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Full text of "Ricordi biografici; pagine estratte dalla storia contemporanea letteraria italiana, in servigio della gioventù"

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ANGELO DE GUBEHNATIS 



RICORDI BIOGRAFICI 



PAGINE ESTRATTE 



STORI* CONTEMPORftMEft LEÌTERARIH IT^LII^N^ 



SERVIGIO DELLA GIOVENTÙ 



FIRENZE 

Tipografa Editrice dell'Associazione 
Via Valfonda, 70 

187-J 



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A SOFIA BESOBRÀSOFF 



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Augclo Do Gubcrnatis. 



RICORDI BIOGRAFICI 



PAGINE mum DALLA STORIA CONTEMPORANEA LETTERARIA ITALIANA 

IN SERVIGIO DELLA GIOVENTÙ 

DA 

ANGELO DE GUBERNATIS 



PROEMIO 

Imprendo opera assai malagevole e piena di rischi; il so; ne 
per questo rinuncio al mio proposito; anzi, quanto meglio m'av- 
veggo come ardua e perigliosa sia V intrapresa, e più mi s' accre- 
sce l'animo di tentarla, non perch'io presuma soverchiamente delle 
mie forze, ma perchè comprendo che può bastare la volontà ad 
evitare i prementi opposti scogli, fra i quali, per lo più, in simili 
viaggi, si naviga, per non convertire il ricordo in un panegirico 
e nemmeno in un libello, per non farsi troppo timidi assentatori 
detrattori troppo insolenti, per non rimanere né curvi né al- 
tieri ma ritti nel cospetto di quegli uomini per più ragioni, seb 
bene diversamente, e in vario grado insigni, de' quali mi propongo 
qui di ragionare, con animo sereno e con mente tranquilla. 

Non io piglierei la parola, se dovessi far paga la sola curiosità 
iV un pubblico vago di novellette o le voglie appassionate d'alcuna 
parte politica avida di scandali, o 1' ambizione d' oscuri autorelli 
bisognosi di nomea o il volgare dispetto di qualche letterato in- 
vido e maldicente; 1' uflìcio mio non vuol essere quello delle gar- 
rule volanti gazzette, che nascono, vivono e muoiono spesso dei 
loro pettegolezzi di un giorno. S' io mi riposo per qualche ora 



da' miei viaggi molto solitarii nel mondo de' miti e delle parole, 
per rientrare a favellar brevemente con gli uomini del mio tempo 
e della mia terra, nessun altro desiderio mi vi spinge se non un 
sentimento di riverenza modesta, di grato ricordo, verso quelli fra 
i nostri vivi che mi sembrano aver lasciato una maggiore im- 
pronta di sé nelle nostre lettere, per le quali il giovanile mio in- 
gegno s'accese un giorno di sacro entusiamo. Questo entusiasmo 
mi dura e mi conforta nelle poche ore d' ozio che i miei proprii 
studii mi concedono; e come dura in me, che pure ebbi, nella rapi- 
da vita, la mia parte di travagli e d'amarezze, vorrei che s'accendesse 
nella nuova gioventù che ci vien dietro ed in cui sono riposte 
tutte le nostre migliori speranze. Io vorrei dire a'giovani come mi 
offenda la irriverente leggerezza, con la quale tanto spesso li odo 
manifestare il loro parere sui nostri grandi; essi son nati col brutto, 
mi perdonino la brutta parola ma risponde anche troppo alla cosa, 
col brutto cancro della politica in corpo; essi non hanno ancora 
appreso a leggere, intendo a legger con la testa (eh' è altra cosa 
dal riunire e cogliere materialmente le parole con gli occhi) e già 
hanno una loro esclusiva opinione politica e religiosa, secondo la 
quale loro opinione poi trinciano i più assoluti giudicii sull' arte 
e sulla letteratura, nate e fatte soltanto, a dar loro retta, per co- 
lorire la loro peculiare idea, il loro privilegiato sistema, e le ra- 
gioni sovrane della loro parte. Tutto ciò mi è disgustoso fino alla 
nausea, tanto che provo il bisogno di ricrearmi in un mondo diverso 
che mi s' affaccia oramai ne'soli ricordi e nelle speranze lontane. Io 
spero non essere un lodatore troppo sospetto del passato; che mi pare 
di far, secondo che le povere mie forze il comportano, la mia modesta 
e diminutiva parte di trapelo, per muovere innanzi l'immenso carro 
che porta al mondo il benefìcio della luce. Ma, per questa ragione 
stessa, io sento spesso e vergogna e dispetto dell' attitudine dis- 
graziata che piglia fra noi una parte soverchia della nostra gio- 
ventù, la quale stima d' instaurare sapientemente la vil-a affettajido 
un superlativo disprezzo per tutto ciò che non bestemmi cinica- 
mente al pari di essa. Il cinismo è brutta cosa sempre, poiché 
annunzia come tutte le facoltà più belle dell' uomo siano spente; 
ma se il cinismo d' un vecchio, che ha patito molti disinganni e 
dolorato molto, si può chiamare sventura, il cinismo d'un giovine 
ributta ed è un vero sacrilegio. Sì, è un sacrilegio, poiché, in qua- 
lunque religione si nasca, la natura dà ad ogni uomo che nasce 
in custodia una sacra fiammella, perché egli la educhi, la alimenti 
e comunichi, con essa, la sua parte di luce, di fuoco, di vita al 



— 7 - 
mondo; e s' ei la lascia ostinguere, prima ch'essa si espanda in 
benefici incendii operosi, egli è un colpevole suicida. Io non ho bi- 
sogno di dire ai giovani qual forma essi abbiano a dare alla loro 
fede; ogni fede, pur che non divenga superstiziosa e idolatra, pur 
che profondamente sentita, pur che sincera, pur che tollerante delle 
fedi diverse o -gareggiante con esse solo nella grandezza delle opere, 
ogni fede, io ripeto, può riuscir feconda di bene. E avere una 
fede non vuol dire ascriversi ad una sagrestia, ad una camarilla, 
ad una setta, ad un campanile, ma educarsi e scaldarsi nel cuore 
e nella mente un ideale, moltiplicarsi nel sentimento, nel pensiero 
nelle opere, vivere tutta intiera la vita. Ai giovani che, sulle note 
in Msetto dei canti disperati del grande Recanatese, mi dicono: la 
vita è un lungo e continuo e inutil tormento, io m'affretto a ri- 
spondere: voi bestemmiate; voi non sapete ancora che cosa sia la 
vita; voi non avete ancora dato alle vostre membra tutta l'agilità, 
la sveltezza, la potenza della quale esse sono capaci , e che può 
fornire a voi la bella e grande virtù del coraggio; voi non avete 
ancora amato quanto si può amare né la vostra famiglia né la 
vostra patria, né la bella ridente natura che vi circonda né la 
vostra tenera sposa, né 1 vostri figli carezzanti, né l'arte, né la 
scienza divina; voi non avete ancora provate le superbe ebbrezze 
dell' intelletto che indaga mondi inesplorati e che agita in sé stesso 
e produce fra i viventi nuove splendide forme ideali. Queste gioie 
che voi non conoscete ancora le potrete conoscere, se il vogliate; 
né allora voi vi dorrete più del peso della vita; e 1' esempio del 
Leopardi mi giova appunto per citarlo contro di voi; la natura lo 
fece disgraziatissimo; egli nacque informe, non potè viver tutto, 
ebbe debolissimo il corpo; pur ne cavò tutte le scintille eh' ei potè; 
studiò; amò invano; pensò molto, forse troppo, alle sue miserie e le 
cantò; quindi si spense, non avendo potuto aggrapparsi a nulla di 
solido nella vita, per ripigliare le forze d' Anteo, e rinnovare la lotta. 
La sua vita fu una faticosa elegia, non perchè la vita gli sem- 
brasse veramente cosi orrenda, com'ei l'ha cantata, ma perchè 
orrendo parevagli il non poterne godere in tutta la sua pienezza; 
s' egli teme la vecchiaia e n' ha orrore, ei non ci dice altro con 
ciò se non eh' ei teme gli fuggano le forze necessarie per godere 
la vita; assistere al giocondo spettacolo della vita e non poterne 
sentir la dolcezza è il supplizio di Tantalo, supplizio, senza dub- 
bio, crudele. Ma non è quello a cui siete chiamati voi, o giovani, 
nei quali abbonda la forza e deve abbondar la speranza ; vivete 
dunque, e spiegate liberamente tutta la vostra potenza vitale; di- 



venite leoni, ripudiando ogni viltà; il non esser vile è una prima 
condizione necessaria per riuscir grande. Poiché , io deploro 
più che ogni altra cosa la mollezza che vi rende inerti, fatui, e 
studiosi de' commodi vostri; parrai suprema disgrazia la tendenza 
di molti fra voi ad ambire importanti cariche dello Stato prima 
che abbiate durata alcuna lunga e seria fatica per conseguirle ; e 
di studiare non più per la sete insaziabile della scienza, ma per 
arrivare più presto al momento desiderato in cui non dovrete 
studiar più ; di consegnare alla stampa ogni vostro esercizio let- 
terario, e domandar premio di quest'audacia per cui meritereste 
forse castigo. Perciò avviene che di nessuno scritto vostro si pigli 
più cura l'età vostra non senza ragione diffidente, e che non ne 
rimanga traccia alcuna nel tempo. A male siffatto, pur che il vo- 
gliate, vi sarà agevole opporre un rimedio, ed io, per aiutarvi a 
trovarlo, ed invogliarvene, mi sono proposto di scrivere i presenti 
Ricordi, d'alcuni viventi uomini di lettere, ne'quali potrete, se non 
altro, apprendere come la gloria durevole non si consegua altrimenti 
se non durando, senza fine, nello studio e nel lavoro, e, ancora, per- 
chè non vi accada di rimpiangere soverchiamente 1 vostri morti, 
educarvi anzi tutto, al rispetto de'più benemeriti tra i vivi. 



RICORDI BIOGRAFICI 



ALESSANDRO MANZONI 

Sentir. . . e meditar ; di poco 

Esser contento*^; da la meta mai 
Non torcer gli occhi; conservar la mano 
Pura, e la mente ; de le umane cose 
Tanto sperimentar, quanto ti basti 
Per non curarle ; non ti far mai servo ; 
Non far tregua coi vili ; il Santo Vero 
Mai non tradir ; né proferir mai verbo 
Che plauda al vizio, o la virtù derida... (1) 

Chi segnava, or sono sessantasei anni, con nome all'Italia oscu- 
ro, questo intiero programma di filosofia stoica, nella sua sempli- 
citcà cosi eloquente, è vivo e glorioso per dirci come le promesse 
della giovinezza generosa, volendo, si possano mantenere invio- 
late per una lunga vita. E la vita del grande lombardo che il 
mondo onora, è, invero, tersa come il più limpido cristallo, nel 
quale può e deve la odierna gioventù specchiarsi, riverente e si- 
cura. 



(1) A Giulia Beccaria, Versi, in morte di Carlo hnhonati. 



— 10 — 

Mi è più d'una volta accaduto d'avvertire come il Manzoni ab- 
bia una facoltà tutta sua propria di comunicare una parte del 
proprio spirito, della propria maniera, del proprio stile alle per- 
sone che, dopo avere usato famigliarmente con l'uomo, o nel di- 
fetto di questo, co'suoi scritti, ragionano di lui o con lui. Scrit- 
tori anche originalissimi depongono, inconsapevoli e come amma- 
liati, la loro propria, più o manco, naturai veste, per conformarsi 
al gusto elegantemente disinvolto, affabilmente malizioso, dignito- 
samente simpatico del Manzoni, tosto che s'appressano a lui o ad 
alcun soggetto che, per poco, il riguardi. Accingendomi pertanto 
a discorrere intorno alla vita dell'uomo insigne, per quanto se 
n'è manifestata al di fuori, avrei bisogno anch'io, come quel chieri- 
chetto, di ricevere da Milano un po'di quel certo che, indefinibile 
e tutto manzoniano, quod facit ita. Ma, poiché questa fortuna 
non fu a me, nella vita, riserbata, debbo anch'io rimanermi con- 
tento del poco, e, per non far peggio, ridurmi a raccogliere in- 
torno al nostro comune maestro, quelle testimonianze che gli 
resero quanti ebbero la ventura di mirarne dappresso le sem- 
bianze venerate, udirne i discorsi sapienti, far tesoro di quegli 
affettuosi consigli ch'egli non nega ai giovani, quando i giovani 
gli sembrino forniti di qualche luìnen Dei e predestinati a diven- 
tar uomini. 

E, per incominciar bene, domando scusa a quell'anima eletta di 
Giulio Carcano se, a rappresentar ne'giorni presenti il nostro 
grande intemerato, io mi valgo di alcune belle parole sorprese in 
una lettera, ch'egli usava la cortesia d'indirizzarmi il 27 febbraio 
scorso <4 II Manzoni è ancora più grande come pensatore e come 
uomo che come scrittore ; il Vero é la sua vita, la sua poesia, la 
sua fede; il Buono la sua coscienza, la sua forza invincibile. Egli 
compirà, tra pochi di, gli ottantasette anni, e la sua mente è 
cosi viva, pronta e integra, come lo potè essere il giorno dopo 
che scrisse l'ultima pagina dei Promessi sposi. » 

Nacque Alessandro Manzoni il di 8 marzo dell'anno 1785 (1), 
in Milano, da Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, figlia del ce- 
lebre autore del libro Dei delitti e delle piene, sposatasi al Man- 
zoni, il 12 settembre 1872, essendo auspice di quelle nozze il conte 
Pietro Verri (2). D'ambe le parti era nobile il parentado; e in en- 



(1) E non 1784 come scrivono i biografici francesi. 

(2) Cl'r. Cantù, Beccaria e il diritto penale. 



— 11 — 

tranibe lo fami,i>lie si contava qualche autore; alla famiglia Man- 
zoni aveva appartenuto la [)oetessa Francesca, morta nel 174.S a 
Cereda presso Lecco, autrice di parecchie tragedie sacre, socia di 
più accademie, e di un'opera inedita, che s'intitolava : Storia di 
tutte le donne erudite di ogni secolo e di ogni nazione. Io lascio 
ai fisiologi e psicologi il determinare quanto sangue, quanti nervi, 
e quanto fluido vitale de'maggiori paterni e materni sian passati 
nell'organismo del neonato meraviglioso fanciullo ; certo la natura 
non lavora a caso, e il prodigio apparente non è altro se non il 
risultato naturale di leggi costanti e immutabili le quali nella va- 
rietà delle combinazioni creano effetti diversi. Ma non è da me 
il penetrar questi misteri solenni della natura, quando è già 
troppo più di quello che le mie modeste forze comportino, il mi- 
surare l'altezza dell'ingegno e dell'animo dell'uomo vivente, nelle 
sue esterne manifestazioni. 

I primi studii Alessandro Manzoni intraprese in Milano, e ter- 
minò in Pavia, avendo nella sua fanciullezza perduto il padre, e 
stando lontano dalla madre, che s'era raccolta a vivere in Parigi, 
dove l'esser figlia del Beccaria e le distinte sue qualità personali 
le avevano agevolmente schiuso i saloni della splendida società 
d'Auteuil, ne' quali gli ultimi campioni della filosofia francese del 
secolo decimottavo solean convenire a geniale ritrovo. La Cabanis 
e M.""^ de Condorcet, Volney e Garat, Tracy e Fauriel, rinfre- 
scavano ancora il frizzo volteriano, ma non senza il presentimento 
di una nuova vita ideale, la vita della scienza edificatrice, che s'an- 
nunziava, malgrado lo strepito rovinoso e inconsciente delle guerre 
napoleoniche. Il giovinetto IManzoni, come molti de' giovani di 
quel tempo intesi agli studii, secondando la sua naturai disposizione 
al motto spiritoso, s'innamorò facilmente, alla prima, d'una filosofia e 
letteratura tutta motteggio; e, poiché dello spirito n'aveva d'avanzo, 
gli dovette riuscir facile aggravar di nuovo ridicolo le forme esterne 
d'una religione caduta allora in dispregio. Ma l'incredulità era al 
di fuori soltanto; a non credere l'avea portato la tendenza uni- 
versale del secolo decimottavo, non la sua intima persuasione ; 
egli negava, e certamente, quando ai motti altrui aggiungeva il suo, 
non intendeva, non credeva di dare alla sua negazione quella forza 
distruttiva ch'essa pareva contenere. Il giovine Manzoni era for.se ma- 
lato anch'esso di una gran malattia morale, comune pure a molti gio- 
vani dell'età nostra, una malattia funesta, a non guarirsene in tempo; 
questa malattia è l'ipocrisia del vizio, che arriva al suogrado estremo 
di miseria, quando essa crede invece di arrivare al sommo del sublime^ 



— 12 — 
per quella che i tedeschi chiamano espressivamente die selbsi-ironìe 
(l'ironia contro sé stesso). La smania deplorevole di parere inge- 
gnosi ci rende facilmente tristi ; neghiamo sbadatamente quelle 
cose, che, pur fatta astrazione d'ogni fede religiosa, ci sono più 
sacre, pur di lanciare una frase che faccia fortuna, e di renderci 
piacevoli alla brigata che c'incorona oggi, per evitarci forse do- 
mani come uomini di moralità sospetta e sopra i quali non si può più 
contare. Il giovane Manzoni dovette bere egli pure a quella fonte vele- 
nosa, non tuttavia in tal forma e in tal copia da perdervisi. Era 
in lui una virtù riposta che lo chiamava a risorgere, e, quali siano 
poi state le occasioni particolari della sua vita che lo abbiano risve- 
gliato a parlare ed operare intieramente da uomo fra i veri vi- 
venti; noi non dimentichiamo che, quindicenne, egli già cantava in 
un sonetto inedito, ad una Laura misteriosa e forse immaginaria, 
come la gentilezza e nobiltà d'animo di lei le avessero inspirato 
l'amore, e come egli avrebbe amato esser nobile e gentile, per una 
semplice e delicatissima ragione, espressa in un verso che dice 
molto in poco, come tutto ciò che Manzoni suol dire : 

Per ch'io non posso tralasciar d'amarti. 

I biografi sono molto discordi nel determinare l'anno della conver- 
sione del Manzoni dall'ateismo alla fede. Ed io, per non aggiunger 
maggior confusione alla loro, lascierò stare la cronologia, che è poi, in 
una simile questione, cosa molto indifferente. La conversione del Man- 
zoni non avvenne in un solo giorno, per colpo d'una bacchetta ma- 
gica; l'amore, che fece altri miracoli, deve, senza dubbio, aver fatto 
anche quello di risvegliare più presto Alessandro Manzoni alla 
fede; ma oltre che era in lui abbondante la materia prima, la ma- 
teria generosa ed infiammabile, si può aggiungere che quanto 
egli durò ad amare, tanto durò pure a convertirsi; né io vorrei 
parergli irriverente sostenendo ch'egli, già tanto vicino alla per- 
fezione, va tuttora operando la sua Conversione per dar ragione 
a sé stesso, e avvicinarsi di più a 

... Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia (1) 



(1) Yeì'si in morte di Carlo Imhonati. 



— 13 — 

e nel Quale, all'età di 21 anno, egli mostrava già palesemente di 
credere, come nel tìne del sonetto a Francesco Lomanaco, scritto 
nel suo ventesimo anno, ad imitazione del Filicaia, è agevole pre- 
sentire il futuro poeta civile. 

E fu pure nell'anno 1805 ch'egli, recatosi a Parigi per vivere presso 
la madre, conobbe il Fauriel, lo frequentò alla Maisomiette, presso 
la Condorcet, gli divenne amico ; fu nel 1806, che gli lesse i suoi 
versi per la morte dell'Imbonati, e nel 1807 che gli diede a leg- 
gere il poemetto d' Urania; in que' tre anni, in somma, che 
nacque veramente all'Italia il nuovo Manzoni. 

Egli avea ad operare in sé una duplice conversione, morale l'una, 
letteraria l'altra; i suoi versi ci rivelano ch'egli ha già vinto il 
più nella prima battaglia ; l'ateo è scomparso ; della seconda bat- 
taglia siamo ancora alle prime scaramuccie ; gli esemplari de' clas- 
sici italiani, i carmi foscoliani e pindemontiani, i versi dell'asti- 
giano, i poemi di Parini e di Monti sono ancora troppo freschi 
alla memoria del giovine poèta, perchè egli osi troppo disco- 
starsene, innovando; li imita dunque, o piuttosto, li ricorda tutti, 
ma il contenuto già fa scoppiare il contenente; i pensieri premo- 
no, e domandano una forma più disinvolta, più larga, più commoda; 
egli se ne preoccupa; ne' versi per l'Imbonati ha promesso di riu- 
scire un uomo, e non ruppe mai la fede data agli uomini; nel poe- 
metto d' Urania, ha espresso il suo desiderio di diventar vate sacro 
d'Italia, cantando : 

profondo 

Mi sollecita amor che Italia un giorno 
Me de'suoi vati al drappel sacro aggiunga, 
Italia, ospizio delle muse antico, 

e si preoccupò quindi nel cercare quella foruìa originale, che do- 
vea permettergli di divenire in breve l'autore degli Inni sacri. 
« I due amici, scrive Sainte Beuve (1), nel suo ritratto di Fau- 
riel, andavano fra loro discorrendo del fine supremo di ogni poesia, 
delle false immagini delle quali era anzi tutto necessario spo- 
gliarsi, della bella e semplice arte che si dovea far rivivere... La 
poesia deve uscire dal cuore^ bisogna sentire, e saper esprimere 



(I) Portraits contemporaina. 



— 14 — 

i propri sentimenti con sincerità. Era quello il primo articolo 
della riforma poetica meditata tra Faiiriel e Manzoni. » E l'ami- 
cizia di Fauriel fu nella vita del Manzoni una delle sue migliori 
fortune, non solo perchè l'amicizia fra due giovani onesti e di 
cuore è sempre feconda di bene, ma perchè osservando l'effetto 
che i suoi propositi e le sue idee novatrici facevano sull'animo e 
sull'ingegno del Fauriel, e discutendo coH'amico i suoi dubbi egli 
arrivava più presto e più sicuramente a trovare quel giusto punto, 
che tal volta rimane velato da un illusione la quale per eufemismo 
ci compiacciamo chiamare poetica, tal altra da quella inerzia della 
mente che ci fa spesso arrestare al primo aspetto d'una questione^ 
che non è sempre il vero e di rado può essere l'aspetto completo. 
Urtandosi le idee, sfavillano, si provano, e si misurano; al lampo 
di quella luce, se ne scorge la forza, l'estensione e l'eflìcacia reale; 
poiché le buone, ad ogni nuovo urto, mandano sempre qualche 
nuova e più viva e più schietta scintilla, e resistono ; le fittizie 
si stancano e diventano presto inerti, e incapaci di sostenere qual- 
siasi nuova prova. Perciò, quanto io sento e deploro l'oziosità di 
molti se non di tutti i monologhi accademici, tanto parmi che si 
debba far coraggio ai giovani studiosi perchè si raccolgano spesso 
a discutere intorno ai loro studii, per provarsi o darsi luce a vi- 
cenda, nella ricerca del vero. La intolleranza delle opinioni altrui 
dipende in gran parte dall'assoluta persuasione, nella quale, per 
difetto di discussione, siamo noi tutti che la sola opinione buona 
è la nostra; proviamoci invece a discuterla, e, oltre che 1' acco- 
steremo forse di più a quella verità, della quale ci presupponiamo 
i sacri e privilegiati depositarli, apprenderemo pure un po' di 
quella benedetta virtù che non è mai troppa, avuto riguardo 
alle frequenti tentazioni che abbiamo di farne a meno, io voglio 
dire un poco più di modestia. 

Nel 1808, Alessandro Manzoni si sposava con Luigia Enrichetta 
Blondel figlia d'un banchiere ginevrino. La luna di miele fu lunga 
e piena di gioie , ed a quella benedetta luna di miele l' Italia va 
debitrice de'gioriosi Inni sacri, destinati a festeggiare, secondo il 
rito cattolico, le nozze de'due sposi redenti. 

Poiché, quando il Manzoni dall'ateismo era già passato alla fede, 
la sua donna dalla chiesa di Calvino si raccolse nel seno della 
chiesa cattolica. Per quanto simili conversioni individuali provino 
poco nulla in favore della chiesa, che il Manzoni nella Morale 
Caltolica ha con tanta sincerità difesa, e non sembri rigorosa- 
mente necessario d'essere devoto cattolico per mantenersi buon 



— 15 — 

Cristiano, e neppure d'essere Cristiano per credere alla virtù e 
praticarla, noi dobbiamo benedire quell'unione d'anime in una fede 
che parve loro la migliore, poiché da quella credenza nel meglio, 
riposto, a suo credere, nel cattolicismo, derivò il Manzoni le più 
alte inspirazioni dell'arte sua. Manzoni ateo od anche protestante 
non ci avrebbe dato mai né gli Inni sacri, né fra Cristoforo, né 
il Cardinal Borromeo ; e, perdendo questo, avremmo forse, ad es- 
sere schietti, perduto il meglio di lui, Manzoni ha voluto serbarsi 
cattolico fino allo scrupolo; e per noi questo é il so'o vero modo 
onesto di credere, quando si crede, d'arrivare all'entusiasmo e di 
farlo sentire. A lui parve che gli mancasse il più, mancandogli la fede 
nel sovrannaturale ; e s' aggrappò come un naufrago disperato 
alla Croce che divenne sua vera tavola di salute. Egli umiliò la 
superbia dell'intelletto alla fede, e disse a sé stesso : più in là non 
domanderai; dove l'occhio umano non vede più nulla, il tuo orgo- 
glio deve pure cadere; cercò pertanto rifugio ne' libri Santi, e da 
quelli, come i primi Cristiani, tolse coraggio e forza di credere 
senza discutere, ammirando sovra ogni cosa nel mondo la religione 
perchè sovra ogni cosa nel mondo la religione ha virtù di con- 
solare. 

Ma non era da prevedersi che la conversione del giovine poeta 
avesse a passare senza rumore. Ne' versi per l'Imbonati, il Man- 
zoni ci fa già sentire ch'egli ha provato 1' acre morso insidioso 
della calunnia, quand'egli canta: 

Nò l'orecchio tuo santo, io vò del nome 

Macchiar de' vili, che oziosi sempre, 

Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro 

L'operosa calunnia, A le lor grida 

Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo. 

Il buon cattolico, pochi anni dopo, invece di disprezzo avrebbe 
forse scritto perdono; ma il Manzoni di 21 anno, non è ancora 
arrivato, alla sua serenità buddhistica, alla sua calma olimpica, 
alla sua eccellenza cattolica. Egli combatte ancora. Gli Inni sacri 
vengono a provare chi egli ha vinto. 

Sorge allora nuovamente e si propaga la calunnia, cercando ad 
una conversione naturalissima le più remote e strane cagioni; ma, 
-per difetto d'alimento, è obbligata, in breve, a cadere ; la sdegnano, 
la ripudiano, l'atterrano quegli stessi che speravansi più pronti 
alla credulità, e il credente Manzoni, tra l'altre consolazioni, potò 



— 16 — 
allora provar quella di vedersi animosamente difeso da un grande 
che non divideva senza dubbio i sentimenti religiosi da lui pro- 
fessati, ma che aveva una fede illimitata nella sincerità del gio- 
vine poeta indegnamente calunniato. « Foscolo, scrive Silvio 
Pellico a Nicomede Bianchi, (1) vedeva in Manzoni un giovine lette- 
rato di grandi speranze, l'onorava e lo difendeva contro chi bef- 
favasi della religiosa credenza a cui Manzoni era di recente pas- 
sato, dando le spalle all'ateismo. Foscolo chiamava que' beffatori 
i fanatici della Filosofia, vantandosi esso di sprezzare non i cre- 
denti, ma i soli ipocriti ». 

E un solo sincero credente poteva immaginare e comporre gli 
Inni Sacri; dopo la prima edizione, l'Autore li ha riveduti e cor- 
retti, ma non per mutarne lo spirito; l'artista ripuli l'opera sua 
al di fuori, ma l'anima era dentro e vi rimase quale il Manzoni, 
inspirato dai libri santi e dagli inni sacri della Chiesa ve l'aveva 
soffiata la prima volta. È probabile che il Manzoni, in età più 
matura, avrebbe vestito di forme più lucide e più popolarmente 
eleganti gli Inìii Sacri, come, in ftitto d'eleganza, l'Ode famosa 
del Cinque Maggio li ha facilmente superati, e come forse li vin- 
ceranno gli inni inediti di Manzoni (vuoisi che il Manzoni abbia 
portato gli Inni sacri al numero degli Apostoli) nati in un tempo nel 
quale l'ingegno del Manzoni era arrivato alla sua perfetta maturità. 
Ma, quali sono, gli Inni Sacri hanno creato in Italia una nuova for- 
ma di poesia, il contenuto della quale che si giudicò, in quei 
tempi, romantico, era semplicemente biblico. Il Manzoni ha il gran 
merito d'avere liberato in Italia la poesia cristiana dalle forme 
convenzionali ereditate dal paganesimo; forme convenzionali per 
noi moderni, che ci studiamo d'imitarle, mentre invece per gli 
antichi erano proprie, naturali, e frutto spontaneo e necessario 
di quella civiltà. Egli restituì ai poeti d'Italia la loro libertà, e, 
col proprio esempio, disse loro: essendo cristiani, inspiratevi da 
Cristo; essendo moderni, diffondete la parola di Cristo con la lin- 
gua vostra, ch'è la lingua del cuore. 

Per questo rispetto, gli Inni Sacri segnano nella storia della 
nostra poesia una vera rivoluzione, della quale sarannno sentiti 
per sempre, ed invano si dissimulerebbero, i benefici effetti. Io 
non chiamo, senza dubbio, tali i numerosi inni nati di poi in va- 



(1) Pellico, Epistolario. 



— 17 — 

rie parti d'Italia ad imitazione di que'primi che avean fatto for- 
tuna; gli imitatori avevano ne'loro esercizii dimenticato l'essen- 
ziale, cioè che per cantare la religione bisogna portarla nell'anima; 
essi lavoravano a soggetto come gli antichi istrioni, sul modello 
degli Inni Sacri, ma per istemperare i primi colori, stancare le 
prime immagini, e dir poco in molto, come il Manzoni avea detto 
molto in poco. E questo carattere distintivo della poesia manzo- 
niana parmi pure creare il suo difetto principale; poiché lo stu- 
dio di restringere un gran senso in brevi parole, fa si che talora 
queste brevi parole siano adoperate ad esprimere più che natu- 
ralmente esse non potrebbero, e a diventar talora semplici for- 
mole astratte; il che se prova la potenza del poeta nel concen- 
trare le sue idee, impedisce per altro che la sua poesia riesca 
popolare, e le toglie molta parte di quell'impeto lirico e di quel 
calore che si comunica, tanto necessario ad ogni poesia, ma alla 
lirica religiosa in modo specialissimo. Manzoni giovine fece opera 
di vecchio, costringendo in un linguaggio matematico le verità 
della religione che gli erano nuovamente apparse in modo lumi- 
noso; si direbbe ch'ei volesse porsele innanzi, ed estrinsecarsele 
in una forma più precisa per potersi meglio persuadere della loro 
realtà e più durevolmente contemplarle ed adorarle. Ma ci sembra 
di non rischiar troppo, dicendo come Manzoni vecchio, innamorato 
com'egli è e maestro nelle bellezze del linguaggio popolare, se do- 
vesse oggi cantar la religione, sceglierebbe una via opposta a 
quella ch'ei tenne in gioventù, escludendo ogni parola equivoca 
che il popolo non potesse comprendere da sé, ed ogni trasposi- 
zione men naturale di parole, per riuscire subito al desiderato 
effetto di dare al popolo un canto che non muoia appena recitato, 
che si diffonda senza bisogno di interpreti, e che consoli vera- 
mente chi si muove a cantarlo. 

Ma l'Autore degli Inni Sacri sarebbe forse in Italia passato in- 
discusso e inglorioso, se altri suoi componimenti successivi non 
l'avessero portato d'un tratto alla celebrità. 

Noi sappiamo da Salute Beuve, che il giovine Manzoni medi 
tava a Parigi un lungo poema sopra la fondazione di Venezia 
ma, se di quel tentativo letterario non ci è pervenuta altra noti 
zia, è lecito supporre che fin d'allora, leggendo le storie di Ve 
nezia, abbia il Manzoni trovato il germe del suo Conte di Car 
magnala, cui pose la mano a Milano nel 1816, e terminò a Pa 
rigi nel 1819, dopo averlo fatto leggere al suo Fauriel, al quale 
venne dedicato in attestato di cordiale e riverente aynicizia. Fau- 

RicoRDi Biografici 2 



- 18 — 
riel era stato il padrino dei primi lavori poetici del Manzoni, 
avea tenuto al fonte battesimale il primo fi'utto delle nozze di lui 
con la Blondel; era giusto che il primo lavoro nel quale il Man- 
zoni annunziava e discuteva pubblicamente la sua riforma lette" 
raria, gli fosse dedicato. Il Conte di Carmagnola era la prima 
tragedia italiana che facesse a meno delle famose unità di luogo 
e di tempo; il poeta non solo le mette da parte, ma, in un discorso 
che nella nostra storia letteraria segna un movimento importante, 
indica con molta chiarezza le ragioni che lo indussero a intro- 
durre nel teatro italiano una così ardita novità. In Italia, come 
accade spesso, non se ne diedero per intesi, se non dopo che in 
Francia, Inghilterra e Germania si fece caso di. quella pubblica- 
zione, come d'un grande avvenimento. 

Col suo Conte di Carmagnola, dieci anni prima che apparisse 
VHernaìii di Vittor Hugo, il nostro Manzoni inaugurava la scuola 
romantica. E in Francia e in Italia, ove la tragedia classica regnava 
assoluta ed inviolabile, dovette parere quel primo tentativo un 
atto di grande temerità; l'Inghilterra, invece, che aveva avuto il 
suo Shakespeare e che battagliava allora intorno al gran nome 
di Byron, e la Germania che aveva applaudito agli ardimenti di 
Schiller e di Goethe, non poteva far altro se non coronare di un 
verde lauro glorioso il capo del giovine e felice novatore lom- 
bardo. Allora il Manzoni incontrò la sua massima fortuna lettera- 
ria, avendo avuto la consolazione ineffabile per un uomo di let- 
tere, d'esser letto, compreso e pubblicamente applaudito da un vero 
grande, da Volfango Goethe. Dalle lodi che i vecchi saliti in fama 
sogliono con modesta liberalità consentire agli scrittori nascenti, 
questi devono più spesso argomentare della bontà dell'animo dei 
vecchi, che fidare soverchiamente nel proprio valore e, boriosi, 
impancarsi fra gli immortali. Io non potrei quindi biasimare ab- 
bastanza que'nostri giovani, i quali per quattro righe di compli- 
mento messe per gentilezza squisita in carta da qualche letterato 
in fama, se ne fanno arma contro la indifferenza del pubblico e contro 
la tentazione de'critici a scoprirvi difetti, e fors'anco a disapprovar 
l'opera loro. Certe lodi generiche fritte all'ingegno d'un giovane, od 
ai suoi studii, o al suo buon gusto, e certi incoraggiamenti a pro- 
seguire per una via felicemente intrapresa, lasciano il tempo che 
trovano, e .se provano cortesia in chi di lodi siifatte è generoso, 
provano piccolo ingegno in que'giovani che se ne tengono paghi, 
per riposare sulle loro prime e per lo più molto innocenti e poco 
sudate fatiche. Ma il Cr(jethe fece assai più che restituire un com- 



— 19 — 
plimento al Manzoni. Egli lesse il Conte di Carmagnola del 
Manzoni, senza che questi ne sapesse nulla, lo lesse, lo studiò, 
se ne persuase, e spontaneamente ne scrisse una lunga, meditata 
analisi nella Rivista di Stoccarda, Ueher Kunst uncl AUerthitm. 
Un genio divinò l'altro, e prossimo ad abbandonare la scena olim- 
pica del mondo, il vecchio Giove tedesco ci assicurò che l'Olimpo, 
alla sua scomparsa, non sarebbe rimasto deserto, e che la vita 
dello spirito non si sarebbe fermata. Parini benedice Foscolo; 
Foscolo difende Manzoni, e Goethe se lo pone sul suo proprio piede- 
stallo. Lo stesso Manzoni dovea poi benedire alla sua volta Mas- 
simo d'Azeglio e Giuseppe Giusti; così gli spiriti magni si seguono 
e si legano in alleanze magnanime, e, per una vicenda gloriosa, 
l'ideale si eterna. Il Goethe notò, fra l'altre cose, come nel suo 
discorso sulle unità, il Manzoni, sebbene tratti un argomento noto 
e già risoluto in Germania, vi dice, dal suo punto di vista, come 
uomo d'alto ingegno, e come italiano, cose nuove ed importanti 
a conoscersi anche dai tedeschi; e quindi esamina, singolarmente, 
le numerose bellezze della tragedia. E in vero, per quanto si po- 
trebbe desiderare che il soggetto fosse più interessante, il dialogo 
più drammatico, il verso più colorito e più poetico, il tutto più 
caldo, più rapido e più animato, la verità e dignità de'caratteri, 
l'ordine con cui l'azione è svolta, la morale che lo governa, la 
passione del quinto atto e l'inarrivabile bellezza del coro che de- 
plora le discordie italiane, oltre alla felice dimostrazione della tesi 
letteraria che l'autore s'era proposto di risolvere, tutto dimostra 
un ingegno armonico e sicuro, un grande maestro dell' arte, e 
un' anima grande in cui la sola virtù doma le passioni, le pone 
in equilibrio, e le adopera provvidamente per i suoi fini ideali, 
che per quanto molte[!lici sono sempre concordi. Già il Goethe 
osservò contro il critico del Qimrterlij Revìew, come « nella tra- 
gedia del Manzoni {Il Conte di Carmagnola), quel coro che tanto 
esalta ed inlìamma giungerebbe inefficace se non avesse a com- 
mento i due primi atti; e così la commozione della scena finale, 
senza la preparazione degli ultimi tre atti, sarebbe o debole o 
nulla. Un ode non si regge da sé; deve muovere da un elemento 
agitato. » E questo elemento agitato, oltre che nel dramma, si 
trova nell'amor patrio caldo e generoso del poeta e nelle passioni 
politiche del tempo in cui il coro della battaglia di Maclodio fu 
scritto. Quel leggiadro componimento letterario ch'è la France- 
sca da Rimini di Silvio Pellico destò l'entusiasmo per due soli 
versi. L'uno è quello in cui Paolo dice alla bella cognata ch'egli 



— 20 — 

l'ama disperatamente, un modo d'amare, per dire il vero, che non 
dovrebbe infiammar tanto i grandi attori i quali recitano tal par- 
te, e alla loro volta infiammano di sacro fuoco gli spettatori, i 
quali non pensano più che tanto, in quel punto, che l'amore di- 
sperato, l'amore senza speranza, la disperazione non è il grado 
massimo dell'amore, ma si invece quello che prepara molto filoso- 
ficamente all'indifferenza; col che non intendo senza dubbio appuntar 
que'versi del Pellico, ma sì il modo troppo eroico con cui sono detti. 
Ogni amatore sa che, a quel punto in cui riesce a destar la pietà 
nell'animo d'una donna gentile, ei può dire che la vittoria è sua, 
e Paolo, quando ha detto e ripetuto che egli ama Francesca, e 
quindi s'abbandona ad un lamento che lo mostra disperato alla 
sua bella donna, non ha più nulla ad aggiungere per farla sua 
veramente. L'altro verso è una esclamazione, un'evocazione, un 
grido di risurrezione lanciato all'Italia: 

Polve d'eroi non è la polve tua? 

verso che tocca sempre le fibre del patriota italiano, e che, detto 
bene, non si può riudire senza fremere. 

Ma il coro della Battaglia di Maclodio dice ben più, e quanti 
si rallegrano dell'Italia una, come in Mazzini il suo più costante 
apostolo, devono salutare in Alessandro Manzoni il suo illumi- 
nato profeta. Si pensi al tempo in cui que' versi furono scritti; 
dopo la signoria francese, l'austriaca opprimeva le genti lombarde 
nel nome della santa e paurosa Alleanza; Manzoni lombardo vede 
l'Italia divisa e discorde, e Jo straniero in casa; e animato dal 
soffio di Dante; afferma l'unità della patria, la fratellanza degli 
italiani: 

Siam fratelli, siam stretti ad un patto 

e domanda loro, contro chi essi impugnino le spade, e 

Qual è quei che ha giurato la terra 
, Dove nacque far salva, o morir? 

Manzoni, poco più che trentenne, ha già fermate tutte le sue 
idee più originali: in ogni suo scritto egli ne svolge una princi- 
pale, ed accenna alle altre non secondarie, ma ch'egli riserva come 
addentellato per futuri edifìcii che la sua mente architettonica ha 
già combinati. 



— 21 — 

Nel coro del Car^magnola, egli ha detto che gli italiani 

D'una terra son tutti, un linguaggio 
Parlan tutti... 

e queste parole servono di tesi alla futura lettera sull' Unilà della 
lingua. 

Il Conte di Carmagnola fu tradotto in prosa francese dallo 
stesso Fauriel; e fra i suoi critici francesi giova rammentare il 
Chauvet che, nel Lijcée frangais, con una critica rispettosa com- 
battè il sistema drammatico del Manzoni, poiché quella critica 
diede occasione alla lunga e sapiente lettera dello stesso Manzoni 
al Chauvet sulle unità drammatiche e sopra l'eleuiento storico in- 
trodotto nella drammatica, che apparve nel 18"23. 

Il Goethe aveva notato, circa la distinzione di caratteri storici ed 
ideali fatta dal Manzoni nel Conte di Carmagnola : « Non vi sono, 
propriamente parlando, personaggi storici in poesia; solo, quando il 
poeta vuol rappresentare il mondo morale che ha concepito fa a 
certe individualità ch'egli incontra nella storia l'onore di pigliare 
ad imprestito i loro nomi per applicarli agli esseri ch'egli ha 
creati. » Il Manzoni, rispondendo nel 18:21 al Goethe, confessa 
candidamente che la distinzione di personaggi storici e ideali era 
stata un suo sbaglio, e che lo avrebbe evitato nel nuovo lavoro 
al quale attendeva. Ma, neW Adelchi, ancora, malgrado il suo stu- 
dio d'attenersi scrupolosamente alla storia, il Manzoni non potè 
impedire che il personaggio del figlio di Desiderio, ossia il più 
importante, riuscisse quasi esclusivamente ideale, e che in Adelchi, 
meglio del rozzo principe longobardo, i suoi intimi amici ricono- 
scessero il nobile, gentile e pio cavaliere lombardo, l'autore stes- 
so (1). Il Goethe considerava la poesia drammatica da un punto 
di vista opposto a quello in cui il Manzoni si compiacque. Il Goethe 
poneva il colorito storico nel fondo, e su questo fondo credeva le- 
cito al poeta d'inventare; il Manzoni volle, nel dramma, essere esatto 
fino allo scrupolo e cavare la poesia dalla storia, piìi tosto che alcuni 
firofili della storia da una viva poesia. Scrivendo intorno sdVAdel- 
chi, il Goethe si esprime così: « Se il. Manzoni si fosse persuaso 



(1) Cfr. l'opuscolo intitolato: Interesse di Goethe per Man^nni, ov'ò 
riferita una conversazione fra Cousin e Goethe intorno :il Manzoni. 



22 

in tempo essere diritto inalienabile del poeta il modificare a suo 
talento le, tradizioni favolose, e trasformare in favolosa tradizione 
la storia, avrebbe cansata la dura fatica, che dovè certo durare 
per fondar la finzione, fin nei più minuti particolari, sopra stori- 
che incontrastabili prove. Ma, poich'egli è a queste cure portato, 
come manifestamente appare, dall'indole dell'ingegno suo, noi 
confessiamo da codesto suo sistema provenire un genere di poesia 
tutta propria di lui, e che nessuno potrà imitare. » Nulla di più 
giusto, per quanto parmi, di questa osservazione del Goethe. Il 
Manzoni che ha presentito tante cose nuove e grandi nel mondo 
dell'arie, e che ha imparato tante cose sapienti dal popolo, non mi 
sembra aver allora posto mente al modo con cui il popolo è poeta, e 
crea le sue epopee. Ed è a meravigliare come il suo ingegno pe- 
netrantissimo, nell'accostarsi al personaggio di Carlomagno, e 
nello scorgere la doppia figura di lui, la storica e la leggendaria, 
non abbia sentito che la figura leggendaria, lavorata in più secoli 
dalla immaginazione popolare, fosse la sola che potesse tentare un 
grande poeta a rappresentarla. Il poeta tragico ed epico deve ap- 
prendere dal popolo il modo con cui si possa creare poeticamente 
sopra un fondo storico ; il popolo non è punto infedele alla storia, 
nell'essenziale, ma ingrandisce le proporzioni dei personaggi sto- 
rici e li idealeggia col trasformarli in eroi conformi a que'tipi 
universali che la tradizione gli pose nella mente, e ch'egli colo- 
risce secondo i nuovi aspetti locali ne'quali li raffigura. E la tra- 
gedia e il poema non può far a meno che rappresentare degli eroi; 
per dare la notizia degli uomini, basta la nuda cronaca; e ogni 
studio che facciamo per porli artisticamente in evidenza, porta in 
sé qualche cosa di soggettivo, che distrugge la realtà dell'oggetto 
storico da noi contemplato. Con la preoccupazione scrupolosa della 
verità storica, ogni creazione poetica riesce impossibile ; e il poe- 
ta si rivela solamente in que'punti ne'quali lo storico si nasconde; 
tutto diviene anacronismo, inconseguenza, eccezione al poeta che 
voglia rappresentare drammaticamente, nella sua realtà, un fatto 
storico, incominciando dalla parola ch'è sempre contemporanea a 
noi e non mai ai personaggi che se ne servono, fino al modo 
sempre convenzionale in cui si è costretti a lasciar svolgere 
l'azione. 

Per quanto s'ami dunque il vero, non si può escludere la finzione 
dall'opera d'arte; sopprimendo la finzione, ogni forma artistica deve 
cadere. 

Ora io non comprendo per quale scrupolo, avendo sacrificato il 



— 23 — 
più si ponga una specie di religiosità per conservare i caratteri 
della verità, a quello clie nell'arte importa meno. Non si può appli- 
care la fotografia ad una storia sulla quale è sempre lecito il di- 
scutere ; e quando pur si potesse, l'arte avrebbe poco merito in 
una simile riproduzione. Si avrebbe, nel migliore de'casi possibili, 
la negativa d'un ritratto, ma non il ritratto a mano coi tocchi di 
un grande maestro. Ed io temo assai che uno de' motivi per cui 
si arrestò cosi presto la mano del Manzoni, intenta a crear poesie 
originali, sia pure stata la sua propria critica, sempre vigile a 
rammentargli il pericolo che l'invenzione riesca una menzogna. Ep- 
pure. neW Adelchi, ciò che v'ha di meglio trovato è quanto riguarda 
il personaggio stesso ideale d'Adelchi; i passi più belli sono quelli nei 
quali le reminiscenze della storia cedono il campo all'immagina- 
zione del poeta, che inventa, narra e descrive, per non parlare 
del coro stupendo d'Edmengarda, e de'robusti dodecasillabi, in 
parte forse mutilati, che rappresentano agli italiani gli orrori delle 
invasioni barbariche : 

•< Col novo signore rimane l'antico, 

L'un popolo e l'altro sul collo vi sta; 
Dividono i servi, dividon gli armenti. 
Si posano insieme sui campi cruenti 
D'un volgo disperso che nome non ha. 

Di Adelchi e d'Edmengarda che il Manzoni ci offre illuminati 
da una luce tutta ideale, noi possiamo dire; se non furono tali, 
avrebbero potuto essere ; quel secolo diede pure dei santi e delle 
sante alla Chiesa; sul fine d'Adelchi la storia è incerta; egli 
avrebbe pure potuto finire in un convento, vedendo come: 

Una feroce 
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi 
Dritto. . . 

Versi memorabili che servivano benissimo a darci il carattere 
del nono secolo, e al tempo stesso, flagellavano, dopo la fallita 
rivoluzione del 1821, gli eccessi della Santa Alleanza. Quanto 
agli altri personaggi che il Manzoni disegnò conformemente alla 
storia, può invece domandarsi se la storia altrimenti consi- 
derata e studiata non li lascierebbe, qualclie volta, risultara 
diversi. La tragedia, secondo la poetica manzoniana, dovrebbe 



— 24 — 
riuscire un quadro storico e la forma drammatica servire d'un 
pretesto per mettere sotto gli occhi un' età remota, derivan- 
done l'occasione a velare consigli e insegnamenti civili ai presenti. 
Convien dire che il Manzoni si è servito in modo meraviglioso di 
queste occasioni ch'egli s'è create per comporre cori inimitabili; 
ma, quanto piìi il coro manzoniano si innalza, e più si sente come 
la tragedia stessa corra troppo dimessa sulle umili traccie della 
storia; si direbbe che il Manzoni fa a fidanza con que'personaggi 
cli'egli non ha creduti degni di venir idealeggiati, in un modo non 
troppo dissimile da quello che usano i grandi attori tragici, i quali 
stimano avere tanto più risalto, quanto meno splendida siala turba 
de'fratelli d'arte che li circonda. 

Il coro manzoniano è 11 principale, al quale s'inchinano i perso- 
naggi del dramma che gli fanno corona. E queste considerazioni 
nascono tanto più naturali, dopo la lettura del discorso sopra alcuni 
punti della storia longobarda, aggiunto a.\V Adelchi, discorso il qua- 
le, mentre inaugura sapientemente la critica storica in Italia e rende 
cosi un nuovo grande servigio agli studiosi italiani, fa un pessimo 
servigio al Manzoni stesso, come poeta, distruggendo l'efficacia di 
queW ArMcJii che si propone d'illustrare. Chi legge V Adelchi, senza 
aver letto il Discorso, per quanto appaiano pallidi alcuni de' per- 
sonaggi tolti alla storia, finisce per sentir simpatia per i casi di 
Edmengarda, di Adelchi e del re Desiderio, per temere che i 
Franchi passino veramente le Alpi, per abborrire i traditori che 
aprono la via al nemico invasore, e per odiar questo nemico. Un 
lettore non prevenuto da veruna discussione finisce, in somma, di 
commoversi. Ma, in chi legga il Discorso critico dell'autore, ogni 
pietà svanisce, il guelfo Carlomagno e i papi, odiatori della spur- 
cissima Langodardorimi gens appaiono nel loro buon diritto, gli 
italiani che stanno a vedere indifferenti la rovina della gran casa 
di Desiderio fanno la cosa più naturale del mondo, onde il coro stesso 
diviene una postuma sublime superfluità patetica; in conclusione, la 
scienza storica del Manzoni fa quanto può per ammazzare il Man- 
zoni poeta; e se non vi riesce non può dire questa volta di non 
averlo fallo a imsta. Fortunatamente per noi, non è necessario 
leggere uniti i due lavori; l'Adelchi, preso da sé senza quello che 
l'autore ha voluto mettervi e trovarvi prima e dopo averlo scritto, ma 
non forse mentre lo scriveva, è sempre un bellissimo lavoro dramma- 
tico, pieno di versi forti e leggiadri, e di efi^etti stupendi; del discorso 
poi è inutile il ripetere che il Manzoni, novatore in tutto, vi ha 
insegnato con l'esempio come la storia oramai vuol'essere studiata. 



— Só- 
li Manzoni dedicava l'Adelchi alla sua moglie Enrichetta Luigia 
Blondel « la quale insieme con le affezioni coniugali e con la sa- 
pienza materna potè serbare un animo virginale » 

Il Collie di Carmagnola e VAdelcJii, provati sul teatro non 
ebbero fortuna, ma più pel deliberato, irriverente proposito di una 
parte filo-classica del pubblico a farli cadere e pel modo barbino con 
cui furon recitati, che pel giudizio spassionato d'un pubblico intelli- 
gente. Il Carmagnola hi recitato in Firenze, nell'agosto del 1828, al 
teatro Goldoni. Giambattista Niccolini ne scrive, nel modo seguente, 
all'attrice Maddalena Pelzet, a Milano : « Vi compiego due lettere, 
una del Marchese Gino Capponi pel Barone Trechi e una del Mon- 
tani per la Principessa Pietrasanta. Troverete nell'uno e nell'altra 
ogni bontà e gentilezza ; vi avverto che il primo è romantico per 
la vita, e passionato ammiratore del Manzoni, la cui tragedia 
ebbe sulle scene l'effetto che prevedevamo, quantunque la Corte 
e i Romantici facessero di tutto perchè riuscisse. Senza la pre- 
senza della prima, la cosa sarebbe andata peggio di quello che andò; 
per tre atti non si fece che ridere e sbadigliare ; il coro e il 
quinto atto piacquero ; i filodrammatici si fecero, per dirla, alla 
fiorentina, corbellare moltissimo » (1). Il Montani alle premure 
del quale presso Filippo Berti ed i suoi filodrammatici, nel difetto da 
lui lamentato fin d'allora di « una compagnia stabile, già da lungo 
tempo desiderata » e presso il maestro Romani per la musica del 
coro, si dovette, in gran parte, l'esperimento scenico della prima 
tragedia manzoniana, con animo più benevolo scriveva invece, in- 
torno alla prima rappresentazione lìeW Antologia del mese di no- 
vembre di quell'anno : « senza lo spirito di parte, che, dopo avere 
con epigrammi, biglietti anonimi ecc., cercato di sgomentare gli 
attori, si mostrò cosi deciso di turbare con risa e bisbigli il pa- 
cifico giudizio degli spettatori, essa avrebbe avuto un esito abba- 
stanza felice. La seconda rappresentazione riuscita cosi ti^anquilla 



(1) È giusto tuttavia riferirò le parole che, sembrando correggersi, 
lo stesso Niccolini scrive alla Pelzet intorno alle tragedie del Manzoni, 
nel febbraio del 1829 : » Le sue tragedie, quantunque non siano per la 
scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze 
che il plauso dell'Europa meritamente lo corona su tutti. Voi sapete 
qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo ; 
ciò che vi scrivo a Milano ve l'ho detto a Firenze. » 



al confronto della prima, gli applausi clie non mancarono né al- 
l'una né all'altra, mi fanno dir ciò con piena fidanza ». 

Qualche cosa di peggio avvenne al teatro Carignano di Torino, 
quando la Compagnia Reale vi rappresentò l'Adelchi. Il Pellico ne 
scrive a Pietro Giuria : « spiacemi che si abbia voluto rappresen- 
tare la bella ma non rappresentabile tragedia di Adelchi, e spia- 
cemi la vile irriverenza del pubblico » e, in altra lettera allo 
stesso « non me ne duole per Manzoni, il quale non s'affligge di 
ciò, ma per la bruttezza di quegli scherni ». Cosi due famosi 
tragici d'Italia si trovarono d'accordo a giudicare non atte alla 
scena le tragedie Manzoniane ; e due pubblici d'Italia mancarono 
di rispetto al loro autore. Si dovrà ora dire senza appello la sen- 
tenza? Io noi credo ancora, e parmi anzi che, più di molte trage- 
die alfierjane e niccoliniane, le tragedie del Manzoni, e VAdelchi 
in ispecie, intese e rappresentate bene, possano commuovere non 
solo ma suscitare entusiasmo. E vei"0 che il gridarci ora, ne' no- 
stri gaudii unitarii, che siam fratelli, può parere un pleonasmo; 
ma se non meniamo più le mani fra noi, facciamo del nostro me- 
glio, per continuare a bisticciarci; e se i nostri padroni di fuori se 
ne sono iti, abbiamo ancora tanto da ftire per ritornar padroni 
di noi stessi, che la morale civile di Manzoni può tornare non 
inutile anche oggi. Aspettiamo adunque che in Roma s'instauri 
un teatro drammatico veramente nazionale perchè l'Italia raccolta 
in Roma ripari il fallo commesso, in due nobili provincie italiane, 
dai padri nostri. 

Fra il. Conte di Carmagnola e VAdelchi, a crescere la fama del 
giovine poeta lombardo, e renderla mondiale, uscì nel 18-21 la ce- 
lebre ode II cinque maggio. Lo stesso argomento fu pure tentato 
da tre grandi poeti francesi, Delavigne, Bèranger, Lamartine; 
nessuno, per confessione de' francesi stessi, arrivò all'altezza del 
nostro. Egli è che nessuno era forse, più di lui, 

Vergin di servo encomio 
E di codardo oltraggio. 

Il poeta sentiva allora pienamente il suo diritto d'elevarsi a 
giudice del potente scomparso dal mondo de' vivi ; e la sua voce 
si fa epica e solenne, come quella della giustizia finale de'popoli 
nella storia, che giustizia di Dio. 

Il Cinque Maggio è l'antitesi dell'ode del Monti sulla Battaglia 
di Marengo. I due grandi poeti vi si sentono rivali. Il Monti 



27 - , 



aveva amato il Manzoni fino ai versi in morte dell'Imbonati, e al 
poemetto à' Urania; ma, dopo il bando dato dal Manzoni al vec- 
chio mondo mitologico, il vecchio e il giovine bardo non s'intesero 
più. L'incruenta guerra fu nascosta, ma non tanto che non ne giun- 
gesse qualche novella al mondo; cosi fu detto che Manzoni avesse 
pronta un' ode satirica contro l'uso della mitologia della poesia 
moderna, e se ne citarono due versi : 

Pensa, o figliuol di Giove, almo Sminteo, 
Che s'enorme è la colpa, un solo è il reo. 

Il reo di lesa mitologia doveva evidentemente essere il Manzoni. 

Leggo poi nelle Memorie di Mario Pieri, la cui malattia cro- 
nica era, come ben disse il Tommaseo, il furoì^ della gloria, i suoi 
sfoghi innocenti contro il Signor Capo-Romantico, Alessandro Man- 
zoni, a cui il corcirese fa carico, fra l'altre cose, d'aver osato chiamare 
il sermone del Monti in difesa della Mitologia il venlotiesimo bui- 
lettino del Classicismo, alludendo al ventottesimo bullettino di Na- 
poleone I, che fu l'ultimo, e di esser solito a recitare « per lo 
senno, a mente, gli interi Canti » del poema del Grossi, / Lom- 
bardi alla prima crociala. 

Ma il trovarsi capo d'una scuola letteraria opposta a quella del 
Monti, non impediva al Manzoni di venerar nel Monti il suo an- 
tico maestro, e di questa sua venerazione il documento più lumi- 
noso, è la nota quartina scritta pel ritratto del Monti, dopo la 
morte di lui : 

Salve, iivino, a cui largì natura 

Il cor di Dante, e del suo duca il canto ! 

Questo fia 'l grido dell'età futura ; 

Ma l'età che fu tua, tei dice in pianto I 

L'iperbole del secondo verso si spiega facilmente con la tene- 
rezza che si versa nel quarto. 

E intanto il Manzoni proseguiva in letteratura l'opera sua ri- 
voluzionaria, imprendendo, nel 1823, a scrivere il suo romanzo im- 
mortale. 

Il Fauriel venuto in quel tempo a Milano, ove si trattenne in- 
torno a due anni e il Grossi divenuto famigliarissimo del Man- 
zoni, (nella casa del quale andò poi ad abitare) videro nascere e 
crescere quell'opera meravigliosa^ e non poterono rimaner tanto 



t — 28 — 

segreti, che non ne penetrasse al di fuori qualche notizia, e non 
fosse perciò grandissima l'aspettativa. Nel 18:25, il Cousin ne 
portava in Germania la notizia al Goethe, aggiungendo che il ro- 
manzo di Manzoni volgerebbe sulla storia lombarda del secolo 
decimosesto (egli volea dire decimosettimo). 

Il 25 aprile 1826, il Niccolini da Firenze domanda al Bellotti a 
Milano notizie del Romanzo di Manzoni ; e il Bellotti gli risponde: 
« Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi se non che 
fra un mese si comincierà la stampa del terzo ed ultimo tomo, es- 
sendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori 
se non insieme con l'altro. Sicché non penso che prima del lu- 
glio si potrà leggere » 

La Biblioteca italiana, del settembre 1827, si esprime cosi: « La 
sola notizia che l'autore dell' Adelchi e degli Inni sacri scriveva 
un romanzo, nobilitò la carriera e trasse alcuni chiari intelletti 
ad entrarvi » (si allude alla Sibilla Odatela del Varese, al Ca- 
stello di Trezzo del Bazzoni, al Cabrino Fonduto del Lancetti). — 
Ed ecco il titolo con cui il capolavoro del Manzoni apparve la 
prima volta : / Promessi Sjjosi, storia milanese del secolo XVII, 
scoperta e rifofta da Alessandro Manzoni, Milano, 1825 e 1826, 
presso Vincenzo Ferrarlo, voi. 3. in 8. (di pag. 1136 complessi- 
vamente, prezzo lire 12 ital.) 

Il Manzoni sapeva che il suo romanzo era l'expectatus gentium, 
e siccome, fra gli altri doni, il suo mirabile ingegno ha quello di 
antivedere tutte le obbiezioni che potranno essergli fatte, dono 
ch'ei deve, per dire il vero a sé stesso, pel lungo uso di meditare 
a fondo e per ogni verso i soggetti ch'egli imprende a trattare, egli 
previde come il più possibile de' casi quello che i critici trovas- 
sero il suo romanzo al di sotto della grande aspettazione. E però 
quella bella e spiritosa trovata di far che la gente di Renzo non si 
trovi contenta della sposa ch'egli ha menato fra loro « Il parlare 
che quivi s' era fatto di Lucia, buon tempo prima eh' ella vi ar- 
rivasse ; il sapere che Renzo le aveva tanto penato dietro, e sem- 
pre fermo, sempre fedele ; forse qualche parola di qualche amico 
parziale per lui e per ogni cosa sua, avevano fatta nascere una 
certa curiosità di veder la giovane, e una certa aspettazione della 
sua bellezza. Ora sapete com'è l'aspettazione: immaginosa, corriva, 
sicura ; alla prova poi difficile, sdegnosa : non trova mai il suo 
conto, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse ; e 
fa pagare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. 
Quando comparve questa Lucia, molti i quali credevano che ella 



— 29 — 
dovesse avere le chiome proprie d'oro, e le f?uancie proprio di 
rosa, e due occhi l'uno più bello dell'altro, e che so io ? comin- 
ciarono a levar le spalle, ad arricciare il naso e a dire : « è ella 
questa ? Dopo tanto tempo, dopo tanto parlare, s'aspettava altra 
cosa ! Che è poi ? Una contadina come tante altre. Eh ! per di 
queste e delle meglio, ce n'è da per tutto » Venendo poi ai par- 
ticolari, notavano chi un difetto chi un altro ; né mancarono di 
quelli che la trovarono tutta brutta. 

Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo queste 
cose ; cosi non c'era gran male, fin lì. Chi lo fece il male, che 
allargò lo sdruscito, furono certi tali che gliele rapportarono ; e 
Renzo; che volete? gliene seppe amaro assai. Cominciò a rumi- 
narvi sopra, a farne di gran piati, e con chi gliene parlava, e più 
a lungo nel suo sé : E che cosa ne importa a voi ? E chi vi ha 
detto di aspettare ? sono io mai venuto a parlarvene ? a dirvi che 
la fosse bella ? E quando me lo dicevate voi, v'ho io mai rispo- 
sto altro, se non ch'ell'era una buona giovane ? È una contadina! 
V'ho io detto mai che vi avrei menato qui una principessa "? Vi 
dispiace ? Non la guardate. Ne avete delle belle donne ; guardate 
quelle » 

Il Manzoni avea preveduto quello che avvenne ; né gli servi 
l'essere accorto, poiché o le sue parole allusive al romanzo non 
furono comprese, o non se ne volle far caso. Il fatto sta, che i due 
giornali più reputati d'allora, la. Biblioteca Italiana e Y Antologia, 
e dietro di essi un numero infinito di riviste minori si accinsero 
a provare al Manzoni ch'egli l'aveva sbagliata. Tutti incominciano 
il loro duello di parole con un inchino cavalleresco all'uomo glo- 
rioso, ma per pigliarsi quindi tutta la libertà di colpirlo per ogni 
verso, e, per finire il duello in termini onorevoli ad ambe le 
parti, conchiudono che la colpa non fu dello scrittore, ma solo del 
genere al quale egli ha voluto sacrificarsi. Il Tommaseo, neir^;2- 
tologia del ottobre 18'27, scrive : « L'autore degli Inni Sacri e 
{\q\V Adelclii si è abbassalo a donarci un romanzo ; ma volle che 
fosse un romanzo il più possibile degno di lui » ; più oltre : « se 
quel libro è fatto pel volgo, è tropp'alto , se .per gli uomini culti, 
è tropp' umile », e, infine, con un po' di bisticcio : « per gustare 
molte espressioni, molti tratti e lo spirito dominante dell'opera, 
bisognerebbe aver conosciuto l'autore dappresso. Si conosce più il 
libro dall'autore, che non l'autore dal libro » Per fortuna del Man- 
zoni, i milioni di lettori che con gusto ineffabile leggono e rileg- 
gono i Promessi Sposi non hanno bisogno d'incomodare l'autore 



— 30 — 
per farsi spiegare il libro ; se da altre molestie egli non ha po- 
tuto liberarsi nella sua vita letteraria, da questa almeno di met- 
tere i pioìlini sugi i alla sua prosa trasparentissima crediamo ch'egli 
sia andato immune più di qualunque altro autore italiano passato 
e presente. Il critico della Biblioteca lialiana, dopo essersela presa 
col romanzo storico, e aver modestamente indicato al Manzoni 
quello ch'egli avrebbe fatto nel caso di lui, soggiunge: « bello è 
questo romanzo, ma il Manzoni potea fare ancora di più » E an- 
che Domeneddio potea far l'uomo con le ali e permettergli di vo- 
lare, e pure s'è contentato che stesse ben ritto su due piedi sopra 
la terra e guardasse in alto. 

Il caso de' Promessi Sposi deve umiliar molto l'orgoglio di 
certi critici ed estetici dalle regole fisse e dalle riserve prudentis- 
sime, i quali invece della penna tengono in mano il fuscellino. Vi 
era allora guerra guerreggiata fra classici e romantici ; i roman- 
tici trovarono il loro capo-scuola il Manzoni troppo sereno, troppo 
calmo e troppo riservato; un romantico cosi poco soggetto al mal 
di nervi come lui poteva riuscir sospetto e meritava d'essere guar- 
dato a vista ; i classici, dal lato loro, sostenevano che quanto v'ha 
di grande in Manzoni è classico puro. Io son tentato, per questo 
verso, di dar ragione ai classici, poiché se il Manzoni pensava, 
per dire il vero, assai poco ai classici quando scriveva, ciò avve- 
niva per una sola ragione semplicissima; i grandi classici furono 
tutti ingegni novatori e sovranamente originali; ed egli n'era uno. 

Ma poiché lo stesso Tommaseo avea pur detto che i difetti del 
romanzo rivelavano un grande ingegno, e le bellezze un ingegno 
divino, il pubblico ebbe la debolezza di porre grande amore an- 
che a que'difetti; le donne specialmente che, quando leggono, sanno 
leggere meglio di noi, in quelle pagine, gustarono anche le mi- 
nuzie e se ne compiacquero tanto che le fecero parer deliziose a 
tutti (1). I critici trovavano troppo villani i protagonisti di quel 



(1) Mi giova citare a proposito del romanzo, uu brano di lettera del 
Belletti al Niccoliiii'del 2 agosto 1827: « Le donne di Toscana lo leg- 
gono con piacere ? poiché di lai genere di scritture alle donne princi- 
palmente ed al popolo non idiota e non letterato si vuol lasciare il giu- 
dizio, essen'lo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio ». 
E Pietro Giordani, scrivendo nel dicembre \%2~ a Francesco Testa: 
« Non mi meraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Man- 
zoni, e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali, 



— 31 — 

romanzo; le donne e que'lettori che non sanno leggere una pagina 
sublime senza commuoversi, s'intenerirono, invece, pei loro casi, 
e compromisero cosi in un modo indecente la causa de'critici che 
attendevano invece dal Manzoni eroi di toga e di spada. Il 
pubblico è cieco, e andando al tasto piglia talvolta dei dirizzoni 
contrarli ad ogni legge di buona creanza, poiché si trova qualche 
volta nel caso di pestare per la via i piedi a qualche creduto gen- 
tiluomo; qui, come sempre, ha ragione il più forte, e, innanzi al- 
l'insolenza del pubblico insensato che ne Promessi Sposi trovava 
bello ogni cosa o almeno compiacevasi di tutto, la critica dovette 
andare a nascondersi. I tipi del romanzo manzoniano diventarono 
proverbiali, la morale di quel romanzo divenne la morale di tutti 
quelli che ne hanno una, ed ogni scrittore italiano avrebbe desiderato 
potere sbagliarsi, componendo un romanzo simile. Al primo sbaglio 
di Manzoni l'Italia va debitrice degli sbagli successivi di Tommaso 
Grossi e di Massimo d'Azeglio, di Cesare Cantìi e di Francesco Guer- 
razzi. I Promessi Sposi furono occasione del bel libro storico che il 
Cantù scrisse sulla Lombardia nel secolo decimoseUimo; l'episodio 
della Signora di Monza, tanto criticato e pur letto con tanto gusto da 
tutti, fece la provvisoria fortuna del romanzo di quell'uomo vanissimo 
e letteratissimo di Giovanni Rosini « il padre della monaca ringramma- 
tichita di Monza » secondo l'efficace espressione del Tommaseo, il 
quale Rosini poi, con la compiacente ingenuità, propria di molti 
chiarissimi, anche a costo di dirlo ai muri e alle panche, non si 
stancava mai di ripetere: « il Manzoni non mi sa perdonare che 
la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi ». 

Quando il Manzoni, nell'autunno del 1827, viene a passare alcuni 
mesi a Firenze, nel Gabinetto di Giampietro Vieusseux, sacro 
focolare degli studii, si prepara una festa letteraria in suo ono- 
re (1); tutti i letterati vogliono vederlo ed essergli presentati, 
e tutti , dopo averlo conosciuto , sono obbligati a convenire 
che la statura morale e intellettuale dell' uomo ha dello straor- 
dinario. Il Capponi, il Niccolini, il Leopardi, il Giordani, il Mon- 
tani, il Pieri ed altri uomini insigni allora convenuti a Fi- 



vorrei che fossa riletto, predicato in tutte le chiese, e in tutte le oste- 
rie, imparato a memoria ». Io domanderei, per lo meno, che i signori 
Ministri della pubblica istruzione si degnassero di farlo leggere e spie- 
gare per intiero nelle scuole liceali. 

(1) Cfr. Vannucci, Ricordi intorno alla vita e alle opere di Niccolini. 



— 32 — 
renze, come al più geniale ritrovo dell'arti belle, provarono tutti 
alla presenza dell'uomo insigne un sentimento d'ammirazione. Il 
Leopardi, il Niccolini, il Pieri non consentono ai principii letterari! 
dello scrittore; ma, tuttavia, il primo, nel settembre 1827, scrive da 
Firenze allo Stella: « Io qui ho avuto il bene di conoscere perso- 
nalmente il signor Manzoni e di trattenermi seco a lungo; uomo 
pieno di amabilità e degno della sua fama ». Il medesimo pres- 
sapoco, nel febbraio 1828, il Leopardi scrive da Pisa al Papado- 
poli; e nel giugno dello stesso anno, scrivendo al padre, soggiunge: 
« Ho piacere che abbia veduto e gustato il romanzo cristiano di 
Manzoni. E veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo 
animo e un caro uomo ». 

Il Niccolini, dal canto suo, scrive al Bellotti: « Il Manzoni è qui, 
ed ho imparato a conoscerlo di persona; voi sapete che i buoni 
si credono volentieri grandi; ma non temo che l'affetto m'inganni 
reputandolo il primo ingegno d'Italia », e quindi soggiunge: « io 
che intimamente conosco l'autore e che sono stato la persona con 
la quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua 
pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati ». 

E Mario Pieri, nelle sue memorie « La seconda persona ch'io 
conobbi (la prima era stata il Leopardi) e che pur vidi la prima 
volta in casa Vieusseux, e poscia frequentai alla locanda delle Quat- 
tro Nazioni, Lungarno (1), dove albergava con tutta la sua fami- 
glia, cioè, madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro 
mesi ch'ei si trattenne in Firenze, fu appunto il signor Alessan- 
dro Manzoni, corifeo del Romanticismo. Nulladimeno, non imporla, 
io diceva: la sua fisionomia palesa, a chi l'osserva, animo gentile 
ed alto ingegno. In Milano, io non l'avea cercato mai, per non 
rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla 
sua famiglia, la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello 



(1) Io colgo l'occasione per avvertire quanto sarebbe conveniente che, 
ad onorare vivo il più grande de'nostri viventi, il Municipio di Firenze 
ponesse in quel luogo a spese del pubblico un'iscrizione la quale dicesse 
pressapoco cosi : « Qui Alessandro Manzoni, posata la mano gloriosa 
sull'ultima pagina del libro immortale ile' Promessi Sjwsi veniva a cer- 
care in aure più lievi, refrigerio alle membra affrante, e nel colloquio 
geniale di alcuni grandi italiani degni di lui, plauso, premio, riposo 
alio spirito affaticato, nell'autunno dell'anno 18::-^7 ». 



— 33 — 
delle ottime famìglie. Egli è agiato de'beni di fortuna, ma non 
gode salute né egli, né la sua donna. È uomo religioso, dicono, e 
galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania ». 

Giuseppe Montani, dopo aver conosciuto il Manzoni, scrive: 
« Quest'uomo che voi udite chiamare, con affetto diverso, capo 
de'novatori letterarii d'Italia, è un uomo dell'antichità, semplice, 
schietto, pieno di calma, come s'addice alla vera grandezza. » 

Pietro Giordani, si lagna, in una sua lettera, di non aver po- 
tuto godere abbastanza della conversazione di Manzoni in Firenze 
« poiché tanti cercavano di occuparlo ». 

Del Capponi è noto il rispetto ch'egli dimostrò sempre al Man- 
zoni, ed io stesso fui testimonio della gioia viva che illuminò il 
suo volto, quando, or sono sette anni, ebbi ad annunziargli il de- 
licato pensiero nato in alcuni ammiratori del Manzoni, di offrire 
per l'ottantesimo compleanno dell'uomo immortale, un album con- 
tenente i ritratti d'uomini gloriosi che vissero oltre i novant'anni, 
con l'augurio ch'egli possa arrivare felicemente ai cento. Il Man- 
zoni, del resto, ricambia perfettamente la stima che gli professa 
il venerando patrizio fiorentino, al quale Giuseppe Giusti, dopo 
aver veduto Manzoni in Milano, scriveva: « Potete credere fer- 
missimamente che la stima che (il Manzoni) fa di voi gareggia 
con quella che voi fate del suo libro. » 

E le arti del disegno non tardarono ad occuparsi de'personaggi 
del Romanzo manzoniano, sicure di incontrare per tal via il gu- 
sto del pubblico e di tentare cosi piìi facilmente i compratori; più 
tardi, i Promessi Sposi formavano oggetto d'un dramma popolare 
che, or sono forse vent'anni, fu rappresentato per più sere a To- 
rino; ed ispirarono una lodata opera in musica al maestro Petrella. 

In Milano, qualche vecchio ricorda ancora il mirabile effetto 
che una comitiva di cavalieri vestita nel costume di Don Rodrigo 
e de'suoi Bravi produsse alla splendida festa da ballo che il conte 
ungherese Bathyany vi diede la sera del 28 gennaio 1828, nel 
palazzo ch'egli abitava alla Porta Orientale. E tutte le serve dei 
preti diventarono Perpetue; e tutti i preti muniti di una Perpetua 
diventarono Don Abbondii; e cosi l'un dopo l'altro tutti i personaggi 
manzoniani ci riuscirono cosi famigliari, che giureremmo quasi di 
averli conosciuti e trattati tutti. Quanto poi aireflìcacia morale di 
quel libro, credo che bastino, per darne un'idea, le seguenti pa- 
role, nelle quali Giuseppe Giusti, scrivendo, nel 1845 a 

(iuel tal Sandro de'Promessi Sposi, 

KicoRDi Biografici 3 



— 31. — 
candidamente si confessa. « Quel Padre Cristoforo con tutto ciò 
che vien dopo è un gran refugio per me, quando mi sento freddo 
e inaridito, quando m'accorgo che non mi può sciogliere dal tor- 
pore che mi lega tutto, altro che una foga di pianto bene sparso. 
Quel libro m'ha trovato sempre suo in ogni luogo, e mi rammen- 
terò sempre che una volta, sepolto nei sensi fino agli occhi, in 
quelle pagine che erano lì, non so come, riebbi la parte migliore 
di me ». E, divenuto famigliare del grande Lombardo, il Giusti 
seguitava a scrivergli: « Signor Sandrino, la non sia cosi avaro 
de'suoi consigli a chi lo tiene come un padre. Noi siamo di quelli 
che guardando verso di lei sanno di guardare in su, e questo 
guardare in su non ci fa dolere il collo, e quando ce lo facessero 
dolere, sopporteremmo il dolore in grazia dell'amore che le pro- 
fessiamo ». Quanti giovani italiani vorrebbero poter scrivere il 
medesimo al Manzoni, e confidargli in confessione appassionata 
tutte le loro peccata, non già per averne l'assoluzione, ma per 
essere sgridati amorosamente da lui, che quando sgrida fa tanto 
bene, sì che la tentazione -verrebbe di non rispondergli mai altro se 
non questo antico motto trasformato « batti . io t'ascolto ». Se non 
che, egli può rispondere a noi tutti: io ho già battuto; tocca ora 
a voi, se m'avete ascoltato, di operare in guisa ch'io possa ascol- 
tar le novelle delle vostre opere virtuose. 

E il Manzoni, prima di conoscere il Giusti per le sue lettere e 
di persona, aveva imparato a far gran conto degli scritti di lui; 
fin dal 181'3, il Grossi, che viveva col Manzoni (come il Giusti dal 
1845 in poi visse quasi sempre col Capponi) scriveva al Giusti 
che il Manzoni andava « matto del fatto suo ». E l'Azeglio, scrivendo 
nel 1814 del Manzoni e del Grossi allo stesso Giusti, soggiungeva: 
« Ammiratori più caldi di loro non li avete davvero, e Manzoni 
specialmente sa a mente mezze le cose vostre ». Alfine, il Man- 
zoni stesso, gli conferma apertamente da sé quella stima, con le 
seguenti parole, con le quali in una lettera del novembre 1845 al 
Giusti, termina una sua parabola: « Dunque lavora, che fai sul 
tuo; e accresci l'entrata della padrona, agl'interessi della quale 
prendo una gran parte, anche per il gran bene che le ho voluto 
in gioventù ». Nel novembre 1843, il Manzoni aveva scritto al 
Giusti la sua prima lettera, ove mi paiono singolarmente notevoli 
le parole seguenti: « in quelle poesie che da una parte amo ed 
ammiro tanto, deploro amaramente ciò che tocca la religione, o 
ch'è satira personale ». Il Giusti se ne difende, manifestando il 



— 35 — 

dubbio che il Manzoni abbia prese per sue certe poesie che girano 
ipocritamente sotto il suo nome. 

Nel 1845, Giuseppe Giusti arriva felicemente a Milano con 
Giambattista Giorgini, che il Giusti scrivendo al Grossi, chiamava 
allora « giovane pieno zeppo d'ingeno ». I due giovani sono ospi- 
tati per un mese in casa Manzoni; l'anno dopo, il Giorgini sposava 
Vittorina Manzoni, la figlia del grande poeta; il Giusti, nel mese 
di giugno 1846, ne scrive al Grossi: « Uno che ha le qualità di Gior- 
gini e che sente di possedere una gemma come quella ragazza, 
può far molto per sé e per gli altri ». E, dopo aver conosciuto il 
Manzoni di persona, il Giusti lo descrive cosi al prof. Vaselli: 
« E un gran galantuomo, che ha coscienza di sé senza orgoglio; 
che, quando giunsero a Milano gli ultimi rumori di Romagna, 
aveva le smanie addosso, come le potreste avere tu e Checco, e 
forse anco un tantino di più. E fermo nei suoi principii, ma am- 
mette, anzi cerca la libera discussione, ed io n' avrei a sapere 
qualcosa. Crede, senza odiare i miscredenti; è amico dei preti e 
dei frati, come può esserlo chi ci ha dipinto il padre Cristoforo 
e Don Abbondio. Docile a correggere e a lasciarsi correggere i 
suoi scritti come uno scolare di grammatica, ingenuo nel modo di 
vivere, di conversare e d'amare, come se avesse sedici anni. Ar- 
gomentando, invece di salire alle nuvole, di mettersi in gala, si 
tiene terra terra, vestito dei panni fatti in casa di maestro Buon 
senso, vero segno d'avere imbroccata la via ». 

Questa lettera ci mostra come se il Manzoni non prese parte alla 
vita politica non le è rimasto tuttavia indifferente. Il Corriere Mer- 
cantile annunziava pure, nel gennaio del 1848, come appena corse 
in Milano la novella che i birri avevano ftitta una perquisizione 
in casa di Cesare Cantù reduce dal congresso di Venezia, una 
delle prime visite alla casa dello storico che s'era salvato in 
Piemonte, fu quella di Alessandro Manzoni. 

Il Manzoni ha l'animo repubblicano ; perciò, nel 18ì8, il Giusti 
gli può scrivere: « Credo che sia tua l'osservazione che il partito 
repubblicano ha, sul partito costituzionale, il vantaggio di dire 
ciò che sente alla faccia del sole, senza ricorrere a mezzi termi- 
ni, per tirare dalla sua chi la pensa diversamente.» Ma egli s'astiene 
dalla politica militante nel 1848 come nel 1859 ; onde il Giusti, 
dopo gli avvenimenti, torna a scrivergli: « Tu hai fatto vedere 
di saperla lunga a non volere essere Deputato, quanto a scrivere i 
Promessi Sposi. » Nel febbraio del 1860, il Manzoni fu eletto Senatore 
del regno di Vittorio Emanuele ; si presentò in senato per pre- 



— 36 — 

star giuramento alla costituzione e al re che inauguravano l'unità 
d'Italia; ma quindi si ritrasse nuovamente a vivere nella sua 
veneranda solitudine. 

Noi tutti dobbiamo rispettare la prudenza che trattenne il Manzoni 
dal partecipare altrimenti che col desiderio alle vicende politiche le 
quali ci portarono al nostro risorgimento ; egli, in tal guisa, con- 
servò pura e intatta la sua gloria di poeta morale e civile. Non si 
sentiva uomo d'azione; egli era nato soltanto per sentire e meditare, 
e versare nel mondo le più belle fra le armonie che il suo cuore e la 
sua mente avevano insieme cantate. Ad altri le opere; egli si contentò 
d'esser primo a gridare l'allarme, in un tempo nel quale il farlo era 
pericoloso; e la sua parola suonò quindi poi sempre generosa. 
Egli avea cavallerescamente brandita la penna, e si mantenne in 
tutta la sua vita cavaliero senza macchia e senza paura. Perciò 
la sua vecchiaia gloriosa è senza pentimenti e senza rimorsi. 

Egli non vuol dire tuttavia, col suo esempio, che convenga ai 
giovani tutti restar dalle opere, ma avvertire particolarmente gli 
uomini di studio come le loro diverse abitudini comportino male 
il tumulto della vita degli afRiri, per i quali, bisogna esser fatti 
ed allevati a posta. Nell'azione, le convenienze sociali e politiche 
obbligano spesso a transazioni e concessioni che non si possono 
facilmente consentire da chi ha posto molta cura nel formarsi dei 
principii ed è geloso di custodirli intatti. Del resto, ricordiamo pur 
sempre che, scritte nel 18-21, le generose ottave del Manzoni per l' Unilà 
ìlaliana; erano ancora opportune nel 1848, e più ancora nel 1859: 

Già le destre hanno stretto le destre; 
Già le sacre parole son poste ; 
compagni sul letto di morte, 
fratelli su libero suol. 

Chi potrà questa gente risorta 

Ancor scindere in volghi spregiati ; • 
E a ritroso degli anni e dei fati. 
Risospingerla ai prischi dolor ? 

Una gente che libera tutta, 
fla serva tra l'Alpe ed il mare; 
Una d'arme di lingua, d'altare. 
Di memorie, di sangue e di cuor. 

stranieri, nel proprio retaggio 
Torna Italia, e il suo suolo riprende. 



- 37 — 
stranieri, strappate le tende 
Da una terra che madre non v'ù. 
Non vedete che tutta si scote 
Dal Cenisio alla balza di Scilla? 
Non sentite che infida vacilla 
Sotto il peso de'barbari piò? 

10 odo altri più numerosi assai (per tacere del guelfofago Settem- 
brini che danna addirittura fra gli scrittori reazionari il Manzoni), 
far eco al buon marchese Giancarlo Di Negro che compiangeva il 
Manzoni come poco prolifico in poesia. E certo non è cosa allegra 
che chi sa fabbricar diamanti ne sia avaro. Ma, oltre che nessuno ha 
detto che tutto quanto il Manzoni scrisse debba vedere la luce in sua 
vita, bisogna tener conto di quello scrupolo che pone il Manzoni nella 
ricerca del vero, il quale scrupolo arresta qualche volta a mezzo 
le sue più alte inspirazioni ; e poi mi bisogna qui citare due no- 
bilissimi versi che fanno parte d'un componimento inedito del 
Manzoni, sopra L'innesto del vainolo; essi dicono così: 

E sento come il più divin s'invola 
Né può il giogo patir della parola. 

Più il pensiero del poeta s'innalza, e più la materia fonica di- 
viene inerte e incapace di farsene messaggiera. 

11 genio di Goethe si divertiva a rapire la luce divina a Gio- 
ve, per abbassarla e costringerla artisticamente nelle forme pla- 
stiche della terra ; il genio di Manzoni, desta invece il fuoco la- 
tente della terra, per sollevarlo, in una luce ideale, fino a Dio ; il 
Goethe imprigiona lo spirito, il Manzoni lo emancipa; e quando 
si studia di rappresentarlo emancipato, se lo vede talora scio- 
gliere e svanire nell'ideale infinito. 

Tuttavia, chi ripensi ai dolori domestici che il Manzoni ha pa- 
titi dalla pubblicazione ùe'Promessi Sposi in poi, e al deserto che 
si fece nella sua casa, per la morte della sposa, della madre, dei 
figli, degli amici suoi più diletti, non potrebbe neppur trovare 
strano che il Manzoni avesse cessato di occuparsi di studii e di lavo- 
rare. Ma ciò neppure può dirsi; che, fra le cure agricole spese in- 
torno alla sua proprietà di Brusuglio, nel tempo stesso che provvedeva 
a commentare eloquentemente con la Storia della Colonna infame 
il processo degli Untori, del quale era bello che il grande nipote 
del grande Beccaria, inorridito, narrasse le infamie, egli intendeva 
a correggere, secondo il modello del vivente linguaggio toscano. 



— 38 — 

la lingua adoperata nel suo romanzo, e in premio forse di questa 
laboriosa fatica otteneva più tardi l'onore di venire ascritto al- 
l'xVccademia della Crusca (1). Completato così finalmente il roman- 
zo, e discorso sul romanzo storico e scritto il dialogo sull'Inven- 
zione, egli si accinse quindi con ogni cura a studiare e pesare 
per ogni verso la questione dell'unità della lingua italiana. 

Nell'estate del 1832, il Manzoni si trova a Genova per i bagni di 
mare; Pietro Giordani, uomo che lo stesso suo amico Leopardi 
chiamava un po' ficcanaso, prega il suo amico F. Grillenzoni a 
Genova, perchè « veda un poco se è vero che Manzoni siasi dato 
a studii di purismo, e in che forma. » Nell'ottobre del I8i5, dopo 
aver passato un mese col Manzoni, il Giusti, scrivendo di lui, an- 
nunzia ch'egli « scrive un'operetta sulla lingua » e aggiunge : « im- 
maginate se abbiamo parlato di questa gran faccenda, e se ab- 
biamo stacciati vocaboli. » Nel 1850, scrivendo allo stesso Man- 
zoni, il Giusti s'esprime cosi : « A quest'ora dovresti aver finito 
quel tuo lavoro sulla lingua, nel quale, se bene mi ricordo, in- 
tendi a stabilirne l'unità fissandone la sede, a sfrascarla del so- 
prappiù e ridurla più uniforme e semplice come fu fatto della 
francese. » 

Nella lettera a Giacinto Carena finalmente il Manzoni rivela 
da sé stesso il suo pensiero, protestando ch'egli si trova « in 
quella scomunicata, derisa, compatita opinione, che la lingua ita- 
liana è in Firenze, come la lingua latina era in Roma, come la 
francese è in Parigi ; non perchè quella fosse, né questa sia ri- 
stretta a una sola città ; tutt'altro : e quali lingue furono mai più 
diffuse di queste ? ma perchè, conosciute bensì, e adoperate in 
parte, e anche in gran parte, in una vasta estensione di paese, 
anzi di paesi, pure, per trovar l'una tutt'intera, e per trovarla 
sola, bisognava andare a Roma, come, per trovar l'altra, a Pa- 
rigi; » Il Manzoni reca un monte di belle ragioni, a difesa del- 
l'ardita sua tesi, e vi ritorna sopra con argomenti rinforzati nella 
Relazione al Ministro della pubblica istruzione, Emilio Broglio, 
per avvisare, invitato, ai mezzi d" aiutare e rendere più universale 
in tutti gli ordini del popolo la notizia della duona lingua, da lui 



' (1) È nelle mie mani la befia lettera non priva d'umorismo, con la 
quale il Manzoni ringrazia l' illustre Accademia dell'onore conferitogli; 
stava fra le carte d'un segretario defunto dell'Accademia, dagli eredi 
del quale l'ho acquistata, salvandola così dal rischio molto imminente 
di finire nelle mani di qualche droghiere. 



~ 39 — 
proposta ai suoi colleghi nella commissione, Ruggiero Bonghi e 
Giulio Carcano, ove insiste a gridare che la lingua esiste in 
Firenze e che bisogna solamente farla muovere di qui/ perchè si 
spanda per l'Italia tutta; nella lettera intorno al libro De Valgari 
eloquio diretta a Ruggiero Bonghi, ove intende a provare col te- 
sto alla mano che per Volgare Illustre Dante non ha inteso wìta 
lingua, ma il solo linguaggio o piuttosto stile che s'adopera nella 
poesia ; nella lettera al Bonghi medesimo, in cui propone alcune 
norme da seguirsi nella compilazione del novo vocabolario dell'uso 
di cui sostiene l'opportunità; nell'Appendice alla Relazione intorno 
all'Unità della lingua e ai mezzi di diffonderla, ove, dopo avere 
risposto al Lambruschini, vice presidente della commissione, per 
la sezione fiorentina, che un po'per far piacere all'Accademia 
della Crusca e al suo arciconsolo e un po' perchè davvero si tro- 
vasse in Toscana troppo esclusivo il sistema proposto dal Man- 
zoni, avea portato la questione sopra un campo alquanto diverso 
da quello in cui il Manzoni l'avea posta, egli riscalda la discus- 
sione, eccitando i toscani, che sanno parlare, a mostrare anche 
di saper scrivere in difesa della loro lingua, l'unità della quale, 
come un vero credente, egli sempre aspetta. « Ventun'anno fa 
[l'Appendice è dell'anno 18G9], tra vari pareri (non erano allora, 
né potevano esser altro) intorno all'assetto politico che convenisse 
meglio all'Italia, ce n'era uno che moltissimi chiamavano utopia, 
e qualche volta, per condescendenza, una bella utopia. Sia lecito 
sperare che l'unità della lingua in Italia possa essere un'utopia 
come è stata quella dell'unità d'Italia. » 

A proposito della quale unità della lingua, il Giusti scriveva : 
« ogni obiezione che potessi farti, io so che te la sei già fatta da 
te. » Lo stesso, levandomi il cappello, oserei ripetere io, se non 
fosse insolente con un tant'uomo ogni risposta non provocata da 
domanda. Ma, poiché fra le più grandi consolazioni della mia 
vita di studioso, posso contar quella d'avere, quando si pubblicò, 
ricevuta dalle mani benedette dello stesso Manzoni la sua Appen- 
dice alla Relazione, che nella nostra storia letteraria segnerà 
sempre una gran pagina, io mi permetterei di proporre alcuni 
dubbi, che protesto subito non somiglieranno neanche per ombra, 
a quelli del famoso abatino Alessandro Salvagnoli di dimenticata 
memoria. Convengo, anzi tutfo, subitissimo, della necessità di 
dare per fondo alla lingua comune paesana, la lingua parlata a 
Firenze ; e convengo della grande utilità che si pubblichi un vo- 
cabolario della lingua fiorentina; ma, dopo avere conceduto il più 



- 40 - 
incomincìerei a trovarmi disagiato se il più dovesse diventare il 
tutto. E quindi dubito : 1° Clie i mezzi coi quali si provvede ora 
alla compilazione del vocabolario non siano i più sicuri ; poicliè 
mi domanderei^ prima d'ogni cosa, se siano tutti fiorentini di Fi- 
renze i Compilatori, e se nel loro così detto e in buona fede 
creduto pretto fiorentino non ci siano per caso de'resti di pisano, 
sanese, lucchese, pistoiese o clie so io appreso nell'infanzia; 
quindi seguiterei a domandare la fede di nascita delle loro donne 
di servizio, e dei loro contadini se ne lianno, e con chi abbiano 
praticato e chi sia stato il loro primo maestro, e la loro prima 
innamorata, e che letture abbiano fatto, tutte, parmi, questioni 
importantissime a risolversi per decidere quanto fiorentino di 
Firenze sia penetrato nel loro proprio esclusivo vocabolario del- 
l'uso. 

Dopo questo primo dubbio, che riguarderebbe piuttosto la dif- 
ficoltà di far bene il vocabolario da stamparsi che la impossibilità 
di riuscirvi scegliendo a ciò i mezzi più opportuni, passo al dubbio 
2". Dato e concesso che il 7iovo vocabolario della lingua riesca 
delia massima autenticità fiorentina e ci reclii proprio il meglio 
di questa graziosa parlata cianesca, raggentilita sulle labbra di 
uomini del gusto di G. B. Giorgini, io domaderei, non al Manzoni, 
notoriamente sospetto;, come lombardo, di eccessiva parzialità nella 
questione, ma ad ogni fiorentino che veda più in là del Campanile di 
Giotto : ditemi, con una mano, non sul vostro, ch'è grande, ma sul 
cuore di questo popolino ; credete voi che possa bastare una lin- 
gua tutta diminutivi e vezzeggiativi, tutta eleganze e morbidezze, 
tutta finezze ed arguzie a far parlare così tutto intiero il popolo 
italiano? Certo la lingua qui e' è, e sceltissima, ma si muove e 
s'alza poco, e di rado sì scalda. Se Firenze fosse rimasta la ca- 
pitale del regno, se il meglio d'Italia fosse qui convenuto per lungo 
tempo, se i centocinquanta mila fiorentini fossero diventati cin- 
quecento mila italiani, crederei anch'io, che Firenze avrebbe, col 
tempo, dato all'Italia tutta la sua lingua e che l'Italia se ne sa- 
rebbe contentata; gli italiani venuti a rubargliela qui sul posto, e a 
farsene ricchi, fra la ricchezza di casa loro e quella presa da- 
gli altri, r avrebbero scialata come grandi signori. La lin- 
gua di Roma divenne lingua d' Italia, quando il meglio degli 
italiani si ridusse a Roma, e divenne lingua universale nel 
mondo antico, quando il mondo antico regalò alla città di 
Romolo tre milioni d'abitatori. Così si dica di Parigi; nessuno 
avrebbe pensato in Francia a pigliarne per modello la lingua^ 



— 41 — 

prima che la Corte non vi si trasferisse e la PVancia intiera non 
la popolasse, e vi portasse ciò che essa aveva di meglio in sé. Ma io 
vedo che il dubbio minaccia di addormentarsi in una dissertazione; 
perciò lo troncherò li, per dir cosa certissima e assai più grata, 
cioè, che, per quanto la proposta di Manzoni si discuta intorno 
all'estensione, quanti sono sinceri s'accordano nel convenire che 
non vi è lingua nazionale possibile senza VuM consisiai; le capi- 
tali d'un regno possono occorrendo trasportare le loro tende tre 
volte ogni dieci anni ; le lingue s'abbarbicano ove son nate ; pos- 
sono metter molti rami nell'alto e abbracciar cosi molto paese^ ma 
non mai schiantarsi dal loro suolo nativo per decreto ministe- 
riale; quindi, volenti o nolenti, anche da Roma, bisognerà ricor- 
darsi qualche volta che sulle rive dell'Arno fiorirono come in un 
solo cespite, il Divino Poema, l'amoroso sonetto e la gaia novella, 
e che quando si vuole ancora sentir ben parlare bisogna darsi il 
disturbo di far qualche cosa di meglio che passaì''e, per la stazione 
di Firenze. 

In ogni modo poi, bisogna ammirare il Manzoni, il quale, 
avendo assistito, in Milano, alla vecchiaia del Monti, il quale, 
come tutti sanno, spese gli ultimi anni della sua vita a far 
guerra ingegnosa ma ingenerosa alla lingua e letteratura toscana, 
volle invece consacrare da Milano stesso gli anni suoi cadenti a 
difendere, per amor della patria, e della giustizia (che ha servite 
sempre e non nominate mai) i diritti di questa gentilissima fra 
le Provincie d'Italia, ove se è desiderabile altra operosità, altra 
energia ed altra virtù, la grazia naturale è pur tanta e tanto 
l'ingegno, e cosi democratico il costume, che se tanti pregi riu- 
niti, quando s' è vicini, si possono forse dissimulare, lontani si 
debbono solamente rimpiangere. 

Ed io avrei qui finito di dire, nella somma, quello che ho cre- 
duto di sapere intorno alla vita e alle opere del Manzoni, ma il 
fascino ch'esercita su di me quest'uomo meraviglioso il quale 
scriva parli, spira sempre virtù, è così grande, ch'io non vorrei 
più staccarmene. Io mi rammento, con che ardore e desiderio in- 
tenso, mentre in fatto di ortodossia non trovo d'essere stato 
mai altro che un povero cristianello annacqualo (del che né mi 
scuso, né mi vanto) senza sapere a chi, nò con quali parole, ma non 
certamente con le solite, pregavo a Torino, quando vi si ordinò 
un triduo solenne a fine d'invocare da Dio la guarigione di Ales- 
sandro Manzoni la cui vita versava, or sono più di tre lustri, in 
grandissimo pericolo ; si temeva proprio di perderlo, e noi stu- 



42 — 

denti, che avevamo dal filosofo rosminiano Vincenzo Garelli, uomo 
esemplare per bontà d'animo e nobiltà di mente, appreso non solo 
a leggerlo ma a venerarlo, con inquietudine dolorosa chiedevamo 
a quanti potevano darcene, le ultime novelle di Milano. Quando 
alfine i bollettini della malattia dell' illustre infermo diventarono 
più sereni, il nostro cuore s'allargò ad una gioia spensierata, e, 
con noi, credo che allora abbia dato un grande respiro l'Italia 
tutta. Alessandro Manzoni ha, in Italia, spirato al nostro secolo 
la nuova vita letteraria ; e parrebbe naturale che, come egli ha 
guidati i primi passi del secolo neonato, così avesse a benedirlo 
e sostenerlo anche negli ultimi. Per questa considerazione spe- 
cialissima, noi invocheremmo la natura benigna affinchè si de- 
gnasse privare i figli nostri che leggeranno le future gazzette della 
curiosità di leggere per molti e molti anni alcun nuovo inutile 
caso di longevità, a fine di riservar loro in compenso per molti e 
molti anni ancora la consolazione di sapersi accompagnati da Ales- 
sandro Manzoni, quanto piìi sia possibile, fin presso la soglia del 
secolo futuro; il decimonono in Italia fu proprio suo; egli lo allevò, 
egli Io scaldò, egli lo mantenne glorioso; cosi potesse egli conse- 
gnarlo, benedicendo, all'eternità, alla quale il suo nome appartiene. 



II. 



GINO CAPPONI. 



Tal fall un peu de bìen, c'est mon raeilleur ouvrage. Io non 
so quanto fosse sincero l'avveduto autore di questo motto dive- 
nuto famoso, nel proferirlo, la prima volta, al semplice mondo. Ma, 
se l'autore del Candide poteva forse trovare alla sua vita ine- 
guale e diversa, un motto più espressivo e caratteristico, noi ce 
ne serviremo liberamente qui. trovandolo molto opportuno per 
comprendere in una sola sentenza la funzione sociale di certi uo- 
mini esemplari, 1 quali, ponendo una loro estetica tutta sapiente 
e però tutta buona nel fare, come altri si studia di adoperarne 
una simile nel dire, trasfondono nella vita la parola dell'arte, non 
tanto solleciti di accrescer gloria a sé stessi, quanto di suscitare 
intorno a sé un mondo migliore. 

Uno di questi uomini, anzi il più eminente fra quanti n'abbia 
la patria nostra ammirati nell'età nostra, è, fuor d'ogni dubbio, 
il marchese Gino Capponi, Mecenate toscano, degnissimo dell'an- 
tico etrusco cantato dal Venosino, non disceso da re, ma più che 
da re, da eroi, quali furono, nella famiglia, il primo Gino, Neri e 
il popolarissimo Piero, per merito de'quali, successivamente, Pisa, 
prima divisa e contraria si raccolse a vivere con Firenze in un 
solo consorzio politico, fu ritardata di oltre un mezzo secolo a Firenze 
la tirannia pervertitrice de' Medici, e liberata la patria fiorenti- 
na dalla servitù d'un principe straniero. Al nuovo Gino toccarono, 
senza dubbio, tempi meno eroici in sorte; ma s'egli non potè rin- 
novare le imprese guerresche e politiche degli avi, non solo al- 
cuno vorrà dire ch'egli abbia servito la patria men bene di essi, 
ma troverà al confronto della ignavia del secolo in cui nacque e 



— 44 — 

della società in mezzo alla quale s'educò l'animo e l'ingegno di 
lui, che il marchese Gino Capponi ha fatto cose mirabili. Io so 
che a lui non pare punto così, e che gli sembra anzi d'aver fatto 
come nulla e pubblicato cosi poco da non desiderare d'essere giu- 
dicato come scrittore se non per quello ch'ei potrà lasciare di 
inedito dopo la sua morte. Ma io, convinto della verità delle pa- 
role ch'egli mi rivolge in una sua lettera. « La vita pubblica 
sia di fatti o sia di scritti si manifesta da sé medesima » credo 
trovare in quanto egli operò e scrisse per il pubblico una serie 
abbastanza lunga di fatti generosi e di nobili scritti, perchè non 
debba premermi mettere gli uni e gli altri in rilievo, tanto più 
nella scarsità de'nuovi esempii e de'nuovi esemplari. 

Il giorno 14 di settembre di quest'anno (lo dico ai fiorentini, 
che non vi avessero posto mente) il marchese Gino Capponi com 
pira l'anno suo ottantesimo, essendo egli nato in Firenze il 14 set- 
tembre 170^, nel suo attuale palazzo di via San Sebastiano, dal mar- 
chese Roberto Capponi e dalla marchesa Maria Maddalena Fre- 
scobaldi. 

La sua prima istruzione letteraria venne curata da un giovine 
prete pedagogo dapprima, poi da due padri delle scuole Pie, il padre 
Canovai per le matematiche, e il padre Battini per il greco, final- 
mente, per le lettere italiane, da quel famoso letterato ed antiquario 
che fu l'abate Zannoni. Il Capponi ricorda sempre con vivo affetto 
i suoi primi maestri (1), ma che a lui stesso quella prima educa- 



ci) Ecco quanto mi scriveva, in proposito, l'illustre uomo in una sua 
lettera del 4 giugno scorso. « Mi corre obbligo dichiarare che dei miei 
maestri non posso io altro che lodarmi tanto che alle volte mi pare che 
abbiano tirato quasi come suol dirsi dalia rapa sangue. Un precettore 
giovano prete ch'ebbi a tre anni e prima che io giungessi a tredici in- 
fermò di una terribile malattia e dopo due anni moriva sempre giovane 
qui in casa, mi fece pigliare amore agli studj. Mancato questi non andai 
agli Scolopj, ma feci più anni un corso di matematiche sotto al P. Ca- 
novai in Cella sua ; era l'uomo più singolare ch'io mi abbia mai cono- 
sciuto, sapeva d'ogni cosa, andava in furia per ogni cosa, piangeva di- 
rotto por ogni cosa che a lui destasse o tenci^ezza o ammirazione. Sopra 
tutti i popoli amava gli Inglesi, odiava i Francesi perchè invasori; delle 
idee del passato secolo avea fatte sue tutte quelle che potesse un Frate, 
rigido a so stesso e infaticabile nel consolare chiunque potesse, dagli 
intimi a' sommi. Quell'ampia sua stanza in San Giovannino mi rimane 
Sempre memoria carissima ; e pure un'altra cella di frate ricordo con 



- 45 - 

zione ed istruzione non paresse tutta buona, si può argomentare, 
in parte, da una lettera del Foscolo alla sua Calliroe di Losanna, 
scritta nel maggio dell'anno 1820, ove, parlandosi del Capponi, si dice. 
« La sua è un'anima alta, gagliarda, indipendente, ma dolce ed equa 
ad un tempo; ed ha uno spirito pensatore e fornito di tanta origina- 
lità naturale da aver potuto riconoscere e rompere da sé stesso in 
pochi anni i ceppi di una falsa educazione, e gli stolti pregiudizii di 
preti ignoranti, e di nobili sfaccendati. » E a chi sa leggere fra le li- 
nee sarà stato agevole il riconoscere in molti passi del frammento del 
Capponi suW educazione la condanna del sistema d'educazione, secon- 
do il quale lo scrittore stesso era stato allevato. De'gesuiti egli scrive 
fra l'altre cose: « essi nacquero a contenere l'umanità e non a 
promuoverla, a sorreggere le istituzioni vecchie, non a fondare 
le nuove. » Intorno ai libri ad usum delfini pronuncia la se- 
guente sentenza: « Oggi ninno si porrebbe a scrivere libri per i 
gentiluomini e per le duchesse; si scrive per l'uomo; e l'educa- 
zione ch'era per lo innanzi un privilegio di pochi, dei prediletti 
dalla fortuna, si riconobbe alla fine (e a Dio ne rendiamo grazie) 
come un diritto, un bisogno, un vincolo dell'umanità. » Del Rous- 
seau osa scrivere « egli solo conobbe che le cesoie dei critici, 
l'aritmetica degli economisti, e la carila eunuca dei filantropi 
nulla facevano se in cuore de'popoli non si destasse un affetto 
che alla generazione decrepita rendesse quasi la vigoria dei se- 
coli primitivi » (1). Dei Gracchi: « Illustri per nascita, per equi- 
tà popolari, nel grande animo comprendevano l'istinto dei molti 



amore, quella del P. Baitini, famoso por una sua molto derisa Apologia 
dei secoli barbari; egli era erudito di qualche ampiezza ma di nessuna pro- 
fondità, inquisitore feroce a parole, ma poi, nel fatto, la miglior pasta 
d'uomo che fosse nel mondo ; si andava li ai primi studj del Greco in- 
sieme col Bagnoli che tardi si voltò a quella lingua ; e quante pazzie 
si dicesse per fare andare in collera il Maestro non saprei contare, ma 
egli sempre ci voleva più bene che mai. Dopo di questi, l'Abate Zannoni 
era ottimo iniziatore al mondo classico. Mi correva obbligo dire come 
io dei miei maestri non avessi altro che da lodarmi ». 

(1) Della sua visita alla Roma dei Papi fatta nel 1829, Gino Capponi 
rimane scanda'eggiato. Nel maggio di quell'anno, il Giordani ne scrive 
al Cicognara « Gino è ritornato da Roma ben sano e forte ; benché ivi 
abbia talvolta sofferto fors'anche per la stagione sempre infesta. Lo ha 
poco edificato lo spettacolo di tanti vizi, ignoranze, corruttele, miserie 
della città sacrosanta. » 



— 46 — 
e la sapienza dei pochi, forze rivali e inconciliabili; ed essi ten- 
tarono comporre la lite, insinché il ferro patrizio che squarciò 
quei generosi petti, divise Roma per sempre. » Il grande eroe 
delle scuole, l'ammirato conquistatore Macedone non è per lui al- 
tro se non il « ladro innanzi a cui la terra tacque; » e queste 
che divennero le sue non erano certamente le idee de'suoi pa- 
renti e di tutti i suoi maestri ; ma, su per giù, doveano invece esser 
quelle del suo intimo amico della prima giovinezza, Giam^battista 
Niccolini, per cui, se più tardi soltanto egli ruppe intieramente i 
ceppi, possiamo essere sicuri che egli aveva incominciato a scuo- 
terli fin dal tempo nel quale egli stava ancora o piuttosto s'agitava 
sotto la disciplina scolastica. In ogni modo, poi, abbiamo una evidente 
prova di fatto che, sedicenne appena, Gino Capponi distinguevasi in 
modo singolare fra i giovani studiosi della società toscana. Nell'anno 
1804, i due giovinetti fratelli Balbo, Cesare e Ferdinando, avevano 
fondato a Torino una società letteraria intitolata i Concordi ; qua.t- 
tro anni dopo, il contino Cesare, dicianovenne, veniva, per ragione 
di pubblico udicio, mandato a Firenze, ove non tardava a conosce- 
re il giovinetto Capponi e a sentire per lui una così grande am- 
mirazione, che, scrivendo al suo amico conte Carlo Vidua a To- 
rino, gli proponeva di creare il sedicenne Gino Capponi membro 
onorario della società de'Concordi. E allo stesso Gino professò poi 
sempre il Balbo tanto amore e tanto rispetto, che a lui volle de- 
dicato un gran numero di suoi lavori (1). Certo non è a darsi 
una eccessiva importanza, avuto riguardo alla generosa facilità 
con la quale i giovani accade/nici sogliono scambiarsi simili onori, 
neppure a questi onori massimi conferiti dai Concordi al Capponi; 
ma, se si pensi che qui non può neanche entrar l'ombra del so- 
spetto che i Concordi volessero far la corte a un titolato, che ti- 
tolati eran pure il Balbo ed il Vidua, e se si consideri la natu- 
rale serietà del proponente e della persona a cui la proposta ve- 
niva diretta, bisogna dire che il giovine patrizio fiorentino, per 
meritare tanta considerazione, avesse fatto a sedici anni più che 
profittare degli esercizii della scuola, ed addestrato già egli stesso 
l'ingegno a più libere e più virili battaglie. Poco dopo, tro- 
viamo ascritto il Capponi alla società de'Georgofili. Nel 1818, lo 
sappiamo in viaggio per Francia ed Inghilterra, ove una lettera 



(1) Cfr. le Memorie sulla vita e gli scritti di Cesare Balbo pubblicate 
da Ercole Ricotti. Firenze, Le Mounier. 



— 47 - 
del Niccolini lo presenta ad Ugo Foscolo; il Capponi viaggiava 
allora per istruirsi, e per respirare un'aria meno soporifera di 
quella che ci avvolge non sugli aperti colli, ma ne'saloni e crocchi 
toscani e particolarmente fiorentini; è il fiorentino Niccolini che, 
nel dicembre del 1818, scrive al fiorentino Capponi allora a Pa- 
rigi, in questa forma: « sono d'accordo ch'egli è meglio folleg- 
giare coi lombardi che dormire coi toscani. Se l'inerzia e la su- 
perstizione avessero un palazzo, com'è stato finto del sonno e del- 
l'Invidia dai poeti, io certamente lo metterei in Firenze > (1). Né 
l'amicizia del Capponi pel Niccolini dovea rimaner sterile. Appena 
ei giunge a Londra, con 1' aiuto del Foscolo, trova il Murray, 
presso il quale stampa a sue spese, senza nome d'autore, la pri- 
ma edizione di quella allegoria drammatica ch'è il Nabucco del 
Niccolini. Gli epistolare del Niccolini e del Foscolo provano ad 
evidenza il generoso interesse e le molte cure che il giovine Me- 
cenate fiorentino pose a questa pubblicazione del timido autore 
ùéiVArnaJdO) cosi ardito sempre nello scrivere, e sempre cosi 
pronto a sgomentarsi per gli effetti possibili de'suoi scritti ap- 
pena pubblicati./ In quel tempo, sull'amicizia e stima reciproca 
del Capponi e del Niccolini non erano ancora passate ombre : 
« Benché più giovine di me, scriveva il Niccolini al Capponi nel 
18:20, avete senno maggiore e il viaggiare vi ha fatto esperto 

E degli vizi umani e del valore. » 

L'amicizia loro era nata nelle scuole, e si protrasse quindi per 
quasi quarant'anni, cordiale e feconda di bene. Né vi fu, può dir- 
si, lavoro drammatico del Niccolini che non sia passato prima 
per le mani del Capponi, mani ostetriche per eccellenza, e che 
paiono fatte a posta per levar dal buio nobili ingegni, mani orto- 
pediche, abilissime a raddrizzare ogni maniera di storture in 
quelle piante ideali, che non siano nate rachitiche, ma solo da 
una falsa educazione viziate (2). Il Niccolini ed il Foscolo, il Man- 



(I) Il giudizio del Niccolini combina con quello del Giusti, che scri- 
vendo a Massimo d'Azeglio, gli dice, molti anni dopo: « Qua l'inno del 
giorno è lo sbadiglio ». 

('2) Nò il Capponi rivedo soltanto i lavori inediti de'suoi amici, e ne aiuta 
la stampa, ma li difende pubblicati. Da una lettera dell'anno 1827 del 
Niccolini aUa Pelzet rileviamo che il Capponi ha risposto per le rime 
ad un libello manoscritto della famosa IMichieli contro il Foscarini, pas- 
satogli dal conte Cicognara. 



— 48 — 
zoni ed il Giusti, il Leopardi ed il Colletta, il Balbo, l'Azeglio, il Tom- 
maseo, per citare i soli esempii più illustri, ebbero tutti dal conversare 
più men vivo e lungo ch'essi fecero col marchese Gino Capponi 
a sentir beneficio: onde se non vi fu uomo agli uomini di lettere 
più benefico di lui, non ve n'è forse neppure alcun altro che ab- 
bia dai letterati, gente nella massima parte, per invidia, ingrata, 
raccolte più solenni e più schiette dimostrazioni d'affetto riverente. 
Io ho già accennato alle testimonianze di devota amicizia rese al 
Capponi dal Balbo; il candido e lodato Gino della Palinodia del 
Leopardi a Gino Capponi, è, nella mente e nel cuore d'ogni let- 
tore italiano ; Y ortopedico del Giusti 

Che acceso alla beltà del vero 

Un raggio se ne sente nel pensiero 

e ciò che in sé cape e sente sa pure intendere in altri, a cui 
come al più vivo fra tutti i toscani il giovine autore della Terra 
dei morti si rivolgeva per pigliar forza a drizzar meglio la punta 
de'suoi strali arohilochei contro un grande ma lieve bestemmia- 
tore di Francia, sta sempre di casa in via San Sebastiano, ove 

' ai pochi che non si sono stancati de'suoi beneficii continua a pre- 
star servigio d'opere e di consigli. Le lettere a stampa del Foscolo 
attestano con quale confidenza il poeta dello Zante poneva nelle 
mani del Capponi la sua versione dell'Iliade, aflinchè il dottissimo 
fiorentino le desse l'ultima mano; del Colletta tutti sanno che al 
Capponi, al Niccolìni e al Giordani (I) leggeva la sua storia del 

. Reame di Napoli, come a giudici inappellabili, in fatto di buon 
gusto letterario, alle sentenze de'quali si rimetteva intieramente 
nella lunga e paziente revisione del proprio lavoro. E quando il Col- 
letta mori, il corcirese Mario Pieri ebbe a notare nelle sue memorie: 
« Intorno a questo tempo, passò di questa vita in Firenze il ge- 



(1) E noto come il Giordani rivendicasse a sé solo quasi tutto il me- 
rito della correzione dell'opera del Colletta. Ma ciò non può recar me- 
raviglia in un uomo che, nel novembre del 1838, poteva scrivere inge- 
nuamente ad un amico : « Un solo piacere potrei avere, di conversare 
con uomo che avesse cuore eguale al mio, e testa più alta e più am- 
pia. Ma questo divertimento non l'ho avuto mai. )> Eppure quest'omino 
avea conosciuto il Monti e il Manzoni, il Byron e il Leopardi, il Capponi 
e il Niccolini ! 



— 49 — 
nerale Colletta napolitano, autore d'una storia famosa; ed il suo 
<i,-eneroso amico marchese Gino Capponi, dopo averne raccolto con 
tenera sollecitudine gli estremi sospiri, e mandatene le spoglie 
mortali a Varramista magnifica villa e campagna di casa Cappo- 
ni in quel di Pisa (1), volle provvedere alla futura fama di lui, 
pubblicandone a proprie spese l'opera colle stampe, e corredandola 
eziandio della vita di lui. » 

Se il Capponi non fosse dunque stato in vita sua altro che l'amico 
operoso, caldo e intelligente d'alcuni grandi italiani, egli merite- 
rebbe già, per questo solo, un titolo alla nostra viva riconoscenza. 

La presenza del Capponi in Londra temperava per alcun tempo 
le amarezze dell'esigilo al Foscolo ; come esuli vivevano in To- 
scana il Colletta ed il Leopardi ; il primo nel 25 febbraio del 1S29 
scriveva da Livorno al Leopardi : « Era meco il Capponi, venuto 
da Firenze per consolare la mia solitudine. » Il più assiduo visi- 
tatore di G. P. Vieusseux in Firenze era il marchese Gino Capponi, 
onde il Leopardi, nel luglio del 1828, potea scrivere da Firenze al 
Giordani : « Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compa- 
gnia ; e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo 
come in un deserto. » Il saper amare efficacemente come il Cap- 
poni sa, è virtù di poche anime elette ; l'avere per amico un tal 
uomo è un sentirsi raddoppiare insieme il vigore dell'intelletto e 
quel calore interno dell'anima, che fa salire e prorompere, nelle 
sue più splendide manifestazioni, l'ingegno. 

Il Capponi poteva egli stesso creare ; preferì una parte più mo- 
desta ma non meno grande aiutando ingegni più impazienti del 
suo a rivelarsi nella loro forma più naturale, più alta e più com- 
pleta. Ma fu particolarmente sovra il Niccolini e, più tardi, sovra 
il Giusti che si versò, di continuo, intenso e sollecito, il calore 
della sua virtuosa amicizia. E il Niccolini gli corrispose {ler lungo 



(1; In quella campagna, oltro a tutti i suoi amici di Toscana, il Cap- 
poni avea ricevuto parecchi altri uomini illustri fra i quali il Manzoni, 
il Lamartine, il Cobden, Cfr. Tommaseo, Ricordi storici di G. P. Vieus- 
seux. Firenze, Cellini 1869. — Quanta cura il Capponi avesse posto a 
quel luogo prima di divenir cieco e quanto l'amasse, si può argomen- 
tare da una lettera del Niccolini, del maggio 1840. « Il Pieri non ha 
fatto che lodare le bellezze di Varramista, e di questa ammirazione non 
sentiva il Capponi consolazione ma sconforto non potendo ornai più ve- 
dere che colla memoria quei luoghi creati può dirsi da lui. » 

ItlCORDl BlOGRAKICI 4 



— 50 — 
tempo, nel rendergli onore, e nel prendere la parte più affettuosa 
alle sventure di lui. Mentre egli era in viaggio, nell'anno 1810, 
il Niccolini lo proponeva qual membro dell'Accademia della Cru- 
sca, onore che fu tuttavia conferito al Capponi solo alcuni anni 
(li poi (1), e rallegrandosi con lui ch'egli fosse degli occhi « pie- 
namente guarito » gli raccomandava di risparmiarseli. ]Ma il male 
che aveva allora dato i primi sintomi delle sue future rovine dovea 
riapparire vent'anni dopo, in conseguenza di troppo continuata ed 
attenta lettura, in tutta la sua gravità irreparabile. Il Niccolini 
si mostra nelle sue lettere pieno d'inquietudine per i progressi 
che fa la malattia, intorno alla quale tiene informati gli amici. 
Cosi sappiamo da lui che nella primavera dell'anno 1810, già fatto 
cieco, il Capponi consulta il Regnoli ; nella primavera dell'anno 
seguente, il Niccolini scrive a Giovanni Morelli di Bergamo, per 
combinare un viaggio a Monaco di Baviera che il Capponi e il 
Morelli avrebbero fatto insieme, per consultarvi il celebre oculi- 
sta Walther. Reduce il Capponi di Germania, nel luglio del 18il, 
il Niccolini scrive con verità e poesia, allo stesso Morelli, a Ber- 
gamo: « Farmi che dal suo viaggio il Capponi abbia ricavato 
alcun frutto d' utilità, e dalle parole del valente medico tede- 
sco , io ho aperto 1' animo a qualche speranza. Il Capponi ha 
cominciato a far la cura prescrittagli, ma del vantaggio ch'egli 
ne tragge non ardisco interrogarlo, perchè i benefìzi del tempo 
son lenti ed incerti, e la mente del Capponi rifugge da que- 
sto doloroso argomento, né vuol egli andare incontro al do- 
lore d'una speranza che rimanga delusa; quindi al peggio si è 
rassegnato, e questa desolata pace non brama che da' suoi amici 
gli venga turbata Ad ogni modo, egli si è confortato per un 
mese l'anima afflitta coli' ottima sua compagnia e conversando 
con quei grandi ingegni (lo Schelling, il Gorres, il Dòllinger, il 
Thiersch, il Philipps), che sono gloria di Germania e luce d'Eu- 
ropa. Dei loro detti ha fatto tesoro, una specie di provvisione 
a mantenere ed accrescere la vita del pensiero, cosa rilevante 
per tutti, ma più per quelli a cui sono quasi chiuse le pagine del 
mondo fisico e rimangiano soltanto gli occhi dell'intelletto. » Nel 
settembre 1843, essendosi il Capponi fatto operare ad un occhio 
dall'oculista francese Germier, rinascono ne' suoi amici alcune 
speranze, e il Niccolini torna a scrivere al Morelli : « il nostro 



(1) Il Capponi è ora il presidente deirAccademia della Crusca. 



- 51 - 

amico... crede che potrà migliorar tanto da poter camminare senza 
pericolo, e rivedere le care sembianze delle sue dilette figlie ; io 
l'accerto che in questo affare egli ha proceduto colla massima pru- 
denza, né potea far a meno di tentare questa cosa, perchè stava in 
procinto di perdere quel poco di bagliore che gli restava, e la 
membrana osservata dal Walther minacciava di estendersi su 
tutta la pupilla. Non posso dirgli quanta sia l'espettazione di tutti, 
e credo che non vi sarebbe persona la quale non baciasse la 
mano del Germier, se il Capponi torna a rivedere, o per dir me- 
glio a rivivere. » Nell'ottobre di quello stesso anno, le speranze 
si mantengono ancora, onde il Niccolini, scrivendo ad Andrea Maf- 
fei che desiderava essere consigliato da lui intorno alla sua ver- 
sione tuttora inedita del Wallenstem, gli risponde : « se vi piace, 
mandatemi qualche scena, ch'io mi farò aiutare dal Capponi, il 
quale (ve lo annunzio con una gioia ineffabile) v'è gran speranza 
che possa ricuperare la vista; egli si farà leggere il Wallenstein 
da un giovine che, quantunque non intenda pienamente il difi:i- 
cilissimo linguaggio germanico, pur lo pronunzia assai bene ; 
sapete che il Capponi lo conosce ; faremo qualche cosa per voi in 
quanto saremo capaci » Nel gennaio del 1844, il Niccolini torna 
a scrivere al Maffei : « Il Capponi vi saluta; vorrei potervi dire 
che ha raquistato la vista, ma pur vi è sempre luogo a sperarlo ; 
se gli uomini nei quali è ingegno e virtù dovessero esser felici 
quaggiù, chi lo meriterebbe più di lui? »; al 1 marzo 1844 quando 
il Niccolini, scrivendo al Centofanti, chiama Gino Capponi « il 
nostro egregio ed infelice amico, il fior degli uomini sapienti e 
dabbene » tutte le speranze sembrano già perdute. 

Né il Niccolini amava soltanto nel Capponi l'amico e l'uomo 
nobilissimo, ma teneva pure in gran conto l'uomo di lettere, che, 
in una sua lettera a Pietro Zambelli, diceva anzi tener « in concetto 
di gran scrittore » ; e ad uno scopo civile i due amici lavoravano 
per le lettere con mezzi diversi, e con uno stesso amore di bene. 
Quando il Capponi a Parigi medita, nel 1819, un giornale da pub- 
blicarsi in Firenze, è al Foscolo e al Niccolini che si rivolge per 
assicurarsene il concorso ; quando, nel 1828, il Capponi vuole com- 
piere la più nobile delle vendette toscane sopra l'autore della Pro- 
posta, proponendo che l'Accademia della Crusca voti unanime per 
un monumento a Vincenzo Monti, è al Niccolini che si rivolge per 
raggiungere il suo generoso intento ; quando il Niccolini si mette 
a fare profondi studii sulla Divina Commedia per pubblicarne poi 
nel 1837, in Firenze, la miglior lezione, è il Capponi il suo oc- 



cliio destro, destinato a vedere quello che a lui, ingegno d'aquila, e 
al Becchi ed al Borghi, astri minori, può essere sfuggito (onde poi, 
nel 1813, dall'inglese Lord Vernon, non modesto fondatore deh'or- 
dine di Dante^ il Capponi e il Niccolini si vedevano, non senza sorri- 
derne, proclamati insieme cavalieri di Dante !) E della loro società 
letteraria, fattasi in quegli anni più intima e più stretta, troviamo 
pure ricordo in una lettera diretta nel 1868 da F. L. Polidori ad 
Atto Vannucci, ove, fra l'altre cose, si legge : « Ricorderò sem- 
I)i'e con particolarissima compiacenza quelle dotte conversazioni 
che si tenevano nelle domeniche presso il Capponi, tra il tocco e 
le tre (1839, sino alla pubblicazione dell'Arnaldo"), e alle quali 
assistevano più assiduamente, e piuttosto come uditori che altro, 
Giuseppe Molini, Fruttuoso Becchi (finché vìsse) ed io medesimo... 
Il Niccolini e il Capponi, oltre a quella della forte dialettica, da- 
vano prove di memoria tenacissima ; questi col recitar lunghi 
brani originali di Omero, dall'Ariosto ecc.; l'altro con un diluvio di 
autorità e di citazioni d'autori in tutte le lingue soprannominate. » 
Ma la pubblicazione deW Aìmaldo venne a dividere i due amici, 
non tanto per intolleranza che vi fosse dall'una parte e dall'altra pel 
fatto delle opinioni contrarie, quanto per una scena disgustosissi- 
ma che si narra avvenuta, a proposito di quello opinioni, in casa 
dello stesso Niccolini. Noi non sappiamo quanto sia veridica l'es- 
posizione di un certo dialogo che si figura avvenuto in quella 
casa fra il Capponi, il Centofanti e il Niccolini, nel libello di 
un Mirecourt italiano; ci pare che vi sia nata alcuna confusione 
di date, e da questa prima confusione ci facciam lecito di dubi- 
tare che la immaginazione del libellista (1) abbia largamente sup- 
]i!ito in questo come in altri casi al difetto della memoria; ma, 
anche accettando quel dialogo come storico, non ci sembra di do- 
verne inferire altro se non un motivo di amaramente deplorare 



(1) Il noto libellista veniva colpito ne'seguenti versi del Giusti: 

Non ti capaciti com'io resista 
Al turpiloquio d'un libellista, 
Glie nel farnetico ciarlìo d'ades'-'o, 
Ruttando inlamio rutta sé stesso^* 

Is'oii vedi il misero lerirti apposta 
l'or sete inutile d'una risposta, 
Cercar coU'animo grullo e mendicO; 
Lo vanaglorie di tuo nemico? 



— as- 
ini eccesso del Niccolini che lo fece trascendere ad atto più che 
villano, e la magnanimità del Capponi che, offeso dall'autore del- 
V Arnaldo, non volle rispondergli altrimenti che con lo stendergli 
la mano, dicendo: « Tu resterai ghibellino, noi guelfi; ma saremo 
amici. » 

Perduta l'amicizia del Niccolini, il Capponi potè consolarsi nel- 
l'affetto figliale che gli dimostrò il Giusti, ir Giusti conosceva il 
Capponi fin dall'anno 1836; ma la loro amicizia incominciò vera- 
mente a divenire operosa solo dal 18ii, anno dal quale il poeta, 
per quanto potè, fece vita comune col patrizio. Nel 18i8, egli ne 
scriveva al Vannucci: « wSono quattr'anni che siamo sotto l'istesso 
tetto. Della mente e dell'animo di quest'uomo non ne parlo per- 
chè siamo troppo uniti, e tra noi non istà bene lodarsi, molto più 
che posso rimettermene al parere del Montanelli (1), che lo am;i 
di molto, al parere del Panattoni che lo chiamò Patriarca 



(1) Nelle HJemorie sitW Italia e specialmente sulla Toscana dal 1811 
al 1840, il Montanelli giudica cosi il Capponi: « A Gino Capponi la na- 
tura etrusca era stata prodiga dei suoi doni, comecliè bella e maestosa 
la persona, gl'istinti generosi, e l'ingegno gli avesse largito agile, robu- 
sto, atto ad ogni maniera di discipline, e d'ogni tipo di bello poetico o 
morale gustatore squisito . . . Mancava a Gino, in mezzo a siffatto com- 
plesso di belle qualità, la potenza che conclude, la virtù che riduce ad 
atto le idee: onde come due politici in lui rinvenivansi; l'uno dal di- 
.scorso accademico, energico, tuonante, esaltabile, immune d'ogni gret- 
teria di parte. Adente nell'avvenire deirumanità, guardatore dall'alto (^ 
senza piagnisteo pedantesco dei mali transitorii che accompagnano lo 
rivoluzioni; l'altro della pratica, impicciato, sgomentone, aggirabile. 
Idcentesi ostacolo di puerili riguardi e nella contesa delle parti procliv<> 
a compagnia di rimorchiati più che di progressivi, benché progressivo. Al- 
tezza di pensiero, impotenza d'azione facevano il contrasto che colpiva 
nel carattere del Capponi. E diventato cieco nel mezzo della virilità. Li 
cecità in lui quella potenza accresceva. » Lo stesso Giusti, scrivendo 
al Capponi nel 184G, osa dirgli: « Io t'amo a preferenza di molti che fi 
vengono d'intorno più per onorare sé stessi che per onorarti ! Vorrei 
che tu stossi o solo o con p chissimi, perché ho sdegno di sapere abu- 
sata la tua bontà, la tua natura schietta e generosa. » Quello che va- 
leva ai tempi del Giusti vale ancora adesso, per ciò che spetta le in- 
sidie tese al nome del Capponi da una certa razza di raggiratori pao- 
lotti, la quale, per coprire le proprie vergogne, mette innanzi il nome 
illibato di Gino Capponi, innanzi al quale ogni arma dirt'tta a ferire 
deve si)untarsi. 



— 54 — 
della libertà, e al parere del Guerrazzi, che, quattr'ajini sono, gii 
dedicò un libro {l'Isabella Orsini). Non dirò nemmeno quanto bene 
m'hanno fatto le sue parole, i suoi consigli, il suo esempio. » In 
una sua lettera del 1845, il Giusti scolpiva il Capponi in queste 
brevi parole: « Il signore è uomo, e l'uomo è umano. » Scrivendo al 
Capponi stesso, diceva ch'ei parlava a lui come alla sua propria 
coscienza. E, nell'ottobre del 1844, dipinge al vivo il sentimento 
religioso che si prova non pur nel cospetto degli uomini grandi, 
ma di tutto ciò che loro appartiene e che si vorrebbe con gene- 
roso comunismo far nostro, mentre gli scrìve: « Se non fosse 
stato il timore di distrarvi dalle vostre occupazioni, avrei ronzato 
di continuo intorno al vostro uscio. » Le parole di Gino Capponi 
pesano poi tanto nell'animo del Giusti, che egli si mette a studiare il 
latino solamente per l'effetto che gli fece un tanto meglio detto in. 
un certo modo da Gino Capponi, quando il Giusti confessava di 
non ne saper più nulla. Scrivendo infine al Grossi nel giugno del 
1846, il Giusti gli descrive cosi la vita ch'ei mena nel palazzo 
Capponi: « Posso dire di essere con Gino da Pasqua in poi, e 
oramai veggo che passerò con lui una buona parte dell'estate. Ce 
ne stiamo soli qui in questi stanzoni che basterebbero a un po- 
polo; a me basta il padrone di casa, e Dio volesse che io bastassi 
a lui. Credi a me che quest'uomo, più si conosce e più se ne sente 
il valore e il dolore di vederlo si dimezzato e quasi superstite a 
sé stesso. Egli di famiglia illustre davvero, egli ricco, dottissimo^ 
di mente alta, d'altissimo cuore, sano, forte, bello, nel fiore del- 
l'età, vedilo ridotto a una battaglia con sé medesimo per non ce- 
dere alle disgrazie che gli sono piovute sopra e che ne farebbero 
un disperato, se non fosse chi è. Quando si veggono di tali cose, 
non abbiamo più diritto di lamentarci sul conto nostro. » Allude 
qui, oltre alla cecità, al dolore che il Capponi provò acerbissimo 
per la perdita della tenerissima sua figlia Ortensia (1); l'altra sua 
amabile figliuola, la marchesina Marianna, andava quindi sposa al 
marchese Francesco Parinola, la morte del quale avvenuta nel 1860 
fu al Capponi come una seconda cecità. Gino era al Giusti come padre 



(I) « Era la figlia che conosceva cos'i bene suo padre, era quella che 
vedeva per lui, era la mano che sapeva così bene consolare gli affanni 
paterni e rasciugare i nobili sudori di quella fronte. » Ignazio Cantù, 
L'Italia scientifica. Dalie sue nozze con la marchesa Riccardi Vernaccia 
che l'aveva lasciato vedovo nella prima gioventù, il Capponi ebbe due 
sole figlie. 



— O.) — 

per l'affetto, e come maestro ne'consigli letterari!; la raccolta di 
Proverbii del Giusti s'ampliò e si purgò fra le mani del Capponi, cosi 
la raccolta de'suoi versi, cosi il suo discorso intorno alla Vita e alle 
opere del Parini. « Voi che sapete, scrive il Giusti al Capponi, 
con quanta docilità, anzi con quanta allegria mi sono arreso ai 
vostri suggerimenti e a quelli di altri pochi galantuomini come 
Voi, non vi meraviglierete se io desidero più una lavata di capo 
fatta amorevolmente e in nome del vero, che non di quelle ap- 
provazioni buttate là senza garbo né grazia, che disgustano sem- 
pre chi non presame di sé, o almeno lasciano il tempo come lo 
trovano. » Ai giovani d'adesso una simile modestia parrebbe so 
non una viltà, una mortificazione eccessiva; ma, poiché pare a me 
che i giovani abbiano torto a pensarla così, reco loro l'esempio 
del Giusti, che, per essere esempio illustre, dovrebbe anche riuscii-e 
più eloquente. La sera del 1" aprile 1850, Gino Capponi accom- 
pagnava agli eterni riposi le spoglie mortali del giovine amico 
spiratogli fra le braccia, che giovane, cornee ben dice il Prassi, 
egli aveva incoraggiato, e adulto ospitato in sua casa e consigliato 
amorevolmente più anni. Dopo il Giusti, il Capponi vedeva spe- 
gnersi successivamente il suo Niccolini, il buon Thouar e il fido 
Giampietro Vieusseux, il qual nome ci riconduce a parlare di 
un'altra serie di beneflcii prodigati da Gino Capponi alla Toscana 
ed al suo tempo. 

Convien perciò riportarsi alle condizioni letterarie della Toscana 
innanzi al 1820. Se non era il soggiorno del subalpino Alfieri e 
del greco Foscolo in questa beatissima e ridentissima fra le terre 
d'Italia, nessuna menzione si farebbe, per quel tempo, della storia 
letteraria di questa provincia, che pareva morta ad ogni vita 
ideale. L'ingegno dell'Alfieri e l'anima ardente del Foscolo contri- 
buirono a scaldare la mente di Giambattista Niccolini, il quale 
alla sua volta comunicò una parte del proprio maschio vigore al 
Capponi. Il Niccolini ed il Capponi erano forse i due soli ingegni 
virili che si fossero allora volti alle lettere in Toscana, con pro- 
posito d'innalzarne il culto e di spirarvi la vita novella. Preoccu- 
pati dal desiderio di far gloriose le lettere alle quali s'eran vota- 
ti, l'uno cerca d'infondere nell'opera d'arte il sentimento umano, 
l'altro di agitare la vita libera ed operosa del pensiero in mezzo 
al suo popolo. L' uno cerca il coraggio di adoperare uno stile 
maschio, nel suo predecessore astigiano; in sé stesso, i buoni 
sentimienti; nella storia, le idee ispiratrici; l'altro viaggia, per ve- 
dere come altrove si pensa e si vive per provvedere affinchè si 



— :)G — 

pensi e sì viva meglio anche tra noi. Il Capponi ha fatto conoscenza 
delle riviste inglesi, e si persuade della forza d'un giornale ben fatto 
per dirigere l'opinione pubblica; egli conosce pure i giornali dei 
letterati italiani, e sa che con una letteratura da soli letterati 
non si risveglierà mai un popolo alla coscienza di sé e de'suoi 
bisogni. Medita dunque, stando nel 1819 a Parigi, una rivista da 
pubblicarsi al suo ritorno in Toscana, con intendimenti nuovi, con 
l'aiuto de'più vivi e valenti tra gli scrittori civili della sua terra, 
e con que'mezzi materiali che la sua generosità non mai stanca è 
disposta a fornire. Ne scrive al Niccolini ed al Foscolo; il primo 
gli risponde il l" dicembre: « A richiamare l'intelletto a più no- 
bili occupazioni sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi 
meditate; ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia pos- 
sibile l'esecuzione. E ciò non sia detto per iscoraggirvi, e per di- 
struggere questo idolo della vostra mente generosa; nil desperan- 
dimi duce Teucro, auspice Teucro. Tenteremo, e, se non potremo 
far del bene agli altri, lo faremo per noi. Nelle scienze almeno il 
Ridolfi potrà fare qualche cosa; ma conviene perfettamente iso- 
larsi dalla canaglia che, al pari delle arpie, tutto contamina. » 
Nell'aprile dell'anno 1820. il Niccolini torna a scrivere al Capponi 
in Parigi.- « Voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che 
vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo. » Quella lettera 
finisce con un memorando poscritto: « Un certo Vieusseux gine- 
vrino ha messo qui un gabinetto di lettura, ove sono i più ac- 
creditati giornali d'Europa. » 

Alla sua volta, nel marzo di quell'anno medesimo, il Foscolo 
scrive al Capponi in Parigi promettendogli articoli pel suo futuro 
giornale. Intanto il Capponi ha lasciato la Francia per visitare, 
prima di tornarsene in Italia, la Fiandra, l'Olanda e la Germania; 
le paludi olandesi gli danno l'ipocondria, « e le faccie de'mercanti, 
pe' quali non ha mai sentito grande amore, gli hanno ispirato 
un'antipatia invincibile d'ora in poi per tutte le fisionomie mer- 
cantili dell'universo. » (1) 

Chi avrebbe mai detto allora al Capponi che al suo rimpatrio 
la più simpatica figura che gli si sarebbe affacciata sarebbe stata 
appunto quella d'un mercante? Anzi, che un mercante forestiero sa- 
rebbe stato l'uomo più atto a far tesoro de"suoi più elevati pen- 
sieri ed a tradurli in opere vive? Ma la lettera del Foscolo a Cal- 



(1) Epistolario di Ugo Foscolo, 



- 57 - 
liroe ci fa pure sapere che il Capponi era « fisionomista quanto 
Lavater », e però ei non dovette tardare molto ad accorgersi che 
in quell'uomo d'affari, in quel « signor Pietro, come gli piaceva 
chiamarlo con amorevole e tra signorile e popolare fomiglia- 
rità (l) », batteva un cuor generoso e splendeva un'anima intel- 
ligente. Conosciuto pertanto il Vieusseux, lodato il suo gabinetto, 
ammirata la rara operosità dell'uomo, inteso com'egli stava per 
imprendere la pubblicazione d'una rivista rispondente in gran 
parte a'desiderii che il Capponi stesso aveva concepito, il grande 
patrizio fiorentino stimò miglior consiglio incoraggiare un solo 
giornale che sciuparne due. Ceduto pertanto prontamente il suo 
disegno, i suoi consigli, i suoi scritti ed i suoi multiformi aiuti 
al Vieusseux, lo pose in condizione di convertire in breve VAìi- 
Lologia nel primo periodico d'Italia, e di riunire intorno ad esso 
e al gabinetto di lettura gli studiosi non pure di Toscana ma di 
tutta la penisola; che, tacendo de'pochi toscani, il Foscolo ed il 
Leopardi fra gli altri, lo Sclopis ed il Tommaseo, il Montani ed il 
Mazzini, il Romagnosi ed il Lambruschini, il Pepe ed il Poerio, 
il Libri ed il Matteucci da quelle pagine raccolsero splendore, e a 
quelle pagine ne diedero. 

