanciullo: 
Miir anni panni, e sto con vita oziosa 
Poscia che tu m' hai detto questa cosa. 

Uliva : 
Sappi che son passati dodici anni 
Che di lui non intesi mai novella, 
E sommi nutricata in tanti affanni, 
Mercè della mia sorte iniqua e fella; 
Almanco il tempo accelerassi i vanni 
Per condur quella Corte ornata e bella. 

Il Fanciullo: 
Non credo viver tanto che sia giunto 
Per veder 1' amor vostro insieme aggiunto. 
Ora il Re di Castiglia essendo presso alla casa 
dove stava Uliva, el Fanciullo sentendo il romore, 

dice alla Madre: 

Io sento in qua venire un calpestio, 
Io veggo molta gente comparire, 
Madre, e sarà forse il padre mio. 
Deh dimmi s' egli è desso, io vi voglio ire. 
Uliva guarda, e conosciuto il marito, dice: 
Si che gli è desso, dolce figliuol mio. 
Ma sta pur saldo qui, non li partire; 
Andrai domani a lui con grand' amore 
Quando sia in corte con l' Imperatore. 



)( 92 )( 

Il Fanciullo guarda pur se conosce il padre, 
e dice a Uliva: 

Dirami di lutti quelli quale è desso? 
Uliva : 
Quel che ha la barba, vestito di nero; 
Guardalo molto ben or ch'egli è apresso 
Acciò non ti discosti poi dal vero. 

Il Fanciullo: 
Io r ho veduto, io lo conosco adesso; 
Madre io voglio ire a lui con desiderio; 
Sia ringraziato il mio Signore Dio 
Da poi che ho veduto il padre mio. 

Ora ^'Imperatore si leva di sedia con tutti e 
Baroni e va incontro al Re di Castiglia, e quando 
il Re lo vede venire, dice: 

Qual grazia o qual destin, Signor superno. 
Ti fa venir con tanta baronia? 
Se con la mente mia chiaro discerno 
Credo delle tue opre quella sia. 
Il RE DI Castiglia s'inginocchia, e poi bacia il 
piede all' Imperatore e poi si rizza, e abbraccian- 
dolo dice: 

Quel re che non avrcà fine in eterno 
Salvi e mantenga la tua signoria. 



)( 93 )( 

L' Imperatore : 
E a te doni letizia e gran conforto, 
E di salute ne conduca a porto. 

E pigliandolo per la mano lo mena in sedia. 
E quando sono assettati, Uliva dice al figliuolo: 
Yicn qua, figliuolo; in sino a Roma andrai, 
Al padre tuo, qual e re di corona. 
Con reverenza a lui t' appresserai, 
Qual si richiede, e così gli ragiona; 
E com' egli è tuo padre gli dirai, 
E non aver paura di persona. 

Il Fanciullo: 
Io sono di questo andar molto contento, 
E voglio esser a Roma in un momento. 

El fanciullo si parte in compagnia d'un altro 
fanciullo contadino, e giunto dinanzi al padre dice: 
Voi siate il ben trovato, padre mio; 
Sete mio padre, e mia madre lo dice. 

El Re maravigliandosi, dice: 
Tu dei pigliar error, fanciullin mio. 
E volgesi all' Imperatore credendo che sia suo 
padre, e dice: 

Rispondete, Signore, a quel che dice 
Questo fanciullo mansueto e pio; 



)( 9^ )( 

Se avete un tal figliuol siate felice. 
El Fanciullo si volge al Re suo padre, e dice: 
Non dico: Padre mio, non dico a lui, 
Voi, siate voi, mio Padre; io dico a voi. 
El Re si volge al suo Cancelliere, e dice: 
Cancellier, dà la mancia a questo putto, 
E poi lo manda a casa alla sua madre, 
Ch' io ho cercato il mondo quasi tutto 
E non ho visto membra sì leggiadre. 
Che veramente chi acquistò un tal frutto 
Si può ben domandar felice padre. 
El Cancellier piglia il Fanciullo per mano e 
dice : 
Ritorna alla tua madre, Fanciul mio, 
Sia buono, e temi sopra tutto Dio. 