Di quel sacro consorzio Gino Capponi potea dirsi il Padre, il 
Montani il Figliuolo, e Giampietro Vieusseux lo Spirito Santo. 
Il Tommaseo faceva poi al Montani da valente Cireneo, togliendo 
con onore sopra di sé que'pesi che il Montani aggravato non poteva 
portare da solo e de'quali la carità del buon Vieusseux era sempre 
pronta a sollevarlo. II Capponi ora è solo, il Montani è morto, è 
morta V Antologia; ma la vita comunicata allora alle lettere in To- 
scana si risente anche oggi nel segreto comune rimpianto di quei 
tempi migliori. E in verità, se si raffronti la vita letteraria di 
Firenze in quel glorioso più che decennio della vecchia Antologia, 
la vita odierna potrebbe sgomentarci. Non erano allora agli studi i 
gli aiuti presenti; istituti superiori in Firenze quasi non erano; 
le biblioteche lamentavansi più povere assai e di men facile ac- 
cesso che oggi non siano; poche e misere anche le scuole per la 
prima istruzione; malagevole e pressoché impossibile ogni com- 
mercio letterario; scarse e povere di notizie le gazzette; il governo 
addormentato e il popolo più addormentato del governo; e pure 
alcune vigili e modeste lampade solitarie stavano continuamente 



(2) Tommaseo, Ricordi dì n, p. Vieusseux. 



— :>s — 

accese, e intorno a quella scarsa luce si accendevano, in alcuni 
giovani, sublimi entusiasmi, sorgevano propositi magnanimi, si 
fecondavano opere immortali. Un solo patrizio e un solo mercante 
bastavano allora a chiamar gente nelle sale di un modesto gabi- 
netto, a discorrervi delle cose dello spirito, mentre all' intorno si 
moltiplicava invano una materia oscura, senza nome e senza for- 
ma. Ora i tempi sono diversi; la luce si spande per tutto; ogni 
uomo che nasce, ai primi passi che tenta fuori di casa, trova aperta 
una scuola; il giornale va per le mani de'fanciulli; la biblioteca 
circolante mette il libro nelle mani degli operai; i mezzi dell'istru- 
zione sono prodigiosamente accresciuti ; ma la stessa facilitcà con la 
quale l'istruzione generale si può acquistare dispensa i più dal du- 
rare qualsiasi fatica per procacciarsene una maggiore e particolare ; 
la superficialità del sapere si scambia per vera scienza; scienza vera 
non si cerca piìi affatto, o da pochissimi e più pel servigio che 
essa ha da rendere a chi la professa che per sacro amore di essa 
e del paese cui ha da servire. E questo male s'avverte e si la- 
menta forse più che altrove in Firenze, ove la gioventù, più an- 
cora che viziata dal disordine improvviso di tumultuose passioni, 
si trova snervata da una lunga abitudine d'inerzia che la fa svo- 
gliata, di maniera che le si attribuirebbe diflìcilmente l'energia 
necessaria ad imprendere alcuna nuova opera gagliarda e genero- 
sa. Le buone istituzioni che Firenze serba appartengono al suo 
passato; delle pubblicazioni periodiche le quali continuano a farle 
onore, l'una è V Archivio Storico italiano fondato da Gino Capponi, 
dopo la soppressione della vecchia Antologia, l'altra è la Nuova Anto- 
logia, migrante ora verso Roma, e nata, per virtuosa reminiscenza, in 
Firenze capitale, col concorso e patrocinio di quello stesso Gino 
Capponi che aveva col Vieusseiix fondato l'antica. De' Gabinetti 
letterarii esistenti in Firenze, l'ottimo è pur sempre quello che 
Giampietro Vieusseux stabiliva e ordinava, con pensiero allora 
originale, in Firenze, or sono più di cinquant' anni, ch'egli sta- 
biliva e ordinava a profitto degli italiani, e non per cagione 
di dare un falso lustro e belletto alla città di Firenze, di che far 
sterile pompa agli occhi degli stranieri. Ed io insisto alquanto su 
questo punto, perchè parmi che i nuovi reggitori di Firenze in- 
tendano alla rovescia l'utile della città al loro governo affidata; io 
voglio pur credere che essi amino più della propria, la prosperità 
fiorentina; ma essi mi sembrano mal provvedere a questa prospe- 
rità con fumi inani, e con salamelecchi graziosi ad ogni nuovo 
principe o potente straniero cui gusti, per i suoi commodi, sver- 



— no — 

nare piuttosto a Firenze die a Roma od a Napoli. Sta bene esser 
cortesi col forestiero, ma non è cortesia la servilità, la quale può 
invece ingenerar sospetto che si voglia riuscir venale. Oltre a que- 
sto, io non vorrei che troppi stranieri ripetessero più la sentenza 
proferita da un inglese che visitava la città nostra nello scorso 
inverno, e notava l'affaccendarsi de'signori fiorentini a spendere 
in sontuosi festini più che i loro risparmii, per avere il gusto di 
leggere e far leggere nelle gazzette locali, convertite in bullettini 
della moda e del bel mondo, ogni loro prodezza; « i fiorentini sono 
ridicoli nelle cose serie, e serii nelle cose ridicole. » Il giudizio è 
alquanto impertinente, e per molti fiorentini ingiusto, ma si di- 
rebbe che quanti hanno il mandato di reggere questa città pon- 
gano ogni studio nel fare che Firenze sei meriti. Essi sono, per 
dire il vero, intentissimi a difendere e a far difendere l'onore della 
città; la loro sollecitudine continua è che il forestiero il quale ar- 
riva a Firenze vi trovi oggetto continuo di svago, e che il fioren- 
tino, rivedendo numerosi forestieri passeggiare per le vie di Fi- 
renze, si diverta e si conforti in quella vista al pensiero che sono 
tornati i bei tempi. Ma, poiché il forestiero non ha la virtù di 
scemare i nuovi dazii comunali per far tornare al prezzo di una 
volta il pane, il vino e la carne nella città aggravata, né di or- 
dinar copie di antichi ritratti, o fotografie di monumenti, o rose 
e piccioni in mosaico ad ogni sfaccendato che giri quanto il giorno 
è lungo per le vie e per le piazze fiorentine, in attesa di qualche 
Creso di Londra o di Pietroburgo che lo voglia occupare a far 
nulla presso di sé; io invocherei per Firenze un minor numero 
di distrazioni pel forestiero e un numero maggiore d'occupazioni 
pel cittadino; io vorrei che si pensasse meno a procacciare cir- 
censi al popolo che a trovargli il mezzo di guadagnarsi abbon- 
dantemente il pane ; ad aprirgli ofiicine che a fargli de' discorsi 
olimpici ; a preparare in Firenze una generazione di uomini che 
a mantener gli uomini eternamente ftmciulli. 

Questo fu il pensiero continuo dei Capponi e de'Ridolfì, de'Lam- 
bruschini, de' Thouar e de' Vieusseux nella prima metà di que- 
sto secolo ; questo ancora dovrebbe essere il pensiero di quanti in 
Firenze hanno amore alla cosa pubblica e si preoccupano sul serio per 
le condizioni future della città. I dotti discorsi che si fanno nelle sale 
del Circolo Filologico sono splendidi tutti e tutti applauditi ed, amo 
crederlo, tutti degni di plauso; ma badate che, per correr dietro ai 
colori della parola miniata che s'applaude, non vi resti, troppo spesso, 
dopo l'applauso, in mano nulla più dell'aria che con le mani avete 



— co — 

scossa ; badate di non opporre ai serii lavori de' Georgofili le vane 
pompe di una nuova Accademia letteraria ; alle ricerche speri- 
mentali dello Schiff le vuotaggini d'orazioni con fervorini estetico- 
politici, i quali, uditi, garbino alle gentili signore che non saprebbero 
leggerli. Nelle riunioni del giovedì, che avevano luogo un tempo 
nel Gabinetto di Vieusseux, le donne non solevano intervenire, ed 
era l'orse un male ; che la presenza della donna, anzicliè guastare 
in simili convegni, dà al conversare una eleganza ed una grazia 
desiderabilissime, e facilmente trascurate in un consorzio di soli 
uomini non tutti solleciti egualmente del decoro o della misura. 
Ma da quelle conversazioni si usciva più istruiti che da un in- 
tiero corso di lezioni pubbliche di professori chiarissimi ed eloquen- 
tissimi. Una parola rotta ma viva d'un uomo eminente era talora ra*^- 
colta da un giovane oscuro; quella parola si meditava in silenzio, 
e si convertiva talora in un proposito gagliardo, in una bell'aziont^ 
o in un bel libro. Perchè nulla di simile piìi in Firenze? E egli 
mai possibile che chi disse Gino Capponi l'ultimo de' fior eniini now 
abbia calunniato Firenze ? Che fanno ora le buone madri fioren- 
tine ? Come vive e che pensa dunque la nuova gioventù ? Sono 
sempre là quelle sale gloriose del palazzo Buondelmonti ; per ora 
almeno sono ancora in piedi e parlano sempre, e minacciano chi 
vuol toccarle ; che mi dicono esser proposito del Consiglio d'Arte 
del nuovo Municipio buttar giù anche quel monumento, rammen- 
tatore molesto di glorie invidiate e non più imitabili nella spen- 
sierata ignavia presente ; ma io dico a' giovani, ne' quali ancora 
più spero ; quelle sale sono sempre là ; ed è vivo, e buono e 
destro e volonteroso il nipote di colui che da quelle sale ha co- 
municato tanta vita al pensiero italiano ; andate, chiedete ospi- 
talità, cercate il bene anco voi, tentatelo come potete, svegliate 
i vostri amici increduli e incerti e non permettete che vada per- 
duto per sempre un grande e nobile esempio. Son troppi anni che 
la Toscana vostra dorme ; se la vita è in voi, spiratela anche al 
di fuori ; nella gentilezza infondete la forza; ove sono infinite le 
memorie, imparate senza fine ; ove si sono fatti miracoli, conti- 
nuate a farne ; io non credo che colui il quale fu chiamato l'ultimo 
de' fiorentini potrebbe aver consolazione maggiore di quella d'ap- 
prendere, che con lui non si spegnerà ogni pensiero vigoroso, 
ogni retto sentire, ogni magnanimo ardimento in quella terra per 
cui egli è passato beneficando. 

Io tacerò qui di Gino Capponi uomo politico, non perchè io tema 
d'incontrare nella sua vita politica pure ini sol fatto che scemi 



— 61 — 
prestigio alla grandezza del suo nome, ma perchè questi son Ri- 
cordi letterarii, e, per apprezzar convenientemente la condotta 
d'un uomo politico, giova discutere pure la condizione de' tempi, 
degli uomini e de'governi, a'quali si riferisce l'opera sua, cosa che 
mi porterebbe qui troppo lontano dal mio istituto. Basti che la 
sua autorità in Toscana fra gli uomini politici fu sempre gran- 
dissima; che, innanzi al suo Sovrano, egli tenne in ogni tempo 
contegno di libero cittadino, pur sempre studioso di conciliare, 
quando si potesse con decoro d'entrambi, le ragioni del principe con 
quelle del popolo; che i piemontesi D'Azeglio, Balbo e Gioberti si 
valsero in più occasioni utilmente de' consigli di lui; che egli fu 
guelfo, ma non mai papista, e, anche meno, gesuita; che nel 1848 
fu in Toscana presidente del consiglio de' Ministri; che, fuggito 
il Granduca, prese primo parola in Senato per dire che, quando 
il principe non si lascia trovare, ha dritto il popolo di darsi quel 
reggimento che più gli giovi; che, nel 1859, egli si presentò risoluto 
al Granduca per invocarne le concessioni richieste dal popolo ; che, 
partito il Granduca, fu eletto presidente della Consulta di Stato 
nel Governo provvisorio ; che il popolo lo elesse suo deputato, e 
lìnalmente il Re d'Italia senatore del Regno. Mi piace finalmente, 
e piacerà, senza dubbio, anco ai lettori udir raccontare dal prof. 
Giuseppe Tigri un fatto che ci rappresenta al vivo l'italiana fie- 
rezza del Capponi « Nel 1852, mi pare (scrive vanii il Tigri il 3 
giugno scorso), si sapeva pur troppo in Firenze che dovevano en- 
trarvi gli Austriaci. Una tal mattina uscivano da una seduta del- 
l'Accademia Colombaria, posta di là d'Arno, il prof. Giuseppe Ar- 
cangeli segretario della medesima e il marchese Gino. Questi sa- 
liva il Ponte Vecchio al braccio dell'Arcangeli; allorquando odono 
un lungo suonar di tamburi. Il Capponi allora dice all'Arcangeli: 
Son loro ? — e l'altro : — Pitr troxjpo ! E il Capponi : Almeno 
non li vedrò ! Queste parole mi sembran sublimi. Egli cieco, quasi 
preferiva la sua cecità per non vedere in viso gli oppressori della 
sua patria; son parole degne d'un Capponi ! » 

Lasciando agli storici futuri di giudicare particolarmente gli atti 
del Ministero toscano nel 1848, io amo qui solo ricordare pel mio 
proposito come la promulgazione della Legge della guardia civica, 
(Uè occasione il 17 settembre del 184-7 ad uno scritto politico di 
Gino Capponi, il primo e l'unico a stampa ch'io conosca di lui per 
la ragione politica. Esso s'intitola : Alcune parole sulla Legge della 
Guardia civica. 

La legge era timida, e il Capponi, che lo sentiva, civrebbe forse 



— (-.2 — 
potuto avvertirlo; ma si contenta, con moderato consiglio, di scri- 
vere : « bene usarla è nostro debito ; ufficio del tempo e del buon 
Principe migliorarla. » Qui parla l'uomo disciplinato nella lettura 
della politica de' classici ; più su parlava l'uomo del suo tempo, 
abbandonandosi alla piena di un nuovo ed urgente afletto : « Chi 
abbia conosciuto, chi abbia compresa questa nostra gioventù tanto 
generosa, tanto buona, tanto amorosa di quei principii che noi 
giovani solevamo troppo sovente porre da banda ; chi l'abbia ve- 
duta questa gioventù Domenica scorsa nell'ebbrezza dei gridi, e 
nella folla, assicuratrice di una libertà senza limiti, quegli dirà 
la fiducia essere ben posta, e che da essa può venire all'istituzione 
forza e non venirne pericolo. » 

Ed eccouìi cosi arrivato a discorrere in succinto del Capponi 
come scrittore. Quanto all'opera principale di lui speriamo ch'essa 
si faccia aspettar molto tempo, essendo volere del Capponi, che si 
pubblichi solo dopo la sua morte. Questo lavoro monumentale sarà 
una nuova btoria di Firenze, della quale i due soli capitoli fmqui 
pubblicati neW Archivio Storico e nella Nuova Antologia, come 
saggio, tratti dalla storia del secolo decimoquarto, annunziano la 
tranquillità d'uno storico antico che scrive come un classico, che 
lavora su documenti editi ed inediti come un erudito, e che pensa 
come un lilosofo. Così vorremmo che la Storia di Firenze del Cap- 
poni fosse da lui protratta fino a' di nostri, perchè l'ultimo vo- 
lume e il più prezioso ci parrebbe quello che contenesse le pro- 
prie Memorie di lui e del suo tempo ; com'egli ha molto letto, cosi 
ha molto pensato, molto veduto, e conosciuto molti uomini e molte 
cose ; e la sua memoria essendo sempre fresca e possente, egli 
varrebbe con la sua amabile eloquenza a far passare innanzi ai no- 
stri occhi molte perdute immagini luminose ed a rianimarci nel pen- 
siero per varie figure da lui sorprese sul vero la figura intiera 
di un secolo. Io mi rammento una sera passata nel suo palazzo. 
Interpellato non so più se dal Lambruschini o dal Giuliani (coi quali 
e col Tabarrini, l'Antinori ed il Farinola (1) avevo avuto l'onore 
di sedere alla sua mensa ospitale) intorno ad un fatto particolare 
della vita di Antonio Rosmini, essendo egli d'umor lieto, incominciò a 
parlare, e parlò solo, e parlò per quasi un'ora e sempre del Rosmini 
e delle relazioni del Rosmini con Roma, con tanta abbondanza 



(I) Il marchese Paolo, garbato i^eiitiluomo; ligiio della Marianna Cap- 
poni sopra ricordata. 



- 63 — 

d'eloquio, e tanta copia d'incidenti e d'argute osservazioni che 
quanto fu a tutti l'udirlo delizioso passatempo^ tanto poi c'increbbe 
il pensare che quella stupenda pagina di storia contemporanea dal 
Capponi cosi felicemente improvvisata non si fosse potuta rac- 
cogliere in iscritto, per conservarla intatta e mirabile com'era 
uscita della viva voce tonante del venerando Gino. Trovandosi allora 
più ospiti in casa, il Capponi aveva amabilmente consentito, in 
(|uella sera, a rallegrarci insieme tutti, parlando non tanto di sé, 
quanto d'un ricordo che gli errava nella limpida e vasta mente. 
Ma, di consueto, non è questo il suo costume, quando l'ospite è 
uno solo. Allora è cura sua, invece di rispondere, tentare quegli 
argomenti ne' quali spera che più si compiaccia il suo interlocu- 
tore, per farlo quindi liberamente e abbondantemente parlare. Cosi 
egli raggiunge insieme più scopi, quello di rimuovere il discorso 
dai luoghi oziosi e comuni, quello di compiacere il suo ospite col 
farlo parlare di sé o delle cose che più gli stanno a cuore, quello 
di farlo parlare più animato, col portarlo sopra argomenti ben 
noti ed accetti, e cosi ottenere una conversazione più piacevole.e 
studiar meglio l'animo e l'ingegno dell'interlocutore. Usando una 
simile assai rara urbanità verso i suoi ospiti, il Capponi ha pure 
il gran vantaggio di poterli conoscere più presto e più addentro; 
onde è agevole l'indovinare quanto interesse potrebbero avere i 
ricordi intorno alle persone più notevoli dal Capponi conosciute 
nella lunga sua esistenza, ov'egli volesse dettarli per la conso- 
lazione de' suoi concittadini. E, in questo desiderio, forse troppo 
tardi espresso, io ritorno agli scritti di lui. 

Essi sono più assai che non paiano. Sparsi come si trovano 
neir Antolopia, nell' Archivio Storico, negli Atti de' Georgoflli, e 
in separati opuscoli, potrebbero, insieme raccolti, formare più 
d'un volume. Né la varietà degli argomenti trattati, dal dignitoso 
discorso intorno alla lingua, inserito weW Antologia del gennaio 1828 
ove si predica concordia fra letterati e si dimostra la possibilità 
di rendere illustre il linguaggio popolare, alle pratiche Cinque 
Letture di economia toscana, dalle sapienti e memorabili Lettere 
al prof. Pietro Capei sulla Storia del Longobardi (1) all'affettuosa 



(I) Un consiglio agli editori italiani. Sulla ^ìloria de' Longobardi e, 
in ispecie, sulla questione della condizione de' vinti Romani sotto i Lon- 
gobardi furono scritto in Italia parecchie monografie importanti, ed, in 
opere storiche voluminose, parecchie pagine dottissime. Ci parrebbe do- 



— (34 — 
necrologia scritta nel 1868 in onore e compianto del Capei medesimo, 
dalla vita del Colletta al Frammento sull'Educazione, è la mani- 
festazione continua d'uno stesso ingegno sempre virile e colto, e 
non di rado originale, di un animo sempre alto ed umano, di uno 
scrittore sempre castigato, sostenuto e di gusto squisito. Io mi at- 
terrò qui tuttavia a rilevare soltanto alcuni passi del libro sul- 
V Educazione e delle Letture d'Economia, come quelli che po- 
tranno servire a meglio completarci la figura dell'uomo. Il fram- 
mento snlV Educazione fu, per la prima volta, pubblicato a Lu- 
gano, nel 1811, senza nome d'autore; il Capponi s'era, prima di 
quel tempo, occupato molto col Ridolfi a profitto dell'istruzione 
elementare e popolare,; il frammento prova ad evidenza quanto 
profondamente egli conoscesse, e quanto largamente intendesse 
l'arte dell'educare, ossia l'arte di trar fuori l'uomo dal fanciullo : 
« Noi, scrive egli, figliuoli d'una rivoluzione che molti vecchi er- 
rori levò di seggio, e all'uomo concesse maggior balia di sé me- 
desimo, cerchiamo in noi stessi le più intime cagioni dei nostri 
vjzii e de' nostri mali : e quella severità di analisi che tutte im- 
putava le miserie dell'umana società agli ordini che la reggevano, 
ora si adopra a investigarne più addentro le cause negli elementi 
che la compongono. » La sentenza è vera e profonda, e merita di 
venir meditata anche oggi dai cittadini del regno d'Italia, più 
pronti ad accusare d'ogni lor male l'imperfetto Governo ch'essi 
si diedero, che sé stessi d'avere preparato e reso quasi necessario 
e inevitabile questo Governo. 

Il Capponi vuole saviamente che nella educazione si secondino, 
sovra tutto, la natura ed i bisogni dell'età fanciullesca ; quindi 
egli fa una raccomandazione giustissima che noi giriamo ai no- 
stri legislatori perchè, a costo di scontentare, quanti sono, i nostri 
metodisti, normalisti, precettisti e pedagogisti, si riformi senza 
troppo indugio nel senso indicato dalla ragione, « La natura dei 
fanciulli siccome quella dei popoli, tutta poetica da principio, tardi 
si volta all'analisi ; e però l'educazione di quelli come di questi, 
cominciata dalla poesia, bene si compie con la grammatica ed al- 



vesse rendere un buon servigio agli studiosi di storia ed a sé stesso, l'editore 
che raccogliesse in un solo volume il discorso del Manzoni, gli scritti spe- 
ciali dello Sclopis, del Balbo, del Capponi, del Capei e di altri sulla que- 
stione, oltre a parecchie pagine estratte dall'opera del Vesme e del Fossati, 
dalle storie del Troia, del Ranieri, ecc. attinenti alla questione medesima. 



— 65 — 
tre scienze consimili. Quindi è che l'insegnamento della gramma- 
tica ideologica mi piacerebbe fosse dato per ultimo ne'ginnasi e 
ne'licei, e come preparazione agli alti studii delle università. » 
Deplora il Capponi che, nell'insegnamento, « la vanagloria del- 
l'arte voglia in tutto sostituirsi alla efficacia della natura ; direb- 
besi che all'umana specie, mentre si rivendicano i diritti, si nie- 
ghi il valore. » E più oltre « siffatti metodi, col promuovere la 
fredda ragione a discapito del sentimento, conducono gli intelletti 
a una precoce maturità, che poi bentosto diventa una precoce vec- 
chiezza. A me sembra che i fanciulli egli adolescenti si degradino 
con l'apparire omaccini; e dico essere nelle forze giovanili tanto 
maggiore promessa, quanto elle più sentano sé stesse incompiute. » 
Egli preferisce l'educazione all'istruzione. « La notizia di molte 
cose diffuse tra molti sparsamente ed a minuto, io non credo che 
basti a fare scienza vera né profittevole; laddove una sola idea 
morale che abbia destato un affetto, basta ella sola a fecondare le 
menti di tutto un popolo, di tutto un secolo. » Alle madri mae- 
stre dà consigli preziosi: « Le cose udite, non le insegnate for- 
mano l'animo de'fanciulli. Io non credo pertanto che s'avvantaggi 
l'educazione col fare in tutto della famiglia una scuola ; e, quando 
la madre, per non uscire dall'arte, comprime in sé la vivacità del 
sentimento materno, pigliando aspetto di maestra, e, ubbidiente 
essa pure ad una legge che non è lecito alterare, usa col bambino 
un tale contegno, come se ella ogni volta dicesse a lui — av- 
verti a me ch'io ti educo ; — allora essa perde sopra l'animo dei 
figli suoi l'autorità dell'affetto. » Biasima poi con ragione l'istru- 
zione troppo puerile che suolsi impartire ai fanciulli, per mante- 
nerli più lungamente e- forse per tutta la vita cosiffatti : « Un 
gran numero degli educatori moderni, coi frivoli raccontini e i 
drammi pimmei e l'inevitabile cerimonia pel giorno onomastico 
del babbo, direbbesi quasi che si studino a mantenere l' uomo 
perpetuamente fanciullo, giardinieri che non sanno educare altro 
che i gracili steli degli inutili fiorellini, e impediscono la querce 
che gli offenderebbe con l'ombra. A tal che da tutta questa let- 
teratura infantile l'uomo avrà poco e debole frutto. » 

Delle cinque Letture d'economìa toscana la prima (1824) di- 
scorre intorno al rinvilio dei prezzi nelle principali derrate; per 
riparare a tale inconveniente economico, incoraggia la cura di 
certe coltivazioni trascurate, de'pascoli abbandonati, e raccomanda 
uno studio maggiore nella produzione de'vini, affinchè se ne mi- 
gliori la qualità, sì che possano meglio conservarsi ed esportarsi. 

Ricordi Biografici 5 



— 66 — 
Nella seconda lettura (1830) discorre delle condizioni dell'econo- 
mia agraria toscana sul line della dominazione medicea e sul prin- 
cipio della Lorenese, deplorando la stupida servile ammirazione 
di una parte degli italiani per tutto ciò cli'è straniero^ e l'orgo- 
glio ignorante d'un'altra parte che attribuisce ogni merito, ogni 
gloria, ogni privilegio della natura e dell'arte all'Italia. Nella 
terza lettura (1833), il Capponi discorre sui vantaggi e svantaggi 
economici e morali del sistema toscano di mezzeria, svolgendovi 
le idee più deuiocratiche. « Cadde l'industria in Toscana, cadde 
la repubblica. Le proscrizioni, le fughe dispersero molti cittadini; 
le proprietà si raccolsero, non dirò tra pochi, sempre il nostro 
suolo fu libero da questo flagello; ma scemò al certo il numero 
de'proprietarii, come si addice a monarchia. » E prevede fin d'allora 
que'mali che ora si deplorano gravissimi ne' villaggi campestri tosca- 
ni: « Che fare dei lavoranti a giornata? Dei pigionali? questione fra 
tutte, la più importante, che un giorno potrebbe anche divenir tre- 
menda. La terra non basta alle braccia, le quali chiedono e chie- 
deranno di coltivarla; ognuno sente la necessità d'accrescere tra 
di noi le manifatture; necessità ch'è sentita anche dall'agricoltore, 
per l'aiuto vicendevole che questa e le altre industrie tra loro si 
danno. » Sulla necessità di svolger maggiormente le industrie 
nelle campagne toscane torna il Capponi nella sua quarta lettura 
(1834), mentre poi biasima l'agricoltore, il quale, contrariamente al 
principio economico della divisione del lavoro, vuol fardi tutto un 
poco e finisce col far tutto ma'e, il manifattore, il mercante, lo specu- 
latore, il vinaio, il setaiolo; « dall'opera agraria sopraccaricandola 
di tanti ulizi che ignora, di tante faccende incompatibili, voglia- 
mo trarre ogni cosa; e poi ci lagniamo che la terra renda poco? » 
La quinta lettura tratta una delle questioni capitali dell'economia. 
« Della vera e dell'apparente distruzione dei capitali, » e condan- 
na, com'è facile a prevedersi, le dottrine de'Sansimoniani. Due 
anni dipoi, cioè nel 1830, il Capponi stendeva per l'inglese 
Bowring alcuni appunti sulle condizioni dell'economia agraria to- 
scana, e il Bowring li traduceva pel suo Rapporto intorno alle 
condizioni economiche di alcuni Stati d'Italia, compilato per com- 
missione del Ministero britannico e pubblicato a Londra nel 1837. 
Vitae et non scholae dìdicit scriveva il Niccolini del Capponi, 
raccomandandolo al Foscolo; e come il Capponi avea imparato 
dalla vita più che dalla scuola così egli nella vita volle e seppe 
porro tutto se stesso; ultimo rampollo di una stirpe illustre, sde- 
gnò riuscirne l'ignavo Augustolo; perciò la più bella pagina non 



— G7 — 
pure della genealogia dei Capponi, ma della storia contempora- 
nea toscana è rimasta la sua; di molti fu rumorosa la gloria, di 
nessuno più legittima la stima universalmente acquistata. Atti 
eroici egli non ha, ch'io sappia, compiuti; ma visse bene, operando 
e promuovendo il bene, per ottant'anni; chi ha fatto meglio e più 
di lui, domandi la corona; quanto a me, s'io fossi del popolo fioren- 
tino, non vorrei, senza dubbio, lasciar passare il 14 settembre 
senza mostrare d'essermi ricordato che vive ancora, in pensosa 
ed austera solitudine, non l'ultimo, se così piace alla benigna na- 
tura, ma il migliore de'cittadini di Firenze. 



III. 



RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 



^ La prima gioventù di Raffaello Lambruschini fu oscura ; la sua 
estrema vecchiaia è quasi deserta. La sua propria modestia tolse 
al Lambruschini la gloria ed i vantaggi degli splendori precoci ; 
la nostra presente ingratitudine gli toglie, in parte, la gloria ed i 
vantaggi degli splendori senili. 

Raffaello Lambruschini conterà fra poco 84 anni. Egli nacque 
a Genova il 14 agosto dell'anno 1788, da Luigi Lambruschini ed 
Antonietta Levrero ; fece i primi studii nella sua città natale, e fu 
quindi avviato alla carriera ecclesiastica. Nell'anno 1801, suo padre 
pose stanza in Livorno; quattro anni di poi il giovine abate si recava 
a Roma per compiervi gli studii ecclesiastici, quindi a Orvieto, 
presso uno zio paterno, vescovo in quella città, da non confondersi 
con un altro zio cardinale, personaggio che divenne poi famoso nella 
storia della reazione pontificia; ed, in quel tempo, il giovine Raffaello 
potè pure valersi, per gli studii, dei consigli e della guida del cele- 
bre Angelo Mai. Gli avvenimenti politici dell'anno 1812 tra- 
volsero pure e compromisero 1' abate Lambruschini, che dovette 
esulare in Corsica. Di ritorno dall'esiglio, ei rivide Roma ed Orvie- 
to; ma, per ritornare nel 181G a vivere fra i suoi, che intanto si 
erano raccolti in una loro villa di recente acquistata, detta San 
Gerbone (l), presso Figline nel Valdarno Superiore, edificata, per 
quanto pare, nel secolo decimoquarto dalla famiglia Franzesi, di- 



(I) Soggiorno, scriveva Mario Pieri, ben più da poeti e pittori, che 
da freddi economisti. 



— 69 — 
venuta nel decimoquinto proprietà dei Serristori, ed infine dei celebri 
Salviati. In questa villa della sua famiglia, e poi sua, Raffaello 
Lambruschini vive da più che mezzo secolo operando il bene, e 
dividendo le sue sapienti cure educative fra le tenere piante del 
suolo, destinate a ben vegetare, ed i fanciulli, le tenere piante 
della casa, allevate da lui a ben vivere. 

Il nome di Raffiiello Lambruschini non sarebbe tuttavia forse uscito 
mai dall'operoso, ma necessariamente limitato campo delle sue pri- 
vate beneficenze, ove, sopra il suo trentottesimo anno, il mode- 
sto agronomo di San Gerbone non avesse avuto la buona sorte di 
incontrarsi in quell'editore esemplare che fu Giampietro Vieusseux. 
Come quell'incontro sia avvenuto, ci narrano il Tommaseo e il I.jam- 
bruschini medesimo ne'singoli ricordi consacrati da essi al loro com- 
pianto benefattore. Al Lambruschini, scrive l'illustre dalmata. 
« non pareva né disagio, né vergogna venire dalla sua solitudine 
di Figline a Firenze e seduto tra gli scolari, ascoltare le lezioqi 
che dava di botanica il prof. Passerini. Lo additò il Passerini al 
Vieusseux, come idoneo all'opera del giornale ideato; e questi 
andò a visitarlo. Cercando (mi diceva egli, anni dopo) un agro- 
nomo, ho trovato un uomo. Non Giornale de'coììtadini come voleva 
dapprima il Vieusseux, ma propose il Lambruschini che Agrario 
s'intitolasse. » Udiamo ora le parole stesse del venerando solitario 
di Figline. « Ecco un bel giorno veggo apparire persona che cerca 
di me. Uomo già provetto, ma non vecchio ; gentile e franco di 
quella gentilezza e di quella franchezza benevola e disinvolta che 
viene dall'animo buono e dall'aver lungamente usato con ragguar- 
devoli persone. Era il Vieusseux. lo lo accolgo come si accoglie 
chi ci entra subito nell'animo, chi, non mai conosciuto, pur ci 
pare aver conosciuto sempre. Si parla; e un Giornale Agrario è 
il soggetto del conversare, perchè era il fine della visita. Io 
espongo le difl3coltà dell'opera ; il Vieusseux le appiana ; ed io 
prometto esporre i miei pensieri in una lettera a lui. La mia 
lettera è stampata nel fascicolo 69 (MV Antologia, settembre del 18-25. 
Era quello il primo scritto eh' io mandassi alle stampe , e avevo 
toccato il trentottesimo anno d'età. Oggi a stampare non si aspetta 
tanto (1).» Accettata la proposta del Vieusseux dal Lambruschini 



(1) Il venerando nomo cel perdoni, ma sembra a noi ch'egli potesse 
risparmiarsi questo ioutile frizzo, il quale, in ogni modo, riesce men 
bello inteso qui da Ini. Noi possiamo ammirare la modestia che 



— 70 - 
la pubblicazione del Giornale Agrario, come tante altre nobili 
imprese letterarie tornate poi ad onore de' nostri studii, fu 
discussa e ordinata nel palazzo di Gino Capponi, insieme con 
Lapo de'Ricci e il marchese Cosimo Ridolfì. Il primo fascicolo del 
Giornale Agrario vide la luce in Firenze sul principio dell'anno 
1827. Era preceduto da Due parole ai letlori, del Lambruschini, 
le quali la Biblioteca italiana del maggio 1827 annunziando, si 
affrettava a trovare scritte « con intendimento e con una unzione 
omiletica »; pretesto a tale giudizio dell' austriacante giornale 
essendo stata un'esortazione ai parroci di campagna, con la quale, 
conchiudendo il proemio, il Lambruschini tentava innamorarli di 
più delle cure campestri, perchè meglio istruissero e guidassero 
il campagnuolo ignorante. Il Lambruschini aveva, giovinetto, as- 
sunto il sacerdozio per compirne la missione evangelica e non 
per godere delle larghe prebende che a lui nipote di due prelati 
potenti poteano esser facilmente riservate ; e la sua missione di 
prete egli non tradi mai, neppur quando parve agli Evangelici 
volersi staccare dal cattolicismo romano, per iniziar quelle rifor- 
me che rendono ora famosi i nomi dei Dòllinger e dei Padri Gia- 
cinti (1), riforme che si sarebbero forse operate fin d'allora in 



ritenne per tanti anni il Lambruschini dal versare nel pubblico i te- 
sori del suo lucido e bene misurato e ben nutrito ingegno, ma a patto 
che lo stesso Lambruschini ci permetta di desiderare che il suo esem- 
pio sia seguito da pochi; poicliè, innanzi ai 38 anni, si può trovar 
tempo a studiare, scrivere opere più che mature, invecchiare e morire; 
la vita del Leopardi, fra tante altre, informi. 

(\) Trovo la notizia di questo fatto, esposto con benevolenza, nel 
primo volume delle Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana 
del Montanelli, Torino 1853. Lo zelante moderato F. A. Gualterio av- 
vertì tosto il Lambruschini delle parole scritte dal Montanelli, invi- 
tandolo a spiegarsi. Il 24 Giugno 1853, il Lambruschini diresse al Gual- 
terio una lettera che fu nello stesso anno pubblicata a Genova dal Pel- 
las, ove il Lambruschini protesta non aver mai voluto separarsi dalla 
Chiesa cattolica (non dice tuttavia dalla romana) ; ma sul fine del 2. voi. 
delle Memorie, il Montanelli che intanto avea avuta notizia della lettera 
scritta per suggestione del Gualterio, reca in prova delle tendenze ri- 
formiste del Lambruschini sei pagine di ricordo scritte in francese dal 
testimonio Carlo Eynard alle quali rinvio per sua istruzione e per giu- 
stificazione del Montanelli, il lettore; dovere d'imparzialità m'impone 
tuttavia qui l'obbligo di soggiungere le parole che lo stesso Lambru- 



— 7L — 

Italia, per l'autorità grande del solo Lambruschini, se la comme- 
dia lil)eralesca rappresentata da Pio IX appena assunto al pon 
ti Acato, non avesse a un tratto riaccostato alla Chiesa cattolica 
romana i nuovi dissidenti, e se gli errori commessi dalla demo- 
crazia italiana dopo il tradimento dei prìncipi mascherati da 
demagoghi non avesse alienato dalle novità, e quindi dal desi- 
derio delle riforme, quei liberali di parte moderata, fra i quali era 
pure il Lambruschini, liberali sinceri, nell'animo, ma timidi e fa- 
cili a stancarsi all'opera, e che, del resto, s'erano sempre tenuti 
paghi di promuovere quella ch'essi battezzavano col nome di 
agitazione legale, e che si potea forse dir meglio, in piii casi, 
agitazione per non parere. 

Il Lambruschini era prete, e prete si mantenne così nella con- 
dotta della sua vita come ne' suoi scritti, sempre : del che nes- 
suno che abbia in pregio gli uomini d'un sol carattere potrebbe 
non lodarlo ; la religione è in cima d'ogni suo pensiero ed affetto ; 
ogni altra cura diviene a lui secondaria, ed alla religiosa aeve ri- 
maner sottomessa. È questo, senza dubbio, un modo elevato di con- 
siderare la vita, ed è il suo ; merita pertanto rispetto chi 1' ha 
costantemente osservato, e chi da quel principio che pose salde 
radici nell'animo di lui seppe trarre tanta e cosi generosa eloquenza. 
Ma, come noi rispettiamo volentieri i moderati finché, per eccesso 
di moderazione, non trascendano all'intolleranza d'ogni moto più 
rapido, più ardente, più vitale, che possa farsi intorno ad essi, 
cosi, rispettando il principio de' principii che governa pure al 
di fuori tutta l'esistenza del Lambruschini, non desideriamo poi che 
esso sia esagerato a nostro danno, e finisca col dannare come re- 



scliini mi scriveva da San Gerbone a' 6 di giugno di quest'anno: « una 
diceria senza fondamento, la quale io già ribattei in quella lettela me- 
desima scritta da me al Gualtiero che ella cita. Io intendo parlare del 
concetto die si 'ice aver io espresso intorno al concilio di Trento. Io 
non ho qui presente un esemplare di quella mia lettera al Gualterio ; 
ma mi ricordo bene aver anzi io dichiarato di non potersi trattare di 
riforme nella Chiesa cattolica se non movendosi appunto dalle dottrine di 
essa (i Dòllinger e i Padri Giacinti non dicono punto diverso). Vorrei aver 
qui una copia di quella scrittura per far vedere come io abborrivo da 
da ogni irregolare novità. Discuiendo su questo tema potrei bene io 
aver parlato del Concilio di Trento con quella onesta e Aliale libei'tù 
che includo la riverenza (nessuno ciò pose in dubbin\ od è concessa al 
Teologo e al buon cattolico. Ma nulla più. » 



— 72 — 

probi e come perduti, quanti, sinceri essendo, credono di dovere 
procedere più sciolti e per vie più ardue, nella ricerca del vero. 
Nelle opere educative del Lambruschini torna spesso il prezioso 
consiglio che, per arrivare d'ogni cosa a formarsi un criterio pros- 
simo al vero, convien vedere e osservare, provare e riprovare. 
È, per l'appunto, quanto s'adoprano di continuo a fare quelle scienze 
positive, contro le quali in una recente dispiacevole polemica sol- 
levatasi in Firenze, intorno alla probabile prima discendenza del- 
l'uomo, il Lambruschini lanciava l'anatema. E, per questa volta, il 
sacerdote cristiano ci sembra avere oltrepassato i limiti del suo 
mandato religioso ; poiché nessuna religione, a' suoi principii, 
predica intolleranza, e quella in cui fummo allevati forse meno 
d'ogni altra ; perchè dunque questo pronto sgomentarsi per ogni 
antico idolo che si venga a rovesciare? Voi dite bene che la reli- 
gione è innata nel cuore dell'uomo; ^a quella eh' è innata, quella 
nessuno la può toccare ; ciò che si sfrantuma è invece l'esterno 
dell'edifìcio ; fuori delle anguste forme della rivelazione lo spirito 
s'alza e si muove di più; ed è pure in questo agile spirito che 
voi ponete il vostro fondamento religioso, ed è di esso che v'aiu- 
tate per innalzare a gi-ado a grado il vostro Dio. Voi non potete 
rassegnarvi a pensare l'uomo sollevato a un'altezza quasi divina 
da una forma ed esistenza primitiva quasi brutale; preferite per- 
tanto negare il progresso, confessandovi decaduti da un essere 
più alto e più perfetto di voi ; ma vediamo ed osserviamo, ma 
proviamo e riproviamo la storia e la natura, vi si può opporre 
con parole vostre, e se non arriveremo ancora a r.onchiudere che 
il vero, l'ultimo vero è trovato, ci saremo accostati di molto ad 
esso, rimuovendo anzi tutto dalla nostra via quanto si prova e 
quanto si può provare falso; o, se si preferisca invece non pene- 
trar nulla di nulla, e chiudere gli occhi per creder tutto adorando, 
anche una tale libertà si vuol concedere e rispettare, a patto che 
non si debba poi tutti fare il medesimo, e che chi ha sguardo 
d'aquila possa, volendo, dall'alto delle sue rupi solitarie, conti- 
nuare ad appuntarlo fieramente nel sole. 

Ma, nel Giornale Agrario, il Lambruschini non faceva altro, in 
somma, se non esercitare nobilmente un suo nobile diritto, quando 
preposto a scrivere di cose agrarie, con pensiero originale che gli 
era venuto su dal cuore, ei si proponeva "non solo d'istruire ma 
eziandio di educare il contadino, rivolgendosi pure alla carità in- 
telligente de'buoni parroci, perchè in quest'opera di luce e d'amore 
gli dessero o piuttosto gli crescessero forza. 



— 73 — 

La Biblioteca ilaliana, anche per quella volta l'avea dunque 
sbagliata; e le Omelie del Lambruschini, oltre agli scritti di lui 
competentissimi intorno all'allevamento de'bachi, e ad altri argo- 
menti speciali d'agronomia, trattati da maestro, insieme coi dia- 
loghi del De Ricci e coi consigli agricoli del Ridolfi, fecondati 
poi in altre opere a profitto dell' agricoltura, ebbero per risul- 
tato che il contadino si trovi ora forse men villano qui che al- 
trove; non piccolo vantaggio, chi consideri la difficoltà quasi di- 
sperata dell'impresa di dissodare un terreno non tanto vergine 
quanto ribelle ad ogni maniera di coltura. 

Il Lambruschini era nato coltivatore per eccellenza, egli avea 
incominciato per coltivar bachi, e trattone fuori della buona seta ; 
continuò, coltivando fanciulli, e ne trasse fuori degli uomini. Fu 
il Vieusseux il quale, come primo l'aveva avviato a scrivere, l'av- 
viò pure ad educare, affidandogli l'educazione ed istruzione del 
maggiore de' suoi nipoti, e dando cosi principio a quell'Istituto, da 
cui uscì la Guida dell'Educatore. Il manifesto della Guida uscì il 
20 novembre del 1835; la prima dispensa ne apparve nel gen- 
naio 1836. Cito queste date, perchè importano nella storia della 
nostra coltura, il Lambruschini essendo stato il primo a inten- 
dere, ampliare, commentare, applicare, fecondare fra noi, per mezzo 
del suo giornale, i metodi educativi del Pestalozzi, del Girard e 
del Naville, il primo a scrivere in modo pratico, alto e continuato, 
d'educazione. Dopo di lui, si fecero più tentativi analoghi, che gio- 
varono essi pure al progresso dell'insegnamento fra noi ; ma la 
spinta l'avea data il Lambruschini, con lo studiar prima nel si- 
lenzio dell'osservazione e degli esperimenti la questione educativa, 
e quindi esporla nel modo più signorilmente disinvolto ed affet- 
tuoso ai meno intendenti. 

« L'abate Lambruschini, scrive il Tommaseo riferendosi all' anno 
1830, uso a riguardare con occhio amorevole l'intelligenza gracile 
dell'infante e la civile moralità dell'intera nazione, il Lambruschini 
che ne'suoi recenti discorsi ai novelli maestri applica rettamente 
al primo insegnamento il principio dell'Aquinate e del Rosmini 
intorno alla natura della mente umana, procedente sempre dal co- 
mune e indeterminato al particolare e al definito; e che sopra 
l'arte del leggere a senso, dappertutto falsata, dice cose di quella 
feconda semplicità che concilia il vero col bello in cara armonia; 
il Lambruschini già sin d'allora sui più pronti e ragionevoli spe- 
dienti dell'insegnare a leggere iniziava quelle proposte che viene 
nella sua vivace vecchiezza continuando. » Chi desideri ora tro- 



— 74 — 
vare in breve spazio raccolti i principali principii insegnativi che 
da quarant'anni viene il Lambruschini diffondendo per mezzo dei 
suoi libri e giornali nelle famiglie e nelle scuole d'Italia, cerchi 
del bel volume uscito di recente in Firenze (1), dedicato a Gino 
Capponi, comprendente quattro Bialoglii che intorno hW Istruzione 
l'Autore suppone di fare con alcuni amici per riassumersi, nella 
sua villa di San Gerbone, e le sei lezioni, da lui recitate all'Isti- 
tuto di Studii Superiori, negli anni 1868 e 1869 come professore 
di pedagogia. Inaugurando ottuagenario una cattedra alla quale 
la scarsa carità del governo italiano lo costringeva per giustifi- 
care uno stipendio che egli aveva diritto di ricevere come ispet- 
tore generale delle scuole elementari, ma che il governo non cre- 
deva potergli più attribuire, avendo, pe'soliti raggiri degl'imi che 
comandano ai potenti, un bello, no, anzi, un brutto giorno, soppresso 
l'impiego, scusavasi l'esordiente non già, come si suole, della po- 
ca, ma della troppa esperienza, non già come suolsi^ della gioventù 
ignara, ma della vecchiaia fatta uggiosa e disutile. Eppure i mae- 
stri e le maestre che erano presenti alle conferenze della vecchia 
loro Guida, ebbero a sentirsi ringiovanire nel mirare il caro vec- 
chio onorato, curvo della persona, ma dritto, alto e sovrano sem- 
pre col pensiero che spaziava libero e sereno in mondi così pieni 
di poesia, che quel suo corso di pedagogia è riuscito ad un tempo 
un'eloquente Poetica. 

Ma, per poter determinare in una forma così ordinata e lette- 
rariamente perfetta i suoi pensieri pedagogici, dovette il Lambru- 
schini far lungo esperimento di sé non pur nell'arte educativa, 
istruendo egli medesimo, promuovendo, dirigendo, sorvegliando 
in Toscana scuole d'ogni maniera, per il popolo, per i fanciulli, 
per le donne; ma nell'arte dello scrivere ancora; nella quale arrivò, 
in breve, a tanta fama di eccellenza che, per quanto si rileva da una 
lettera nei dicembre del 1846 dal Giusti indirizzata al Capponi, 
lo stesso Giusti, sopra un solo cenno che aveva dato il Lambru- 
schini al Criorgini (2) rimediava da cima a fondo con lievissimi toc- 



(1) II titolo del libro è il seguente: Bdla istituzione, dialoghi di Raf- 
faello Lambruschini, con la giunta d'alcune lezioni dette nell'Istituto'di 
Studii Superiori in Firenze. 

(2) Il Giorgini figura pure presso il Lambruschini in un'altra occa- 
sione, della quale abbiamo più sopra lasciato ricordo. « Un jour, scrive 
il citato Charles Eynard, pendant l'hiver de 1845, Giorgini, entrant 



- 75 - 

chi il piglio troppo confidenziale deWa. Rassegnazione, e l'Accademia 
della Crusca non pur accolse, sebbene tardi, quantunque non toscano, 
il Lambruschini tra i suoi socii residenti, ma volle ancora onorarlo 
con la dignità di arciconsolo. Le conoscenze del Lambruschini in 
fatto di economia pratica, pubblica e privata (alla quale ei dedicava 
pure buon numero di scritture pregevolissime) gli meritarono nel 
1848 la fiducia del popolo clie lo volle suo deputato all'Assemblea 
toscana (1), come già gli avean meritato per tempo quella de'Geor- 
gofili, in mezzo ai quali lavorò con onore e seguito per lunga 
serie d'anni; e piìi tardi lo fecero degno di sedere nel Senato del 
Regno d'Italia, 

Il Lambruschini vive ora ritiratissimo. Nella nostra fanciul- 
lezza, ciascuno di noi s'è educato il cuore e scaldato a poesia 
l'ingegno nelle Letture per i fanciulli e nelle Letture giova- 
nili ch'egli stesso avea scritto per tirarci su galantuomini; e 
gli altri libri per la fanciullezza pubblicati negli anni appresso in 
Italia, quelli in particolare di Pietro Thouar, spirarono tutti più 
meno dalla mente e dal cuore del nostro primo, più caldo, e 
più operoso educatore; dimenticare que'beneficii ricevuti nella no- 
stra prima età sarebbe ora sconoscenza indegna, e, poiché la gra- 
titudine vuoisi che piaccia anco a Dio, non potendo off"rire altro 
omaggio al nostro solitario antico benefattore di Figline, volgia- 
mo a lui almeno un pensiero d'affetto; chi ci ha insegnato cosi 
bene a fare i primi passi non si trovi solo nella sua età cadente, 
a tentare, sulla terra che gli fugge, i suoi passi estremi; mille 
mani di giovani buoni e gagliardi sian pronte a rialzarlo caduto, 
e mille cuori ben fatti mostrino figliale sollecitudine a consolarlo 
afflitto; egli ci ha chiamati a sé e ha riscaldato il cuore di noi 
fanciulli; non assideriamogli nel dolore l'estrema vecchiezza, colla 
nostra presuntuosa indifferenza, e, peggio ancora, col nostro sto- 



cliez Montanelli, nous dit: Vous ne savez pas: Lambruschini m'écrit 
qu'il va venir à Pise et m'envoyo en attendant un mémoire sur les abus 
qu'il Youdrait réformer dans l'Église. Figurez-vous qu'il se propose 
tout simplement de rayer de l'Histoire Eccl^siastique tous les actes du 
Concile de Trente, et de reprendre l'Église à cette epoque, où les abus 
n'étaient point encore stereotipe.? par le dit Concile, et il m'engage à 
le communiquer à mes coUégues de la Faculté de Théologie ! » 

(1) Il Lambruschini votò sempre con la parte moderata, per la quii le 
scrisse pure nel giornale La Patria. 



- 76 — 
lido disprezzo; ei non può, senza dubbio, avere gli ardimenti nostri; 
ma nulla oseremmo ora forse noi s'egli non avesse durata molta 
pazienza a tenerci su ritti nella prima età; la quercia quando è 
adulta sfida i fulmini e gli uragani; ma non si alzerebbe però se, 
nel suo primo germogliare, non l'assistesse alcuna mano benefica 
e vigorosa per non lasciarla piegare alla furia dei primi venti 
contrarli. 



IV. 



CESARE CANTU 



Calomniez, calotimiez, il en resterà toujours quelque chose ; è 
ancora del Voltaire questa sentenza; e nessuno ne ha sentito più di 
Cesare Cantù la verità e l'amarezza. 

La calunnia lo perseguita nella vita da quarant'anni e, dov'essa 
fu tanto operosa, dovea finalmente mantener vivo alcuno de'suoi 
mostricini. Innanzi alla calunnia, la vittima calunniata può appi- 
gliarsi a più d'un partito, ma sempre con la certezza di non uscir- 
ne mai perfettamente sana ; cliè non tutti hanno la fede e il san- 
gue freddo del gaio Humbug, per ripetere allegramente con lui : 
« La calomnie c'est comme la rougeole; quand elle sort, on en 
guérit; quand elle rentre^ on en meurt »; ma, quando la rosolia vien 
fuori, è, invece, attaccaticcia e si propaga, e guai a non sapersene 
ben riguardare in tempo o a farle pigliare aria. Tuttavia, confesso 
che il paragone di Humbug mi piace, e che, se molti anco nel 
nostro paese la pensassero a quel modo, la merce della calunnia 
subirebbe un gran ribasso e sul mercato dell' opinione si scon- 
terebbe male. 

Altri partiti rimangono ancora all'uomo calunniato. Il meno 
pio, ma il più efiìcace, il più pronto, il più naturale consiglio. 
quando si conosce il calunniatore, parrebbe l'andargli sopra come 
si può e il castigargli al primo incontro, poco cavallerescamente , 
r ignobile ceffo mendace; giustizia che falla di rado, poiché, 
in regola generale, chi ha ragione è sempre tre volte più forte 
di chi ha torto; giustizia all'americana; ma, noi altri in Europa, 
siamo più innanzi di così; il barbaro medio evo ci ha insegnato 
cortesia; all'uomo stesso che disprezziamo e che ci fa schifo, dob- 



— 78 - 
biamo, per riguardi sociali, gettare pulitamente un guanto di 
sfida, e provocarlo, accademicamente, come un nostro uguale, ad una 
gara d'armi; se il nostro calunniatore, dopo averci a suo agio 
tolto l'onore, avrà pure la fortuna insolente di toglierci la vita, 
egli rimarrà un fior di gentiluomo, ed, a difendere l'onor nostro, 
provvederanno poi i nostri figli deserti, se la fame concederà 
loro di maturarsi fino all'età non cristiana delle vendette. 

Né l'uno né l'altro de'due partiti maneschi piacque al signor Cantù, 
quantunque è assai probabile che, s'egli, fin dai primi attacchi, si fosse 
fatto un po' di giustizia con le sue mani, per cacciare i tafani 
da sé, questi non gli avrebbero posto un assedio così perverso, 
così regolare, e cosi ostinato, come hanno fatto con grande mole- 
stia e detrimento di lui. 

Esclusa la giustizia sommaria , rimangono i tribunali , ove 
il calunniato ha per lo più lo svantaggio d' essere esposto ad 
una nuova e peggior berlina, poiché il calunniatore, per non re- 
stare al disotto, si trova costretto a torturare la sua vittima, fru- 
gandone tutte le debolezze più occulte e malignando su tutte. 

Rassegnarsi dunque al silenzio? Ma il silenzio s'interpreta 
troppo spesso per segno di consenso o per segno di paura; il 
savio Humbug tuttavia tacerebbe. 

Opporre parole a parole ? Ma se il libello che calunnia si legge 
da mille, l'apologia si legge da uno. Pure al Cantù parve an- 
cora ottimo partito quello di assumere egli stesso la propria di- 
fesa; se non che, egli non seppe sempre difendersi bene ed a 
tempo. Anzi tutto, ei non pesò, in ogni tempo, con mente ab- 
bastanza serena , il valore e l' importanza delle accuse che gli 
erano dirette, così che talora trattò come calunniosi certi giudizii i 
quali ei poteva o riceversi in pace come avvisi salutari, o facil- 
mente rivolgere in proprio onore e vantaggio. Il Cantù si dolse 
egualmente de'cattolici che lo accusavano come eretico, e de'libe- 
rali che lo trattavano come uomo in ritardo col proprio tempo; 
non esaminò sempre se le opere proprie non offrissero qualche 
appiglio pretesto a questa varietà di giudizii e, nel rilevare invece 
que' giudizii stessi, per provare ai clericali ch'ei non dissentiva 
da loro, e ai liberali ch'egli avea sempre pensato liberalmente, 
pose in maggiore evidenza la propria apparente contradizione. E 
dico apparente, a studio; poiché, il Cantù poteva benissimo rima- 
nere, al pari d'altri illustri scrittori italiani che l'acre morso della 
calunnia non ha mai offesi, buon guelfo e buon patriota ad un 
tempo; gli scritti di lui non rendevano specie d'un uomo muta- 



- 79 - 
bile, ma solo, di una ragione che si studia di porsi in equilibrio 
col vero e di un animo appassionato che s'innamora del bello e 
si disgusta del brutto ovunque il trovi. Fu l'avvocato, fu il pole- 
mista che contribuì a crescere nemici allo scrittore, e lo espose 
in breve alle più nere calunnie. 

Nel render conto pertanto di quello che il Cantù scrisse e di 
quello ch'ei fece nella sua vita di più rilevante, ho a distinguere 
in lui, per essere pienamente giusto, due uomini essenziali; lo 
scrittore glorioso ed il suo non sempre felice apologista e riven- 
dicatore. 

Il Cantù fu sempre buon credente e buon italiano ; tutta la 
sua vita n'é continuo documento; ed i giovani lettori saranno 
pronti, io spero, a persuadersene, leggendo queste poche pagine e 
meglio ancora , ritornando con animo sereno , sopra le opere 
tutte dello storico di Brivio. E pure, sarebbe assai diHìcile, su 
dieci italiani che ragionino insieme del Cantù, il trovarne due 
soli disposti a rendergli giustizia; egli s'è alienato, con le sue fre- 
quenti sferzate al -pubblico, dal quale si chiama, quasi in ogni suo 
nuovo lavoro, indegnamente offeso, quel pubblico stesso che ne 
compra, ne legge e n'ha in pregio gli scritti. Con l'esagerarsi fin 
da principio il numero, l'acrimonia e l'ostinazione malvagia de'suoi 
nemici, egli ha forse contribuito a crearsene dei nuovi, ed a la- 
sciarsi credere brontolatore infinito, astioso ed insocievole. 

S'egli avesse invece fatto tacere ne'suoi lavori storici e lette- 
rari ogni suo privato risentimento, avrebbe reso più sereno e più 
autorevole il proprio giudizio, tolto a'malevoli il pretesto di molte 
nuove accuse ch'essi fondano non tanto sugli scritti originali e 
fondamentali del Cantù, quanto sulle querimonie soggettive alle 
qualij egli, mal dominandosi, tratto tratto s'abbandona; querimo- 
nie ora dirette contro gli amici ora contro gli avversarli, che 
stancano naturalmente avversarli ed amici, e condannano ora il 
Cantù ad un ingrato isolamento Egli poteva invece riserbare ad 
uno scritto solo, efl^lcace, ben nutrito di fatti, la propria, unica e 
completa apologia diretta a confondere i suoi veri calunniatori, e 
con ciò avrebbe ottenuto il grande vantaggio di ferire i soli veri 
malevoli e non gli immaginarli e non gli innocenti, di sfrondare 
alcune delle sue opere di digressioni personali men convenienti, 
di farsi, finalmente, un merito di una difesa che gli si è voltata 
invece, in manifesto danno. 

Già fin dall' anno 1830, m\ Messaggiere Torinese, Angelo 
Brofferio dava un po' vivamente al Cantù un consiglio, che de- 



— 80 — 
ploriamo non sia stato seguito: « che vuol egli il Canta ? acqui- 
star fama senza ostacoli e senza beffe ? Salire alla gloria senza 
calunnie e senza persecuzioni? E in che mondo cred'egli di es- 
sere?... Cessi, cessi una volta da queste puerili lamentazioni. E 
egli beffato, calunniato? Cammini per la sua via, e senza chi- 
narsi a guardare, schiacci col piede gl'immondi vermi che si agi- 
tano nel fango. » Dolevasi fin d'allora il Cantù d'esser fatto pas- 
sare per libertino dagli uni e per retrogrado dagli altri, mentre 
egli non è veramente né l'uno né l'altro; e questo è pure il suo 
lamento odierno; giusto lamento, ma che, rinnovato, stuzzica sol- 
tanto con suo danno i vespai, mentre bastavano largamente i suoi 
libri e la condotta della sua vita a giustificarlo, come certamente 
il giustificheranno nell'avvenire, quando tacerà ogni dispetto con- 
tro la persona, cui si attribuisce ora il torto di risentirsi, e se ne 
avranno solo più fra le mani gli scritti, utili tutti e sempre ge- 
nerosi. 

In una sua poesia giovanile alla Malinconia, il Cantù le inneg- 
giava cosi: 

Dove quell'ermo vertice 
Lungi dal mondo tace. 
Chiesi al tuo pie seguace 
Pensieri e libertà: 

' ' ' dove il muschio e l'edera 

Sul mio castello erranti, 
L'ire, le laudi, i pianti 

Copron d'un'altra età. 

Presso quell'ermo vertice, presso quel castello, che ha nome 
Brivio, e sorge sulla destra dell'Adda, nel Milanese, nacque l'S di- 
cembre 1807, Cesare Cantù, primo frutto delle nozze di Celso 
Cantù con Rachele Gallavresi. La povertà dell' asse paterno ob- 
bligò il fanciullo Cesare a vestir l'abito ecclesiastico per godere 
d'un benefìcio, in grazia del quale egli potè mantenersi in Milano 
agli studii per parecchi anni. Ma, non pur diciottenne, depose quel- 
l'abito, non sentendosi inclinato pel sacerdozio, e andò professore di 
grammatica nel Liceo di Sondrio, trasferito dopo quattro anni in 
quello di Como, ed a venticinque anni in quello di Milano, dopo 
avere, nel suo 22" anno perduto il padre, e preso sopra di sé la 
grave cura della madre, de' numerosi suoi fratelli minori e delle 



— 81 — 
sue sorelline, per provvedere quindi all'educazione e al colloca- 
mento di tutti. 

In età di ventun'anno, il Cantù aveva pubblicato a Como, per 
i tipi dell' Ostinelli, la sua novella patria, in ottava rima, in 
quattro canti, Algiso o la Lega Lombarda, la quale egli de- 
dicava alla lombarda gioventù cui stringe amore del loco na- 
tio, e che fu da' più autorevoli giornali di quel tempo, ono- 
rata con larghi encomii; il poeta vi rivelava il nobile inge- 
gno (1), il cittadino il cuor generoso. Un anno di poi seguiva la 
pubblicazione della Storia di Como (in dieci libri) sulla quale in- 
formando il Tommaseo noiV Antologia del fascicolo di dicembre del 
1830 si riassumeva cosi: « Sarebbe difficile fra le storie munici- 
pali trovare storia più piacevole a leggersi e più saggiamente 
scritta di questa. L'esattezza de'fatti, la rapidità e la chiarezza 
della narrazione, la morale eccellente, concorrono a far di que- 
st'opera un titolo d'onore e all'autore e alla patria; » e fin d'al- 
lora il Cantù prometteva di non « sozzare la penna con giullerie 
e con garriti che rechino gaudio ai maligni cui troppo, giova ve- 
der gl'Italiani ringhiosi venire alle prese fin nel mansueto regno 
delle lettere. » Il Cantù era allora alle sue prime scaramuccie col 
pubblico, e incominciava a tingere d'acri umori la vergine sua 
penna. Nello stesso anno 1829, girava anonimo per Como un ser- 
mone del Cantù, inteso a flagellare i Comaschi per l'onore di una 
lapide da essi decretata a Giuditta Pasta, mentre non se n'era 
ancora posta alcuna al Volta; facil indignano versus; l'Italia vi 
è chiamata ruvidamente meretrice invecchiata; e si termina il 
sermone cosi: 

Pargoleggiar co'suoi balocchi in pace 
Il Lombardo lasciamo, e torniam noi 
Nel silenzio pensante. Io volontario 
Esulo alla Cavargna. Ivi il curato 
Ha paga da curato, e il fenajuolo 
Da fenajuolo, equo compenso il merto ; 
Là grido ai ceppi e niun la crede invidia , 
Là fino al di della speranza io dormo. 



(1) La Biblioteca italiana lo prenunziava fin d'allora « scrittore non 
ordinario. » 

Ricordi Hiografici 6 



— 82 — 

In altro sermone, che s'intitola il feWraio del ISSI si cantano 
le speranze e i disinganni delia patria, gli amori e gli sdegni; il 
poeta vi si finge un vecchio soldato d'Italia, e dice ad un amico : 

Fa conto 
D'un braccio uso a ferir tedesche spalle. 
D'un cuor che conta al par servaggio e tomba. 

E, in quel memorabile anno 1831, il giovine Cantù C(>llabo- 
rava pure all' Indicatore Lombardo, e v' imprendeva, a M anni, 
la pubblicazione di quel suo dotto commento alle pagine sto- 
riche de' Promessi Sposi, che s' intitola: La Lombardia nel se- 
colo XVIII, una vera storia aneddotica e sociale di quel tempo. 
Il Canti] dedicava pure questo nuovo suo libro ai Giovani Lom- 
bayxli, con le parole seguenti che acquistano importanza anche 
maggiore, per l'anno in cui furono scritte e pubblicate: «Questo 
commento l'offro a voi, giovani Lombardi miei coetanei che, pieni 
di speranza voi stessi, le speranze alimentate della patria. Benché 
nuovo, benché d'un vivente, benché d'un cittadino, accoglieste con 
plauso il racconto de' Promessi Sposi, e ben avete inteso che non 
è scritto come la comune de'romanzi, per acquistare la lode di un 
momento, ed ingannare la noia, castigo di chi non fa nulla; ma 
vi presenti nelle scene storiche l'aspetto del passato, o vi riveli 
-nelle scene di passione l'aspetto di tutti i tempi, vi fu chiaro come 
ogni idea vi sia subordinata ad un concetto grande; tolga su 
certe verità la non curanza che è peggio dell'errore; formi in 
chi legge una persuasione efficace, operosa. Il mio commento vi 
convincerà ognor più siccome in quell'opera la piì.i scrupolosa ve- 
rità storica vada congiunta all'interesse, alla vivacità del racconto, 
a tanta dose di sapienza riposta e di sapienza popolare. Giovani 
Lombardi, coetanei miei, io avrò ottenuto il mio fine se quel li- 
bro che divoraste per diletto, ora lo rileggerete per istruzione, 
affine d'impararvi a pregiar quanto si meritano la libertà civile, 
l'uguaglianza dei diritti, a divenire indulgenti col giorno d'oggi 
confrontandolo col passato; e compiangendo i traviamenti della ra- 
gione umana, operare a rinvigorirla col sapere e colla medita- 
zione. » Fu dopo aver letto quel libro, e i primi capitoli dell'opera 
sul Parini, che il famoso poliziotto ed invido letterato trentino 
Paride Zaiotti ebbe a sclamare che Cesare Cantù faceva due 
passi verso la gloria e tre verso la galera. E lo Zaiotti stesso si 
incaricò quindi di farlo arrestare nel 1833, come compromesso per 



— 83 — 
delitto d'alto tradimento, per avere il Cantù contribuito a salvare 
alcuni cittadini dall'Austria perseguitati: ma, se la ragione poli- 
tica entrava per una parte in (luell'arresto, l'invidia del letterato 
c'entrava pel rimanente. \J Indicatore Lombardo turbava i sogni e 
più gli aflFari dello Zaiotti; e ClqW Indicatore il Cantù era principale 
e poderosa colonna. Oltre all' opera sulla Lonibardia, aveyano in 
esso veduto la luce alcuni lavori critici del Cantù stesso, per quel 
tempo, arditi e originali; erano dessi: un Discorso intorno a Lord 
Byron, uno studio su Vittore Hugo e il Roynanticismo, ed i Saggi 
sulla letteratura tedesca, ne'quali ultimi si nota fra gli altri, per 
la sua larghezza, il consiglio « a non dispregiare la letteratura 
di qualsivoglia paese per la sola ragione dell'esser forestiera, e 
stravagante dalle consuetudini nostre, ma a cercare in ciascuna 
quel che v'ha di più acconcio a giovare alla nazionale. » Nel 1833, 
videro pur la luce i primi capitoli della ricca monografia : L'abate 
Partili e il suo secolo, alla quale doveano succedere, secondo il 
pensiero del Cantù, altre monografie speciali sul Beccaria, sul 
Verri, sul Tamburini e su Giuseppe II. La sola opera sul Beccaria 
potè tener dietro a quella sul Parini, nell'anno 186'2 (1); le altre 
monografie fornirono, invece, copiosi materiali sàVà Storia Universale 
e alla Storia dei cento anni. La Rivoluzione della Valtellina nel 1029, 
preludio all'opera più tardi riveduta ed ampliata, che s'intitola 
Il Sacro Macello di Valtellina, episodio della riforma religiosa, e 
altri scritti storici e letterarii del Cantù videro ancora sparsa- 
mente la luce attorno al 1833, ossia nei primi cinque lustri del- 
l'operosa sua vita; io qui lo rammento a quegli immemori italiani, 
i quali non riconoscono al Cantù altro merito da quello in fuori 
d'aver compilato una voluminosa Storia Universale. Egli incominciò 
con la storia municipale di Como, cui fece seguire più tardi la 
Storia di Milano e la storia di Venezia. Allargando quindi il suo 
disegno, concepì la Storia degli italiani; conosciuta bene la storia 
d'Italia, provvide a metterla in relazione con la storia del mondo; 
egli alfine compilò, si, ma sopra sé stesso, sopra i materiali del 
proprio sapere, con prodigiosa alacrità d'ingegno accumulati. Chi 
rise pertanto, di recente, sopra uno scherno alquanto buffonesco 



(1) Fu dedicata al conte Sclopis; la stampa e i dotti giuristi furono 
unanimi a diro un gran bene di questo bel libro apparso nel 186:2, in Fi- 
renze pei tipi del Barbera. 



— Sè- 
di briosa ma lieve romana effemeride, la quale raffrontava il Cantù a 
que'tali cuochi, i quali mettono a bollire nel primo mattino un 
bel pezzo di bove per servire del brodo, e poi avendo bisogno di 
altro brodo aggiungono acqua senza fine, rise inconsideratamente. 
Se il Cantù si fosse contentato di lavori sparsi, s'ei non raccoglieva 
mai i proprii innumeri dìsiecta memhra, tutti ammirebbero, 
senza dubbio, la originalità, versatilità, ed inesausta ricchezza del 
suo sapere. Perch'ei si diede la pena per noi, dopo avere faticato in 
infiniti e diligenti lavori speciali, di riassumersi, ed ha pure il 
merito raro, dopo essersi riassunto, invece di dormire sopra i 
proprii allori, di allargare e rendere più evidenti certi punti spe- 
ciali della sua immensa enciclopedia storica, ecco i gazzettieri, i 
quali non fanno essi stessi quasi mai altro in lor vita, scagliar- 
glisi addosso e gridare ai quattro venti che Cesare Cantù ha la- 
vorato sempre e continua a lavorare con le sole forbici. Ma il 
Cantù lasci dire e continui, per quanto ei può, l'opera sua feconda 
di bene; il fatto stesso che i nuovi libri da lui tagliati su panno 
vecchio, con le sole forbici, come si dice, continuano a vendersi 
e a divulgarsi rapidamente, le deve assicurare che il pubblico 
stesso s'incarica di vendicarlo. Lasci dire, io ripeto, e non rac- 
colga con le mani sue, che il lavoro più che altro ha santificate, 
il fango che gli si getta addosso dagli invidiosi infingardi. 

Ogni uomo di lettere deve essere preparato a questo genere di 
battaglie. Il non aver nemici è il privilegio di que'soli che non 
danno molestia ad alcuno; ma, à la guerre comm' à la guerre; 
chi adopra l'armi a ferire, non deve meravigliarsi di trovarsi in- 
contro numerosi nemici e dolersi per qualche scalfittura; Cristo 
stesso^ ove non avesse osato assalire di fronte i Farisei, e fla- 
gellato i mercanti del Tempio, non avrebbe forse mai patito il sup- 
plicio della croce; l'essenziale è di ferir bene, di ferir giusto, di 
ferir forte, di ferire a tempo, di ferire chi sei merita, di ferire 
non per vanità personale offesa, ma per la passione generosa di 
tutti i buoni, e poi non fermarsi ad ascoltare gli improperii che 
vi possano scagliar dietro i vinti sconcertati nelle loro opere mal- 
vagie; un proverbio turco dice: « Chi si ferma a buttar sassi con- 
tro ogni cane che gli abbaia dietro, non arriverà mai al fine del 
suo viaggio »; e mi sembra che dica bene. 

Ho accennato all'arresto del Cantù, avvenuto per zelo polizie- 
sco dello Zaiotti, allo scorcio del 1833. S' erano incoati fin dal 
1832 in Lombardia numerosi processi politici; in uno di questi il 
giudice processante Paride Zaiotti, nuovo Vatinio, trovò pure il 



— 85 — 
modo d'involgere il Cantù (1). Il di 11 novembre del 1833 la casa 
dello storico veniva perquisita, le carte di lui si manomettevano, 
il giovine capo di casa veniva da agenti di polizia tradotto in 
carcere. La prigionia del Cantù si protrasse Ano al 14 ottobre 
del 1834, inaspritagli dal giudice letterato, col privarlo de'mezzi 
di leggere buoni libri e, speravasi pure, di scriverne; ma gli occhi 
d'Argo della polizia non poterono al Cantù impedire non solo di 
meditare nuovi lavori, ma di metterli, in parte, e come poteva, 
in opera. Volumi di sola erudizione non sarebbe il Cantù riuscito 
a compiere in carcere; ma l'erudizione storica che egli avea già 
acquistata, gli era più che sufficiente per potere stendere un ro- 
manzo storico, ove fosse pure deposta una protesta contro gli or- 
rori della processura austriaca. Apprendiamo da Mario Carletti, 
il quale pubblicò intorno al Cantù un intiero volume di Notizie 
Mografìciie e MMiografiche (2), che il Cantù scrisse in carcere 
sul rovescio delle carte geografiche di Buffler quelle parti della 
Marglieriia Pusterla che la memoria avrebbe men fedelmente 
ritenute. L'editore Sanvito di Milano, imprendendone nel 1854 
la trentasettesima edizione, aggiungeva altri particolari che mi 
giova riferire con le proprie parole di lui: « In quella atroce 
solitudine, il Cantù trovò modo di farsi dell'inchiostro col fumo 
della candela; penna cogli steccaden^i; e su carte stracce scrisse 
il romanzo. Egli ricordavasi del fatto in generale e dei tempi; 
mancavangli i nomi proprii e le date sicure, talché i perso- 
naggi nacquero con tutt'altri nomi, siccome variarono alcune cir- 
costanze di fatto, allorché, sprigionato, potè limare il suo lavoro, 
e dopo lunga dimora alla censura di Vienna, perché la censura 
milanese non credette poterlo ammettere, il diede alla stampa. 
Questi fatti non son noti al pubblico, eppure a noi non paiono 
indifferenti per intendere molte parti del lavoro, nel quale l'au- 
tore volle ritrarre, o, forse non volendo, ritrasse i proprii dolori 
e le proprie consolazioni sotto figura altrui, mentre Pellico avea 
in persona dipinte le sue. » Questo racconto dell'editore milanese 
avea per me dell'incredibile; scrissi pertanto all'illustre personaggio 



(1) Da quel tempo in poi scrìve il Ranalli, nella Storia degli avverti' 
menti d'Italia, il buon-governo dia aveva nel tirolese Salvotti e in Pa- 
ride Zaiotti due ferocissimi inquisitori, d'ogni detto o atto pigliava 
ombra. 

(2) Coi tipi di Giuseppe Mariani 1858. 



— 86 — 
stesso, di cui qui mi occupo, pregandolo di volermi chiarire quel dub- 
bio; compiacente al mio desiderio, ei mi poneva sotto gli occhi alcuni 
fogli superstiti di quella carta straccia scarabocchiata in carcere ; in 
que'fogliacci logori dal tempo, io lessi con grande stento ma con viva 
sodisfazione, la traccia del Galantuomo, alcuni versi patriottici, una 
lamentazione in prosa, alcuni accenni alla Margherita Pusterla e 
alcune vigorose parole di protesta contro gli oppressori della pa- 
tria. Il giovine lettore non dimentichi poi che, nel quinto capitolo 
della Margherita Pusterla, si trova già quell'ottima fra le pre- 
ghiere insegnate, nell'infanzia, a molti di noi, la quale dice cosi. 
« Buon Gesù, che amaste la patria sebbene ingrata, e piangeste 
prevedendo i mali che le sovrastano, guardate pietoso alla mia, 
sollevatene i mali, convertite coloro che colle frodi e colla forza 
la contristino; alimentatele la fiducia del bene; e fate ch'io possa 
divenire un giorno cittadino ])robo, onorevole, operoso ! » Non 
si negherà, è sperabile, animo coraggioso, ad uno scrittore che, 
appena uscito di carcere, insegna ai fanciulli italiani a pregare in 
tal forma. 

Liberato dal carcere, perchè, secondo le conclusioni del tribu- 
nale, « essendo insorti dei dubbi sul professor Cantù in fatto di 
alto tradimento, la successiva investigazione non gli ha compro- 
vati », egli ricerca festoso i suoi cari^ e canta la gioia del rive- 
derli in un lungo componimento in versi, intitolato La Libera- 



zione: 



Voi piangete, o fratelli, o sorelle, 
Come il di che fui svelto a';niei lari? 
Questo è pianto di gioia, ma quelle, 
Strida furon di duol, di terror. 

Io tacente, col volto dimesso, 
A me stesso, a'miei cari pensava. 



E partirmi, e lasciarvi, sicuro 
Di lasciarvi ai bisogni, all'ambascia ? 
Né veder su alcun giorno futuro 
Del ritorno la speme brillar ! 



- 87 - 
Se soffersi I L'udrete al loquace 
Focolar delle placide sere, 
Abbian essi il perdon; noi la pace 
Qui raccolti al domestico aitar. 

Chi rammenti come il governo dell'intiera famiglia Cantù, com- 
posta di nove figli e della vedova madre^ era allora affidato al 
solo Cesare, può facilmente immaginarsi lo sgomento e la deso- 
lazione che quell'arresto cagionò, e facilmente comprendere ancora 
per qual ragione il Cantù, uscito, dopo dodici mesi, dal carcere, non 
abbia pensato a menar vanto di quel martirio, ma desiderato in- 
vece, sebbene invano, di riacquistar tutti i suoi diritti di cittadino. 

Dal carcere egli s'era domandato più volte : 

Ai fratelli, anzi miei figli. 
Chi più il pan dividerà? 

E, liberato di carcere, rallegravasi al pensiero ch'e-'li avrebbe 
di nuovo potuto provvedere loro quel pane, col frutto del proprio 
insegnamento, al quale era giustizia il richiamarlo ; ma l'Austria 
gli tolse invece, e non glie la restituì più mai, la facoltà di insegna- 
're, accordandogli appena, dopo tre anni, per sentenza di tribunale, 
una tenue pensione annua, in riconoscimento de'servigi già prestati. 
Il governo riparatore italiano, nel 1859, né restituiva l' alto im- 
piego al Cantù, né altro glie ne affidava; nel tempo stesso in cui ve- 
niva pur tolto altrimenti al Cantù l'ufficio di segretario dell'Istituto 
Lombardo, ch'egli da alcuni anni copriva. Nel marzo dell'anno 1863, 
i professori dell'Università di Bologna stendevano e firmavano una 
bella ed onorevole petizione al ministro della pubblica istruzione, ove 
facean voto, perchè la cattedra di storia vacante in quell'Ateneo 
venisse affidata a Cesare Cantù, storico illustre, quali potessero es- 
sere le sue opinioni politiche e religiose; il ministro considerò la 
questione del solo lato politico ed oppose alla petizione de'profes- 
sori bolognesi un energico rifiuto (1). Ora, dove il governo stesso" 
mostrasi cosi immemore e così partigiano, è egli meraviglia che il 
pubblico dimentichi talora i servigi resi agli studii dal Cantù? Inter- 
pellato quindi da me il Cantù, sugli ultimi ufflcii da lui sostenuti 



(1) Tre anni di poi quella stessa cattedra di storia negata allo sto- 
rico Cantù si concedeva dal governo italiano ad un eccellente improv- 
visatore di versi. 



presso il governo italiano, con lettera del 22 febbraio di quest'an- 
no, rispondevami semplicemente: « Il governo non mi lia mai 
adoprato neppure a voltar le pagine d'un libro; fin a ieri che mi 
nominarono in una consulta archeologico- storica ! E, in que- 
sta occasione, mi esibirono, se volevo, una cattedra. A 05 anni ! » 
Rimasto senza impiego, e vissuto quindi sempre lontano dagli 
agi e privilegii burocratici, il Cantù dovette allora provvedere a 
mantenere sé ed i suoi, coi proprii scritti. Le cure da lui prodigate 
in casa, per l'educazione de'suoi fratellini e delle sue sorelline, gli 
poterono servire di guida per comporre qualche libro d'educazione. 
Perciò, nell'anno della prigionia, con la Margherita Pusterla, ro- 
manzo pervenuto ora alla sua trentottesima edizione, (pubblicatosi 
per la prima volta nel 1838, perchè trattenuto quasi tre anni negli 
ufficii di polizia a Vienna) nacque pure il Galantuomo, libro di 
morale popolare, che, (pubblicatosi nel 1835), insieme col Buon 
fanciullo e col Giovinetto, altre operette popolari del Cantù, fu pure 
stampato più volte, in un numero straordinario d'esemplari (intorno 
a centomila); e in quegli anni egli scrisse ancora, molto assiduo, 
per Y Indicatore Lonibardo, pel Ricoglitore italiano, mutato poi nella 
Rivista Europea di Milano. Io ricordo, fra gli altri suoi saggi giova- 
nili, quello su Cìiatecaibriand (che il Cantù avea conosciuto di per- 
sona, in un suo viaggetto per la Svizzera e per la Francia, fatto nel 
18.30), quello sul Romagnosi, (di cui professa vasi discepolo), un Pa- 
rallelo delle lingue d'Europa e dell'India, apparso nel primo fascicolo 
della Rivista Europea (Milano, 1838). Tutti questi scritti il Cantù 
pubblicava in Milano, sorvegliato di continuo dalla polizia austriaca, 
che lo avea segnato nel suo libro nero. Io potei aver sotto gli 
occhi un singolare documento della polizia austriaca dell'anno 
1836; il 21 febbraio di quell'anno il Commissario di polizia in 
Chiari mandava al Deputato politico (erano, per eufemismo, chia- 
mate cosi dall'Austria le sue spie), una nota di 20 compromessi 
politici, fra i quali, in prima linea, Cesare Cantù e Gabriele 
. Rosa, con l'istruzione seguente : « Si descrivono qui in seguito i 
nomi degli individui stati ultimamente arrestati per imputazione 
di alto tradimento, poi dimessi per difetto di prove legali e con 
dichiarazione di desistenza. S. M. si è degnata di permettere loro 
clementissimamente di aggirarsi in tutta la Lombardia, ma di or- 
dinare ad un tempo che sia continuata la politica loro sorve- 
glianza, che abbia a continuare altresì il divieto loro già intimato 
di associarsi a persone processate per alto tradimento od anche 
soltanto sospette in linea politica e di avere relazioni dirette od 



— 89 — 
indirette con esse loro. Qualora pertanto taluno dei detti individui 
capitasse in codeste parti e specialmente in questo comu)ie, ne 
sarà dato immediatamente avviso a questo uOìzio, tenendo rigo- 
rosamente ma cautamente sorvegliati i di lui passi e le sue rela- 
zioni per farne poi circostanziato rapporto per le determinazioni 
che risultassero del caso. » 

La persecuzione molestò, irritò spesso il Cantù, non valse a 
togliergli il coraggio di proseguire per l'onesta via intrapresa ; e 
n'è prova la dedica della sua Storia Universale, incominciata a 
pubblicarsi nel 1836: quella dedica suonava così: « Alla mia pa- 
tria un pensiero indipendente, una franca parola, un affetto ope- 
roso, desiderando ch'ella gradisca e. comprenda questa storia so- 
ciale ». 

Il Cantù avea concepito il disegno del suo lavoro monumentale 
in prigione ; aveva, uscito di carcere, incominciato a ordinarne i 
materiali ed a stenderlo, quando s'incontrò in Milano con Giu- 
seppe Pomba che andava, appunto, in traccia d' un compilatore 
per una storia universale ch'ei desiderava di pubblicare ; volle la 
fortuna del Pomba ch'ei s'imbattesse, anzi che in un compilatore, 
in uno storico e in un eloquente scrittore. Nella prefazione alla 
nona edizione torinese della Storia Universale, intrapresa nel 1862, 
gli editori Pomba confessavano essi stessi che delle edizioni prece- 
denti avevano collocato 60,000 esemplari, malgrado le difficoltà del 
commercio librario nella divisa Italia, l' istruzione meno diffusa, 
ed il costo rilevante di un'opera tanto voluminosa. L' editore 
s'arricchì con quel solo libro; l'autore vi guadagnò tanto da vi- 
vere indipendente. In un'opera di quella mole era inevitabile qual- 
che disarmonia accidentale di giudizii, lo scrittore, non potendo, 
naturalmente, fonderla d'un solo getto, e scrivendola non meno col 
cuore che con la testa; onde, se, per un verso, le crebbe calore ed at- 
trattiva, non seppe sottrarsi, per l'altro, alle fugaci impressioni del 
momento, le quali essendo mutabili e diverse, gli fecero in alcuni 
casi esporre giudizii men temperati e meno atti ad acquistargli 
popolarità, se da que' soli giudizii parziali e non dalla somma 
del lavoro e degli intendimenti posti dapprima in esso si voglia 
solamente giudicarne l' autore. I malevoli colsero appunto quel- 
l'opportunità per fare all'autore un po' di torto; e poiché ve 
ne sono fra'liberali non manco che fra' codini, il Cantù si trovò attac- 
cato ad un tempo da due campi opposti, e non seppe sopportare l'in- 
contro di que' due fuochi incrociati sopra di lui; rispose, or di qua or 
di là; ma la risposta di lui fu semi)re men valida della botta; e, mentre 



— 90 — 
forse nessuno avrebbe badato all'offesa, le si diede importanza a 
misura che ne dava ad essa il Cantù, il quale, non riuscendo sem- 
pre felice schermidore, parve, a chi s'occupava di simili contese, 
esser rimasto vulnerato. Ma, mentre i letterati disputavano, il 
pubblico leggeva e s'istruiva sull'opera del Cantù a cui erano ri- 
serbate pertanto al suo arrivo in Torino pel Congresso Scientifico 
del 1840, le più vive e schiette dimostrazioni di stima. Da Torino 
Cesare Cantù passava in Toscana; di qui a Roma; di Roma a 
Napoli, ove il giornale l' Omnibus ne annunziava allora 1' arrivo 
nei termini seguenti : « È tra noi da pochi giorni il cavaliere (1) 
Cesare Cantù, il cui ingegno peregrino e la gloriosa audacia di 
imprendere opere sostenibili appena da un'assemblea di dotti, qual 
è la Storia universale, son troppo cari alle lettere perchè aves- 
simo qui bisogno di promover con parole la pubblica gioia di 
averlo tra noi. Quando ricordiamo la sua età di non trentacinque 
anni, e vogliamo paragonarla alle cose fatte e a quelle che col 
tempo può fare, possiam ben credere che egli sarà il Muratori 
del nostro secolo. A vederlo si modesto e cortese, ad udirlo nei 
suoi placidi ragionamenti, tu diresti che egli non ebbe mai il 
tempo d'invanire, cioè di oscurar la gloria acquistata sui libri 
colla presenza e veduta della persona... Egli, neppur come viag- 
giatore, cangiò il suo sistema di studi; si leva tre ore prima di 
giorno. . . » Ad un critico eminente della Revue Britannique che, 
parecchi anni dopo, domandava stupefatto al Cantù come mai egli 
avesse trovato tempo a far tanto e da sé solo, il Cantù rispon- 
deva con un solo motto di una eloquente semplicità: « io non 
ho mai fatto altro ». Nel vero^ dai 17 anni ai 65, la vita di lui 



(1) Cavaliere era egli fin d'allora, per decorazione ricevuta dal duca 
di Lucca e da Carlo Alberto, come più tardi nel 1847, per proposta del 
Guizot, egli veniva decorato dal re Luigi Filippo. II deputato Pinzi volle 
escludere dal Parlamento italiano il Cantù perchè cavaliere della Co- 
rona di Ferro; n'ebbe la più formale smentita dal Cantù stesso; ma 
non per questo consenti a disdirai, parendo ai più l'offendere un ga- 
lantuomo così agevoi cosa come ardua e impossibile invece Io scoprir 
sé stesso in fallo ; prema charitas incipit ab ego, diceva quello; così 
1 giornali liberali italiani furono unanimi, al tempo del Concilio Vati- 
cano, nell'annunziare, che il Cantù vi assisteva come storiografo; nes- 
suno si diede poi briga di accogliere la smentita, poiché si seppe che 
quella notizia era ìalsa. 



— 91 — 
fu spesa tutta intorno agli studii e per gli studii ; egli non s'è 
distratto un solo giorno dall'opera sua ed oggi stesso non ne sem- 
bra stanco ancora, poiché odo annunziato un nuovo suo libro che 
ci offrirà i ritratti di Illustri italiani. Ammiriamo ed imitiamo ; 
è un coraggio che vale ben quello di alcuni eroi più famosi, ai 
quali bastò sacrificare sé stessi un giorno, per acquistare quella 
gloria, che al Cantù si oserebbe disputare dopo una intiera, diu- 
turna e consapevole vita di patimenti. 

In Toscana egli ebbe pure onorate accoglienze, ma poco durarono 
per avere egli osato dissentire apertamente dall'autorità di alcuni di 
questi grandi (ai quali, in vero, egli mancò spesso di riverenza); per 
avere nel Tasso riconosciuto un grande imitatore, meglio che un 
poeta originale; per avere affermato contro la Crusca che nessuna 
lingua si viene formando su per i dizionarii. Così egli non tardò ad 
alienarsi l'animo di molti toscani, i quali non trovando più altro 
ad osservargli, facili come sono al vivace motteggio, si mossero 
a cercare nello studio che il- giovine storico poneva all'eleganza 
del vestire, e alla cortesia de'modi particolarmente con le signore, 
alimento ai loro frizzi ingiocondi; e il Niccolini che quanto era 
grande e generoso nell'amare, tanto poi negli sdegni intemperante 
e disordinato, vendicavasi, chiamando il Cautù niente meno che 
barattiere della letteratura (mentre in una lettera del 5 maggio 
1838, non pubblicata dal Vannucci, e diretta dal Niccolini al Cantù, 
lo stesso Niccolini si dichiarava ammiratore ed amico dello sto- 
rico, e ne celebrava la sapienza e il nobile ingegno), e scrivendo 
di più nell'aprile 1843, ch'egli andava a^te busca d'anelli dal Pa2Kt 
e dall'Imperatore, ingiuria atroce se avesse avuto alcun fonda- 
mento di vero. Della visita all'imperatore io non so proprio nulla; 
né saprei a qual anno riferirla, né la trovo ricordata in alcun 
luogo, neppure fra gli scritti che lo calunniano; può quindi negarsi 
recisamente; quanto ad un colloquio avuto col papa Gregorio XVI, 
ce ne informa il Cantù stesso nel quinto volume della sua Storia dei 
Cento Anni, ma per riferirci soltanto che il papa si vantava d' esser 
cittadino veneto e non suddito austriaco. L' autore dell'Affiso avea 
serbato memoria di papa Alessandro III e nel suo odio contro l'Au- 
stria, non vedea, pur troppo, speranza di salute in altri che in un 
nuovo pontefice il quale si ponesse a capo di una nuova lega italiana; 
era quello un errore politico, ma poteva bene essere un error genero- 
so; e, in ogni modo, non c'era allora merito maggiore ad esser ghi- 
bellino che guelfo; quello che giova qui ritenere soltanto é che Cesare 
Cantù, quantunque accusato di una vanità morbosa, né dal papa 



— 92 — 

Gregorio né dal vivente Pio nono non ricevette nulla mai, né 
anelli, né ciondoli, né rosarii tampoco ! 

Importa poi rilevare, che all'ingrossarsi de'tempi, Cesaro Cantù 
fu de'primi a far sentire la parola del libero cittadino italiano, 
dapprima al Congresso scientifico di Milano con l'illustrazione di 
Milano e del suo territorio, che riaperse di più gl'occhi all'Austria 
già sospettosa; al Congresso di Marsiglia ov' ebbe 1' onore di se- 
der vice presidente e pronunziò nobili parole per l'Italia (1); a quello 
di Genova, ove portò la questione delle strade ferrate, nel senso 
della emancipazione italiana (2); alfine a quello di Venezia, ove la pa- 
rola di lui, com'ebbe a notare il conte Fiquelmont, testimonio oculare, 
nel suo libro scritto con intenzione poliziesca su Lord Palmerston e 
il Continente, fu scintilla che accese l'incendio della rivoluzione. « Nel 
corso della seduta, scriveva il Fiquelmont, si era notato che il sig. 
Cantù, milanese, storico noto per opere giustamente stimate dal pub- 
blico, pensionato dall' Imperatore d' Austria (i nostri lettori sanno 
ora che pensione fosse quella) era stato il solo che avesse dato 
pretesto ad agitazione in seno alla sua Sezione. Il pubblico at- 
tendeva adunque con impazienza il discorso che egli doveva leg- 
gervi ; fosse intenzione, o fosse che la sua Sezione (quella di geo- 
grafia e di st ria) dovesse essere l'ultima, ultimo egli parlò. Egli 
inseri nel suo discorso alcune frasi indirizzate agli italiani partecipi 
del movimento ; vi adoperò tutta la sua eloquenza a celebrare il 
pontificato di Pio IX, il quale nella sincerità d'un cuore che voleva 
il bene avea accettato le idee liberali. Le sue parole furono accolte da 
applausi frenetici che si ripeteano a ciascuna frase che li eccitava. 
Quel momento fu un avvenimento ; da quell'istante Venezia entrò 
pienamente e apertamente nelle vedute della rivoluzione che si 
preparava per tutta l'Italia ». 

I discorsi del Cantù erano stati due; l'uno sulla direzione da 
darsi alle strade ferrate per meglio unire i paesi d'Italia, e dove 
si chiamava Pio nono « eroe di bontà e di riconciliazione, che pose 
la croce alla testa del progresso » ove si parlava « a nome di 



(1) Il discorso di congedo fatto da Cesare Cantù finiva con le parole : 
« Deh possiamo, fra non molto, riabbracciarci, colle memorie dell'ami- 
cìzia e e olV entusiasmo delle speranze compite! » 

{2) Nel ricordo di G. H. Giuliani ci accadrà pure di ritrovare il Cantù 
come il più coraggioso difensore della libertà, nel Congresso di Genova, 
ove il delegato Sardo, principe Alberto Della Marmora, voleva infrenarla. 



— 93 — 
fratelli, da fratelli a fratelli »; si lodava il governo Sardo per la 
libertà accordata agli oratori nel congresso di Genova; si augurava 
già che la valigia delle Indie potesse passar per l'Italia, si mostrava 
il vantaggio degli italiani delle diverse provincie ad accomunare 
i loro destini. Il secondo discorso del Cantù, dovea riassumere 
i lavori della sua sessione , ed è probabilmente quello a cui 
allude, nell'opera sua, il Fiquelmont. (1) Finché il Congresso 
durò, finché il Cantù rimase a Venezia, egli si trovò piena- 
mente sicuro ; l'Europa civile tutelava la santità inviolabile dei 
congressi scientifici, né l'Austria volea mostrarsi più intollerante 
degli altri governi che li aveano lasciati lavorare in pace. Ma la 
tempesta dovea aggravarsi sul capo di Cesare Cantù appena egli 
facesse ritorno in Milano. La polizia lo avea già ammonito per 
la parte da lui presa nel congresso di Marsiglia; per una peti- 
zione del giugno 1847 al Viceré a lui attribuita, nella quale chie- 
devansi riforme amministrative in Lombardia; e per una propo- 
sta di casse di mutuo soccorso per i poveri, fatta dal Cantù in 
unione "con Stefano Franscini, e dal governo accusata come prò- 
motrice d'idee comunistiche. Il governo austriaco aveva ancora 
fatto almeno tentato di peggio contro il Cantù. Da alcuni do- 
cumenti pubblicatisi negli krcMvi triemiaii delle cose d'Italia si 
rileva la corrispondenza scambiatasi fra il Sedlinszki, ministro di 
polizia a Vienna ed il Torresani, direttore della polizia a Milano, 
intesa a combinare le vie di togliere al Cantù quell'onore ch'ei 
non avrebbe mercanteggiato mai. Intanto, non potendosi altro, si 
tentò insinuar neW Allgememe Zeitung e poi si fece riprodurre 



(l) Anche di que'discorsi si volle tuttavia dai malevoli far carico al Cantn; 
si disse e si stampò che il Cantù avea detto a Venezia essere la Repub- 
blica giustamente perita di quella morte alla quale essa stessa avea condotto 
altri popoli, staccando dal suo discorso una sola frase giusta ma inoppor- 
tuna per ingrandirne il senso e attribuirle presa da sé un solo significato 
odioso; ecco le parole autentiche lette dal Cantù in quell'occasione: « In un 
Congresso aperto nell'antica regina dell'Adriatico, nella patria di Marco 
Polo, nella città che, al pari delle ricchezze, ambiva i monumenti del- 
l'arte, e gli adunava, sia santamente, allorché salvava su queste isole 
l'antica indipendenza, sia violentemente, allorché esercitava il diritto 
fdella conquista, di cui poi doveva esser vittima; in città siffatta era 
impossibile non prendesse straordinaria importanza la più giovane se- 
zione dei nostri Congressi, quella di geografia ed archeologia ». 



— 94 — 
dalle Gazzette ufficiali del Lombardo- Veneto che la Storia Uni- 
versale di Cesare Cantù era niente più che una traduzione raffaz- 
zonata di quella tedesca di Gio. Mùller, stolida accusa alla quale 
risposero in Germania due editori tedeschi, l'uno imprendendo 
l'edizione di una traduzione tedesca della Storia Universale del 
nostro Cantù, per uso de' cattolici, l'altro facendola tradurre in 
tedesco per uso de'protestanti. Appena tornato di Venezia, il Cantù, 
richiamato alla polizia, venne severamente rimproverato per la 
condotta da lui tenuta nel Congresso di Venezia, e gli fu in pari 
tempo soppresso il soldo della pensione di maestro di grammatica. 

Il 17 gennaio del 1848 un conoscente ammoniva il Cantù aver in- 
teso un magistrato scagliarsi contro i malcontenti, e dichiarato 
come tutto si soffocherebbe, ove se ne arrestassero da 10 a 12 
tra i più influenti ed un de'primi il Cantù, il quale da un gior- 
nale di paese contiguo era stato accusato per illegali pubblicazioni. 
Il 21 gennaio l'arciduca Ranieri spiccava un ordine allo Spaur 
governatore della Lombardia perchè nel giorno stesso fossero tra- 
sportati a Lubiana sotto Mona scorta, Alberto Battaglia, Cesare 
Stampa Soncino, Cesare Cantù e Gaspare Belcredi, come politi- 
camente pericolosi. « La sera del 21, scrive lo stesso Cantù, in 
un suo foglietto pubblicato in que' giorni a Torino ed intitolato 
Semplice informazione, tornavo a casa mia, quando vitli dietro 
questa, appostate guardie ; guardie sulla mia porta. Tirai innanzi 
difilato, senza che mi conoscessero ; poi, in parte sperando fosse 
paura, non irragionevole in quel tempo, in parte esitando qual 
valesse meglio lo spatriamento o un processo tante volte invocato, 
circuii l'isolato e tornai. Ma rividi ancora le guardie; rividi quel- 
l'apparato di baionette e di spade contro un uomo di penna, che 
un semplice usciere avrebbe tradotto al tribunale ; e, pensando a 
sanguinosi atti recenti, cedetti al consiglio proverbiale ». 

Ripatriato il "25 marzo 1848, dopo le gloriose giornate di Milano, 
ch'egli stesso descrisse in cinque lettere appassionate, il governo 
provvisorio non mostrò accorgersi della presenza del Cantù e lo 
lasciò intieramente da banda, fino al 5 agosto, quando il Cantù 
si trovò quasi solo a tener quieta la città e a difendere il re Carlo 
Alberto. Anche di ciò vi fu tuttavia chi volle accusare il Cantù, 
dandogli colpa d'aver contribuito a salvare Carlo Alberto, per Io 
studio di una regia decorazione. Quanti avevano applaudito al re 
sabaudo ne' giorni della sua fortuna erano buoni italiani; chi 
osava, ne' giorni sinistri, accostarsi al re tradito dalla fortuna, 
diveniva un cortigiano, un traditore. Oh lievità di giudizii umani! 



— 95 — 
II Cantù con le sue Cinque lettere sulla sollevazione di Milano s'era 
alienato i Piemontesi, ch'egli incolpava de' ritardati soccorsi agli 
oppressi lombardi ; si alienava i lombardi col difendere i piemon- 
tesi, quando non la volontà, ma la fortuna era venuta meno ai 
condottieri sabaudi ; il pigliare a sostener la causa de'deboli e de- 
gli sventurati è sempre un consiglio pieno di rischi; e il Cantù, 
che ripone una specie di onorevole compiacenza in queste insolite 
battaglie si condanna da sé stesso a partecipar la sorte degli op- 
pressi, in difesa de' quali sorge talora con animo indignato e con 
parola commossa a parlare. 

Tenuto lontano il Cantù dal governo della cosa pubblica, egli 
provvide ne' priini commovimenti del libero reggimento milanese, 
a governare l'educazione popolare per mezzo della stampa. Il gior- 
naletto La guardia nazionale fa scritto quasi per intiero da lui, 
per tutto un mese; e, inteso dai primi di luglio al -4 agosto 1848, 
a tener preparata la città ad una nuova estrema difesa, raccomandava, 
in forma disinvolta e popolare, cordggio, concordia, operosità e forza 
di sacrificio. Il pubblico erario intanto essendo esausto , il Cantù 
dettava per VEco della Borsa un articolo intitolato : Il Prestito, 
ove si esortavano tutti i cittadini ad offrire quel che era in loro 
potere; il Vimercati (1) ci informa sull'accogliraentc) che fece al- 
lora il popolo al buon consiglio: « Ninno fu sordo a quella voce, 
specialmente nelle classi meno agiate ; la vecchierella offeriva la 
sua piletta dell'acqua santa, la giovinetta i suoi orecchini, la fidan- 
zata che non avea altro da offrire faceasi tagliare i suoi be' ca- 
pelli, e vendendoli ne dava il ritratto all'amante perchè il recasse 
al pubblico Erario ». Son ancora di quel tempo i preziosi Trat- 
tenitnenti dì Carlamì)rooio da Montevecchia, una serie di foglietti 
come dice l'avvertenza posta a pie del primo di que' trattenimenti, 
dove un uomo, estranio a influenze di governo e a turbolenze di. 
fazioni avrebbe cercato coltivare il buon senso del popolo, insinuarvi 
quelle idee di ordine e di saviezza die valgono sotto qualsiasi re- 
gime, ma che più sono importanti nella presente libertà. Ragio- 
natore più savio di questo Carlambrogio non si dà ; e il popolo 
milanese che ne udì or sono ben più di vent'anni i consigli, ne 
avrà forse fatto il suo prò. Intanto s'avverta come il Cantù sappia 
conformarsi ai tempi ne' quali ei vive; non già ch'ei muti bandiera 
carattere, ma perchè adatta con disinvoltura il suo linguaggio 



(1) V Italia nei suoi confini e l'Austria nei suoi diritti: 



— 96 — 
alla varia intelligenza e alle varie tendenze del popolo per cui 
scrive. Quando l'Italia era in fasce, egli badava a tirar su il buon 
fanciullo, il giovinetto, il galantuomo ; quando il galantuomo s'oc- 
cupò di politica, gli pose vicino Carlambrogio da Monteveccliia ; 
guida tranquilla, forse troppo, ed alla mano ; quando ei s'avvide 
come la questione industriale ed operaia stava per divenire più im- 
portante od almeno più urgente della letteraria, dimenticò per un 
momento i suoi dotti arcliivii e si fece a pubblicare il libro del 
Buon Senso e del Buon Cuore e il Portafoglio dell'operaio, ove 
egli versa tutto un tesoro di consigli affettuosi e sapienti. È 
vero che le Lettere giovanili del Cantù non vinsero nel 1835 il 
concorso al premio liorentino che fu invece decretato al Gian- 
netto del Parravicini ; è vero, che, in un recente concorso napo- 
letano, al Buon senso e buon cuoì^e fa negato il premio e accor- 
dato solo un po' di incoraggiamento all'autore novellino perchè 
' prosegua e faccia meglio ; è vero che il Portafoglio dell'operaio 
non fu finqiiì proposto per le scuole del popolo da alcun ministro 
né approvato, eh' io sappia, da alcun Consiglio provinciale scola- 
stico. Ma ciò non toglie che a chi mi domandasse: quali sono i me- 
glio condotti libri di educazione popolare pubblicati flnqui in Italia, io 
non rispondessi sempre : per ora, le tre opere del Cantù: se alcuno 
fra noi n'ha scritti o letti de'migliori, e più adatti, li faccia cono- 
scere; per ora lo scrittore popolare meglio ispirato, più prossimo 
al popolo, più ricco d'affetti generosi e di utili consigli a me pare 
ancor sempre il signor Cantù. Io non sono, intendiamoci, punto 
d'accordo con lui nel modo con cui egli presenta al nostro popolo 
le novità politiche d'Italia ; deploro anzi vivamente ch'egli lo av- 
vezzi a considerare come uno de' suoi malanni la rivoluzione (1), 



(1) A pag. 15 del Portafoglio delV Operaio , dopo aver parlato della 
floridezza di certe provincie lombarde, soggiunge « ora ahimè cessata 
affatto per le sventure dell'agricoltura e dell'Italia » perchè sventure ? 
Che i preti possano scrivere così, sta bene, ma che il Cantù, il quale 
scrive tutto un libro da liberale e da galantuomo sei guasti poi da se 
con una sola parola di dispetto, deploro vivamente. Malanni sì, furono 
certe guerre, certi tumulti cittadini, il brigantaggio, le frequenti muta- 
zioni di ministeri, e a questi soli mali poteva accennare il Cantù ; ma col 
chiamarli tutti genericamente sventure nazionali svia il giudicio popo- 
lare, e lo porta a conclusioni fallaci. A pag. 190 egli si duole che il 
governo italiano colle scuole turbi la quiete eie coscienze: rimpiange i 
tempi « in cui era terra dei morti quell'Italia, che nel gergo dei 



- 07 - 
che ci ha finalmente messo fuori di casa lo straniero, mentre 
se un rammarico si può avere è questo soltanto che la rivolu- 
zione il popolo non 1' abbia fatta lui e da sé solo per darsi un 
governo raen burocratico e più democratico, raen costituzionale 
e più cittadino, meno solenne e più naturale. Nessuno non può 
associarsi al Cantù nel lamentare i balzelli che opprimono e im- 
pediscono al presente tanta parte della vita italiana; ma, se si può 
desiderare sul serio un governo mighore, ed è obbligo e diritto 
d'ogni buon cittadino il contribuire a prepararlo, nessun amico del 
popolo può fargli credere che lo stato presente sia la conseguenza 
logica e necessaria della indipendenza e libertà acquistata al paese. 
Si commisero errori molti e da molti ; alcuni governanti fecero 
anzi peggio che sbagliare; pensarono poi tutti alla corona del- 
l'edificio prima che alla base ; presunsero creare dal nulla e crea- 
rono in modo fittizio cose fittizie e senza il consenso della parte 
vitale della nostra società ; la costituzione italiana nacque pertanto 
viziosa ; il governo non rende l'uno per cento di quello che costa 
al cittadino; ma, per fortuna, come questi mali si potevano im- 
pedire da principio, se il popolo avesse preso maggior parte alla 
rivoluzione politica che ci ha chiamati ad un nuovo risorgi- 
mento nazionale, cosi si possono ancora, volendo , rimediare. 
Il Cantù ebbe torto di lasciare in un libro destinato al po- 
polo travedere talora la sua disperazione; egli ha troppo inge- 
gno per non comprendere, che può piti una parola a sconfor- 
tare che dieci a consolare. Il suo libro è buono nel suo insie- 
me, onesto, liberale; ma vi sono alcune parole, poche per fortuna, 
sinistre od equivoche , le quali possono turbare il lettore 
popolano, ed io prego vivamente il Cantù a volerle ricercare 
diligentemente ne' suoi libri popolari, per cancellarle via egli stesso 
con mano generosa dalle future edizioni. Egli ha terminato la 
prefazione del suo Portafoglio, con le seguenti parole « Ed io, 
da non invidiabili casi relegato allo scrittoio, invece di utilizzarmi 
nel fondaco o al telaio fra il popolo, da cui nacqui e con cui ho 
sentito, amato, odiato, sperato, non ho mai disertata la causa di 



nuovi apostoli inneggiasi come risorta. » E dire che il Cantù k\ egli stesso 
uno de' precursori di questo risorgimento, ch'egli, burbero benefico, sembra 
ora deridere ! — Del resto, ci piace avvertire come s'egli talora sembra 
vedere in Italia più male che bone, finisce pur conchiudendo che, se il 
bene non c'è, ci potrà essere; il cuore trionfa sulle ragioni di quella 
parte, alla quale sebbene voglia il male d'Italia, il Cantù teme dispiacere. 

Ricordi Biografici 7 



- 98 — 
questo, per quanto me ne punissero i forti e i sapienti, per quanto 
sangue vivo dovessi sudare trascinando la croce su per questo 
Calvario. Ed ora dal vertice con indomabile affetto rivolgo ancora 
la parola a questo popolo, esposto a sistematica adulazione, a 
sciagurate ispirazioni di ira, di vilipendio, di denigrazione, al 
ripudio d'ogni autorità, alla sfiducia in sé stesso e negli altri, a 
divorare col frutto della scienza anche l'albero della vita. E desi- 
dero seguitare, anche dopo morto, a consolarlo, e predicargli la 
necessità di sapere e di produrre, ad insinuargli coraggio e ras- 
segnazione, lavoro e dignità >> nobili parole, alle quali ogni onesto 
lettore risponde con un largo respiro del cuore e con un viva. 

Ripigliamo intanto la vita dello scrittore. Terminata la campagna 
lombarda del 1S48 in modo funesto, noi abbiamo già avvertito come il 
Cantù fosse de'pochi a difendere, con suo rischio, e salvare dall'ira 
lombarda il re Carlo Alberto ; il G agosto il Cantù lascia Milano 
con numerosa comitiva di profughi lombardi: ma, giunto a No- 
vara, i cittadini, per lo sfregio fatto in Milano a Carlo Alberto, 
si voltano inospitalmente contro i rifugiati, onde il Cantù pre- 
ferisce riparare da quelle discordie in Isvizzera. Nel luglio 1849, 
l'Austria pubblica un'amnistia: il Cantù, che intanto aveva avuto 
il dolore di perdere la sua sorella prediletta, torna egli pure 
a casa; poco dopo la polizia lo arresta, come escluso dall'amni- 
stia e continuante a cospirare. Trattavasi in quei di la pace 
a Milano ; onde il Boncompagni e il Gallina sos[)endono le trat- 
tative per questa violenza; il Cantù viene allora mandato ai con- 
tini, e si reca a Ginevra. Il 12 agosto si pubblicano le amnistie , 
il Cantù domanda s'egli sia questa volta compreso fra gli amni- 
stiati; gli si risponde in modo evasivo; pur egli si risolve a tornare; 
il Commissario di Menaggio.. il 26 settembre 1840, scrive pertanto in 
questa forma all'amministrazione comunale di Sala: « La interesso 
a verificare e riferire se sia comparso in cod. comune il professore 
Cesare Cantù, il quale, approllttando dell'amnistia stata accordata 
dal proclama 12 p. p. agosto, è rientrato in questo stato, per la 
via di Chiavenna ed ha esternata l'intenzione di villeggiare per 
qualche tempo in queste parti Nel caso che il suddetto professore 
si trovasse od avesse in seguito a comparire in comune. Ella 
vorrà attivare sul medesimo una virtuale sorveglianza, notificando 
sollecitamente ogni importante emergenza. » Tutta questa è nuda 
storia, la quale ci prova, per lo meno, in modo evidente come 
Cesare Cantù (ino ai 43 anni di sua vita sia stato particolarmente 
inviso all'Austria. Seguitiamo. Fra il 1840 e il 1850, il Cantù vive a 



— 09 — 
Milano e pubblica il Panni, V Ezzelino, la Letieratura ilaliana, e la 
SLoria degli ilaliani. Ciascuna di queste opere, per i sentimenti antl- 
tedeschi e per l'odio che vi si professa al governo militare, poteva es- 
sere cagione al Cantù di gravi molestie. Nessuno, tuttavia, gli sa 
tener conto di quel coraggio, ad eccezione del generoso tri- 
buno piemontese, l' oratore Angelo Brofferio , in una lettera 
del quale, del 18 febbraio 1855 al Cantù, leggo queste memo- 
rabili parole : Mentre qui facciamo sucide gazzette, voi conti- 
nuate a far buoni libri. Parole analoghe in onore del Cantìi il 
Brofferio aveva proferito nel parlamento subalpino e ripeteva 
nel suo giornale, per far intendere come ci volesse più coraggio 
in Cantù per iscrivere come egli scriveva sotto il cannone au- 
striaco, che a qualche fuoruscito nel bandire la sua crociata 
contro l'Austria, dal sicuro rifugio dei portici torinesi. Ma quello 
che dovea tornare a sola gloria del Cantù gli si appose, invece, 
a colpa, per la malevolenza di chi studiavasi di perderlo, e per la 
poca prudenza che, al solito, ei pose nella propria timida difesa. La 
commissione milanese di censura, con relazione del 10 luglio 1854, 
firmata Salvi, proibiva la coraggiosa opera r'el Cantù su Ezzelino 
da Romano. Il 29 luglio 1855, il luogotenente di Lombardia confer- 
mando altro suo decreto del 22 giugno, in una informazione al Diret- 
tore di polizia in Milano, conchiudeva: « sarà da ordinarsi al sig. 
Cesare Cantù di astenersi dal diffondere nell'interno della Monar- 
chia i 20 esemplari rimastigli dell'opera Ezzelino da Romano, a 
sensi delle norme vigenti, mentre nulla si oppone alla distribu- 
zione di essi fra i suoi amici e corrispondenti all' estero ». 
Il 16 dicembre del 1856, il conte Pullè, capo della commissine 
milanese di censura, richiama l'attenzione del governo austriaco 
sulla Storia degli Italiani, con le seguenti parole : « Le dispense 
58 e 59 ora innalzate (sic) sembrerebbero confermare il sospetto 
che il Cantù miri precipuamente col tessuto di questa storia a 
mettere in discredito ed in disprezzo i sovrani di Casa d'Austria 
e con essi anche quelli di Toscana e di Napoli, in favore della 
causa dei popoli oppressi della penisola »; ed aggiunge: « La com- 
missione fa riflettere che la storia di Cantù conta nel solo Lom- 
bardo-Veneto qualche migliaio di abbonati, ed ha quindi un este- 
sissima diffusione » Finquì dunque lo storico di Brivio non ha 
ancora tradito il suo paese, per amoreggiare con l'Austria. Ma il 
maggiore scandalo nella polizia austriaca lo destano i fascicoli G9 
e 70 di quella storia. Il revisore abate Restani fa un lungo ela- 
borato per dimostrare tutte le proposizioni false, sovversive, ini- 



— 100 — 
que, che que' fascicoli contengono; gli appunti del Restani ebbi 
sott'occhi ; sono invidi, maligni , minuziosi, sofistici ; lo stesso 
revisore, proponendo che fosse proibita l'opera del Cantù La let- 
teratura italiana per via d'esempli, fra gli altri carichi al compila- 
tore, in pur quello d'aver osato introdurre fra gli esempii di sa- 
tire, un brano ove si raffigura una ballerina accolta come regina 
alle mense regali. Le pratiche poliziesche pel divieto di quelle due 
opere durano quasi due anni, dal 1857 al 1859. Il Cantù, intanto, 
interpone ricorso, perchè il divieto alla pubblicazione sia tolto, 
promette correggere in un'appendice que' punti della sua storia che 
gli siano dimostrati erronei, e consente, con troppa sommissione, a 
tener conto di que' nuovi documenti giustificativi che le autorità 
competenti stimino potergli comunicare. Lagnasi egli delle pretese 
eccessive della censura milanese; ricorda che la napoletana gli è 
stata più benigna; nega l'ostile intendimento de' proprii scritti ; 
per suo intercessore finalmente invoca, nel 1857, l'arciduca Massi- 
miliano, il quale il 26 maggio di quell'anno, gli fa pertanto scri- 
vere: « Sua altezza imperiale s'interessa tanto più a tale ver- 
tenza, in quanto non dubita punto che Ella, signor Cavaliere, 
nel progresso dell'opera stessa propugnerà i gran principii della 
nostra Santa Religione e dell' ordine sociale con quel distinto 
ingegno da sua Altezza imperiale apprezzato come una delle 
nostre glorie patrie. » Ognuno sente qui l'arte incipiente d' un 
sovrano seduttore. L'Arciduca Massimiliano giunto in Milano, 
fa cercare del Cantù allora segretario dell' Istituto Lombardo; 
l'Austria ha mandato il suo arciduchino ad esplorare il terreno, 
ai più irrequieti promettendo riforme ; una delle riforme dovrebbe 
essere il rendere indipendente dall' autorità viennese l' istruzione 
pubblica per sottoporla all'autorità dell' Istituto lombardo ; il Cantù, 
con una facilità eccessiva , si lascia pigliare a queir amo ; gli piace 
il disegno e viene incaricato di stenderlo; per darne lettura all' ar- 
ciduca deve recarsi a Monza ove il granduca villeggia. La polizia 
perseguita i libri del Cantù; il principe ne onora l'autore, che di 
quegli onori s'invanisce; quindi dispetti polizieschi; quindi, ven- 
dette d'occulti nemici; quindi s'inventa e s'accredita tutto un piano 
di cospirazione politica, combinato fra l'Arciduca e il Cantù, per 
dare, col pretesto di emanciparlo dall'Austria, il Lombardo Veneto 
nella piena balia di Massimiliano. (1) Que' rumori non dispiacciono 



(1) Pretesti, ina nulla più clie pretesti, ad accreditar quelle voci non 
mancavano; il seguente rapporto che la polizia austriaca a Milano fa- 



— 101 — 
punto a Massimiliano che se ne serve come di un hallon d'essai, per 
tentare insieme la volontà di Milano e quella di Vienna. Ma Milano 
ride smania, protesta, svillaneggia il Cantù, né colpevole né inno, 
cente, troppo credulo e vano soltanto ; Vienna s'acciglia. I giornali 
lafariniani e cavouriani piemontesi pigliano sul serio quelle voci 
e le riproducono, rincarando le ingiurie contro il Cantù, nel fatto 
federalista, in apparenza ligio ad un arciduca austriaco. Il nostro 
storico si trova allora esposto alle ire di tutti. Scrive replicata- 
mente all'arciduca Massimiliano, perchè faccia egli stesso smen- 
tir quelle voci ; l'Arciduca, il 30 e il 31 gennaio del 1859 gli 
fa rispondere dal suo segretario, barone de Pont, che non badi a 



ceva il 14 agosto 1858 ci dà la chiave dell'origine di quelle accuse; io 
lo pubblico qui per intiero; ogni lettore può rilevarne al più che le pa- 
role dal Cantu pronunciate in quel giorno furono quelle di un liberale 
che la pensava con la propria testa e non con quella del Lafarina e del 
Cavour, quelle d'uno storico troppo guelfo, quelle d'un politico di mode- 
rati consigli che si fidava forse troppo d'un principe, ma non mai quelle 
di un cattivo italiano, d'un manutengolo politico, d'un disertore. Il Cantù 
non era unitario; ecco il suo maggior delitto; ma unitarii non eran nep- 
pure Ferrari a Cattaneo e nessuno pensò mai ad ascriver loro a delitto 
un tal sentimento. Ecco ora il rapporto poliziesco nella sua autenticità : 

« 14 Agosto 1858. 

Ieri sera vi era alla Società d'incoraggiamento il nominato Cantù a 
leggere i fogli. Vi erano pure il prof. Butti prete, il dottor Viglezzi 
dell'ospedale che leggeva la storia del Cantù, il sig. Peluso, il sig. Su- 
sani padre. 

Cominciarono a discorrere di tante cose, e dopo altri discorsi di po- 
litica e di letteratura il sig. Peluso disse che il sig. Manzoni poeta 
aveva fatto belle poesie e belle prose, ma finalmente non aveva fatto 
niente di patriotico. Il prof Butti disse che nel coro del Carmagnola 
vi era più patriottismo che in tutto il Leopardi. Qui dissero chi un 
verso, chi un altro, per provare e per negare. Allora il sig. Cantù, che 
era stato in silenzio come se leggesse, diede su e disse se non si ricor- 
davano il suo inno per i piemontesi nel 1821. Pare che nessuno lo cono- 
scessero (sic), o che solo si ricordasse di averlo letto. Allora egli si pose 
a recitarlo quasi tutto, o almeno quello di cui si ricordava a memoria. 
E gridava come un disperato quando diceva: 

stranieri strappate le tende 
Da una terra che patria non v'è; 
Non sentite che tutta vacilla 
Sotto i passi dei barbari piò '{ 



— 102 — 
quelle fandonie e calunnie, ma il Cantù insiste ancora, e più viva- 
mente; allora il 3 febbraio il futuro proconsolo di Napoleone IH 
al Messico gli fa scrivere un'ultima lettera, della quale ebbi fra 
le mani l'originale, e che dice precisamente così: « Pregiatissimo 
signor cavaliere, L' A. I. R. è rincrescente di non potere nulla 
per la soddisfazione eh' Ella domanda sulle dicerie sparse. La 
polizia sa nulla sull'autore della calunnia. Il sig. Poi non avrebbe 
azzardato tal passo per tentar gli animi. Ogni ulterior passo di V. S. 
in proposito spiacerebbe a S. A. I. R. Abbi (sic) pazienza. Passate 
queste velleità di guerra, tornerà la ragionevolezza ed il suo paese 
riconoscerà la verità. Da molestie per parte del Ministero si tenga 



Stavano tutti molto attenti e molto lodarono quei versi, e dopo ne 
presero occasione di discorrere di politica. Il sig. Peluso diceva che era- 
no belle parole, ma che era impossibile di unire gli italiani come le 
acque che si uniscono nel Po, che erano troppo diversi, che si odia- 
vano, che si era veduto nell'ultima rivoluzione, dove i milanesi dete- 
stavano cordialmente i piemontesi. 

Il Cantù, dopo altre cose diceva che allora si erano odiati in grazia 
della fusione che aveva l'aria di un intrigo, e che pareva di volere 
sforzare le volontà. E che non era bisogno di fusione, ma bastava che 
i varii stati d'Italia si unissero fra loro in una federazione, dove cia- 
scuno conservasse il suo governo, ma con diritto di modificarlo ; solo 
avessero uno esercito federale per reprimere, se mai qualche stato di- 
venisse pericoloso agli altri. 

Il Susani domandò: Sì ! e se ci assalirebbero i nemici? 

E il Cantù rispondeva: Bisognerebbe che le potenze fossero d'ac- 
cordo, e lo diverrebbero facilmente giacché toglierebbero via un peri- 
colo continuo di un incendio. Allora dichiarerebbero l'Italia neutrale come 
la Svizzera e il Belgio che non potrebbe nò far guerra, nò esserlo fitta. 

E il dott. Viglezzi domandò: Cosa ne faremo dei Tedeschi? 

E il Cantù rispondeva: Lei sa che il Gioberti vi provvede col dire, 
di essi non parliamo come se non ci fossero. 

Risero tutti, e il Cantù continuava: ma sul serio io credo che l'Au- 
stria si adatterebbe senza troppa fatica a dar al Lombardo Veneto una 
certa qual indipendenza. 

Come quella del principato di Neuchatel ? disse il sig.... 

No : come quella della Lombardia austriaca prima di Giuseppe lì", 
rispose il Cantù; si sarebbe dipendenti dall'impero perchò gli si pa- 
gherebbe un grosso tributo. Affari esteri non vi sarebbero perchò 
vi è la neutralità. Per l'interno si regolerebbero secondo i patti della 
federazione. A cano del paese potrebbe benissimo mettere un suo arci- 



— 103 — 

guarentito. L'opinione dei paesi esteri non può che essere favorevole 
a chi tanto onora l'Italia. Aggradisca, sig. Cavaliere, i sensi della più 
distinta mia considerazione — B."" de Pont. » Sembra egli abba- 
stanza eloquente questo scritto? Qual bisogno ha più il Cantù di 
difendersi, quando egli possiede un documento così palese della 
perlidia poliziesca e della viltà di Massimiliano? L' Austria avea 
finalmente vinta la sua partita col Cantù; non potendo sot- 
tomettere il ribelle, lo avea disonorato. E il peso di quella calun- 
nia aggrava anche ora iniquamente il capo canuto di Cesare 
Cantù. Egli ebbe un bel protestare allora ; Brofferio poteva 
bene scrivergli il 7 febbraio da Torino che la dichiarazione di lui 
avea fatto ottimo effetto. Al Cantù non si volle prestar fede, e da 



duca. Questo potrebbe farsi "più facilmente adesso che c'è l'atcidaca 
Massimiliano che ce n'avrebbe molta voglia, e che è amato da suo Ira- 
tello. Benché austriaco prenderebbe amore al paese; per puntìglio non 
vorrebbe che fosse inferiore ajrli altri dltalia. Cosi si avrebbe l'indi- 
pendenza in tutti gli altri Slati e una semi-indipendenza per noi altri 
che non abb amo 100,000 uomini per cacciar costoro. 

Il Viglezzi rifletteva che così l'Italia non avrebbe mai nessuna impor- 
tanza sulla bilancia europea. 

Non otterrebbe piti il primato che le compete secondo il Gioberti, 
di?se il prof. Butti. 

Cosi si seguitò a discutere: anche altri vi presero parto, e non si 
venne a nessuna conclusione. » 

Qui finisce il rapporto, e finisco pur io, soggiungendo soltanto una 
breve osservazione. A Torino, nel 1859, si sognava e s'ambiva un solo 
regno dell'Alta Italia sotto la casa di Savoia; le cose andarono meglio 
e s'ebbe anche il resto, e fu gradito volentieri. Cantù, rimasto fedele 
all'idea federale, alla lega italiana del 1848, non previde allora abba- 
stanza; tuttavia quanti liberali d'adesso si atteggierebbero a martiri 
della libertà italiana se avessero nel 1858 osato parlare come il Cantù! 
Ma egli seppe mal destreggiarsi nei torbidi paduli della politica olio 
chiamano militante, e vi si lasciò, da chi gli volea male, colare a 
fondo; ò egli giusto ch'egli rimanga eternamente vittima d'una sola 
iniqua calunnia? Io taccio poi qui un riscontro che parmi degno d'esser 
considerato. Nelle elezioni politiche del 1805, Francesco Dall'Ongaro, gen- 
tile poeta e caldo patriota, scriveva un libello umoristico contro Cesare 
Cantù; quel libello non calunniava, ma prestava fido orecchio alla 
calunnia. Pochi anni dopo dovea Io stesso Dall'Ongaro cader vittima 
dell'umorismo di gazzette petulanti e pettegole. Questo esempio parmi 
un avviso salutare ai letterati anche famosi di reciproca tolleranza. 
HoiVe miìv , cras tìht. 



— 104 — 
quel giorno egli ha il dolore di vedersi segnalato alla pro- 
pria patria come un disertore. Egli che aveva pensato, amato, 
temuto, patito un'intiera vita per l'Italia, egli doveva, per la se- 
conda volta in sua vita, ne'giorni delle supreme allegrezze citta- 
dine, venir cacciato dal giocondo festino degli italiani ritornati a 
sé stessi. Alcune parole troppo dispettose, alcune lettere scritte per 
difendere i suoi proprii lavori dalle persecuzioni poliziesche , alcune 
visite imprudenti fatte al vanissimo principe promettitore di li- 
bertà bugiarde, parvero ragione sufficiente a troppi degli italiani 
per sciogliersi a un tratto da qualsiasi obbligo di simpatia, di 
rispetto, di gratitudine verso il signor Cantù. Si dimentica che 
egli regalò ad una intiera generazione la quale non sapeva allora 
ove trovare libri che fossero scritti per lei, un'ampia, ricca e 
animata biblioteca storica; si dimentica d'aver pianto e palpitato 
sopra un romanzo di lui, che unisce la immaginazione e il vigore 
drammatico d'un Victor Hugo con la morale d'uno scrittore man- 
zoniano; non si vuol più ricordare d'avere imparato in parte da 
lui i doveri del galantuomo italiano ; si mostra d' ignorare che 
egli ha patito il carcere, la destituzione, l'esiglio per la causa 
della libertà; e gli si domanda come ad uno straniero: che vieni 
a fare tu, fra noi, cittadini liberi e indipendenti? Lo si proscrive; 
poi si fanno anche le meraviglie di trovarlo lontano da noi; lo si 
affligge ogni giorno con insulti volgari e poi si muove femmineo 
lamento se la parola frizzante e nervosa di lui viene a ferirci. 
Diamo pace, e pace avremo; anzi più che dar pace, domandiamo 
perdono ad un uomo , il quale ci ha insomma fatto bene , ed al 
quale non abbiamo, dal giorno in cui ci ritrovammo padroni di 
noi stessi, saputo rendere altro che male. Ed io mi rivolgo ai 
giovani particolarmente, i quali non hanno ancora ne' sterili 
rancori della politica , covata la nera ingratitudine ; io domando 
al loro cuore ben fatto , e alla loro intelligenza non adombrata 
dai tetri pregiudizii di una pertìda e mutabile ragion di Stato: 
Sommando tutta la vita politica del Cantù, vi sembra egli d'aver 
sotto gli occhi l'esempio d'un buon italiano"? (1) Sommando la vita 



(1) Aggiungo ancora un fatterello significante. Quando gli unitarii ita- 
liani cedevano Nizza alla Francia, il federalista Cantù dalla Camera dei 
deputati scriveva al Cavour queste precise parole: « Sig. Ministro, Vo- 
tando, io domanderò in che lingua si voterà a Nizza. Se il sì suona, 
che cosa mi risponderà Lei? C. Cantù » II Cavour scriveva, in forma di 
responso sibillino, sotto le parole prettamente italiane del Cantù nient'al- 
tro che questo: « Est quoque silentio tuta merces. Cavour. » 



— 105 — 
letteraria del Cantù, vi sembra egli che n'esca la figura di un 
operoso, limpido, caldo, versatile, ingegnoso, benefico scrittore? 
Io son certo di udirvi unanimi rispondere che, sebbene il suo rab- 
bioso guelfismo che gì' impedisce di ragionar filosoficamente tutta 
la storia non vi garbi (e non garba neppure a me), vi sembra cosi 
appunto. Or bene, riparate voi l'ingiuria fatta al Cantù dalla ge- 
nerazione che vi ha preceduti; difendetelo voi per quanto egli fu 
ingiustamente perseguitato : ricordatelo voi per quanto egli fu 
ingiustamente dimenticato ; e lasciate dire chi speri, con un sol 
motto, distruggere il virtuoso vostro proponimento; nessuno, cre- 
detelo, de'lievi derisori del Cantù sarebbe stato capace di sacrificarsi 
per voi com'egli ha saputo fare, e molti poi di quelli che lo con- 
dannano non conoscono forse la decima parte di quello ch'egli ha 
scritto. (1) 



(1) In queste pagine stesse, parecchie opere del Cantù non furono 
ancora ricordate: tali la Scorsa d'un lombardo negli Archimi dì Yene- 
zia; gli Eretici d'Italia (una storia in tre volumi in ottavo, delle sette 
e riforme religiose in Italia); due Memorie premiate, l'una a Napoli 
Sull'origine della lingua italiana, l'altra a Modena sulla Libertà d'in- 
segnamento, numerosi opuscoli, una Storia della letteratura latina, per 
le scuole, im' Antologia militare, in tre parti, premiata dal Ministero 
della guerra, e altri scritti minori. In tutti questi scritti, l'ingegno dello 
scrittore e l'animo del patriota si rivela ; in alcuni il pensatore non è 
sempre all'altezza dello scrittore, non essendo sempre intieramente 
libero il suo pensii^ro. Alla romana congregazione dell'Indice le reticenze 
e la riverenza dello storico Cantù per i dogmi chiesastici piacquero ; e 
tanta sommessione fece pur credere che i Gesuiti dirigessero la mente 
del Cantù mentre egli scriveva la Storia Universale ; egli portò, in vero, 
talora il suo guelfismo fino al bigottismo, che rende partigiano lo scrit- 
tore ; si può esser guelfi per principio ; non si può esser bigotti che 
per ispirilo partigiano o per cecità di mente. Non potendosi sospettare 
il Cantù d'ignoranza rimane solo a deplorarsi ch'egli non abbia altri- 
menti concepita possibile la democrazia che per mezzo d'una ristretta 
teocrazia. 



V. 
NICCOLÒ TOMMASEO 



Il giovine lettore avrà forse giù avvertito come una delle qua- 
liià più costanti e più caratteristiche degli uomini più originali, 
sia quella di far parte da sé stessi. Ingegni mediocri possono 
spesso conseguir fama, indovinando soltanto le vie della fortuna. 
Non avendo essi nulla di proprio che rilevi molto conservare, as- 
sumono facilmente una veste popolare, ossia il costume, l'ingegno, 
il carattere che sa adattarsi e piacere ai più; sono affabili ed 
alla mano con tutti; hanno per tutti una parola gentile; consen- 
tono e non dissentono; si guardano dall' urtare come dall'essere 
urtati; la folla li respinge, ed essi si ritraggono frettolosi; la folla 
li trascina, ed essi se ne lasciano portar via come in trionfo; 
facili sempre a rimorchiarsi, rassegnati, in ogni caso, a trovar 
sempre che ogni cosa va pel suo meglio nel migliore de'mondi 
possibili ; si direbbero ingenui, se più spesso non fossero furbi, i 
quali riescono ad anticiparsi in questa vita una certa forma di 
beatitudine. E, per simil gente, come l'eccletismo è un commodino 
letterario, così l'elasticissimo governo costituzionale appare il 
più commodo fra tutti i governi, perchè è pur quello che meno 
esclude, ch'ha più larghe braccia, eh' è più capace di espedienti, 
che tollera e simula e dissimula e contiene e nasconde di più; 
governo d'oro, se per farsi d'oro, non ci avesse inondati di carta. 

Niccolò Tommaseo, in mezzo all' Italia costituzionale, serba an- 
cora fede al concetto repubblicano; in mezzo allTtalia svogliata ed 
incredula, serba ancora fede ostinatamente cattolica; in mezzo al- 
l'annacquata, smorta, uniforme letteratura delle gazzette, serbasi 
ancora scrittore accurato, ed indipendente, che non somiglia a nes- 



- 107 — 
suno, e a cui nessuno forse può somigliare. Per queste cagioni 
adunque e per altre che il lettore rileverà da sé, il Tommaseo 
vive ora solo, ed impopolare, per quanto scriva egli pure libri 
destinati al popolo. 

Nacque Niccolò Tommaseo a Sebenico in Dalmazia, di Gerolamo 
Tommaseo e di Caterina Chessevich, nell' anno 1803. (*) De' suoi 
primi studii egli stesso c'informa nel suo volume di Memorie poeti- 
che (1) « Sui nov'anni entrai a studiare quella che chiamano ret- 
torica in un seminario, aperto anche a'secolari, dove insegnava un 
Vicentino, il cui vivace ingegno riscosse l'ingegno mio, m'ispirò 
l'amor dell'Italia. Superati alla fine i dirupi delle Muse, vo'dire la 
prosodia, più del verso italiano ini piacque il latino, forse perchè 
Virgilio parevami maggior cosa dell'Ariosto e del Tasso, e del- 
l'Omero, del Monti e di altri minori. Di Dante, tranne l'eterno 
convito, il maestro ci lasciava digiuni; e fin del largo fiume ario- 
stesco ci dava a centelli. Di buona prosa italiana quasi niente; 
Cicerone sempre, e sempre le orazioni. » Egli ricorda pure un 
suo verso scolastico d'allora, nel quale, con potenza già scultoria, 
rappresentasi il carattere d'Attilio Regolo: 

Oscula despiciens natorum; et mente sua stat. 

Il Tommaseo dura tre anni in quel seminario fra esercizii di 
poesia e di composizione latina, né mancano i ludi scenici ne'quali 
il giovinetto dalmata calzando, come attore, il coturno, ha una 
volta il piacere di far piangere il Rettore del seminario, recitando 
V Eustachio del Palagi. Que'tre anni sono tuttavia a lui già « solitarii 
nella comune convivenza, amari per affetti compressi, per anghe- 
rie patite, per invidiuccie di colleghi, per sonni brevi, per tristo 
cibo, per dolori corporei piccoli ma pungenti » ed invece di gemere 
un'elegia patetica, egli medita allora un dramma che rappresenti 
in una forma vivente i mali da lui patiti; ma al principio della 
terza scena s'arresta. Da questi primi appunti panni già possibile 
il presentire lo stile a colpettini scultorii che dovrà poi dare ca- 
rattere a tutti gli scritti del Tommaseo, nella mente del quale le 
idee sorgono per lo più sotto la forma drammatica dell'antitesi. 



(*) Veggasi , in proposito la lettera di Niccolò Tommaseo che trovasi 
al fine di questo Ricordo. 

\ì) Venezia, cui tip; del Gondoliere, 1838. 



— 108 ~ 
A dodici anni egli scrive, contro Napoleone caduto, sestine e 
sonetti che vengono appesi alle botteghe parate a festa e che gli 
valgono il sonetto di un valentuomo, tutto inteso a glorificarlo. 
Dai dodici ai quattordici anni, egli studia filosofia, ma con disgu- 
sto; onde i/nprovvisa contro di essa de'quinarii col ritornello: 

Il ciel ti fulmini. 
Filosofia! 

E, per passatempo, traduce Virgilio in dialetto veneziano. 

Altri due fatterelli relativi a quegli anni importano qui essere 
riferiti, l'uno perchè ci conferma come l'ingegno del Tommaseo fosse 
più vago di forza che d'eleganza, l'altro perchè ci mostra come il 
giovine dalmata fosse naturalmente predisposto a divenire un cri- 
tico. E egli stesso che parla: « Più di tutti i precetti rettorici 
potè in me l'osservazione fatta da mio zio sopra due maniere di- 
verse di stife di due persone che vivevano seco: Nell'uno, mi dis- 
s'egli, è più eleganza: nell'altro più forza. E me ne rammento 
come se l'avesse dett' ieri; e sulla forza pigiò più che sulla ele- 
ganza: si che senza giudicare qual delle due fosse meglio, avviò 
l'intendimento mio, incerto, per saldo cammino. — Un altro eser- 
cizio, nocevole all'animo, è forse un po'giovato all'ingegno. Capi- 
tatemi certe terzine d'uno che m'era stato collega malignuccio e 
causa di molti tedii, presi, non per fiele, ma per mal umore, a 
cercarvi col fuscellino ogni difettuzzo, e in ogni verso ne ritrovai, 
quasi ad ogni parola. — Cotesto aguzzare gii occhi a notare il 
falso il disadorno o il superfluo negli scritti altrui mi giovò 
quindi a vederlo ne'miei. » A quattordici anni egli incomincia a 
sentire e a cantare la natura; un'impressione provata gli fa tro- 
vare, a proposito d'una fonte scoperta nel podere d'un amico, fra 
gli altri, i seguenti pittoreschi endecasillabi: 

. Has Pomona suo benigna gressu 
Solet floridulas beare terras. 
Fructus ipse frequens Deam recentes 
Vidi candidulo sinu gerentem 
Huc e ceruleo volare Olympo. 

In un viaggetto fatto a Zara, sente arringare avvocati e prende 
amore all'avvocatura; reduce a Sebenico, egli si risolve ad un viag- 
gio in Italia, col proposito palese di ritornar poi a Sebenico a difen- 



— 1011 — 
der cause, ma col segreto presentimento di rimanere invece in Italia 
a farvi il letterato. « M'imbarcai, egli scrive, per l'Italia, giovanetto 
ignaro degli usi del mondo, più timido che selvaggio, orgogliosa- 
mente modesto, chiuso in me, e tutto armato di punte per respingere 
l'affetto altrui e la bellezza delle cose di fuori; ma educato a quella 
gentilezza d'animo inconsapevole di sé che ispirano gli esempi 
continui della virtù e del pudore. » 

A Padova conosce Sebastiano Melan che gli diviene ad un tempo 
maestro ed amico, e « che voleva nello stile quelli che potentemente 
chiamava verhorum jacula. » Conosce pure e visita spesso Giuseppe 
Barbieri, cui dedica, sedicenne, alcuni esametri latini pieni di vigore 
e d'eleganza. Fa molte, varie, disordinate, in parte buone ed utili, in 
parte indigeste e sterili letture; incomincia a spogliare pazientemente 
autori latini per trarne giunte al lessico del Porcellini ; e, in pari 
tempo, va cercando nella storia ecclesiastica del Calmet, per appun- 
tarseli, tutti i soggetti tragediabili « Ma il cuore, prosegue egli, pa- 
tiva, rinchiuso in sé stesso; e però poco poteva aprirsi a nuova 
luce l'ingegno. Orgogliosamente timido, ignaro e sprezzante di 
modi che simulano gentilezza e benevolenza, desideravo esercitare 
l'affetto, e non sapevo se non con pochi ; 'e tra il rispetto e lo 
spregio, tra il sospetto e la tenerezza non vedevo alcun mezzo. 
Fanciullo in molte cose, in poche uomo, in altre decrepito. Tale 
ero, passato di poco il sedicesim'anno, quando conobbi Antonio 
Rosmini che nel suo ventitreesimo anno studiava di teologia 
l'anno quarto quand'io '1 secondo di legge. — Io non l'ho amato 
in sul primo ; tropp'alta era in lui la mente, e la virtù troppo se- 
vera; quel che potevo comprendere di quella, o di questa speri- 
mentare, mi sbigottiva. Ed egli m'amava già, e m'apprezzava 
oltre a quanto io valessi e sia valuto mai : che m'era vergogna. 
Vergogna forse più superba che umile, ma profìcua. » 

In quell'anno medesimo, il Tommaseo scrive, in uno stile lam- 
biccato e contorto, un libriccino per provare che Cristo è l'otti- 
mo degli amici. Nessun ideale ancora lo tenta; egli è sempre alla 
rettorica. A 17 anni compone un'epistola latina per laurea d'amico, 
ove son notevoli i seguenti esametri ne'quali l'autore fa già di 
sé tale ritratto che può servirgli anche oggi, dopo più che mezzo 
secolo : 

Vestis si crassa, aut defluit aequo 
Rusticius, nil discrucior. Puerilia curo 
Interduni;, ignarus cum magnis vivere. Inanis 



— 110 — 

Leges nil moror offlcii, aut suffragia lauduni. 
Panca, et parva loquor.... 

Mobilis, impar 

Ipse mihi, raro laetus 

Placidiis vultu, sed pronus ad iram, 
Et minimis angor. Momento at protinus horae 
Nubila diffugiunt animo intempesta sereno. 

Continua l'autobiografia: « Nella dipartenza del buon Rosmini 
che, finito il corso, ripatriava, sebbene io non l'amassi di tene- 
rezza, piansi. Egli mi scrisse un'epistola in versi, piena di vero 
affetto; la quale io sciagurato mi misi a rivedere con severità fe- 
roce, e le censure mie gli mandai per risposta. Il demone della 
critica sovente mi prese cosi pe'capelli, e fece talvolta parere tri- 
stizia quel ch'era in me vanità scolaresca, o grettezza di studii, 
od ostentazione di libertà, o sdegno e sospetto d'ogni non vera 
grandezza ». Da un altro giovine, ch'era pure amico al Rosmini, 
morto consunto, il Tommaseo confessa d'aver appreso il gusto degli 
studii filologici, delle etimologie, dei paragoni di lingua con lingua. 

Nell'inverno del 18:20, scrive « certe lettere sacre, inzeppandovi 
al solito le eleganze, come si ficca il ramerino in un lacchezzo di 
agnello »; e, a questo punto, egli soggiunge nelle sue Memorie, un 
buon consiglio : « Io sarei dottissimo se sapessi il milionesimo 
delle cose lette ; e molto debbo aver letto anco in questi primi 
anni a giudicare dai molti volumi comprati con cieco desiderio di 
amante. Ma dai libri io appresi piuttosto a coniare il metallo di 
impronta mia che a far tesoro del già meglio coniato. E questo 
è bene in parte ; in parte è gran danno ; bene là dove si tratta 
delle opinioni ; là dove de'fatti, male. Della qual distinzione, fac- 
cia senno chi n'è ancora in tempo. I fatti raccolga, le opinioni 
non curi ; perchè in queste parlano gli uomini, in quelli Dio. » 

A 18 anni, il Tommaseo frequenta il teatro, legge l'Alfieri, tenta 
una tragedia, la vittima del qual tentativo sarebbe stata Semira- 
mide, se l'autore non si fosse fermato al primo monologo ; traduce, 
in gran parte, il Cid di Corneille in versi italiani : tenta epistole, 
saflìche e satire; traduce Lucrezio; si erudisce nel greco con 
Amedeo de'Mori; stende sulla carta alcuni suoi pensieri estetici, 
che lasciano già sperare il futuro autore del Dizionario d'Esteti- 
ca; legge Werther ed Ortis, e lascia Padova per tornare in fa- 



— Ili — 

miglia; in viaggio, un grave amore lo incoglie; nell'autunno 
scrive molti sonetti amorosi, un misto, per quanto parmi, di 
stentata nudità alfieriana, di petrarchevole sdolcinatura, di dispe- 
razione foscoliana e di propria virilità sdegnosa. 

Tornato in Italia, il Tommaseo compie il quart'anno di legge a 
Venezia sotto maestro privato, ciò essendo concesso dagli istituti 
dell'Ateneo padovano ; ma, in verità, egli non si occupa seriamente 
d'altro che d'amori e di versi ; il che torna quanto a dire ch'egli 
vive ozioso. Compone due tragedie; « i'avevo, scriv'egli, schele- 
trita ancor più che l'AUìeri non facesse. Melpomene, e ridottala a 
contentarsi di tre per.sonaggi. » 

Passato l'inverno in ozio infingardo a Venezia, il Tommaseo, 
ricondottosi nella primavera a Padova, vi intende un attore, la 
cui voce potente per vibrazioni e inflessioni nuove, e tratte dal 
petto profondo, gli diviene maestra di stile. 

Nella state di queir anno, concorre , indottovi dal Rosmini, ad 
una cattedra di grammatica nel ginnasio di Rovereto; fra i temi 
proposti ve n'è uno sul modo con cui il maestro può inspirare la 
religione ai fanciulli; il Tommaseo serba copia del componimento 
scritto in quell'occasione; io qui ne reco un brano a prova che 
lo scrittore italiano, malgrado un po'di ridondanza Bartoliana era 
allora quasi che formato. « La disciplina non rimessa, non dura .. 
viene infrenando gli eccessi, i difetti adempiendo ; e fa simile a 
maestoso fiume la vita, che vien tra sponde ombrate e fiorenti; 
limpido, uguale sonante e nel 1 Oceano che l'aspetta non finisce ma 
posa. Gl'insegnamenti non escano ma trabocchino dal cuor pieno. 
I rimbrotti rigurgitati non paiano da inceso animo, ma piovuti da 
mente serena »; pel tema di latino, egli scrive una dissertazione 
in lingua latina sui verbi impersonali, cosa veramente superiore 
all'età dello scrittore e all'entità del concorso; tuttavia, come av- 
viene, a Rovereto si vogliono contentare di meno; il Tommaseo 
non vince il concorso. 

Nel diciottesimo anno, il nostro dalmata scrive pure tre inni 
latini in onore di Sant'Anastasio, il cui corpo è venerato a Zara, 
una serie di elegantissimi esametri in lode della villetta di Giu- 
seppe Barbieri a Torreglia, e pubblica un volumetto di versi la- 
tini, con un saggio di traduzione latina del primo canto della 
Divina Commedia. 

Nel febbraio del 18:22, il Tommaseo s'addottora in Legge, e, per tesi 
di laurea assume di provare : la legge naturale stendere la sua san- 
zione alla vita avvenire. « Que^a esercitazioncella retturica, prose- 



— 112 — 

gue egli a scrivere di sé, mi meritò le congratulazioni d'un de'miei 
professori, legista non più forte di me, ma arguto e facile inge- 
gno, Luigi Mabil. E questa mi fu occasione, tornato in Italia, 
di rivederlo e approfittar de'suoi colloquii e de'libri. Per lui co- 
nobbi V Antologia di Firenze, e appresi ad amarla ; né forse (se 
questo non era) più tardi mi Scirei proferto di scrivere in essa. » 
Tornato a Sebenico, contrae amicizia con un suo giovine conter- 
raneo, Antonio Marinovich (1), ricco d'ingegno, di cuore, e di li- 
bri, liberalmente imprestati al Tommaseo, il quale, intanto, fra 
lettura e lettura, traduce un po'd'Iliade dal greco, continua a far 
versi latini, francesi, ed a pigliare appunti; uno di essi, riferentesi 
all'età di vent'anni, parmi che meriti esser qui rilevato, poiché il 
giovine ignoto scrittore ventenne, ed il critico, ora fatto venerando^, 
vi si ritrovano in ima mirabile identità d'aspetto : « Falsamente si 
crede che tuttociò che giova apparentemente sia diritto, e tutto 
ciò che apparentemente spiace sia dovere. Anzi é diritto, preci- 
samente parlando il dovere, E il diritto é dovere anch'esso: » 
Non so, in vero, se oggi il Tommaseo, malgrado l'affievolita re- 
miniscenza degli O/fìcii di Cicerone, direbbe altrimenti la stessa 
inezia. 

A vent'anni ancora, ei legge e compendia il saggio del Grassi sui 
sinonimi. « Dai sinonimi del Grassi, egli perciò scrive, di lì a sette 
anni dovevano nascere i miei; dalle idee raccolte nella lettura del 
Cartesio i miei aforismi della scienza prima; dall'Emilio gli scritti 
varii; dagli esercizii lirici e tragici, i componimenti drammatici 
e lirici de'seguenti anni. » Fra i sinonimi, ossia il dramma in- 
nocente delle parole, compone due atti di una nuova satanica 
tragedia, intitolata Caino, poiché, com'egli dice, l'anima sua, in 
quel tempo, caineggia; il che non gli toglie tuttavia di comporre 
piamente un opuscolo contro il Lamennais, il quale negava alla 
Chiesa molta parte di quella autorità ch'essa suole attribuirsi. 
L'anima di lui é in continua tempesta, agitata fra l'amore e lo 
sdegno; e lo scrittore pure si conforma a quello stato dell'animo. 
« Troppo sovente, scriv'egli con molta verità di sé stesso, l'ispi- 
razione fu in me soffocata dalle arguzie dell'ingegno, che, invi- 
ziato dall'arte, si caccia importuno tra l'affetto e le cose. E dei 



(Ij A lui è dedicata una novella intitolata: Due ^«c?', edita a Milano 
nel 1831, che il Tommaseo diceva tradotta dairillirico ma che viene 
attribuita a kii stesso. 



— 113 — 

gambetti che diede l'ingegno all'affetto mio, non vi saprei dire 
il numero. » Uggioso a sé ed a'suoi, abbandona, allora, nuova- 
mente, e definitivamente, la famiglia in pianto, per tornare in Ita- 
lia, a tentarvi la fortuna delle lettere. 

Dal marzo al giugno del 1823 egli vive a Padova, ove compo- 
ne, per mandato commessogli, un volumetto di pregliiere euca- 
rìstiche; accetta quindi per soli quindici giorni l'ospitalità del 
Rosmini a Rovereto che glie 1' aveva offerta per sempre ; poi 
torna a Padova; scrive dieci ditirambi e dieci cantici sul mare. 
Al fine dell'estate divien giornalista; e qui nuovamente importa 
udire le parole stesse della copiosa autobiografia: « Le povere cose 
che segnate del nome mio per lo spazio circa d'un anno comparvero 
nel giornale trevigiano, attestano l'inesperienza dell'ingegno e la 
fiducia soverchia dell'animo. Quali cagioni mi movessero a cen- 
surare acerbamente qualch'uomo degno di stima e qualch'altro 
degno di pietà, non potrei dire senza entrare in particolari te- 
diosi, i quali, lavando in parte me, macchierebbero altrui. Meglio 
chiamarsi in colpa e confessare che a scrittore di ventun anno 
non era lecito di levarsi giudice delle opere altrui. Ma quell'eser- 
cizio conducendomi a molte e svariate letture che di mio arbitrio 
non avrei mai durate, per varie serie d'idee mi venne agitando 
l'ingegno ; unica forse utilità ch'io traessi dal decenne lavoro. Ma 
i danni furon parecchi ; l'abito critico che spegne e intepidisce il 
senso poetico; l'orgoglio esercitato sopra misere cose, e però 
tanto più caparbio ; le animosità per meschina cagione eccitate, 
le quali deste una volta non s'addormentano mai. » 

Avendo inteso la Sposa di Messina del Carrer, ch'egli allora cono- 
sce e frequenta, pare al Tommaseo di poter far meglio, e vi si prova; 
ma la sua tragedia non viene rappresentata; tuttavia rincresce a lui 
nel 1838 d'essersi voluto, per vanità, far emulo d'un giovane a cui 
egli sentiva di dover soltanto gratitudine ; ma con cui, alcuni anni 
dopo, ritornava, tuttavia, a guastarsi. 

Medita allora un nuovo giornale sotto il titolo: Piccola Gal- 
leria cV Amenità letterarie; poi, essendo per due mesi a Sebe- 
nico, un altro giornale ancora il quale dovrebbe dividersi in 
cinque parti, morale, evangelica, estetica, storica, politica, dome- 
stica^ e pel quale prepara anzi un discorso molto rettorico intorno 
alla moneta. « 11 buon Marinovich, seguita l'autore stesso, lettolo, 
mi fece amorevolmente intendere ch'ell'era una cria; e sorridendo 
mi disse una parola sapiente, che allora mi parve amara a man- 
dar giù: — e' ci vorrebbe dietro agli scrittori (come dietro a 

Ricordi Biografici 8 



— 114 — 

quell'oratore antico) un flauto che li aiutasse a intuonare giusto. 
— Voi vedete che non poteva esser uomo volgare chi pensò questo 
motto, il quale, rimastomi fisso in mente, mi fu sempre più dalla 
esperienza illustrato. E conobbi come lo sbagliare l'intonazione, 
l'azzeccarvi, è quel che distingue l'uomo sano e maturo, dal 
ragazzo, dallo sciocco, e dal matto. » 

Nel suo 21^* anno, il Tommaseo giunge a Milano, ed è presen- 
tato allo Stella, che gli dà lavoro; scrive per esso gli Enimmi 
storici: immagina una nuova Proposta contro quella del Monti, 
compendia il Galateo del Gioia, discorrendo egli stesso in modo 
inurbano sull'urbanità;, fino al 23° anno svariatissime sono le sue 
letture e le impressioni, e i tentativi di scritti diversi; fra i quali 
egli, ai romantici più avverso che amico, incomincia pure un ro- 
manzo intitolato romanticissimamente: Una notte, e di cui il Tom- 
maseo stesso ci reca alcuni frammenti di una pazza sensualità. 

Quasi nel tempo stesso pubblica un libriccino : Il Perticari confu- 
tato da Dante (1), che potei ritrovare e leggere. Sono 68 pagine di- 
vise in due parti, la prima parte in sei sezioni, la seconda in quattro; 
ogni sezione é suddivisa in brevi paragrafi ; alcuni de'quali di due 
righe appena. Il giovine autore vi palesa già un'alta opinione di sé : 
« Contro le opinioni del Perticari, dic'egli ai Lettori, ch'io stimo 
come valentissimo scrittore e come ottimo letterato, non però come 
pensatore profondo, né come giusto giudice delle toscane eleganze, io 
non pubblico che brevi cenni; poiché la questione è dall'un lato 
sì chiara, dall'altro si frivola che non meritava di più. Posso dire 
con tutta certezza che chiunque avrà la sofferenza di leggermi ne 
sarà pienamente convinto. » Il giovine, oscuro, Tommaseo confuta 
l'illustre Perticari per via di brevi sentenze, recise, inamabili, impe- 
riose, e le conchiude in quattro brevi ammonimenti, i quali trascrivo: 
« I. Altro è desinenza altro è parola. Altro è parola, altro è frase. 
Altro è frase, altro è stile. Altro è pronuncia, altro è lingua (cose 
tutte che, molto probabilmente, il Perticari sapeva da sé). IL II 
fiore dell'Italiano è il Toscano; senza lo studio de'toscani modelli 
non può nel nostro secolo attingersi la migliore eleganza (propo- 
sizione forse men felice ; l'eleganza ciascuno che abbia gusto può 
darsela da sé; nel toscano si cerca non il fiore, ma il succo ve- 
getativo del patrio linguaggio). IH. Gioverebbe all'Italiano, oltre 
al proprio dialetto conoscer di pratica un de'più belli in fra'dia- 



(1) Milano, coi tipi de'fratelli Sonzogno. 



— 115 — 
letti toscani; perchè non tutte le eleganze di questi dialetti fu- 
rono consegnate alle carte; e perchè nella lingua parlata l'ele- 
ganze son vive. IV. A parila d'ingegno e di studio (e bisognava 
anco aggiungere di cuore) un Toscano sarà sempre più puro, più 
dolce, più elegante scrittore eh' altro qualsiasi italiano. » — Un anno 
dopo, il Tommaseo ripiglia la stessa questione in mi' Apjjeìidice 
all'opuscolo: Il Perticari confutato da Dante o sia Risposta dì 
N. Tommaseo ad un articolo della Biblioteca italiana (1). 

Seguita il giovane letterato Dalmata a tradur Virgilio, immagina 
cento Tavolette satirico-morali ad imitazione delle Esopiane, e ne 
scrive una sola, spoglia autori italiani per far giunte alla Crusca, 
scrive sentenze alla Rochefoucault e intanto patisce la miseria e la 
ftime. Allora, sdegnando ricorrere per aiuto al padre, sempre a lui 
liberale, si rivolge di nuovo all'ospitalità del Rosmini, prima sde- 
gnata, e si profferisce collaboratore -àW Antologia. « In sul partire 
per Rovereto, scrive egli stesso, ricevo una lettera della madre di 
Alessandro Manzoni, la qual mi pregava di passare da lei ; e ciò per 
prestarmi (la intenzion sua era altra che di prestito) tanto da fare 
il viaggio. Accettai il danaro, e conservo 1^ lettera, come cara me- 
moria; e m'è dolce rammentare d'avere destata, se non meritata, la 
compassione affettuosa del primo poeta e del primo filosofo, viventi 
d'Europa; di due cristiani. » Giunto, dopo un viaggio molto stra- 
pazzato, a Rovereto, viene dal Rosmini accolto con grande amo- 
revolezza. « Più in grado, egli dice, d'approfittare de'coUoquii del 
Rosmini, m' indirizzai in quel soggiorno a nuovi studii. Pensai 
un romanzo, non condotto ad esecuzione; ma il pensiero era notabile 
per ciò solo che i concetti e i voleri e le sorti della seguente mia vita, 
sono ivi chiaramente indicate, vaticinate. Poi mi diedi a leggere 
San Tommaso con amore, e a far le sue scintille di molte idee mie ; 
poi a scrivere preghiere appropriate allo stato del mio spirito; 
[loi a notare le bellezze o bruttezze morali de' vecchi Latini, 
giudicandole con le norme d'una morale più alta. » Compie pure 
allora nuovi studii su Dante e traduce in parte le serate del De 
Maistre. 

Nel marzo del 1826, ritorna col Rosmini a Milano, e vi pro- 
segue i suoi studii di lingua, a ciò aiutandosi pure col tradurre 
dal greco in purgato italiano; tenta pure in que'giorni « un ro- 



Milano, coi tipi doTratclli Sonzogno, 1826. 



- 116 - 

manzo critico sul fare dello spagnuolo Don Gerondio, dove tar- 
tassare un pò la piccola letteratura del tempo. » (1) 

« Lo scrivere neW Antologia di Firenze, prosegue egli, mi diede 
occasione a studii varii di storia, di filosofia, di economia, di stati- 
stica, di estetica; e nel rendere altrui conto delle idee altrui con- 
veniva, bene o male, render ragione a me delle mie; conveniva, sopra 
le cose, delle quali idee ed opinioni non avevo, acquistarle. L'ufl?ìcio 
di critico dovrebbe spettare ad uomini che dalla sperienza propria 
possan trarre norme all'educazione d'altrui; a me, la critica (e 
non a me solo) servi ad educare me stesso; e giudicando, appresi 
a metter giustizia. E forse educando me stesso, per via d'insegna- 
mento mutuo, aiutai qualche poco all'educazione altrui. » 

Nel 1827, il Tomimaseo impara a conoscere Michele Sartorio e Sa- 
muele Biava, e gode spesso de'colloqui del Rosmini, e del Manzoni 
« Col quale conversando, egli scrive, più cose imparai, e più (ch'è 
il più difficile) disimparai che non avrei fatto a lungamente studiare 
ne'libri, e a lungamente ragionare con altri letterati chiarissimi. 
Tra la dolcezza degli accennati colloqui, e la lettura dei canti po- 
polari della Grecia (che m'innamorarono) e di libri e di gazzette 
francesi, e la traduzione di parecchi opuscoli rettorici di Dionigi, 
e la compilazione de'sinonomi, mi corse serena la primavera e la 
state. Chiamato a Firenze dal buono e di molti benemerito Vieus- 
seux, scrissi prima di lasciare Milano, i pensieri sul sublime, dove 
lo stile e le idee cominciano un poco a raffermarsi, comincia a tro- 
var parole meno inadeguate l'atTetto. Le dipartenze mi furono 
consolate di lacrime e mie, ed altrui ; né la cordialità lombarda 
m'escirà mai dal pensiero. » Su quest'invito a recarsi in Firenze 
ci informa pure il Tommaseo in altra sua operetta (2) : « Quando, 
per un proposito ostinato, non senza prenunziare a me stesso in- 
felicità, ebbi lasciata la professione delle leggi e i modesti ma si- 



(1) Sulla caccia di Arriano tradotta dal Tommaseo, la Biblioteca ita- 
liana del maggio 1827 scriveva: « Se questo sia veramente il carat- 
tere dello stil d' Arriano, seguace perfetto di Senofonte, non oseremmo 
affermarlo; ma ben vogliam dire che la versione del Tommaseo ne 
piace, ed è tale da leggersi assai volentieri. Ma perchè il signor Tom- 
maseo sì acerbo nemico d'ogni pedanteria, lia credute necessarie tante 
note airumile trattatalo della Caccia? E in una di queste note un lungo 
inutilissirao brano del Firenzuola, al sol flne di poter dire che la mi- 
tologia è opportunissima dove si tratti di cani ! » 

(2) Ricordi di G. P. Vieiisseux. Firenze. Tip. Cellini, "2. ediz. 



- 117 — 

curi agi della casa paterna per inutilmente seguire la via delle 
lettere, senza avere né i pregi e neanche certi difetti che conci- 
liano allo scrittore la grazia degli editori e del mondo, chiesi al 
Vieusseux adito nel suo giornale^ io, giovane ignoto, e senza al- 
trui intercessione, ebbi pronto l'assenso, e di lì a non molto chia- 
mata a Firenze ; alla qual debbo il poco che nell'arte dello scri- 
vere sono. » 

A Firenze, egli fa studii sulla lingua parlata, stende ogni giorno 
una facciata del Dizionario de' Sinonimi, traduce, annota dal greco , 
compone inni sacri e morali sul fare manzoniano, prepara saporiti 
proemii alle strenne della stamperia Pezzati, medita una edizione 
di classici italiani, un Nuovo giornale delle dame, un periodico 
ila intitolarsi : Effemeridi romantiche composte da tre classicisti, 
comincia una commedia intitolata Non arrossire della virtù, rac- 
coglie sulle montagne pistoiese proverbii e canti popolari toscani, 
fa la conoscenza di Gino Capponi il quale, ei dice, gli era stato nascosto 
per cinque anni, da parecchi chiarissimi corpi opachi, legge e 
scrive finalmente molto per V Antologia, ove si firma con le iniziali K. 
X. Y, «I nuovi studii sulla lingua parlata, confessa egli nel 1838, la 
tema di cadere nell'affettazione, e la cura d'una certa allentata armo- 
nia, mi allontanavano più e più dalla precisone, alla qual pure la 
natura mia e i primi studii dovevano ravviarmi. Della qual facon - 
diosità rilassata son prova i due discorsi stampati negli scritti varii: 
dell'educazione considerata come scienza, e Difetti e sventure del 
letterato dovute all'educazione ch'egli ha patita, discorsi scritti da 
me nel 1828. » 

Un articolo d'anonimo, che sembra offensivo all'imperator Niccolò 
di Russia ed altro del Tommaseo, ove il Regno Austriaco del Lom- 
bardo Veneto, sotto il velo del nome di Acaia, viene ferito, avendo 
il giornale reazionario di Modena La voce della libertà gridato alto 
allo scandalo e alla ribellione, portano la soppressione òeW Antologia ; 
ed il Tommaseo, che con generoso e raro coraggio, s'accusa del- 
l'uno come dell'altro articolo, deve, nel 1834, lasciar la Toscana e 
riparare in Francia. 

A Parigi egli diviene amico di Alessandro Poerio, patisce più di 
un amore, scrive molti versi e molte prose, scrive italiano e fran- 
cese, continua a tradurre Virgilio, immagina e in parte compone 
romanzi storici, su Castruccio Castracani, la contessa Matilde, e il 
Duca d'Atene, pubblica un lavoro sull'educazione a Lugano (1834, ri- 
stampato nel 183G) prepara una seconda edizione del Dizionario 
de'Sinonimi (la prima edizione era uscita nel 1832), stampa e com- 



— 118 — 
menta le carte degli ambasciatori veneti relative alla storia di 
Francia, pubblica a Venezia il suo primo commento della Divina 
Commedia, concepisce l'idea di fondare a Parigi una biblioteca di 
opere proibite in Italia, scrive cinque libri Dell'Italia, « libro più 
d'amore che d'ira » com'ei lo defini più tardi, e raccoglie materiali 
per altri lavori. L'amnistia del 1838 trova il Tommaseo in Corsica, 
ov'egli ha fatto buona raccolta, sul fine del 1839, di canti popolari 
corsi come già di toscani ; allora egli, ricco d'esperienza e di studii, 
rimpatria; aggiunge ai canti popolari toscani e corsi anco gli illirici 
ed i greci e li pubblica tutti insieme a A^enezia, (ove ha fermata la 
sua stanza] in quattro volumi ; pubblica pure quattro volumi di 
Nuovi scritti, ov'entrano parecchi lavori di lui già noti ma rior- 
dinati ad un nuovo fine estetico, cioè Le Memorie poetiche. La 
bellezza educatrice, e il Dizionario estetico, ove si raccoglie la 
miglior parte de' suoi primi giudizi! letterarii ; e le Scintille proi- 
bite dalla censura austriaca per gli scritti che contengono relativi 
ai Dalmati e agli Slavi. Il romanzo Fede e bellezza dà luogo a 
qualche viva polemica, ed il valore letterario di esso viene molto 
discusso (il Cattaneo particolarmente lo riduce a'suoi minimi ter- 
mini); l'autore v'introduce in iscena sé stesso in forma di un nuovo 
Ortis su cui sembra essere passato invano un po' d'acqua bene- 
detta. 

Si seguono studii letterarii di varia natura, articoli, spogli, 
commentarli, prefazioni, note educative. 

Ed in tale attitudine studiosa lo sorprende l'anno 1847. Ma lo 
studioso insieme pensa, e il pensatore agita, anche non volendo, 
sé e gli altri. Da un' opera d'intrepido, ingegnoso e colto re- 
pubblicano veneto, (1), rilevo che, fin dal 1846, Niccolò Tommaseo 
si reca a Padova, per concertarsi col patriota conte Leoni, sul 
modo d'incominciare nella Venezia l'agitazione nazionale. 

Il :20 luglio del 1847, quando Riccardo Cobden, arrivato a Ve- 
nezia, vi era già stato festosamente accolto, il Tommaseo gli 
spedisce uu indirizzo , ove si contengono le seguenti parole , 
le quali possono allora valere come una protesta contro l'Au- 
stria : « Io non parlo di quelle nazioni dove il pacifico desi- 
derio del meglio è punito come misfatto, dove la manifestazione 
di più voleri concordi è vietata come uno sforzo di lesa maestà, 



(1) Vi7tgt ans d'ecoil, par Marco Antonio ancien émigré venitien. Paris, 
libraire intcfnatiunalc, 1800. 



— 119 — 
dove l'uomo non perviene ad avere quasi mai particella di auto- 
rità nel Municipio, non che nello stato senza aver dato al gover- 
nante cosi vergognose guarentigie di sé che lo rendano impotente 
a ben fare, e indegno d'alzare la voce a prò dei fratelli » (1). Il 
30 dicembre dello stesso anno, il Tommaseo legge all'Ateneo Ve- 
neto un discorso, intorno alle lettere italiane in relazione con la 
Censura austriaca. Il Tommaseo stesso c'informa di quell'avveni- 
mento nella sua breve narrazione dei fatti accaduti in Venezia dal 
21 dicembre 1847 al 10 gennaio 1848: « per dare ad altri un sag- 
gio del da farsi, il sig. Tommaseo, che non legge nelle accademie, 
chiese di leggere all' Ateneo Veneto un discorso intorno allo stato 
delle lettere italiane ; le quali egli riguardò nelle relazioni eh' esse 
hanno con la Censura austriaca ; e conchiuse proponendo una 
istanza, acciocché la legge austriaca, la quale ha assai parti buone, 
avesse più retta esecuzione, e maggior compimento. Le sue parole 
ebbero più che accademica accoglienza e l'istanza ebbe soscrit 
tori in numero notabile per paese a tali atti non uso. Egli inviò 
il suo Discorso agli uffizi di Censura in Venezia ed a Vienna ; 
l'inviò al Barone di Kùbeck » La narrazione del Tommaseo 
si conchiude, il 10 gennaio 1848, con un caldo appello a tutti 
i veneti perchè si stringano non in un solo partito 'moderato, 
ma in opinione legale animata d'affetti, termine alquanto vago 
col quale sperasi un po' ingenuamente o di persuadere l'Au- 
stria ad associarsi alla rivoluzione de' Veneti o di addormentarla. 
Quanto a me, i maschi fatti di Milano valgono tutte le parole 
femmine dettesi in que' giorni a Torino , Venezia e Firenze ; 
rispetto i prudenti ma prediligo i forti ed i magnanimi; la poli- 
tica di FaMu's cunctator venero, ma non l'amo ; e di Fabii tempo- 
reggiatori più che di generosi imprudenti é ingombro il mondo. Il 
Tommaseo scrive egli pure come l'Azeglio un discorso per pro- 
muovere l'eguaglianza civile degli ebrei; ed il 15 gennaio del 1848 
indirizza una lettera ai vescovi, nella quale li invita a rammen- 
tare al Principe « le promesse date, nel quindici, d'un Governo 
nazionale all'Italia, d' un Viceré non suddito agli aulici dica- 
steri ; di Deputati rappresentanti non per ischerno i diritti e 



il) L'intiero indirizzo, per chi lo voglia consultare, trovasi nell'opera 
dei signori prof. Alberto l'Irrera e Avv. Cesare Finzi, intitolata: La vita 
ed i tempi di Daniele Manin.) Venezia, tip. Antonelli. 



— 120 — 
le necessità dell'Italica ; di Censori obbligati a permettere che i 
difetti e gli errori del Governo sieno pubblicamente additati ; 
rammenti queste promesse, che sono le condizioni della nostra 
sudditanza, e ne chiegga 1' adempimento. » Il coraggio del Tom- 
maseo viene molto ammirato ; l'Austria s'allarma ; il 18 gennaio 
fa prendere il Tommaseo insieme con Manin, e li processa in- 
sieme. L'Austria ne fa cosi due martiri della libertà italiana. Ma 
io avanzo qui una semplicissima ipotesi ; poniamo che l'Austria, 
invece di sgomentarsi a quelle parole, fosse stata più accorta; 
le avesse accettate ; che sarebbe avvenuto ? il Veneto sarebbe 
stato legato per sempre alla sudditanza verso l'Austria, per de- 
dizione quasi volontaria de' suoi proprii capi. Chi avrebbe al- 
lora magnificato come liberatori della patria Daniele Manin, e 
Niccolò Tommaseo? (1) Ora io sono ben lontano dal volere 
inferire che il Manin e il Tommaseo non siano stati entram- 
bi due grandi patrioti, ma avvertire come fossero imprudenti 
e pericolosi i loro mezzi, e tali che se l'Austria li accettava, la 
loro riputazione ne avrebbe patito assai come dovea, dieci anni 
dopo, patire grave detrimento, in Lombardia la fama di Cesare 
Cantù, per esserglisi attribuito un disegno conforme a quello che 
avrebbe contentato nel principio dal 1848 il Manin ed il Tom- 
maseo, per essersi questa volta l'Austria, resa più prudente, guar- 
data bene dal mettere in carcere il Cantù, provocando nuovi disor- 
dini in Milano, e per aver anzi lasciato credere che l'arciduca Mas- 
similiano sarebbe divenuto volentieri un re indipendente del Lom- 
bardo-Veneto. Cosi cadde in disgrazia de'nuovi liberali il Cantù, il 
quale gli uni facevano autore di quel disegno, gli altri stimavano 
non alieno dell'accettarlo. Io non so ora se vi siano due giustizie 
per la storia; ma se, per avventura, ve ne fosse una sola, io doman- 
derei a' miei buoni contemporanei se sia conveniente il giudicare i 
fatti che accadono dalla sola norma fallace del vario successo, e se 



(I) Questa ò, del resto l'opinione professata dallo stesso Tommaseo, 
in una sua lettera diretta da Corfù ad un amico a Firenze nel novem- 
bre del 1850: avvertito comfì Pio nono avesse interceduto presso l'Au- 
stria pel Tommaseo quando egli era in prigione soggiunge: « Meglio 
era per que' di Vienna se ascoltavano allora Pio IX. Forse il moto di 
Venezia non nasceva; elio dal forzare le carceri fu preso il primo ardi- 
mento. » 



— 121 — 

non convenga tenere miglior conto dell'onestà de' propositi che della 
loro accidentale fortuna. 

Quanto ai sentimenti liberali del Tommaseo non possono es- 
ser dubbi, e che noi siano neppure all'Austria, lo si può eviden- 
temente rilevare dalla relazione che il Direttore generale della 
polizia di Venezia stende il 28 gennaio intorno agli studii, al- 
l'animo e alle opinioni di lui, dalla quale togliamo i seguenti 
passi « Niccolò Tommaseo spiegò mai sempre un carattere pieno 
d'orgoglio, di spinta opinione di sé stesso. Intollerante di ogni 
subordinazione e insolente disprezzatore di quei che non parteci- 
pano alle guaste sue massime politiche, egli viene risguardato 
per un luminare della letteratura, e le sue relazioni tanto al- 
l'estero, che nella Monarchia sono estesissime. Qui fino a questi 
ultimi tempi visse piuttosto ritirato occupandosi di lavori lette- 
rari. Le sue tendenze sovversive si studiò egli di cuoprire col 
manto della religione, e della filantropia, e la Censura avrà avuto 
Irequente occasione nella revisione dei di lui scritti di accorgersi 
come egli con perseveranza tentò di deludere in tal guisa la di lei 
intenzione. Nell'anno 1843 poi voleva pubblicare colle stampe in lin- 
gua illirica un Opuscolo intitolato : IshHze, che sotto il specioso 
annunzio di promuovere la coltura della lingua illirica conteneva 
principi, la cui tendenza manifesta era di spargere il malcontento, 
e di promovere un sovvertimento dell'attuale ordine di cose. Non 
ne ottenne però il permesso dalla Censura. Durante il suo sog- 
giorno all'estero egli si era mostrato un deciso nemico del Go- 
verno Austriaco, e se dopo il suo ritorno in questi stati si è im- 
posta una certa riserva, non si potrebbe inferirne, che avesse 
rinunziato alle antecedenti sue massime ». La Polizia ha intanto 
fatto perquisire la dimora del Tommaseo prigioniero, ingiungen- 
dogli quindi d'apporre la sua firma ad ogni carta sequestrata; il 
Tommaseo vi si rifiuta energicamente e detta invece una lunga, 
viva, eloquente protesta contro quell'arbitrio poliziesco. (1) 

Un servigio men lieto resero invece gli editori dei processi 
del Tommaseo e del Manin, alla ftxma d'entrambi i patrioti, mo- 
strandoli più timidi, più pacifici, e più solleciti di sé stessi che 
la pubblica voce, dopo il loro trionfale scarceramento, non li 
abbia poi reputati ; il Manin particolarmente non può dirsi abbia 



(1; Si legge nella citata opera dei signori Errerà e Pinzi, a pag. XCI 
e XCII. 



— 122 - 

ecceduto sempre per soverchia generosità nelle sue varie de- 
nuncie relative al Tommaseo, le risposte del quale spirano in- 
vece una nobiltà e una grandezza ammirabile per quanto risguarda 
gli altri imputati. Ma quanto a sé stesso, per un repubblicano 
qual egli fu ed è e si professa, ei mostra in tale occasione d'es- 
sersi presa una cura eccessiva della sicurezza di un Regno che 
ogni buon italiano ed egli stesso non dovea desiderar durevole. 

Ma io non insisterò su questo punto, come su nessuno che tocchi 
troppo dappresso la politica, non solo perchè questa co'suoi perfidi 
avvolgimenti mi uggisce, quanto ancora perchè sono impaziente di 
ritornare all'uomo di lettere, del quale un brano del quarto inter- 
rogatorio ci offre pure alcuna notizia. « Se io cercassi lucri o 
vantaggi, detta a'suoi giudici il Tommaseo, non sarei qui. Negli 
Stati Romani mi fu profferta la direzione di tre giornali e una 
cattedra; in Piemonte la direzione di un altro giornale; in To- 
scana due cattedre. Potevo anche prima rimanermene in Francia, 
e, scrivendo in quella lingua eh' è la lingua del mondo, aver fama, 
ricchezza e titoli puramente acquistati. Ma io dal mio esigilo di 
Francia ho riportato non ricchezze, non croci ; ho riportato cosa, 
che alle dame inglesi non è lecito nominare ; ma che nelle car- 
ceri nominare si può, ho riportato questi calzoni che ho indosso, 
che mi costano otto franchi, cioè tre fiorini ; e dal 1839 al 1848 
ogni inverno li porto, e, in pena della mia cupidigia e ambizione 
e fellonia, son venuto a finire di logorarli nelle ' carceri di Vene- 
zia. » Qui il Tommaseo sembra sfogarsi più tosto contro que'libe- 
rali italiani che lo calunniano venduto, che contro i suoi giudici, 
i quali non hanno certamente mai pensato a sospettarlo di vena- 
lità ; che, se un simile sospetto si fosse potuto accogliere sul conto 
del Tommaseo, non avrebbero essi lasciate sfuggire le occasioni 
d'adoperarlo per i loro fini. 

Finito il processo, lo stesso Tribunale criminale di Venezia emette 
il voto che il Manin e il Tommaseo siano rilasciati come innocenti; 
il 17 marzo 1848 s'ordina dal tribunale la immediata scarcerazione 
de' due illustri prigionieri, quali usciti, vengono portati a spalle 
di popolo per le vie di Venezia. Il processo colpiva più il Tom- 
maseo che il Manin ; e la liberazione avvenne, propriamente, per- 
chè il tribunale stesso, noverandone lungamente i motivi, avea 
già sentenziato non esservi luogo a procedere ; ma il buon popolo 
veneziano, col risoluto suo contegno, affrettò la scarcerazione de' due 
prigionieri, come un giorno avea veramente liberato dal carcere 
il suo vero liberatore Vettor Pisani. 



— 123 — 

Il 22 marzo, che fu il primo giorno eroico di Daniele Manin, 
viene proclamato il governo provvisorio della Repubblica, com- 
posto di otto membri presieduti dal Manin ; primo degli otto 
si trova eletto Niccolò Tommaseo. Come il governo provvisorio 
cadesse l'S giugno, non approvando l'alleanza col Piemonte nella 
guerra contro l'Austria, come il 21 giugno il Tommaseo incorag- 
giasse con risolute parole il Generale Pepe a muoversi ed operare 
con le sue genti, come il governo si ricostituisse con Manin e 
Tommaseo, ministro della pubblica istruzione e dei culti dopo l'in- 
felice esito della campagna sabauda, come il Tommaseo si recasse 
due volte invano a Parigi per implorare il soccorso della repub- 
blica francese, come la repubblica di Venezia, sia caduta con glo- 
ria, come, dopo la capitolazione, il Tommaseo emigrasse a Corfù, 
ad ogni lettore è noto. 

Dal 18i9 al 1850 ci sono guida sicura pel nostro Ricordo tre 
altri volumi di scritti autobiografici dello stesso Tommaseo, intito- 
lati : Il secondo esigilo (1); io continuo dunque ad attingere notizie 
da essi. 

Sbarcato a Corfù, il Tommaseo riceve invito a tornare in To- 
scana, ove pare die il sempre benefico Marchese Capponi od al- 
cun altro uomo liberale gli abbia fatta offrire ospitalità; ma 
egli ringrazia e rifiuta. Nel mese di ottobre del 1849, il Tom- 
maseo stende un indirizzo in francese all'Arcivescovo di Parigi , 
per ringraziarlo delle generose parole da lui pronunciate in di- 
fesa di Venezia caduta, e narrare in succinto le ultime vicende 
dell'eroica città. Ma le memorie sue in disteso di quegli ultimi 
due anni il Tommaseo scrive per serbarle inedite e da pubblicarsi, 
forse, un giorno, postume. Prepara un volume di versi inediti e di 
lettere di Alessandro Poerio ; e fa stampare a Firenze le opere 
inedite del Gozzi. 

Nel Giugno del 1850, indirizza ad un corcirese queste parole utili 
a rammentarsi oggi ai cattolici intolleranti d'Italia « Au moment 
où je tenais sans trop la vouloir une place, que l'obligeance des 
Autrichiens avait laissè vacante, j'ai tachè de corriger quelques 
actes d'intolérance liliputienne auxquels on se laissait aller; et 
(entre autres choses) j'ai consenti que certaines cérémonies de 
l'Église d'Orient eussent Dieu en plein air tout aussi bien que cel- 



(1) Milano, Fr. Sanvito, 18G-2, con ritratto dell'autore. 



— 124 — 

les de la religion qu'on se plait à appeler dominante. Au demeu- 
rant, j'avoue ne pas trop comprendre ce que c'est qu"une religion 
dominante, à moins qu'elle ne mette le symbole de la foi sur la 
pointe des bayonettes, et qu'elle ne se serve de l'Evangile de 
St. Jean pour en faire des cartouclies. » 

Nel luglio del 1850, il Tommaseo giudica le cose toscane, e, 
fra l'altro, osserva: « I giornali fiorentini si accordano nel do- 
lersi del Governo ; e certamente n'han d'onde. Ma dolersi è poco, 
ed è troppo; troppo al mal umore che cresce; poco all'effetto, 
anzi nulla, anzi peggio che nulla. Gl'Italiani si son messi a can- 
tare vittoria, e il nemico a picchiarli ; ora belano, e il nemico 
ripicchia e picchierà sempre più sodo, finché o non si taccia o non 
si faccia davvero. Quand'io nel quarantasette (nell'autunno di quel- 
l'anno il Tommaseo avea fatta una scorsa in Toscana) sentivo per le 
vie di Firenze cantare: Siamo Italiani, Siam giovani e freschi, E 
de' TedescM paura non s ha, sentivo in me un misto di vergogna, 
di sdegno, di ribrezzo ; e già me li vedevo sull'Arno. I miei pre- 
sentimenti, il più sovente dulorosi, non mi hanno ingannato quasi 
mai. Certamente non e' è da disperare della Toscana, ne di gente 
nessuna al mondo, allorché si rammenta quel che patirono e fecero 
i Toscani sotto Mantova, e i Veneziani a Marghera e sul ponte 
e nella indigente e inferma città. Ma non si può non riguardare 
le cose dal lato contrario, non ripensare come Firenze fosse go- 
vernata dai Medici al Fossombroni, e più là ; come le stesse isti- 
tuzioni materialmente liberali di Leopoldo I, e le tolleranze sba- 
date del secondo, concorressero a fiaccarla e invanirla... (i) Trattasi 
di attenuare l'elemento fiorentino, e far venire a galla il vecchio 
elemento toscano ; finché ciò non si faccia, non avrete Toscana ; 
e vuol dire che non avrete Italia ; perchè la Toscana, per la qua- 
lità della sua stirpe e per le memorie e per il posto che tiene 
nella penisola pur non giovando, nuoce ; e non accrescendo alla 
vita, la spegne >. Parole ch'io cito, poiché anche oggi, dopo più 



fi; Nel novembre 1852, egli scrive « Che Alessandro Manzoni sia di- 
morato in Toscana senza toccare Firenze, è atto de^uo di quella no- 
bile vita. I Cigni non si tuffano nella broda dei Ninci. E certe omissioni 
sono esempi più splendidi di certi fatti. » Nell'aprile del 1853, parlando 
del Ridolll « egli è più esule nella sua patria ch'io in terra greca ; e me 
ne duole per Firenze ancora più che per esso ». 



— 125 — 

che vent'anni, mi paiono ancora opportune e memorabili. Solo 
chi non ama questo paese, può addormentarvisi, e rassegnarsi a 
patire che il cuore d'Italia s'agghiacci, e consolarsi che in Toscana 
si rida ancora, e vi si rida bene, e solamente vi si rida. Io non 
vorrei tampoco che vi si piangesse ; ma mi sentirei più sicuro 
come italiano se questa sedotta e seducente Toscana fremesse un 
poco di più, se qui dove sono le più belle parole fossero pure le 
più belle opere ; se i giovani di questo suolo beato, per i quali 
sto qui pure scrivendo, fossero meno solleciti a mostrare le argu- 
zie del loro ingegno che la capacità del loro cuore, la magnani- 
mità del loro carattere, e quel calore interno che non solo crea gli 
entusiasmi ma li fa durare ; quando io penso che con cento to- 
scani di gran cuore e d'ingegno corrispondente, si potrebbe rifare , 
davvero, questa nostra Italia che finora abbiam solamente e ne- 
cessariamente disfatta, e rivoltata, non cesso di dolermi dell'edu- 
cazione eunuca che nelle scuole, ne'giornali e nel costume pubblico 
e privato riceve pur sempre questa gioventù, e di desiderare ar- 
dentemente che sorga qui alcuna voce assai più autorevole, più 
accetta, più intima della mia, la quale evochi finalmente fuora 
questa bella fanciulla dormiente da secoli e la ritempri a nuova 
e più gagliarda vita. 

Nell'ottobre 1850, il Tommaseo annunzia da Corfù ad un amico: 
« Ho scritto nn libro sul papa-re, poi un'altro sul metro delle 
canzoni cantate dal popolo greco, ove ragiono lungamente del nu- 
mero, cosa che voi, e non molti altri, sentite nell'anima; e voi, con al- 
tri non molti, leggerete questo, ch'è il frutto di trent'anni, se non d'e- 
sperienza felice, d'osservazione amorosa. Poi sto scrivendo d'un Cor- 
cirese (il Delviniotti) ch'è morto, per aver luogo a dire delle corri- 
spondenze tra Grecia ed Italia, e per pagare un tributo d'ospitalità a 
questa terra E compite queste e altre cose simili, e riposato- 
mi degli occhi [da un anno, la vista gli s'era grandemente inde- 
bolita e l'avea condotto vicino alla cecità presente] se io non ca- 
sco morto (che sarebbe assai comoda cosa) scriverò di Venezia. 
Lascio già i documenti ordinati, che sono pur troppi, e appunti 
moltissimi, e serviranno a chi li ritrova e non isdegni di attin- 
gerci... E Venezia stessa, ch'io amo tanto non è a me l'universo. » 
Nel vero, mentre egli pensa più che ad altro a difendere il 
nome di Venezia, volge spesso ancora il pensiero a tutta l'Italia, 
alla Grecia, alle isole .Ionie, alla Francia, agli Slavi. Quanto a 
Venezia, ei trova che o l'idea della repubblica non si dovea mai 
porre innanzi, o, posta, non abbandonarsi, in evidente opposizio- 



— 1^26 — 

ne con la politica conciliante, sabaudo-unitaria, piaciuta alcuni 
anni dopo al suo glorioso collega Manin. 

Nel novembre del 1850 ei scrive ad uno de'suoi parenti ; « Io 
non posso, nella condizione che i tempi mi han fatta, umiliarmi 
dinanzi a principi né a privati: non posso nella mia infermità, 
vivere dell'ingegno. Fatto che io abbia i miei conti, e veduto 
quel che mi resta, mi bisognerà rifuggirmi in qualche solitudine 
dove il vitto costi meno di qui ; forse privarmi di lettore e di co- 
pista, e dire addio ai fogli e ai libri. Superfluo avvertire (perchè 
credo si sappia da tutti) che dalle vicende di Venezia io non ho 
avuto che danni, e che non ho mercanteggiato l'ingegno, ma 
trattone l'occorrente alla vita per non iscomodare mio padre, e 
non sentire querele della mia lontananza. » (1) 

Nel febbraio del 1851, il Tommaseo manda, invitato, nel Veneto 
un discorso intorno alla Riforma degli studii; nell'anno niedesimo, 
l'Accademia della Crusca pensa a nominarlo suo membro corri- 
spondente; il 17 settembre del 1851, ^egli propone a un editore' 
l'opera sul verso e sul numero dei greci, italiani ed illirici, e 
un volume di versi, diviso in tre parti : L'universo, l'mnmiità, 
l'anima; il 25 dicembre al suo stesso editore, che gli proponeva di 
tradurre in italiano l'opera francese di lui Roma ed il mondo che 
la Civiltà Cattolica s'era aff'rettata ad assalire, ei propone invece 
un libro nuovo: Delle due potestà, innanzi a Roma tiene sem- 
pre un contegno pieno di dignità e di nobile fierezza, ove ribadisce 



(1) È pure interessante, a questo riguardo, il brano seguente estratto 
da una lettera che da Corfù il Tommaseo mandava in Francia, 
nel marzo del 1851 : « Vous me demandez quelles sont mes res- 
sources; je vais vous les dire. Mon pére m'avait laissé de quoi vivre; 
et vous savez qua pendant mon premier exile mes petits revenus et 
mes travaux littéraires me permirent de tenir le front haut devant 
rois et princes. Ma modeste fortune, quoiquefort entamée suffisnit pour 
m'affranchir de tout.joug. .l'ai pu servir la cause de Venise sans lui de- 
mander aucun salaire. Pendant mon séjour ù Paris, je payais à La 
Uepublique quatre francs par jour; ce qui aurait f'té ma dépense, à 
moi, homme prive demeurant à Venire Les frais de mon humble ré- 
présentation ont été enregistrées dans la Gazette officielle, et dans un 
compte rendu imprimé par moi, d'où il resulto que mon séjour d'envi- 
ron six mois à Paris n'a couté à Yenise que sept cents francs, y com- 
pris les frais de voyage et le logement, et la nourriture d'un ouvrier 
tailleur, qui avait été ministre dans les premiers teraps. » 



— 127 — 

la sua sentenza che il regno de'preti sarà vittima e scherno non 
tanto de'suoi sudditi quanto dei suoi difensori, e conchiude; « La 
separazione delle due potestà si farà tosto o tardi (che le gene- 
razioni nel cammino della verità sono istanti) ; ma badate, o preti, 
che la non si faccia dopo scandali e discordie e bestemmie, delle 
quali in non piccola parte cadrebbe su voi la vergona e il ri- 
morso. » 

Il 21 maggio 1852, egli scrive: « Sento le forze non solo 
degli occhi, ma di tutta la persona venir meno; mi rincresce- 
rebbe sopravvivere penosamente a me stesso: ma anche a questo 
son già preparato,; » ma ch'ei non sia morto lo si vede, nel 
giugno, dal seguente ritratto che, invece di necrologia, dedica 
a Mario Pieri suo denigratore : « Il poveretto si credeva uomo 
antico; ed era una mezza lagrima di Gian Giacomo rappresa en- 
tro una mezza presa di tabacco di Melchior Cesarotti, e sbattuta 
omeopaticamente per sett'anni in una tinozza d'acqua salmastra. 
Ma le sue buone intenzioni guadagnarono due perpetue felicità 
alla sua vita; di tenersi amatore de'classici ch'e'non capiva; e 
d'assaporare tutte le mattine la gloria ch'e'si frullava da sé, come 
i frati la cioccolata ; » quel poderoso ingegno del Guerrazzi, in 
simil genere di brevi ritratti, maestro, non avrebbe potuto dir nulla 
di più forte e di più vivo. 

Nel luglio del 183^, il Tommaseo prepara per gii editori lombardo- 
veneti un memoriale sulla Nuova Legge Austriaca di Censura da 
presentarsi al Governo, ma prega di modificarne lo stile, sempre 
cosi fatto che tradisce il suo autore, non ch'ei tema la re- 
sponsabilità, ma perchè non vorrebbe scemare le probabilità d'un 
onesto accoglimento alla proposta quando s'indovinasse che fosse 
provenuta da lui, il pregiudicato dell'anno 1849. Letto il quarto 
volume dell'opera dell'arci -moderato Gualterio, il Tommaseo scrive 
a Firenze: « chi si crede egli, il nobil uomo, di gabbare con 
quella sua loquacità da sensale in favore della infallibilità e im- 
peccabilità di re Carlo Alberto, e di que'suoi servitori che lo 
trassero a cosi misera rovina ? » ; nell'agosto, ha combinato con 
l'editore Reina una nuova edizione triplicata del Dizionario este- 
tico, e ricevuto invito a rifugiarsi in Piemonte; ma non sa qual 
partito pigliare. « Non giova, scriv'egli, sperare rinfranco dai la- 
vori dell'ingegno, ch'io potrei stampare in Piemonte, dove adesso 
non corrono se non cose politiche ; e la politica sopportata in 
Piemonte non è comportabile a me ; poi, giudicando io, come fo, 
le cose piemontesi con la severità che credo debita alla mia co- 



— U8 — 
scienza, ini peserebbe dovere il pane a uomini del Piemonte, seb- 
bene io distingua, e ogni uomo ragionevole distingue, tra la na- 
zione e il governo, tra il 48 e le condizioni odierne. » 

Il 17 dicembre 1852 (si avverta la data) il Tommaseo scriveva 
già al Vieusseux : « Pare che la Savoia voglia scappare dalle 
budella al Piemonte, ed entrare in corpo a Luigi Napoleone. Chi 
sa che, per non fare la guerra, e' non proponga in un congresso 
di prendersi la Savoia, e di dare al Piemonte un pezzo di Lom- 
bardia, e all'Austria, in cambio, un pezzo del Papa... » 

Nell'aprile 1853, il Pomba di Torino desidera il Tommaseo diret- 
tore dell'impresa di un nuovo Dizionario della lingua italiana; il 
2 settembre 18 V3, rinnovate più vivamente le istanze perchè sire- 
casse in Piemonte, il Tommaseo risponde al Vieusseux, mediatore : 
« Voi capite bene che io non vò in Piemonte per fare il giornalista, né 
spoliticare in nessuna maniera ; ma se il dovere o l'onore m' im- 
ponessero, se la dura necessità mi stringesse a scrivere qualche 
cosa, io non intendo privarmi da me stesso di tale facoltà, né con- 
fermare con la mia rassegnazione un sospetto non giusto. » 

Gli ultimi mesi del soggiorno del Tommaseo in Corfù, vengono 
funestati dal supplizio d'un romagnuolo condannato a morte dai 
tribunali Greci, ( e dai Corciresi stessi compianto ) per aver 
ucciso in una contesa un Jonio insultatore al nome italiano ; il 
Tommaseo si interpone invano per ottener grazia ; poi si leva a 
protestare, poi scrive un libro che consegni ai posteri queir in- 
famia e la rimproveri agli indifferenti contemporanei. Se prima 
egli era incerto sul lasciare le isole o rimanervi, quel tetro av- 
venimento lo persuade finalmente ad accettare 1' invito de' Pie- 
montesi; ma, come muoversi? ei non é più solo; egli cieco, ha 
ora con sé moglie e figliuoli, ed i legni da guerra non ricevon 
donne, ed i soli legni da guerra inglesi potrebbero liberarlo da 
quel soggiorno divenuto intollerabile. Questi ostacoli lo fanno in- 
dugiare ; alcuni mesi dopo, il 7 aprile 1854 egli può finalmente 
scrivere al Vieusseux che s'imbarca sovra un piccolo legno a vela. 

In altra lettera scritta nel giorno stesso al suo editore di Mi- 
lano, a proposito d' un articolo malevolo uscito allora nel Crepu- 
scolo contro un libro di Letture italiane ordinato dal Tommaseo, 
ei muove questo amaro lamento « Non credo con lei che ne' bia- 
simi di cotesto giornale invidia entri, dacché nulla è in me da 
invidiare ; né l' ingegno poco e stanco, né la vita povera e oscura, 
né il nome calunniato. Avranno forse quei giudici miei assai bene 
considerato che quel po' eh' io ho di mio potendomi da un di al- 



— 129 — 

r altro venir meno, e non mi restando che i frutti del mio inge- 
gno dimezzati dalla mia infermità e dalla mia imperizia del traf- 
ficare, se i biasimi ultimi soprav^vengono, a privarmi anco di 
questo poco, può giungere stagione in cui io non abbia di che 
sdigiunare i miei figliuoli, e di che pagare un ragaz-^o, che mi 
guidi cieco a scaldarmi al sole. » 

Nel maggio 1854, il Tommaseo ha già preso stabile dimora in Pie- 
monte, ove appena giunto, tutta la società colta di Torino s'è affret- 
tata a fargli dimostrazioni d' onore. Editori, direttori di giornali e 
d'istituti scolastici vanno a gara in Torino nel desiderar l' opera del- 
l'illustre proscritto, che naturalmente non può corrispondere al desi- 
derio di tutti, ma riesce, senza dubbio, a persuadersi come il Piemonte 
non s'è stancato e non può stancarsi nel virtuoso esercizio dell'ospi- 
talità. E, come il paese mostrasi ospitale, il Tommaseo riceve dai go- 
vernanti piemontesi, in più occasioni, offerte onorevoli e delicate, 
ch'egli rifiuta non senza gratitudine, né senza sentire, meglio che in 
passato, simpatia e stima per quel popolo di cui egli può questa 
volta considerare dappresso le qualità e pesarle. Il piemontese 
non guadagna ad esser guardato in fretta e di lontano; splendori 
che abbaglino esso non ebbe e non avrà forse mai ; ma a chi lo 
pratichi molto, a chi lo sorprenda nella sua vita interiore, esso 
permette spesso di conchiudere : l'esterno figurino è duro e 
grottesco; ma l'uomo che c'è sotto ragiona e sente ed opera 
bene; il Tommaseo l'avrà certamente provato (1); ed al suo soggiorno 
in Piemonte egli deve forse l'avere nell'agosto del 1855 accettato il 
programma unitario di Giuseppe La Masa. 

Intanto il Tommaseo stesso non istà in ozio; e una sua lettera al 
Vieusseux dell'agosto 1855 ci può dare un' idea della sua incessante 
operosità : « Dopo più di trent' anni che non facevo versi latini, 
mi sono divertito a tradurre la Francesca da Rimini, che mi dice 
d' esser contenta di me; e oggi stesso, tra il correggere i miei 
esametri e il mandare a Stresa trascritti i passi di Giobbe, ai quali 
la vita del Rosmini è comento e tra lo scrivere a voi e ad altri 
parecchi, e tra il correggere le mie preghiere e il far visite, e il 
ripetere a mente Virgilio e Dante e i Salmi e degli inni della 



(1) Egli, per sua ziatura un po' querulo, dopo tre anni di soggiorno 
a Torino scrive ad un amico di Firenze. « Non già ch'io sia scontento 
del soggiorno di qui ; pente onesta e che mi lasciano in pace ; e chi 
m' hanno dato un po' noia non ò roba di qui. » 



Ricordi Biografici 



— 130 — 
Chiesa, ho mandato al Valerio un articolo sopra un nuovo libro 
promesso dal Sega, eh' io ho la mania di credere un uomo che 
pensa e di voler ne' suoi scritti imparare, e un altro articolo al 
Mannucci (Direttore del Giornale dell' Arte e delle Industrie, mio 
compianto cognato, pel quale il Tommaseo scrisse parecchie appen- 
dici letterarie) sulla cattedra di Sanscrito che qui minacciano di 
buttare a terra. Le quali faccende non mi vietarono leggere il Di- 
ritto, e un pò' del Giornale Agrario, e di molto della regola dell'Isti- 
tuto Rosminiano e un giornale francese sul metro, e un opuscolo 
del Leoni sulla civiltà; e de' proverbi toscani, e dalla grammatica 
sanscrita, e d' una storia delle rivoluzioni di Serbia; e correggere 
delle stampe, e dormire più d'un'ora fra giorno, dopo dormito quasi 
nove ore la notte. Ho anche letto una vita dell' Azeglio con pia- 
cere, perchè a me piace l'Azeglio; e nelle Letture del Thouar 
due scene della Malattia d' una bambola, che sono una delizia. 
Chi è quel Carducci che fa quelle note a Virgilio, dove i raffronti 
delle traduzioni diventano un bel comento? Per compire l'esame 
di coscienza di quest'oggi, vi dirò che ho fatto dire a mente alla 
mia Caterina de' versetti fatti apposta per lei; e a voi, protestante 
ma tollerante, dirò che ho sentito la messa. » 

Nel novembre del 1856, gli studenti dell'Università di Torino, 
ai quali associavasi pure l'oscuro autore di questi Ricordi, allora 
studente d'ultimo anno nel Liceo di San Francesco da Paola, co- 
stituiti in libera associazione letteraria e politica, si riunivano 
ogni sera in tre sale del remoto palazzo Antonelli in Vanchiglia 
nelle quali avevano iniziato una specie di gabinetto letterario. Si 
tentarono dapprima discussioni letterarie fra gli studenti stessi, 
ma con esito infelice; allora fu da alcuni esternato il desiderio 
d'udire in quelle sale la libera parola d'alcuni uomini eminenti, 
che non fossero professori ufficiali; si voleva, in certa guisa, ten- 
tare, a spese nostre, un principio d'università libera fuori dell'uni- 
versità governativa; con tale scopo vennero pregati Niccolò Tom- 
maseo, Terenzio Mamiani, Giuseppe La Farina e Giacomo Lignana, 
il primo a volerci parlar di cose letterarie, il secondo di filosofìa, 
il terzo di storia, il quarto di filologia; il Lignana fece una lezione 
di raffronto fra il Ràmàyana ed i Nibelunghi, il La Farina im- 
provvisò un'eloquente lezione sull'Italia dopo Carlomagno, il Ma- 
miani fece l'esposizione del suo sistema ontologico; il Tommaseo 
commentò Dante. Nelle memorie del Secondo Esiglio, ritrovo la let- 
tera ch'egli scrisse allora al nostro intercessore presso di lui; 
egli vi dice, fra l'altre cose « dite chiaro che io non pos'-:o da loro 



— 131 — 

prendere danaro; che, come animale di struttura semplice, non 
ho organi da ricevere siffatto alimento né da digerirlo. Ma, essendo 
io povero e avaro del tempo, bisognerà che paghino la vettura, 
e diano qualcosa a chi deve sedermi accanto con un foglio- 
lino di sunto per leggere qualche tratto ch'io non sappia a mente. 
Non senza ripugnanza acconsento, e con presagi sinistri... » Per 
fortuna, quella volta egli avrà trovati fallaci i suoi presagi; quando 
di fatti, vedemmo il cieco venerando entrar nella sala destinata alle 
lezioni, un sentimento di profonda commozione s'impadroni di noi 
tutti, che scoppiò quindi in un lungo e prolungato applauso; quando 
egli incominciò a parlare con voce spezzata e pur viva e solenne, 
si fece un silenzio profondo intorno a lui; quando egli ebbe fmito. 
lo seguitò un batter di mani fìtto ed appassionato; egli non ne intese 
di certo altro che il suono; nla s'egli avesse potuto guardarci negli oc- 
chi avrebbe compreso che quel plauso non era de'soliti, e che la gioia 
di destare la riconoscenza in qualche giovine di cuore può compen- 
sare qualche lieve disturbo e confortare di certe amarezze, delle quali 
i giovani, del resto, non avevano proprio alcuna colpa. 

Resasi, per la morte del dalmata Paravia, vacante la cattedra di 
eloquenza italiana nell'Università italiana, il primo pensiero de' Pie- 
montesi si volge al dalmata Tommaseo, che è pronto a dichiarare non 
l'accetterebbe; vissuto fino allora del suo, mette égli una specie di no, 
bile orgoglio a mantenersi, anco cieco, senza aiuti governativi, i quali, 
per quanto corrispondano a' servigi resi, ai più, e forse a lui stesso, 
paiono pur sempre privilegi. Nel 1857, egli raccomanda invece a 
tal cattedra il prof. Domenico Capellina, che, dopo molti ostacoli, 
ottiene finalmente di esser nominato. Nel 18^8, vengono al Tom- 
maseo fatte nuove premure perch'egli consenta di parlare come 
vuole e quando vuole e di quello ch'ei vuole come professore ai 
giovani studenti del Collegio delle Provincie; anche questa volta 
egli rifiuta; ma in ogni modo egli sarà, io spero, rimasto convinto 
che se alcuno a lui fu ingrato, nessun piemontese peccò d'ingra- 
titudine ricusò di rendergli onore; anzi egli avrà osservato co- 
me nessuna occasione si lasciò passare in Piemonte per attestargli 
affetto ossequioso ; ed io rammento sempre il piacere provato un 
giorno, in cui egli, inaspettato, entrava nella scuola di lettere del- 
l'Cniversità di Torino, mentre il prof. Vallauri vi faceva la sua le- 
zione di eloquenza latina; tutti i nostri sguardi si volsero allora 
prima verso l'ospite venerando, quindi verso il nostro eloquente 
maestro, il quale, come signóre di tutte le latine eleganze, interpre- 
tando il nostro sentimento, interruppe il suo commento per rivol- 



— 132 — 

f.ersi, in felicissimo latino, al Tommaseo dargli, e con uno splendido 
encomio, il benvenuto. 

Nel giugno 1858, il Tommaseo sembra già prevedere quello che 
il Piemonte farà in breve dell'Italia. Ecco le sue parole. « Avere 
l'Italia, senza esserne assorbita (foss'anco la sola Lombardia), gli è 
un triangolo con quattro lati. Se pare che certuni, di certi paesi, 
disperati e stucchi, stendano le mani al Piemonte, al fatto li vo- 
glio; pagare le imposte sue e ì suoi debiti, improvinciar^si pili 
d'ora, avere manicipii più schiavi di quel che ora siano sotto il 
Papa; vedersi soggetti a Italiani, che parrebbe più strano del ser- 
vire a'Tedeschi. Ma la questione sarebbe decisa dal ferro; voi di- 
te, e lo dico anch'io. Tutti stanno col forte. Il Piemonte conqui- 
sti se può, se no, smetta. Conquisti e libererà ». E cosi fece in- 
fatti e il Tommaseo aiutò l'opera egli stesso col lavorare nella 
Commissione pel lìionumento da erigersi a' la memoria di Daniele 
Manin, da cui era partita la parola d'ordine del risorgimento uni- 
tario italiano. jNel febbraio del 1859, torna in campo il pericolo 
del baratto della Savoia; il Tommaseo ne scrive al Yieusseux; 
« Voi non potete di costì giuJicare di che tristo augurio in fatto 
di moralità civile sia l'uscita del Cavour contro il De Viry, che 
toccava del sospettato baratto della Savoia, e gli risposero lui es- 
sere deputato della Nazione e non d'una provincia ; e soggiun- 
gendo esso che cotesta è una finzione, gridarono bestemmiato lo 
statuto come menzogna, e schiamazzarono, e il conte gli con- 
sigliò di levarsi dal seggio di giudice. Di questo baratto diceva il 
Costa di Beauregard: "Vogliono vendere la fanciulla e la culla ». 
In mezzo agli avvenimenti del 1859, il Tommaseo spera, dispera, 
brontola, consiglia, sconsiglia; dice benissimo quando il cuore di- 
rige la testa ; dice per dire quando la testa fa tacere il cuore. Nel 
maggio, egli scrive da Torino al Yieusseux in questa forma : « io 
dico, che il Piemonte non creperà italianandosi : anzi si riftira, 
prevenendo la corruzione dei suoi giornali e del suo Parlamento. 
Se non che il pericolo è urgente ; e quello che dianzi pareva anco 
a noi un sogno di perfezione, ideale, quando se ne parlava con 
Alessandro Manzoni che sempre lo accarezzò, mi diventa il ri- 
medio unico a mali tanto più da temere, che li aggraverebbe la 
vergogna dall'aspettazione delusa. Non vi spaventate voi se vi dico 
che questo rimedio è l'unità ; che, se non possiamo ottenerla, dob- 
biamo proporla per discarico di coscienza ; se non come frutto del 
passato, come germe dell'avvenire che i tempi, più presto che noi 
non crediamo, matureranno. » Dopo Villafranca, egli torna invece 



— 133 — 

a diffidare del Piemonte e a scrivere al Vieiisseux, « Io, per me, 
ho sempre desiderato, e in questa settimana lo stampo, che Fi- 
renze abbia a essere centro. » Ma egli torna a modificare alquanto 
le sue idee dopo la lettura dell'opuscolo II Papa e il Congresso, 
quando scrive l'opuscolo; Il segreto dei fatti palesi seguili nel 1859, 
ove sono più, in vero, le inutili pensate querimonie, che le pa- 
gine riscaldate dall'affetto di un cittadino fiducioso ed ardente. 

E con tale opuscolo stampato in Firenze, ove il Tommaseo aveva 
intanto trasportato i suoi penati, finisce la vita politica di lui : 
continua la letteraria, ma stanca ed intermittente ; dignitosa sem- 
pre. Egli continua a scriver lettere ed articoli, a riordinare fram- 
menti, a comporre prefazioni, a raccogliere sentenze, ad incorag- 
giare opere di pietà, ad accendere qualche scintilla di entusiasmo 
in quegli ingegni giovanili che a lui si rivolgono ; e questa 
parte, nella operosa esistenza di lui, amareggiatagli, invero, molto 
più dal proprio carattere facilmente disdegnoso che dalla malignità 
degli uomini e della sorte, è forse la più bella e la più mirabile 
da lui sostenuta nella vita, sulla quale io ho qui dovuto intrat- 
tenere minutamente il lettore perch'essa si compone di più pezzi 
minuti, come le opere dell'illustre dalmata. Il caso volle che il 
Tommaseo , per gli avvenimenti del 1847, avesse pure una pagina 
nella storia, e perch'egli, quando il cuore lo trasporta, come scrive 
cosi opera bene, quella pagina riusci eloquente ; ma, com' egli 
stesso confessa nelle sue numerose Memorie autobiografiche, egli 
si trovò fra i negozi della repubblica più tosto trascinato che non 
trascinasse e subi la gloria della politica molto più che non la 
cercasse. Tolta quella pagina che appartiene alla storia, e degna, 
in tutto, dell'uomo che s'era accusato per la vecchia Antologia, il 
resto della vita poliedrica del Tommaseo si compone di piccoli ine- 
guali frammenti, e, per tirarne una conclusione, conviene prima 
metterne insieme i molti e per sé insignificanti particolari; avvi- 
cinando faccietta a faccietta, si riesce a comporre un tutto che, 
malgrado il gran numero di piccoli angoli sporgenti e di piccole 
punte dissidenti che il poledrio irregolare ci presenta, non manca 
d'una certa unità armonica. 

Spicca anzi tutto dallo studio delle opere di lui, le operate, come 
le scritte, una figura propria ed originale ; il tempo e gli ambienti 
ne' quali egli visse poterono modificare lievemente alcune parti 
del suo carattere come del suo stile e smorzare, talora, l'angolo- 
sità di certe sue forme particolari ; ma l'intiera natura dell'uomo 
e dello scrittore non è certo di pasta frolla. 



— 134 — 

L'uomo appare un po'istrìce; ed anche l'ingegno del Tommaseo 
è tutto a punte; non ispazia, non abbraccia, non vola; ora è fu 
scello che^ a costo di trovarle fra le immondizie, va in traccia di 
perle ignorate ; ora spillo, aculeo, dente, saetta che squarcia, morde 
e ferisce; ora tizzoncello che desta piccole fiamme latenti ; ora lampo 
che guizza pel cielo, per l'innocente e vago capriccio di brillare e far 
pompa di colori inattesi e diversi. Cosi parmi fatto l'ingegno di lui, 
e, quando la volontà lo regge, e quando alcuna vena d'affetto generoso 
s'associa pure alla volontà, è certamente ingegno benefico; diciamolo 
ora ad onore del Tommaseo; egli volle quasi sempre adoperar l'inge- 
gno di critico od a svegliare qualche altro ingegno ed animo ge- 
neroso, od a scoprire bellezze recondite, od a confondere qualche 
superbo vigliacco. Ma le sue lacrime, i suoi sorrisi, i suoi motti, i 
suoi strali, escono a stento ; non si seguono, si staccano troppo, 
si lasciano troppo contare e pesare; e, qualche volta, nell'esser pe- 
sati, si sciolgono e si smarriscono. Non vi è fiume d'eloquenza 
nello stile di lui , la sua prosa sembra più alla rupe dalla quale 
l'acqua scaturisce, che all' acqua stessa dalla rupe sgorgante. La 
rupe è scura ed orrida ; ma ora getta lingue di fuoco, ora fre- 
schi, limpidi zampilli. Ma quel fuoco rado si dilata; e l'acque 
di quegli zampilli intermittenti sono scarse e non si scavano 
alcun letto , e non trasportano alcun grande naviglio ; esse ba- 
stano ad estinguere la poca sete di un momento, ad un vian- 
dante smarrito che, a caso, in un momento propizio, le ritrovi, 
ma non a fecondare una intera landa inaridita; si possono rac- 
cogliere nel cavo della mano, con isperanza di trovarvi in fondo, 
non di rado, alcuna lucida gemma; si possono raccogliere in ameno 
stagno, in cui diguazzare un istante e staccarne qualche splendida 
ninfea; si può ammirare in quel grazioso getto d'acqua il riflesso 
di tutti i colori dell'iride ; ma è raro che la piccola fonte si volga 
in agile ruscello che cammini lontano. I pochi fiori che stanno in- 
torno alla rupe solitaria possono rinfrescarsi e allegrarsi un minuto, 
e, trasportati quindi altrove, su terreno più fecondo, vegetar bene; 
ma né di fiori s'appaga il tempo edace né ogni fiore apre il suo 
calice quando cade quella parca stilla di rugiada ; un largo volume 
d'acque domandano i nostri campi per prosperare, e le nostre 
industri officine per avvivare un lavoro fecondo. La parola dell'uomo 
di lettere deve scorrere sempre com'onda benefica. La rupe solitaria 
è invece immobile, e se ne sta accigliata; essa non chiede e non 
vuole nulla per sé ; si direbbe che sdegni quegli uomini stessi ai 
quali;, a spizzico^, lascia gustare da cinquant'anni una parte de'tesori 



— 135 - 

ch'essa racchiude; sono spiccioli d'oro ma spiccioli, e li consente 
una mano avara. Beato tuttavia quel giovine a cui la mano be- 
nefattrice, una volta, almeno, si stende ! 

Ed io pure posso chiamarmi tra i fortunati che un giorno il 
cieco veggente beneficò. Ero nel mio anno diciassettesimo; la let- 
tura dei drammi di Shakespeare e di Schiller m'aveva innamorato 
della poesia drammatica ; la lettura delle Storie della Corsica e 
dei Canti Popolari di queir isola raccolti dal Tommaseo, mi ave- 
vano colorito nella mente giovanile il mondo popolare corso in im 
aspetto singolare; ignoravo che il Revere avesse scritto un Smìi- 
piero ; composi anch'io il mio primo dramma in versi su quell'ar- 
gomento. Finitolo, scrissi, con riverenza di discepolo, al Tommaseo, 
mandandogli il lavoro manoscritto, e pregandolo di volerlo degnare 
d' uno sguardo; passarono quasi quindici giorni senza alcun ri- 
scontro, ed io avevo già messo 1' animo in pace sul mio povero 
tentativo, quando un ignoto mi fa sapere ch'egli ha da rimettermi 
una lettera del Tommaseo; ritiro avido e geloso ciò che m'appar- 
tiene ; apro la lettera con quel moto febbrile che ogni lettore può 
facilmente immaginarsi, ricorrendo agli anni studiosi della sua 
adolescenza. La lettera incominciava epicamente, col rallegrarsi che 
il giovinetto autore incominciasse là dove molti scrittori provetti 
sarebbero sfati lieti di poter finire, e continuava, consolando dav- 
vero il giovine studioso, con l' assicurarlo che egli aveva bene 
l'appresentati i costumi corsi, e superato una grande difficoltà nel 
presentare, in modo nuovo, pur dopo esempii famosi, la follia del- 
l' eroina; la lettera terminava, tuttavia, con due rimproveri ; l'uno 
faceva carico al giovinetto autore dell'aver messo in iscena un 
]ìrete brigante, aizzando cosi 1' odio contro una casta già troppo 
odiata ; l' altro d' aver scelto per la scena un argomento atto a 
rinfocolare gli sdegni ornai spenti fra Genova e la Corsica. È passata 
da quel tempo quasi un' età della mia vita, e però parmi poterne qui 
parlare come della vita d' un altro uomo; quelle lodi non inorgo- 
glirono punto il giovinetto autore; quelle censure invece lo per- 
suasero ; gli sarebbe stato assai facile far stampare allora e recitare 
in Torino il dramma lodato; e l'età stessa dell'autore poteva allettar 
facilmente gli impresarii a tentarne la prova scenica; egli nascose 
invece il proprio manoscritto, e cosi ben lo nascose che non saprebbe 
ora pili dove ritrovarlo. Le parole del critico venerato avevano fatto 
il loro effetto; avevano al giovane studioso cresciuto coraggio, non 
vanità; egli continuò quindi a studiare, con più' ardore : e, s' ei 
non ha potuto far più di qn'dlo che fere, non può dire, in verità, 



— 136 — 

che l'abbia sciupato alcuna lode prematura o eh' ei l'abbia fatto 
a posta. Benché adunque il Tommaseo, nel pubblicare, circa dieci 
anni dopo, in un giornale, un frammento di quella lettera ol 
diciassettenne autore di un dramma intitolato il Saynpiero, abbia 
creduto di poter modificare considerevolmente il suo primo giu- 
dizio, negando all' uomo quelle lodi che non avevano punto inva- 
nito il fanciullo, io desidero eh' egli si tenga sicuro che 1' uomo 
non gli professa minor riconoscenza per quella lettera che fu la 
prima di letterato in fama a lui scritta, ed alla quale egli deve 
soltanto l'incitamento ricevuto a proseguire più volonteroso e più 
ardente negli studii intrapresi. Quella lettera gli permette ora e gli 
permetterà sempre di noverare il Tommaseo fra i benefattori suoi, 
né il confessare di dovergli gratitudine gli pesa, per quanto possa 
parere ora al Tommaseo, d' aver mal collocati i suoi antichi be- 
neflcii, e che la giovine pianticella, ch'egli pure contribuiva ad 
educare, sia poi tanto male cresciuta. 

E i beneficati dalle parole del Tommaseo se volessero tutti confes- 
sarsi al pari di me, sarebbero moltissimi ; molti essi sono, in ogni 
modo, al confronto de' pochi ai quali 1' acre linguaggio di lui ha 
talora potuto recar danno. Tra questi pochi, il più disgraziato fu il 
Foscolo a cui il Tommaseo era stato, anco quando ei l' imitava, 
irriverente in gioventù, e per tutta la vita, poi, mostravasi, oltre mi- 
sura, acerbo. La mente del Tommaseo, vaga com' è di minuzie inav- 
vertite, considera spesso delle cose l'aspetto infimo, per dargli ri- 
lievo; il critico n'ha facilmente il vantaggio sopra il suo avversario, 
poiché lo piglia dal suo lato più debole, anziché investire il toro 
per le corna ; ma, di quella facile vittoria non può egli stesso 
sperare gran gloria. E poca gloria s'accrebbe di certo al Tom- 
maseo, per aver egli così lungamente mantenuto il suo pun- 
tiglioso cipiglio col Foscolo ; egli volle soltanto nel giudicare il 
poeta dello Zante chiedere soccorso al solito arguto ingegno, dove 
gli era necessario sovra ogni cosa pigliar consiglio dall' animo 
liberale ; egli gettò così qualche ombra sulla fama del Foscolo, ma 
offuscando, in parte, la propria. Meglio per lui se al Foscolo, al 
Niccolini, al Carrer e ad altri fra' più simpatici e generosi scrit- 
tori d' Italia, de' quali alcuno forse 1' aveva offeso, egli cristiana- 
mente perdonava, invece di covare per lungo tempo piccoli ran- 
cori per isfogarli in piccole vendette, nelle quali, s'ei tornava a far 
prova d' un ingegno non mai posto in dubbio , a chi gli cercava 
animo largo, aperto all' amore ed alla pace, egli poteva, troppe 
Volte metter freddo. 



— 137 — 

La vita privata del Tommaseo è degna d'ogni rispetto e l'inge- 
gno di lui manda veri lampi. Ma il critico forse punge o sol- 
letica talora, più che non indaghi e comprenda; e più che en- 
trar neir autore,, egli costringe 1' autore a sé stesso ; le parole gli 
stentano all'uscita, e se, uscendo, scattano e saltano, saltando 
troppo, talora cadono ; perciò, se talora, a proposito di cose volgari 
gli accade di dirne delle sublimi, a proposito di cose sublimi, ne dice, 
alcuna volta, delle volgari; l'ingegno gli lampeggia sempre, e 
non vi è pagina di lui che non mandi qualche luce ; ma, di rado 
quella luce divien calore. La penna del Tommaseo non fu mai 
né stolta nò vile ; ma sovente si è compiaciuta di far effetto. 
più che di riuscir efficace, di sorprendere più che di persuadere, 
di dir bene e singolarmente più che di dir giusto e di dir tutto ; 
il Tommaseo confessa egli stesso d' aver molto amato in gioventù 
il Bartoli ed il .Segneri, due famosi parolai; e il loro concettoso 
secentismo s' è in parte ammodernato, spezzato prima e poi serrato, 
e fatto più denso nello stile articolatissimo, e sentenziosissimo, 
ma freddamente nervoso di Niccolò Tommaseo. 

Io non proporrei dunque il Tommaseo come modello unico di 
scrittore ad alcun giovine studioso; tuttavia, poiché alcuna volta 
gioverebbe loro saper dire certe cose minute com'egli le dice, e come 
nessuno può dirle, in alcuni casi, meglio di lui, anche lo stile del 
Tommaseo parmi destinato a divenir classico nella nostra lettera- 
tura. Imitar sempre nello scrivere la maniera di lui non si po- 
trebbe senza cadere nel manierato e senza trovarsi spesso impac- 
ciati con una forma che non risponderebbe o non basterebbe all'im- 
peto espansivo delle nostre idee e al calore de'nostri sentimenti; ma, 
in quanto, sentimenti e idee, talora sminuzzandosi, piglino in noi un 
carattere non dissimile da quello che dà una fisionomia speciale agli 
scritti del Tommaseo, certo nessuno potrà mai esserci, in tal parte, 
miglior maestro di lui, poiché nessuno scrittore adoperò mai uno 
stile più individuale, più suo, come nessuna natura d'uomo fu mai più 
scolpita, più gel03a, più costante, più inalterabilmente dignitosa di 
quella che costituisce, nelle sue molte virtù e ne'difetti che da tali 
virtù di rado si scompagnano, l'originalità di Niccolò Tommaseo; i 
difetti dell'uomo son pure in parte i difetti dello scrittore; le virtù 
dell'uomo che sono molte più, e quello che importa, molto più ope- 
rose, splendono mirabilmente in ogni scrittura di lui. Se alcuno può, 
quindi, con ragione ripetere il vieto adagio deWoìnma mea mecmn 
porto, quest'uno è certo l'illustre letterato di Sebenico; egli ha in 
sé il suo paradiso e il suo inferno, e se la vita gli é stata un 



— 138 - 
purgatorio, anche questo è, pur troppo, il fatto suo, che gli uomini 
sarebbero stati a lui molto più pii, s'egli si fosse mostrato a sé 
stesso molto più umano. Ma ciò non riguarda più noi; la sola cura 
nostra è qui di misurare il bene ch'egli ha fatto lavorando per le 
lettere da cinquant'anni; questo bene non si può registrar tutto; ma. 
percorrendo il solo Dizmiario d'Estetica è lecito argomentarlo; il 
fare abilmente di mosaico, mettendo insieme per mezzo secolo tutto 
ciò che, nella divisa Italia, le lettere hanno prodotto di più degno, 
soffiando, quantunque più col pensiero che con l'affetto, un po' di 
vita moderna nelle vecchie produzioni accademiche, e un po' di 
gusto antico nelle moderne novità, non mi pare che sia stata cosi 
piccola impresa da impedirci d'ammirare ora l'uomo di alto e fine 
ingegno e di fermo ed austero carattere che solo ha saputo du- 
rarvi per tanto tempo. Non sono assoluti i suoi giudizii, la sua 
critica non è tutta la critica, la sua estetica nqn è tutta l'este- 
tica; ma il giudice ha sano giudizio, il critico fine discernimento, 
l'estetico ragiona la bellezza che prima ha sentita, e lo scrittore 
sa scrivere. Ce ne sarebbe d'avanzo per leggerlo; e, se si ag- 
giunga, che, in tempi assai difficili e servili, la parola del Tomma- 
seo suonò sempre libera, ce ne sarà pure d'avanzo per imitarlo. 



{*) Il venerando Niccolò Tommaseo, dopo la lettura del Ricordo che lo 
riguardava, indirizzavami una lunga e nobilissima lettera, della quale m'è 
lecito pubblicar la parte seguente, e mi faccio lecito notare in parentesi 
que' punti ne' quali parmi che lo scrittore abl)ia attribuito alle mie pa- 
role un senso che non volevano avere : 

« Dal libro del Signor Canini Ella colse una particolarità, nella quale 
la memoria a lui fece fallo ; né intorno ad altro, clie a certi particolari 
di fatto verserà questa lettera. 

Egli dice che nel 1847 io ero ito a Padova, per un moto da tentarsi, 
a intendermi col conte Carlo Leoni. Non è per l'appunto così. Nella state 
di quell'anno io proposi una petizione da fare pubblicamente al Governo 
austriaco acciocché fosse attuata la legge censoria continuamente vio- 
lata da esso ; e, partendomi per mie faccende alla volta di Toscana, 
lasciai al Sig. Avv. Manin quel foglio sottoscritto da me, raccogliesse 
altri nomi, e però lo mostrasse anco al conte Leoni. Questi per sue ra- 
gioni non sottoscrisse, né altri, né lo stesso avvocato Manin ; onde a 
me venne necessita di leggere in accademia : e ne seguì le cose ch'Ella 
narra a un dipresso. Dunque senza contare la mo?sa dei fratelli Ban- 



— 139 — 

diera, e altri segni clie diede Venezia di vita (i quali non è luogo qui 
né a lodare né a condannare), il fatto è che Venezia non attese la voce 
del Sig. Cantù per destarsi nell'autunno dell'anno medesimo. [Codesto io 
non ho affermato mai : amo, e stimo troppo i veneziani e la virtù loro 
propria, per suggerire ad altri o lasciar suggerire a me che occorresse 
ai Veneziani per insorgere la parola d'un solo uomo, veneziano o no 
ch'ei fosse; io dissi che la parola di Cantù fu scintilla che accese l'in- 
cendio; al Tommaseo che può insegnarmi la proprietà toscana delle 
parole non isfugge che accendere un incendio vale fatalo piii vivo e non 
già destarlo. Ho poi troppa fede nell'opera spontanea che deve prestare il 
popolo .alla rivoluzione, che dal popolo solo può alimentarsi, perche io 
supponga che un uomo solo basti a preparare una rivoluzione grande 
e generosa come quella di Venezia è stata ; per la parte, del resto, 
presa dal Cantù, al congresso di Venezia io mi rimisi alla relazione 
del Fiquelmont, che non dovea di ^erto professare molta simpatia al 
Cantù] Io Le so grado. Signore, eh' Ella abbia con calore di pietà ri- 
verente difeso il nome dello storico tanto ingegnosamente operoso; ma 
debbo soggiungere che le parole da lui dette in congresso (come poi 
seppi, io che ne ero lontano e da ogni pompa rumorosa rifuggo), più 
che eccitare, o irritarono o accuorarono non dico se a torto o a ra- 
gione, parecchi veneziani che di stimoli esterni sentivano non aver di 
bisogno A onore d'esso Sig. Canini dirò che, prima ancora del 47, egli a me 
si mostrava caldo d'amore patrio; e che, senza farsi sentire al Congresso, 
nell'autunno di quell'anno stampava versi vaticinanti assai chiaro le 
vicende imminenti. Elia, Signore, sentenzia, [non sentenzio; ripeto col pro- 
verbio che i fatti son maschi e le parole femmine] al paragone delle cin- 
que giornate milanesi, femminee le parole che in Venezia e in Firenze e 
i)i Torino allora suonarono. Di quel che a me spetta, non entro ; ma 
dico che alla mossa di Milano fu primo impulso la parola d'un deputato 
al Consiglio provinciale, il qual deputato aveva pure un titolo a pro- 
fi^-rirla, e la temperò, con lodi all'Austriaco ch'io non avrei scritte e 
nondimeno le giudico più prudenti che vili, [né in me cadde mai in 
mente di accusare di viltà i discorsi allora proferiti] e credo che di 
quell'atto gl'Italiani a lui debbano gratitudine. Or la proposta di somi- 
gliante petizione era stata, circa sei mesi innanzi, fatta in Venezia con 
parole più altere e con più pericolo dello scrivente ; la quale se non 
ebbe effetto, non è del proponente la colpa ; nò, se lo avesse sortito, ne 
verrebbe a lui lode grande, e non certamente a lui solo. 

Ella, Signore, disprezza, [non disprezzo, compiango ; me ne appello ai 
lettori che lessero quelle mie parole] come timide, le parole dettate dal 
Sig. Avv. Manin e da me nella carcere innanzi a' giudici nostri. Io non 
ho letto l'esame del mio compagno [?] ; e però non ne parlo : ma mi 
tenni in debito di rileggere il mio per conoscere se avessi a arrossirne; 
e confesserò che, senza trovarci nulla d'eroico e d'ammirando, non 
credo d'avere a vergognarmene punto, [Ho forse io detto qualche cosa 



— 140 — 

di simile ? Ho forse detto che il Tommaseo siasi in quella occasione con- 
tradetto ? Parvemi solo che egli allora confermasse troppo l'assenza in lui 
d'ogni proposito rivoluzionario] e vorrei che in tutte le carceri e fuori 
avessero parlato così tutti quelli che si presero e ottennero il salario e la 
corona di martiri. Ma l'assunto e mio e del Sig. avv. Manin, concorde in ciò 
meco, era presentare all'Austria la questione ne' termini delle sue leggi 
stesse. Delle altrui intenzioni, non note, io non posso rendere testimo- 
nianza ; quanto a me, so che dall'Italia mi parevano più sicuramente 
imitabili gli esempi di Daniele 0' Connell, e di Riccardo Cobden, e del 
Signor Deak, e degli altri che prima o poi da quel ch'era riconosciuto 
per giusto dagli stessi avversarli, tolsero armi a combattere i divieti 
non giusti; che l'Italia mi pareva immatura a resistenza unanime- 
mente efficace senza implorare l'assistenza straniera, rischiosa e assai 
volte vituperosa. Checché sia di questo parere, io, nella carcere, non 
contradissi a me stesso ; anzi avrei contraiJetto, parlando altrimenti ; 
avrei aggravata la condizione e del Sig. Avv. Manin e degli altri o ac- 
cusati o sospetti ; che non mi pareva atto né savio né onesto. Quanto 
a me, rammentandomi il proverbio che i cenci vanno all'aria, e senten- 
domi in -Venezia, non per affetto mio ma nel fatto, straniero e solo ; pre- 
vedevo senza sgomento la fine, e tal»no de'miei esaminatori mi faceva 
già intendere che io sarei stato la vittima. 

Ella dice : se l'Austiia avesse presi in parola que'due [io credo averne 
parlato con maggior rispetto] e consentito ai miglioramenti legali richie- 
sti da essi, la fama loro ne avrebbe patito. A cotesto mi lasci rispondere 
assicurandola che la mia non ne avrebbe patito punto, perchè, anco chia- 
mato dall'Austria a mettere in atto i miglioramenti voluti, io le avroi reso 
grazia dell'onore ricoverandomi in fretta nella mia solitudine. [Di ciò nes- 
suno dubita; il Tommaseo che non volle mai nulla ricevere dal governo 
italiano, avrebbe tanto meno potuto ricevere dal governo austriaco ; ma 
nelle mie parole non vi era nulla di allusivo a cotesto; io non dico che il 
Tommaseo avrebbe fatto danno alla sua fama d'onest'uomo se l'Austria 
accorta accettava il concordato di Manin e di Tommaseo, ma solo notato 
quello che penso e credo, cioè ch3 i patrioti unitarii Cavouriani invece di 
ammirarli, li avrebbero forse perseguitati ; e da questa opinione che, os- 
servando e ragionando, mi sono formata, parmi che niente potrebbe rimuo- 
vermi; né io col professarla arditamente ho inteso di far torto ad alcuno, 
bensì deplorare la importanza eccessiva che nella nuova Macchiavellica 
Italia si attribuisce alla ragione del fatto compiuto.] E i conoscenti del Sig. 
Avv, Manin credo che le risponderebbero il somigliante [Lo credo facil- 
mente, e, nel crederlo, me ne compiaccio] Ma ella soggiunge : e allora le 
speranze d'Italia si dileguavano; il Veneto restava ai Tedeschi. E non è egli 
restato per anni sedici e più. ? [C'è restato, sì ma per forza, dopo una 
ditesa eroica, non per dedizione.] E chi glie l'ha tolto? Di quel che se- 
guì in tutta Italia allora, e di quello che segue e seguirà, non mi 
pare eh' Ella sia grandemente contento: ma né delle sue né delle mie 



— 141 — 

opinioni si tratta qui ; né io intendo se non appurare i particolari de' fatti. 
Per questo m'è forza soggiungere che^ quand' Ella fa me repubblicano 
senz'altro, se non sbaglia, risica di fare che sbaglino que' lettori del suo 
giornale che pigliano le cose in digrosso. [Io confido, per dire il vero, che i 
miei lettori non patiscano di cosi fatta infermità]. Io non proclamai la re- 
pubblica di San Marco; ma, consentita dalla città di Venezia e sul primo da 
altre, credei che il disdirla, il segretamente disfarla, il consentire vilmente 
che altri la disfacesse, era vergogna, vergogna non scui^ata dalla spe- 
ranza d'alcuna utilità ; e lo provavano le calamità del Piemonte, e la 
necessità a ripararle del soccorso straniero. Né nel primo esilio io co- 
spirai per repubblica, né nel secondo. Però gli sbagli (per non dir altro) 
di certi re e imperatori, o de' loro settatori sottomano cospiranti con- 
tr'essi e in cuore nemici, resero a taluni la repubblica desiderabile, 
(ma non credo la rendano con ciò solo possibile) ; io non ci ho che ve- 
dere. Anzi desidero che i leali amici e consiglieri de' re facciano desi- 
derabili i re. Io mi riserbo il privilegio di compiangerli ondanti e ca- 
duti. E pei'ò avrei amato ch'Ella, Signore, avesse sul cadavere di Mas- 
•similiano d' Austria trovato una qualche pia parola. [Non si trat- 
tava per me di parlare della tragedia messicana che avrei comiìianta 
sicuramente anch'io, ma non potevo giudicare di tutta la vita d'un principe 
dal solo suo fine; la storia, potrebbe notarmi lo stesso Tommaseo, non 
è un'elegia]. 

L'assunto del libro mio Roma e il Mondo, così come quello della con- 
futazione che feci giovanissimo del Lamennais, proponente per criterio 
del vero l'autorità del genere umano, non era quale Ella dice. Anzi io 
dimostrava che nel Trattato sulla Indifferenza in fatto di religione, non 
disapprovato allora da Roma, era tolto alla società cattolica quel che 
volevasi dare alle tradizioni de'popoli, che son brani di verità, impos- 
sibili a farsi norma costante della privata e della pubblica vita. Nel li- 
bro sulla potestà materiale de'sacerdoti, io desideravo serbato al Sommo 
Sacerdote cattolico un luogo dov'egli non dipendesse dai re, e dove i 
re e i servi loro non l'avessero dinanzi giudice terribile perché inerme, 
e suddito più rispettato che principe Quella setta che della Chiesa vuol 
fare una Corte o una Loggia o una Vendita o altro ricettacolo di tri- 
viale pedanteria, colle sue furberie goffe, e col riso sardonico spruzzante 
schiuma e fiele, e colle imbecilli speranze nei re della terra, trasse le 
cose al punto che sono : ma non può far si che Pio IX nella storia del 
secolo non rimanga più alto di tutti i monarchi e de' loro ministri o 
nemici. Quel libro io scrissi in lingua francese; né riconosco la tra- 
duzione da me non approvata né vista, apposta a me stesso da un tale 
con stupida malignità. 

Né il Sig. Marchese Capponi, benevolo a me da molti anni, mi prof- 
ferse l'ospitalità di Toscana ; nò poteva egli allora a me profferirla. 
Nò io mai fui offeso da Ugo Foscolo, che usci d'Italia prima ch'io ci 
venissi ; né credo ch'egli abbia pur Ietto il mio nome, nonché miei 



— 142 — 

scritti. [Di codesto io non parlai] Ammirai e ammiro Io stile potente suo; 
non lo credo uomo da proporre in esempio a uomini italiani [ed in ciò io 
con molti altri italiani, dal Tommaseo mi permetto dissentire] appunto 
perchè ho conosciuti troppi e amici suoi e ammiratori, e dal loro labbro 
veridico troppo seppi della sua vita, e troppo ne dice egli stesso. E 
quando il sig. Giuseppe Mazzini una mia qualche parola non irriveren- 
temente severa macchiò col gallicismo calunnioso di insinuazioni cat- 
toliche, mi tenni in debito di citare i tanti luoghi ove il Foscolo giu- 
dica sé medesimo troppo severamente. Né a Luigi Carrer io debbo al- 
tra gratitudine se non di colloqui, che mai non sono sterili a chi vo- 
glia farne suo prò ; ma con lodi larghissime commendai lui ben più 
che egli me ; e anche dopo saputo quel ch'egli nell'assedio di Venezia 
aveva e detto e operato sul conto mio, che l'onore di Venezia con 
miei danni e pericoli difendevo, ristampai le sue lodi, e in una scelta 
di prosatori diedi luogo a più passi d'una sua orazione, soggiungen- 
dovi note accennanti a qualche menda, più parcamente che non facessi 
esaminando altri scrittori di più splendida fama. 

Un errore di fatto Ella ha commesso. Signore, ma per mia colpa, fa- 
cendomi nato del 1803, come io stesso credevo allora che scrissi: ma 
so adesso che all'anno settantesimo pochi mesi mi mancano. Altri er- 
rori e colpe, più gravi delle notate da Lei, dovrei io confessarle; io 
che, sebben giudicato un po' querulo di mia natura, so discernere 
quanto da Lei ci corra ad altri miei giudici, i quali io non degnai di 
risposta, né degnai muovere querela di detti e di fatti crudeli alla mia 
desolata vecchiezza. 

E s'Ella trovava e poteva leggere tutto quello ch'io scrissi e innanzi 
e dopo il 1859 (non ha visto che il meno e di male e di qualità), usava 
forse anco all'ingegno maggiore o indulgenza o commiserazione. Del- 
l'aver io, stampando una lettera a Lei diretta, omessone qualche cosa, 
non rammento le ragioni, né ho tempo a rileggermi : certo non maligne 
né abiette. La ragione in genere di tali omissioni, è il tralasciare ch'io fo le 
parole che concernono la persona singola, e non contengono osserva- 
zioni che possa applicare a sé talun altro di coloro che leggono. Posso 
di questo vantarmi, ch'io non ho avvertitamente mai né scuorati i gio- 
vani né piaggiati [E codesto io credo pienamente ed è per queèta ra- 
gione ch'io sento dovergli molta gratitudine]. E in prova di sincerità e 
insieme dell'attenzione con cui, accuorato e occupato, lessi lo scritto 
di Lei, noterò che nel passo di Giovenale è corso un errore di stampa, 
e che invece di versus s' ha a leggere: facit indignano versum Qualem- 
cumque Ipotesi. Spero che indegnazione Ella, Signore, non sentirà in que- 
sta lettera del suo 

Firenze, 10 Luglio 1872. 

Bev. 

Tommaseo. 



VI. 
FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI 



A Giuseppe Mazzini, quello ch'ei sentiva fremere tuòW Assedio di 
Firenze pareva ingegno di poderoso Titano; ed, in vero, nessun 
italiano meritò meglio del Guerrazzi questo alto paragone. Egli 
carpiva, nascendo, or sono 07 anni, i fulmini a Giove olimpico ; 
e non glie li ha resi ancora ; di tempo in tempo, dalla sua soli- 
tudine fantastica del Fitto di Cecina, scote la testa canuta, e ne 
lascia tuttora cadere alcuno fra i disavvezzi ed attoniti suoi con- 
cittadini. Il vecchio leone ha perduto l'ornamento regale della 
sua prima criniera, ma non ha ritirato ancora gli artigli; la 
preda ch'egli afferra tiene sempre e non lascia più andare; guai 
dove tocchi; che non solletica, ma graffia; guai dove addenti; 
che va giìi fino ai visceri. 

E questo Titano, avendo pure imparato a leggere e scrivere, 
doveva, per la sua potenza, apparire scrittore insolito, in mezzo 
a quest'Italia de'reboanti classici, delle belanti Arcadie e delle 
soporifere Accademie ; lo sdegno di Dante e la malizia di Mac- 
chiavelli, s'erano impromessi in fasce nell'anima del Livornese, e 
Giorgio Byron , come vide adulti e maturi gli sposi bene as- 
sortiti, li sfasciò per guidarli al talamo col ghigno pronubo del 
suo vago Don Giovanni, Ma, un giorno, a questo bel demonio 
Dio inspirava l'amore, e allora, in mezzo alle fiamme prorompenti 
dall'anima tenebrosa di lui, si destò un forte grido di dolore per 
la patria schiava, s'accese un for-te desiderio e una speranza viva 
di liberarla; il Guerrazzi sentì di non poter da solo combattere e 
vincere una intiera battaglia contro gli oppressori della sua pa- 
tria; volle almeno scrivere un libro, che preparasse all'Italia i 



— 144 — 

suoi futuri combattenti; e V Assedio di Fii-enze fu quel libro, che 
nella nostra storia politica non meno che nella letteraria vivrà 
pertanto immortale. 

Vediamo ora come siasi prodotto in Toscana questo singolare 
fenomeno, questa tempesta viva in un'acqua morta, questo ma- 
schio bambino nato con gli occhi aperti, con la voce tonante, e con 
le braccia d'un ercolino in mezzo ad una generazione un po' para- 
litica e dormigliosa, la quale, fra il sonno, trovava tuttavia an- 
cora, come per miracolo, la forza di celiare in buona lingua. 

Nacque Francesco Domenico in Livorno di gente antica data al- 
l'agricoltura ed alla guerra; l'avo di lui, Donato, aveva perduto 
ogni suo avei'e servendo il principe CTirlo di Borbone per l'im- 
presa di Napoli ; il padre Francesco fu abile intagliatore, avendo 
avuto per maestri nelle arte del disegno due francesi famosi, il 
pittore Fabre e lo scultore Corneille. C'importa, ora trattandosi 
d'uomo di ingegno singolare, per giudicar bene del figliuolo, fare 
un pò di conoscenza col padre. 
Del padre suo il Guerrazzi ragiona cosi nelle sue Memorie (1): 
« Fino dai primi anni del vivere suo, mio padre si mostrò taci- 
turno e mesto, malinconia che di mano in mano crebbe in cupezza; 
costumò tenere stanza appartata dalla famiglia e quivi stette solo 
intere giornate; silenzioso durò talora con noi perfino un mese, 
e i nostri pranzi spesso si assomigliarono a quelli dei cen obiti. Solo 
che il padre mio sollevasse le ciglia, ogni giovanile gaiezza ve- 
devi andare in bando, non già per paura, che né noi l' avevamo, 
né egli voleva incuterci, ma proprio perchè gli portavamo rive- 
renza. — Oltre modo egli si dilettò nella lettura di libri gravi, e 
sopra questi portava certi suoi giudizii che io a vero dire non 
partecipo ma che pure riferisco perchè mi paiono singolari. Di 
Tito Livio soleva dire : quando gli storici di un popolo grande in- 
cominciano ad usare pompa di parole, segno è certo che i gT-andi 
fatti declinano; l'orgoglio del passato somministra certe misure 
della miseria presente. Di Tacito mi parlò una volta all'orecchio; co- 
stui scrisse storia col pugnale; valeva meglio piantarlo nel cuore dei 
tiranni e morire. Non so come sostenesse che la lettura del Macchia- 
vello era sopra ogni altra etlìcace a rendere gli uomini onesti: 
forse perchè i buoni ingegni conoscendo le nostre infermità si sen- 
tono disposti a medicarle, e imparano a guarirle; gli stolidi poi non 



{[) Livorno, Poligr. ital. 1848, lettera a G. Maz/ini. 



— 145 — 

intendono nulla, neppure apprendono nulla in bene né in male. Il 
Botta, a suo credere, scriveva la storia da Cardinale (e voleva 
dire il Bembo) e la pensava da Curato di campagna. I libri poi 
che leggeva e rileggeva fino a consumarne parecchie edizioni fu- 
rono Dante e Plutarco; come uomo naturale, amava oltre misura 
Dante però che gli paresse figliuolo di sé; e, in secolo guasto, 
levarsi a tanta altezza di cuore e di mente egli teneva per mira- 
colo e non gli davano noia le roccie e le frane di cotesta alpe 
smisurata; ma, come uomini civili, citava sempre gli eroi di Plu- 
tarco perchè, quantunque favoriti dai tempi, presentavano meglio 
lo esempio della dignità umana, nella quale faceva consistere il 
precipuo fondamento dell'ordine dello Stato. Quasi ad ogni istante 
rampognava: Pompeo avrebbe detto così. Catone avrebbe fatto in 
tale e in tale altra maniera, e se noi con bocca da ridere gli os- 
servavamo come né Pompei né Catoni ci fossimo, egli stringen- 
dosi nelle spalle si contentava rispondere : uomini erano e mor- 
tali come siete voi. » 

Un giorno, il fanciullo Guerrazzi tornava da una rissa nella quale 
avea riportate parecchie battiture, e se ne lagnava col padre: il 
padre, senza informarsi della ferita, gli percosse il viso dicendo : 
« quando si temono ferite, non si va alla guerra. » 

« Con indefesso e quotidiano insegnamento, seguita il Guer- 
razzi nelle sue Memorie, il valoroso uomo ci ammaestrava in 
due cose del pari buone e che io, suo figliuolo, ho del pari ot- 
timamente appreso; l'odio per qualunque servitù, e l'odio per 
qualunque tirannide; né padroni mai, né servi. » Un giorno, il 
maestro decretava ingiustamente la corona d'imperatore ad uno 
scolaro che a tutti i condiscepoli ne pareva indegno; il Guer- 
razzi strappa la corona immeritata e la fa in pezzi, gridando 
« delle corone acquistate con frode, padre Maestro, ved'ella che 
cosa se ne fa ? » Il maestro ne muove lamento al padre del Guer- 
razzi ; il quale promette trovare un rimedio; « e il rimedio, se- 
guitala Lettera autobiografica, fu questo; ordinata una nuova co- 
rona la fece dorare e la mandò alla scuola; e a me, che, presago 
di guai, mi apparecchiavo a obiettargli Timoleone, Trasibulo, e 
gli altri suoi predilettissimi, non fece neppure una parola. » — 
« Ci ammoniva spesso a conservarsi rigidi osservatori della pa- 
rola data, avendo per costume dire: parola detta e sasso lanciato 
non possono più ritirarsi indietro; e questa parola, egli aggiun- 
geva, bisogna osservar principalmente quando la diamo a noi 
stessi ; avvegnaché la stima propria molto più ci stia a cuore che 

Ricordi Biografici 10 



— 146 — 
l'altrui; e quando l'uomo si pone in istato di poter rimprove- 
^ rarsi giustamente la mancanza di parola, si apparecchia a soppor- 
tare in pace che anche altri gliela rinfacci; della stima propria 
non può l'aomo fare a meno, dell'altrui si » — « In fatto di re- 
li'T-ione, conchiude il Guerrazzi, non appresi nulla dal padre mio ; 
quando udiva parlare del Creatore, delle magnificenze della crea- 
zione, e della vita futura soleva dirmi : tu sei nato poeta, e i poeti 
e i pittori hanno bisogno di stemperare molte tinte sopra la ta- 
volozza. Degli uomini moderni stimò Napoleone fino al Consolato, 
e Tipoo-Saib, e questo, perchè lesse che intorno al gradino del 
Trono aveva fatto disporre gemme a modo di caratteri, i quali 
suonavano in questa sentenza : Meglio vale vivere un giorno come 
un none, che cento anni come una pecorai » 

E però il giovine Guerrazzi divenne leone. Dal ritratto del padre 
è agevole il riconoscere quanto il figliuolo, per certe parti, gli so- 
migli. Dapprima gli somigliò l'uomo, e poi, per quella corrispon- 
denza che si nota sempre fra l'uomo e lo stile d'uno scrittore, 
quando l'uomo sia veramente originale, nello scrittore si manifesta- 
rono alcuni caratteri singolari, ch'egli ripete dall'indole sua, in- 
formata a quella del padre. Il padre amava la grandezza antica 
e gli antichi citava con predilezione; il Guerrazzi, alla sua volta, 
a rinforzare e rendere più elHcaci i suoi argomenti letterarii e 
civili, trae frequenti esempii dalle storie di Grecia e di Roma. 
Il padre usava si)artanamente e, si può dire pure, alla romana, 
della parola; quindi, parmi, que'brevi ritratti, que'gruppi scolpiti, 
quelle sentenze incisive che rendono, spesso, cosi maschia e cosi 
piena di rilievo la prosa del Guerrazzi. 

Ma lo stile del Guerrazzi non si manifesta in un solo aspetto; 
oltre a ciò che esso contiene d'intimo, di proprio e chiamo pro- 
prio anco quello che il padre gli comunicò, esso presenta pure alla 
sua superfìcie alcune tacche lasciategli da' varii innesti più o meno 
riusciti, che la scuola prima e poi la vita, educatrice suprema del- 
l'uomo, operò sopra di lui. 

Quando lo scrittore è tranquillo, e scrive senza calore, la sua 
propria virtù rimane nascosta, ed egli col suo stile vezzeggia 
volentieri periodi magistrali e solenni conciossiacché. Egli si ram- 
menta allora, senza volerlo, il suo primo maestro che fu il padre 
Spotorno; e i giovani imitatori dello stile guerrazziano che, gi- 
rando qualche conciossiacché alla maniera guerrazziana, credono 
conseguir Aima ancor essi di scrittori originali, si rendano accorti 
che nel Guerrazzi imitano quello che meno gli appartiene. E, 



- 147 - 
quando, per portare più in alto la loro rettorica, le danno 
come contrappeso, alcuna bestemmia guerrazziana, sappiano che 
imitano ancora il Guerrazzi in quella parte ov'egli è forse meno 
imitabile, in quella parte, dove lo scrittore dimentica più il suo 
ufficio, per isfogare quello che in altri potrebbe chiamarsi un cieco 
istinto plebeo, ed in lui è satanico studiato disdegno d' una cosa 
gentile che gli appare in quell'istante nella forma di una igno- 
bile debolezza. Egli ha traversato nella vita, ore tremende, nelle 
quali senti al grado massimo la sua potenza: invece di misurarla 
per dominarsi, volle talora lasciarci intendere di che sarebbe ca- 
pace quella potenza, se gli piacesse farne abuso; egli ebbe, tutta- 
via, la tentazione di dirci: io sono un forte; badate che potrei di- 
ventare un furbo violento. Preferirei talora che il Guerrazzi della 
forza dell'ingegno si fosse servito sempre ad un fine buono, né solo 
al fine generale, che in lui fu sempre alto, ma anco a' fini speciali, 
dietro i quali correndo talora più pronta la mente del giovine let- 
tore, può facilmente fuorviarsi. 

Ma, per tornare al padre Spotorno, ecco in qual modo l'illustre 
discepolo me lo descrive in una sua felicissima lettera del 2(3 feb- 
braio «rigido, e forse un zinzino pedante; dopo il 500 egli aveva 
fatto la serrata del Consiglio. E'm'insegnò la lingua, come s'ingras- 
sano i Luci; uno imbuto in gola, poi giù una ramaiolata di 
Bembo, di Casa, di Baldassarre Castiglione, e via discorrendo. Si 
sdegnò meco, e con Livorno perchè mi trovò in tasca taluno dei 
romanzi della Radcliffe ; io mantenni tuttavia sempre cara me- 
moria di lui. » 

Come que'romanzi gli fossero venuti fra le mani, lo stesso 
Guerrazzi ci narra nelle sue Memorie: « Comunque io discerna 
ottimamente che rimanendo alla sua scuola, (intende quella dello Spo- 
torno) noi saremmo diventati pedanti solennissimi, pure quel pren- 
derci quasi per la gola e costringerci a trangugiare a dosi doppie 
Pandolfini, Castelvetro, Speroni ed altri predilettissimi suoi, in ul- 
timo ci fruttò assai, almeno in quanto alla lingua. Il padre mio ve- 
deva con mestizia che io non mi mostrava vago della lettura a se- 
conda del suo desiderio; ed, in vero, come invogliare un fanciullo a 
leggere mettendogli in mano il Cavalca? Traiano Boccalini narra 
come un poeta per avere sbagliato la misura di un verso fu con- 
dannato da Apollo a leggere la presa di Pisa nel Guicciardino; 
pena che in Parnaso sembra che equivalga alla galera ; per me , 
se Spotorno durava, anziché leggere le poesie della Bella Mano, 
mi sarei dato alla disperazione. Mio padre dunque un bel giorno 



— 148 — 

mi chiamò nella sua stanza e additandomi una cassa mi favellò: 
Apri questa cassa, la roba che contiene è tutta tua. Remosso il 
coperchio, ammirando, la trovai piena di libri, e sai quali libri? 
Le opere tutte del Voltaire, del Montesquieu, del Bacone, e poi 
Ariosto, Passavanti, i romanzi della Radcliffe, le Mille e una 
Notte, i Mille e un Giorno, la storia dei Filibustieri, Omero, Os- 
sian, e Viaggi, storie Naturali, di costumi ec. ec. — Io per me 
credo che se il Diavolo avesse suggerito la scelta a mio Padre 
non avrebbe eletto peggio o forse meglio per operare una rivo- 
luzione nel mio cervello. Cominciai di fondo e tanto in me s'ac- 
cese inestinguibile il desiderio di leggere, che nella sera mi spen- 
zolava col torace fuori della finestra per cogliere l'ultimo raggio 
della luce morente; e, nella notte, mandato per forza a giacermi, 
quando io sentiva addormentata la famiglia, mi alzavo pianamente, 
e acceso il lume tornava a leggere ; intemperanza che mi ha of- 
feso alquanto la vista e dato l'abitudine invincibile degli studii 
notturni. Terminati i Viaggi e i Romanzi mi accostai a Voltaire; lo 
bevvi e lo ribevvi fino a colorarne le ossa come avviene agli ani- 
mali che si nudriscono di rabbia; dopo mi attentai a deliberare 
i più gravi, li presi, li lasciai, finché, dopo qualche mese, li in- 
tesi, e mi affezionai anche a cotesti ; allora si posero a molinarmi 
in testa un ballo infernale Bacone il gran cancelliere d'Inghil- 
terra, che teneva per la mano Messere Ludovico Ariosto, il Frate 
Passavanti che veniva dietro a Voltaire ; nei moti veloci, la gonnella 
bianca della Radcliffe si mescolava con la toga rossa del presi- 
dente di Montesquieu; stetti per acquistarne una infiammazione 
cerebrale: non mi riusciva più condurre una cosa di un solo co- 
lore : gli aforismi terminavano in epigrammi, i racconti paurosi 
in considerazioni poetiche, un discorso teologico sopra i sette 
peccati mortali colla descrizione delle bellezze di Alcina; pure il 
ribollimento del caos si quietò e ne sorse uno impasto di appas- 
sionato e di sarcastico, di fidente e di scettico, di dommatico e di 
analitico, di pauroso e d'intrepido, di lusso orientale d'immagini e 
di formule severe di 'raziocinio, di esitanza e d'impeto, di scorag- 
giamento e di forza convulsa e di altre moltissime non contra- 
rianti ma in antitesi fra loro che hanno colorato i fantasimi usciti 
dal mio cervello. » 

Questa confessione del Guerrazzi è preziosa; ma ei non ci dice 
quello che più forse importava, come, cioè, occorreva un'anima 
simile alla sua, per subire tante e così diverse impressioni dalla 
lettura, e per informarne di tanta varietà l'ingegno; come le corde 



— d49 — 
sensitive erano molte in lui ; e come le più pronte a muoversi do- 
vevano essere le irritabili. 

Ma né l'educazione domestica, né le diverse letture bastarono 
a improntare tutto il carattere del Guerrazzi e ad indirizzarne in 
modo definitivo l'ingegno. 

Gli anni passati per lo studio della legge all' Università di 
Pisa finirono per darlo all'Italia qual é. A Pisa, più che la scuola 
del celebre giurista Carmignani, egli frequentò con zelo quella 
del medico Francesco Pacchiani. « La natura, mi scrive egli, si era 
divertita a piovere su quel capo talenti e ingegno a Corbellini ; ed 
egli li aveva buttati via a palate. » (1) A Livorno avea il Guerrazzi 
già contratto amicizia con Carlo Bini; a Pisa ebbe per compagni 
di studii Guglielmo Libri, del quale molti anni dopo egli assu- 
meva la difesa per le stampe, e Lavinio Spada, più tardi, mini- 
stro delle armi di Pio nono. « Ma chi scosse, prosegue la lettera 
a me diretta, su l'anima mia come sopra lo scudo d'Yrminsul, fu 
Byron. » 

E su questo incontro ei si diffonde pure con calde parole nelle 
sue Memorie : « Corse voce in quel tempo essere giunto a Pisa 
un uomo portentoso, di cui favellava la gente in mille ma- 
niere, e tutte opposte , e moltissime assurde ; dicevanlo sangue 
di Re; potentissimo di averi, d'indole sanguigno, per costume fe- 
roce, negli esercizii cavallereschi maestro, genio del male ma più 
che umano intelletto; aggirarsi come il Satano di Giobbe pel 
mondo a spiare se alcuno avventuroso vivesse e calunniarlo a 
Dio; era Giorgio Byron; desiderai vederlo; mi parve Apollo del 
Vaticano. Se costui è un tristo, pensai fra me. Dio è un inganna- 
tore, negando risolutamente che il Creatore avesse voluto riporre 
un' anima mala in sembianze tanto formose. Lavinio Spada mi 
procurò alcuni volumi dell'opere del Byron. Giuseppe mio, se 
questa volta salvai la mia povera intelligenza dalla vertigine 
delle sensazioni fu miracolo vero. Non ho veduto la cascata del 
Niagara, né la valanga delle Alpi, non so che cosa sia Vulcano, 



(1) Di lai scrive il Guerrazzi nelle Memorie: «Morì come un romano; 
visse come un cìnico. Presso a morte, l'Arcivescovo di Firenze mando- 
gli sovvenzione di danari; egli li rifiutò, favellando : « ringraziate Mon- 
signore della umanità sua e ditegli che pel viaggio al quale mi appa- 
recchio, le vetture non costano, i locandieri non chiedono — tutto si 
trova pagato. » 



— i50 ~ 

ma contemplai furiosissime tempeste, il fulmine mi scoppiò vicino, 
e non pertanto tutti gli spettacoli noti come gli sconosciuti, io 
penso non sieno da paragonarsi a gran tratto con lo sbigottimento 
che produsse in me la contemplazione di cotesta anima immensa. 
Cotesta era la poesia che io aveva presentito ma non saputa definire, 
cotesto l'esercito sterminato di tutte le facoltà del cuore e della 
mente; lo universo intero stemperato sopra la sua tavolozza, 
l'antica e la moderna sapienza, Dio accanto a Satana; e quegli a 
paragone di questo comparisce più pallido, dolori, angoscie senza 
nome, misteri non sospettati, abissi del cuore intentati, lacrime e 
riso, a pienissime mani gettati sopra coteste sue pagine immor- 
tali. Cotesta era la poesia che io aveva sognato e che adesso 
vedeva ridotta a realtà. Tempo non mi pareva da fare considera- 
zione se tanto oro fosse tutto di coppella; me ne empiva cupidis- 
simamente le bolge e il seno e per molti anni non ho veduto, e 
non ho sentito se non a traverso Byron. » 

Non ci volea di più perchè anco il giovine Guerrazzi, alla sua 
volta, sfidasse gli uomini della sua terra e del suo tempo Egli inco- 
minciò pertanto con lo scrivere intorno al Byron tali ottave, che, 
stampate a Livorno, dovettero passare molto tormentate per lo 
scorticatoio della regia censura. Quattordicenne , fu bandito, per 
un anno, dall'Università di Pisa per avere osato leggere ad alta 
voce agli altri studenti le gazzette che recavano le novità di Na- 
poli ; apparsogli quello un abuso di potere, si recò tosto a Firenze 
per chiedere giustizia al presidente del così detto buon Governo, 
Aurelio Puccini, e, scusandosi questo di non poter far nulla in suo 
favore, il fiero fanciullo gli rispose. « Io vi compiango, signore, 
se occupando un posto, dove^ anche senza volere, fate del male, e al 
mal fatto non potete riparare, neanche volendo, la vostra coscienza 
vi consente di rimanervi. » Dopo un'anno, egli tornò all'Università 
di Pisa, ma sorvegliato e molestato non poco, aiutando a fargli 
la polizia alcuno de'professori. Sommando tuttavia quel periodo 
rilevante della sua vita, il Guerrazzi lo sbriga in poche, troppo 
poche, parole: « istruzione nulla, persecuzione molta, fastidio de- 
gli uomini e della vita, tristezza crescente. » Intanto però egli era 
già divenuto scrittore. Rammentai le ottave a Byron; ma queste 
erano state precedute da una tragedia intitolata da Priamo, in 
proposito della quale egli mi scrive: « Il professor Carmignani, 
dandole addosso, disse che apparteneva alle tragedie come Priapo 
ai Numi. E siccome il professore mi parve, ed era, maligno, gli 
rovesciai nell'impeto dell'ira e dei miei la o 16 anni una rannata 



~ 151 — 

bollente sul capo, ch'ebbe a strabiliarne,, e m'increbbe; però che 
feci promessa a me stesso di non rispondere mai più a critiche 
letterarie, e 1' ho mantenuta per tutta la mia vita. » Dopo il 
Priamo, apparve il dramma in versi i Bianchi e ì Neri che i 
livornesi ebbero il torto di fischiare, quando si rappresentò 
al teatro Carlo Ludovico, rimuovendo cosi per sempre dal teatro 
il Guerrazzi che vi avrebbe forse portato effetti e caratteri inat- 
tesi. Altri versi scrisse e stampò il Guerrazzi in piccole strenne 
di quel tempo, ed in minute parziali raccoltine; ma non possono 
aver qui per noi alcuna singolare importanza, poiché né il Guerrazzi 
se ne rammentò di poi, né si ricordano più da alcuno, né li gusta- 
rono molto gli stessi lettori ch'ebbero quelle primizie verseggiate 
d'un ingegno, il quale meritava poi l'onore di venir salutato come 
il poeta della prosa italiana. 

Un piccolo animo e un piccolo ingegno, innanzi alle prime 
prove infelici de'suoi saggi letterarii, si sarebbe avvilito ed ac- 
casciato; il Guerrazzi non s'allegrò di certo delle sue prime di- 
sfatte ; ma, incominciò per sentirne sdegno, e quindi si scatenò ; 
a'suoi dolori cercò sfogo in un libro, ov'egli potesse menare il 
flagello sugli uomini; il fatto storico gli fu pretesto, per velare 
le persone che doveano cader vittima della punta insanguinata 
della sua penna; e, perdendosi nel passato, egli potè pure, a sua 
posta, crescere le tinte scure, fare più orrida la scena, più spa- 
ventevole il racconto, più violenta l'imprecazione. Verso il suo 
anno 22", il Guerrazzi si manifestava pertanto all'Italia con la Balta- 
glia di Benevento. Richiesto da me intorno alle impressioni imme- 
diate che avessero dato quel tono al primo suo stile, il Guerrazzi 
compiacevasi rispondere così : « Impressioni violentissime, due : il 
mare arruffato; e la irresistibile frenesia di buttarmici in mezzo (1); 
dopo questa, smania del pan irresistibile di vedere baruffe popo- 
lari, donde guadagnai di parecchie ferite, da una delle quali 
scampai per miracolo dopo lunghissima infermità; la cicatrice, 
che mi rimane, è lunga quattro dita; e non meno chele baruffe, 
i morti e i feriti, di cui la immagine mi perseguitava; ma tanto 



(l) Frenesia assai naturale ad un poeta, in uno stato di esaltazione, 
innanzi ad un mare agitato ; ma il Guerrazzi non solo non cor.^e mai 
pericolo d'affogare, essendo, come il suo maestro Byron, abile nuotatore; 
salvò invece due che s'annegavano ; l'ano semprevivo, l'alt'^o che finì poi 
con l'annegarsi davvero; erat in fntìs. 



— 152 — 

é, non mi poteva reprimere da correre ad ogni caso novello. Ella 
saprà che Carlo Bini fu proditoriamente ferito a morte; la ferita, 
comecché in apparenza guarisse, gli cagionò poi fine immatura; 
il feritore (per soprannome Pitti) fu a volta sua ferito, e stando 
allo Spedale gli si sviluppò il tetano; di ciò informato, volli an- 
dare a vederlo, e condurci Carlo; ma questi, a mezze scale mutò 
consiglio e tornò addietro; io lo vidi; pareva un arco da violino; 
posava unicamente i calcagni e la nuca; pativa pene d'inferno; 
non ci ebbi gusto, né dispiacere; pensava al detto: chi di coltello 
ammazza, di coltello convien che pera. » 

Il Guerrazzi cerca tuttora avidamente il male; lo palpa e ne 
freme; quindi ne fugge inorridito; poi lo ripensa, e mescola insieme 
tutti i colori della fantasia turbata che possono servir a mostrare 
il male in tutta la sua tetra evidenza; ed, affinchè il punto nero 
spicchi di più, vi spande qua e là intorno qualche fiore lucente; 
l'effetto pittorico riesce grande, l'effetto morale deplorevole; e lo 
senti il Guerrazzi stesso, quando, nel 1852, ebbe a scrivere della 
Battaglia di Benevento che quel libro era ardentissimo ma non 
di 'bella fiamma, poiché vi traspira dentro certo sgomento punto 
naturale alla età in cui egli lo dettava, e un alito di dubbio, che 
appena si perdona agli uomini, i quali sviati dalle decezioni si 
sentono sazi di vita; fra tutti ì tristi peccati, pessimo. Dopo que- 
sta condanna, che onestamente l'autore provetto e glorioso fa del 
suo libro giovanile, poco altro mi rimane ad aggiungere in pro- 
posito. Come rivelazione di un alto ingegno malato, il libro può 
sempre avere una grande importanza per uno studio psicologico, 
pel fascino funesto ch'esercita su molti giovani, in ispecie, dopo 
' che, per V Assedio di Firenze, il nome del Guerrazzi suonò ono- 
rato per tutta Italia; e, per la forma originale e nuova con cui 
questo romanzo, uscito alcuni mesi prima de' Promessi Sposi, è con- 
cepito e scritto, la Battaglia di Benevento ha pure la sua impor- 
tanza nella storia letteraria; essa ci presenta una prosa poetica 
agitata, che può agitare lino al delirio chi la legge; non è lecito 
dire che sia benefica, ma si può bene assicurare che il giovane 
autore, poco piiì che ventenne, il quale si rivelava capace di tan- 
to, doveva essere un potente, al quale bisognava far posto. Non 
è più qui l'amore disperato di Ortis che manda un lamento e si 
spegne; é una tremenda Erinni che si vendica; ama anch' essa, 
ma a suo modo, e porta via il pezzo dove ha lasciato l'impronta 
d'un bacio, e soffoca ciò che sembra voler carezzare; il bello essa 
ci lascia apparire un istante solamente a fine di persuaderci che 



- 153 — 

il brutto è assai più. Musa inamabile per ogni scrittore; e guai 
per l'Italia se il Guerrazzi non ne avesse mai ascoltata alcun'al- 
tra. Egli l'ha certamente ascoltata troppo; ma non è ad essa, per 
nostra fortuna e sua, che andiamo debitori del suo capolavoro. 

Finqui lo scrittore freme dunque per sé, ma non ancora per la pa- 
tria; fra la Battaglia di Benevento e l'Assedio di Firenze si forma la 
coscienza del cittadino; ma non è la sola. Altre fiere passioni conti- 
nuano a tumultuare nell'anima del Guerrazzi. L'immagine di By- 
ron durando sempre a sedurre i giovani ingegni, che facevano 
corona al Guerrazzi, a Livorno si bironeggia. Il medico e fisico 
Piero Guerrazzi, stanco della vita la gitta via con disperato disde- 
gno ; e Carlo Bini nell' annunziare all'amico Francesco Domenico 
quella fine infelice di un caro congiunto, fra l'altre cose, il l" 
agosto 1830, gli scrive, con quel suo stile colorito, splendido, 
robusto, foscoliano, che innamora e trascina. « Come vivi, Fran- 
cesco? Se io faccio la somma risponderò per te : malamente, 
fratello, malamente assai. Ed io ti dirò: pazienza, Francesco; 
e tu riprenderai: pazienza pur troppo, perchè la pazienza è 
l'unica veste che il padre Adamo lasciasse ai suoi nudi figliuoli; 
ma però la bevanda è amara, e non ispegne la sete. Ed io 
ti domanderò da capo. Come vivi Francesco? ti rode sempre 
queir ansia profonda, misteriosa, di cui non seppi e non osai 
mai penetrare la causa? e ti cavalca sempre lo spirito un diavolo 
nero, onde cosi per tempo s'inaridisce la giovinezza dell' anima 
tua? fratel mio Francesco! ogni qualvolta io penso alle tue an- 
gustie, e alle mie, ed al fatalismo di tante turpitudini umane, in 
verità mi prende lo sdegno d'essere un uomo vivo, e bestemmio 
forte, e andrei più oltre se potessi; e se il male fosse tutto in un 
nodo. — Mi dici e sento dirmi da tutti, che sei fermo pur sem- 
pre nell' idea d' emigrare in Inghilterra. Io non istarò a dirti se 
tu faccia bene o male ; che ne so io ? che ne sai tu ? che ne sa 
tutto il mondo ? Per me ho veduto troppo sovente che le cose 
buone e cattive sono fatte dal Caso e l'uomo non si travaglia che 
per essere il suo stromento. — Ma quando sarai lontano, fra gli 
stranieri, e non avrai più nulla di tuo che le passioni e le memo- 
rie d'un tempo passato, allora il tuo pensiero sia italianamente 
generoso e colla forza dell' immaginazione scaldati sempre al no- 
stro sole, animatore perenne del genio e del valore italico, e ti 
risovvenga di una gente dolorosa d'Italia nostra, di questa cara 
armonia di tutta la natura, e cingi sovente le tue immagini del- 
l' ala dei tuoi affetti — e considera 1' anima tua come sacra a te 



— 154 — 

solo — e non adorare altro Dio che la tua volontà, e allora! 
concetti ti sorgeranno nella mente come le stelle in Cielo , liberi 
e splendidi di bellezza divina, brillanti di eterno movimento. — 
Io mi dimenticava di una gran cosa. Hai veramente coraggio? 
Odi una nuova, che ne ha di bisogno, e che cosi ad un tratto ti 
farà venir freddo. Martedì sera, 27 di luglio, alle ventiquattro, il 
bravo ed infelice Pietro Guerrazzi seppe vincere il tremendo in- 
teresse della vita, e si ammazzò di pistola nella Spezieria del Vil- 
loresi. Ha patito gli spasimi della morte circa 40 minuti; poi è 
spirato, ed ora veramente riposa. Sì veramente riposa, ne mi chia- 
merai poco umano se parlo così, perchè, se tu lo avessi veduto 
come me negli ultimi giorni, tu avresti pianto e maledetta la sua 
misera vita. » Io ho riferito qui cosi lunghi brani della lettera 
del Bini, perchè nel Bini parmi poter riconoscere una forma del- 
l'Ortis redivivo, in ispirito, carne ed ossa. La lettera è scritta 
per consolare il giovine Guerrazzi, mandato per sei mesi a con- 
fino, a Montepulciano, (1) a motivo dell' elogio di Cosimo del Fante 
ch'egli, per invito proditorio, avea recitato all'Accademia Labro- 
nica di Livorno; ogni lettore comprende che , nella compagnia di 
un simile confortatore, il quale attribuisce al caso ogni umana 
vicenda e ripone nel suicidio il supremo rifugio degli infelici, per 
quanto egli stesso sia virtuoso, ed, anima tutta buona, serbi in 
cuore gelosamente 1' amor della patria, non è ad attingere alcuna 
privata virtù o alcun civile coraggio. Né consolatore più benefico 
poteva riuscire al Guerrazzi l'altro suo amico Antonio Benci, let- 
terato egregio, ma con 1' anima dal dubbio agghiacciata, che il 
Guerrazzi in un suo scritto giovanile sopra le sepolture di S. Ia- 
copo, fa parlare cosi intorno alla fossa ch'ei s'era ordinata prima 
di morire. « Oh come ella è riuscita bellina l precisa nei lati e 
negli angoli, sicché mi tornerà attillata alla vita come un vestito 
da sposo. Per questa volta mi sono mostrato incontentabile; per- 
chè, capisci bene, Francesco; non si può dire al becchino come al 
sarto: portala via e fammene un' altra; questa veste deve durare 
un pezzo : fino a quando ? fino al giorno del giudizio. Prima di 
mettermi a letto, per non levarmi più. Dio mi concesse di rive- 
derla; la terra scavata accanto a lei formava un arginello tutto 



(1) A Montepulciano il giovine Guerrazzi ricevette visita notturna di 
Giuseppe Mazzini, che già cospirava per la indipendenza e libertà 
d'Italia. 



— 155 — 
coperto di un'erbetta verde che era un incanto a vederla. Oh bel- 
lina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più doppii! 
Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura 
tutto fasciato di verde! » 

Tal maniera di pensare e di sentire intorno alla vita non poteva 
non comunicare anche alla latteratura, di cui il Guerrazzi fu in Italia 
capo -scuola una specie di sudor freddo preparato da una vampa mal- 
sana. Quella letteratura, la quale faceva capo un tempo , all' Indi- 
catore Livornese, valse bene a dirozzare la città di Livorno, ed a 
mostrare come in Toscana si possa scrivere con grazia e scrivere 
forte ad un tempo, quando lo scrittore che scrive è anche uomo 
che pensa; ma essa, più che dar moto alla giovine Toscana, non mi- 
rava direttamente ad altro che a metterle la febbre addosso; solo 
più tardi s' accorse il Guerrazzi che dalla febbre avrebbe potuto 
nascere il malessere, dal malessere lo scontento, dallo scontento 
l'agitazione per uscirne, e per instaurare vita nuova; allora il let- 
terato potente si fece, per amor della patria, chirurgo spietato. 
« Scopo supremo per me, scriv'egli al Mazzini, alludendo all' As- 
sedio di Firetize, era tentare se scintilla alcuna restasse nel corpo 
della patria per accendere di vita le presenti e le future genera- 
zioni. Non mi pareva che corresse stagione di badare come le ac- 
conceremmo il manto o la corona; la questione era quella di 
Amleto essere o non essere. Tutto il mio concetto sta in questi 
versi di Francesco Petrarca: 

Che si aspetti non so, né che si agogni ' 
Italia che i suoi guai non par che senta. 
Vecchia, oziosa e lenta 
Dormirà sempre e non fla chi là svegli? 
La man le avess'io avvolta entro i capegli! 

Quindi riputai carità adoperare tutti i tormenti praticati dagli 
antichi tiranni, e dal Santo Uffizio, ed altri ancora più atroci in- 
ventarne per eccitare la sensibilità di questa patria caduta in mi- 
serabile letargia; io la feriva e nelle ferite infondeva zolfo e pece 
infuocati; la galvanizzava, e Dio solo conosce la mia tremenda an- 
sietà quaodo le vedeva muovere le labbra livide e gli occhi spenti. » 
Nelle pagine deWIndicaiOì-e, il Guerrazzi avea la prima volta im- 
parato a trattar le armi; ma egli stesso fu più tardi pronto a 
sconsigliare i giovani da simili periodiche battaglie, per ragioni 
che importa siano dai giovani tuttora meditate e ritenute . « Voi 
mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. 



— 156 — 
Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le vostre crea- 
zioni di un' ora durano la vita di un minuto; più spesso nascono 
morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, 
come le membra dell' etico si disfanno per quotidiani sudori; io 
vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal 
connesse e viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fos- 
sero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e , come di onore a 
voi, cosi di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. 
Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'immortali a noi 
uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi delle Sibille, 
scritti sopra le foglie, che il vento disperde e nessuno raccoglie. 
Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi 
il ronzio della fama; confidate il nome vostro non all'ala dello in- 
setto, ma a quella dell' aquila ; che, se è bello ottenere onoranza 
dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri. » Belle e 
memorande parole. 

Soppresso l' Indicalore per uno scritto sull' Esule di Pie- 
tro Giannone, il Guerrazzi erasi volto a lavori di maggior 
lena e più studiati, che gli permettevano di afillarvi tutto l'in- 
gegno. Finalmente ei si trovò maturo , per iscrivere l' Asse- 
dio. Come il titano Prometeo, legato alla rupe, impreca sublime- 
mente a Giove, i travagli della vita politica maturano nel titano 
Guerrazzi l'amor patrio, e gli aggiungono coraggio a sfidar l'ira 
de'suoi persecutori. Vi son nature cosiff'atte che operano cose 
grandi per la forza della contradizione. 

Reduce dal principio del 1831, dal confino di Montepulciano, il Guer- 
razzi non si quietò, ma recossi presto invece a tentar novità in Fi- 
renze, ove speravasi con l'intimorire il Granduca, obbligarlo a dare 
al popolo la costituzione; la parte moderata che era della congiura, 
con le sue incertezze ed i suoi indugi, la fece fallire; il Guerrazzi che 
s'accorse in tempo, come a Firenze si nicchiava, fu pronto a restituirsi 
in Livorno, per impedirvi almeno ogni sterile moto; ciò non tolse, 
tuttavia ch'ei fosse dapprima precettato di ridursi in casa al calare 
del sole, e poco dopo venisse gettato in prigione « tra omicidi, donne 
di mala vita e facinorosi d'ogni maniera; » nò egli seppe poi mai la 
vera cagione di quel suo primo arresto, come neppure della sua libe- 
razione, non essendoglisi nemmeno fatto l'onore di processarlo. 
Nel 1834, il Guerrazzi veniva finalmente chiuso nel forte Stella 
di Portoforraio, fra i 'prigionieri di Slato. « Allora, scrive egli 
nelle sue Memorie, mi accomodai a passare il tempo con pro- 
fìtto per la patria e per me ». 