El Fanciullo avuta la mancia, si parte e giunto 
alla madre dice: 

Dal mio diletto padre io son tornato. 
Uliva : 
Che hai tu fatto là, con esso lui? 

El Fanciullo : 
Non altro. Madre, e' m'ha la mancia dato. 

Uliva: 
Ha'nc tu fatto parte qui a costui? 



)( 95 )( 

Il Fanciullo: 
Madonna no, perche io non ci ho pensato; 
Diletta Madre, dategnene voi. 
Uliva si volge al fanciullo dandoli mezzi e de- 
nari, e dice: 
Tien qui questi danari, e tornerai, 
E un'ahra voUa al padre il menerai. 
Poi si volge al Figliuolo, e dice: 
Ritornerai, figliuolo, da tuo padre 
E più aperto gli favellerai 
Per amor mio che son tua cara madre. 
Acciò eh' io esca di tormenti, e guai; 
Deh se torna in sua terra alle sue squadre 
Certa sarò non rivederlo mai! 

Il Fanciullo risponde: 
Madre, dell'andar ho gran disio; 
Su presto andiam, caro compagno mio. 

E vanno via e giunti innanzi al Re suo padre, 
s'inginocchia e dice: 

Caro mio Padre, io sono ritornato 
Per rivederti con qran desiderio; 
Mia madre m' ha di nuovo a voi mandato, 
Dice eh' io son tuo figlio, o sacro impero; 
Prego che facci sia certificato 
Di quanto ho detto, che cosi è vero; 



)( 06 )( 

Sacra corona, deh cava di doglia 
La mia cara madre che n' ha voglia. 
L' Imperatore si volge al Re di Castiglia, e dice: 
vera eccelsa maesLà reale, 
Ben ha da gloriarsi la tua vita 
Sol per questo tuo figlio naturale 
Che sceso par della bontà infinita, 
Egli è savio e gentile e molto vale; 
Felice sei, o maestà gradita. 

El Re: 
Che sia vostro figiiuol io ho creduto, 
E fino a qui per vostro i' l'ho tenuto. 
L'Imperadore: 
Signor, non ho figiiuol nò anche sposa; 
A creder che sia mio, siate in errore. 

Il Re: 
Questa mi par una mirabil cosa 
Che sia venuto a me con tanto amore. 

L'Imperatore: 
Chiarir volendo la mente dubbiosa 
Fate quel eh' io dirò, caro Signore; 
Mandian dreto a costui tosto un famiglio 
Che vedrà dov' egli entra, e di chi è figlio. 
Il Re si volge al Fanciullo, e dice: 
Torna, fanciullo mio, alla tua madre, 
E digli eh' io t' accetto per figliuolo, 



)( 97 )( 

E eh' io ti vo' menar con le mie squadre 
Con sua licenzia, e farti unico e solo, 
E ti sarò come s' io fussi padre, 
E potrai con onor alzarti a volo. 
Poi che con si benigno e alto core 
A me venisti, e con si grand' amore. 
Ora il Re chiama uno de' sua servi e dice: 
Vien qua, Valerio, intendi il. mio parlare: 
Anderai dreto a questo fanciulletto; 
Va' pur celato, e non ti palesare, 
Acciò che lui non pigliassi sospetto. 
Tanto che vegga dov' egli usa andare ; 
Dipoi domanderai con buon effetto 
Di chi gli è figlio, intendi? chiaro e piano, 
Gh' egli è gentile, gratioso e umano. 

El Fanciullo va via, e lo Scudiero gli va dreto, 
e giunto a casa, lo Scudiero dice alle vecchie: 
Di chi è questo fanciul? ditelo presto. 
Una Vecchia risponde: 
Egli è figliuol d'una nostra figliuola. 