— 157 — 

Ed in quella prigione nacque {'Assedio di Firenze. L'Autore non 
ha vinto ancora intieramente la lotta con sé medesimo; 1' introdu- 
zione del romanzo ci prova sempre che l'uomo è ancora tutto là con 
le sue passioni, co' suoi odii, con le sue memorie paurose; ma 
in mezzo agli sfoghi d'un' anima sdegnosa, in mezzo al buio in- 
fernale d'un immenso naufragio, che sembra disperato, brilla tratto 
tratto un fievole raggio di fede; mentre tutto egli sembra vo- 
ler gettar via, premere, calpestare, flagellare ogni cosa, a un 
tratto si sente ancora battere il cuore, e vede un breve lembo 
di cielo sereno; vi appunta lo sguardo e vi riconosce una stella; 
cessa allora un momento di maledire, e accenna di voler spe- 
rare; quindi ei può ancora scrivere: « Dentro di me si levò una 
voce che disse: Non sempre Dio si penti d'aver creato l'uomo. Tu 
vivi in un secolo che vinse in tristezza il paragone d'ogni piìi 
vile metallo. Ricerca per le storie, e troverai i tempi secondo il 
tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla virtù de'morti prendi ar- 
gomento di flagellare le infamie dei vivi. Le opere famose dei 
trapassati ti daranno speranza dei posteri: imperciocché nulla dura 
eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e del male si alterna 
continua su questa terra. Tu vivrai una vita di visioni degli anni 
passati e dei futuri ». È evidente che quest'uomo il quale dà quasi 
sempre ragione ai morti assenti, e quasi sempre torto ai vivi che 
lo circondano, non è nato per ftire il cortigiano; ma, se questa è 
virtù, che impedisce all' uomo di curvarsi, riesce virtù sterile e 
cieca, quando nessuna fede viva la sostiene lungamente; si che, 
dopo avere un istante intraveduto il risorgimento della patria 
schiava, e fatto saltare il coperchio della cassa di Lazzaro dor- 
miente, il Guerrazzi torna, spietato, a rinchiodarvelo, con una sola 
sentenza, che vuol scelleratamente essere ultima. « Non confidate 
nella speranza; ella è la meretrice della vita ». Conveniva in- 
vece ai giovani dire 1' opposto; la disperazione vi conduce all' in- 
differenza, e questa all'inerzia, e questa alla viltà, e questa, oc- 
correndo, al delitto; bisognava invece dire ai giovani: credete, 
sperate, a costo anche d' illudervi e d' ingannarvi e d' esser 
traditi dagli uomini e dalla fortuna; lottate, poiché la vitto- 
ria é de' prodi che resistono e non de' timidi che disertano al 
primo sbaraglio e s' abbandonano; la speranza é segno d' a- 
more, e senz' amore é inutile la vita. Che importa a me il sa- 
pere come si chiami la cosa da voi amata? pur che sia grande e 
degna, pur che vi chiami a salire più alto, pur che v'inviti ad 
amplessi più ideali, l'amore sarà sempre la vostra salute. Amate 



— 158 — 
la natura, 1' umanità, la patria, l'arte, la scienza, la famiglia, la 
virtù, la donna; pur che l' oggetto de' vostri amori sia sempre 
un' alta e serena Beatrice, voi poggierete sempre più alto e con 
voi si rialzerà pure la fortuna della patria vostra infelice. Ma ciò 
che non ha detto nell' Introduzione, il Guerrazzi lo dirà nel ro- 
manzo stesso, lo ripeterà nell'Appendice, ove s'accuserà da sé di 
aver calunniata la speranza. A misura ch'ei procede nel libro, e 
che r ingegno suo prodigioso gli rappresenta vivi al pensiero, 
belli, intrepidi, valenti, gli eroi che difesero la libertà fiorentina, 
egli si sente allargare il cuore al desiderio, alla speranza, alla 
fede. Come il pittore s'innamora della Madonna ch'egli stesso finge 
sulla tela, il Guerrazzi nel ridar vita ai personaggi storici del suo 
romanzo, se ne compiace, s'illude, li ricerca e spera ancora ritrovarli 
vivi nella nuova Firenze, e fra loro operare e combattere eroica- 
mente egli stesso, poiché, per credere, davvero, nell'eroismo, conviene 
sentirsi in petto un'anima che ne sia capace. Il Guerrazzi finisce 
pertanto il suo libro con l'accendere la lampada della speranza, ed 
aggiunge: « Io nascondo la lampada sotto il moggio. Quando ap- 
parirà r aurora da ben tre secoli desiderata, allora la riporrò a 
splendere sul candelabro: dove le fosse venuto meno l'umore, io 
la riempirò col rriio sangue ». Scrivendo al Mazzini, ei dice aver 
voluto nell'Assedio, rimescolare insieme cielo, terra e inferno. In- 
cominciò davvero con l'inferno, continuò con la terra, fini col cielo. 
Il libro sale sempre; alle immagini Bironiane sottentrano man mano 
le bibliche e le dantesche,- all'inno della morte l'inno della risurre- 
zione: « Sul granito, egli canta, era cresciuta una messe degna di lui; 
aveva lo stelo di acciaro forbito, la spiga a guisa d'impugnatura di 
spada. Un angiolo uscirà tra poco dal tempio e griderà con gran voce: 
Mettete dentro la vostra falce, perchè l'ora del mietere é venuta, 
perocché la ricolta della terra si secca. — A che dunque l'angiolo 
indugia? La ricolta non pure è matura, ma la terra è stanca di 
sopportarla ». Qua e là qualche ombra di dubbio sorge ancora; 
l'anima dello scrittore non s' è tutta quietata; tratto tratto ei si com- 
piace troppo nel giuoco di Penelope; ma, in questa battaglia fra 
il cuore e l'ingegno, combattuta nell'Assedio di Fwenze, ha vinto 
il cuore; altri renda a lui lode delle pagine ove 1' ingegno del li- 
vornese prodigò tesori; egli n'era ricco e no fa prodigo; di tanta 
liberalità avea merito, più ch'egli stesso, la creatrice natura; ma, 
in questo io si veramente 1' ammiro che, nato ed educato al dub- 
bio, egli abbia saputo domare un giorno sé stesso, a segno da ar- 
rivare a credere almeno tanto, che bastasse a scaldare in altri una 



— 159 — 

fede inspiratrice di pensieri e di filiti magnanimi ; che, nato al- 
l'odio, siasi meravigliosamente educato all'amore. Qualunque sia poi 
il giudizio ch'altri voglia portare deW Assedio di Firenze come d'o- 
pera letteraria per rispetto all'ai'te e alla storia (della quale l'arte 
si giova, in esso, più per aver pretesto di colorire uomini e 
cose vive del nostro tempo e di Firenze nostra , che per re- 
carci il vero carattere d'un secolo e d'un popolo passato), in que- 
sto io spero d' aver consenzienti i critici d' ogni ragione, che il 
Guerrazzi, come scrittore, ha la virtù rara d'educare all' amore 
degli uomini e delle cose grandi. Per questa parte, se bene lo 
scopo immediato del romanzo fosse particolarmente politico, esso, 
ove si legga con qualche prudenza, potrà aver sempre un' effica- 
cia di bene, come libro educativo, e più che altrove, in Toscana, 
dove la tempra un di forte insieme e gentile, è rimasta gentile 
soltanto, ed ove gioverà pertanto far suonare, per lunga stagione 
ancora, voci maschie e potenti, affinchè essa ripigli nerbo, agilità 
e gagliardia di moto ne'pensieri, negli aflfetti e nelle opere. 

L'Assedio di Firenze, potrà, se 1" autore suo ci vorrà dire il 
più, offrir modo ad uno de^ commenti più interessanti che siansi 
mai scritti d'alcuna opera letteraria; a farlo qual è, giovarono, io 
gran parte, la conoscenza riflessa della società toscana, e partico- 
larmente fiorentina, che il Guerrazzi avvicinò e trattò, e poi le 
molte e forti impressioni che l'autore provò nel tempo in cui gli 
venne scritto l'Assedio. Di alcune di queste impressioni c'informa 
egli stesso nella sua Lettera autobiografica al Mazzini: « Tu sappi 
ancora, Giuseppe, che, mentre scriveva lo Assedio, nel giro di po- 
chi mesi perirono per la più parte le persone sopra le altre a me 
dilettissime. Mori l'unica donna che amai, fulminata nel cuore, e 
questa morte così percosse la mia salute, che ancora me ne ri- 
sento. — Mi abbandonò mio padre e con le mie mani gli chiusi 
gli occhi. Lo feci trasportare a Montenero, e sotto il portico della 
Chiesa gli davo modesta sepoltura. Sopra la sua lapide incisi: 

Hic intus 

Francisci Guerraiii 

insontes cineres 

expectant postremum Dei judicium 

sine pavore 

... Supremo dolore! un giorno trovai sfregiata cotesta iscrizione. 
— Morirono Angiolo Angiolini, Alamanno Agostini, dei quattro 
carcerati a Portoferraio rimaneva io non bene fermo di salute, e 



— 160 — 
Bini percosso da tale malattia che non dava speranza di rilevar- 
si, ed egli sentiva prossimo il suo fine e lo desiderava. Certo va- 
leva meglio morire che viver com'egli viveva. Dio lo esaudì e lo 
accolse nella sua pace. Di tanti amici rimanevami Tommaso Bar- 
gellini, amico della mia infanzia, ch'ebbe per me cuore di madre, 
ed egli pure mi mancò al maggior uopo: morì, atrocemente assas- 
sinato, mio fratello Giovanni, lasciandomi per retaggio due orfani. 
— Ormai la mia vita mi apparve la via di Pompei; ad ogni passo, 
a destra mi volgessi od a sinistra, io incontrava una tomba. Pal- 
pitante e lacero, con gli artigli dei persecutori nel petto, mi di- 
batteva scrivendo l'Assedio di Firenze. Sapevo che avrebbe frut- 
tato nuove ingiurie, e le fruttò; non le curai, presagendole; non le 
curai, sopportandole. Ora, non parti questa immensa fede, o Giu- 
seppe? » Io l'ho già detto: ammiro nell' ingegno del Guerrazzi la 
natura grande e benigna; nelle pagine calde d' amor patrio del- 
y Assedio, ammiro invece l'autore stesso, avendo egli dovuto lot- 
tare per vincere l'anima scettica e il riso mefistofelico, e le remi- 
niscenze troppo dolorose della vita, alle quali concede bene qua e 
là ancora lo sfogo di qualche breve parentesi, ma non la miglior 
parte e la più generosa dell'opera. 

Scrivendo il 25 dicembre dell'anno 18i7, al Mazzini, il Guerrazzi 
chiudeva la sua lettera con queste parole: « Vieni, prima che la mia 
vita cessi, come un rivo tra i sassi, nei giorni del Sole. Io per aspet- 
tarti mi soffermo sopra il limitare della morte, che invoco. Impo- 
tente a stringere la spada come il Bardo normanno, mi ti porrò al 
fianco nel giorno della battaglia vicina; m'avanza qualche immagine 
di poeta nella testa, qualche affetto nel cuore da potere innalzare un 
ultimo canto — o la requie — o il trionfo dei valorosi ». Egli promette 
qui evidentemente di tornare a servire la letteratura politica, dalla 
quale, fra la pubblicazione àQ\\' Assedio e la lettera al Mazzini s'era 
quasi intieramente rimosso, per occuparsi de'proprii negozii e per' 
indulgere genio, scrivendo l'Isabella Orsini e la Veronica Cibo, 
storie di sangue, nelle quali si può trovare la condanna del vizio 
e della colpa, ma si pone forse una cui a soverchia nel rivestir 
l'uno e l'altra di una specie di terrore poetico, che può sedurre 
al male qualche cervello debole e infermo, in cui la volontà del 
bene vacilli. Ma son pure di quel tempo e bastano come segno di 
quanto si passava nell'animo del Guerrazzi, l'elogio della contessa 
Amelia Caiani Carletti, ove s'insegna il modo d'educare la donna 
italiana, ed ove trovo, fra l'altre, questa sentenza che « il fine di 
ogni disciplina, e di qualsivoglia istituto, anzi pure della stessa 



- 161 — 

famiglia^ sia l'amore di patria, anzi pensiero e palpito di questa 
umana creta, finché le si concede argomentare e sentire », e i 
Nuovi Tartufi, ove, unicamente dominato dal pensiero rivoluzio- 
nario, il Guerrazzi condanna con fiere parole i mezzi troppo lenti, 
coi quali i liberali moderati di buona fede speravano raggiungere, 
a grado a grado, lo scopo supremo della indipendenza e libertà ita- 
liana, e gl'impostori si studiavano invece guadagnar tempo, per 
rendere più improbabile il conseguimento d'un bene ritardato. Ei 
non riconosce in vero questa differenza, e lo stabilirla sarebbe in- 
vece stata desiderabile giustizia; egli obbedisce all'impeto istantaneo 
che lo muove, e mira al solo scopo immediato di rendere impos- 
sibile il sistema che gli par dannevole; non si cura di sapere se 
fra i difensori di quel sistema vi sia pure gente onesta, di mente 
e di cuore; si scaglia contro tutti, insieme confusi, come autori, che 
a* lui sembrano di una politica esiziale; e tutti li flagella; 1' inge- 
gno suo rivoluzionario, educato alla scuola di Macchiavelli, non 
ripugna dal sacrificare la giustizia in particolare, quando si tratti 
di provvedere a quella che si chiama giustizia universale, come 
-se s'I potessero distinguere dal savio due giustizie. E di questo 
vizio politico è incancrenita Italia tutta, ove la rabbia delle parti 
è tanta, che, pel trionfo, dicono gli uni, dell'idea democratica, pel 
trionfo, dicono gli altri, del principio d'ordine, l'una e l'altra s'e- 
scludono, come impossibili, isolando così sempre le forze vitali 
dello stato, col metterle fra loro in sospetto ed in guerra mici- 
diale, per amore della libertà, rinnegando l'ordine, e per amore 
dell' ordine rinnegando la libertà, rinnegando, in conclusione, ad un 
tempo e 1' uno e 1' altro di questi beni che non possono stare di- 
visi. Cosi, come l' antico greco chiamava barbaro ogni popolo 
straniero che non parlasse la propria lingua, e si negava con esso 
ogni contatto, togliendo cosi a sé stesso, intorno a sé, ogni nuova 
via di più largo respiro , noi , facendo peggio , nella terra no- 
stra, ci dividiamo miseramente come stranieri, e peggio che stra- 
nieri, come selvaggi intenti a vicenda a distruggerci. La ragione 
politica sembra scusarci dello stare stiletti alla parte nostra, come 
molluschi alla conchiglia; in tal guisa soltanto, diciamo a noi, la 
parte nostra s'afforza, e noi medesimi dalla parte nostra possiamo 
sperar forza e sostegno. Ma, ciechi ed incauti che siamo; non ci 
rendiamo accorti come il nostro proposito di difender la parte è 
una tacita renunzia a difendere il tutto; e come mirando le parti 
a distruggersi reciprocamente e non mai a comporsi, non lascie- 
ranno poi crear nulla di grande e d'intero. In letteratura, guer- 

KlCORUI DlO(iRAKICI 11 



— 16^, — 
razziaci e manzoniani si combattono e si accusano ogni giorno fra 
loro come fatali alla patria; in arte, é delitto per gli uomini nuovi 
riconoscere ancora qualche merito alle Accademie; e per gli Ac- 
cademici è delitto il procedere per vie nuove e proprie allo studio 
della natura; in politica, basta il professar fede, non dico repubbli- 
cana ma democratica, per non dover trovare amici fra i prudenti 
guardiani della costituzione, e, viceversa, l'esser devoti al princi- 
pio parlamentare, basta perchè si dica addirittura da chi s'aggira 
fra il popolo: badate è gente da pagnotta; le tasse che voi pagate 
servono a ingrassar questi gaudenti; perciò son moderati; perciò non 
vorrebbero altro governo che questo; in religione, chi non va in 
chiesa, fugge, come il contagio, il devoto che sente il bisogno di 
raccomandarsi con l'anima a Dio; chi frequenta la chiesa, invece, 
evita, come libertino, ogni uomo che basti a guidarsi e consolarsi 
da sé con 1' umana prudenza e saviezza nelle varie vicende della 
vita. La nostra intolleranza scema cosi le forze nostre, tenendole fu- 
nestamente divise. Non ci basta serbare liberamente i nostri gu- 
sti, i nostri principii, i nostri propositi, non ci basta adoperarci 
ciascuno, ne'limiti della decenza, a cercar simpatia alle idee che 
professiamo; sull'esempio del Sillabo pontificio, imbevuti di quello 
stesso principio cattolico, in cui non abbiamo più fede, noi pure 
gridiamo : o con noi o contro di noi; e ciò che sta contro di noi 
vogliamo estirpare non pur nel principio, ma nella persona. E im- 
possibile, aggiungiamo, che il tale abbia tal fede e possa rimaner 
uomo onesto, a meno ch'egli non appartenga all'ordine degli im- 
becilli; e, nell'un caso e nell' altro, è buona cosa farne a meno, 
rimuoverlo, sopprimerlo. « Abbasso la pena di morte » ripetia- 
mo tutti volenterosi e unanimi, ma a patto di mantenerci, per i 
rasi riservati, il diritto di applicarla non solo ai nostri nemici, 
ma ai nostri avversarli, non solo ai nostri avversarli, ma ad ogni 
dissidente da noi. Così intendiamo la nostra fratellanza nazionale; 
e a questa maniera vogliamo serbarci unitarii; ma, se altro patto 
non ci tenesse che questo, l'Italia avrebbe dovuto a quest'ora di- 
ventare un camposanto. Domandate alla maggior parte degli stessi 
nostri illustri viventi che opinione essi abbiano gli uni degli altri: 
sarà gran mercè se, su dieci, se ne troverà uno indulgente e bene 
disposto a riconoscere altrui il proprio singolare valore, indipenden- 
temente dalle opinioni ch'egli professi. Parrebbemi invece omai 
tempo che si ritornasse in Italia ad amare di nuovo, un poco, ideal- 
mente, il bello pel belio, il grande pel grande, il bene pel bene, senza 
stringerci invidiosamente alle persone, come siamo soliti a fare, per 



— 163 - 

negare poi il bello, il grande, il bene, col solo pretesto che quella tal 
persona era troppo bassa per divenirne capace, e i suoi principii 
troppo diversi da quelli che a noi paiono soli infallibili, per po- 
ter dare alcuna importanza a quella maniera di predicazione. Ei 
sarebbe certamente molto desiderabile che ogni uomo di genio, il 
quale scrive, fosse ad un tempo un grande scrittore, un santo ed 
un eroe; ed è verissimo che chi è tutto buono, tutto grande, può 
meglio di qualsiasi altro, dire e fare bene e grandemente; la sin- 
cerità dello scrittore dà allo scrittore un calor vìvo e naturale 
che si comunica meglio, perchè si sente piìi presto. Ma non si 
deve sconoscere che, come anche un vigliacco in determinati mo- 
menti può sorprenderci con un atto eroico, che dobbiamo am- 
mirare, sia, per sé stessa, degna d' ammirazione ogni opera 
buona bene inspirata, se anche l'autore di essa, per lo più, 
pensi ed operi il male. L' opera buona, che la provvida natura 
inspira, consideriamo, e allo scrittore teniamone conto, solo in 
quanto sia tale, e possa giovarci. Questo modo di render giu- 
stizia a chi scrive, sarà anche un mezzo di invogliare un 
maggior numero di scrittori ad ambire quel premio; né io 
sono poi tanto scettico per credere che alcun uomo possa in- 
differentemente dire e fare il bene senza accogliere nella mente, 
anche per poco, il pensiero che il bene sia veramente un bene, e 
da questo pensiero, anche fuggitivo, non sentir poi vantaggio mo- 
rale alcuno. La virtù nella massima parte vien da natura, ma in 
alcuna parte, si forma con l'esercitar quella poca o molta che la 
naturaci ha data; accettiamo, pertanto, dagli scrittori, quali essi 
siano, con riconoscenza, le oneste parole; con l'assicurare così 
a noi una letteratura sana, finiremo pure educando a poco a 
poco gli scrittori stessi. Io vedo alcun lettore sorridere ed odo 
sussurrarmi. Voi vorreste cosi avvezzare gli scrittori all' ipo- 
crisia. Non all'ipocrisia, ma al pudore. Senza pudore non vi è 
arte, come non vi è principio di onestà possibile. Io credo che 
ogni scrittore si studii di rivelarsi al di fuori nel suo miglior 
aspetto; non dispregiamo questo studio; non è tutto di vanità 
e d' ipocrisa ; è ancora un sentimento di nobiltà che si desta in 
lui, pudico, e che lo innalza; senza questo sentimento io temerei 
che molti di quelli, i quali ammiriamo ora come grandi puri- 
tani ne' loro scritti, condannati a scoprirsi nella loro nudità fal- 
lace, domanderebbero grazia. La somma del male nella vita del- 
l'uomo è già troppo grande per sé, perchè la intemperanza de'nostri 
giudizii, intolleranti ed esclusivi, debba ancora compiacersi nel rap- 



— 164 — 

presentarsi, con maligno sofisma, lo stesso bene come un nuovo 
maleficio. 

Ora, se questo vizio dell' intolleranza, deplorevolissima fra le 
miserie nostre nazionali , nelle cose letterarie può riuscir 
tanto funesto, per quella corrispondenza naturale e indissolubile 
eh' ebbero sempre la letteratura e la vita civile d' un popolo, 
e più che altrove in questo secolo, e più che mai neh' Italia 
nostra, ove la letteratura servi essenzialmente agli scrittori come 
strumento politico, dovea pure tornar rovinoso ai nostri moti di 
nazionale risorgimento. E in Toscana, fra l'altre provinole d'Italia, 
si lamentarono particolarmente gli efietti di questa rabbia delle 
parti politiche; che, come il Capponi ed il Guerrazzi bene uniti e 
concordi avrebbero salvata, discordi, invece, perdettero la Toscana 
miseramente e la ritornarono nella sua prima servitù. La patria 
l'uno e l'altro amavano; entrambi erano bene disposti a servirla; 
ma ciascuno di essi volle mantenersi geloso de' suoi mezzi, l'uno 
col non volere abbastanza, 1' altro col voler troppo, e in questo 
studio eccessivo di ciò che essi mettevano di proprio é di perso- 
nale neir azione politica, mal difesero la patria, si che, quand' essa 
risorse, furono lasciati in disparte entrambi; i loro nomi si ricor 
darono, 1' opera loro non si curò ; si rese omaggio al leale e ve- 
nerando carattere dell'uno, all'ingegno fremente e poderoso dell'al- 
tro ; ma 1' uno si trovò troppo timidamente contentabile, l'altro 
troppo audacemente intrattabile. Così i due uomini più grandi 
che la Toscana possedesse, poiché il vecchio Niccolini viveva 
alieno oramai da ogni cura politica, il Capponi e il Guerrazzi, 
non lasciarono quasi orma di sé stessi nell' ultimo stadio della no- 
stra vita politica. Associati, sarebbero stati in Toscana onnipotenti; 
divisi, rimasero due individualità singolari, senz' effetto politico. 
Ma, per riassumere gli ultimi anni della vita del Guerrazzi, la 
nuova prigionia sostenuta dopo la pubblicazione della lettera al 
Mazzini, il mandato quindi ricevuto per ben due volte dal Governo 
di domare la rivoluzione livornese, il suo ministero, 1' opera sua 
come triumviro e come dittatore, la sua quarta iniqua prigionia, 
il suo famoso iniquissimo processo politico, il suo esigilo, il suo 
refugio in Corsica nel 1853, sono fatti che appartengono alla 
storia non meno che alla biografia (1). 



(1) I documenti di questa parte della vita del Guerrazzi si trovano 
copiosi in due grossi volumi di scritti politici del Guerrazzi, pubblicati 
a Milano dal Guigoni nel 1862. 



— 165 — 

Il soggiorno del Guerrazzi in Corsica fruttò alle nostre let- 
tere la Beatrice Cenci, parto mostruoso d' ingegno trapotente, 
e d'uomo perseguitato dalla patria, che si vendica liricamente, 
al suo modo antico, raffigurando il trionfo del male; V Asino 
seconda vendetta, umoristica, contro la patria obliosa ed aggirata; 
il Pasquale Paoli, racconto storico, ove l'autore si getta in mezzo 
ai fatti storici eh' ei narra abilmente e sui quali sentenzia come 
un giudice vivo ed ardente, terza vendetta, generosa, contro la 
patria ingrata, all'amplesso della quale vorrebbe ritornasse l' isola 
gloriosa che diede i natali a Sampiero ed al Paoli. 

Il Guerrazzi crede, e il suo diligente biografo Ferdinando Bosio (1) 
studiasi dimostrare come col Pasquale Paoli il Livornese sia en- 
trato nella sua seconda maniera. A me sembra meno esatta que- 
sta distinzione. Le opere del Guerrazzi, senza dubbio, non offrono 
tutte una forma medesima; ma esse trattano pure generi e sog- 
getti diversi che renderebbero impossibile all'autore, se pure il 
volesse, l' adoperare un medesimo stile. Le opere giovanili del 
Guerrazzi sono, per la massima parte lavoro di passione e d'im- 
maginazione; quindi recano pure uno stile concitato, immaginoso 
e smagliante di colori; le opere, sian politiche sian letterarie 
scritte in età più matura, sono in gran parte lavoro di riflessione, 
e però richiedevano pure uno stile più meditato, più grave, e, se 
così può dirsi, più storico. Ciò non può costituire una maniera 
diversa, in uno scrittore, ma solo una diversa direzione data al- 
l'operoso ingegno. Anche oggi, quando il Guerrazzi torna a scrivere, 
come neir età giovanile, alcuna pagina fantastica, rimette sulla sua 
tavolozza, sebbene alquanto impalliditi, i colori magici di quel 
tempo e li rimescola insieme come una volta. Si questo parmi ben 
notevole nell' ingegno del Guerrazzi, che a qualunque genere let- 
terario ei s'accosti, lo trasforma ad immagine sua, portandovi e 
lasciandovi la sua viva e originale impronta. Cosi, quando ei 
s' accinse a scrivere un romanzo, creò una nuova forma di ro • 
manzi; quando, studioso del Principe di Macchiavelli, volle an- 
ch'egli scrivere il suo trattato politico, ma destinarlo insieme al 
Pìnncipe ed al popolo, non seppe resistere alla tentazione d'avvi- 
vare i consigli con la frequente figura del consigliere appassionato; 
quando scrive libri umoristici come L'Asino e il Buco ìiel muro, 



(1) F. D. Guerrazzi e le sue opere, studio critico del cav. Ferdinando 
Bosio, Livorno, tip. Zecchini, 1865 ; un voi di 35U pag. 



— 166 — 

non si dimentica d' aver letto Sterne, ed Heine, ma si ricorda 
anche più d'esser Guerrazzi; quando imprende a narrare le gesta 
del Paoli, del Pelliccioni, del Sampiero, del Doria, di Ferruccio, e 
d'altri grandi italiani, s'attiene bene al fatto storico, ma col pro- 
posito deliberato che il lettore dia particolarmente retta al nar- 
ratore, non meno diligente, che esperto nel maneggio degli uomini 
e degli affari. Per questo carattere vivo e^ deciso di personalità 
che hanno le opere tutte del Guerrazzi, è agevole il riconoscere 
come sia vano lo sforzo de' piccoli ingegni i quali studiano le orme 
di lui, sperando arrivar presso alla grandezza di quel nome. Ma 
l'autore lascia, dietro di sé, a'suoi imitatori, niente più che l'ombra 
sua; la luce ei la porta tutta con sé e per sé. 

Dal soggiorno in Corsica, a quello in Genova, dal soggiorno in 
Genova al rimpatrio in Livorno nel 1862, da questo rimpatrio al 
suo presente volontario confino nel tetro Fitto di Cecina, non trovo 
nella vita pubblica del Guerrazzi più alcun fatto che mi sembri 
degno di particolare ricordo ; egli s' adoperò eflìcaceraente per 
l'annessione della Toscana al Regno unito d'Italia, e, per ri- 
spetto a quest' unità monarchica ch'egli aveva non solo accettata, 
ma promossa, protestò virilmente contro la cessione di Nizza alla 
Francia; fu Deputato più volte al Parlamento; nell'ultime elezioni 
politiche non venne rielette, ed è a me cagione d'ingrata meravi- 
glia il vedere che la città di Livorno non siasi ricordata sempre 
del cittadino, che in questo secolo le crebbe maggior gloria, fra 
tutti ; non fu mai ministro del Regno d' Italia né tampoco mem- 
bro del Consiglio superiore di pubblica istruzione; il governo 
del granduca avea fatto offrire al Guerrazzi una cattedra di let- 
teratura neir Università di Pisa ; il Governo italiano non gli 
offerse mai nulla; 1' Accademia della Crusca, per proposta del 
Giusti, lo nominava suo membro, e il Piovano Arlotto, ricono- 
scendo fiorentino di lingua e d'origine il Guerrazzi, lo chiamava 
a battagliare in lingua toscana nelle proprie pagine ; 1' Italia 
Una si ricordi ora, dunque, almeno, se non può altro, come, 
fra tanti che in Italia scrivono, nessuno ha mai scritto, nessuno 
scrive più italiano del Guerrazzi, di cui, anche pel verso della lin- 
gua, tutte le opere possono sempre considerarsi come una fonte 
viva di studio. 

Ma, se r Italia unita non s'è curata di rendere alcun onore 
all'immortale autore àeW Assedio, s'è ben compiaciuta di occuparsi 
molto e troppo de' negozi privati di lui, e di levarne scandalo. Io 
ho già avvertito di non voler entrare con lina-ua indiscreta nei 



— 167 — 
fatti privati d'alcuno ; ciò eh' è pubblicamente palese e giudicato 
e provato non bello, io deploro; ina non è uflìcio mio il proces- 
sare la vita privata di quegli uomini insigni, ai quali desidero 
soltanto che sia reso onore per la parte di bene, ch'essi fecero alle 
nostre lettere e alla nostra coltura. 

Tre volte , nella sua vita, il Guerrazzi fu accusato come 
uomo avido di subiti ed illeciti guadagni; la prima volta ei 
si scolpò, presso il Mazzini, con questo racconto: « Talete, per 
quanto io lessi, era preso a dileggio dai suoi amici perchè, so- 
vente assediato dalla miseria non sapesse riparare ai bisogni 
supremi della vita : un giorno egli disse che non gli consen- 
tiva r animo, distrarsi dalle speculazioni della filosofia per at- 
tendere a cosi basso intento, com'è la pecunia, e si vantò 
farsi ricco quante volte gliene prendesse vaghezza. Irriso dagli 
amici per cosiffatta iattanza, ei si propose provare con l'opera 
la verità delle parole. Avendo mercè le sue osservazioni astrono- 
miche conosciuto come in cotesto anno una grandissima arsura 
avrebbe desolato il contado di Mileto. acquistò quanto olio potè tro- 
vare^ dandolo in pegno agli amici perchè ne pagassero il prezzo 
per suo conto. Fallito il raccolto, il costo degli olii crebbe a dis- 
misura, e siccome la siccità fu generale così gli riuscì guadagnare 
immensa moneta sopra cotesto negozio. Raccolti i danari e con- 
vertitili in talenti d'oro, convitò gli amici a cena, distribuì a cia- 
scuno un talento, avvertendoli ch'ei non si curava conservarli, e 
che riassumeva lietissimo la pristina povertà. Due cose io feci di- 
verse da Talete ; la prima fu che mi tenni soddisfatto di onesta 
fortuna e la seconda che non la donai dopo cena. » 

Nel processo politico che il Guerrazzi subì sotto la restaurazione 
granducale, non potendogli far carico, come speravano, d'abuso di 
potere, i suoi accusatori studiarono sorprendere in fallo il Guer- 
razzi, per abuso della pubblica pecunia, commesso nella sua qua- 
lità di ministro ; ma si trovò invece che nel tempo del suo mi- 
nistero, egli avea invece rimesso « del suo, più del doppio dello 
stipendio » (1). 

Nella recente lite promossa al Guerrazzi dal suo proprio pa- 
rente signor Sanna-Sanna, per abuso di titoli fiduciarii, i tribu- 
nali non pervennero a formarsi un criterio sufficiente, per ri- 
conoscere la colpa dell' accusato, il quale, alla sua volta, non 



(1) Op. IJosiOi op. lìt. pag. Wò'ri. 



— 168 — 

riuscì, con altro processo intentato al parente accusatore, a 
convincerlo di diffamazione ; la lite sembra ora terminata in- 
nanzi ai tribunali ; non è definita ancora presso la coscienza del 
pubblico, che ha voluto intervenir giudice in questo negozio; del 
quale io avrei volentieri taciuto, se l'ultima impressione ricevuta 
dal pubblico rispetto al Guerrazzi non fosse quella dello scandalo 
che la lite nefanda ha provocato in Italia. Io desidero di cuore 
che questo sia soltanto uno de' troppi disgraziati affiiri che nel 
commercio de' privati si osservano, i quali, sebbene siano molto im- 
brogliati, non suppongono poi necessariamente né broglio, né chi 
imbrogli. Ho uopo, in ogni maniera, di consolarmi in questa fidu- 
cia, perché ho bisogno di credere, e voglio credere, e credo, in 
somma, alla sincerità delle meste parole con le quali l'illustre so- 
litario di Cecina mi chiudeva la sua lettera già citata del 20 feb- 
braio : « Declinante nella vita, con le sostanze dimezzate là, dove 
gli altri le crebbero, stanco di mente, di cuore offeso, mi sono ri- 
tirato in questo eremo, dove vivo in compagnia del mare, delle 
foreste scarmigliate dal vento, e della malaria, invocando, e non 
potendo ottenere, pace » (*). 



(*) Ricevo da Livorno la lettera seguente che per debito d' impar- 
zialità, pubblico, quantunque mi sembri che le cagioni di lagno mosse 
dal Guerrazzi, e, in nome di lui dall'egregio Mangini, contro il mio Ri- 
cordo che riguarda l'illustre livornese, siano insussistenti. Molti lettori 
mi dissero aver io esaltato troppo il Guerrazzi, e gli amici del Guer- 
razzi si dolgono invece ch'io gli abbia reso cattivo servigio; ove sono 
due scontenti, temerei quasi d'esser solo, io, terzo, ad avere un 
po'di ragione. Del Guerrazzi non potevo fare un santo, e noi feci; né po- 
tevo prestar l'orecchio a'suoi derisori e calunniatori, e noi feci; tenni 
la via di mezzo, e questa via mi studierò d'osservare quanto mi sia 
possibile, sperando che sia la giusta. Paiovi moderato per questo solo 
che mi studio render giustizia ad ogni parte; non domando scusa ad 
alcuno di questa, che, se è colpa, a me par felia;-, culpa. Il Guerrazzi scrive 
che chi vuol conciliare 1' inconciliabile è stolto o traditore. Ma inten- 
diamoci sul punto delle cose inconciliabili. Se tutto ciò che non si so- 
miglia dovesse combattersi, gli Italiani dovrebbero fra loro sbranarsi; 
io, senza voler la confusione dell'arca di Noè, amo che il bello e il buo- 
no, per quanto diversi, s'accostino e si mettano in armonia, ne posso 
accordarmi col Guerrazzi che vorrebbe tutto il mondo foggiato ad im- 
magine sua od annientato ed in ciò veramente fa consistere la pub- 
blica sua democrazia. Comprendo e sento anch'io i movimenti di sdegno 



— 169 — 

improvviso; non capisco e non amo e detesto i rancori. Lo sdegno può 
talora sollevare ad atti magnanimi; il rancore partorisce pensieri non 
buoni. Il Guerrazzi deponga una volta quel fiero broncio che lo fa parere 
inamabile; se alcuni uomini vili gli han fatto ingiuria, non è poi tutta 
vile quest'Italia, e in ogni suo angolo più riposto battono ancora cuori 
generosi e splendono nobili ingegni, per far pregio di quanto in lui è 
grande. Ma, s'io ammiro l'ingegno di lui, scongiuro poi quanto posso i 
giovani a non seguirne tutte le traccio, alcune delle quali mi paiono 
condurre lo spirito a sicuro traviamento. E il Guerrazzi stesso ponen- 
dosi la mano sul cuore, che ci si afferma e crediamo egli abbia otti- 
mo, dovrà egli primo convenire e deplorare che ogni suo scritto non 
sia sempre stato generoso, e che il diavolo nero troppo spesso sia stato 
il suo signore e padro'ne. Non si può goder di tutte le compiacenze a 
questo mondo ; il Guerrazzi stesso che odia la setta de' moderati ne do- 
vrebbe esser persuaso; non si può servire con parole sataniche il genio 
del male e pretendere la simpatia di quanti adorano, invece, per quanto 
imbecille paia, il genio del bene. Bisogna scegliere; o scrivere per odio, 
scrivere per amore. Quando si scrive per odio, si può sgomentare il 
lettore ma non intenerirlo, né dargli coraggio ; il Guerrazzi 1' ha molte 
volte dimenticato, e fece male. Né io vorrei traviare la mente di alcun 
giovine, per lo studio di piaggiate la grandezza di lui che pure amo ri- 
conoscere. Ecco ora la lettera del Mangini: 

« Chiarissimo Signore, 

« Nella Rivista Europea pubblicata il 1" agosto corrente ho letto il 
Ricordo biografico di F. D. Guerrazzi, e con quante lodi proseguite de- 
gnamente questo mio concittadino e maestro. 

Ma sopra alcuni punti di quella vostra breve scrittura non ho po- 
tuto consentire con voi; senza che io voglia farvene critica troppo se- 
vera, avvegnaché parlando del Guerrazzi e delle sue fortunose vicende, 
e dei giudizii spesso ingiusti e maligni di cui fu segno, non sempre il 
vero sia stato universalmente fatto palese, e più volte ne sia stato par- 
lato, meno per iscienza propria, derivata da serena intimità d'antica 
amicizia^ che per vaghe notizie, raccolte da fogli volanti, o da dicerie 
sparse dai molti avversarli politici. 

Infatti coloro, e non son molti, che vissuti in lunga dimestichezza con 
esso lui, ne conoscono bene le qualità morali, mai hanno conosciuto il 
satanico studiato disdegno di cosa gentile che gli comparisca nella 
forma d' ignobile debolezza; né mai si sono accorti che egli, sentendosi 
forte contro gli emuli suoi abbia mai voluto fare presentire come avesse 
potuto diventare un furbo violento [alcuni scritti di lui pur contengono 
tale minaccia], mostro di specie rara in questa nostra umana natura. 

La Toscana del 1848 non andò perduta perchè non fossero uniti Cap- 
poni e Guerrazzi. Vi fu un Ministero Capponi, ma tutti sanno come 
poco durasse, inesperto a procedere in quel subito agitarsi del popolo 



— 170 — 

a nuovith; e Io stesso Capponi usci d'ufficio convinto, egli pel primo, 
come in nulla avrebbe potuto* giovare al paese, restando. Dire adunque 
che la Toscana ruinò, tornando alla sua prima servitù, per discordie 
fra Guerrazzi e Capponi, è un cattivo servigio che si rende alla sto- 
ria e al nome di questi uomini egregi. Neppure è vero che Niccolini 
fosse in quel tempo arnese smesso, non avendo giammai cessato lo il- 
lustre poeta di tenere vivo negli italici petti lo amore di quella vera 
libertà cui repugnano i falsi accorgimenti di potenza usurpatrice, vuoi 
civile, vuoi chiesastica [il sig. Mangini non avverti bene le mie parole; 
io parlo del Niccolini nel i859, nell'ultimo nostro stadio politico, e non 
del Niccolini di dieci anni prima]. 

Dopo avere parlato dell'uomo politico e dello scrittore preclaro^ Voi , 
Signore, dell'uomo privato prendete a discorrere; e dite come tre volte 
sia stato accusato il Guerrazzi per uomo avido di subiti e illeciti guadagni. 

Avvertite, Chiarissimo Signore, che se talvolta da alcuno con ingiu- 
►sta eJ assurda censura si è voluto fargli un addebito per essersi ado- 
perato a formarsi un censo che lo rendesse superiore al bisogno, spesso 
suasore di mali e cagione dei brutti passi nel cammino della viltà, a 
nessuno è mai venuto in mente l'accusa di guadagni illeciti; né di que- 
sto egli ha mai dovuto scusarsi, né col Mazzini, né col Governo re- 
staurato della Toscana, né Analmente nelle liti col Sanna. [Io non ho 
creduto e ripeto che non credo ai guadagni illeciti, ma è singolare che 
si neghi anche l'accusa fattane al Guerrazzi: oli sa si credevano leciti, 
che bisogno aveva il Guerrazzi di scolparsi tre volte in tempi diversi 
della sua agiatezza ? Il mae-^tro di grammatica ha insegnato a me ed 
avrà anco insegnato al Guerrazzi che: excusatio non -petita, fit accusatio']. 

Voi avete voluto inopportunamente toccare questa piaga sanguino- 
lenta. Meglio informato, avreste scritto in diverso modo, annunziando, 
come i tribunali sentenziassero in ultimo che Guerrazzi possedeva le- 
gittimamente i titoli di cui parlate. Avreste potuto aggiungere come in 
quel malaugurato processo Guerrazzi desistesse non per timore di suc- 
combenza ma per amore del nipote, divenuto figlio adottivo, e per 
amore de'ligli di lui; famiglia carissima in mezzo alla quale vive^ co- 
gliendo dal sorriso e dalle carezze dei nipotini i conforti che non trova 
spesso nella patria disamorata. [Io credo aver detto abbastanza per 
mostrare che non avevo dato retta ai nemici del Guerrazzi; e solo mi 
meraviglio ch'egli si dolga amaramente di me, per avere, non potendo 
tacere d'un fallo notorio, voluto interpretarlo nel modo più benevolo. 
Io termino quindi con un solo augurio; che gli altri nemici de'quali il 
Guerrazzi si duole, e a motivo de'quali egli tinge co,-ì1 spesso nel fiele 
la sua penna^ non siano niente più feroci di me, che non lo metto, 
senza dubbio, sugli altari, ma che lo desidero di cuore molto più ono- 
rato ch'egli non sia e molto più contento, ch'egli non si mostri.] » 

Livorno, agosto \%12. ^ 

D. Ant. M.^.NGi!yi. 



VII. 



ANDREA MAFFEI. 



La parte orientale dell' Italia superiore che dava all' antica 
Roma tre de' suoi più grandi scrittori con Livio padovano, Vir- 
gilio mantovano e Catullo veronese, fra tutte le regioni della 
penisola, fu nel secolo nostro la più ricca di veri poeti. 

Il Monti ferrarese, il Foscolo di famiglia veneziana, il Pinde- 
monte, il Betteloni, la Bon-Brenzoni e l' Aleardi Veronesi, il 
Revere ed il Dall' Ongaro istriani, il Tommaseo dalmata, il Car- 
rer ed il Canini Veneziani, il Cabianca vicentino, lo Zanella 
padovano, il Gazzoletti ed il Prati trentini attestano mirabil- 
mente come sia in quella parte d' Italia innato il sentimento 
della poesia, e di una poesia piena di grazia, voluttà e melodia 
che si potrebbe dir greca, se il Petrarca ed il Bellini non fossero 
pur nati in Italia. E, in quella regione d' Italia privilegiata dalle 
Muse, nacque pure Andrea Maffei. 

Oriundo di Verona, di quella stessa nobile famiglia, che diede 
nel secolo passato all' Italia il marchese Scipione l' autore della 
Vero?ia illustrata e della Merope, nacque, or volge l'anno settan- 
tesimo, il principe de' nostri poeti-traduttori, a Riva di Trento sul 
lago di Garda, luogo nativo della madre sua. Gli studii elementari 
compì a Bologna sotto il chiaro letterato Paolo Costa, che lo in- 
namorò, per tempo, delle classiche eleganze. Quindi il padre lo 
spediva per due anni a Monaco di Baviera, presso uno zio, il 
padre Giuseppe MafFei, autore del noto Compendio della storia della 
letteratura italiana. In Baviera^, il giovinetto Andrea si erudi nel 
tedesco^ dopo avere, non pur trilustre, appresa^ in Italia, l' arte 



— 172 - 

de' versi; del qual ultimo fatto egli stesso ci informa, in un canto 
indirizzato al conte Matteo Thunn : 

Quante care memorie alla mia prima 

Gioventù mi richiamano i pensieri 

Or che ti volgo, o mio gentil, la rima ! 

Tu sciolto ancor non eri 

Dalla tenera infonzia, ed io di poco 

Il mio decimo terzo anno varcava; 

E già del sacro foco 

Qualche splendor la diva 

Creatrice del bello in me destava. 

Pallida aurora che di sol fu priva ! 
E m' inspirava la trilustre Musa 

Le valli che la tua ròcca paterna, , 

Quasi invitta reina, han circonfusa. 

Era la neve eterna 

Che v' inghirlanda le nevose creste, 

Era il roseo mattin che vi colora 

I boschi e le foreste 

Gaia materia al canto. 

Poi che gli afifanni non m' aveano ancora 

La trista ammaestrato arte del pianto. 

Il padre fu ben sollecito a ricordargli il vecchio adagio: carmina 
non dant panem (1): ma di non averlo ascoltato, il poeta non si 
pente; onde, pur fra i travagli della vita^. può consolarsi cantando : 

Voce amica era quella, e pur fallace ! 

Chi per avido intento ama la Musa, 

Pianga i giorni perduti e il lungo errore. 
Ma chi stanca ha la vita e triste il core, 

Chiegga a lei ciò che il mondo gli ricusa. 

Ed ai mali otterrà conforto e pace. 

Se il MafFei avesse passato tutta la sua adolescenza in Italia, e 
s'egli avesse appreso il tedesco alcuni anni più tardi, non avremmo 



(1) Il soggetto del primo canto del bel poema contemporaneo Alberto 
di Francesca Lutti, distinta alunna del Maffei, fu forse inspirato alla 
valente poetessa da un episodio della vita del maestro. 



— 173 — 

ora forse le sue traduzioni; il soggiorno di Monaco lo spinse in- 
vece, a divenire traduttore precoce ; e le lodi accordate a' suoi 
primi saggi, lo incoraggiarono a perseverare per molti anni in 
queir unica via. Tutta la potenza del suo ingegno poetico fu 
pertanto concentrata allo studio di tradur bene nella nostra favella 
i grandi poeti stranieri; la fantasia, l'affetto, il gusto, tutte, in 
somma, le proprie qualità di poeta ei pose in servigio de' capo- 
lavori che, encomiato alle prime prove, egli proseguiva ad inter- 
pretarci. Ma vennero anco per lui, nella vita, malgrado il largo 
censo, e il nome illustre, i giorni amari, e i dolori inattesi e 
profondi. Allora il cuore pieno d' angoscia ebbe bisogno d' altro 
sfogo che il conforto di diffondere gli altrui lamenti, e gemette, 
invece, per sé, in versi dolorosi. Se non che egli domandò invano 
alla sua musa tutta l'agilità che essa gli avrebbe, senza dubbio, 
consentita negli anni primi, e sentì perciò talora rispondergli lenta 
ed affaticata quella parola che egli avea trovata sempre cosi 
obbediente nel rendere eleganti i pensieri e gli affetti de' poeti 
d'oltremonte. Questo contrasto con la sua musa fatta ritrosa, il 
poeta ci rappresenta assai felicemente in un suo elegante sonetto 
dell' età matura, ov' ei risponde a chi gli domanda per qual mo- 
tivo non abbia creato di suo : 

Forse ne' tuoi verd' anni impeto e vena 

Al crear ti fallirò? e non sapesti 

Che dar con lenta diuturna pena 

Al pensiero non tuo l'itale vesti? 
Rispondo: S'io m'avessi ingegno e lena. 

Se vanni al proprio volo agili e presti, 

Non so ; ma i fonti eterni, onde la piena 

Sgorga d' ogni saver, mi furo infesti. 
Non osai, peritoso, alzar le penne, 

Pure attendendo che 1' età matura 

Valide le facesse ed animose. 
Ma l'età le inflacchi; ne mi sorvenne 

Che dal cespo di maggio escon le rose, 

Non dalle glebe che dicembre indura. 

Tuttavia questo, come parecchi altri sonetti (1), ne' quali il poeta 
sfoga un affetto profondamente sentito, rivelano abbastanza quanta 



(1) Si ti'ovano nel primo de' tre volumi di Versi editi ed mediti del 
cav. Andrea Maffei, pubblicati da Felice Le Monnier, Firenze 1858-1860. 



- 174 - 
capacità di poesia in lui fosse, e ci dicono pur la vera cagione 
per cui egli riuscì cosi poetico traduttore de' grandi poeti. 

Studiando col prof. Paolo Costa; il Maffei avea, tra i classici 
posto amore specialmente a Dante, e quindi al grande imitatore 
dell'Allighieri, Vincenzo Monti. Il Monti poi ammirò egli special- 
mente come traduttore dell' Iliade. Sopra questi esempii, avendo 
pur appresa in Germania la lingua tedesca, tolse quindi a fare, 
poco più che trilustre, una parafrasi poetica degli Idilli di Salo- 
mone Gessner, che indi a pochi mesi dovea veder la luce in Mi- 
lano. Ma, intorno al modo con cui il giovinetto Maffei fu intro- 
dotto nella repubblica delle lettere, giova udire l' interessante 
racconto, che, in una introduzioncella, premessa all'ultima edi- 
zione degli Idilli di Gessner, dei Poemi di Moore, e dell'Arminio 
e Dorotea di Goethe tradotti dal Maffei (1), ci fa il signor Eugenio 
Checchi: « S'era in sul principiare dell'anno mille ottocento di- 
ciotto. Il libraio Stella di Milano, un bel vecchione tagliato al- 
l'antica, uno dei pochi che a que'lumi di luna non confondessero 
r arte tipografica e libraria con la pirateria marinaresca, se ne 
stava un bel giorno seduto sur una vecchia poltrona a braccioli, 
con la testa china sopra i suoi scartafacci, quando alzati gli occhi, 
vide entrar nella stanza un giovanetto sconosciuto. Era un gio- 
vanetto leggiadro e simpatico: aveva neri i capelli e per natura 
inanellati; svelta e signorile la figura, l'aria timida e imbaraz- 
zata, come di chi abbia a dire qualche cosa e non l'osi; ma insieme 
alla timidezza e all' imbarazzo, su quel viso quasi infantile avresti 
potuto leggere un non so che, che somigliava a una maturità di 
senno, a una severità di pensieri, quali a sedici anni si trovano in 
uno su diecimila. Dopo poche parole così in aria, si dovette venire 
all' argomento ; e il giovane arrossendo cavò di tasca un mano- 
scritto, e fece capire che erano versi, versi scaturiti proprio dal 
suo cervello. Sorrise lo Stella; né avendo cuore di rimandare li 
per li con Dio il nuovo arrivato, disse glie li lasciasse pure ; li 
farebbe vedere a qualcheduno dell' arte ; tornasse per la risposta 
fra qualche giorno. E il giovanetto tornò ; e lo Stella serio serio 
volea persuaderlo a confessare di chi fossero quei versi che Vin- 
cenzo Monti, al quale gli aveva mostrati non si stancava di lodare, 
non come opera di fanciullo, ma d'uomo fatto e maturo alle disci- 
pline letterarie. Il giovanetto rispose con voce commossa che quei 



(1) Firenze, Successori Le Monnier, 186S. 



- 175 — 
versi erano suoi, e che nessuno ci aveva messo le mani ; e cosi 
dicendo qualche lacrima di stizza gli bagnava le gote. Credette lo 
Stella di cascar dalle nuvole ; abbracciò il giovanetto, lo condusse 
difilato in casa del Monti, il quale lo accolse con 1' affetto di un 
amico, la tenerezza d' un padre, con l'amorevolezza d'un maestro. » 
Ed al Monti Andrea Maffei si rivolge più tardi nella forma se- 
guente in un suo sonetto commemorativo : 

Sacro a me come padre ; e se la vita 
Io non ebbi da te, di miglior dono 
Che la vita non s'a, grato io ti sono : 
Sprone all' opre mi fosti, esemplo, aita. 

Quando gli Idilli del Gessner tradotti dal Maffei adolescente 
vennero pubblicati, coi tipi del Pirotta, in Milano, nel 1818, i 
giornali si trovarono unanimi nella lode del giovine poeta tren- 
tino. La Biblioleca ilaliana battezzò quella versione con l'appella- 
tivo di una bella infedele, ma, per insistere compiacente a mostrare 
le numerose bellezze che l' ingegno del traditore poeta vi avea 
sparse a piene mani. E il libro lodato fu presto venduto e ristam- 
pato più volte di seguito, di maniera che il suo autore si trovò 
celebre a 16 anni. Come mirabile artefice di versi, vivo il Monti, 
dopo il traduttore dell'Iliade, ei veniva ricordato come primo; 
perciò la Biblioteca italiann, nell'aprile dell'anno 18:27, prenunziando 
la pubblicazione della Sposa di Messina, si esprimeva cosi : « Noi 
sentiamo che il cav. Maffei adempirà in parte questo difetto, pub- 
blicando fra poco la Sposa di Messina, tradotta con quella eleganza 
di versi armoniosi che oramai tra'crescenti poeti sembra quasi 
in Italia riservata a lui solo »: il Monti stesso poi, nel 1823, s'as- 
sociava il Maffei, per tradurre alcune parti dell'episodio: Matilde 
e Toledo della Tunisiado di Ladislao Pirker patriarca di Vene- 
zia, facendone in alcun modo il proprio competitore. E lo stesso 
Monti ancora l'aveva già prima animato a tradurre la Messiade 
di Klopstock, la quale egli smesse a metà del lavoro, preso dallo 
scrupolo di non riuscir traduttore abbastanza fedele. Tuttavia i 
frammenti che di quella versione pubblicò dapprima la Biblioteca 
itai.na ed il saggio che ne fece quindi conoscere Achille Mauri 
premettendovi un suo discorso intorno a Klopstock, fecero desi- 
derare il rimanente. Morto il Monti, la palma, come ad artista del 
verso, fu conceduta al Maffei, né solo dal volgo, ma dagli stessi 
poeti. Basti citare fra gli altri il Niccolini, che, nel novembre 



— 176 — 

del 1810, scriveva ad Andrea Maffei : « Chi può nell'Italia venir 
con voi a paragone di versi ? » e, nel marzo del 1844, torna a 
scrivergli, che egli sa fare i versi « meglio di qualunque altro in 
Italia. » 

Intermessa la versione della Messiade di Klopstock, il Maffei 
si volse a tradurre un poeta più rispondente al proprio genio, nel 
quale l'affetto è armonia. Si dedicò pertanto ai drammi di Fe- 
derico Schiller, e, da prima, alla Sposa di Messina, come quella 
forse che riteneva maggiormente delle forme classiche che il Maffei 
aveva allora più famigliari. La Sposa di Messina apparve in Milano 
nel 1827, preceduta da discorso di Francesco Ambrosoli, il suo en- 
comiatore nella Biblioteca italiana. La miglior lode di questo la- 
voro giovanile del Maffei trovasi, parmi, nel conto che ne faceva 
il poeta Platen, grande stilista, il quale, ragionandone col Nfc- 
colini, non dubitò di affermare che gli paresse più bella in ita- 
liano che nell'originale tedesco (1). 

Nella sua prefazione alla versione del Paradiso perduto del Mil- 
ton, il Maffei ci comunica il principio che egli ha sempre professato 
e seguito come traduttore: « Tanto in questa, egli scrive, come nelle 
altre mie traduzioni dal tedesco e dall' inglese, mi sono studiato, per 
quanto le mie forze bastarono, di indovinare come i grandi poeti 
stranieri, se per nostra ventura fossero nati italiani, avrebbero si- 
gnilicato i loro pensieri. Dove ho trovato la frase e la parola acconce 
ad esprimere originalmente il concetto originale, non mi giovai d'al- 
tri partiti ; ma credetti buon officio, anzi carità fraterna di chi tra- 
duce la poesia in poesia, lo scostarmi non dal pensiero, non dalla 
immagine, ma dalla espressione, ogni qualvolta mi si presentava 
incerta, oscura, o repugnante all'indole della nostra favella. » E nes- 
suno vorrà dire che questo non sia il miglior modo di tradurre 
in versi da una lingua straniera, quando non solo non si accetti 
la sentenza di Voltaire « les poétes ne se traduisent pas », ma si 
tema che il tradurre in prosa scemi troppa poesia all' originale, 
mentre io mi trovo, invece, ostinatissimo nella singolare opinione 
che il modo più sicuro di rendere al poeta straniero, quando esso 
sia originale, il suo, sia il recarlo tradotto in una prosa poetica ; 
la traduzione in prosa mi sembra una bilancia sicura dell'origi- 
nalità di un poeta straniero ; un poeta mediocre, la cui arte con- 
siste tutta nel velare, con un pò" di grazia., immagini note sotto 



(1) Cfr. Vannucci, Ricordi della Vita e delle opere del G. B Niccolini. 



- 177 - 
un falso aspetto di novità, riesce intraducibile in prosa; un grande 
poeta invece si ama veder rivestito della sua veste più semplice, 
più naturale, più propria, più vicina ad esso, che la prosa sola può 
dare. Il traduttore in versi, o è un verseggiatore infelice, e scortica 
addirittura il povero autore ; o verseggia con la maestria di un 
Andrea MafFei, e ci fa un italiano del poeta inglese o tedesco, come 
confessa appunto di aver voluto fare il MafFei. Egli può andar, 
senza dubbio, superbo di avere ottenuto l'arduo suo intento, e af- 
fratellati in una forma sola poeti disparati, come Byron e Klop- 
stock, Schiller e Shakespeare, Milton e Goethe ; d'aver trovato 
uno stile suo poetico ornato, elegantissimo e forzatolo ad accogliere 
in modo portentoso i più alti e divers-i poemi della musa straniera. 
Ma ciò che in un poeta costituisce il carattere, il suo stile poetico, 
difficilmente si rende da un traduttore in versi, che s' innamori 
d'un poeta solo, e quello intenda, e di quello s'investa, e più che 
farselo suo, si faccia egli di lui ; ci pare poi impossibile a rendersi 
da chi ami insieme e coltivi e traduca più d'un poeta. 

Si citano l'Eneide del Caro e Vlliade del Monti come opere 
d'arte perfette; certo chi le legga, senza conoscere gli originali, 
può di quella lettura appagarsi ; vi è un'aura virgiliana nell'una 
ed un'aura omerica nell'altra che lega insieme e dissimula le stesse 
infedeltà ; ma Omero e Virgilio non vi sono. 

Cosi, nelle versioni del MafFei, vi è un'aura di Schiller e di 
Byron, ma Schiller e Byron non rivivono in esse. 

Io confesso schietto che molte parti delle versioni dei drammi 
di Schiller trovo più attraenti dell'originale, per quanto può esser 
concesso ad un italiano di giudicarne ; il Platon si pronunciò sulla 
Sposa di Messina ; e lo stesso giudizio si potrebbe forse ripetere 
per la Giovanna D'Arco, per la Maria Stuarda, e pel Don Carlos. 
É dunque merito immenso pel MafFei l'essere riuscito, in que' com- 
ponimenti meglio rispondenti all'indole di lui più portata alla lirica 
che alla drammatica, a tradurre non solo ma ad emulare e talora 
vincere il suo autore. Ma, oltre che Schiller non è tutto là den- 
tro, in que' componimenti stessi vi sono parti ove il MafFei è pre- 
sente, ma Schiller non si ritrova. Noi gli dobbiamo grazie, in 
ogni modo, per la fatica durata, nelle sue versioni, che, divenute 
classiche, ci hanno reso famigliari i grandi poeti settentrionali, i 
quali non tradotti o tradotti senza splendore di forma avremmo 
forse ignorati; ed io, più d'ogni altro, che, riscontrando, gio- 
vinetto, la Giovanna D'Arco di Schiller tradotta dal MafFei, col 
testo originale, ho incominciato ad imparare quel po' di tedesco 

Ricordi IJiograkici ''2 



— 178 - 

di cui ora mi valgo, avrei mala grazia a lagnarmi che il Maffei 
abbia tradotto in quella forma che a lui die gloria, ed a me van- 
taggio. Ma, s'io credo fermamente che non si potrebbe tradurre in 
verso meglio di quello che il Maffei abbia fatto, voltando in nostra 
lingua Schiller, Milton e Moore, e s'io sono convinto che il Maffei 
aggiunse una grande ricchezza alla nostra letteratura poetica nazio- 
nale con le sue versioni, torno a conchiudere che il suo esempio 
non mi sembra imitabile da altri, a meno che si ritrovi chi ab- 
bia il genio elegante del poeta di Riva, il quale sappia, assimi- 
landolo a sé, dare l'attrattiva di un poema originale italiano al 
poema straniero, cosi cìie se il poema straniero si trasforma, cer- 
tamente non si deformi. Ma, perchè, a chiarire una simil que- 
stione, può valer meglio un esempio che tutta una discussione, io 
chiedo licenza di recare un saggio tolto dalla bella scena di ricon- 
ciliazione fra i due fratelli Cesare ed Emmanuele nel primo atto 
della Sposa di Messina. La scena, nell'originale, principia cosi: 

Don Cesare: Tu sei il fratello più vecchio; parla tu; io cedo, 
senza vergona, innanzi al primogenito. 

Don Manuel : Di' tu qualche cosa d'amabile ed io volentieri se- 
guirò il nobile esempio che mi dà il più giovine. 

Don Cesare : No, perchè io mi riconosco come il [)iù colpevole, 
o mi sento più debole. 

Do7i Manuel: Chi conosce Don Cesare, non gli attribuisce pic- 
colo animo; s'egli fosse più debole, parlerebbe più orgoglioso. 

Don Cesare : Non hai tu di me minor concetto ? 

Don Manuel: Tu sei troppo superbo per esser vile, ed io lo son 
troppo per mentire. 

Don Cesare : Il mio nobile cuore non sopporta il dispregio. Tut- 
tavia tu, anche nel più forte invelenirsi della pugna, hai fatto 
onesto pensiero di tuo fratello. 

Don Manuel: Tu non vuoi la mia morte; io n'ho prove. Un 
monaco ti si propose, per uccidermi a tradimento ; tu hai punito 
il traditore. 

Don Cesare: Se io t'avessi prima conosciuto cosi leale, molte 
cose non sarebbero avvenute. 

Don Manuel: E se avessi saputo che il tuo cuore era così di- 
sposto alla pace, io avrei pure risparmiato molti afflmni alla madre. 

Don Cesare: Tu mi fosti dipinto molto più orgoglioso. 

Don Manuel ■■ E la maledizione de' grandi che gl'infimi abusino 
del loro orecchio aperto. 



— 170 — 
Don Cesare: Si, si. La colpa è tutta de' servi... 
Don Manuel: Che lianno disgiunti in acre odio i nostri cuori... 
Don Cesare: Che spar.<ero voci inique... 
Don Manuel: Ogni cosa avvelenarono con una falsa interpre- 
tazione. . . 
Don Cesare: Alimentarono la piaga, la quale dovean sanare... 
Don Manuel : Avvivarono la fiamma, che potevano spegnere. 
Don Cesare : Noi eravamo sedotti, ingannati. . . . 
Don Manuel: Cieco strumento delle altrui passioni. 
Don Cesare : Se ciò è vero, tutto il resto è menzognero. 
Don Manuel : E falso ; la madre lo dice ; credilo ! 
Don Cesare : Io voglio dunque stringere codesta mano fraterna. 
Don Manuel: Ed io non ho al mondo cosa alcuna più cara. 

(I due fratelli si stringono vivamente la mano). 

La scena drammatica nel testo tedesco è forse più incalzante e 
caratteristica ancora; ed ecco ora quale aspetto diverso essa pi- 
glia nella versione poetica del Maffei : 

Cesare Tu se' d'anni maggior, parla primiero. 

Io cedo al primo nato. 
Emanuele Ove tu parli 

Un'amica parola, io non rifiuto 

Seguir l'esempio del minor fratello. 
Cesare No; più di te m'incolpo, e di men forte 

Animo mi conosco. 
Emanuele Oh chi potrebbe 

Fiacco accusarti e povero di cuore ! 

Se tu lo fossi, più superba fora 

La tua favella. 
Cesare È questo, è veramente 

Questo il concetto che di me ti fai? 
Emanuele Non asconde viltà la tua grand'alma, 

E la mia non discende alla menzogna. 
Cesare Anzi, nobile tu, mentre più calde 

N'agitavano l'ire, hai del fratello 

Nobilmente sentito. 
Emanuele ' E tu non brami 

La mia morte. Io lo seppi: un eremita 

La sua man ti profferse a trucidarmi; 



— 180 — 

Tu^ generoso, il traditor punisti. 
Cesare Se tale io ti sapea, molte sventure 

Non sariano avvenute. 
Emanuele E se la mite 

Indole che palesi io divinava. 

La genitrice non avria sofferto 

Tanti travagli. 
Cesare Più superbo molto 

Tu mi fosti dipinto. 
Emanuele E doloroso, 

Che la voce degl'infimi sussurri 

All'orecchio de' grandi. 
Cesare E di costoro 

Tutta la colpa. 
Emanuele I vili han suscitato 

Le comuni discordie, avvelenando 

Poche incaute parole. 
Cesare E la lerita 

Che doveano sanar, n'esacerbaro. 

Ingannati noi fummo, 
Emanuele Lo stromento 

I Di private vendette. ' ■ ' . 

Cesare Empi son tutti... 

Emanuele E menzogneri. Lo dicea la madre; 

Osi crederlo tu ? 
/ Cesare Stringere io voglio 

La .fraterna tua destra: 
Emanuele E la più cara 

Cosa eh' io m'abbia. 



Evidentemente, nella versione del Maffei, questa scena acquista 
in solennità quello che perde in naturalezza, ed ih eleganza quello 
che perde in rapidità. Sarebbe stato agevole all'ingegno del Maffei 
il far qualche cosa di diverso ; ma, ei non volle .; egli s'adagia 
troppo volentieri e troppo bene nelle sue belle armonie, per rifiu- 
tare questi ozii alla sua musa canora ; perciò, ove il poeta straniero 
canta, l'italiano canta meglio ; ove il poeta straniero parla, l'italiano 
canta ancora; e ciò poteva bene allettar l'orecchio del lirico Pla- 
ten; ma, s'io non m'inganno, rende men facile l'intendimento delle 
bellezzfi drammatiche riposte nell'originale, mentre, per un altro 
compenso, poi, ne vela, col prestigio di un verso sempre nobile e 



— 181 — 

casto, le poche trivialità sfuggite all'autore inglese o tedesco,, 
ch'egli abbia impreso a tradurre. 

Ma, basti di ciò, in un ricordo biografico. La pubblicazione della 
Sposa di Messina del MafFei, universalmente lodata tosto che ap- 
parve, destò l'invidia di un oscuro letterato, il signor Antonio Caimi. 
il quale incominciò a denigrare il lavoro del poeta trentino, per 
pubblicare, nel novembre dell'anno 1828, egli medesimo, una sua 
pessima e barbara traduzione, che fu accolta tra i fischi e le ri- 
sate, press' a poco come il tentativo fatto, or sono tre anni, dal 
grammatico italo-franco Luigi Dèlatre, nella Gazzetta d'Italia, di 
superare il MafFei, mostrandogli come s'avesse a tradurre in versi 
un passo della Maria Stuarda. Un altro critico, noto per l'inge- 
gno pronto e vivace, per la varietà delle letture fatte e ricordate, 
ma, più ancora, per le ardite intemperanze e la briosità scapigliata 
delle sue polemiche, il signor Vittorio Imbriani, che si mise nelle 
lettere senza alcun ideale, e però le serve a capriccio, dopo essersi 
provato invano a scalfire il granito, sul quale posa immortale l'im- 
mensa figura di Goethe, si diverti a novellare che l'Aleardi porta 
una maschera, che lo Zanella è un uomo da nulla, che il Mafif'ei , il 
quale da cinquant'anni traduce con lode autori tedeschi, non sa di te- 
desco, e che noi tutti, i quali abbiamo la debolezza di compiacercene, 
siamo vii gregge ignaro d'ogni arte. Il pubblico tuttavia, avendo 
già fatto giustizia sommaria di quelle bizzarie di una mente, per 
dire il vero, molto più sviata e balzana che trista, dimenticandoli; 
io qui, quanto al MafFei, ripeterò soltanto, come, se infedeltà si 
trovano nelle sue versioni, le ha egli stesso volute, per quel prin- 
cipio che ha professato apertamente nella sua prefazione al Milton, 
e per la difficoltà di far sempre bene corrispondere la colta frase 
de' nostri classici da lui studiata, alla semplice e naturale espres- 
sione de'poeti stranieri. Quanto, in questo studio, lo scrupoloso 
MafFei si tormentasse, possiamo rilevarlo dall'epistolario del Nic- 
colini pubblicato da Atto Vannucci, ove assistiamo particolarmente 
alle smanie che il nostro poeta elegantissimo provava nella lunga ed 
ardua fatica di voltare in italiano il Waltenstein, la più famigliare, 
se cosi può dirsi, delle tragedie Schilleriane, fatica che dovea pur 
riuscire funesta alla salute deiregregio traduttore, il quale, nel 
vero, pubblicato il Waltenstein, si trovò come esausto di forze. Ma, 
nell'agosto del 1844, cercato e trovato refrigerio ai bagni di Reco- 
aro, potè quindi rimettersi tosto all'opera del tradurre, che non si 
discontinuò fino all'anno 1857 in cui diede alla luce in Torino la 
prima edizione del suo Paradiso perduto, ristampato sei anni dopo. 



— 182 — 
in Firenze, la città cortese che l'avea più volte ospitato, e cui 
egli dedicò pertanto questo suo insigne lavoro di poesia (1) Undici 
anni avea egli posti a voltare nel suo magistral verso italiano le 
vergini armonie del gran cieco britanno, e più volte la mano stanca 
gli era caduta sul libro immortale, disperando egli di condurre al 
suo fine la nobile impresa; e dell'opera incominciata, interrotta, e 
ripresa e alfine compiuta ei canta con efficacia in quattro sonetti 
che vanno innanzi all'edizione fiorentina del poema di Milton. For- 
tunate tuttavia quelle interruzioni, poiché l'Italia dovette lOiO la 
versione dei poemetti del Moore, il Paradiso e la Peri, dedicato 
a Francesco Ha^ez, La luce dell'Harem, gli Amori degli Angeli 
dedicati al Giusti, e Gli adoratori del fuoco dedicati al Verdi, che 
non tolgono nulla d'essenziale e aggiungono qualche nuovo splen- 
dore alle bellezze dell'originale. Ai poemetti di Moore seguivano del 
Byron la Sposa D'AUdo dedicata al Correnti, Il sogno dedicato al 
Gazzoletti, il Prigioniero di Chillon dedicato al Vela, la Parisina 
dedicata a G. Bertini, il Sardanapalo, il Fallerò, i Foscari, il Caino, 
il Manfredo e il Cielo e Terra; ed ora s'annunzia di prossima 
pubblicazione il canto sull'Italia del giovine Aroldo; dello Schiller 
ancora molte romanze e liriche scelte; di Goethe, parecchie romanze, 
la prima e la seconda parte di quello scoglio insuperabile che è il 
Faust, ed il graziosissimo romanzetto in versi che narra i casi di 
Arminio e Dorotea, la cui traduzione apparsa dapprima nelle appen - 
dici della Perseveranza , alle lettrici di questo giornale veniva 
quindi dedicata nella sua seconda edizione; da altri poeti diversi, pa- 
recchie liriche le quali trovarono posto nel primo volume de' Versi 
editi ed inediti del MafFei stampati nel 1858 dal Le Monnier. Un' ul- 
tima e veramente grata sorpresa ci riserba ora finalmente il Maffei 
con la versione delle Odi d'Aììacr eonte, che si pubblica, in questi 
giorni stessi, a Milano in isplendida edizione bodoniana, illustrata 
dai primari pittori viventi d'Italia. Al glorioso discepolo del Monti 
le grazie della Musa greca dovettero esser sempre famigliari, e non 
v' è a dubitare che le sue anacreontiche non siano per riuscire 
cosa intieramente leggiadra, se anche forse meno bacchica e gio- 
viale che non fosse 1' acre melodia dell' amabile vecchio cantore 



(1) La dedica suona così: « Alla cittk di Firenze, sede prima della 
risorta civiltà, dell'arte rigenerata, della cristiana poesia, questo sacro 
poema volto nell'idioma di cui fu madre, nudrìce, custode, umile omaggio 
di riverenza, d'affetto, il traduttore consacra. » 



, — 187 — 
ufficiale, ma fatta a preghiera d'un'accademia che sempre si mantenne 
indipendente dai Governi non mi nego autore : ripeto tuttavia che in 
quei momenti di riconciliazione nessuno avrebbe scritto in modo più 
libero. Altri versi né per Francesco, né per Ferdinando, nò per Fran- 
cesco Giuseppe furono da me dettati, nò prima né dopo il nostro ri- 
scatto — Dacché presi la penna in mano non vergai verso per sovrani 
e manco per gli austriaci; e, ch'io sappia, del mio amore all'Italia e del 
mio sospiro di vederla libera dallo straniero, nessuno ha mai dubitato. 
Tutti invece seppero come io fossi cacciato di Venezia, dopo ritornati gli 
Austriaci, dal Generale Governatore Gorgoskj, come nemico di quel governo 
ed amico de'suoi nemici ; e questi erano Mauri, Grossi, Correnti, Somma. 
Gazzoletti, Venturi ecc., ai quali dedicava i miei lavori, abborrendo dai 
principi e dai Mecenati — Nel 53, se ben mi sovviene, il Governatore di Mi- 
lano Burger cercava un traduttore all'inno così detto nazionale austriaco; 
un tale gli suggerì il mio nome, e il Governatore mi spedì a Riva un di- 
spaccio invitandomi a quella vei sione. Rifiutai, allegando infermità d'oc- 
chi, e rimandai l'inno originale. Il Governatore perù, sicuro della mia 
adesione, ne scrisse a Vienna, e conviene che qualche gazzetta mi an- 
nunciasse come traduttore di quell'inno. Saputolo, protestai, e mandai la 
mia protesta alla Gazzetta dì. Milano, la quale per ordine del Gover- 
natore, si rifiutò di stamparla. Nessuno tuttavia ne ha fatto caso e 
creduto che i pessimi versi di quella traduzione fossero miei. S' Ella 
svolge il volume delle mie poesie originali pubblicato dal Le Monnier, 
legga le pag. 22, 23, 29, 50 72, 73, 81, 101, 117, e l'inno che il Go- 
verno provvisorio d'allora m'invitò a scrivere per la solenne benedi- 
zione delle bandiere; non troverà che lamenti per l'italiana schiavitù e 
dettati in momenti pericolosi. Dal punto che potei ragionare fino a 
miei settant'anni passati, fui sempre liberale nel vero senso della pa- 
rola, ed ho sempre ringraziato Dio per due cose: per possedere un 
censo bastevole a menar vita indipendente e per non essere ambizioso ». 
Io non aggiungo qui altro ; solamente confermo il mio convincimento ' 
che se l'Austria ha blandito qualche volta il gentile poeta di Riva, non 
riuscì a farlo suo mai, ed a toglierlo all'Italia ch'egli invece ha can- 
tala sempre con amore, e di cui vide con gioia il risorgimento, e dalla 
quale risorta ebbe mille prove di affetto rivei'ente, quando, or sono due 
anni, un crudel morbo venne a travagliarlo, e dimostrazioni di gioia 
quando la notizia della ricuperata salute si divulgò. Il Maflfei vive ora 
molto ritirato a Riva di Trento, dove l'aere nativo gli giova; e que- 
sta necessità della salute è l'amor delle sue valli, Io tiene pure, per 
forza, lontano, per molta parte dell' anno, da Milano, dove risiede la 
splendida, colta e vivace dama, eh' egli s' era scelta a compagna, la 
contessina Carrara Spinelli, la quale meriterebbe ancor essa una pa- 
gina nella storia letteraria contemporanea, per l'ospitalità che con- 
cede nel suo elegante circolo a' più accetti fra gli artisti^e letterati lom- 
bardi, ad alcuno de' quali essa aprì pure la via degli agi e degli onori. 



vili. 



GIULIO GARGANO. 



Nessuna letteratura moderna offerse tanta varietcà di forme 
quanta nel secolo nostro ne presentò a noi l'italiana. Dopo che si 
smesse in Italia di scrivere alla maniera uniforme de' classici, per 
dar ragione alla nota sentenza del Buffon intorno allo stile, ogni 
nostro scrittore d'ingegno apparve nell'aspetto suo proprio, che agli 
altri dovea, perciò, a motivo di quel carattere individuale, che s'im- 
pronta negli scritti, apparire fornito d'originalità. Poiché, se vi 
furono anche nel secolo nostro scuole letterarie fra ijoi, non tutto 
il carattere di tali scuole è rappresentato dai soli fondatori ; e 
convien ricercarlo ancora nell'opera de' più distinti fra i loro nu- 
merosi seguaci, Gosì, quando diciamo che l'Azeglio, il Grossi, il 
Gantù, il Garcano, appartengono, come autori di romanzi, alla 
scuola del Manzoni, giova poi avvertire che, se tutti, per qualche 
anello ideale si ricongiungono con l'autore de' Promessi Sposi, 
che dapprima li scalda, e li accoglie quindi al ritorno fra le sue 
larghe braccia, ciascuno procede poi disinvolto per una propria 
via, secondando quella facoltà dell'animo o dell'ingegno che gli è 
più naturale, ed amplificando in qualche forma alcuna di quelle 
virtù che il Manzoni compose e temprò in una sola e sovrana 
armonia estetica. La fonte letteraria è bensì una sola ; ma ogni 
limpido ruscello, che ne deriva, percorre, abbellisce ed allegra 
nuovo e proprio e non troppo circoscritto paese. 

La natura avea posto nel cuore di Giulio Garcano una vena 
copiosa d'affetti gentili, ed egli la versò tutta ne' suoi scritti let- 
terari! : pr-r modo che. sotto quest'aspetto suo particolare, nessun 



— 189 — 
altro scrittore lo arrivò. Vi è pure chi lo imita, ma nessuno io 
trovo che lo emuli ; poiché fra lui ed i suoi imitatori corre la 
differenza che passa fra il dolce e lo sdolcinato, fra l'affetto e l'af- 
fettazione, fra il sentimento ed il sentimentalismo. La virtù sim- 
patica del suo stile è tutta nel candore dell'anima ben fatta e de- 
licata di lui. E, poiché ciò ch'è simpatico si cerca e si ritrova, é 
naturale che, per un verso, il Carcano nelle opere del Manzoni 
studiasse il modo di dire con bella semplicità le parole dell'affetto, 
per cercar quindi la compagnia dell'uomo venerando a cui il mondo 
intelligente s'inchina; e, per l'altro, il Manzoni ponesse grande 
amore all'autore deW Angiola Maria. La fede cristiana che guidò 
il maestro, appassiona pure il discepolo, e di questa simpatia che 
la comunanza del sentimento religioso accresce fra il discepolo e 
il maestro, é pubblico documento II Libro di Dio, bel carme che, 
nel marzo del 1866, Giulio Carcano dedicava ad Alessandro Man- 
zoni. Il carme s'intona coi versi seguenti : 

Quando m'accogli nella tua dimora, 
poeta del vero e della fede, 
E, intento all'alte tue parole, io miro 
Il venerando tuo capo canuto : 
Il mio cor sente de' colloqui amici 
La segreta virtù, che nutrir sai 
Di quanto è bello e grande ; e questa patria, 
Aspettata da te libera ed una. 
Or donna del suo lido e di sua sorte. 
Meglio amar parmi, e con più forte affetto. 
Essa fu il tuo pensiero ; e tu sarai 
La sua gloria più pura l Ma s'io t'odo 
Lamentar che di Dio, come chi '1 nega. 
Sorge nemico chi n'abusa il nome, 
Per fare inciampo al suo disegno eterno, 
Mi ritorna nell'animo un desìo. 
Che ancor non seppe il riverente labbro 
Significar. — Perchè, (parla il mio core) 
Colui che primo, un di, nel procelloso 
Mattin del secol nostro, agl'inspirati 
Inni segnò le vie del ciel, cantando 
La benefica fede e i suoi misteri, 
Non desta ancora l'immortal suo verso. 
Per ricordar che d'ignavi intelletti 



— 190 — 
Non ambisce l'ossequio, o di ragione 
Al guardo fugge la divina ; e solo 
All'alme persiiase si concede. 
Guida de' forti a non fallibil segno ? 

Io non divido, al certo, né gli sgomenti, né gli augurii del Car- 
cano, poiché ne' diritti della ragione ho una fede assai più grande 
ch'ei non le consenta ; ma comprendo come il cattolico sincero e 
convinto non solo possa, ma debba scrivere cosi, e mi dolgo quasi 
che non iscrivano il medesimo quanti fanno professione d'esser 
cattolici. Poiché; allora, ci troveremmo innanzi a soli pochi vera- 
mente onesti cattolici che rispetteremmo, togliendosi invece la 
maschera a quegli altri troppo piìi numerosi, i quali fanno pompa 
dì una religione che serve solamente d'insegna a quelle virtù che 
non hanno, o di strumento a procacciarsi que' beni materiali che 
agognano. Tuttavia, debbo ancora affrettarmi ad aggiungere come 
non sia il cattolicismo che abbia fatto grandi scrittori il Manzoni 
ed i suoi imitatori, né il loro zelo per la religione non più domi- 
nante, sia l'autore principale della loro gloria, se pure ne sia 
■ stata l'occasione, e abbia loro, in certo modo, indicata ima cosa 
molto importante, cioè la scelta del soggetto. Ma, essi mi paiono 
grandi, a dispetto del cattolicismo e non a motivo di esso; di ma- 
niera che, malgrado un po' d'intolleranza scientifica, il Carme di 
Dio, riusci un bel lavoro poetico, come, malgrado l'inutile conver- 
sione alla religione cattolica del giovine inglese Arnoldo, il perso 
naggio men naturale, meno delineato e più posticcio del romanzo. 
r Angiola Maria riusci e rimane tuttora il più pregiato fra que' ro- 
manzi nostri, che chiamano intimi. E, s' io voglio poi trovare un 
riscontro fra il racconto del Carcano e quello d'tilcun altro scrittore, 
io non debbo certamente cercare il modello ne' romanzi del cattolico 
abate Chiari, ma nel Vicario di Wakefield, del protestante Gold- 
Smith, che, senza dubbio, il Carcano, già in possesso della lingua 
inglese, ebbe presente quando s'accinse a scrivere la sua Angiola 
Maria. E così come il suo maestro, il Manzoni, sull'esempio del pro- 
testante Walter Scott, fondava in Italia il romanzo storico, con un 
nuovo esemplare originale e perfetto, cosi il Carcano sull'esempio 
del protestante Goldsmith introduceva felicemente in Italia il ro- 
manzo intimo, dandogli carattere italiano. 

La famìglia dei Carcano é milanese e delle più antiche. Ottone III 
imperatore, neh' 896, diede a Landolfo da Carcano, arcivescovo, 
giurisdizione sulla città e su tre miglia in giro : ma i cittadini 



— 191 — 

gli si opposero colle armi e lo cacciarono « e di buona ragione, 
mi scrive lo stesso Giulio Carcano, perchè aveva comprata la di- 
gnità, e in penitenza fece poi inalzare chiese, e monasteri. » Un 
altro Landolfo, mandato vescovo a Como da Arrigo IV, fu ca- 
gione d'una guerra partigiana e rabbiosa tra milanesi e comaschi; 
e un episodio di questa lotta civile è la patetica novella di Tom- 
maso Grossi, Ulrico e Licia. 

Giulio Carcano nacque in Milano il 7 d'agosto dell'anno 1812. 
Studiò come alunno del Collegio Longone in Milano, dall'anno 18r^4 
al 1830, avendo per maestro di lettere classiche l'abate Clemente 
Baroni, colto poeta e latinista, e autore di un libro di racconti 
giovanili. Nel 1831, si recò a studiar legge nell'Università di 
Pavia. Essendo ancora studente, nell'anno 1834, pubblicava la sua 
lodata novella in ottava rima Ida della loì-re. Nel 1833 si lau- 
l'eva in legge. Nel 1837 perdeva uno de'suoi più cari amici in 
Rinaldo Giulini , del quale scriveva lungamente nella Rivista 
Europea dell'anno 1838. Nel 1839 dava alla luce l'Angiola Maria. 

Seguivano quindi, nel 1840, le Prime poesie, e nel gennaio 1843, 
la versione del Re Lear di Shakespeare, dedicata al Niccolini, 
ch'egli avea già conosciuto in Firenze, ed al quale egli era 
caro (1). Cito la dedica del Carcano, perchè egli (al pari di 
Andrea Maflfei) ama le dediche e sa farle con grazia. La de- 
dica può aver duplice fine , secondo chi la fa ed il modo con 
cui la fa, buono o tristo. Chi dedica il suo lavoro a potenti, per 
ossequio servile , mendicando con abiette lodi que' favori che 
r opera per sé stessa non basterebbe a procacciargli , è uomo 
spregevole; chi si giova della dedica o per pagare un debito di 
riconoscenza, o per dare sfogo ad ogni altro sentimento gen- 



(1) Cfr. l'opera del Vannucci, Ricordi della Vita e delle opere di G. 
B. Niccolini nel voi. 2" della quale, a pag. 338, sembra tuttavia essere 
incorso un errore di data nel pubblicare una lettera del Niccolini al 
Maffei. Secondo quella lettera che porta la data del giugno 1844, il Nic- 
colini farebbe ringraziare, per mezzo del Maffei, il giovinetlo amico 
(il Carcano) del suo proposito di dedicargli il Re Lear, mentre la de- 
dica a stampa del Carcano reca la data del 2 gennaio 1843. Sembra 
che sia stato scambiato dal Vannucci un 2 per un 4 ; e la prova di ciò 
è un'altra lettera del Niccolini dell' Il ottobre 1843, nella quale il Nic- 
colini annunzia al Mafl'ei , ch'egli spedisce tre esemplari dell' A/-- 
naldo, l'uno per lo stesso Maffei gli altri due per Giulio Carcano, già 
bene a lui noto, e per Felice Belloiti. 



— 192 — 

tì\e, prova animo delicato e modesto. Io amo le dediche del Car- 
cano. Vi è in tutte una simpatia che vince non la persona 
soltanto alla quale egli si propone di render onore, ma ogni lettore 
nato a ben sentire. Dei dieci drammi di Shakespeare che il Car- 
cano ha tradotto fra il 1843 ed il 1854, dopo il Be Lear, apparve 
VAmleto dedicato a Cesare Correnti, compagno di studii e di spe- 
ranze al Carcano, col quale pure scrisse nel Ricordo di letteratura 
intitolato II presagio, che si pubblicava in Milano innanzi l'an- 
no 1840, il Giulio Cesare ad Andrea M allei, la Giuliella a Giu- 
seppe Montanelli, il Macbeth al Guerrieri Gonzaga, il Riccardo III. 
al Grossi, Y Otello a Giuseppe Mongeri, La tempesta a Iacopo Ca- 
bianca, Il Mercante di Venezia ad Angelo Fava, V Arrigo Vili ad 
Antonio Gazzoletti. Oltre a questi sei drammi di Shakespeare, già 
pubblicati, il Carcano ne ha tradotti altri sei, i quali attendono so- 
lamente un editore. 

Nell'aprile nel 1843, il Carcano dedicava alla sua sorella i sette 
Racconti semplici; nel 1844, assumeva l'ufficio di vice-bibliotecario 
a Brera; nel 1848, dopo aver presa viva parte all'insurrezione mi- 
lanese contro gli austriaci, sedeva, segretario del governo prov- 
visorio di Lombardia, e sosteneva a Parigi in nome di quello 
stesso governo una missione diplomatica. Il maresciallo Radetzki 
naturalmente lo destituiva nell'anno seguente, ed il Carcano era 
allora costretto a rifugiarsi in Svizzera; al quale esigilo si rife- 
riscono alcune pagine d'un racconto che, alcuni anni dopo, lo stesso 
Carcano pubblicava nella Rivista Contejnjyoranea. Nel 1851, l'autore 
àeW Angiola Maria, aveva pubblicato un altro suo racconto intimo, 
intitolato : Damiano, storia d'una povera famiglia, pieno di pas- 
sione e d'interesse, ed ove una parte della vita cittadina di Milano 
è descritta con molta verità. Nel 1856, si pubblicarono le sue Dodici 
novelle, un vero modello nel genere della novella morale e patetica. 
Nel 1857, il Carcano rivelavasi, ad un tempo, autore tragico distinto, 
e previdente patriota con lo Spartaco, a cui, nel 1800, seguiva l'Ar- 
doino, lavoro ben più fedele alla verità storica e ben più vera- 
mente drammatico e più notevole, in somma, di quelle scene dia- 
logate in sonorissimi versi imprecanti alla Roma papale che le 
dotte platee dell'odierna Italia continuano ad applaudire come tra- 
gico capolavoro. Una terza tragedia, Valentina, in pure parte del 
secondo volume di Poesie edite ed inedite di Giulio. Carcano pub- 
blicate dal Le Mounier (Voi. 1" 1861, voi. ^2M870). Oltre a que- 
sti lavori originali del Carcano, voglionsi ricordare parecchie sue 
prose robuste e scritte con garbo, cioè, alcuni discorsi storici, alcune 






— 193 — 

prefazioni a lavori da lui messi in ordine (fra gli altri, un'Anto- 
logia lìoetica giovanile intitolata : La Primavera, Milano, F. Co- 
lombo ed. 1857, e le lettere dell'Azeglio a sua moglie Luisa Blon- 
del) due volumi di Memorie di grandi e Memorie d'Amici (Dante, 
Tasso, il Borromeo, Muratori, l'Agnesi, Passeroni, i due Verri, 
Napoleone I, Foscolo, Monti, Grossi, Bellotti, Cavour, D'Azeglio, 
Rinaldo Giulini, Gottardo Calvi ed Emilio Dandolo), e recentissime, 
alcune iVò^e d'estetica lette all'Istituto Lombardo,(ove egli siede come 
segretario,) nelle quali si dimostra come, senza ideale, nessuna este- 
tica sia possibile. E di estetica nessuno può, di certo, esser miglior 
giudice dell'autore déW Angiola Maria, non meno innamorato e 
capace del bello che del buono. Perciò, nel 1859, egli veniva eletto 
segretario dell'Accademia di belle arti e professore d'estetica in 
quell'Accademia medesima; dal quale ufficio, passava, nell'anno 
seguente, provveditore, agli studii per la provincia di Milano, e, 
nell'anno 1868, (assai troppo tardi) membro del consiglio superiore 
dell' istruzione pubblica, per decreto del ministro Emilio Bro- 
glio, che r avea pur nominato insieme con Ruggiero Bonghi, 
membro della commissione per gli studii intorno al Vocabolario 
della lingua italiana, presieduta dal Manzoni. E maggiori onoranze 
malgrado la disinvoltura, che la nuova Italia pone nel mettere 
in disparte i suoi vecchi gloriosi, non sarebbero forse mancate 
al Carcano s'egli le avesse ambite, se anzi la sua grande mode- 
stia non se ne fosse mostrata schiva. Io ammiro poi grandemente 
questo scrittore che, molto compiacendosi nello stile patetico, ed 
avendo egli stesso sicuramente molto patito, senza di che non 
avrebbe saputo far piangere, come seppe, i suoi lettori, non mosse 
mai un lamento sopra di sé, e non fu mai ad alcuno maligno. Ed an- 
che ora piacemi, nella sua prosa, sentire quel calore e quell'entusia- 
smo che si desidera invano negli odierni scritti giovanili. Nel dedi- 
care alla sua figlia Maria (frutto gentile delle sue nozze con la si- 
gnorina Giulia Fontana) le Memorie de Grondi, il 22 maggio 1869, 
egli scriveva queste parole: « ho riuniti diversi miei scritti, dettati 
in tempi diversi (cioè dal 1838 al 1867), prima e dopo il benedetto 
giorno della nostra indipendenza dallo straniero, sempre collo stesso 
intendimento e desiderio, quello di tener viva la fiamma dell'amor 
della patria; che ben fu chiamato, non so più da chi, la carità ci- 
vile. Poiché, ogni volta ch'io scrissi, ho voluto conservar fede alla 
tradizione del pensiero italiano. Ora, la nostra patria è unita; e a 
questo gran bene non saranno d' inciampo né rancori politici, né 
pretensioni, né dubbi, nò altre difficoltà nella nuova sua via; 

RjcoKDi Biografici 13 



— 194 — 

che sembrano le ultime orme lasciate qui da un passato in- 
fausto. » 

Tutti gli scritti del Carcano sono conformi all' ideale che 
dell'uomo di lettere ei s'è formato; e la stessa anima che 
spira negli uni si ritrova negli altri, sebbene più piena e sicura 
nelle prose, più incerta e più languida nelle poesie, le quali 
tuttavia rende attraenti l'affetto costante, che le muove. Il Car- 
cano ebbe egli pure, come scrittore, i suoi momenti che oserei chia- 
mare eroici, senza di che non gli sarebbe stato certamente possibile 
il rendere certe bellezze de' drammi di Shakespeare ; ma la sua 
corda è la sensitiva; e quand'egli l'ha toccata, fu sempre felice. Chi 
ha letto le Memorne d'un fanciullo, la Povera Iosa, e la Benedetta 
dapprima ne' Racconti semplici e poi nelle Dodici novelle, chi ha 
pianto suir Angiola Maria e su alcune pagine del Damiano, deve ri- 
conoscere al Carcano come scrittore una potenza più che ordinaria 
a significare il dolore. Ma, io lo ripeto, ei può significarlo cosi, 
perchè o l'ha provato prima, o pure se ne sentì capace, ch'è una 
virtù estetica a pochi concessa. 

Se non che, dopo aver fatto versare una lacrima sugli infelici, egli 
stesso la terge, per non lasciar entrare nell'anima d'alcun lettore lo 
sconforto; nel dipingere il male, egli non vuole che si dimentichi 
come il bene è possibile, e però dalla religione attinge tutte quelle 
oneste e pie parole che sono atte a consolare. Egli non vuol dissimu- 
larci le miserie della vita, ma si sgomenterebbe se alcuno tra quelli 
che ascoltano il racconto di lui ne perdesse il coraggio e la fede. 
h' Angiola Maria ci mostra questo studio continuo dello scrittore a 
rappresentarci il male ed a confortarci con le immagini del bene. 
La vita non ce la raffigura lieta, ma, all'infuori dell'ignobile 
Arpagone, nessuno de' personaggi del suo romanzo, neppure lo 
stesso deputato politico, è deliberatamente tristo. Ciascuno ha le 
sue debolezze, ma nessuno ama propriamente il male; gli stessi car- 
rettieri che, nel mirabile capitolo intitolato 11 ritorno, attentano 
all'onore della povera giovinetta fuggitiva, nell'udire la pia men- 
zogna del vecchio mendicante chg, per salvarla, la grida sua figlia, 
rimangono confusi e, scusandosi come possono, abbandonano la 
ritrosa fanciulla al suo destino. Il Carcano non vede il suo mondo 
dietro vetri appannati; osserva, e, che osservi bene, lo provano le 
sue belle descrizioni ed i ben riusciti quadretti di genere, come 
quello, per esempio, della bottega dello speziale nel primo libro, e 
delle alunne della crestaia nel libro secondo (\e\V Angiola Maria, 
e la figura della pegnataria nel Damanio ma, se il suo pensiero. 



— 195 — 
divenutone malinconico, comunica pure una certa tinta elegiaca al 
racconto, al fine della selva oscura, in cui s'è messo, come ai viag- 
giatori delle novelline popolari, gli appare un lumicino, che s'in- 
grandisce a misura ch'ei s'avanza, in fino a eh' ei vede sorgere 
un palazzo d'oro tempestato di gemme, un palazzo infinito, un pa- 
lazzo incantato, il palazzo delle fete, ossia, per uno scrittore catto- 
lico, com'egli é, il tempio della fede immortale, che raccoglie e ri- 
covera sotto la sua volta serena ogni mobile pellegrino smarrito, 
e gli queta le insonnie superbe della mente — o per farlo brutal- 
mente dormire, — o per farlo divinamente sognare. 



IX. 



MICHELE AMARI. 



Il valido popolo che seppe far la tremenda vendetta del Vespro 
dovea pur trovare, un giorno, presso di sé, uno storico generoso 
che ne tramandasse degnamente la memoria ai posteri. Passarono 
da quel tempo alla narrazione dell'Amari ben 559 anni, ma il li- 
bro moderno è scritto da tale che non solo ha bene studiato e 
compreso i fatti eh' egli espone ed interpreta, ma che fa spesso 
sclamare a chi lo legge: questi è l'uomo da rinnovare nell'età no- 
stra, fatta ragione all'ordine più civile de'tempi, la fiera impresa 
del popolo del quale egli ridesta la memoria. Basta a persuader- 
sene ricordare le gravi parole con le quali Michele Amari ter- 
minava la sua prefazione all'edizione parigina della Guerra del 
Vespro Siciliano apparsa nell'Aprile del 184o: « E forse, egli scri- 
veva allora, perchè son nato in wSicilia e in Palermo, io ho po- 
tuto meglio comprendere la sollevazione del 1282, si com'essa 
nacque, repentina, uniforme, irresistibile, desiderata ma non tra- 
mata, decisa e falla al girar d'uno sguardo. » Queste parole non 
scolpiscono soltanto il popolo del Vespro, ma si ancora l'animo 
gagliardo e risoluto e la ferrea volontà dello storico, onde pote- 
vano molto ragionevolmente far paura a Ferdinando Borbone, come 
pronostico della rivoluzione palermitana del 1848. 

Michele Amari nacque in Palermo il 7 di luglio dell'anno 1806, 
gli spiriti rivoluzionari eredando per tempo dal padre, che, get- 
tato in un carcere nel 1822, a lui giovinetto sedicenne raccoman- 
dava la madre, due fratellini e due sorelle, e forse la cura di ven- 
dicarlo. Il giovine Michele dovette pertanto interrompere gli studii 



— 107 — 
bene intrapresi (ai quali avevagli aggiunto coraggio e forza il con- 
siglio del celebre Domenico Scinà che frequentava la casa paterna) 
per assumere, nel 1821, un umile impiego. Lottò sei anni fra 
que'travagli domestici, unicamente intento a ^^rovvedere ai biso- 
gni della sua famiglia, e, nelle ore libere, ad esercitarsi in caccie 
montane, per crescere forza ed agilità alle membra ed acquistare 
singolare destrezza al tiro, pel giorno sperato della siciliana ri- 
scossa. E fra quelle cure ogni libro gli si chiuse, dal Macchiavelli 
in fuori. Che cercava egli mai presso il segretario Fiorentino? 
La malizia forse? Chi conosce l'Amari sa bene come non vi sia 
uomo più leale e più schietto di lui, e sulla parola del quale si 
possa più sicuramente e più lungamente contare. Che vi cercava 
egli dunque ? Senza dubbio egli studiava il rovescio della meda- 
glia in quella mente formidabile. Egli voleva vedere se quella 
forza paurosa e quella terribile sapienza che il Macchiavelli in- 
segnava al principe, non si fosse potuta adoperare con maggior 
vantaggio ed onestà a favore del popolo, per armarlo alla propria 
vendetta. Ma, come mutare in atto un simile pensiero, vivendo 
una vita tutta solitaria e selvaggia, lontano dal culto di quelle 
arti gentili ch'egli sapeva bene essere strumento essenziale di ci- 
viltà, e però di risorgimento ad ogni gran popolo? Alternò quindi 
l'esercizio delle armi e della caccia (nella quale egli si diletta pure 
al presente, ma non più in verità minaccioso ad alcuno, fuor che 
a qualche imprudente beccaccino in ritardo) con quello delle let- 
tere, neir amore delle quali quindi fortemente s'accese. Ripigliò 
pertanto lo studio della lingua inglese, che riconosceva necessaria 
come strumento per acquistare una miglior conoscenza delle glo- 
riose istituzioni britanne, ed intanto, come esercizio di traduzione 
e come saggio del proprio valore in quella lingua, nell'anno 1832, 
diede alle stampe in Palermo una sua versione del Mannion di 
Walter Scott. L' illustre poeta e romanziere scozzese era allora 
venuto a Napoli per cercarvi inutilmente ristoro alla salute af- 
franta dal soverchio lavoro; ebbe notizia della versione dell'Amari, 
e il 1° febbraio (poco più di sette mesi prima di morire) al gio- 
vine traduttore siciliano indirizzava dal Palazzo Caramanica, ove 
egli dimorava, una curiosa lettera di ringraziamento, nella qua- 
le, dopo aver lodata la veri/ prelly translation del poema, ch'egli 
stesso dice aver quasi dimenticato, augura al traduttore ch'ei 
possa vendere il libro tradotto come fu venduto l'originale, e ac- 
quistarsi cosi quella stessa popolarità, la quale egli, autore, con 
minor merito ebbe la buona sorte di conseguire. Ma, mentre 



— i98 — 
l'Amari studia l'inglese, l'animo di lui è rivolto alla Sicilia; egli 
traduce un' elegia sulle rovine di Siracusa, di Tommaso Stewart 
che era venuto a farsi monaco in Sicilia; quindi spinto dal proprio 
genio e dai consigli di Salvator Vigo e dello Scinà si dedica in- 
tieramente agli studii di storia siciliana, per congiungerli quanto 
si potesse con le questioni urgenti della politica contemporanea. 
Nel 1834, egli pubblica pertanto un primo lavoro storico nelle Ef- 
femeridi Scientifiche Siciliane sulla Fondazione della Monarchia 
de'Normanni in Sicilia, per dimostrare a un pubblicista napo- 
letano l'autonomia della Sicilia da Napoli; e nell' anno seguente 
viene ricevuto nell'Accademia di scienze e lettere di Palermo. 
Quindi concepisce il pensiero di una Storia Generale della Sicilia, 
che abbandona nel 1836, per imprendere la storia particolare 
della Guerra del Vespro. Ma qui giova udire le parole stesse del- 
l'autore, che si leggono nella prefazione all'edizione fiorentina del 
1851: « l'esempio degli scrittori della terraferma che incoraggia- 
vano la generazione presente col racconto di antiche glorie ita- 
liane, mi spinse a provarmici anch'io. Il problema era di gridare 
la rivoluzione senza che il vietasse la censura. Pensai dunque, 
che i fatti del 1812 avrebbero dato ombra alla censura, senza ri- 
cordare al popolo altro che divisioni, miserie, debolezze; e però 
messi da canto il lavoro incominciato, del quale erano raccolti 
tutti i materiali e steso il primo abbozzo. L'argomento novello 
mei dettava quella nobile tragedia del Niccolini, leggendo la quale 
mi sentiva correre un raccapriccio infino alle ossa, e piangea di 
rabbia ripetendo: 

Perchè tanto sorriso di cielo 
Sulla terra del vile dolor? 

Né altro soggetto si potea trovare più acconcio allo scopo mio; 
cinque secoli e mezzo d'antichità da opporre alla censura, una ri- 
voluzione preparata, com'io credea (1), terribile, vittoriosa, nella 



(I) Il libro poi dimostrò il contrario, riducendo la figura romanzesca 
di Giovanni da Procida al suo mediocre valore storico, malgrado le op- 
posizioni che incontrò la teoria molto positiva dell'Amari presso i si- 
gnori Ermolao Rubieri, Salvatore De Renzi, Antonio Cappelli e Vincenzo 
Di Giovanni che difesero la gloria dei Procida. Quanto al Niccolini che 
aveva idealeggiata quella figura sopra la scena, mi piace il notare co- 
me non solo non volesse male all'Amari dell'avere osato demolire il 
suo eroe, ma scrivesse il 24 settembre 1842 le seguenti parole: « Io non 
cedo ad alcuno nella stima e l'afifetto verso l'Amari. » 



— 109 — 
quale si erano dileguati gli odii municipali, che lacerarono la Si- 
cilia innanzi il 1282, tacquero allora^, e poi s'erano scatenati di 
nuovo fin oltre il 1820. La coscienza o la vanità mi disse che il 
libro potea giovare alla cosa pubblica, e, persuaso di ciò, affron- 
tai il pericolo che pure vedea chiaramente. Questa è la somma 
delle astuzie mie. Altri poi si credè dipinto in questo o quel per- 
sonaggio del Vespro, mi accusò di avere falsato la storia per fare 
cotesti ritratti; come se la viltà di una bugia avesse mai potuto 
stare insieme con quel dritto zelo che mi ispirava, o se non 
avessi saputo la verità essere più eflicace di qualsivoglia inven- 
zione; finalmente come se certi brutti ceffi dovessero scontraf- 
farsi per farli rassomigliare l'uno all'altro. E sovvienmi della 
semplicità del generale Majo, luogotenente-generale di Sicilia, che, 
sgridato dai suoi padroni per la pubblicazione del mio libro, di 
che egli era innocentissimo, pensò di sfogare il dispetto sopra di 
me, e domandavami per esordio « perchè mi fosse venuto in capo 
di fare il letterato » e rincalzava l'orazione col dir ch'erano falsi 
al certo i fatti narrati, perchè il popolo non avea mai vinti i sol- 
dati stanziali. Alla prima parte del sermone non v'era che repli- 
care. All'ultima, che celava una buona dose di paura, io [risposi 
per le rime: che i tumulti si reprimono talvolta, ma né forza né 
disciplina di soldati mai valse contro una rivoluzione. « E crede- 
rebbe, io soggiunsi, che questi granatieri, queste artiglierie (noi 
eravamo nel palagio reale di Palermo) sarebbero ostacolo al po- 
polo di laggiù, se si levasse davvero, se corresse qui disperata- 
mente, come fece il 31 marzo 1282, e spezzò queste porte; ed Er- 
berto d' Orleans ebbe a ventura di poter fuggire? » Mi guardò 
costernato, senza dire né si né no; e dopo cinque anni e pochi 
mesi, fuggiva di notte da quelle medesime stanze cinte di bastioni, 
afforzate di un grosso presidio. » 

L'opera usci a Palermo nel 1841, col vago titolo : Un periodo 
delle istorie siciliane del secolo XIII; in Francia assunse invece 
il suo titolo vero: La Guerra del vespro siciliano, e nella prefa- 
zione del 1843 l'autore disse aperto la ragione per la quale pre- 
ferì la narrazione di quel fatto particolare: « Scelsi il Vespro Si- 
ciliano come il più grande avvenimento della Sicilia del medio 
evo; il che se si chiamasse amor municipale, sarebbe mal detto; 
perchè la Sicilia parmi assai grande per una città; l'amor del 
proprio paese, il rammarico de'suoi mali, e il desiderio della sua 
prosperità, comunque possan portarla gli eventi, non si dee con- 
fondere con l'egoismo di municipio che dilaniò un tempo l'Italia; 



— 200 - 

passione funesta, dileguata per sempre, io lo spero, insieme con 
l'ambizione di tirannide d'ogni popolo italiano sopra l'altro. Guar- 
dando il Vespro da vicino, lo trovai più grande; si dileguarono 
la congiura e il tradimento; l'eccidio si presentò come comincia- 
meuto e non fine di una rivoluzione; trovai l'importanza nella ri- 
forma degli ordini dello Stato; nelle forze sociali che la rivolu- 
zione creò; nei valenti uomini che spinse per ventanni tra i com- 
battenti e i negozi politici; vidi estendersi in altri reami e per- 
petuarsi in Sicilia, e fors' anche nel resto d'Italia, gli effetti del 
Vespro. Donde potea bene accendersi in me il severo zelo della 
verità storica; e poteva io difendermi dall'inganno delle mie pas- 
sioni nell'esame de'fatti, ancorché punto non mi sforzassi ad oc- 
cultarle nelle parole, » 

Questi i generosi intendimenti dell'opera e nessuno negherà che 
l'Amari sia stato fedele al suo proposito. A lui poi, come ad altri 
due illustri siciliani che lamentiamo prima del tempo estinti, lo 
storico Giuseppe La Farina e il critico Paolo Emiliani Giudici, 
dobbiamo speciale ammirazione per aver saputo guardarsi, in 
mezzo al culto quasi idolatrico del papato che fece traviare nel 
nostro secolo tanti nobili ingegni italiani, dal far eco al plauso 
delirante delle plebi abbagliate o sedotte, col serbare intatta là 
severità del loro libero giudicio, sopra le opere per lo più ambi- 
gue e non di rado inique del pontificato. Quanto ai mezzi adope- 
rati dall'Amari nel comporre il lavoro che lo rese tanto glorioso, 
giovano pure venir considerati, perchè non s'affidino i giovani 
che basti l'opportunità politica ad assicurare poi lunga o splen- 
dida vita ad alcuna pubblicazione. La Guerra del Vespro Siciliano 
ebbe sette edizioni, e fu tradotta in inglese sotto gli auspicii di 
Lord Ellemere, in tedesco dall'annoverese dottor J. F. Schròder; 
e tentò due plagiarli francesi H. Possien et J. Chantrel a ripro- 
durla sfacciatamente sotto il loro nome col titolo: Les Vépres 
Sìciliennes, trasformata soltanto a significato guelfo. La prima 
edizione aveva fatto gran rumore per gli intendimenti politici che 
le venivano attribuiti; ma tali intendimenti non bastano, perchè, 
mutati affatto i tempi, l'opera si ristampi, si divulghi e si legga 
con viva compiacenza. L'economia delle parti che compongono la 
narrazione, l'ordine con cui numerosi fatti prima ignoti, dal- 
l'Amari per la prima volta sono recati alla luce, dopo lunghe ed 
ostinate ricerche da lui fatte negli Archivii di Palermo, di Na- 
poli e di Parigi, lo studio dell'arabo intrapreso per poter meglio 
illuminare tutto quel periodo delle storie siciliane, nel quale gli 



— 201 — 
Arabi o dominarono la Sicilia o vi lasciarono traccie della loro 
dominazione, e una certa cura perchè il libro divenisse insieme, 
pel lato della forma, anche un' opera d' arte, son tutte ragioni 
molto rilevanti che contribuirono grandemente a mantenere la 
popolarità di un lavoro accolto, al suo primo apparire, con una 
specie di entusiasmo presso i liberali italiani e di sgomento nella 
repjgia borbonica. Certo chi domandasse ad un purista o ad uno 
stilista se la prosa del Vespro sia tutt'oro filato e benedetto, li ve- 
drebbe appartarsi l'uno e l'altro per farsi in fretta e di nascosto 
(l'Amari è socio corrispondente della Crusca) il segno della croce 
come al ricordo di un mezzo eretico; ma ciò non toglie che l'Amari 
nello scrivere sia accurato e piacevole artista; si direbbe ch'ei rubi 
nella sua storia una certa lucida e graziosa ingenuità di racconto 
ai cronisti del trecento, e la prudente gravità dell'osservazione 
alle storie fiorentine del Macchiavelli, derivando poi da sé stesso 
oltre al sapere, il rapido impeto, la cara vivacità, il nerbo efficace, 
il nobile coraggio, l'anima simpatica, la parte, in somma, che me- 
glio si comunica; io non so, in vero, se tutte queste qualità ba- 
stino a formare uno scrittore veramente classico, ma sono, o mi 
paiono, al certo, esuberanti, se ci contenteremo di venire ammae- 
strati da uno scrittore che molto pensa, molto sa e molto ama, 
e, come opera virilmente, cosi parla da uomo. Rammentiamo, per 
esempio, una sola pagina del libro del Vespro; essa basterà a 
darci la misura della potenza di Michele Amari come scrittore. 
« Immemori di sé medesimi, egli scrive nello stupendo sesto ca- 
pitolo, e come percossi dal fato, gli animosi guerrieri di Francia 
non fuggiano, non adunavansi, non combatteano: snudate le spade 
porgeanle agli assalitori, ciascuno a gara chiedendo: Me, me pri- 
mo uccidete » sì che d'un gregario solo si narra che, ascoso sotto 
un assito, e snidato coi brandi, deliberato a non morir senza 
vendetta, con atroce grido si scagliasse tra la turba de'nostri di- 
speratamente, e tre n' uccidesse pria di cader egli trafitto. Nei 
conventi dei Minori e dei Predicatori irruppero i sollevati, quanti 
frati conobber francesi trucidarono. Si lavaron le mani nel san- 
gue degli uccisi. Gli altari non furono asilo; prego o pianto non 
valse; non a vecchi si perdonò, non a bambini né a donne. I ven- 
dicatori spietati dello spietato eccìdio di Agosta, gridavano che 
spegnerebbero tutta semenza francese in Sicilia; e la promessa 
orrendamente scioglieano scannando i lattanti su i petti alle ma- 
dri, e le madri da poi, e non risparmiando le incinte; ma alle 
siciliane gravide di francesi, con atroce misura di supplizio, spa- 



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rarono il corpo, e scerparonne e sfracellaron miseramente a' sassi 
il frutto di quel mescolamento di sangui d'oppressori e d'oppressi. 
Questa carnificina di tutti gli uomini d'una favella, questi esecra- 
bili atti di crudeltà, fean registrare il vespro siciliano tra i più 
strepitosi misfatti di popolo, che vasto è il volume, e tutte le na- 
zioni scrisservi orribilità della medesima stampa e peggiori, le 
nazioni or più civili, e in tempi miti e anche svenevoli; e non 
solo vendicandosi in libertà, non solo contro stranieri tiranni, ma 
per insanir di setta religiosa o civile, ma ne'concittadini, ne'fra- 
telli, ma in moltitudine tanta d'innocenti, che spegneano quasi 
popoli intieri. Ond'io non vergogno, no, di mia gente alla rimem- 
branza del Vespro, ma la dura necessità piango che avea spinto 
la Sicilia agli estremi; insanguinata co'supplizj, consumata dalla 
fame, calpestata e ingiuriata nelle cose più care; e si piango la 
natura di quest'uom ragionante e plasmato a somiglianza di Dio, 
che d'ogni altrui comodo ha sete ardentissiraa, che d'ogni altrui 
passione é tiranno, pronto ai torti, rapido alla vendetta, sciolto in 
ciò d'ogni freno quando trovi alcuna sembianza di virtù che lo 
scolpi; si come avviene in ogni parteggiare di famiglia, d'amistà, 
d'ordine, di nazione, d'opinion civile o religiosa. » 

Ma quel racconto non gli fu perdonato dai padroni di Napoli. Il 
re Ferdinando secondo si credette rappresentato in re Carlo 
D'Angiò, e il suo degno ministro Del Carretto in Guillaume 
r Estendard ; il libro venne proibito; l'editore accusato e tratto 
a morire nell'isola di Ponza; il censore dimesso dall'impiego; 
l'autore invitato a recarsi a Napoli; ma egli, prevedendo il fine 
di quella citazione, salpò invece alla volta di Francia, e si ridusse 
a Parigi, ove trovò accoglienza ospitale, e cortese assistenza negli 
studii, ch'egli prosegui con alacrità mirabile, fra gli altri, presso 
il Buchon, il Letronne, il Michelet il Thierry, il Villemain (allora 
ministro della pubblica istruzione), l'Hase, il Reinaud, il Le Nor- 
mand, il Longperrier, ed altri uomini insigni. A Parigi, l'Amari 
apprese pure l'arabo; ne sentiva il bisogno per valersi de' nume- 
rosi documenti arabi che valgono ad illustrare la storia siciliana; 
e r apprese in modo da divenire egli stesso il primo, senza 
dubbio, degli arabisti italiani, ed uno fra i primissimi arabisti 
viventi d' Europa ; attese pure con profitto in Parigi presso il 
professor Hase allo studio del greco moderno. Gli insegnò l'arabo 
il Reinaud, del quale egli scriveva poi un affettuoso ricordo 
nella Ricista orientale di Firenze, e lo aiutò pure nel primo 
anno de' suoi studii arabici il barone Mac-Guckin De Slane. Con 



— 203 — 
tutti questi aiuti ed altri più che l'operosità sua instancabile avea 
saputo procacciarsi, l'Amari si trovò finalmente in condizione di 
poter preparare agli studiosi una Storia dei Musulmani in Sicilia, 
della quale sono ora pubblicati i due primi volumi e la metà del 
terzo, essendo d'imminente pubblicazione l'ultima parte che com- 
pierà il grandioso lavoro. Dalla prefazione al primo volume di 
questa storia edito nell'anno 1854 in Firenze dal Le Mounier, è 
lecito argomentare quanta pazienza di ricerche, quanta ostina- 
zione di proposito abbia dovuto mettere in opera l' Amari per 
riuscire al compimento dell'ardua sua impresa; e l'esempio suo 
ci parrà tanto più degno d'ammirazione, quando si pensi che men- 
tre lavorava cosi intensamente su materiali spesso indigesti e di 
difficile interpretazione per colmare una importante lacuna nella 
storia dell' isola sua nativa, mosso dal solo desiderio e dalla sola 
speranza di venire in servizio della verità storica, dovea pure 
lottare ogni giorno non per vincere, ma per rendere meno dura 
la povertà che il necessario esigilo gli aveva imposta. Ma la 
stessa preparazione di materiali storici richiedeva un dispendio 
assai superiore ai piccoli mezzi di sostentamento che, nella sua 
condizione di esule, l'Amari riusciva stentatamente a procacciar- 
si; e a questo bisogno dello studioso sovvennero in parte alcuni 
amici, come egli stesso ci confessa sul fine della prefazione al 
primo volume della Storia de Musulmani, ove, dopo avere pro- 
fessata la sua gratitudine alla Società orientale tedesca, che prov- 
vide splendidamente alla pubblicazione della Biblioteca aràbico- 
sicula, che l' autore avea raccolta e ordinata con pazienza da 
Benedettino (1) prima d' imprendere a scrivere il nuovo suo libro; 
al munifico duca di Luines per la carta comparata della Sicilia 
eh' egli preparò in società con 1' Amari e col Dufour e fece poi 
incidere e pubblicare a sue spese (2); al dottor Dozy, per i do- 
cumenti che gli comunicò da Leida, ad Alfonso Rousseau in 
Tunisi, al dottor Weil in Heidelberg, al Gayangos in Madrid, al 
Cherbonneau in Costantina, al Wright, al conte Francesco Mini- 
scalchi eminente orientalista veronese, e ad alcune altre persone 
egregie che corrisposero gentilmente alle sue richieste relative 
alla storia dei Musulmani ; conchiude con le parole seguenti che 
meritano di tener qui posto, per l' importanza dell' opera a pro- 



ci) Quest'opera monumentale fu pubblicata a Lipsia nel 1856 e 1857. 
(2) Questo bel lavoro fu pubblicato a Parigi nel 1859. 



— 204 — 
muovere la quale gli aiuti erano diretti. « Mentre io studiava in 
Parigi, scriv' egli, risegnato lo impiego nel Ministero di Palermo 
e lo stipendio di quello che m' era unico mezzo di sussistenza; 
parecchi amici dal ISié al 1846 mi soccorsero di danaro, da rim- 
borsarsi col prezzo dell' intrapreso lavoro. Il fecero per benevo- 
lenza verso di me, e zelo per un' opera che speravano illustrasse 
la storia del paese; tra i quali se alcuno partecipava le mie 
opinioni politiche e altri allora vi si avvicinava, altri non era 
meco legato che di privata amistà; né questa associazione ebbe 
mai indole né scopo politico, foss'anco di mera dimostranza. L'as- 
sociazione fu promossa dal barone di Friddani e da Cesare Airoldi 
la secondarono in Sicilia Mariano Stabile, amico mio dalla 
fanciullezza, il principe di Granatelli e altri amici, e lo Sta- 
bile si incaricò di riscuotere il danaro in Sicilia, e, riscosso 
no, me ne somministrava. Io accettai la profferta. Soscris- 
sero Cesare Airoldi, Massimo d' Azeglio, la signora Carpi, il 
barone di Friddani, la famiglia Gargallo, Giovanni Merlo, Do- 
menico Peranni, il marchese Ruffo, il duca San Martino, il prin- 
cipe di Scordia, il conte di Siracusa, Mariano Stabile,' il signor 
Troysi, e quegli che primo mi avea confortato agli studii storici 
tanti anni innanzi, il carissimo mio Salvatore Vigo; i nomi dei 
quali ho messo per ordine alfabetico. Non tutti fornirono la stessa 
somma di danaro; poiché chi pagò in una volta tutte le cinque 
quote di ogni messa, le quali si doveano fornire successivamente; 
e chi fu richiesto d' una o due quote, e non fu sollecitato per le 
altre ; i particolari del qual conto van trattati tra me e i soscrit- 
tori, e al pubblico non ne debbo dir altro che il benefìcio e la 
gratitudine mia. Mutato alla fin del 1846 il disegno della pubbli- 
cazione, e intrapresa questa dall' editore signor Le Mounier, io 
non ho altrimenti usato, d' allora a questa parte, il comodo che 
mi aveano offerto sì liberalmente i soscrittori. » Il primo volume 
della StOìHa di Miisulmaìii apparve in Firenze nel 1854, il secondo 
volume nel 1858, la prima parte del terzo, solo dieci anni dopo, 
del qual ritardo 1' autore stesso ci rende ragione nella breve av- 
vertenza premessa al terzo volume « uscito il primo volume nel 
1854, lo segui il secondo nel 1858, e nello stesso anno erano già 
composte in caratteri da stampa 54 pagine del presente volume. 
Ma ritornato in Italia per causa de' grandi avvenimenti del 1859, 
io non mi chiusi in uno scrittoio. Qualche ufììcio pubblico eser- 
citato, qualche altro lavoro dato alla luce, mi distoglieano sì fat- 
tamente dalla storia dei Musulmani in Sicilia, che ho potuto ap- 



— 205 — 
pena un po' nel 186-2 e un po' dal 1865 in qua, scrivere il rima- 
nente del quinto libro, il quale termina 1' assetto della domina- 
zione normanna. » Le altre opere dell' Amari son le seguenti: 
Note alla Storia costituzionale di Sicilia di Niccolò Palmieri 
(Losanna, 1847, Palermo 1848), La Sicile et Ics hourbons (Parigi 
1849) Solwan al Mota, ossia Conforti politici di Ibn Zafer, arabo 
siciliano del XII secolo (Firenze in italiano, Londra in inglese, 
185:2), Description de Palerme par Ibn Haucal tradotta dal^ 
r Arabo, nel Journal Asiatique (1845) Voyage en Side de Moìiam- 
ìued Ibn Djodair, nello stesso (1846-1847), altri scritti minori 
nello stesso, nella Revue Archéologique, nell' Archivio storico, 
nella Nuova Antologia, nella Rivista Orientate, nella Rivista 
Sicula, una memoria sulla cronologia del Corano, premiata nel 
1858 ùdàY Institut di Francia che 1' anno innanzi l' avea nominato 
suo membro corrispondente, i Diplomi arabi del Regio Archivio 
fiorentino, pubblicati in Firenze nel 1863. Ma tre volte fu l'Amari 
distolto da' suoi cari studii per attendere di proposito al governo 
della cosa pubblica, la prima nel 1848, la seconda nel 1860, la terza 
nel 1862. Scoppiata la rivoluzione del 1848, il nostro storico lascia 
Parigi e corre a pigliare il suo schioppo di cittadino a Palermo. 
L'arrivo suo è festeggiato; gli si offre una cattedra di giurispru- 
denza civile all'università, e un posto al parlamento siciliano, e 
finalmente il portafoglio delle finanze. L'Amari tenta tosto nego- 
ziare un prestito nella Francia repubblicana ; ma i francesi, che 
sono ora cosi pronti a sollevare alte grida d'ingratitudine contro 
r Italia che non presta il suo oro affinchè la Francia ce lo resti- 
tuisca in forma di mine subalpine o di nuovi chassepots da spe- 
rimentarsi su petti italiani, non corrisposero in alcun modo al- 
l'aspettativa, cosi che si dovette contare sopra le sole risorse 
siciliane. Come ministro delle finanze l'Amari non percepì in Si- 
cilia alcuno stipendio, e si tenne pago della modesta ospitalità 
che un suo fratello gli offriva. Nel 1849 poi, vedendo minacciata 
la fortuna della patria, si reca in Francia sullo steamer Porcu- 
pine, fornitogli dall'ammiraglio inglese Parker, con una missione 
politica; pubblica a Parigi presso il Franck un'opuscolo storico- 
politico, intorno ai Borboni e alla Sicilia; ma, trova piìi che 
freddo il governo di Francia, e legate dai Tories le mani del più 
benevolo fra i ministri d' Inghilterra. Fallita la sua missione, 
torna a Palermo il 14 aprile 1849, per assistere soltanto al 
trionfo della reazione borbonica, e fuggirne sull' Odin a Malta, 
il giorno 22 dello stesso mese. Da Malta egli fa ritorno in Fran- 



— 206 — 

eia, scampando a fatica dal naufragio dello steamer francese; e 
si riduce nuovamente a Parigi, per continuarvi i lavori intermessi. 

Dieci anni dopo, gli avvenimenti politici d'Italia richiamarono 
di nuovo in patria l'Amari; il i maggio del 1859, il governo prov- 
visorio toscano gli affidava la cattedra della lingua araba a Pisa, 
per invitarlo poi nel dicembre dello stesso anno ad inaugurare il 
corso di lingua e letteratura araba nell'Istituto di studii superiori 
^ di perfezionamento in Firenze. Nel giugno 1860, l'Amari rag- 
giungeva in Sicilia Garibaldi già vittorioso, che pose tosto l'emi- 
nente siciliano a capo del ministero dell'istruzione e de' lavori 
pubblici, e nel mese d'agosto, a capo di quello degli esteri. Il no- 
stro patriota dava quindi col proJittatore De Pretis e co' suoi col- 
leghi le proprie demissioni, avendo Garibaldi rifiutato la loro propo- 
sta di provocare in Sicilia un plebiscito che dichiarasse l'annessione 
dell'isola al Regno d' Italia. Nell'ottobre di queir anno medesimo, 
il prodittatore Mordini, con infelice pensiero, nominava l'Amari 
storiografo della Sicilia, titolo servile che lo storico del Vespro na- 
turalmente ricusava, non parendogli conforme ne alla condizione 
mutata de' tempi né agli ordini liberi del paese. Più tardi l'Amari 
prendeva parte importante ai lavori della commissione incaricata 
di proporre il migliore ordinamento amministrativo dell' isola ; 
veniva eletto senatore del Regno, e, nell'anno 1862, chiamato a far 
parte come ministro della pubblica istruzione, di quel gabinetto, 
Minghetti-Peruzzi, che cadde poi malamente, per la Conven- 
zione di settembre d' infelice memoria. 

Nel suo alto e speciale ufficio meritò lode l'Amari per la one- 
sta, serena e catoniana fermezza che vi dimostrò, e pel carattere 
aperto e deciso di cui egli spiegò in quella occasione tutta la 
forza. Neil' amministrazione del proprio ministero impedi gli abusi 
che da lungo tempo vi si tolleravano, diminuì le spese, soppresse 
molti privilegi, non ascoltò preghiere d'amici o minacele di nemici, 
ogni qualvolta gli fosse consigliata cosa che gli paresse illiberale 
ed ingiusta, e, rara avis tra i ministri italiani, non mutò mai la pro- 
pria parola data. E ciò nondimeno, anco ministro, seppe mostrarsi 
amabile; non alterò la semplicità del suo costume, né la benignità 
dell'animo; l'amico mio Vincenzo Riccardi disse bene in una sua 
bella poesia che i forti son miti; l'Amari ancor esso ha la sapiente 
moderazione della forza (1). Reduce nel settembre del 1804 da 



(1) Lo rappresentò bene, por qucst' aspetto, il signor Gustave Dugat, 
nel primo volume della sua Hstoire des Orientaìistes de l'Europe du 



— 207 — 

Torino, ripigliò stanza in Firenze in una modesta solitaria ca- 
setta ora distrutta, che faceva angolo all' estremità della via Ca- 
vour e della via del Maglio. In quella casetta io lo visitai per la 
seconda volta; la prima visita l'avevo fatta ufficialmente al mini- 
stero, di ritorno da Berlino, onde il ministro mi aveva richiamato 
con sollecitudine quasi paterna. Io non posso dimenticare quello 
stanzino e la dolce impressione che vi provai nell' ammirar tanta 
naturale modestia in tanta vera grandezza. Benevolo coi disce- 
poli (1), affabile coi colleghi, leale con gli avversarli. Michele 
Amari è uno di que' pochi uomini che si lasciano amare e.l am- 
mirare intieramente, e de' quali, se ne avessero, poiché non sono 
al certo stoffa da far santi, sto per dire che si amerebbero anche 
i difetti, non potendo essere altro che un movente generoso quello 
che li spingesse, per avventura, a qualche eccesso. Ma dell'Amari, 
per fortuna, io non seppi mai altre novelle, a meno eh' io non 
volessi farmi addirittura indiscreto narrando com' egli sappia ren- 
der felice l'amabile e più che colta signora la quale, in compenso 
d'una lunga vita solitaria, laboriosa e travagliata, lo premia nei 
tardi ma vegeti anni con le piìi soavi e sante gioie domestiche, 
ed aggiungendo come una viva consolazione m' inondi il petto 
paterno, quando m' è dato di vederlo così tenero, cosi attento, cosi 



A7/ au XIX siede (Paris Maisonneuve. 1868), ove scrive dell'Amari: 
« On ne sait pas ce qu'il faut le plus admirer dans sa vie politico- 
littéraire: De l'homme d'État aux vues élevées et conciliantes, ou de 
rorientaliste tìdèle, qui revient avec empressement à ses travaux de 
prèdilection, aussitòt que son action politique n'est plus nécessaire à 
son pays. Michel Amari est une des nobles flgures de la revolution 
italienne. Il a su joindre h l' energie du caractére une intelligence 
d'elite, une grande aménité de raoenrs. Bienveillant, doux, dans ses 
relations d'une sìmplicité antique, on l'a vu, après avoir éfé ministre 
des flnances en Sicile, venir reprendre sa modeste chambre à Paris et 
demander au travail le pain quotidien. D'une aptitude remarquable 
pour les travaux historiques, il saisit vite la portée politique des 
institutions qu'il étudie. Douè du sens philosophique, il a jeté sur 
l'histoire musulmane en Sicile de vives lumières. » 

(1) L'Amari è ora professore pensionato; pur tuttavia continua ad 
onorare l' Istituto di studii superiori, insegnandovi spontaneamente 
l'arabo; dalla sua scuola uscirono, fra gli altri, due distintissimi 
alunni, il signor Buonazia, e Celestino Schiapparelli l'editore del voca- 
bolista latino-arabico. 



— 208 ~ 

provvido padre alla vispa e cara nidiata di fanciulli che gli pigola 
e gli vezzeggia graziosamente intorno (1). 



(1) Qui finirebbe il Ricordo dell'Amari, ma io domando licenza al gio- 
vine lettore di fargli ancora un'altra non breve confidenza che riguarda 
me particolarmente. Così com' io sono, io mi devo veramente tutto a 
me stesso e allo sforzo continuo che vado pur sempre facendo per di- 
venire a'miei occhi migliore. Ho, senza dubbio, gra1,itudine a molti; poiché 
dall'esempio di molti ho cercato derivar il maggior profitto mio, ma io 
ve' dir questo, che nella vita non incontrai né alcun pedagogo che mi 
guidasse, né alcuna provvidenza che facesse per me. Non ho mendicato 
alcun favore mai, né altri lo mendicò in nome mio ; mi trovai più volte 
la strada chiusa e l'apersi, ma, nel modo più naturale, abbattendo, supe- 
rando gli ostacoli con quelle poche forze che la natura può aver consentito 
all'ingegno. Perciò nella mia gratitudine non si vedrà, spero, alcuna servi- 
lità; l'animo riconoscente me la inspira, non alcun altio fine men degno. 
In questi giorni stessi esce a Londra la mia Mitologia zoologica» ed io ho 
dedicato questo che mi sembra il meno inutile de' miei lavori scienti- 
fici a due ex-ministri italiani, ai quali mi professo gratissimo. Michele 
Amari e Michele Coppino. Mi giova significar qui i motivi di tanta gra- 
titudine : Nel 1863, io ero a Berlino intentissimo a'miei studii indiani, e 
stavo per domandare al Ministero licenza di rimanere ancora un altro 
anno all'estero, quando mi giunse lettera dell'Amari con la quale egli 
mi significava come si fosse disposto di nominarmi professore straor- 
dinario di lingue ariane nell' Istituto di Studii superiori di Firenze, 
dove urgeva di provvedere a quella cattedra. Quella lettera inaspettata 
mi turbò; scrissi al Ministero, come la modestia mia allora mi consigliava, 
ed avvertii la troppo grande povertà del mio sapere ; il ministro Amari 
mi riscrisse, incoraggiandomi ad accettare, con parole piene di bene- 
volenza, le quali diedero, senza dubbio, una forte scossa alla mia in- 
certa volontà. Partì tosto la mia nomina ; ed io mi disposi prontamente 
al ritorno. Prima che tornassi a Torino, alcuni burocratici del mini- 
stero avevano intanto gridato e fatto gridare allo scandalo in un notis- 
simo giornale torinese ; si avvertiva come avessi da soli tre anni la- 
sciata l'università, e come mi fossero già state concesse in due soli anni, 
tre promozioni (da incaricato di ginnasio a professore reggente di gin- 
nasio, e finalmente a titolare del Liceo di Lucerà, oltre l' invio a Ber- 
linoj ; era troppo gran salto quello che mi si voleva far fare ad un 
tratto. Avvertito in Torino del rumore sollevato per la mia nomina, 
scrivo all'Amari pregandolo o di lasciarmi ripartire per l'estero o di 
porre al concorso la cattedra da me non ambita, perché, se, per av- 
ventura, fra i malcontenti, si fosso trovato alcuno che potesse dare mi- 
glior saggio di so, quegli, com'era giusto, ottenesse il posto. L'Amari mi 



— 209 — 

riscrive tosto di recarmi senza timore a Firenze, e che, dal lato suo, egli 
è perfettamente tranquillo d'aver fatto buona scelta; che, in ogni modo, 
poi non si può far concorso per un posto di straordinario. Nel primo anno 
del mio insegnamento, la fortuna m'arride, le mie lezioni sono gradite 
dal pubblico, e l'Amari ministro, informatone pure in via privatissima 
da un suo valente amico, il signor Vito Beltrani che in quel primo 
anno m'aggiunse singoiar coraggio, mi affida con sua lettera incorag- 
giante, che, nell'anno successivo, sarei eletto professore titolare. Cadde 
nel settembre 1864 il ministero Minghetti-Peruzzi ; al ministro Amari 
successe il barone Natoli. Ma, frattanto, nell'animo mio, s'andava agitando 
una sorda e tremenda battaglia d'affetti. Io aveva 24 anni e da dieci anni 
avevo sempre unicamente studiato, senza occuparmi di politica; mio padre, 
uomo di rigidi e santi costumi, che, per un verso, mi aveva invitato a pensare 
liberamente sulle cose della religione ed era stato primo a rivelarmi i prin- 
cipi! astronomici del Dupuis, professava in politica i principi! più asso- 
luti. La mia natura si ribellava bene ad essi, e come incominciai a scri- 
vere, nella vita di Santorre Santa Rosa deposi le mie prime proteste 
contro lo spergiuro de' principi e nella mia tesi di laurea presi a com- 
battere il potere temporale de' papi ; ma quell'impeto di giovanile ri- 
bellione era in breve soffocato dalla cura severa di studii gravi ed ur- 
genti, ai quali tutto il mio tempo fu dedicato. Nel 1864, venne a chie- 
dermi ospitalità un giovine mio conterraneo che io non conosceva 
ancora, laureato in legge nell'università di Torino; dicevasi giovanilmente 
illuso, pieno d'ammirazione per me, e voleva, convivendo meco, apprendere, 
in che modo si possa, essendo così giovine, durar lungamente al lavoro. Gli 
apersi le braccia ed il cuore. Era giovine di bell'animo e di vivace ingegno, 
ma confuso; aveva fatto molte letture ma disordinate ; s'era battuto con 
Garibaldi al Volturno, avea molto letto le storie della Rivoluzione fran- 
cese" del 1789 e 93, e ammirava grandemente quegli eroi desiderando 
riprodurli ; ne' momenti poi d'impazienza, ne' quali mi vedeva perdurare 
allo studio, mentr'egli, male avvezzo, non vi potea reggere, mi trovava 
freddo, apatico, tepido amico della libertà ; frequentava le riunioni della 
Società democratica, e tornato in casa mi recitava i discorsi che avrebbe 
voluto farvi e non vi avea fatti, perchè interrotto da altri oratori ; fi- 
niva poi spesso col dirmi che degli scrittori i quali non sanno suggel- 
lare con l'opera que' principii che professano, egli poteva far poca 
stima. Io sentiva che la frecciata veniva a me, ed una segreta vergogna 
veniva sempre a pungermi. Ma pur, che fare ? Se una guerra fosse in 
que' giorni scoppiata, certo io sarei i)artito senz'altro pel campo col mio 
giovine amico; guerra non v'era; che potevo io allora fare, per convin- 
cere me stesso che non mi mancava il coraggio? Io mi tormentavo dun- 
que in questi pensieri segreti, quando 1' amico mio partì per Torino 
ed arrivò in Firenze un celebre profugo rivoluzionario straniero. Era 
un bel parlatore; lo udivo spesso in una riunione di stranieri che fre- 
quentavo ; egli s'era avveduto come l'ascoltassi compiacente; non sa- 

RicoKDi Biografici l'i 



— 210 — 

peva ancora chi fossi ; domandò di me. Incominciò alfine una sera a 
rivolgermi in disparte la parola ; s'accorse che qualche cosa d'insolito 
s'agitava entro di me; mi chiese perch'io non fossi Massone. Risposi 
« perchè detesto tutte le società segrete, ed amo rispondere in pubblico 
d'ogni mio atto, che di nessun atto mio voglio poter arrossire ». E poi, 
aggiunsi « quello che i Massoni fanno non mi par serio abbastanza, o se 
sia serio veramente niente impedirebbe loro di rinunziare a quelle loro 
pompe orinai divenute ridicole ». Su questo punto^ il fuoruscito non pa- 
reva troppo dissentire da me ; ed anche sull'argomento delle società 
segrete volle pure concedermi un poco di ragione, ma per insistere 
quindi vivamente, che, in certi casi, ove si trattasse di preparare una 
immediata ed efficace rivoluzione, non si poteva far a meno di cospi- 
rare. « Ed a die prò, domandai io, la rivoluzione ? Per sostituire la re- 
pubblica alla monarchia ? È una parola che si sostituisce ad un'altra e 
nulla più, è un equivoco dove non si trasformi la società stessa ». « E 
a questo appunto intendiamo noi; per questo una società segreta si ordina; 
noi non facciamo questione di forme politiche; la sola questione sociale ci 
occupa e ci importa; noi vogliamo la rivoluzione sociale ». Il discorso 
s'accese allora e si protrasse a lungo su questo argomento; io tornai a 
casa con la febbre. Provai a mettermi in letto; non trovai il sonno; balzai 
e passeggiai due ore, interrogando sempre la mia coscienza; io volevo, 
con giovanile abbandono, sposar la rivoluzione; ma sentivo, al tempo stesso, 
ch'io non potevo, durando in un simile proposito, ricevere il pane da quel 
governo, che, come ogni altro governo^ nel mio fervore di neofita miravo 
a distruggere ; non volli esser vile; lanciai, in quella notte stessa, la mia 
sfida insolente al governo dando le mie demissioni, e per incominciare 
il primo atto rivoluzionario, improvvisai l'inno La sociale, che si stampò 
alla macchia, ed invitai i colleghi che la pensavano come me, a fare il 
medesimo eh' io avevo fatto. Io ero audace^ senza dubbio, nel muover 
loro un somigliante invito, ma non comprendo oggi ancora perchè tanti 
ne siano rimasti offesi. Io vituperavo pur que'soli che avendo il mio pro- 
posito di minar lo stato se ne lasciassero tranquillamente beneficare; evi- 
dentemente di tali non ve n'erano fra essi ; peggio dunque per me che ri- 
manevo solo; ma in che li offendevo io dunque se essi tali non erano? E fui 
abbandonato, deriso, calunniato; s'inventò che per dispetto contro il Mini- 
stero che non m'aveva voluto far titolare, io avessi tentato quel passo ; 
mentre il vero è che il Ministero m'incoraggiava sempre nel modo più 
lusinghiero, e che, s'io rimanevo pochi altri mesi appena in cattedra, 
m'avrebbe, secondò !a promessa, fatto titolare nell'anno stesso ; si volle 
da altri vedere in quell'atto un mio dispetto municipale di piemontese 
pel trasporto della capitale a Firenze, e non si considerò punto come, 
essendo io professore a Firenze, avrei dovuto più tosto rallegrarmi che 
dolermi di veder Firenze divenir capitale ; e non so che altre matte 
ragioni s'andarono inventando per condannare quella mia giovanile te- 
merità. Quella però che mi sentii più spesso sussurrare all'orecchio è 



— 211 — 

ch'io avevo fatto quel colpo di testa, per sola ambizione. Oh vanità di 
jTjudizii umani, pensavo io allora, e ripenso oggi ancora; dunque un 
giovane che a 24 anni siede onorato e blandito sopra una cattedra uni- 
versitaria, a cui tutto sorride nel principio della sua carriera, di cui 
tutti richieggono, con curiosità, e che lo stesso Gino Capponi si degna 
di visitare nel modesto suo studio, per dar coraggio ad un giovane in- 
telletto in cui si spera forse troppo, questo giovine, dico, che in una 
sola notte abbandona gli onori, i commodi della vita, lo splendore della 
vita pubblica, per farsi povero operaio, ed umile, oscuro gregario d'una 
società segreta, questo giovine sarà un ambizioso ? Io ho taciuto molti 
anni, ma io non ho ancora dimenticata la ingiustizia^ delle accuse, delle 
quali io sono stato vittima. Voi potevate bene chiamarmi illuso, ed anche 
compiangermi come un fanciullo, ma disprezzarmi per quell'atto, no, 
senza essermi ingiusti. Io non posso dunque ricordare quell'abbandono quasi 
universale in cui fui lasciato, senza sentire sempre al cuore, sdegno non 
già, ma sì una grave pena; e, per questo appunto che i più mi fuggirono 
come maledetto, sento maggiore la riconoscenza verso que'pochii quali 
mostrarono invece di comprendermi e di compatirmi, e più particolar- 
mente verso l'Amari, il quale, inteso appena come io avessi dato le mie 
demissioni, non pur non se ne offese, egli che pur era stato il primo ad 
eleggermi, ma corse sollecito al mio studio, e m'abbracciò lungamente 
ed in silenzio con le lajrrime agli occhi. Egli sentiva bene di non istrin- 
gere fra le sue braccia un vile. Sarebbe ora troppo lungo il dire quello 
ch'io ho veduto e più quanto che ho sofferto in quegli anni; certo, che, 
se, per un verso, non veniva a salvarmi dall'abisso la donna che ora 
mi è dolce compagna, e per l'altro la mia volontà di risorgere non mi 
richiamava a' miei libri come a suprema ancora di salvezza, a quest'ora 
la mia ragione si sarebbe smarrita, come veramente finì pazzo quel 
povero amico mio che si figurava d'essere un altro Mirabeau, o mi sarei 
perduto negli ultimi eccidii lacrimevoli di Parigi ; poiché, fremo nel 
dirlo, e nel ripensarvi, quella società segreta, della quale mi furono 
allora aperti i misteri, venne poco dopo a confondersi con quella molto 
più formidabile Internazionale, che riempie ora il mondo de'suoi pregiudi- 
zi e delle sue rovine. Ma, io lo ripeto, la mia compagna e i miei libri mi 
salvarono. Ritirandomi con orrore dalla scena politica, e salvandone que'soli 
principii che m'erano come innati, provvidi a riconquistare da capo col 
lavoro la mia cattedra perduta. Chiedere scusa non avrei potuto senza 
viltà; e di che poi? d'avere compiuto un atto che mi pareva e che 
mi par sempre ancora sia stafo unicamente onesto? volli più tosto ri- 
cominciare da capo, e rimettermi in via con la bissacela dell'oscuro sol- 
dato sulle spalle. Nel 1866, feci pertanto un corso libero di lezioni sulla 
mitologia vedica, un piccolo frammento del quale è il libretto sui 
Miracoli del Dio InrJra nel Rigveda ; nel 1867, un altro corso di epopea 
comparata, un saggio del quale sono Le fonti vedìche dell'epopea e Gli 
studii sull'epopea indiana ; nello stesso anno, pubblicai la mia Memoria 



- 212 — 

sui viaggiatori nelle Indie Orientali, la mia Piccola Enciclopedia in~ 
diana in due volumi, e La Rivista Orientale. Per crescere onore a me 
l'Amari consentì allora di scrivere nella mia Rivista ; e Mich 'le Cop- 
pino allora ministro e già mio maestro nell'Università di Torino, dopo 
avere, con molta benevolenza, assistito alla prima delle mie lezioni li- 
bere sull'epopea indiana, mi fece dichiarare alla seconda che dette le- 
zioni d'ora in poi sarebbero state ufficiali. Così ripresi il mio posto 
volontariamente perduto, dopo una viva e non breve battaglia, con la 
virtù del lavoro; e, mentre in questa battaglia ostinata che combattevo 
da solo, stando sempre ritto, mi vidi da molti che un tempo mi si di- 
cevano amici voltar crudelmente le spalle, e sentii in più occasioni le 
insidie che i malevoli m'aveano teso per impedirmi di risorgere, debbo 
benedire Mich-ìle Amari e Michele Coppino, di cui l'uno sostenne, l'altro 
premiò il mio coraggio perseverante, inspirandomi entrambi nell'animo 
un sentimento di viva riconoscenza che potrà estinguersi, con la vita 
soltanto, e ch'io ho tentato significare come potevo meglio, dedicando 
loro quel libro mio intorno al quale parami d'avere speso le mie cure 
migliori. 



X. 



PIETRO GIANNONE. 



Quasi ogni grande popolare rivolgimento politico de' tempi mo- 
derni ebbe il suo poeta popolare; Rouget de l'Isle, Chénier, Vi- 
ctor Hugo in Francia, Kòrner, Herwegh e Freiligrath in Germa- 
nia, Riga in Grecia, Riego in Ispagna, Petòfi in Ungheria, Re- 
leieff in Russia, Mickiewicz in Polonia, hanno, in parte, precorsa, 
in parte accompagnata col canto la redentrice rivoluzione della 
loro patria. Il simile accadde nel secol nostro in Italia, ove due 
furono le grandi rivoluzioni, quella degli anni 1820 e 1821, e 
quella del 1848. E, come quest'ultima contò in Alessandro Poerio 
ed in Goffredo Mameli due vati eroi, cosi quella del 1820 e 1821 
suscitò parecchi poeti che, per la massima parte, nelle carceri o 
nell'esiguo scontarono il delitto d'avere molto amata e svegliata 
per tempo dal suo sonno di schiava la patria. Il nome di ciascuno 
di questi poeti è ora sacro all'Italia ; e quasi ogni provincia della 
penisola diede allora il suo e taluna più di uno e di due; Napoli 
Gabriele Rossetti, il Piemonte Silvio Pellico e l'avvocato Ravina, la 
Toscana Bartolommeo Bestini, la Lombardia Alessandro Manzoni, 
Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet; le Marche Gia- 
como Leopardi; l'Emilia Pietro Giannone. 

Due soli di questi antichi precursori della libertà d'Italia son 
vivi; dell'uno ho già detto quello che l'animo commosso di rive- 
renza mi dettava. Dirò poche ma egualmente sentite parole del- 
l'altro. 

Or volge intorno al secondo sopra l'anno ottantesimo, nasceva Pie- 
tro Giannone in Campo Santo presso Modena, di esule padi'e na- 



- 214 — 

poletano che morì, mentre egli era ancora bambino, e di madre egual- 
mente napoletana. Gli anni dell'infanzia e della fanciullezza egli passò 
fra le montagne dell'Apennino, che divide la provincia di Modena 
dalla Toscana, a Pievepelago, ed in quelle libere aure si destarono 
insieme il libero italiano e l'inspirato poeta. Egli ricorda ancora 
quelle montagne, in una specie di sua Selva poetica, che si con- 
serva tuttora inedita, intitolata Le 7nmembranze. Que'versi furono 
scritti dal Giannone a sfogo di malinconia, nel 1821, mentr'egli era in 
prigione a Modena, e scritti su le mezzane dell'impiantito del carcere, 
col carbone; poi mandati a memoria; poi cancellati; poi trascritti 
dalla fida memoria sulla carta, negli anni dell'esigilo. In que'versi 
scorrevoli ed abbondanti e talora vivi, che vogliono tuttavia essere 
considerati meglio pel merito della sincera trasparenza che nella loro 
singolare ed improvvisa creazione hanno serbata, che per qualche 
loro singoiar pregio letterario, egli ricorda cosi le materne mon- 
tagne : • 

Quant'orma in me lasciar, quanto desio 
' 1 I' I luoghi alpestri in cui 
Vissi fanciullo, e ch'io 
Veggio ancor, sì colpito in cor ne fui ! 
Non sol l'aure serene, 

I sonori torrenti, i cheti fonti, 
Le selve d'un orror sacro ripiene. 
Gli antri, le valli, i monti. 

Ma le nevi, ma i venti e le tempeste. 
Ma i tuoni ripercossi infra le rupi, 

II lungo urlo de' lupi, 

E fin le storie degli antichi estinti 
Dalle tombe respinti 
. ' A spaventar colpevoli impuniti; 

Fin delle lamie immiti 
Le cruenti malìe, 
E delle madri pie 
La trepid'ansia di sottrarre i figli. 
Agli oscuri perigli, 
Tutto alla fantasia, 
L'ali impennava e strada al cor s'apria. 

Né la natura soltanto, ma la madre gli fu pure, oltre che amante 
ed amabile educatrice, gentile inspiratrice di carmi, avendogli essa 



— 215 — 

rivelato i cari secreti delle muse ; egli perciò, dalla prigione, la 
rammentava cosi: 

Sposando intanto il suon dell'arpa ai carmi 

Del vate della bella avignonese 

E di lui che cantò gli amori e l'armi. 

Di tanto ardor m'accese 

Quella gentil che gli occhi al di m'aperse, 

Che d'allor tutto quanto a me s'offerse 

Mi parea palpitar d'arcana vita ; 

E de' futuri casi 

Presentendo il venir, la mente ardita 

Parea crearli quasi. 

Ma dall'Ariosto col gusto de'carmi, il giovinetto Giannone avea pure 
appreso l'amore dell'armi, e poiché Marte e Venere si sorrisero 
6'empre, anche il precoce giovinetto modenese, in mezzo alle battaglie 
sostenute negli anni 1808 e 1809, come volontario, tra le guardie 
cosi dette dipartimentali, armatesi contro le bande brigantesche 
le quali infestavano allora l'Apennino, e poi, nell'esercito napo- 
leonico, all'assedio di Mantova, cercò ed ottenne piìi d'un sorriso 
dalle belle. A quel tempo risale pure la conoscenza che il Gian- 
none fece di Ugo Foscolo, ch'egli dovea pili tardi rivedere come 
esule a Londra. Caduto il Regno d'Italia, Pietro Giannone lasciò 
la milizia e si volse in traccia di miglior fortuna alla terra de'suoi 
padri ; in Napoli s'incontra col gentilissimo cantore della Pia 
Bartolommeo Sestini, e col fatidico Gabriele Rossetti, allora Di- 
rettore del Museo delle Statue, entrambi portentosi improvvisa- 
tori. Incomincia con l'ammirarli e, dotato di memoria prodigiosa, 
fra le grandi meraviglie degli astanti (colti ufficiali di marina 
e d'animo assai liberale, che frequentavano il Rossetti), ricorda 
per intiero ed a puntino, appena uditili, i loro più bei canti im- 
provvisati. Così ci furono conservate le stupende ottave improv- 
vise del Rossetti su Annibale alle Alpi e Tullia die spinge il coc- 
chio sul padre Tarquinio (1). Ma un giorno che il Giannone si 



(I) È pure alla memoria del Giannone che si deve la vita e la popo- 
larità di quel pateticissimo canto che Francesco Mirelli, conte di Consa 
e principe di Tcora (padre di quell'altro principe di Teora che morì 
pure in duello a Napoli, or sono pochi annij ferito, credevasi mortai- 



— 210 — 
reca al Museo delle statue, ove si trovavano già il Rossetti ed il 
Sestini, questi due valenti poeti avendo avvertito la facilità con 
cui il loro amico scriveva versi, gii si mettono intorno e gli fanno 
premura perchè improvvisi anco lui ; il Giannone per un po' si 
schermisce, avvertendo com'egli avrebbe dovuto esercitarsi assai 
prima in quell'arte, e aggiugne che s'egli avesse solo alcuni anni 
innanzi intesi lor due, forse gli sarebbe bastato l'animo di tentar 
quella sorte ; ma il Rossetti non lo lascia tranquillo, *e vuole ch'ei 
provi, e, senz'altro, lo porta innanzi alla statua del Gladiatore mo- 
ribondo, gridandogli : « A te, improvvisa » Il Giannone messo sul 
punto, lo vince, fra gli applausi degli amici, che lo assicurano egli 
potrebbe oramai fare co' versi quello che più gli piacesse. E al- 
lora 1 tre amici improvvisano insieme con bella gara, e con mi- 
rabile successo in private adunanze ; fra le altre cose, essendo per- 
venuta loro la notizia che lo Sgricci a Roma avea improvvisato 
anche tragedie con cori, ne improvvisano una ancor essi, ed è un 
nuovo Bruto Primo (il soggetto era stato scelto dagli ufficiali 
della regia marina !); occorrono quattro personaggi, e vien eletto 
quarto il modenese Morselli, che improvvisa egli pure con rara 
facilità ; il Giannone sostiene la parte di Tiberio Bruto, e oltre a 
ciò, improvvisa e canta i cori de' guerrieri ; il Bestini recita il 
Tito Bruto e canta i cori delle donne. L'uditorio applaude anche 
a quell'arduo esperimento. 

Ma, intanto altre più gravi cure sopravvenivano; la rivoluzione 



mente, in duello, dal marchese Crescimanno palermitano, improvvisava 
fra le lacrime degli astanti e della madre, credendosi vicino a morte. 
Dolcissime fra le altre e mirabili come improvviso le seguenti tre stro- 
fette : 

Quando verrà sul colle 

La nova primavera, 

Teco a vagar la sera 

Sul colle io non verrò. 
E quando il sol dal monte 

In sua beltà si estolle, 

Mi chiamerai dal colle, 

Né ti risponderò. 
Volgi su l'erta rupe, 

Madre diletta, il passo, 

A piangere sul sasso. 

Nel quale io dormirò. 



— 217 — 

napoletana s'apprestava, ed era imminente ; trattavasi soltanto di 
comunicare il fuoco sacro de' carbonari alla provincia; il Sestini 
si recò pertanto in Sicilia, il Rossetti percorse il napoletano ; il 
Giannone s'avviò verso la Lombardia passando per Roma. L'Eterna 
città era allora piena del nome dell'improvvisatore Sgricci, uomo 
d'ingegno straordinario, ma d'animo basso e vile, che non alzò 
mai il suo improvviso a cantare la patria, che anzi in parecchie 
occasioni vituperò e tradì la sua patria codardamente. Il Gian- 
none ebbe il coraggio di presentarsi come improvvisatore al Tea- 
tro Valle di Roma, su la scena stessa de' trionfi dello Sgricci, 
per ricordare la grandezza di Roma ai Romani e la necessità di 
farla risorgere. Dagli spettatori di quell'Accademia, fu serbata 
memoria fra l'altre di una strofa che, accolta allora con frenetici 
applausi dall'uditorio, onorava insieme il coraggio civile del poeta 
che cantava e del pubblico che applaudiva. La strofa improvvisa 
diceva così: 

Benché l'Aquila regina 

Sia volata ad altro lido. 

Pur vi resta ancora il nido, 

E potrà tornarvi ancor. 

E v' è tornata di fatti. 

Lasciata Roma, si recò il Giannone in Lombardia, per mettersi 
d'accordo con quei liberali intorno all'attitudine da pigliarsi in- 
nanzi agli avvenimenti di Napoli; ma giunto a Lodi vi fu, a mo- 
tivo della sua provenienza da Napoli, arrestato all'albergo, e guar- 
dato a vista. Ma, per fortuna, la provvida madre di lui, avendo 
trovato modo di sottrarre tutte le carte assai compromettenti che 
egli recava nella sua valigia, egli venne semplicemente bandito e 
respinto al confine àe' felicissimi ciommii, e costretto a rientrare 
nel Modenese, dove, appena giunto, per delazioni private, fu 
messo in carcere. Liberato poco dopo, per non farsi come dice- 
vasi, luogo a processo, egli rimaneva incerto sul partito da eleg- 
gersi tra la fuga o il rischio d'una seconda prigionia, quando il 
passaggio per Modena dell'esercito tedesco condotto dal Frimont 
che marciava contro i costituzionali di Napoli risolvette quei 
dubbi, ricacciandolo, come supposto autore dell'inno di Rossetti Sei 
pur bella cogli astri sul crine, in prigione, ove rimase un anno, 
ed ove scrisse, fra l'altro, quelle Rimembranze che ho di sopra 
rammentate, dove si leggono molti versi coraggiosi fino alla te- 
merità. Il poemetto, per esempio, incominciava cosi : 



— 218 — 

Se l'ira d'un potente 

Col carcere severo 

Per me chiude il presente 

E gli atti inforsa dell'età futura, 

Corri almen nel passato, o mio pensiero, 

E non t'infreni il volo 

Di troppo osar paura. 

Dante vi era già cantato come profeta dell'unità italiana : 

Deh, sommo Dio ! ch'ami l'Italia tanto. 

Concedi alfin che il suo maggior poeta 

Abbia non solo il vanto 

Di suo legislator, ma di profeta f 

Ei lesse nel futuro 

Certi i presagi di più lieta sorte 
». E d'un guardo sicuro 

Donna di sé la vide ed una e forte. 
/ I suoi versi immortali 

Meditando, la mesta 

Che a compirne il pensier già s'aflatica. 

Animosa ridesta 
' Gran parte in sé della virtude antica. 

Già con ardir felice 

Crede al suo vate e spera 

Che il mistico vestir di Beatrice 

Sarà la sua Bandiera. 

E con questa fede viva nel risorgimento italiano per cui veniva 
a congiungersi nel 1821 col Manzoni, e alcuni anni dopo con 
Giuseppe Mazzini, uscito nel 1822 di carcere, andava, scacciato 
dal tiranno di Modena, in esiglio. Visitava, improvvisando, la 
Francia e poi l'Inghilterra, ove disponevasi ad aiutare il Foscolo 
ne'suoi lavori sopra la Divina Commedia, e per la larga ospita- 
lità degli inglesi (delle signore inglesi, in ispecie le quali appren- 
devano l'italiano senza averne né voglia né bisogno, unicamente 
per venire in aiuto ai nostri esuli) stava per farsi una condizione 
abbastanza agiata se non del tutto indipendente, quando un fiero 
morbo l'assalse, per cui, divenutogli incomportabile il clima di 
Londra, dovette nuovamente riparare a Parigi, ove, salvi gli anni 
passaci in Corsica (1832 e 1831), visse poi di continuo lino al 1848, 



— 219 — 
onoratissimo fra gli esuli repubblicani, che lo elessero prima vice- 
presidente e poi presidente dell'associazione italiana. Stando a 
Parigi, il Giannone ordinò e spedi in Italia la legione italiana 
dell'Antonini, composta di cinquecento uomini, alcuni dei quali 
perirono poi nelle battaglie del 1848, altri nella difesa di Vene- 
zia, altri furono incorporati nell'esercito toscano ; ordinata e spe- 
dita la legione, venne egli stesso in Italia; a Modena lo elessero 
bibliotecario; ma non parve a lui quello il tempo di seppellirsi 
fra i libri, e però egli si condusse in Toscana, ove il Montanelli 
ed il Guerrazzi lo elessero segretario dell'ambasciata toscana a Pari- 
gi. Rovinate le sorti d'Italia, il Giannone rimase in esigilo, tino al 
1861, anno in cui, provveduto di una modesta pensione nazionale 
che, con pensiero gentile, il Dittatore dell'Emilia Carlo Luigi Fa- 
rini gli avea fatto decretare nel 1859, venne a vivere in Firenze 
il resto de'suoi giorni, affranto forse più dai patimenti lunghi e 
diversi, che dagli anni già molti. Chi abbia letto l'Esule sa quali e 
quanti siano stati que'patimenti: e quanto maggiori essi furono, piìi 
deriverà cagione d'ammirare un uomo che in una vita cosi lunga 
e dolorosa non si piegò mai a nessuna viltà, non perdette mai la 
fede nella risurrezione della patria e, come potè, ridonò coraggio 
a chi l'avea perduto, ne aggiunse a chi poco ne avea, ed esule, 
consolò gli esuli non solo, ma infiammò la speranza nel petto degli 
italiani rimasti in patria. Rammentiamo le date, che nel caso no- 
stro, sono preziose; il poema dell'Esule che die principalmente gloria 
al Giannone, fu composto in gran parte a Osambray (paesello fran- 
cese fra Dieppe e Beauvais) innanzi l'anno 1825. Il 21 giugno 1827 
l'autore lo dedicava da Londra ad un anonimo amico italiano che 
faceva ritorno in Italia; lo stampava nel 1829 a Parigi presso il 
De Laforest, poco innanzi che apparissero presso lo stesso editore 
le Fantasie di Berchet, e accompagnavalo di note divinatorie 
piene di eloquente coraggio. L'Esule fu ristampato in Firenze, 
presso la Tipografia del Giglio nell'anno 1868, con ritratto del- 
l'autore e dedicato al generale Garibaldi. Gli amici editori vi 
premisero le seguenti adatte parole che mi giova qui riprodurre: 
« L'Esule fu per molti il Credo della fede nazionale ; la gioventù 
sentì fremersi il cuore di altissimo entusiasmo, e anelò alle re- 
dentrici battaglie, da cui doveva il popolo italiano uscire libero e 
forte. Garibaldi stesso confessa di avere in sua gioventù attinto 
a questo libro gran parte di quel patrio amore, che lo ha fatto me- 
raviglioso fra le genti. La missione del libro, più che oziosamente 
letteraria, era tutta emancipati'ice ; era la missione dell'alere 



— 220 — 
flammam, nella quale, dopo Alfieri e Foscolo, l' Italia ebbe altri 
apostoli nel Berchet, nel Niccolini, nel Leopardi, nel Guerrazzi, 
nel Giusti. Con questi forti del pensiero e della parola il cantore 
àeW'Esule s'associa. Il Vendicatore, pari ad un tetro fantasma, 
ci passa dinanzi fiero, implacabile. Esso ha un atto di giustizia 
da compiere ; e, quando quest' atto è compiuto, egli sparisce a guisa 
di una visione che per un tratto di tempo ci tenne l'anima occu- 
pata sotto il peso di un incubo arcano e spaventoso. » Nelle pa- 
role premesse dall'autore alla seconda edizione dell'Esule, egli 
confessa d'avere spesso sacrificato al cittadino il poeta, subordi- 
nando l'arte alla politica. Ciò vuol dire che questo poema non 
vuol esser giudicato alla stregua ordinaria de'componimenti lette- 
rarii, ma pur non toglie che sia sparso qua e là di bellezze arti- 
stiche di prim'ordine, perchè il poeta trae la maggior nobiltà del 
suo ingegno dall'eccellenza dell'animo, che sola è capace d'arri- 
var talora a dir cose sublimi. E cosa tutta sublime mi sembra 
una delle poesie inedite del Giannone che accompagna la seconda 
edizione àeWEsule. Fu scritta nel 1833 a Bastia, per consolare 
Massimo de'Conti Caccia nella" morte della sorella Chiara, e s'in- 
titola : La Visione. È scritta come le Visioni del Varano in ter- 
zine; ma, se quelle son belle, questa del Giannone mi sembra 
bellissima, onde mi dolgo che pochissimi in Italia ne abbiano finora 
notizia, e manifesto il voto che i futuri compilatori di antologie (in 
ispecie d'antologie femminili) ne facciano lor prò, affinch'essa di- 
venga popolare. E un sincero credente che vi canta; e la fede 
del poeta se anche non abbia la virtìi di portare a credere chi 
consideri altrimenti il principio, le ragioni e il fine della vita, 
solleva certamente ogni lettore in un mondo morale e in un mondo 
poetico altissimo, ove l'animo e l'intelletto insieme soavemente si 
riposano. Io recherò qui intanto le ultime terzine della Visione, 
sicuro che esse invoglieranno il giovane lettore a cercare le al- 
tre. L'anima della Chiara apparsa in visione al poeta, si congeda 
cosi da lui : 

e la beata 

Che al volto mio del mio pensier s'accorse, 
La bella faccia verso me levata. 

Col riso che si ben s'accorda al pianto 

Di persona dolente e rassegnata, 
« Deh I mi dicea, non t'ammirar di tanto. 

Che in ciel nasce e si svolge ogni buon seme, 

E la pietade è puro seme e santo: 



— ^221 — 

Né quivi, allora che per voi si geme, 
Nostra felicità però minora; 
Posson gioia e pietà vivere insieme. 

Questo ripeti alla mia dolce suora. 
Questo ripeti al padre ed al germano, 
Questo alla madre mia ripeti ancora. 

Non scenderà questa certezza invano 
Per consolarli e crescer la costanza 
Che lor bisogna nel viaggio umano. 

Di'lor che ferma e certa è la speranza 
Di riunirci, e lungo par, ma, corto 
Non solo, un punto è '1 tempo che ne avanza. 

Vive quassù chi sulla terra è morto; 
Quindi d' ogni caduco incarco sgombra 
L' alma in essa non cerchi alcun conforto : 

Che tutto quanto il cor dell' uomo ingombra, 
Tranne quel senso che gl'intima il bene, 
E vano sogno, anzi, d' un sogno è l' ombra. 

La gloria stessa che dall'opre viene. 
Se per meta non ha 1' utile altrui, 
Soltanto a danno suo dall' uom s'ottiene. 

Quanto fia meglio il poter dire: « Io fui 
L' oppresso, e questi 1" oppressor mio crudo : 
Giudica tu fra me. Signore, e lui. » 

Oro, onori, poter son vano scudo 
Fuor le leggi del tempo, ed il mortale 
Convien che scenda alla sua tomba ignudo. 

Sudar per essi ad altro, oimè ! non vale. 
Che a contristar chi Dio ti fé simile 
E a far maggior di te chi t' era eguale. 

Tu dunque, e qualunque altra alma gentile. 
Non r obliate, e dal viaggio mio. 
Raccolto avrò pel ciel frutto non vile. » 

Parlando, in me d'udir crescea desìo. 
Ma tacque ; e d' un tal riso indi ridea 
Che offria l' impronta d'un estremo addio. 

E in quel punto si lunge a me parea. 
Che l'occhio intento la scorgeva appena: 
Eppur neir atto immota io la vedea. 

L'aria intorno men lucida e serena 
Si fea più sempre, ed era il suon cessato. 



— 222 — 

Che pria s'udì con armonia si piena; 
E già quel dolce aspetto a me celato 

Erasi, come se il coprisse un velo : 

Oimè ! sovra la terra era io tornato, 
E la beata era rimasta in cielo ! 

Qui fantasia ed affetto si sono alzati insieme; il poeta canta 
veramente inspirato, perchè l'uomo interiore lo inspira. E que- 
st'uomo è tutto buono; il Vannucci che fin dal 1848, gli dedicava 
i suoi Martiri della Libertà Italiana, e che in capo a molti dei 
capitoli del suo bel libro, cita i brani più appropriati (ìeW Esule, in 
una nota, lo chiama uomo angelico, e dice averne avuto tali 
prove, che non può pensarvi senza sentirsene commosso. Ed il 
volto di Pietro Giannone, e la sua parola, spirano quella stessa 
bontà che vien fuori dalle sue opere, dalle scritte come dalle ope- 
rate. Perciò quella serenità di pensiero che anco in mezzo ai tra- 
vagli d'una malattia lunga e tormentosa, mai non lo abbandona. 

Giovine italiano che arrivi nella città di Dante, giovine fioren- 
tino che passeggi le vie glorio'se della tua città, concedimi di la- 
sciarti un ricordo: se t'imbatterai ne' dintorni dell'Annunziata in 
un cieco di alto, severo e maestoso aspetto, che, in silenzio, per 
non turbarne le gravi e pensose malinconie, un servo guida, sco- 
priti ; quegli è Gino Capponi. Se t'incontrerai presso il Gabinetto 
del fu Giampietro Vieusseux in un vecchio ricurvo, di cui la mente 
s'inalza a Dio, quanto il capo già stanco sembra chieder riposo 
alla terra, scopriti ; egli è l' educatore Lambruschini. Se nelle 
prime ore del pomeriggio passeggerai il Lungarno alle Grazie, e 
vedrai da una povera casetta uscire con un bastoncello in mano 
un vecchio cieco venerando, e attraversare la via, e accostarsi al 
parapetto e costeggiarlo, come chi cerchi un resto di luce e di 
calore al sole, scopriti; egli è il letterato Tommaseo. Se nelle tue 
passeggiate, ti accadrà d' arrivare fino al parterre di porta San 
Gallo, muovi innanzi altri due passi, verso il Mugnone e soffer- 
mati sul così detto Ponte Rosso ; volgendoti a destra, riposa lo 
sguardo sulla prima casa che subito ti si affaccia e che costeggia 
la via Faentina ; dal secondo piano di essa si sporge un terraz- 
zino ornato di fiori; le imposte ne sono quasi sempre socchiuse; 
di là entra un tenue filo di luce nella stanza, ove abita Pietro 
Giannone. Quel tenue filo di luce gli porti pure un vostro pio 
saluto, giovani gentili; egli non può, pur troppo, più discendere 
su la via a rendervene grazie; ma, credetelo, egli vi ama, e in voi 



— 223 — 

spera e dalla sua cameretta, in cuor suo, ogni giorno vi benedice; 
miei giovani valenti, cercate la benedizione di un cosi santo vec- 
chio; essa fa bene; egli è, finalmente, di que'pochi i quali potreb- 
bero, se al valore non aggiungessero pure una pudica, innata 
modestia, con serena coscienza, ripetere, variando il motto dei 
predicatori cattolici, a ciascuno di noi: fate quello che dico, poi- 
ché quello che dico, io 1' ho anche fatto. 



XI. 



ATTO VANNUCCI. 



Vivendo in Piemonte io ho creduto per qualche tempo il Van- 
nucci un romano; non so ben come, ma credo quella maschiezza e vi- 
rilità severa e tacitesca della sua prosa me lo facessero creder tale; 
non conoscevo ancora la Montagna Pistoiese, né avevo allora av- 
vertito come, se la Toscana fa pochi miracoli, li sa far grandi; ora 
invece mi persuado assai bene come una eccezione quale il prosa- 
tore Vannucci potesse sorgere naturalmente accanto a quell'altra 
grande eccezione che fu il poeta ùeìY Atvialclo. La natura è so- 
vrana nella sua virtù privilegiata de' contrasti; essa che creò la 
donna presso l'uomo, dovea pure nella terra delle arti gentili 
educare i più forti ingegni d' Italia. 

Il primo a ftirmi amare lo storico generoso de' martiri fu un in- 
felice ed eletto ingegno genovese, morto nel 1860, sul fiore degli 
anni, l'abate Luigi Chicchero, che lo aveva avuto a maestro e 
che ritraeva in parte nelle sue prose della nobiltà e fierezza che 
spirano in quelle del suo istitutore (1). 

Fra Pescia e Firenze era prima dell'anno 1840 una specie di via 
crucis degli studii liberali; ogni capelletta aveva il suo degno mi- 
nistro e il suo santo; a Pescia faceva capo il Giusti, a Firenze 
Gino Capponi, e per la via s'incontravano Giuseppe Arcangeli, 
Atto Vannucci, Enrico Bindi (non traviato ancora in quel tempo 



(1) Veggasi fra gli altri scritti di lui, il proomio alla Storia del Ri- 
sorgimento della Grecia di Mario Pieri, nell'edizione di Torino. 



22 

dall'ambizione di una mensa arcivescovile), Giuseppe Tigri, e gli 
altri che alimentavano con essi ad una 1' amor delle lettere con 
quello della patria. Il collegio Fortiguerri di Pistoia, e il collegio 
Cicognini di Prato non erano meno focolare di buoni sentimenti 
italiani che di forti studii. 

Atto Vannucci, l'uomo in Toscana che, dopo il Capponi, meglio 
riproduce le tre virtù che Ugo Foscolo ammirava nel giovine Nic- 
colini, cioè i santi costumi, l'anima italiana ed il nòbile ingegno, è 
nato a Tobbiana in quel di Pistoia il 1" dicembre dell' anno 1808. 
Nella sua città nativa iniziò e compì i suoi studii letterari sotto la 
disciplina del valente Silvestri. Lo accolse da prima il seminario, ma 
noi fece suo; come egli sciolse veramente il volo all'ingegno, divenne 
impaziente di ogni vincolo religioso che gli contendesse il libero 
esercizio della parola, e fu tra que'pochi generosi liberti, i quali, ri- 
vendicandosi a sé stessi, non serbarono impronta alcuna di quella 
untuosità, caratteristica di una cosi gran parte dell'ateo clero ita- 
liano. Nell'anno ventesimo terzo egli fu eletto professore di umane 
lettere, e piìi tardi di storia nel collegio Cicognini di Prato, ove 
cooperò pure elìicacemente a quella modesta ma considerevole e co- 
raggiosa intrapresa che fu l'edizione de'classici latini dell'Alber- 
ghetti, intorno alla quale, oltre al Vannucci, lavoravano l'Arcangeli, 
il Tigri ed il Dindi d'una volta. Per quanto una edizione di classici 
latini sembri ora una cosa molto umile e preSsapoco insignifi- 
cante, può anch'essa avere la sua importanza secondo la mente di 
chi la dirige e prepara, e l'ordine tenuto nelle note e ne' discorsi 
proemiali che accompagnano i testi più antichi, e il tempo ancora 
in cui l'edizione si produce. Sotto il governo Lorenese erano in 
fiore (e ripullulano ora sotto il nuovo regno de' Paolotti) nelle 
scuole i testi latini annotati, ad uso del buon giovinetto cristiano, 
dai fratelli delle Scuole Pie; l'editore Alberghetti, di Prato, ebbe 
allora il coraggio d'imprendere a ristampare que'testi medesimi 
ad uso del giovinetto italiano. Da que'discorsi proemiali trasse 
poi quindi animo il Vannucci a proseguire i suoi studii critici 
sulla letteratura latina, frutto de'quali è quel prezioso volume di 
Studii storici e morali intorno alla letteratura latina (1), che 



(1) La prima edizione apparve a Torino nel 1854; una seconda edizione 
molto ampliata e attentamente riveduta dall'autore ne pubblicò a To- 
rino stessa l'editore Ermanno Loescher nello scorso anno. 

Ricordi Biografici 15 



— 226 — 
educò a liberamente sentire tanta parte de'nostri giovani studiosi 
delfantichità. Il Vannucci scopre al giovine lettore 1 pregi e i 
difetti dello scrittore, ma, più ancora, con linguaggio magnanimo, 
le virtù ed i vizii che ogni grande scrittore latino rivela. Il suo 
libro è però tra gli ottimi lavori educativi che si possono sempre 
con piena sicurezza metter fra le mani de'giovani, i quali da 
quella lettura usciranno certamente più colti, ma , ciò che massi- 
mamente importa, più onesti e generosi. Il Vannucci studiò sempre 
l'antico; ma, più che per un gusto d'archeologo, per innamorare 
la crescente generazione di quelle maschie figure che l'antichità 
ci ha conservate intatte, e per frustare a sangue la prepotenza 
de'nuovi padroni e l'ignavia de'nuovi servi, sotto specie di flagel- 
lare antiche infamie e codardìe. La sua parola toglie le immagini 
di lontano; ma egli ha lo sguardo intento negli occhi de'suoi gio- 
vani ascoltatori, a cercare entro di essi il sussulto di un' anima 
che internamente si ribella ad ogni viltà. Ed un valore educativo 
ebbero poi tutte le altre opere del Vannucci ; cosi la sua me- 
moria anonima intorno alla vita e alle opere di Giuseppe Mon- 
tani (1) (l'Ercole della vecchia Antologìa), ove la tenerezza del 
rimpianto non gli impedisce d'adoprar linguaggio virile, per ram- 
mentare le cagioni nefande che condussero la soppressione di quel 
giornale glorioso; gli scritti dettati per la Guida dell'Educatore, 
fra i quali è un'opera intiera, che uscì poscia in due edizioni delle 
quali l'ultima notevolmente accresciuta (±), cioè i Primi tempi 
della libertà fiorentina, ove la parola armata, suona sempre ita- 
liana, vuoi per la forma (che gli meritò l'onore di essere eletto fra 
gli accademici della Crusca), vuoi pel sentimento; ed è spesso dal 
Vannucci lanciata a traverso la storia come un fulmine; gli scritti 
deposti yìqW' Arcliivio Storico; gli articoli scritti nel 1848 pel gior- 
nale di Giuseppe La Farina intitolato 1' Alba; i discorsi proferiti 
come deputato al Parlamento Toscano e come oratore del Governo 
presso la Repubblica romana; i Martiri della libertà italiana, una 
specie di storia del nostro eroismo (3) che fece battere fortemente 
il cuore ai nostri vecchi patrioti, i quali vedevano ricordate con am • 



(1) Capolago 1843. 

(2) Firenze, presso Felice Le Monnier, 1853 e 18G1. 

(3) Ebbe finora cinque edizioni ; l'ultima ò di quest'anno, e uscì a 
Milano nella Biblioteca Utile del Treves, in un grosso e fitto volume di 
000 pagine. . 



— ^27 — 
mirazione le loro sofferenze per la patria e il martirio de'loro com- 
pagni, ed ai giovani che traevano dai magnanimi esempii de' pa- 
dri propositi virili; la erudita, eloquente, talora inspirata Sfo- 
ria dell' Italia antica, (i) intrapresa a stamparsi in Firenze fin 
dall' anno 1846, e compiuta in terra d' esigìio (ove fu cacciato 
dagli avvenimenti del 1849 ; (2) costretto a fuggire i processi di 
Toscana, cercò rifugio ora in Francia, ora in Inghilterra, ora 
nel Belgio, ora nella Svizzera, dove negli anni 1852 e 1853 pro- 
fessò storia universale, finalmente in B' rancia per la seconda 
volta, fino al 18Ò6, anno in cui ripatriò a Firenze); la Rivista di 
Firenze, fondata nel 1857 e protratta fino al 1850, con l'intento 
medesimo che si propone l'odierna Rivista Europea, di seguire in 
Italia e fuori l'ingegno e il pensiero italiano; i due volumi di 
Ricordi della vita e delle opere di G. B. Niccolini (3) di cui egli 
era insieme l'alunno, l'amico e il confidente più intimo, e più de- 
gno; e finalmente i Proverbi latini illustrati, ai quali, già aguzzi 
per sé, egli drizzò più ancora la punta per farne uno strumento 
di educazione civile. Qual vita or dunque meglio spesa di questa 
del Vannucci? E qual meraviglia se, dopo tanto ostinato lavoro 
fatto con animo sempre agitato da speranze e timori, da sdegni 
ed amori tremendi, l'illustre storico pistoiese ora ne senta al- 
quanto la gravezza, e rifugga, sdegnoso insieme e verecondo, da 
ogni nuovo cittadino tumulto, e da ogni troppo viva preoccupazione 
politica? 

Inaugurato per sempre il governo nazionale in Italia, egli fu 
successivamente eletto bibliotecario della Magliabecchiana, pro- 
fessore di letteratura latina all'istituto di studii superiori, se- 
natore del regno, commendatore dell'ordine di SS. Maurizio e 
Lazzaro, ed in questi ultimi giorni, delegato governativo alla sopra- 
intendenza amministrativa dell'istituto di studii superiori, insieme 



(1) La prima edizione vide la luce in Firenze presso la Poligrafia 
italiana, 1846-1855; la seconda, dedicata ad Ariodante Fabretti, in Fi- 
renze presso il Le Monnier, 1863 e 1864. Una terza edizione molto ac- 
cresciuta, con numerose e interessanti illustrazioni eseguite dal Cavetti, 
n'esco ora per dispense a Milano presso la tipografia già Domenico 
Salvi. 

(2) Il Pitrè ricordò pure ne' suoi Profili che il Vannucci a Roma fu 
imprigionato dai francesi; tale notizia non ha fondamento. 

(3) Firenze, Le Monnier, 186G. 



— 228 — 
con Federico Menabrea e con Carlo Burci. Ebbe in sua vita numerosi 
e caldi amici; gloriosi fra gli altri il Niccolini alla memoria del quale 
egli inalzò un degno monumento, ed il Giusti il quale, nel 1844, 
stimandosi in fin di vita, voleva a lui solo raccomandata la pro- 
pria memoria : « Se qualcuno ha da parlare, gli scriveva, parla 
tu come sei solito; almeno sapranno il vero; » questo parmi il 
più boli' elogio che possa farsi di uno scrittore ; ed il Vannucci 
l'ha ben meritato, egli che avea scritto per tempo sulla sua ban- 
diera il bel motto di Ugo Foscolo ; vUam impendere vero. 



XII. 

ANTONIO RANIERI. 



Anche l'amicizia ha nelle lettere i suoi fasti gloriosi, ed in 
questi fasti risplende purissimo il nome di Antonio Ranieri, al 
quale, se alcun altro proprio merito insigne non s'aggiungesse, 
potrebbe bastare la gloria d'avere, col suo fido affetto, temperato 
le estreme amarezze alla vita d'un grande italiano. Quella specie 
di calma e direi quasi serenità con la quale il desolato genio re- 
canatese s'accostò al sepolcro, è merito particolare de' sentimenti 
soavi che seppe svegliare in esso il giovine e tenerissimo amico 
napoletano, quasi riconciliandolo, per mezzo dell'amicizia, col destino 
e con gli uomini. Belle opere scrisse il Ranieri, ma, sovra ogni cosa, 
egli seppe compiere nella sua vita, con rara modestia, un'opera tanto 
buona che quasi si può dir grande. Egli fece, per più di sei anni, da 
infermiere attento e devoto non pure alle membra affrante e cor- 
rotte, ma allo spirito malato del suo ospite moribondo; non pur la 
sua casa, non pur le sue cure e più tardi anco quelle della propria 
sorella (Paolina di nome, come la sorella amatissima del Leopardi), 
ma egli comunicò all'infelicissimo poeta una parte del proprio alito 
vitale, una gran parte e forse la migliore di sé stesso. E come 
accade talora nelle infermità, e in quella massima delle infermità 
mortali nomata vecchiezza, che il corpo infermo si rinfreschi, si 
ristori ed in alcun modo ringiovanisca al contatto d'un corpo ve- 
geto, fresco, e pieno di giovinezza, cosi vi fu un momento nel 
quale il Leopardi al tepore delle aure primaverili di Capodimonte 
e del Vesuvio, ma, più ancora, al calore dell'amicìzia del suo buon 
Ranieri, si credette riserbato ad invecchiare. Il Ranieri^ al contra- 



— 230 — 
rio, avendo a sostenere con la propria una vita consunta come quella 
del Leopardi, invecchiò troppo presto egli stesso, e ne derivò uno 
scetticismo precoce, e un disdegno non naturale degli uomini e 
delle, cose, che lo fece parere misantropo anche allora ch'egli 
scrisse od operò per uno scopo di filantropia. I biografi del Ranieri 
attribuiscono al viaggio di lui in Inghilterra il disegno dell' Orfana 
della Nunziata; ma fra il viaggio in Inghilterra e la pubblica- 
zione dell' O/'/ana passarono ben dieci anni, e fra questi dieci anni 
stanno pure i sei passati col Leopardi. Se è dunque probabile che 
una reminiscenza de' pii istituti inglesi abbia determinata nel Ra- 
nieri la scelta del soggetto, l'anima che dentro vi spira ha sen- 
tito il gelido soffio di Leopardi moribondo. In quelle pagine s'im- 
para pur troppo ad odiare l'uomo, più che ad amarlo ; le mostruo- 
sità vi si succedono e si somigliano ; l'umana natura vi si mostra 
in tutta la sua escrescenza morbosa. Si dirà ; il soggetto lo ri- 
chiedeva , l'Ospizio de' Trovatelli è il rifugio di tante miserie ; ma 
IDur vorrei domandare : è egli possibile che tutti, assolutamente 
tutti, là entro fossero un tempo malvagi? E egli ragionevole che 
in una scena così animata di figure qual è quella che il Ranieri, 
nel suo romanzo, ci presenta, di buono non si avesse a presentare 
altro che una monaca francese, una suor Geltrude ? Io comprendo 
lo scopo di mostrare gli orrori di un mal governato ospizio,, aflln- 
chè vi si ponga riparo, e comprendo pure come, in tempi di ser- 
vitù, sia stato assai nobile il coraggio di colui che tenne in mano 
il flagello a percuotere gli schiavi giacenti, afilnchè^risorgessero. 
Ma, per risorgere, bisognava pur credere. E le pagine del Ranieri, 
quante sono, non lasciano adito a fede alcuna. Lo scrittore mostra 
animo coraggioso nell'accusare la patria ignava, nello scoprire le 
turpitudini de' grandi fortunati, ma non manda poi un solo grido 
che conceda a'suoi napoletani oppressi di sperare nella loro resur- 
rezione morale e politica. Il disprezzo, infine, col quale egli parla 
dei calabresi tutti non è degno d'un uomo dell'alto intelletto del 
Ranieri. Gli studenti per lui son tutti inetti e vili ed ei non pensa 
che da quelle file egli stesso è uscito con tant'altri illustri e ge- 
nerosi ne' quali ora egli può compiacersi con legittimo orgoglio, 
e tanto compiacersene da porre, poi, con eccesso contrario, Napoli 
al di sopra di tutte le altre città italiane, e, con l'immaginazione 
accesa, figurarsi, contro il vero, ch'essa in Italia sia « tesoro del- 
l'odio di tutti gli odierni pigmei. » Già il Giusti, che lo avea 
l'anno innanzi conosciuto a Firenze in casa di Gino Capponi, 
scrivendo nell'anno 1844 al Ranieri, gli dava fraternamente que- 



— 231 - 

sto consiplio : « Senza intaccare la dignità d'uomo onesto e dotato 
di molto ingegno, quale siete di certo, rimettete un po' di quel- 
l'indole sdegnosa che s'adonta d'ogni minimo che. » Ora, io posso 
ingannarmi, ma sembrami che molta parte di quella sdegnosa al- 
terezza che rende talora inamabili le stesse bellezze negli scritti 
del Ranieri sia derivata dai principii filosofici ch'egli dopo la morte 
del Leopardi ha professati. Stoico anzi tutto, avresti detto che 
nell'autore del De Officiis egli ponesse da prima il suo modello 
di scrittore ; e quindi sposati que' principii della saviezza antica 
con lo scetticismo dell'amico recanatese, la verità tradusse a con- 
seguenze tal fiata paradossali, tal altra sofistiche. È bello, per 
esempio, in un italiano d'allora lo sdegno contro la viltà delle no- 
stre plebi che mendicavano spesso l'oro dal forestiero in premio 
di certi loro lazzi bestiali ; ma né tutta la plebe d'Italia era co- 
siffatta, né tutto il popolo d'Italia era plebe, né tutti i forestieri 
che venivano a spirar le benefiche aure del cielo italiano erano 
« rea canaglia settentrionale, droghieri, spazzacamini, soldati a 
mezza paga » come il Ranieri chiama gli inglesi tutti viaggianti 
in Italia, né selvaggi orsi male imitanti i vezzi di Francia, quali 
i Russi gli apparvero. Quest'odio cieco, questo non misurato di- 
sprezzo verso il forestiero, gli fa pure immaginare nel suo ro- 
manzo casi inverosimili ; tale, per esempio, quella principessa 
russa che sposa d'improvviso il giovine pittore Camillo e fugge 
con esso in Russia, come se la Russia fosse stata il più sicuro e 
naturai rifugio a due sposi di quella fatta, mentre è noto come 
secondo le leggi e più secondo il costume vigente in Russia al 
tempo dello tzar Niccolò, nessuna nobile titolata poteva unirsi in 
matrimonio con alcuno che titolato non fosse (1). Non poche stra- 
nezze, pur troppo, si ricordano di alcuni Russi in viaggio; ma, 
poiché nessuna di tali stranezze essi potrebbero permettersi in 
patria senza pagarne il fio, o, almeno, senza destare molto scan- 
dalo fra la loro gente, il costume della quale è onesto e civile, più 
assai che in Italia ed in Francia non si creda, essi vengono in 
occidente per dare sfogo a tutti quegli umori malsani che in pa- 



(1) Ebbi sotto gli occhi la corrispondenza inedita fra la contessina 
Sceremetieff di Mosca e il celebre pianista Teodoro Dòhler, del tempo 
nel quale ì due giovani erano fidanzati; pel veto dello tzar, il matri- 
monio fu impossibile finché il Duca di Lucca non ebbe creato il Dòhler 
barone. 



— 232 — 
tria doveano contenere ; e noi, non che sdegnarci del privilegio 
che accordano alla terra nostra, eleggendola a tempio de' loro di- 
sonesti piaceri, con la curiosità e cupidigia nostra li allettiamo e 
li tratteniamo. Ove il nostro costume fosse più severo, non è vero 
che alcun matto straniero ardirebbe venir qua a sfidare quel pu- 
dore civile che lo rende, in vece, contegnoso fra i suoi concitta- 
dini. Mentre adunque è ingiustizia grave il fare un fascio solo di 
tutti gli stranieri nostri visitatori, confondendoli come fa il Ra- 
nieri intemperantemente, in un solo disprezzo, sarebbe cosa giusta 
il fare a noi stessi la nostra parte di torto, pel modo di compor- 
tarsi di alcuni di essi fra noi. L'esser trattati meglio o peggio 
non dipende soltanto dalla varia moralità ed educazione di quelli 
che hanno a trattare con noi, ma si ancora dalla varia attitudine 
che serbiamo noi stessi innanzi al contegno altrui. Il Ranieri non 
sa misurar sempre le sue parole; e però anche scrivendo col Frate 
Rocco una specie di Galateo civile ad uso degli italiani, cede 
più spesso ai moti improvvisi del cuore sdegnato contro qualche 
eccesso particolare, anzi che moderare le menti italiane a quella 
civile saviezza, che sola può far degno un popolo e grande uno 
Stato. Il suo frate Rocco dice al popolo napoletano: « andate, 
dunque, e lavorate, e, insieme col lavoro conquistate l'orgoglio o 
l'alterezza d'un gran popolo; e fatevi voi alle logge ed alle rin- 
ghiere inglesi a veder danzare i loro buffoni. » E vero che, 
dopo aver cosi desiderata la vendetta d'Italia con l'umiliazione 
del popolo inglese, frate Rocco si rammenta d'essere uomo di 
chiesa, ma troppo tardi, per soggiungere ipocritamente: « 
piuttosto;, poiché Gesù predicò tutti gli uomini fratelli, amate ed 
onorate loro, com'è giusto ch'essi amino ed onorino voi; » troppo 
leardi, io dico, e la correzione non può avere molta efficacia, dopo 
l'impressione che il lettore ha dovuto ricevere dalle prime parole 
che gli parlavano alla fantasia ed ai sensi. Come poi sperasse il 
Ranieri far laborioso e grande un popolo cui egli in quel suo galateo 
civile sconsigliava dal cibarsi di carne, io non arrivo ad intendere. 
L' operaio inglese è robusto ed attivo, olire che per altre meno 
materiali ragioni, ancora perch'egli è un eccellente carnivoro; con 
l'erbe e le radici pitagoriche si potrebbe creare un manso popolo 
d'agnellini, ma non di certo una gente leonina, quale l'italiana 
dovrebbe farsi, per ritornare alla sua latina grandezza e supe- 
rarla forse. Io non so poi come l'uomo camperebbe d'erbe sé 
stesso, quando lasciasse, non potendo distruggerli, moltiplicare al- 
l'infinitO; per quella carità che il Ranieri raccomanda verso tutte le 



— 233 — 

innocenti creature di Dio, e quando dovesse alimentare una turba 
sterminata d'animali domestici posti sotto la provvidenza di esso. 
E vero clie l'autore si scusa nella prefazione dello strano consiglio 
dato nel libro, avvertendo d'aver pure voluto, per esso, rendere il 
popolo più rassegnato a privarsi d'un sostentamento, che la scarsità 
della pecunia non gli concederebbe di procurarsi; ma, oltreché il 
povero popolo che non può mangiar carne, non può neppur leg- 
gere il libro del Ranieri, il consiglio piglia un aspetto derisorio, 
che non conveniva, senza dubbio, alla gravità del libro educativo 
che il Ranieri s'era proposto di scrivere. Quantunque io non 
ignori dunque punto di quante lodi siano stati colmati in vario 
tempo i due libri d'invenzione del Ranieri, la Ginevra oV Orfana 
della Nunziata {{) e il Frate Rocco (frammenti morali), e per ciò 
che riguarda la toscana elegantissima dicitura (che meritò al 
Ranieri il titolo di corrispondente della Crusca), e per lo stile robu- 
sto e colorito, e per la potente immaginativa io sia lieto d'annove- 
rarmi fra gli ammiratori dell'ingegno del Ranieri come scrittore, 
io non potrei dir troppo gran bene della morale che vien fuori 
da quelle due opere di lui. Certo è consolante pel Ranieri il po- 
tersi oggi persuadere che il libro suo valse ad aprire gli occhi 
de'governanti sulle nefandità, da lui denunziate, che si commette- 
vano nell'Ospizio napoletano della Nunziata. E se il libro non 
avesse avuto altro merito che quello d'affrettare di qualche anno 
le inevitabili riforme di un istituto di benificenza pessimamente 
governato, sarebbe già per questo solo da benedirsi. Ma non te- 
nuto conto dello scopo filantropico che informa tutto il libro^ esso 
si presenta pure alla critica come lavoro d'arte e come opera edu- 
cativa. Sotto questo rispetto giova pur considerarlo. E, incomin- 



(1) Nella notizia intorno alla Ginevra, premessa dall'autore all'edi- 
zione di Milano, il Ranieri narra: « Un dì (correva, credo, il cinquan- 
totto) camminando pensieroso per la via della Nunziata, ed avendo la 
mente rivolta assai lontano dalle care ombre della mia giovinezza (fra 
le quali la Ginevra fu la carissima), un bravo architetto, il cavalier 
Fazzini, mi chiamò per nome, dal vestibolo dell'Ospizio, ch'era tutto in 
restauro. E mostrandomi un esemplare del libro, ch'aveva nelle mani 
(e che, a un tratto mi sembrò come una cara larva che tornasse a sa- 
lutarmi di là donde mai non si torna);, m'invitò di venir dentro, e di 
riscontrare se tutto era stato attuato secondo l'intendimento del vo- 
lume perseguitato. 



_ 034 ~ 

ciando dal genere, non posso consentire coi biografi del Ranieri che 
lo fanno creatore, senz'altro, del romanzo sociale; la Ginevra (1) ten- 
ne dietro di un decennio aW Oliviero Tioist di Carlo Dickens, che, 
apparso a Londra nel 18^8, il Ranieri aveva letto molto proba- 
bilmente nel suo viaggio in Inghilterra, seguito sullo scorcio 
del 1830. Anche Oliviero nasce nell'Ospizio de'trovatelli, e ne 
vien levato per essere, come la Ginevra, sottoposto ai più duri 
lavori e ad orribili trattamenti; ma questa somiglianza generale 
del soggetto non scema poi, in modo alcuno, il merito particolare 
dell'invenzione del Ranieri; le tinte del nuovo quadro gli appar- 
tengono intieramente, così come i caratteri secondarli e il rilievo 
felicissimo de'costumi non solo ma de'discorsi napoletani. Quanto 
al carattere dell'eroina, esso non mi sembra delineato con mano 
abbastanza franca e sicura; si può anzi dire che essa propria- 
mente non ne ha alcuno; quando, per lo meno, essa potrebbe ri- 
velarlo, noi fa; è una vittima che subisce diverse impressioni, e, 
all'infuori di un pò di scetticismo, non ne accoglie alcuna impronta 
particolare nell'indole sua. L'opera poi ha merito molto diverso 
nella terza e quarta da quello che osservo nella prima e seconda 
parte. Al fine della seconda parte, la tesi del Ranieri è più che 
dimostrata; e il romanzo poteva bene, con l'aggiunta di lievi 
tocchi, finir li, e lasciare nell'animo di chi legge una forte unica 
impressione; l'autore invece lo protrae imprudentemente a danno 
della sua propria tesi, poiché fa trovare alla Ginevra fuori del- 
l'ospizio casi molto più feroci e crudeli di quelli che nell'ospizio 
essa aveva già esperimentati; la violenza che le fa il prete Se- 
rafino, e il calcio che le dà l'amante Pittore Camillo per 
farla annegare nel Tevere sono due episodii inverosimili e 
mostruosi che non hanno più nulla che fare con l' orfana 
della Nunziata e possono solamente persuadere il lettore come 



(1) Nella Notizia intorno alla Ginevra, leggo: « Fra il 1830 e ill831 
esule ancora imberbe, capitai in Londra, o, più tosto, mi capitò in Lon- 
dra alle mani un aureo lavoro di un altro esule, assai più ragguarde- 
vole e provetto di me, il conte Giovanni Arrivabene, nel quale egli mo- 
strava particolarmente tutto quanto quella gran nazione, ha trovato in 
fatto di pubblica beneficenza, per lenire, se non guarire del tutto quelle 
grandi piaghe che le sue medesime instituzioni le hanno aperte nel 
fianco. Alcuna volta il cortesissimo autore, più di frequente, il suo giu- 
dizioso volume, mi fu guida e scorta nelle mie corse per quegli ospizii. » 



- 235 - 
anche fuori di quegli ospizii vi siano belve umane ; onde la 
Ginevra e con essa il lettore deve arrivare alla disperata e 
funesta conclusione che il supremo bene per l'uomo sulla terra, 
è la solituìine, e il male supremo ogni contatto con gli altri uo- 
mini. La Ginevra del Ranieri ebbe tre edizioni; ma la prima 
(Capolago, 1839) fu quasi intieramente distrutta per opera dei 
preti e gesuiti napoletani, che bruciarono quanti esemplari pote- 
rono trovare del libro, dolenti di non poter bruciare al tempo 
stesso l'autore (1), il quale tuttavia fecero sostenere in carcere 
per quarantacinque giorni; la seconda edizione, che usci decimata 
e molto scorretta fu in breve esaurita; la terza vide la luce a 
Milano nel 18G-2 presso il Guigoni, ornata di sei incisioni, dise- 
gnate da sei tra i nostri migliori pittori, il Palizzi, il Morelli, il 
Pagliano, il Vertunni, il Celentano ed il Carrillo. 

Ma non solo come amico del Leopardi e come autore della Gi- 
nevra avrà posto il Ranieri nella nostra storia letteraria; egli è 
pure autore di uno de'meglio pensati, meglio ordinati e meglio 
scritti libri di storia. 

Già fin da quando egli studiava giurisprudenza nell'Università 
di Napoli egli s' era innamorato particolarmente degli studii sto- 
rici. Ricercato dalla polizia borbonica per alcuni scritti giovanili 
ne' quali già ferveva intenso 1' amor della patria e della libertà, 
riparò affatto giovinetto in Bologna da prima, ove fu caro al 
Costa, al Pepoli e al Marchetti, quindi in Toscana, ove, nell'an- 
no 1828, conobbe per la prima volta il Leopardi, e con esso il 
Colletta ed il Niccolini, che gli aprirono per tempo, 1' adito alle 
pagine dell' Antologia. Egli era nato (il dì 8 settembre dell' anno 
1809 (1) ) di famiglia assai benestante ; onde non gli mancarono i 



(1) Nella citata notizia del Ilanieri intorno alla sua Ginevra, par- 
lando del prete Angelo Antonio Scotti, si narra: « qxxa^io iwete cortese, 
cli'era come il Gran Lama di tutta l'innuraerabile gesuiteria extra mu- 
ros, per mostrarsi di parte, corse co'suoi molti neofiti, tutte le libre- 
rie della città, bruciando il libro ovunque ne trovava copia. Poscia, in 
un suo conventicolo dei Banchi Nuovi, sentenziò solennemente, ch'era 
bene di bruciare il libro, ma che, assai migliore e più meritorio, sa- 
rebbe stato di bruciare l'autore a dirittura. » 

(2) Cosi i cenai biografici intorno al Ranieri ingeriti nell'introduzione 
premessa da Gustavo Brandes alla sua bella versione tedesca dello poe- 
sie di Leopardi (tlannovcr, Rumpler, 18G9). Il Dizionario dei Contem- 



— 23G — 
mezzi né d' attendere con qualche agio agli studii, né d' impren- 
dere viaggi opportuni per compierli, come piìi tardi d'assistere il 
Leopardi e d'erigergli a proprie spese in Posilipo un degno mo- 
numento. Dalla Toscana il Ranieri, esule volontario, si recò in 
Francia, ove frequentò le lezioni di Guizot, di Villeraain, di 
Cousin, divenne amico di Lammenais e di Constant ed assistette 
alla Rivoluzione di Luglio, nella quale anzi rimase egli stesso 
ferito. Passato di Francia in Inghilterra per istudiarvi le istitu- 
zioni britanniche, d'Inghilterra in Germania (a Gottinga e Ber- 
lino), per frequentarvi i corsi di filosofia della storia, ritornò in 
Italia ricco di cognizioni e d' esperienza. Toltosi compagno il 
Leopardi nel suo ritorno a Napoli, fra le lodi unanimi degli amici 
di Toscana e del Niccolini in ispecie, col quale il Ranieri avea 
pure communi le opinioni politiche (I), intese con Carlo Troya, 
ma con dottrina ghibellina, mentre il Troya vi cercava per tutto 
il trionfo del principio guelfo, ad illustrare quel periodo originale 
della nostra storia che intercede fra Teodosio e Carlo Magno; e 
però scrisse la Storia d' Italia dal quinto al nono secolo. « Il 



poranei di Vapereau, e i Profili biografici del Pitrè danno invece come 
anno di nascita del Ranieri, il 1806, certo per un facile scambio tipo- 
grafico di un 9 in un 6. 

(1) I] Vannucci, nel primo volume de' suoi Ricordi della Vita e delle 
opere G. B. Niccolini, scrive: « Sui nuovi guelfi deliranti e sui sagre- 
stani belanti, egli più che con altri sfogavasi con Antonio Ranieri, il 
quale, per la tempra del suo libero ingegno, e per le dottrine storiche 
raccolte con lungo studio e con profonde meditazioni, più che altri era 
atto a vedere la falsità e i mali effetti della nuova merce che si an- 
dava spacciando alla povera Italia. Col Ranieri aveva consuetudine e 
corrispondenza d'affetto e di studi fino da quando questi, esulando, si 
trattenne giovinetto in Firenze, e si fece compagno e fratello confor- 
tatore di Giacomo Leopardi, pel quale spese tanto tesoro di affettuose 
e instancabili cure a sorreggerlo nelle ineffabili miserie che crudel- 
mente gli travagliarono 1' animo e il corpo. Il Niccolini che per lungo 
tempo conversò con ambedue ogni giorno, alla vista di tanta e così 
gentile pietà, amò più che mai il magnanimo giovane che già gli era 
carissimo per la schietta indole, per la rara cultura e pel vivo e nobile 
ingegno. E allorché il Ranieri condusse il Leopardi a Napoli per ten- 
tare di salvarlo in quejl' aria piena di salute e di vita, ei gli seguiva 
ambedue coli' affettuoso pensiero, e il giovane amico lo ragguagliava 
particolarmente delie sue trepidazioni, e delle nuove speranze etc. » 



— 237 — 
libro strozzato due volte altrove, scrive il Ranieri nella notizia 
premessa alla seconda edizione milanese dell'opera sua, apparve 
dato alle stampe in Brusselle (1841). Ma non fu appena pubblica- 
ta, che due grandi tempeste mi si rovesciarono addosso, né si 
discerneva qual fosse la più furiosa. La Compagnia di Gesù mi 
flagellò di articoli; e quattro de' Reverendi Padri, in ossa e in 
polpe, si recarono nel cospetto di Ferdinando secondo e gli rap- 
presentarono (sono proprie loro parole) : U seno squarcialo della 
religione; di quella religione della quale, a grande studio, non 
era detta una sillaba sola nel libro. Il libello fu dato al supersti- 
zioso Monarca; e s' imbambolavano gli occhi di quegli innocenti 
e mansueti compagni di Gesù, pensando che, dato il libello (eh' io 
serbo) all'emulo di Filippo secondo, ne seguisse un monitorio, 
s' appendessero i cedoloni, ed un salutare sanbenito mi menasse 
presto a purificarmi in Campo de' Fiori. Ferdinando si rimise del 
libello in Delcarretto. Il quale, sia giustizia anche a lui, se mera- 
vigliosamente amoroso del re assoluto (el rey nelo), e di quell'ara - 
mazzar concitato di Salerno, del Vallo e di Catania, non però 
gran fatto tenero delle pretensioni e dei supplizi clericali, messe, 
con grande scandalo del padre Rootham, quel libello nel dimenti- 
catoio. Ma questo scroscio era nulla al diluvio di accuse, di ca- 
lunnie, di motteggi, di contumelie, onde, parlando e scrivendo mi 
si precipitarono addosso tutte le innumerabili o stupide o ipocrite 
scimmie de' pochi grandi ingegni traviati dalle irrepugnabili dot- 
trine di sette secoli di avita sapienza; i quali esse prendevano, o 
fingevano di prendere, letteralmente (1). E per acconciarsene con 
le potestà del tempo, innalzavano un' assurda confederazione alla 
germanica, con, di più, il Papa capo e l' Austria consorte, all' al- 
tezza d' una seria e salutifera soluzione. » Qui ancora il Ranieri 



(1) Come poteva il Ranieri dolersi degli attacchi della parte avversa, 
se, con evidente intemperante personalità, egU l'avea ferita nel più illu- 
stre de' suoi rappresentanti, sul fino del fibre, «iecondo ov'egli scriveva : 
« e però sarebbe da desiderare che cessasse 1' ipocrite zelo di alcuni, 
che, nutrendo nel fondo del loro petto pensieri alieni da ogni vivere li- 
bero e civile, vanno, quasi sfogo all'impeto loro contro quello straniero 
medesimo che trionfa in Italia sulle ali delle loro teoriche, spargendo 
tanto loro veleno contro ai Longobardi, per avventura loro progeni- 
tori: Questo veleno dovrebbero sputarlo contro a certi altri stranieri, 
verso i quali si mostrano più che agnelli mansueti. » ? 



-- ^23S — 
vitupera insieme tutta la scuola guelfa, della quale erano pur se- 
guaci tanti suoi nobili amici; ed alla stima che di lui facevano 
gli amici guelii di Toscana ei dovette pure, appena pubblicato il 
libro, (che Gino Capponi, nella sua prima lettera al Capei definisce 
« lavoro di poca mole ma non di poca sostanza, pregievole per assai 
beli' arte di composizione ist(^irica e per franchezza di stile »), 
l'onore di essere invitato a professare pubblicamente la storia 
nell'Ateneo Pisano; che se una visita di Leopoldo al coronato 
suocero di Napoli indusse in breve il timido granduca a riti- 
rare l'invito, non sarà meno onorevole per i guelfi di Toscana 
l'aver essi pensato a chiamare fra loro un ghibellino perchè in- 
terpretasse alla nuova generazione di studenti la storia d' Italia ; 
ed il Ranieri storico, per amore del vero, ne avrebbe forse do- 
vuto nelle sue recenti reminiscenze, far conto migliore. Ma, la- 
sciando codesto, è a lamentarsi, senza dubbio, che il Ranieri non 
siasi allora, nel ferver degli studii, e nel pieno vigor dell' intel- 
letto condotto a professare in Pisa; chi legge la Storia d' Italia 
del Ranieri ammirerà non solo la lucida intuizione del vero nei 
fatti storici, e l'abilità con la quale questi vi sono coordinati, ma 
si ancora la nobiltà della mente che li giudica e la disinvoltura 
elegante dell'esposizione. Nei Prolegomeni di una introduzione 
allo studio della scienza storica ove egli pone sovra gli altri il 
principio che i fatti individuali, benché di numero sterminati devono 
essere accuratamente ed infaticabilmente studiati, non però per 
sé stessi, ma come effetto dei generali e come scala per montare 
a quelli; e nel ragionamento un po' sofistico intorno al modo di 
considerare le azioni umane rispetto alla coscienza ed alla storia 
egli palesa qual profondo filosofo della storia avrebbe potuto di- 
venire, educando di continuo l'ingegno all'osservazione storica. 
Ma la cattedra gli fu negata; e da quel tempo in poi fino agli 
ultimi rivolgimenti italiani, il Ranieri visse più tosto ritirato, fra 
le cure del foro, e lo studio di proseguire la sua storia fino ai 
tempi di Lorenzo il Magnifico, non inerte, ma, neppure molto 
operoso. L' arrivo di Garibaldi alle porte di Napoli finalmente lo 
riscosse (1); ed egli, tornato vivo fra i vivi, venne fatto segno a 
pubbliche onoranze di popolo e di re. Le regie fu pronto a rifiutare. 



(1) Il G seti. 18G0, il Ranieri fa il primo de'sessanta patrioti napoletani che 
luandarono ud invitare il generalo Garibaldi a pigliar possesso di Napoli. 



— 239 — 
come la Gran Croce de' Santi Maurizio e Lazzaro, un posto al 
Consiglio di Stato, ed il titolo di senatore; elesse invece di rap- 
presentare i suoi concittadini in parlamento , di professare filoso- 
fia della storia nel patrio Ateneo, e, per incarico di Garibaldi, di 
sovrintendere al Reale Albergo de' poveri, pel quale ufficio egli 
non volle tuttavia ricevere onorario alcuno. Anima alta e sdegno- 
sa, intelletto vivo e capace, amò sempre poco sé stesso e moltis- 
simo invece la patria. Non seppe frenare in ogni tempo la parola 
incontinente, che talora, pertanto, suonò ingiusta, vile non mai; 
e, in ogni modo si può fare per lui una rara conclusione : gli 
scritti suoi sono assai nobili, ma egli è assai più nobile de' suoi 
scritti. 



XIII. 



GIOVANNI ARRIV ABENE 



Noblesse oMige; ogni patrizio sei dice o se lo sente dire ; ma 
raro accade che un tal consiglio divenga operoso di bene. Il più 
delle volte gli obblighi della nobiltà sono intesi dal patrizio in 
modo ch'egli li riduca alla sola tutela de'suoi minacciati privilegi. 
E però, in omaggio a quella sentenza, ei si guarderà studiosa- 
mente da qualsiasi contatto con quegli ordini sociali ch'egli stima 
inferiori. Non è dunque ^olo interdetto ad ogni patrizio che senta 
altamente della nobiltà de' suoi natali il macchiare con ibridi pa- 
rentadi il suo blasone avito ; ma egli deve; in ogni atto, in ogni 
gesto, in ogni suo motto mostrarsi distinto ; e mostrarsi distinto, 
vuol dire operare, condursi, favellare in modo diverso .da quello 
«he il popolo osserva. Così, se il popolo ami molto la patria, questo 
amore parrà a gran parte del patriziato cosa volgare ; ond'esso, per 
distinzione, l'amerà poco ; se il popolo per la redenzione della pa- 
tria sacrificherà il maggior numero de' suoi figli, quel patriziato, 
per distinzione, se li terrà tutti a casa ; se il popolo parli e vesta 
all'italiana, quel patriziato, per distinzione, parlerà e vestirà 
alla parigina. Cosi il volgo de' nobili; perchè hanno anch'essi il 
loro volgo, e tanto più misero de' volghi plebei, in quanto essi 
vantano un'educazione ricevuta e ricchezze ereditate, eccellenti 
mezzi, per i quali qualche lazzero disgraziato sarebbe divenuto vera- 
mente un gentiluomo. Il lazzero è, senza dubbio uomo vizioso; ma 
quanto più di lui il ricco patrizio in ozio che, non pago di colti- 
vare i vizii proprii, sveglia, specula, mercanteggia, diffonde gli 
altrui. Il lazzero è analfabeta; ma peggio che analfabeta è il pa- 



— 241 — 

trizio ozioso; poich'egli ha imparato a leggere, unicamente per 
mantenere, con la sua curiosità indiscreta, in deplorevole favore, 
una sozza letteratura scandalosa, che incomincia pudicamente con 
Dafni e Cloe e finisce sfacciata e brutale con qualche Panier des 
ordures (1). Altro non si legge in certi circoli ultra-aristrocratici; 
la dama elegante s'è fermata al Journal des demoiselles ; e al 
Còde du Cérémoniel; il cavaliere è andato un poco più in là; 
ma trovò Dumas figlio troppo grave e drammatico ; Paul de Kock 
di una scurrilità troppo fuggitiva ; Balzac quasi noioso ; al di là di 
Balzac sorgono le colonne d'Ercole pel giovine lettore patrizio di 
buon gusto. Cosi, io ripeto, il volgo blasonato. Quando pertanto 
da questo volgo escono fuori uomini come i piemontesi Alfieri, 
Balbo, Azeglio, Sclopis, Lamarmora, Collegno, Sanquintino, Ve- 
snie e simili, i milanesi Beccaria, Verri, Manzoni, Litta, Porro, 
Arconati, Borromeo, Belgioioso, e i degni di loro, i fiorentini 
Capponi, Ridolfi, Strozzi, Albizzi, Ricasoli, Torrigiani, Passerini 
e gli altri non pochi che serbano qui ricordo del loro nome an- 
tico per crescergli lustro; quando Venezia ci conserva gloriosi i 
nomi de' Giustiniani e dei Bembo, Genova quello dei Boria e dei 
Pallavicini, Bologna quello de' Gozzadini, Pesaro quello de' Ma- 
miani, Siena quello dei De Gori, Perugia quello dei Conestabile, 
e così via scendendo verso il Mezzogiorno d'Italia, ove tuttavia 
decresce la nobiltà in quella proporzione stessa con la quale s'ac- 
crescono il numero e la boria de' titolati; quando ci troviamo 
innanzi a tali splendide eccezioni di un ceto tanto innamorato 
de' suoi vizii e pregiudizii da ambirne il privilegio, inchiniamoci 
ed ammiriamo. Poiché, se è sempre, in qualsiasi condizione della 
vita, malagevole ad ogni uomo l'acquistar vera dignità morale, è 
uopo di una gran forza di volontà e di carattere ad ogni patrizio 
italiano per divenire qualche cosa di meglio che un uomo frivolo 
ed elegante, e per servire con devozione una società nella quale 
egli si muove, mentre egli aveva invece appreso dall'aio com'essa, 
rinnovando il miracolo del duplice sogno di Giuseppe Ebreo, s'ag- 
girasse e s'inclinasse eternamente ai piedi di lui solo. 

Il grosso del patriziato mantovano non è diverso, pur troppo, 
da quello dell'altre città italiane; poiché, se non mancano neppure a 
que'nobili gli ambiti quarti di nobiltà, manca tuttavia alla maggior 



(1) È tale il titolo d'una novità francese che intesi domandare da un 
patrizio napoletano in una libreria di Firenze. 



Ricordi Biografici 



242 

parte di essi ciò che forma la nobiltà intera. Gioverebbe pertanto 
ch'essi meditassero particolarmente la vita del loro concittadino 
Conte Giovanni Arrivabene e da lui apprendessero come nobiltà 
vera si mantenga e s'acquisti. 

Nacque il conte Giovanni Arrivabene in Mantova nell'anno 1787 
di assai ricca famiglia ; ma, come Vittorio Alfieri, anch'egli fino 
all'anno 27" della sua vita condusse vita scioperata ed inutile. La 
caduta del Regno d'Italia lo scosse. La sventura che abbatte i più, 
lui all'incontro fece sorgere due volte ; la prima volta in patria, 
la seconda in esigilo. Atterrata in Italia ogni libertà, ed imposto 
il giogo austriaco al Lombardo-Veneto, egli incominciò allora a 
sentire la patria, a soffrire per essa^ a tormentarsi nel desiderio 
della sua salvezza. Le vie di tentarla potevano esser molte ; ed 
egli colse quelle che una più pronta occasione gli offeriva ; aveva 
egli già fatto conoscenza coi fratelli Camillo e Filippo Ugoni e 
con Giovita Scalvini di Brescia, con Giovanni Berchet, Giu- 
seppe Pecchio e Federico Gonfalonieri di Milano ; a questi s'erano 
quindi aggiunti in Brescia il Mompiani, in Milano, il Breme, il 
Borsieri, il Porro ed il Pellico. L'esempio di questi patrioti lo 
incitò ; e, naturalmente disposto al bene, egli volle imitarli nella 
più salutare di tutte le opere pie, dando opera ad istruire il po- 
polo, fondare a proprie spese in Mantova, come avea già fatto il 
Gonfalonieri a Milano ed il Mompiani a Brescia, ima scuola di 
mutuo insegnamento, che fu, in breve, frequentata da quasi due- 
cento fanciulli, e eh' egli visitava ogni giorno, sebbene dimorasse 
in villa, alla sua Zaita, che dista da Mantova sei miglia lombarde. 
« Quei giorni, scriv'egli nel pregioso Libretto delle sue Memo- 
7ne intorno a quegli anni, furono i più felici della mia vita. I 
piaceri l'uomo li deriva da varie sorgenti, quasi tutte più o meno 
impure; la felicità ei non l'attinge, che alla fonte purissima del 
bene operare ». Il favore che incontrarono in Lombardia quelle 
scuole popolari, le quali davano naturalmente ai promotori, av- 
versi al nuovo governo, un'autorità singolare sopra il popolo, de- 
terminò l'Austria a farle chiudere; l'Arrivabene supplicò due volte 
il viceré perchè gli fosse concesso di tenere aperta la sua, ma 
indarno. « Ritornai a Mantova, prosegue egli, andai .alla scuola. 
I fanciulli stavano ansiosi, come accusati i quali aspettano la 
sentenza che li deve assolvere o condannare; e quando udimmo 
che non v'era più speranza, che forza era separarci per sempre, 
fu un pianto universale. » Per consolarsi di quel dolore, l'Ar- 
rivabene fece con lo Scalvini un viaggio in Toscana; nella 



— -243 — 

quale occasione, egli dovea pure levare dal collegio di Siena il 
figlio maggiore del conte Porro, primo introduttore dei battelli 
a vapore in Italia, insieme col Gonfalonieri, per menarselo alla 
Zaita, ove il padre, con altri due suoi figli e con Silvio Pellico 
loro precettore sarebbe venuto nel settembre di quell'anno (1820) 
a ritirarselo. Il Pellico era già stato a Mantova nel 1816; egli 
accompagnava allora il Breme, per aiutarlo a mettere in iscena una 
tragedia dal titolo Ida, che ebbe sorti infelici; il Pellico ed il 
Breme erano stati raccomandati all'Arrivabene dal noto viaggia- 
tore Acerbi, che dovea più tardi diventare famoso ne' fasti della 
Biblioteca italiana. Nel settembre del 1820, il Pellico ed il Porro 
co' suoi figli furono ospitati per quindici giorni alla villeggiatura 
deli'Arrivabene ; quell'ufficio cortese gli dovea costare prima il 
carcere e poi l'esiglio; ma gli diede pure la gloi'ia. « Un giorno, 
narra l'Arrivabene, mentre Porro e i figli erano nel giardino, 
Pellico ed io stavamo in una stanza seduti sopra un sofà. Parla- 
vamo dell'Italia, del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto, Pel- 
lico esclama: Arrivabene, per rigenerare Italia voglionvi società 
secrete, bisogna farsi carbonari. — Sarebbe pazzia, replico im- 
mediatamente io ; sai bene che fu promulgata non ha guari una 
legge che condanna a morte i carbonari. Si può giovare all'Italia 
senza affigliarsi ad alcuna setta. Gli usciti nel giardino entrarono 
in casa; il nostro dialogo fu interrotto e non fu mai poscia ri- 
preso. » Verso il 6 ottobre il Porro ed il Pellico ripartivano per 
Milano; il 13, il Pellico vi fu arrestato. Nel febbraio del 1821, il 
Gonfalonieri invita l'Arrivabene, sotto pretesto di parlargli del- 
l'affare de' battelli a vapore, ma, in verità, per mettersi d'accordo 
con esso intorno all'attitudine che i lombardi avrebbero dovuto 
pigliare innanzi alla rivoluzione piemontese prossima a scoppiare. 
L'Arrivabene arriva in Milano e trova il Gonfalonieri gravemente 
infermo; si reca insieme col Borsieri in campagna dal Pecchio, 
a tre miglia da Milano, ove si ritrovavano pure Benigno Bossi e 
Carlo Gastiglia ; vi si fanno molti discorsi politici, ma senza de- 
liberar nulla; presso a scoppiare la rivoluzione in Piem.onte, il 
Pecchio richiede l'Arrivabene di danaro per mandarlo ai piemon- 
tesi che stanno per insorgere ; l'Arrivabene trova a tal uopo mille 
lire. Scoppiata la rivoluzione in Alessandria, l'Arrivabene si ferma 
altri tre giorni in Milano ; quindi fli ritorno a Mantova, senza 
essersi più ritrovato co' suoi amici politici. L'ultimo venerdì del 
mese di maggio 1821, egli viene arrestato alla Zaita, e condotto 
ai Piombi di Venezia, e quindi innanzi alla Gommissione, presieduta 



— 244 — 

dal conte Gardani di Mantova, essendo giudice inquirente il fiimoso 
tirolese Salvotti. La polizia ignorava allora quello che l' Arrivabene 
avea fatto in Milano; egli era solamente chiamato a rispondere della 
canzone di Rossetti da lui comunicata in Mantova ad altre persone, 
il che egli confessò con imprudente lealtà, d'aver fatto, e de'discorsi 
da lui tenuti col Pellico alla Zaita. « Pellico, soggiunse il Salvotti, 
terminando il suo interrogatorio, le ha confidato alla Zaita di es- 
sere carbonaro ; era dovere in lei di denunziarlo al governo ; ella 
noi fece ; quindi ella è reo del delitto di non rivelazione. » La 
risposta dell' Arrivabene fu notevole e degna, in tutto, d'un uomo 
onesto e di un gentiluomo. « Come denunziare, sclamò egli con 
isdegno, tradire l'amico, l'ospite ? Che leggi sono queste ? Le più 
immorali del mondo. Mi condannino pure. Mi trovassi mille volte 
in simil caso, farei mille volte lo stesso. Pellico non mi ha poi 
detto essere egli carbonaro, ma bensì che volea o convenia farsi 
tale. Ciò è si vero ch'io ne l'ho sconsigliato. Si sconsiglia mai 
uomo dal commettere azione ch'egli abbia già consumata ? Dun- 
que anche secondo la legge io non sono reo. Questa forza i sud- 
diti a rivelare al governo i carbonari ; ma essa non va tant'oltre 
da costringerli a denunziare i discorsi sulla carboneria che essi 
sieno per udire, o il desiderio che una persona manifesti di en- 
trare, che altri entri nella setta. » Cosi, difendendo sé 'stesso, 
l'Arrivabene difendeva pure egregiamente l'amico ; e l'essere stato 
sincero, raro caso ne' processi politici, a lui giovò. La sua pri- 
gionia si protrasse bensi ancora per sette mesi ; che dai Piombi 
egli venne trasferito alla Prigione di San Michele di Murano, a 
passarvi la state e l'autunno ; ma gli si usarono molti riguardi 
nel tempo della prigionia ed egli;, vi ebbe agio d'occuparsi, leg- 
gendo, focendo estratti, improvvisando versi, deponendo sulla 
carta i propri pensieri. In uno di questi, egli rivolgevasi in tal 
modo a sé stesso : « La compassione tu l'hai sentita come si sen- 
tono le passioni ; tu hai sempre amato i tuoi simili ; non hai mai 
odiato i tuoi nemici ; né li odii pur ora, sebbene tu li vegga in- 
sultare al tuo infortunio. » Né queste erano certamente vane pa- 
role. Essendo in prigione, egli ebbe il dolore d'apprendere che 
s'era trovato in casa sua in Mantova, fra le sue carte, una let- 
tera di Giovita Scalvini a lui diretta, e che, per cagione di quella 
lettera, lo Scalvini era stato arrestato. « Nel 1819, scrive l'Arri- 
vabene, dovea recarsi a Milano l'Imperator d'Austria. Il gover- 
natore della Lombardia avea incaricato Monti di scrivere una 
cantata per quell'occasione. Scalvini e Monti si vedeano soventi. 



— 245 — 

Scalvinì onorava in Monti il poeta ed amava l'uomo ; che, se egli 
avea molti difetti, avea pure ottimo cuore (1). Monti facea caso 
della perspicacia e del fino giudizio critico di Scalvini. Questi va 
un giorno da Monti, il quale sdegnato gli dice : — Sai, il gover- 
natore mi sforza a scrivere una cantata per l'arrivo dell'Impera- 
tore. Si fanno giuoco di me, sanno bene ch'io non amo l'Impera- 
tore. — In onta di questa ripugnanza. Monti compose la cantata. 
In quella fatai lettera, Scalvini mi dava conto di ciò. » Il Monti 
faceva cosi le spese della sua misera condizione di poeta ufficiale ; 
il genio che si rende servile si castiga da sé; per un sorriso del 
principe esso perde l'amore del popolo ; ma, per fortuna, l'età no- 
stra, con tutte l'altre anticaglie, si mena via anche i poeti di corte; 
e però allontana il pericolo che futuri poeti cedano i loro liberi 
estri a cantar le volubili fantasie di effimeri signori, i quali val- 
gono ora solamente più, ciascuno per sé, come semplici mortali, 
stimabili quando sanno, con virtù propria, meritarsi quella stima, 
ma non sono più né eroi divini, né eroici semidei atti a svegliare 
furori pegasei ed olimpici nei Pindari novelli. Coi re costituzio- 
nali e coi presidenti di repubbliche conservatrici, i menestrelli di 
corte hanno smesso ogni loro poetica baldanza; non potendo essi 
più concedersi il lusso di certe immagini epiche, a poco a poco, 
per lungo silenzio, divengono fiochi ; e per ricominciare il loro bel 
canto debbono porgere nuovamente ascolto alle prime voci solenni 
ed auguste della natura. 

Ma, per tornare al nostro prigioniero, nella sua prigionìa di 
San Michele, oltre il conforto di ricever lettere e libri, ed alcuna 
rara visita, egli ebbe pur quello di potere conversare con due 



(1) Con questo giudizio dell' Arri vabeno intorno a Vincenzo Monti com- 
bina pure quello che trovo nel principio delle Memorie di Alessandro 
Andryane il generoso francese, che, per la indipendenza d'Italia, incon- 
trò gli orrori dello Spielberg. « Come tutti i grandi poeti, il Monti era 
semplice e buono ; le sue parole, per poco che discorreste con lui, vi 
lasciavano travedere il candore e l'innocenza dell'anima sua; lui, che 
avevano dipinto come si timido e riguardoso, sentii parlar con forza 
contro le vessazioni e la tirannia del governo austriaco e de' suoi agenti ; 
lo sentii aprire il proprio cuore intorno al Confalonicri e a' suoi com- 
pagni, e compiangere, in termini degni del suo genio, Pietro Borsieri, 
giovine poeta di sì belle speranze, diceva egli, e che avrebbe fatto onore 
alla patria. » 



— 2-i6 — 
suoi nobili compagni di sventur^i, il conte Laderchi e Piero Ma- 
roncelli. Alfine gli viene annunziato ch'è riconosciuta la sua in- 
nocenza, ch'egli è libero, ch'egli può abbandonare subito l'isola di 
San Michele. Bisogna aver provato, nella vita, pur qualche cosa 
che somigli ad una prigionia per comprendere l'allegrezza che 
invade l'animo d'un uomo, quando egli apprende che ha riacqui- 
stato la sua libertà perduta; è una gioia folle, che inebbria e 
quasi accieca il povero carcerato che ritorna a respirar libere aure 
ed a veder volti umani; cosi la molta luce toglie quasi la vista a 
chi vien fuori dalle tenebre, ed il raggio del sole arde colui che 
uscì da una fredda spelonca. L'Arrivabene, nel sentirsi libero, non 
credeva certamente che fosse vero, e non capiva più in sé; ma, 
egli seppe pur tanto dominarsi da impedire le troppe dimostra- 
zioni di una esterna allegrezza, per non offendere i suoi due com- 
pagni sventurati, che rimanevano in carcere mentre egli ne par- 
tiva. E qui mi occorre di rammentare uno de'più nobili tratti 
della vita dell'Arrivabene il quale solo basterebbe al più splendido 
elogio di tutto l'uomo. Erano le due pomeridiane quando il conte Car- 
dani annunziò al prigioniero ch'egli era libero; il prigioniero volle 
spontaneamente rimanere in carcere fino all'indomani, e però pas- 
sare ancora in un misero letto, in una misera stanza, in un luogo 
di pena, una intiera lunga notte; qual ragione gli facesse eleg- 
gere quel mesto partito ci ha detto egli stesso con quella ingenua 
semplicità che è propria delle anime grandi : « In quel momento 
di esitanza e di silenzio che seguì alle parole del Conte 
(Cardani), la mente mia, con quella rapidità di operare che è ma- 
raviglioso attributo delle menti umane, aveva considerato la si- 
tuazione mia e quella dei miei compagni, visto quanto sarebbe 
stato brutto il non saper aspettare con moderazione un po' di 
buona fortuna, il mostrare un'impazienza eccessiva a dividermi 
da essi, che rimanevano nella miseria; quanto bello invece il con- 
secrare qualche ora a consolarli. » È peccato che lo Smiles non 
abbia Conosciuto questo mirabil esempio, quando scrisse il suo bel 
libro sopra il Carattere. Ma, perchè s'apprezzi meglio l'animo 
delicato e gentilissimo dell'Arrivabene, udiamo come raccontasse 
quel fatto, uscito di prigione, il Maroncelli. « Diflìcilmente, ei 
lasciò scritto, s'incontrano sulla terra anime più pure, più inna- 
morate del bene, più abneganti di sé stesse, di quella di Giovanni 
Arrivabene; tale è il giudizio di Pellico, di Porro, di Confalonieri, 
e tale e il mio. — Gli fu letta la sentenza di libertà, se non 
erro, il 17 dicembre 1821, a due ore dopo mezzodì. V era ben 



— 247 — 
tempo per chiudere il suo baule, andare a pranzo alle cinque, 
indi spandersi nelle società ed al teatro, due cose di cui il 
suo animo conversevole dovea patire sete immensa. No ; gli 
parve di passar ivi la notte; parlava già di notte a due ore po- 
meridiane. Il seguente giorno parti; le prime famiglie nobili di 
Venezia con cui era imparentato, la principessa Gonzaga, l'egre- 
gio presidente conte Cardani di Mantova che lo aveva assolto, lo 
invitarono a pranzo supplicandolo come di una grazia. Ei fu ri- 
conoscente a tutti ma disse al presidente Cardani, suo compa- 
triota: Ella piuttosto faccia a me un'ultima grazia — Subito, e 
quale ? nulla posso negarle. — Mi conceda di rientrare nella mia 
prigione per poter dare le consolazioni dell'uomo libero a chi re- 
sta ancora nella sciagura. Andrò a pranzo nell'isola di San Mi- 
chele. — Quel gentile sentì quale e quanta era la brama di quell'a- 
nimo cavalleresco e concesse ; con quali lagrime vi fosse accolto 
lo sa il mio cuore che le versa anche in questo momento; lo sa 
il suo cui certo non isfugge ogni più sfumato cenno di grato 
sentire. » Simili fatti si narrano? se si può, si imitano; ma non 
si commentano; il sublime non si spiega. 

Uscito dalla prigione di San Michele, l'Arrivabene si trattenne 
altri due giorni in Venezia, ove ebbe festevoli accoglienze presso 
la Teotochi-Albrizzi, la principessa Gonzaga, e il Conte Cardani. 
In casa di quest'ultimo egli udì recitare per la prima volta l'inno 
di Manzoni II cinque maggio ed ebbe la triste novella che erano 
stati arrestati il Confalonieri, il Pallavicini ed il Castiglia. Gli 
si strinse al cuore pensando alle nuove vittime, ma non meno al 
pericolo che il suo nome s'implicasse in que'nuovi processi, e che 
appena uscito dal carcere, egli fosse costretto a rientrarvi. Tor- 
nato a Mantova, il suo arrivo vi fu festeggiato dalla città e dal 
contado ; i mantovani sentivano bene che ritornava in mezzo a loro 
un benefattore. 

Nel gennaio del 1822, l'Arrivabene si recò a Milano, per esplo- 
rare più dappresso gli intendimenti del governo : vede la con- 
tessa Confalonieri che lo invita a fuggire subito d'Italia; ma 
non gli sembra che il pericolo sia tanto imminente e però si trat- 
tiene alcuni altri giorni a Milano, ove egli riceve pure dimostra- 
zioni d'affetto e d'onore. Un episodio di quel soggiorno dell'Arri- 
vabene merita qui di venir riferito; è breve, ma significativo: 
« Io camminavo, scrive l'Arrivabene, da un lato della Corsia dei 
Servi; passava dall'altro Ermes Visconti insieme ad altra per- 
sona. Attraversano entrambi la strada e vengono a me. Visconti 



— 248 — 

si congratula meco del vedermi libero, e poscia mi presenta il 
suo compagno, il quale mi fa pure le più cordiali dimostrazioni 
di gioia. Questi era Manzoni. » E cosi questo gran reazionario 
de' Settembriniani s'ha da ritrovar sempre in mezzo a liberali (1). 
Incerto per alcuni mesi, fra il restare e il partire, all'annunzio 
avuto dell'arresto di Mompiani e di Borsieri, l'Arrivabene final- 
mente, nell'aprile del 1822, si risolve a partire; toglie in impre- 
stito sole quattromila lire da restituirsi tosto con la vendita di 
un po' di grano e di bestiame de'suoi proprii poderi e fugge con 
lo Scalvini e con Camillo Ugoni nel canton Grigione assistito 
da guide fidate e devote e da eccellenti amici. Le ansie provate 
in quel viaggio piene di pericoli sono descritte con molta verità 
e vivace evidenza dall'Arrivabene nel volumetto delle sue Me- 
morie. Dal Canton Grigione pa;^sò egli a Ginevra, ove conobbe 
Bonsteten, Pellegrino Rossi e il Sismondi, che gli prestò una 
particolare assistenza; dalla Svizzera domandò finalmente passa- 
porti per la Francia e per l'Inghilterra. Il 10 agosto 1822 egli 
arriva a Parigi; nello stesso mese legge nella Gazzetta di Mi- 



(1) In una nota alle sue memorie l'Arrivabene soggiunge intorno al 
Manzoni: « Nella sua prima giovinezza fu anch'egli ciò che si chiama 
nn esprit fori; egli però non rimase lungamente in questa condizione. 
Narrasi clie un giorno, trovandosi egli a Parigi passasse per caso di- 
nanzi alla Chiesa di S. Rocco. Dei canti di religione melodiosi e soavi 
giunsero al suo orecchio. Egli entrò nel santo luogo e ne usci tutto 
commosso, cattolico, e cattolico fervente. Ma il sentimento religioso 
non Ila soffocato in lui né l'amore delia patria, né l'amore della libertà. 
Tutti questi affetti ei li ha sparsi ne'suoi scritti e da'suoi scritti li ha 
fatti penetrare nell'animo della gioventù italiana. » E l'Andryane, nel 
citato capitolo delle sue Memorie: « Manzoni, che imparai in appresso 
a conoscere sì bene, a tanto ammirare per tutto ciò che me ne disse 
il suo amico Gonfalonieri, mio compagno di sventura, e per tutto ciò 
che ne lessi, ricuperata che ebbi la libertà. La speranza di trovarmi 
con lui non si avverò; me ne dolsi nel carcere, e me ne dorrò sem- 
pre;... perocché gli uomini che al par di lui riuniscono il genio alla 
modestia, gli slanci sublimi del poeta alle umili virtù della pietà son 
rari su questa terra, e in un secolo in cui la mente troppo spesso s'inalza 
sulle ruine del cuore... Ancor più rari coloro clie possono, come lui, dir 
coscienziosamente che non hanno adoperato l'alto ingegno di cui Dio 
li forniva, se non per ispirare agli uomini l'amor della religione e del 
vero. » 



— 249 — 
lano l'atto d'accusa di delitto d'alto tradimento dirotto dalla Com- 
missione di Milano contro di lui e contro altri otto contumaci, e 
l'intimazione di comparire innanzi ad essa entro il termine di 
sessanta giorni, con minaccia del sequestro de'beni, se non si pre- 
sentasse nel termine prescritto. Provvide allora con l'aiuto dello 
avvocato Teste a far passare legalmente tutti i suoi beni in mani 
amiche, nelle quali, osserva l'Arrivabene, sarebbero rimasti, se la 
forza non avesse fatto violenza alle leggi. Verso il fine dell'anno 
1822, l'Arrivabene riparava in Inghilterra; nell'autunno del 1823, fu 
posto il sequestro sopra i beni di lui; il 21 gennaio 1824, egli veniva 
condannato a morte in contumacia. Le memorie dell'Arrivabene 
si conchiudono qui con le seguenti parole memorabili, scritte a 
Brusselle nel gennaio del 1838 : « Posto io al contatto di una 
maggiore piìi variata parte dell'umanità, e trovatala migliore che 
non mi fosse parsa da prima, veduta di lontano a traverso la 
nebbia dei pregiudizii nazionali, io sentii per questa e special- 
mente pei miseri, un pii^i intenso amore. E lo spettacolo del 
mondo esterno, e delle foggie diverse della società sviluppò la 
mia mente; e l'attività intellettuale che regna nei paesi in cui 
vissi, il bisogno di una occupazione che distraesse il pensiero dal 
considerare le care cose perdute, quello della pubblica stima, tutto 
ciò mi spinse a far uso di questa mente, conducendo a termine 
alcuni lavori letterarii, i quali non furono forse affatto inutili al 
mio paese, e dai quali derivai piaceri purissimi. Per essi princi- 
palmente alcune teorie estreme, perchè create dalla sola immagi- 
nazione non confrontata colla esperienza, entrarono nei limiti del 
possibile, del praticabile ; e l'animo mio, senza rinnegare i sacri 
principii di libertà, di giustizia, d'indipendenza nazionale si apri 
alla tolleranza delle altrui sincere opinioni. Per essi, dopo una 
lotta colle antiche abitudini, la quale, adir vero, non fu né lunga, 
né dura, io presi quella di contentarmi del poco, e guardare piut- 
tosto ai più miseri di me, compiangendoli, anziché ai più fortu- 
nati, invidiandoli. Alle mie vicissitudini infine io sono debitore di 
un bene che non può essere tenuto mai troppo in pregio da chi- 
unque faccia caso della sua dignità d'uomo. Venuto a vivere in 
paesi liberi, io mi trovai in una posizione politica franca, schietta, 
sincera, perchè in armonia colle mie opinioni, le quali io potei 
liberamente manifestare senza pericolo, o modificare o mutare, 
per solo intimo convincimento, senza tema di essere tacciato di 
ipocrisia o di viltà. » 
Cosi l'Arrivabene ebbe la forza morale non al certo comune 



— 250 — 
di lasciarsi ammaestrare anziché avvilire dalla sventura; egli 
sentì in esiglio come in mezzo ad un popolo civile straniero non 
i suoi titoli, non le sue sventure avrebbero bastato a dargli con- 
siderazione; potevano creargli intorno, al primo suo arrivo, una 
aureola simpatica, ma non dargli autorità. Espulso dalla sua pa- 
tria, egli si domandò se non fosse possibile adoperarsi a fare il 
bene anche nelle sue condizioni d'esule e meritare la stima dei 
suoi ospitatori, indipendentemente da ogni riguardo politico per la 
sua persona. Giunto a Londra, si ricordò de'suoi poveri di Man- 
tova, e incominciò a studiare in che modo fosse ne'pii istituti in- 
glesi governata e trattata la poveraglia. 

A Dino Carina, giovine e compianto economista che , nel pub- 
blicarne un volume di Scritlì morali ed economici (1), scrisse 
egregiamente della vita e delle opere del Conte Giovanni Arri- 
vabene, l'Arrivabene soleva dire che i quattro anni da lui vis- 
suti in Inghilterra eran bastati ad attaccargliil contagio del lavoro. 
E, in vero, dal 1822 in poi l'esule illustre non ismise di lavorare, 
e, quello che più importa, non lavorò mai per sé, ma per solle- 
vare le miserie dell'afflitta umanità. Egli non è di quegli econo- 
misti che si ridono delle leggi morali: queste anzi egli pone 
come base necessaria e come principio alle leggi economiche ; la 
giustizia è la moderatrice delle sue dottrine come de' suoi atti ; 
perciò si debbono in lui egualmente ammirare la sapienza del- 
l' uomo e la bontà dello scrittore. Non vi sono splendori nel suo 
stile, come non vi è pompa nella sua maniera di vivere ; ma egli 
prosegue innamorato alla ricerca del vero e al compimento del 
bene; e in questo amore perseverante seppe grandeggiare. Ho 
già rammentato nel Ricordo di Antonio Ranieri 1' operetta del- 
l' Arrivabene intitolata Beneficenza della città di Londra, il primo 
volume della quale (è in due volumi) pubblicato a Lugano nel 
1828, ottenne il piìi lusinghiero suffragio, nelle lodi che gli rese 
Pellegrino Rossi nella Reviie de Genève. L' anno seguente l'Arri- 
vabene visitò le colonie dei mendicanti vagabondi neh' Olanda e 
nel Belgio, che egli descrisse in francese; nel 1832 pubblicò a 
Lugano un opuscolo sui mezzi pili projyri a migliorare la con- 
dizione degli operai, ove consiglia l'aumento del prezzo delle 
mercedi e la diminuzione delle spese che 1' operaio incontra, rac- 



(1) Firenze. Civelli, 1870. 



— 251 — 
comandando poi come suprema salute lina isiruzìone per quanto 
è possibile divulgata. Nel 1833, l'illustre economista Senior si ri- 
volse all' amico suo Arrivabene, per avere la statistica del comune 
di Gaesbek, nel Belgio, ove l'Arrivabene avea intanto fermato 
la sua sede, ospitato e confortato dalla famiglia Arconati; l'Arri- 
vabene si mise all'opera, e il lavoro di lui, che parve un modello 
nel genere, meritò l'onore d'essere inserito negli Atti del par- 
lamento britannico. Nello stesso anno, egli imprendeva a tradurre 
in italiano gli elementi di economia politica del vecchio Mill; e nel 
1836 pubblicava tradotte in francese e riordinate le lezioni d'eco- 
nomia politica del Senior. Nel 1838, l'Austria proclamò l'amnistia 
per i condannati politici; all' Arrivabene sarebbe forse stato pos- 
sibile il ritorno condizionato in patria, ma non già il vivervi 
senza sospetto e lo scrivervi ed operarvi liberamente. Avvezzo 
oramai al civile reggimento del Belgio, egli desiderò rimanervi 
e rendervisi utile, in fino a che la sua prima patria non fosse 
veramente restituita in libertà. Per potere con più efficacia ope- 
rare chiese ed ottenne diritto di cittadinanza nel Belgio, ove il 
concorso benefico del nuovo cittadino fu ben presto sentito. Nel 1841 
fece una corsa ne' luoghi che 1' avevan veduto nascere; nel 1843, 
si ritrovò a Torino col Pellico. Soddisfatto cosi a quel primo biso- 
gno del cuore, si dedicò di nuovo tutto a promuovere buone leggi 
ed utili istituzioni nella sua seconda patria, troppo sapendo egli 
come, alla lunga, il bene trionfi e pigli terreno più profondo e più 
vasto che il breve spazio in cui fu gettato il primo seme bene- 
fico. Nel 1846, in occasione di una grande carestia, egli suggerisce 
ottimi provvedimenti, che vengono presi, per alleviarne i mali ; 
nel 1847, promuove con altri il Congresso economico di Bruxel- 
les; il Congresso pone le basi della Societcà economica del Belgio, 
della quale l'Arrivabene viene eletto presidente ; questa Società 
rese poi grandi servigi alla libertà per l'ostinazione con la quale 
propose e difese le leggi del libero Scambio. E a questa Società 
e all'Arrivabene in particolare si deve se il Belgio fu liberato da 
quella gran piaga della vita economica italiana ch'è il dazio-consu- 
mo. La Società di mutuo soccorso fra gli operai del Belgio elesse 
r Arrivabene suo consigliere sorvegliante, la Società centrale 
belgica d" agricoltura, suo vicepresidente, e, per i grandi servigi 
da lui resi all'agricoltura nel Belgio, gli fece nel 1860 coniare 
una medaglia inscritta al suo nome qual tèmoignage d' eslime et 
de reconnaissance ; il Brabante lo proclamava nel 1850 suo con- 
sigliere provinciale; il Consiglio d'igiene nominava l'Arrivabene 



— 252 — 

presidente della deputazione incaricata di presentare pubblici rin- 
graziamenti al ministro dell' interno Rogier, per i servigi da lui 
resi all'igiene pubblica; e l'Arrivabene estensore dell'indirizzo, vi 
lasciava scritte queste nobili e giuste parole: « In nessuna epoca 
della loro istoria i belgi non furono proclivi all'adulazione e lo 
debbono essere ancor meno oggi che hanno il bene di vivere sotto 
istituzioni che permettono loro di biasimare la condotta degli 
uomini pubblici, per quanto alta sia la posizione loro, come di 
applaudire alle buone azioni e ricompensarle. Egli è soltanto 
quando il biasimo è permesso che la lode può avere gualche lu- 
singa per gli animi elevati e pei noUli cuori. » Nel Belgio, l'Ar- 
rivabene promesse ancora o meglio tentò dirigere ad utile scopo 
l'emigrazione de' proletarii nella repubblica di Guatimala; pro- 
mosse una società di panificazione economica, che, nel 1869, tentò 
pure di far vivere in Italia; fu esaminatore negli esperimenti di 
licenza dell'Istituto di commercio in Anversa; e, in somma, par- 
tecipò nel modo più benefico alla vita pratica e morale del popolo 
presso il quale egli avea, nella sventura, trovato rifugio. La fama 
della considerazione della quale l'Arrivabene godeva presso i Bel- 
gi, passò i confini del piccolo stato del buon re Leopoldo. Gli 
economisti inglesi gli fecero frequenti dimostrazioni di onore; 
l'Istituto di Francia lo elesse suo corispondente; il conte Cavour 
gli mandò il 10 novembre 1852 le insegne di cavaliere mauriziano, 
concludendo la lettera di partecipazione con le seguenti parole: 
« Permettete che nel felicitarmi, io vi dica francamente che non 
ho mai, da che sono ministro, firmato con maggior piacere un 
Decreto, quanto feci segnando quello che vi collocherà sul petto 
una patria beneficenza. » 

Venne finalmente il 1859, e 1' Arrivabene, che sentiva come 
quello fosse veramente l' anno della grande risurrezione d' Italia, 
accorse sollecito in Piemonte. « Era un giocondo spettacolo, 
così Dino Carina nello scritto citato, quello che si godeva a To- 
rino del 59 e del 60. Quivi convenivano italiani d'ogni regione e 
nelle liete speranze dell'età che si apriva erano dimenticate le 
amarezze del passato. Tacevano le ire di parte, erano sospesi i 
privati risentimenti; i migliori d'ogni provincia, esuli illustri, 
valentuomini che avevano sofferto nelle prigioni di stato, cele- 
brati sapienti, gli uni agli altri sol noti per le opere dell'ingegno 
per la fama delle forti virtù, s'incontravano, si stringevano la 
mano e confondevano insieme ricordi ed affetti, desideri e spe- 
ranze. Sotto i portici di Po e di Piazza Castello era una festa 



— 253 — 

continuata ed i buoni piemontesi facevano gli onori di casa con 
una cordialità senza pari. » Disponevasi 1' Arrivabene a concor- 
rere in un collegio di Lombardia per aver l'onore di sedere come 
Deputato nel primo Parlamento italiano, quando il Re prevenne 
il desiderio di lui eleggendolo membro del senato ove l' illustre 
economista Mantovano fu relatore di parecchie leggi importanti, 
e presidente venerato di molti ufflcii. Institiiitasi poco dopo il suo 
arrivo in Torino una società economica italiana, egli ne fu eletto 
presidente; ricostituitasi la stessa con nuovi elementi in Firenze, 
la presidenza veniva riconfermata all' Arrivabene. Il governo lo 
eleggeva pure a presiedere la consulta di statistica, la commis- 
sione incaricata di preparare un disegno di legge per l' imposta 
sulla ricchezza mobile, e 1' ambasceria italiana che nel 1866 do- 
veva recarsi al cospetto del nuovo Re de' Belgi, per esprimere le 
condoglianze del Re d'Italia, nella morte di Leopoldo primo e 
salutare l'ascendimento al trono del successore, tutti uffici d'onore 
che l'Arrivabene, senza averli ambiti, sostenne con modestia de- 
corosa. Liberata Mantova alfine dal giogo austriaco, nel 1866, 
l'Arrivabene faceva ritorno alla sua città natale ed a' suoi campi, 
ove, appena cessato il rumore delle feste che si fecero all' esule 
concittadino che ritornava, egli intese subito alle sue consuete 
opere di beneficenza, incominciando col fondare e mantenere a 
sue spese, presso la sua villa di Roncoferraro, un asilo rurale; 
poiché, qualunque aria respiri, cittadino o agricoltore, prigioniero 
o libero, in Italia o in paese straniero, l'Arrivabene sente il biso- 
gno d'amare, e di operare secondo ch'egli ama; e mentre a molti 
sembra peso soverchio una patria sola, egli che n' ebbe due le 
può amare entrambe, come potrebbe andare superbo di avere ad 
entrambe fatto onore molto più ch'esse a lui. 



XIV. 



TERENZIO MAMIANI. 



Tra le città delle Marche e delle Romagne nessuna s' illustrò 
nel secolo nostro, per uomini insigni quanto la piccola e graziosa 
Pesaro, 

Pesaro gentile, 

Picciola si, ma gloriosa e cara 
, Alla gran madre Italia. (1) 

Il conte Francesco Cassi, traduttore della Farsaglia di Lucano, 
il conte Giulio Perticar! arguto, erudito, elegantissmio letterato, 
Gioacchino Rossini e il conte Terenzio Mamiani della Rovere 
ebbero i loro natali a Pesaro, che neppur oggi può dirsi priva di 
studiosi, quando alle lettere vi attende ancora il coltissimo tra- 
duttore del poema di Lucrezio, professore Giuliano Vanzolini, ed 
alle scienze fisiche e naturali vi recano prezioso contributo i la- 
vori del professor Luigi Guidi. 

Il conte Mamiani novera gli anni col secolo, e come il secolo 
non dà ancora segno di stanchezza e procede operoso al suo de- 
stino, il filosofo pesarese prosegue le sue battaglie ideali e si af- 
fatica nobilmente a salvare, fra le molte rovine che il tempo viene 
accumulando intorno a noi, non già quello eh' è destinato a perire, 
ma r amore e il culto del bello che giova a noi più che ad altri 
mantenere immortali. ÌN'el vero, mentre una gran parte della gio- 



(1) Mamiani, Inno a San Terenzio. 



— 255 — 

ventù romana dorme tuttora di sonno ignominioso, il Mamiani, 
invece di posare sopra i suoi ben meritati allori, mostrasi non pur 
senatore assiduo ed eloquente, provvido consigliere di Stato e 
della pubblica istruzione, ufflcii proprii della veneranda età senile, 
ma si ancora, con animo giovanile, nobile promotore di società filoso- 
fiche e letterarie, e direttore animoso d'una rivista bimensile intito- 
lata: La filosofia delle scuole ilaliaìie, nella quale egli continua il 
pensiero della prima sua opera filosofica che trattava del Rinno- 
vamento della filosofia antica italiana e di quella Accademia di 
filosofia italica eh' egli pure fondava a Genova in casa della 
Bianca Rebizzo, donna esemplare di cui parlerò più difìTusamente 
nel Ricordo di G. B. Giuliani, nell'anno 1850; oltre a questo, 
egli ripigliava nello scorso inverno l'insegnamento della Filo- 
sofia della Storia nell'Ateneo di Roma, eh' egli avea già per 
tre anni con molta eloquenza comunicato nell'Ateneo Torinese, 
innanzi che il conte di Cavour lo invitasse ad assumere il porta- 
foglio della pubblica istruzione. Perch'egli abbia riassunto l'antico 
ufficio in Roma mi vien fatto palese da una sua lettera dello 
scorso gennaio ov' egli non reca altra cagione se non il desiderio 
di provarsi a « suscitare una larga e vigorosa vita intellettuale 
nella città che fu capo del mondo » Desiderio degno di un'anima 
grande, com'è quella del Mamiani, dalle opinioni filosofiche e dalle 
politiche ancora del quale puossi bene, con molta reverenza, dis- 
sentire, ma a cui conviene saper rendere questa suprema giustizia 
che non v'è libro ch'ei scriva od ufficio ch'egli adempia, il quale 
non sia mosso da un pensiero alto e generoso. Mentre, nel vero, 
dai più si combatte per dividere, il nostro filosofo è inteso conti- 
nuamente ad associare in platonica armonia gli aff'etti, le opinioni, 
i sistemi più avversi. Nessuna meraviglia pertanto eh' egli sia 
filosofo eccletico e politico unitario conciliatore ; eh' egli voglia 
bene alla metafisica e non voglia male alle scienze sperimentali ; 
ch'egli voglia bene al re e non voglia male al papa. In qualche filo- 
sofo e politico volgare un tal modo di vedere darebbe forse sospetto; 
in lui non ci offende punto; il segreto di questo privilegio, che lo 
libera dal biasimo che incoglie, per solito, quelli che stanno so- 
spesi, è nel convincimento di quanti hanno meditato su le opere 
del conte Mamiani e conosciuto l'uomo egregio, che non lo può 
vincere paura o viltà, ma si che lo domina costante un sentimento 
divino dell' arte. Egli è innamorato delle linee eleganti, simme- 
triche e concentriche, e ingegnosamente al suo centro ideale che, 
per fortuna, sta molto in altO; conduce ed assimila quante più può 



— :?56 — 

linee diverse e fuggenti. Di Platone dicono che fosse graiKle poeta 
prima di riuscire filosofo divino; del Mamiani può ripetersi die 
in lui è sempre l'artista quello che tempera e misura ed ordina 
le dottrine eh' egli viene professando come filosofo e come politico. 
Vuoisi che Platone, ne' suoi viaggi in Italia, abbia derivata dagli 
antichi italiani molta parte della sua sapienza filosolìca, ed è notis- 
simo il libro del Vico che tratta dell'antica sapienza italica; il Ma- 
miani si professa ammiratore e seguace del Vico; ma dal filosofo napo- 
letano differisce pel culto religioso ch'egli ha della forma estetica la 
quale il Vico ha bene sentito, ma non seppe come scrittore far sua 
propria; la sostanza del pensiero di Terenzio Mamiani è italica; la 
forma è attica, ma s'allenta ne'giri lenti e larghi del periodare roma- 
no. L'oratore e lo scrittore ci danno aspetto d'un greco togato; i loro 
movimenti sono graziosi e venusti, ma regolati sempre dal con- 
tegno decente e solenne d' un antico quirite ; egli carezza il suo 
lettore e il suo ascoltatore con la musica di parole soavi, elette, 
spesso anche vivaci ed immaginose; ma le parole briose e saltel- 
lanti hanno il loro correttivo nella severità del periodo grave- 
mente impaludato, che le riduce poi tutte ad un solo tono armonico. 
Io fui tra i fortunati uditori delle lezioni di filosofia della storia, 
che il conte Mamiani, dopo averle meditate in sé, improvvisava 
nell'Università di Torino, innanzi 1' anno 1860; non tenuto conto 
dell' alta e sapiente interpretazione eh' egli vi faceva della storia 
umana, egli veniva pur considerato da noi come un insigne maestro 
di eloquenza ; incominciava umile e dimesso, come un tenue filo 
d' acqua che minaccia di perdersi in mezzo a quelle erbe stesse 
che lo aveano veduto nascere; ma, a poco a poco, il piccolo volume 
s'ampliava e, d'onda in onda, si vedeva crescere maestoso e sonare 
stupendamente in fiume reale dalle acque limpidissime; e noi, per 
correre dietro all' incanto irresistibile della parola soave, scorre- 
vole, e infine ampia e solenne del Mamiani, tanto insolita ci 
sembrava, in un cattedratico, quella eloquenza, trascuravamo spesso 
il contenuto, preoccupati dagli splendori di una forma nella quale 
non sappiamo che il Mamiani abbia emuli. 

De' meriti del Mamiani come uomo politico scrisse già il pro- 
fessor Giuseppe Saredo ivq' Contemporanei del Pomba(l); del filo- 
sofo parlò con molta competenza il prof. Luigi Ferri, nel secondo 
volume del suo saggio in francese sulla storia della filosofia mo- 



(1) Torino, 18G0, 



— 257 — 
derna italiana (1); rinviando a que' due lavori critici e biografici 
il mio giovine lettore, io soggiungerò qui ancora alcune parole 
intorno all' uomo di lettere. 

Dalla dedica che nell'ottobre dell'anno 1834 il Mamiani faceva 
da Parigi (ove gli avvenimenti del 1831, per la parte da lui presa 
nel governo provvisorio di Bologna, lo avevano costretto ad esu- 
lare) del suo bel libro sul Rinnovamento della filosofìa anlica 
Ualiana (2), rilevo che, cinque anni innanzi, ossia nell'anno 1829, il 
Magistrato di Pesaro aveva già fatto coniare una bella e ricca me- 
daglia d' oro, in onore del suo concittadino Terenzio Mamiani, in 
occasione di un discorso da lui detto ne' funerali di monsignor 
Olivieri. Le prime dimostrazioni allo scrittore eminente gli furono 
dunque, per un caso non ordinario, fatte nel suo proprio luogo na- 
tivo. Del non aver tuttavia ritrovato quel discorso giovanile del Ma- 
miani nel volume delle Pinose letterarie eh' egli rimandò benedette 
alla luce in Firenze (oj debbo argomentare ch'ei lo comprenda ora 
tra quegli scritti suoi giovanili che nella prefazione ad esso libro ha 
condannati, discorrendo delle condizioni delle lettere in Italia innanzi 
al suo primo esigilo: « le lettere cadevano in tale grettezza, che nelle 
prose del Giordani si appuntavano parecchie mende di stile, ma nes- 
suno accusava la tenuità de' concetti e la critica angusta e slom- 
bata (4). Il Colletta era stimato dai più uno storico sovrano e poco 
meno che un Tacito redivivo, ed altri istituivano paragone tra il 
Guicciardini e il Botta, tra il Goldoni ed Alberto Nota; tali erano al- 
lora il gusto e il criterio comune. Pochi grandi intelletti non man- 
cavano neppure a quei giorni. Basti ricordare Bartolini nella scul- 
tura; Leopardi e Niccolini nella poetica; Rossini, Bellini, Doni- 



fi) Paris, 1869. — Dopo la pubblicazione del Ferri il Mamiani diede 
ancora alla luce un lavoro notevolissimo di alta filosofìa, intitolato: 
Medilazioni Cartesiane. 

(2) Parigi, 1834. 

(3) Firenze, Barbera 1867. 

(4; Il Giordani, alla sua volta, il 30 luglio 1832, scrive intorno al 
Mamiani a F. Grillenzoni : « Ella che ha visto i nuovi inni sacri di Ma- 
miani (ch'io non ho visto) sa dirmi dov'agii sia? I suoi primi non mi 
parvero gran cosa. E assai buono e gentil giovane; ma non mi parve 
mai che potesse aver impeto nò profondità. » Certo ei non aveva la 
furia del Piacentino, ma quanto a profondità gli poteva dare dei punti. 
Il Giordani avrà probabilmente conosciuto il Mamiani per mezzo di 
Leopardi che gli era amico e parente. 

Ricordi Biogkafici 17 



— 258 — 
zetti nella musica. — A questa maniera io ed i coetanei miei 
fummo allevati agli studii ; e io scribacchiavo versi e pedanteg- 
giavo la mia parte senza pur dubitare un momento che rassomi- 
gliassi alle oche piuttosto che ai cigni, e il saper mio era tutto 
in frasucce rubacchiate ai testi di lingua e in alcun passo d' au- 
tori latini tenuto a mente, e in poche generalità sconnesse e mal 
definite su tutto quanto lo scibile. Ma non appena 1' esilio mi 
astrinse a lasciare l'Italia e fui spettatore d'altro ordine di civiltà 
e uditore d'altri maestri, subito mi si apri dentro 1' animo 1' oc- 
chio doloroso della coscienza ed ebbi della mia ignoranza una 
paura ed una vergogna da non credere. » 

Pur non è qui a credere sulla parola al Mamiani; in un mo- 
mento di sincerità eccessiva gli avvenne di dire de' suoi versi 
scritti innanzi al suo esigilo troppo più male eh' essi non meritas- 
sero, e eh' egli stesso forse noi pensi. Io mi ricordo aver letto nella 
notevole prefazione al volume delle sue Poesie (1), alcune parole 
da lui scritte che tradiscono un resto di tenerezza ben giustificata 
per i primi cinque inni sacri opera dettata in giovanissima età ; 
ecco in qual forma ne ha discorso egli medesimo: « Io poneva 
tanto pregio nei dilicati fiori dell' eleganza, e più ancora nel sa- 
per cogliere la forma ideale delle cose e ciò che vi si può sem- 
pre scoprire di grande e di nobile, eh' io non disperava di cir- 
condare di luce omerica persino le monachelle e le penitenti na- 
scoste e chiuse negli eremi ; né da me era fuggito qualunque 
soggetto più arido e, direi quasi, mortificato della mistica e del- 
l' ascetica; avvisando a quell'arte medesima con che il divino 
Coreggio trasmutava la sua Maddalena in una delle tre fanciulle 
eh' ebbero altari ed incensi nella piccola Orcoraeno. Letti quegli 
Inni da alcuno intendente, per questo propriamente li censurò 
che i personaggi ivi verseggiati non erano Sante e Santi cri- 
stiani, ma Iddìi e Dee simili a Diana, a Vesta, ad Apollo. La 
stimai una grossa iperbole; tuttavolta, io ci vidi dentro qualche 
parte di vero, e non so scusarmene interamente nemmanco oggi; 
e s' io dicessi : o felix culpa, sentirei di commettere una profani- 
tà. » In queste parole si contiene il miglior giudicio degli Inni 
Sacri, ove, come in molti altri componimenti del Mamiani, la un- 
zione è bensì Cristiana, ma l'intendimento artistico è tutto pagano; 
di maniera che l'Autore ci fa pensare ad un nuovo Callimaco ri- 



(1) Firenze^ Le Monnier 1857. 



— 250 — 
vestito da Virgilio, tuffato nel sacro Giordano e ribenedetto da San 
Tommaso da prima e poi dal frate Cavalca, Come il filosofo, come 
il politico, fu sempre eccletico anche il poeta; ma, a modo; poiché 
egli non volle già intendere che tutto il bello come il brutto, 
s' avesse a foggiare in una sola nuova forma mostruosa; avvertì 
il bello ov' era e ne fece suo prò, e poi lo scaldò con sentimenti 
civili ed italiani; egli vorrebbe fors' anco che si aggiungesse re- 
ligiosi; ma i suoi angioli ed i suoi santi non sono abbastanza 
diafani ed ideali, perchè ci inspirino maggior reverenza delle 
gaie ninfe e de' vivaci genii d* Ellenia, ne' quali veramente e non 
senza ragione il pensiero immaginoso di lui s' è ricreato. 

Il Mamiani poteva, senza dubbio, seppellire nell' obblio le sue 
Canzoni giovanili, le quali, con improvvida cura, invece, ristampò 
nell'anno 1857 (1); ma fra i Jiwenilia vi è pure quella popolare 
patetica romanza che s' intitola : Il menestrello Ualiano, e si tro- 
vano i robusti dieci sonetti sui monumenti di Santa Croce in Fi- 
renze, la dedica de' quali reca la data del 20 novembre 1828 da 
Torino. 

Ma l'esigilo veramente ritemprò il gusto del Mamiani e lo af- 
finò; lontano dalla piccola patria-campanile, egli intravide tutta 
la maestà della patria grande; lontano dalle brighe delle piccole 



(1) Vi sono fra l'altre due canzoni, l'una del 1824, all'imperatore 
Alessandro I, l'altra del 1828 all'imperator Niccolò I, nelle quali, per 
amor della Grecia cristiana, il poeta invoca lo tzar contro gli ottomani ; 
nella seconda di queste canzoni son versi di tal sorta: ai parla a Niccolò: 

M' odi, e benigno dal Sarmazio trono 

M' arridi, e d'ogni ver santo ch'io scopra 

Lieto raccogli il suono. 

Non bella sempre arte di pace splende, 

E talvolta è virtute 

Infiammarsi di sdegno e stringer l'armi. 

L'autore di questi versi puerili dovea, a mo' d'ammenda, trentasei anni 
dopo, pronunziare al Parlamento subalpino un mirabile e profetico di- 
scorso nel quale si difendeva con calore il conte di Cavour per la parte 
da lui fatta prendere al Piemonte in Crimea e poi al Congresso di Pa- 
rigi, pronosticandosi l' imminente risurrezione di Italia. — Tra le can- 
zoni, ve n'ha pure una dell'anno 1826 che descrive i vezzi della giovine 
poetessa Caterina Franceschi divenuta poi celebre col nome di Fer- 
rucci, l'illustre latinista di Pisa; le Muse hanno già da lungo tempo 
perdonato al Mamiani questo altro delitto di lesa maestà apollinea. 



— 260 — 

scuole letterarie e dalla loro inclustre e minuta faccenda per in- 
ventare sopra vieti stampi favelle strane e diverse, egli senti sola- 
mente più l'eco solenne della grande duplice lingua naturale, l'an- 
tica e la moderna, della magna parens; e però liberate le sue 
prose ed i suoi versi da molti impacci, fissata la sua mente ad un 
ideale grandioso, cantò poi e scrisse per tutta la vita con una 
sola fede nell'animo e con un solo principio estetico nella mente; 
Ebbe egli pure i suoi rari intervalli d'abbattimento e, se può dirsi, 
di traviamento morale; l'AwsoHZO, per esempio, idillio eroico, ch'ei 
si meraviglia e in parte si duole di veder poco letto e meno ap- 
prezzato, non si direbbe cosa sua ; parrebbe scritto dopo una let- 
tura agitata delle poesie di Byron; vi regna lo scontento; vi si 
maledice alla vita, cosa insolita nel Mamiani che l'amò sempre, 
poiché seppe pure renderla feconda di bene; tuttavia, anco in esso 
vi sono momenti di sdegno magnanimo. 
Ecco in qual modo si esprime l'esule Ausonio: 

Borioso il guardo 
Ohinan su me gli strani, e lor trofei, 
', Di molto sangue e d'innocente aspersi, 

Lor non sane dovizie e lor venture 
Mi ostentano beati. Alcun mi stringe 
"La destra e parla: — da quel suol venuto 
Bello e gioioso che gli aranci infronda, 
, Nido gentil di veneri e d'amori, 

Fa'ai nostri orecchi udir qualche melode 
Recente e cara, e i facili gorgheggi 
(Che il puoi tu sol) dell'uscignuolo imita. 
, Dio de'miei padri, e sostenuto ài dunque 

Nel tuo furor che tempo si volgesse 
In cui sì fatto si terria sermone 
Al disceso da Roma ! 

Ma il nome del Mamiani come poeta gli resterà veramente per 
gli Inìii sacri, genere di poesia ch'egli, pur venendo dopo il 
Manzoni, seppe trattare in una forma originale. Essi hanno rari 
impeti, ma contengono spesso alti pensieri, e felici descrizioni ; 
l'autore è cosi fatto, che ha bisogno di riscaldarsi, a grado, a 
grado per arrivare al punto in cui egli troverà effetti singolari; 
e lo sciolto è tal metro che poteva concedergli l'ozio necessario 
per salire senza scosse improvvise al momento agitato della crea- 



— 261 — 

zione. Egli confessa bene d'avere nella sua giovinezza recitato 
versi per improvviso; e si può facilmente credere, considerando 
con quanta facilità e abbondanza egli discorra; ma se le parole 
non gli fecero difetto, gli potè talvolta venir meno il fuoco che 
dovea accenderle : che, se in prosa si può incominciare parlando, 
e finire tonando, la poesia, la lirica in i specie, non offre gli 
stessi vantaggi, e se non erompe tosto calda ed inspirata non at- 
trae e non si sopporta. I carmi od inni del Mamiani, a motivo 
del metro ch'egli coltivò con molto studio ed onore, richiedevano 
quella calma meditativa, che gli era appunto naturale; e però ri- 
mangono, nel genere loro, eccellenti esemplari di poesia, perchè 
intieramente conformi all'indole particolare, agli studii e agli 
amori del poeta, che vagheggiò sempre l'antico, servendosi del 
moderno. Gli inni saci'i del Mamiani furono pubblicati a Parigi, 
a spese dell'autore, con l'aiuto di alcuni amici i quali s'erano 
adoperati a trovare soscrittori; tra questi amici, fin dall'anno 
1833, troviamo in Piemonte, il Pellico ed il Gioberti (1). È noto 
poi il bell'elogio del Mamiani che il Gioberti lasciò scritto nel se- 
condo volume del suo Pìnmato: « Qual amatore di sapienza e di 
eleganza non conosce e non ama Terenzio Mamiani? Si può egli 
essere filosofo piìi penetrativo ed austero, poeta più religioso e 
verecondo, più fervido e assennato adoratore della patria? Per- 
sino in quel suo stile virgiliano e purissimo, leggiadro senza mol- 
lezza, decoroso senza affettazione, e signorile senza arroganza, 
trovi il ritratto del suo animo e della sua mente. » E il Gioberti 
era buon critico. 

Per un solo discreto vulume di versi il Mamiani regalò alla 
letteratura italiana più di dieci volumi di prose ; taccio delle filo- 
sofiche, non potendo io salire alle altezze ontologiche e metafisiche 
nelle quali il Mamiani ama di frequente lasciare liberamente spa- 
ziare il nobilissimo ingegno; non già che il nostro filosofo s'in- 
volga in quel nebuloso linguaggio in cui la maggior parte degli 
scrittori filosofici suole nascondere piuttosto che rivelare le pro- 
prie cosi dette speculazioni , ma se io debbo far voto perchè i li- 
bri di filosofia siano tutti scritti con quella forma nitida e venu- 
sta che sa dare ai proprii il Mamiani, gli argomenti eh' ei tratta 
a suo grand'agio sono troppo elevati, perchè la mia mento possa 



(1) Cfr. nell'Epistolario del Pellico, una lettera da lui scritta al padre 
G. G. Bogliiio. 



— 202 — 

lungamente sostenersi dietro i lunghi voli metafisici ch'egli fa pi- 
gliare, nelle ore tranquille e solitarie delle meditazione, al suo 
neo-platonico intelletto. Io comprendo gli slanci poetici della di- 
vinazione che si edifica un mondo tutto ideale al di fuori del sen* 
sibile ; ma i sogni per essere belli ed illudere non devono essere 
troppo lunghi ; e io non comprendo la metafisica altrimenti che 
come un viaggio fantastico nell'ignoto, dal quale si ha poi sempre 
fretta di tornare alla poetica realità della vita; il giuoco delle 
bolle di sapone stanca pure il fanciullo. 

Intendo invece e gusto meglio le Prose letterarie del Mamiani; 
esse sono più presso a noi e parlano di cose che convengono me- 
glio alla nostra natura la quale può solamente speculare nell'ozio, 
ma nel tumulto della vita operosa, ha uopo, sovra ogni cosa, di 
manifestare la sua virtù operativa sopra oggetti immediati e pre- 
senti, almeno non troppo remoti dai bisogni più urgenti della 
nostra vita civile. Ammiro quegli ingegni i quali s'alzano sopra 
tutte le considerazioni del tempo e dello spazio, per imprendere 
peregrinazioni divine nell'infinito; ma, se in questo mare senza 
sponde il possente ingegno del Leopardi naufragava, chi può spe- 
rare di veder tornare fra noi come uomini vivi gli ardimentosi 
pellegrini di quel mondo sublime, che da lontano par qualche cosa 
e, cercato dappresso, non si trova più, e si dissipa in parvenze vane, 
prive d'ogni sostanza ? 

Ma io m'arresto per timore che alcuno non mi faccia carico di 
voler combattere quella filosofia alla quale ho già confessato can- 
didamente che la mia mente non sa arrivare ; diciamo dunque 
alcune altre parole delle Prose letterarie, che mi sembra d'aver 
meglio comprese. 

Nella Btngata di San Martino, frammento di una biografia che 
reca la data dell' anno 1838, 1' autore coglie 1' cccasione per isti- 
tuire una critica sottile delle lettere italiane in quel torno di 
tempo. Quello che a me sembra più notevole in tale scritto è la 
condanna del vezzo de' nostri letterati di ordinarsi facilmente in 
iscuole, per le quali sopra un ingegno originale troviamo poi 
centinaia d' imitatori, i quali ne sciupano l' opera. Lo schizzo che 
il Mamiani vi fa delle nostre varie scuole letterarie, sebbene talora 
volga in caricatura, mi sembra assai felice : ma il poema roman- 
tico che segue, intitolato : Il Castello d'Ivrea, mostra ad evidenza 
quanto l'arte sia più malagevole della critica; l' autore -pittore 
rimpasta sulla sua tavolozza i colori di Hoffmann, di Byron, di 
Hugo e di Harlincourt, e dal rimpasto vien fuori un mostricino; 



— 263 — 
il Mamiani lo produce, per verità^ col solo fine di burlarsi della 
scuola romantica, eh' era allora in voga in Francia, e che il 
Guerrazzi trapiantò in Italia; ma l'imitazione potevasi fare, mi 
sembra, con miglior garbo. Lavoro più notevole, e un vero e 
importante capitolo di storia critica della letteratura italiana, è la 
prefazione stesa a Genova dal Mamiani per la edizione de' Poeti 
italiani dell' età media, ossia dal cinquecento al settecento, che il 
Baudry pubblicava a Parigi nell' anno 1818 ; essa reca il tono 
grave d' una lezione accademica, ma ha di proprio la novità e ìa 
franca disinvoltura de'giudizii, sebbene talvolta si potrebbe desi- 
derare che ogni autore venisse considerato e pregiato secondo i 
suoi molteplici aspetti, e non sotto quello peculiare che incontra 
o no il gusto finissimo del critico. Cosa tutta bella ed eloquente è 
r elogio del Re Carlo Alberto, scritto dal Mamiani a Genova nel- 
r agosto del 1849, per mandato onorevole di quel Municipio. Al 
Re Carlo Alberto il Mamiani avea nell'Inno a San Giorgio profe- 
tato la guerra pel riscatto d' Italia : 

Poi nel gran dì che allo stranier per sempre 
Chiuse fian l'Alpi, e sol una Simiglia 
Dal Tanaro all' Greto il ciel rischiari 
Nel feroce antiguardo e presso a tale 
Sceso d' Emanuelli e d'Amadei 
Commiste andran Liguri insegne e Sarde, 
A i bei rischi di guerra e di ventura 
Sol fian leggiadre di valor contese 
Meritate quassù d' alti diademi. 

Per questi versi, il Re Carlo Alberto, contro il parere, anzi il 
divieto espresso del Conte Solaro della Margherita, avea dato or- 
dine perchè al Mamiani fosse conceduta la facoltà di rientrare in 
Piemonte. Sedendo ministro di Pio nono a Roma nella primavera 
del 1848, e poi nell' agosto dello stesso anno a Torino come uno 
de' presidenti (con Gioberti) della Società della Confederazione 
italiana egli avea servita lealmente la causa costituzionale dei Re 
Sabaudi, ai quali desiderava più ampio regno, che sollecitasse il 
compimento dell' unità italiana. Nessuno poteva quindi a Genova 
lodare Carlo Alberto con maggiore sincerità. E però le parole di 
lui riuscirono calde e piene d'efficacia, non meno che di dignità, 
e da mettersi fra i più nobili esemplari che si conoscano nella 
letteratura degli Elogi. I due discorsi proemiali alVAccademia di 



— 264 — 

filosofia italica da lui letti in Genova nel novembre degli anni 1850 
e 1851, servono a darci il carattere del Maraiani come filosofo e 
di tutta la sua scuola, nello studio che vi si pone a dimostrare 
come la filosofia italica intenda all'armonia di ogni facoltà, come 
il colmo della scienza sia il trovare accordo fra i contrari, come 
la massima dignità nella vita dell' uomo appartenga alla filosofia, 
e come la filosofia dovrebbe essere la sola legislatrice. Il Manzoni 
si contenterebbe del buon senso ; ma il buon senso, come il Man- 
zoni stesso lo ha detto, deve spesso stare nascosto per paura del 
senso comune; e così avviene pure che si estimi dai filosofi ne- 
cessario, ci si perdoni la parola meno rispettosa, il fare un po' di 
rettorica speculativa, per mandare vestite in abiti più pomposi e 
solenni, quelle ragioni ovvie che, senza la guida scolastica od 
accademica d' alcuna filosofia, saprebbero guidare, senza troppo 
strepito, al difuori di qualsiasi preoccupazione de' sistemi, i negozii 
della vita cosi della privata come della pubblica. Non privo di 
affettazione è 1' elogio di Antonio Rosmini, recitato dal Mamiani 
nella ricordata Accademia, il quale tuttavia merita un riguardo 
specialissimo per le abbondanti lodi con le quali il filosofo Pesa- 
rese prosegue il Roveretano, che avea pur censurato severamente 
il libro del Mamiani Bel Rinnovamento della antica filosofìa ita- 
liana; volgendosi allo spirito di Antonio Rosmini, egli vi si 
esprime in' questa forma: « E ancora che tu fossi altrettanto schivo 
di cogliere lodi e riscuotere omaggi, quanto eri ambizioso e sol- 
lecito di meritarli, forte mi grava che tu potessi a qualche segno 
ingannevole reputarmi ingrato o non abbastanza riconoscente 
a' tuoi benefizi; posciachè io voglio e debbo chiamare di cotal 
nome e la gran fama che procurasti al sapere italiano e le dot- 
trine sostanziose e molteplici che ò attinte ne' tuoi volumi e quegli 
insegnamenti profondi che tu m' imparasti scrutando e censurando 
dottissimamente un libro mio giovanile ed informe ; e ben ti dico 
che quanto ò di poi profittato nelle razionali contemplazioni, se 
pure alcun minimo che ò profittato, io il debbo per intero al sin- 
dacamento esatto e minuto che far ti piacque di quel mio scarta- 
bello. » Mettiamo pure che qui il Mamiani pecchi per modestia 
soverchia, e che un libro di oltre cinquecento facciate da lui 
preparato in più anni, e dal quale egli s' ebbe pure come filosofo i 
primi onori, sia mal chiamato uno scartabello; ma, poich'è più facile 
il trovare chi si vanti che non l'imbattersi in chi domandi scusa, 
specialmente poi quando chi si scusa, sia uomo vago del suo buon 
nome^ e degno di quel nome, la modestia, anco eccessiva, del Mamiani 



— 2G5 — 

provetto e glorioso può insegnare ai giovani, la paura non già né l'in- 
fingimento, ma quella modestia opinione intorno a sé stessi, che è 
necessaria sempre a progredire, che sola è prova di senno, e che fini- 
sce poi sempre per conciliar simpatia. Lo scritto che s'intitola Della 
Scienza politica in Francia è un'estesa ed accurata analisi del- 
l' opera del conte De Carnè sulla Storia del Governo rappresen- 
tativo in Francia dal 1789 al 1848. Due lettere dirette nel 1842 
da Parigi ad un Torinese, difendono l'italianità e l'eleganza della 
nostra letteratura ; ed esse non potevano trovare apologista più 
degno del Mamiani, sebbene vi si trovino certi inutili rimpianti, 
come, per mo' d' esempio, che i Promessi Sposi del Manzoni sot- 
tostiano « in proprietà e in fiori di bel parlare all' ultimo dei no- 
vellieri del cinquecento. » Il Liuto è una singolare e ingegnosa 
ma freddamente erudita divagazione filosofico-letteraria nel trecento, 
sulle traccie di Guido Cavalcanti che anzi n' é supposto autore ; 
ma 1' arte del Mamiani ne tradisce il vero autore dalla prima al- 
l' ultima pagina. L' elegante discorso intorno a Carlo Troya, letto 
dal Mamiani nell' adunanza solenne dell'Accademia della Crusca 
del 2 di settembre 1860, in occasione del suo ricevimento nel seno 
della medesima, termina con queste parole inspirate : « Questi 
nostri Appennini non si frappongono ora più alla pupilla eterea 
di Carlo Troya ; e forse gode egli un prospetto e una scena de- 
gnissima della vista degli immortali. Forse in questo punto che 
noi parliamo, scorge annullato per sempre e non col ferro o col 
sangue, ma per l'efilcacia tremenda dell'universa riprovazione, un 
reggimento iniquissimo che altri chiamò la negazione di Dio; 
scorge gran parte della famiglia italiana cancellare in un giorno 
solo le discordie e separazioni di venti secoli ; e il più generoso 
rampollo dei Berengarj salutato monarca della primogenita dello 
nazioni civili. » Il Mamiani possiede mirabilmente l'arte de' fer- 
vorini che provocano l'applauso; come accademico, come profes- 
sore, come oratore, come ministro se ne valse frecj[uentemente e 
con suo grande vantaggio. Cosi il discorso col quale il Mamiani 
ministro apriva l'Accademia scientifico-letteraria di Milano si con- 
chiudeva, stupendamente, raccomandando ai giovani tre cose delle 
quali la risorta patria italiana ha necessità suprema : armi, sa- 
pienza, e virtù. Né per tali discorsi soltanto si distinse il Mini- 
stero del Mamiani; ma egli colse pur l'occasione, e cosi l'avessero 
secondato i colleghi e i successori di lui, per purgare la lingua 
burocratica da ogni barbarie, e ridarle una linda veste italiana; 
le sue note ministeriali hanno, per questo riguardo, un pregio 



— 266 — 
singolarissimo. 1 Rimesso dal Mamiani il portafoglio della pubblica 
istruzione nelle mani del Re, l' illustre Pesarese, come « veneratore 
d'ogni perfetta bellezza e adoratore dell'arte divinamente inspirata » 
veniva destinato ambasciatore d' Italia ad Atene ; e di là egli in- 
dirizzava due lettere elegantissime e ripiene di poesia^sopra l'Acro- 
poli e le Antichità d'Atene ; e sosteneva poi gii studii archeo- 
logici del giovine Antonino Salinas (ora distinto professore di 
numismatica nell'Ateneo di Palermo) che il Ministro Amari gli 
aveva particolarmente raccomandato. Dopo 1' ambasciata dAtene, 
e quella di Berna, fu il Mamiani due volte vice-presidente del 
Senato, ministro degli studii sotto il governo provvisorio della 
nuova Roma redenta, e relatore in Senato della celebre legge sulle 
garanzie. In ogni atto della sua vita pubblica, come ne' suoi scritti 
egli avvertì sefnpre di recar decoro e buon gusto. Lo scrittore è 
artista, sebbene talvolta conduca 1' arte fino all' artificio ; cosi il 
gentiluomo è cortese, sebbene talvolta la cortesia divenga in lui 
alquanto cerimoniosa; egli ha, come ogni uomo originale, i difetti delle 
sue buone qualità, le quali mi parvero sempre molte ed invidiabili; 
è diffìcile, in vero, trovare un ingegno più limpido, un animo più 
affettuoso, un senso più delicato e squisito del bello, una sapienza 
più vereconda , alcuno finalmente che nelle sue manifestazioni 
esterne adoperi una più gentile estetica di quella che nella vita e 
negli scritti adopera il conte Terenzio Mamiani della Rovere. 



XV. 



PIETRO SELVATICO ESTENSE. 