Lo Scudiere : 
Come potete mai dirmi cotesto? 
Non è questo fanciul di vostra scuola, 
Né questa donna del volto modesto 
Che di bellezze parmi al mondo sola; 



)( 98 )( 

Se non eh' io so che fu di vita priva 
Direi che fusse la regina Uliva. 

Voi siate in verità in grand' errore 
A dir che questa, vostra figlia sia, 
E tante gioie avete di valore 
Che tante non ne vidi in fede mia! 
Saria bastante al santo imperatore 
D'aver questa figliuola unica e pia. 

Uliva risponde: 
Tornerai, servitore, alla Corona, 
Di' che doman verrò da sua persona. 

Lo Scudiere si parte, e torna al Re, e dice. 

Io godo. Signor mio, che mi mandasse 
Perchè ho veduto una mirabil cosa; 
Giammai nel mondo credo si trovasse 
Una così gentil e graziosa 
Donna, che così povera posasse 
Che a vederla par maravigliosa, 
E stassi in una casa ben piccina 
Con dua sua vecchie, lungo alla marina. 

Io feci forza. Signor, di sapere 
Chi fussi questa graziosa donna; 
Dissi che dell'Imperio era il volere, 
Et ella alla risposta non assonna, 
E con oneste e cortese maniere, 



)( 90 )( 

Stabile nel parlar come colonna 

Mi disse: Mcssaggier degno d'onore, 

Doman verrò dinanzi al tuo Signore. 

In questo mezzo Uliva si mette una bella vesta, 
e col fanciullo va dinanzi allo Imperatore suo pa- 
dre e al Re suo marito. E voi, mentre che la si 
veste, fate uscire nella scena un Re con barba e 
capelliera bianca, con la corona in testa, e una 
-pili collane al collo, con saio di velluto, e di so- 
pra una vesta di dommasco lunga, e con calze di 
velluto a uso di vecchi, e con jiianelle del medesimo, 
e nella sinistra abbi una palla d'oro, e nella de- 
stra un bastone reale; e vestite seco un uomo a 
guisa di Cortigiano, il quale gli rada a man de- 
stra, e dua altri pure nel medesimo modo vestiti, 
cioè da cortigiani, ma variati in qualche parte; e 
dreto gli segua un uomo attempato, il qual abbi 
per compagnia un giovane, con penna nell'orecchio, 
e carta in mano, e calamaio alla cintola; tutti dua 
vestiti onoratamente e da cortigiani; e vestite con 
costoro uno a guisa di calonaco, il quale seguiti il 
soprascritto Re, e sarà buono che vestiate alcuni 
altri con varie foggie di vestimenti che l'accompa- 
gnino; e tutte queste persone gli stiano attorno; e 
sforzatevi variare il lor vestire sopra tutto. Dopo 



)( 100 )( 

costoro vestite due Re giovani, e senza barba, e ono- 
rati, e con quelle accompagnature che vi fare, e 
con esso loro alcuni capitani, alquante donne gio- 
vane e vecchie, e alcuni contadini e pastori, e quat- 
tro sei vestiti a guisa di dottori; e tutte queste 
persone vadino dreto al soprascritto Re, ma essendo 
nel mezzo del proscenio mulino i lor passi, e la- 
sciando i lor Re, se ne rientrino, ma non di dove gli 
uscirne. E davanti al Re sopradetto, vestirete alcuni 
Santi e Sante del testamento vecchio, i quali gli 
faccino la scorta, e mentre che costoro escono, quelli 
che sono deputati suonino, tanto che le soprascritte 
persone, passate pianamente e adagio per el prosce- 
nio, se ne ritornino dove prima, eccetto però che 
quelli che dreto ne l'uscire il Re seguino, li quali 
scontrando quello, per altra strada s'ascondino. 

Ora giunta Uliva alla corte, s' inginocchia in- 
nanzi all' Imper odore, e dice: 

Quell'alto, immenso e glorioso duce 
Che creò il cielo, e terra e fuoco e mare, 
La cui virtute ogni cosa produce, 
Et è giusto, pietoso e singulare, 
Morì per dare a noi l'eterna luce, 
Col sangue volle noi ricomperare. 
Salvi e mantenga Roma e la Castiglia ; 



)( 104 )( 

Sappi eh' io son la tua diletta figlia. 

La quale a torto a morte condennasti 
Mandandomi a morir fuor del tuo regno, 
Con due de' tuoi scudier m' accompagnasti 
Che di pietade avevano il cor pregno, 
Furonsi mossi a' dolci preghi e casti 
Del corpo mio, o padre alto e degno; 
Lasciaronmi in quel bosco alla foresta 
Con gran tristizia, lagrimosa e mesta. 

Un re andando a caccia mi trovoe 
Il qual mi tenne in casa a gran ragione, 
E un suo tìglio in guardia mi donoe 
Che mi fu morto da un suo barone, 
E in quel deserto dove mi trovoe 
Mi rimandò senza cercar cagione, 
E andandomi pel bosco lamentando 
Venni a un monasterio capitando. 
Ora r Imperatore tnosso da gran teìierezza, ab- 
bracciandola dice : 

Non dir più oltre, dolce figlia eletta. 
Che tu mi fai pel gran duol venir meno, 
Sol una cosa saper mi diletta 
Come le man rappiccate ti sieno. 

Uliva : 
Da quella Vergin santa e benedetta 
Madre del Creator alto e sereno. 



)( 102 )( 

L'Imperatore inginocchiandosi dice:. 
Perdonami Signor, superno Dio, 
Deh non guardar ai gran peccato mio. 
Uliva si volge al Re suo marito e inginocchian- 
dosi, dice: 

Alto, famoso e benigno Signore, 
Sappi eh' io son la tua diletta sposa 
Alla qual tu portavi tant' amore, 
Di poi in odio rinverti ogni cosa; 
Non so d'aver commesso tal errore 
Ch' io meritassi morte aspra e noiosa, 
E s'io t'kvessi offeso, Signor mio, 
Perdon ti chieggio per amor di Dio. 
El Re riconoscendola si rizza, e volendola ab- 
bracciare cadde tramortito, e rinvenuto dice: 

Io non so s' io mi sogno o s' io son desto, 
Egli è pur ver, quest' è la sposa mia; 
Deh fammi tanto caso manifesto 
Come qui sei condotta, e per qual via? 
Io penso pure e stupefatto resto; 
Deh tra'mi fuor di questa fantasia. 
» Uliva: . 

li Viceré non volle acconsentire 
Come scrivesti, di farmi morire. 

Pietà commosse con sincero amore, 
E nel mar mi gettò segretamente; 



)( 103 )( 

Or tu poi ben pensar, caro Signore, 
Quanto la vita mia fussi dolente; 
E come piacque al sommo Creatore 
E alla Madre sua giusta e clemente. 
Fui liberata da tanto periglio 
Insieme qui col tuo diletto figlio. 
Il Re abbracciando il Figliuolo 'piangendo per 
gran tenerezza, dice: 

dolce fìgliuol mio, caro e diletto, 
gaudio immenso, mia speme e dolcezza. 
Io ho tanta letizia drent'al petto 
Ch' io non posso parlar per tenerezza, 
Sia ringratiato lesù benedetto 
Che mi vuol consolar nella vecchiezza, 
Di ringraziarti mai non sarò sazio 
Mentre eh' arò in questa vita spazio. 
L' Imperatore con gran letizia dice: 

Io non potrei con mille lingue dire 
La gran letizia eh' io sento nel cuore; 
dolce figlia, mia, dolce desire; 
Poi che sei sposa di sì gran Signore, 
Ben mi posso felice ai mondo dire 
Dell' averti trovata in tant' onore; 
Già mai non fui quanto ora son contento. 
Oggi è la fine d' ogni mio tormento. 