Dopo un patrizio poeta, piacerai rammentare un patrizio arti- 
sta. Se Roberto d'Azeglio fosse ancora in vita, invece di un solo 
insigne critico d' arte, avrei dovuto presentare due patrizii che, se 
bene per vie diverse, coltivarono entrambi con onore nella nostra 
letteratura un genere che, dopo il secolo decimosesto fino a que- 
sti ultimi tempi, era rimasto assai negletto. Che, se molti letterati 
anco nell'età nostra scrissero d'arte e in ispecie delle arti del di- 
segno, assai pochi furono quelli ai quali si potesse dagli artisti 
concedere autorità di ragionarne. I discorsi accademici del Gior- 
dani, il libro sul Bello del Giordani, le lezioni d'estetica del Nic- 
colini, dell'Emiliani-Giudici, dell' Aleardi, di Antonio Tari e di Vin- 
cenzo De Castro, le Lettere a Maria di Giovanni Prati sulla mo- 
stra di Torino, il volume di Francesco Dall'Ongaro sull'arte alla 
mostra di Parigi, il libriccino di Augusto Conti sul Duprè furono 
opere letterarie meritamente pregiate, e probabilmente resteranno 
tutte nella nostra letteratura ; ma, se esse aiutano l'inspirazione 
dell'artista, e valgono certamente ad elevarla, non bastano poi 
ad illuminarlo ne' segreti della sua tecnica, ed a raddrizzarvelo 
ov'egli abbia errato. A ciò occorre che, prima di scrivere, il cri- 
tico abbia appreso almeno un poco in che modo l'arte si faccia o, 
come si usa dire, conosca almeno la grammatica artistica. Un cri- 
tico d'arte che si fidi al solo suo gusto, mi dà immagine di quel 
maestro di canto, il quale si fidasse al solo suo orecchio, senza 
aver appreso la musica. E con ciò non voglio punto dar ragione a 
que'pittori e scultori i quali tacciano d'incompetenza ogni giudizio se- 



— 268 — 

vero che sìa proferito sull'opera loro da'letterati, i quali tuttavia sono 
sempre riconosciuti competentissimi quando abbiano parlato dell'o- 
pera loro in termini lusinghieri. Chi ci loda, per l'ordinario, ha sem- 
pre ragione, e chi ci biasima sempre torto; è una verità antica ma che 
pure non invecchia mai. Io credo invece che anco il letterato, quando 
sia uomo d' iogegno e di gusto, possa giudicar rettamente di tutto 
ciò che forma la parte ideale di una composizione,ed accorgersi pron- 
tamente di certe sproporzioni, di certe stonature, di certe scon- 
venienze che guastano l'impressione. Ma il letterato non è poi 
atto a rendersi ragione de'mezzi adoperati dall'artista nell'opera 
sua; che alla critica di questa parte importante di ogni composi- 
zione, deve soccorrere una scienza speciale la quale non s'acqui- 
sta, se non esercitando l'arte stessa, o, almeno, tenendo minu- 
tamente dietro, nello studio de' pittori, degli scultori, degli archi- 
tetti, al processo de' loro lavori. E' in tal modo che i Cavalcasene, 
i Boito, i Dalbono, i P. Giusti, gli Azeglio, i Selvatico poterono, 
come critici d'arte, farsi valere per i nostri artisti non meno che 
per i nostri letterati. 

Il marchese Pietro Selvatico Estense nacque figlio unico di fa- 
miglia non ricca ma discretamente agiata a' 27 d'aprile dell'an- 
no 1803. Il professor Ludovico Menin, che avea attitudine 
alle scienze non meno che alle lettere, e che era stato pro- 
fessore di fisica nel seminario padovano, prima di occupare la 
cattedra di storia nell'Università di Padova, si recava in casa 
Selvatico, per ammaestrarvi il giovine Pietro nelle scientifiche e 
nelle letterarie discipline. E lo stesso maestro istruì il Selvatico 
fino all'età di dicìanove anni, educandone particolarmente il gusto 
all'amore dell'antiche eleganze. Ma fin dalla sua età di undici anni 
il giovinetto Pietro avea spiegata una forte inclinazione alle arti 
del disegno, e vi si era dedicato con amore, se bene il suo primo 
maestro non fosse de' migliori. Ma, in breve, egli ebbe la ventura 
di conoscere il celebre pittore di quadri storici Giovanni Demin, 
che era venuto a lavorare in Padova, e d'istruirsi alla sua scuola, 
di maniera che si trovò presto in condizione di potere dipingere 
egli stesso quadri di una considerevole grandezza. Ma, più ancora 
che alla pittura, spingevalo l'indole del suo ingegno all'architettu- 
ra, nella quale egli si erudi quindi particolarmente per la intrinsi- 
chezza, nella quale visse col valente architetto Joppelli. Il suo 
studio fu allora rivolto a mettere in armonia fra di loro le arti 
della pittura e della architettura; alla prima domandò che fossero 
studiate le leggi della prospettiva e della geometria; alia seconda 



— 269 — 
che osservasse ne'siioi prospetti quella eleganza, quella finitezza, 
quel buon gusto nel disegno che si ricerca con ragione dai pittori. 

Il Selvatico intraprese quindi lunghi viaggi per amore dell'arte, 
in Italia da prima, ch'egli corse e ricorse più volte, osservando, 
discutendo sopra i monumenti e sopra la loro storia, non meno 
che sopra le scuole ove l'arte s'insegnava. Dopo l'Italia visitò an- 
cora gran parte di Europa, e ne ritornò ricco di dottrina, e sovra 
tutto di alcune nuove idee pratiche ed originali, con le quali 
egli s'accostò, forse primo in Italia, a trattare scientificamente la 
critica d'arte. Dichiarò guerra alle accademie com'esse erano or- 
dinate fra noi, e all'educazione tutta convenzionale che gli artisti 
vi ricevevano ; insistette con sapiente ostinazione sulla necessità 
di dare la scienza come fondamento all'arte ; combattè animoso 
contro tutto ciò che nell'arte si presenta come ozioso e falso, pre- 
dicando primo la necessità di una stretta alleanza fra l'arte e 
l'industria. Era a prevedersi che una tal novità di critica avrebbe 
suscitato vive polemiche, e le suscitò di fatti ; e fu fortuna ; poi- 
ché da quelle battaglie nelle quali, rispondendo, con vivacità, a'suoi 
oppositori, il Selvatico, che difendeva i diritti della ragione e del 
buon senso, sorti sempre vincitore, dobbiamo ripetere le riforme, 
che lentamente si e con molta difficoltà, ma che pur, di grado in 
grado, si vanno pure operando nelle nostre scuole artistiche. 

Il Governo della Venezia sperando forse vincere con l'alletta- 
mento d'un lucroso duplice impiego accademico il temuto riforma- 
tore, chiamò nel 1850 il Selvatico a reggere l'Accademia Veneta, 
ed a coprirvi il posto di estetica e di storia d'arte, poi, nel 1855, 
a supplire per un anno alla cattedra di architettura rimasta va- 
cante, poi finalmente ancora a visitare, come ispettore, le scuole 
di disegno nelle provincie venete. Io so che da alcuno si fece ca- 
rico al marchese Selvatico per avere accettati quegli uffici i acca- 
demici, rnentr'egli aveva sempre avversato le Accademie, e che lo 
si accusò pure di poco amor patrio per averli accettati dall'Au- 
stria. Ma, al primo degli appunti de'suoi avversarli, probabilmente 
accademici offesi dalle teorie riformatrici e sovra tutto dalle vive 
polemiche del Selvatico, il nostro critico può rispondere ch'egli 
entrò in un'Accademia appunto per mettere in atto le sue idee 
e sostituire di fatto un insegnamento scientifico dell'arte ah' in- 
segnamento empirico ch'era prima in vigore; al secondo appunto 
egli opporrà che, nell' anno 1858, quando gli parve che il Go- 
verno volesse avversare i suoi principii d'arte, e quando, di più, 
si richiesero da lui, come da ogni capo d'ufficio, poliziesche infor- 



— 270 - 
mazioni sovra la condotta politica de' maestri e degli alunni, abban- 
donò sdegnato ogni maniera d'ufflcii, e tornò alla pace della vita pri- 
vata e a' suoi poveri campi, ove, oltre al dolore di veder tuttora 
schiavo il suo luogo nativo in mezzo all'allegrezza di tutta l'Ita- 
lia liberata, provò ancora quello di rimanere, per tre anni, a mo- 
tivo di una cataratta, privo della vista, onde dovette rinunciare 
alle sue occupazioni predilette, a' suoi studii più geniali. Ma que- 
gli anni dolorosi gli furono almeno confortati dalle più vive e pre- 
ziose dimostrazioni di amicizia. Tra gli amici del Selvatico io ne 
rammenterò qui uno solo, perchè quel solo che ho conosciuto mi 
parve ed era uomo grande; io voglio dire il conte Andrea Cit- 
tadella Vigodarzere. Io dirigeva, nell'anno 1869, da Firenze la 
Rivista Contemporanea di Torino, ed abitavo sulla Piazza Santa 
Maria Novella. Un mattino (si era nel mese di gennaio) odo pic- 
chiare all'uscio, ed apro io stesso ; veggo entrare un gentiluomo 
distinto, che, pur nella sua età senile, serba l'elegante disinvoltura 
di un bel cavaliere ; mi porge con tutta cortesia uno scritto del 
Selvatico e fa per congedarsi. Ma il suo volto m'ha colpito ed at- 
tirato ; io lo prego d' indugiare un istante e di sedere ; egli 
consente; ed io lo guardo come alcuno che desideri indovinare 
chi egli sia ; ringrazio dello scritto del Selvatico, ed esprimo 
la mia riverenza per l'eminente critico padovano; egli conferma; 
io vorrei ch'egli dicesse di più, desideroso di persuadermi d'un 
caro presentimento che ho già nell'anima ; egli parla con tanta 
grazia, con tanto spirito, e con un gusto cosi perfetto ch'io 
m'accorgo bene di stare innanzi ad un uomo d' ingegno su- 
periore; alfine mi faccio coraggio, e dico; « è al conte Citta- 
della Vigodarzere ch'io ho l'onore di parlare ? » Il conte s'alza 
e soggiunge in fretta « il mio nome è solamente quello d'un 
povero uomo di buona volontà »; quella risposta mi fa temere un 
istante ch'io mi sia ingannato, ma pur sento bene di non essermi 
ingannato in questo ch'io sto presso ad un uomo grande, e, nel 
salutarlo, gli faccio intendere che in ogni modo, scriverò al mar- 
chese Selvatico per sapere chi egli sia, poiché innanzi a nessun 
uomo ho provato fino allora un sentimento di riverenza più sim- 
patica e più religiosa ; allora il conte : « non istia a scrivergli, ed 
a Lei, buon signore, basti il sapere che il mio nome è Andrea ». 
Cosi l'interessante enigma fu sciolto (1). Io non avevo mai visto 



(1) Per meglio assicurarmene volli tuttavia scriverne particolarmente 
al Selvatico, il quale il 1" di febbraio del 1859, si compiaceva rispon- 



— 271 — 

il Cittadella, né alcun ritratto di lui, né pur sapevo ch'ei fosse in 
Firenze ; ma nella sua persona, nel suo sguardo, in quella nobile 
figura io aveva letto, come per inspirazione, il suo nome e l'es- 
sere suo. Seppi poi ch'egli abitava sulla stessa Piazza di Santa 
Maria Novella, e in quella casa, ove sorge ora l'Albergo della Mi- 
nerva. Dopo quel primo singolare ritrovo, lo rividi naturalmente 
alcune altre volte, e lo amai e lo venerai più e più sempre come 
uomo che aveva in sé assai più del divino che dell'umano; e se 
la morte non era così pronta a rapircelo, io avrei goduto del pia- 
cere ineffabile di conversare con quel cavaliere incomparabile, come 
di nna fra le supreme felicità della vita concesse a noi popolo di 
sognatori; ma cosi non volle il suo destino ed il mio, onde a me 
non resta se non il dolore di rimpiangere amaramente una per- 
dita che all'Italia ed a Padova in ispecie fu crudele, ed il conforto 
di richiamarmi con la memoria ai pochi ma dolci colloquii avuti 



dermi nella forma seguente : « Chiarissimo Professore, Precisamente 
Ella ha indovinato ; la persona che La trattava sì piacevolmente è il 
mio amicissimo (siamo intimi da 40 anni) Conte Andrea Cittadella Vi- 
godarzere Senatore del Regno, ed uomo ammirando sotto tutti gli aspetti. 
Riccamente agiato, fu sempre di una beneficenza fruttuosa e larga per 
la sua Padova. Studiosissimo della legge e della letteratura, fecondò 
quegli studj col fertile ingegno, ed è quindi scrittore in prosa e poesia 
forbito, elegante, dotto. A questo si aggiunge una rettitudine intemerata, 
una sincerità ed un amore proficuo alla sua numerosa famiglia che Io 
rende modello de' padri. Educò presso di sé i suoi otto figli, e fece cari 
esempii di cultura e di gentilezza quelli già adulti, il maggior de' quali 
ha già 26 anni. Ha un solo difetto : una gran propensione per due sorta 
di aristocrazie...; quella dell'onestà e l'altra dell'ingegno, e un gran 
disprezzo per la famosa dai magnanimi lombi, se, come il solito, è 
impastata di grulleria, d'ignoranza e di cocciutaggine. Eppure questo 
vero tipo del buon cittadino non venne dal suo paese convenevolmente 
apprezzato ; e, quando le sorti nostre mutarono, i quattro soliti che^ 
nella baraonda, si impongono ai 40,000, gonfiati da quella vescica diplo- 
matica che si chiama il ; quei quattro, dicevo, che avean pur tante 

volte ricorso per aiuto al mio amico, gli voltaron le spaile, e ci mancò 
poco che non gli gridassero il crucifige. Se non che la parte sana del 
paese, rincacciò nel pantano le rane, e gli si rese giustizia: meno male: 
almeno una volta. Ci vada, Egregio signore... » e qui il marchese Selva- 
tico si degnava aggiungere alcune amabilità a mio riguardo, facen- 
domi sapere come il conte Cittadella abitasse a sole tre porte dalla 
mia dimora. 



— 272 — 

insieme, ne' quali tornò sempre onorato il nome del marchese 
Selvatico, cui io doveva l'onore del primo incontro col Cittadella. 
Dopo tre anni di sofferenze, il Selvatico, essendosi sottoposto 
ad una operazione che riuscì felicemente, ebbe la fortuna di racqui- 
star la vista e di poter fare ritorno agli studii ch'egli avea con 
vivo rammarico intermessi, e prender parte a commissioni ed uf- 
flcii ai quali, per risolvere questioni d'arte, fu invitato dalla fidu- 
cia del Governo italiano e dal Municipio di Padova. Se non che 
mi sembra il Governo avrebbe potuto e dovuto fare assai più per 
dimostrare al primo critico d'arte che vanti l'Italia quell'ossequio 
ch'egli s'è ben meritato, e che i giovani artisti educati sopra i 
libri del Selvatico gli consentono unanimi. Mi sembra almeno, 
per dire un esempio, che, in un consiglio della pubblica istru- 
zione, ove siedono meritamente a giudicar d'arte i Mamiani, i 
Carcano, gli Aleardi, i Prati, i Coppino, i Tenca, i Giorgi- 
ni, i Villari, i Bertoldi, ed altrettali valentuomini, degnissimi 
dell'onore che lor venne conferito, sarebbe al suo posto anche un 
Selvatico ; né mi pare che il Ministero della pubblica istnizione 
si dovrebbe rovinare se sopra i dicianove milioni di lire ch'esso 
ha da spendere annualmente per l'istruzione, allargasse il misero 
fondo di trenta mila lire stanziato pel suo maggior Consiglio a 
fine di circondarsi di alcuni nuovi consiglieri, i quali non vi an- 
drebbero certamente a far numero, ma a crescergli utilità e pre- 
stigio. L'Istituto Veneto, col nominare, come dicesi, suo membro 
effettivo, il marchese Selyatico, gli attestò rispetto e gratitudine 
in nome della Venezia; il Municipio di Padova, col lasciarlo ar- 
bitro nella Direzione gratuita ch'egli generosamente assunse di 
una scuola comunale di disegno a vantaggio degli artigiani, at- 
testa assai bene l'ossequio che esso deve al suo illustre concitta- 
dino. Resta che l'Italia tutta si ricordi come la modestia, il ri- 
serbo, il decoro che un uomo eminente possa volontariamente im- 
porsi non iscusano punto della loro indifferenza e trascuranza i 
lontani ; che quanto meno egli non cerca gli onori, questi de- 
vono tanto più cercar lui. (1) 



(1) Soggiungo qui una tavola de' più notevoli ediflcii ideati e diretti 
dal Selvatico come architetto, e de' lavori principali da lui pubblicati 
come critico : 

Lavori architettonici: 
1. La facciata della Chiesa di S. Pietro in Trento, di stile gotico or- 
natissimo, tutta di marmi paesani. 



- 273 - 

2. Altare maggiore con apparato, per la chiosa di Mezzolombarda 
(Tirolo) stile lombardesco. 

3. Chiesa od edicola mortuaria, per la famiglia dei Conti Pisani, 
nella villa di Vescovana (Padovano) ; stile inglese elisabetiano. 

4. Chiesetta di stile gotico, pel giardino di Fonteviva (Padovano) 
della famiglia Cittadella Vigodarzere. 

5. Uno dei grandi altari di marmo, con colonne e molto ornamento 
per l'Arcipretale di Legnano (stile del cinquecento avanzato). 

6. Due casini di campagna, di stile inglese, sui colli vicentini. 
Principali lavori letterarii a stampa : 

1. La Cappellina degli Scrovegni in Padova, ed i freschi di Giotto 
in essa contenuti, con molte incisioni in rame su disegni dello stesso 
Selvatico. Padova, 1836 (un voi. in 8" di pag. 280), stupendo modello 
d'opera descrittiva. 

2. Sull'educazione del pittore storico odierno italiano, Pensieri, Pa- 
dova 1842. Un voi. di 800 pagine, opera che parve in quel tempo 
rivoluzionaria, e che nella storia dell'arte nostra meriterà sempre una 
pagina importante. 

3. L'architettura e la scultura in Venezia. Milano, Ripamonti 1847. 
Un voi. di 500 pag. 

4. Storia estetico-critica delle arti del disegno. Venezia 1852-56. 
Due voi., l'uno di 630, l'altro di 1000 pagine. È una scelta delle lezioni 
fatte dal Selvatico nell'Accademia Veneta, e vi si rende manifesto che il Sel- 
vatico per entrare in un'Accademia non vi portava idee accademiche. 

5. Scritti d'arte. Firenze, Barbera, 1859. Un voi. di pag. 400. Ogni 
studioso d'estetica lo ebbe fra le mani ed ebbe occasione di ammirare 
non meno la eleganza dello scrittore che la sapienza del critico. 

6. Arte ed Artisti. Padova 1863. Un voi. di pag. 500. 

7. L'Arte nella vita degli artisti, Racconti. Firenze, Barbera 1870. 
Un voi. di pag. 500; ha l'attrattiva di un romanzo storico, e getta molta 
luce sopra alcuni punti della vita artistica del trecento e del cinque- 
cento, della Venezia in ispecie. 

8. Guida di Venezia ) 

9. Guida di Padova \ ^"® ^®^' modelli di guide artist. municipali. 

10. Il disegno elementare e superiore ad uso delle scuole, opera 
premiata al Congresso pedagogico di Venezia ; un voi. di 300 pag. con 
litografie, che reca il succo di tutte le migliori idee professate nella 
sua lunga e laboriosa carriera artistica e letteraria dal marchese Pie- 
tro Selvatico. 



Ricordi Biografici 18 



XVI. 



FEDERICO SCLOPIS. 



Era per me, a dirla col beniamino de'nostri scrittori, una ten- 
tazione tentante, tener qui discorso del conte Federico Sclopis, 
ne'giorni ne' quali tutto il mondo civile teneva rivolta la mente 
al Congresso arbitrale di Ginevra, od attendeva ch'esso, per la 
parola autorevole del proprio presidente, desse suprema sentenza 
del dritto e del torto nell'ardua e tormentata questione anglo-ameri- 
cana àeW Alaliama. Ma, se, per un verso, è probabile che i miei 
lettori avrebbero letto con maggior curiosità il presente breve 
Ricordo, or sono alcuni mesi, io credo ch'essi e lo Sclopis non 
disprezzeranno le ragioni che mi determinarono a tralasciare 
quell'occasione. In que' giorni lo Sclopis ci dava specie d'un po- 
tente, al quale si concede, per solito, la lode in ragione della po- 
tenza che gli si riconosce. Un semplice privato assunto ad un 
tratto alla dignità di giudice conciliatore fra due potentati stra- 
nieri, acquista egli stesso una certa maestà regale. E poiché non 
vi è maestà imperante che non veda formarsi intorno a sé, pic- 
cola grande ch'essa sia, una corte, anche lo Sclopis dovette ac- 
corgersi, ne'giorni più gloriosi della sua vita, ch'egli poteva con- 
tare sopra un certo numero di cortigiani. Io ho applaudito, come 
ogni amico del progresso, al trionfo della giustizia ch'ebbe la sua 
sanzione solenne nella sentenza del tribunale di Ginevra; ma non 
ho creduto opportuno parlare di lui in que'giorni. Che se fu, in 
gran parte, suo merito il definitivo componimento della questione 
([e\V Alabama, se fu per riguardo alla molta dottrina e alla fama 
di lui che i colleghi del Congresso arbitrale gli conferirono la 



— 275 - 

presidenza, se il Re d'Italia nel deputare lo Sclopis a far parte 
di quel Congresso ebbe la più felice ispirazione, conviene in que- 
sti casi far la sua parte alla fortuna, che mise in quell'occasione 
lo Sclopis in particolare evidenza presso il suo sovrano. In ogni 
modo poi la gloria conseguita dallo Sclopis a Ginevra era la con- 
seguenza fortunata di quella grande e legittima considerazione 
ch'egli s'era acquistata come storico, giureconsulto e uomo di 
stato, per arrivare alla quale egli avea invecchiato nella medita- 
zione e nel lavoro. (1) Egli poteva non pigliar parte in questa prima 
serie di Ricordi consacrati ai più illustri veterani viventi della 
nostra letteratura, ove non avesse avuto altro titolo che il trionfo 
di Ginevra; vi avrebbe invece preso posto onorevolissimo, anche 
senza quel trionfo, che venne solamente a confermare al mondo 
civile quell'insigne valore che in casa nostra eravamo già in ob- 
bligo da lungo tempo di riconoscergli. 



(1) Terminato felicemente il Congresso, lo storico Cesare Cantù sten- 
deva un bell'indirizzo in onore dello Sclopis, che veniva tosto coperto 
in Lombardia da un gran numero di firme; e il Re d'Italia indirizzava 
allo Sclopis, che, come cavaliere dell'Annunziata, gli divenne cugino, 
la onorevole lettera seguente : 

« Caro conte Sclopis, 

« Per corrispondere al desiderio espressoci da due grandi nazioni, 
risolute di trovare nelle decisioni d'un Consiglio d' arbitri il componi- 
mento pacifico di una causa che resterà celebre nella storia del diritto 
delle genti, Noi vi abbiamo nominato a sedere giudice in quel tribunale 
di cui i colleghi vostri vi vollero presidente. Il lustro che dal vostro 
nome riceve la Facoltà di giurisprudenza torinese, i meriti acquistati 
nelle cariche della magistratura giudiziaria, nei piìi alti uffici ammini- 
strativi e politici dello Stato, la fiducia inimitata che poniamo nel vo- 
stro carattere e nella devozione vostra per la nostra Persona, ci gui- 
darono nella scelta. E voi fra il plauso universale, vinte con prudente 
accorgimento e con 1' autorità morale del Consesso da voi presieduto, 
difficoltà gravissime, poteste annunziarci compiuta un'opera che le na- 
zioni salutano come esempio di civiltà. Della parte distinta che face- 
ste alla patria nostra in un fatto di tanta importanza Ndì vi ringra- 
ziamo come di segnalato servizio, e del compiacimento nostro deside- 
riamo che abbiate larga testimonianza nell' espressione dei sentimenti 
dell'animo nostro. 

« Firenze, 22 settembre 1872. 

« Affezionatissimo Cugino 

« Vittorio Emanuele. » 



— 276 - 

Il principio generale che governò la intera vita dello Sclopis 
parmi riassunto ad evidenza, sebbene con soverchia modestia, nelle 
seguenti parole, le quali raccolgo da una lettera ch'egli degnavasi 
indirizzarmi il 23 febbraio 1872: « Io non posso essere conside- 
rato che come un uomo di buona volontà; non ho perdonato a 
fatica per dimostrarla. Ho serbato la mia fede senza maledire il 
mio tempo; ho amato ed. amo la libertà schietta e feconda che 
7ion si scosta dalla giustizia. » Massimo d'Azeglio, che gli era 
stato compagno di scuola, e che chiamava lo Sclopis suo caro 
amico d'infanzia (1), suo caro vecchio amico, trovava spesso in 
lui un consigliere fido ed una di quelle figure che, per mutare 
d'uomini e di tempi, non si trasformano e si lasciano sempre" ri- 
conoscere; di maniera che. mentre altri volti che v'aveano prima 
illusi, si alterano, nel lungo osservarli, a segno da riuscirvi 
strani e paurosi, quelle figure, apparentemente fredde, che ritro- 
vate sempre fedelmente le stesse, vi confortano di mille delusioni, 
e vi assicurano essere nel mondo ancora qualche cosa di buono 
che persiste. Lo Sclopis, ch'io sappia, nella sua carriera pubblica 
non ha corso mai; è sempre andato di passo; ma è andato sempre 
avanti, e però egli potè far tanta strada, e lasciarsi indietro tanti altri 
che avevano corso fuori tempo con lena affannata. Egli non operò 
mai per impeto, ma per interno convincimento e per volontà stu- 
diata; in questo suo contegno pubblico egli rivelò mirabilmente 
uno de'tratti caratteristici del popolo piemontese. E, pure cercando 
la libertà ed unità d' Italia, egli rimase piemontese nel carattere, 
nel costume, nel tratto, nel linguaggio. Non grazioso, ma non inele- 
gante, non slanciato ma neppur tardo, non violento ma energico, 
non spiccato ma distinto, ecco le qualità eminenti dello Sclopis 
come scrittore e come oratore, le quali tanto meglio ci appaiono 
nello scrittore determinate, quanto meglio rispondono al nobile e 
saldo carattere dell'uomo. La vecchia divisa della nobiltà piemon- 
tese, frangar non flectar, lo Sclopis può, senza riguardi, farla sua, 
perocché egli certamente non l'ha tradita mai. 

Il conte Federico Sclopis s'accosta ora al suo anno 75". Torino 
gli diede i natali. Nel 1818, l'università lo proclamava dottore in 
legge; l'anno seguente lo aggregava al suo collegio di giurecon- 



(1) V. gli Scritti postumi di Massimo d'Azeglio pubblicati dal distinto 
genero di lui, Marchese Matteo Ricci, letterato egregio ; Firenze, Bar- 
bèra, 1871. 



— 277 — 
sulti; il ministro degli interni conte Prospero Balbo, il padre di 
Cesare, riconoscendo il singolare ingegno del giovine Federico, lo 
pigliava, chiamandolo presso di sé, sotto il suo particolare patrocinio. 

I due Balbo e lo Sclopis non presero alcuna parte diretta ai 
moti rivoluzionarii dell' anno 1821, del che io non posso né vo- 
glio far loro torto, come non voglio né posso scusameli, igno- 
rando le vere cagioni, che suppongo tuttavia onorevoli, per le quali 
si tennero al di fuori d'un fatto così importante, come, veduto di 
lontano, ci appare ora la rivoluzione di quell'anno eroico. 

S'io debbo argomentarne da certi giudizii che trovo sparsi nelle 
opere dello Sclopis, la principal cagione sarebbe stato l'aborri- 
mento che lo Sclopis aveva in comune coi Balbo per ogni moto 
rivoluzionario; è un principio di politica, che si può trovare esa- 
gerato, poiché senza certe scosse e senza certi rimedii eroici i 
mali estremi rado si correggono, ma che giova rispettare in chi 
lo professa non per ragione de'suoi commodi, ma per una persua- 
sione ragionata. 

Finché durerà nel mondo la brutta necessità della guerra, 
durerà pure l'altra brutta necessità delle rivoluzioni. Finché 
avremo presso di noi o al disopra di noi una forza armata, inti- 
meremo sempre la guerra o grideremo la rivoluzione. Togliete 
le armi al vicino ed al padrone, e diverremo tutti mansueti agnel- 
lini che ci perfezioneremo ne' beati ordini della pace. Questo è 
l'ideale ultimo d'ogni uomo che ami l'uomo; ma perchè trionfi più 
sollecito, prima di predicarlo ai popoli, gioverebbe innamorarne i 
principi. Lo Sclopis che si astenne dai moti del 1821 fu inspirato, 
io credo, dallo stesso principio politico che lo guidò nel 1872 come 
presidente del Congresso arbitrale di Ginevra. 

Della lunga, troppo lunga, pace, che seguì in Piemonte fra il 
1821 e il 1848 ebbero sovra tutto a sentir beneficio gli studii sto- 
rici, che in nessuna provincia d' Italia furono coltivati con più 
ardore e maggiore diligenza. Scrissero in quel tempo, (oltre a 
Carlo Botta) tutti piemontesi, il Cibrario, Santorre e Piero di Santa 
Rosa, il Balbo, il Ricotti, il Sauli, il Saluzzo, il Vesme, il Fossati, e 
altri più che contribuirono essenzialmente a dare in Italia un se- 
rio indirizzo alla letteratura storica; ed anche oggi piacerai os- 
servare come in Piemonte gli studii storici trovino singolare f;x- 
vore, il quale parmi degno di nota, come indizio di una speciale 
attitudine dell'ingegno piemontese, studioso di fatti più che di pa- 
role, e di quest'ultime solamente in quanto esse possano giovare 
a colorire, a determinare, a rilevare, a staccare i primi. 



— 278 — 

I primi scritti ch'io conosca di Federico Sclopis sono le sue le- 
zioni sopra i Longobardi in Italia, la prima delle quali preparata 
nel 1825, fu letta nel 1827 all'Accademia delle scienze di Torino, 
ed esaminata poi minutamente da Pietro Capei neW Antologìa del 
mese di settembre dell'anno 1830. Da quel punto s'accese la lunga 
guerra incruenta sulla gran questione storica de'Longobardi, nella 
quale, dopo che il Manzoni avea gettato il guanto, diedero poi 
battaglia in Piemonte, oltre lo Sclopis, il Balbo, il Ricotti, il Ve- 
sme ed il Fossati, in Toscana il Capponi ed il Capei, nel Napole- 
tano il Troya ed il Ranieri. Lo Sclopis rispose al Capei ^eW An- 
tologia del fascicolo d'ottobre nell'anno medesimo. Innanzi il 1830 
egli avea già pubblicato nella stessa Antologia tre gravi lettere 
dirette a Giuseppe Grassi sopra le illustrazioni dei papiri greco- 
egizii pubblicate dal prof. Amedeo Peyron, del quale come lo Sclo- 
pis fu de' primi in Italia a parlare convenientemente, cosi, ne fu 
in Italia presso che il solo degno encomiatore, dopo che ne lamen- 
tiamo la morte. 

Fra il 1830 e il 1833, lo Sclopis preparava i materiali d'un'opera 
poco nota, ma non meno forse importante di quella ormai popo- 
lare del Cibrario ^wW Economia pubblica nel medio evo; io voglio 
dire la Storia dell' antica legislazioìie nel Piemonte (1). L'autore 
pone ogni sua fiducia nella virtù di una buona legislazione, e a 
stornare il pericolo degli improvvisi rivolgimenti consiglia al 
principe le buone leggi. Ma per bene conoscere le leggi da farsi 
conviene anzitutto sapere quali leggi si abbiano, e per quali ca- 
gioni e con quali opportunità quelle leggi abbiano avuto princi- 
pio. Considerata sotto questo aspetto la storia della legislazione 
si confonde con la storia politica ; di qui ognuno comprende age- 
volmente il pensiero liberale che mosse lo Sclopis a scrivere dap- 
prima la storia della legislazione piemontese, affinchè il principe 
si rendesse avveduto come la diversità de'tempi e delle condizioni 
politiche dovea portare una mutazione di leggi. Nella lettera che 
ho più sopra citato, lo Sclopis mi scrive ancora : « Debbo avver- 
tire che ho veduto più d' una volta il mio nome collocato fra i 
Ministri che compilarono lo Statuto largito dal Re Carlo Alberto; 
ciò non è esatto; io feci soltanto parte del primo Ministero costi- 
tuzionale presieduto da Cesare Balbo, in qualità di Guarda-Sigilli 



(1) Torino, Bocca, 1833; un voi. in-8 di pag. xxxn-490. 



- 279 — 

Ministro di Grazia e Giustizia. » Ma se lo Sclopis non ha compi- 
lato lo Statuto, con le sue due Storie della legislazione, la pie- 
montese e l'italiana, ne fu principale promotore; la sola conclu- 
sione alla quale si può arrivare, terminata la lettura delle due 
opere capitali dello Sclopis, è questa: conviene che il principe ri- 
conosca il diritto del popolo a ricevere una nuova legge, affinchè 
la giustizia divenga « sicura, pronta ed uguale per tutti i sud- 
diti. » 

Ma tradirei il mio ufficio di scrittore veridico quale mi studio 
di essere, ove dessi alle due opere dello Sclopis, e alla prima in 
ispecie, una importanza politica maggiore ch'essa per sé non ab- 
bia. La storia dell' antica legislazione del Piemonte è sovra ogni 
cosa, un bel libro storico bene condotto, pieno di fatti, redatto su 
documenti sicuri e scritto con una forma un po' grave, ma pure 
non priva di una certa venustà. La notizia di certe usanze e con- 
suetudini tratta dagli statuti municipali è sommamente istruttiva; 
e, per l'anno in cui vide la luce la Storia dell'antica legislazione 
in Piemonte, poteva considerarsi come un nuovo elemento sommini- 
strato alla storia italiana, che fino allora avea quasi sempre distinto 
la vita politica di un popolo dalla sua vita privata e sociale, come 
se si trattasse di tre popoli diversi. Il Muratori stesso nel secolo 
passato avea confinato in dissertazioni speciali la notizia degli usi, 
costumi, consuetudini medievali, invece di farne suo prò per co- 
lorire una vera storia. Ma il secolo passato era specialmente eru- 
dito, come il nostro è specialmente critico; è toccato ora a noi 
il mettere in ordine gran parte de'materiali raccolti dai nostri 
avi, con una pazienza che pochi italiani hanno ancora serbata; lo 
Sclopis però per la sua storia confessa di dover molto ai vecchi 
eruditi piemontesi; ma egli deve a sé stesso tutto il merito d'aver 
soffiata la vita in una materia storica la quale giaceva quasi 
inerte. 

La Storia dell'Antica legislazione in Piemonte, che avea fatto 
persuasi i concittadini dello Sclopis aver essi a contare sopra uno 
storico e giureconsulto d'insigne valore, dava quindi animo allo 
Sclopis d'intraprendere il suo lavoro più vasto e piìi importante, 
sul quale veramente si posa la fama più che italiana ed oramai più 
che europea della quale egli gode. Il primo volume della Storia della 
legislazione italiana apparve in Torino, presso l'editore Pomba 
nel 1840, il secondo nel 1844, il terzo nel IS'.y. Nel 1861 tutta 
l'opera fu pubblicata a Parigi in traduzione francese, curata dal 
sig. Curio Sclopis di Petreto, un corso ; nei 1803, lo Sclopis im- 



— 280 — 
prese una seconda edizione riveduta dell'opera sua fondamentale, 
alla quale nel 18G4 egli aggiungeva finalmente un nuovo volume 
diviso in due parti che tratta con libero e severo linguaggio, come 
una speciale ed ampia monografia storica, le vicende della legi- 
slazione italiana dal 1789 al 1848. L'opera è dedicata alla memo- 
ria della contessa Gabriella Peyretti di Condove, che era stata madre 
allo Sclopis. Nella prefazione che lo Sclopis premise nel 1860 alla tra- 
duzione francese dell'opera sua, egli scrive : « Le circostanze dei 
tempi in cui pubblicai i due primi volumi (1840-44) assai giova- 
rono a procurare ad essi benigna accoglienza dal pubblico. Comin- 
ciava allora a spingersi in alto nella mia patria il sentimento di 
nazionalità ; eravamo stanchi dell'oppressione straniera ; più non 
si voleva sopportare l'umiliazione di udire chiamarsi l'Italia terra 
dei morti, ovvero semplice espressione geografica. Quando un po- 
polo é conscio del suo diritto e della sua forza, egli è in procinto 
di rivendicare l'uno coll'altra. » 

Nella prefazione dell'autore alla prima edizione, egli indicava già 
a'suoi lettori uno de'pregi che mi sembrano caratteristici in ogni 
opera dello Sclopis, ma particolarmente in questa sua Storia della 
legislazione italiana: « Lasciare che i fatti parlino da sé, senza 
cerchiarli di considerazioni atte a preoccupare l'animo del lettore, 
mi è ognor sembrato, non che pregio, stretto dovere dello storico ». 
Umile fatica in apparenza, ma che ad essere condotta con qualche 
efficacia domanda il concorso di una mente bene ordinata e limpida 
e di un gusto squisito e di un fine buon senso, che sappia dar rilievo 
ai fatti importanti e i minimi lasciare nell'ombra, concatenare 
quelli che si continuano e gli accidentali tenere isolati, e final- 
mente alzare di qualche tono il colorito di que' passi i quali gio- 
vino alla dimostrazione della tesi generale, che deve servire di 
fondamento ad ogni opera letteraria, si che si possa trarne sem- 
pre alcuna utile conclusione. Nessuna di queste qualità manca agli 
scritti dello Sclopis, ove si può desiderare alcun maggior calore, ed 
un impeto più vivo, ed una eloquenza, s'io possa esprimermi cosi, 
meno sentenziosa, ed una maggiore abbondanza giovanile, ma do- 
ve la storia si trova sempre fedelmente ritratta ad un alto fine 
morale e civile. La storia non è per lo Sclopis una lettera morta, 
ma una tradizione che si svolge di continuo : « La strada, egli 
scriveva nel 1840, per la quale cammina l'umanità non è mai in- 
terrotta, epperò tutti gli avvenimenti si collegano insieme, e quello 
che sarà non può essere altro che la conseguenza, se non talora 
la ripetizione, di ciò che è e che fu. Il passato è la causa dell'av- 



— 281 — 
venire. Fallace presunzione è quella di rigettare le tradizioni dei 
tempi andati, che sono le fonti da cui rampollano molti migliora- 
menti futuri. — Senza affetti alla famiglia e senza eredità di ri- 
cordanze non vi è patria. Sventurato chi s'infastidisce dei rac- 
conti del popolo di cui è parte. Per quanto si aspiri al progresso, 
non si dee dimenticare che tutti i secoli e tutti i popoli concor- 
rono a compiere i destini imposti all'umanità. Non è lecito nò agli 
uomini né alle nazioni di disprezzare nessuna parte di quei pe- 
riodi che formano la loro vita. » Lo Sclopis non è uno di que- 
gli uomini che trascinino dietro di sé col loro esempio e con la 
loro parola le moltitudini; egli opera e parla con troppo severa 
tranquillità e con una calma troppo serena per agitare e traspor- 
tare chi lo ascolta o chi lo legge; ma, io lo ripeto, si è ben con- 
tenti di ritrovarlo sempre al suo posto, ed in un posto sempre 
elevato, uguale a sé stesso, per quanto mutino le cose intorno a 
lui ; egli amava l'ordine e la libertà or sono cinquant'anni; egli ama 
l'ordine e la libertà oggi ancora nello stesso modo; egli pose in quel 
modo la sua prima grande questione, e per tutta la vita fu intento a 
dimostrarla. Né i demagoghi né i retrogradi lo distolsero da'suoi 
pensieri e dalla sua politica, un po' troppo lenta se si voglia, e 
un po' troppo raccomandata alla provvidenza larghissima di Dio 
e alla provvidenza ristrettissima de' principi, e però non abba- 
stanza fiduciosa nell'opera de' singoli cittadini, ma pur costante- 
mente progressiva. Le qualità dell'uomo si riscontrano pure nei 
suoi libri ; la Storia della legislazione dello Sclopis, non è una 
di quelle opere che attraggano a sé un gran numero di lettori e 
si divulghino presto e facciano una impressione molto viva ; ma, 
letta bene, è atta non solo ad istruire sopra un gran numero di 
fatti presso che ignorati, ma a persuadere della giustezza di tutto 
un ordine d'idee importanti. Molti libri possono aver destato mag- 
gior plauso popolare, ma pochi dureranno e si consulteranno quanto 
la Storia della legislazione italiana dello Sclopis. Come nei 
giorni affannosi si ricorre non all'amico potente, non all'amico 
glorioso, non all'amico splendido^ ma all'amico del cuore, al 
l'amico provato, così, se, per un piacere effimero, si leggeranno 
molti altri libri con più diletto di questo, nelle ore serie, quando 
la mente ha uopo di un nutrimento sostanzioso, torna riposata 
sopra questi volumi, e vi ripiglia vigore a meditazioni solenni. 
Uomini e libri simili formano il fondo serio e durevole d' una 
nazione come d'una letteratura ; essi custodiscono gelosamente 
entro di sé quanto é più funesto ad un popolo come ad un indi- 



- 282 — 

vìduo il perdere, la forza del proprio carattere. Ora nelle opere 
dello Sclopis, come in quelle di Vittorio Alfieri e di Cesare Balbo, 
si conservano le più nobili virtù dell'ingegno e dell'animo subal- 
pino ; onde esse offrono, oltre ad una singolare importanza per la 
storia del nostro diritto, e pel suo avvenire, una nota caratteri- 
stica specialissima, la quale merita di venir considerata da quanti 
non considerino come assoluta la necessità di studiare la nostra 
letteratura dal solo aspetto della politica unitaria, costituzionale, 
romana ed apostolica. 

Nel ì 845, l'autore della Storia della legislazione italiana veniva 
eletto socio corrispondente dell'Istituto di Francia, il quale poi, 
nel 1869, conferiva allo Sclopis i massimi onori eleggendolo suo 
socio estero, come successore di Lord Brougham. E poiché sono 
sul punto degli onori de'quali lo Sclopis venne fatto segno, ram- 
menterò come nel 1847, lo Sclopis, già avvocato generale, fosse 
eletto presidente della Commissione superiore di censura (una 
specie di tribunale d'appello per la stampa), ove sedevano il Balbo, 
il Buoncompagni, il Cibrario, il Ghiringhello, il Moris, il Saul), 
il Ricotti ed il Tonello, e poi presidente della Commissione inca- 
ricata di compilar la legge sulla stampa; come nel marzo del 1848 
assumesse, supplicato da Cesare Balbo, il portafoglio di grazia e 
giustizia, tenendo il quale iniziava con un memorabile memoran- 
dum^ quelle trattative, in senso liberale, con la Santa Sede, che 
più tardi doveano essere riprese dal conte di Cavour; come nel 
1841), già deputato al Parlamento di uno dei Collegi di Torino, 
fosse eletto Senatore del Regno ; come nel 1860 , gli si con- 
ferisse la dignità di Ministro di Stato; come dal 1861 al 1864 te- 
nesse con onore la presidenza del Senato, alla quale rinunciò 
sdegnoso, dopo la disgraziata e improvvida Convenzione di set- 
tembre; come l'Accademia delle scienze di Torino e la deputazione 
sopra gli studii di storia patria lo eleggessero loro presidente; 
come nel 1868, il Re d'Italia, conferendogli le insegne dell'Ordine 
supremo dell'Annunziata, nello stringere parentela con l'insigne 
suo suddito piemontese gli desse la più alta prova di riverente 
simpatia; come finalmente lo stesso suo re lo deputasse a rap- 
presentare l'Italia nel congresso arbitrale di Ginevra, la sentenza 
finale del qual congresso, se sodisfece sovra ogni cosa la giusti- 
zia, appagò in modo particolare quell'Inghilterra, le cui sapienti 
istituzioni politiche il conte Federico Sclopis avea sempre studiate 
ed ammirate. E poiché il discorso è caduto sopra l'Inghilterra, 
sebbene io potrei ricordare ancora altri parecchi pregevoli lavori 



— 283 — 

storici pubblicati dallo Sclopis in vario tempo, in ispecie, negli 
atti dell'Accademia di Torino ;fra i quali, notevolissime, le Ri- 
cerche storiche e critiche sopra Y Esprit des lois di Montesquieu) 
e nell'Archivio storico toscano, (ai quali si devono ancora ag- 
giungere lo studio storico in francese intorno a Maria Luisa 
Gabriella di Savoia Regina di Spagna (i), e due memorie pub- 
blicate negli atti dell'Istituto di Francia sulla dominazione fran- 
cese in Piemonte sotto il primo impero, e sopra il cardinale 
Giovanni Morone), piacemi conchiudere la breve notizia presente 
con un cenno intorno alle Ricerche storiche dello Sclopis sopra 
Le relazioni politiche tra la dinastia di Savoia ed il governo 
Britannico dal 1240 al 1815 (2), poiché questa sapiente ope- 
retta, nota a pochissimi, dovette servire di utile vade-mecum 
a Massimo d'Azeglio nel suo viaggio diplomatico in Inghilterra, 
ed attrarre al piccolo Piemonte non poca di quella simpatia che 
si dovea tosto far più viva nella maggiore frequenza delle rela- 
zioni internazionali fra il Governo inglese ed il subalpino, creata 
dalla guerra d'Oriente. « Freno ai potenti, protezione ai deboli, 
vi scrive lo Sclopis, tale dovrebbe essere l'epigrafe della bandiera 
sovrapposta all'edifizio politico qualificato di equilibrio europeo. » 
E troppo evidente che il buon piemontese, dettando queste parole 
ineleganti, ma espressive, pensava alle misere condizioni d'Italia, 
all'iniquo trattato di Vienna ed alla necessità di lacerarlo. Tre 
anni dopo il Conte di Cavour al Congresso di Parigi gli faceva 
il primo strappo, con l'aiuto specialmente di quell'Inghilterra, che 
il conte Sclopis avea col suo libro contribuito a renderci parti- 
colarmente benigna. Così, per conchiudere, se i servigi resi all'Ita- 
lia dello Sclopis, non sono di quelli per cui si coniino medaglie o 
si decretino monumenti, mi sembrano pur sempre tali che uno sto- 
rico imparziale ne debba pigliar nota e tenere un gran conto. Né 
crederei finalmente ingannarmi troppo affermando che all'anima 
nobilmente dignitosa di Federico Sclopis il premio più dolce sarà 
una tal forma di gratitudine; le dimostrazioni della piazza de- 
stano un grande clamore, ma sono effimere; una pagina onorevole 
di storia ifbn fa nessun rumore, ma si conserva e viaggia 
lontano. 



(1) Firenze, Civelli 1866. 

(2) Torino, Stamperia Reale 1853. 



XVII. 



SILVESTRO CENTOFANTI. 



Silvestro Centofiinti ebbe non il suo quarto d'ora, ma il suo 
quarto di secolo glorioso. Fra il 1825 e il 1850 il nome di Silve- 
stro Centofanti andò quasi sempre congiunto con quello di Gino 
Capponi e di Giambattista Niccolini. Ora egli vive in Italia quasi 
ignorato, e certamente dimenticato da troppi fra quegli stessi ita- 
liani che un tempo gli resero onori solenni come a precursore 
inspirato del nostro risorgimento civile e letterario. Le ragioni di 
questa obliosa trascuranza possono esser molte; io dirò qui soltanto 
le due che mi paiono principali; l'avere il Centofanti mantenuto 
fede sino al fine a quella filosofia cristiana che egli professò da 
principio ; l' aver preveduto da lontano i nuovi eventi d' Italia per 
temerli quasi vicini; ma, sovra ogni cosa, io ne accuso qui la in- 
gratitudine de' giovani. Io non seguo la filosofia del Centofanti; io 
non credo a tutti que'miracoli di civiltà ch'egli attribuisce alla sola 
virtù spirituale del cristianesimo; io non vedo nel mondo altra prov- 
videnza per l'uomo che l'uomo stesso; ma io so far ragione de'terapi 
ne' quali l'idea del Centofanti si manifestò; io non dimentico che 
l'idea guelfa era allora idea italiana (non la sola però); io ammiro 
nel Centofanti uno de' piìi eloquenti interpreti di quella idea. Io 
non accetto il duro motto che il Centofanti assume in una sua ode 
saffica scritta per il primo anniversario de' morti a Montanara e 
Curtatone il 29 maggio 1851 : né sto, né corro, poiché credo che 
sia deil'uomo prudente, in certi casi, lo stare fermo, e dell'uomo 
generoso in certi altri il correre ; é, del resto, il Centofanti stesso, 
che in un suo canto consacrato ai martìri, ha scritto: 



— 285 — 

Ognor fu seme 
Di libertade il sacrificio^ e Italia 
Sol dai martiri suoi la vita aspetta. 

E il Centofanti che tante volte ha precorso col suo pensiero i 
novi tempi non dovea certamente sgomentarsi troppo se questi, 
arrivassero clamorosi e pieni di tempesta. Nella sua gioventù per 
l'inaugurazione del monumento di Dante in Santa Croci;, il Cen- 
tofanti avea cantato cento generose ottave, che terminavano cosi: 

Ma in cor mi resta una dolcezza infusa. 
Una speranza che non par lontana : 
E a consacrarla, con ardente affetto 
Grido il nome di Dante, e i fati affretto. 

Dov'egli s'afifrettava col pensiero, qual meraviglia che altri s'af- 
frettassero con le opere ? Nel Preludio al corso di lezioni su Datile 
Alighieri, che fu pubblicato in Firenze nel 1838, egli, dopo avere, 
in due pagine sapienti, trattato della commedia italiana quale do- 
vrebbe essere, invitava i giovani a scrivere la coììimedia polilica, 
e, nello stesso discorso, rivolgendosi al Niccolini, il Centofanti si 
esprimeva cosi : « Ch' ei senta vivamente il suo secolo, che gli 
arda in petto un'anima altamente italiana, ne rendono testimo- 
nianza i suoi libri, e lo riconosce con riverenza la patria. Se altri 
si crede forte a scrivere con piìi bellezza, impugni la penna e lo 
provi. E nondimeno gli esprimerò anco pubblicamente il mio de- 
siderio, eh' egli nelle ultime sue tragedie condescenda con ragio- 
nato impeto ad una creazione piìi libera » Dopo, privatamente, in- 
sieme con Gino Capponi, il Centofanti dava coraggio al Niccolini, 
perchè scrivesse ed, infine, perchè pubblicasse V Arnaldo. Nella 
Strenna Fiorentina del 1841, il Centofanti avea dedicati questi 
versi a G. B. Niccolini : 

Pari all'altezza del divino ingegno 

Iddio ti diede il core, 

E di viver sei degno 

Nella gloria contento e nell' amore. 

Le corone che lieta a me tesséa 

Co' purpurei suoi fior speranza audace 

Inaridirsi io veggo, e in fredda pace 

Quelle gioie superbe al cor disdico; 

E mia gloria e dolcezza esserti amico. 



— 286 — 
Pubblicato V Arnaldo, il Niccolini il 28 settembre 1843 dolevasi col 
Centofanti del rumore che ne facevano il Nunzio apostolico e l'Ar- 
civescovo, e soggiungevagli : « Mi son state di conforto tutte le 
parole di lode che mi avete scritto, tenendovi in pregio per l'al- 
tezza dell'animo e dell'ingegno. Credo che qui non vi siano che 
voi e il Capponi che possano giudicarmi con cognizione di causa 
e imparzialmente, seppure il cor non v'inganna, che ad ambedue 
vi fa dire del mio lavoro quelle cose che non merita. » Cosi nella 
nostra moderna letteratura si vide il caso singolare che due scrit- 
tori guelfi furono i principali sostenitori di un fiero poeta ghibel- 
lino ; ed al Niccolini che s' intimoriva per le molestie che l'Arnaldo 
poteva recargli essi consigliavano animo forte e conseguente. Ma, 
quando poi si trattava di mettere in opera i sentimenti di quel- 
r Arnaldo, de' quali il Capponi e il Centofanti erano stati padrini, 
essi, come guelfi, si ritrassero ; e da quel punto incominciarono a 
destarsi alcuni malumori fra il Niccolini ed i suoi due illustri 
amici, i quali malumori tuttavia furono oltre misura esagerati dal- 
l'autore della Biografia del Capponi presso i Conlemx)Oranei del 
Pomba, quando noi abbiamo a stampa nella raccolta del Vannucci 
parecchie lettere non pur gentili ma aflettuose del Niccolini al 
Centofanti, scritte dopo lo scioglimento di quel glorioso triumvi- 
rato civile insieme e letterario. Il Niccolini arrivò anzi nell'agosto 
del 1847 fino a lodare la canzone del Centofanti a Pio nono : « Non 
so dirvi, gli scrive, quanto mi piaccia la vostra canzone a Pio IX, 
dove ho letto queste sante parole : 

Regni alfin carità, regni queir una 

Che dell' eterno è figlia, 

E che è ragione a tutti, e a Dio somiglia. 

Siate benedetto f » 

Ardita precorritrice di quella del Settembrini è la critica che 
fin dal 1837 il Centofanti instituiva nel suo Preludio al corso di 
lezioni intorno a Dante Alighieri intorno alla scuola del Manzoni : 
« Il Manzoni ed il Grossi, scriveva egli, con qualche temerità e forse 
non senza alcuna malizia di linguaggio, entrati con facoltà diverse 
e con affetto concorde nel nuovo arringo, meritarono i suff'ragi del 
pubblico; ma se il primo fu già salutato rigeneratore dell'italiana 
poesia, e col prestigio di questa idea accresciuto oltre la sua naturale 
grandezza, comparisce ora anche minor di sé stesso ai subiti ammi- 
ratori delle sue opere. Chiamai in colpa questa scuola di non aver 
corrisposto all'alta aspettazione che avea risvegliato in tutti i no- 



— 287 — 
bili pensatori; la quale, anziché diffondere le grandi idee, anziché 
educare le grandi forze che più efficacemente debbono contribuire 
all'ordinamento della società futura, sembra insegnare una rasse- 
gnazione infeconda, una tranquilla abnegazione di sé, che facil- 
mente potrebbe degenerare in una codarda indifferenza o passività 
sotto le soperchierie più insolenti, e, i più mostruosi disordini.... 
Se tu m' insegni poetando la bellezza del sacrificio, e mi rendi for- 
tissimo ad avverarla col sangue ; se quando la terra è in balia di 
prepotente scelleratezza, e mi falliscono i conforti degli uomini, tu 
schiudi la solinga mia anima a una segreta comunicazione col 
cielo, e la ricrei con quella parola che é vita ; non io dirò poco 
umana la tua sapienza poetica, né mi crederò inutile cittadino 
quando son pieno della forza di Dio, per istar contro agli oppres- 
sori della mia patria. Per queste ragioni può la scuola, di cui ora 
parliamo, purgarsi da quella taccia di passività non civile, di che 
altri l'ebbe notata; o parere cosi felicemente disposta a conciliare 
in efficace armonia civiltà e religione, eh' ella possa farlo senza 
trasmutarsi in un' altra. Ma i desideri non soddisfatti di questi 
critici procedono tutti da un falso modo di vedere le cose. Parlano 
del Manzoni come s'egli avesse voluto essere il rinnovatore del- 
l'arte in Italia (il Centofanti mi scuserà s'io venuto tanto più 
tardi di que' critici ch'egli condanna, credo ancora il medesimo, 
ma, in questo, diverso da que'critici ch'io penso avere il Manzoni 
pienamente raggiunto il suo intento (I), non parendomi poco me- 



(1) Non sarà inutile il soggiungere qui un esempio illustre che tolgo 
da una nota al notevole studio intorno a Massimo d'Azeglio, che Marco 
Tabarrini premise alla edizione degli Scritti politici e letterarii dell'Aze- 
glio curata dal Barberà (Firenze, 1872). « Un giorno il d'Azeglio, discor- 
rendo coll'editore G. Barbera, dello stile e della lingua, gli disse presso 
a poco cosi: quando io scrissi la prima volta per illustrare la Sacra 
di S. Michele, mi posi al lavoro dopo aver fatto raccolta di modi ita- 
liani i quali mi pareva che dovessero fare un grande effetto sui lettori, 
e ne riempii più che potei il mio scritto. Andato in quei giorni a Mi- 
lano, offrii a Manzoni una copia della Sacra, e lo pregai di notarmi 
ciò che gli fosse parso errore o difetto nello stile. Assunse di buon grado 
l'incarico ; e dopo alquanti giorni essendomi fatto rivedere, il Manzoni 
mi fece per l'appunto notare quei passi che a me parevano i più belli 
e studiati richiamandomi alla maggiore semplicità di dire. E coteste 
note accompagnate dalle sue osservazioni verbali, mi aprirono un nuovo 
orizzonte nell'arte dello scrivere e del dipingere. » 



— 288 — 
rito quello dell'illustre milanese che insegnava col suo proprio 
esempio a scrivere naturalmente, il che nessuno scrittore di prosa 
italiana aveva fatto con tanta efficacia prima di lui); ed il Man- 
zoni non pose mai sistematicamente (e questo ancora parmi, an- 
ziché un suo torto, un merito in lui grandissimo) il problema di 
questa innovazione, non ci diede dottrine sue proprie, non esempi 
che servissero all'alto scopo. Fece un nobile tentativo, e meritò 
che altri lo reputasse degno di concepire e di eseguire un diffi- 
cilissimo divisamento. » Io volli qui riferire tutto il giudizio, 
che mi è sembrato alcun poco intemperante, del Centofanti so- 
pra il Manzoni, a dimostrare anzitutto come il signor Settem- 
brini non abbia detto nulla di nuovo quando, più per farsi sin- 
golare che per dire il vero, aggrediva di recente da una cattedra 
universitaria italiana la immensa gloria del Manzoni ; e poi per 
confermare con un nuovo esempio come il guelfo Centofanti s' ac- 
costasse anco questa volta al ghibellino Niccolini, al quale pure 
la gloria crescente del Manzoni sembrava recar molestia. Il 
Centofanti accusava di soverchia timidità la scuola manzoniana 
quasi che unico intento di essa fosse il raccomandare agli italiani 
di sopportare con evangelica rassegnazione i tiranni della patria, 
mentre nelle opere del Manzoni non vi è nulla che giustifichi 
una simile opinione. Egli è poeta cristiano, come il Centofanti 
cristiano filosofo; ma l'amor platonico o cristiano che dir si vo- 
glia degli uomini, non toglie all'uno ed all'altro italiano di sde- 
gnarsi a tempo contro ciò eh' è iniquo. In ogni modo poi non fu 
più passivo il Manzoni del Centofanti ed abbiamo sicure prove che 
il Manzoni all' ingrossar de' tempi si accese di giovanile entu- 
siasmo e tradì il segreto pensiero animatore di tutti i suoi scritti, 
mentre al Centofanti, a torto forse, si fece carico da molti, perchè 
mostrasse poi un certo sgomento a trattare quelle armi stesse 
ch'egli aveva contribuito ad affilare, e al sopraggiungere de' grandi 
commovimenti della patria non palesasse queir animo stesso col 
quale li aveva affrettati. Io amo bene della vita politica del Cen- 
tofanti ricordare che, in più occasioni, prima del 1848, egli aveva 
invocato il risorgimento d' Italia ; che il Gioberti passando per 
Pisa e presentando al popolo il Centofanti avea voluto che il po- 
polo gli gridasse un viva solenne, come ad uomo ch'era onore e 
gloria della filosofia italiana; che all' arrivo del generale D'Aspre 
in Toscana coi diciotto mila imperiali, il Centofanti insieme co' due 
colleghi nel triumvirato pisano, fu pronto il 5 maggio dell'anno 1849 
a dimettersi d'ufficio; che il 10 aprile del 1851, egli evocava co- 



— 289 — 

raggiosamente il proprio sdegno contro gli impostori, i gesuiti 
e i fautori tutti di un morto passato : 

Volgo di spettri ! e di cotanta speme 
Tu dannar di peccato ovver d' oblio 
Vuoi la dolcezza che dentro ci freme 

Complice Iddio ? 
E me pur tenti con insidia accorta 
Usando r arti di tua falsa scuola ■•? 
E incarcerata esser ti credi o morta 

La mia parola "? 
Anco a' miei piedi 1' aquila si posa 
Con r iracondo fulmine immortale. 
Che al tuo fetor si scosse, e procellosa, 

S' alzò suir ale.... 

se non che, dopo tanto sdegno, parrebbe che fosse la cosa più 
naturale il brandir l' arme ; ed, invece, il Centofanti con quella 
rassegnazione stessa ch'egli avea stimato un tempo di dover 
condannare nel Manzoni, (1) .lasciava cadere -la sua generosa 



(1) li signor A. Buccellati che, di recente, lesse un lungo , diligente 
ed onesto dicorso nell'Istituto Lombardo, intorno al progresso morale, 
civile e letterario nelle opere di Manzoni , ripubblicò in nota una let- 
tera molto significativa diretta dal Manzoni a Giorgio Briano, da Lesa, 
7 ottobre 1848, per dich'arare le vere ragioni che lo fecero rinunziare 
uir onore di rappresentare come deputato, nel Parlamento Subalpino, il 
collegio di Arena. Credo utile inserirla qui come prezioso documento 
biografico che aggiunge molta luce ad una pagina del mio Primo Ri- 
cordo : 

« Lesa, 7 ottobre 1848. 
« Carissimo Signore, 

(( La ringrazio cordialmente e faraigliarmente (il coraggio me l'ha 
dato lei, come il desiderio) d'avermi colla sua gentilissima lettera data 
un'occasione di ringraziarla della benevolenza che lo è piaciuto di di- 
mostrarmi in una maniera così solenne e- troppo onorevole per me. De- 
tratte lo lodi che essa le ha suggetite, e che so di non meritarmi, ri- 
mane però la benevolenza medesima, e di questa, ne prendo possesso, 
giacche me la posso godere senza illusione e senza superbia, pensando 
che anche le buono intenzioni bastano, in certa maniera, a meritarla. 

Ricordi Biografici 19 



-- 290 — 

ode saffica pigliando licenza da suoi lettori con questa strofa in- 
felice : 

E benigna qui volga o ria stagione, 
L* alma sicura ho nella fronte espressa ; 
E pei morti a Novara e a Curtatone 
Vado alla Messa. 

Il Centofanti tonò ancora una volta pubblicamente nell'anno 1857, 
nell'Ateneo italiano di Firenze in difesa della patria oppressa, leg- 
gendovi un discorso applauditissimo che lo rese nuovamente sospetto 
al granduca, intorno al processo della formazione delle nazionalità, 
il qual discorso merita di venir comparato col saggio dettato dallo 



« Ma abbia pazienza, non finisce qui. Per quanto io veda come possa 
essere strano, in questa urgenza e gravità di cose, il parlare di un 
uomo inconcludente, e il parlarne lui medesimo, e a persona sicuramente 
occupatissima, bisogna che io mi giustiflclii con lei, e la convinca che 
queir inetto, contro- il quale ella insorse tanto cortesemente, fu scritto 
non solo con verità, ma con proprietà, rigorosa, relativamente (veda 
che la mia modestia non è senza limiti) alle qualità che si richiedono 
in uomo pubblico. Per non toccarne che una, ma essenzialìssiraa, quel 
senso pratico dell' opportunità, quel saper discernere il punto o un punto 
dove il desiderabile s'incontri col riuscibile, e attenercisi, sacrificando 
il primo, con rassegnazione non solo, ma con fermezza, fin dove è ne- 
cessario (salvo il diritto s'intende), è un dono che mi manca, a un se- 
gno singolare. E per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno 
un rimedio, perchè riesce, non a temperare, ma impedire, ciò che mi 
pare desiderabile, mi guarderei bene dal proporlo, non che dal soste- 
nerlo. Ardito finché si tratta di chiacchierare tra amici, nel mettere in 
campo proposizioni che paiono, e saranno paradossi, e tenace non meno 
nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando le 
parole possono condurre a una deliberazione. Un utopista e un irreso- 
luto sono due soggetti inutili per lo meno in una riunione dove si parli 
per concludere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo. 

« Il fattibile le più volte non mi piace, e dirò anzi, mi ripugna ; ciò 
che mi piace, non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli 
altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di va- 
gheggiarlo di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto, 
d'aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze. 

« Di maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti, 
il costrutto del mio parlare sarebbe questo: nego tutto e non propongo 



— ^:m — 

stesso Centofanti dieci anni innanzi (1) intorno al Diritto di na- 
zionalità in universale e di quello della nazionalità italica in 
par^ticolare. Del qual saggio l'autore stesso ci ragguaglia nel breve 
proemio dal quale egli volle che fosse preceduto. « Questo egli 
scrive, non doveva essere un libretto, ma tre o quattro articoli 
nel Giornale pisano, L' Italia. Procedendo nel mio lavoro sentii 
la necessità di condurre meco i lettori alle fonti, non da tutti 
conosciute bene, del diritto, esponendone brevemente quella dottrina, 
ch'io credo essere l'unica vera; di far loro scoprire nell'idea 
immutabile di esso la forma necessaria e legittima dell' ordine 
pubblico ; di porre cosi fondamenta giuridiche più certe alla na- 
zionalità dei popoli, e di preludere con la virtù di questa ragione 
eterna all' adempimento di que' destini eh' ella conteneva fin da 



nulla. Chi desse un tal saggio di sé, è cosa evidente che anche i più 
benevoli gli direbbero: ma voi non siete un uomo pratico, un uomo 
Xiosilivo: come diamine non vi conoscevate? dovevate conoscervi ; quando 
è così, si sia fuori degli adari. E non fo io bene, anzi non fo il mio 
dovere a dirmelo da me, e a tempo? Le par che basti? C'è dell'altro. 
Il parlare stesso è per me una difficoltà insuperabile. L'uomo di cui 
ella ha voluto fUre un deputato, balbetta, non solo con la mente e in 
senso traslato, ma nel senso proprio e fisico, a segno che non potrebbe 
tentar di parlare senza mettere a cimento la gravità di qualunque adu- 
nanza; che in una circostanza cosi nuova e terribile per lui, non riu- 
scirebbe certamente a più che al tentare. 

« Queste confessioni, ho potuto farle cosi spiattellatamente a lei in 
privato; quando avrò a fare la mia lettera di scusa alla Camera (giac- 
ché il Collegio d'Arena é stato così crudelmente buono per me), sarà 
una faccenda più imbrogliata,' giacché certe cose ridicolo, è ridicolo an- 
che il dirle espressamente in pubblico. 

« È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi inutile a una causa 
che è stata il sospiro di tutta la vita, ma ipse fecit nos et non ipsi 
nos ; e non ci chiederà conto dell'omissione, se non nelle cose alle 
quali ci ha data attitudine. Io non posso far altro che raccomandar 
questa causa a chi ha e l'ingegno e gli altri mezzi necessari per aiu- 
tarla efficacemente, e farei con grande istanza questa raccomandazione 
a lei, se ce ne fosse bisogno. 

« Gradisca in ultimo l'espresso attestato dell'alta stima e dell'affet- 
tuoso ossequio che va sottinteso in ogni verso di questa lunga lettera. 

« Alessandro Manzoni. » 
(1) Pisa, Nistri 1847. 



— 202 — 
principio nel suo chiuso volume. Molta storia, in pochi cenni; 
dottrina, nuova in parte nei libri, antichissima nelle ragioni delle 
cose : qua con forinole severe, là con abbondanza di affetto ; talvolta 
come professore avvezzo ad insegnare il vero, sempre come ita- 
liano che unicamente vive all' adorata patria, e come cittadino 
che sodisfa ad un sacro dovere. Aprendo il mio insegnamento 
universitario nel decorso anno scolastico 1846-47, trattai della 
nazionalità delle filosofie; poi ebbi opportunità di parlare della 
nazionalità italica in una lezione, alla quale fu gran concorso di 
ascoltatori, e nella quale confutai la dottrina del padre Taparelli 
su questo argomento. Le idee contenute nel presente opuscolo non 
sono adunque fatte note al pubblico ora per la prima volta; quan- 
tunque io ora le pubblichi in forma pili durevole e quasi in teatro 
più vasto. Della nazionalità contro l'opinione del Taparelli indi scris- 
se da pari suo l'esimio Gioberti {Il Gesuìla moderilo) ; \o che mi 
ha tenuto incerto s' io più dovessi dare alle stampe quella mia 
lezione, stenograficamente conservatami per cura del bravo giovine 
corso signor Vincenti. La medesimezza del tema ha fatto nascere 
nella mente del filosofo piemontese e nella mia pensieri talvolta 
identici. » 

Qui evidentemente il Centofanti è in un campo opposto a quello 
de' Gesuiti ; dieci anni prima di quella sua lezione, egli avea tut- 
tavia proferita una grave sentenza contro la Riforma e sull' auto- 
rità suprema del pontefice sedente in Concilio, per la quale egli 
dovea poi nell'anno 1869 trovarsi d'accordo con quegli stessi 
Gesuiti da lui combattuti nel 18i7, e predicanti l' infiillibilità del 
papa. Ecco le parole scritte dal Centofanti nell' anno 1837: « Una 
questione religiosa, piena di destini, piena di sublimi speranze, e 
quale mai non trattarono i secoli decorsi, si agiterà nell'Europa. 
Ma come conciliare il mistero con la ragione, 1' autorità umana 
con la divina, il passato con l'avvenire, i moderni tempi con loro 
medesimi, chi al Vaticano non si rivolga ? Come non pensare al 
catolicesimo, quando tutte le genti son congiunte da vincoli di 
comuni interessi, e ogni moto dell'incivilimento è macchinazione 
di umanità; e tutto porta a feconda universalità di ragioni e di 
affetti ? Roma ! città fatale ed eterna ! città dei Cesari e dei 
pontefici, della libertà e civiltà pagana e del Cristo ! Certamente 
i cieli a nuove glorie ti serbano. E quando le mie ceneri ripo- 
seranno sotto umile pietra, forsechè Italia mia ed il mondo si 
leveranno a una voce che in ogni parte si spanderà dai sette tuoi 
colli, e in te le nazioni celebreranno i comizi del religioso pen- 



— 293 — 

siero, e dal gran concilio vedrai uscire il cristianesimo trionfante 
a consacrare la civiltà della terra. Con quella religiosa avrà la 
sua ultima soluzione anco la questione politica. » 

Per la discordia che si palesò quindi in Italia tra i fatti poli- 
tici e le idee guelfe, i più fervidi scrittori guelfi, gli apostoli più 
ardenti del papato seppero ritrarsi a tempo dall'agone poli- 
tico, e, per questo riserbato contegno del quale si dovrebbe loro 
soltanto dar lode patirono pure un oblio più ingiusto, quello dei 
servigi eh' essi aveano reso agli studiosi coi loro scritti e con 
la loro parola. Io sento una viva pena nel dover confessare 
come di uno de'più bei lavori del Centofanti, il suo citato Pre- 
ludio al corso di lezioni su Dante Alighieri, dedicato alla Patria 
di Dante Alighieri feconda d'ingegni, di memorie magnifica, 
bellissimo flore dell' italica civiltà, e scritto particolarmente pei 
giovani xooeti italiani, V unico esemplare che giaceva da 34 
anni alla Biblioteca magliabecchiana, ora nazionale di Firenze, 
fino a questo giorno, era rimasto intonso, e ch'io primo ebbi l'o- 
nore di tagliarne le carte e di leggervi. Cosi della terza parte del 
celebre discorso del Centofanti sopra la letteratura greca le carte 
neir esemplare della Biblioteca nazionale erano, pur troppo, in- 
tonse, prima di oggi. E pure io non so d'alcun professore di let- 
tere e di filosofia, o d'alcuno scrittore che siasi nel secol nostro 
comunicato ai giovani con affetto più eloquente, con sapienza più 
affabile. Io ho parlato con parecchi valentuomini che furono già 
discepoli al Centofanti, e tutti me ne ragionarono con sentimento 
di profonda ammirazione. Vi era qualche cosa di giovanile ne'leg- 
giadri impeti della sua gagliarda eloquenza; negli stessi suoi anni 
cadenti egli serba ancora gran parte di quel fuoco gentile che 
comunicava ai giovani nel pieno vigor della vita. Gli intervenuti 
alle feste pisane nel terzo centenario della nascita di Galileo Ga- 
lilei nell'anno 1864 ricordano sempre le parole vivaci con cui l'il- 
lustre professore chiudeva allora il suo discorso intorno a Gali- 
lei e alla Inquisizione: « La coscienza dell'umanità, gridava l'uomo 
venerando, ha pronunziato il suo decreto contro quel tribunale di 
sangue. La terra si muove; la legge del progresso ci è guida; e 
il nome e l'esempio di Galileo Galilei ci sono auspicio grande e 
conforto ad accrescere le glorie della risorta Italia, e a compiere 
le più difiicili imprese. » Peccato che la vista gli si sia ora per 
modo offuscata, ch'egli non possa più attendere alle lettere ed alla 
filosofia con quella solerzia ch'ò sempre ancora nel suo valido e 
potente, intelletto. 



— 594 — 

Silvestro Centofanti è nato l'S dicembre clell'anno 1794, in quella 
stessa città di Pisa che fu poi principal teatro della sua gloria. 
Alla sua Pisa volava pure con desiderio il pensiero del Cento- 
fanti anco quando egli avea dimora in Firenze, onde, nel 1837, 
egli ne scriveva cosi: « Non iscorgi là oltre questi gioghi un iso- 
lato monte, che rimpicciolisce e ti si vela nella distanza? È il 
monte Pisano! Verso il quale, o giovane, quando il cadente sole 
mi vibra incontro gli allungati suoi raggi io fisamente riguardo, 
e spesso in un dolce e melanconico pensamento mi arresto. Sotto 
quel monte apersi nascendo i miei occhi a questo italiano sole : 
là riposano le benedette ossa dell'amato mio genitore (Giuseppe). 
E una cara lusinga pur mi consola che in quella illustre città, 
dov'io studioso giovinetto colsi i primi fiori sul difficile cammino 
dell'esistenza, e piansi le mille volte vaneggiando fra i sublimi 
fantasmi di gloria, qualche gentile amico mi ricordi seco stesso 
con desiderio! Che un'anima che mi fece più belle le speranze 
dell'età giovanile e tanta poesia mi creò nel cuore e nella mente 
con un sorriso di amore, che tollerò le furie delle mie ardenti 
passioni, e le placò con virtuosa dolcezza, non mi abbia al tutto 
dimenticato I Che nel silenzio delle estive notti, discorrendo i 
giorni vivuti e meditando i futuri, ella, quando più si avvicina 
di sentimenti a quel Dio che la formò sì pietosa, ritrovi anco me 
nel suo petto! » Primi maestri gli erano stati i sacerdoti Giu- 
liano Giusti, V. Pellegrini e P. Morosi, poi in letteratura il Car- 
della, in diritto il Carmignani e il Guastini, in ebraico ed in greco 
il proprio zio Cesare Malanima, da cui probabilmente egli derivò 
pure, con la molta sapienza di greco, quell'amore infelice di 
comparazioni fra le assonanze ebraiche e le elleniche delle quali 
è troppo gran copia nel bel libro sulla Letteratura greca, che 
ne ricevette alcun detrimento. Addottoratosi in legge nella prima 
gioventù, venne in Firenze nel 1822, e vi rimase quasi vent'anni, 
intento, sovra tutto, con Guglielmo Libri e Vincenzo Antinori allo 
studio de'codici palatini e al riordinamento degli Archivii Medi- 
cei. Nell'anno 1837, Silvestro Centofanti imprese un corso di let- 
ture pubbliche sopra la Divina Commedia, facendogli andare in- 
nanzi quel Preludio più volte citato, mirabile per varietà di 
affetti, altezza di pensieri, vastità di dottrina e poetica eloquenza. 
Alla prima lezione si notavano, fra gli altri intervenuti, Gino 
Capponi, Giambattista Niccolini, Giuseppe Barbieri, Francesco 
Puccinotti, Lorenzo Mancini, il Sismondi, e una gran folla di 
giovani che erano accorsi a raccogliere le inspirate parole del 



— 295 — 

novo oratore, il quale rimembrando forse 1' ospitalità del pro- 
fessore Melchior Cesarotti, della quale il corcirese Mario Pieri 
non cessava di lodarsi presso i suoi amici di Firenze, al giovane 
italiano rivolgevasi pubblicamente con questo caldo e confidente 
invito : « A te, o giovane, concedano largamente i cieli quel 
che a me diedero scarsi, o non senza provvidenza negarono: 
conservino alto e invincibile quel che a me ancora ferve costan- 
temente nel petto; il libero amore del vero, l'incorrotto sentimento 
del diritto, la santissima carità della patria. E, ove studio e de- 
siderio di questa nobile Italia ti conduca nella città in cui nacque 
Dante Alighieri, su i fiorentini colli è il quieto albergo, da me 
scelto alla pace del mio viver solingo. E qui potrebbe esserti 
scorta non la superba vaghezza delle rare ed illustri cose, ma di 
quei primi e semplici affetti che son dolcezza ai magnanimi. AI 
di fuori troverai villa di rustico aspetto; dentro, ingenui volti e 
ridenti, e in festa di una ospitalità fratellevole. Vedrai una vene- 
randa madre, a cui la schietta bontà nativa è ornamento che ba- 
sta (Rosalia Zucchini, madre al Centofanti), due buone ed aflTet- 
tuose sorelle, un tenero giovinetto (Leopoldo Tanfani), in cui vor- 
rei la miglior parte di me, vivendo, trasfondere, e lasciar, mo- 
rendo, il continuatore della scientifica e letteraria mia vita. Sede- 
rai a mensa frugale nella cara espansione degli alterni discorsi, 
ove ciascuno è lieto e contento in una comune soddisfazione. Alla 
quale se mancherà la gioia di un volto desiderato (il fratello Vin- 
cenzo, professore d'ostetricia a Siena) in questo desiderio istesso 
sentiremo il piacere della persona, e nel caro nome cercheremo 
ragionando un ristoro a quella mancanza. E la sera udirai le voci 
della religiosa preghiera. Accanto alla villa siede in breve giar- 
dino una cappelletta; e agli odorosi efiìuvii dei fiori ben si con- 
fondono neir aria le preci e i sospiri dell' uomo, e volano, inno 
di terrestre benedizione, all'Eterno. Ma il tempio veracemente 
aperto ai bisogni arcani della mia anima è l' immensità beata 
di questo cielo d' Italia. » Io so che queste calde parole parranno 
a molti assai troppo ingenue, e che ogni confidenza fatta, senza 
bisogno, al pubblico, riesce a troppi ridevole. Ma io so ancora 
che i soli a riderne son quelli che hanno inaridita nel proprio 
cuore la fonte di qualsiasi affetto, e che provano sempre una 
certa molestia quando altri esprima affetti de' quali essi non pos- 
sono pili sentirsi o non furono mai capaci. A me piace invece nel 
Centofanti questo giovanile abbandono, questo sfogo oblioso di una 
piena di sentimenti che ha bisogno di espandersi e comunicarsi ; 



— 200 — 
ed io vorrei che i giovani imitassero più presto questo eccesso 
di affettuosa espansione, che 1' altro brutto eccesso di una politica 
circospezione, di una fine avvedutezza, di un'apatica freddezza in 
ogni cosa. Il fuoco può bruciare, ma il "suo principale ufBcio é 
quello di scaldare e di alimentare la vita; il ghiaccio invece è la 
morte e si risolve in pigri umori infecondi. 

Quando il Centofanti intraprese in Firenze il suo corso di lezioni 
sopra r Allighleri e la Dwina Coìmnedla, avea già con una sua 
tragedia intitolata, come quella di Sofocle, da Edipo Re (1) acquistata 
buona nominanza come poeta; le lezioni su Dante governate da 
un' alta filosofia letteraria gli diedero credito come professore ; 
per il che, dopo alcuni contrasti, riordinandosi 1' Ateneo Pisano, 
egli venne nel 1841 eletto alla cattedra di storia della filosofia. 
Nelle lettere che il Niccolini scrisse al Centofanti in quegli anni, 
noi abbiamo la più esatta notizia di quanto risguarda la vita let- 
teraria del Centofanti, in que' primi anni del suo insegnamento 
universitario. L' undici novembre del 1841 , il Niccolini scrive da 
Popolesco al Centofanti tuttora in Firenze : « Mi ha contristato 
moltissimo 1' udire dalla vostra lettera non liete novelle sul vo- 
stro affare, e non so come si osi proporvi una viltà, quasi fosse 
piccola ingiuria il negarvi giustizia; alla cattedra fondata dal Go- 
verno avete il migliore dei diritti, quello che danno gli studi e 
r ingegno. Non si è dubitato della capacità di persone senza ta- 
lenti e dottrina, di tanta miseria intellettuale da fargli ridicoli 
anche al bestiame che nutrono le mangiatoie dei Seminari, e si 
ardisce escludervi dall'Università, ove ragliano timidamente que- 



(1) Firenze, Formigli 1829. '^eW Antologia di quell'anno medesimo, 
Niccolò Tommaseo, più giovane del Centofanti di parecchi anni, ne scri- 
veva così: « Moltissimo noi dobbiamo aspettare da questo giovane in- 
gegno, s' egli vorrà, come saviamente promette, appigliarsi d' ora in- 
nanzi a soggetti più prossimi alle nostre idee, a' nostri costumi; e non 
si esercitar più, per modestia soverchia, sopra argomenti trattati da 
Sofocle. » Quest'ultima osservazione è un po' ambigua; e se il Cento- 
fanti, scelse di poi in una sua trilogia tuttora inedita, la Sforziade, 
secondo il consiglio del critico, un tema nazionale, non sembra aver 
avuto mai una singoiar simpatia pel suo primo critico, se dobbiamo 
argomentarne da una certa lettera intemperante con la quale il Niccolini 
rispondeva al Centofanti nell'agosto del 1844. -- Oltre alla Sfor:mde il Cen- 
tofanti conserva presso di sé gran copia di scritti inediti, de' quali 
si desidera la pubblicazione; tra questi, per quanto intendo, le proprie 
Memorie. 



— 207 — 
sti inetti buffoni in abito talare. » Alfine il Centofanti veniva 
eletto, e la sua prolusione alla Storia dei sistemi della filosofìa era 
accolta con entusiastici evviva al nuovo professore, cui veniva 
offerta una corona d' alloro ; al qual atto indicando la statua di 
Galileo, egli soggiungeva con la modestia dell' uomo grande : « A 
me no, ponetela sul capo del rigeneratore della filosofia moderna. 
Egli è il primo filosofo che abbia il mondo. » E il due maggio 
48i2, il Niccolini scriveva al suo acclamato amico di Pisa: « L'esito 
della vostra prolusione è stato quale me ne dava certezza il vo- 
stro ingegno, e vi desiderava il mio cuore ; ma quel che più mi 
consola è 1' udire dalla lettera che avete scritta al Capponi che, 
non ponendo mente agli emuli, vi occuperete interamente del- 
l' argomento : correndo quest' Oceano , lascerete a schiamazzar 
sulla riva questi miserabili, e nella vita dell'intelletto piena d'a- 
more e di luce vi dimenticherete quasi che esistano; così l'Italia 
avrà un libro pari all' altezza del subietto, e a quella della vo- 
stra mente. Ricevuto il discorso stampato, il 9 maggio 1842, il 
Niccolini torna a scrivere al Centofanti. « Ho letto la vostra pro- 
lusione con quella cura che alla grandezza dell'argomento e del- 
l' ingegno che prese a trattarla è richiesta. L' esordio non può 
essere più bello e caldo d' affetti virili ; il rimanente è con sa- 
pienza ordinato, serbando i limiti in tutto, lo che è segno di 
vera forza. Insomma tutto il discorso ha la severa bellezza del 
vestibolo d' un nuovo tempio che sorge alla gloria del nome ita- 
liano. Gli amici vi salutano ; vi abbraccia coli' anima il vostro 
Niccolini. — Il Capponi consente nella mia opinione, e vuole 
eh' io vi dica mille cose di riverenza e d' affetto. » 

E in quella alta opinione, intorno al valore del Centofanti come 
sovrano e inspirato filosofo della storia e della letteratura conveni- 
vano quanti italiani e stranieri si recavano in quegli anni a Pisa 
col solo scopo di ascoltarvi l'illustre cattedratico, "^q' Rivolgimenti 
italiani, il Gualterio lasciò scritto che il Centofanti era « l'idolo 
della gioventù e la gloria maggiore dell'Ateneo pisano,» che « il 
Montanelli medesimo riveriva in lui più il maestro che l'amico » 
e che « all'influsso delle lezioni sue, al fascino della sua eloquenza 
devesi in modo principale l'incremento della opinione liberale nella 
gioventù toscana » Pubblicatosi il saggio del Centofanti Sulla vita 
e le opere di Vittorio Alfieri, il Niccolini, nel gennaio del 1843 
scriveva all'autore di esso : « Mi sembra un lavoro pieno di ma- 
schia e sincera filosofia, e dettato in uno stile veramente splen- 
dido ed efiicace. Ridetevi di quelli che vi rimproverano d'avervi 



— 298 — 
messo, com'essi dicono, troppa metafisica. Nulla può ordinarsi ed 
intendersi pur nella storia della letteratura senza la guida della 
ragione. Ma questa piscis non est omnium, e nell'Italia, sia detto 
fra noi, vi è una gran miseria intellettuale. Seguitate a onorare 
la patria e il secolo coi vostri scritti. » 

Più diffusamente e con maggior calore torna a scrivergli 
il Niccolini, dopo pubblicata la seconda parte del saggio, nel lu- 
glio di quell'anno medesimo e conchiude : « Io sarei infinito nello 
scrivere, se volessi notare in questa lettera tutte le cose che mi 
piacciono nel vostro discorso. Se nel secolo non fosse un superbo 
fastidio d'ogni cosa, non si dovrebbe da qui innanzi fare un'edi- 
zione delle opere dell'Alfieri senza che fosse preceduta dal vostro 
mirabile saggio, nel quale non è il farfallesco volo d'uno spirito 
superficiale, ma la filosofìa con passi tardi; vere incessu paiuit 
Dea » Il 1" marzo 1814, il Niccolini scrive al Centofanti d'avere 
letto ed ammirato le due lezioni di lui sul platonismo in Italia; 
il 21 maggio lo prega, anco a nome degli amici, di astenersi dalle 
lezioni, per curare soltanto la minacciata salute; il 1" aprile 1846 
gli fa cortesi premure, a nome dell'editore Le Mounier affinchè 
termini il suo importante saggio sopra la vita e le opere di Plu- 
tarco. E in questi saggi di filosofia letteraria io non conosco 
scrittore italiano che abbia arrivato per amabile eloquenza, e per 
altezza di concetti il Centofanti. Talora i fatti stessi non gli si 
presentano in tutta la loro reale evidenza e però alcuni di essi 
sopra i quali egli fonda una parte del suo sistema e delle sue 
dottrine meritano ancora di venire discussi. Ma, quando la 
moderna critica accetti il fatto storico, raro accade che il lu- 
cido e vivo ingegno del Centofanti non ne sorprenda il suo aspetto 
più luminoso. Se pertanto la critica di lui possa talora aver er- 
rato ne'particolari, ne'generali apparve per lo più una divinatrice 
sapiente, aperse nuovi orizzonti e suscitò fecondi entusiasmi. 

Tale mi sembra pure il pregio principale del bel libro premesso 
alla Raccolta de'poeti greci tradotti, ch'è una vera storia della lette- 
ratura greca da'suoi principii fino alla caduta di Costantinopoli, 
lumeggiata a grandi tratti, ma ove si getta pur molta luce in 
certi periodi oscuri o meno studiati dalla letteratura ellenica, pre- 
zioso lavoro di sintesi storica e filosofica, che si rivela come 
frutto di un'analisi lunga e laboriosa; tal pregio finalmente os- 
servo ancora nel saggio critico su Pitagora, scritto, per invito 
di Niccolò Puccini, che avea provveduto ad innalzare nella 
sua sontuosa villa presso Pistoia un tempietto in onore dello 



— 290 — 
antico fondatore della filosofia italica. Il Centofanti entra in 
mezzo animoso e pur temperato, a comporre, ove si possa, la lite 
fra i sostenitori del mito di Pitagora ed i suoi avversarli, e nel 
far la critica di entrambi i sistemi dice spesso cose vere e profonde; 
conchiude poi come conchiuderò pur io, avvertendo il giovine ita- 
liano di por mente allo stupendo motto inscritto sul frontone del 
tempio di Pitagora, dove, con la sapienza pitagorica sembra pure es 
sersi voluto riassumere l'ideale della vita dell'illustre filosofo pisano : 
ALETHEUEiN KAi EUERGETEiN, dire ìl vero ed operare il lene (1). 



(1) Dopo i suoi trionfi come professore, che terminarono con I' anno 
1848, il Centofanti non ne potè aver altri maggiori; prese parte alle cose 
politiche degli anni 1848-49; tornato il Granduca, gli fu soppressa la 
cattedra, ed il Centofanti si trovò eletto più a motivo d onore che d'ufficio, 
ispettore delle biblioteche toscane; dopo il 27 aprile 1859, egli veniva 
chiamato a far parte della Consulta di Stato, poi eletto presidente della 
Sezione di filosofìa, e filologia dell'Istituto di studii superiori, e final- 
mente Senatore del Regno e Rettore dell'Università di Pisa. 



XVIII. 



MICHELANGELO CAETANL 



• L'Italia nostra venera quattro ciechi veggenti. Di Gino Capponi, 
di Niccolò Tommaseo e di Silvestro Centofanti ho già fatto breve 
ricordo. Restami a rammentare Michelangelo Caetani, Duca di 
Sermoneta. Vi sono altri duchi in Italia; ma di quelli nessuno 
mai scriverà; io non sono invece il primo, biografo del Sermo- 
neta. Parecchi giornali politici, illustrati ed artistici m'hanno già 
preceduto nel dir le lodi del primo cittadino di Roma. Non vedo 
tuttavia che alcuno fìnqui abbia tenuto il debito conto dell'uomo 
di lettere, e l'opportunità che mi si offre di ragionare particolar- 
mente intorno allo scrittore coltissimo, mi offre pure l'occasione 
di toccare novellamente degli altri meriti singolari d'un patrizio, 
nell'età nostra, per più riguardi, insigne. 

Don Michelangelo Caetani è, in verità, uno de' patrizi! più ti- 
tolati d'Italia; al tempo stesso, principe, duca, marchese, barone, 
grande di Spagna di prima classe e, da due anni in qua, collare 
del supremo ordine dell'Annunziata, nella gerarchia araldica tiene 
un posto naturalmente molto invidiato dagli affacendati sollecita- 
tori di vanità fastose. Ma tanto splendore, tanta pompa di titoli 
mi dice quasi che nulla intorno ai meriti proprii del nobile duca ; 
io godo invece nel poter notare come nel Caetani sembri passata 
intatta l'anima d'un grande Quirite antico; né l'anima soltanto, 
ma, direi pure, il contegno e l'aspetto. Ne' severi ed armonici li- 
neamenti del maschio suo volto si direbbe risplendere tutta l'an- 
tica maestà latina; nella brevità serrata, viva, potente e non di 
rado sentenziosa ed epigrammatica del suo linguaggio si è spesso 
tentati d'indovinare l'antico oratore romano. 



— 301 — 
Nato dal principe Enrico, il 20 marzo 1804, Michelangelo Cae- 
tani visse ritiratissimo fra gli studi artistici e letterari! i primi 
anni della sua vita. Il professore Emilio Sarti, uomo di lettere 
eruditissimo nella lingua greca, gli fu, per tempo, compagno ed 
amico; e, giovinetto ancora, il Caetani. s'innamorò per modo della 
Divina Commedia, che dal sacro volume trasse poi, nella sua vita 
di studioso, le supreme consolazioni come pure la fama di letterato 
egregio. Incominciò egli col leggerlo, continuò con l'intenderlo, 
finì col farlo intendere agli altri, in quello stesso modo naturale 
col quale l'aveva inteso egli stesso, senza altra guida che quella 
d'un ingegno penetrante, e di quel metodo d'interpretazione che 
il padre Giuliani ordinò poi in un sistema sapiente e popolare, spie- 
gando cioè Dante con Dante. Tre notevoli saggi egli pubblicò, quale 
interprete di alcuni passi speciali della Divina Commedia, uno per 
ciascuna cantica, cioè dell'S" e 9° canto ^leWIìiferno, della MateUla 
nel 28" canto del Purgatorio, e dell'imagine dell'aquila nel 18'' canto 
del Paradiso. Mandando due di queste memorie il 13 marzo 1857 
al prof. Giuliani in Genova, il Caetani scrivevagli nella forma se- 
guente: « In esse rinverrà come da me siasi sempre proceduto 
nella interpretazione del Poema sagro con quei giusti precetti da 
Lei nel suo Libro valorosamente dimostrati necessari. Il lavoro 
mio, si nell'uno che nell'altro scritto, (com'Ella potrà tosto cono- 
scere, nel riguardarlo) non è fatto per mia gloria, nulla, o quasi 
nulla essendovi di mio, ma per gloria e intelligenza maggiore di 
Dante, che in tutto il corso di mia vita ho cercato rendere, por 
quanto è stato in mio potere, più conosciuto e meglio inteso ». 
Il discorso del Caetani sull'ottavo e sul nono canto dell'Inferno, 
ove egli tenta ingegnosamente di mostrare come l'Angelo il quale 
forza i Demoni a lasciar entrar Dante nella città di Dite, non sia 
altrimenti un Angelo ma Enea, ebbe gli onori di una traduzione 
tedesca; nel discorso sulla Matelda, il Caetani raffigura sotto quel 
nome non già la celebre castellana di Canossa, ma la santa Ma- 
tilde de' conti d'Hingelheim, donna d'Arrigo l'uccellatore e madre 
d'Ottone il Grande (1); nel breve, ma ingegnoso e convincente, 
scritto sopra l'immagine dell'aquila nel Paradiso di Dante, si di- 
mostra finalmente come nelle stelle di Giove, i principi beati, fer- 



(1) Veggasi pure intorno a tale questione, per l'opinione contraria, un 
dialogo di Salvatore Betti: La Matelda della Divina Commedia, Roma, 
tip. delie Belle Arti, 1858. (Estratto dal Giornale Arcadico). 



— 302 — 

mandosi sopra la lettera emme, rappresentata con la grafia del se- 
colo XIII, trasformino la lettera in un'aquila simbolo d'impero e 
di quella monarchia dall'Alighieri augurata. Ma il maggior ser- 
vigio per lo studio della Divina Commedia lo rese il Caetani, col 
magnifìco suo libro intitolato: La materia della Divina Com- 
media di Dante Allighieri dichiarata in sei tavole, della quale 
si fecero finquì due edizioni romane, la prima nel 1855, la seconda 
nel 1872. La seconda edizione reca per epigrafe questa terzina 
di Dante : 

abbondante grazia, ond'io presunsi 
Ficcar lo viso per la luce eterna 
Tanto che la veduta vi consunsi I 

II Caetani perdette, per intiero, la vista nell'anno 1865. — Nel 
prologo del libro si espone con efficace brevità l'allegoria morale 
che si può ricavare dalla Divina Co^Jimed/a, seguendo le dottrine 
professate dal sommo poeta nelle varie sue opere. Segue una di- 
ligente esposizione delle sei tavole; una tavola descrive l'universo, 
secondo che viene raffigurato dal poeta, tre tavole ci rappresen- 
tano l'inferno dantesco, una tavola il purgatorio, e una tavola il 
paradiso. Conchiude l'autore la parte commentizia del libro, con 
l'indicazione del senso allegorico delle singole principali figure 
dantesche, lavoro che, nella sua brevità, si può considerare come 
una vera e completa introduzione allo studio della Divina Coìti- 
media, per quanto ne risguarda il supremo intento morale ed 
ideale, o filosofico. Il merito dell'interprete in questo stupendo la- 
voro del Caetani è il principale ; ma non è poi da trascurarsi il 
merito dell'artista che ha disegnato con mirabile finitezza queste 
tavole. 

Il disegnatore fu il Caetani stesso, valentissitjio cultore delle 
arti del disegno. Come la penna, il Caetani trattò, con grazia, la 
matita, il pennello e lo scalpello. Fu particolarmente ammirata, 
fra gli altri suoi lavori di scoltura, una statuetta di marmo, rap- 
presentante un amore legato ad un tronco, con gli occhi rivolti 
al cielo, quasi dolente di essere stato fatto prigione ; intimo amico 
e caldo ammiratore del grande scultore Pietro Tenerani, e uomo 
egli stesso di alto e versatile ingegno, si comprende agevolmente 
com'egli potesse anco nell'arte scultoria lasciare buon nome di 
sé. Lo stesso affetto per 1' arte mosse il Caetani a disegnar molto 
in oreficeria, per rialzare un'arte già gloriosa in Italia, e per 
venire in aiuto al suo amico, il gioielliere Fortunato Pio Castel- 



- 303 - 
lani tutto inttìnto al risorgimento dell' arte del Cellini. Per con- 
siglio e guida del duca di Sermoneta, il Castellani tentò primo 
quelle imitazioni de' gioielli greci ed etruschi, che gli diedero 
nominanza europea. « Noi siamo lieti, scriveva il signor G. Giuc- 
ci, nella Roma Artistica dell' anno 1871, di salutare in questo 
nobile concittadino il restauratore dell'arte, il maestro dei nostri 
migliori Orafi, fra i quali primeggia il nome di Fortunato Castel- 
lani, mancato ai vivi, e del di lui figlio Augusto, che segue con 
lode le onorate orme del padre. Dalla loro ofiicina nel 1859 usci- 
rono le due mirabili spade d' onore, dopo la guerra d' Italia dai 
patrioti romani offerte a Napoleone e al Re Vittorio Emmanuele. 
Fu il Duca di Sermoneta, che ne ideò il modello, fu il Castella- 
ni, che r eseguì in oro con preziose gemme incastonate. » 

Né qui finiscono le attitudini svariate dal più nobile fra i nobili 
romani. Che, per tacere delia sua qualità privatissima di eccellente 
amministratore del suo patrimonio privato, che lo raccomanda come, 
pubblico amministratore , risuonano unanimi in Roma le lodi at- 
tribuite al Duca di Sermoneta, come a comandante del Corpo dei 
Vigili, nel quale ufi:lcio sedendo per trent'anni, egli provvide effica- 
cemente ad una buona istruzione de' militi, e ad ottener le più 
perfette macchine idrauliche per l' estinzione degli incendi. I suoi 
sensi liberali son finalmente noti non pure a Roma ma all' Italia 
tutta, poiché non s'ignora com'egli, qual presidente della Commissio- 
ne Romana, presentasse al Re d'Italia il plebiscito del popolo di Roma, 
come il popolo di Roma lo eleggesse suo deputato e, come, infine, 
qual deputato, come pure nel rinunciare all' onore di sedere in 
Parlamento, egli abbia dato prove manifeste d'animo veramente 
romano, risoluto ed indipendente. Ma non erano questi sentimenti 
egualmente noti all'Italia prima del 1870. Perciò a rendersene 
persuasi converrà farsi raccontare dai romani stessi quanta molestia 
dessero al governo papale gli arguti epigrammi del Duca di Ser- 
moneta, i quali avevano pur sempre il privilegio di diventar po- 
polari. Trovo poi, e qui li reco, in parecchie lettere che il Duca 
di Sermoneta scrisse e spedì da Roma o dalla provincia, innanzi al 
1870, ad un amico fidatissimo, segni non dubbi, del suo animo libe- 
rale e del suo civile coraggio. Nel 1863, egli, scrivendo ad un amico, 
esprimevasi così: « Ma, ben più che l'età, mi è grave l'iniquità per 
tanti anni sofferta e veduta soffrire, la quale é il più pesante carco 
che si abbia l'umana vita. Qual meraviglia poi se questo negli uomini 
talvolta addiviene, che 

Fa così cigolar le lor biJancie. 



- 304 — 

Cotesto cigolar si è quello che spiace agli orecchi de' tiranni. » 
Poco innanzi, egli avea scritto allo stesso amico che il lettore 
riconoscerà agevolmente .- « Continui dunque valorosamente in 
cotesti suoi nobilissimi lavori, e sotto un si libero cielo con la 
benedizione, e con l'ammirazione di tutti gli uomini di buon gu- 
sto, e^ honae voluntatis. Io debbo contentarmi di ammirarlo da 
lungi come un infelice abitatore della Gran cerchia infernale, che 
dicesi Limbo, e sarei ben lieto se mi fosse dato dalla sorte di 
poterlo visitare col nostro Allighieri nel nobile castello sette volte 
cerchiato d' alte mura in cui Ella é coi Spiriti Magni; ma in 
quella vece sono in mezzo alla ignavia, con la brutta compagnia 
della vecchiezza, che tanto si prova più grave quanto meno lo 
spirito è sodisfatto. » Dopo la catastrofe di Mentana, il 26 dicem- 
bre 1867, il Caetani tornava a scrivere: «... l'affetto nostro si 
è formato e mantenuto per la Dio grazia, nel campo delle lettere 
belle e non in quello della politica bruttissima che ora tenta gua- 
stare il nostro bellissimo Giardino d' Italia. Lusinghiamoci pure 
che il fine di tutte queste cose sia così lieto e cosi prospero al 
paese nostro come è desiderio di tutti i buoni, e che 1' anno che 
giunge e che io a Lei auguro felicissimo sia pure per compiere 
i voti di tutti gli italiani bonae voluntatis. » 

Si comprende pertanto come ad uomo che pensava e parlava 
liberamente in tempi ne' quali non era lecito il farlo senza peri- 
colo possano garbar poco adesso le tergiversazioni d' un governo 
che ha fatto, pur troppo, della questione romana poco più che 
una questione burocratica, di un governo indeciso, privo d'inizia- 
tiva e di coraggio, erede di una politica da principotti ignavi e 
non già da fieri romani, e non già da Italiani vivaci, rivendicati 
in libertà. Il Caetani ha perduto il lume della vista materiale, ma, 
per fortuna sua e diremmo nostra s'egli fosse ascoltato, non an- 
cora quello della vista ideale onde, sebbene con la pupilla spenta, 
egli vede sempre più lontano assai di parecchi reggitori nostri, i 
quali, malgrado gli occhiali ora inglesi, ora prussiani, ora, se 
bene non sia più di moda, parigini, che fanno le viste di pro- 
varsi perchè la diplomazia non strilli troppo, per ciò che risguar- 
da il nostro avvenire si mostrano affetti da incurabile miopia. 

Milano ha il suo Manzoni, Torino il suo Sclopis, Firenze il suo 
Capponi, Roma può vantarsi del suo Duca • di Sermoneta, per 
molti riguardi uomo grande ed originale; di questa originalità 
ho recato parecchi indizii; piacerai aggiungerne un altro ancora 
intorno alla prediletta delle sue opere, della quale fin qui ancora 



— 305 _ 

non feci motto. Dalle sue nozze con una signora polacca, la contessa 
Calista Rzewuska, che Io lasciò vedovo nel 184-2, il Caetani ebbe 
due fls'li. Onorato principe di Teano, nato nel 1842, Ersilia, nata 
nel 1840, che nel 1S')9 sposò il conte Giacomo Colombo Lovatelli 
di Ravenna, ora deputato in Roma. La contessa Ersilia Lovatelli 
figlia del Duca di Sermoneta, già dotta, sull'esempio della gloriosa 
Clotilde Tambroni, nelle lettere greche e latine, è pure la prima 
valorosa italiana che abbia (in qui studiata ed appresa sul serio 
la lingua sanscrita. 



RicoRui Biografici 20 



XIX. 



GIAMBATTISTA GIULIANI. 



Narra la cronaca, e credo narri il vero, che un giorno il padre 
Giuliani camminava, assorto in sue profonde meditazioni, per la 
campagna Toscana, quando lo vide passare un amico e lo chiamò 
tre volte per nome; ma fu vano grido, poiché il padre Giuliani 
seguitava diritto per sua via solitaria. Allora l'amico non sapendo 
pili a qual magica virtù raccomandarsi per trattenere il pensoso 
viandante dal suo fatale andare, incominciò : 

Per me si va nella città dolente... 

e volea ben dir più, ma non n'ebbe uopo, che il padre Giuliani a 
quel primo amoroso grido si era intanto già volto, e come dal 
disio chiamato traevasi sollecito là onde il lieto grido gli era 
primamente venuto. Questo aneddoto potrebbe servire un giorno 
qual motto epigrafico, chi imprendesse a scrivere la vita del più 
chiaro fra i viventi spositori di Dante, e può valere, io spero, a 
me di scusa, se, quantunque ei non sia vecchio ancora, dopo ram- 
mentato nel venerando Duca di Sermoneta uno de'più diligenti 
interpreti del divino Poema, per naturale associazione d'idee, pongo 
ora il nome del dantista Giuliani nella prima serie de' miei Ri- 
cordi. 

Nacque Giambattista Giuliani il 2 giugno 1818 nel Comune asti- 
giano di Canelli, da Paolo Giuli^ii e da Maddalena Ghione. Della 
madre ei dice con efficace verità di linguaggio che la conobbe sol- 
tanto € per desiderarla e piangerla sempre »; il padre invece potè 



— 307 — 
seguitare fino all'anno 1862 con animo lieto i trionli del figlio. 
Al vecchio padre allude con molta delicatezza di sentimento il 
seguente grazioso sonetto (flnqui inedito) di Giovanni Prati, im- 
provvisato più che composto in Canelli il 29 agosto dell'anno 
1856, quando i compaesani del Giuliani erano venuti a fare una 
serenata al loro illustre conterraneo, decorato delle insegne di 
San Maurizio e Lazzaro, in un tempo nel quale non era ancora 
facile né si pronto il riceverle. 

Padre buon, padre dotto, padre santo. 
Crocefisso con garbo e con giudizio, 
Nel gran giron di Lazzaro e Maurizio, 
Per le nuove postille al divin Canto. 

Il Re che d'Alighier non sa poi tanto. 
T'ha battuto la spalla in suo servizio, 
E tu, grato al colpetto e al benefìzio , 
Offri in gloria di Dio questo uman vanto. 

Ed ai musici accordi or fa buon viso. 
Che se non son veracemente quelli 
Che Dante ritrovò nel Paradiso, 

Son però nati nella tua Canelli ; 
Poi guarda il Vecchio che t'è accanto assiso, 
Che ben vai cento nastri e cento occhielli. 

Degli studii rettorici continuati in Asti, il Giuliani non serbò, per 
fortuna, altro ricordo che il celebre motto d'Alfieri: volli, sempre 
volli, fortissimamente volli. E dallo studio della filosofia fatto in Pos- 
sano tolse ad amare particolarmente le scienze matematiche ed 
i suoi istitutori Somaschi, nell'ordine de'quali entrò quindi egli 
stesso, per assumerne l'abito e professarne la regola dal 20 di lu- 
glio 1836 in poi, facendo sempre con iscrupolo il suo debito di 
religioso per quanto la vivacità dell'indole sua e un ardente biso- 
gno di espandersi e di comunicarsi, gli abbiano poi forse fatto 
più d'una volta sentire il peso di un voto pronunciato in un'età, 
nella quale nessun uomo può ancora dirsi libero e sicuro manteni- 
tore delle date promesse. Non potendo altro, volle almeno il Giuliani 
che la religione, anzi che farle torto, venisse in aiuto alla libertà; 
e, ricorrendo tutta la sua vita, è agevole persuadersi, come, se 
egli, per dovere, ebbe a serbarsi buon sacerdote cattolico, per nobile 
istinto, per educazione s^ia propria, per potenza d'affetto, e pel 
culto da lui professato a Dante, riusci sovra ogni cosa un caldo 
e bene inspirato scrittore italiano. 



— 308 — 
Ho detto che egli incominciò con le matematiche, ed in queste 
ottenne in breve fama di dotto. Dicianovenne fu chiamato ad in- 
segnar tutta la filo.sotìa e in ispecle matematiche e fisica nel Col- 
legio dementino di Roma. Nel qual tempo, ad accrescere la pro- 
pria erudizione egli frequentò pure nell'Università della Sapienza, 
le lezioni di matematica del Calandrelli e di Barnaba Tortolini, 
e quelle di fisica di Saverio Barlocci, di cui poi narrò la vita. 
Sul finire del 1839, il Giuliani si recò a professar fdosofia nel 
liceo di Lugano. Nel settembre del 1840, sedette ancli'egli, pre- 
scelto dai propri i colleghi luganesi, e dal proposto Ponta, fra i 
dotti del Congresso torinese degli scienziati, ove conobbe, fra gli 
altri, il Cantù, il Cibrario, il Paravia, ed il tisico Botto. Nel 18il, 
pubblicò in Lugano, presso la Tipografìa Veladini, un Traiialo 
elementare di Algebra ad uso di quel Liceo, che lo adopera tut- 
tora, molto lodato in quel tempo, e del quale fa pure onorevole 
menzione VLlalia scientifica d'Ignazio Cantù. Nel dedicare questo 
suo primo lavoro al proposto D. M. G. Ponta, il Giuliani si 
esprime ne'termini seguenti ch'io rilevo, perchè si renda palese 
lo studio ch'egli poneva fin da quel tempo per riuscire scrittore 
elegante : « Non sì tosto intesi a parlar di Lei, che forte m'in- 
vogliai di conoscerla, e come prima la conobbi ne fui preso d'am- 
mirazione e di amore. I quali affetti non mi venner meno col 
tempo e per conversare che io facessi con Lei, anzi viemmag- 
giormente s'accrebbero, perocché ognora più amabili e preziose 
mi venivan parendo le sue rare prerogative. Tanto che le posso 
affermare senza ombra di adulazione, che Ella troverà si al- 
tri più degno del suo amore e la cui stima le torni più gradita, 
ma non già che al pari di me, l'ami e l'onori. » Il Giuliani potè 
bene col tempo, ne'suoi frequenti viaggi in Toscana, divenire 
scrittore più disinvolto e più ricco, ma ciò che nello stile rivela 
il carattere dell'uomo, ossia il movimento dell'animo si trova già 
nelle citate parole della dedica di or sono più che trent'anni, tal 
quale lo osserviamo negli scritti dell'età matura dell'eminente 
dantista. Prima di offrirci i suoi pensieri il Giuliani ha bisogno 
di vestirli, adagiarli, cullarli; perciò non accade mai ch'egli li 
mandi fuori brulli ed ignudi, come i figliuoli di nessuno; essi 
hanno a rivelar sempre di chi son nati, e possono sempre far fede 
d'esser nati non solo legittimi ma di nobile ed onorata stirpe. 

Le fatiche dell'insegnamento e le molte veglie protratte nello 
studio, strinsero tuttavia il dotto giovane Somasco^ verso l'ago- 
sto di quell'anno stesso 1841 a cessare dall'insegnamento e, dopo 



— 300 — 
aver soggiornato alcuni mesi in Cherasco, a far ritorno in Roma, 
per ritrovarvi la voce, la freschezza, la vigoria perduta, ed ar- 
restare i progressi d'una minacciosa consunzione che pareva vo- 
lerlo condurre nella primavera della vita al sepolcro. Né il clima 
di Roma bastò; i medici consigliarono il soggiorno di Napoli, più 
con la certezza ch'egli andrebbe a morirvi, che colla speranza di 
vedernelo tornare in buona salute; ed egli stesso era oramai così 
disperato delle cose sue, che de'suoi più cari oggetti, prima di 
porsi in viaggio, avea fatto parte a'suoi migliori amici, perchè 
essi almeno lo ricordassero. L'aria balsamica di Napoli fece invece 
il miracolo di guarirlo. Ed in Napoli egli ebbe modo di conoscere 
l'illustre Carlo Troya e Giuseppe De Cesare, che presero a ben 
volergli e lo fecero anzi accogliere tra i socii corrispondenti del- 
l'Accademia Pontaniana, Basilio Puoti (1), la poetessa Giusep- 
pina Guacci e Pasquale Borelli che sotto il nome di Lallebasque 
avea pubblicato a Lugano in sei volumi la Genealogia del pensiero. 
Egli potè quindi tornare in Roma nel 1843, più che mai risoluto di 
consacrarsi agli studii danteschi. A Dante avea il Giuliani già 
volto la mente fin dal 1839 in Roma, ove un amicissimo del Duca 
di Sermoneta, il dotto padre Luigi Parchetti avevagli lungamente 
e con amore ed ammirazione ragionato del divino Poeta. Da una let- 
tera del prof. P. A. Paravia diretta nel marzo del 1841 da Torino al 
Giuliani, allora in Cherasco di Piemonte, rilevo poi come fin da quel 
tempo il nostro dantista s'occupasse di questioni dantesche, se bene 
mostrasse di farlo più per conto d'amici che pel proprio (2), servendo 
particolarmente qua! mediatoreal padre Ponta, dantista di valore. Ma 
il fuoco non si tocca, senza sentirne il calore; e il Giuliani, più che 
sentirne il calore, fu infiammato del fuoco di Dante. Mentre per- 
tanto, giovane egli stesso, ammaestrava nelle lettere latine i gio- 



ii) 11 Puoti, che d'altro non s'occupava all'infuori del dettato, e che ne 
sentenziava, scriveva poi nel 1845 al Giuliani in Genova: « Non solo io 
lessi con molto piacere il suo discorso che ebbe la cortesia di man- 
darmi, ma 'subito le scrissi per lodarglielo, essendomi paruto ben con- 
dotto e in alcuni luoglii di rcolta caldezza. Mi congratulo ora un'altra 
volta con lei', e mi gode l'animo di poterle dire che ella sarù'un giorno 
tra'i nostri migliori dettatori. » 

(2) Dallo stesso importante carteggio del Paravia al Giuliani, che sarà 
ben degno un giurno di venir pubblicato, tolgo la notizia che nel 1840 
e r8'4l, il Giuliani si occupò ancora intorno alla biogralia del canonico 
Moschini,-1a quale vide in quel tempo la luce. 



— 310 — 

vani maestri della congregazione Somasca, discorrendo con let- 
terati ed artisti egregi fu irresistibilmente attratto al culto delle 
lettere. Conobbe e frequentò lo scultore Tenerani ed il Finelli, il 
Podesti ed il sassone celebre dipintore Vogel di Vogelstein, del 
Tenerani particolarmente e del Vogel divenendo intrinseco. Nel 
Museo di Dresda si conserva un bellissimo ritratto del giovine 
padre Giuliani, in abito talare, opera del Vogel, di cui il Giu- 
liani illustrò poi nel ISi'ó, il quadro rappresentante la Divina Com- 
media, come l'anno innanzi egli avea degnamente scritto so- 
pra la Deposizione di Cristo dalla Croce, alto-rilievo operato 
in marmo da Pietro Tenerani. Letto quel discorso, il Gior- 
dani, buon giudice in cose d' arte, scriveva rallegrandosi col 
Tenerani ch'avesse trovato un lodator degno ; e colmavalo di lodi 
nel Giornale arcadico, Salvator Betti. Il discorso sul quadro di 
A'ogel meritò al Giuliani le più ampie lodi del Niccolini (1) e di 
Dionigi Strocchi, fra gli altri. Ma questo non fu il primo scritto 
del Giuliani che trattasse materia dantesca: già nel 1844, egli 
aveva messo a stampa tre notevoli discorsi l'uno Della riverenza 
che Dante Allighieri portò alla somma Autorità Pontificia, un 
altro sul Veltro allegorico del poema sacro, che, secondo il Giu- 
liani, seguito poi da molti, fu il papa Benedetto XI ; il terzo Dei 
pregi e di alcune nuove applicazioni dell' Orologio di Dante 
immaginato da M. G. Pouta. Sul primo lavoro dettava un bel- 
r articolo Felice Romani, nella Gazzetta Piemontese del 20 di- 
cembre ISM, e Pietro Giordani il 25 gennaio 1845 scriveva al 
Giuliani: « Cortese e riverito signore, Anch'io ho sempre tenuto 
che Dante fosse avverso alle persone che tennero il papato nei 
suoi tempi; ma che nella fede egli fosse cattolico perfetto, e osse- 
quiosissimo al pontilicato, senza il quale vedeva che sarebbesi 
disfatta l'unità cattolica; » e il celebre Carlo Witte dal suo canto 
scriveva al Giuliani da Halle il 2 gennaio 1845 : « Devo ai favori 
del signor de Vogel una copia delle dotte di lei illustrazioni sul- 
r insigne quadro di questo illustre professore, ed il signor Vela- 
dini gentilmente mi donò l'opuscolo Sulla riverenza di Dante ecc. 
Se nella prima di queste opere, 1' oggetto di cui tratta concorse 
cogl' insigni meriti per rendermene gratissima la lettura, con non 
minore soddisfazione lessi la seconda che vittoriosamente resti - 



(1) Veggasi r Opera più volte citata del Vannucci sopra il Nic- 
colini. - . 



' — 311 — 

tuisce all' Allighieri il vanto di cattolico ortodosso. Ella non 
ignora, per quanto ho veduto, che oltre ai sogni del Foscolo e 
del Rossetti, alcuni dei miei compatriotti credono di onorar la 
memoria del divino poeta, accoppiando il suo nome con quelli di 
Pietro Valdo, di Huss e di Lutero. Quantunque io sia acattolico, 
ho sempre creduta falsissima una tale opinione, la quale invece 
di farci conoscere nella Divina Commedia il più squisito flore del 
medio evo, esalante quanto di più santo e di più sublime nacque 
nei cuori di tante generazioni, ce la trasporta in un secolo tutto 
differente, e deve di necessità far crollare i fondamenti della gran 
fabbrica del poema, con somma sapienza gettati dall' autore sul- 
r immutabile dottrina della Chiesa, e sulle credenze del suo tem- 
po. » Cito e passo. Letti i primi lavori danteschi del Giuliani, 
Carlo Troj'a sul fine del suo opuscolo : De' viaggi di Dante a 
Parigi e dell' anno in cui fa pubblicaia la Cantica dell' Lifer- 
no, ebbe nel 18-4Ó a conchiudere: « Questi fatti desidero sieno 
presenti a' Comentatori di Dante, fra' quali uno s' accinge ad 
illustrarlo con corredo e di buon giudizio e di opportuna eru- 
dizione. Parlo del P. Giambattista Giuliani, somasco, di cui 
m' è noto il valore. » Nello stesso anno 1845, incominciò in- 
fatti il Giuliani a comunicar molte sue note all' abate Bru- 
none Bianchi che in queir anno stesso le allogò, stroncandole, 
al loro posto, con parole di molta lode pel Giuliani nell'edizione della 
Divina Commedia pubblicatasi dal Le Mounier. E, sebbene, nella 
seconda edizione, per incauta gelosia di mestiere, il Bianchi abbia 
poi trovato il suo tornaconto nel sopprimere affatto il nome del 
Giuliani, pur ritenendo le note, la lode che ne viene al Giuliani, 
ne è tanto più grande. Il primo Saggio poi di un nuovo com- 
mento della Co/Y media di Dante Allighieri che si pubblicò nel 1845 
a Genova (ove intanto, come maestro di lettere ai Somaschi, egli 
s' era condotto) finì per assicurare interamente la fama e l'auto- 
rità del Giuliani, il quale, se in lui la modestia non agguagliasse 
il valore, potrebbe bene menar vanto, d' aver nel mondo dante- 
sco, a pena vi pose il piede, conseguito la gloria. Le idee gran- 
di, per lo più, sono semplici; il Giuliani ne indovinò, ne colori, 
ne divulgò particolarmente una. Allora, come accade, parve ch'e- 
gli facesse la cosa più facile e più naturale del mondo ; ma nes- 
suno vi s'era provato con quell'animo risoluto, prima di lui ; nes- 
suno riuscì poi meglio di lui nell'intento. Aprendomisi un giorno, 
egli mi disse: « Negli studii la mia norma si fu questa; poche 
cose, e quelle studiare bene a fondo.» Quando studiava matematiche. 



— 312 — 

egli compose uno de'più lodati trattati d' algebra ; come studioso di 
Dante, egli Io illustrò tutto; come studioso del linguaggio toscano 
vivente, fece, egli solo, non toscano, quanto non era ancora stato 
fatto e forse non sarà fatto mai da toscano alcuno. L' age qiiod agis 
nessuno lo intese e lo praticò meglio di lui; religioso fece il debito 
suo; cittadino italiano del pari; Dantista glorilìcò il suo poeta; to- 
scanista (se la parola non esiste, domando umile licenza d'inventar- 
la), dal. popolo toscano cercò e trovò nel linguaggio la poesia; e, 
se dopo ciò, sembri ancora- ad alcuno, che il Giuliani abbia fiitto 
poco, mi si dica, se molti uomini di lettere abbiano in Italia operato 
assai più ed assai meglio. Il Giuliani è quasi conterraneo del- 
l' Allìeri; perciò quella sua lunga e potente ostinazione ad un 
punto luminoso, lindi' egli lo arrivi; egli non salta sopra il suo 
soggetto, ma vi entra; e l'entrarvi domanda sempre «tempo. 

Quel saggio ottenne il suffragio lusinghiero d' alcuni ingegni 
famosi; ricorderò per prima una lettera inedita del Niccolini, onde 
rilevo il seguente giudizio: « Senza arrogarmi talento e dottrina che 
bastino airulìicio di giudice in cosi diflìcil materia, candidamente 
le dirò che le sue spiegazioni mi capacitano, poiché, senza tor- 
mentare il testo del Poema, Ella ne trae quel senso ch'essendo il 
più naturale, io tengo per vero, e quel tanto arzigogolarvi, il 
quale si fa per molti, io lo reputo oltraggio allo schietto ingegno 
dell' Alighieri, e perdita di tempo. Se le cose vanno di questo 
passo, e ogni verso di Dante divien speculazione di ciurmatore, 
quel Grande verrà in odio a quanti hanno fior d' intelletto e 
sanno che la religione stessa può cangiarsi in superstizione. Ma 
il mondo è un briaco a cavallo ; i nostri padri pei tristi maestri 
che avevano tennero Dante in dispregio; or tocca ai sapienti 
come V. S. di provvedere con as-ennati commenti che non si fac- 
cia disputa sopra ogni sua parola e che quella poesia, rimanendo 
oppressa da note e da questioni non perda la sua efficacia nell'ani- 
mo nostro. » Il conte Giovanni Marchetti, l' illustre autore della can- 
tica: Una notte di Dante, da Bologna, scriveva il 10 maggio del- 
l'anno 184G al Giuliani: « Ho letto attentamente, e con piacer som- 
mo, il suo Saogio. Ripeto ciò che nell' altra mia già le scrissi ; 
cioè che a me piacque assaissimo il suo pensiero di spiegar Dante 
principalmente con Dante stesso. Ora le soggiungo che, a mio 
giudizio. Ella pone egregiamente ad effetto il suo proposito. Giu- 
stissime le interpretazioni; belle e veramente filosofiche le consi- 
derazioni. Quanto ingegno, quanta dottrina, quale e quanto pro- 
fondo studio del divino Poeta ! Io me ne congratulo con Lei ben 



— 313 — 

ili cuore; e vivamente desidero di veder presto l'intera sua opera 
pubblicata per le stampe. » 

Il soggiorno di Genova era in quel tempo uno de'più desiderabili 
per un uomo di lettere, percliè un egregio Mecenate patrizio ed una 
donna d' ingegno e di cuore raccoglievano intorno a sé quanti 
nobili intelletti la città di Genova accogliesse e le attiravano di 
fuori numerosi visitatori. Il patrizio era il buon Marchese Gian 
Carlo Di Negro, verseggiatore mediocre, ma caldo ed appassionato 
amico di letterati ed artisti, ch'egli invitava ospitalmente nella 
sua splendida villetta, e che accompagnava nella loro vita con 
tutto il suo affetto operoso. Egli mori a Genova il 31 agosto 
dell' anno 1857, in età di anni 85; e ne scrissero degnamente le 
lodi Antonio Crocco, scrittore de' migliori, e il Giuliani stesso al 
Di Negro ed al Crocco amicissimo (1). La chiara gentildonna 
era la Bianca Rebizzo lombarda (la morte della quale fu compianta 
in nobili versi dall'Aleardi), ch'ebbe in Genova Ano a questi ul- 
timi anni non pure fama di donna insigne per le qualità dell'ani- 
mo e dell'ingegno, entrambi atti ed intenti a indovinare ed a 
rilevare il bene ove si contenesse e si celasse, ma che esercitò 
pure un potere efficacissimo nella vita pubblica genovese dell' ul- 
timo ventennio. In casa della Rebizzo, il Giuliani conobbe la prima 
volta, fra gli altri, Vincenzo Ricci, Lorenzo Pareto, Antonio Crocco. 
In casa della Rebizzo ancora, si fondò il 5 gennaio dell'anno 1850, 
promossa da Terenzio Mamiani, Antonio Crocco, Vincenzo Ga- 
relli, Giambattista Giuliani e Gerolamo Boccardo, V Accademia di 
filosofia italica, da me già toccata nel Ricordo del Mamiani. Nel 
resoconto delle Adunanze preparatorie di quell'Accademia estratto 
dalla Rivista Italiana, che nel 1850 Domenico Berti dirigeva in 
Torino, io leggo :« Il primo tema di quelle scientifiche disputazioni 
veniva proposto dal P. Giuliani, il quale dichiarava di vuler par- 
lare della filosofia di Dante, soggetto che credeva conforme a una 
delle intenzioni dell'Accademia, di ravvivare, cioè, e di illuminare 
le tradizioni ed i pensamenti dell' antica scienza italiana. » E 
come in un'Accademia italiana fu primo il Giuliani a promuovere 
la discussione sopra il divino poeta, cosi egli era stato primo nel 
settembre del 18i6 a dare dritto di cittadinaaza in un congresso 



(1) Veggasi l'elogio del Di Ntgro nel!' irnpor'tante volume del Giu- 
liani: Arte, Patria e Religione, Prose, pubblicato dai successori Le Mou- 
nier nel 1870. 



— 314 — 

di scienziati a Dante (1), ingegnandosi originalmente a dimostrare 
come la Divina Cotnmedia fosse il piìi antico e sicuro monu- 
mento della storia d'Italia, e arrivando fino ad osservare, entrato 
animosamente nelT arringo politico, che i tempi erano mutati, e 
che nessun italiano avrebbe oramai più chiamato Alberto tedesco 
ad inforcare gli arcioni d' Italia, quando si aveva un Alberto 
italiano. Il discorso fu interrotto da vivi applausi; Alberto La- 
marmora, commissario politico, sorse allora a protestare contro 
r intrusione di Dante ne' congressi ; Cesare Cantù, il presidente 
San Quintino e Luigi Cibrario difesero con calorosa eloquenza il 
Giuliani, il nome del quale divenne allora tosto popolare. Il Ci- 
brario e il Sauli d'Igliano poi furono pronti, dopo quel discorso, a far 
nominare il Giuliani corrispondente dell' Accademia delle scienze di 
Torino, e il marchese Luigi Serra, capo della Riforma degli studii 
in Genova, a farlo eleggere dottore collegiate della facoltà di 
filosofia e lettere nell' Università di Genova. Intanto s' accostava 
la grande agitazione politica d'Italia degli anni 1847 e 1848. 
L' elezione di Pio nono dava cuore al Giuliani, come agli altri 
migliori ecclesiastici d' Italia, di manifestare i proprii sentimenti 
liberali, ed egli non tralasciò alcuna occasione di farlo, quando 
stimò che fosse di pubblica utilità qualsiasi sua pubblica dimostra- 
zione. Mentre pertanto noi lo troviamo nei 1847 sempre intento a 
spiegare Dante con Dante, ch'ei s'era già messo tutto a mente, ed in 
istretta corrispondenza epistolare col Batines sopra la bibliogra- 
fia dantesca, delia quale occupavasi allora il nobile visconte fran- 
cese, il Gioberti scrivendogli da Parigi il 18 dicembre del 1847, po- 
teva rallegrarsi con lui « come illustre fra coloro che onorano ad 
una la religionae la scienza, la patria ed il chiostro; accoppiamento 
raro, e pur tale che la nostra povera Italia non sarà certa della sua 
redenzione, se non quando le verrà dato di vederlo frequente- 
mente. » Avendo il Giuliani riconosciuto con un suo discorso del 
1840 pubblicato in Roma, ov'egli era tornato, nel Veltro di Dante 
un pontefice, quando appunto l' Italia inebbriavasi al grido di viva 
Pio IX, il commentatore di Dante parve allora investito egli 
stesso come d'uno spirito profetico. Nel 1847, egli sali nell'universitii 
di Genova la cattedra di filosofia morale, e fu, in breve, profes- 



(1) Veggansi, oltre alle relazioni ufficiali di quel memorabile congres- 
so, la lettera di F. Scolari sopra alcuni scrìtti inediti intorno alcune 
opere di Dante, Venezia settembre 181G. 



-- 315 — 

sore acclamatissimo, tanto più per le frequenti allusioni eh' ei 
veniva facendo alla novità de' tempi e alle speranze risorgenti 
d' Italia. Alle prime larghezze usate dal re Carlo Alberto alla 
stampa, fu nominata in Genova, come in Torino, una giunta su- 
periore di Revisione, più a permettere moderandole che ad impe- 
dire le manifestazioni del patriottismo irrompente ; sulla proposta 
del procuratore del Re conte Alessandro Pinelli, il Giuliani fu da 
Carlo Alberto eletto revisore insieme con Lorenzo Costa, Antonio 
Crocco, e Giuseppe Morrò, i quali, distolti da altre cure non meno 
gravi, lasciarono al Giuliani quasi tutto il carico della revisione. Co- 
me revisore, trovossi pertanto il Giuliani a contatto con ogni maniera 
di pubblicisti, fra gli altri, dell'avv. Antonio Papa, direttore del Cor- 
riere Mercantile che in quei giorni affermava il suo credito presso i 
liberali, di Goffredo Mameli, l'autore della Marsigliese italiana e di 
Gerolamo Boccardo, allora giovanissimo, il quale per avere la- 
sciato correre il 18 gennaio 1848 un'espressione come questa: 
« coir Austria non si può, non si vuole, non si deve trattare, » 
diede occasione ad una nota diplomatica austriaca, ed attrasse 
al Giuliani un acre ritnprovero da parte del Governatore di Ge- 
nova. Poi il ministro San Marzano domandò che il Giuliani fosse 
rimosso d' ufficio; ma avendo il Pinelli, gnaro dei tempi, difeso 
con calore il suo revisore, il nostro Dantista imbarcato nel mare 
magnum della politica, tirò innanzi, finché non fu bandita, con lo 
Statuto, la legge della libera stampa, e il Giuliani potè ritrarsi 
sodisfatto d" avere bene adempiuto al suo debito di buon cittadino. 
Onde i Genovesi che già gli professavano stima ed affetto, lo 
stimarono ed amarono più, e a dargliene pubblico documento, fe- 
cero per due volte disegno d' eleggerlo loro Deputato. Se non 
eh' egli rinunciò a quell'onore, e per non avere ancora raggiunto 
i trent' anni richiesti dalla legge, e perchè essendo ancora sem- 
pre legato alla sua Congregazione, non poteva allora avere il 
pieno esercizio de' suoi diritti civili (1). Né però si ritrasse dalla 



(1) Il giornale La Legge, diretto a Torino da Giuseppe Massari, pub- 
blicando nel suo numero del IO dicembre 1848 la lettera con la quale 
il Giuliani rinunciava all'onore della deputazione, accompagnavala con 
le seguenti parole: « Il P. Giuliani è uno di quegli uomini fatti per 
onorare i partiti e le assemblee a cui fossero per appartenere, e noi 
neir ammirare la sua modestia non possiamo non manifestare il nostra 
rammarico per la sua risoluzione. » 



— 316 — 

vita politica: che anzi, a pena si sparse in Genova la notizia 
delle Giornate di Milano e della cacciata degli Austriaci il 25 di 
marzo 1848, corse col popolo nella chiesa di San Lorenzo a can- 
tarvi il Te Deum, e invitato quindi dal clero e dagli astanti, sali 
sul pulpito e improvvisò un discorso pieno di fuoco patriottico, nel 
quale s'eccitava il re Carlo Alberto a spronar analmente il suo de- 
striero di guerra, a trasportare la sua reggia ne'campi lombardi, 
a recarsi a Monza per pigliarvi la corona d'Italia, e al popolo geno- 
vese si volgevano queste parole; « Oh bravo popolo di Porteria! un 
secolo già è trascorso dacché tu rintuzzasti la tedesca rabbia; il 
tuo nobile esempio riscaldò tutta quanta Italia, e là dove Italia 
pareva più morta, dovea spiegarsi piìi vigorosa la vita. iMa no, 
che non furono essi i prodi Milanesi soli alla grand' opera; erano 
gli spiriti nostri che rinfiammavano que' petti ; erano quelle osti- 
nate volontà la volontà di tutta Italia ». (1) 



(1) Merita di venir letta e considerata la seguente lunga lettera (ine- 
dita) che l'illustre dantista Federico Ozanam scriveva in que' giorni al 
Giuliani : . , '. 

« Paris, le 27 avril. 
« Mon Rr'vérend Pére, 

« Je vois avec regret que tous les Italiens n'ont pas le coeur si fidòle 
que vous, et, qu'un de vos compatriotes qui s'était ciiargé de mes com- 
missions pour vous, m'a manqué de parole. Il y a bientòt un mois qu'un 
jeune Génois, auditeur de mes lecons publiques, vint me voir avant de 
retourner chez lui et me promit de vous aller trouver de ma part, 
et da vous porter un petit écrit dont je vous adressais l'hommage. Je 
devais aussi m'excuser d'ètre demeuré si longtemps sans vous ferire, 
sans répondre à votre aimable lettre et ìi votre plus aimable discours. 
En eflfet, les grands événements dont Paris vient d'avoir le spectacle, 
ont multiplié plus que jamais mes occupatioas et mes devoirs, et j'ai 
douté un moment si, au lieu d'écrire en Italie, je ne serais pas obligé 
d'y aller. Maintenant l'ordre se raffermit, et la sécurité renaissante nous 
permei de donner quelques heures a la lecture et à l'amitié. J'en pro- 
nte pour vous remercier d'abord de votre beau travati sur l'Ange de 
Tenerani, Je trouve dans dans cet écrit touto l'élégaace , touto 
la délicatesse de l'admit-able statue que vous louez. Il faut un sentiment 
exquis des beautés de l'art pour pouvoir en parler avec tant d'abondan- 
ce, sans se répéter jamais, sans fatiguer l'attention da lecteur. iMais sur- 
tout. mori Révérend Pére, comment vous expiimerai-je combien m'a 
touclié le passage où vous nqìpclez notrc vi.?ite à l'atelier du grand 



- 317 — 

Recatosi nel maggio del 1848 in Genova il Gioberti, gli furono 
dalla' città fatte le più festose accoglienze; il Giuliani ebbe col 
Crocco e il cav. Boselli incarico di accompagnarlo, e il Giuliani 
ancora fu invitato dal Comitato nazionale ad esprimere in adu- 
nanza solenne al Gioberti le congratulazioni dei genovesi tutti. 
L'allocuzione del Giuliani parve felicissima, e il Gioberti la gradi 
tanto, che la sera stessa, facendosi gran ricevimento al Casino 
di nobiltà, ed il popolo essendosi affollato sotto i balconi per ac- 
clamare al nome di Gioberti,' il filosofo torinese, non potendo rin- 
graziare da sé, per esscrglisi resa fioca la voce, pregò il Giuliani 
di parlare al popolo per esso: dal quale nuovo impegno seppe il 
Giuliani trarsi con tanta destrezza, che, in breve, il popolo col 
nome del Gioberti confuse nelle sue acclamazioni quello del Giuliani. 



scuipteur ? Je vous en voudrais uà peu des louanges extrémes que vo- 
tre acDÌiié me donne en passant. Cependant il m'est bien doux de voir 
(ixé dans votre gracieux récit un de ces heureux momens de mon sé- 
jour à Rome, tfop tòt envolés au gre de mas desirs. Vous me rendez 
cette beare que je croyais enfuie pour toujours, le'plaisir d'Un long en- 
tretien avec vous et avec l'excellent Tenerani ; enfln VAnge que nous ne 
nous lassions pas de regardcr, sa belle téte plelne de foi, ses flottantes 
draperies qui ne font qu'effleurer la terre, et ses grandes ailes qui re- 
demandent le ciel. L'artiste clirétien a été plus inspiré qu'il no pensait. 
Au moment où tout le passo semble p^^rir, il convenait de nous faire 
descendre du ciel l'Ange de la Résurrection. 

Laissez-moi vous felicitar aussi de votre Discours prononcé à S. Lau- 
rent de Gènes pour remercier Difu de la délivrance de Milan. Je suis né 
à Milan, et quoique .l'aie été conduit bien jeune en France, le lien du 
sol natal est si fort, que cette victoire m'a touché corame une victoire 
nationale, et je ne puis vous dire avec quelle ardeur j'ai dévoré les 
journaux italiens. Dès lors vous pouvez juger le plaisir que m'a fait vo- 
tre patrior/ique et religieuse allocution. Vous avez retrouvé la voix des 
croisades. Pie IX n'est plus seul, co«)me on se plaisait à le dire, puis- 
qu'il trouve dans le clergé mèrae de si f^loquens interprètes de ses des- 
se] ns. Le R. P. Lacordaire, qui se connaìt en (^loquence et à qui j'ai com- 
muniqué ce discours, a voulu qu'on en publi.lt un fragment dans le jour- 
nal qu'il dirige, L'Ère noiwelle. On a dù vous envoyer le numero du 
journal, mais vous avez probablement souri de l'erreur du typographe 
qui a remplacé S. Laurent par S. André. Du reste, ne jugez pas le jour- 
nal dont il s'agit par ct;tte bévue. C'est une feuille que nous avons fon- 
dée le P. Lacordaire, l'abbé Maret et moi, pour dófendre les intéréts ca- 
tboliques dans ceite società nouvellc qui doit sortir des révolutions de 



— 318 — 
Soppressa intanto nell'ottobre del 1848 all'università di Genova, 
la facoltà di lettere e filosofia, veniva al Giuliani offerta la catte- 
dra di sacra eloquenza nell'università di Torino; ma, potendo egli 
ottenere la cattedra stessa in Genova, la preferì, (1) tanto più che 
egli sperava che si confermasse la notizia della assunzione all'ar- 
civescovato di Genova dell'abate Ferrante Aporti, il quale avea- 
gli dichiarato di volerlo per suo segretario. Non confermatasi 
questa nomina, il Giuliani si rivolse nuovamente tutto agli studii 
suoi prediletti, in ispecie dopo ch^^ la misera disfatta di Novara 
tolse agli italiani ogni altra speranza di prossimo risorgimento. 
Io ebbi modo di leggere una lettera che stans pede in uno il Giu- 
liani scrisse da Genova al vecchio suo padre in Canelli, il io giugno 
dell'anno 1849; quella lettera è uno dei documenti più autentici delia 



l'Europe. Il uous a paru que ì'Univers, compromis par ses fautes, par 
l'attachement de quelques uns de ses ródacteurs à la monarchie déchue, 
ne suffisait plus au service du Christianisme en des temps si nouveaux. 
Nous avons cru que Pie IX avait été susci té pour nous ouvrir des voies 
jusqu'ici inconnues, et nous l'y suivons avec confiance : c'est assez vous 
dire combien notre journal est occiipé de Rome et de l'Italie. Nous se- 
rions très reconnaissans si vous vouliez nous donner votre opinion sur 
les affaires italiennes, tant pour l'Etat que pour l'Eglise. 

Je vous enverrai par la poste deux exemplaires d'un petit écrit que 
je publiai avant la revolution de février sur les dangers de Rome et 
ses espérances. Le jeune voyageur qui m'a manqué de parole devait 
vous remettre cette offrande qui ne m'acquitte pas envers vous. Je re- 
cois de vous des fruits dorés d'Italie et je vous rends un de ces fruits 
sauvages qui mùrissent mal sous le pale soleil du Nord. Du moins vous 
trouverez dans ce peu de pages la preuve de mon chaleureux amour 
pour votre pays, et du long souvenir que j'ai gardé de son afifectueux 
accueil. 

Si vous écrivez au R. P. Penta, veuillez me rappeler a sa mémoire, 
et lui faire parvenir un des deux exemplaires que je vous adresse. Je 
me recommande à ses prières et aux vòtres, et je suis avec un respec- 
tueux mais tendre attachement, 

Votre bien dévoué serviteur et ami 

A. F. OZA-NAM. 

(1) Il Programma de'suoi corsi di sacra eloquenza prova quanto lar- 
gamente e quanto liberalmente il Giuliani intendesse il nuovo officio 
affidatogli, nel quale si condusse poi in modo da procacciarsi ampie lodi ad 
un tempo presso il Governo Sardo, presso l'arcivescovo Charvaz e presso 
il chiericato e la cittadinanza genovese. 



— 319 — 
nobiltà del carattere del Giuliani, e della sua modestia. Avevano 
detto al padre del Giuliani che il figlio Giambattista avea, dopo 
il mutarsi delle cose politiche, perduta ogni sua autorità in Ge- 
nova; e il figlio, dall'ufficio postale, sopra il primo fogliaccio ve- 
nutogli tra le mani, rispose con questa bella e che a me pare no- 
tevolissima lettera: 

Carissimo padre. 