E perchè io sono stato in gran tristizia 



)( 104 )( 

Molti e molti anni con grave dolore, 
Or vo' che noi facciàn festa e letizia, 
Su tutti quanti, con allegro core; 
E per discacciar l'ozio e la pigrizia. 
Prendete queste gioie con amore. 
E volgendosi al nipote, donandogli lo scettro dice: 
A te il regno, lo scettro e l' imperio 
Nipote mio, qual sei mio desiderio. 
E volgendosi al Re di Castiglia, dice: 

re Ruberto, o gran re di Castiglia, 
Se t'è in piacer, io mi contenterei 
Che di nuovo sposassi la mia figlia 
Che gran letizia e dolcezza n' arei. 
Acciò sia noto a tutta la famiglia. 

Il Re: 
Io son contento, ma prima vorrei 
La barba del mio volto via levare; 
La veste del dolor mi vo' cavare. 
E mentre che il Re di Castiglia si leva la barba, 
^Imperatore in sedia dice: 

Baron diletti e possenti Signori, 
Io vo' pregar la vostra cortesia, 
Che voi ordiniate con tutti gli onori 
Le nozze della dolce figlia mia, 
E tutti quanti con allegri cuori 
Ordinate una dolce melodia, 



)( 105 )( 

Con suoni, balli, canti e gran letizia, 
D'ogni ragion confetti a gran dovizia. 
E baroni vanno a ordinare il convito; il Re di 
Castiglia raso e messosi una bella veste reale, viene 
in sedia, e TImperatore volto alla figliuola, dice: 
Tu ti puoi bene o figlia, gloriare 
E ringraziar di tanto dono Dio 
Di avere tanto sposo singulare 
Gentile, onesto, mansueto e pio. 

E volto al re di Castiglia, dice: 
Su, diletto figliuol, senza tardare 
Dagli l'anello nel nome di Dio. 

//Re: 
Da poi che t' é in piacer, e cosi sia. 

L' Imperatore gli tiene il dito e dice: 
Dà qua la man, dolce figliuola mia, 
E datogli l'anello, sarebbe bene ballare tre o 
quattro danze, mentre che s'ordina il pasto; e se 
voi volessi che il fastidio della lunghezza, della festa 
agli ascoltanti passassi, e che gne ne giovassi più 
che d'altro intermedio, aresti a fare che sentissino 
di queste nozze con dargli una universal colazione; 
ma se v' increscessi lo spendere, fatela solamente 
a' recitanti. Ora ordinato il pasto vanno a tavola, 
e mangiano el buono, e in questo tempo si suona e 
fassi festa; e quando hanno mangiato, il re di 



)( 106 )( 

Castiglia si volge allo Imperatore e a Uliva, 
dicendo : 

sacro suocer mìo, o dolce sposa, 
Acciò che voi sappiate la cagione 
Del mio venir a Roma, e per che cosa, 
Sol per aver dal Papa assoluzione. 
Perchè mia madre falsa e invidiosa 
Le lettere cambiò senza ragione; 
Io scrissi al Viceré che t'onorassi, 
Et ella scrisse che lui t'abbruciassi. 

Alla tornata mia, sentendo questo, 
Tu de' pensar se fu grave dolore; 
Con tutta la mia gente ardito e presto 
Al monaster andai con gran furore 
Et arsi e abbruciai mia Madre e il resto 
Dell'altre suore, con gran disonore, 
E senza confession già sono stato 
Da dodici anni afflitto e sconsolato. 

Confessandomi poi con divozione, 
Promessi ire a trovar Sua Santitade; 
Rimesso da infinita contrizione, 
Son io venuto a pie per queste strade: 
Però disposta è la mia intenzione 
D'andar dinanzi a lui con umiltade, 
E confessarmi, e far la penilenzia, 
Ma non voglio ir senza vostra licenzia. 



)( i07 )( 

L'Imperatore lieto dice: 
Andiàn, eh' io vo' farti compagnia, 

Insieme con mia gente e la mia figlia 

El mio Nipote e la mia baronia; 

Andiàn, che gran dolcezza il mio cor piglia 

E sento una siiave melodia, 

E son d'amore ripieno e meraviglia, 
E abbraccia la figliuola e il ìiipote e 'l genero, 

e dice: 

Per te figliuola, nipote e figliuolo 
Che sei di gentilezza unico e solo. 

Vanno via con tutti e baroni; e giunti dinanzi 
al Papa gli bemdisce, e poi il Re bacia il piede al 
Papa, e poi inginocchiandosi, dice: 

reverendo in Cristo, buon pastore 

Per confessar mie colpe io son venuto. 
El Papa piglia il Re per mano e dice: 

Ben sia venuto con pace et amore, 

Io son apparecchiato e proveduto; 

Sia sempre ringraziato il Creatore 

Che della grazia sua ci ha conceduto; 

Inginocchiati qui ben preparato. 

Et io t'assolverò d'ogni peccato. 

Ora il Re di Castiglia s'inginocchia e confes- 



)( 108 )( 

sasi; e voi in questo tempo, fate che si vegga appa- 
rire razi di fuoco con alcuni altri segni e romori; 
e fatto questo si senta da luogo non visto una trom- 
ba sonare; e sonata tre volte, veggasi uscire di più 
luoghi uomini e donne ignudi e di diverse età, e 
fatene uscire quante più, voi potete, e ne V uscire 
fateli dividere in due parti, e da una parte stieno 
afflitti e malcontenti, con visi attoniti e lacrimosi, 
e percuotinsi il petto e il viso, e faccino altri segni 
di tristizia e dolore, e l'altra parte tutta lieta canti 
el sottoscritto salmo: 

Laudate lieti il vostro gran Signore, 
Laldate tutti quanti il Signor vostro, 
Perchè sopra di noi è confirmata 
La sua misericordia, 
E la sua verità resta in eterno. 
Sia gloria al Padre Eterno e al Figliuolo 
E allo Spirito Santo 
Come era nel principio e ora e sempre 
E ne' futuri secoli de' secoli. 

E cantato questo, scenda uno dal cielo vestito 
di bianco, con piedi scalzi e scoperti, e similmente 
le mani e 'l petto, e sur ogni piede e sur ogni mano 
e nel petto abbia un segno, quanto uno quattrino, 
rosso, con diadema in capo; e da man destra cèbi 
una donna, con una corona di stelle, vestila di 



)( 109 )( 

bianco, con un manto azurro; e dalla man sinistra 
un uomo vestito di rosso, con diadema in ca^jo; e 
doppo costoro eschino alcuni angeli, i quali cantino 
e sottoscritti versi; e avertile che neW uscir di co- 
storo, quelli che ignudi sono, cosi la buona come la 
trista parte, si debbino alla presenzia de' tre ingi- 
nocchiare; e finito e versi, quelli che prima can- 
torno il salmo, rizzatisi seguine la region delli 
angeli, e vadino dreto alle tre persone nel cielo, e 
gli altri con gran studi sparischino quanto più 
presto possono; e sarebbe buono se voi 'potessi, finito 
ogni cosa, far veder in più luoghi della terra uscir 
fuoco; e questi sono e versi che gli angeli nelV ascen- 
dere al cielo canteranno: 

Venite benedetti al padre vostro, 

Venite a contemplare, 

La divina bontà, l'eterna gloria; 

Oggi vi si prepara il divin chiostro 

Ove ogni bene appare; 

Ecco che riportate oggi vittoria 

Centra l' infernal mostro; 

Ecco che s'adempisce ogni memoria; 

Ite malvagi al fuoco de' martiri 

Con angoscie e sospiri, 

Ite giù neir inferno 

A star sempre in dolor con pianto eterno. 