Io non so d'aver mai avuto influenza alcuna in Genova, né al- 
trove ; ma credete, che se, per ventura, n'ebbi qualche poco, ora 
l'avrei massimamente. Il mio pensare è sempre lo stesso, e non 
posso ricevere danno veruno, perchè sono tranquillo nella dignità 
della mia coscienza e nell'amore dell'Italia e dell'umanità. Io non 
ricevetti mai offesa né olTesi mai alcuno, e di nulla temo, se non 
del pubblico danno ; il resto lo confido alla Provvidenza. I maligni 
e gli stolti son molti, e di questi mi compiango e quelli non curo. 
Fui richiesto all'Università di Torino come professore di Etica, 
e starebbe da me solo l'acconsentirvi; ma son risoluto a rimanere 
in Genova, dove ho molti amici e mi trovo meglio assai che in 
Patria mia. Questo vi dico perchè viviate pur tranquillo sul fatto 
mio. Quel pochissimo che io sono, io lo devo a me stesso, e nes- 
suno mei potrebbe togliere mai. Le ricchezze e gli agi della vita 
disprezzo più d'ogni altra cosa; e finché io abbia un tozzo di pane 
da sbramarmi la fame, starò contento. Bensì vorrei che l'Italia po- 
tesse risorgere al posto a lei conveniente fra le nazioni del mondo; 
ma poiché oramai questa suprema consolazione mi scema, ritorno 
con maggior cura a'miei studii, e in questi passo la mia vita as- 
sai lietamente. Nulla mi riesce nuovo, leggendo le istorie e me- 
ditandole; e vedo bene che l'umana nequizia trionfò in ogni tempo, 
e che i buoni, i savi e valenti non furono quasi mai voluti in- 
tendere. Cosi ora siamo condannati a rattristarci d'un male acni 
non si può riparare, e sdegnarci di tanta cecità e superbia umana. 
Quanto a me d'altra parte son pieno di tutta gioia dentro al mio 
cuore, poiché ho l'intimo sentimento di non aver in nulla mancato 
alla gloria e al nome d'Italia, e questo pensiero basta a sostenermi 
fra la nostra presente sventura e mi ricreerà per tutta la vita. 
(•aro padre, state pur sicuro che io in ogni qualunque avvicendar 
di fortuna mi troverò sempre costante ne' miei pensieri ed affetti, 
e non muterò quello stato dove Iddio e la mia coscienza mi rende- 
ranno felice. Io son giunto a quello che io non mi sarei mai so- 



— 320 — 

guato d'ottenere, e posso dire d'aver toccato l'ultimo termine de'miei 
desiderii. Perciò ogni altra grandezza che mi possa avvenire è un 
di più che non cerco e rifiuterei di secondare. Eccovi l'animo mio, 
e son lieto di aprirlo a voi, caro padre, che mi sapete intendere 
e amare. Se tutto mi mancasse, son certo che non mi mancherà 
mai il vostro amore; e l'amore d'un padre è tanto grande, che non 
v'ha cosa paragonabile sulla terra. Mantenetemi questo amore, 
beneditemi alcuna vulta dal profondo del vostro cuore, ricorda- 
temi con quali-he sospiro, e persuadetevi che io sono perla vita, 
il tutto vostro figlio Giambattista. » 

Questa lettera vale un libro : che in essa puoi leggere tutta la 
vita di un uomo esemplare. Però focendo qualche violenza alla 
modestia deiramico, volli qui pubblicarla, aftinché da questa in- 
tima confidenza argomenti il giovine lettore quanta fede meriti 
pure il pubblico uomo di lettere quando scrive d'alta morale, di 
religione, di filosofia e di civile sapienza. 

E da questo punto incomincia la parte più nota all'universale 
della vita pubblica del Giuliani. Avvertirò solo ancora come il 
volume di Pinose, pubblicato a Genova dal Giuliani nel 1851 fosse 
dedicato a Cesare Balbo, che in due sue lettere, pel Giuliani ono- 
revolissime, miOstrò di gradire particolarmente quell'omaggio. 

Ma, due anni dopo, una nuova malattia sopravvenuta e il sempre 
fervido amore di Dante trasse il Giuliani a peregrinare in Toscana, 
e gli fece pigliare amore singolarissimo a questo nativo linguaggio, 
nò ai nudi vocaboli soltanto, ma alle loro svariate, eleganti, co- 
lorite foggie di intrecciarsi, sì ch'egli potesse in breve nelle sue 
celebrate lettere sul vivente linguaggio della Toscana, delle quali 
fu primo il Prati a incoraggiare vivamente la pubblicazione (i), 
rendere non pur la parola viva, ma le vive persone, il pensiero, 
il costume, la vita naturale, in somma, di questo bel popolo. Cia- 
scuno che abbia alcuna pratica del popolo campagnuolo sa quanto 
costi il farlo parlare di quello che più ci preme sapere, e come 
prima d'arrivare al punto, sia necessario di porre al popolano del 
contado un lento e regolare assedio. Convien quindi, quando si 
conosce la difllcoltà per noi cittadini di sorprendere i segreti di 
quel volgo, ammirare la costanza e l'ingegno del Giuliani che 



(1) Nell'anno 1858, dopo averne in Firenze fatta lettura ai chiaris- 
simi Letterati toscani P. Fanfani, G. Milanesi e A. Gotti, che si piacquero 
d'approvarle, il Giuliani pubblicò la prima edizione delle sue Lettere a 
Torino presso il Franco. 



— 321 — 

tanto perseverò nelle sue investigazioni, e cosi felicemente, da 
somministrare alla lingua d'Italia il più prezioso e il più poetico 
contributo di materiali popolari autentici, degni di esser fatti ri- 
fiorire nella colta lingua dell'arte. E nel tempo stesso in cui egli 
studiava la lingua viva del popolo, il Giuliani non perdeva di vi- 
sta il suo poeta; che anzi egli primo, egli solo linqui riscontrò 
la lingua di Dante col vivente linguaggio popolare toscano, e il- 
luminò l'uno con l'altro, recando infine il risultato de'suoi inge- 
gnosi raffronti, in un notevolissimo discorso da lui letto nella 
scorsa estate all'Accademia della Crusca, che l'aveva l'anno in- 
nanzi nominato suo socio, come già fin dal 1861 il Giuliani era 
socio della commissione pe' Testi di lingua in Bologna. 

Allo stesso ordine di studii del Giuliani si riferisce il veramente 
aureo volumetto uscito prima a Bologna nel 1809, poi a Firenze 
nel 1871, e che ora si ristampa con nuove importanti aggiunte 
presso i successori Le Mounier, sotto il titolo: Moralità e poesia 
del vivente linguaggio toscano. Nessuno degli italiani scrittori 
contemporanei, onorò, in somma, la Toscana più di Giambattista 
Giuliani, che studiò sempre di rilevare quanto di buono accoglie 
il popolo toscano, quanto di bello si accoglie nel suo linguaggio, 
e di rendere aperto all'intelligenza universale il maggior poeta del 
mondo moderno. Il eguale quantunque si dicesse florentinus naiione 
non rnoribus, resterà pur sempre la maggior gloria che Firenze 
possa vantare. Dopo i primi saggi, il Giuliani non posò più dallo 
studio della Divina Commedia; del che fanno fede parecchi scritti 
da lui pubblicati in quest'ultimo ventennio d'argomento dantesco, 
fra i quali vengono prime per ordine di tempo. Le Norme di 
commentare la Divina Commedia, tratte dall' Epistola di Dante 
a Cangrande della Scala, scritto originale e intieramente in- 
dovinato, che il Giuliani dedicò nel 1856 agli illustri dantisti 
tedeschi Carlo Witte e Goff'redo Blanc, e che gli valse, oltre 
a molte lodi stampate, una bella lettera dell'illustre Ampère, 
dalla quale rilevo le seguenti parole : « Dans tout ce que con- 
tient votre volume, j'ai retrouvé la mèrae élévation de pensée, 
la raème noblesse et la mème élégance de style. Ce que vous y 
avez inséré de votre Dante commentò par lui mème m'a surtout 
attaché. Aprés tant de commentaires sur Dante, vous avez su en 
faire un nouveau, dont l'idée est bien ingénieuse, et je crois par- 
faitement vraie. Ce que vous nous en donnez fait bien désirer que 
vous le publiez tout entier ». E a poco, a poco, il Giuliani é sem- 
pre venuto sodisfacendo il desiderio de' primi lodatori de' suoi 

Ricordi Biografici 21 



— 322 — 
scritti ; infatti nel 1861 apparve il Metodo di commentare la Di- 
vina Commedia, un volume dedicato al Capponi, nel 1863, La Vita 
nuova e il Canzoniere con bellissimi commenti, ristampati con 
nuove aggiunte nel 1808, e poi varie monografie sopra canti spe- 
ciali, come quello della Francesca dedicato al Caetani, dell'Ugolino 
dedicato al Gramantieri, suUlT, 12' e 13'' canto dell'Inferno nelle 
Memorie dell'Accademia di Modena, sul 32° dell'Inferno nell'An- 
nuario della Società tedesca di Germania, sugli ultimi canti del 
Purgatorio nuovamente dedicati al Caetani; le quali sono altret- 
tanti capitoli dell' intero commento che il Giuliani ci lascierà 
della Divina Commedia. Finalmente con la parte presa dal 
Giuliani nelle feste del glorioso Centenario dantesco in Firenze, a 
Ravenna pel discoprimento delle ceneri, a Dresda per la com- 
memorazione della morte di Dante, ove rappresentò il Governo 
italiano e il municipio di Ravenna, con la sua frequente cor- 
rispondenza coi Dantisti italiani e stranieri, e più particolar- 
mente come applaudito espositore della Divina Commedia nel luogo 
stesso nativo di Dante, all'Istituto di Studii superiori, egli assicurò 
a sé stesso nella storia della letteratura dantesca un posto immor- 
tale. Non è qui luogo di dire dopo quanti contrasti egli sia riu- 
scito a conseguire un posto che gli venne offerto per giustizia e gli 
si impediva per invidia. Piacemi invece conchiudere, che l'invidia 
tacque poi ch'egli l'ebbe conseguito e si rese palese come nessuno 
avrebbe potuto in Firenze con più amore e con più sapienza glo- 
rificare il Divino Poeta, ch'egli va dicendo essere, dopo Dio, il 
suo massimo benefattore. 

Pregato finalmente il Giuliani da me, affinchè volesse darmi di sé 
alcun cenno scritto, ecco le preziose note che ottenni dalla sua genti- 
lezza: « Ne'miei libri, come nelle mie lezioni, fu sempre uno l'inten- 
dimento, di far cioè che la letteratura sia un ministerio di civiltà, 
che le arti del Bello servano al miglior bene della nostra Italia, 
ed a vantaggiarla sopra le altre nazioni per la nobile virtù del 
sentimento. 

« Fra le molte e diverse contraddizioni degli uomini mi raccolsi 
in me stesso francheggiandomi nella dignità del silenzio e della 
vita. Sta come torre ferma, che non crolla, Giammai la cima per 
soffiar de' venti, Che sempre l'uomo in cui pensier rampolla Sovra 
pensier da sé dilunga in segno: Questi versi mi furono ognora 
presenti all'animo e guida sicura. Negli studi aspirai perciò sem- 
pre al meglio, e del resto fu continua mia cura di poter rendermi 
degno sacerdote cattolico e cittadino italiano. 



— 3-23 — 

« Dell'amicizia feci sostegno e consolazione alla mia vita ; e 
tlagli amici riconosco gran parte della felice condizione in che mi 
ritrovo. 

« Fui nemico ognora d'accattar brighe anche letterarie con chic- 
chessia; e tenni ferma la mia dignità, eziandio allora che mi si vo- 
leva imporre indebitamente l'altrui volere. Imparai più a tacere che 
a parlare : e con soavità di modi e con prontezza di prestarmi agli 
onesti desideri degli altri, se non vissi sempre libero da gravi 
dispiaceri, non ho perduto mai la dolce serenità di mente. Quando 
mi si diceva che io aveva de'nemici, noi credetti mai, perché sa- 
pevo e sento di non aver offeso e invidiato alcuno, se non in quanto 
desideravo di pareggiarlo nel fare il bene e farlo il meglio pos- 
sibile ». 

Evidentemente, le virtù dello scrittore si compenetrano qui tal- 
mente con quelle dell'uomo, che le une lasciano argomentar le 
altre; l'ingegno dello scrittore piglia lume dal carattere dell'uomo 
che è virilmente buono. Dell'interprete di Dante si accolgono le 
opinioni nette, sicure, aggiustate ; dell' uomo, amante ed amabile 
compagno della vita, si pregia l'amicizia benefica. 



XX. 

FRANCESCO DALL'ONGARO. 



Nel Dìritlo dell'I 1 gennaio, fu letto, con viva commozione, il 
seguente articoletto, che recava qual firma, la iniziale C. Ogni let- 
tore intelligente ha potuto riconoscervi lo stile di Cesare Correnti, 
il quale, quando il cuore gli detta, scrive sempre bene: « Anche 
DairOngaro è morto. Morto ieri a Napoli, secondo i medici, d'im- 
provviso, ma per chi sa i segreti, avvelenato a sgoccioli. Il corpo 
è morto, perchè l'anima sua non voleva e non poteva rassegnarsi 
a morire. Anno, era stato chiamato a dar un corso di letteratura 
drammatica nell'Università di Napoli, città su tutte le altre a lui 
diletta. Vi dettò splendide lezioni, confortato da numeroso e rive- 
rente concorso di giovani. Non ha molto, gli fu intimato d'an- 
darsene e di rimettersi a Firenze ad una scuola di declamazione, 
ove da più anni non trovava uditori e né tampoco un'aula. Pro- 
fessore nomade non voleva essere ; né gli pareva degno accettar 
l'elemosina d' una cattedra in partibus. Struggevasi dentro tanto 
più che fuori sorrideva. Aveva trapiantata la famiglia sua — una 
sorella e i nipoti erano la sua famiglia — a Napoli, né gli pareva 
facile levar la tenda domestica e portarsela in collo chi sa dove. 
Poi amava Napoli e vi si sentiva amato: non da tutti. Dio guardi! 
ma da tali, che potevano infiorargli il crepuscolo vespertino colle 
delizie della poesia e dell'arte. Perciò domandò grazia di tempo ; 
e prima che i due mesi concessigli fossero finiti, usci di stenti. 
Non sappiamo, se a qualcuno dorrà d'avere amareggiati gli ultimi 
anni d'un uomo, che, venticinque anni fa, l'Italia contava già fra 
le sue glorie. Questo sappiamo, che pochi più di lui amaron d'a- 



— 325 — 

more l'arte e la patria. Fu dei primi, quand'erano ancora a scuola 
dei gesuiti i grandi uomini della bancocrazia, a parlare d'Italia al 
popolo. Il suo Fornareito die le mosse al nuovo teatro nazionale. 
I suoi Storìielli furono applauditi, imparati a memoria;, e cantati 
da quegli stessi forse che lo chiamarono poi a scherno Stornelli- 
sta, e a cui par ringrandire gridando : abbasso i ferravecchi del 
quaranVotto. Egli se n'è ito, lo stornelUsta del quarant'oUo, povero, 
scorato, senza trovar tempo di finire quella eh' egli argutamente 
chiamava ioìlelte de la guilloiiine, un'ultima edizione ordinata dei 
suoi molti scritti. Siamo più che certi che altri qui dirà : furono 
troppi. Furono, diciamo noi, come il cuore e le occasioni voleva- 
no. Ma, prima di pensare al giudizio, pensiamo ai funerali. L'arte 
che Francesco Dall'Ongaro adorò, e gli artisti napoletani, dai quali 
ei soleva pigliare gli auspicii d'un imminente rifiorimento della 
pittura italiana non lasceranno, speriamo, senza consolazione d'af- 
fetto la sua famiglia, e il suo sepolcro. Ci si serra il cuore, pen- 
sando agli ultimi giorni di questo valent'uomo umiliato, sconfes- 
sato, traboccante sotto il peso, prima non sentito, d'una vecchiezza 
ch'egli indarno aveva immaginato consolata d'onori, e rispondente 
alle liete promesse della bene augurosa giovinezza. Ma, al postutto 
noi preferiremmo ancora un anno di codesta agonia, irradiata, se 
non altro, dai ricordi immacolati della poesia e riscaldata dal pre- 
sentimento primaverile dell'arte rediviva, a dieci anni di quello 
stillicidio bilioso, che per tant' altri è tutta la fatica e la gloria 
della vita. » Questo scritto, nella sua brevità, è eloquentissimo, 
perchè dà la nota vera del sentimento profondo che occupò l'ani- 
mo degli onesti italiani, a pena corse la triste novella che Dal- 
l'Ongaro non era più. A che dissimularlo? Dall'Ongaro morì con- 
dannato a morte dagli uomini stessi della sua terra. Non fu guerra né 
di coltello né di pugnale, ma avvelenate punte di spilli italiani che 
gli arrivarono finalmente al cuore. Ci si dice: egli aveva molti 
nemici; e sia pure; non si può entrare nel campo letterario per 
darvi onesta battaglia, senza contare di trovarsi a fronte una ca- 
terva di gente intesa a ferirvi; senza questa condizione non vi 
sarebbe buona battaglia; né il vincere riuscirebbe glorioso; ne- 
mici vi hanno ad essere, e quanto più serrati e compatti e visi- 
bili siano, meglio; si drizzeranno l'armi a quel solo segno, si re- 
spingeranno i colpi degli avversarli, finché si cada o si vinca; 
Siam tutti, quanti combattiamo con la penna, sacri alla morte o 
alla vittoria. Ma, per quanto sono numerosi e violenti i nemici, 
tanto più devono aver cuore gli amici, e rendere forte chi com- 



— 326 — 
batte, e sostenerne il coraggio. Dall'Ongaro ebbe nemici accaniti 
ed amici timidi, che lo abbandonarono ne'giorni dolorosi, mentre 
egli invece era sempre stato per gli altri intrepido fino all'impru- 
denza. Invece di difenderlo, com'era loro debito, gli amici lo di- 
sertarono, quando lo videro assalito con più ostinata malignità. 
Nel Veneto, del quale Dall'Ongaro era una vera gloria, per la li- 
berazione del quale egli avea lungamente scritto ed operato, e per 
cui avea pure sostenuto un lungo e doloroso esigilo, al suo ritorno 
in Venezia nel 1866, gli fu quasi negata ospitalità; e temettero i suoi 
stessi antichi ammiratori di compromettersi dandogli il loro voto 
per mandarlo in Parlamento. Il Dall'Ongaro parve abbastanza glo- 
rioso perchè a qualche patrizio veneto potesse piacere accoglierlo 
un istante nelle sue sale dorate e presentare l'illustre am.ico a'curiosi 
invitati venuti a posta per rimirarlo; ma, quando si parlò di tratte- 
nere il Dall'Ongaro in Venezia con qualche ufficio pubblico, anche 
modestissimo, poiché le ambizioni del nostro amico erano limita- 
tissime, gli ammiratori si ritrassero sgomenti, e obbligarono l'in- 
felice patriota a ritornarsene in Firenze, ove gli era fatta da pa- 
recchi anni una guerra guerreggiata per obbligarlo a partirne. 
La cattedra di letteratura drammatica in Firenze era stata creata 
per lui sotto il governo provvisorio toscano ; essa poteva annettersi 
facilmente all'Istituto di Studii Superiori; e il Dall'Ongaro non 
desiderava di meglio; non si volle; poteva restare annessa almeno 
all'Accademia di belle arti, e il Dall'Ongaro se ne contentava; non 
si volle ; lo si confinò invece a dar lezioni presso una modesta 
scuola di declamazione, il cui vecchio direttore, particolarmente 
avverso al 'Dall'Ongaro, riusci ad alienargli gli stessi giovani alunni 
della scuola, perchè non ne frequentassero le lezioni. Perciò av- 
venne molte volte, ed io che scrivo ne fui testimonio oculare, che 
il Dall'Ongaro recatosi per far le sue lezioni non trovò in Firenze 
alcun uditore e dovette tornarsene indietro umiliato; altre volte, 
ch'egli dovette far la sua lezione di letteratura drammatica a -i 
5 uditori che il caso avea riuniti presso la sua cattedra. Qual 
coraggio doveva egli ancora avere il Dall'Ongaro per occuparsi sul 
serio delle sue pubbliche lezioni? E pure egli non ismise dall'inse- 
gnamento, se non quando l'insegnare gli divenne impossibile; al- 
lora, non volendo né potendo rimanere in ozio, ingegnossi pure con 
altre vie, di rendersi utile; così intraprese per due anni consecu- 
tivi in casa d'un illustre staniero, l'ungherese Francesco Pulszky, 
attualmente Direttore del Museo di Pesth, a fare un commento 
estetico e popolare della Divina Coììimedia per gli stranieri e le 



— 327 — 

straniere di passaggio in Firenze; cosi recossi, invitato dagli ar- 
tisti di Milano, più volte in quella città, per farvi pubbliche ap- 
plaudite letture letterarie ; così mandò parecchie corrispondenze 
italiane al giornale francese L'Opinion Natìonale; così intese fe- 
licemente a restituire sulle scene italiane le grazie comiche di Mo- 
nandro col Fasma e col Tesoro; così continuò a scrivere novelle, 
ballate e stornelli; così visitò quanto potè studii d'artisti, per rac- 
comandarne le opere; accolse, incoraggiò e presentò egli stesso 
giovani poeti, giovani letterati, come il Manfredi di Rapisardi e 
il mio proprio Re Naia (di una parte del quale egli compiacevasi 
dire ch'era stato l'ostetrico) possono farne ampia fede, ed, insomma, 
cercò tutte le vie d'essere utile agli altri, quando più sentiva il 
peso della ingratitudine de' suoi antichi beneficati verso lui stesso. 

Io ho l'animo troppo commosso dal vivo dolore che mi lascia la 
notizia improvvisa della morte di Francesco Dall'Ongaro per po- 
terne ora scrivere tranquillamente. Ma io non vorrei che si di- 
menticasse da chi ha ufficio di farsi provvidenza agli uomini di 
studio, come se il Dall'Ongaro era professore ufficiale da soli dodici 
anni, e non lascia né moglie né figli, era pur 1' unica provvi- 
denza della sua degna sorella Maria e de' suoi nepoti, e da più di 
trent'anni volgeva continuamente le sue cure ad istruire con le- 
zioni pubbliche e private, non meno che co' suoi scritti, la gio- 
ventù italiana; come, negli anni d' esigilo, tutto il suo pensiero 
fu volto di continuo all'Italia, né credette umiliarsi, facendo in 
Brusselle e in Parigi semplici lezioni di lingua italiana o spiegando 
elementarmente la Divina Commedia ai forestieri; come la casa 
di lui povero fosse sempre aperta a' suoi compagni di esigilo nei 
giorni nei quali mancava loro il pane ; come dello stesso animo 
ospitale egli desse ancora prova in Firenze verso i poveri emi- 
grati veneti, ch'egli accoglieva liberamente alla modesta sua mensa; 
come, infine, sarebbe sacro dovere del governo, eh' ebbe il torto 
di amareggiare le ultime ore della vita^ al Dall'Ongaro e di affret 
tarne incosciamente il fine, ripararlo almeno, pigliando sotto la 
sua tutela la desolata famiglia del poeta infelicissimo. 

Il Dall'Ongaro avrebbe potuto presentare anch'esso al governo 
italiano i suoi titoli di martire della libertà italiana, e carpirne 
una larga pensione per godersela, come tanti altri, in qualche 
canonicato ufficiale ; egli avrebbe bene avuto il dritto, per i titoli 
che la sua gloria di poeta e letterato gli dava, di chieder forte 
in una sola volta, una cattedra universitaria per sedervi fra 
tanti altri men degni che vi arrivarono per vie politiche, e con 



— 328 — 
industri brighe. Non fece né 1' una cosa né l'altra. Provò a ri- 
maner contento del modestissimo ufficio che il Ricasoli gli aveva 
affidato in Firenze, ufficio rimunerato con tre mila lire italiane,, 
sopra le quali le tasse governative facevano ancora un grave 
sconto. E bene, anche quelle tre mila lire gli furono invidiate, e 
calunniate; e per l'invidia di quelle egli dovette subire in pub- 
blico r umiliazione di vedere inquisito ne' pubblici fogli ogni suo 
passo. E stata una mostruosa indegnità; e, per quanto possa 
dar noia a chi se ne rese colpevole 1' udire una voce stridula 
nel facile coro de' plaudenti; per quanto possa increscere di ve- 
dere un volto accigliato in mezzo a tante oziose bocche sorriden- 
ti; per quanto possa dolere ricevere una frustata fra tanti cachinni 
d' approvazione, io oserò pure di dire alto ciò che penso e ciò 
che sento intorno alla nuova letteratura fanfullesca la quale mi- 
naccia d'invadere la stampa italiana. Io mi rivolgo dunque ai 
giovani di cuore per domandar loro sul serio ove credono essi 
che da noi s' andrebbe quando continuasse a molti e per molto 
tempo a piacere nel nostro paese una letteratura cosi goffamente 
ed uflicialmente scandalosa; lieve nella forma, ma il cui fine finale 
è pur quello di sciupare anche quel resticciuolo di affetto che in 
Italia ci era rimasto, per consumarlo in tanto spirito vanissimo 
ed ammorbante. Guardino i giovani ai primi effetti di quella morti- 
fera letteratura; un uomo d'ingegno, uno splendido e simpatico 
scrittore lombardo, disertando la sua prima, generosa, libera fede 
politica, va a sequestrarsi nelle appendici della Gazzella Ufficiale 
per far eco al Fanfulla, che, fra gli altri suoi perditempi, avea 
pure avuto la fantasia di gettare il ridicolo sopra la sana lette- 
ratura che, da alcuni anni in qua, alcuni scienziati italiani vanno 
tentando a prò del popolo nostro, per rialzarne con l' istruzione 
la dignità morale. È letteratura noiosa ci si dice ; dunque si sop- 
prima. E di che cosa oramai non si sente più noia e non si ride 
più in Italia ? La patria, la libertà, l'arte, la scienza sono diven- 
tate anch' esse parole ridicole. Non vi è per quella letteratura 
più altro di sacro che Momo in livrea co' suoi sfaccendati adoratori. 
Ma per questa via, non si metteranno no, per Dio, i giovani ita- 
liani che hanno ancora un po' di cuore. Essi non si lascino dun- 
que, io li scongiuro, per quell'amore che abbiamo comune alla terra 
nostra, non si lascino tentare al facile riso inverecondo; fuggano, e 
detestino, sovra ogni cosa, il contatto pericoloso d' ogni zingaro let- 
terato che dica loro sfacciatamente di non aver più fede e bandiera 
alcuna. Ogni studioso, ogni artista, ogni scrittore, ogni cittadino 



— 329 — 

ogni uomo deve averne una; se no, egli diviene una ladra pianta 
parassita, che si propaga a danno della società e che giova estir- 
pare. Quanto a me, se le forze m' assistano, non mi mancherà 
certamente mai il coraggio di resistere contro l'invasione d'un ali- 
to pestifero che minaccia, pur troppo, le sorgenti della vita italiana. 
Ma, per tornare, al povero amico che la calunnia e la perse- 
cuzione hanno pur troppo precipitato nel sepolcro, ecco ancora 
alcuni brevi cenni che potranno servire alla sua biografia. Egli 
era nato presso Oderzo nel Friuli, neh' anno 1808, da minuti ed 
onesti commercianti; avea fatto i primi studii in Venezia al Se- 
minario della Salute, gli universitarii all' Università di Padova, 
ove s' era pure erudito alquanto nelle lingue orientali. Presi gli 
ordini sacri, si diede per tempo, al privato insegnamento e al 
giornalismo, fondando con Pacifico Valussi, che più tardi gli 
divenne cognato, il giornale letterario la Favilla, uno di que'gior- 
nali che convien ricordare come precursori del risorgimento ita- 
liano. Nel 1838, compose per Gustavo Modena, che lo fece viva- 
mente applaudire il celebre suo dramma II Fornaretlo, la prima 
protesta scenica contro la pena di morte; seguirono poi altri 
drammi, 1 Dalmati, Marco Cralievic' , L' iillimo de' Baroni, la 
Bianca Cappello (tragedia scritta per Adelaide Ristori) Fasma e 
il Tesoro (commedie di stile greco, scritte per l'attore Tommaso 
Salvini, che le fece particolarmente piacere e che difese poi sem- 
pre nobilmente il suo poeta contro gli attacchi degli invidi col- 
leghi). Mentre poi egli si faceva valere come scrittore drammatico, 
diveniva ancora popolare come lirico, specialmente per le sue 
hallate, nelle quali si confonde felicemente il carattere slavo con 
r italiano, e per 1 suoi stornelli, genere popolare di poesia ch'egli 
ha primo introdotto con successo nella letteratura. Avendo detto 
libere parole nel 1847 in Trieste nel banchetto offerto a Riccardo 
Cobden, fu proscritto da quella città. La parte presa dal Dall' On- 
garo, in Venezia e Roma particolarmente, alle cose del quaran- 
totto, fu vivissima. In Venezia, sotto 1' assedio pubblicò il gior- 
naletto: Fatti e parole per sostenere il coraggio degli assediati 
che lo leggevano avidamente. Quindi andò a Roma qual commis- 
sario del generale Garibaldi, per armarvi la prima legione italia- 
na; s' intende da sé che in quel tempo il Dall' Ongaro avea già 
deposto r abito ; né ciò solo, ma egli avversava con calore la po- 
litica guelfa de'Giobertiani. In Roma, il Dall' Ongaro sedette pure 
fra i rappresentanti del popolo. Caduta Roma nelle mani de' fran- 
cesi, egli riparò nella Svizzera fino al 1852, onde l'Austria 



— 330 — 

lo fece finalmente cacciare. Ramingò allora nel Belgio ed in 
Francia fino all'anno 1859, in cui, venuto in Toscana, il Ri- 
casoli lo fece da prima arrestare qual mazziniano, ma per dar- 
gli in breve la libertà e la cattedra, dopo un colloquio avuto col 
poeta. Questa è la rete d' una biografia, ma non può essere na- 
turalmente la biografia stessa. Io non mi sentirei ora 1' animo 
posato abbastanza per iscriverla ; ma poiché in queste pagine io 
mi occupo di soli scrittori viventi, né mi aspettava così presto 
il dolore di perdere l'amico, ho voluto almeno dargli qui l'estremo 
saluto, come a persona viva che mi sta sempre innanzi agli occhi 
col suo volto dogale, col suo lieve, onesto sorriso umoristico, e di 
cui sento ancora il calore che gli spirava dall'anima e gli passava 
in una stretta di mano significativa ed in una parola sempre bene- 
vola anche nel motto arguto. Col tempo, la storia letteraria darà 
il loro posto d' onore alle opere dell' ingegno di Francesco Dal- 
l' Ongaro; intanto, mi sembrò giusto che la pagina d'un contem- 
poraneo lasciasse durevolmente scritto come se 1' ingegno del- 
l' autore del FotmareUo, di Fasma e degli Stornelli era vivo ed 
arguto, il cuore di lui era caldo ed appassionato, buono e delicato, 
semplice e generoso. (1) 



(1) Dal mio carteggio privato scelgo cinque lettere direttemi dal com- 
pianto amico, in diverso tempo, le tre prime nell'anno 1864, l'ultima 
alla vigilia stessa del giorno che lo rapiva per sempre all'afifetto degli 
amici ed alla persecuzione de'nemici. Le pubblico qui nella loro genui- 
nità, quantunque privatissime, perchè provano, sovra ogni cosa, la bontà 
dell'animo dello scrittore infelicissimo. La prima lettera risponde ad un 
disegno di programma manoscritto, per la fondazione di un giornale che 
meditavo nel 1864, da intitolarsi: Il Prometeo, al quale desideravo come 
collaboratori Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Filippo De Boni, Ausonio 
Franchi e il Dall'Ongaro. Nella qualità caratteristica dei collaboratori e nel 
titolo del giornale io desideravo fossero affermate le tendenze agitatrici 
del giornale e la manieria un po'vulcanica col quale doveva essere scritto. 
La seconda lettera si fonda sopra un equivoco. Un amico aveva detto al 
Dall'Ongaro ch'io scrivevo di lui per i Contemporanei del Pomba. Ciò 
non era vero allora; ma io sono contento di avere in tal modo potuto 
apprendere che non gli sarebbe riuscito discaro l'essere ricodato da 
me. La terza lettera ragiona della commedia il Tesoro. La quarta let- 
tera annunzia dolorosamente la sentenza che lo caccia da Napoli. L'ul- 
tima lettera, che somministrava materia ad un'errata corrige della Ri- 
vista Europea ed alla sua piccola cronaca degli Italiani all'estero, non 
può ora esser letta per intiero senza una viva emozione. 



— 331 — 

Caro amico, 

Perugia, 4 luglio, (1864). 

Ho ricevuta la tua lettera e il programma del giornale. Nella tua fretta 
giovanile mi sembra che non hai bene scelto né il nome ch'è troppo 
ambizioso, né la forma per rendere accettabile il tuo programma alla 
maggior parte degli uomini a cui ti proponi ricorrere. Avrei comin- 
ciato dallo scriverne al Cattaneo perchè prendesse egli stesso possibil- 
mente la briga di formulare alcune idee che sarebbero state conformi 
alle tue, e avrebbero avuto per gli altri maggior autorità che non pos- 
sono avere venendo da te o da me. Io conosco l'uomo. Bisogna dirgli 
che si vuol fare un Politecnico settimanale. Sarebbe il vero, poiché lo 
spirito sarebbe lo stesso: portare la smcerità nelle lettere, nella scienza 
e nell'arte. Preferirei il titolo umoristico Fra Sincero al tuo Prometeo. 
Ricorda il verso di Orazio: ex fumo dare lucem. Mi piacerebbe anche il 
titolo: Luce ed amore, oppure porrei queste due parole come epigrafe 
al semplice titolo Arte che riunisce nel suo sommo concetto lo scopo 
del vero e del bello, della verità o dell'affetto, 

Non intendo già di farti un contro progetto: ma di persuaderti a non 
operare con troppa fretta in cosa sì grave. Fra non molti giorni sarò 
di ritorno a Firenze, e ne parleremo. Ma bada di non pregiudicare col 
fatto. A voler fondare qualche cosa bisogna preparare le fondamenta. 

Studio un po'Perugia e le sue cronache per dettare poi qualche lettera. 

Gli amici ti risalutano — tu saluta i nostri, e sta sano. 

Tuo affezionati s Simo 
Da.ll'Ong.\ro. 

Caro amico, 

Firenze, 23 Agosto, (1864). 

Grazie della lettera ascolana. È ricca di fatti e, raccorciata qua e là, 
mi gioverà a coordinare le varie parti del mio libretto. 

Mi dice il Baratta che tu hai posto mano alla mia biografia. Bada 
veh ! A tutii quelli che me ne richiesero, risposi no. A te che non me 
ne chiedi, non posso oppormi, ma vi sono certi punti scabrosi nei quali 
vorrei poter intervenire indirettamente. Scrissi una lettera al Quinet, 
che non fu pubblicata in Francese, ma bensì tradotta senza nome d'au- 
tore nella Ragione del 1857, 1858. Fa di trovarla: forse ti darà la 
chiave di un certo fatto della mia vita sociale. 

In francese fu pubblicata dal Poivin a Bruxelles nel 1." volume della 
sua opera: l'Égliae et la morale par Dom Jacobus. Vedi le note: 404 — 
408 — 411 e segg. Se non hai la Ragione ti manderò questo volume del 
Poivin. 



— 332 - 

Nella Ragione hanno soppresso credo il mio nome, ponendo solo un 
membro della Costituente romana. Un periodo di questa epistola fu ci- 
tato a strazio nell'Osservatore Romano dell'aprile decorso. Ma i flitti 
non si distruggono colle ciarle. 

Lascio Firenze domani, e per Livorno e Genova vo a Torino poi a 
Milano — quindi forse a Napoli. 

Cura valetudinem, et have bene. 



Caro amico, 



Da.ll'Ongaro. 



Napoli, 20, (1864). 



Ti ringrazio delle tue lettere specialmente dell'ultima che contiene 
gli appunti giudiziosi die fai al mio Tesoro. 

'Alla maggior parte di questi provvidi nella recita ch'ebbe luogo ri- 
tardata, ma con esito felicissimo I versi dell'ombra dopo il li atto 
furono soppressi alla recita. L'epilogo non è insolito nelle commedie 
greche e latine in bocca de'principali personaggi: è un po'di civette- 
ria, e un po' di vendetta: qualche volta può parer necessaria. Sbagli 
molto se credi il publico del teatro de'florentini indegno del titolo di 
Ateniese. Non conosco publico più garbato, e più pronto a gustare la 
minima allusione. Credimi, non fu adulazione. Negli altri paesi, si ac- 
comola tutto sostituendo Italia a Napoli: ma in verità auguro a tutte 
le città d'Italia, l'atticismo napoletano. 

Un'altro appunto non comprendo. È Lisia che sa per udito esser morta 
Bacchide: Telessi fu presente e racconta ciò che vide. Né Bacchide po- 
teva essere una meretrice volgare — nò poteva morir come tale, se 
educò Telessi, com'è. È un'egoista — annoiata della vita, come le gre- 
che dopo Alessandro. E la nutrice è Ateniese — e non le disdice il par- 
lar elegante — purché l'eleganza sia d'un'ancella addetta a un Etèra. 
È il realismo che contrasse all'ideale di Telessi e di Lisia, amanti. 

Per altri paesi qualche po'di spiegazione nel tuo senso, sark neces- 
saria. Qui, fu tutto compreso al primo slancio. Credo che t'inganni 
quanto al carattere di Doro. Egli sa tutto e non dice nulla finché 
crede possibile l'esito previsto e voluto dal padre. S'egli avesse par- 
lato — dov'era il merito di Lisia, che posto al bivio, antepone al- 
l'amore, la carità di figlio? A me importava rilevare il servo per la 
sua fedeltà, e il padrone per la spontaneità del suo rispetto a'comandi 
paterni. Codesta è la filosofia dell'intrigo. — E non fu sbagliata, né 
fraintesa. 

Il Salvini (Lisia) dovette a fatica frenare le lacrime durante la 
ceremonia funebre. — E V Alberti — sotto l'impressione di quella sce- 
na, fece chiamar sul palco scenico un architetto, e tutto commosso gli 
ordinò una cappella per il proprio padre, morto da cinque anni. — Il 
meglio del mio trionfo ò codesto. 



— 333 — 

Ora Doro è malato — e c'è sospensione nelle recite — ma saranno 
riprese fra poco — e il Tesoro, avrà l'esito brillantissimo della Fasma, 
che ebbe già 16 recite, e sempre più affollate. Ora metto insieme la 
terza commedia — la Collana — ■ alla quale auguro la stessa fortuna. 

Sarei già di ritorno, se non mi avessi scritto le scuole aprirsi più 
tardi all'Accademia. Ma dentro il mese sarò con voi — e daremo corpo 
al giornale (1). 

Gli azionisti di cui ti parlò Villari — sono m fieri, ma sicuri. L'avrei 
annunziato in qualche articolo — ma a che prò — in mezzo a questo 
frastuono? Bisogna scegliere il momento opportuno — massime in que- 
sta Parigi d'Italia. 

Non ricordo di aver parlato di pitture aquilane più antiche di Dante. 
Più antiche ve n'è ad Assisi e bellissime. Aquila ha sculture antichis- 
sime nella facciata della Basilica di Colle-maggio. 

Saluta gli amici — e annunzia il mio ritorno, e l'apertura del mio 
corso per la fine del mese. 

Va da mia sorella, e dille del motivo della sospensione alle recite. 

Dall'Ongaro. 

Caro de Gubernatis, 

J4 Die. Napoli, (1872). 

Grazie cordiali per la tua lettera affettuosa. Il fatto è compiuto: io 
son rimesso a Firenze; dove il mio corso, alla scuola di declamazione 
è perduto. Ma forse « Hoc crat in votis » del Consiglio superiore. I 
miei amici e colleghi hanno dato il voto, il ministro lo mette ad ese- 
cuzione, senza pure motivar le ragioni, e senza communicarmelo diret- 
tamente. Altro che Consiglio de' X. Inquisizione bella e buona, é giudicio 
e condanna « ex informata conscientia. » 

Io non posso far ciò che il decoro vorrebbe. Mi sarà d' uopo piegar 
la testa, appena la mia salute affatto rovinata me lo consenta. Ritra- 
sportare la casa non posso: dovrò per la prima volta privarmi, quando 
più n' ho mestieri, delle cure affettuose de' miei ! 

Ho le bozze della prima parte dei mio studio. Bada non è la prima 
ma la 43™a lezione. Ma ciò va in nota. Io vorrei e te ne prego che 
tutto intero l'articolo sia pubblicato nel medesimo numero. Senza ciò 
non ha senso, e non servirebbe allo scopo. Tu intendi. Fa dunque un 
miracolo, e stampa tutto, mandandomi al più presto le copie a parte. 
Fammi mandare colle bozze anche il Ms. 



(1) Allude alla Civiltà Italiana da me diretta, che usci felicemente il l" gennaio 
1S56, e visse dodici mesi agitatissimi. 



— 334 - 

Il fascicolo che ricevetti è bellissimo e ricco: massime la parte bi- 
bliografica e critica. E buone soii pure le tue biografie: solo a quella 

del non avrei fatto mane ire quasi del tutto la parte politica, 

per la quale avrei potuto fornirti assai documenti inediti ancora. Ma 
o^gimai è fatto. 

Se farai menzione di me, fa tacere un poco il tuo cuore, e sii calmo. 
Sai ch'io sono sempre il maledetto per que' Signori, e mi hanno sacri- 
ficato all'altare della conciliazione ! Non occorre maravigliarsene troppo 
a questi lumi di luna. 

Saluta la principessa. Io vo migliorando lentamente, ma le affezioni 
gastro-enteriche sono tenaci. Non posso lavorare. 
Sta sano. 

Tuo 
' ' - , Dall' Ongaro. 

P. S. Non conoscevo punto il bel volumetto de' tuoi drammi, né di 
questi avevo letto che la seconda parte di Re Naia. Grazie anche di que- 
sti. Ne farò una lezione per la futura annata. ; 

Mio caro amico, - 

Napoli, 9 Genn., 1873. 

Ti ringrazio con tutto il cuore delle affettuose parole colle quali an- 
nunziasti il mio ritorno a Firenze. Hai trovata la vera formula del- 
ì'uhase. Non potrò mai dimenticare questo tratto della tua amicizia. 

Aspetto le copie separate, che spero avranno una numerazione spe- 
ciale ed una copertina qualunque. 

Parecchi errori son corsi pur troppo, come avviene quando non si ha 
il testo presente, e non si può rivedere una seconda volta. Ad uno però 
di questi errori sarà necessario fare una errata corrige : quello alla pa- 
gina 285 — alia metà della pagina, dove il periodo comincia : La lingua 
Io avrò certo scritto lingue in plurale. Sarebbe stato meglio gl'idiomi: 
ma non bisogna lasciare la sgrammaticatura clie mi sarebbe tosto no- 
tata da chi tu sai. Non so perchè tu abbia corretto: la lingua discesa 
da' Vedi. Io aveva «scritto la lingua de'Vedi. Accetto la versione Casmira: 
benché non sono pochi gl'indianisti che vogliono esistesse nella Battriana 
la lingua madre, dalla quale sarebbero derivati i due rami ano e se- 
mitico. Ma in ciò io mi rimetto a te come maestro e donno. 

La mia salute non va beae. Questi catarri dello stomaco sono lenti a 
vincere. Ho due mesi di congedo per curarmi. Vedremo se basteranno. 
E ci vedremo a Firenze. Se no, verrai a trovarmi a Napoli. 

Nei due drammi aggiunti alla trilogia di Re Naia, il tuo verso corre 
più franco: l'azione è più energica, e non mi meraviglio che Rossi sia 
stato un bel Dasarata. Mi sembra però che tu abbia dato a quelle donne 
un linguaggio troppo modernamente appassionato — anche considerando 



— 335 - 

il fatto in sé stesso. Bharata si acconciò con tanta nobiltà a tenero il 
vicariato di Rama. Ma queste sono questioni da poco. Tu hai acclimato 
i costumi indiani nelle scene italiane, e questo è un gran che. 

Mi mandano da Boston alcune delle mie novelle colà ristampate e 
proposte come testo di lettura nelle scuole italiane degli Stati Uniti, 
dalla Università di Cambìùdge. Il Longfellow non sarà stato straniero 
a tale proposta per me, se non lucrosa, onorevole. Potrai accennarlo 
nel fascicolo futuro. Quelle povere novelle, che non furono manco annun- 
ziate in alcun giornale d'Italia ! 

Fa per me una visitina alla Dora d'Istria, e falle i miei saluti ed au- 

gurj, congratulandoti con essa de' suoi dotti articoli. E ricordami con 

rispettoso affetto alla tua signora. 

Tuo 

Fr. Dall' Ongaro. 

— Aggiungo qui finalmente la lettera con la quale la buona ed infe- 
lice sorella del poeta mi narrava le ultime ore di lui: « Il nostro caro 
era qui a Napoli, come forse Lei lo vide da ultimo in Firenze^ deperito 
molto; ma non accusava mai forti sofferenze; non aveva dei dolori fisici; 
non aveva febbre ; ma deperiva sempre; le sofferenze morali erano 
molte (chi non lo sa?j, quando venne la notizia della morte del nostro 
fratello Giuseppe, avvenuta il 25 novembre. Volevamo celarla a lui, 
come avevamo celato la malattia, ma, al funesto annunzio, come repri- 
mere il grido di dolore della figlia Marietta che da più anni dimora 
con noi ? La intese, se ne addolorò, e pensò, col suo solito gran cuore, 
che un'altra famiglia rimaneva quasi priva di sostegno. Pochi giorni di 
poi, venne il decreto del trasloco suo a Firenze, che temeva sempre, 
ma si ostinava a non creder possibile; si sentì da questo estremamente 
umiliato. Il Rettore Settembrini lo confortò a domandare una proroga 
del resto necessaria per il suo mal essere, e fu il Settembrini stesso 
che la domandò; egli reagiva con tutta la sua forza; scrisse a varii suoi 
amici, per essere coadiuvato a render possibile una sua idea, che da 
qualche tempo aveva nella mente di pubblicare una Rivista europea ar- 
tistica-industriale, vana speranza; non ebbe il tempo di ricevere le ri- 
sposte. 

Ultimamente ricevette da un certo Gentili, credo calabrese, dei versi, 
che molto gli piacevano, poi un bellissimo volume pure di versi, che 
certo lei conoscerà, di Alessandro Arnaboldi lombardo, de'quali diceva 
un gran bene ; ne leggeva ora l'uno ora l'altro componimento agli amici 
studenti che venivano a visitarlo ; diceva che gli era di conforto a 
sperare per l'Italia la comparsa di questi scrittori; pensava a scrivere 
un articolo, per farli maggiormente conoscere; voleva parlare insieme 
di Gentili, Arnaboldi e Rapisardi, che venne a visitarlo negli ultimi 
giorni con le sue Ricordanze; ma nemmeno per questo fece in tempo. 

Si fece un consulto che sparse poca luce sopra il suo male; il dottor 



— 336 — 

Vitarelli, ch'era alla cura, mi domandava s'egli aveva avuto altre scosse 
morali; ma egli s'affrettava a dire di no, e, pure deperito, parlava di 
cose da farsi, e di uscire. Venne il giorno 9 gennaio; ricevette il pacco 
di quei fascicoli che Lei gli spediva, estratti dalla sua Rivista Europea; 
fu contento che avessero le copertine. La tremenda mattina del 10 
andai, come di solito, in camera; era ancora a lotto; mi dis!<e che 
aveva dormito un po' meno del solito, ma che stava bene. Mi disse che 
avrebbe preso del latte e glie lo portai.... Si vestì, venne nella stanza, 
dove era preparato per la colazione; prima che venisse portata si alzò 
da sedere per ritornar nella sua camera; mi parve di vedere un poco 
di cambiamento nella fisionomia, e lo seguii; erano le 11; gli domandai 
se si sentiva male; egli rispose che si sentiva oppresso, e il ventre più 
gonfio del solito; ma, tutto sarebbe passato; gli portai del brodo, pen- 
sando al latte preso e forse non digerito; egli era sul canapè, e non 
potè prenderlo; chiamai il nipote Luigi, che, per fortuna, ora è con noi; 
lui pure domandò: « cosa ti senti ?» — « Qualche dolore al ventre; do- 
lori acuti no » rispose; ma, per l'oppressione lo consigliammo a ri- 
mettersi a letto; lo fece senza voler spogliarsi del tutto. Gigi disse : 
« vado a chiamare il dottore » — « Va pure, va prima dal dottor Te- 
sta, è più vicino, » — Mi disse lui stesso che cosa dovevo preparare per 
quando sarebbe arrivato; facevo fare tutto senza uscire mai di ca- 
mera; tremavo, ma non sapevo perchè; si porta il tutto quanto era 
ordinato; gli dico di mettere il cataplasma; « oh! non occorre più 
gridò, oh! sono atroci, e si toccava lo stomaco che era divenuto molto 
gonfio » « mi sento svenire! » disse; prendo aceto, acqua di Colonia, 
tutto; egli va indietro con la testa, muove le 'labbra, ma non esce una 
sola parola! Io da una parte dal letto, la Manetta dall'altra: « Fra- 
tello! Zio! » Si crede uno svenimento; gli apro i denti chiusi; ma 
nulla; egli resta immobile prima cogli occhi aperti; poi li chiuse da 
sé; si spera sempre; arriva il medico; lo guarda; da quello sguardo si 
accresce il mio terrore, e lui, la cara anima mia, sempre tranquillo! 
Arriva Gigi disperatissimo per non aver avuto l'ultimo sguardo! Non 
più ! ecco tutto ! Io non so scrivere, ma ho voluto dirle, signor An- 
gelo, come passò quel tremendo momento. Ora non ne posso più. » 



XXI. 



FRANCESCO DE SANCTIS. 



Sopra la tomba di Francesco Dall'Ongaro disse alcune parole 
commuoventi il De Sanctis. La tomba del gentile e vivace poeta 
friulano non poteva esser meglio onorata che pel tributo di lodi 
resogli dal più illustre fra i critici napoletani, del quale mi viene 
così pOrta naturale occasione di lasciare qui un breve ricordo. 

Ma, prima d'incominciare, giovami richiamare la mente del let- 
tore sopra un altro di que'fatti caratteristici che ci presenta la 
nostra storia letteraria. 

Come nel settentrione d' Italia, e particolarmente nel veneto, 
trovammo il maggior numero di distinti poeti italiani contempo- 
ranei, nel mezzogiorno riscontreremo i nostri più noti critici e 
filosofi. Siciliano era l'Emiliani-Giudici autore di una pregevole storia 
civile e filosofica della nostra letteratura. Meridionali sono il De 
Sanctis, il Settembrini, il Bonghi, il Villari, lo Spaventa, il Fio- 
rentino. E, dove si scrive generalmente peggio la nostra lingua, 
là fiorirono nel secol nostro, insigni stilisti, a incominciare con 
Basilio Puoti ed a finire con 1' abate Vito Fornari e con Ferdi- 
nando Ranalli. Chi imprendesse pertanto a scrivere una Geografia 
letteraria d'Italia potrebbe comporre un'opera non pure curiosa e 
piena di fatti singolari, ma importante per lo studio psicologico 
delle razze che concorsero a formare il presente popolo italiano, e 
che gli danno però tanta varietà d'aspetti, d'istinti e d'ideali. 
Muovendi) dalla letteratura latina s'incomincierebbe a domandare 
fino a qual punto la dolcezza di Virgilio e la grazia di Catullo 
rechino un carattere veneto, fino a qual punto la facilità di Ovi- 

HiooRD! Biografici ?2 



— 338 — 

dio e l'abbondante loquacità di Cicerone tradiscano un carattere 
napoletano, e perchè Catone, Varrone, Sallustio e Tacito ritengano 
più di tutti gli altri scrittori latini della rude fierezza dell'agreste 
Lazio, e perchè finalmente Giulio Cesare, quantunque romano, 
essendo stato educato in Grecia, e avendo percorso il mondo ab- 
bia preso quella larghezza e gentilezza nel dire e nel fare che è 
propria di ogni uomo, per natura bene dotato, che abbia molto 
veduto e che sappia conformare a sé stesso il bello ed il buono 
ch'egli viene osservando. Una storia letteraria italiana, concepita 
sotto questo aspetto singolare, avrebbe, parmi, la sua utilità, e 
però io m'induco a proporla, nella speranza che alcuno de'miei 
giovani lettori s'induca un giorno a tentarla. 

Quale può essere ora, nel caso nostro speciale, la ragione na- 
turale che produsse tanti critici insigni nella bassa Italia? Ne 
dobbiamo noi riferire il merito alle tradizioni filosofiche della Ma- 
gna Grecia, ed alla -presenza in essa di un popolo ellenico il cui 
genio si contemperò con quello delle razze italiche? Se conside- 
riamo come i più originali tra i pensatori italiani, da San Tom- 
maso a Bruno, Telesio, Campanella, Vico, Genovesi, Filangeri, 
Galluppi, i veri fondatori, in somma, di una filosofia italiana, fu- 
rono napoletani, saremmo tentati a crederlo. Ma vi è forse una 
ragione più intima nel processo stesso di quella filosofia e di 
quella critica, la quale, chi ben la consideri, è più inventrice che 
ragionatrice, è più poesia che logica; la vivacità del genio napo- 
letano rileva perfettamente la immagine delle cose che osserva, e 
questa immagine rilevata nel campo della universa speculazione può 
divenire alta filosofia, e, adoperata al giudizio degli accidenti partico- 
lari, può riuscire critica eccellente. E tale mi sembra appunto la cri- 
tica di Francesco De Sanctis. Egli non ha propriamente né una co- 
scienza universale, né un supremo sistema ideale che informi i suoi 
giudizii letteraria Tutta la sua critica si compone della somma di 
casi speciali, talora specialissimi, da lui osservati con vivo e pe- 
netrante ingegno, e poi combinati in una critica più generale, per 
girare nell'animo de'suoi lettori od ascoltatori, un intiero ordine 
d'affetti e d'idee. Perciò, nell'apparenza di un filosofo astratto e 
distratto, che nulla vede, nulla cura di quello che gli accade in- 
torno, egli é un osservatore diligentissimo e un combinatore fe- 
licissimo di numerosi, minuti casi osservati. Talora gli accade bene 
di dare soverchia importanza ad un fatto minimo, di colorirlo con 
troppa vivacità, di estenderne gli effetti oltre i limiti ne'quali si 
produce ed opera; e però di trascinare pure talora in quella sua 



— 339 — 
foga, oltre il giusto segno, il giovine mondo che gli si affida. Ma, 
per lo più, in quell'impeto, egli indirizza i giovani al vero, nel 
modo più persuasivo ed efficace, invitandoli ad osservare insieme 
i fatti, e deducendone poi conseguenze vive, che paiono tanto più 
legittime, in quanto ciascuno sente agevolmente ch'ei le potrebbe 
trarre da sé. Questo sembra a me il merito principale della cri- 
tica di Francesco De Sanctis, e quello, in somma, che le dà vera- 
mente peso e gravità. Che se gli splendori della parola e l'origi- 
nalità dello stile sono in lui pregi invidiabili, e se basterebbero 
certamente a sedurre, non varrebbero, per sé soli, a persuadere 
lungamente e rendere operoso il discepolo. E il De Sanctis non 
cura punto di sorprendere il suo giovine mondo con belle parole; 
queste egli non cerca, e, perché, non le cerca, vengono fuori ta- 
lora, nella loro stessa ineleganza, piene di vivacità e di energia; 
egli si direbbe anzi da chi gli parlasse tranquillamente di cose 
volgari, uomo privo d'ogni eloquenza; il petulante Petruccelli della 
Gattina potè quindi arrivare un giorno a chiamarlo ebete. Reca- 
tevi dal De Sanctis, parlategli della pioggia e del vento, doman- 
dategli nuove della salute sua e dategliene della vostra, mettetevi 
in complimento, narrategli le vostre miserie burocratiche, e le 
vostre brighe accademiche, invitatelo finalmente a dirvi il vostro 
parere per iscritto sopra il vostro primo sonetto, e voi correrete 
rischio di rìdurvelo ad uno stato che se non è ancora l' imbecil- 
lità, non se ne discosta di molto; ma, se invece d'intorpidirne 
con la noia l'ingegno, avrete virtù di eccitarlo, toccando alcuna 
delle sue corde sensitive, facendo scattare alcuna delle sue molle 
segrete, allora udrete, simile ad una mina, esplodere la eloquenza, 
tutta scoppi e fiammelle vive, del ridesto oratore, prorompere coi 
suoi amori, con le sue furie, e picchiare, senza riguardo, intorno 
a sé come il basiono'ccchia della novellina popolare. Bazza allora 
a chi tocca. 

Non già, intendiamoci ch'ei meni il flagello sulle persone; ma, 
questo io intendo dire, che egli va dritto al suo segno, come se 
le persone non ci fossero; ed è forse questa l'unica via per cui 
si può arrivare a dire liberamente tutto il vero. Poiché se, nella 
critica, conta molto la conoscenza del carattere di un uomo per 
giudicare dello scrittore, non conta invece niente affatto il riguardo, 
che le convenienze personali comandino al critico, per trattenerne 
il giudizio. Il De Sanctis, sotto questo aspetto ancora, fu ed è cri- 
tico incolpabile; egli non vide mai innanzi a sé altra maestà al- 
l'infuori del vero, sé stesso obblió sempre, e del suo pubblico si 



— 340 — 
curò solamente iu quanto egli ne ricercò i sentimenti riposti, 
spesso dissimulati, per renderli palesi, e svergognarli se inonesti, 
infiammarli se generosi. La virtù dello scrittore, per questa ispi- 
razione, riuscì mirabile, in ogni tempo. 

Francesco De Sanctis è nato nel 1818, a Morra nel principato 
Ulteriore, e fu erudito nelle lettere italiane e latine dallo zio 
Carlo De Sanctis in Napoli, nella filosofia dal Fazzini. S'avviava 
agli studii legali quando gli fu consigliato di frequentare lo studio 
del marchese Basilio Puoti. Ma qui giova udire lo stesso De 
Sanctis che nel gustosissimo suo saggio critico sopra l'ultimo dei 
Puristi, consacrò al maestro un vivace ed affettuoso ricordo, 
«e Avevo, egli scrive, sedici o diciassette anni — Avevo letto 
moltissimi libri e di ogni materia; scrivevo versi e prose, im- 
provvisavo anche, e tutti mi lodavano, e il maestro mi chiamava 
penna d'oro, ed io una superbia che mai la maggiore; mi tenevo 
seriamente il più istrutto uomo di Napoli. Avevo parte copiato, 
parte riassunto Obbes, Leibnitz, il mio favorito, Spinosa, Carte- 
sio, Maleranche, Ahrens, Genovesi, Beccaria, Filangieri e tanti 
altri, come portava il caso, senza disegno né ordine; di storia, di 
romanzi e di tragedie era pieno il capo, e tutto ci rimanea, per- 
ché avevo grande memoria. Mi avvenne che un giorno Francesco 
Costabile mi propose di menarmi alla scuola del marchese Puoti. 
— A che fare? — diss'io. E lui: — ad impararvi l'italiano. Mi 
parve un'off"esa. Ma molti miei amici ci andavano, e tutti me ne 
cantavano meraviglia, e ci andai pur io. La chiamavano scuola 
di perfezionamento. Vi si andava a compier gli studii. Moveva 
■tutti un desiderio di maggior cultura e di stare a paro con gli 
altri. Già quel palazzo magnatizio, quelle superbe scale, quel ser- 
vitore in guanti, quella sala magnifica tappezzata di libri innal- 
zava l'animo, lo tirava in una regione più elevata. Non so che di 
signorile spirava colà che cacciava in fuga tutte le rozze memo- 
rie del seminario. Quel di che ci andai io, eravamo parecchi a 
far l'esame di ammissione. Il Puoti volle sapere i nostri studii, e 
il dove, e il come, tutto minutamente; ci fé tradurre un brano di 
Cornelio Nipote. Dal suo modo di scrivere parrebbe uomo grave 
e compassato; ma era tutt'altro. Amenissimo, vivacissimo, pieno 
di motti e di lazzi alla napoletana, non insegnava, non si met- 
teva in cattedra, conversava raccontava spesso, si divertiva e di- 
vertiva; non ci era aria lì nò di scuola, né di maestro; parca 
piuttosto un convegno di amici, un'accademia sciolta da regole e 
da formalità Ai provinciali avveniva spesso di chiamarlo maestro 



— 341 — 

e se ne turbava; voleva esser detto marchese. Per primo atto 
correvano a baciargli la mano, ma la ritirava vivamente e di- 
ceva: — non si bacia la mano che al Papa. — Non volea si di- 
cesse la scuola, ma lo studio di Basilio Puoti: né le sue voleva si 
chiamassero lezioni, ma esercitazioni. In effetti proprie e vere le- 
zioni non erano, o spiegazioni o teorie, ma esercitazioni nell'arte 
dello scrivere, traduzioni, componimenti, letture mescolate di aned- 
doti, di riflessioni, di giudizii, d'impeti di collera, di scuse ama- 
bili, si che era un piacere a vederlo e a sentirlo; tuttociò che 
scuola maestro o studente ha di convenzionale, era scomparso. 
Ano le proverbiali panche, sostituite da eleganti sedie. Il marchese 
non solo sdegnava di esser detto maestro, ma non ne aveva l'aria 
e le maniere; pareva piuttosto un amico, maggiore di età e di 
esperienza e di studii, che stava lì compagno e guida ne'nostri 
lavori, e sentiva il parer nostro e ci diceva il suo, e poneva tutto 
in discussione, quello che diceva lui e quello che dicevamo noi. 
Talora avveniva che il torto l'aveva lui, e lo riconosceva di buona 
grazia e diceva : — ho preso un granchio a secco. — Né questa 
libertà di discussione generava anarchia, essendoci differenze ge- 
rarchiche naturali, tanto più efficaci, quanto meno imposte dai 
regolamenti. Il marchese era a tutti caro e rispettato, perchè 
amava i suoi giovani, così li chiamava, non studenti né discepoli 
ed era il loro protettore, il loro padre. Ci erano attorno a lui un 
gruppo di veterani, giovani stati lì da cinque o sei anni, e che il 
marchese scherzando chiamava gli Anziani di Santa Zita. Il loro 
giudizio era molto autorevole, e quando parlava l'un di essi si 
faceva silenzio, l'irrequieto marchese per il primo, e si stava a 
bocca aperta. Ci erano anche gli Eletti, giovani che occupavano 
un posto distinto, e questo nome si dava per consenso di tutti a 
quelli che facevano un lavoro Indovinato, componimento o tradu- 
zione. Anche il giudizio di questi aveva una certa autorità, ed i 
nuovi e inesperti si lasciavamo volentieri guidare da loro. Così 
nasceva una disciplina naturale, fortificata da una costante corte- 
sia di modi, che rendea tollerabili anche i più severi giudizil. Il 
marchese soleva dire che le lettere servono a raggentilire e no- 
bilitare l'animo; ed era una grazia, quando si spassava con di 
bei motti e proverbii alle spese di qualche povero provinciale ca- 
pitato li non bene in arnese, o goffo di modi, o presuntuoso 
parlatore. Si può pensare quale impressione incancellabile pro- 
duceva tutto questo su quei rozzi animi. Era tutta una rivolu- 
zione morale. Dopo pochi mesi io mi sentiva un altro uomo. — 



— 342 — 

Né questo solo. In quella scuola i principali attori erano i giovani. 
Il marchese, come ho detto, non faceva discorsi o lezioni, non 
insegnava grammatica o rettorica : parlava cosi alla buona, e 
faceva notare più per esempli che per teoriche i pregi e i difetti 
degli scrittori, aggiungendovi, come l'occasione portava, avver- 
tenze grammaticali o di lingua o di rettorica. Chi ne vuole un'im- 
magine vegga i Faiii di Enea, co' suoi commenti. Il lavoro era 
tutto nostro, e serio e assiduo. I poltroni poco ci duravano e an- 
davano via perseguitati da una di quelle esclamazioni, che il poco 
paziente marchese si lasciava sfuggir di bocca, quando non giun- 
geva a contenersi e ad esclamare — non mi fate dire la parola 
disonesta. — Vi si andava tre volte la settimana. Un giorno era 
consacrato alla lettura e all' esame de' componimenti, favole, let- 
tere, dialoghi, sogni, dissertazioni, dicerie, racconti storici, no- 
velle, di rado qualche poesia. Dopo la lettura, il marchese do- 
mandava a due tre il loro parere, i quali ragionavano prima 
del concetto, poi dello stile e della lingua. La discussione era 
chiusa da uno degli Eletti o degli Anziani, che ne discorreva 
ampiamente, il marchese riassumeva le diverse opinioni e dava 
un giudizio terminativo. Essendo la più parte giovani colti e 
adulti, le discussioni riuscivano spesso brillanti e animate. Né 
minor gara era negli altri due giorni, destinati alla traduzione e 
alla lettura dei classici. Si traduceva non più che due periodi di 
Cornelio Nipote, né ci era esercizio più acconcio ad addestrare 
in tutte le finezze della lingua e neh' organamento del periodo. 
Letta la traduzione, scoppiavano da tutte parti osservazioni sopra 
i difetti, quando non era seppellita di un colpo sotto qualche 
scherzo del marchese, come: — basta così; l'avete fatta tra gli or- 
rori della digestione. — Di quante se ne leggevano, il marchese 
sceglieva una che gli sembrava migliore e sopra quella faceva la 
correzione, sicché ne uscisse un lavoro perfetto, che ciascuno 
scriveva nel suo quaderno. Il giovane sul cui lavoro era caduta 
la scelta, se ne usciva quella sera con la tèsta più alta. Non é a 
dire che diligenza metteva il marchese in queste correzioni : 
spesso stava una mezz' ora ad acchiappare una parola o una frase 
che non voleva venire, e tutti a suggerirgli, e lui a dar col pu- 
gno sulla tavola e a gridar : — no I — con una delle sue favorite 
esclamazioni. Oimè ! Talora la frase tanto cercata non veniva, 
e si finiva per stanchezza con una rappezzatura, e il marchese 
levava la spalla e se ne consolava dicendo : non é poi il Van- 
gelo. » 



— 343 — 

La citazione fu lunga, ma sembròmmi molto opportuna non solo 
perchè ci dà una pagina vivacissima di storia letteraria italiana, 
ma, ancora, perchè il metodo scolastico famigliare del Puoti dovea 
poi essere imitato ed allargato dallo stesso De Sanctis, divenuto 
in breve, a Napoli, emulo applaudito del maestro, e dal professor 
Pasquale Villarl, già discepolo del Puoti e poi del De Sanctis, 
che innanzi il 1848 contava pur già tra i suoi migliori scolari Ca- 
millo De Meis, Saverio Arabia, Agostino Magliano, Giuseppe De 
Luca, Carlo Parone, Enrico Capozzi, Achille Vertunni, Diomede 
Marvasi, Ferdinando Flores, Francesco Montefredine, Bruto Fab- 
bricatore, Giovanni e Giuseppe Novi, Nicola Marselli, Lorenzo 
Greco, G. Cammarota, Luigi La Vista, ed altri più nobili ingegni. 

Dello studio del De Sanctis toccò, in termini generali, il Villari 
nella sua Prefazione agli scritti di Luigi La Vista (1), e come egli 
stesso fosse tentato ad entrarvi e come vi splendesse fra tutti il 
compianto La Vista: « Quando egli leggeva o parlava, i compa- 
gni lo ascoltavano quasi con devozione; un silenzio profondo si 
faceva nella scuola, ed il maestro, immobile sulla cattedra, lo 
guardava con una compiacenza che non poteva nascondere. » Il 
De Sanctis avea fatto il suo tirocinio come insegnante per due 
anni nel collegio militare della Nunziatella, fra l'anno suo diciot- 
tesimo ed il ventesimo. Egli ci racconta come in esso, un giorno, 
invece della solila lezione, abbia fatto una gran lettura né già 
degli abborrili trecentisli. « Lessi Cloridano e Medoro, e la pazzia 
di Orlando, e la morte di Clorinda, e il duello di Argante e 
Tancredi, e alcuni brani del Sanile, e la conversione dell'Innomi- 
nato con infinito diletto di quegli svelti giovinetti, tutt' orecchi, 
e con l'anima tutta fuori, nel volto, ne' gesti, nelle esclamazioni. 
Era una festa, e corsero cosi quattro o cinque ore, e nessuno se 
ne accorgeva, e si sarebbe tirato per non so quanto altro tempo, 
salvo che io venni rauco e non potei più andare innanzi. » Era 
una infrazione al regolamento: ma quanto salutare 1 

Dal Collegio militare il De Sanctis, ventenne, si lanciò nel campo 
del libero insegnamento, formando una scuola il cui nome resterà 
fra le più gloriose tradizioni delle lettere napoletane. Ad ogni 
anno egli, come le forze in sé, così intorno a sé vedeva crescere 
la gioventù studiosa. Lo si osteggiò sempre, ma specialmente poi 



(1) Memorie e scritti di Luigi La Vista raccolti e pubblicati da Pa- 
squale Villari, Firenze, Lo Monnier 1863. 



— 344 — 

quando dalla grammatica e dalla rettorica, egli volle passare al- 
l'estetica ed alla critica letteraria. Il compianto nostro amico 
Nicola Gaetani Tamburini che scrisse degnamente del De San- 
ctis (1) riassunse così gli ultimi corsi da lui fatti in Napoli, in- 
nanzi all' anno 1848. 

« Il De Sanctis, salito al concetto della forma, oltrepassava la 
rettorica e s'incontrava nell'estetica, di cui promise un corso nel 
nuovo anno scolastico. Sopravvennero aspre censure. Si diceva 
che estetica era filosofia e non letteratura. Nella prolusione il De 
Sanctis fu più volte interrotto. Vi era numeroso e scelto udito- 
rio. Il primo interruttore fu Silvio Spaventa, che dicendo il De 
Sanctis parergli la lotta fra classici e romantici ormai esaurita e 
vicina a conciliazione, gridò vivamente no, no, mostrandosi fin 
d'allora cosi esclusivo in letteratura, come più tardi fu in politi- 
ca. In certi punti della prolusione il Puoti mostrava a segni d'im- 
pazienza la sua disapprovazione; ma fu facilmente disarmato da- 
gli elogi cordiali che gli fece in ultimo il grato discepolo. Il 
Bozzelli ruppe il ghiaccio, prendendo la parola e dimostrando che 
per il meglio della gioventù era utile rimanere nella rettorica e 
lasciare 1' estetica ai filosofi. Il De Sanctis tenne fermo : e vivi 
applausi dell'uditorio, soprattutto de'giovani, lo incoraggiarono nella 
sua via. Cominciarono dunque le sue lezioni di estetica, e com'egli 
diceva, della forma e della letteratura. La forma era per lui la 
cosa già concepita e rappresentata nella mente, come lo stile era 
la sua progressiva formazione ed esplicazione. Rigettò dunque 
r idea e il concetto astratto come elemento letterario, conside- 
rando egli fuori della forma ed estranea alla letteratura la verità 
e la moralità del concetto. Combatteva perciò quei discepoli di 
Hegel, che abusavano della dottrina del maestro, e dalla natura 
e qualità del concetto argomentavano la bontà di un'opera d'arte. 
Rigettò le arbitrarie distinzioni de' generi di letteratura, e quelle 
di prosa e poesia, considerando per esempio il poema epico, la 
storia, il romanzo, la vita, la memoria come una sola e medesima 
forma variamente esplicata; giunse ad una storia accessoria della 
forma dell' umanità secondo le leggi generali dello spirito nel suo 
cammino progressivo. E quando di trasformazione in trasforma- 
zione venne a' nostri tempi, ed indicò l'ultimo aspetto della forma 
neir elemento musicale e nel sentimento, destò tale entusiasmo 



(l) Milano 1866, 



- '345 - 
ne' giovani, ciie per qualche tempo non potè continuare, e il di 
appresso dovè ripetere la lezione. Uscendo dalle teorie, nel quinto 
anno cominciò un corso di letteratura applicata, prendendo ad 
esame i più grandi scrittori, da Omero al Manzoni. Mostrò fin 
d'allora quella rara attitudine alla critica, che poi ha reso chiaro 
il suo nome. Sono rimaste celebri nella sua scuola le lezioni so- 
pra Omero, Virgilio e Dante, il suo studio su Shakespeare e 
l'Ariosto, alcune sue lezioni sugli Orazii di Corneille, sull'Aga- 
mennone d'Alfieri, e sul Cinque maggio del Manzoni. Al sesto anno, 
continuando queste lezioni, pose mano ancora ad un corso su la 
storia della critica da Aristotile ad Hegel, dove ricomparivano 
storicamente le teorie già da lui esposte ed esaminate ne' primi 
anni. Il De Sanctis aveva appena venti anni; i suoi discepoli 
erano quasi tutti suoi coetanei. Giovane tra giovani, studiavano 
insieme, si formavano insieme, e non si lasciarono più. I mi- 
gliori furono alla sua scuola sempre Ano al 48. Questi formavano 
e guidavano i venuti di fresco, ed era tutta la scuola una famiglia. 
Il martedì e il sabato erano giorni destinati alla lettura ed 
esame de' componimenti. Ciascuno avea la parola; vi era pub- 
blica ed animata discussione. Il De Sanctis riassumeva, e pro- 
nunziava il giudizio E si faceva con modi si gentili e amorevoli, 
che non fu mai caso, che un giovane si offendesse delle cen- 
sure, anzi ringraziava il compagno che lo aveva biasimato. Se- 
gregato Napoli dal mondo intellettuale, in tanta scarsezza di li- 
bri e di ajuti, il De ^ Sanctis si andò formando a poco a poco, 
salendo dalle più umili regioni grammaticali fino all' estetica. 
Meditava perciò più che non leggeva, e quindi le sue idee anche 
non nuove hanno un' impronta originale, e si sente che sono 
uscite immediatamente dalla meditazione. Facendo però ogni 
anno un corso nuovo, e abusando del cervello, nell'ultimo anno 
parve minore di sé, sentivasi stanco, oppresso da lavoro intellet- 
tuale. Mescolato nelle agitazioni politiche dopo la fatale giornata 
di maggio cercò riprendere i suoi studii, e tenne di nuovo scuola, 
ma per pochi mesi. Si richiedeva da lui un esame di catechismo: 
i rigori della Polizia crescevano. L' ultimo atto della scuola fu 
una riunione di giovani per rendere pietoso ufficio di lagrime al 
loro compagno Luigi La Vista, morto combattendo il 15 Maggio. 
Dopo un discorso commovente del De Sanctis, si separarono me- 
stamente. » 

Noi rileviamo da queste notizie del Tamburini come il De 
Sanctis, quantunque divenuto avversario del Puoti, gli rendesse 



— 346 — 
onore. « La missione del Marchese, lasciò scritto lo stesso De 
Sanctis, era finita, lo scopo ottenuto, e quando io, suo discepolo, 
uscii a dire in pubblica accademia che il purismo non avea più 
ragione d' essere, perchè aveva già vinto, e che la quistione non 
era più di lingua, ma di stile, il brav' uomo se ne compiacque ed 
accettò la teoria per buona. Ma quando fui a tirarne le conse- 
guenze, si ribellò, o piuttosto chiamò me un ribelle. Nondimeno 
gli ebbi sempre tale riverenza e devozione che gli screzii lette- 
rarii non furono sufficienti a farmi cader dal suo animo, e presso 
a morte, veggendomi accanto al suo letto, disse : — tu sai eh' io 
ti ho sempre amato. » Dopo di ciò non può recar più meraviglia 
il seguente racconto del Villari : « Un giorno moriva il Marchese 
Basilio Puoti, ed intorno al cadavere di quel vecchio venerando, 
di quel cittadino benemerito, la gioventù napoletana s' affollava 
numerosa e mesta. Ninno poteva dimenticare il disinteresse d'una 
vita generosamente spesa a promuovere lo studio delle lettere. 
Tutti i suoi più eletti discepoli, fra cui alcuni erano uomini d'in- 
gegno e dottrina, gareggiarono nel tesserne 1' elogio. Ma i più 
sonori periodi, le più pure frasi del trecento non potevano cavare 
una lacrima sola dall' uditorio. V era in quella sala stivata di 
gente, un glaciale silenzio che già irritava, vedendo come ninno 
sapesse trovare un solo pensiero, una sola parola che commovesse 
una moltitudine di giovani già tanto disposta a commoversi. In 
questo punto s' udì la voce di Francesco De Sanctis, con generale 
sorpresa di tutti i Puristi, i quali credevano che la diversità delle 
opinioni letterarie avesse potuto generare nel suo animo senti- 
menti raen che benevoli. Ben presto, però, 1' uditorio tutto si 
trovò dominato, e cominciava a seguir l'oratore con segni di mal 
repressa approvazione, che finivano in un sentimento di univer- 
sale ammirazione. D De Sanctis non aveva accattato frasi e pe- 
riodi, non aveva fatto del Puoti un essere immaginario, non aveva 
pronunziato lodi ampollose ed esagerate; ma lo descrisse quale 
era stato veramente, buono, operoso, disinteressato, amante di 
sacrificare tutta la sua vita ai giovani. Egli dette il giusto valore 
ai suoi lavori letterarii, e lo dipinse occupato, insino all'ultima 
ora, del bene altrui, chiamando e amando i giovani come suoi 
figli. Non è descrivibile la profonda impressione che fece sull'udi- 
torio questo raggio di luce di verità che usciva improvvisamente, 
diradando e dileguando quella nebbia di pedanteria che affogava. 
Trovarsi fuori delle artificiose convinzioni, in un momento in cui 
ognuno aveva tanto bisogno di sentire, fu un supremo conforto 



— 347 - 
per tutti. E quel giorno, io rammento d'aver veduto molti e molti 
puristi^ accanto al cadavere del loro maestro, sentirsi dal cuore 
forzati ad essere unanimi, nel dare la palma a Francesco De 
Sanctis che s'era fatto capo dei loro oppositori. » 

Per la parte presa da Francesco De Sanctis ne' rivolgimenti 
napoletani dell'anno 18i8, nel qual anno, come segretario gene- 
rale della pubblica istruzione, egli aveva compilato i disegni di 
legge su l'istruzione primaria e secondaria, sulla scuola normale 
e sul consiglio superiore degli studii , perseguitato dal restaurato 
governo dispotico, cercava asilo in Cosenza, ove raccoglievasi a 
scrivere il saggio critico sopra le opere drammatiche di Federico 
Schiller, eh' egli, arrestato, andava, nella primavera del 1850, a 
terminare in Napoli nelle prigioni del Castello dell'Ovo, ove rimase 
tre anni come sepolto, avendo per sola sua compagnia una gram- 
matica tedesca^ con l'aiuto della quale apprese il tedesco, e potè 
quindi, in breve, tradurre parecchie poesie di Schiller e di:Goethe, 
e intendere, e, in parte, tradurre la Storia della poesia di Rosen- 
kranz e la logica di Hegel. Liberato, dopo tre anni, senza giudi- 
zio, e intimatogli di recarsi in America, il De Sanctis si rifugiò 
invece a Malta, e di là a Torino, dove si ricordano ancora le ori- 
ginali eloquenti lezioni da lui improvvisate sopra la Divina Com- 
media, per la fama delle quali fu tosto il De Sanctis invitato al. 
Politecnico di Zurigo, per insegnarvi 1' estetica e la letteratura 
italiana. Il lavoro di lui sul Petrarca e parecchi de' suoi saggi cri- 
tici datano da quel tempo, in cui egli seppe mantenere intatta la 
dignità delle lettere italiane innanzi ad una gioventìi straniera. 
Con qual confidenza ei potesse parlare a' suoi giovani ce ne fa fede 
la prolusione da lui letta al secondo de' suoi corsi nel Politecnico 
di Zurigo; e tal confidenza ci dice quanto addentro fosse il mae- 
stro penetrato nell'animo de' discepoli. Le cerimonie cinesi si 
usano tra gli indifferenti ; tra gli amici si parla invece una lingua 
schietta e naturale. Le pagine seguenti ci provano come il De 
Sanctis continuasse con felice successo a Zurigo gli stessi prin- 
cipii pedagogici che lo avean reso meritamente popolare in Na- 
poli. « Secondo 1' ordinamento dell' Università politecnica federale, 
questi studii non sono obbligatorii. Sono obbligatorie quelle lezioni 
solamente di cui avete necessità per 1' esercizio della vostra pro- 
fessione: tutto l'altro è lasciato a vostra libera elezione. Come in 
un altr' ordine d'idee la legge vi obbliga a non Aire il male, ma 
non a fare il bene, cosi voi siete obbligati a studiare per vivere,' 
per provvedere a' vostri bisogni materiali; ma quanto alla vostra 



— 348 — 

educazione intellettuale e morale, voi non avete alcun obbligo le- 
gale. Il governo ve ne dà i mezzi ; se non volete giovarvene , se 
non sentite come uomini 1' obbligo morale di educare la vostra 
mente ed il vostro cuore, sia pure : vostro danno e vergogna. 

« In effetti, con le sole lezioni obbligatorie, qualunque tu sii che 
te ne possi contentare, tu non sei ancora uomo, tu sei, permettimi 
eh' io te lo dica, un animale bello e buono. Un animale ragione- 
vole, mi risponderai, che sa la matematica, la fisica, la meccanica. 
Certamente, e perciò anche un animale colpevole, che ti sei ser- 
vito della ragione unicamente a scopo animale. In effetti, ditemi 
un po', miei giovani, quando costui avrà passata la sua giornata 
a lavorare per procacciarsi il vitto, empiutosi il ventre, inumidita 
la gola, fatta una bella digestione; in che costui differirà dal suo 
mulo o dal suo asino, che anch' egli ha passata eroicamente la sua 
giornata tra il lavoro e la mangiatoia? Un giorno confortavo allo 
studio delle lettere un mio giovane amico di Napoli, il quale stette 
un pezzo muto a sentir le mie belle ragioni; poi, come a chi 
fugge tutto a un tratto la pazienza — sai, mi disse, che ti credevo 
un po' più uomo? Che diavolo? Bisogna ben ragionare. Credi tu 
che una terzina di Dante mi possa toglier di dosso i miei debiti, 
che tutti gl'inni del Manzoni mi dieno un buon desinare? Filo- 
•sofia, letteratura, storia, a che prò? per finire in uno spedale? Oibòf 
io studierò il Codice, farò un beli' esame e sarò fatto giudice. Che 
bisogno ha un giudice di Dante o del Petrarca? — Come vedete, 
è questo un magnifico ragionamento dal punto di vista asinino. 
E costui non aveva ancora diciotto anni ! E parlava già a questo 
modo! Crebbe rozzo, salvatico, plebeo; divenne giudice; ed oggi 
questa bestia togata divide il suo tempo tra le condanne a morte, 
ai ferri, all' ergastolo de' suoi stessi compagni, ed i buoni bocconi. 
« Non credo che sia questo l'ultimo scopo che l'uomo si debba 
proporre, e che Dio ci abbia data l' intelligenza per provvedere alla 
pancia, come ha dato gli artigli e le" zanne alle belve. Voi siete 
in un'età, nella quale, impazienti dell'avvenire, ciascuno se lo fi- 
gura a sua guisa. Quali sono i vostri sogni ? che cosa desiderate 
voi ? Fare l' ingegnere ? è giusto : ciò dee servire alla vostra vita 
materiale. Ma, e poi? Oltre la carne vi è in voi l'intelligenza, il 
cuore, la fantasia, che vogliono esser soddisfiitte. Oltre l'inge- 
gnere vi è in voi il cittadino, lo scienziato, l'artista. Ciascuno 
si fa fin da ora una vocazione letteraria. Né vi maravigliate. 
Poiché la letteratura non è già un fatto artificiale ; essa ha sede 
al di dentro di voi. La letteratura è il culto della scienza, l'entu- 



— 349 — 

siasmo dell'arte, l'amore di ciò che è nobile, gentile, bello; e vi 
educa ad operare non solo per il guadagno che ne potete ritrarre, 
ma per esercitare, per nobilitare la vostra intelligenza, per il 
trionfo di tutte le idee generose. Questo è ciò ch'io chiamo vo- 
cazione letteraria; e voi m'intendete, o giovani, voi, ne' quali 
l'umanità ogni volta si spoglia delle sue rughe e si ribattezza a 
vita più bella. 

« Ben so che molti oggi non hanno della letteratura la stessa 
opinione. Lascio stare coloro che ne fanno una mercanzia e di- 
cono: poiché in un secolo industriale e commerciale siamo per 
nostra disgrazia letterati, facciamo bottega delle lettere; e ven- 
dono parole, come altri vende vino o formaggio. Non vo' pro- 
fanare questo luogo, né spaventare le vostre giovani menti, mo- 
strandovi nudo questo meretricio traffico dell'anima. Ben vo' par- 
larvi di alcuni altri. A quello stesso modo che certi sostituiscono 
oggi la civiltà alla libertà, soddisfattissimi che loro si promettano 
strade ferrate e traffichi e industrie e qualcos' altro di sottinteso ; 
così alcuni non osano di difendere la letteratura per sé, e la na- 
scondono sotto il nome di coltura. Se raccomandano questi studi, 
gli è perché dilettano ed ornano lo spirito, compiono l'abbiglia- 
mento, vi fanno ben comparire. Leggono, come vanno a teatro, per 
divertirsi; fanno provvi^^ione di aneddoti, di motti, di argomenti* 
per acquistarsi la riputazione di uomini di spirito ; quello che lo- 
dano ne' libri, biasimano nella vita. E se qualche pover' uomo ac- 
coglie seriamente quello che legge e vi vuol conformare le sue 
azioni, gli é un matto, una testa romanzesca, un sentimentale, e 
che so io. No, miei cari. La letteratura non è un ornamento so- 
prapposto alla persona, diverso da voi e che voi potete gittar via; 
essa é la vostra stessa persona, é il senso intimo che ciascuno ha 
di ciò che è nobile e bello, che vi fa rifuggire da ogni atto vile 
e brutto, e vi pone innanzi una perfezione ideale, a cui ogni anima 
ben nata studia di accostarsi. Questo senso voi dovete educare. E 
che? I cinque sensi che abbiamo comuni con gli animali sono ne- 
cessari, e questo sesto senso, per il quale abbiamo in noi tanta 
parte di Dio, sarebbe un lusso, un ornamento, di cui si possa far 
senza? Non cosi è stato giudicato da' nostri antichi: che in tutti 
i tempi civili l'istruzione letteraria è stata sempre la base della 
pubblica educazione. Certo se ci è professione che abbia poco le- 
game con questi studi, è quella dell' ingegnere ; e nondimeno lode 
sia al governo federale, il quale ha creduto che non ci sia pro- 
fessione tanto speciale e materiale, la quale debba andai'e disgiunta 



~ 350 — 
da una istruzione filosofica e letteraria. Prima di essere ingegneri 
voi siete uomini, e fate atto di uomo attendendo a quegli studi 
detti da' nostri padri umane lettere, che educano il vostro cuore 
e nobilitano il vostro carattere. 

« Non posso meglio conchiudere il mio dire, che parlandovi di 
un uomo, il quale vi potrei proporre come tipo di quella perfetta 
concordia eh' esser dee tra lo scrivere e l' operare. Alessandro 
Manzoni, a cui dobbiamo tante dolci ore passate nella lettura del 
suo romanzo, ha sortito da natura una eguaglianza d' animo, per 
la quale tutte le sue facoltà si temperano e si accordano. Vi è in 
lui la calma e la serenità dell'uomo intero, che lo distingue dal- 
l' infelicissimo Giacomo Leopardi, anima scissa e discorde. Questa 
musica o misura interiore è visibile ne' suoi scritti e nella sua 
vita; trovi in lui la modestia del pensiero congiunta con la tem- 
peranza dell'azione. Esempio raro di uno spirito semplice e sano 
in una età gonfia e malata, dove gli scrittori o ti fanno pallide 
copie della realtà, come il Rosini, o trascendono in pazze e tumide 
fantasie, come il Guerrazzi. Il tipo manzoniano è un accordo del 
reale e dell' ideale in quella giusta misura che dicesi vero. A quelli 
i quali affermano che la letteratura vi porta fuori del reale in un 
campo fantastico e immaginario, e che vi toglie il giusto criterio 
delle cose nella pratica della vita, si potrebbe rispondere con l'esem- 
pio del Manzoni, in cui il senso storico o reale è tanto profondo. 
Sono falsi o incompiuti quei poeti che guardano le cose da un lato 
solo, e di quello fanno la misura e la ragione del loro ideale. 
Quantunque il Manzoni sia ne' particolari dell' invenzione e dello 
stile mente affcitto italiana, pure nei fondamenti del suo mondo 
poetico è umano, o, come oggi dicesi, cosmopolita. Vede le cose con 
la serenità di un Iddio che abbraccia con vista amorosa tutto il 
creato; non ci è uomo o cosa ch'egli non alzi in un certo spirito 
universale di carità e d'amore, e in che è posta la sua idea reli- 
giosa; e in mezzo alle misere querele di quaggiù risuona la sua 
voce sempre amica e pacata : 

« Siam fratelli, slam stretti ad un patto f 

« Di che nasce quella sua universalità che gli fa guardare le 
cose nella loro interezza con sì squisite transazioni, con si giuste 
gradazioni, di modo che non ci è altezza tanto superba, e sia an- 
che Napoleone, che non sia levata in quella sfera superiore e ri- 
dotta al suo giusto valore. Attirati soavemente in questo mondo 



— 351 — 

sereno, sentiamo tranquillar le tempeste dell'animo, raddolcire i 
nostri cuori, fuggir da noi tutte le cattive passioni. Sicché pos- 
siamo dir del Manzoni quello che fu detto di Schiller, che, se non 
è il più grande dei poeti, è il più nobile, il più simpatico, quello 
a cui vorremmo più rassomigliare. » 

Io riempio così questo Ricordo di citazioni, ma non ho ancora 
finito. Potrei dire ora come il De Sanctis nel 1860 ritornasse a 
Napoli, com'egli governasse e riordinasse il Principato Ulteriore, 
sua provincia nativa, come, per offerta del Conforti, tenesse alcun 
tempo il portafoglio della pubblica istruzione, e, in soli otto giorni 
di ministero, licenziasse 3'2 vecchi professori universitarii, ricosti- 
tuisse, con nuova legge, l'università, fondasse il liceo Vittorio Ema- 
nuele nell'antica dimora de'Gesuiti, decretasse una pensione alla im- 
provvisatrice Giannina Milli, e preparasse una legge sull'istruzione 
primaria e secondaria; come sedesse nel primo Parlamento ita- 
liano qual deputato del collegio di Sessa, e venisse dal Mamiani 
fatto membro della commissione intesa a proporre una legge ge- 
nerale sulla pubblica istruzione, come il conte Cavour lo invitasse 
a sedere nel Consiglio della corona qual ministro della pubblica 
istruzione, osservando che il De Sanctis era il napoletano del quale 
avea sentito dire il minor male da' suoi concittadini; come nel suo 
ministero egli passasse volentieri sopra i regolamenti, per aprire 
la via al vero merito e combattesse, sovra ogni cosa, contro la 
burocrazia, e primo deliberasse che fossero mandati all'estero i 
giovani dottori meglio promettenti afSnchè si perfezionassero negli 
studii e si addestrassero a professare nelle università. 

Caduto il De Sanctis dal ministero, per la viva polemica che gli 
armò contro il professor Carlo Matteucci in parecchi giornali, ma 
specialmente nella -Monarchia Nazionale, d'infelice memoria, con- 
tinuò egli a pigliar viva parte alle battaglie parlamentari, nelle 
quali, a grado a grado, tornò quindi ad accostarsi ai banchi del- 
l'opposizione democratica, dai quali fece talora suonare alte verità 
del tenore di questa : La modestia della nostra politica estera 
deve essere compensata dall'audacia della nostra politica interna. 
Al giornale L'Italia da lui, in gran parte, fondato, e poi diretto, 
volle che servisse quale programma il motto : Né malve né rom- 
picolli. Ma la politica per mestiere non mi è sembrata mai il suo 
proprio fatto. Chiamano buona politica quella che sa meglio transi- 
gere coi prjncipii; ora un buon critico qual è il De Sanctis non può 
contenersi nei giudizi politici altrimenti che ne'letterari. In un paese 
e con un governo intieramente democratico, anche il De Sanctis 



— 352 — 
potrebbe e dovrebbe senza dubbio occuparsi di politica ; poiché la 
politica cesserebbe allora di essere un'arte, un mestiere, un affare, 
un privilegio, una specialità di pochi faccendieri, e tornerebbe in- 
vece naturale, tranquillo, modesto e indiscusso esercizio dei di- 
ritti e doveri d' ogni buon cittadino, sottintesa, universale par- 
tecipazione a tutto quanto concorra spontaneamente a costituire 
la vita vitale e non eflimera e non sovrapposta di un gran popolo. 

10 mi sono quindi sinceramente rallegrato col De Sanctis, quando 
intesi che, lasciate là le brighe della mediocrità politicante, risaliva 
in Napoli la deserta sua cattedra di letteratura, e tornava a met- 
tersi indiretto, immediato contatto conia gioventù studiosa per mezzo 
de' suoi libri e più ancora per mezzo delle sue lezioni. I suoi Saggi 
critici e la sua Storia della letteratura italiana, vanno per le mani 
di tutti i giovani e non hanno uopo di essere maggiormente divul- 
gati. Noterò solo quanto alla seconda, come essa stia, nella mia opi- 
nione, molto al di sotto dei primi; il De Sanctis è buon critico, 
quando egli fa la sua critica a sbalzi, quando, fra una critica e l'altra, 
egli si riposa, quando fissa un oggetto e ne penetra il midollo, prima 
di discuterlo. Ma s'egli dovesse riassumersi tutto, legare le sue 
felicissime intuizioni e riflessioni parziali in un solo ordinato si- 
stema di critica generale, scolorirebbe i particolari senza dare un 
tono continuo e conforme all'intiera opera sua. Nel suo ingegno si 
possono distinguere bene due facoltà potenti; l'una è penetrativa, 
l'altra è plastica. Queste due facoltà hanno bisogno, in lui, d'ope- 
rare immediate l'una sull'altra; se l'una perde il calore dell'im- 
pressione, all'altra non riesce più di trovare il calore della rappre- 
sentazione. Il De Sanctis non mi sembra adatto a comporre opere 
di lunga lena; la sua impazienza lo obbliga a sacrificare talora, 
per soverchia stanchezza, il più al meno. Egli è più ritrattista 
che storico, più poeta che logico; i suoi ritratti m'innamorano; 
le sue considerazioni sopra periodi letterari di lungo corso, m'ap- 
paiono spesso vaghe ed indeterminate. Egli non può far rivivere 
innanzi a sé i secoli come sa invece risuscitare la figura di certi 
uomini e di certi scrittori da lui studiati a parte. La sua critica 
ha bisogno per riuscir vivace di contemplare innanzi a sé og- 
getti vivi e parlanti, per così dire, uno alla volta. Se essi parlano 
tutti insieme, il critico li confonde, con grave danno della verità, 
a meno ch'essi, nel parlare insieme; non dicano tutti il medesimo, 
nel qual caso l'eloquenza del De Sanctis diviene insuperabile. E 
un simile caso gli avvenne di recente a Napoli, ed egli lo colse. 

11 16 novembre dello scorso anno (1§72), dovendo egli leggere 



— 353 — 

all'Università di Napoli il discorso inaugurale degli studila vedo- 
vasi al fianco un venerando consesso di antiche parrucche colle- 
giali, e ritta dinanzi una gioventù impaziente di vivere, e sma- 
niosa di strappare alla scienza il segreto della vita. Il De Sanctis 
mise suìla bilancia quello che la vecchia Università co' suoi me- 
dioevali ordinamenti poteva dare con quello che la novità dei 
tempi e dei destini fotti all'Italia richiedeva, e, dopo avere mostrato 
il contrasto fra la scienza e la vita, con riscontri efficaci, con- 
chiudeva : « Oggi la vita si sente attinta da un malore incognito; 
la cui manifestazione è l'apatia, la noia, il vuoto, e corre per 
istinto colà dove si parla di materia e di forza e come ristaurare 
l'uomo fisico, e come rigenerare l'uomo morale. Letteratura e fi- 
losofia, scienze mediche e scienze morali, tutte prendono quel ri- 
flesso e quel colore. Rifare il sangue, ricostituire la fibra, rialzare 
le forze vitali, è il motto non solo della medicina ma della peda- 
gogia, non solo della storia ma dell'arte, rialzare le forze vitali, 
ritemprare i caratteri, e col sentimento della forza rigenerare il 
coraggio morale, la sincerità, l'iniziativa, la disciplina, l'uomo vi- 
rile e perciò l'uomo libero. Le università italiane, oggi sono come 
tagliate fuori dal movimento nazionale, senz'alcuna azione sullo 
Stato che si dichiara essere neutro, e con piccolissima azione 
sulla società di cui non osano interrogare le viscere. Divenute 
fabbriche di avvocati, di medici e di architetti, se intenderanno 
questa missione della scienza odierna, se usando la libertà che 
loro è data, affronteranno problemi attuali e taglieranno sul vivo, 
se avranno l'energia di farsi esse capo e guida di questa restau- 
razione nazionale, ritorneranno quali erano un tempo, il gran 
vivaio delle nuove generazioni^ centri viventi ed irraggianti dello 
spirito nuovo ». Leggendo di recente questo discorso inaugurale 
del De Sanctis, il marchese Gino Capponi gridava con eloquente 
semplicità : mi ha propyno rapito il cuore. Io vorrei ora che lo 
rapisse anco ai nostri ministri della pubblica istruzione, ai nostri 
rettori e soprintendenti, ai nostri presidi e ai nostri professori 
d'università, perchè si persuadessero come la scienza al di fuori 
della vita, la scienza contro la vita, la scienza che non crei la vita, 
è una sterile superfluità. Un tempo le università italiane aprivano 
la via del progresso; ora sembrano quasi chiuderla; vi si distilla 
lungamente ancora da molte cattedre il vieto trattato, e con quel- 
l'oppio distillato s'addormentano gli ingegni invece di eccitarli. La 
scienza dicono i piìi, è come la politica; per esser buona non deve 
aver cuore; ma, poiché si può ancora discutere se la fredda politica 

Ricordi Biografici • 23 



— 354 — 

sia la migliore, cosi faremo bene intanto a dar retta al De Sanctis, 
il quale, dopo avere per tutta la sua vita mostrato in che modo 
un uomo possa, per mezzo dell'insegnamento, moltiplicarsi, può 
ora, con l'autorità dell'esperienza acquistata, raccomandare il pro- 
prio esempio. 



XXII. 



LUIGI SETTEMBRINI. 



S'io dovessi ragionar qui soltanto del Settembrini come di uomo 
politico, che ha molto e nobilmente patito per la causa della li- 
bertà, il mio compito sarebbe molto agevole. Chi scriverà un 
giorno la storia de'nostri tempi e racconterà gli ultimi fatti del 
governo borbonico dovrà, senza dubbio, consacrare al Settembrini 
una pagina gloriosa, poich'egli non solo ha conosciuta la sven- 
tura, ma rà sostenne lungamente e con dignità. A me invece 
giova qui solo considerare questa pagina in quanto essa è venuta 
a riflettersi di frequente nelle opere dello scrittore. 

Luigi Settembrini nacque nell'anno 1812, in Napoli, ove il padre 
di lui Raffaele esercitava liberamente ed onestamente l'avvocatura. 
I suoi stiidii secondarli fece egli in Maddaloni; perduto il padre, a 
quindici anni, dovette Luigi, come primogenito, prov\'edere a so- 
stentare gli orfani fratelli. Lottò parecchi anni con la povertà; nel 
1835, avendo vinto per concorso un posto nel Liceo di Catanzaro 
vi si recava coi fratelli, e con la moglie, da lui sposata in quell'anno. 
Ma per le vicende che si riferiscono a questo periodo della sua 
vita udiamo lui stesso (1): « Io mi son uno che ho vissuto sempre 
fra i libri, dai quali sventuratamente ho cavato pochissimo frutto 
e molti dolori; nel mondo porto uVia faccia di mezzo balordo, e parlo 



(1) Nella Difesa di Luigi Settomhrini scritta per gli uomini di buon 
senso, dedicata alla gran Corte Criminale di Napoli, Firenze, 1850, 
Tip. ital. 



— 356 — 

poco perchè non so parlare. Aveva ventitré anni, e dopo un esame 
in concorso fui eletto professore d'eloquenza nel liceo di Catan- 
zaro. Dopo tre anni e mezzo nel 1839 fui accusato insieme con 
altri di appartenere alla giovine Italia, e condotto in Napoli fui 
gettato in un criminale, dove stetti per ventisei mesi senz'altra 
compagnia che le mie sventure e quelle della povera mia fami- 
glia. Fui giudicato dalla Commissione di Stato, tribunale che fa- 
ceva spavento pel processo segreto, l'avvocato officioso, la pro- 
cedura breve, e il presidente Girolami; ma, conosciuta la nostra 
innocenza, ci assolveva. Allora il ministro di polizia che ci vo- 
leva condannati, diceva al Re, che la Commissione era stata in- 
giusta nei rei; e però proponeva di far rivedere il processo, e 
mandar noi provvisoriclmente in galera. Il re giusto non permise 
si violasse il giudicato, comandò che ciascuno di noi tornasse al 
suo paese; ed io perchè napolitano rimasi in Napoli. Uscii Anal- 
mente nel 1842 dopo tre anni e mezzo d'immeritata prigionia, 
dopo quindici mesi che fui assoluto. Non ho cuore di ricordarmi 
quello che ho patito in quei terribili tre anni e mezzo, perchè la 
memoria dei grandi dolori è sempre un dolore; e farei piangere 
ognuno se narrassi quello che pati la povera moglie mia, la quale 
mi diede una figliuoletta mentre io era in criminale e non po- 
tetti vederla e benedirla; la quale sofFerì ogni dolore, ogni più 
crudele angoscia, parlò per me ai giudici, ai ministri, al re : sof- 
feriva più di me, e mi nascondeva le sue sofferenze per non ac- 
crescere le mie. Ritornato fra gli uomini vivi, mi furon chiuse 
tutte le vie per procacciarmi un pane onorato, mi fu negato di 
aprire uno studio di letteratura, si volle che io vivessi soltanto 
per soffrire, si tollerò che andassi correndo ed insegnando per 
le case altrui. Strascinai questa vita sino al 1818 dividendo i 
pensieri e gli affetti tra la mia famiglia ed i miei studii. » 

Ad aprire uno studio di letteratura allettavalo 1' esempio del 
Ruoti, seguito quindi con tanta gloria dal De Sanctis. E del Ruoti 
anco il Settembrini ci lasciò ricordo come il De Sanctis, nelle 
sue Lezioni di Letteratura, ma, dal modo con cui egli lo fece, il 
giovine scrittore può rilevare la grande differenza che passa tra 
i due critici. Il De Sanctis diviene tutto memoria, per dar rilievo 
alla sola figura del maestro venerato; il Settembrini sembra in- 
vece preoccuparsi, sovra ogni cosa, dal pensiero di ricordare sé 
stesso. « Un giorno parlavamo di quei gloriosi del 99, ed ei mi 
disse di avere un libro prezioso, una Bibbia che suo zio prete 
portò a leggere a quei condannati, ed essi leggendo in quella si 



— 357 — 

prepararono a morire. E levatosi prese quella Bibbia, e la baciò, 
e l'aprì, e la baciai anch' io. Quando pubblicò il suo Vocabolario 
napolitano, ebbe una fiera e villana critica, lo me ne sdegnai, 
e scrissi un dialogo bene impepato, che intitolai il Gozzi, con- 
tro quel critico. Lo lessi a lui ed all'ab. Vito Fornari; vi fe- 
cero alcune osservazioni, e me lo lodarono. Dunque io lo farò 
stampare. No, disse il Marchese, non voglio, anzi te lo proibisco. 
Non voglio che tu prenda inimicizie per me. Di poco sei uscito 
di prigione, e non devi mostrarti vivo. Io feci il voler suo. Piansi 
amaramente, quando mori nel 1847, e h^a le migliaia che lo ac- 
compagnarono al sepolcro, io volli portarne la bara su le spalle, 
— Se voi, giovani, volete il vero ritratto del Puoti, ve lo ha 
fatto Francesco De Sanctis nell' Ultimo dei Puristi; qualche parte 
vi manca — Questa parte l' aggiungo io. Quante volte egli dice- 
va : Se capissero quello che fo ! Lo dirai tu dopo la mia morte. 
Io vorrei che gli italiani parlassero come il Macchiavelli ed ope- 
rassero come il Ferruccio. » Cosi Y io entra volentieri in iscena, 
e non solo ne' sentimenti ma nella persona del critico. Tutti ab- 
biamo letto con dolore le sconvenienti parole scritte dal Settem- 
brini contro i Promessi Sposi « il libro della Reazione; » e pure, 
ad intenerirci, egli ha osato conchiuderle, col parlarci della visita 
da lui fatta al Manzoni. « Quando sono stato a Milano ho voluto 
prima di ogni altra cosa e prima di vedere il Duomo , ho voluto 
visitare il Manzoni. Ma io lo avrei abbracciato e baciato quel santo 
(perchè qui santo, se tre righe più in su, egli avea dichiarato che 
Manzoni era un brav' uomo, ma non già un santo da mettere sugli 
altari?) vecchio, se la riverenza non mi avesse trattenuto. Oh potes- 
s'io ridire senza guastarle tutte le parole che egli mi disse! e v'era 
presente il mio amico prof. Antonio Casotti (!!). Uscii col cuore 
profondamente commosso, e lieto dicevo tra me; l'ho pur ve- 
duto quest'unico uomo, quest'unico artista, questo Manzoni che 
io fin da piccino ho amato sempre, e riverito. » E appena ve- 
dutolo , e tornato a Napoli si provò a demolirlo, e non po- 
tendo infine trovar buone ragioni, per giustificare le sue matte 
accuse, diede in queste parole spavalde: « Cosi penso, cosi dico; 
gridi pure chi vuole gridarmi contro. Se io m' inganno lo vedrà 
il Millenovecento l » Alcune carte dopo, conchiudendo il suo libro, 
egli si raccomanda alla giustizia di un tempo ancor più lontano, 
perchè si dia ragione ad una sentenza eh' egli s' immagina di 
avere inventata, e che, in fin de' conti, è una freddura : « Chi 
vuole civiltà può trovarla soltanto dove splendono e scambievole 



— a )8 — 

mente si danno luce tra loro la filosofia e l'arte. — lo dunque 
non intendo di profetar l'avvenire, ma di additare la via per la 
quale a me pare dovranno camminare le generazioni future. Molti 
diranno no, e mi biasimeranno, e forse anche si sdegneranno 
delle mie parole, ed io, sorridendo, risponderò loro: Il Duemila 
vedrà chi ha il torto ! » Il miles gloriosus viene cosi pur troppo 
a turbare di frequente la serietà della critica del Settembrini; ma 
questo miles che si vanta non è. per fortuna, un uomo dappoco. 
Si preferirebbe, senza dubbio, eh' ei lasciasse ad altri la cura di 
esaltarlo, e eh' egli non confondesse i diritti del cittadino all'am- 
mirazione universale, con quelli dell' uomo di lettere, che, per 
quanto letto, ed acclamato, merita ancora di venire discusso. Ma 
poiché le piccole debolezze sono più diflìcJli a correggersi che i 
grossi vizii, poiché, se contro di questi si può armare una forte 
volontà, verso le prime si usa per lo più una indulgente tolleranza, 
pigliamo l'uomo qual'è, ed anzi ai molti meriti dell' uomo condo 
niamo una parte dei difetti che si rilevano nello scrittore. 

Dopo la lettura dei Casi di Romagna, il Settembrini lanciò 
anonima all'Europa, nell'anno 1817, la sua coraggiosa Protesta 
de' popoli delle due Sicilie, che l'anno di poi il Ricciardi voltava 
in francese e stampava a sue spese a Parigi. Caduto il sospetto 
sopra di lui come autore della Protesta, egli riparava in seguito 
per alcun tempo a Malta; di là ritornato nel 1848 a Napoli, vi 
era invitato da Carlo Poerio ministro della pubblica istruzione, 
a dirigerne gli affari; durò in udìcio un mese e mezzo; il Boz- 
zelli, succe-^sore del Poerio, lo pregò di restare; il 21 maggio, ei 
rinunziò; il BozzeHi gli volle far dare una pensione; egli rispon- 
deva con la seguente lettera la cui prima parte gli fa grande 
onore: « Sento il dovere di ringraziarla che Ella presentando al 
Re la mia rinunzia ha proposto che mi si dia una pensione di 
quaranta ducati al mese; e la prego di ringraziare in mio nome 
la Maestà del Re che generosamente ha approvata questa pro- 
posta. Ma ella mi permetta che io le dica di non potere ac- 
cettare la munificenza del Principe, perchè io sono stato in 
ufliCio un mese e mezzo, non ho reso alcun grande servizio , e 
non merito pensione. Non disprezzo un benefizio reale; ma io 
sono avvezzo a lavorare, ed esserne compensato; un dono mi 
umilia, e mi fa vile a me stesso. Se V. E. vuole che io abbia un 
soldo, e che io lo accetti, mi faccia lavorare come e dove le pare; 
ed io le posso promettere di servire esattamente ed onestamente. 
JjE prego di far noti a Sua Maestà questi miei sentimenti, e di 



— 359 — 

fargli leggere la dichiarazione che io scrissi quando rinunziai al 
mio ufficio; affinchè il Re vegga quale uomo io mi sono, non quel 
tristo che la malvagità degli uomini ha voluto dipingere con neri 
colori ». Lo invitò allora il ministro delle finanze ad occupare 
un posto; egli rispose che non poteva accettarlo, perchè non sa- 
peva affatto di finanza e in tutta la sua vita non aveva studiato 
che letteratura. Egli apriva allora, di fatti, secondo il suo voto, 
in Napoli uno studio di letteratura; ma, per breve tempo; eletto 
deputato da' suoi concittadini dovette rifiutare, perchè non s'era 
ancora accettata la sua rinunzia al ministero, senza la quale ac- 
cettazione riusciva nullo il voto de' suoi elettori. Disciolta la ca- 
mera, al Settembrini fu consigliato di fuggire; egli non credette 
cosi grave e così imminente il pericolo; si ritrasse il G maggio 
1849 ad abitare ima villetta di Posilippo. Il 23 giugno egli fu ar- 
restato in linea di prevenzione e per ordine di S. E. il Ministro 
dell'Interno. Condannato a morte nel 1851, gli fu commutata la 
pena nell'ergastolo, ove rimase fino al 1859. In quegli anni egli 
compi la sua pregevole traduzione .delle opere di Luciano (l) ; 
quanto al modo ch'ei tenne ed all'occasione, è importante udire 
le proprie parole con cui lo stesso egregio traduttore ce ne in- 
forma nel suo Discorso intorno la vita e le opere di Luciano : 
« Ero io, egli scrive, da due anni nell'ergastolo di San Stefano, 
quando ci venne il mio diletto amico Silvio Spaventa, il quale 
portò seco un volume contenente alcune opere di Luciano tradotte 
in francese dal Belin de Ballu. Lo lessi, mi piacque, mi ricordai 
degli studi della mia giovinezza ; e mi parve che il riso e l'ironia 
di Luciano si confacesse allo stato dell'anima mia. Per non per- 
dere interamente l'intelligenza, che ogni giorno mi va mancando 
(il Settembrini scriveva queste melanconiche parole nel settembre 
del 18)8 dall'ergastolo di Santo Stefano), per non perire intera- 
mente alla memoria degli uomini, mi afferrai a Luciano, e mi 
proposi di tradurne le opere nella nostra favella Ebbi il nudo 
testo emendato dal Weise, e cominciai a lottare disperatamente 
con mille ostacoli senz'altro aiuto che un piccolo lessico manuale; 
ma pervenuto più oltre del'a meta del lavoro, ebbi l'edizione Bi- 
pontina. Per cinque anni vi ho lavorato continuamente fra tutte 
le noie, i dolori, e gli orrori che sono nel più terribil carcere, 
in mezzo agli assassini ed ai parricidi: e Luciano, come un amico 



(11 Firenze, Le Monnier, 1861-1862. in 3 voi. 



- 360 — 

affettuoso, mi ha salvato dalla morte totale della intelligenza. Il 
mio Silvio, che ha veduto questo lavoro nascere e venir su con 
tante fatiche, mi ha aiutato de' suoi consigli, e, ragionando meco, 
mi ha suggerito col suo solito acume parecchie osservazioni che 
io ho espresso in questo discorso. La sua amicizia mi è conforto 
unico nella comune sventura; io l'amo con amore di fratello ed am- 
miro in lui un alto cuor'e ed un alto intelletto. E se queste carte 
un giorno potranno uscire dal carcere ed essere pubbliche, io vo- 
glio che dicano al mondo quanto io amo e quanto io pregio que- 
sto mio amico. Eppure altri pensieri ed altri dolori crudeli lace- 
ravano l'anima mia, ed io, non che attendere a questi studii, non 
avrei potuto durare la vita, se Antonio Panizzi, Direttore del Mu- 
seo britannico, non avesse con amore di padre preso cura del mio 
povero figliuolo, e fotti a me grandi e singolari benefizii. Qua- 
lunque sia questa mia fatica, per suo benefizio io potei farla, e 
però a lui è dovuta, ed a lui l'offro, e la consacro. » Raffaele 
Settembrini, il protetto del Panizzi, dovea poi, come ufficiale della 
marina inglese, divenire, nel 4 859, salvatore del padre; il Pitrè ha 
narrato questo commuovente episodio nel suo volume di Nuovi 
profili Mogy^afici di contemporanei (1), ove egli ci dà pure un ri- 
tratto fisico del Settembrini; della vita del quale non resta altro 
ad aggiungersi, fuor ch'egli vive dal 1800 in Napoli, ove coperse 
da prima l'ufficio d'ispettore degli studii, e da alcuni anni pro- 
fessa letteratura italiana all'università; ch'egli segue in politica, 
non senza calore partigiano, la parte moderatissima; e che fu da 
parecchi ministri della pubblica istruzione adoperato in frequenti 
ufficii importanti. 

Per quanto ristretta sia ora la parte politica che il Settembrini 
sostiene, il suo passato è degno di ogni rispetto, e nessuno tro- 
vasi meglio di me disposto a rendergliene onore. Ma se in ma- 
teria politica ei può parlare alto, duolmi non potergli riconoscere 
la stessa autorità come uomo di lettere, duolmi non poter dire a 
que'giovani ai quali egli si volge con parola cosi frequente e si- 
cura: fidatevi. Era mio primo proposito combattere, come il Buc- 
cellati, il Gelmetti, il Tedeschi hanno già fatto, le matte opinioni 
divulgate dal Settembrini con le sue Lezioni di letteratura ita,- 
liana, sopra il Manzoni; ma avuto tra le mani tutto il libro, me 
ne cadde l'animo; io speravo che quella sfuriata del Settembrini 



(I) Palermo, 1R68, p 153, 154, 



— 361 — 

fosse un caso strano; invece mi dovetti persuadere che l'opera sua 
è piena di simili sfuriate, e leggendola mi spiegai pure il tono 
presuntuoso di parecchi fanciulli delle provincie meridionali, ai 
quali perchè brilla qualche lampo d'ingegno, par lecito metter su 
cattedra e posarsi sopra un piedistallo per dire al volgo: se voi 
non vi siete accorti di me, parlerò tanto io che vi manderò per- 
suasi come una sola mediocrità audace valga più di cento in- 
gegni modesti e laboriosi; ciò che importa è sapersi far largo, è 
dir le cose tali e quali, schiettamente, come vi saltano per lo 
capo, senza darsi alcuna briga di esaminare se per caso non fos- 
sero volgari sciocchezze, se, per caso la prima parola non facesse 
a pugni con l'ultima, se tutto lo splendido alto discorso non si 
risolva in un infinito e vano sproloquio. Il dire ora che tutta 
l'opera del Settembrini è uno sproloquio sarebbe cosa ingiusta, e 
che a lui dovrebbe parere villana. Un certo fondo di studii se- 
veri al Settembrini non manca; che, se egli non ne potesse recare 
altri documenti, la sua versione del Luciano fatta in carcere ba- 
sterebbe a provarlo. Anche dal lato della conoscenza letteraria 
può dunque riconoscersi un certo pregio nel contenuto materiale 
delle Lezioni del Settembrini; ma, oltre a questo, esse contengono 
un pregio generale, il quale se non è nuovo, come l'autore s'im- 
magina, riesce efficace per la ostinazione che mette il Settem- 
brini nel confermarlo, voglio dire la immediata corrispondenza 
ch'egli cerca di continuo fra le lettere e la vita. Certo la vita 
può essere intesa assai più largamente e profondamente ch'ei non 
sappia, e la corrispondenza ch'egli trova nella storia fra la mani- 
festazione letteraria e la vita è di rado precisa (egli vede per tutta 
la nostra storia letteraria, come il Ferrari per tutta la nostra storia 
civile, quasi unicamente guelfi e ghibellini, papato ed impero) ma 
nessuno può negare che sull'animo.de'giovani 1 insistenza che pone 
il Settembrini nel rendere, in certo modo, la vita dell'individuo re- 
sponsabile delle qualità dello scrittore non sia per riuscire benefica. 
Per questa parte adunque del contenuto ideale che inspira gene- 
ralmente tutta l'opera del Settembrini, e gli fa scrivere qua e là 
alcune pagine di vera e sentita eloquenza, le sue Lezioni di let- 
teratura ilatiana meritano un riguardo; ma tradirei alla mia fede 
di libero scrittore se aggiungessi che, il valore del critico corri- 
sponde nel libro a quello del patriota, e che il Settembrini sia, 
quanto alla forma, uno scrittore imitabile. Egli vi parla anzi tutto 
di molte cose che egli conosce molto imperfettamente, e di altre 
che non conosce punto, come per dire un esempio, là dove egli 



— 362 — 

insegna ai giovani che Berchet « tradusse dall'indiano il dramma 
la Sacuntala » confondendo così un articolo che il Berchet scrisse 
sopra il dramma indiano, con una traduzione che egli non ha mai 
fatta e che non poteva fare; e, per citarne un altro più grave, là 
dove egli chiama pummente medilativa la filosofia d'Aristotile, il 
più grande osservatore della natura che abbia avuta l'antichità. 
Lo stile del Settembrini diviene ora lirico per un entusiasmo falso 
e convenzionale, ora volgare per un'affettazione di sincerità non 
chiesta e p'ena di fatuità. Rechiamone un esempio; egli parla del 
Sydereus Nimc'iis, ed incomincia col dirci che è una festa, ima le 
tizia, una nuova rivelazione, una felice tiovella che scende dal cielo; 
quante parole inutili, dove bastava esporre semplicemente il ti- 
tolo dell'operetta, e quindi, come se non bastasse, procede in que- 
sto strano e ridicolo linguaggio: « Solenni e letizianti sono le pa- 
role onde incomincia, nelle quali io sento tutta la poesia della 
scienza che sorge bella, lieta, sorridente come una vaga fanciulla, 
che entra cantando nella festa della vita. » E pure Galileo non 
cantava punto, e invitava soltanto, con severa semplicità, i suoi 
coUoghi a studiare le proposte contenute nel suo trattatello: 
« Magna equidem in hac exigua tractatione singiilis de natura spe- 
culantibus inspicienda confemplandaque propono.» Ecco uno di quei 
molti casi ne'quali la parola esagerata e falsa del Settembrini è 
sproporzionata e non corrisponde punto alla realtà del soggetto. 
Poco innanzi egli ci preoccupava colla solita persona dell'autore 
per darci una notizia che forse il gesto del cattedratico innanzi 
ad un publico napoletano avrà reso drammatica, ma che lascia 
invece più che freddo e indifferente l'animo del lontano e tran- 
quillo lettore. « Quando visitai Pisa la prima volta, vidi il cam- 
panile; ed entrai nel duomo, un sagrestano mi disse additandola: 
Eccovi la lampada di Galileo; e^li era seduto li... su quello scanno. 
Io tremai e veramente lo vidi sedere su quello scanno. » 

rsè il Settembrini mi sembra più felice quando dai giudizii let- 
terari! speciali risale a generali contemplazioni sulle fasi della 
storia e sulle ragioni dell'arte. Egli è vago e indeterminato; 
mette insieme de' pezzetti, e poi li cuce, li raffazzona senza gar- 
bo, dimenticando pure talora nella pagina seguente ciò che egli 
avea detto nella precedente ; egli va innanzi con immagini, pallide 
per lo più, che converte in definizioni, e invece d' insistere so- 
vr' esse per dimostrarle, con facile capriccio, ne lascia una 
per pigliarne un' altra, creando nell' insieme una prima impres- 
sione di scrittore vivace, ma inetto poi a svolgere, con mente 



-_ 3G3 — 

filosofica , le sue tesi mobilissime. Vediamolo alia prova. « La 
letteratura è un occìiio dello scibile umano; — la letteratura (.^ 
larte nella parola; — la parola è la pyima veste del pensiero; — 
l'arte è (con la scienza e la religione), uno de' tre raggi di una luce 
unica; — l'arte è una creazione àeWo spirito; — l'arte è l'armonica 
rappresentazione del vero in una forma sensibile; — la letteratura 
è specchio di tutta la vita. » Quanta speciosità senza cervello ; 
tutte queste definizioni immaginose della letteratura e dell' arte 
il Settembrini ce le mette in un mazzo in sole due pagine, ove 
abbiamo un occhio, clie è raggio, ctie é specchio, che è arte, che 
è creazione e rappresentazione nella prima veste del pensiero; dopo 
di ciò, si formi chi può un' idea ben determinata della lettera- 
tura. Ma seguitiamo. « Ogni arte ha la sua parola; questa j?}er- 
sonalità dell'arte è il suo vero pregio; la forma non è come ve- 
stito che possa adattarsi a molti; ma è come la pelle che nasce 
col corpo. » Niente più che pelle? Niente più elastica, intima, pe 
netrante della pelle? Dunque uno scrictore senza forma. Vico per 
esempio, alla mente del Settembrini dovrebbe rappresentarsi come 
una specie di San Bartolomeo scorticato vivo? Procediamo in- 
nanzi. « La Letteratura come ogni altra disciplina, va studiata 
viva, cioè nella sua storia; e fuori la storia non si può, che sa- 
rebbe come chi per conoscere 1' uomo osservasse il cadavere (an- 
che lo studio del cadavere è possibile , per conoscere l'uomo; il 
confronto non regge). Bisogna considerare prima i pensieri, i 
sentimenti, le azioni, che costituiscono la vita; e poi come tutta 
questa vita passando a traverso il lucido cristallo della fantasia 
si riflette in vari colori, e ci si presenta nella luce della paro- 
la. » Vi son due modi di considerar la letteratura; cercar la 
letteratura nella s'orla, o la storia nella letteratura. Il Set- 
tembrini che tien conto del primo solo modo rends impossi- 
bile lo studio di parecchie antiche letterature, nelle quali sol- 
tanto si possono trovare alcuni indizii storici; la letteratura in- 
diana, la biblica, la omerica, la scandinava informino. Cercar poi 
i pensieri, i sentimenti prima de' fatti, prima della parola che 
tramanda tali fatti, come vorrebbe il Settembrini, è possibile sol- 
tanto ai metafisici. Anche là pertanto dove il Settembrini s'acco- 
sta più al vero, non lo arriva, per quel solito difetto di logica 
che gli impedisce di riuscire non solo uno storico della letteratura 
italiana, ma neppure un critico grave e coerente. Egli non con- 
templa mai con fermezza il suo oggetto, e però se lo lascia fa- 
cilmente sfuggire; ogni oggetto diviene al suo sguardo un mobile 



— 364 — 
prisma, di cui girano fra le sue mani le facciette. moltiplicando e 
confondendo i riflessi. « Il popolo italiano, egli ci dice, ha avuto 
due vite, due civiltà, due religioni, due lingue. » Abbiamo dunque 
bene inteso che si tratta di due; e poco più sotto: « L'intera vita 
nostra (si tratta dunque di noi italiani], si distingue in tre pe- 
riodi; l'antico greco-latino (che c'entrano qui i greci?), il mondo 
di trapasso, ed il nuovo italiano. La civiltà greco-latina, è un splen- 
dore di bellezza e di potenza, che si manifesta nell'arte dei Greci, 
e neir impero dei Romani. » Sempre la stessa indeterminatezza, 
e la confusione in un solo discorso di due civiltà eh' egli stesso 
vuole distinte; ma tanto ci voleva per offrirgli il destro di dare 
il carattere della vita in Grecia ed in Roma, al momento in cui 
apparve il Cristianesimo. « Godere era il grande bisogno e il 
grande studio dell' uomo, e si cercava godere in questa terra in 
parte; e poi che fu esaurito (ma se si cercava godere solo in 
parte, come mai un cosi pronto esaurimento?) il piacere onesto, 
si cercò il disonesto, lo scellerato, l' infame, il piacere dal san- 
gue, dalla vergogna, e persino dal dolore (quanta rettorica; ov'e- 
rano e quali, ed in qual tempo que' greci che il Settembrini ri- 
copre di tanto obbrobrio?) I deboli servirono ai piaceri dei forti, 
come la donna ed il fanciullo (qui siamo in Grecia) ; i vinti di- 
ventavano servi e cose, e pasto di fiere per sollazzo dei vincitori 
(qui si passa a Roma). I Greci della natura e dell'uomo usarono 
pel piacere; i Romani venuti di poi, e forti e ristucchi (di che?), 
ne abusarono. Fedele immagine di questa vita è l'arte antica ». 
Ma quale arte ? quella di Omero, di Pindaro, di Pericle, di Tuci- 
dide, di Demostene, di Ennio, di Virgilio, di Livio, di Tacito ? 
Come si può egli, dopo avere fatto un quadro così infelice, cosi 
falso della vita, venire a calunniar tutta l'arte, dicendo ch'essa 
la rappresenta? Ma era necessario al Settembrini quella scena, 
per preparare l'avvenimento del cristianesimo : « Quando la terra 
fu esaurita, e quando fa spremuto il piacere anche dal dolore, la 
terra non bastò più all'uomo, e bisognò uscirne. Necessariamente 
surse allora una nuova idea appunto quando l'antica aveva com- 
piuto il suo corso ed era giunta al godimento dal dolore; e que- 
sta idea fa il Cristianesimo. 11 Paganesimo affermò la terra, il 
Cristianesimo la negò, e distrusse quanto vi era di male e di 
bCìie. 11 Cristianesimo ha avuto due momenti; nel primo negò e 
distrusse tutto, nel secondo riconosce il bene anche su la terra 
(ma se avea distrutto ogni cosa I), e cerca di riconciliare la terra 
col cielo ». Tanta confusione, tanto lieve arbitrio di giudizii non 



— 365 — 
pure sovra alcuna cattedra, ma neppure sulle panche di alcuna 
scuola di rettorica si dovrebbero permettere. Ma il Settembrini 
prosegue impavido : « Il trapasso dalla civiltà antica alla moderna, 
che si chiama medio evo^ è appunto quel primo momento; periodo 
scuro e di distruzione, che comincia quando questa distruzione 
apparisce forte e generale con Costantino imperatore ». Con sif- 
fatta leggerezza presunse il Settembrini avere dato ad un tempo 
il carattere della civiltà antica, del primitivo cristianesimo, e del 
medio evo. Ma alla pag. 61 del primo volume egli ha probabil- 
mente già dimenticato quanto avea scritto sulle prime facciate del 
libro: « Il mondo antico comincia dall'inno di guerra di una tribù 
di un popolo, comincia à-àW atfermazione delle forze dell'uomo ; 
il mondo nuovo comincia dall'amore, dalla voce di un'anima che 
su questa terra desolata e maledetta incontra un'altra anima, co- 
mincia à?L\\' afférmazione della donna (ma se il Cristianesimo ne- 
gava la terra, come poteva cominciare affermando la donna?). 
Nel mondo antico, la donna era serva dell'uomo o almeno inferio- 
re ; nel mondo nuovo, il Cristianesimo depresse l'uoìno, lo fece 
servo, l'agguagliò alla donna (ma, se la donna l'aveva atlermata !) 
anzi abbassò l'uno e l'altra alla condizione delle creature irragionevo- 
li, per modo che il buon Francesco D'Assisi nell'esagerazione della sua 
umiltà, diceva: Frate cane, frate lupo, frate sole, e suor luna (ma 
come non ha compreso il Settembrini la poesia di queste espressioni 
sulla bocca di San Francesco, e il sentimento tutto panteistico che lo 
muoveva, per cui egli vedea intorno a sé viva e parlante, e animata 
di un senso intimo conducente ad un supremo ideale l'universa 
natura? e come si poteva da una sola parola immaginosa di un 
poeta ispirato e pieno d'amore, giudicar cosi lievemente quel fatto 
immenso che, piaccia o non piaccia, fu nel mondo il Cristianesi- 
mo?). Tutti furono sery? innanzi a Dio, e però tutti si trovarono 
eguali tra loro, non più l'uomo soggetto all'uomo, non più la 
donna serva dell'uomo, ma eguale,, perchè dotata anch'ella di un'a- 
nima immortale e di ragione (ma se il Settembrini ci aveva detto 
poche righe più su che il Cristiane^Èimo avea abbassato l'uomo e 
la donna alla condizione delle creature irragionevoli l). Quando 
l'uomo cominciò a risentirsi libero e levò il capo (ma se uomini e 
donne col Cristianesimo eran diventati tutti servi), con meraviglia 
si trovò a fianco la donna sua conserva ed eguale, e facendo libero 
sé, fece libera anche lei ». Io non ho coraggio di proseguire; non 
mai in Italia fu parlato, a senso mio, dalla cattedra più speciosamen- 
te di cose storiche e letterarie, e con maggior vanità e contraddi- 



— 366 - 
zione di giudizio; il Settembrini non ordina e compone lo sue 
parole in un discorso ragionato, ma le tira su alla ventura, le 
une dopo le altre, pressapoco come si levano le ciliegie dal paniere 
del fruttaiuolo ; la prima tenta la vista e la mano ; se ne vuol 
staccare una, e ne vengono dietro molte altre; la cil'egia che sta 
sopra pare sana; quelle che giacciono satto, se non son agre, 
hanno la magagna. Un compratore prudente ritirerebbe la ma- 
no; il Settembrini abbranca invece e mette le ciliegie in bi- 
lancia, ed ammonta, ammonta, contento d'averle a cosi buon mer- 
cato. E allo stesso buon mercato le rivende quindi, anzi le dona 
liberalmente, bastandogli spesso la popolarità del nome di donatore 
splendido. Ora il nome del Settembrini,, in quanto significhi devo- 
zione alla patria fino alla virtù del sacrificio, rimarrà, senza dub- 
bio, intatto ed onorato, ed anche più in là dell'anno mille nove- 
cento e dell'anno diLe mil'J, ne quali egli spèra che si vedrà il 
compimento de' suoi oracoli letterari!; ma, se il tuono dell'Apollo 
Delfico gli garba, io dubito fortemente che i suoi responsi richia- 
mino meglio trattengano molta gente seria intorno al suo tripode. 
A Luigi Settembrini uscito dall' ergastolo borbonico, ogni uomo 
onesto e di cuore farà sempre di cappello; quanto alla sua ditta- 
tura letteraria, senza attendere la giustizia de' secoli, la si può fin 
d'ora ridurre al suo giusto valore; il Settembrini è uomo colto, 
immaginoso, e che, dove un affetto caldo e sincero lo muove, sa 
pur riuscire eloquente; non è tuttavia né un grande pensatore, 
né un osservatore profondo, né uno scrittore poderoso. Ho pro- 
vato anch'io un certo dispetto alla lettura del capitolo da lui scritto 
contro il Manzoni; leggendo l'intiera opera di lui me ne sono 
tuttavia consolato; quando un critico non può essere preso intie- 
ramente sul serio, non vai la pena, parmi, di discuterne gli apprez- 
zamenti particolari; lo spolvero dell'ingegno di un cattedratico 
può spesso attrarre, ma di rado fa breccia profonda nell'animo 
de' suoi ascoltatori ; ciò che s' acquista con poca fati 'a, si abban- 
dona pure con molta facilità. 



xxiir. 



RUGGIERO BONGHI. 



La serie dei critici napoletani contemporanei non pur non si 
chiude coi due scrittori rammentati ne' due ricordi che hanno 
preceduto il presente, ma, a pena può dirsi aperta. Io non in- 
tendo tuttavia seguitarla sino al fine, senza interromperla, poi- 
ché, come il giovine lettore ha potuto avvertirlo, non è mio di- 
segno ordinare il mio soggetto come in un trattato, per libri, 
capitoli e paragrafi, né numerare, con ridicola pretesa, per or- 
dine di merito, gli scrittori de' quali mi sono proposto lasciare 
alcun ricordo, ma trattare singolarmente di ciascuno, come se ne 
offre a me l'occasione. Per questo carattere di spontaneità che 
ogni ricordo porta con sé, a me riesce più agevole considerare 
ogni scrittore indipendentemente per sé, senza preoccuparmi della 
necessità di misurare il mio discorso, secondo un piano generale 
prestabilito, al quale io debba conformar quindi e sacrificare ogni 
mio studio speciale. Una sola idea sì mi muove sempre e governa, 
quella di dire con decente coraggio il vero e quella di proporre, 
ov'io abbia la ventura d'incontrarli, nobili esempii a' miei giovani 
concittadini. Ma, serbandomi fedele a questo primo principio in- 
spiratore, il quale, come mi pose nell'animo il desiderio d' inco- 
minciare, così vi mantiene il coraggio di proseguire nell'opera 
mia, io mi riserbo poi una perfetta libertà di moto nell'ordine 
con cui vengo presentando gli scrittori viventi che hanno ope- 
rato od operano più direttamente sopra la coltura nazionale, 
come rivendico a me stesso ed adopero una libertà pienissima 
nel dire quel che, umile scrittore, ma osservatore attento di quanto 



— 368 - 

concorre a creare una vita italiana in Italia , io ne possa 
pensare. 

Ora intanto mi preme rammentare alla gioventù italiana il nome 
e le opere eli tre uomini d'ingegno, tutti tre napoletani, i quali 
hanno meglio smentito, col proprio esempio di una operosità mi- 
rabile, l'accusa che. l'italiano delle provincie meridionali si è par 
troppo meritata, come beatissimo di quel dolce far niente, che 
per inf\imia nostra, divenne proverbiale. Il Bonghi, il Fiorelli ed 
il Villari sortirono da natura, forte, largo e vivo ingegno; ma il 
più essi lo debbono a sé stessi, per averlo di continuo esercitato 
e reso operoso. Appartengono essi ora all'Italia ufficiale; sono 
uomini di governo; il potere li tenta e in parte e forse troppo li 
occupa; come uomini politici, essi rassomigliano a' più; ma dai 
politici volgari in questo differiscono ch'essi possono iàv discen- 
dere un po' di luce ov' é molta e fìtta tenebra. Se il governo fosse 
più civile, se l'autorità avesse de' suoi doveri un'idea più elevata, 
se vi fosse maggior nobiltà colà ó^ove si puote ciò die si vuole, 
anche i consiglieri sarebbero migliori, e certe titubanze che, per 
quanto vogliano parere atti di singolare prudenza, assumono, per 
noi spettatori impazienti, misera specie di viltà, cesserebbero. 
Qualunque governo sorgesse poi in Italia, dovrebbe sempre tene 
gran conto d'uomini intelligenti e capaci quali il Bonghi, il Fio- 
relli ed il Villari si rivelano; dico anzi di più, uomini cosi fatti, 
traendosi dietro la moltitudine potrebbero, se volessero, mutare 
essi stessi, in parte, il governo; i rivolgimenti si fanno dal basso, 
ma si pensano e si governano dall'alto; perciò sarà sempre deside- 
rabile, se alcun mutamento della forma politica vedrà il tempo no- 
stro in Italia, che le nostre più nobili intelligenze vi concorrano, 
per impedire l'anarchia degli analfabeti. 

10 suppongo ora un'alleanza che parrà impossibile ; e quanti 
sanno come il Bonghi ed il Villari siano teneri 1' uno dell' altro 
sorrideranno, senza dubbio, al mio augurio; ma, oltre che la po- 
litica ci ha avvezzati a conversioni molto più miracolose di quelle 
che io prenunzio, io ho voluto solamente indicare come ne' cata- 
clismi politici le montagne si possono incontrare e farsi atto di 
ossequiosa riverenza. 

11 Bonghi, il Fiorelli, ed il Villari sono in Italia tre figuro che 
si staccano e che meritano perciò di venire considerate a parte. 

Ruggiero Bonghi ha compiuto quarantasei anni nello scorso 
mese di marzo. Giovinetto, egli si consacrò tult) allo studio della 
filosofia e del greco; a diciott'anni egli avea già consegnato alle 



— 3G9 — 
stampe la sua traduzione del trattato di Plotiuo sul Bello, a di- 
ciannove anni un frammento della storia della filosofia platonica 
in Italia. A vent'anni egli si collocava senz' altro fra i meglio 
promettenti ellenisti e filosofi italiani pel suo volgarizzamento e 
commento del Filebo o Dialogo Bel sommo hene di Platone (1). 
Il volume contiene la seguente dedica: « A Clemente De Curtis. 
avolo suo dilettissimo, Ruggiero Bonghi a dimostrazione di anim-» 
grato per essere venuto in soccorso a lui ed alle sue sorelle nel- 
l'immatura morte del padre, questo primo frutto di giovanili studi 
offre e consacra. > Il principio della carriera d'un giovine che 
incomincia con la riconoscenza verso i suoi benefattori è sempn». 
simpatico. E il Bonghi seppe evidentemente conciliarsi, con la 
prima pagina del suo libro, la benevolenza de' suoi lettori. La pre- 
fazione è scritta in modo impacciato ed accademico; ma qua e là 
ne vien pur fuori il carattere dello • seri tto;^e: ne recherò, per 
saggio, un breve passo, sicuro, che ogni lettore ritroverà nel!e 
linea sentenziose del giovinetto Bonghi il concettoso e pure spi- 
gliato polemista de' giorni nostri: « A dire quante e quali diffi- 
coltà ci sia stato mestieri di superare per compiere con alcuna 
apparenza di bene il nostro divisamento, sarebbe inutile e noioso 
discorso, e forse potrebbe parer cagionato o da soverchio deside- 
rio di lode da tema soverchia del biasimo altrui. Né a discor- 
rere di quanti e quali aiuti ci siamo forniti, recherebbe alcun 
prò; che, ove non si vedesse dal libro medesimo, punto non var- 
rebbe di Eversegli procurati. » 

Il Bonghi vi spiega già quella destrezza tutta sua peculiare nel 
prevedere l'obbiezione e combatterla prima che gli sia presentata, 
arte nella quale egli è maestro; anzi il suo valore di polemista 
consiste specialmente in questa facoltà mirabile di studiar tutte 
le cose dal loro punto di vista contradditorio. Io non ne ho fatto 
la prova; ma scommetterei che se presentassi all'ammirazione 
del Bonghi il diritto di una medaglia, egli me la rivolterebbe 
subito per vederne il rovescio. Provatevi nella discussione a mo- 
strargli come -una cosa sia in realtà; egli vi risponderà mostran- 
dovi come essa potrebbe non essere; né ciò per alcuna malignità 
di natura, ma per naturale disposizione d'ingegno, che si com- 



(1) Napoli, 1817, Slamp. Uoirirido, un vo!. in-8. di pn-^^ 3'>2. - I,a 
prefazione reca la da!a del 14 ottobre ll^'iG. 

Ricordi Biografici 24 



— 370 — 

piace di contrasti, di differenze, di distinzioni; se gli create un 
effetto di luce, egli vi opporrà un effetto di ombra; se voi sol- 
leverete delle ombi'e ei vi gettertà sopra luminosi sprazzi di 
luce. 