)( 110 )( 

Ora il Papa dà l'assoluzione al Re, dicendo: 

Assoluzion plenaria a tutti quanti 
Con quella autorità che m' é concessa 
Dal mio Signor lesù e lutti e Santi; 
Ogni vostra colpa vi sìa rimessa 
E del tuo regno a tutti gli abitanti; 
A chi col cor contrito si confessa 
Cosi rimetto ogni colpa e cagione; 
Partiti con la mia benedizione. 

E quando son benedetti si partono, e giunti in 
sedia, il Re all' Imperadore dice: 

degno Imperador magno e glorioso, 
Se t' è in piacer io mi vorrei partire, 
Per istar nel mio regno con riposo, 
E lesù lodar sempre e benedire; 
Dammi licenzia, Signor generoso. 
Acciò eh' io possa il viaggio spedire. 

L'Imperatore: 
Benché mi spiaccia noi posso disdire, 
Parti a tuo posta, dignissimo Sire. 
E volgesi al suo Cancelliere e dice: 
Darai, o Cancellier mio singulare. 
Alla mia figlia mezzo il mio tesoro. 
Dona tutte le gioie, e non tardare, 
E via levale l'arìento e l'oro; 



)( ili )( 

Poche cose per me basta serbare, 
Ch'ogni cosa che è mio ha esser loro. 

E volto a Uliva donandogli le gioie, dice: 
Questa è la dote, abbila ricevuta; 
Cento mila ducati è la valuta. 

Segue: 

E vo' che vengan per tua compagnia 
Cento donzelle leggiadre e pulite, 
E tutta quanta la mia baronia. 

E volto a' Baroni, dice: 
Orsù, cari Baron, non mi disdite. 
Portate tutta la mia argenteria, 
E la mia figlia amate e reverite 
Come se proprio fusse mia persona. 

Un Barone: 
Così fatto sarà, sacra Corona. 

Ora il Re di Castiglia si parte con Uliva e con 
gli altri, e giunto nelle sue terre un Imbasciatore 
'porta la nuova al Viceré, dicendo: 

Signor, del nostro Re l'alto stendardo 
S'avvicina oggimai presso alla terra; 
Vie più che fussi mai sano e gagliardo 
E vie più allegro, se '1 mio dir non erra. 

El Vigere: 
Come? che mi di' tu? su presto, Alardo, 



)( 112 )( 

Che '1 mio cor di dolcezza s' apre e serra ; 
Io ho disposto, baronia alta e degna, 
D'andargli incontro; chi vuol venir vegna. 

Ora vanno incontro al Re, e giunto il Re dice. 

Ben sia venuto, o Sinibaldo mio, 
Che sei cagion eh' io son fuor di dolore; 
Questa é Uliva, dolce mio disio. 
Figliuola del romano Imperatore; 
Parti eh' io abbia a ringraziare Dio 
Essendo figlia di si gran Signore, 
E di tanti pericoli scampata, 
E bolla sana e lieta ritrovata? 

S' io t' avessi, fratello, a raccontare 
La festa grande che fece suo padre . . . 
Che in un medesmo tempo ebbe arrivare 
A farsi conoscer da marito e padre ; 
Di nuovo me l'ha fatta risposare; 
Io ti sono obbligato più che a padre; 
Io vo' che sia quanto è la mia corona 
Amata e riverita tua persona. 

El Vigere abbracciando Uliva dice: 

Per mille volte ben venuta sia 
Regina Uliva; io ti chieggo perdono; 
Quel ch'io feci fu contro voglia mia; 
Pur ringraziamo Dio di tanto dono. 



)( I'13 )( 

Uliva : 
Hingrazio Dio, e la tua cortesia, 
Per mille volte obligata ti sono; 
Chiedi che grazia vuoi che tu l'arai, 
Tenuto per fratel da me sarai. 

Ora vanno in sedia, e il Re dice: 

Non credo sia nessun in questo mondo 
Che sia al grand' Iddio tanto obligato 
Quant' io, cercandol tutto a tondo a tondo, 
Per benefìzii e doni che m' ha dato : 
El nome tuo Sinibaldo giocondo 
Sempre sia riverito e ringraziato, 
Sempre ti vo' laudare e benedire 
E te tutta mia vita vo' servire. 

E tua comandamenti vo' osservare, 
Però fate cercar tutto il mio regno 
Chi avesse fanciulle a maritare 
E non avessi al mondo alcun disegno, 
Che a tutte quante vo' la dota dare 
Per l'amor di lesù Signor benigno; 
Fate star guardie in tutti e mia confini 
Che vadin raccettando pellegrini. 

Chi vuol mangiar o bere venga a corte, 
Non sia nessun che per nulla il disdica; 
E cosi ciaschedun che viene a morte 
A seppellirlo non vi sia fatica, 



)( il4 ){ 

Acciò che Iddio ci apra del ciel le porle 
E la sua Madre vergine e pudica, 
Per ringraziarla col cor giusto e pio 
E viver sempre nel timor di Dio. 

L'Angelo dà licenzia e dice: 
Popol devoto e pien di reverenzia, 
Veduto avete la novella istoria 
Di questa Santa piena di prudenzia; 
Pigliate esempio a sua degna memoria, 
La qual fu ornata di vera eloquenzia, 
Se volete fruir l'eterna gloria; 
Vivete sempre in pace con amore; 
Perdon vi chieggo se e' è nato errore. 



FINE 



E R H A T A 

pag. XXI lin. 17 quell'antico testo leggi quel testo 
» XXIV » 19 creduli leggi credule 
» 36 » 21 e" star con lei, leggi e star 
» 7:2 K 16 ma con cinppa, vestile medesimamente uia; leggi: »i(i con 

cioppa; vestite vìedesimamente una 
» 74 » 13 ripiglino in fcrio, leggi ripiglino il ter io 



;Commento di FRANCESCO da BUTI sopra la Divina Comedia di 

I DANTE ALLIGHIER! [letlo nella Università di Pisa dal 1365 

sto di Lin.mia int'dilo, citalo dagli Accademici della 

à nel loro Vocjtl " \ publioato per cura di Crescenlino 

lini. Pisa 18')8-l«;):i. Tre gr. Tomi in 8.° C07i Ritr. di 

''p. da Giotto, e del Buti. * - '•— ì 

f— Lu stesso adizione da Biblioteche in 8.^ massimo di -carta impe- 
liti con mar-i^ini allargai 75, 00 
ISL^ A ita nella ristampa {che è in corsoi; del Vocaboktrio della Crusca. 

L'OTTIMO COMMENTO della Divina Commedia. Testo inedito 
i Contemporaneo di Dante citato dagli Accademici dell;» 
iiisca [pubi, a cura di Aloss. Torri]. Pisa 1827 a 29: 3 c;r. 
in 8.*^ con ritr. iìic. da Morghen e col disegno della 1 
Fame 

carta papale con margini allargati 

•Lamento di Pisa fati., j,. . Fucino da Pisa e la Risposta che st 
dis^e fé lo Imporadore a Pisa: Poesie del buon secolo della li'^ 

nr\ italinnr». Pi<;n IS.'iS in R." fprìir,. di 9tiO rRnmiiìnri) n 1 

:-so m s." massimo leckz. ai 04 esemplarti 






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Italiane Lire 




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La Rappresentazione di 
Santa Uliva, riprodotta 
sulle antiche stampe 



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