La prefazione del Filebo termina con ringraziamenti a Costan- 
tino Margaris, egregio ellenisla ed a Saverio Baldacchini, se- 
condo padre, i quali confrontarono col testo greco il volgariz- 
zamento del Bonghi, e incuorarono il giovine traduttore a 
pubblicarlo. Dalia stessa prefazione rileviamo come il Bonghi di- 
segnava fin d' allora di pubblicare una completa traduzione dei 
dialoghi di Platone, e dalle note, che occupano quasi duecento 
pagine del volume, come egli era già famigliare con tutta la let- 
teratura platonica, e come conosceva, fln da quel tempo, il tedesco 
e ringlese, onde egli poteva entrare in polemica con l'autoiùtà di 
Schleiermacber, Kleuker, Gòtz, Hiilsemann, Sydenham ed altri in- 
terpreti de' dialoghi platonici. Molte di quelle note potranno oggi 
parere superflue e forse troppo minuziose; ma esse sono pur sempre 
un bel documento degli studii profondi fatti da un giovine non pur 
ventenne, in un tempo e in un paese ne' quali gli studii erano 
depressi e non conducevano a nulla. Alla nostra odierna frettolosa 
gioventù può essere profittevole il pigliar fra le mani il FUeVo 
del Bonghi; dalla lettura di un tal libro, essi comprenderanno 
sopra quali solide fondamenta si posò la fama d'uomo dotto che 
nessuno nega al Bonghi, per quanto sembri a molti che egli 
r abbia compromessa, servendosi della propria dottrina, per riu- 
scire un giornalista diverso dagli altri. E quanto diverso ! Non 
dico per le opinioni ch'egli sostiene. Esse possono, pur troppo, 
mutarsi secondo i venti, e però appaiono di rado sincere. Il Bon- 
ghi ditrìcilmente riesce a scaldare alcuno de' suoi lettori; il freddo 
ch'egli sente lo fa pure sentire; il suo mobile scetticismo lascia 
indifferente chi ha il piacere di leggerlo. Ma questo piacere non 
può essere dissimulato. Il Bonghi ha primo, in Italia, convertito 
r articolo di giornale in un lavoretto d' arte ; e, cosa veramente 
meravigliosa, egli è forse il solo artista in Italia, che possa 
creare un'opera d'arte ogni giorno. Son miniature, per lo più; 
ma esse recano sempre 1' aspetto di un piccolo tutto finito. E in 
questo sforzo quotidiano dell'ingegno a dir qualche cosa di vivo 
e di nuovo, alcana volta vengono pur fuori verità luminose, alle 
quali, se il loro ostetrico potesse pur dare una coscienza sicura 
e ardente che comunicasse loro con la vita il calore, si accoste- 
rebbero forse numerosi credenti. Ma lo scrittore scettico fa scet- 



— 371 - 

tico il lettore. Il pubblico assiste compiacente allo spettacolo artistico 
che dà ogni giorno il Bonghi^ ma molto più curioso di vedere come 
il Bonghi dirà questa o quell'altra cosa, che sollecito di seguirlo, 
dopo averlo inteso parlare. Il Bonghi non ha potuto pubblicare la 
sua traduzione completa dei dialoghi di Piatone; egli ha seguitato 
pertanto a comporre dialoghi per conto proprio, i quali se non 
hanno sempre la serenità di quelli del filosofo salutato col nomo 
di divino, ne ricordano talora il sapore artistico. Egli fa parlare 
i suoi avversarli come gli talenta, e quindi si dà il gusto di con- 
fonderli con la sua dialettica; quando questa gli fa difetto, licenzia 
pubblico ed avversarli con uno zuccherino sofìstico; ed il giorno 
dopo ricomincia da capo, vegeto, alacre, fresco, malgrado le notti 
agitate ch'egli passa ballottato sulle strade ferrate, ed i giorni pieni 
di cure, che lo fanno correre dall' università, ove egli professa la 
storia ant;ica, al ministero della pubblica istruzione, ove siede tra i 
più operosi membri del consiglio superiore, dal ministero al parla- 
mento, ove egli entra in tutti gli ufiicii, in tutte le più impor- 
tanti commissioni, relatore predestinato, dal parlamento alla po- 
sta, per inviare articoli e corrispondenze ai due grandi giornali 
quotidiani ch'egli dirige da Roma, La Perseveranza di Milano, 
r Unità Nazionale di Napoli. Scrive il primo d'ogni mese per la 
Nuova Antologia, la rassegna politica la quale, qualunque sia il 
peso che si voglia dare alle opinioni che vi si professano, è pur 
sempre lo scritto più importante e più attraente che si pubblichi 
dalla più nobile e incipriata delle riviste italiane; assiste regolar- 
mente in Firenze al Consiglio della Società delle ferrovie romane, 
pubblica libri, s'occupa molto de' proprii affari e trova ancora il 
tempo e la grazia per fare dello spirito ne' saloni eleganti delle 
gentili signore. Vero prodigio di versatile operosità! — Gran pec- 
cato però che una sola viva e potente volontà non lo diriga ed 
infiammi ! 

Ma a quarantasei anni è oramai difHcile ch'egli muti costume. 
Torniamo piuttosto indietro, per seguir brevemente le traccie del 
suo passato. 

Pubblicato il Fileho. sopravvennero le agitazioni politiche, alla 
quali il giovine Bonghi prese parte vivissima, dapprima compro- 
mettendosi presso il governo col cercare nel 1847 di attrarre al 
movimento italiano la nobiltà, poi pigliando parte nel 1848 alle 
dimostrazioni pubbliche, stendendo in casa Filangieri la domanda 
per una costituzione, pubblicando il giornale II Tempo, con Carlo 
Troia, Saverio Baldacchini e Stanislao Gatti, seguendo, come primo 



— 372 - 

segretario, l'ambasciata per la lega italiana. Dopo il 15 maggio, 
giorno nel quale fu sconfìtto in Napoli, il partito costituzionale, il 
Bonghi si dimise, venne in Toscana, vi studiò, e scrisse nel Na- 
zionale. Cacciato di Toscana, per avere sconsigliato, in un articolo, 
il matrimonio della principessa toscana con un figlio di Ferdinando, 
si recò nel 1849 a Torino, e di là sul Lago Maggiore, ove, co- 
nobbe il Rosmini ed il Manzoni, del quale divenne amico, e si 
trattenne fino al 1859, studiando e lavorando, e combinando e scom 
binando affiiri. I due volumi delle Opere di Platone nuovamente tra- 
dotte da lui, editi a Milano da Francesco Colombo, recano la dedica 
seguente: « Questo volgarizzamento delle opere di Platone da Antonio 
Èosmini desiderato Ruggiero Bonghi intitola ad Alessandro Manzoni 
sperando die la memoria di tanto amico glielo deva rendere accetto ». 
Ma, prima di questo lavoro, il Bonghi aveva pubblicato la sua ver- 
sione de* primi sei libri della metatìsica di Aristotile, e le Lettere 
critiche : Perchè la letteratura italiana non è popolare in Italia, 
le quali meriterebbero ora di venir ristampate. Nel 1858, la fa- 
coltà di lettere di Pavia propose il Bonghi al governo austriaco 
'come professore di filosofia; il governo lo invitò; il Bonghi si 
credette tuttavia in dovere di ricusare. Nominato invece a quella 
stessa cattedra dal Casati, accettò, fece i)er alcuni mesi lezione, e 
le sue Lezioni di logica pubblicò a Milano nel 1860, dedicandole ai 
propri scolari. Nel 1860, eletto deputato di Belgioioso, recossi, per 
consiglio di Cavour, a Napoli, a fine d'aiutarvi il movimento; vi 
fondò il Nazionale, e dopo l'arrivo di Garibaldi, come j^ì'^i^no eletto 
della città si mosse in deputazione a pregare il Re Vittorio Ema- 
nuele d'entrare nel Regno. Eletto quindi professore di filosofia nel- 
l'Università di Napoli dal ministro De Sanctis, ricusò; creato dal 
Farini nel 18G1 segretario del Consiglio di Luogotenenza, e rimasto 
soli 36 giorni in ufiìcio, fece quindi ritorno a Torino, e venne rie- 
letto deputato dal collegio di Manfredonia. Nel 1803 fondò il giornale 
la Staìi'ipa che ebbe corta, misera e burrascosa vita. Nel 186 !■ fu 
eletto professore di greco presso l'Università di Torino, e non 
prese stipendio e non fece lezione; nell'anno seguente professore 
di latino presso l'Istituto di Studi Superiori, e membro del Consiglio 
superiore. In quel tempo egli attese pure a pubblicare col Del Re 
la versione del Dizionario delle antichità del Rich. Nel 1866, passò 
a Milano per dirigervi la Perseveranza. Nel 1867, pubblicò presso 
il Barbera un importante volume di quasi mille pagine dedicato 
alla Venezia lihsì'a e intitolato: La Vita e i tempi di Valentino 
Pasini, lavoro pressoché di sola compilazione ma che. fatto da un 



— 373 — 

uomo del sapere e dell'ingegiK? del Bonghi, getta molta luce sopra 
un periodo importante della nostra storia politica e finanziaria. Nello 
stesso anno 1887, il Bonghi fu eletto professore di storia antica nel- 
l'Accademia scientifico-letteraria di Milano, e il collegio d'Agnone lo 
deputò suo rappresentante al parlamento. Nel 1870, Agnone e Lu- 
cerà lo rielessero deputato; ed il Bonghi optò per Lucerà. In questo 
arido sunto di notizie cronologiche chi conosce il Bonghi lo rico- 
nosce; mal potrebbe invece giudicarlo chi non avesse altra notizia 
dell'ingegno e dell'indole di lui, nato per le mobilissime e molte- 
plici battaglie dell'ingegno, e non per la sola fredda esposizione 
catteiratica di una scienza della quale egli prim.o, forse, col suo scetti- 
cismo difi^ida. Egli è pertanto così solerte deputato come professore 
molto intermittente; egli ha già mutato cinque cattedre ; potrebbe 
ancora mutarne altre, le attitudini dei suo ingegno essendo così 
svariate: ma nessuna basterebbe ad occuparlo tutto; ogni minuto 
deve avere per lui la sua cura, e diversa: egli porta un senso 
pratico nella speculazione filosofica, e uno spirito filosofico ne' ne- 
gozii ordinarii della vita; ove egli incontra un'acqua stagnante, 
getta una pietruzza per agitarla ed esplorarne il fondo ; ove scorge 
tempesta, spinge tranquillo la sua navicella quasi voglia mostrare 
dalla calma del pilota che non vi è pericolo; battagliero allegro 
ed agilissimo, pieno di accorgimenti, e sempre attento a non pre- 
sentare ignudo il petto il fianco al nemico, ed a ferire ritraendo 
prontamente la mano; il nemico di lui può divenire da un minuto 
all'altro un amico, in virtù della contradizione che sa conciliare 
l'inconciliabile, e della gioconda lievità delle battaglie che, per lo 
più, sono battaglie finte. Si può quindi non temer troppo il Bon- 
ghi qual nemico politico, come non conviene far conti troppo lunghi 
su l'amico: le posizioni che mutano lo travolgono facilmente; 
egli non sta mai li, piantato, immobile, su due piedi, ma si tiene 
lieve, lieve su la punta d'un sol piede a fine di potere, quando girano 
gir eventi, girare con essi. Ognuno intende ch'io parlo delle sole atti- 
tudini dell'uomo politico, dell'uomo pubblico, che dell'uomo privato 
io non ne so nulla, e quel poco ch'io ne so, me lo proverebbe sol- 
tanto uomo di cuore L'elastica natura dell'ingegno del Bonghi ci 
toglie di poter dire di lui quello che, del resto, può affermarsi di 
assai pochi; ch'egli sia, cioè^ nel dire e nel fare tutto d'un pezzo; 
egli mi offre più tosto l'aspetto di un caleidoscopio,, in cui, minuti 
pezzettini, agitandosi e combinandosi senza fine, creano innumeri 
effetti graziosi e sorprendenti. Il Bonghi non ci rappresenta 
adunque alcun ideale, ed io sono lontano dal proporlo ad esempio 



— 374 — 

come un modello di tutte le virtù politiche, ma contemplo in lui 
con ammirazione la prodiga ricchezza della natura, la quale diede 
all'ingegno del Bonghi ogni più felice attitudine. Peccato che 
questo mirabile artista non possa darci altro che voci di testa e 
non ci abbia mai, e non prometta oramai più di farci sentire al- 
cuno di que' gagliardi e generosi si di petto, che fonno alzare 
da' suoi scanni l'umile platea, e la rendono capace di entusiasmi 
operosi e magnanimi. 



XXIV. 



GIUSEPPE FIORELLI. 



Non vi è forestiero che visiti Napoli e non ne parta con una 
benedizione sulle labbra al nome del Fiorelli. Uomini dotti se ne 
trovano in ogni parte d'Italia, ma tali dotti che, vivendo fra le 
rovine del passato, non dimentichino il presente, e non s'inselva- 
tichiscano affatto, sebbene in Italia siano men rari forse che al- 
trove, non si possono dire frequenti. Napoli lia la fortuna di pos- 
sedere nel Fiorelli il più amabile forse de' suoi dotti. Chi consideri 
lo stato di brutale servaggio in cui erano tenute in passato le 
provinole meridionali, non pregierà mediocremente la disinvolta 
e distinta eleganza che il Fiorelli serba nel suo costume, e quella 
sua socievolezza, ch'è indizio ad un tempo d'animo gentile e di 
coltivata educazione. Chi lo vede, chi gli parla, chi tratta con lui 
non si meraviglia ch'egli sia pure uomo di gusto finissimo nelle 
cose d'arte; chi sa vivere con decoro, chi sa porre anzi tutto 
l'estetica nella vita, è giudice d'arte raramente fallace; ed il Fio- 
relli ha conseguito lode d'uomo che sa sorprendere il bello nella vita 
dell'arte, poich'egli, anzi ogni cosa, ha saputo e sa vivere. Io non 
dirò cosa nuova per alcun italiano, affermando che il Fiorelli non 
solamente ha saputo disseppellire 1' antica Pompei, ma farci rivi- 
vere in essa. Egli ha rimesso la vita tra quelle ruine, delle quali 
ha interrogato ogni segreto, non per custodirlo geloso nella sua 
mente, come usa il volgo degli eruditi, ma per rendere partecipe 
tutto il mondo de' vivi al piacere ineffabile da lui provato nel pas- 
seggiare in quella necropoli che fu già luogo di delizia alla an- 
noiata potenza degli ultimi Quiriti. Il Beulé nel suo libro intito- 



~ 37() — 
lato: Ledrame du Vtsuvc, ha detto alla Francia, o, per la Francia, 
al mondo qual conto si debba fare dei servigi resi dal Fiorelli alla 
scienza, per la ostinazione, operosità e intelligenza piena di risorse 
da lui mostrata nel promuovere, nel dirigere, nell'illustrare gli scavi. 
Si può ancora aggiungere che, fra Giuseppe Fiorelli e Giulio Miner- 
vini, non rimase quasi nessuna antichità inesplorata sopra il suolo di 
Napoli, di quante n'hanno saìvate i secoli o discoperte gli scavi, o se 
alcun monumento rimane a descriversi, ai due migliori discepoli di 
que'due insigni archeologi napoletani è riservata l'opera di compierne 
l'illustrazione, io voglio dire a Giulio De Petra e ad Ettore De Rug- 
giero, il primo de'quali sotto il patrocinio speciale del Fiorelli, il se- 
condo sotto quello del Minervini seppe arrivare aduna tale eccellenza 
da poterne continuare la tradizione gloriosa, quando l'opera de'mae- 
stri verrà meno. Ma tra il Fiorelli ed il Minervini, che sono in Napoli 
considerati come rivali, il primo, per la sua prontezza operosa, per la 
sua vivace amabilità, per la sua destrezza sagace, ha molti vantaggi 
sopra il secondo che, nel vero, gli ha ceduto molta parte del campo. 
Il comm. Giuseppe Fiorelli è nato in Napoli il di 8 giugno dell'anno 
1823; a 23 anni egli sedeva già come vice-presidente al congresso de- 
gli scienziati di Genova. Venne quindi eletto ispettore degli scavi di 
Pompei, e rimase in ufficio fino all'anno 1849, dopo il qual tempo, a 
motivo della parte da lui presa ai rivolgimenti di Napoli, ridotto a 
condizione privata, sostenne con nobile coraggio la insolita povertà 
col farsi per tre anni semplice manovale di muratore; fincli'egli, sotto 
il patrocinio del conte di Siracusa il solo liberale fra i principi Borbo- 
nici, potè migliorare alquanto il suo stato; nel 1860, egli ripigliava 
quel posto che le vicende politiche italiane gli aveano fatto lasciare. 
Innanzi all'anno 1860, intanto, il Fiorelli aveva già pubblicato le sue 
Osservazioni soj)ra alcune monete rare di ciilà greche {}) , illustrato 
alcune Monete inedite delC Italia antica, diretto fra il 1846 e il 18')1 
gli Annali di Numismatica, descritte le antichità del gabinetto del 
conte di Siracusa (18'3), le iscrizioni osche di Pompei (1854), i vasi 
fìttili dipinti rinvenuti a Cuma. Dopo quel tempo, oltre ad una serie 
copiosa di articoli dettati per raccolte numismatiche ed archeologiche, 
si distinguono tra le pubblicazioni del Fiorelli il G-lornale degli scavi 
di Pompei, e il Catalogo del Museo Nazionale di Napoli, ch'egli ha 
intieramente riordinato nel suo duplice ufficio di Direttore e di So- 
printendente degli Scavi, per i quali cumulati ufficii, a fine di sfug- 
gire all'accusa di camorrista ufficiale, egli dovette rinunciare nel 



(I) Napoli, 1843, in-8 ; egli aveva allora appena vent'anni.. 



- 377 - 
1861, alla cattedra di archeologia che gli era stata conferita nell'Uni- 
versità napoletana. Il Fiorelli ha sottratto tesori alla terra avara che 
li ricopriva; con questa stessa attitudine di conquistatore egli visita, 
percorre, conquista quella parte di Napoli archeologica diesi nascon- 
de tuttora gelosa all'occhio dell'osservatore. A Napoli si dice che al 
senatore Fiorelli piace il potere e che, acquistatolo, egli se ne serve; 
poiché non ho inteso dire ch'egli ne abusi, é desiderabile soltanto 
ch'ei n'abbia molto; il potere di fare il bene non è mai troppo. Così 
a nessuno dorrà l'intendere che in grazia delle arti e delle premure 
del Fiorelli, la cassetta del re siasi aggravata di una passività annua 
di lire 50,000, quando s'intenda che quelle annue 50,000 lire^ invece 
di mantenere qualche altro parassita ad una corte che n'é* già sa- 
zia ed ingombra, servirà soltanto a promuovere gli scavi di Ercola- 
no, dal cui risorgimento l'arte e la storia antica attendono nuovis- 
sima luce. Io termineròjntanto i cenni presenti con alcune parole 
che scrisse di recente sopra il nostro archeologo il Beulé nel libro 
citato. « Non loderò, egli dice né la sua modestia, né il suo disin- 
teresse, né la sua passione per le cose antiche, poiché tali qualità 
sono tanto necessarie per ogni dotto, che gioverebbe soltanto con- 
dannarne l'assenza; ciò ch'è più raro è che il Fiorelli seppe imporre 
a quanti fanno parte della sua amministrazione l'adempimento dei 
doveri ch'egli stesso pratica. Tutti gli ufficiali del Museo di Napoli 
divennero scrupolosi e discreti verso gli stranieri, perseguitati dap- 
prima da sfrontati mendicanti; i guardiani di Napoli furono ordinati 
militarmente, sono attenti e stipendiati, e si riputerebbero disono- 
rati destituiti, ove accettassero qualsiasi regalo. I Napoletani si 
stupiscono nel trovarsi divenuti migliori; ma, quando le mani 
restano pure, le antichità si conservano meglio. — Finalmente 
il signor Fiorelli fondò a Pompei una scuola archeologica simile 
alla nostra scuola d'Atene, ove giovani uscenti dalle uni- 
versità italiane e raccomandati da un concor.-o speciale hanno 
loro stanza, i loro libri e lavorano in comune, secondano il Fio- 
relli, sorvegliano gli scavi, ne pubblicano i risultati in un Boi- 
leliino, ove i signori De Petra e Brizio si sono spesso distinti. » 
Segue quindi nel libro del Benlé una minuta descrizione dei 
metodi perfezionati dal Fiorelli introdotti negli scavi, e vi s'in- 
coraggia il direttore stesso a portare d'ora in poi la sua attenzione 
operosa, i suoi studii, il suo ingegno sopra Errolano. E deside- 
rabile ora che il Fiorelli possa secondare il desiderio espresso dal 
Beulé, e che la città di Napoli e il governo lo secondino; poiché 
egli non è uno di que'funzionarii chr- domandino dieci per resti- 



— 378 - 
taire uno; ma si contenta invece di ottenere uno per restituir dieci; 
se tutti gli impiegati somigliassero al Fiorelli, l'opera del governo 
sarebbe più agevole, più semplice, più economica ed alquanto 
più gloriosa. Finché i singoli cittadini non siano responsabili de- 
gli atti che ora s' attribuiscono al governo, vera vita nazionale 
non risorgerà in Italia, ed i Fiorelli rimarranno fra noi rare 
ed invidiabili eccezioni. Conviene, pertanto, che ogni cittadino il 
quale si sente capace, assuma in sé una parte di quelle funzioni 
che ora sono abbandonate al cieco capriccio inconsciente di un 
governo incerto, il quale si ritiene spesso irresponsabile. 



XXV. 



PASQUALE VILLARI. 



Il De Sanctis è critico per immagini, il Settembrini critico per 
affetti, il Bonghi critico per contradizioni, il Villari solo potrebbe 
dirsi un vero critico induttivo, ossia tal critico che trae le idee 
dai fatti e non i fatti dalle idee, e che i fatti considera nell' am- 
biente in cui si producono. Egli sarebbe dunque 1' ottimo de' cri- 
tici, se, talora, non gli accadesse di confondere il fatto particolare 
col fatto generale, non esagerasse l' importanza dell' aneddoto, non 
moltiplicasse ed allargasse di soverchio le illazioni che dall'osser- 
vazione minuta de'ftitti si possono trarre. Ogni filosofo positivo è 
necessariamente eccletico, poiché indipendentemente dalle ragioni 
tutte delle scuole filosofiche, delle sette religiose, delle parti poli- 
tiche, egli studia storicamente ogni fatto come e dove si presenta, 
e può quindi riconoscere una parte di vero e di bello sotto tutte 
le forme dell'attività umana. Il critico è pertanto sopra una via 
giusta, anzi sopra l'unica via additata all'umana ragione; se non 
che, oltre al pericolo che si corre nel metodo induttivo di tra- 
sportare il semplice fenomeno al valore di legge, vuol essere pure 
inteso con discrezione il procedimento che la mente umana deve 
tenere nell'osservazione. La migliore delle osservazioni si fa spesso 
per la sola prima intuizione de' fatti; nella prima intuizione, il 
fatto talora si presenta in tutto il suo splendore, in tutta la sua 
interezza; esaminatelo più dappresso, più addentro, in tutte le sue 
parti; e spesso vi sfuggirà la prima e vera impressione del tutto, 
perchè la mente s' è arrestata in un punto speciale, che sembrò 
distruggerla,, e, cosi, per dare soverchia importanza a tal punto. 



— 380 — 
che talora non è altro se non una macchietta sul vetro traspa- 
rente, si perde 1' occasione di sorprendere una legge generale ed 
mia verità di ordine superiore II Villari é nel vero come filosofo 
induttivo; ma quando egli porta fino allo scrupolo l'osservanza 
del suo metodo, gli accade alcuna volta di comprometterlo. In ogni 
modo però dell'esagerazione di una sua bella qualità nessuno farà 
mai carico al Villari come critico. Bensì chi lo conosce lam.enterà 
elle un uomo della sua mente, nella condotta della vita, segua con 
troppo scrupolo que'principii ch'egli professa nella critica, onde a 
molti, egli che diede, in più d'una occasione, prove non dubbie 
di coraggio sembra spesso uomo timido, egli che ha propria ener- 
gia sembra lasciarsi governare più spesso dalla volontà altrui, egli 
che ha ingegno per tentare e ostinazione per compiere utili no- 
vità, ne perde spesso l'opportunità, con la politica di Fabiiis cun- 
clator. 

Il Villari ebbe in Italia un momento di popolarità straor- 
dinaria; non ne seppe approfittare punto. S'era nel 1866. L'Italia 
si sentiva addolorata so^to il peso delle sue sconfitte, ma più an- 
cora avvilita sotto il peso della sua mediocrità. Il Villari intuì in 
quella occasione il bisogno della nazione, ed osò nel suo opuscolo 
Dù chi è la colpa? chiamare in colpa la nazione tutta e invitarla 
con forte e virile linguaggio a mutare indirizzo. L' ha essa mu- 
tato? Io non credo; la nostra mediocrità dura; le poche ecce- 
zioni che si possono citare, non bastano a consolarci della vita 
pedestre che conduciamo, priva d'iniziativa, priva d'entusiasmo. 
L'Italia naviga nel tempo, a caso, come una nave senza bussola. 
Nessuno per ora le dà molestia, ma non è suo merito, se i suoi 
nemici non le mettono le mani addosso. Essa non fa nulla per 
vantaggiare la sua condizione, per porsi più alto, per dire prima 
a sé stessa e poi al mondo 1' hic incipit vita nova. E noi pos- 
siamo tornare ora a domandare : Di chi è la colpa? Al che 
pur troppo è pronta ancora la risposta: la colpa è di tutti, 
e del Villari prima che degli altri , del Villari che poteva in 
que' giorni porsi a capo di un nuovo indirizzo nazionale e non 
volle, del Villari e de' cittadini italiani più generosi e più valenti 
che, invece di gettare tutta la loro energia nella vita pubblica, 
si ritrassero, si concentrarono in sé e s' appagarono di scuotere 
mestamente il capo, riconoscendo che le cose in Italia non vanno 
punto bene. Se il Villari avesse allora osato, se il Villari volesse 
osare anche oggi troverebbe molti seguaci disposti, anche fuori 
del Parlamento, a promuovere in Italia non tanto agitazioni pò- 



— 381 — 
litiche, quanto, quel fervore di vita economica, civile, intellettuale, 
che solo può ricondurre l' Italia a vera, propria, originale gran- 
dezza. Ma, per ciò, è necessario che il Villari mostri maggior 
fiducia in sé stesso, si preoccupi meno di quello che diranno i 
suoi avversarli, derivi coraggio dalla giustizia della causa eh' ei 
rappresenta e la sostenga gagliardamente e generosamente sino 
al fine. Egli è troppo uomo di buon senso per commettere im- 
prudenze; ma, se pur gli avvenisse di errare, non s'arresti per 
deplorare l'errore, non se ne intimidisca, e prosegua risoluto fino 
al compimento dell' opera sua. Il Villari ha il passo sicuro; ma 
perde un tempo prezioso a considerare se il terreno in cui egli 
mette il piede non presenti alcun pericolo, e così, s' ei va diritto, 
procede con una lentezza che, oltre all' essere contraria allo 
slancio naturale del suo carattere, gli toglie il modo di fare ne- 
gli anni maturi e gagliardi della vita quelle opere che sarebbe 
stato lecito aspettarsi da un uomo cosi felicemente dotato della 
facoltà di appassionarsi e di governare le proprie passioni. Il 
Villari vuole certamente il bene, lo prevede, lo prepara; ma più 
con lo studio d' impedire una sconfitta, che con la necessaria, viva, 
operosa impazienza d'assicurarsi il trionfo. Di maniera che egli, 
dopo avere dato promessa larghissima di sé, si vede spesso co- 
stretto a contentarsi di mediocri risultati, al conseguimento dei 
quali non era punto necessario lottare tanto né sciupare tant'arte. 
Il critico guasta l'uomo, quell'uomo stesso che rende cosi sim- 
patico il critico. Il timore di perdere gli toglie la forza di vin- 
cere, quando ei lo potrebbe agevolmente, se con maggior fiducia 
in sé stesso e nel concorso degli uomini che dividono con lui 
opinioni e simpatie, egli muovesse più risoluto e con impeto più 
franco alla meta. 

Quello che il Villari sappia come storico è noto; la sua auto- 
rità nelle questioni distruzione pubblica è indiscussa; il suo bel 
libro sul Savonarola, che ebbe già una tradu/.ione tedesca, un'al- 
tra inglese, mentre una terza francese se ne prepara ora in 
Francia, le lezioni sulla storia italiana e particolarmente fioren- 
tina da lui fatte nell'Università di Pisa e nell'Istituto di studii 
superiori, come pure l'eccellente indirizzo pratico ch'egli dà ai 
giovani i quali si avviano agli studii storici e che si rivolgono 
a lui per consiglio, gli danno autorità fra tutti gli storici venuti 
su in Italia dopo l'anno 1848; le cure da lui prodigate alla scuola 
normale superiore di Pisa, che si può dire opera sua, e poscia 
all'Istituto di studii superioi'i, ove siedo come preside della facoltà 



— 382 — 

di lettere e di cui valse più di ogni altro a rialzare l'autorità 
scaduta presso il paese e presso il governo, il libro di lui sopra 
l'istruzione pubblica in Inghilterra e in Iscozia, steso dopo aver 
preso parte come giurato per la sezione italiana alla mostra uni- 
versale di Londra nel 1862, la parte sostenuta da lui come giurato 
nella mostra universale di Parigi nel 18G7, l'opera di lui nel Con- 
siglio superiore di pubblica istruzione, nel cui ministero sedette 
pure come solerte e intelligente segretario generale sotto i mini- 
stri Bargoni e Correnti, e poi nel Consiglio Comunale di Firenze, 
e parecchi giudiziosi articoli dal Villari pubblicati in materia dì 
pubblica istruzione, lo hanno fatto prenunziare come l'ottimo fra 
i predestinati ministri della pubblica istruzione nel nostro paese. 
Ma il Yillari deve ancora far qualche cosa di più per assicurare 
il paese, ch'egli saprà trascinarlo coraggiosamente ad utili e grandi 
e, se occorrano, rivoluzionarie riforme. L'opinione pubblica lo se- 
conda; ma egli deve mostrare animo pari all'altezza delle cose che 
dal suo ingegno, agitato nella calma, abbiamo dritto d'attenderci. 
Pasquale Villari è nato in Napoli nell'ottobre dell'anno 1827. Lo 
istruì nelle lettere il Rodino, nella fìsica il Palmieri, nelle matema- 
tiche il De Angelis. Dopo essersi per alcun tempo e di mala voglia 
esercitato alle affettate eleganze accademiche del Puoti, entrò nello 
siudio del De Sanctis, ove conobbe quel giovine Luigi La Vista, 
il Carlo Bini delle provincie meridionali, alla fama del quale- il 
Villari stesso provvide poi egregiamente, pubblicandone gli scrìtti 
presso il Lemonnier e discorrendo in una calda prefazione del 
compianto suo generoso e grande compagno ed amico. « Noi lo 
aspettavamo, scrive il Villari, alla fine della sua lettura, quando 
tutto pieno degli autori studiati, egli veniva passeggiando con 
noi, e con la sua vìva eloquenza, riandava e ravvivava ogni cosa 
letta e pensata. In una mezz'ora, giudicava un grandissimo numero 
di scrittori; passava d'età in età, di nazione in nazione, abbrac- 
ciando col suo sguardo sicuro le grandi epoche, esponendo la storia 
politica e letteraria, ripetendo bratìi d'oratori, di poeti, di storici 
e filosofi; e questi suoi discorsi erano a noi lezione più utile di 
quella, che potevamo ricevere da tutti i nostri professori. L'ami- 
cizia, la giovinezza, la bontà sua facevano penetrare nel no- 
stro animo tutte le sue idee, e ne svegliavano in noi delle al- 
tre. Io ricordo quei giorni, nei quali incerto ancora dell' in- 
dirizzo de' miei studii, annoiato delle grammatiche, dei dizio- 
nari e della rettorica, ero tormentato d;d bisogno di sentire 
e di pensare, né sapevo io stesso dove rivolgermi Allora mi 



— 383 - 
bastava confondermi fra quei giovani che circondavano Luigi 
La Vista, il quale non mi conosceva, ma pure mi tollerava; 
e non appena l' avevo udito parlare, che tornando a casa, in- 
fiammato dalle sue parole, io leggevo, studiavo, scrivevo, tutto 
pieno d'ardore. La sua modestia, poi, era uguale al suo ingegno. 
Un giorno egli aveva letto alla scuola un lavoro, da cui mi pa- 
reva vedere, che la sua ammirazione per gli scrittori francesi, 
cominciasse a farlo trasmodare Non avevo il coraggio di dirglielo, 
io, poco più giovane (il La Vista era nato a Venosa il 29 gennaio 
1826, e morì a Napoli combattendo per la libertà il 15 maggio 
1S48), ma assai meno di lui e degli altri avanzato negli studii. 
Pure mi feci animo, e, dopo molta trepidazione, gli parlai franco. 
Temetti d'aver troppo osato; ma egli mi salutò, stringendomi for- 
temente la mano. Se non che, non si tornò mai più su quel di- 
scorso, di cui, però, sempre mi rammentavo; onde, non appena 
mi vennero nelle mani i suoi fogli, cercai subito se v'era alcuna 
memoria di quel dialogo. Difatti vi era, e concludeva, dicendo di 
me, a questo proposito: « Amico singolare, stimatore indipen- 
dente, lodatore accorto, censore, più che gentile, amoroso; egli 
mi riprende amandomi, e mi ammonisce stimandomi ». Pensi di 
me ciò che vuole il lettore, se trascrivo io stesso le lodi fattemi 
da un amico. Ma a che vale un'affettazione di modestia? Io ne 
sono super'oo, e mi pare di meritarle; perchè io avrei voluto di- 
struggere il mio essere nel suo, e quasi nascondendomi in lui, 
crescere la sua gloria colla mia oscurità. » 

Giunto l'anno iSìl, un giornalista s'era assicurata l'opera del 
La Vista; il La Vista guadagnò in quel giornale le sue prime lire 
e le ultime. Non sapea qual uso migliore farne, e pensava man 
darle in regalo al proprio padre, quando il Villari gli presentò 
uno scritto sopra un quadro di Domenico Morelli, che più tardi 
dovea divenirgli cognato e riuscire il primo pittore di Napoli. 
« Lo stile di quello scritto, scrive lo stesso Villari, era falso, la 
lingua esagerata e scorretta; non vi poteva essere pregio alcuno 
nel lavoro di chi aveva cominciato a lasciare una via per pigliarne 
un'altra. Pure io sentivo molto le lodi che facevo all'autore poco 
conosciuto del quadro; e questo affetto vivo e sincero, fece si che 
Luigi trovasse da lodarmi, e se ne compiacesse grandemente. Io 
gli lasciai quei fogli, acciò li rileggesse, per darmene un giudizio 
più ponderato ed imparziale. Una sera ero al teatro, e fui chia- 
mato; uscii fuora, e trovai Luigi che, tutto confuso, mi lasciò 



— 384 — 

nelle mani un involto. Erano le bozze del mio lavoro già stam- 
pato. Così, aveva speso mia parte del suo primo guadagno. » 

In tal forma il Villari come sentiva l'amicizia, era pur degno 
di farla sentire. Sfuggito poi, dopo la restaurazione del dispotismo 
borbonico nel 1849, alla persecuzione che colpiva quanti aveano 
preso alcuna parte un po' viva ai rivolgimenti napoletani, e rifu- 
giatosi a vivere fra mille privazioni, col resticciuolo del patrimo- 
nio domestico, in Firenze, egli dovea in quest'ultima città trovar 
conforto nel silenzio di minute e diligenti investigazioni storiche. 
Ed in queste ricerche fu il Villari così ostinato ch'ei non tralasciò 
nulla di quello ch'ei volesse e che si potesse sapere in quegli argo- 
menti che egli imprendeva a studiare. Cosi si spiega come il primo 
lavoro serio del Villari , il primo volume della Storia di Giro- 
lamo Savonarola e de' suoi tempi abbia ad un tratto assicurata 
la fama di lui tra gli storici ed il suo libro sia parso degno di 
venir riscontrato coi migliori che possiede in tal genere l' In- 
ghilterra, maestra nell' arte di scrivere le storie. Il Gibbon, il 
Roscoe, il Robertson, il Macaulay, il Grote non avrebbero scritto 
meglio, ove la scelta del loro soggetto fosse caduta sopra il Sa- 
vonarola, ed in Italia possiamo affermare che la sola Storia del 
Vestirò SicUìano di Michele Amari e la Storia delie Compa- 
gnie di Ventura di Ercole Ricotti possono essere paragonate, nel 
secolo nostro, per intrinseco merito storico, alla monografia del 
nostro napoletano. 

Il Villari nella sua prefazione rende giustizia a' suoi predeces- 
sori, ma ne fa pure giustizia; acquistando una profonda erudizione 
nella storia fiorentina, egli avea pure edu^'ato l'ingegno suo alla 
critica, cosiceli' egli apparve ad un tratto narratore informatissimo 
e giudice temperato; oltre di questo la maggior parte dell'opera 
parve ed è scritta veramente con vigore artistico. 11 Villari non 
è scrittore nò eleg;ujte, né ricco; e la povertà del suo dizionario 
è cagione che il suo stile riesca talora monotono e scolorito. Ma 
dov'egli reca un'idea originale, djv'egli spiega un affetto nobile, 
lo stile di lui s'alza naturalmente, eJ acquista un calor naturale 
simpatico che affascina e trasporta. Il di dentro passa allora di 
fuori, non vestito d'altro che della propria bontà la quale può 
splendere per sé sola. Alieno dalle forme vano, il Villari preferi- 
sce non vestire le sue idee al mandarle fuori col belletto ; egli 
sacrifica perciò le grazie al culto del vero, quando teme che il 
soverchio studio della parola possa offuscarlo ud alterarlo. Non 
potendo egli dunque sempre governare la sua eloquenza come è 



— 385 — 
sicuro di poter governare i proprii afletti e pensieri, lascia questi 
e quelli più tosto camminare pedestri in abito succinto e bor- 
ghese, anziché permettere che diano aspetto d'alcuna caricatura. 
Scrivendo i due volumi della Storia del Savonarola, egli fu tut- 
tavia più volte eloquentissimo, poiché avea tanta padronanza dei 
fatti che risguardavano il suo eroe, ch'ei se lo vedeva vivo in- 
nanzi e parlante, e, come se lo vedeva egli stesso, lo rappresen- 
tava altrui. Ora attendiamo, con impazienza, dopo un dodicennio 
dalla comparsa del secondo volume del Villari sopra il Savona- 
rola (1), dallo stesso storico una monografia, degna della sua pri- 
ma, intorno a Niccolò Macchiavelli. Nelle simpatie del Villari pel 
Savonarola, i lettori hanno appreso ad amare col grande frate 
cittadino, lo storico generoso che 'ne raccontava la vita; il libro 
sul Savonarola e' illuminò pure la parte simpatica del carattere 
di Pasquale Villari; che cosa ci dirà a suo tempo l'opera dello 
stesso scrittore sul Machiavelli ? 

Intanto nel primo suo decennio di vita pubblica, il Villari ci ha 
detto quello ch'ei potrebbe e quello ch'ei non dovrebbe riescire, 
piuttosto che quello ch'egli è veramente. Egli non s'è ancora spie- 
gato tutto ; egli vale, senza dubbio, assai più che non siasi palesato ; 
egli s'espose talora a giudizii meno benevoli, per non avere di- 
spiegato tutta la propria energia, per non avere fatta valere tutta 
quella autorità, cosi diilicile ad acquistarsi col solo proprio merito, 
e di cui tuttavia egli meritamente gode. Io considero adunque come 
appena principiata la vita del Villari e m' auguro di vivere tanto 
per poter tornare un giorno a scrivere di lui, attestando eh' egli 
avrà fatto assai più che splendidamente promettere e che, anzi, 
egli avrà mantenuto oltre le promesse ed oltre l'aspettativa. 



(1; 11 primo voi. erasi pubblicato nel 1859, il secondo noi 1861. 



Ricordi oiqiìrakici 



XXVI. 



EMILIO FRULLANI. 



Se la vita pubblica dovesse essere unica norma del valore e del 
carattere di un poeta, nessun poeta forse parrebbe sfuggire più 
alla critica di Emilio Frullani, poiché di nessuno sembrerebbe 
possibile il dir meno che di lui, la sua vita pubblica riducendosi 
a pochi fatti, che non hanno, alla prima veduta, alcun valore sin- 
golare per la biografia di un poeta. Com'egli fosse nato in Fi- 
renze verso il fine del primo decennio di questo secolo da Leo- 
nardo Frullani e Maddalena Ombrosi, che ebbero diciannove figli, 
come studiasse leggi a Pisa, come perdesse nel 1824 il padre Leo- 
nardo, accademico della Crusca, grande ammiratore d'Alfieri, mi- 
nistro delle finanze di Ferdinando III, nel suo tempo per più riguardi 
insigne ; come venisse impiegato neh' Avvocatura Regia , come 
perdesse nel 1834, il fratello Giuliano, matematico di gran merito, 
professore nell'Università di Pisa fin dall'anno suo diciottesimo, 
poi Direttore del Nuovo Ullizio del Catasto, e del Corpo degli in- 
gegneri d'acque e strade, membro della Società dei 40, e cultore 
lodato delle letterarie eleganze; come perdesse, l'un dopo l'altro, 
tutti i suoi fratelli; come egli fosse giovine avvenente, caldo ama- 
tore, e amasse riamato; come perdesse nel 1844 la dolce sposa 
ventenne (marchesa Claudia Bevilacqua) morta sul parto di una 
figlia che fu di poi e resta l'unica consolazione del poeta, ed alla 
quale egli fece per molti anni, nello stesso tempo, da padre e da ma- 



— 387 — 
dre (1); come nel 1819 perdesse la propria madre, per le spoglie 
mortali della quale dovendo ottenere ospitalità nei chiostri di San 
Marco ove già posavano quelle del padre Leonardo, del fratello 
Giuliano, della sposa Claudia, dovea umiliarsi a domandarla al 
generale tedesco Wimpffen, ond'egli allora cantava fremendo : 

E quella mesta sotterranea sede 
Più non ricetta il cittadin che muore; 
Lo stranier lo contende, o se il concede 
La pietra sepolcral costa rossore; 

come infine egli perdesse altri molti cari parenti ed amici, e li 
piangesse con lagrime amare. 

Io potrei ancora aggiungere che il Frullani prese viva parte 
ai due risorgimenti italiani, quelli del 1848 e 1859; ch'egli se- 
dette nel 1859 deputato di Fiesole all'assemblea toscana, e, nello 
stesso anno, fu della Commissione istituita pel riordinamento delle 
Università Toscane, e venne eletto a presiedere la Commissione 
giudicatrice delle opere drammatiche pel premio annuo fondato 
dal governo provvisorio toscano; che nell'agosto del 1860, fu eletto 
deputato al parlamento italiano; che la Città di Firenze lo no- 
minò suo Consigliere, e l'Accademia della Crusca suo membro 
corrispondente. Ma questi modesti onori conseguiti assai tardi da 



(1) Andrea Maffei consolava il Frullani, pochi anni dopo quella sven- 
tura, col bel sonetto che segue: 

Mesto, Emilio, è il tuo verso, e pur non quanto 

Suona afifannoso, e sconsolato il mio. 

Fu lungo, è vero, il tuo vedovo pianto. 

Pure un conforto ti concesse Iddio : 
La fanciulletta che spira al tuo canto 

L'idioma del cor. Fui padre anch'io, 

Ma di un flio vital che piansi infranto 

Quasi all'istante che per ine s'ordìo. 
Ed or ch'io son di pie cure e d'affetto 

Più bisognoso, i tardi anni trascino 

Senza una mano che mi asciughi il ciglio; 
Mentre tu, nell'amor di un angioletto, 

Li rinnovi sereni, e sullo spino 

Dello stesso dolor ti cresce un giglio. 



— 388 — 
Emilio Frullarli possono provare soltanto il grado di credito che 
egli, per la fama delle lettere e per la sua civile condotta, ha ot- 
tenuto fra i suoi concittadini, ed, al piìi, dimostrarci ancora che 
quelle dimostrazioni le quali egli non aveva ambite sotto il go- 
verno dei Lorenesi, non gli spiacque accettare, senza averle sol- 
lecitate, dal governo nazionale italiano. La modesta apparenza 
della vita del Frullani potrebbe quindi disperare un biografo; e 
per me che tento qui, sovra tutto, di considerare le opere degli 
scrittori in relazione colla loro vita e col loro carattere, per tra- 
mandare, se si può, alla generazione che sorge, alcuna memoria 
viva del mondo letterario in cui mi volgo, dovrebbe sembrare, 
per questa volta, fallita la prova, se, per mia fortuna, le stesse 
poesie del Frullani raccolte in un volume e pubblicate nell'anno 
1863 in Firenze dal Le Mounier non mi permettessero di sor- 
prendere la nota caratteristica che fece di lui il primo fra i poeti 
viventi della Toscana. Che son questi versi per fa massima parte? 
che cosa dicono? Io non vi trovai quasi altro che elegie ed epi- 
talamio Ebbene essi rispondono intieramente alla vita del nostro 
poeta. Dotato di animo affettuoso, amò; l'amore fu presto deso- 
lato dalla morte ; amò il padre, amò i fratelli, amò la sposa, amò 
la madre e quando tante care persone gli furono rapite per sem- 
pre, pianse e scrisse piangendo. Nato come ogni toscano al facile 
riso e alla vita gaia, l'uno e l'altra presto il dolore in lui con- 
tenne. Così ancora, se gli parli, troverai che la facezia del Frul- 
lani si smorza facilmente in un sorriso pieno di malinconia. Era 
nato ancor esso per ridere alla vita gioconda. Questa gli si velò 
invece di un mantello funebre. Egli ha sempre innanzi agli occhi 
quel velo. Egli sente tuttora nel cuore il gemito delle madri or- 
bate di figli, dei figli orfani, degli sposi derelitti; e i suoi versi 
più eloquenti son quelli appunto che ci rappresentano le scene 
dolorose delle famiglie, nelle quali entrò la morte, a rompere il sa- 
cro legame degli affetti. Se Emilio Frullani non avesse veramente 
sofferto tanto, né il dolore gli avesse insegnato a dir cose sublimi 
per semplice verità, egli resterebbe sempre un poeta elegante, ma 
il verso di lui non avrebbe quella virtù di commuovere, che ora 
invece lo distingue particolarmente. Chi ha letto la canzone del 
Frullani, intitolata Le tre anime, scritta per la morte di tre donne> 
e che, al mio debole parere, è la più perfetta e commuovente ele- 
gia che sia stata scritta, nel secolo nostro, in Italia, e ch'io ri- 
produrrei qui tutta, se non sapessi come il Frullani s'accinge a 
pubblicare presso il Le Monnier un altro volume di versi da lui 



— 389 — 
scritti dopo l'anno 18G3 (tra i quali sarà pure una novella in ot- 
tava rima, di soggetto amoroso ed elegiaco ad un tempo, e di 
stile popolare che sente la cara ingenua semplicità fatta più ele- 
gante della leggenda popolare italiana del quattrocento) : chi ha 
letto, ripeto, il canto delle Tre anime potè trovar condensata 
in un solo componimento tutta la mirabile virtù poetica del Frul- 
lani nel sentire in sé, nel comprendere in altrui, e nell'esprimere 
sentito compreso il dolore ; poiché bisogna esser poeta per sen- 
tire il dolore diversamente dal volgo, che raramente ne penetra 
i segreti; dico volgo e non già popolo ; che il popolo anch' esso 
ha 1 suoi grandi poeti, i quali non mettono in rima le loro alle- 
grezze e le loro pene, ma le rappresentano con una potente e 
immaginosa varietà di linguaggio. Ora pare a me appunto che il 
Frullani esprima il verso del dolore con quella verità di rappre- 
sentazione che ritroviamo nel linguaggio popolare quando il po- 
polo ha cuore. Il Frullani avea scritto e, credo, pubblicati versi, 
quasi ventenne; e molti ne deve avere scritti, senza dubbio, innanzi 
all'anno 1844; (1) la sua musa è facile, e lo deve avere secon- 
dato più volte in mezzo al tripudio di una vita gaia e spensie- 
rata; ma egli incominciò soltanto negli anni maturi: a sentirsi 
veramente poeta, e, quando un grande dolore lo toccò più forte- 
mente di quelli che 1' avevano prima visitato, egli fece gemere 
anzi che cantare il verso. Il primo componimento che apre il vo- 
lume delle Poesie di Emilio Frullani incomincia così: 

Quand'io nell'ore che il dolor misura, 
Al dubbio passo della morte anelo, 
A me scende una bella creatura 
Coronata di luce in bianco velo, 
E ragionando della mia sventura 
Con quel linguaggio che si parla in cielo. 
Mi dice con pietà: « Del tuo dolore 
Canta l'istoria come detta il core ». 



(1) Ne'Ricordi che il Vannucci scrisse del Niccolini leggo ancora come 
nel febbraio del 1827, VAntonio Foscarini rappresentavasi in Firenze 
per la seconda volta; gli amici del poeta, fratelli Giuliano ed Emilio 
Frullani, Cosimo Ridollì, Ferdinando Tartini, Camillo Lapi, Piero Guic- 
ciardini, ch'erano in teatro, raccolsero dalla voce dngli attori tutta la 
tragedia e la stamparono. Il Niccolini rispondeva tosto al Frullani rin- 
graziando. 



— sgo- 
li dolore evoca ad un tempo e lima il genio; secondo la leggenda 
indiana, la prima strofa fa insegnata agli uomini a cantare dal 
disperato lamento di un hoMla, a cui un cacciatore aveva ucciso 
la dolce compagna. Anche il Frullaui^ perduta la sposa, trovò un 
tono insolito a' suoi versi e, meglio che rimatore felice, meglio 
che facile e colto verseggiatore, si senti al fianco una musa severa 
e gentile inspiratrice di carmi che sentono talora l'afflato divino. 
Le ottave intitolate Un Anima, scritte dal Frullani nel 1844, spi- 
rano una gentilezza dolorosa, e una mesta melodia che sa di cielo 
0, per lo meno, di quella beatitudine di cui l'ideale nostro ci fa 
supporre che il cielo sappia. Quanta soavità, per esempio, in que- 
st'ultima ottava che ci descrive la dipartita della cara donna, ap- 
parsa in immagine al vedovo poeta, squallida, in bianca veste, col 
Crocifisso sovra il seno; dopo avergli lungamente parlato per 
consolarlo, essa rivola alla sua sede immortale : 

Qui tace; e mentre il varco alla parola 
Mi niega il pianto e 1' alta meraviglia. 
Dal mio tremulo braccio ella s' invola, 
' E, lontanando, nuovo abito piglia; 

Già r incarnato appar della viola. 
Sul labro il riso, il riso in sulle ciglia ; 
^ Rinnovellata delle forme care 

Sovra le penne d' angelo dispare. 

Questa poesia potrà forse apparire convenzionale ad un lettore 
scettico. Ma ogni poeta vuol essere giudicato secondo quello 
eh' egli stesso crede e sente, e non già secondo le opinioni re- 
ligiose politiche che il lettore possa professare. Quanto dob- 
biamo chiedere al poeta è eh' egli ci rappresenti in modo vivo 
la sua fede, s' egli ne ha una; e tanto ha fatto il Frullani, nelle 
poesie di lui che abbiamo a stampa, ove domina sempre lo stesso 
sentimento religioso. Non è del resto in queste immagini tolte 
alle credenze religiose che consiste la forza vera del nostro poeta, 
si bene in quella sua potenza singolare nel porci sotto gli occhi 
le scene dolorose della vita domestica. Nella rappresentazione di 
queste scene io non gli conosco emuli fra i moderni poeti d' Ita- 
lia. Vediamo, per esempio, con che affetto, morta la sposa, egli 
si strugge di dolore sopra la figlia orfanella : 

Allor che al seno, o pargoletta mia, 
Ti stringo, e m'apri l'infantil sorriso^ 



— 391 -^ 

Ed io per trista rimembranza e pia. 
Ti vo bagnando di lagrime il viso; 
Quasi presaga d'un dolor tu sia. 
Intento il guardo mi rivolgi e fiso, 
E par che cerchi, se d' intorno il giri. 
La profonda cagion de'miei sospiri. 
Poi se in pianto ti sciogli, ahi f con quel pianto 
Dir sembri: « Io son di mia sciagura accorta, 
Io non ho madre che mi vegli accanto; 
La madre mia, nel darmi vita,... è mortai » 

I primi dolori furono i proprii; egli fece quindi anco suoi quelli 
degli altri che somigliavano ai proprii e li rappresentò con pari effi- 
cacia in ottave così spontanee che si direbbero improvvisate dal po- 
polo, se non fossero classicamente perfette per giacitura e nobiltà di 
verso. Finge, per esempio, il poeta, che il defunto conte Giulio 
Dainelli, venga in forma d' angelo a posarsi lieve al fianco della 
vedova sua donna, a raccomandarle i figli ed a confortarla ; la 
donna gli risponde che egli sarà sempre con lei, sempre nel suo 
pensiero, poiché il dolore ch'Ella proverà manterrà presente 
l'immagine di lui come s'egli ancora vivesse; e in questo dire 
la vedova donna si rasserena alquanto: 

E poi che al volto ella men triste apparve 
L'ombra sorrise innamorata e sparve. 

Sono ombre, intendo, ma quando la poesia sa animarle di tanto 
affetto, esse ci appaiono come persone vive, e si possono ancora 
far parlare e meritano ancora di venire ascoltate. 

Muore Ada Costantini, nata Benini; il poeta ci descrive con 
verità quella scena dolorosa : 

La moribonda dal funereo letto 
Leva a fatica i lumi attorno, e vede 
La dolce suora, il suo padre diletto, 
In disperato duol gemerle al piede. 
Desio di vita le rinasce in petto 
Innanzi a lor, che amò con tanta fede; 
E, al tumulto dell' anima, sul santo 
Viso, lenta venia stilla di pianto. 

Poi raccomanda in suon languido al pio 
Levita, che le sta vigile allato 



— 392 — 
Onde nell' ora del tremendo addio 
Il cor le regg'a in sì misero stato ; 
E faccia forza alla bontà di Dio 
Che le accordi il perdon d'ogni peccato. 
Sì che l'anima mova al suo Signore 
Suir ali della fede e dell' amore. . 
E fatta delle man pietosamente 

Croce sul petto^ che viepiù si grava 
In tronchi accenti, con pupille spente 
Sola con 1' uom di Dio si confessava. . . 

Muore di parto nel 1858 Ottavia Mannelli, e il poeta raccoglie 
ancora una volta le sue forze per descrivere le gioie della madre 
che vede la propria creatura e la desolazione della morte im- 
provvisa che tien dietro a quella prima allegrezza. Il Frullani 
fa vibrare qui le corde più potenti della sua lira. La giovine 
madre bacia la sua creatura, i parenti, lo sposo; quindi s'asso- 
pisce, vegliata dalla madre; si sveglia indi a poco, e non è più 
quella; 

Di subito terror gli animi assale 
La miseranda vista e paurosa; 
Corronle appresso i suoi; s'ode un ferale 
Iterar di lamenti « Oh figlia, oh sposa! » 
Tutto è scompiglio attorno al nuziale 
Talamo per la misera affannosa; 
La medie' arte d' ogni aita è spoglia, 
Speranza in fuga, e morte in sulla soglia; 

Ma quell'Anima intanto Iddio prepara 
Al dubbio passo dell' ora tremenda ; 
E perchè, fatta dal patir più cara. 
All' amplesso di Lui più presto ascenda, 
È suo voler che dell' addio 1' amara 
Scena tutta Ella veggia ed oda e intenda; 
Ed attonito e muto a quel dolore 
Resti il guardo ed il labbro, e pianga il core. 

Squallida ai piedi del funereo letto 
Sta la misera madre inginocchiata. 
La madre sua che amò con tanto affetto, 
E teme aver non abbastanza amata; 
Sta genuflesso il genitor diletto 
Che, istupidito dal dolor, la guata; 



— 393 — 

E del braccio il suo fido le circonda 
Prono su Lei, la testa moribonda. 

E or dell' uno, or dell' altro al freddo volto, 
Sulla convulsa man, sul seno affranto, 
Sovra il crine per gli omeri disciolto. 
Sente Ella i baci sconsolati e il pianto ; 
Ode i singulti di chi al ciel rivolto 
Salvarla implora, oppur morirle accanto, 
E di chi prega almen forza d' offrire 
In tremendo ol<)causto il suo martire. 

Ed ecco, ahimè I rapidamente giunge 
Il sacerdote, e dei solenni accenti 
Tra il mesto suon la benedice, ed unge 
Del sant' olio i pie freddi e i labbri spenti, 
E mentre Ella più ognor si ricongiunge 
A Dio con la preghiera dei morenti, 
Ascolta la sua nata, che nei grami 
Vagiti par la veggia e a sé la chiami. 

Al rimembrar la figlia, all' amarezza 
Dell' abbandono, gittò un grido, come 
Guizzo di corda tesa che si spezza, 
E ratta con le man corse alle chiome. 
Indi più volte con materna ebbrezza 
Articolar tentava il caro nome ; 
Ma quel dal labbro, che lento s'apria. 
In un sospir con l' anima fuggia. 

Il vagito della neonata era un grido di morte ; la figlia segue 
la madre al cielo : 

Ma già di cielo in ciel, di stella in stella. 
Velocissima l'anima saliva. 
Quando d' appresso un'Angioletta bella 
Trovossi, che amorosa la seguiva. 
La sospirata sua figlia era quella. 
Cui vuol pietà di Dio, che seco viva. 
Baciolla ancor ; dell' ali la coverse 
E neir eterno sol con lei s' immerse. 

Chi ha negato alla nostra poesia la virtù di esprimere il dolore 
non ha che a leggere le ottave di Tommaso Grossi e queste di 



— 394 — 

Emilio Frullarli, per convincersi del contrario. La lingua nostra 
e tanto piìi la nostra poesia che ha il vantaggio d' aggiungere, 
nel ritmo melodico, il fascino della musica alle altre sue naturali 
attrattive, quando le si faccia dire tutto quello eh' essa può, non 
teme confronto alcuno. Ma, per dire, bisogna prima sentire. Ed 
è il sentimento che, pur troppa, si spiega di rado dai nostri poeti, 
più vaghi di sorprendere con versi reboanti o da organetto, con 
liori rettorici o fantasticherie da malati, che di colorire le poe- 
tiche realtà della vita. Poco osserviamo, poco amiamo la natura, 
e però rappresentiamo altrui una natura fittizia, di convenzione, 
accademica o teatrale che non è punto quella che si anima in- 
torno a noi ; pochi affetti educhiamo in noi stessi, impazienti di 
parere subito gente di spirito e uomini serii, e però non ne 
comprendiamo piìi alcuno. Il Frullani è tra i pochi toscani che 
non abbiano arrossito di farsi scorgere a piangere ; perciò egli 
è pure de' pochissimi poeti toscani che abbiano la virtù di inte- 
nerirci. Egli ha secondato anzi tutto il suo naturale istinto af- 
fettuoso ; ma conviene aggiungere, eh' ei non sarebbe riuscito a 
tanta efficacia, ove, per una diligente educazione letteraria, non 
avesse appreso a rendere tersa, limpida ed elegante la sua frase 
poetica, esercitato al bello stile da quel Luigi Borrini accademico 
della Crusca, di cui la vecchia Antologia fiorentina recava, nel 1821, 
parecchi saggi poetici. Il Borrini non aveva al certo dimenticata 
l'Arcadia e i Frugoniani; ma era scrittore castigato, studioso di 
melodia e di eleganza, e il proprio gusto comunicava al giovine 
suo amico e discepolo Emilio Frullani, il quale rifece poi un nuovo 
stile a sé da' vari i moderni poeti d'Italia, e dalla poesia popolare 
cogliendo, come 1' ape da fiori diversi, il miele più eletto. Cosi 
egli potè ammirare ed amare d'amicizia Andrea MafFei e Giulio 
Carcano presso Giovanni Prati; accostarsi con ammirazione alle 
magnificenze della poesia straniera e pure serbar fede e riverenza 
speciale al nome di Dante, in onore del quale primo il Frullani, 
neir anno 1863, nel Consiglio comunale di Firenze, proponeva pure 
che fosse solennemente celebrato quel Centenario al quale l'Italia 
tutta concorse nel 1865 come ad una festa nazionale. Nella stessa 
occasione del centenario dantesco, il Frullani, in società con Gar- 
gano Gargani, dopo avere fatto ricerche diligenti e raccolti gii 
opportuni documenti, pubblicava una relazione sulla casa di Dante 
in Firenze, la quale conchiudevasi con la proposta del seguente 
schema di deliberazione : « Considerando esser provato, che la 
casa nel popolo di San Martino, in faccia alla Torre della Ca- 



■ ^ 395 — 
stagna, ed alla via in antico de' Sacchetti, ora de' Magazzini, casa 
di proprietà del nobile signor Luigi Mannelli Galilei, fu 1' abita- 
zione di Dante Alighieri; considerando che tutto quanto risguarda 
il divino poeta e filosofo deve esser sacro agli Italiani ed a Fi- 
renze specialmente; il Municipio decreta: Sarà acquistata in pro- 
prietà del Municipio di Firenze la casa già abitata da Dante Ali- 
ghieri, per restituirla possibilmente nel suo pristino stato, offrendo 
al nobile signor Luigi Mannelli Galilei una conveniente indennità. 
Ed avuto riguardo che la Torre della Castagna, situata in faccia 
a detta casa, è monumento singolarissimo della storia patria, per 
esservi stata all' epoca di Dante la prima sede del governo libero 
della città di Firenze, sarà pure procurato che detta Torre venga 
conservata nella sua integrità e riparata con opportuni ristauri. » 
Avendo il 17 marzo 1866 la Giunta Municipale di Firenze isti- 
tuita una commissione speciale pel compimento delle ricerche sto- 
riche sulla casa di Dante, il presidente di questa commissione 
Emilio Frullani leggeva al Consiglio comunale, nella riunione del 
10 marzo 1868, il Rapporto della commissione, che confermava gli 
studii precedenti, e, di più, dimostrava che la casa detta di Dante 
si estendeva al tempo del divino poeta fino alla via di Santa Mar- 
gherita, onde proponevasi al Municipio fiorentino l' acquisto delle 
due case, perchè vengano possibilmente restaurate nel loro carat- 
tere primitivo. 

La figlia, i pochi amici, i libri, dei quali come di rari autografi 
egli s'è fatta, nel suo proprio palazzo, una bella e copiosa raccolta, 
sono i soli conforti che restino agli anni cadenti del gentile poeta, 
il quale se avesse avuto maggiori ambizioni avrebbe potuto far 
parlare molto di sé; ma egli amò invece la vita raccolta come la 
poesia intima. La sua fu quasi sempre poesia d'occasione; male 
occasioni solenni egli lasciò volentieri passare ; e le modeste in- 
vece raccolse per vestirle di colori poetici; egli non accettò oc- 
casioni comandate, come non ne cercò alcuna; cantò invece quelle 
ch'egli sentì. L'epica tromba non era da lui né l'inno bacchico; 
gli piacque invece il giocondo sorriso d'Anacreonte ed il pianto 
soave di Tibullo. Ora egli aperse pertanto il libro degli Amori, 
ora quello de' Tristi, secondo cheli tempo volgeva; non precorse 
il futuro, non si accasciò e intorpidì sul passato; disse invece a sé 
stesso come l'uscignolo del bosco, e gli altri l'intesero, la pena 
r allegrezza de' singoli giorni e de' singoli minuti. 



XXVII. 



ALEARDO ALEARDI. 



10 non so a quale poeta non abbiano accostato l'Aleardi; da 
Virgilio, a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al Marini, al Foscolo, 
al Pindemonte, al Leopardi, al Niccolini, al Giusti, al Prati, al 
Mamiani, al Marchetti quasi tutti i nostri poeti, dall'uno o dal- 
l'altro de' critici che scrissero dell'Aleardi, furono nominati, per 
poterci dire che poeta sia egli stesso, e conchiudere poi strana- 
mente con la solita sentenza ch'egli è poeta unico nella sua ma- 
niera, e che nessuno gli somiglia, sebbene egli somigli a tanti. 
Per non far sorridere alla mia volta l'Aleardi con qualche nuovo 
raffronto, richiamando in memoria qualche altro poeta pittore di- 
menticato, come, per esempio, Claudiano fra i latini, Poliziano 
fra gli italiani, che potrebbero forse ancora essere compresi nella 
serie, io non lo avvicinerò ad alcun altro che a sé stesso, per 
quanto io ho saputo leggere i suoi versi, e per quel poco che mi 
sembra di sapere di lui e della sua vita. 

11 più, del resto, e il meglio, ce lo ha già detto egli stesso nelle 
Due pagine autobiografiche premesse alla raccolta de' suoi Canti, 
edita nel 1861, presso il Barbèra. Egli avea diciott'anni , quando 
il conte Giorgio suo padre, sorpresolo in flagrante delitto di poe- 
sia, lo trasse un giorno seco all'aperto per dirgli che egli s' era 
messo sopra una mala via; il figlio obbediente fu pronto a rispon- 
dere : « Farò come ti piace > ma non rattenne un sospiro. Frat' 
tanto, ricorda il poeta, « un capraio che scendea per un sentiero 
in mezzo al prato declive; alcune capre che venute in faccia a noi 
si fermavano a guardarci con occhio fisso; quella barchetta che 



— 397 — 
passava sul lago come un moscerino con l'ali tese sopra un cri- 
stallo; quel profumo di Salvator Rosa che usciva da certi roveri 
vecchi ; quell'aria di idillio virgiliano che saliva dai campi, mi 
rapivano l'anima, mio malgrado, nelle regioni della poesia. Una 
vocina di non vista persona, che avea del flauto, si prossiraava 
cantando non so che versi paesani, finché uscì dalla svolta del 
torrentello una fanciulla di sedici anni, di que' bei sangui là, con 
al braccio il paniere, onde avea forse recato da mangiare a suo 
padre nelle vicine cave di Tagliapietra. Era messa come una figu- 
rina del Zuccacelii ; era gentilina e languida come una vergine 
del Guido. Nel passare mi volse il suo occhio ceruleo dicendo con 
disinvolta modestia: « Siorìa ; » e non ci volle altro. La mia fan- 
tasia correva le quattro plaghe dei venti, e immemore della pro- 
messa data pocanzi, vestiva, a suo modo, di canto involontario e 
segreto tutta quella bellezza animata e inanimata della eterna na- 
tura. » Ecco in qual modo il quadro divenne nella mente del- 
l'Aleardi un poema, il pittore divenne un poeta, ed il poeta si fece 
specialmente ammirare nelle descrizioni. Poche parti d'Italia sono 
più pittoresche delle valli trentine ; e dai piedi di quelle valli , mi- 
rando r Italia, cantarono Ipolito Pindemonte e Cesare Betteloni, 
Andrea Maff'ei e Antonio Gazzoletti, Giovanni Prati ed Aleardo 
Aleardi, tutti poeti coloritori. L'Aleardi ce ne assicura per sé egli 
stesso con quest'altro ricordo: « Se io per avventura era nato a 
qualche cosa, ero nato al pittore ; e per questo se qualche cosa ci 
è di non cattivissimo nella roba mia, è tutto pittura; e per que- 
sto co' pittori me la intendo, e mi vogliono bene. Il mio vecchio 
maestro di disegno che avevo a sett'anni, l'ultimo, credo, dei ni- 
poti di Giambettino Cignaroli, voleva a ogni costo persuadere mio 
padre ad avviarmi a quest'arte. Mi tremola ancora in mente la 
ricordanza di un giorno, che tra lo scherzoso e il serio, il bra- 
v' uomo gli si pose in ginocchio a pregarlo di questo ; parmi di 
veder ancora i suoi pochi capelli d'argento che in queir istante 
gli svolazzavano. Probabilmente non sarei riuscito a nulla; ma 
sarei stato di certo più contento ; avrei avuto fra mano un' arte 
cara, che occupa molte ore anche materialrtiente; avrei menato 
vita casalinga, raccolta; non sarei ito girovagando, e col pretesto 
di cercar poesia non avrei trovato tante altre cose che m' hanno 
costato poi tanta amarezza. Non avendo dunque potuto adoperare 
il pennello, ho adoperato la penna. E appunto perciò sono sovente 
troppo naturalista, e amo troppo perdermi nei particolari. Sono 
come uno che camminando proceda a beli' agio, e si ferrài ogni 



— 398 — 

tratto a considerare lo sprazzo di luce che penetra tra gli alberi 
del bosco, 1' insetto che gli si posa sulla mano, la foglia che gli 
cade sulla testa, una nebbia, un' onda, una striscia di fumo, i 
mille accidenti in somma pei quali è co?i ricco, vario, poetico il 
creato, e dietro i quali s' intravvede sempre quel gran che ar- 
cano, eterno, immenso, benigno, non fiero mai, né crudele, come 
altri ce lo vorrebbero far credere, che si nomina Dio. » 

Da questa pagina ogni lettore può rendersi accorto che 1' Ale- 
ardi sa meglio di noi tutti quello eh' egli è, e quanto potremmo 
dirgli per avvertire certe singolarità, anco certi difetti della sua 
maniera poetica, egli se lo disse già in segreto e non 1' ha nep- 
pure voluto dissimulare al pubblico. Egli passa facilmente dal 
determinato all' indeterminato, dall' atomo all' universo, dal reale 
appena percettibile all'infinito ideale; egli leva dal mare le perle 
ad una ad una; egli coglie ad una ad una le margheritine dei 
prati; egli novera ad una ad una le stelle del cielo; egli ascolta 
ad una ad una le voci del creato; poi sente la monotonia e la 
stanchezza di quelle distinzioni e occupazioni minute e si lascia 
andare alle confuse reminiscenze di tutto il passato, alla divina- 
zione incerta di tutto l' avvenire, alla contemplazione vaga di 
tutto il presente. Egli non é stretto vigorosamente ad un solo 
suo oggetto, eh' ei domini; e le cose minutissime, come la sua 
libellula danzaìiie, egli sfiora tutte, sovra nessuna insistendo; 
ei non può quindi come artista significare né i profondi amo- 
ri, né i profondi dolori, sebbene come uomo egli abbia cono- 
sciuto inliis et in cute gli uni e gli altri. Nella sua poesia 
vi sono accenti d' amore, di dolore, di sdegno, ma non vi è 
tutto l'amore, non vi è tutto il dolore, non vi è tutto lo sdegno, 
di cui egli è forse capace; egli legge nel molteplice libro della 
natura una pagina al giorno, e poi chiude il volume e lo con- 
templa tutto insieme, prima d' averlo percorso e penetrato da 
capo a fondo. Egli dà quindi molte note vere ; ma, non concer- 
tandole in una sola potente elìxace armonia, non potè suscitare 
queir entusiasmo che altri poeti i quali hanno osservato meno 
bene di lui la natura e che sentono pure meno virilmente di lui. 

Nacque Aleardo (1) Aleardi in Verona l'anno 1814 di padre patri- 
zio e (li madre plebea; dal padre conte Giorgio, uomo di carattere 



(1) Gaetano fu il nome con cui egli venne battezzato; ei lo depose 
lìn dalla sua gioventù per chiamarsi Aleardo. 



— 399 — 
antico, apprese quella nobiltà di costume che penetra in tutto il 
suo dire e in tutto il suo fare e che lascia distinguere facilmente 
il gentiluomo in mezzo a mille che non sian tali; dalla madre 
Maria, donna di cuore delicato e di alto ingegno, il disprezzo alle 
false nobiltà, alle caricature ridicole, e l'amore del popolo. 

Nelle prime classi del ginnasio di S. Anastasia egli parve in- 
gegno tardo ed indolente, tinche non potè rompere il velo che gli 
ricopriva le veneri de* classici; appena gli riusci di gustare le 
bellezze di Virgilio, fu vinto agli studii, e vi colse anco nelle 
scuole invidiati allori. Le gioie della vita campestre operarono il 
resto. Studiò fisica e filosofia con lo Zamboni; quindi, per conten- 
tare il padre che lo voleva avvocato, Aleardo recossi a Padova 
per dare opera alla giurisprudenza. Ma come il Prati, il Somma, 
il Gazzoletti, il Guerrieri-Gonzaga, il Fusinato, che in quel giro di 
tempo poco dopo, studiavano ancor essi la legge a Padova, l'Alear- 
di, nell'Ateneo padovano, diede soltanto ragione alla burlesca defini- 
zione dello studente resa popolare dal Fusinato. Gli amori, i carmi, 
i piccoli dispetti alla polizia austriaca erano la gran cura di quegli 
anni; tuttavia pervenne anco l' Aleardi ad addottorarsi in ambe leggi. 
Tornato però alla sua città natale, e fatta la pratica dell'avvocatura 
presso il Grassotti glie ne fu di poi conteso l' esercizio. Egli aveva, 
intanto, già perduto il padre, e se non era di sua sorella Beatrice, 
Caterina del medico Luigi Carli, il quale gli fu come secondo padre, 
della Bon Brenzoni alla quale egli insegnò l'arte de' versi, e da 
cui tolse egli stesso argomento e coraggio alla poesia, e di alcuni 
amici del cuore (fra i quali quel Cesare Betteloni, che morendo 
per suicidio lasciava 1' Aleardi erede di una sua villetta e tutore 
del figlio Vittorio, a vantaggio del quale, con raro esempio, l'A- 
leardi rinunciava al legato dell'amico, quando gli fu noto che pesa- 
vano sugli averi del proprio pupillo alcuni debiti), certo la vita in 
quelle condizioni, in quel tempo, con promesse cosi scarse per l'av- 
venire, gli sarebbe parsa amara ed insopportabile. Ma la Musa 
venne spesso a dargli conforto, a sorridergli, e a fargli balenare 
la speranza di anni migliori per la patria; ed in quella speranza di 
risurrezione furono scritti parecchi de' suoi carmi innanzi il 18i8. 
La maggior parte di essi andò dispersa o perduta; si recitavano 
ne'crocchi d'amici o di vaghe donnine a Verona, a Padova, a Vene- 
zia; (1) alcuni erano pure mandati a memoria; ma ad assai pochi 



(I) In quel tempo, l'Aleardi, aveva pure già fatto la sua corsa in To- 
scana, ove fm dal 1810 Giambattista Niccoliui, come nove anni dopo 



— 400 — 
concesse l' Aleardi la sua licenza per la stampa. La gloria non 
credo gli spiaccia punto, quando pigli la forma di una vivace e 
leggiadra fanciulla o di una superba e gentile matrona che venga 
con le sue dita trasparenti a coronargli il fronte d'alloro; ma se 
egli dovesse, come un mimo, andarla a mendicare presso il gran 
pubblico, io credo ancora che più tosto che acconsentire a quella 
vana mostra di sé, egli darebbe volentieri alle fiamme tutti i suoi 
versi. E molti o ne arse egli stesso o dalla propria sorella, temente 
delle persecuzioni poliziesche dell' Austria, ne lasciò ardere. Tra 
questi era un poema drammatico in cinque canti, tratto dalla sto- 
ria veneta e intitolato Bragadino. Cosi per una sua novella sopra 
Andrea del Castagno, pubblicata in una strenna, che parve cosa ere- 
tica ad alcuni intriganti piissimi, la strenna accusata al vescovo 
fu messa all'indice e l'autore venne perseguitato. Tuttavia si salva- 
rono di quel tempo i seguenti componimenti : Il Matrimonio, sciolti 
per le nozze della Nina Sarego-Alighieri che nel 1841 andava sposa 
al Gozzadini, ove il poeta descrittivo rivela già con verso melo- 
dicamente robusto, gran parte della sua potenza, e palesa già quel- 
l'arditezza lussureggiante di epiteti e d'immagini, della quale sem- 
bra a taluno ch'egli abbia abusato come ne abusarono, senza alcun 
dubbio, i suoi numerosi e pedestri imitatori; così di una carovana 
vi si canta che s' avventura sulle perfide sabbie, come solco di 
vivi entro il deserto; il mare prima della navigazione degli uomini 
è chiamato vergine di remo; cosi, alfine, con similitudine mal ri- 
spondente alla tremenda solennità del caso vaticinato, la terra che 
precipiterà un giorno decomposta nell'abisso, immemore dei balli 
intorno al sole, è paragonata, ad alcione, 

che mentre passa al volo, 
Sia fulminato da infallibil arco; 
E cada con la infranta ala battendo 
Sul bruno fiutto d'un ignoto mare. 

2.0 VArnalda di Roca poemetto storico, tolto dalla Storia Veneta 
del secolo decimosesto, pieno di bei versi e di stupenda poesia di 
affiato bironiano, ma non abbastanza vivace e concentrata al mas- 



Giuseppe Giusti, gli avea posto affetto. Nel settembre del 1840, il Nic- 
colini Scriveva all'Aleardi^ promettendogli di mandargli il ritratto di 
Dante del Bargello dipinto da Giotto. 



— iOl — 
Simo effetto drammatico perchè abbia potuto lasciare, nel tempo, 
quella viva impressione che ha fatto invece la fortuna di un altro 
poemetto contemporaneo, di tenore egualmente bironiano, VEdme- 
negarda del Prati; 2.° il Monte Circello dell'anno 1844; 5." Le 
prime storie del 1846; 5." Le lettere a Maria del i847. Questi sciolti 
dell' Aleardi sono ora ben noti a tutta l'Italia che ha appreso a salu- 
tare, in essi, il suo più gentile poeta. Ma quando apparvero, ebbero 
eco nel solo Veneto. Il Prati nelle sue Passeggiale solitarie ci 
presentava già l'emulo suo nella difficile arte di pulire il verso; ma 
s'ignorava dai non veneti il vero valore del poeta; fu appena 
nell'anno 1857 che apparvero a Torino gli sciolti di lui: Un'ora 
della mia giovinezza, le Prime storie, le Lettere a Maria. Il Mondo 
Letterario diretto dal veneto Guglielmo Stefani ne parlò ne' ter- 
mini più onorevoli; altri giornali posero tosto attenzione ai canti 
dell' Aleardi; la gioventù d'allora se li divorò e mandoUi a me- 
moria. In breve il nome dell' Aleardi suonò su tutte le bocche, e 
quando s' intese che il geniale poeta, a motivo de'suoi sentimenti 
verso l'Austria, tanta parte de' quali aveva manifestato già ne'suoi 
versi, era stato arrestato e tradotto nelle prigioni boeme di 
Josephstadt, fu un dolore vivo e sincero in tutta la gioventù 
studiosa, come fu poi una grande allegrezza quando giunse, dopo 
Villafranca, la novella che l' Aleardi era libero. Io ricordo non 
aver contenuto la mia parte di gioia; ero in una villa presso il 
campo di battaglia di Montebello; scrissi e stampai nello stesso giorno 
in Voghera e mandai tosto all' Aleardi in Brescia un inno fe- 
stoso, ch'egli non ha mai ricevuto. Io tuttavia ho creduto di 
rammentare questo fatterello per me cosi insignificante, volendo 
esprimere di che natura fosse la simpatia che sentiva in que- 
gli anni la gioventù piemontese pel gentile poeta che avea con 
tanta nobiltà cantato i dolori e le speranze della patria, in un 
luogo ed in un tempo in cui 1' oppressore poteva facilmente 
arrivarlo e fare aspra vendetta di quel generoso ardimento. Jose- 
phstadt fu l'ultima stazione della ma crucis politica dell'Aleardi; 
tra i compagni dell'ultima sua prigionia egli ebbe il disgusto di 
trovarsi vicino nel proprio carcere, insieme col suo caro amico 
il conte Agostino Guerrieri, un traditore, un'antica spia dell'Au- 
stria, un certo Cesconi, per la cui delazione e di un altro misera- 
bile, egli avea nel 1852 provato le dure e fetide prigioni di Mantova, 
dalle quali sarebbe uscito per andare, come già altri compromessi, al 
patibolo, se, protraendosi lungamente il suo processo, non giun- 
geva da Vienna l' amnistia a liberare i prigionieri superstiti. Il 

Ricordi Biografici 26 



— 402 — 
Cesconi soffriva doppiamente, e per la libertà perduta e per 
l'umiliazione di aver presso di sé l'uomo ch'egli avea voluto 
perdere. Il Cesconi era povero, e dovea contentarsi del gramo 
cibo del prigioniero; la tavola dell' Aleardi, quantunque parca, era 
tuttavia conforme a' suoi mezzi ed alla sua condizione; l'unica 
vendetta che l' Aleardi, come l'occasione gli si presentò, prese 
del suo nemico, fu invitarlo a dividere il suo pranzo e la sui 
cena. Il compianto Gaetani Tamburini che ci ha fatto conoscere 
questo commuovente episodio (1), lo conchiudeva con hi se- 
guenti parole: « Quell'uomo duro e superbo, egoista, siliceo, che 
non sapeva cosa fosse una lagrima, il giorno che liberati si 
separarono, tocco da qualche cosa d'insolito, pianse come una 
fonte. » 

L'Aleardi avea sfuggito per miracolo il carcere nel 1848; poi- 
ché, arrestati il Manin e il Tommaseo, tra le carte de' quali 
s'eran dovute trovare parecchie lettere compromettenti dell' Aleardi, 
r arresto del poeta veronese ne sarebbe venuto in conseguenza. 
Egli riparò dalla tempesta che minacciava, a Roma, allora feb- 
brilmente agitata dalle prime liberali riforme di Pio Nono. Scop- 
piata la rivoluzione a Milano e a Venezia, l'Aleardi ripatriò, per 
far parte della Consulta di Stato, nella quale, con altri due mem- 
bri, egli ebbe a preparare la legge elettorale. Fu mandato quindi 
a Parigi con Tommaso Gar, ambasciatore della giovine repub- 
blica francese. Ma l'Aleardi e il Gar cercavano invano ne' capi 
del governo francese dei repubblicani ; i loro dispacci da Parigi, 
che l'Odorici ha pubblicato nel recente suo libro sopra la vita e 
gli scritti del Cibrario, toglievano alla Repubblica delle Lagune 
quasi ogni speranza di un intervento amichevole della Francia. 
I due inviati vedendo disperata 1' opera loro si ritrassero, e ce- 
dettero il campo al Tommaseo che non ebbe di certo miglior 
fortuna, L'Aleardi fa un motto della sua missione, e di un suo 
dialogo significativo col Lamennais nelle poche parole premesse 
alla sua ode intitolata II Comunismo e Federico Basliat. Il 
Lamennais ed il Bastiat, dicevami egli un giorno, sono i soli 
due uomini veramente grandi ch'io abbia conosciuto in Francia. 
Reduce da Parigi, veniva 1' Aleardi in Toscana a confortarsi dei 
patiti disinganni nell' amicizia di Gino Capponi e di Giuseppe 



(1) Rivista contemporanea , agosto 1867, Torino. 



— 403 — 

Giusti. Arrivati gli austriaci in Firenze, egli si rifugiava a Ge- 
nova per alcun tempo, finché inteso che il vecchio suo tutore e 
secondo padre il Dottor Carli era moribondo a Legnago, sfidava 
le ire dell'Austria rientrando nel veneto, ove come già sappia- 
mo, nel 1852 , veniva per colpa di spionaggio arrestato e tratto 
in carcere a Mantova. 

E noto quali oneste accoglienze abbia avuto l'Aleardi a Bre- 
scia, nel 1859, al suo ritorno da Josephstadt, e come parecchie 
città lo facessero loro concittadino, e Lonato lo mandasse suo 
deputato al parlamento. In Brescia si fermò egli fino all'anno 1864, 
sedendovi come vicepresidente di quell'Ateneo e presidente della 
Pinacoteca Tosi; nella patriottica città d'Arnaldo, egli scrisse 
pure il profetico canto dei Sette soldati e il coraggioso canto po- 
litico al venturo pontefice. Sul principio dell'anno 1864, l'Aleardi 
veniva finalmente eletto professore d' estetica nell' Accademia di 
Belle Arti, degno successore del Niccolini e dell' Emiliani Giudici; 
il favore con cui sono ora accolte le sue lezioni dal pubblico elettis- 
simo che si affolla ogni giovedì per ascoltarle ne provano, dopo 
quasi nove anni di esperimento, il loro intrinseco valore. L'Aleardi 
legge le sue lezioni, nitidamente trascritte, (la lindura é uno 
de' suoi caratteri; nella persona, nei modi, nel linguaggio di lui 
la ritrovi sempre); ma le legge come se le dicesse, con un tim- 
bro metallico di voce ed un garbo che affascina. Ma il legger bene 
e con voce melodica non basterebbe, senza dubbio, per mantenersi 
fedele nessun pubblico, meno d' ogni altro poi il fiorentino cosi 
pieno di mobilità. Lo trattiene l'Aleardi sovra tutto, col far della 
critica descrittiva in modo seducente. Egli aveva già illustrato 
nel 1854 in Verona la vita e le opere del pittore Paolo Morando so- 
prannominato il Cavazzola, incise a contorni in litografia da Lo- 
renzo Multani; prosegui pertanto in quella via connettendo le sue 
illustrazioni speciali all'idea d'una storia generale dell'arte. Egli 
illumina con vivezza tizianesca i capolavori della pittura e della 
scoltura; talora la luce n' è piìi viva che una critica severa po- 
trebbe forse richiedere, e la sua lezione diviene qualche volta un 
inno; ma beata la gioventìi fiorentina che può una volta alla set- 
timana andare ad ascoltare inni siffatti e lei disgraziata se nel- 
r ascoltarla non sa cavarne alcun profitto. L'Aleardi agita innanzi 
al pensiero de'giovani immagini di bello, insegna loro col proprio 
esempio, a sentire, a colorire, a vivificare ; il poeta può, talora, far 
dire all'artista più che l'artista non abbia voluto dire; ma che 
importa? se quel di più che il poeta aggiunge è una buona idea 



— 404 — 
la quale può essere fecondata da qualche giovane artista il quale 
sia pronto a capire il motivo per cui il poeta l'ha messa fuori? 
Quell'arte un po' battagliera che piacque all'Aleardi nei suoi 
versi gli piace ancora, per quanto parmi, nelle sue lezioni d'este- 
tica ; e cosi egli può passare vivificando tra i vivi ; cosi egli la- 
scerà alcuna preziosa orma di sé, dove sarà passato. 



XXVIII. 



ANSELMO GUERRIERI - GONZAGA. 



Ex wigiie leoìiem, dice il proverbio latino, e dice bene. Basta al- 
cuna volta un solo verso per dare la misura d'un intiero poeta. E in 
Italia noi contiamo parecchi poeti, non so se troppo modesti o troppo 
orgogliosi, i quali hanno pubblicato tanto che basti, perchè si vegga 
quanto essi avrebbero potuto dettar leggi di buon gusto, e tuttavia 
non abbastanza per lasciare nella loro vita letteraria alcuna traccia 
luminosa e profonda del loro passaggio. Ogni provincia d' Italia 
potrebbe contare sicuramente due o tre ingegni cosi fatti, ratte- 
nuti non si sa troppo se da inerzia propria o da timore o da 
disprezzo del pubblico, o da cagioni esterne, a palesare tutto il 
loro valore. Dilettanti d'arte, sorridono a fior di labbro, sulle ap- 
plaudite prodezze della gente di mestiere che s' arrabatta senza 
fine a procacciarsi sollecita col frutto del meno pudico e pur la- 
borioso ingegno, un nome, un grado, un posto, tutto che può, 
nella arruffata baraonda della repubblica letteraria. Quanto con- 
trasto fra questo molto e minuto popolo affannato, e que' tran- 
quilli, si direbbero indififerenti e sibaritici, ingegni, i quali lanciano 
un bel verso capriccioso, tra una voluta di fumo del loro sigaro 
ed un'altra, tra una facezia ed un sospiro, senza curarsi più che 
tanto di raccoglierlo, e quasi paurosi che altri l'abbia ascoltato e 
possa ridirlo. Io potrei fare una lunga enumerazione di tali inge- 
gni italiani; ne rammenterò due soli, pregandoli giovine lettore 
di cercar gli altri da sé, por salutarli rispettosamente come con- 
viene, e mettersi poi sopra una via diversa da quella eh' essi 
hanno percorsa. Gli uomini di stato inglese colgono, con gioia. 



— 406 — 
le prime ore d'ozio che concede loro l'altalena politica, per ri- 
tornare agli antichi loro amori letterarii, e rifarsi vivi in quel 
mondo geniale. In Italia la politica non solo non incoraggia gli 
studiosi, ma li distrae e spesso li ammazza. Il Messedaglia ed il 
Correnti erano, per esempio, poeti squisiti ed eleganti scrittori 
in loro gioventù; qual frutto rimarrà ora del loro ingegno nella 
nostra letteratura? La politica li ha fatti suoi e li, ha tolti a 
loro stessi. Oggi vediamo il Fiorentino eh' era buon filosofo 
diventarci cattivo politico. Il Tenca, dal giorno in cui incominciò 
a politicare, cessò di scrivere ; e tutti sanno com' egli sapesse 
scrivere. Io potrei moltiplicare gli esempii, per conchiudere sol- 
tanto in un modo, col deplorare cioè sempre che la politica in 
Italia, di alta scienza ch'essa era, sia divenuta quasi che un me- 
stiere volgare, e ci abbia rapito un gran numero di belle intelli- 
genze, le quali avide di un potere che non conseguirono o ten- 
nero invano, perdettero o almeno fecero dimenticare, pur troppo, 
gran parte di quel credito che nessuno poteva loro togliere, per- 
chè acquistato naturalmente col loro proprio ed esclusivo valore. 
La politica ebbe, tuttavia, in questi ultimi due anni, due di- 
sertori che mi piace segnalare. L' uno è un toscano, è Giamba- 
tista Giorgini, il genero di Alessandro Manzoni, che messo a 
riposare da' suoi elettori politici si diede a pubblicare il Novo 
vocabolario della lingua, italiana o fiorentina che si voglia poi 
chiamare. Egli avea pubblicato in gioventù un volume di versi 
italiani, che furono lodati, ma ch'io non potei ritrovare, poiché 
r esemplare eh' era della Biblioteca nazionale sembra esserne 
scomparso. Fu poi applaudito professore di diritto, ed è tuttora 
membro del Consiglio superiore di pubblica istruzione. L'ingegno 
non gli abbonda, ma gli sovrabbonda; ama l'arte, e la intende; 
uomo di gusto finissimo, adopera quel gusto squisito non meno 
nel conversare che nello scrivere; di coltura varia ed elegante, 
di memoria tenace, affascina facilmente. Tanto ingegno e tan- 
t' arte adoperati ad un grande monumento letterario, avrebbero 
forse fatto del Giorgini il primo fra gli scrittori toscani viventi. 
Che n'è invece? e che sarà del nome di lui fra cinquant' anni ? 
La prefazione al Vocabolario, è senza dubbio, lavoro gustosissimo, 
ma con la prefazione di un' opera inspirata dal Manzoni, e che 
il Giorgini lasciò poi eseguire, egli sa come, da altri, la sua parte 
di gloria, s' egli ci tenesse, il che , pur troppo, non sembra, sa- 
rebbe molto diminutiva. Tuttavia anche il poco che ci rimane di 
lui lo dobbiamo a un felice lucido intervallo che gli lasciarono le 



— 407 — 
cure pojitiche. Ora il governo si ricordò, un po'tardi, per dire il 
vero, che fra tanti senatori il Giorgini non ci avrebbe sfigurato, 
ed ecco un serio pericolo che ci minaccia di vedere rapito per 
sempre alle lettere un ingegno ch'era tutto nato per esse, e che 
nel seno di esse non avrebbe trovato, al certo, que' disinganni 
che gli riserbò invece la politica, come sarebbesi, di certo, sola- 
mente più riconosciuto consorte di altissimi ingegni. Le lettere, 
finalmente, che hanno il dovere d'educare altrui, offrono poi sem- 
pre-, esercitate sul serio, il vantaggio d'educar prima d'ogni 
altro lo scrittore stesso, di dargli una fede e di mantenergliela; 
vantaggi che non s'incontrano, senza dubbio, coltivando soltanto 
il conversare brioso d'un salone elegante, ove si può, senza ri- 
guardo, dire per dire , pur che si dica bene , e far dello spirito 
anche a proprie spese, o pure il mobile armeggio della scena 
politica, che ho intesa definire più d'una volta 1' arte di cedere e 
di far cedere, arte d'imposture, insomma, se si voglia acqui- 
starvi credito d' artisti consumati. 

Meno affacendato politico e più amoroso e frequente amatore 
della poesia e dei buoni studii mostrossi invece il marchese An- 
selmo Guerrieri-Gonzaga mantovano. Egli ha scritto in sua gio- 
vinezza molti versi, ma pochi ne stampò. I primi pubblicati, s'io 
non m'inganno, erano epitalamici, e rimontano presso il quarto 
lustro della sua vita. Scrisse ancora per la vecchia gloriosa Ri- 
vista Europea di Milano, e poi, se la memoria mi basta, per un 
giornale franco italiano, che pubblicavasi dopo il 1850 a Parigi. 

Qiiindi tacque fino al 1862, in cui pose mano a stampare presso 
il Bernardoni di Milano una sua versione italiana del Faust di 
Goethe. Dal 1872 ad ora successero più che alti'i dieci anni di 
silenzio. Ed ora lo vediamo al tempo stesso, presso i due primi 
editori di Firenze, il Le Mounier ed il Barbera, dar nuovo segno 
di vita, e di bella vita. Quali siano le cagioni per le quali il 
Guerrieri-Gonzaga ha tanto tardato a farsi valere al pubblico, non 
so s'io indovino; ma questo non ignoro, che, appena uscito dalle 
mani del celebre Giuseppe Barbieri (discepolo egli stesso e quindi 
successore del Cesarotti), che avea ammaestrato a Padova il gio- 
vine patrizio mantovano, questi fu e parve tosto alla eletta dei 
giovani buongustai del suo tempo poeta elegante II Carcano che 
gli dedicava uno de' suoi lavori gli rendeva pubblico omaggio in 
Milano, ove il Guerrieri Gonzaga erasi, tuttavia, condotto, per 
attendervi particolarmente alle discipline giuridiche. Quando il 
rivolgimento politico del 1848 lo sorprese, il Guerrieri-Gonzaga 



— 408 — 
avea appena 29 anni; tuttavia egli venne tosto chiamato a far 
parte del governo provvisorio lombardo, in nome del quale reca- 
vasi quindi a Parigi con missione analoga a quella che vi aveva 
pure condotto pel governo veneto il poeta Aleardl. Restaurata la 
tirannide austriaca in Milano, il Guerrieri-Gonzaga scontò con 
l'esiglio e col sequestro de'beni il delitto d'essere stato tra i po- 
chi patrizi! lombardi che avevano cooperato con vigore ai moti 
rivoluzionarli del 1848 e 1849, nella sua qualità di mantova- 
no essendosi pure adoperato come mediatore fra i liberali lombardi 
ed i veneti, il Manin sovra gli altri, col quale egli aveva diretta 
corrispondenza. Fino al 1860 sembra, in somma, che il Guerrieri- 
Gonzaga siasi essenzialmente occupato a fare la grande politica 
che dovea comporre a libertà, unità, indipendenza l'Italia; e che 
(sovra tutto, negli anni d' esiglio) siasi molto adoperato per 
attrarre le simpatie francesi all'Italia. Tornata la patria a sé stessa 
restava solamente piìi a fare la politica interna, che poteva es- 
sere grande o piccola, secondo gli uomini che l'avrebbero diretta; 
fu piccola; ed io non posso abbastanza rallegrarmi perchè il Guer- 
rieri-Gonzaga vi abbia, sebbene deputato, preso una parte molto 
secondaria, e siasi invece rivolto di nuovo ai primi suoi studi i 
giovanili. Il volume che il Le Mounier ha pubblicato in questi 
giorni contenente la versione riveduta della prima parte del Fausto 
e l'Ermanno e Dorotea tradotto in ottava rima resterà, per ora, il 
suo principale monumento di gloria. Né é in verità piccolo me- 
rito pel Guerrieri l'aver degnamente emulato il Maffei ; e più an- 
cora l'aver saputo salire all'altezza colossale di Goethe. Le due 
ristampe delle versioni del Faust di Goethe uscirono nello stesso 
tempo in Firenze, presso lo stesso benemerito editore, senza che 
un traduttore avesse conoscenza delle correzioni dell'altro. E un 
avvenimento singolare, ed onorevole, per quanto parmi, non meno 
per l'editore che per i due emuli traduttori. Qualunque sia ora il 
giudizio che dell'uno e dell'altro traduttore possa portarsi, la 
conclusione sarà pur sempre una sola, ch'essi hanno vinto en- 
trambi. Ma perchè vegga almeno per un indizio il lettore come 
ciascuno sa vincere in modo originale gli recherò un breve sag- 
gio delle due versioni. Prendiamo il principio della scena degli 
allegri compagnoni nella cantina di Auerbach a Lipsia; esso suona 
letteralmente tradotto, cosi : « Frosch. Nessuno vuol bere? Nes- 
suno ridere ? V'insegnerò io a fare il grugno. Oggi voi siete come 
paglia bagnata, e pure solete pigliare fuoco come zolfanelli. Bran- 
der. Sta in te; tu non c'inventi né una sciocchezza, né una 



— 409 — 
porcheria. Frosch (gli versa sulla testa un bicchiere di vino). 
Eccotele entrambe. Brander. Due volte porco! Frosch. Voi lo vo- 
levate, e cosi doveva essere. SiebeL Alla porta chi disturba; con 
pieno petto cantate in giro, trincate ed urlate; sii, olà, olà ! 
AUmayer. Povero me, son rovinato. Ehi là! del cotone! costui mi 
lacera gli orecchi. SiebeL Quando la volta risuona, si sente al- 
lora bene la vera forza del basso. Frosch. Cosi va bene; e fuori 
chi se r ha per male ; tara f lara ! là ! AUmayer. Tara, lara, là 
Frosch. Le gole sono accordate. » Il Maffei traduce : 

Frosch 
Più non si ride? non si bee? Volete 
Voi che v'insegni a farmi 
Que'visacci dell'armi? 
Zolfanelli di solito voi siete, 
Oggi fradicia paglia. 

Brander. 
La colpa non è tua? Cosa che vaglia 
Dire far non ci sai; 
Né gofferìa, né porcheria. 

Frosch. 
{gli getta un bicchier di vino in testa) 

Tu n'hai 
L'una e l'altra. 

Brander. 
Majale 
E poi majal ! 

Fì'osch. 
Tal quale 
Tu m'hai voluto. 

Siebel. 
Fuori, 
Fuori gli arruffaloin ! 
Si canti e cionchi a squarciagola! A tondo. 
La tazza, e grida e chiasso I 
Ohi là! là! 

AUmayer. 
Tristo me ! dove m'ascondo ? 
Bambagia in cortesia ! Col suo guaito 
Questo cane mi lacera Cadilo. 



— 410 — 
Siebel. 
Se rintrona la volta è prova chiara 
Che forte è il contràbljasso . 

Frosch. 
Sta bene, e chi si duole 
Via di qua! Tara, làra! 
AUmayer. 
Tara, làra t 

Frosch. 
Accordate or son le gole. 

E il Guerrieri Gonzaga alla sua volta: 

Frosch . 
Cos'è, né ber, né ridere — compari, oggi volete? 
A far le bruite smorfie — v'insegnerò, sapete ! 
Voi sempre arzilli e vispi — voi come zolfo ardenti I 
Oggi mi avete l'aria di tizzi semispentì. 
Brancier. 
' Sta in te ; se tu desideri vederci in allegria. 
Su presto una goffaggine, presto una porcheria. 
Frosch 
(versandogli del vino sul capo). 
Eccovi r una e l'altra! 

Brander. 
Sei un porco sguaiato ! 
Frosch. 
Quale voi mi voleste, tale mi son mostrato ! 

Siebel. 
Fuori di qua cJii litiga — Trinchiam, cantiam la bella 
Canzon, gridiam, trinchiamo cantiam Ronda-Dinella 
Olà, su ! su ! 

Allmmjer. 
Me misero ! codesto sussurrone 
Mi lacera gli orecchi, portate del cotone! 

Siebel. 
Quando la vòlta echeggia, commossa al gran fracasso, 
Capisci allor la forza fondarnental del basso. 

Froscli. 
Benone, ed alla porta colui che non ne vuole. 
A tara lara là ! 



— 4-11 ~ 

Altmayer. 
A I tara lara là l 
Frosch. 
Finalmente, accordate mi paiono le gole. (1) 



(1) Pel comodo del lettore, aggiungo qui ancora, ed è giustizia il 
farlo, la traduzione in versi di Giuseppe Rota (Milano, Gnocchi, 1859), 
che dopo lo Scalvini , ma prima del Maffei e del Guerrieri-Gonzaga, 
avea pubblicato una versione completa della prima parte del Faust, ed 
inoltre, tradottane per la prima volta la parte seconda: 

Fì'osclt, 
Per bacco! nessun bee, nessun sghignazza. 
Smettete orsù quel piglio austero, o ch'io... 
Altre fiate solfanelli ardenti, 
Oggi mi rassembrate umida paglia. 

Brander 
Tua mercè, sozio mio. Nulla di bello 
Oggi non rechi in mezzo, oggi non hai 
Cosa di goffo o di salace in bocca. 
Frosch 
(gli versa un bicchier di vino sulla testa) 
Eccoti d'ambedue. 

Brander 

Porco in belletta. 
Frosch 
Qual asin dà in parete, tal riceve. 

Siebel 
Esca di qua chi di litigi è vago. 
Cantate tutti in giro a gola piena 
Tracannate, gridate oh, uhi, oh ! 

Altmayer 
Lasso! io basisco; oh! datemi cotone; 
M'è tanaglia alle orecchie il mariolo. 

Siebel 
Dall'eco della volta ha testimonio 
Il verace valor del contrabasso 

Frosch 
Così, così si vuol pigliare il mondo. 
Qualunque è permaloso esca di quinci. 
Oh tara, lara. 

AUmayer 

Oh, tara lara là ! 
Frosch 
Ecco le strozze concordate in tempra. 



— A\2 — 
A voler giudicare da questi pochi versi, è evidente che entrambi 
i traduttori hanno reso il carattere della scena originale, con più 
parsimonia, il MafFei, con più libertà, il Guerrieri-Gonzaga. En- 
trambi studiano la frase toscana, e nel trovarla, accade loro di 
alterare alquanto il senso vero della parola speciale del testo; 
entrambi sono studiosi di melodia, e per trovarla il Guerrieri 
Gonzaga mette talora qualche riempitivo, il Matfei dà talora ec- 
cessiva nobiltà al parlare plebeo; ma entrambi, insomma, creano 
una nuova poesia originale, senza olìendere nelle cose essenziali 
il carattere del poema che traducono. Perciò io, ripeto, vincono 
entrambi ; e in una nuova edizione eh' essi vorranno, speriamo,, 
rivedere insieme, vinceranno anco meglio. Come il Maffei tradusse 
in iscìolti quel perfetto idillio domestico ch'è la novella di Goethe: 
Ermanno e Borotea, cosi lo volse in eleganti ottave il Guerrieri 
Gonzaga. Ma, in questa prova, parmi che quest'ultimo non regga 
al confronto del suo predecessore, non già per difetto di fedeltà, 
ma perchè l'essersi impacciato neh' ottava, gli comandò talora al- 
cune rime men naturali, men disinvolte, che non convengono per- 
fettamente all'indole popolare della novella, e ne elevano di troppo 
lo stile che voleva invece essere famigliare e dimesso. Così fin 
dalla terza ottava, dove il testo dice umilmente, in un dialogo fra 
marito e moglie, Donna (Frau), il Guerrieri per rimar la parola 
con un affettato s' addice, volta Genitrice ; nella prima ottava, per 
trovar la rima alla voce contrade si fanno tornare in campo le 
viete voci citlade, pleiade, e cosi si toglie la principale attrattiva 
del poema tedesco ch'è una mirabile e cara semplicità. Una mag- 
gior libertà d'introdurre eleganze rettoriche in modo che non 
paiano tali, avrebbe, invece, avuto il Guerrieri Gonzaga, ove si 
fosse trattato di tradurre l'alto e culto stile epico o tragico. E 
poich' egli s'accinge ora veramente a darci una versione dell' //Z- 
genia di Goethe, in tal prova, oltre al non avere a temere nella 
lingua nostra un emulo traduttore come il Maffei, egli potrà più 
facilmente adattare al testo straniero lo stile elevato, che egli 
sembra avere particolarmente famigliare. Ne può ftir fede il saggio 
inedito seguente, che contiene la preghiera d'Ifigenia a Diana, con 
cui termina il primo atto dell'originale, saggio eh' io debbo alla 
squisita amabilità dell'autore, il quale, venuto tardi a spiegarci il 
suo valore, ebbe ancora la modestia d' incominciare con traduzioni 
(l'editore Barbèra ha pure pubblicata in questi giorni una dili- 
gente versione, che il Guerrieri Gonzaga ccmdusse a termine, del 
notevole lavoro critico biogralico di un celebre deputato tedesco, 



- 413 — 
il Treistscke, sul conte di Cavour), mentre chi sa quanto egli 
possa e quanto egli valga fa voti perchè egli ci sia pure liberale 
di sue prose originali^ cosi bene scritte come robustamente pensate. 

Hai le nubi, o pietosa Diana 
Per nascondervi in sen gì' innocenti. 
Per sottrarli alla sorte inumana 
Li trasporti sull'ale dei venti, 
Della terra per l'ampia distesa, 
Per gli spazi infiniti del mar, 
Dove giunger non possa l'offesa 
Che 1 lor capi voleva immolar. 

Tu sei saggia ; al tuo spirto è presente 
Ciò che fu ; tu contempli il futuro ; 
Diana, il tuo sguardo clemente 
Sovra i Tuoi si riposa sicuro; 
Come a sera il tuo lume sovrano 
Sulla terra posando si vien. 
Oh ! non far eh' io mi lordi la mano. 
Non dà il sangue mai requie, nò ben; 

* 

L' altrui sangue anche a caso versato 
Va del triste uccisor sulla traccia ; 
Dell'ucciso lo spettro adirato 
Gli sta sopra con tetra minaccia ; 
Lo spaventa, infelice lo rende. 
Che i Mortali han de' Numi il favor: 
Là dall'alto alle sparse lor tende 
Mandan sempre un sorriso d'amor. 

E son lieti, che il fragile dono 
Della vita concedono a loro; 
Che un istante del cielo ove sono 
Lor discopron l' eterno tesoro ; 
Si che gli uomini insieme con essi 
Ne contemplin l'aspetto divin. 
Un istante brevissimo ammessi 
Ad un gaudio che mai non ha fin. 



XXIX. 



GIUSEPPE REVERE. 



Il 13 marzo dello scorso anno l'egregio critico Francesco D'Ar- 
cais, nel giornale L'Opinione, faceva agli amici delle lettere la piìi 
grata sorpresa. Il più poderoso tra i lirici viventi d'Italia, il poeta 
Giovanni Prati vi lasciava pubblicare dal signor D' Arcais due 
splendidi suoi nuovi sonetti, dedicati a Giuseppe Revere, i quali 
suonavano cosi: 



Del greco Olimpo e de' latini altari, 
Se la luce da te non è partita, 
Revere, né il buon canto, onde i più rari 
Men aspra e nuda fan parer la vita; 

Alla dorica in grembo arpa sopita 

Cerca i lieti tuoi di, cerca gli amari (?) : 
L'anima chiusa in dignità romita. 
Pur non tacendo, puoi salvar del pari. 

Vedi : tal faccio anch' io, delle Camene 
Ultimo sacerdote e primo amante : 
Né m'è dolce dormir su la mia fama. 

Il volgo è volgo; ma l'età che viene 
Noi loderà del non tradito istante; 
A Delfi, a Delfi il nostro iddio ci chiama. 



— 415 — 

IL 

Prendiara la via di Delfi, anima schiva, 

E di qua trafugando i patrii numi, 

Lasciam le raandre pascolar la riva 

Facile e pingue degli ausonii fiumi. 
Noi la Sorte segnò quando alla diva 

Aura schiudemmo i pargoletti lumi. 

Tu sul mar glauco, io presso una sorgiva 

Di pallid' acque, cui fan ombra i dumi. 
Noi la Sorte segnò, sin quando parve 

Su gli spettri salir nostra persona; 

Or son altri i saliti e noi le larve. 
Badisi al calle, e non curiam costoro ; 

Hassi a cercar la delfica corona, 

E non pasto di zebe in greppia d'oro. 

Questi due sonetti ci dicono molto del Prati , ma ci rivelano 
pure gran parte del carattere di Giuseppe Revere. In che modo, 
un uomo di cui ogni opera letteraria recava lo stampo di un in- 
gegno alto ed originale, è poi cosi mal noto all' universale, e in 
una patria che, appena costituita, fece onore e posto non pure 
a' suoi figli più generosi e valenti, ma anco a' suoi più umili fac- 
cendieri, quasi unico, fra i nostri illustri italiani, continua solo, 
senza alcuna meta fissa, senza alcuna sede certa, a vagabondare 
per le terre d'Italia? Che lo agita, che lo spinge fuor d' ogni cen- 
tro, e si direbbe quasi fuor d'ogni umano consorzio? In che gli 
spiacque l'età sua, il suo popolo? Certo vi è plebe molta anco in 
Italia; pur meno qui che in ogni altra contrada; e chi ebbe il 
raro dono di fare splendere il proprio ingegno nel nostro paese 
ove il sole risplende più lieto e più glorioso, ha debito d'alimen- 
tarsi il coraggio per fortificar l'animo ad amare la vita ed a ser- 
virla. Alle altezze di Delfo possono salire i soli intelletti potenti, 
ma non già |;er trafugarvi i patrii numi, come il Prati fa invito 
sdegnoso al Revere, ma sì per ritornare, con la luce del genio, 
a vivificarli tra noi, che abbiamo posto fede in essi ed abbiam 
diritto di richiedere ch'essi ancora ci mantengano fede. Il Revere 
è ormai vecchio, ma bontà di natura, per usare una frase a lui 
famigliare, pieno ancora di tanto vigore di corpo e di mente, che 
basti a farci sperare per lui im.i vifu ]iin:-;a e potente di opere. Egran 



— 416 - 

tempo ch'ei non logora più l'ingegno nella tortura del lavoro quo- 
tidiano; dai giorni tumultuosi in cui egli serviva in Torino con ar- 
ticoli politici il giornale La Concordia^ or sono più di cinque 
lustri (veggasi che cosa lasciò scritto sul Revere d'allora il Torelli 
ne' suoi Ricordi Politici {1), egli riposò il nobile intelletto molto 
più eh' ei non 1' abbia affaticato. Cosi avviene che or siano 
più di dieci anni ch'egli tace, non per alcuna stanchezza o ste- 
rilità d' ingegno (chi l'accosta ne può sperimentare ogni giorno 
la poetica e prestante vivezza), ma per una certa inerzia sdegnosa, 
che gli rende lenta la mano a sfogare sulla carta la pienezza e 
novità de' pensieri che gli si volgono pur sempre nella mente 
agile e gagliarda. Se la cronaca dice ora il vero, il Revere sa- 
rebbe intento a comporre un libro sul fare de' suoi Bozzetti Al- 
pini e delle sue Mar-ine e Paesi, intorno all'Egitto, da lui visi- 
tato, nell'anno 1869, in compagnia di Ubaldino Peruzzi, Ruggiero 
Bonghi, Cristoforo Negri ed altri insigni italiani, per l'apertura del 
canale di Suez. Saranno pagine, senza dubbio, scritte con ele- 
gante sapore di lingua e piene di sortite umoristiche e di fantasie 
vivaci. Ma intanto che il libro minaccia di lasciarsi covare i nove 
anni sacramentali consigliati, in un giorno di malinconica pedan- 
teria, dal poeta latino, polche il Revere ha formata per ora la 
*;ua stanza in Roma, io vorrei almeno che la studiosa gioventù 
l'omana gli si facesse riverente intorno per indurlo più spesso a 
parlare ed a sentire, nel colloquio col giovine mondo che gli sorge 
presso animoso, anco una volta in sé quel calore ardente che gli 
aveva infiammato gli operosi anni giovanili. Il vae soli fu uno 
de'motti più sapienti dell'antichità, sacra o profana eh' essa voglia 
poi nomarsi. E il genio stesso che, per creare cose grandi ha uopo 
di battere le ali in regioni sovrane a quelle del volgo, mal si reg- 
gerebbe ove non discendesse alcuna volta a terra, per rinnovarvi 
le sue forze, e derivarne quel senso della realtà, senza il quale 
nessuna opera d'arte può avere lunga vita. 

Chi ha letto i sonetti del Revere ne conosce pure il luogo na- 
tivo; che il sonetto alla nativa Trieste è uno de' suoi più belli. In 
Trieste, città alacremente mercantile, e pur madre e ospitatrice 
di nobili ingegni, (l'avvocato Domenico Rossetti, sapiente illustra- 
tore delle opere minori di Petrarca, basterebbe, nel secolo nostro. 



(!) Ricordi Politici di Giuseppe Torelli publjlicali per cura di Cesare 
Paoli; Milano, Paolo Carrara 1873. 



- 417 — 

a farle onore, come dell'ospitalità triestina ebbero molto a lodarsi 
tre chiari poeti veneti, il Gazzoletti, il Somma, il Dall'Ongaro che 
r hanno per molti anni sperimentata), nacque Giuseppe Revere di 
padre lombardo e di madre friulana nell'anno 1812. In Trieste compi 
egli la sua prima educazione letteraria; voleva quindi il padre avviare 
il figlio Giuseppe alla mercatura, alla quale intendono tuttora in Trie- 
ste due fratelli del Revere (ingegni colti e vivacissimi carissimi al 
poeta insieme con una sorella che dimora essa pure in Trieste); ma 
il giovinetto spiegò sì presto e in modo così vivo l' amor suo alle 
lettere, che ben tosto la famiglia di lui risolvette lasciarlo andare per 
la sua via e venirgli anzi in aiuto, quand'egli ebbe a recarsi per ra- 
gione degli studii intrapresi a Milano. Le lingue antiche, (tra que- 
ste allora pure l'ebraico, come più tardi ei delibava la grammatica 
indiana, epenetrava, più che oltre la buccia, l'arabo odierno), il dritto, 
la filosofia, la storia, la poesia, e gli amori furono le cure di quel 
tempo; che non conviene, in un ricordo biografico, dimenticare 
come il Revere, sia stato giovine, nel suo tempo, bellissimo, com' egli 
è tuttora vecchio cosi poco barbogio da poter sempre in una corte 
d'amore, con le amabili grazie della favella e l'eleganza della per- 
sona, mettere meglio d' un giovine spasimante in serio imbarazzo. 
Ma di ciò poco parlano i suoi libri, ed io non dirò altro. Basti 
qui a dare un'altra nota del carattere di lui 1' aggiungere come 
si possa quasi scommettere pel Revere, ch'egli, amando, ha do- 
vuto ricordarsi sempre d'appartenere al sesso forte ; e però che 
egli, sebbene col cuore piagato, non vinse coi piagnistei ma con 
la bravura, e che non discinse mai dal suo fianco la spada ; ond'egli 
potè mantenere a tutta la sua poesia quel nerbo, e a tutta la sua 
vita pubblica quella vigorosa e fiera maschiezza che lo distingue 
in modo particolare da tutti i poeti del suo tempo. 

Non conosco tuttavia alcuno de' suoi carmi giovanili, i quali dai 
titoli dovrei giudicare cosa tutta delicata e, non dirò femminea, 
ma tale da piacer più ad animi gentili che ad animi forti ; intendo 
d' un carme intitolato : Un pensiero malinconico, certi ritmi biblici, 
alcune odi, una canzone per la Fiducia in Dio del Bartolini (1) 



(1) Quest'ultima ho potuto aver tra le mani e ripubblico come una 
vera curiosità e rarità letteraria ; trovasi in fine una variante che gli 
occhi d'Argo della censura di quel tempo non aveano permesso fosse pub- 
blicata; sotto una forma ancora alquanto impacciata che ricorda un po' il 
tenore delle antiche laudi spirituali, splendono qua e là pensieri novi e 
vigorosi, oltre che vi esulta già fieramente l'anima del libero patriota: 

Ricordi Biografici 27 



— 418 — 
e altri componimenti poetici, dispersi^ per la massima parte, nelle 
Strenne di quel tempo, le quali io potrei ora difficilmente rintrac- 
ciare. Ma qui convien rammentare una virtù peculiare dell' inge- 
gno del Revere, voglio dire una mirabile facoltà imitativa ; fu tempo 
in cui egli dovette ammirare l' Impeto dei primi Canti lirici del Prati 
che risalgono com'è noto, innanzi allarmo 1840: e seppe quindi 
in altri suoi canti congeneri, alcuni frammenti de' quali, inediti, 
mi caddero un giorno fra le mani, così bene imitarli che si di- 
rebbero del Prati stesso ; cosi il primo sonetto del Revere sorgeva 



Per la fiducia iu Dio 
Statua in marmo di Lorenzo BartoUni 



Figlio de' tempi! i noverati giorni 
Meni qual pianta inaridita e china, 
Nulla stella a te ride 
Sul cammin della vita pellegrina, 
Né per Alba novella fla che torni 
La gioia ad allietar il tuo sembiante; 
Lungo duol ti precide 
Tutta speranza, e dello sguardo errante 
Covri il Ciel, che per te sordo si voi ve: 
Senza parola è 1' avvenir sull' anima 
Che la nostra sorregge afflitta polve. 

Alla viola del tramonto unita 
Va la rosa gemmata degl' albori ; 
Né meriggio ha per 1' uomo 
Su cui sparga la sorte i lieti tiori, 
Sospirati da questa orfana vita. 
Un inno lamentoso a Dio solleva 
11 pargolo non domo 
Ancor dal nembo che ì fratelli aggreva, 
Che l'aura prima a lui nunzia è d'alTanni: 
Ahi, t' eran meglio le materne viscere 
Che il truce aspetto de' sicuri danni I 

Così ai poveri nati dalla creta 
Tocca un'amara eredità di pianto, 
E con tristo pensiero 

Fortuna, or mostra e or cela il proprio vanto, 
Né per vendetta mai non si fa quota; 
Langue il disio di men feroce sorte 
In noi proni all' impero 



— 410 — 
ad emulare il sonetto del Prati. A Milano, quasi appena giunto, 
erasi il Revere stretto d'amicizia con Giovanni Torti, il virtuoso 
discepolo del Parini, e con Tommaso Grossi, l'amico di Manzoni. 
Qual meraviglia pertanto che, innanzi il 1838, egli s'accostasse in 
Milano, alla maniera lombarda de'suoi maestri e l' imitasse"? Se non 
che, presso ai discepoli del Parini, il Revere imparava pure a co- 
noscere quelli del Romagnosi, Carlo Cattaneo fra gli altri, da cui 
apprendeva, secondando poi, sovra tutto, la sua libera e fiera na- 
tura, l'arte di scrivere una prosa potente. NeW Indicatore lom- 



Della ignavia, peggior d'ogni empia morte, 
Tace il carme sonante a Dio gradito; 
Che primi fur ministri all' Ineffabile 
La cetra e l' inno del cantor rapito. 

E te, fanciulla, con la fronte vòlta 
Ove tempo non è, non è misura, 
Qual mai speranza affida, 
Che spregiatrice d'ogni umana cura 
Ed in muto pregar ,ti stai raccolta ? 

Sì acerba d'anni alla sembianza eletta 
Più non fla che sorrida 
Ventura né che gaudj a te prometta ? 
Ma tu taci: or comprendo il tacer pio, 
Non ha gaudio quaggiù, la vita è cenere 
Se non l'affranca la fiducia in Dio. 

Come le intatte membra tu componi 
Alla sacra quiete dell'Eterno! 
E consolata fede 
Tal fa di te santissimo governo 
Che i nostri tu dispetti infausti suoni.... 
Ma chi di sculto marmo a me favella? 
Se in te vita non siede. 
Chi volle all'arte la natura ancella 
Chi l'opera d'un Dio t'impresse in volto, 
Chi die lena a que'polsi, al seno il palpito. 
Sì che in tempio di gloria un sasso è vólto? 

Umilemente inginocchiata, il duolo 
Che l'aspetto gentil t'adombra appena. 
Dal divin raggio è sperso 
Dell'alta idea, che l'universo affrena ; 
Te fra'beati del fiammante stuolo 
Al certo vide quei che ti scolpìa, 
E tutto al ciel converso 



— 420 — 
bardo, apparvero i primi articoli del Revere. Intanto, Massimo 
d'Azeglio col suo Niccolò de'Lapi, e l'Assedio di Firenze del 
Guerrazzi, non potendo dire all'Italia oppressa come dovesse in- 
sorgere, con patria carità s'erano accordati a rappresentare il do- 
lore con cui essa era caduta e la disperata difesa fatta per non 
cadere; la caduta d'alcuna monarchia non poteva parlare al cuore 
del popolo italiano così vivamente come la rovina della repubblica 
fiorentina procacciata dalle armi di un papa e di un imperatore, 
fatte più formidabili dalle discordie cittadine e dalle ambizioni di una 



A te lo spiro animator largìa: 
Tanto delTarte al generoso affetto 
Il nume assente, che all' eccelso artefice 
Maggior copia di sé trasfonde in petto. 

Tale ei ti vide, allor che innanzi al trono 
Dell'Inconcusso placida ti prostri, 
E di santa onestade 
Velati gl'occhi amabilmente mostri, 
Ivi la bianca fede in dolce suono 
Salutando te va « sempre ben giunta » 
E nostra inferma etade 
Per te s'affida, in te gli sguardi appunta; 
Meglio per te s'infronda il paradiso, 
Né bufera mortai turba il sidereo 
Lume, che folgoreggia a te sul viso. 

Ma il pie degl'anni calca i monumenti 
Ed all'erba gli adegua, e fra le arene 
Gli storiati avanzi 
Manda sepolti! Ecco la prisca Atene 
Fatta polve dai secoli furenti, 
E lor prede lugubri rovinose, 
Ch'eran templi poch'anzi 
Sue veci ne favellaa dolorose; 
L'arti greche vagaron pellegrine, 
E a que'lidi ove or geme il mesto cantico. 
Sol rispondon le indomite marine. 
Ahi ! perchè il tempo vorator gli eserapii 
Ingoia d'ogni splendida virtude? 
Perchè scuro ne toglie 
Sin le memorie delle età cadute? 
Ognor più baldo per novelli scempi 
Sovra gl'imperj affranti egli grandeggia, 
Ne tramuta le spoglie. 



— 421 — 

casa potente. Si sognava, innanzi il 18i9, l'Italia redenta in forma 
d'una repubblica confederata e non ancora di un regno unito; 
Mazzini era bensì unitario, ma Cattaneo, Ferrari, Montanelli scri- 
vevano per la federazione ; Carlo Alberto era allora un tiranno come 
gli altri; né era ancora sorto il conte di Cavour a volere l'Italia 
indipendente e monarchica con Roma capitale. La storia degli ul- 
timi anni della repubblica fiorentina seduceva pertanto gli scrittori; 
il Guerrazzi e l'Azeglio avevano intessuto sopra di essa due romanzi 
storici; il Revere volle fare un passo più in là, e trarne due drammi 



E qual turbo indomabile veleggia 
A far bruna per duci la stanca terra, 
E de' monti crollando i gioghi aorei, 
Par si rintegri nell'acerba guerra. 

E te pur coglierà l'iroso artiglio, 
Ma rimoto è l'insulto a ch'ei ti danna. 
Salda or vivrai ne' cori, 
Come l'amor della natia capanna 
In chi vuota la coppa dell'esiglio ; 
E forse ancora per voler del nume 
I vanni struggitori 
Su te non batteran lor fredde piume; 
Qui ti starai d'Italia vantamento, 
E allo stranier che i nostri lutti visita 
Tu di scola sarai, d'ammonimento. 

E temprando l'ognor facile accusa;, 
Ne sarà pio di lacrima e sospiro, 
Che l'eccellenza antica 
Non per anco mandò l'ultimo spiro; 
Così riedesse la fugata musa 
Vendicatrice del presente oblio 
Nell'incesso pudica 
(l) Coronata di stelle e sacra a Dio 

Non serva agli odj, né corrusca d'armi, 
Opra è delira in concitato sonito 
All'ombra de' cipressi aderger carmi. . 



(Ij Variante non gradita dalla Censura: 



Folgoreggiante d'immortal desio, 
Svestiti gli odi e ritemprate l'armi, 
A risvegliar col concitato sonito 
La sopita virtii dei primi carmi. 



42-2 — 

storici, nei quali gli attori di quel tempo parlassero ciascuno nella 
loro propria persona e nel loro proprio linguaggio. Il dramma sto- 
rico non fu certamente in Italia introdotto dal Revere; prima di lui 
il DairOngaro aveva creato il suo Fornaretlo, e, s' io non erro, 
alcuni scrittori lombardi avevano già pubblicato o rappresentato 
alcuni loro drammi storici; Victor Hugo avea pure avuto pronta- 
mente alcuni imitatori sul nostro teatro. Ma, come nessuno vorrà 
dar nome di storiche a quelle bugie drammatiche che si chia- 
mano VAìigelo e la Lucrezia Borgia del poeta francese, cosi a vo- 
ler cercare la storia ne' drammi storici usciti in Italia prima del 
Fornaretlo del Dall' Ongaro e prima del Lorenzino de' Medici 
del Revere, la veneranda Clio dovrebbe prima ricoprirsi. 

Il Revere fece poi quello che nessuno prima di lui aveva fatto, 
quello che nessuno seppe più fare dopo di lui; oltre al rendersi, 
nelle cronache contemporanee, una esatta ragione de'luoghi e dei 
tempi ne'quali si movevano gli uomini da lui rappresentati, volle 
superare la suprema difficoltà di farli parlare in buona lingua to- 
scana, lievemente tinta di colore antico. Studiò pertanto nella lin- 
gua viva di questo popolo (in ispecie nel dramma I Piagnoni e 
gli Arrabbiati, uscito la prima volta in Milano nel 1843, ove questo 
studio è cosi manifesto, che ad ogni buon giudice riesce aperto 
come il Revere, dopo avere sudata la sua vittoria, sia uscito dalla 
prova con gli onori del trionfo), e la riscontrò quindi negli scrit- 
tori con le varie foggie di dire appropriate a quel tempo e che 
il tempo nostro ha dismesse. Cosi riportò le due volte, nel Loren- 
zino de'Medici, e no.' Piagnoni ed Arrabbiati, una duplice vittoria, 
quella di risuscitarci un periodo importante di storia italiana con 
fine civile in robusta forma drammatica, e quello di dare alla no- 
stra letteratura drammatica due splendidi saggi di bello stile ita- 
liano, due opere che si possono oramai considerare come classiche. 
Nella prefazione alla prima edizione del Lorenzino, che reca la 
data per noi venerabile del primo marzo 1839, da Milano, trovo già 
alcune parole mirabilmente ardite : « Considerando, ei vi dice, alla 
nostra presente condizione, non iscrissi il mio dramma per la 
scena; esso è vero di troppo, né il teatro il comporterebbe; io lo 
direi un continuo conflitto colle consuetudini d'oggidì, un ritratto 
troppo severo d'una vita perduta, di passioni attutate, di credenze 
infiacchite. » E più oltre : « Non più il dramma dell'individuo, né 
le vicende d' un grande sceverate da quelle del popolo, ma una 
manifestazione di tutte le idee fondamentali di quel tempo, accioc- 
ché da esse si possa giungere alle leggi, al principio da cui fu- 



- 4^23 - 
rono generate; e, nel concetto, più presto sintetico che analitico; 
imperocché abbiam mestieri di fabbricare e non di distruggere. 
Egli è per ciò che nulla non debbe andar perduto, ma servire di 
indizio al dubbioso avvenire. » Sopra lo stesso concetto egli in- 
siste ancora poco dopO;, dicendo : « Non è la vita d'un uomo, ma 
sì quella d' un popolo il dramma eh' io credo acconcio al nostro 
tempo. » Prevenendo la vanissima discussione che i critici classi- 
ficatori, secondo che il tempo comportava, avrebbero fatto sopra 
il genere drammatico del Lorenzino, ei la rimuoveva accorta- 
mente con queste poche assennate parole : « Alcuni critici diranno 
che io ho inventata la storia, altri che la ho posta in dialogo, e 
con una miseria di parole vorranno pormi al bando di tutte le due 
scuole, quella de'classici e de'romantici, com'essi le chiamano. Io 
dichiaro di aver seguito quella del cuore ; una ed eterna ; e con- 
fesso d'ignorare quel che si vogliano dire con le altre. » Il Lo- 
renzino e i Piagnoni ed Arrabbiati conseguirono molte lodi nella 
stampa letteraria di quel tempo e procacciarono al Revere nuove 
ed illustri amicizie; fra i suoi più autorevoli estimatori fu pure 
il Tommaseo, cui egli, un po' per una certa conformità di senti' 
menti nella ragione politica, un po' per antico debito dì gratitudine, 
un po', finalmente, per naturale riverenza a letterato cosi insigne 
e venerando, volle poi dedicata da Genova, nel 1858, la nuova 
edizione di tutti i suoi Drammi storici {Lorenzino de' Medici — 
/ Piagnoni e gli Arrabbiati, Sa^npiero — Il Marchese di Bed- 
mar; egli meditava pure un dramma sulla morte di Giuseppe 
Alessi, il battiloro di Palermo; ma non se n'ebbe altra notizia), 
che curava in Firenze, nell'anno 1860, l'editore Felice Le Mou- 
nier. « Il vostro nome, egli scrive, i patimenti illibati del vostro 
intelletto, la comunanza di casi, e la fede incrollabile che voi te- 
nete a quanto v'ha di generoso e di diritto ne' vasti campi del 
pensiero, conferiranno per fermo a fugare da me le sterili iro- 
nie della mia vita sconfidata. Parlando con voi, mi parrà di ra- 
gionare ancora con le vereconde fantasie della mia giovanezza. » 
Terminando la sua prefazione il Revere dava alcuni savii consigli 
ai giovani autori ed attori, facendoli precedere dalle seguenti parole 
sempre rivolte al Tommaseo: « Io non saprei dire se i tempi e 
l'animo mio mi consentiranno di darmi ancora a tal maniera di 
opera; ma da che parlo con voi, uomo intero e cotanto mio amo- 
revole, io vorrei che l'autorità dei vostro nome, e l'esempio che 
date all'Italia del modo verecondo onde s'abbiano a professar let- 
tere, mi rincorasse a parlar pure a'giovani scrittori ne'quali ferve 



^ 42i — 

il generoso proposito dì provvedere alle necessità del nostro tea- 
tro. Qiial tristo governo alcuni comici abbietti e autori dozzinali 
facciano spesso dell'arte non dirò io qui, poiché la debita rive- 
renza all'arte medesima noi consentirebbe; d'altra parte il gran 
parlare che ora si fa intorno alla riforma del nostro teatro, e le 
cure di giovani attori ed autori i quali sentono nobilmente la ver- 
gogna della nostra miseria e s'industriano di porvi riparo con ge- 
nerosa perseveranza, è chiara prova delle nostre grame condi- 
zioni. » Nessuna meraviglia pertanto che, nello scorso anno, trat- 
tattandosi in Roma di costituire una commissione la quale studiasse 
anco una volta queste misere condizioni del teatro nostro dramma- 
tico, per avvisarne ai rimedii, chi avea letto e pregiato secondo 
il merito i Drammi storici del Revere, e la prefazione che va 
loro innanzi, ascrivesse a suo dovere d'invitare l'insigne poeta 
triestino ad assumerne la presidenza, la quale nessuno avrebbe, 
di certo, potuto tenere con miglior senno e con più autorità 
di lui, a cui i voli fatti sulle alture del Pindo non hanno punto 
privato della facoltà di vedere praticamente e realmente le cose 
per farne quindi un giudizio proporzionato, quantunque, senza 
dubbio, men gretto, men passionato, men vile di quello che po- 
trebbe forse metterci in giro venale la cosi detta gente di me- 
stiere, per la quale l'arte è oramai divenuta cosa tutta meretricia. 
Come non destinava il Revere alla scena, la quale pur volle ri- 
vendicarseli, il Lorenzino e i Piagnoni e gli Arrabbiati (il Lo- 
renzino fu rappresentato, ridotto, parecchie sere al Teatro Cari- 
gnano di Torino dalla Compagnia Reale; i Piagnoni e gli Arrab- 
biali si rappresentarono in altri teatri monchi e contraffatti); così 
scrisse di proposito per la scena e fece piacere, il Sampiero, il 
Marchese di Bedmar e la Vittoria Atfia.ni I due primi di questi 
due drammi sono stampati nel citato volume del Le Mounier; \'Al- 
fiani né ho letta né vidi rappresentare; ma per fortuna era in 
teatro un crìtico di buon gusto, del quale possiamo fidarci, il si- 
gnor Eugenio Camerini che ce ne lasciò un ricordo nel volume 
dei suoi Profili leiterarii (1). E un dramma domestico; l'espia- 
zione della colpa d'una giovane donna ; il Camerini ci fa sapere 
che il dramma: «piacque universalmente, se ne levi alcuni pochi 
che dissero: Se ci piace, abbiamo mentito » Il Camerini ci de- 
scrive minutamente il carattere della protagonista; e soggiunge: 



(1) Firenze, Barbera 1870. 



— 425 — 

« Tutti gli altri caratteri sono ben delineati, ma con pochi e ga- 
gliardi tratti, come Revere sa fare. » Egli ci dà pure la notizia che 
il Revere ha pure altri due drammi del genere deWAlfìanì, Sandro 
setaiolo e Le sventure d'un pittore tuttora non rappresentati ed 
inediti. 

Ma ne' drammi non è tutta la vita letteraria del Revere ; i suoi 
sonetti Sdegno ed affetto (Milano 1845) Nuovi sonetti (Capolago, 
18-46), / Nemesìì {Tov'mo 1851), Persone ed ombre (Genova 1862), 
gli diedero posto fra i più vigorosi sonettisti d'Italia. I primi 
erano dedicati ad un amico; l'amico era veramente Pietro Borsie- 
ri, l'amico di Gonfalonieri, di Pellico e d'Arrivabene. Gli ultimi 
sonetti rivelano una nuova forma di poesia, e si direbbe un nuovo 
poeta, una specie di Heine italiano, ringagliardito. Un editore 
farebbe ora assai bene a salvare dal pericolo che vadano per- 
duti, raccogliendoli in un solo volume, tutti i sonetti del Revere, 
ai quali se ne dovrebbero aggiungere alcuni altri ch'io ebbi il 
piacere di pubblicare TieW Italia Letteraria giornale ebdomadario 
da me diretto in Torino, per cinque mesi, nel 1862, Anch'esso 
venne a morire nelle Veglie letterarie che Pietro Dazzi, sostituito 
quindi da Enrico Montazio, pubblicava nello stesso tempo in Fi- 
renze; ed una diecina forse di sonetti inediti i quali credo si po- 
trebbero da alcun destro editore, con un assedio fatto con un po' di 
garbo, ottenere dalla amabile ritrosia dell'autore. Cosi sarebbe desi- 
derabile che un editore di grido provvedesse aduna decorosa ristampa 
del volume àa' Bozzetti Alpini, divenuto introvabile e dell'altro Mari- 
ne e paesi, che gli fa mirabile contrasto. L'uno ci dà in vero la vita 
alpigiana, l'altro la marinaresca; le alpi e le marine della Liguria 
percorse il Revere con la libertà disinvolta di uno studente in 
vacanza, con la pratica degli uomini e delle cose che può 
avere un uomo il quale ha passato i quarantanni imparando a 
conoscere tutta la vita a sue proprie spese, col sapore umoristico 
di uno Sterne innamorato di Heine, e di un Heine nato in Ita- 
lia. E come si spiega qui ancora la destrezza del Revere ad inve- 
stirsi del carattere delle cose ora lette, ora osservate ! come ei sa 
far l'erudito quando sì caccia tra i libri ! com'egli é uomo del suo 
tempo quando alza la testa per guardare in viso gli uomini ! come 
egli è piemontese a Torino ! e come si sente ch'egli è nato sul 
mare a Genova! E la nostra letteratura non aveva prima del Re- 
vere alcun altro libro che somigliasse a questi Bozzetti Alpini, 
a queste Marine, a questi Paesi, i Profili e paesaggi ùìGìm^q^'^q 
Torelli accennavano già al genere, ma non l'arrivarono. Le no- 



- 426 — 
stre storie letterarie non avevano ancora nessun capitolo, per 
quest'i italiani ReiseUlder ; ora ne scriveranno uno a posta pel 
Revere e per i suoi imitatori; non già che il Revere ci abbia 
dato opera perfetta; il Camerini gli ha già detto quello che gli 
manca, né io verrò qui ad allargare un giudizio che vorrei più 
tosto restringere; ma egli ha creato fra noi e mostrato possibile 
un nuovo genere letterario, il quale tuttavia domanda tanto mag- 
giore studio di forme eleganti, e tanta maggior ricchezza di pen- 
sieri originali, quanto più ne appaiono lievi i soggetti. 

I giorni più splendidi della Rivista Contemporanea di Torino 
furono quelli ne' quali vi scriveva Giuseppe Revere. Aveva egli 
preso parte vivissima ai casi politici del 1848 e del 1849. Durante 
le cinque giornate di Milano, lasciato il giornale La Concordia 
di Torino, recavasi egli prontamente sul Ticino, aiutatore di quei 
moti gloriosi che conferirono alla pronta liberazione della città. 
Tenne quindi suo debito fermarsi in Milano, ove le cose politiche 
pigliavano indirizzo diverso da quello che il Revere, uomo di fede 
repubblicana, avrebbe sperato, e vi conobbe Giuseppe Mazzini ed 
ebbe parte neW Ralla del Popolo. Un anno innanzi egli aveva pub- 
blicato nella Rivista Europea di Milano una narrazione storica 
sulla Cacciata degli SpagnuoH, lavoro ch'egli aveva dovuto inter- 
rompere a cagione delle molestie che gli venivano dalla revisione. 
Nello stesso anno, il Revere aveva pure composto in robusti 
sciolti un carme politico intitolato Marengo, per la statua di Na- 
poleone che dovea rizzarsi sulla pianura di tal nome, ma ei non 
potè pubblicarsi se non nel 1848 a Milano. In Milano, il Revere 
fu con Pietro Maestri e Carlo Cattaneo fra quelli che sottoscris- 
sero la protesta contro la fusione col Piemonte, prima che fosse 
compiuta la liberazione della Lombardia. Il giorno della tornata 
degli austriaci il Revere fu costretto a lasciar Milano e riparare 
col Maestri nella Svizzera. Di là corse a Venezia, ov' egli ebbe 
qualche dissidio politico con Manin, che lo forzava ad andarsene, 
insieme con altri compagni, dichiarando nella sua Gazzetta come 
quell'allontanamento non offendeva punto il patriottismo di que- 
gli italiani, ma richiedevasi perchè la loro politica pareva sover- 
chiamente audace ; poi lo stesso Manin lo richiamava da Ravenna. 
Da Venezia il Revere accorreva in Toscana, e di qua a Roma 
minacciata dall' intervento francese; e vi rimaneva fino alla caduta 
della città. Rifugiavasi quindi a Genova, ove, a motivo degli umori 
che serpeggiavano per la città e delle opinioni repubblicane del 
poeta triestino, il Revere non era dal governo accolto con sover- 



— 427 — 
chia amorevolezza; passò alcun tempo a confino in Susa, fin che 
potè nel 1851 fare ritorno a Torino, dov'ei non ebbe più a soffrire 
molestia alcuna. Ed a Torino pubblicò tosto i suoi fieri sonetti 
politici / Nemesii, preceduti da una prefazione nella quale ei ra- 
gionava con eloquenza delle condizioni dei suoi tempi e di quelle 
della poesia. Dettava poco dopo alcuni versi in morte del prode 
soldato Giuseppe Lions, e dava principio ad un suo poema in 
isciolti intitolato: Giovanni da Grado , che non vide ancora la 
luce, e di cui alcuni frammenti appena furono pubblicati nella 
Rivista Contemporanea di Torino. Ma non furono gli sciolti che 
diedero fama al Revere, e che crebbero pregio alla Rivista tori- 
nese quand'ei vi scrisse ; lo sciolto del Revere è pieno di senso 
e spesso anche di vigore, ma esso ha di rado quell'ondeggiamento 
armonioso e solenne che gii dà tanta maestà e tanta attrattiva 
quando è lavorato con piena maestria ; il Revere che, talvolta, per 
eccessivo studio di toscana eleganza, non solo adorna, ma orpella 
la sua prosa, nella poesia ed in ispecie nello sciolto sdegna alcuna volta 
di elevare le parole all'altezza de' suoi pensieri e de' suoi sentimenti, 
così che gli accade talora d'ingenerare un poco di monotonia, di 
stemperare soverchiamente i suoi colori, di sminuire i suoi effetti: 
costretto però nella brevità serrata del sonetto, lo aguzza come frec- 
cia, e s'abbandona però meno oziosamente a quegli agi che, vinti, 
rendono lo sciolto il più diiHcile, come secondati, lo fanno invece 
sembrare il più comodo dei versi italiani. La fortuna della Rivista 
Contemporanea fecero invece alcuni saporitissimi Procacci di To- 
rino ch'egli scriveva mensilmente sotto lo pseudonimo di Cecco 
d'Ascoli, pieni di notizie, ma più di sali, eruditi e non pesanti, 
briosi e non leggeri, mordaci e non villani. La Rivista Contempo- 
ranea contava in quegli anni, tra' suoi scrittori, filosofi come il Ro- 
smini ed il Mamiani, critici come il Tommaseo, il De Sanctis, il Cop- 
pino; ma, senza far torto ad alcuno di questi nomi gloriosi, si può 
affermare che la lettura più gradita erano gli scritti umorìstici del 
Revere, che insieme coi Procacci di Torino alternava la pubbli- 
cazione di altri due lavori di maggior conto 7 Bozzetti Alpini e Le 
Mem,orie di Anacleto Diacono che rimasero interrotte. Nessuno ave- 
va prima del Revere e meglio diluì rappresentati alcuni de'caratteri 
più curiosi della vita piemontese ; certe scene de' costumi torinesi 
e delle valli pedemontane sono da lui sorprese e riprodotte sul vivo. 
Così, tornato il Revere a Genova nel 185G, percorsa la riviera 
ligure, egli con lo stesso vivace pennello coloritore e con la stessa 
malizia umoristica ed ironia lacrimosa od elegia scherzosa ci dà 



— 428 — 
i quadri della vita del Genovesato; quadri senza cornice; poiché 
vi s'incomincia a parlare dell'ardito, gagliardo genovese, e si fi- 
nisce col pompeggiarvi tutta la maestà sovrana dell' uomo, s' in- 
comincia ad esaminarvi un minuto insetto o mollusco ignorato e 
si termina col magnificare gli splendori di tutta la creazione; 
quadri mobili come la fantasia, come la vita vagabonda del poeta, 
nato con l'istinto più naturale all'uomo, con l' istinto della libertà, 
e liberamente vissuto; egli potè quindi riuscire anco liberissimo 
scr